Page 28

WEB E DINTORNI

Federico Olivo Coordinatore area informatica del Sappe olivo@sappe.it

Carceri e web sono la prima linea nella lotta al terrorismo islamico: noi della Polizia Penitenziaria siamo pronti?

C

arceri e web sono la prima linea nella lotta al terrorismo islamico. Lo affermano più che esplicitamente in una conferenza stampa sia il Presidente del Consiglio che il Ministro dell’Interno. L’occasione per parlarne è stata la relazione che un gruppo di esperti ha consegnato al Governo, frutto di quattro mesi di lavoro su come prevenire l'estremismo jihadista, che prolifera sul web e nelle carceri.

Nella foto: jihadisti in posa con la bandiera dell’Isis

Il testo completo della relazione non è stato diffuso nemmeno alla stampa, ma evidentemente contiene argomentazioni sufficientemente convincenti per indurre le istituzioni ad individuare carceri e web come le “frontiere” su cui porre la massima attenzione. Questo non significa che fino ad ora non è stato fatto nulla, ma forse non è stato abbastanza. Forse chi ha titolo e compito di prendere le decisioni nel DAP (tanto per fare un esempio in casa nostra), ancora non ha compreso bene la portata del problema in tutte le sue sfaccettature e le possibili implicazioni che si nascondono dietro la parola “web”, oppure, cosa molto più preoccupante, non è in grado di capirlo. Di quali e quante siano le implicazioni da prendere in considerazione, ne ha parlato in un articolo su Il Sole 24 Ore, l’ex Generale della Guardia di Finanza Umberto Rapetto, già

comandante del Gruppo Anticrimine Tecnologico che nel 2001 catturò e fece condannare gli hacker penetrati nel Pentagono e nella NASA: “È impreciso parlare di web, forse pericolosamente limitativo. La ragionevole fonte di angoscia risiede infatti nelle tecnologie, caratterizzate da una smisurata trasversalità (che le porta ad una sorta di onnipresenza) e dal loro inevitabile impiego duale (che determina l’utilizzo di strumenti per finalità ben differenti dall’originario scopo per i quali erano stati inventati e commercializzati).” Cosa significa? Significa che ci troviamo di fronte ad una notevole accelerazione delle possibilità che i singoli componenti tecnologici ci mettono a disposizione, dei quali però non va considerato solo il singolo utilizzo per cui erano stati progettati, ma anche le risposte che possono offrire ai bisogni di persone interessate ad un loro utilizzo per fini criminali. C’è di più. Vanno considerate anche tutte le possibili combinazioni tra i vari prodotti e loro componenti che possono creare a loro volta altri strumenti, funzioni, utilizzi. Siamo di fronte ad una “competizione” (ormai tristemente dichiarata) tra chi, per esempio, acquista una Playstation per fini ludici e chi la utilizza perché quel “giocattolo” offre un sistema di cifratura tale da consentire loro un vantaggio rispetto alle migliori agenzie di intelligence governative. Il Generale Rapetto individua il primo fattore di questo vantaggio “nella pluralità di mezzi di collegamento, varietà assicurata sia sotto il profilo hardware (pc, tablet, smartphone), sia sotto quello software (deep web, dark net, instant messaging, spazi gratuiti in cui piazzare contenuti e disposizioni operative...), sia sul fronte delle opportunità di accesso

28 • Polizia Penitenziaria n.246 • gennaio 2017

(a partire dai mille hotspot – o punti di accesso – gratuiti a disposizione di chiunque desideri adoperare in modo anonimo una rete wi-fi libera).” Quindi opportunità, bassi costi (se non addirittura gratuiti), facilità e pervasività d’uso tali da rendere praticamente “invisibile” chiunque. Ma questo è solo il primo aspetto critico: “Il secondo punto di vantaggio è la sostanziale impreparazione delle Istituzioni a misurarsi su questo campo di battaglia”. Prosegue Rapetto: “quando un quarto di secolo fa imploravo che qualcuno mi desse ascolto, ho scoperto la totale insensibilità al problema della sicurezza informatica e in particolare alla drammaticità che avrebbe assunto il non farsi trovare pronti ad una sfida come quella odierna.” E al DAP a che punto siamo? Cosa possiamo dire a riguardo della preparazione della Polizia Penitenziaria, unica forza di polizia dello Stato, chiamata a misurarsi in prima linea in una delle due frontiere, quella delle carceri, nella lotta al terrorismo islamico? Ed è davvero l’unica frontiera dove la Polizia Penitenziaria è chiamata ad intervenire? Oppure la Polizia Penitenziaria è pesantemente esposta anche sulla seconda frontiera delle nuove tecnologie e (ed è l’aspetto più inquietante) nemmeno se ne rende conto (o meglio non se ne rendono conto coloro che la dirigono)? I “segnali” che provengono dal DAP non sono affatto rassicuranti. Quando una quindicina d’anni fa (molto più modestamente del Generale Rapetto) mi ritrovai a lavorare in un ristrettissimo gruppo di informatici della Segreteria Generale del DAP, venimmo incaricati di valutare le possibili implicazioni

2017 01 246  
2017 01 246  
Advertisement