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PoliziaPenitenziaria Società Giustizia e Sicurezza anno XXIII • n.242 • settembre 2016

2421-2121

www.poliziapenitenziaria.it

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Giovanni Pellielo ...e sono quattro!


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Polizia Penitenziaria

In copertina:

Società Giustizia e Sicurezza

L’Atleta delle Fiamme Azzurre Giovanni Pellielo mostra la sua quarta medaglia olimpionica

04 EDITORIALE Che succede nelle carceri minorili? di Donato Capece

05 IL PULPITO Le malattie lavoro-correlate del poliziotto penitenziario di Giovanni Battista de Blasis

07 L’OSSERVATORIO POLITICO La razionalizzazione delle Forze di Polizia di Giovanni Battista Durante

08 IL COMMENTO Nun ve reggae più... di Roberto Martinelli

10 SICUREZZA E SALUTE Gestione della sicurezza per la prevenzione dei rischi da esposizione alla Risonanza Magnetica

anno XXIII • n.242 • settembre 2016 13 L’AGENTE SARA RISPONDE... Fruizione dei riposi per l’allattamento

14 CRIMINOLOGIA Le motivazione dell’uso di droga da parte dei giovanissimi di Roberto Thomas e Michela Battiloro

Cenni di organizzazione e gestione degli IPM di Ciro Borrelli

18 DIRITTO & DIRITTI Il regime penitenziario e il regime disciplinare di Giovanni Passaro

20 LO SPORT Giovanni Pellielo: un campione di sport e di umanità di Lady Oscar

Società Giustizia e Sicurezza

Direttore responsabile: Donato Capece capece@sappe.it Direttore editoriale: Giovanni Battista de Blasis deblasis@sappe.it Capo redattore: Roberto Martinelli martinelli@sappe.it Redazione cronaca: Umberto Vitale, Pasquale Salemme Redazione politica: Giovanni Battista Durante Comitato Scientifico: Prof. Vincenzo Mastronardi (Responsabile), Cons. Prof. Roberto Thomas, On. Avv. Antonio Di Pietro Donato Capece, Giovanni Battista de Blasis, Giovanni Battista Durante, Roberto Martinelli, Giovanni Passaro, Pasquale Salemme

Effetto Lucifero a cura di G. B. de Blasis

26 CRIMINI & CRIMINALI La nuova camorra organizzata - Parte III di Pasquale Salemme

28 WEB E DINTORNI

17 MINORI

PoliziaPenitenziaria Organo Ufficiale Nazionale del S.A.P.Pe. Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria

24 CINEMA DIETRO LE SBARRE

Direzione e Redazione centrale Via Trionfale, 79/A - 00136 Roma tel. 06.3975901 • fax 06.39733669 e-mail: rivista@sappe.it web: www.poliziapenitenziaria.it Progetto grafico e impaginazione: © Mario Caputi www.mariocaputi.it

“l’appuntato Caputo” e “il mondo dell’appuntato Caputo” © 1992-2016 by Caputi & de Blasis (diritti di autore riservati)

Registrazione: Tribunale di Roma n. 330 del 18 luglio 1994

Dove sono i dati ufficiali della recidiva? di Federico Olivo

30 SICUREZZA SUL LAVORO L’evoluzione normativa della sicurezza sul lavoro di Luca Ripa

32 COME SCRIVEVAMO I misteri dell’Ucciardone di Giuseppe Romano

Per ulteriori approfondimenti visita il nostro sito e blog: www.poliziapenitenziaria.it Chi vuole ricevere la Rivista al proprio domicilio, può farlo versando un contributo per le spese di spedizione pari a 25,00 euro, se iscritto SAPPE, oppure di 35,00 euro se non iscritto al Sindacato, tramite il conto corrente postale numero 54789003 intestato a: POLIZIA PENITENZIARIA Società Giustizia e Sicurezza Via Trionfale, 79/A - 00136 Roma, specificando l’indirizzo, completo, dove va spedita la rivista.

Cod. ISSN: 2421-1273 • web ISSN: 2421-2121 Stampa: Romana Editrice s.r.l. Via dell’Enopolio, 37 - 00030 S. Cesareo (Roma) Finito di stampare: settembre 2016 Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana

Edizioni SG&S

Il S.A.P.Pe. è il sindacato più rappresentativo del Corpo di Polizia Penitenziaria

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L’EDITORIALE

Donato Capece Direttore Responsabile Segretario Generale del Sappe capece@sappe.it

Che succede nelle carceri minorili (che non sono più solo per minorenni) ?

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Nella foto: Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia

rrivano segnali preoccupanti dall’universo penitenziario minorile. Abbiamo registrato, e registriamo, infatti, con preoccupante frequenza e cadenza, il ripetersi di gravi eventi critici negli istituti penitenziari per minorenni. Ed è per questo che mi stupisco di chi “si meraviglia” se chiediamo una revisione delle recenti innovazioni legislative che consentono la detenzione di ristretti adulti fino ai 25 anni di età nelle strutture per minori. Già ad aprile, in un’intervista a Repubblica, il procuratore antimafia e antiterrorismo Franco Roberti sottolineò come la prevenzione della radicalizzazione dei giovani musulmani nelle carceri fosse «la questione fondamentale». Il numero uno della DNA citò un dato allarmante, spesso evidenziato anche dal SAPPE: «metà dei reclusi nelle carceri minorili italiani sono musulmani. In cella ci sono circa cinquecento ragazzi abituati a stare su Internet come tutti i loro coetanei. E per questo possono facilmente entrare in contatto con i siti che predicano la Jihad: sono a rischio altissimo di radicalizzazione». In Italia le seconde generazioni sono ancora adolescenti ma, disse Roberti, «se non interveniamo subito, tra cinquedieci anni ci troveremo nella stessa situazione di Bruxelles o delle banlieue parigine». A finire sotto i riflettori, lo scorso mese di maggio, è stato l’Istituto Penale per Minorenni di Potenza, dove tre detenuti tentarono di evadere dalla struttura ma vennero fermati in tempo dai poliziotti penitenziari di servizio, tre dei quali rimasero feriti durante le concitate fasi rispettivamente con 5, 20 e 30 giorni di prognosi. Pochi giorni e nel carcere minorile di Quartucciu, siamo a giugno, si rischiò la tragedia per la protesta sconsiderata e incomprensibile di tre detenuti, che diedero fuoco a ciò che avevano in

cella: anche in questo caso, solo il tempestivo intervento degli Agenti di Polizia Penitenziaria di servizio ha scongiurato conseguenze gravissime e inimmaginabili. Dopo Potenza, hanno avuto evidenza sulle cronache alcuni eventi accaduti nel carcere minorile di Milano Beccaria: in una occasione, due detenuti di rientro da un permesso, nonostante fossero accompagnati da un insegnante e da un'operatrice Enaip, si misero improvvisamente a correre a meno di un chilometro dall'istituto facendo perdere le tracce. Qualche giorno dopo, una importante operazione di servizio della Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere minorile di Milano Beccaria stroncò episodi di sopruso e violenza di 3 detenuti verso altri ristretti. In poche settimane, poi, nel carcere minorile romano di Casal del Marmo è accaduto di tutto e di più: più risse tra detenuti, Agenti aggrediti e feriti, incendi nelle celle. A chiosa di questo preoccupante fermento che caratterizza il mondo della detenzione minorile, è arrivata infine la rivolta nel carcere minorile di Airola, in provincia di Benevento, dove è andata in atto una situazione incandescente, con una sezione detentiva interamente distrutta dai rivoltosi e 3 Agenti di Polizia Penitenziaria seriamente feriti dai ristretti in rivolta, armati per fronteggiare gli Agenti. E dopo tutti questi gravi episodi dobbiamo sentire che c’è chi “si meraviglia” per le proteste sindacali? Ma siamo noi che ci stupiamo di chi si stupisce... La situazione è molto grave. Mi sembra evidente che c’è necessità di interventi immediati da parte degli organi ministeriali e regionali dell’Amministrazione della Giustizia Minorile, che assicurino l’ordine e la sicurezza nelle Istituti e Servizi per minori, tutelando gli Agenti di Polizia Penitenziaria che vi prestano servizio.

4 • Polizia Penitenziaria n.242 • settembre 2016

Ed è grave che non siano stati raccolti, nel corso del tempo, i segnali lanciati dal SAPPE sui costanti e continui focolai di tensione negli II.PP.MM, che vedono sempre più coinvolti detenuti che, pur essendo maggiorenni, sono ristretti negli istituti per minori! Un detenuto su sei nelle carceri minorili è maggiorenne. E in alcuni casi, come quello di Torino, dove sono 20 su 37, Treviso (8 su 14), e Bari (10 su 20), i maggiorenni sono addirittura la maggioranza. Il rischio è che le carceri minorili diventino vere e proprie Università del crimine… Come primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, abbiamo incontrato l’8 settembre scorso a Roma il Capo del Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità Francesco Cascini. Abbiamo chiesto al Capo Dipartimento Cascini di mettere un direttore penitenziario ed un funzionario Comandante di Reparto della Polizia Penitenziaria in ogni Istituto e di ripristinare l’uso della divisa d’ordinanza, o comunque di altri segni distintivi, per gli appartenenti al Corpo, che prestano oggi servizio nelle carceri minorili in abiti borghesi. Soprattutto, abbiamo chiesto che le politiche di gestione e di trattamento siano adeguate al cambiamento della popolazione detenuta minorile, che è sempre maggiormente caratterizzata da profili criminali di rilievo già dai 15/16 anni di età. Rispetto a tutto ciò, abbiamo apprezzato la disponibilità del Capo DGMC Cascini e, comunque, abbiamo già chiesto un incontro con il Ministro della Giustizia Andrea Orlando per affrontare eventuali interventi che possano essere messi in campo dalla politica. Per altro, sarà anche l’occasione per evidenziare al Guardasigilli che la realtà detentiva minorile italiana è più complessa e problematica di quello che lui immagina e che il SAPPE denuncia sistematicamente. F


IL PULPITO

Le malattie professionali lavoro-correlate del poliziotto penitenziario: burnout e disturbo post-traumatico da stress

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rmai sono tanti anni che si parla del rischio burnout al quale è esposto quotidianamente ogni poliziotto penitenziario che lavora nelle patrie galere e, pur tuttavia, nessuna efficace misura di contrasto è stata ancora adottata dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Ritengo, infatti, poco più di un palliativo l’istituzione di un numero verde al quale rivolgersi in caso di necessità (e forse più che un palliativo, un alibi per lavarsi le coscienze...). Eppure, è stata ormai ampiamente provata la correlazione tra la sindrome da burnout e il lavoro del poliziotto penitenziario. Men che meno, si parla e ci si occupa di disturbo post-traumatico da stress, a mio avviso altrettanto correlato alla nostra professione. Il burnout è una particolare forma di reazione allo stress lavorativo, tipica delle cosiddette “professioni d’aiuto”, quei lavori, cioè, nei quali non si utilizzano solo competenze tecniche ma anche capacità sociologiche e psicologiche, per soddisfare i bisogni degli utenti, clienti o pazienti. Questa patologia, quindi, riguarda più che altro medici, infermieri, poliziotti penitenziari, poliziotti, vigili del fuoco, insegnanti, psicologi... Il problema, tra l’altro, diventa molto più grave se non si riescono a scaricare le tensioni con momenti di relax extra lavoro, senza soluzione di continuità tra vita privata e lavorativa fino ad azzerare gli spazi personali, non avere alcuna autoricarica e finire per esaurirsi dal punto di vista emozionale, fisico e psicologico. Alla fin fine, anche chi è profondamente motivato ad aiutare gli altri, perchè generoso e altruista di natura, in assenza di risposte di gratitudine o di apprezzamento da parte dell’utenza, non riesce a elaborare la frustrazione naturale che deriva dalla professione, non si prende adeguatamente cura dei propri bisogni e finisce per cadere in uno stato di depressione,

insoddisfazione lavorativa, tensione, ansietà e apatia. A tutto ciò, purtroppo, si va ad aggiungere un altro problema relativo alla retribuzione e alla carriera. Infatti, il lavoro del poliziotto penitenziario, soprattutto quello a diretto contatto con i detenuti, non è gratificante né come retribuzione economica, né come possibilità di carriera. Anche se sembra paradossale, nelle helping professions retribuzione e carriera, prestigio e potere, sono inversamente proporzionali alla vicinanza con i soggetti bisognosi d’aiuto (con la sola eccezione dei medici chirurghi). Il poliziotto penitenziario che sta in sezione front line col detenuto guadagna meno del sovrintendente e dell’ispettore che vedono il detenuto una volta ogni tanto o del commissario che non lo vede mai. Così come il medico del pronto soccorso guadagna meno del primario che, a sua volta, guadagna meno del professore universitario. Per assurdo, le possibilità di carriera nel settore dell’aiuto aumentano allontanandosi da chi deve essere aiutato. Una seria prevenzione del burnout, dunque, dovrebbe compensare con maggiori retribuzioni gli operatori front-line, offrendo anche loro maggiore potere discrezionale e maggiore libertà. Non essendo questo possibile per motivi economici, ci sarebbe bisogno, allora, di trovare sistemi compensativi come la formazione e la supervisione permanenti, l’istituzione di periodi sabbatici, il coinvolgimento attivo in attività di programmazione e di confronto professionale, la possibilità di carriere orizzontali (spostamenti premio, sia pure temporanei, in servizi più gratificanti), le incentivazioni legate alla qualità delle prestazioni. A tal riguardo, svolge un ruolo determinante la funzione di comando e coordinamento esercitata dai superiori gerarchici che dovrebbe assicurare al poliziotto penitenziario uno spazio di

appartenenza e di confronto, di supporto emotivo e di controllo, come fosse un contenitore affettivorelazionale delle emozioni contingenti al lavoro dell’aiuto. E’ evidente che offrire sostegno, possibilità di confronto, funzione di contenimento e supervisione, favorisce l’efficienza e può prevenire il burnout, a patto che il superiore sia costantemente presente. Quando il poliziotto penitenziario è abbandonato a se stesso, invece, subisce processi disfunzionali che aumentano il rischio burnout. I superiori, quindi, possono (debbono) svolgere un forte ruolo preventivo del burnout attraverso il consenso, lo stimolo della pluralità e la disponibilità di un contenitore emotivo-razionale. Uno dei postulati delle helping professions è che “I sistemi di aiuto producono benessere per i clienti attraverso il benessere degli operatori d’aiuto”. O, meglio, “I sistemi di aiuto producono benessere solo se sanno prevenire il malessere o il burnout degli operatori”. Purtroppo, nella sindrome da burnout, spesso, gli operatori stessi non riconoscono di essere in una situazione di svuotamento e bruciatura. In questi casi, soprattutto, è fondamentale il sostegno dei superiori e il confronto e il feedback con gli stessi, anche se pure la condivisione con un collega, la condivisione orizzontale con qualcuno che fa lo stesso o simile lavoro che possa capire e ascoltare, è altrettanto essenziale. A volte non c’è nemmeno bisogno di dare suggerimenti, la giusta disposizione d’animo all’ascolto è più che sufficiente. Spesso, infatti, basta condividere un problema per fare maggiore chiarezza dentro di sé. L’ideale sarebbe partecipare a gruppi di supervisione mensile oppure andare da un professionista esperto, per elaborare il vissuto che, lasciato a se stesso, potrebbe produrre, nel tempo, una

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Giovanni Battista de Blasis Direttore Editoriale Segretario Generale Aggiunto del Sappe deblasis@sappe.it

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IL PULPITO

Nelle foto: depressione e stress

sicura bruciatura. Discorso diverso va fatto per i disturbi post-traumatici da stress (DPTS). Secondo l’Associazione Italiana di Psicologia Cognitiva, questo disturbo si manifesta "in conseguenza di un fattore traumatico estremo, in cui la persona ha vissuto, ha assistito, o si è confrontata con un evento, o con eventi, che hanno implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all'integrità fisica propria o di altri." Purtroppo, soprattutto in questi ultimi tempi, la definizione della patologia sembra, più o meno, la descrizione di quello che accade quotidianamente nella maggior parte degli istituti penitenziari, per adulti e per minori. Il DSM-5 (il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) dedica al DPTS un intero capitolo denominato Disturbi correlati a eventi traumatici e stressanti . Tra l’altro, il DPTS è una delle poche categorie diagnostiche a cui il DSM attribuisce esplicitamente un’eziologia: perché sia diagnosticato, deve essere individuato oggettivamente un evento traumatico. La questione è fondamentale, perché questo significa spostare la domanda da “Che cosa non va in questa persona?” a “Che cosa è accaduto a questa persona?”. Di conseguenza, diversamente dai disturbi di personalità che hanno radici nella storia temperamentale, ambientale, psichica e relazionale dell’individuo, il DPTS è un disturbo che ha una causa esterna evidente (un evento macroscopicamente traumatico), per cui i fattori di personalità assumono una rilevanza minore. Sempre secondo il DSM, gli effetti del trauma provocano ricordi e sogni spiacevoli, reazioni dissociative da flashback, evitamento persistente degli stimoli associati all’evento, alterazioni negative di pensieri ed emozioni, persistente stato emotivo negativo, marcata riduzione di interesse alle attività e sentimenti di distacco o estraneità verso gli altri. Oltretutto, sono possibili alterazioni dell’arousal (lo stato generale di attivazione e reattività del sistema nervoso) che si manifestano con comportamento irritabile, ipervigilanza, esagerate risposte di allarme, problemi di concentrazione e difficoltà del sonno. Come metodo di cura per questo

disturbo, ai militari reduci da zone di guerra si somministra una innovativa psicoterapia - l'EMDR - basata su una tecnica di simulazione bilaterale che facilita la rielaborazione dei traumi. L’EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica ed è una metodologia che utilizza i movimenti oculari, o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra, per trattare disturbi legati direttamente a esperienze traumatiche, o particolarmente stressanti, dal punto di vista emotivo. Dopo una o più sedute di EMDR, i ricordi disturbanti legati all’evento traumatico subiscono una desensibilizzazione e perdono la loro carica emotiva negativa. L’elaborazione dell’esperienza traumatica che avviene con l’EMDR, permette al paziente, attraverso la desensibilizzazione e la ristrutturazione cognitiva che avviene, di cambiare prospettiva, cambiando le valutazioni cognitive su di sé, per incorporare emozioni adeguate alla situazione ed eliminare le reazioni fisiche. Si arriva a sentire veramente che il ricordo dell’ esperienza traumatica fa parte del passato e, quindi, questa viene vissuta in modo distaccato. Per ritornare a noi, è innegabile che, per un verso o per l’altro, nel servizio del poliziotto penitenziario riveste un’importanza fondamentale la vicinanza dei colleghi e dei superiori, fino al comandante di reparto, il quale, in particolare, non dovrebbe mai far venir meno la propria presenza. Il comandante di reparto, questo incarico misterioso che ha subìto parecchie trasformazioni negli ultimi anni, passando dalle mani del Maresciallo a quelle dell’Ispettore per arrivare, oggi, in quelle del Commissario. Ma che si chiami Maresciallo, Ispettore o Commissario nulla cambia per il ruolo che deve svolgere: quello di comandare uomini. Un vero Comandante è colui che conosce, ad uno ad uno, tutti i suoi uomini, che aiuta a rialzarsi chiunque cade a terra e, se con qualcuno non ci riesce, si sdraia accanto a lui e rimane lì! Spirito di corpo, vicinanza dei colleghi e lavoro di gruppo, insieme a un buon Comandante di Uomini: questa è la migliore terapia possibile per burnout e disturbo post-traumatico da stress.

