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PoliziaPenitenziaria Società Giustizia e Sicurezza

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anno XXIII • n.241 • luglio-agosto 2016

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www.poliziapenitenziaria.it

Riordino, razionalizzazione e tortura: intervista al Presidente Gasparri


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06 Polizia Penitenziaria

In copertina:

Società Giustizia e Sicurezza

Il Vice Presidente del Senato della Repubblica Sen. Maurizio Gasparri

04 EDITORIALE Carceri, torna il sovraffollamento di Donato Capece

05 IL PULPITO Ma se critichi tutti, non hai mai pensato di essere tu il problema? di Giovanni Battista de Blasis

06 IL COMMENTO Anni di piombo: no al diritto all’oblio all’ex terrorista di Roberto Martinelli

08 L’INTERVISTA Riordino, razionalizzazione e tortura: intervista al Presidente Maurizio Gasparri

11 ATTUALITÀ Clima: il futuro dell’umanità è a rischio di Luca Pasqualoni

anno XXIII • n.241 • luglio-agosto 2016 12 L’OSSERVATORIO POLITICO Eventi critici in carcere: sempre più difficile gestire le emergenze di Giovanni Battista Durante

14 CRIMINOLOGIA Politiche di prevenzione della deviazione minorile di Roberto Thomas e Michela Battiloro

16 MINORI Il recente interesse della Comunità Europea di Ciro Borrelli

18 DIRITTO & DIRITTI Il trattamento rieducativo nell’Ordinamento Penitenziario di Giovanni Passaro

20 LO SPORT Nuoto: Oro per Ilaria Bianchi al Settecolli di Lady Oscar

PoliziaPenitenziaria Società Giustizia e Sicurezza

Organo Ufficiale Nazionale del S.A.P.Pe. Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Direttore responsabile: Donato Capece capece@sappe.it Direttore editoriale: Giovanni Battista de Blasis deblasis@sappe.it Capo redattore: Roberto Martinelli martinelli@sappe.it Redazione cronaca: Umberto Vitale, Pasquale Salemme Redazione politica: Giovanni Battista Durante Comitato Scientifico: Prof. Vincenzo Mastronardi (Responsabile), Cons. Prof. Roberto Thomas, On. Avv. Antonio Di Pietro Donato Capece, Giovanni Battista de Blasis, Giovanni Battista Durante, Roberto Martinelli, Giovanni Passaro, Pasquale Salemme

Direzione e Redazione centrale Via Trionfale, 79/A - 00136 Roma tel. 06.3975901 • fax 06.39733669 e-mail: rivista@sappe.it web: www.poliziapenitenziaria.it Progetto grafico e impaginazione:

© Mario Caputi www.mariocaputi.it “l’appuntato Caputo” e “il mondo dell’appuntato Caputo” © 1992-2016 by Caputi & de Blasis (diritti di autore riservati)

Registrazione: Tribunale di Roma n. 330 del 18 luglio 1994

22 DALLE SEGRETERIE Roma, Mantova, Cagliari, Parma, Cairo Montenotte

24 CINEMA DIETRO LE SBARRE Fine Pena - Il futuro oltre le sbarre a cura di G. B. de Blasis

26 CRIMINI & CRIMINALI La nuova camorra organizzata - Parte II di Pasquale Salemme

30 COME SCRIVEVAMO La cronaca nera nel secondo dopoguerra di Assunta Borzacchiello

32 WEB E DINTORNI Stati Generali Esecuzione Penale e tecnologie: se questa la chiamate innovazione di Federico Olivo

Per ulteriori approfondimenti visita il nostro sito e blog: www.poliziapenitenziaria.it Chi vuole ricevere la Rivista al proprio domicilio, può farlo versando un contributo per le spese di spedizione pari a 25,00 euro, se iscritto SAPPE, oppure di 35,00 euro se non iscritto al Sindacato, tramite il conto corrente postale numero 54789003 intestato a: POLIZIA PENITENZIARIA Società Giustizia e Sicurezza Via Trionfale, 79/A - 00136 Roma, specificando l’indirizzo, completo, dove va spedita la rivista.

Cod. ISSN: 2421-1273 • web ISSN: 2421-2121 Stampa: Romana Editrice s.r.l. Via dell’Enopolio, 37 - 00030 S. Cesareo (Roma) Finito di stampare: luglio 2016 Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana

Edizioni SG&S

Il S.A.P.Pe. è il sindacato più rappresentativo del Corpo di Polizia Penitenziaria

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L’EDITORIALE

Donato Capece Direttore Responsabile Segretario Generale del Sappe capece@sappe.it

Carceri, torna il sovraffollamento. Necessari almeno mille nuovi Agenti

I

l 12 luglio scorso si è tenuto a Carini, in provincia di Palermo, presso il Salone delle Feste del Castello, un interessante convegno dal tema Espiazione della pena e diritti fondamentali della persona - Una riflessione sulla situazione carceraria italiana. Molti e qualificati gli interlocutori: tra essi, il Ministro della Giustizia Andrea Orlando. "Le carceri hanno subito in questi anni un'evoluzione positiva, siamo riusciti a contenere un processo di sovraffollamento che aveva portato a condizioni inumane. Per primo, però, ho sempre segnalato come, dopo questo traguardo, fosse importante discutere di come fare corrispondere l'attività dell'esecuzione penale all'indicazione costituzionale, ovvero come riuscire effettivamente a garantire un percorso di riabilitazione, di riscatto dei detenuti e su questo abbiamo ancora moltissimo da fare. Oggi è l'occasione per discuterne e di farlo anche con la Chiesa che con maggiore determinazione nel corso di questo pontificato si è posta questo tema e ha aiutato tutti noi a fare dei passi avanti", ha tra l’altro detto Orlando. Che sui tempi della giustizia, ha aggiunto "abbiamo incominciato ad avere dei risultati significativi, vorrei ricordare che all'insediamento di questo Governo la durata media del processo civile di primo grado era di oltre 550 giorni, quest'anno chiuderà a 367 giorni. Naturalmente – ha proseguito - c'è da fare un lavoro analogo nell'appello e poi c'è da snellire complessivamente il processo. Per questo è molto importante che le due leggi che affrontano il funzionamento del processo civile e penale siano approvate al più presto.

Confido che in questi giorni si possa andare verso un'approvazione in commissione al Senato di quella che riguarda il penale e mi auguro che, con molti meno problemi, si possa approvare quella sul civile che, per sua natura, è assai meno divisiva e meno delicata per le tensioni tra le forze politiche". Io non sono così ottimista, come il Guardasigilli, sulla situazione penitenziaria. E spiego perché. E’ salito infatti a quota 54.072 il numero dei detenuti presenti oggi nelle carceri italiane, mentre ben 43mila persone scontano una pena sul territorio in misura alternativa alla detenzione (affidamento in prova, detenzione domiciliare, messa alla prova e lavori di pubblica utilità) e 10.773 sono le nuove istanze pendenti per messa alla prova. Sono dunque pressoché esauriti gli effetti delle leggi svuotacarceri e gli istituti di pena ritornano a essere significativamente affollati, a tutto discapito del lavoro delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria. 54.072 detenuti rispetto ad una capienza regolamentare di poco superiore ai 44mila posti letto effettivamente disponibili è un segnale preoccupante, che va a incidere pesantemente sul lavoro dei Baschi Azzurri. Le regioni più affollate sono Lombardia (7.967), Campania (6.889), Lazio (5.893) e Sicilia (5.899). Ma tutte, proprio tutte, le carceri sono affollate oltre la capienza ordinaria. Mi sembra quindi aleatorio sostenere che il Governo è riuscito “a contenere un processo di sovraffollamento che aveva portato a condizioni inumane”. Per il SAPPE, infatti, poco è cambiata la situazione penitenziaria del Paese. Su come “riuscire effettivamente a garantire un percorso di

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riabilitazione, di riscatto dei detenuti” (altro concetto espresso dal Guardasigilli nel suo intervento al Convegno di Palermo), va detto con chiarezza che se è vero che il 95% dei detenuti sta fuori dalle celle tra le 8 e le 10 ore al giorno, è altrettanto vero che non tutti sono impegnati in attività lavorative e che anzi trascorrono il giorno a non far nulla. Ed è grave – e deve fare seriamente riflettere - l’aumento del numero degli eventi critici nelle carceri da quando sono stati introdotti vigilanza dinamica e regime penitenziario aperto. Solamente nei primi dieci giorni di luglio si sono contati Agenti di Polizia Penitenziaria aggrediti in varie carceri, tra le quali Salerno, Ariano Irpino, Taranto, Favignana, Potenza, atti di autolesionismo in cella a Reggio Emilia, un tentato suicidio nel carcere di Civitavecchia, l’incendio in Sezione provocato da un ristretto a Livorno, sangue ed escrementi lanciati contro i poliziotti a Potenza. E si deve non dimeno registrare il suicidio di due poliziotti penitenziari, a Trieste e Cremona. E’ una situazione penitenziaria di normalità? Io torno a sollecitare, anche da queste colonne, il Ministro della Giustizia Andrea Orlando su un fatto specifico. Nonostante la Polizia Penitenziaria ha organici carenti per 8mila Agenti, la Legge di stabilità ha bocciato un emendamento che avrebbe permesso l'assunzione di 800 nuovi Agenti, a partire dall’assunzione degli idonei non vincitori dei precedenti concorsi, già pronti a frequentare i corsi di formazione. Credo che sia assolutamente necessario che, almeno su questo, il Ministro Orlando assicuri queste nuove assunzioni, nell’ordine di mille nuovi Agenti di Polizia Penitenziaria, assolutamente indispensabili anche per il contrasto della criminalità e del radicalismo integralista nelle carceri.F


IL PULPITO

Ma se critichi tutti, non hai mai pensato di essere tu il problema?

