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CRIMINI E CRIMINALI I militari, rimasti feriti nella sparatoria, moriranno poco dopo in ospedale: Mario Forziero aveva 30 anni ed era nato Francolise un piccolo paese della provincia di Caserta. Viveva però da molti anni a Sinalunga, in provincia di Siena, dove si era sposato e aveva avuto due figlie, una di quattro anni e l' altra di appena tre mesi. Nicola Campanile era di Modena ma risiedeva a Roma. Figlio di Matteo, consigliere della sezione lavoro della Corte di Cassazione, avrebbe finito di li a poco il servizio di leva come carabiniere. Il sostituto procuratore di Siena Dario Perrucci capisce da subito che l’assassino presenta evidenti disturbi ed è affetto da una grave sindrome depressiva ansiosa. Poche ore dopo il duplice omicidio, il ragazzo confessa al magistrato di essere l’autore anche dell’assassino di un uomo ucciso a Firenze il 26 dicembre dell’anno prima: “Dottore, a quell'uomo ho sparato io. No, non lo conoscevo, l'ho fatto perché ce l'hanno tutti con me”. La confessione trova riscontro anche in alcuni particolari che solo l’autore del delitto poteva conoscere: il nome dell’intestatario della cassetta delle lettere dove aveva fatto ritrovare la lettera e il bossolo. La pistola “P38”, con cui

Cosimini aveva sparato ai due carabinieri e che, successivamente, si rileverà essere la stessa arma che nel giorno di Santo Stefano a Firenze aveva ucciso Marco Cordone. L’arma era stata sottratta a una guardia giurata a Napoli, mentre i proiettili se li era procurati rapinando un’armeria a San Casciano. L'omicida, figlio unico di una coppia benestante di Firenze, dopo la morte della madre, avvenuta nel 1986 per leucemia, aveva iniziato a soffrire di sindrome ansiosa depressiva. Cosimini, sin da piccolo, aveva uno smodato amore per le armi e per le forze dell’ordine. A 16 anni rubò una pistola in un’armeria e viene arrestato; e sempre per furto di armi, di un fucile, viene arrestato nuovamente nel 1988. Durante il processo per il furto del predetto fucile, il professor Bernardo Sacchettini accertò per Cosimini il «vizio totale di mente in individuo non socialmente pericoloso»(3). Peraltro, anche nel corso del servizio militare, nel 1983, l'ufficiale medico gli riscontrò una personalità schizoide inadatta alle attività collettive e quindi lo riformò spedendolo a casa. L'8 novembre del 1988, a seguito di un controllo di polizia, sempre a bordo di un ciclomotore, fu trovato con un fucile a canne mozze nascosto sotto il giubbotto, con cui di li a

poco avrebbe voluto fare una rapina: almeno questo è quanto disse ai poliziotti per giustificare il possesso dell’arma. Pochi mesi prima della strage, il 20 marzo, molestò una ragazza a Firenze e quando arrivarono gli operatori di polizia, che nel frattempo erano accorsi in aiuto della ragazza, si scagliò su uno di essi picchiandolo. A seguito di tale episodio, viene processato e condannato a quattro mesi. Tuttavia, il Pretore di Firenze che lo giudica presume che Cosimini si asterrà dal compiere ulteriori reati e quindi lo scarcera (4). Purtroppo, la previsione rimarrà disattesa. La motivazione, della barbara esecuzione dei due carabinieri a Siena, venne appunto individuata in una crisi dovuta alle gravi turbe psichiche di cui soffriva il giovane; a questi disturbi andavano aggiunti la personalità violenta, la mitomania, l’insana fissazione per le armi da fuoco, deliri di persecuzione e pure componenti mistiche(5). Le perizie psichiatriche effettuate, nel corso del processo, dai professori Adolfo Pazzagli, primario dell'Unità operativa di psicologia clinica e psicoterapia nell'Università di Firenze, e Giovambattista Traverso, professore ordinario di psicopatologia forense all'Università di Siena; nonché dal professore Bernardo Sacchettini, nominato quale perito di parte, conclusero che Cosimini era totalmente incapace di intendere e di volere e quindi non imputabile(6). Pertanto, prosciolto da ogni accusa, venne rinchiuso nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino, in provincia di Firenze. L’11 luglio del 1998, fruendo di un permesso, nel mentre si trovava all’interno dei giardini di Boboli a Firenze, accompagnato da due volontari, si diede alla fuga. Venne rintracciato dopo due giorni alle 6,30 di mattina da una pattuglia dei Carabinieri, nel mentre era seduto su un muro, in località Cave di Maiano, nei pressi di Fiesole. Alla vista dei militari esclamò: “sono stanco, riportatemi in carcere”. Nel febbraio del 2016 è stato trasferito dall’Ospedale Giudiziario di Montelupo alla Rems (residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza) di Volterra, in provincia di Pisa. Alla prossima... F (1) La Repubblica.it, 3 giugno 1990; (2) Ansa, 1 giugno 1990; (3) Ansa, 11 giugno 1990; (4) La Repubblica.it, 2 giugno 1990; (5) I serial killer, A. Accorsi e M. Centini, Newton compton editori; (5) Ansa, 2 settembre 1990. Polizia Penitenziaria n.250 • maggio 2017 • 25

Nelle foto: sopra i Carabinieri uccisi Mario Forziero e Nicola Campanile a sinistra la lapide in loro memoria

2017 05 250  
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