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Il test di Maslach Cristina Maslach, psicologa sociale dell’Università di Barkley in California, per studiare la sindrome da burnout, ha ideato un test di valutazione del livello di stress. Proponiamo di seguito il test in parola che, pur essendo un indicatore di massima, non può avere alcun valore scientifico così somministrato. • Ti senti spossato ed esaurito in termini di energia fisica o emozionale? • Senti di essere incline a pensieri negativi riguardanti il tuo lavoro? • Senti di essere verso le persone più duro e meno comprensivo di quanto forse meritino? • Ti ritrovi ad essere più spesso irritato da piccoli problemi, o dai colleghi e dal tuo team? • Ti senti incompreso o non apprezzato dai tuoi colleghi? • Senti di non aver nessuno con cui parlare? • Senti che stai raggiungendo meno obiettivi di quanto potresti? • Ti senti sotto uno spiacevole livello di pressione per il successo? • Senti che non stai raggiungendo ciò che vuoi dal tuo lavoro? • Senti di essere nell’azienda sbagliata o nel lavoro sbagliato? • Stai iniziando a provare frustrazione verso aspetti del tuo lavoro? • Senti che le politiche gestionali o la burocrazia frustrano la tua capacità a svolgere un buon lavoro? • Senti che c’è più lavoro da fare di quanto nella pratica sei in grado di svolgere? • Senti di non essere in grado di fare molte delle cose che sono necessarie per realizzare un lavoro di buona qualità? • Senti di non aver abbastanza tempo di pianificare quanto vorresti? Per calcolare il risultato, assegnare il seguente punteggio: 1 – Mai; 2 – Raramente; 3 – Qualche volta ; 4 – Spesso ; 5 – Molto spesso/Sempre. Risultati 15-18 : lievi segni di burnout; 19-32 : lievi segni di burnout, più marcati se alcuni punteggi sono elevati; 33-49 : rischio di burnout, specialmente se alcuni punteggi sono alti; 50-59 : alto rischio di burnout; 60-75 : altissimo rischio di burnout. F


L’OSSERVATORIO POLITICO

È

Pubblicato il Decreto per la razionalizzazione delle Forze di Polizia

stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 12 settembre 2016 il Decreto Legislativo 19 agosto 2016, n. 177 che prevede disposizioni in materia di razionalizzazione delle funzioni di polizia e assorbimento del Corpo Forestale dello Stato, ai sensi dell’articolo 8, comma 1, lettera a), della Legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche. Il decreto disciplina la razionalizzazione e il potenziamento dell’efficacia delle funzioni di polizia e l’assorbimento del Corpo Forestale dello Stato, l’attribuzione delle relative funzioni, risorse strumentali e finanziarie, nonché il conseguente transito del personale del medesimo Corpo. L’articolo 2 definisce i comparti di specialità delle Forze di polizia . La Polizia di Stato, l’Arma dei Carabinieri e il Corpo della Guardia di Finanza esercitano, in via preminente o esclusiva, secondo modalità stabilite con decreto del ministro dell’Interno: Polizia di Stato: Sicurezza stradale; Sicurezza ferroviaria; Sicurezza delle frontiere; Sicurezza postale e delle comunicazioni; Arma dei carabinieri Sicurezza in materia di sanità, igiene e sofisticazioni alimentari; Sicurezza in materia forestale, ambientale e agroalimentare; Sicurezza in materia di lavoro e legislazione sociale; Sicurezza del patrimonio archeologico, storico, artistico e culturale nazionale; Corpo della Guardia di Finanza: Sicurezza del mare, in relazione ai compiti di polizia, attribuiti dal presente decreto, e alle funzioni già svolte, ai sensi della legislazione

vigente e fatte salve le attribuzioni assegnate dalla legislazione vigente al Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera; Sicurezza in materia di circolazione dell’euro e degli altri mezzi di pagamento. Il Decreto in questione mira alla razionalizzazione della dislocazione delle Forze di polizia sul territorio, privilegiando l’impiego della Polizia di Stato nei comuni capoluogo e dell’Arma dei Carabinieri nel restante territorio. La Guardia di Finanza svolge prevalentemente funzioni di polizia economico finanziaria a competenza generale. Vengono razionalizzati i servizi navali e, in conseguenza di ciò, al fine di consentire alla Guardia di Finanza di poter esercitare le proprie funzioni in mare, sono soppressi i siti navali dell’Arma dei Carabinieri, ad eccezione delle moto d’acqua impiegate nella laguna di Venezia e altri presidi minori necessari per la sicurezza pubblica, le squadre nautiche della Polizia di Stato ed i siti navali della Polizia Penitenziaria, ad eccezione di quelli di Livorno e di Venezia. Sarà quindi la Guardia di Finanza ad assicurare il supporto navale alle altre Forze di polizia, nonché quello aereo alla Polizia Penitenziaria, per le traduzioni dei detenuti. Il decreto prevede altresì la gestione associata dei servizi strumentali delle Forze di polizia attraverso Consip S.p.a., adottata nell’ambito dell’ufficio per il coordinamento e la pianificazione, di cui alla legge 121/81. E’ prevista la stipula di particolari protocolli, per tutto ciò che riguarda strutture per l’addestramento al tiro, mense di servizio, pulizie e manutenzione, procedure per l’acquisizione e l’addestramento di animali per reparti ippomontati e cinofili e acquisto dei

relativi generi alimentari, approvvigionamento di materiali, servizi e dotazioni per uso aereo, programmi di formazione specialistica del personale, adozione di programmi congiunti di razionalizzazione degli immobili, ai fini della riduzione dei siti passivi sostenuti per la locazione di immobili privati da adibire a caserme, approvvigionamento congiunto o condiviso dei servizi di erogazione di energia elettrica e di riscaldamento, con la prospettiva di unificazione dei programmi di risparmio energetico rispettivamente già avviati, approvvigionamento di equipaggiamenti speciali, approvvigionamento di veicoli. Sono anche previsti programmi di centralizzazione di acquisti e gestione associata di beni e servizi tra le forze di polizia e le forze armate, nonché la realizzazione del numero unico di emergenza europeo su tutto il territorio nazionale, ovvero il 112. La questione più spinosa di tutte riguarda evidentemente l’assorbimento del Corpo Forestale dello Stato nell’Arma dei Carabinieri e l’attribuzione delle funzioni alla stessa Arma. Quindi, in virtù di quanto previsto dall’articolo 7, il Corpo Forestale dello Stato è assorbito nell’Arma dei Carabinieri, la quale esercita le funzioni già svolte dal citato Corpo, ad eccezione delle competenze in materia di lotta attiva contro gli incendi boschivi e spegnimento con mezzi aerei degli stessi, attribuite al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. E’ stata sicuramente questa la questione maggiormente dibattuta in quest’ultimo anno, in ogni sede, considerato che il transito di un Corpo civile, in uno militare, e il conseguente scioglimento delle organizzazioni sindacali, ha fin da subito suscitato non poche perplessità. F

Polizia Penitenziaria n.242 • settembre 2016 • 7

Giovanni Battista Durante Redazione Politica Segretario Generale Aggiunto del Sappe durante@sappe.it

Nella foto: il numero unico per le emegenze


IL COMMENTO

Roberto Martinelli Capo Redattore Segretario Generale Aggiunto del Sappe martinelli@sappe.it

Nun ve reggae più... O

Nella foto: il frontone della sede della Corte di Cassazione a Roma

gni giorno si leggono sulle cronache dei giornali notizie tali da farmi dire, sempre con più frequenza: “fermate l’Italia, voglio scendere”. Mi spiego meglio. Sono una persona che ha molti interessi, sono marito e padre, e penso di essere una persona affidabile. Credo in quello che faccio e nel rispetto reciproco, nell’onestà, nella serietà, nel rispetto delle tradizioni e dei valori sociali.

L'altro è far sentire un individuo dentro una comunità, mutare la massa in popolo, dare simboli, inserire la vita del presente dentro una storia: è la politica come anima civile e passione ideale, che non offra solo promesse contabili o esprima rancori e invettive, ma che incarni principi ideali. In questo contesto sociale, lo Stato si deve dare da fare per migliorare la legittima difesa, inasprire le pene per chi commette reati a forte impatto

Per me assumono importanza una cultura politica e una visione del mondo di orientamento comunitario, che cerca di fondere e valorizzare nella sua azione politica l’unità nazionale, il senso dello Stato, i valori della famiglia, dei corpi intermedi (come associazioni, gruppi politici, ordini professionali...) e delle comunità locali. Per questo, assume per me molta importanza l'educazione civica, ovvero quell’insieme di insegnamenti e approfondimenti che dovrebbero tendere alla creazione di un senso di appartenenza ad un comune destino. Quell’educazione a comportamenti virtuosi che concorrono alla costruzione di una comunità di valori. In questo contesto, ritengo che la politica abbia due compiti essenziali: uno è governare e decidere, amministrare gli interessi generali, cambiare le cose e incidere sulla realtà.

sociale, come i furti, e soprattutto chiedere certezza della pena. Non uno Stato di polizia, sia chiaro, ma uno Stato serio, credibile, di cui nessuno possa beffarsi, perché le persone perbene desiderano vivere in un Paese in cui lo Stato svolga in modo efficiente una delle funzioni per cui è nato: garantire la sicurezza dei propri cittadini, in particolar modo dei più indifesi. Chi sbaglia deve pagare, non solo attraverso le sanzioni e la detenzione ma anche svolgendo lavori di utilità sociale verso la comunità che ha danneggiato con il proprio comportamento. E invece, da quel che si legge periodicamente, mi sembra si stia andando da tutt’altra parte. Alcuni esempi. Nei giorni scorsi sono stati resi pubblici i contenuti di un’udienza della Cassazione del 28 giugno scorso che ha chiarito come non vi possa essere più alcuna

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condanna al carcere per chi commette il reato di atti osceni masturbandosi nella pubblica via, anche nel caso in cui chi compie questa sgradevole e prevaricatoria interferenza con l'altrui sensibilità non lo abbia fatto «occasionalmente» ma abbia scelto il “teatro della sua esibizione scegliendo appositamente una strada frequentata da giovani ragazze”. E questa è la conseguenza pratica della depenalizzazione di alcuni reati introdotta dal Decreto legislativo n.8 del 2015, tra i quali rientrano appunto gli atti osceni ad eccezione di quelli commessi nei luoghi frequentati da minori. Il responsabile, un settantenne di Catania, dovrà adesso solo pagare una multa amministrativa la cui entità sarà decisa dal Prefetto di Catania per una cifra che dovrà essere compresa tra i cinquemila e i 30mila euro, come stabilito dalle norme e sempre ammesso che ne abbia tale disponibilità economica. Così è diventata carta straccia la condanna inflitta a questo molestatore dalla Corte di Appello di Catania il 14 maggio 2015. In primo e secondo grado, l'uomo era stato condannato a tre mesi di reclusione convertiti nella multa di 3.420 euro. Ora gli effetti penali scompaiono. E’ giustizia questa? Altro esempio. Nicolas Orlando Lecumberri, il 23enne dj spagnolo arrestato il 27 luglio scorso a Milano dopo una lunga serie di (immotivate) aggressioni con i pugni avvenute in strada contro dei passanti inermi, è "scomparso" dopo essere stato scarcerato il 1 settembre perché il "gip di Milano Livio Cristofano" non ha disposto "alcun servizio di scorta dal carcere al luogo degli arresti domiciliari" in una clinica psichiatrica di Varazze, in Liguria. L’uomo è uscito dal carcere e se ne è


IL COMMENTO andato in Spagna. Dopo il clamore mediatico del caso, è stato chiesto dalla Procura di Milano un mandato d'arresto europeo. Sulla richiesta, firmata dai pm Adriano Scudieri e Cristian Barilli che si sono consultati con il procuratore di Milano Francesco Greco, dovrà esprimersi ora il Gip Livio Cristofano. Lo stesso Gip rischia però di finire nei guai proprio per aver concesso a Lecumberri gli arresti domiciliari senza disporne l'accompagnamento con la scorta della Polizia Penitenziaria. Immagino (e immaginate) quale senso di ingiustizia e di rabbia possano provare le persone colpite a calci e pugni in faccia dal violento spagnolo mentre passeggiavano per strada... Terzo esempio. Un ex trafficante di droga si è rivolto al Tribunale competente per denunciare le condizioni in cui ha vissuto durante la detenzione ed ha ottenuto un risarcimento pari a 10.592 euro. Hanno scritto i giudici nella sentenza registrata lo scorso 23 agosto: «Si dichiarano illegittime le condizioni detentive alle quali il ricorrente è stato sottoposto nel periodo di detenzione nella casa circondariale di Massa». L’ex trafficante aveva tra l’altro dichiarato di «essere stato costretto, durante la reclusione, a un trattamento disumano e degradante, stante tra l’altro l’alto grado di promiscuità che connotava la vita carceraria dovuto alla convivenza di numerose persone in spazi molto ristretti e all’insufficienza del riscaldamento nelle celle, specie nel periodo invernale». Quasi fosse una scelta personale quella di entrare in carcere da detenuto... Certo non è questo il primo caso in Italia. Sono migliaia gli ex detenuti che hanno ottenuto dallo Stato un indennizzo economico - foraggiato con i soldi dei contribuenti onesti – dopo che nel giugno 2014 il Consiglio dei Ministri approvò un Decreto sui risarcimenti ai detenuti che sono stati ristretti in celle o spazi sotto i tre metri e hanno per questo fatto ricorso alla Corte dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo. La misura rientrava tra quelle messe in campo contro il sovraffollamento per

rispondere alle richieste imposte dalla Corte di Strasburgo dopo la condanna pronunciata nei confronti dell'Italia nel gennaio 2013. In sintesi, lo Stato ha tagliato e taglia le risorse a favore della sicurezza e della Polizia Penitenziaria in particolare e poi ha previsto (e paga) un indennizzo economico giornaliero per gli assassini, i ladri, i rapinatori, gli stupratori, i delinquenti che sono stati in celle sovraffollate! A noi poliziotti hanno congelato e non pagato gli avanzamenti di carriera, le varie indennità, il rimborso delle rette per gli asili nido, addirittura ci fanno pagare l'affitto per l'uso delle stanze in caserma e poi hanno previsto lo stanziamento di soldi per chi le leggi le ha infrante e le infrange... O vogliamo parlare di coloro che

‘giustizia ingiusta’. Mi limito ad osservare che con la legge n. 47 del 2015 sono state introdotte significative modifiche al codice di procedura penale in materia di misure cautelari personali. Tra esse, l’innalzamento a 5 anni del limite che consente l’applicazione della misura custodiale in carcere e la preclusione della più afflittiva misura cautelare se il giudice ritiene che, all’esito del giudizio, la pena detentiva da eseguire non sarà superiore ai 3 anni. Insomma, se i detenuti sono tanti e le carceri invece poche, non si pensa a costruire nuovi penitenziari e ad assumere il personale, di Polizia e amministrativo, che serve. No. Chi ci governa ha deciso un’altra soluzione: niente carcere a coloro che

neppure entrano in carcere (se gli va male, finiscono ai domiciliari a casa loro) anche se hanno picchiato bimbi all’asilo, anziani negli ospizi o hanno portato loro via i risparmi di una vita introducendosi nelle loro case con le odiose truffe dei falsi poliziottiimpiegati delle poste-operai? O, ancora, delle borseggiatrici pluripregiudicate sempre in libertà perché perennemente gravide, dei delinquenti sorpresi a rubare e spacciare e subito rimessi in libertà e di nuovo riarrestati? O vogliamo parlare dell’indiano accusato di aver tentato di rapire una bambina sul lungomare di Scoglitti, nel Ragusano - un caso che aveva acceso le polemiche per la decisione della Procura di non trattenere lo straniero in carcere – che anziché starsene in carcere 20 anni è stato espulso (con biglietto aereo pagato dallo Stato italiano)? Questi sono solamente alcuni esempi di

si sono resi responsabili di reati, con buona pace di chi quei reati li ha subiti e del lavoro delle Forze dell’Ordine e di Polizia. Ma, di questo passo, dove andremo a finire? Possibile che nessuno si stupisca più di nulla? Davvero dobbiamo restare silenti di fronte a queste assurdità, a questo schifo, a questo degrado morale di un Paese che pure è stato Patria di "un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori"? Era davvero avanti anni luce il compianto Rino Gaetano, che nella sua grandezza di cantautore ebbe a scrivere, nel 1978, una indimenticata (ed attualissima) canzone. Ecco, modificandone leggermente il titolo, è proprio quello che vorrei dire io a chi ha concepito e partorito certi obbrobri legislativi: “Nun ve Reggae più…” F

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Nelle foto: sopra l’iscrizione sul Palazzo della Civiltà Italiana (o della Civiltà del Lavoro) nel quartiere Eur di Roma a sinistra Rino Gaetano


a cura di Francesco Campanella Maria A. D’Avanzo Massimiliano Di Luigi Laura Moretti INAIL Aerea Ricerca Certificazione Verifica Dipartimento di Medicina Epidemiologica, Igiene del Lavoro ed Ambientale Giuseppe Gasperini Francesco Iorio Giovanni Palombi Ospedale Sandro Pertini di Roma Massimo Mattozzi rivista@sappe.it

SISTEMA SANITARIO REGIONALE

SICUREZZA E SALUTE Prevenzione dei rischi da Gestione della sicurezza esposizione del poliziotto penitenziario che accompagna il detenuto in Risonanza magnetica all’esame di RM

L

a sicurezza sul lavoro intesa come l'insieme delle misure preventive da adottare per rendere salubri e sicuri i luoghi di lavoro rappresenta, ad oggi, uno degli aspetti di maggiore criticità a cui il datore di lavoro è tenuto a rispondere.