C’

era una volta un calzolaio incapace che, a causa della sua mal destrezza, non aveva clienti e finì in miseria. Per non morire di fame, il calzolaio escogitò un raggiro: si trasferì in una nuova città dove era sconosciuto e, sotto falso nome, si fece passare per un famoso medico. Con arguti espedienti, e grazie all’abilità dialettica, spacciò come sua grande specialità un antidoto contro ogni tipo di veleno. Purtroppo per lui, però, il Re di quella città cadde molto malato e, sentita la sua fama, lo mandò a chiamare per farsi curare. Giunto al cospetto del Re, questi volle metterlo alla prova e lo invitò a bere un potentissimo veleno per dimostrare, poi, l’efficacia dell’antidoto su se stesso. A quel punto, terrorizzato dalla prova e dalla paura di morire, il ciabattino confessò l’inganno e spiegò di essere diventato medico famoso non per le sue capacità ma per l’ingenuità e la credulità della gente. Dopo la confessione, il Re convocò tutta la cittadinanza sotto al Palazzo reale. “Quanta stoltezza aleggia in questa città” disse alla folla “se tutti hanno messo la propria vita nelle mani di colui al quale nessuno voleva affidare nemmeno i propri piedi. La vostra ingenuità è davvero un affare per chi non ha scrupoli ad approfittarne”. Credo che questa favoletta di Fedro, ripresa da un precedente racconto di Esopo, rappresenti in maniera chiara ed evidente l’indole di quei personaggi che, incapaci di fare qualcosa di concreto e costruttivo, si servono della mistificazione, della tendenziosità e del sotterfugio per cercare di manipolare la realtà e presentare se stessi agli altri per quello che non sono e non

saranno mai. Di solito, questi individui cercano di migliorare sempre più la propria eloquenza, per riuscire meglio ad ingannare gli altri. Quasi sempre costoro sono maestri della critica, perché criticare gli altri è di gran lunga più facile di fare qualcosa di concreto. Non a caso si dice che “la critica è l’arte di chi non sa fare”. Ingenuità e credulità della gente, poi, fanno il resto e rendono facile la vita di queste persone. "Sono tanto semplici gli uomini e tanto obbediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare." Diceva Niccolò Machiavelli. E il buon Totò, in uno dei suoi film più famosi, Totòtruffa 62, sosteneva che: “Lo so dovrei lavorare invece di cercare dei fessi da imbrogliare, ma non posso, perché nella vita ci sono più fessi che datori di lavoro.” Purtroppo, il sindacato, così come la politica, è l'habitat naturale di affabulatori, incantatori e prestigiatori della parola. L’unico requisito necessario a questi personaggi, è il saper parlare e scrivere decentemente o, quantomeno, in maniera adeguata all’arte della mistificazione. In ambito sindacale, questi soggetti ricorrono continuamente alla critica perché vorrebbero che gli altri (colleghi e organizzazioni) fossero diversi da quello che sono, nella consapevolezza che loro non potranno essere mai alla loro altezza. Non a caso, Nietzsche diceva che più ci innalziamo e più sembriamo piccoli a quelli che non possono volare. Purtroppo, però, qualche volta le calunnie e le maldicenze non ci lasciano indenni. Basti pensare a casi come quello di Girolimoni o, per restare più vicini a noi, alla vicenda Cucchi.

Girolimoni, nonostante fosse stato scagionato completamente da ogni accusa, rimase sempre colpevole nell’immaginario collettivo, tanto che il suo nome a Roma viene spesso usato come sinonimo di mostro. La vicenda Cucchi, poi, nonostante tre sentenze assolutorie e inoppugnabili riscontri probatori, ha lasciato ferite insanabili agli sfortunati colleghi coinvolti e ha gettato ombre sulla correttezza e sulla onorabilità del Corpo di Polizia Penitenziaria. Ancora oggi aspettiamo le scuse di Ilaria Cucchi per tutte le accuse rivelatesi infondate contro i colleghi e, aggiungerei, aspettavamo anche quelle del sindacalista che si è presentato nella sua stessa lista alle elezioni politiche del 2013.

Invece, la Cucchi ha continuato dritta per la sua strada, senza voltarsi neppure un attimo a guardare quali conseguenze avevano prodotto le sue accuse infondate nella vita di tre persone innocenti e il sindacalista è tornato alla sua comoda poltrona, dalla quale ha ricominciato a sputare sentenze contro tutto e contro tutti, come se non fosse successo niente. Infatti, dopo un breve periodo di silenzio per decenza, ha ricominciato a criticare a destra e a manca senza alcun pudore. Tempo fa mi sono imbattuto in una fantastica vignetta di Mafalda (la ragazzina disegnata da Quino) che sosteneva: “ … se critichi tutti non hai mai pensato di essere tu il problema?” Tutto sommato, parlare del Sappe è facile ...essere come il Sappe, invece, è molto difficile e, per qualcuno, direi proprio impossibile. F

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Giovanni Battista de Blasis Direttore Editoriale Segretario Generale Aggiunto del Sappe deblasis@sappe.it


IL COMMENTO

Roberto Martinelli Capo Redattore Segretario Generale Aggiunto del Sappe martinelli@sappe.it

Anni di piombo: no al diritto all’oblio per l’ex terrorista

S

Nelle foto: in alto accanto al titolo il ritrovamento del corpo della Vigilatrice Penitenziaria Germana Stefanini sopra l’agguato mortale all’Agente di Custodia Lorenzo Cotugno

pesso, su queste colonne, mi sono occupato degli “anni di piombo”, che hanno flagellato il nostro Paese negli anni Settanta e Ottanta. Ancora oggi, c’è chi volutamente confonde le acque. Se si leggono le ricostruzioni che storici e giornalisti fanno degli anni di piombo, sembra che i brigatisti rossi e i loro stretti parenti siano sempre stati considerati dei folli, isolati da tutto il resto del Paese.

nazionale, che chiamò «sedicenti» le Brigate Rosse e nascose e negò qualsiasi episodio di violenza e di estrema sinistra. Perché accadde tutto questo? Molti giornalisti agirono per fede politica. Ma molti altri, più semplicemente, si accodarono seguendo il vento, che in quel momento sembrava portare a un immancabile trionfo del marxismo. Così, legioni di cronisti «borghesi» si

Sembra che il progetto di una società comunista, da realizzare attraverso una rivoluzione, sia stata una pazza idea nelle menti di pochi. Ma non andò così. Ce l’ha raccontato, e bene, Michele Brambilla nel suo libro L’eskimo in redazione. Per una decina d’anni, diciamo dal 1968 in poi, l’estremismo di sinistra poté godere della benevolenza, del consenso, e a volte della complicità della maggior parte dei giornali e del mondo della cultura ufficiale. Ci volle il cadavere di Moro fatto trovare a metà strada fra le sedi della Dc e del Pci per interrompere una mistificazione che i mass media conducevano dal tempo della scoperta dei primi covi delle Brigate Rosse. Per dieci anni gli italiani furono ingannati dai nove decimi della stampa

misero l’eskimo, confermando una vecchia battuta di Leo Longanesi, e cioè che lo stemma al centro della bandiera italiana dovrebbe essere la scritta: «Ho famiglia». Ma la storia non si cancella. E' il principio sancito dal Garante della privacy nel dichiarare infondato il ricorso di un ex terrorista che chiedeva la deindicizzazione di alcuni articoli, studi, atti processuali in cui erano riportati gravi fatti di cronaca che lo avevano visto protagonista tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80. L'interessato che, tra detenzione e misure alternative ha finito di scontare la pena nel 2009, si era rivolto in prima battuta a Google chiedendo la rimozione di alcuni url e dei suggerimenti di ricerca che vengono visualizzati dalla funzione di

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"completamento automatico" digitando il nominativo nella stringa di ricerca (ad es., inserendo nome e cognome dell'interessato compare la parola terrorista). Di fronte al mancato accoglimento delle sue richieste da parte di Google, l'interessato ha presentato un ricorso al Garante sostenendo di non essere un personaggio pubblico ma un libero cittadino al quale la permanenza in rete di contenuti così risalenti nel tempo e fuorvianti rispetto all'attuale percorso di vita, cagiona gravi danni dal punto di vista personale e professionale. Nel dichiarare infondato il ricorso, l'Autorità ha rilevato che le informazioni di cui si chiede la deindicizzazione fanno riferimento a reati particolarmente gravi, che rientrano tra quelli indicati nelle linee guida sull'esercizio del diritto all'oblio adottate dal Gruppo di lavoro dei Garanti privacy europei nel 2014, reati per i quali le richieste di deindicizzazione devono essere valutate con minor favore dalle Autorità di protezione dei dati, pur nel rispetto di un esame caso per caso. Secondo il Garante, poi, le informazioni hanno ormai assunto una valenza storica, avendo segnato la memoria collettiva. Esse riguardano una delle pagine più buie della storia italiana, della quale il ricorrente non è stato un comprimario, ma un vero e proprio protagonista. Inoltre, nonostante il lungo lasso di tempo trascorso dagli eventi l'attenzione del pubblico è tuttora molto alta su quel periodo e sui fatti trascorsi, come dimostra l'attualità dei riferimenti raggiungibili mediante gli stessi url. Il Garante ritenendo quindi prevalente l'interesse del pubblico ad accedere alle notizie in questione, ha dichiarato infondata la richiesta di rimozione degli url indicati dal ricorrente ed indicizzati da Google. L'Autorità ha inoltre dichiarato non luogo a provvedere sulla rimozione dei


