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MONDO limiti di rapporto tra utente ed assistente sociale necessari a consentire una qualificata ed efficace presa in carico.” Può darsi che il caso di Milano sia una situazione estrema, mentre in tutte le altre parti d’Italia le percentuali siano del tutto diverse, ma un caso del genere fa nascere spontanee alcune domande: stiamo andando nella direzione giusta? E’ questa la combinazione più efficace per dare piena attuazione all’art. 27 della Costituzione? Per quanto tempo è possibile sostenere una simile sproporzione tra personale impiegato e persone da seguire? Che ruolo avrebbe la Polizia Penitenziaria qualora venisse davvero utilizzata nei controlli sull’esecuzione penale esterna? Con quali mezzi e quali organici verrebbe impiegata? Domande che per avere una risposta seria, devono prima confrontarsi con i numeri e con le proporzioni attualmente in campo, considerando anche i trend di crescita della popolazione detenuta e quella in esecuzione penale esterna. Altrimenti si continua a fare solo chiacchiere da tribuna elettorale. Non è ammissibile continuare a propagandare slogan senza senso, senza contatto con la realtà. Per esempio, continuare ad affermare che la recidiva è molto maggiore nelle persone rinchiuse in carcere rispetto a quelle in misura alternativa, senza però aver effettuato uno studio serio ed approfondito che dimostri con i dati una simile affermazione, non è un comportamento serio. Non dico che non sia vero, ma per essere un’affermazione significativa e soprattutto utile, deve poggiare su dati reali, non sulle “sensazioni”. Altrimenti è un’operazione mediatica che nulla a che fare con l’applicazione dell’art. 27 C. Per ora i numeri e le proiezioni indicano ben altro. Com’è possibile rendere efficiente un servizio di esecuzione penale esterna con questi numeri alla mano? La risposta dovrebbe partire dai due Dipartimenti ed arrivare al Ministro, ma è proprio di queste ore la notizia che ormai sta per iniziare una nuova campagna elettorale... F

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a figura del medico competente, quale soggetto destinatario degli obblighi di sicurezza, non è nuova nel nostro ordinamento. Seppure denominato in modi spesso diversi, quali “medico di fabbrica”, “medico autorizzato”, “medico del lavoro”, ha sempre avuto, come detto, un ruolo primario quale soggetto destinatario degli obblighi di sicurezza. Nella nostra legislazione, il primo riferimento a questa figura si trova nell’art. 33 del D.P.R. 19 Marzo 1956, n. 303, che prevede, limitatamente alle lavorazioni industriali che espongono i lavoratori all’azione di sostanze tossiche o infettanti o che comunque risultino nocive, la visita di un medico competente. Successivamente, il D.Lgs. 626/94, prescriveva, agli artt. 4, comma 4, lett. c) e 16, l’obbligo della nomina del medico competente nelle aziende esercitanti lavorazioni “a rischio”, tassativamente determinate dalla legge, per le quali fosse disposta la sorveglianza sanitaria obbligatoria. Il D.Lgs. n. 81/2008 pone la nomina del medico competente a carico del datore di lavoro e del dirigente. La scelta è fatta accertandone i titoli ed i requisiti prescritti dalla norma e previa consultazione del Rappresentante dei lavoratori per la Sicurezza. Le funzioni del medico competente previste dal Testo Unico sulla Sicurezza dei lavoratori possono essere raggruppate in tre categorie di compiti: professionali, informativi e collaborativi. I compiti che hanno connotati di natura professionale sono: 1) La sorveglianza sanitaria dei dipendenti, consistente nell’obbligo di effettuare gli accertamenti sanitari preventivi e periodici (art. 41, comma 2, lett. a-b)) ed eventuali visite mediche se richieste dal lavoratore (art. 41, comma 2, lett.c)), qualora tale richiesta sia correlata ai rischi professionali, oppure in occasione di cambi di mansione per verificare l’idoneità del lavoratore alla mansione specifica (art. 41, comma 2. lett. d)) o, infine, nei casi previsti dalla

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normativa vigente, alla cessazione del rapporto di lavoro (art. 41, comma 2, lett. e)) nonché, a seguito dell’intervento, ex D.Lgs. 106/2009, in caso di visita preventiva - preassuntiva e di visita medica precedente alla ripresa del lavoro, a seguito di assenza per motivi di salute di durata superiore ai sessanta giorni continuativi al fine di verificare l’idoneità alla mansione. Nei compiti di natura professionale del medico competente vi è anche quello di esprimere giudizi di idoneità alla mansione specifica del lavoratore (art. 41, comma 6). L’idoneità o capacità di lavoro, cioè l’attitudine a compiere un lavoro, viene distinta in idoneità generica e specifica; la prima è riferita a fattori fisiologici e non necessita di particolare preparazione, mentre la seconda si fonda sull’abilità, capacità ed esperienza del lavoratore. Il giudizio del medico competente non sempre è assoluto (idoneo o non idoneo) ma può essere formulato per gradi intermedi: • idoneità alla mansione assegnata; • idoneità parziale, temporanea o permanente, con prescrizioni o limitazioni; • inidoneità temporanea (in questo caso devo essere precisati i limiti temporali di validità); • inidoneità permanente. I giudizi formulati dal medico competente devono essere rilasciati per iscritto. Una copia viene rilasciata al lavoratore ed una al datore di lavoro. Il lavoratore ha la possibilità di ricorrere all’organo di vigilanza territorialmente competente entro trenta giorni dalla data di comunicazione dei giudizi espressi dal medico competente. L’organo di vigilanza, dopo eventuali ulteriori accertamenti, dovrà confermare, modificare o revocare il giudizio espresso del medico competente. L’art. 42 del D.Lgs. 81/2008 prevede che il datore di lavoro dovrà attuare le misure indicate dal medico competente e, qualora le stesse prevedano un’inidoneità alla mansione specifica, adibirà il lavoratore ove possibile, ad un’altra mansione

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