Questo articolo ha lo scopo di sensibilizzare il lettore sui rischi specifici cui potrebbero essere esposti i lavoratori appartenenti al Corpo della Polizia Penitenziaria quando, per esigenze lavorative, devono accompagnare i detenuti da sottoporre ad esame di risonanza magnetica presso le strutture cliniche. In questa situazione gli agenti possono essere esposti a rischi di natura interferenziale, ovvero non direttamente connessi alla loro specifica mansione, dettati dalla necessità di dover presenziare anche all’interno del sito RM durante l’esame per non lasciare mai solo il detenuto.

L’accesso all’interno del sito di risonanza magnetica può, quindi, esporre l’agente di Polizia Penitenziaria a scenari di rischio insoliti per la sua mansione. La sottovalutazione o non conoscenza adeguata dei fattori di rischio, l’assenza di una corretta prassi organizzativa e la mancata sistematica collaborazione tra le figure incaricate alla gestione della sicurezza può accentuare notevolmente il rischio. Al fine di perseguire una logica ed attesa minimizzazione dei fattori di rischio diventa, quindi, fondamentale la definizione di procedure comportamentali specifiche per il tipo di mansione e l’organizzazione di corsi di formazione e informazione, durante i quali gli agenti di Polizia Penitenziaria dovranno essere messi a conoscenza dei rischi ai quali potrebbero essere esposti e dei comportamenti da rispettare. Il sito RM: le aree a rischio e l’accesso al sito Il sito di risonanza magnetica si definisce come l’insieme di locali ed aree destinate in via esclusiva al supporto dell’attività diagnostica RM. L’intero ambiente deve essere perimetralmente confinato al fine di garantire l’interdizione all’accesso nelle zone di rischio a tutti i soggetti non abilitati, ovvero di consentire l’ingresso, attraverso un unico accesso controllato, al solo personale autorizzato - a vario titolo - ad accedervi, ai pazienti (e volontari sani) da sottoporre ad esame diagnostico, agli accompagnatori e visitatori. Ulteriori ingressi al sito RM

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dovranno essere riservati al personale autorizzato. Le aree di rischio presenti in un sito RM sono le zone ad accesso controllato (z.a.c.) e le zone di rispetto. Si definiscono z.a.c. le aree ove è presente un campo magnetico statico disperso pari o superiore a 0,5 mT.

In tali aree è precluso il libero accesso di coloro che abbiano controindicazioni all’esposizione al campo magnetico statico e agli individui non autorizzati, attraverso la realizzazione di barriere fisiche fisse idonee. All’interno della z.a.c. insiste la zona controllata (z.c.), l’area all’interno del sito ove sussiste il vero rischio fisico correlato alla presenza di campi magnetici significativi (pari ad almeno 0,5 mT). Ad oggi tale zona coincide tipicamente con la sala RM e al più con il locale tecnico, posizionato generalmente nel lato posteriore della sala magnete. Le zone di rispetto sono invece le aree interessate da valori di campo magnetico statico disperso di almeno 0,1 mT ed inferiori a 0,5 mT; tali zone non devono necessariamente essere contenute all’interno del sito RM, ma non devono, comunque, sconfinare dal presidio in proprietà terze. Per personale autorizzato si intendono tutti quei lavoratori che abitualmente e per giustificato motivo, legato all’espletamento della specifica mansione lavorativa, siano stati autorizzati dal datore di lavoro a permanere nelle zone di rischio.


SICUREZZA E SALUTE presenti all’interno della sala RM (le radiofrequenze non oltrepassano la sala RM poiché essa è esternamente schermata da una gabbia di Faraday) solo durante l’esecuzione dell’esame. Rischi per la sicurezza Nel sito RM è’ vietato l’accesso al personale non autorizzato. Tipologie dei principali fattori di rischio presenti L’ingresso in sala esame, dove è presente il magnete, espone i soggetti coinvolti, come gli agenti accompagnatori dei detenuti, a rischi che possono essere suddivisi in base alla loro natura in: • rischi per la salute, quando derivano dall’esposizione a particolari agenti che possono essere di natura fisica, chimica a o biologica; • rischi per la sicurezza legati a carenze strutturali, alla presenza di macchinari e alla loro corretta gestione; • rischi trasversali/organizzativi legati ad una carenza o inadempienza della organizzazione e attuazione di misure comportamentali. Rischi per la salute • presenza di un campo magnetico statico tanto più intenso quanto più ci si avvicina al magnete;

• segnali di radiofrequenza utilizzati per finalità diagnostiche nel corso della prestazione medica e che sono

• ingresso accidentale di oggetti ferromagnetici all’interno della sala RM. Questo scenario è determinato da una scarsa percezione del rischio da parte degli agenti di polizia e dalla presenza costante del campo magnetico statico generato dall’apparecchiatura, di fatto non visibile, capace di attrarre qualsiasi materiale ferromagnetico che dovesse essere erroneamente introdotto in sala magnete, come ad esempio le armi;

• presenza di liquidi criogeni (elio liquido), nel caso di magneti superconduttori, racchiusi sotto pressione all’interno del tomografo. L’eventuale fuoriuscita di elio gassoso, a seguito di un incidente, potrebbe comportare ulteriori rischi quali: a) soffocamento, a causa della notevole riduzione della concentrazione di ossigeno in sala RM (aumento della concentrazione di elio gassoso - si evidenzia che un litro di elio liquido, alla temperatura di 20 °C produce, espandendosi, circa 750 litri di elio gassoso e che un tomografo RM può contenere oltre 1.000 litri di elio liquido); b) ustioni da freddo, dovuto al contatto del corpo umano con l’elio che si trova a bassissima temperatura (l’elio liquido contenuto nel tomografo RM ha una temperatura inferiore a -268,9 °C - punto di ebollizione dell’elio).; c) incendio, dovuto alla condensazione dell’ossigeno “in sacche”, a causa dell’abbassamento della temperatura; d) blocco della porta di ingresso della

sala RM, dovuto all’aumento della pressione interna alla medesima per l’espandersi dell’elio. Tale situazione, anche se protratta per un breve lasso di tempo, potrebbe sia non permettere rapidamente l’uscita delle persone coinvolte nell’incidente, esponendole per maggior tempo al fattore di rischio, che ritardare - o vanificare un possibile intervento di soccorso, aumentando comunque la probabilità che si verifichi un danno e che il danno, che da quell’incidente ne deriverebbe, sia di entità maggiore. Rischi trasversali e organizzativi • mancata identificazione, durante lo screening preventivo dell’accompagnatore, della presenza nel medesimo di controindicazioni all’esposizione ai fattori di rischio tipicamente presenti in sala esame; • mancata formazione, informazione ed addestramento del personale coinvolto;

• mancata comunicazione tra le figure deputate alla sicurezza.

Dato il particolare scenario di rischio a cui il lavoratore in questione può andare incontro, gli elementi

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SICUREZZA E SALUTE fondamentali per un buon funzionamento di tutti i sistemi di prevenzione e protezione contro i possibili rischi derivanti dalla presenza di un tomografo RM, sono legati alla capacità del lavoratore di saperli gestire con competenza e professionalità ed è pertanto importante che lo stesso sia informato e formato adeguatamente in relazione alle operazioni previste e sia addestrato sulle tecniche operative a cui bisogna attenersi.

nell’ambiente in cui è destinato ad operare; • sulle misure di prevenzione e di emergenza da adottare; • sulle corrette procedure di comportamento da rispettare. L’ingresso nel sito RM, non può avvenire, nel caso di personale dotato di protesi metalliche di nessun genere, pace-maker, o di personale che presenti una situazione clinica per la quale è controindicata l’esposizione ai campi magnetici. Si precisa che tutti coloro che accedono alla zona ad accesso controllato devono controfirmare l'apposita “Scheda di presa visione del Regolamento di Sicurezza”. Ricorda: ogni accesso al sito va effettuato sempre con la presenza di almeno un operatore autorizzato.

Comportamenti corretti da adottare Tutti i lavoratori autorizzati a svolgere la propria attività all’interno del sito RM, devono essere formalizzati all’interno di un “Elenco del personale autorizzato” e, per ciascuna categoria, devono essere predisposte indicazioni univoche di comportamento, da riportare all’interno del Regolamento di Sicurezza e che tengano conto delle singole specificità. I lavoratori, la cui presenza risulti, invece, essere non continuativa all’interno del sito RM, devono essere di volta in volta autorizzati dal medico di turno nel sito RM, il quale avrà il compito di verificare la non sussistenza di eventuali controindicazioni e di informare il personale: • sui rischi specifici esistenti

Il personale addetto alla custodia del detenuto si dispone all’esterno della sala magnete, ove può tenere le armi a disposizione, presidiare l’unica entrata alla sala magnete e controllare a vista il detenuto che esegue l’esame sia dalla vetrata che dalla telecamera posta internamente alla sala magnete. Nei rari casi in cui l’agente di Polizia Penitenziaria incaricato della custodia del detenuto, debba entrare in sala RM e presenziare all’esame per sorvegliare il detenuto “a vista” e a stretto contatto, prima dell’ingresso in sala, deve: • preventivamente sottoporsi a visita medica da parte del Medico Competente della struttura di appartenenza, al quale spetta il giudizio di idoneità sanitaria specifica, da emettere sulla base di uno specifico protocollo di sorveglianza sanitaria; • compilare insieme ai responsabili la scheda di idoneità all’accesso in sala magnete;

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• lasciare fuori dalla sala magnete ogni oggetto metallico indossato (chiavi, ciondoli, forcine, orologi, schede magnetiche, carte di credito, occhiali con montatura metallica, ecc); • sottoporsi al controllo del metal detector; • posizionarsi distante dal magnete in prossimità delle pareti della sala RM ed evitare, per quanto possibile, rapidi movimenti in prossimità del magnete. Il personale addetto alla custodia del detenuto è tenuto, inoltre, anche a rispettare eventuali prescrizioni di sicurezza formulate dal datore di lavoro. Per quanto riguarda la gestione delle armi appartenenti agli agenti di Polizia Penitenziaria, indispensabili per il controllo del detenuto, sarà necessario codificare una procedura specifica che ne preveda la verifica del grado di compatibilità con l’eventuale accesso in sala RM.

L’introduzione di dispositivi quali armi, manette, etc, può, infatti, avvenire solo in caso di totale amagneticità, in quanto la presenza di materiale ferromagnetico all’interno della sala RM potrebbe mettere in pericolo la sicurezza e l’incolumità del personale e del paziente, a causa della forte attrazione esercitata sugli stessi dal magnete (effetto proiettile). Comportamenti da evitare Gli eventuali accessi “giustificati ed autorizzati” nel sito RM e nella sala esami, devono avvenire solo nel caso di personale informato sui rischi presenti nel particolare contesto dei tomografi RM. E’ vietato: • l’ingresso di personale non autorizzato in sala RM;


L’AGENTE SARA RISPONDE... • l’ingresso di personale dotato di protesi metalliche, pacemakers, donne in stato di gravidanza, o personale che presenti qualsiasi situazione clinica che controindichi l’esposizione a campi elettromagnetici; • l’introduzione in sala magnete di materiale ferromagnetico.

Fruizione dei riposi per l’allattamento del bambino Continuando sulla strada della sempre maggiore interconnessione delle informazioni tra Rivista cartacea e sito internet (poliziapenitenziaria.it), da questo numero arriva su queste pagine l’Agente Sara già riferimento fisso sul web e che ora darà risposte a chiunque ponga un quesito su problematiche legate al nostro lavoro. Buona lettura.

B Il sito RM è, dunque, un ambiente in cui possono coesistere diversi rischi legati direttamente o indirettamente all’esecuzione dell’esame. La sala RM è l’area a maggior criticità, dove è maggiormente indispensabile il rispetto dei codici comportamentali, al fine di garantire la sicurezza e prevenire la possibilità di infortunio. Per quanto sopra detto, ovvero per il particolare scenario di rischio a cui il lavoratore in questione può andare incontro, occorre gestire le problematiche connesse attraverso una maggiore consapevolezza e percezione del pericolo, attraverso l’identificazione di procedure operative specifiche da rispettare durante lo svolgimento di tali attività, finalizzate a garantire la sicurezza degli operatori, dei pazienti e di tutte le altre categorie autorizzate ad accedere all’interno del sito RM, nonché attraverso percorsi di formazione ed informazione, da attuare a tutto il personale che può accedere all’interno del sito. Per maggiori dettagli è possibile scaricare il file “Accompagnatori Speciali in un sito di Risonanza Magnetica: il caso degli Agenti di Polizia Penitenziaria”. Prossimamente disponibile sul sito www.inail.it nella sezione ricerca (“radiazioni Ionizzanti- imaging medico”). F

uongiorno Agente Sara, mi chiamo Stefano, sono un Assistente della polizia penitenziaria, da pochissimo tempo, sono diventato papà di una bambina di nome Gaia. A questo proposito volevo chiederti, come funzionano i riposi per allattamento quando a fruirne è il padre lavoratore e non la madre? Ti faccio presente infatti che mia moglie è casalinga e non svolge alcuna attività lavorativa. Laddove potessi usufruirne, potresti indicarmi anche la documentazione da presentare alla segreteria del mio istituto? Grazie! Assistente Stefano Buongiorno Assistente Stefano. I riposi giornalieri per l'allattamento ex art. 40 del D.Lgs. 151/2001 - T.U. maternità/paternità, sono dei riposi orari concessi durante il primo anno di vita del bambino, mirati a consentire l’importante funzione di nutrimento dello stesso. Si ha diritto a riposi orari per allattamento di due ore, se l'orario giornaliero lavorativo risulta pari o superiore a 6 ore al giorno, ovvero permessi di un'ora in caso di orario giornaliero di lavoro di durata inferiore a 6 ore. Ti richiamo quanto disciplinato dal Ministero del Lavoro, della Salute e Politiche Sociali con lettera circolare C/2009 del 16 novembre 2009 che, ha interpretato l’indirizzo del Consiglio di Stato (Sentenza n. 4293 del 9 settembre 2008) nel senso del maggior favore del ruolo genitoriale, ed ha pertanto riconosciuto il diritto del padre a fruire dei riposi giornalieri, ex art. 40 del T.U.

151/2001, sempre nel caso di madre casalinga, senza eccezioni ed indipendentemente dalla sussistenza di comprovate situazioni che determinano l’oggettiva impossibilità della madre stessa di accudire il bambino. Per quanto riguarda la documentazione da presentare in segreteria occorre: a) istanza del dipendente, ove si richiede di usufruire dei riposi giornalieri per l'allattamento ex art. 40 del D. Lgs. 151/2001 - T.U. maternità/paternità; b) certificato di nascita da cui risulti la paternità e la maternità o da altra certificazione attestante gli stessi elementi ovvero da una dichiarazione sostitutiva; c) una dichiarazione della madre relativa alla sua attività di lavoro non dipendente e che la stessa non fruisce di tali permessi orari. Agente Sara.

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Roberto Thomas* Docente del Master di criminologia presso l’Università di Roma La Sapienza Già Magistrato minorile rivista@sappe.it

CRIMINOLOGIA

Le motivazioni dell’uso di droga da parte dei giovanissimi

R

iprendendo la tematica della tossicodipendenza minorile, già affrontata in questa Rivista (vedasi Polizia Penitenziaria n. 228 del maggio 2015 pag. 10) è parso utile stimare concretamente la fenomelogia delle motivazioni per le quali i giovanissimi entrano nel circolo delle sostanze stupefacenti. A tal proposito si è proceduto a somministrare un questionario a risposta aperta a 158 persone, fra i quattordici e i ventuno anni, residenti a Roma, fruitori di droghe pesanti e leggere .