IL COMMENTO suggerimenti di ricerca nel frattempo eliminati da Google e su un url di un articolo non più indicizzabile da quando l'archivio del quotidiano che lo aveva pubblicato è divenuto una piattaforma a pagamento E’ una decisione importante e assolutamente condivisibile, questa del Garante della Privacy. Come ha avuto modo di evidenziare l’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo, occorre che i ricordi sociali vengano mantenuti non solo con commemorazioni e lapidi, che pure sono molto importanti per la memoria, ma anche che siano rielaborati collettivamente per ricordare, acquisire verità e quindi spiegare alle nuove generazioni al fine di accrescere in loro lo sviluppo di una coscienza critica verso il fenomeno del terrorismo e di ogni forma di intolleranza e di violenza. Sarebbero così sconfessate definitivamente le dichiarazioni di terroristi che, in occasione di numerosi interviste e partecipazioni a talk show televisivi, sebbene carnefici, tendono ad accreditarsi quali unici depositari di “verità di comodo” e di inaccettabili giustificazioni di tanta violenza in quegli anni cupi. Vanno infatti ricordate le parole del Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano pronunciate il 9 maggio 2008, giornata della memoria dedicata a tutte le vittime del terrorismo italiane: “Vittime e familiari colpiti due volte, prima a seguito dell'invalidità riportata o della perdita traumatica e inaccettabile di un loro congiunto, poi dall'esposizione mediatica di alcuni dei terroristi tornati in libertà. Lo stato democratico, il suo sistema penale e penitenziario, si e' mostrato in tutti i casi generoso. ma dei benefici ottenuti gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, tentare ancora subdole giustificazioni. Chi ha regolato i conti con la giustizia, deve agire con discrezione e misura” Le responsabilità morali non cessano per il fatto stesso di avere espiato la pena, anche in caso di eventuale riabilitazione. E’ questo il principio alla base del pronunciamento del Garante

della Privacy! Eppure, va rilevato con amarezza che, da parte di alcuni enti pubblici, viene riservata paradossalmente ai terroristi, ai quali sono spesso attribuiti incarichi professionali prestigiosi anche istituzionali, attenzione e considerazione maggiore di quella rivolta alle vittime. Il riconoscimento dei diritti della vittime e dei loro familiari rischiano di essere ignorati, da un burocrazia quasi immobile e miope, alla ricerca perenne delle interpretazioni più restrittive, vanificando così una riforma di alto contenuto sociale. Eppure, si è persino arrivati al punto di invitare, alla Scuola della magistratura (!), gli ex brigatisti rossi Adriana Faranda e Franco Bonisoli ad un incontro nell'ambito di un corso di formazione per i giudici. Ma ci rendiamo conto??? Basta. Non ne possiamo più. Questo è un Paese senza memoria, che confonde vittime ed assassini. E non è accettabile. Faccio mie le parole del Presidente emerito Napolitano nel richiamato intervento: “Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali. Così come non dovrebbero dimenticare le loro responsabilità morali tutti quanti abbiano contribuito a teorizzazioni aberranti e a campagne di odio e di violenza da cui sono scaturite le peggiori azioni terroristiche, o abbiano offerto al terrorismo motivazioni, attenuanti, coperture e indulgenze fatali. Queste sono le ragioni per cui si doveva e si deve dar voce non a chi ha scatenato la violenza terroristica, ma a chi l'ha subita, a chi ne ha avuto la vita spezzata, ai famigliari delle vittime e anche a quanti sono stati colpiti, feriti, sopravvivendo ma restando per sempre invalidati. Si deve dar voce a racconti di verità sugli "anni di piombo", ricordando quelle terribili vicende come sono state vissute dalla parte della legge e dello Stato democratico, dalla parte di un'umanità dolorante”. Perché si potrà, forse, essere anche ex terroristi, ma mai ex assassini! F

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a cura di Giovanni B. de Blasis e Giovanni B. Durante rivista@sappe.it

L’INTERVISTA

Riordino delle carriere, razionalizzazione delle Forze di Polizia e reato di tortura: intervista esclusiva al Vice Presidente del Senato Maurizio Gasparri

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Nelle foto: immagini del Presidente Maurizio Gasparri

residente Gasparri, è ripresa in questi giorni la discussione sull'introduzione del reato di tortura nell’ordinamento giuridico italiano, cosa ne pensa, qual è la posizione sua e del suo partito e quali iniziative intendete intraprendere sulla questione? Sulla tortura si sta facendo grande confusione. E’ giusto ratificare trattati internazionali, ma il testo della legge così come è stato modificato da Pd e grillini nell’Aula del Senato trasforma l’adempimento ad una convenzione internazionale in una norma vessatoria nei confronti delle forze dell’ordine e ovviamente anche della Polizia Penitenziaria perché può dare luogo a denunce pretestuose.

Al di là della retorica, quali sono, secondo lei, le vere ragioni che spingono una parte politica e alcuni intellettuali a chiedere l'introduzione di questo reato? Si parla della ratifica di un trattato internazionale ma in realtà per molti è la rivincita degli ex sessantottini sulle forze di polizia. Una vera e propria vendetta postuma di chi potrà, qualora la norma dovesse essere approvata senza le modifiche che pretendiamo, denunciare polizia e carabinieri anche solo per presunti abusi. Un argomento che sta molto a cuore a tutti gli appartenenti alle forze di polizia e alle forze armate è il riordino delle carriere. Pensa che Renzi stanzierà altri fondi nella prossima legge di stabilità? Quali iniziative sta portando avanti con il suo partito per il riordino delle carriere? Renzi vorrebbe fare il riordino delle carriere, il rinnovo dei contratti e tutte le meraviglie di questo mondo senza soldi. La Corte Costituzionale ha stabilito già nel giugno scorso con una sentenza l’obbligo da parte del Governo di procedere allo sblocco dei contratti del pubblico impiego. In realtà sono passati oltre dodici mesi ma nulla è stato fatto. Quanto agli 80 euro concessi, va detto che non sono in alcun modo da intendersi come un’alternativa al rinnovo del contratto perché compensano solo in parte il mancato adeguamento delle retribuzioni. Peraltro gli 80 euro sono previsti solo nel 2016. Che accadrà nel 2017? Per quanto riguarda il riordino, i 115 milioni previsti sono assolutamente insufficienti. Per questa ragione ho chiamato la Commissione Difesa del Senato ad esprimersi

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perché prima della legge di stabilità, che verrà scritta a settembre, vogliamo che questo stanziamento sia aumentato affinché tutto il comparto sicurezza-difesa, e ovviamente anche la Polizia Penitenziaria, possa disporre di risorse adeguate per dar luogo ad un riordino delle carriere che possa essere supportato da stanziamenti adeguati. Condivide la posizione delle organizzazioni sindacali che chiedono soprattutto un riordino che riconosca percorsi di carriera semplificati, partendo dalle qualifiche più basse, ed eliminando tutte le sperequazioni attualmente esistenti tra le varie forze di polizia?

E’ una materia molto complessa. Non c’è dubbio che vada trattata da persone esperte anche cancellando la selva di intrecci, incroci e sovrapposizioni che si sono sedimentati nel corso degli anni.


L’INTERVISTA

L’obiettivo che voi indicate di eliminare le sperequazioni esistenti è assolutamente da raggiungere. Per il comparto sicurezza, ritiene sia più opportuno stabilizzare gli ottanta euro concessi una tantum dal Governo oppure aprire il tavolo contrattuale, previo adeguato stanziamento di fondi nella prossima legge di stabilità? A mio avviso è bene rinnovare il contratto e adeguare i trattamenti economici tenuto conto dell’andamento del costo della vita. Gli 80 euro sanno tanto di concessione

provvisoria che costringe coloro che ne usufruiscono quasi a implorare al sovrano la gentile concessione. Non è un modo corretto di stabilire il rapporto tra le parti. I contratti sono il metodo democratico e trasparente di regolamentare i rapporti di lavoro. Quindi mille volte meglio il rinnovo del contratto che le elargizioni occasionali. Presidente Gasparri, Lei sa bene che altro grave problema è la carenza degli organici nelle forze di polizia. Tuttavia le amministrazioni continuano a bandire concorsi nonostante,

come nella Polizia Penitenziaria, ci siano persone giudicate idonee in concorsi già espletati e che potrebbero essere assunte subito. Qual è la sua posizione e quella del suo partito sulla questione? Bisogna assolutamente far scorrere le graduatorie dei concorsi e ho presentato a tal proposito un’interrogazione parlamentare per avere risposte immediate dal Governo. Serve un ricambio degli organici, un incremento degli stessi, ma anche dotare la Polizia Penitenziaria di nuovi mezzi. La Legge Madia dell’agosto 2015 ha disposto ulteriori tagli agli organici delle forze dell’ordine: la Polizia Penitenziaria dovrebbe passare da un organico complessivo di oltre 44.500 unità a 40.000. Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza sono anche loro carenti di alcune migliaia di unità e dovranno ridurre ulteriormente le dotazioni. Secondo lei, si vuole andare verso un nuovo

Nella foto a fianco: il Presidente Gasparri con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Nella foto sotto: il Presidente Gasparri al Raduno Centro Italia 2016 dell’Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria tenutosi il 2 luglio ad Avezzano

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L’INTERVISTA

Nelle foto: sopra il Presidente Gasparri al Convegno del Sappe sull’Esecuzione penale esterna nella pagina altre immagini del Sen. Maurizio Gasparri

modello di sicurezza, oppure è solo disattenzione politica? C’è totale disattenzione del Governo Renzi verso la sicurezza. Si parla a vanvera. Bisognerebbe piuttosto chiedere all’Unione Europea di escludere l’incremento delle spese per la sicurezza, soprattutto in questo momento di gravissima emergenza legata al terrorismo fondamentalista, dai limiti fissati dal patto di stabilità. Non si può pensare di fronteggiare le emergenze sicurezza senza risorse adeguate. Un Governo serio, e quello Renzi non lo è, dovrebbe chiedere all’Europa la possibilità di spendere di

più per rispondere a tutte le esigenze e realizzare un moderno ed efficace sistema sicurezza. Cosa ne pensa della confluenza del Corpo Forestale nell'Arma dei Carabinieri ? Secondo lei era proprio necessario sciogliere il Corpo Forestale oppure sarebbe stato più logico far transitare il personale in un Corpo ad ordinamento civile, come la Polizia di Stato? Mi pare che si aggiunga confusione a confusione. Renzi voleva ridurre il numero delle forze di polizia a scopi propagandistici. Ha pensato di fonderne di più vaste ma non ci è riuscito perché è un’opera inutile e impossibile. Si è accontentato di

trasferire i settemila dipendenti del Corpo Forestale all’Arma dei Carabinieri. Mi pare una scelta improvvisata, propagandistica, giusto per consentire a Renzi di dire che ha ridotto il numero delle forze di polizia. In realtà così ha solo aumentato la confusione e il disordine. Peraltro, con questa operazione, di fatto, viene militarizzato un corpo civile con il conseguente scioglimento delle organizzazioni sindacali. Non le pare incostituzionale e pericoloso tutto questo? Tornare a uno status militare per un corpo di polizia che è a ordinamento civile è certamente una scelta non condivisibile. F

Maurizio Gasparri Maurizio Gasparri è nato a Roma il 18 luglio 1956. Giornalista professionista, in Parlamento dal ’92. Nel 1994 durante il primo governo Berlusconi riveste la carica di Sottosegretario all’Interno. Nel 2001 diventa Ministro delle Comunicazioni. Il Codice delle Comunicazioni e la “Legge Gasparri” che riordina il sistema radiotelevisivo sono tra i principali risultati della sua attività di governo. Nell’aprile 2008 è eletto al Senato nella lista del Popolo della Libertà/Forza Italia e diventa presidente dei senatori del Pdl. Dal 2013 riveste la carica di Vice presidente del Senato della Repubblica. 10 • Polizia Penitenziaria n.241 • luglio-agosto 2016


ATTUALITÀ

Futuro dell’umanità a rischio: imperativo è cambiare subito rotta sul clima

Luca Pasqualoni Commissario Segretario Nazionale delll’ANFU pasqualoni@sappe.it

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cambiamenti climatici stanno causando una varietà e una complessità di preoccupanti fenomeni ambientali, sociali e sanitari correlati alle conseguenze dirette delle ondate di calore, degli eventi meteorologici estremi e delle elevate concentrazioni atmosferiche di sostanze inquinanti, ma anche alle modificazioni dei processi biofisici e ambientali che alterano la salubrità di acqua e cibo, favorendo la diffusione di infezioni originariamente confinate nelle sole aree tropicali. L’aumento del rischio, generato dai cambiamenti climatici, trova causa anche nella ridotta disponibilità di cibo, di acqua, delle biomasse vegetali e delle aree coltivabili, con conseguenti migrazioni, tensioni e conflitti generati dalla scarsità di queste vitali risorse naturali. Si prevede che la terra raggiungerà i nove miliardi di abitanti entro il 2050, ma la disponibilità di cibo si ridurrà a causa della crisi agricola indotta dai cambiamenti climatici. Stesso destino è previsto per l’industria ittica. La produttività di alcune aree marine si ridurrà tra il 40 e il 60%, con serie conseguenze sull’economia e sulle abitudini alimentari e di vita di decine di isole. Sono ormai ben definite le interrelazioni causali tra incremento della temperatura atmosferica, morbilità e mortalità (soprattutto per cause respiratorie e cardiovascolari). Si prevede che, in assenza di una drastica riduzione delle emissioni di gas serra entro la fine del XXI secolo, il riscaldamento globale del pianeta aumenterà tra 1.8 e 4°C. Le concentrazioni di gas serra hanno raggiunto i livelli più alti nell’era moderna ed è necessario ogni sforzo utile ad ottenere una riduzione delle emissioni fino al 70% entro il 2050.

È stato stimato che il tempo utile a prevenire la catastrofe ambientale, la devastazione degli ecosistemi biologici e la morte degli organismi viventi ammonti a pochi anni. In questo breve arco di tempo diventa essenziale operare profondi cambiamenti: recenti evidenze scientifiche hanno evidenziato come il processo di fusione del ghiaccio del Polo nord e di quello del Polo sud abbia assunto un’accelerazione allarmante. In caso di inattività noi, Homo sapiens, la specie dominante, non saremo più in grado di salvarci dal disastro ambientale che stiamo causando: nessuno, in questo mondo, può considerarsi immune dal rischio generato dai cambiamenti climatici di natura prevalentemente se non esclusivamente antropica. In quanto cittadini del pianeta possiamo e dobbiamo agire individualmente cambiando il nostro modus vivendi, per renderlo, per quanto possibile, ecocompatibile, ma il vero prioritario obiettivo a cui tutti dobbiamo tendere è quello di esercitare una convinta e ferma pressione nei confronti dei nostri rappresentanti politici affinché si assumano immediatamente accordi specifici e ambiziosi per salvare il clima della Terra e il nostro comune futuro. Le cause principali dell’incremento dei gas serra e del riscaldamento globale sono le

deforestazioni, i combustibili fossili, allevamenti intensivi e un insostenibile modello di consumo e di crescita incontrollata, che inizia con lo sfruttamento estremo delle risorse naturali che il Pianeta mette a disposizione, che oggi sappiamo essere limitate, e termina con crescenti quantità di emissioni, scorie e rifiuti dotati di effetti tossici sull’ambiente nel suo insieme, sugli esseri umani, sugli animali e sulle piante. Per le ragioni esposte è da considerare obiettivo primario per l’intera popolazione mondiale una rapida inversione di rotta. Vi è un urgente bisogno di un innovativo ed alternativo modello di sviluppo basato sulla sostenibilità economica e sociale, che riduca drasticamente l’utilizzo dei combustibili fossili e che introduca tecnologie basate sull’efficienza energetica e su forme di energia rinnovabile e pulita, che promuova politiche per la riduzione della produzione di rifiuti e per il recupero e il riciclo di materia di scarto, quanto mai da valorizzare e riutilizzare in una logica di irrinunciabile economia circolare. Un sapiente proverbio indiano ammonisce: “Il mondo non lo ereditiamo dai nostri padri ma lo prendiamo in prestito dai nostri figli“. F

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Nella foto: effetto del riscaldamento globale


L’OSSERVATORIO POLITICO

Giovanni Battista Durante Redazione Politica Segretario Generale Aggiunto del Sappe durante@sappe.it

Eventi critici in carcere: sempre più difficile gestire le emergenze

I

l 28 giugno il Sappe ha tenuto una manifestazione presso il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria a Bologna, per denunciare le gravi criticità che ci sono in regione, con particolare riferimento agli istituti di Piacenza, Reggio Emilia e Modena, anche se pure negli altri la situazione non è molto migliore.

Per esempio, a Rimini, Ferrara e Forlì manca un direttore titolare da molto tempo, ma l’amministrazione sembra non curarsene molto, continuando a mandare in missione a Rimini il direttore di Reggio Emilia, il quale fa già fatica a gestire l’istituto di cui è titolare, non tanto per le difficoltà insite nell’istituto stesso, ma per le scelte a volte discutibili. A Ferrara viene inviata in missione la direttrice di Ravenna, mentre a Forlì la vice direttrice di Bologna, dove la titolare è costretta a svolgere la sua delicata funzione senza neanche un sostituto, ovvero un altro dirigente che possa coadiuvarla nella sua quotidiana

attività. E pensare che al Dipartimento ci sono circa venti dirigenti in esubero. A segnare il livello di guardia negli istituti emiliano romagnoli sono senz’altro gli eventi critici. Infatti, nel corso del 2015, si sono verificati 828 gesti di autolesionismo, 117 tentativi di suicidio, 435 aggressioni, 98 ferimenti, 2 tentativi di omicidio, 109 danneggiamenti a beni dell’Amministrazione, 5 suicidi e 4 decessi per cause naturali tra i detenuti. Certo, la situazione, da questo punto di vista, in generale, non è migliore in molti altri istituti del Paese, ma ci sono punte che devono far riflettere, soprattutto l’amministrazione. Abbiamo denunciato più volte la situazione di Verona, dove sono state trovate decine di telefoni cellulari, e così tante altre. L’amministrazione, regionale e centrale, però, non può continuare a nascondere la testa sotto la sabbia, fingendo che non stia succedendo nulla di grave, perché così non fa altro che rendersi corresponsabile delle gravi inefficienze che ci sono in alcune realtà, piuttosto che in altre. Non si tratta di affrontare il solito, pur grave, problema della carenza di organico, ma di dare un assetto funzionale e funzionante ad alcune strutture, dove i vertici farebbero bene a cambiare mestiere, o professione, considerato che si sono dimostrati, a nostro giudizio, a dir poco inadeguati. Come non ricordare l’episodio di Piacenza dove la direttrice, in presenza di una relazione di servizio di un assistente capo che riferiva di aver sentito inneggiare all’ISIS durante una rivolta in carcere, invece di limitarsi a trasmettere gli atti agli organi competenti, ha cercato di smentire le organizzazioni sindacali che avevano