Nella foto: fumatore di marijuana

L’estrazione sociale del campione intervistato è generalmente media, con alcune situazioni caratterizzate da un benessere più elevato. Le sostanze maggiormente utilizzate risultano essere cocaina, hashish e marijuana; in minor misura appare l’utilizzo di eroina. Il processo di assunzione segue tendenzialmente il filo droga leggera che sfocia nell’assunzione di sostanze maggiormente dannose; l’età di inizio si aggira tra i 14 e i 15 anni. Una prima caratteristica da evidenziare è la normalizzazione che viene associata al consumo di erba

nelle sue svariate forme (“sconsiglio le droghe pesanti, ma l’erba invece gli direi di provarla”; “ad un ragazzo direi che provare erba non è così sbagliato”). Esso risulta essere una modalità di divertimento e svago con gli amici e si potrebbe quindi supporre che l’uso è prevalentemente ricreativo-relazionale, venendo meno l’aspetto simbolico di trasgressione. La maggior parte degli intervistati ritiene di non essere dipendente dalla cannabis, nonostante un utilizzo smodato, talvolta giornaliero. ( “le canne non le consideriamo perché non è droga e non c’è dipendenza; “non credo di essere mai stato dipendente essendo una droga molto leggera” ) In merito alle sensazioni esperite e la dimensione simbolica relative al consumo di sostanze leggere, vi è una prevalenza di rilassatezza, tranquillità, pace , divertimento con gli amici e quindi, più in generale, il consumo appare una modalità di evasione dalle problematiche quotidiane, una valvola di sfogo(“fumare mi faceva sentire meglio, non mi faceva pensare, fumare ti leva i pensieri negativi”). Invece, le sensazioni e le valenze simboliche riportate, nell’assunzione di droghe pesanti, attengono alla libertà-energia (“voglia di spaccare tutto”), impercettibilità della stanchezza ma anche sfinitezza (“l'eroina ti dà la carica fisica ma poi appena finisce l’effetto, crolli”), evitare la noia e sentirsi più grandi (“lo stavano facendo tutti, specie quelli più grandi”; “la prima volta è stato con uno più grande di me”), onnipotenza e dominio rispetto al gruppo di pari (“percezione di benessere, onnipotenza... mi facevano sentire come una leader

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perché spesso compravo io la roba... mi sentivo forte e considerata”; “mi sentivo più leader, soprattutto nel vedere che gli altri dipendevano da me nel cercarla e trovarla”). Anche nel caso delle droghe pesanti, la maggior parte degli intervistati non si percepisce come dipendente dalla sostanza (“Ho il vizio ma non l’esigenza”;” facevo uso di cocaina in modo costante... mi sono pure reso conto che stavo a fa n’abuso, ma tossicodipendente non me ce so' mai considerato; “Non ho fatto e non sto facendo alcun percorso... ho diminuito, riesco a gestirmi”). Nell’assunzione di sostanze pesanti ciò che sembra emergere e ricorrere, sia in modo esplicitamente che implicitamente dichiarato, è una condizione di fragilità personale e insicurezza (“ sentirmi al centro dell’attenzione, anche con le compagne di scuola”) alla quale il soggetto non riesce a rispondere se non attraverso un ausilio esterno (l’assunzione della sostanza, appunto), una sorta di gabbia che funga al contempo da riparo e da azione: ciò si evidenzia nella volontà di imporsi, dominare, mettersi in luce attraverso la ricerca della sostanza, mentre il consumo diviene poi un rituale da condividere con un circolo di amici; sono delle modalità utili a vincere (o ad illudersi di vincere) il timore della solitudine umana, del non essere accettati e accettabili e, in definitiva, il dramma del risultare invisibili, di non esistere. Analizzando le risposte fornite in merito all’influenza del contesto sociale (scuola, famiglia, gruppo di pari) sull’assunzione emergono due dati evidenti: il gruppo dei pari facilita l’inizio dell’assunzione, specie per ciò che riguarda l’erba, divenendo spesso


CRIMINOLOGIA un corollario necessario al consumo (“l’uso della cannabis era un modo per farmi due risate con gli amici... fumavo solo in compagnia di amici”; “lo facevano tutti nella comitiva”), anche se ciò non esclude e anzi si integra con la modalità di consumo solitario ; mentre i problemi e, più in generale, lo stile educativo del contesto familiare talora vengono citati come facilitatori dell’assunzione nei casi in cui i soggetti ammettono i disagi vissuti nel nucleo familiare con riferimento soprattutto all’assenza delle figure genitoriali e ad una scarsa attenzione/affetto da parte delle stesse. Di maggiore impatto sembra essere la presenza di persone che nel contesto ambientale (parenti o amici stretti) hanno avuto pregresse esperienze di abuso, se non di vera e propria tossicodipendenza (“in famiglia mio zio è morto di eroina”; “mio zio si faceva”; una mia conoscente è morta di eroina a 17 anni). Il fattore che sembra essere ancora più decisivo è quello scolasticoamicale (“a scuola c’è tanta gente e ti fai coinvolgere dalla popolarità per stare in mezzo a loro; hanno inciso l’ambiente sociale e il mio quartiere; “l’amico stava acchittando una botta e me ne offriva un’altra e li accettavo, pe faje compagnia”). Interessante notare come talora si associ al consumo solitario il sintomo di effettiva dipendenza, la quale invece non era stata rilevata durante il consumo condiviso, mettendo così in rilievo come il carattere ricreativo di gruppo anestetizzi e distorca consapevolezze e percezioni sul proprio stato psico-fisico ( in altre parole il consumo in gruppo normalizza il comportamento). Quasi nessuno ammette di essersi sentito costretto dal gruppo di amici a provare la sostanza, anche se in certi casi le risposte appaiono contraddittorie. Alla richiesta di esporre eventuali rimedi preventivi ed educativi come barriera al consumo di droghe, è emersa una concordanza generale sulla necessità di essere informati a scuola e di maggiore comunicazione

in famiglia sulla questione droghe, i relativi effetti nonché la possibilità di partecipare a gite in comunità per avere un contatto diretto con il tossicodipendente. Anche il tema della liberalizzazione delle droghe leggere mette quasi tutti d’accordo, pur adducendo motivazioni discutibili (“la canna non fa male, nessuno c’è mai morto... e poi chi è lo Stato pe levatte la scelta...”; ”Si così lo Stato non ci mangia più sopra”; “Si perché ridurrebbe l’uso della droga”; ”Sono favorevole perché secondo me non cambia molto visto che ormai fumano la maggior parte dei ragazzi dai 15 anni in su”); fa eccezione un’intervistata, che memore della propria esperienza di tossicodipendenza, si definisce contraria. Infine, l’aspetto economico legato all’acquisto delle sostanze ha un percorso comune: il rifornimento avviene tramite gli amici (sostanze leggere) ed i soldi utilizzati sono quelli della paghetta dei genitori; la situazione si aggrava nel caso della ricerca di sostanze pesanti: infatti, in diversi casi il soggetto si è spinto al furto in casa, alla rivendita di oggetti di valore, al prelievo tramite bancomat dei genitori, alla prostituzione, al micro-spaccio, al debito con gli amici pur di ottenere la somma necessaria al pagamento dello stupefacente. Il traffico delle sostanze sembra avvenire solo tra amici o conoscenti e solo in pochi casi viene fatto riferimento alla “piazza dello spaccio” (nello specifico, San Basilio) In conclusione, tenuto conto della riduttività del campione considerato, sembrano esserci punti di contatto con ricerche svolte in questi ultimi anni sulla figura del consumatore di sostanze psicoattive. Nell’immaginario collettivo, la figura del tossicodipendente emarginato e solitario perde il carico simbolico (di trasgressione, ribellione) a vantaggio di un consumatore, che pur abusando della sostanza, appare integrato nel contesto sociale e spesso capace di non destare troppi sospetti su tale problematica vivendo il consumo

come parte di un momento di svago, di una festa, di una gita, di una passeggiata al parco; lo stesso consumatore non si percepisce generalmente come dipendente dalle sostanze, leggere o pesanti che siano. Soprattutto in età minorile, il gruppo dei pari è fondamentale per l’iniziazione alla sostanza; sostanza che, nel lungo termine, rischia spesso di divenire un “affetto” sostitutivo, una panacea ad un malessere che è trasversale (dal tipico disagio adolescenziale che si manifesta sotto forma di ribellione, alla necessità di farsi accettare dal gruppo, fino al cosiddetto “malessere del benessere”, quando l’assunzione avviene per noia, per passatempo visto che le dinamiche consumistiche rendono, in particolar modo il minore, materialmente sazio)e riguarda un target trasversale, dal minore con problemi familiari all’ingegnere o avvocato che nel fine settimana consuma cocaina.

Quali soluzioni? Si potrebbe trarre spunto dalla risposta di un intervistato che ha abbandonato l’assunzione negli 8 mesi in cui è stato coinvolto in una relazione affettiva, affermando testualmente: “perché avevo un obiettivo. Ma se non hai stimoli non riesci a smettere”. Si può riflettere sul fatto che, specialmente i ragazzi in fase di sviluppo, debbano essere coinvolti in attività e progetti che favoriscano l’espressione e prima ancora, la scoperta delle proprie capacità al fine di essere stimolati ed attivati al raggiungimento di un obiettivo; in tal

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Nella foto: inizio e fine nell’assunzione di cocaina

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CRIMINOLOGIA modo il protagonismo, la necessità di far sentire la propria voce possono essere incanalati in forme e contesti più sani rispetto a quello legati al consumo-abuso delle sostanze stupefacenti. La più recente pubblicazione di dati sulle droghe è quella dell’Osservatorio San Patrignano, datata giugno 2016; interessanti alcune analogie con le interviste proposte: “Fermiamoli prima”. Questo lo slogan scelto da San Patrignano per la sua prima volta nella piazze italiane a sostegno della campagna di prevenzione in occasione della Giornata mondiale per la lotta alla droga.

Nella foto: i ragazzi della campagna di San Patrignano “Fermiamoli prima”

I fondi raccolti ai 110 banchetti presenti in tutta Italia sabato 25 e domenica 26 giugno serviranno proprio per sostenere il progetto di prevenzione rivolto ai giovani per fermarli prima che si avvicinino allo sballo e alle sostanze. Solo nel 2015 hanno fatto ingresso in Comunità, compresa la struttura di pre-accoglienza di Botticella (Novafeltria), 468 persone, di cui 77 ragazze e 391 ragazzi. Fra le ragazze l’età media è di 26 anni, mentre fra i ragazzi sale a 29. Sono 30 invece i minorenni. Fra le principali regioni di provenienza, la Toscana (66 ragazzi), l’Emilia Romagna (53), il Veneto (49) e poi Marche, Campania, Sardegna e Lombardia, tutte sopra i trenta

ingressi. Fra tutti questi, ben 68 sono genitori, di cui 57 padri e 11 madri. Oltre il 7% (35 di cui 18 extracomunitari) dei nuovi entrati sono stranieri, provenienti da 19 Stati e 4 continenti diversi (unica assente l’Oceania). Impressionante il fatto che oltre il 27% di chi è entrato in Comunità lo scorso anno ha almeno un genitore con una dipendenza, principalmente da alcol o eroina. Per lo più sono i padri ad avere problemi di dipendenza, il 24% contro il 9%. Del totale delle persone entrate in comunità – rivelano i dati dell’Osservatorio San Patrignano sulle dipendenze - , soltanto 9 non hanno mai fatto uso di droghe, entrati a San Patrignano o per problemi con il gioco d’azzardo (7) o alcolismo (2). Dei 459 che hanno fatto uso di stupefacenti, la droga più utilizzata è la cocaina, usata da 395 persone, oltre l’86%. Segue a stretto giro con 84% l’hashish (385 persone). Il 58% circa dei neo entrati ha fatto uso di eroina (267) ed ecstasy (265). Da sottolineare quindi che il 42% dei neoentrati non ha mai fatto uso di eroina. Minore, ma comunque importante l’uso di droghe sintetiche, con le anfetamine assunte dal 40% delle persone, gli allucinogeni (38%) e la ketamina (33%). Un altro dato che è interessante notare – si sottolinea nei dati - che il 58% dei neoentrati non ha mai fatto uso di droghe per via iniettiva, a evidenziare come la modalità di assunzione delle sostanze sia variata rispetto al passato. Per quanto riguarda la cocaina, pur rimanendo una forte prevalenza dell’uso per via inalatoria (la quasi totalità di che ne fa uso), ben il 40% arriva a farne uso anche per via iniettiva. Va presa in considerazione però anche quella che è la dipendenza primaria per chi è entrato in contatto con la Comunità nel 2015. Per il 40% dei presenti resta l’eroina, quindi la maggior parte di chi ne fa uso. La cocaina è la seconda sostanza per dipendenza primaria (33%).

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Per il 6% è l’hashish. Interessante vedere come l’uso di alcol sia patologico per il 36% dei neoingressi, mentre per il 34% è solita la pratica del binge drinking (e cioè l'assunzione smodata di alcol, finalizzata ad un rapido raggiungimento dell'ubriachezza, che viene praticata durante incontri di gruppo per concerti o altre occasioni festose, ovvero durante i fine settimana)... Secondo l’Osservatorio San Patrignano è significativo vedere anche come il primo contatto con tutte le sostanze sia avvenuto durante l’adolescenza. Si inizia in primis con l’hashish, fra i 14 e i 15 anni, poi con le droghe sintetiche attorno ai 16-17. Attorno ai 18 si affacciano eroina e cocaina. Verso i 21 invece l’inizio di droghe per via iniettiva. Particolare il dato che dei 458 entrati nel 2015 per dipendenza da sostanze, il 92% sono poliassuntori, vale a dire che nella loro storia di tossicodipendenza hanno provato più di una sostanza. Solo 37 coloro che hanno fatto uso solo di una droga. Per dieci questa è stata l’hashish, per tre l’eroina e per ben 24 la cocaina. Come si vede il quadro che emerge dalla precitata pubblicazione dell'Osservatorio di San Patrignano è sicuramente inquietante ed è purtroppo in linea con l'incremento dell'uso di droghe leggere che, benchè contenuto a circa tre punti percentuali negli ultimi due anni, necessita dell'auspicata “prova legislativa” di liberalizzazione (come si è già ricordato nel precedente articolo della Rivista Penitenziaria a cui si rinvia), al fine del suo contenimento. F * in collaborazione con gli allievi del corso di specializzazione in criminologia minorile, organizzato dalla Sapienza-Università di Roma : Andrea Bonciarelli, Elisa Bellachioma, Francesca Loise, Vanessa Ceccarelli, Valentina Cascione, Valeria Ferrari, Raj Diana Rathina, Eleonora Nocito, Angela Renzitelli, Gilda Pugliese, Valeria Taricani.


GIUSTIZIA MINORILE

Cenni sull’organizzazione e sulla gestione degli Istituti Penali per Minorenni

L’

introduzione del D.P.R. 230/2000, ben 16 anni fa, segnò un elemento di novità rilevante nell’ambito del Diritto Penitenziario. Tuttavia tale decreto non poteva supplire alla mancanza (come non può tutt’oggi) di un Ordinamento Penitenziario per i minorenni. Pertanto, la Giustizia Minorile, in questi anni, ha ritenuto opportuno focalizzare ed approfondire alcuni elementi del modello di intervento alla luce della normativa emanata da Organismi Europei – Regole minime per l’amministrazione della giustizia minorile - (ONU, Regole di Pechino) sulla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo e della recente giurisprudenza italiana in materia. A quanto pare, negli anni, si è reso necessario rivedere l’organizzazione degli Istituti Penali per Minorenni perché i mutamenti sociali hanno costretto ad adeguare il modello operativo al fine di contrastare una devianza minorile con rilevanti problemi anche di disagio psichico. In sostanza, nelle ultime circolari si è ritenuto sempre di riconfermare la suddivisione in gruppi d’utenza, del valore del lavoro in gruppo come strumento pedagogico indispensabile per un’azione psico-educativa efficace. Il principio fondamentale che deve permeare l’organizzazione e il funzionamento a tutti i livelli dell’Istituto Penale per i Minorenni è quello di garantire, ai detenuti e al personale, un ambiente fisico e relazionale improntato al rispetto della dignità della persona e dei suoi bisogni. Le circolari dicono che si riconosce al contesto il potere di orientare la qualità della vita relazionale e di rappresentare una cornice

indispensabile per avviare processi di cambiamento nei detenuti. L’I.P.M. quindi luogo deputato ad eseguire le misure penali maggiormente afflittive, deve garantire, per la specificità delle caratteristiche dell’utenza minorile, un contesto informato al principio della legalità, quale presupposto indispensabile per promuovere la riflessione ed il cambiamento rispetto ad un percorso di vita deviante. La qualità delle relazioni, l’autorevolezza del personale di Polizia Penitenziaria e l’esempio del civile svolgersi della vita quotidiana rappresentano i presupposti sui quali si fonda un’efficace azione educativa. In tale prospettiva, azione educativa e azione sanzionatoria rappresentano aspetti complementari e non contrapposti. La regola costituisce un elemento per la salvaguardia dell’individuo e della collettività a cui appartiene ed è una condizione indispensabile per la promozione e la realizzazione di un contesto in grado di garantire un clima di civile convivenza. Organizzazione in gruppi Gli Istituti Penali per Minorenni, per loro specificità istituzionale, hanno una capienza limitata. Questa caratteristica strutturale è funzionale all’individualizzazione del trattamento. L’ulteriore suddivisione dei detenuti in piccoli gruppi va incontro, da un lato, all’esigenza di garantire un clima relazionale attento ai diritti dei minori e, dall’altro, alla necessità di realizzare un trattamento/intervento educativo che risponda più direttamente a tutti i bisogni dei detenuti minorenni, in particolare a quelli di socializzazione tipici delle personalità in evoluzione. La suddivisione in gruppi consente agli

Ciro Borrelli Dirigente Sappe Scuole e Formazione Minori borrelli@sappe.it

operatori di approfondire meglio l’osservazione e la conoscenza del minore. I detenuti minorenni, pertanto, dovranno essere suddivisi in piccoli gruppi, non superiori alle 10/12 unità, compatibilmente con le caratteristiche strutturali degli Istituti e con l’effettiva disponibilità di personale.

Secondo le circolari della Giustizia Minorile, fatte salve le disposizioni di Legge di cui agli articoli 14 della Legge 354/75 e 31 del D.P.R. 230/2000, ordinariamente la suddivisione dei ragazzi nei gruppi dovrà ispirarsi ai seguenti principi: • Separazione dei minorenni dai maggiorenni; • Integrazione tra detenuti italiani e stranieri; • Contrasto alla strutturazione spontanea di gruppi fondata su dinamiche di preminenza e di sopraffazione; • Ammissione al lavoro all’esterno • Ammissione alla semilibertà o fruizione della semidetenzione. La suddivisione in gruppi deve essere garantita soprattutto in alcuni momenti specifici della giornata: pernottamento, consumazione dei pasti, attività ludico-ricreative. F

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Nella foto: un gruppo di minori in una struttura di detenzione


DIRITTO E DIRITTI

Giovanni Passaro Vice Segretario Regionale Lazio passaro@sappe.it

Il regime penitenziario e il regime disciplinare

I

l capo IV del titolo I della legge sull’Ordinamento Penitenziario introduce il concetto di regime penitenziario, da intendersi come il complesso di norme che regolano la vita quotidiana di un istituto di pena e che sono contenute nella medesima Legge, nel relativo Regolamento di Esecuzione e nello specifico, nel Regolamento Interno dell’istituto stesso (art. 16 Ord. Pen.).