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denunciato l’accaduto alla stampa, facendo a sua volta un comunicato stampa. La situazione nelle carceri italiane è sempre più difficile, anche a causa di una organizzazione che negli ultimi anni ha tenuto in scarsa considerazione la sicurezza, lasciando ampia libertà di movimento anche ai detenuti che non rispettano le regole. Infatti, gli eventi critici (aggressioni al personale di Polizia Penitenziaria, danneggiamenti ai beni dell’amministrazione, gesti di autolesionismo, tentativi di suicidio ecc.) crescono in maniera esponenziale. Nel corso del 2015, nelle carceri italiane, ci sono stati 7.029 atti di autolesionismo, 69 decessi per cause naturali, 39 suicidi, 4.688 colluttazioni, 921 ferimenti, 7 tentativi di omicidio, 956 tentativi di suicidio. Quest’ultimo dato deve far riflettere molto sulla professionalità della Polizia Penitenziaria, spesso accusata ingiustamente di maltrattamenti e percosse verso i detenuti. Infatti, quei 956 detenuti, senza l’intervento immediato della Polizia Penitenziaria, avrebbero portato a termine la loro volontà suicidaria. E’ pur vero, però, che a fronte di difficoltà derivanti da carenze strutturali, da carenze di uomini e mezzi, ci sono situazioni imputabili esclusivamente alle responsabilità dei vertici delle strutture periferiche e, spesso, anche regionali. In Calabria, per esempio, il Provveditore ha rivisto le piante organiche, riducendo sensibilmente quello di Crotone, e alle lamentele del sindacato ha sempre risposto che l’organico era più che adeguato, salvo, poi, chiudere il Nucleo Traduzioni e Piantonamenti fino a settembre prossimo, col sopraggiungere


dell’estate, in presenza della necessità di fare il piano ferie. Delle due l’una: o l’organico era adeguato, come lui stesso ha più volte sostenuto, per non smentire se stesso, oppure non lo era, come dimostra il provvedimento di chiusura del Nucleo, per consentire al personale di andare in ferie. A Modena ci riferiscono che circa 100 colleghi stanno per presentare domanda di distacco in altre sedi, perché la situazione è diventata ormai intollerabile, sia per i rapporti con i vertici, sia per l’ingestibilità di una popolazione detenuta ormai incontrollabile, che aggredisce ogni giorno, anche più volte al giorno, il personale. Tutto questo è anche frutto della scellerata politica degli ultimi anni, che ha allentato pericolosamente il regime disciplinare e sanzionatorio, a favore di una illusoria responsabilizzazione degli stessi detenuti che dovrebbero autoregolamentarsi ed autogestirsi, ma non mancano gravi responsabilità in ambito locale. Pura illusione, quella dell’autoregolamentazione, visto che si tratta di persone che non sono state in grado di autoregolamentarsi ed autogestirsi fuori, figuriamoci se possono farlo in carcere, terreno fertile per ogni tipo di cultura criminale. In carcere possono rispettare le regole nella misura in cui c’è qualcuno che glielo impone, con le buone o con le cattive maniere, intese non come prevaricazione, ma come regime disciplinare e sanzionatorio adeguato al comportamento tenuto. A Reggio Emilia, per esempio, si sono inventati i massaggi shiatsu, per far rilassare i detenuti, mentre il personale di Polizia Penitenziaria schiatta dal caldo nelle garitte. Questi sono alcuni dei tanti esempi che riguardano i nostri istituti penitenziari e rispetto ai quali l’amministrazione ed il Ministro dovrebbero intervenire. Altro che Stati Generali dell’Esecuzione Penale, qui manca l’ABC del buon governo. F

MASTER DI II LIVELLO

Studi Penitenziari e dell’Esecuzione Penale

Il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPe, in collaborazione con l’Accademia Europea Studi Penitenziari, ha contribuito alla realizzazione di un MASTER di II Livello in Studi Penitenziari e dell’Esecuzione Penale presso l'Università Telematica Pegaso. Il Master Universitario di II Livello in Studi Penitenziari e dell’Esecuzione Penale si pone l’obiettivo di fornire gli strumenti giuridici necessari per affrontare le problematiche connesse alla gestione dei criminali ed è indirizzato, in particolare, ad appartenenti alle forze dell’ordine e a personale del sistema giudiziario e dell’esecuzione penale. Il programma del Master, partendo dall’analisi del fenomeno criminale, esamina l’evoluzione della normativa in materia, senza perdere mai di vista l’aspetto pratico, per garantire un continuo scambio tra teoria e prassi attraverso lo studio di casi pratici, per fornire quelle specifiche competenze necessarie per interagire con soggetti sottoposti a provvedimenti di restrizione della libertà personale. Il Master si articola in più moduli che analizzano sia gli aspetti giuridici che quelli applicativi, con l’analisi dei casi pratici. Le materie di insegnamento ed i moduli didattici sono svolti da docenti universitari, professionisti ed organi istituzionali operanti nei settori di riferimento tra i quali il Cons. Riccardo Turrini Vita, Direttore Generale della Formazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il dott. Pietro Buffa, Direttore Generale del Personale del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e il dott. Antonio Fullone Direttore della C.C. di Napoli Poggioreale. Il Master si svolgerà in modalità e-learning, con piattaforma accessibile 24 ore/24 e avrà una durata di studio pari a 1.500 ore (60 CFU). Il sistema e-learning adottato prevede l’apprendimento assistito con un percorso formativo predeterminato, con accesso a materiali didattici sviluppati appositamente e fruibili in rete con un repertorio di attività didattiche interattive, individuali e di gruppo, mediate dal computer con la guida di tutor/esperti tecnologici e di contenuto, in grado di interagire con i corsisti e rispondere alle loro domande. è richiesto come titolo di ammissione diploma di laurea quadriennale del previgente ordinamento o diploma di laurea specialistica e/o magistrale. La quota di iscrizione è di 1.000 euro + 50 euro spese di bollo. Per gli iscritti Sappe la quota d’iscrizione in convenzione è di 600 euro + 50 euro spese di bollo. info: studipenitenziari@gmail.com • info@sappe.it • tel. 063975901 Polizia Penitenziaria n.241 • luglio-agosto 2016 • 13


Michela Battiloro Avvocato Roberto Thomas Docente del Master di criminologia presso l’Università di Roma La Sapienza Già Magistrato minorile rivista@sappe.it

CRIMINOLOGIA

Politiche di prevenzione della devianza minorile

L’

Nella foto: l’interno della sede ONU

Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), nel settembre del 2015, ha stabilito i diciassette obiettivi prioritari da perseguire nei prossimi quindici anni nelle singole politiche degli Stati Membri, fra i quali emergono, per la loro specifica rilevanza, quello della priorità di una adeguata istruzioneeducazione, quello dell'eliminazione della povertà e quello di dare un lavoro dignitoso soprattutto ai giovani.

promossi dal cosiddetto califfato (isis o daesh) unitamente ad una pari somma per finanziare la cultura e l'istruzione, riconoscendovi in essa un'arma potente per contrastare la “cultura” della violenza criminale non solo terroristica ma anche generale, in cui è sicuramente compresa la devianza minorile. Invero l'intervento della scuola - e di tutte le altre strutture educative - è sicuramente prioritario per una educazione alla legalità dei nostri

Per quanto concerne il primo, considerato che l'organizzazione scolastica costituisce sicuramente uno strumento importantissimo di prevenzione della devianza minorile, in Italia il Governo Renzi ha stanziato già fondi rilevanti per il restauro degli edifici scolastici talora poco agibili e in condizioni di pericolosità per la sicurezza degli utenti. Di più il 23 novembre 2015 ha annunciato il finanziamento di un miliardo di euro per sopperire alle maggiori esigenze di sicurezza e controllo del territorio in seguito all'incremento inquietante e devastante dei fenomeni di terrorismo

giovani, costituendo il nerbo di una formazione alla solidarietà concreta verso il più debole, e rispetto dei diritti umani inviolabili, come sancito solennemente dall'articolo 2 della Costituzione, e conseguentemente, in particolare, una seria e concreta prevenzione alla devianza-criminalità dei minori. Già gli antichi romani usavano affermare “mens sana in corpore sano”- seguendo l'insegnamento di Giovenale nelle Satire, X, 356 sottolineando, in tal modo, la necessità di una educazione integrata per la formazione del buon e onesto cittadino (“cives romanus sum”,

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frase che affermava una coscienza civica piena di solennità , coscienza che purtroppo abbiamo bisogno di riaffermare, soprattutto da parte dei giovani, in questi tempi oscuri, come argine per la percepita violenza dilagante). Per quanto concerne la povertà, soprattutto della famiglia, che costituisce sicuramente la primissima fonte educativa, si devono segnalare, in Italia, varie politiche proposte per combatterla, almeno parzialmente, dal punto di vista economico e sociale. In particolare si dovrebbe, a mio parere, approvare una legge sul cosiddetto quoziente familiare (su cui sono state presentate varie proposte di legge, da ultimo, il disegno di legge presentato dai senatori Zeller, Berger e Fravezzi il 15 marzo 2013) al fine di riconoscere un giusto sollievo economico alle famiglie più numerose, tale da poter anche incidere sull'eventuale abbassamento della soglia della commissione di reati per finalità economiche da parte dei suoi membri minorenni. Indubbiamente poi, dal punto di vista sociale, l'obbligo dell'assistenza morale verso i figli, introdotto dal decreto legislativo n. 154 del 2013, va sicuramente nella giusta direzione di responsabilizzare maggiormente i genitori a seguire con la massima attenzione l'evoluzione psico-fisica e sociale dei loro minori, facendo particolare attenzione a sensibilizzarlo sul “pericoloso” uso del computer ove questo fosse indiscriminato . Per quanto concerne il terzo obiettivo precitato indicato dalle Nazioni Unite, appare utile proseguire, con un miglioramento del decreto legislativo n. 81 del 2015, sulla riforma dell'organizzazione del lavoro in Italia (cosiddetto “jobs act”), una nuova


CRIMINOLOGIA politica sul lavoro idonea a garantire ad ogni persona, soprattutto ai giovani, un onesto e dignitoso lavoro, che costituisce una barriera importante alla devianza e alla prevenzione della deriva criminale in generale. Oltre alle politiche concernenti gli obiettivi ONU, si devono indicare anche le politiche d'incremento del numero e delle qualità dei servizi sociali e delle case famiglia di accoglienza per minori abbandonati, che possono costituire una grandissima risorsa per la prevenzione e il recupero del crimine minorile. Sicuramente da rafforzare è poi la figura dell'Autorità Garante per l'infanzia e l'adolescenza a livello nazionale, istituita con legge 12 luglio 2011 n. 112, nominato ogni quattro anni d'intesa fra i presidenti di Camera e Senato della Repubblica, con rilevanti e delicati compiti di prevenzione, controllo e garanzia per i minori, al fine di dare attuazione alle precitate Convenzioni ONU di New York del 1989 e quella europea del 1996 sui diritti dei fanciulli, “con poteri autonomi di organizzazione, con indipendenza amministrativa e senza vincoli di subordinazione gerarchica”. Invero la lettera E) del primo comma sottolinea la particolare attenzione alla tutela del diritto alla salute del minore, impegnando l'Autorità a “garantire pari opportunità all'accesso alle cure nell'esercizio del loro diritto alla salute” assicurando , inoltre “pari opportunità nell'accesso all'istruzione anche durante la degenza e nei periodi di cura”. Nella lettera G), sempre del primo comma, la legge prevede un potere di stimolo e di suggerimento che l'Autorità Garante dovrebbe esercitare verso qualunque istanza amministrativa o di Governo. Nella lettera H), l'Autorità Garante “segnala, in casi di emergenza, all'autorità giudiziaria e alle forze dell'ordine la presenza di minorenni in stato di abbandono”. Nella lettera I) “formula osservazioni e proposte sull'individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni

concernenti i diritti civili e sociali relativi alle persone minori d'età” e “vigila” sul loro rispetto (ai sensi dell'art. 117, comma secondo lett. M) della Costituzione). Il comma 9 della predetta legge prevede che l'Autorità Garante deve segnalare “situazioni di disagio...o abusi che abbiano rilevanza penale” alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni ovvero al Tribunale Ordinario. L'Autorità Garante per l'infanzia e l'adolescenza deve presentare ogni anno, entro il 30 aprile, una relazione al Parlamento sull'attività svolta. Chiaramente gli importanti ed estesi incarichi di garanzia (che talora possono invadere il campo, sovrapponendosi, ai compiti della Commissione Parlamentare Bicamerale sull'infanzia e l'adolescenza, presieduta dall'on.

statistici (contenuti nelle varie relazioni annuali) che, seppur utili per la conoscenza dei fenomeni in questione, sono tratti da una sintesi ragionata di quelli già prodotti dall'Istat, dal Ministero della Giustizia, da quello della salute, dal Ministero della pubblica istruzione, da quello del lavoro e da altri organi privati di ricerca. Inoltre l'Autorità Garante in oggetto dovrebbe rivestire un ruolo assolutamente autonomo di organo di ultima istanza, cui ricorrere in situazioni concrete di conflitti d'interessi degli adulti che danneggiano gravemente i minorenni che sono costretti a subirle. Solo in tal maniera sarà possibile un funzionamento veramente utile dell'Autorità Garante per l'infanzia e l'adolescenza a livello nazionale, altrimenti, se dovesse restare nella

Micaela Vittoria Brambilla, nonché a quelli delle forze di polizia e della magistratura minorile) non possono certamente essere adeguatamente svolti, sull'intero territorio nazionale, da un ufficio composto da nove funzionari più un dirigente e dal pur bravo presidente, il giovane dottor Vincenzo Spadafora, ed un bilancio annuo di previsione della spesa per il 2016 pari a un milione settecento diciassette mila euro ! Pertanto, per prima cosa, occorrerebbe potenziare concretamente la rete dei collegamenti con i Garanti per l'infanzia regionali , non limitandosi a sfornare meri dati

situazione attuale, probabilmente avrebbero ragioni quelle voci, levatesi talora dagli stessi ambienti parlamentari, circa la sua inutilità, quale duplicazione dell'attività già svolta da altri enti quali la Commissione Parlamentare Bicamerale già citata e l'Osservatorio nazionale per l'infanzia e l'adolescenza (che coordina amministrazioni centrali e periferiche, ordini professionali e associazioni che si occupano d'infanzia ed è presieduto, ai sensi del DPR 14 maggio 2007 n. 103, dai Ministri del lavoro e da quello con Delega per le Politiche della Famiglia). F

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Nella foto: minore e uso del computer


IL LIBRO DEL MESE Roberto Thomas

MANUALE CRIMINOLOGIA MINORILE IANUA Edizioni pagg. 320 - euro 32,00 iscritti Sappe euro 22,00

R

oberto Thomas è un valido e prezioso collaboratore della nostra Rivista, componente il Comitato Scientifico.

Nel box: la copertina del libro di Roberto Thomas

Già magistrato minorile, autore di molti qualificati libri e di numerosi articoli sui minorenni, docente del Master di Criminologia e Scienze Forensi dell’Università La Sapienza di Roma, dà ora alle stampe per i tipi delle Edizioni Ianua questo Manuale di criminologia minorile, prezioso per studenti universitari, frequentatori di master in criminologia e per tutti gli addetti ai lavori nel campo dei minori. Nelle oltre 300 pagine, che si distinguono per una scrittura

coinvolgente e chiara, l’Autore cita anche molti ricordi personali della sua lunghissima esperienza di magistrato minorile (circa quarant’anni nel corso dei quali ha trattato oltre 40mila casi concreti di minori problematici!). E’ stato recentemente evidenziato - a ragione! - che criminalità e devianza giovanile sono fenomeni conosciuti da diverso tempo anche se, periodicamente, tornano alla ribalta, soprattutto sui media, a causa di fatti di cronaca giudiziaria che coinvolgono in modo sempre più preoccupante giovani e minori. Si tratta di forme di aggressività, di prevaricazione e di violenza che possono nascere all’interno del contesto scolastico, ma che non sono solo limitate ad esso. In molti casi diventano particolarmente dannose per chi le subisce, la vittima, e altrettanto problematiche per chi le mette in atto a causa del rilievo giuridico-penale che ne può conseguire. Thomas, con questo suo Manuale, favorisce una comprensione organica delle tematiche relative al disagio giovanile, alla devianza e alla criminalità minorile, tutti fenomeni sociali che possono avere ripercussioni oltre che da un punto di vista socio-educativo anche sul piano giudiziario. E lo fa con una scrittura semplice e coinvolgente, che consente anche al lettore non avvezzo a questi temi di approcciarvisi con naturalezza. Last but not least, la dedica dell’Autore: “...a tutti i componenti della Polizia Penitenziaria... per la loro quotidiana, essenziale opera di assistenza ai minorenni detenuti, svolta con grande senso di umanità, professionalità e abnegazione”. Solo per questo meriterebbe di essere acquistato... * l’Autore ha inteso riservare uno sconto particolare agli iscritti SAPPE ed ai lettori della nostra Rivista: euro 22 invece del prezzo di copertina di euro32. Gli interessati possono prenotare la copia inviando una mail a rivista@sappe.it. F