La norma di riferimento è costituita dall’art.32 Ord. Pen. che precisa le norme di condotta che i detenuti e gli internati sono tenuti a rispettare, e sancisce che: i detenuti e gli internati, all’atto del loro ingresso negli istituti, e quando sia necessario, successivamente sono informati delle disposizioni generali e particolari attinenti ai loro diritti e doveri, alla disciplina e al trattamento. Essi devono osservare le norme e le disposizioni che regolano la vita penitenziaria […]. Dal dettato della norma è agevole cogliere come non si possa pretendere l’osservanza delle regole da parte dei detenuti e degli internati, se non in quanto gli stessi siano messi in condizione di cogliere la ratio delle regole stesse. A tale inconveniente rispondono però le norme regolamentarie che impongono alla direzione di consegnare un estratto dei testi principali di riferimento, quali la

Legge, il Regolamento d’Esecuzione e il Regolamento Interno, con l’indicazione dei luoghi in cui è possibile consultarli (art. 69 comma 1 e 2 Reg. Esec.). Le previsioni non terminano qui, prevedendo il medesimo articolo che l’amministrazione divulghi notizia di ogni eventuale introduzione o modifica delle norme in vigore, nonché facilitare la conoscenza e la conseguenziale osservanza delle regole, anche mediante chiarimenti delle ragioni delle stesse. Trattasi di adempimenti volti ad una più rapida ed effettiva conoscenza delle regole carcerarie. La Legge, tuttavia, non prevede sanzioni a carico dell’amministrazione penitenziaria che non rispetti l’obbligo di informare i ristretti sulle regole di condotta vigenti in un istituto. L’unica sanzione auspicabile in tal caso, sarebbe non punire l’eventuale violazione della regola di condotta che il recluso non conosceva o non poteva conoscere e appare la sola soluzione possibile se si considera che in nessuna disposizione che regola la materia penitenziaria, viene fatta corrispondere all’obbligo di informare dell’amministrazione un autonomo dovere del recluso di informarsi. Doveri che però, non corrispondono unicamente in capo all’amministrazione bensì anche i ristretti hanno l’obbligo di osservare le norme che regolano la vita penitenziaria e le disposizioni impartite dal personale; devono tenere un contegno rispettoso nei confronti degli operatori penitenziari e di coloro che visitano l’istituto, nonché un comportamento corretto nei reciproci contatti tra detenuti (art. 70 Reg. Esec). Da ciò consegue che, se delle norme di comportamento sono state previste, la loro inosservanza

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determinerà l’applicazione di sanzioni disciplinari in capo ai reclusi, considerando che la loro minaccia ed eventuale esecuzione, costituiscono strumenti in grado di agevolare il rispetto delle norme stesse. Il regime disciplinare costituisce altro aspetto del trattamento, diretto a stimolare il senso di responsabilità e la capacità di autocontrollo del soggetto. Ponendo alla base il principio secondo cui le sanzioni disciplinari che comportino restrizioni ulteriori nell’esercizio dei diritti e delle facoltà dei detenuti e degli internati possono essere giustificate soltanto all’esigenza di mantenere l’ordine e la disciplina interna agli istituti, ne discende che potranno assumere rilevanza disciplinare solo quelle condotte che violino le norme comportamentali poste a tutela dell’ordine interno all’istituto e, al contrario, saranno illegittime le eventuali norme che comportino restrizioni per finalità diverse (come ad esempio per il solo fine rieducativo). Con ciò non si vuole escludere che anche la reazione dell’Ordinamento avverso una infrazione disciplinare si muove in un’ottica rieducativa, poiché la ratio della sanzione disciplinare si fonda anche sull’intento di sollecitare e non di imporre una modificazione della personalità del condannato o dell’internato. Sulla stessa scia si muove l’art. 36 Ord. Pen. nel sancire che il regime disciplinare è attuato in modo da stimolare il senso di responsabilità e la capacità di autocontrollo ed è adeguato alle condizioni fisiche e psichiche dei soggetti. Alla luce di quanto sancito da tale articolo, è possibile, dunque individuare una triplice funzione della sanzione disciplinare: quella di prevenzione generale, poiché la forza deterrente della sanzione conduce ad un maggior rispetto delle regole interne all’istituto, una funzione di prevenzione speciale che, tramite specifiche modalità d’esecuzione della sanzione, mira a stimolare “un atteggiamento critico” nei confronti della propria condotta ed, infine, una funzione retributiva che


DIRITTO E DIRITTI garantisca la proporzionalità tra la gravità del fatto commesso e la punizione. Il regime disciplinare, in conformità a quanto stabilito dalla Risoluzione O.N.U. del 30 agosto del 1955, nelle Regole minime per il trattamento dei detenuti, secondo il quale le determinazioni dei comportamenti che determinano una violazione disciplinare devono essere stabilite con legge o con regolamento, stabilisce infatti che i detenuti o gli internati non possono essere puniti per un fatto che non sia espressamente previsto come infrazione dal regolamento (Art. 38, comma 1, Ord. Pen.). Proprio ai fini di una maggior tutela dei diritti dei ristretti e per eludere possibili sanzioni del tutto arbitrarie ad opera dell’amministrazione penitenziaria, il legislatore lega la disciplina in esame al principio di tassatività e tipicità dei fatti costituenti violazioni. A rigore di ciò, è stato dedicato un apposito articolo che enuclea tutte le possibili condotte che, se poste in essere, sono riconosciute come infrazioni. L’art.77, comma 1 del Regolamento Esecutivo, distingue in base alla sanzione applicabile, le infrazioni in due gruppi: nel primo gruppo vi rientrano quelle infrazioni di minore gravità e che pertanto, non possono essere sanzionate con l’esclusione dalle attività in comune (considerata come la più afflittiva delle sanzioni disciplinari), salvo nelle ipotesi di recidiva infrasettimanale (art. 77 comma 3, Reg. Esec.). Rientrano in questo gruppo: 1) la negligenza nella pulizia e nell’ordine della persona o della camera; 2) l’abbandono ingiustificato del posto assegnato; 3) il volontario inadempimento di obblighi lavorativi; 4) l’atteggiamento e comportamento molesto nei confronti della comunità; 5) i giochi o altre attività non consentite dal regolamento interno; 6) la simulazione di malattia; 7) il traffico di beni di cui è consentito

il possesso; 8) il possesso o traffico di oggetti non consentiti o di denaro. Sono, invece, sanzionate con l’esclusione dalle attività in comune le infrazione rientranti nel secondo gruppo, quali: 9) le comunicazioni fraudolenti con l’esterno o all’interno, nei casi indicati nei numeri 2) e 3) del primo comma dell’art.33 Ord. Pen (norma contenente la disciplina dell’isolamento); 10) gli atti osceni o contrari alla pubblica decenza; 11) l’intimidazione di compagni o sopraffazioni nei confronti dei medesimi; 12) le falsificazione di documenti provenienti dall’amministrazione affidati alla custodia del detenuto o dell‘internato; 13) l’appropriazione o danneggiamento di beni dell’amministrazione; 14) il possesso o traffico di strumenti atti ad offendere; 15) l’atteggiamento offensivo nei confronti degli operatori penitenziari o di altre persone che accedono nell’istituto per ragioni del loro ufficio o per visita; 16) l’inosservanza di ordini o prescrizioni o ingiustificato ritardo nell’esecuzione di essi; 17) il ritardo ingiustificato nel rientro dai permessi di necessità, dai permessi premio o dalle licenze per i semiliberi o gli internati; 18) la partecipazione a disordini o sommosse; 19) la promozione di disordini o di sommosse; 20) l’evasione; 21) i fatti previsti dalla legge come reato, commessi in danno di compagni, di operatori penitenziari o di visitatori. A tale elenco, dettagliatamente descritto, il legislatore individua un altrettanto elenco di sanzioni disciplinari, azionabili solo a seguito dell’accertamento della commissione di una infrazione. In ossequio al principio di legalità, saranno applicabili, secondo l’art. 39 Ord. Penitenziario: 1) il richiamo del direttore;

2) l’ammonizione, rivolta dal direttore, alla presenza di appartenenti al personale e di gruppo di detenuti o internati; 3) l’esclusione da attività ricreative e sportive per non più di dieci giorni; 4) l’isolamento durante la permanenza all’aria aperta per non più di dieci giorni; 5) l’esclusione dalle attività in comune per non più di quindici giorni. Occorre tener presente che le sanzioni disciplinari dovranno svolgersi sempre nel rispetto della personalità dei reclusi, così come precisa l’art. 38, comma 4, Ord. Pen. e rispettando il principio secondo cui il trattamento penitenziario assicura e rispetta la dignità della persona, “con riguardo alle sanzioni disciplinari che, per

loro natura, costituiscono uno dei momenti in cui il rispetto della personalità può subire più facilmente delle lesioni”. Autorità competente a deliberare le sanzioni è il direttore, con riguardo alle sanzioni del richiamo e dell’ammonizione; per le altre sanzioni, invece, competente sarà il consiglio di disciplina (composto dal direttore, dall’impiegato più elevato in grado, con funzioni di presidente, dal sanitario e dall’educatore - art. 40, comma 1 e 2, Ord. Pen.). Avverso il provvedimento di irrogazione della sanzione disciplinare è riconosciuta la possibilità di reclamare in sede giurisdizionale, dinanzi al Magistrato di Sorveglianza. Il reclamo può essere effettuato soltanto in riferimento alle condizioni di esercizio del potere disciplinare, alla costituzione e competenza dell’organo disciplinare, alla contestazione degli addebiti ed alla facoltà di discolpa. F

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Lady Oscar rivista@sappe.it

Giovanni Pellielo: un campione di sport e di umanità

Il suo argento di Rio vale oro. Il capitano delle Fiamme Azzurre pensa già a Tokio 2020

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Nelle foto: Giovanni “Johnny” Pellielo

n nuovo, straordinario argento per Giovanni Pellielo. Il capitano delle Fiamme Azzurre, più che un atleta un autentico simbolo del sodalizio sportivo della Polizia Penitenziaria, ha sfiorato alle Olimpiadi di Rio l'appuntamento con l'oro, ormai l’unica medaglia che gli manca in una rassegna a cinque cerchi. Da “giovane” e ancora motivato 46enne ha vinto la sua quarta medaglia olimpica, la terza d'argento dopo Pechino e Atene ed il bronzo di Sidney. "Johnny" si è piazzato davanti al britannico Edward Ling, terzo dopo lo spareggio con Kostelecki della Repubblica Ceca. L'azzurro non è riuscito a battere Josip Glasnovic nell'ultimo duello; il croato, a cui va reso onore al merito, ha commesso per altro due soli errori. E’ stata, manco a dirlo, una finale thrilling, giunta subito dopo l'eliminazione dell'altro azzurro Fabbrizi. Tredici centri a testa su trenta

piattelli complessivi per i due contendenti alla medaglia d'oro. Con il punteggio in parità si è andati agli shoot-off all'Olympic Shooting Centre di Deodoro. Il primo a partire è stato il nostro portacolori. Tre centri su tre per lui con l'avversario che ha risposto per le rime, ma - complice il forte vento - il quarto colpo non è andato a bersaglio: a frantumarsi è stato invece il piattello di Glasnovic, che ha portato a casa l'oro per la Croazia. Per l'Italia è stata la quarta finale olimpica consecutiva nella fossa: nel 2004 e nel 2008 con Pellielo, nel 2012 con Fabbrizi, quattro anni fa anch'egli battuto allo spareggio da un croato (Giovanni Cernogoraz) e ora, nel 2016, ancora con Johnny. Negli ultimi venti anni l'Italia del tiro a volo ha mancato il secondo gradino del podio della fossa soltanto a Sydney 2000, quando il nostro Pellielo conquistò il bronzo. Con la medaglia vinta a Rio, il capitano delle Fiamme Azzurre è il terzo “medagliato” olimpico più anziano di sempre, dopo i fratelli D'Inzeo, superando l'ex compagno di nazionale Andrea Benelli, che ad Atene vinse l'oro nello skeet a 46 anni, ma con cinque mesi meno di lui. Pellielo, inutile dirlo, è un personaggio nel vero senso del termine, un Campione nello sport, ma anche nella vita. Chi ha la fortuna di conoscerlo sa bene perché. Giovanni si è avvicinato al tiro a volo anche grazie alla

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passione della madre, che da anni praticava questo sport. Il giorno del suo diciottesimo compleanno ha imbracciato per la prima volta il fucile su un campo da tiro. Quattro anni più tardi è stato convocato dalla nazionale italiana Tiro al Volo per partecipare ai Giochi Olimpici di Barcellona 1992, sfiorando di poco l’accesso alla finale. Il primo grande risultato a livello individuale è arrivato nel 1995, oro ai mondiali di Nicosia. Da allora è stato tutto un susseguirsi di successi. L’ultimo risale all’anno scorso, con il bronzo conquistato agli Europei di Baku. Tra le vittorie annovera sette titoli mondiali a squadre, tre titoli iridati nell’individuale, dieci titoli europei a squadre, due ori europei nell’individuale, sei Coppe del Mondo, due Giochi del Mediterraneo e dieci scudetti italiani. È entrato a far parte delle Fiamme Azzurre nel 1996. Uno dei risultati a cui tiene di più è, non a caso, extrasportivo: nell’anno 2000, infatti, è stato convocato in Vaticano in udienza da Papa Wojtyla che lo ha insignito del Discobolo d’Oro per la morale, per quel suo essere vicino ai più deboli e bisognosi, per quel modo di essere riservato e concreto che lo rende unico. Chi crede che Giovanni voglia fermarsi dopo Rio si sbaglia: «Tokyo 2020? E perché no? - ha dichiarato dopo la gara - Si dice che lo sport allunghi la vita, quindi perché non pensarci?


LO SPORT azzurri che, pur avendo vinto molto in carriera, non hanno mai imparato davvero a gestire sconfitte e delusioni, Johnny è stato un campione di stile e comportamento. L'unica medaglia per il gruppo sportivo della Polizia Altrimenti di cosa scrivereste? Certo, me lo dovrò meritare e intanto mi godo la mia quarta medaglia. Io più che dire che ho perso un oro penso che mi sono preso un argento». Va da sé che, se non ci fossero state le regole introdotte da inizio 2013, il finale brasiliano sarebbe stato diverso: «Se fate i conti - dice Pellielo - vedrete che ho rotto più piattelli di tutti, eppure non ho vinto. Non me la prendo più di tanto solo perché nel mio sport dal 1988 a oggi ne ho viste di tutti i colori e sempre per 'invenzioni' dell'uomo. Certo, questo regolamento (che dal prossimo anno ricambierà ndr) non premia i più bravi, quelli che hanno fondo, ma lascia un po' le cose in mano alla fortuna. Io però anche con le nuove regole negli ultimi tre anni ero sempre andato sul podio ai Mondiali: solo nel 2016, finora, avevo avuto un'annata negativa e cominciavo a chiedermi se fossi diventato vecchio. Oggi so che non è così». Per questo, anche se non è stato d'oro Pellielo, avvolto in una bandiera tricolore, è felice e ripete di tenere il mirino puntato "sul vero significato dell'esistenza". Da uomo attento e sensibile qual è gli è dispiaciuto di non essere potuto andare in visita alla favela di Rocinha perché “i problemi veri sono quelli, non certo quelli che dovrei farmi io per non aver vinto l'oro". Al termine della gara, quando si è rivisto nella registrazione della finale e ha sentito il dispiacere nella voce del commentatore Rai per il primo posto mancato, anziché pensare al suo personale disappunto, non si è risparmiato una telefonata per consolarlo. Anedotti che raccontano chi è Giovanni Pellielo, che fanno di lui un atleta speciale, anche per il modo di essere e di affrontare la vita, con sentimenti e sensibilità di altri tempi. In un'Olimpiade caratterizzata dai toni bizzosi e polemici di alcuni

Penitenziaria ai Giochi è arrivata, insomma, da chi, in ogni caso, indipendentemente dal colore della medaglia, numero uno lo è sempre stato dentro e fuori dall'amata fossa olimpica. F

Olimpiadi Rio de Janeiro 2016: Vincenzo Mangiacapre, Aldo Montano e Clemente Russo salutano e ringraziano Fiamme Azzurre e Polizia Penitenziaria

T

utti e tre accomunati dalla sfortunata esperienza olimpica, Mangiacapre, Montano e Russo hanno voluto ringraziare il Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre e l’intero Corpo di Polizia Penitenziaria per la fiducia accordata loro e per la vicinanza manifestata verso le loro imprese.