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ino al 2009, la materia processuale penale, compresa la protezione dei diritti dell’imputato e del condannato, non rientrava tra le specifiche competenze dell’Unione e quindi non poteva essere presa in considerazione, se non indirettamente o incidentalmente. Il Trattato di Lisbona ha messo in primo piano come la promozione e la tutela dei diritti dei minori sia un obiettivo dell’Unione peraltro sancito anche nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (2010) che all’art. 24 riconosce i minori in quanto titolari di diritti indipendenti e autonomi e prevede che negli atti compiuti da autorità pubbliche e istituzioni private l’interesse superiore del minore debba prevalere. In questo nuovo clima legislativo la Commissione Europea ha presentato il 15.2.2011 un programma UE per i diritti dei minori che esprime la volontà e l’impegno dell’Unione Europea nella realizzazione di tali diritti in tutte le sue politiche e quindi non solo nell’ambito penale ma anche civile e amministrativo. La Commissione evidenzia come i ragazzi condannati a scontare pene detentive in strutture carcerarie siano particolarmente esposti al rischio di violenze e maltrattamenti e perciò come tale intervento debba costituire l’ultima risorsa e avere la durata più breve possibile. Molti sono stati gli interventi del Consiglio d’Europa in materia, come dimostra il preambolo dell’ultimo documento che in maniera puntuale richiama tutti i documenti che l’hanno preceduto. In questa sede è necessario ricordare che le Raccomandazioni del Consiglio d’Europa non rivestono carattere vincolante. E’ doveroso però riconoscere la valenza di stimolo e di monito rivolto ai singoli legislatori affinché assumano adeguate iniziative volte ad attuare, nelle forme ritenute più opportune, i principi enunciati. Il primo documento di notevole importanza è la Raccomandazione


GIUSTIZIA MINORILE

Il recente interesse della Comunità Europea e gli interventi del Consiglio d’Europa 20 dedicata alle “Reazioni sociali alla delinquenza minorile”. Il 3° capoverso del preambolo esprime la convinzione che: “il sistema penale dei minori debba continuare a caratterizzarsi per il suo obiettivo di educazione e di inserimento sociale e che in conseguenza, deve, nei limiti del possibile, sopprimere la carcerazione dei minori”. Le linee che emergono dal testo sono molto simili a quelle che hanno caratterizzato pochi anni prima le Regole c.d. di Pechino: ridurre il ricorso al sistema penale e se ciò non è possibile offrire una strategia sanzionatoria alternativa alla pena detentiva. Espressione di tale spirito è senza dubbio l’art. 2 che incoraggia “lo sviluppo di procedure di diversion e di mediazione da parte dell’organo che esercita l’azione penale, al fine di evitare ai minori la presa in carico da parte del sistema della giustizia penale e le conseguenze che ne derivano”. Al punto 15 della Raccomandazione si fa menzione a mezzi alternativi, rientranti in una strategia sanzionatoria volta ad utilizzare la detenzione come ultima ratio esortando gli stati membri a guardare con interesse a quelle misure che comportano una sorveglianza e un affidamento in prova, che migliorano le attitudine sociali per mezzo di un’azione educativa intensiva (trattamento intensivo intermedio). Si suggerisce, inoltre, l’utilizzo delle misure che comportano la riparazione del danno causato o che prevedono un lavoro nell’interesse della comunità, adatto all’età del giovane ed alle finalità educative dell’intervento. Ma è sicuramente l’art. 16 che interessa ai fini della nostra indagine

in quanto prospetta l’opportunità di disegnare un autonomo sistema delle pene minorili, che si caratterizzi non solo per le modalità di esecuzione e di applicazione più favorevoli rispetto a quelle previste per gli adulti, ma soprattutto per flessibilità ed elasticità.

predisposizione di istituti appositi (evidentemente senza la presenza di giovani adulti con età fino a 25 anni). Ai minori deve essere offerta, secondo la regola 35, la possibilità di accedere ai servizi sociali, psicologici e educativi, ad un insegnamento

Il documento esprime in maniera convincente la necessità che lo stato detentivo non rechi pregiudizio alla dignità umana e offra occupazioni costruttive che permettano la preparazione al reinserimento in società. A tal scopo interviene con delle regole che dovrebbero guidare gli Stati membri nella propria legislazione, politica e prassi penitenziaria. Tali regole sono valide per il trattamento di qualsiasi soggetto detenuto, quindi, a differenza delle precedenti raccomandazioni questa non si occupa in maniera specifica della detenzione minorile. Il Consiglio però non manca, neppure in questa occasione, di ricordare la specificità della condizione minorile e soprattutto la necessità che i minori siano separati dagli adulti attraverso la

religioso e a programmi ricreativi equivalenti a quelli offerti ai coetanei in libertà. Questo testo torna quindi ad affermare l’importanza di un intervento mirato sulla popolazione detenuta di minore età ma, come già detto, è indirizzata al mondo detentivo nel suo complesso, quindi, per i principi enunciati e per il carattere generale ha un’ importanza fondamentale. Le regole penitenziarie europee, pur non essendo vincolanti, rappresentano un contributo importante ed autorevole nella promozione dei valori sociali e democratici che l’Organizzazione persegue. Primo fra tutti il rispetto dei diritti umani che dovranno essere rispettati anche nel corso della detenzione conseguente alla commissione di un reato. F

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Ciro Borrelli Dirigente Sappe Scuole e Formazione Minori borrelli@sappe.it

Nella foto: l’Aula del Consiglio d’Europa


DIRITTO E DIRITTI

Giovanni Passaro Vice Segretario Regionale Lazio passaro@sappe.it

Il trattamento rieducativo nell’Ordinamento Penitenziario

I

l trattamento penitenziario, considerandolo nella sua più vasta accezione, comprende quel complesso di norme e di attività che regolano ed assistono la privazione della libertà per l’esecuzione di una sanzione penale; regole contenute in quel corpo principale dell’ordinamento penitenziario costituito dalla Legge del 26 Luglio, 1975, n.354 e dal Regolamento d’esecuzione del 30 Giugno 2000, n.230. I principi portanti del trattamento penitenziario, sono frutto di una vasta elaborazione dottrinale e scientifica tendente a unificare l’acquisizione della scienza criminologica, l’evoluzione del pensiero filosofico e le statuizioni della nostra Carta Costituzionale. La normativa vigente, influenzata da tali elementi, li ha accolti e fatti propri in enunciazioni di carattere programmatico. L’art. 1 Ord. Pen. infatti, sancisce che:“Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona. Il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose. Negli istituti devono essere mantenuti l’ordine e la disciplina. Non possono essere adottate restrizioni non giustificabili con le esigenze predette o, nei confronti degli imputati, non indispensabili ai fini giudiziari. I detenuti e gli internati sono chiamati con il loro nome. Il trattamento degli imputati deve essere rigorosamente informato al principio che essi non sono considerati colpevoli sino alla condanna definitiva. Nei confronti

dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti”. Alla luce della norma citata è possibile non solo cogliere i caratteri del trattamento penitenziario (conforme ad umanità, rispettoso della dignità della persona, imparziale e uguale...), ma soprattutto le finalità del trattamento medesimo, quali ad esempio: evitare gli effetti desocializzanti e criminogeni insiti nella pena, favorendo l’accesso alle misure alternative alla detenzione, sanzioni sostitutive o miglioramenti della vita carceraria; ricostruire una scala di valori socialmente rilevanti che il detenuto ha perduto con la commissione del reato e risocializzare il condannato, riportando la sua condotta all’interno di canoni che regolano la civile convivenza. Il trattamento penitenziario, così come è stato tracciato, non deve essere confuso con il trattamento rieducativo dei condannati o degli internati. Quest’ultimo costituisce una parte rispetto al tutto nel senso che, nel quadro generale e nei principi di gestione che regolano le modalità della privazione della libertà personale, si inserisce il dovere dello Stato di attuare l’esecuzione della pena o della misura di sicurezza in modo da “tendere alla rieducazione” del soggetto. Il trattamento penitenziario, infatti, stabilisce le regole da applicarsi a tutte le categorie di soggetti, che siano essi definitivi, internati, imputati o persone sottoposte alle indagini, mentre il trattamento rieducativo è destinato

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esclusivamente ai condannati definitivi e agli internati. Sebbene le regole sancite dal trattamento penitenziario siano assoggettate anche all’imputato, la normativa penitenziaria in più parti precisa ed opera una distinzione tra la posizione di quest’ultimo rispetto a quella dei condannati. Ciò si desume non solo partendo dal già citato art. 1 comma 5 Ord. Pen. che lega il trattamento alla presunzione di non colpevolezza sancita anche dall’art. 27 della Costituzione, ma da altre norme quali l’art. 15 Ord Pen., che sancisce nel suo terzo comma che: gli imputati sono ammessi, a loro richiesta, a partecipare ad attività educative, culturali e ricreative e, salvo giustificati motivi o contrarie disposizioni dell’autorità giudiziaria, a svolgere attività lavorativa o di formazione professionale, possibilmente di loro scelta e, comunque, in condizioni adeguate alla loro posizione giuridica. Evidenzia ancora l’art. 1 Reg. Esec. che, il trattamento degli imputati sottoposti a misure privative della libertà consiste nell’offerta di interventi diretti a sostenere i loro interessi umani, culturali e professionali. Escludendo le norme di cui l’imputato non può essere destinatario, quali le norme sul trattamento rieducativo, queste costituiscono le disposizioni che regolano, in via specifica, il rapporto tra l’amministrazione penitenziaria e coloro che sono stati rinchiusi a titolo di custodia cautelare. Più corposa e dettagliata appare invece la regolamentazione che si occupa del trattamento dei condannati e degli internati, in merito sia agli interventi di osservazione, sia in relazione alle attività di trattamento rieducativo. Iniziando l’esame dall’art. 1, comma 2, Reg. Esec., si evince che il trattamento dei condannati e degli internati è diretto a promuovere un processo di modificazione delle condizioni e degli atteggiamenti personali, nonché delle relazioni familiari e sociali che sono di ostacolo a una costruttiva partecipazione sociale. Più dettagliatamente invece, l’art.15 Ord. Pen. che si occupa degli