Vincenzo Mangiacapre: «Il rammarico più grande è stato quello di non aver ripagato le Fiamme Azzurre e l’affetto dei colleghi della Polizia Penitenziaria con un’altra medaglia: dal punto di vista tecnico sapevo di aver già fatto una scelta importante salendo di categoria e quindi cambiando avversari e prospettive agonistiche. Ma sono partito comunque convinto di poter salire ancora una volta sul podio.» Aldo Montano: «Malgrado tutto torno in Italia triste ma sereno perché ho dato il massimo e con me tutti quelli che hanno lottato per portarmi a Rio. Non avremo il rimorso di non averci creduto fino alla fine ... Questa è l'unica cosa che mi rende sereno... Questo, insieme ad aver visto sbocciare tanti giovani campioni che spero capiscano che non finisce tutto con una medaglia ... Quello è solo un inizio ... Un ottimo inizio!!! Ringrazio di cuore la mia famiglia, Holly, gli amici, i miei collaboratori, il ct Giovanni Sirovich, i compagni, lo sparring partner Luigi Miracco, il preparatore atletico Vincenzo Figuccio, il fisioterapista Alessandro Pesce, il professor Di Giacomo e tutto lo staff medico, il mio gruppo sportivo Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre - Polizia Penitenziaria e la Federazione Italiana Scherma ... È stato bello lottare insieme!!! Grazie di tutto! Un abbraccio.» Clemente Russo: «Credevo nella medaglia e per questo sono deluso del risultato

contro Tishchenko, che comunque è un giovane atleta e campione del mondo: ma non sono deluso per il mio comportamento, perché mi sono preparato al meglio soprattutto grazie alla struttura che le Fiamme Azzurre hanno allestito a Casal del Marmo, dove tutti i colleghi sono stati sempre disponibili nei miei confronti e verso il mio staff. Oltre a ringraziare il Gruppo Sportivo, soprattutto il comandante Tolu e il nostro segretario Augusto Onori, ci tengo a dire che lo spirito di appartenenza fa parte di me e anche il solo accostare in autostrada un mezzo della Polizia Penitenziaria suscita in me una sensazione di orgoglio. La notizia di queste tragedie mi ha profondamente colpito (i suicidi di due colleghi N.D.R.): sono vicino ai colleghi e alle famiglie, così duramente provate dalla vita, e anche per questo mi dispiace di non aver corrisposto alle attese degli appassionati che in gran numero fanno parte della Polizia Penitenziaria.» A margine delle dichiarazioni dei tre fuoriclasse (tutti e tre medaglia olimpica a Londra 2012), hanno concluso l’avventura brasiliana le affermazioni del Responsabile delle Fiamme Azzurre Marcello Tolu: «Pur nei limiti del mio ruolo istituzionale, come responsabile delle Fiamme Azzurre mi preme ribadire che i nostri campioni non hanno raccolto quanto meritavano anche per vicende davvero sfortunate, che poco hanno a che fare con lo spirito olimpico: non si tratta di fare polemiche gratuite o partigiane, ma solo di riconoscere una realtà che gli spiriti liberi hanno già colto ampiamente soprattutto in occasione delle competizioni riguardanti Clemente e Aldo. Per quanto mi riguarda, posso solo ribadire che continueremo a sostenere con passione ed impegno tutti gli atleti della Polizia Penitenziaria,

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Nelle foto: sopra ancora una immagine di Giovanni Pellielo con la medaglia d’argento sotto il Commissario Martcello Tolu

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LO SPORT rispettando i loro sacrifici e le loro legittime scelte personali: inoltre mi preme esprimere la vicinanza e l’immenso dolore per i luttuosi eventi che hanno funestato la Polizia Penitenziaria e i colleghi di Massa e Poggioreale nei giorni scorsi.» Ad ogni buon conto, riassumiamo l’avventura dei tre atleti alle olimpiadi di Rio 2016. Il più sfortunato è stato sicuramente Vincenzo Mangiacapre che pur vincendo l’incontro con il messicano Romero si è fratturato uno zigomo a causa di una testata ricevuta dall’avversario. Perciò, pur imbattuto, Vincenzo ha dovuto abbandonare il torneo per operarsi. Fortunatamente, l’intervento è andato a buon fine e si spera in un rapido e completo recupero. Clemente Russo è stato eliminato, con un verdetto opinabile, da Tishchenko, ironia della sorte “russo” di nazionalità, campione del mondo in carica e che, alla fine, vincerà la medaglia d’oro olimpica. Aldo Montano, infine, ha terminato la sua quarta olimpiade al secondo turno perdendo 13-15 l’incontro con il campione del mondo in carica, il russo Kovalev. Tuttavia, sono state registrate numerose polemiche sull’arbitraggio che, a parere di molti, avrebbe condizionato il punteggio finale. Nelle foto: dall’alto Vincenzo Mangiacapre, Clemente Russo e Aldo Montano

Sono stati 19 gli atleti delle Fiamme Azzurre che hanno partecipato alle olimpiadi di Rio de Janeiro. E’ stata la più numerosa partecipazione del Gruppo Sportivo della Polizia Penitenziaria dal suo esordio a Seoul 1988. Ecco tutti i poliziotti penitenziariatleti che hanno gareggiato in Brasile: ARCO: Claudia Mandia ATLETICA LEGGERA: Eleonora Giorgi, Anna Incerti CICLISMO: Elena Cecchini, Tatiana Guderzo, Simona Frapporti NUOTO: Michele Santucci, Ilaria Bianchi PENTATHLON MODERNO: Claudia Cesarini PUGILATO: Vincenzo Mangiacapre, Clemente Russo SCHERMA: Aldo Montano SOLLEVAMENTO PESI: Giorgia Bordignon TIRO A VOLO: Giovanni Pellielo TRIATHLON: Davide Uccellari, Charlotte Bonin VELA: Vittorio Bissaro, Silvia Sicouri, Mattia Camboni. F

DALLE SEGRETERIE Ferrara La SPAL in visita alla Casa Circondariale

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ercoledì 7 settembre 2016 una delegazione della società sportiva della Spal ha fatto visita all’istituto ferrarese di via Arginone per un incontro con i detenuti sul tema dell'importanza dello sport nella vita. E' stata anche l'occasione per inaugurare, per mano di Francesco Colombarini, i nuovissimi campi sportivi realizzati all'interno della struttura alla cui realizzazione ha contribuito la famiglia Spal. La visita è poi proseguita con l'incontro con un centinaio di detenuti, nella sala allestita a teatro all'interno del carcere, con la visione di un filmato che ha raccontato il cammino dei biancazzurri nella passata stagione fino ad arrivare ad oggi. Poi, Alessandro Sovrani e Andrea

Ferrara 1° Torneo di beach tennis Interforze

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Ferrara il 7 settembre si è tenuto il Primo torneo di Beach Tennis 2016 Interforze che ha visto la partecipazione delle squadre della Polizia di Stato, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Polizia Penitenziaria. L’evento è stato possibile anche grazie alla collaborazione con la dirigenza

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Poltronieri, hanno presentato i giocatori sul palco, accolti da una calorosissima ovazione. Successivamente, due rappresentanti dei detenuti hanno "interrogato" giocatori e staff sulla preparazione per affrontare questa difficile avventura in Serie B ed infine hanno omaggiato il Patron con un quadro interamente realizzato a mano. A titolo di ricambio, la società ha donato diverso materiale tecnico come palloni, sciarpe e magliette ufficiali Spal che saranno utilizzati per giocare sopra i loro nuovi campi sportivi. F

della società calcistica SPAL che ha donato i fondi per la realizzazione dei campi di gioco e dall’impegno del direttore dell’istituto Dott. Paolo Malato e del Comandante Annalisa Gadaleta sempre attenti al benessere del personale. Un ringraziamento va rivolto anche a tutti quei colleghi che dietro le quinte hanno contribuito affinché venissero realizzati e resi funzionali i campi da gioco, agli organizzatori del Torneo per l’ottimo svolgimento dello stesso e al vice Segretario Provinciale del SAPPE Francesco Tucci per l’impegno profuso. F


DALLE SEGRETERIE Caltagirone

Catania

Ferrara

Alice, figlia del collega Francesco Tidona e il sogno Juventus

La Polizia Penitenziaria della Sicilia incontra i campioni di Rio

La Polizia Penitenziaria al GADup 2016

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lice Tidona, calatina doc, 11 anni, il calcio nel sangue, è approdata, dopo uno stage a giugno in cui si mise in mostra, nell’Under 13 femminile della Vecchia Signora, dove ha già cominciato gli allenamenti. Una bella soddisfazione per l’Audax Poerio, la società in cui ha militato, giocando insieme ai maschietti, «ma dimostrando grandi doti - afferma il presidente Carlo Galilei - Si è presto visto che quella bambina tecnicamente ok e con un gran temperamento avesse carte importanti da giocare». E adesso Alice, che ha cominciato a dare calci ad un pallone nel garage di casa col padre Francesco, poliziotto penitenziario, vive, come lei stessa dice «un'esperienza splendida, e poi nella Juve, che è da sempre la mia squadra del cuore».F M.M.

M

ercoledì 7 settembre, presso la Scuola di Formazione della Polizia Penitenziaria di San Pietro in Clarenza (Catania) si è tenuto un incontro con gli atleti siciliani che hanno partecipato alle ultime Olimpiadi tenutesi a Rio de Janeiro. All’incontro, organizzato dal Commissario Francesco Pennisi, erano presenti gli schermidori Daniele ed Enrico Garozzo (medaglia d’oro nel fioretto individuale e argento nella spada a squadre) e Rosella Fiamingo vincitrice della medaglia d’argento nella spada. F

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a Polizia Penitenziaria è stata presente, dal 25 giugno al 3 luglio, al GADup 2016 con uno stand dove i più curiosi, di qualsiasi età, hanno potuto provare le manette, farsi fotografare e sedersi nella cella del furgone adibito al trasporto detenuti. Una giornata trascorsa insieme al pubblico, accompagnati dall'Ispettore Capo Renda, e dall’Assistente Stragapede che hanno illustrato ai visitatori i compiti della Polizia Penitenziaria sul territorio nazionale. F

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rivistas@sappe.it


a cura di Giovanni Battista de Blasis

CINEMA DIETRO LE SBARRE

Effetto Lucifero

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Nelle foto: la locandina e alcune scene del film

l Professor Philip Zimbardo, docente e ricercatore dell’Università di Stanford in California, ideò nel 1971 un esperimento di psicologia sociale nel campo dell’esecuzione penale. L’esperimento intendeva verificare come gli uomini comuni, scelti tra quelli più sani e “normali”, avrebbero reagito ad un cambiamento radicale dei loro ruoli nella vita. Metà diventarono poliziotti penitenziari, l’altra metà i loro prigionieri. L’esperimento non prevedeva mezze misure e, affinché lo studio potesse essere efficace, fu organizzato in maniera il più possibile aderente alla realtà. I “prigionieri” vennero arrestati e prelevati con una macchina della polizia a sirene spiegate mentre svolgevano le loro attività quotidiane. Quando furono loro rilevate le impronte digitali, furono bendati e messi in una cella, spogliati nudi, perquisiti e disinfestati. Venne data loro una divisa, un numero e gli fu messa una catena al piede. Gli altri partecipanti vennero trasformati in guardie e perciò vestiti in uniforme. La prigione fu ricreata nel seminterrato di un edificio dell’Università di Stanford. Tutto si svolse tranquillamente fino al secondo giorno allorquando i “prigionieri” si ribellarono. La rappresaglia delle guardie fu rapida e brutale: spogliarono i “prigionieri”,

rimossero i letti dalle celle, i capi della ribellione furono messi in isolamento e tutti i “prigionieri” incominciarono ad essere trattati più duramente. Come conseguenza immediata, i “prigionieri” iniziarono a comportarsi con cieca obbedienza verso i poliziotti penitenziari. Dopo solo pochi giorni, i partecipanti riferirono di sentirsi come se le loro vecchie identità fossero state cancellate. Erano diventati i numeri che avevano stampati sulle divise. Anche le “guardie” s’immedesimarono nel ruolo e ben presto iniziarono a schernire e maltrattare i loro prigionieri. Lo stesso Philip Zimbardo, a capo dell’esperimento, ammise di essersi calato nel ruolo di “direttore della prigione”. Zimbardo, in seguito, affermò che uno dei risultati più importanti del suo esperimento fu proprio la sua personale trasformazione in una figura istituzionale rigida, più interessata alla sicurezza della sua prigione che al benessere dei partecipanti. Dopo appena sei giorni (dei quattordici previsti) la situazione era sfuggita di mano a tutti e l’esperimento fu bloccato. I ragazzi che prima dell’esperimento si erano dichiarati pacifisti, nel loro ruolo di guardie umiliarono e aggredirono fisicamente e verbalmente i “detenuti”. I “detenuti”, a loro volta, manifestarono i segni classici del crollo emotivo. Cinque partecipanti abbandonarono prima ancora che l’esperimento fosse interrotto. Gli accadimenti di Standford sono stati più volte raccontati dal cinema, nel 2001 è stato realizzato in Germania Das

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la scheda del film Regia: Kyle Patrick Alvarez Titolo originale: The Stanford Prison Experiment Soggetto e Sceneggiatura: Tim Talbott, Philip Zimbardo Fotografia: Jas Shelton Montaggio: Fernando Collins Musica: Andrew Hewitt Scenografia: Gary Barbosa Costumi: Lisa Tomczeszyn Produzione: Coup d'Etat Films, Sandbar Pictures, Abandon Pictures Distribuzione: IFC Films, Independent Film, KVH Media Group, Universal Pictures Personaggi e interpreti: Dr. Philip Zimbardo: Billy Crudup Daniel Culp: Ezra Miller Christopher Archer: Michael Angarano Peter Mitchell: Tye Sheridan Jeff Jansen: Johnny Simmons Christina Zimbardo: Olivia Thirlby: Gavin Chan: Ki Hong Lee Jesse Fletcher: Nelsan Ellis Mike Penny: James Wolk Prigioniero 416: Thomas Mann: Matthew Townshend: James Frecheville Jim Randall: Jack Kilmer Jerry Sherman: Logan Miller Anthony Carroll: Moisés Arias Henry Ward: Callan McAuliffe Karl Vandy: Nicholas Braun Hubbie Whitlow: Brett Davern Genere: Drammatico Durata: 122 minuti, Origine: USA 2015 Experiment (in Italia L’esperimento) di Oliver Hirschbiegel, forse il migliore sull’argomento, romanzato con un taglio da thriller e che ha lasciato nello spettatore una sensazione quasi disturbante. Poi l’americano The Experiment (in Italia stesso titolo), anch’esso abbastanza lontano dalla storia vera soprattutto nei personaggi, ed infine l’ultimo della serie, The Standford Prison Experiment (in italiano tradotto in Effetto Lucifero) più aderente alla realtà rispetto gli altri due (anche perché avvalorato dalla consulenza del dottor Zimbardo in persona). Tuttavia, anche qui i fatti sembrano un po’ forzati, ma il film è abbastanza godibile e tiene incollato lo spettatore alla sedia fino alla fine. F


a cura di P.M. Corso

MANUALE DELLA ESECUZIONE PENITENZIARIA MONDUZZI Edizioni pagg. 546 - euro 58,00

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asta sfogliare alcune pagine di questo Manuale per rendersi conto del perché questo è il testo adottato nella maggior parte dei corsi universitari di Diritto Penitenziario e Diritto Processuale Penale. Ogni Capitolo è stato redatto da qualificati insegnanti delle principali università del Paese: Piermaria Corso (professore ordinario di Diritto Processuale Penale all’Università degli Studi di Milano), Giuseppe Bellantoni (professore ordinario di Diritto Processuale Penale all’Università Magna Graecia di Catanzaro), Rosita del Coco (professore associato di Diritto Processuale Penale all’Università degli Studi di Teramo), Giuseppe Di Chiara (professore ordinario di Diritto Processuale Penale all’Università degli Studi di Palermo), Luigi Kalb (professore ordinario di Diritto Processuale Penale all’Università degli Studi di Salerno), Luca Luparia (professore associato di Diritto Processuale Penale all’Università degli Studi di Milano), Luca Marafioti (professore ordinario di Diritto Processuale Penale all’Università Roma Tre), Oliviero Mazza (professore ordinario di Diritto Processuale Penale all’Università di Milano Bicocca), Angelo Pennisi (professore ordinario di Diritto Processuale Penale all’Università degli Studi di Catania), Antonino Pulvirenti (docente di Diritto Processuale Penale all’Università LUMSA di Palermo) e Daniela Vigoni (professore associato di Diritto Processuale Penale all’Università degli Studi di Milano). Insomma, il top delle università italiane specializzato nella materia ha curato ogni Capitolo di questa fondamentale Opera sull’esecuzione penale, la cui consultazione è imprescindibile per una formazione ed un aggiornamento professionale davvero completi ed organici.

LE RECENSIONI Integrato dalle novelle legislative immediatamente precedenti e poi successive alla sentenza pilota Torreggiani più altri c/Italia (divenuta definitiva il 28 maggio 2013) della Corte Europea per i Diritti Umani. Un libro imperdibile.

Alessandro Scandola

Le insegne cavalleresche autorizzate dalla Repubblica VERTIGO Edizioni pagg. 260 - euro 18,00

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cco un libro che non può mancare nella libreria di chi intende conoscere alla perfezione l’affascinante materia degli Onori e delle Insegne cavalleresche autorizzate dalla Repubblica italiana. Un argomento approfondito alla perfezione dall’Autore, Alessandro Scandola, esperto dell’affascinante mondo cavalleresco, che nelle pagine del libro affronta compiutamente tutti gli aspetti storico-normativi di tutti i vari Ordini. Il libro merita, dunque, ogni miglior fortuna e successo editoriale, perché consente anche di “vestire gli Onori” in maniera corretta e appropriata, fornendo preziosi chiarimenti anche sotto gli aspetti procedurali e di Cerimoniale.

Bruno Morchi

FRAGILI VERITÀ GARZANTI Edizioni pagg. 207 - euro 16,90

È

l'estate del 2015, la più torrida degli ultimi centocinquanta anni. Il sole e l'aria refrigerata dei condizionatori invadono le stanze affrescate della bella villa di Albaro, il più elegante quartiere di Genova. Ogni particolare in questa casa esprime una vita fatta di ricchezza, appagamento, serenità. Tutto tranne gli occhi dei due genitori che, disperati e smarriti, fissano Bacci Pagano. Il loro figlio Giovanni, sedici anni, è

scomparso ormai da giorni. Un ragazzo difficile, Giovanni, cresciuto nelle favelas di Santiago di Cali, una delle città più povere e violente della Colombia. Il suo è un passato fatto di degrado, droga, criminalità: un terribile modo di essere bambini che, attraverso l'adozione, i genitori hanno cercato di cancellare. Senza riuscirci. Ora Giovanni sembra vittima di un destino che torna a riaffiorare brutalmente e ne condiziona le scelte, imprigionandolo. A Bacci Pagano tocca un compito fin troppo semplice, ritrovare il ragazzo: il lavoro ideale per rimettersi in pista dopo la pericolosa indagine sul passato dell'amico Cesare Almansi, che gli è quasi costata la vita. E il compito è presto portato a termine. Ma quando l'incolumità di Giovanni sembra messa a repentaglio da un pericoloso traffico internazionale di droga, forse legato alla causa delle FARC, le Forze armate rivoluzionarie colombiane, Bacci sente crescere dentro di sé un senso di responsabilità nei confronti del ragazzo. L'investigatore si ritrova combattuto tra il lontano e romantico ricordo di un padre guerrigliero, che lo rimanda ai miti della sua giovinezza, e il dubbio che qualcuno approfitti cinicamente di un giovane inesperto, trincerandosi dietro l'impunibilità di un minorenne. Fragili verità è il nuovo romanzo di Bruno Morchio con protagonista Bacci Pagano. L'investigatore che ha conquistato i lettori italiani è tornato sulle strade di Genova: cinico e pungente, ma anche capace di accogliere la disperata richiesta di due genitori che vogliono solo una seconda occasione con il figlio. F

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a cura di Erremme rivista@sappe.it


CRIMINI E CRIMINALI

Pasquale Salemme Segretario Nazionale del Sappe salemme@sappe.it

La nuova camorra organizzata - ParteIII

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Nelle foto: il corpo di Vincenzo Casillo nella sua Golf

l trasferimento di Raffaele Cutolo nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara ha come effetto principale quello di isolare il “capo” della NCO e di conseguenza metterlo nell’impossibilità di comunicare con i suoi affiliati. L’organizzazione criminale, senza gli ordini di Cutolo, resta così priva di strategia.

viene girata la chiave del contatto una violenta esplosione riduce la Golf in un cumulo di rottami. La Golf verde chiaro era parcheggiata in via Clemente VII nel quartiere di Primavalle a Roma, a poca distanza dalla sede del SISMI (Servizio Informazioni e Sicurezza Militare). O' Nirone muore sul colpo mentre il Cuomo, trasportato in ospedale in

La Nuova Famiglia, i nemici coalizzati della NCO, acquista sempre più potere e Napoli ed il suo circondario cadono in preda ad un caos ancora più profondo senza un capo riconosciuto e con una continua, ferocissima, lotta di bande per una nuova supremazia delinquenziale. La NCO è allo sbando e della situazione ne approfittano appunto i clan rivali che, all’inizio del 1983, compiono un omicidio eccellente. Il 29 gennaio il braccio destro di Cutolo, Vincenzo Casillo, detto o' Nirone per la sua capigliatura corvina, allora latitante e da tutti definito “il Cutolo fuori dal carcere”, salta in aria con la sua auto, imbottita di tritolo. Alle ore 9,30, Vincenzo Casillo e Mario Cuomo entrano nell'auto, non appena

condizioni disperate, perderà l'uso delle gambe. L'attentato è rivendicato dalla Nuova Famiglia, ma gli inquirenti stabiliscono che la rivendicazione è falsa ed è stata fatta con la finalità di sviare le indagini. In sostanza, secondo i magistrati, i cutoliani volevano far passare quell'omicidio come un regolamento di conti tra bande rivali. La tesi della Procura sarà smentita solo nel 1993, quando il pentito di camorra Pasquale Galasso dichiarò che l'omicidio di Casillo fu un chiaro segnale della potenza del clan Alfieri con cui i politici cominciavano ad avere rapporti più stretti. Galasso, inoltre, riferì che l’esplosivo fu fornito dalla mafia. Per l'omicidio Casillo saranno condannati all'ergastolo Ferdinando Cesarano

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(boss di Nola) e lo stesso Pasquale Galasso, che al tempo dell’attentato era il luogotenente di Carmine Alfieri. Pochi mesi dopo la morte di Casillo, Pasquale Barra, altro santista di Raffaele Cutolo e capozona di Ottaviano, dal carcere di Foggia, dove stava scontando la sua pena, decise di parlare con i magistrati per avviare un attività di collaborazione. Dopo l’omicidio del boss di Milano, Frank Turatello, la mafia aveva chiesto spiegazioni a Cutolo. Il capo della NCO, che aveva ordinato l’omicidio, scaricò Barra asserendo che quest’ultimo aveva agito di sua iniziativa e, per non inimicarsi la potente organizzazione americana, si offrì di consegnarne la testa. Barra, considerato il primo vero pentito della NCO, svela tutti i retroscena del clan che aveva contato centinaia di affiliati: dalla nascita del sodalizio criminale fino agli anni del duro contrasto con il cartello dei clan della Nuova Famiglia per il controllo delle attività illecite nei comuni del napoletano, in primis le estorsioni alle attività commerciali. Parlò dell’organizzazione militare della NCO, degli affari del clan che aveva avuto anche rapporti con le Brigate Rosse nel corso del sequestro Cirillo. Barra accusò, ma ingiustamente, anche Enzo Tortora: per il noto giornalista e presentatore televisivo iniziò un lungo calvario giudiziario che si concluse solo qualche anno dopo con la piena assoluzione da ogni accusa. Il percorso di pentimento, dopo poco tempo, fu intrapreso anche da un altro ex fedelissimo di Cutolo, Giovanni Pandico, il ragionerie dell’organizzazione (il cd. contaiolo). Successivamente, nel giugno del 1983, la Nuova Camorra Organizzata fu decimata con il maxiblitz che portò in carcere 850 presunti affiliati. In manette, quella notte, finirono anche numerosi insospettabili. La strada dei dissociati (tale era il termine coniato dai magistrati per i pentiti di camorra) era oramai spianata e di lì a poco i magistrati si trovarono con tantissimi esponenti


CRIMINI E CRIMINALI della NCO (Michelangelo D'Agostino, Gianni Melluso, Mario Incarnato, Pasquale D'Amico, Salvatore Sanfilippo, Luigi Riccio, Andrea Villa, Vincenzo Esposito e Guido Catapano) pronti a rivelare di tutto e di più sull’organizzazione seppur nell’incertezza normativa perchè la legge sulle collaborazioni con la giustizia era solo per i terroristi. La notte del 17 giugno 1983 un maxi blitz delle forze dell’ordine portò in carcere 400 persone accusate di essere affiliate alla NCO, in esecuzione di un ordine di cattura nei confronti di 850 inquisiti, firmato dai sostituti procuratori Felice Di Persia e Lucio Di Pietro. Le rivelazioni dei pentiti contribuirono in maniera determinante all’operazione, anche se l’attività svolta dagli inquirenti negli anni precedenti, grazie all’apporto di numerosi documenti sequestrati nelle diverse carceri sparse su tutto il Paese, costituì il nucleo fondamentale dell’accusa. Gli arresti e le successive condanne decretarono la fine della Nuova Camorra Organizzata, il cui declino era già iniziato dopo la liberazione, grazie alla mediazione di Raffaele Cutolo, dell’esponente democristiano Ciro Cirillo (vicenda riportata nella II parte dell’articolo). La trattativa, operata fuori dall’azione congiunta della magistratura e delle forze dell’ordine, con l’appoggio di esponenti politici nazionali, sancì di fatto la fine della NCO e l’annientamento di Raffaele Cutolo. Cominciò da quel momento la corsa a far sparire ogni traccia e prova della trattativa. Dopo la disfatta della NCO, il clan Nuvoletta diventa l’organizzazione più importante dell'area napoletana, supportato dai clan di Giuseppe Polverino di Marano, di Nicola Nuzzo di Acerra, di Valentino Gionta e del suo braccio destro Migliorino di Torre Annunziata. Finita quindi la guerra con i cutoliani, i Nuvoletta iniziano una nuova battaglia con i restanti capi della Nuova Famiglia, rappresentata dai clan Alfieri di Nola, Galasso di Poggiomarino, Moccia, Bardellino di

Aversa, Contini, Licciardi e Mallardo. Oggi Raffaele Cutolo ha settantacinque anni ed è dal 1979 nelle patrie galere dove deve scontare una decina di ergastoli ed è in regime di 41bis. Probabilmente è l’unico boss, tra tutti quelli citati nei tre articoli, a non essersi mai pentito. Vorrei chiudere l’articolo ricordando i colleghi che barbaramente sono stati uccisi per mano di assassini della camorra a cui vorrei dedicare questo mio modesto lavoro: Appuntato Alfredo Paragano, ucciso il 12 febbraio 1982 nei pressi della sua abitazione ad Arzano, provincia di Napoli. In servizio presso la Casa Circondariale di Napoli. Nel mentre si recava al lavoro, veniva dapprima inseguito e poi freddato mortalmente da alcuni sicari. L'attentato, pochi giorni dopo, è rivendicato da un ignoto gruppo che si sigla con l’acronimo di N.C.S.. A distanza di oltre 28 anni dalla sua morte, si chiarirà la matrice camorristica del delitto. Alfredo Paragano è stato riconosciuto come Vittima del Dovere dal Ministero dell'Interno ai sensi della Legge 466/1980. Brigadiere del Corpo degli Agenti di Custodia, Antimo Graziano, in servizio presso la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale. Il 14 settembre 1982 rientrando dal servizio appena prestato, all'interno della propria autovettura nei pressi dell'abitazione, è raggiunto mortalmente da numerosi colpi d'arma da fuoco da parte di tre sconosciuti. Il Brigadiere Graziano è stato riconosciuto Vittima del Dovere ai sensi della Legge 466/1980 dal Ministero dell'Interno. A lui è intitolata la Casa Circondariale di

Avellino, nonché intestata, insieme ad altri sette Caduti del Corpo, una targa ricordo nel corridoio d'ingresso della Casa Circondariale di Napoli Poggioreale. Agente Gennaro De Angelis, ucciso in un vile agguato nel Comune di Cesa, il 15 ottobre del 1982 nelle vicinanze della sua abitazione. L'Agente lasciò la moglie Adele e i tre figli Vincenzo, Marianna e Annunziata che rimangono orfani rispettivamente all'età di nove, cinque e due anni. Il ministero dell'Interno prima lo ha riconosciuto Vittima del Dovere ai sensi della legge 466/1980 e successivamente Vittima della criminalità organizzata ai sensi della legge n.407/1998. Il 12 maggio del 2013 l’Anppe (Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria) di Aversa (CE) ha intitolato all’agente Gennaro De Angelis la propria sezione. Appuntato Nicandro Izzo, in servizio nel Carcere di Napoli Poggioreale, assassinato il 31 gennaio del 1983. L’appuntato fu raggiunto da un proiettile alla testa, sparato da un ignoto a bordo di una motocicletta. Izzo lavorava nel carcere napoletano dove da tempo erano state rinvenute armi e stupefacenti. L’appuntato lavorava all'ufficio accettazione pacchi, uno dei varchi

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Nelle foto: i colleghi assassinati dalla camorra Alfredo Paragano, Antimo Graziano, Gennaro De Angelis e Nicandro Izzo

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CRIMINI per l'introduzione di oggetti anche proibiti. Da lì però spostato di reparto e poi trasferito al carcere di Rebibbia dove si sarebbe dovuto recare il giorno successivo alla sua morte. Nella serata dell'assassinio perviene alla testata giornalistica de Il Mattino una rivendicazione telefonica da parte del sedicente Fronte dei Carcerati. Le indagini successive stabilirono la matrice di stampo camorristico dell’omicidio. Nicandro Izzo è riconosciuto Vittima del Dovere ai sensi della legge 466/1980 dal Ministro dell'Interno. Nel 2011 nel comune di Calvi Risorta, di cui era originario Izzo, è stata inaugurata una piazza intitolata alla memoria dell'appuntato. Nel 2012 il comune di Pignataro Maggiore ha istituito una borsa di studio che ricorderà il sacrificio dell'agente.

Nella foto: Pasquale Mandato

Maresciallo Pasquale Mandato, 53 anni, ucciso la mattina del 5 marzo del 1983. Il Maresciallo degli Agenti di Custodia Pasquale Mandato è raggiunto da numerosi colpi di arma da fuoco mentre si sta recando a lavoro alla Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere (CE). Il Maresciallo aveva fatto in modo che alcuni camorristi non potessero beneficiare di favori e ciò aveva fatto scatenare la vendetta dei killer. A dargli il colpo di grazia è stato Michelangelo d'Agostino, affiliato e spietato killer della NCI, poi diventato collaboratore di giustizia. Il 15 ottobre 2008 viene assegnata al Maresciallo la Medaglia d'Oro al Merito Civile. Il maresciallo Mandato è stato riconosciuto Vittima del Dovere ai sensi della legge 466/1980 dal Ministero dell'Interno. Il 16 maggio 2016. il Centro Penitenziario di Secondigliano è stato intitolato a Pasquale Mandato. Alla prossima... F

Dove sono i dati ufficiali della recidiva? Altrimenti si fa solo propaganda

È

ormai un dato certo! Chi sconta la pena in carcere, una volta che ne esce, torna a commettere più facilmente un reato di chi, invece, in carcere non ci entra nemmeno. Un concetto ormai entrato nella mente di tutti e che tutti ripetono come un mantra. L’affermazione poggia sul concetto di recidiva che è molto più bassa in chi accede alle misure alternative di chi invece entra in carcere. Molto più basso e molto più alto, più bello e più brutto, però, sono concetti un po’ vaghi. Rischiano di sembrare più delle opinioni che dati certi. Già, i dati, i numeri... Quali sono i dati ufficiali della recidiva di chi sconta la pena in carcere rispetto a chi riesce ad evitare le patrie galere? Dati ufficiali non ce ne sono. In nessun documento del DAP, del Ministero della Giustizia, del Governo, compaiono i numeri, i dati ufficiali sulla recidiva.

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Quindi, potrà sembrare strano, ma nessuno, oggi, in Italia, conosce i dati reali sulla recidiva! Perdonate il numero eccessivo di virgole utilizzate nella precedente affermazione (5 virgole: dato certo), ma è importante chiarirlo bene questo concetto: i dati ufficiali sulla recidiva non esistono! Non si possono fare comparazioni tra le due diverse modalità di scontare la pena, non si possono redigere grafici dell’andamento della recidiva negli anni, per tipologia di reato, per luogo geografico, per classi di età o per qualsiasi altro dato sociale. Fateci caso. Fate qualche ricerca. Ascoltate bene e leggete meglio. Mentono tutti! Ed infatti la recidiva di chi sconta le pene in carcere passa allegramente dal 90% al 70%, così, senza che nessuno chieda e che nessuno specifichi meglio. E i dati sulla recidiva di chi non sconta la pena in carcere? Quella passa da un 20% ad uno 0,79%, così, senza che nessuno


WEB E DINTORNI chieda e che nessuno specifichi meglio. Ognuno è libero di dire quello che pensa e di credere quel che preferisce, ma quando si parla di decisioni e di sistemi che riguardano milioni di persone (perché l’assetto attuale e futuro del sistema penitenziario italiano riguarda tutti gli italiani), sarebbe più corretto, onesto, parlare con i dati in

mano, altrimenti si fa solo propaganda. I numeri ufficiali non ci sono e quando mancano i numeri penso che ci sia un po’ troppa approssimazione e quando c’è troppa approssimazione

mi sorge il dubbio che qualcuno stia giocando sporco. F Federico Olivo Coordinatore area informatica del Sappe olivo@sappe.it

Alcune recenti dichiarazioni sulla recidiva "È uno slogan smentito dal tasso di recidiva tra i più alti d'Europa che sia sufficiente dire carcere per ottenere sicurezza". (Andrea Orlando - Congresso dei Radicali italiani nel carcere di Rebibbia, 1 settembre 2016) “I dati ufficiali dicono che il 68,5% degli ex-detenuti commettono reati dopo essere usciti di prigione, numeri più realistici parlano dell'80% e oltre. Al contrario i detenuti che durante il periodo in carcere hanno la possibilità di lavorare, hanno una percentuale di recidiva inferiore al 10%.” (ottopagine.it, 10 agosto 2016) "C'è bisogno urgente di un modello di carcere diverso, che esca dall'attuale modello passivizzante, in cui stai in branda e non fai nulla, in attesa che passi il tempo della pena, il presupposto giusto per la futura recidiva. Negli altri Paesi il carcere è studio, lavoro, sport e la recidiva cala". (Andrea Orlando italyjournal.it, 3 agosto 2016) "Un carcere organizzato così come oggi non serve nemmeno per garantire la sicurezza. Il carcere costa ogni anno 3 miliardi di euro e

l'Italia è il Paese con la recidiva più alta d'Europa. Chi invoca il carcere in nome della sicurezza in realtà cavalca una società ansiosa e propina una truffa". “I soggetti ammessi a pene alternative erano circa 20 mila. Adesso la situazione è cambiata. Abbiamo 54 mila detenuti per circa 50 mila posti, ma soprattutto 40 mila soggetti ammessi a pena alternativa. Basta fare una somma per rendersi conto che quando avevano più carcerazione i soggetti sottoposti al sistema penale erano meno di oggi. Si tratta di una grande svolta che aiuta a generare più sicurezza perché si abbassa la recidiva.” (Andrea Orlando - la Repubblica, 13 luglio 2016)

cento torna a delinquere.” (XII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione - Il Fatto Quotidiano, 17 giugno 2016) "La nostra è oggi una visione meno carcero-centrica nella convinzione suffragata da studi e dati alla mano, che l'espiazione non in forma carceraria della pena, abbassi drasticamente i livelli di recidiva perché più carcere non deve più voler dire più sicurezza.” (Andrea Orlano alla chiusura degli Stati generali esecuzione penale Italia Oggi, 18 aprile 2016)

"Non si tratta di rinunciare alla sanzione ma di trovare altre forme più utili alla sicurezza complessiva, perché il carcere spesso non garantisce il maggiore inserimento sociale, bensì aumenta il rischio recidiva". (Mauro Palma, Garante Nazionale per i Detenuti - Il Fatto Quotidiano, 17 giugno 2016) “Eppure, i numeri sulla recidiva del reato durante le misure alternative sono incoraggianti: solo lo 0,79 per Polizia Penitenziaria n.242 • settembre 2016 • 29

Nelle foto: nell’altra pagina il Ministero della Giustizia in basso il Ministro Andrea Orlando


SICUREZZA SUL LAVORO

Luca Ripa Dirigente Sappe Rappresentante dei lavoratori rivista@sappe.it

L’evoluzione normativa della sicurezza sul lavoro

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uando mi è stato proposto dal Direttore Editoriale di curare la rubrica riservata a questa delicata materia, la prima cosa che ho pensato è che qualsiasi cosa avessi scritto sull’argomento, avrebbe dovuto essere facilmente comprensibile a tutti i lettori. La tematica riguardante la tutela della salute e della sicurezza sui posti di lavoro è, infatti, una tematica complessa, molto tecnica, ed in continua evoluzione. Per queste ragioni, tenterò di trattarla in maniera più accessibile e schematica possibile, prendendo comunque spunto dai testi dei più autorevoli esperti del settore. Per meglio comprendere questa importantissima materia è bene però iniziare, a mio avviso, dalle origini, evidenziando almeno in breve quelle che, nel nostro Paese, sono state, a partire dal secolo scorso sino ad arrivare ai giorni nostri, le maggiori fonti d’ispirazione della normativa. Dai primi decenni del 1900 e fino all’entrata in vigore del nuovo Codice Civile (1942), il problema della sicurezza ed in particolare dell’integrità fisica del lavoratore, è stato visto come un problema risarcitorio, mirando principalmente a tutelare l’imprenditore sotto il profilo patrimoniale, e non ad attuare misure idonee a prevenire e ridurre il numero d’infortuni, che, secondo la cultura dell’epoca, erano causati essenzialmente da fatalità o da distrazioni. In seguito, con l’introduzione del Codice Civile e della Costituzione (1948), assume, come vedremo, grande importanza la tutela dell'integrità psicofisica e morale di chiunque operi in un ambiente di lavoro, diventando un obbligo giuridico al quale sottoporre tutti i

soggetti, sia pubblici che privati. La nostra Carta Costituzionale, infatti, agli artt. 1 e 4, esprime prima il chiaro intento del Legislatore di dare al lavoro un valore assoluto quale strumento di sviluppo e progresso della società, e agli artt. 35 e 41, manifesta poi la volontà di tutela dei lavoratori tramite ogni possibile intervento di tipo preventivo, previdenziale ed assistenziale. Nel Codice Civile, invece, all’art. 2087 viene prescritto l’obbligo del Datore di Lavoro di adottare tutti gli accorgimenti utili che l’esperienza e la tecnologia mettono a disposizione per tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori. Il Codice Penale, agli artt. 437 e 451, punisce con il primo, la “Rimozione od omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro” e con il secondo, la “Omissione colposa di cautele o difese contro disastri o infortuni sul lavoro”. Coerentemente con tali principi, vengono emanati un insieme di Decreti del Presidente della Repubblica, volti ad imporre precisi obblighi e condotte da adottare per garantire la sicurezza (Prevenzione infortuni D.P.R. 547/55 Igiene del lavoro D.P.R. 303/56, D.P.R. 164/56 – Prevenzione infortuni nelle costruzioni.).

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Dopo tale periodo, si assiste ad una sostanziale stasi normativa durata sino alla fine degli anni '80, con la sola eccezione della Legge 300/70, lo Statuto dei lavoratori, con la quale si attribuisce alle rappresentanze dei lavoratori il diritto di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica. La svolta avviene nel giugno 1989, quando il Consiglio delle Comunità Europee, emana la direttiva 89/391/CEE. Quest’ultima viene definita dagli esperti come direttiva quadro (o madre) in quanto riguarda l'attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori durante il lavoro. Essa comprende principi generali relativi alla prevenzione dei rischi professionali e alla protezione della sicurezza e della salute, all'eliminazione dei fattori di rischio e di incidente, all'informazione, alla consultazione, alla partecipazione equilibrata conformemente alle legislazioni, alla formazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti,


nonché direttive generali per l'attuazione dei prefati principi. Questa importante direttiva europea, ed altre emanate successivamente, vengono finalmente recepite dallo Stato italiano, a parer mio con colpevole ritardo, con l’emanazione del Decreto Legislativo 626 del 19 settembre 1994. Tale Decreto Legislativo rappresenta un salto di qualità rilevante che sposta l’attenzione dalla sola prevenzione tecnica ad un disegno giuridico di più ampio respiro, che vede l’uomo al centro del sistema prevenzionale; si interviene sull’organizzazione, sulla formazione ed informazione, sulla sensibilizzazione e partecipazione dei lavoratori. Per la prima volta viene dettato per legge l’obbligo di organizzare la sicurezza in azienda e di gestirla secondo le indicazioni contenute nel Decreto stesso. Nell’aprile 2008 viene pubblicato il Decreto Legislativo n. 81 (cosiddetto Testo Unico) in attuazione dell’art. 1 della L. 3 Agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Questo Decreto coordina, riordina e riforma le principali norme vigenti ed i capisaldi della legislazione in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro sostituendole con una sorta di Codice Unico. I Decreto Legislativo sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, modificato ed integrato in alcuni articoli dal Decreto Legge 69/13 e dal D.Lgs. 151/15, gode di un campo di applicazione più esteso del precedente, definendo meglio non solo i soggetti destinatari degli obblighi di sicurezza ed i meccanismi di delega delle funzioni, ma stabilendo anche regole più ferree per la tenuta della documentazione relativa alla tutela dei lavoratori. Il testo è costituito da 306 articoli suddivisi in XIII titoli e ben 51 allegati. Certo, non si può più parlare, come nel 1994, di una rivoluzione della materia, ma, si tratta comunque, di una evoluzione normativa, in buona parte vincolata dalle direttive comunitarie da cui in larghissima parte discende il nuovo decreto. F

MASTER DI II LIVELLO

Studi Penitenziari e dell’Esecuzione Penale

Il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPe, in collaborazione con l’Accademia Europea Studi Penitenziari, ha contribuito alla realizzazione di un MASTER di II Livello in Studi Penitenziari e dell’Esecuzione Penale presso l'Università Telematica Pegaso. Il Master Universitario di II Livello in Studi Penitenziari e dell’Esecuzione Penale si pone l’obiettivo di fornire gli strumenti giuridici necessari per affrontare le problematiche connesse alla gestione dei criminali ed è indirizzato, in particolare, ad appartenenti alle forze dell’ordine e a personale del sistema giudiziario e dell’esecuzione penale. Il programma del Master, partendo dall’analisi del fenomeno criminale, esamina l’evoluzione della normativa in materia, senza perdere mai di vista l’aspetto pratico, per garantire un continuo scambio tra teoria e prassi attraverso lo studio di casi pratici, per fornire quelle specifiche competenze necessarie per interagire con soggetti sottoposti a provvedimenti di restrizione della libertà personale. Il Master si articola in più moduli che analizzano sia gli aspetti giuridici che quelli applicativi, con l’analisi dei casi pratici. Le materie di insegnamento ed i moduli didattici sono svolti da docenti universitari, professionisti ed organi istituzionali operanti nei settori di riferimento tra i quali il Cons. Riccardo Turrini Vita, Direttore Generale della Formazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il dott. Pietro Buffa, Direttore Generale del Personale del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e il dott. Antonio Fullone Direttore della C.C. di Napoli Poggioreale. Il Master si svolgerà in modalità e-learning, con piattaforma accessibile 24 ore/24 e avrà una durata di studio pari a 1.500 ore (60 CFU). Il sistema e-learning adottato prevede l’apprendimento assistito con un percorso formativo predeterminato, con accesso a materiali didattici sviluppati appositamente e fruibili in rete con un repertorio di attività didattiche interattive, individuali e di gruppo, mediate dal computer con la guida di tutor/esperti tecnologici e di contenuto, in grado di interagire con i corsisti e rispondere alle loro domande. è richiesto come titolo di ammissione diploma di laurea quadriennale del previgente ordinamento o diploma di laurea specialistica e/o magistrale. La quota di iscrizione è di 1.000 euro + 50 euro spese di bollo. Per gli iscritti Sappe la quota d’iscrizione in convenzione è di 600 euro + 50 euro spese di bollo. info: studipenitenziari@gmail.com • info@sappe.it • tel. 063975901 Polizia Penitenziaria n.242 • settembre 2016 • 31


a cura di Giovanni Battista de Blasis

COME SCRIVEVAMO

I misteri dell’Ucciardone

Il pestaggio di Antonio Angiulli e lupara bianca per un Maresciallo di Giuseppe Romano Più di venti anni di pubblicazioni hanno conferito al mensile Polizia Penitenziaria Società Giustizia & Sicurezza la dignità di qualificata fonte storica, oltre quella di autorevole voce di opinione. La consapevolezza di aver acquisito questo ruolo ci ha convinto dell’opportunità di introdurre una rubrica - Come Scrivevamo che contenga una copia anastatica di un articolo di particolare interesse storico pubblicato tanti anni addietro. A corredo dell’articolo abbiamo ritenuto di riprodurre la copertina, l’indice e la vignetta del numero originale della Rivista nel quale fu pubblicato.

L’

omicidio Bonincontro segue un periodo di relativa calma all'interno dell'Ucciardone dove però i mafiosi, nell'impunità assoluta, dettano ancora legge e si permettono perfino di picchiare gli agenti. Ciò accade anche grazie alle blande punizioni che seguono a questi episodi di violenza. L'arroganza dei detenuti mafiosi è un dato di fatto incontrovertibile; bisogna convivere con loro e tollerarli a malincuore, contravvenendo magari a qualche sano principio oppure opporsi decisamente rischiando veramente la vita. E' nella calda giornata del 6 agosto del 1979 che l'agente Antonio Angiulli, in servizio alla 4ª sezione, viene picchiato selvaggiamente dal detenuto Michele Micalizzi (lo ritroveremo protagonista attuale in una recente maxi ordinanza di custodia cautelare che racconta 20 anni di mafia a Palermo) ed altri suoi cinque degni compari. Un episodio emblematico, forse sottovalutato dai mafiosi, che, come vedremo in seguito segnerà l'inizio della fine dello strapotere dei boss e di quei loschi figuri che con il loro comportamento omissivo di fatto li tutelavano. Qualcuno tra gli agenti, stanco di subire e di vedere come, per connivenza o per paura, i mafiosi la fanno da padroni, invia un esposto anonimo alla magistratura, al Ministero di Grazia e Giustizia e anche al giornale L’Ora di Palermo. E' infatti la rabbia degli agenti dell'Ucciardone, per l'impunità di cui aveva goduto il Micalizzi, a far scaturire lo scritto anonimo firmato Agenti di Custodia inferociti! L'esposto era corredato da precisi particolari ed era scritto con stile burocratico. Il giornale L’Oralo pubblica il 30 agosto (due giorni dopo la

scomparsa del Maresciallo Di Bona del quale parleremo in seguito). “Gli agenti di custodia in forza presso la C.C. Palermo comunicano alla prima e seconda sede (Procura e Ministero n.d.r.) di prendere seri provvedimenti di quanto segue, la terza sede (L'Ora) per conoscenza all'opinione pubblica di quello che succede in questo carcere di mafia. Il giorno 6 agosto 1979 l’Agente Angiulli di servizio 8-16 al cancello della 4ª sezione, nello svolgere il suo dovere di guardia è stato picchiato e massacrato a pugni da quel (...) Micalizzi Michele assieme ad altri 5 detenuti, il killer che porta con se 20 anni di galera per l'uccisione del nostro compianto ed amato collega Cappiello (agente di P.S. ucciso il 2 luglio 1975, omicidio per il quale Micalizzi era stato condannato a 24 anni di reclusione n.d.r.). E' stato informato il Comandante il quale stava provvedendo ad inoltrare il(...) ma, con il potere di mafia che circola in questo carcere, si è dovuto fermare. Facciamo presente che questa è la terza volta che questo (...) si butta contro le guardie a picchiare insieme ad altri. Se fosse stato un altro detenuto veniva subito isolato e denunciato (pensare se troviamo un mazzo di carte da gioco nelle perquisizioni viene portato per punizione alla 9ª sezione per essere isolato). lnvece il (...) viene trattato con i guanti bianchi assieme ad altri della sua risma”. E continuando a parlare del detenuto Michele Micalizzi, 30 anni, di Pallavicino (quartiere di Palermo), gli agenti continuano “Gli concedono il colloquio straordinario ogni sabato, il quale lo fa nei vecchi uffici della matricola a porte chiuse senza essere assistito da una guardia,

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quindi non si sa quello che succede dentro. La roba che gli portano non viene mai controllata come di fatti nella sua cella tiene un coltello da tavola, radio FM, asciugacapelli e tutto quello che un altro detenuto non può avere (...). Il (...) e sia gli altri come lui , dove risiede sta libero 24 ore su 24. Non aggiungiamo altro. Chiediamo soltanto che prendiate seri provvedimenti del caso sopracitato. I signori civili e militari che raccomandano questo (...) ricordino che c'è una donna che piange il suo uomo barbaramente assassinato” Visto che dall’Ucciardone non era partita nessuna denuncia e che il Micalizzi aveva scontato 6 giorni di cella d'isolamento in infermeria ci aveva pensato l'anonimo ad avvertire la magistratura. Per quanto non ufficiale sempre una denuncia era e così partì l'inchiesta che ipotizzava il reato di violenza a P.U. per il detenuto e quello di omissione di atti d'ufficio per gli AA.CC. che non avevano informato il giudice com'era loro dovere. Il Sostituto Procuratore della Repubblica Prinzivalli, cui era stato affidato il caso aveva interrogato tutti coloro che nella vicenda erano in qualche modo coinvolti per ultimo aveva interrogato il Maresciallo Calogero Di Bona.

lupara bianca per un Maresciallo “Era testimone del caso di violenza sull'agente Angiulli avvenuto all'Ucciardone il 6 agosto del '79 il Maresciallo Calogero Di Bona, 35 ann,i vicecomandante degli AA.CC. del carcere di Palermo. Egli era stato interrogato dal Sostituto Prinzivalli; pare che da lui, in particolare, volesse sapere dov'era finito il registro delle punizioni dei detenuti. Cosa abbia risposto Di Bona non si sa. Se questo episodio sia davvero all'origine della scomparsa del Maresciallo lo stabilirà l'inchiesta


sotto: la scena del crimine

COME SCRIVEVAMO

condotta dal Sostituto Pietro Grasso”. Così scrive il cronista due giorni dopo la scomparsa di Di Bona avvenuta la sera di martedì 28 agosto 1979. Era stato interrogato il sabato precedente e subito gli inquirenti avevano ipotizzato un collegamento tra la scomparsa e l'episodio avvenuto in carcere, anzi la polizia e i carabinieri si convinsero subito che si trattava di omicidio. Le speranze di ritrovarlo vivo, infatti, si assottigliavano inevitabilmente, quando fu ritrovata la FIAT 500 bianca (venerdì 29 agosto) posteggiata in via dei Nebrodi vicino all'incrocio con via De Gasperi. Gli sportelli erano aperti. Questo particolare venne considerato un segno ben preciso, dal momento che era una circostanza ricorrente nei casi di lupara bianca. Questa storia entra così a pieno titolo tra i Misteri dell'Ucciardone. Ma ricostruiamo minuziosamente, con l'aiuto del cronista dell'epoca, ciò che avvenne quel 28 agosto di diciassette anni fà. “Alle ore 13 Di Bona finito il suo turno di servizio aveva raggiunto la moglie Rosa Cracchiolo e i tre figli

nella sua abitazione di via Sferracavallo 164, una delle prime case della Borgata Marinaro scendendo dal viale che porta a Tommaso Natale. Dopo il pranzo, il giovane Maresciallo s'era coricato come d'abitudine. Poi, a pomeriggio inoltrato era uscito assieme ai suoi familiari che aveva accompagnato presso dei parenti proseguendo verso la piazza di Sferracavallo; lì tra le 18 e le 19 fu visto per l'ultima volta al bar Profeta. All'ora di cena la moglie si era impensierita, difatti erano rimasti che sarebbe ripassato a prendere lei e i bambini per tornare a casa e invece non si faceva vivo nessuno. Da ciò scaturirà la denuncia di scomparsa.” Il direttore dell'epoca, Clemente Cesareo, fornisce del sottufficiale il quadro rassicurante di un giovane che “sa svolgere il suo lavoro con competenza e senso di equilibrio.” Quando 15 anni addietro si era arruolato negli AA.CC. era stato subito assegnato a Palermo; qui aveva fatto tutta la sua carriera fino all'incarico di vice comandante. Mai uno scontro, un semplice contrasto con colleghi e detenuti, aggiunge il direttore. E' sicuro che non aveva mai ricevuto minacce. Aveva con tutti rapporti amichevoli. “Che posso dire? Guardando tra le carte del suo fascicolo abbiamo scoperto che proprio ieri (mercoledì) cadeva il suo compleanno. Quello che mi auguro è che per festeggiarlo si sia concessa, come dire, una distrazione”. Una battuta sicuramente infelice anche se il cronista in questo atteggiamento percepisce che il direttore è convinto del contrario e cioè che la scomparsa di Di Bona sia un altro caso di lupara bianca. Ma il direttore va oltre, aggiunge una ciliegina alla dichiarazione precedente “L'Ucciardone è un carcere

difficile, molti misteri di Palermo sono custoditi dietro queste sbarre. Eppure malgrado queste situazioni spesso intollerabili sovraffollamento ecc.) l'ordine è soddisfacente!” assicura il direttore. L'arguto cronista chiude il suo pezzo con parole che di lì a poco si riveleranno profetiche: “Tutti sanno che si tratta dell'ordine imposto, più che dal servizio degli agenti, da un preciso gruppo di mafia quello di Don Masino Buscetta. Per mantenere una convivenza

tranquilla, quanto basta, qui valgono più di tutte le leggi che non sono scritte. E sono leggi che non prevedono appelli né processi. Chi "sbaglia" paga. Il tutto, si capisce, secondo il metro di chi giudica. L'Ucciardone non si smentisce e tiene gelosamente custoditi i suoi misteri. F

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Nelle foto: la copertina del numero di dicembre 1996 sotto la vignetta in basso a sinistra il Maresciallo Calogero Di Bona in un disegno di Giuseppe Romano in basso a destra il sommario


L’ULTIMA PAGINA Il mondo dell’appuntato Caputo di Mario Caputi e Giovanni Battista de Blasis © 1992-2016 rivista@sappe.it

DEVO PARLARE CON URGENZA AL DIRETTORE PER UNA QUESTIONE SINDACALE...

MA COME? ... SE L’HO APPENA VISTO AFFACCIATO ALLA FINESTRA !

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MI DISPIACE MA NON C’È...

SI... MA ANCHE LUI HA VISTO TE CHE ARRIVAVI...



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