DIRITTO E DIRITTI elementi del trattamento, nel primo comma stabilisce che il trattamento del condannato e dell’internato è svolto avvalendosi principalmente dell’istruzione, del lavoro, della religione, delle attività culturali, ricreative e sportive e agevolando opportuni contatti con il mondo esterno ed i rapporti con la famiglia; ai fini del trattamento rieducativo, salvo casi d’impossibilità, al condannato e all’internato è assicurato il lavoro. Eppure, la caratteristica degna di nota del trattamento penitenziario è costituita dalla formazione di un trattamento che sia il più conforme possibile alla personalità del condannato, come fedelmente sancisce l’ultimo comma del già citato art. 1 Ord. Pen. Data la peculiarità di tale obiettivo, nel Capo III della L. 354/75, rubricato “modalità del trattamento”, viene dedicato interamente un articolo sull’individualizzazione del trattamento. E’ espressamente previsto nell’art. 13 Ord. Pen., che il trattamento penitenziario deve rispondere ai particolari bisogni della personalità di ciascun soggetto. Nei confronti dei condannati e degli internati è predisposta l’osservazione scientifica della personalità per rilevare le carenze fisiopsichiche e le altre cause del disadattamento sociale. L’osservazione è compiuta all’inizio dell’esecuzione e proseguita nel corso di essa. Da ciò discende che, per ciascun condannato e internato, in base ai risultati dell’osservazione, sono formulate indicazioni di merito al trattamento rieducativo da effettuare ed è compilato il relativo programma, che è integrato o modificato secondo le esigenze che si prospettano nel corso dell’esecuzione. Le indicazioni generali e particolari del trattamento sono inserite, unitamente ai dati giudiziari, biografici e sanitari, nella cartella personale, nella quale sono successivamente annotati gli sviluppi del trattamento pratico e i suoi risultati. Deve essere favorita la collaborazione dei condannati e degli internati alle attività di osservazione e di trattamento. Occorre precisare che

la normativa vigente non prevede la possibilità di effettuare l’osservazione della personalità del condannato in appositi centri specializzati, prevedendo all’art. 28 Reg. Esec. che l’osservazione scientifica della personalità è espletata, di regola, presso gli stessi istituti dove si eseguono le pene e le misure di sicurezza; quando si ravvisa la necessità di procedere a particolari approfondimenti, i soggetti da osservare sono assegnati, su motivata proposta della direzione, ai centri di osservazione. Tali centri nascono, come istituti autonomi o anche come sezioni distaccate di altri istituti, con il compito di svolgere quelle attività di osservazione indicate nell’art. 13 summenzionato. L’attività di osservazione è svolta dagli educatori, dal personale incaricato giornaliero e dagli assistenti sociali. Il gruppo per l’osservazione scientifica della personalità, coordinando la propria azione con quella di tutto il personale addetto alle attività di rieducazione perviene, sotto la guida del direttore, alla compilazione del programma di trattamento ed alle sue eventuali variazioni.L’opera svolta dal gruppo di osservazione e trattamento, sebbene strumento non istituzionalizzato dalla legge ma previsto dal regolamento, assume particolare rilevanza, costituendo un organo di verifica delle condizioni del detenuto e di un suo costante aggiornamento. Inoltre, per agevolare l’individualizzazione del trattamento, l’art.14 Ord. Pen. sancisce che il numero dei detenuti e degli internati negli istituti e nelle sezioni deve essere limitato, che l’assegnazione dei condannati e degli internati ai singoli istituti e il raggruppamento nelle sezioni di ciascun istituto sono disposti con particolare riguardo alla possibilità di procedere ad un trattamento rieducativo comune e all’esigenza di evitare influenze nocive reciproche. La norma prosegue, assicurando la separazione degli imputati dai condannati e internati, dei giovani al disotto di venticinque anni dagli adulti, dei condannati dagli internati e dei condannati all’arresto

dai condannati alla reclusione. Sebbene le disposizioni ora citate, costituiscano norme dal carattere imperativo, non trovano tutt’oggi concreta applicazione nell’organizzazione penitenziaria, poiché i ristretti continuano ad essere assegnati in maniera del tutto casuale e senza alcun criterio logico di assegnazione.L’organizzazione del trattamento penitenziario in ciascun istituto è rimessa alle direttive dell’amministrazione penitenziaria, mentre le modalità concrete vengono stabilite dal regolamento interno di cui ogni istituto si dota. Il regolamento interno può essere considerato come vera fonte normativa poiché è al suo interno che vengono recepiti e attuati i principi generali sanciti dalla legge e dal regolamento d’esecuzione.

Dall’esame della normativa in materia, possiamo concludere evidenziando come il trattamento rieducativo rappresenta un vero obbligo giuridico di fare per l’amministrazione penitenziaria affinché predisponga interventi trattamentali verso tutti i detenuti, secondo i canoni dell’assoluta imparzialità e senza discriminazione alcuna per razza, nazionalità, credenze religiose o opinioni politiche. A tale obbligo giuridico dello Stato fa fronte un diritto, e non un obbligo, per il detenuto di giovarsi dei vantaggi rieducativi, come tale rinunciabili e non sanzionabili attraverso interventi di rieducazione coatta. L’ordinamento penitenziario riconosce al detenuto il diritto di scegliere liberamente e consapevolmente di assoggettarsi o meno al trattamento rieducativo. F

Polizia Penitenziaria n.241 • luglio-agosto 2016 • 19


LO SPORT

Lady Oscar rivista@sappe.it

Nuoto: Oro nei 100m farfalla per Ilaria Bianchi al Settecolli di Roma

«

Nelle foto: sopra, accanto al titolo Ilaria Bianchi a fianco Michele Santucci

L’obiettivo di oggi era nuotare sui 58”2 - 58”3, perché non era facile con questo caldo fare uno sforzo che i miei muscoli dovevano fare. Però bene, perché ottenere 58”3 ad un mese o poco più da Rio va bene. Ovviamente sto lavorando molto e tanti atleti non hanno fatto le loro gare o hanno rinunciato. Tutto sta andando per il verso giusto». Raggiante e soddisfatta, così Ilaria Bianchi, portacolori delle Fiamme Azzurre, si è espressa dopo aver vinto in modo autoritario i “suoi” 100 farfalla (58”36) al Settecolli di Roma. La rassegna romana dello Stadio del Nuoto (24-26 giugno), è arrivata quest’anno al cinquantatreesimo appuntamento dalla sua creazione. Sin dagli esordi ha conosciuto alti e qualificati tassi di partecipazione da tutto il mondo e anche nella kermesse dell’edizione 2016 non è stata di certo inferiore ai suoi elevati standard in fatto di atleti che l’hanno onorata. Ilaria Bianchi, campionessa europea e mondiale, la donna da battere nella farfalla pur venendo da un periodo agonistico non semplice (caratterizzato purtroppo dal lento recupero dai problemi alla spalla che la affliggono da diverso tempo), ha dominato i suoi 100m lasciando a mezzo secondo le ungheresi Evelyn Verraszto, Zsuzsanna Jakabos e Liliana

Szilagyi (59”04 - 59”04 - 59”10); per la gioia del pubblico che l’ha accolta con un boato all’annuncio del suo nome dallo speaker. Ilaria ha poi raccontato la vigilia della gara al Foro Italico con un pensiero speciale rivolto al futuro ed ai Giochi Olimpici di Rio: «Ieri ho avuto un male incredibile alla spalla, oggi invece tutto ok. “La gara” sarà il 6 agosto e devo dire che le avversarie non sono imbattibili. Sono stracarica e questo mi da ancora più sicurezza. Nel nuoto non bisogna mai dare nulla per scontato, ma è la terza olimpiade e non è stato un caso. Ce la mettiamo tutta».

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L’altro rappresentante della Polizia Penitenziaria, l’aretino Michele Santucci, ha raggiunto a Roma la finale B dei 100 stile nuotando in 49”62 nella gara vinta dal francese Florent Manadou davanti a Filippo Magnini e al russo Sergey Fesikov (48”55 - 48”71 - 48”76). Con il suo tempo, il terzo miglior tempo del meeting romano, anche Michele si è conquistato il pass per i Giochi di Rio, terza partecipazione olimpica anche per lui. Il campione toscano si era già dimostrato come uno dei più affidabili specialisti nel corso dell’intera stagione, soprattutto nelle gare con la staffetta veloce azzurra. Nel meeting di Bergen (27/29 maggio), un mese prima del Settecolli, Michele aveva dimostrato di meritare una chance olimpica. già il 2015 era stato caratterizzato dalla medaglia di bronzo al campionato mondiale di Kazan con la staffetta 4x100 stile libero insieme a Dotto, Orsi e Magnini, ora l’obiettivo sono le Olimpiadi di Rio e le premesse sono dunque buone. Così rispondeva qualche tempo prima di ottenere l’ambito pass brasiliano: «Darò il massimo per partecipare alla mia terza Olimpiade consecutiva, sarebbe una grande soddisfazione. A Rio, peraltro, dieci anni fa vinsi due ori ai mondiali


LO SPORT giovanili in staffetta. Poi la possibilità di conquistare o meno una medaglia dipende da tanti fattori». In Brasile la nazionale di nuoto sarà impegnata dal 6 al 13 agosto, praticamente in apertura dei Giochi di Rio. Sicuramente i nostri portacolori daranno il massimo per onorare al meglio l’impegno e, perché no, portare a casa una medaglia. BERGEN Swim Festival – 50m sl: (1) MICHELE SANTUCCI 22”79 (2r1 23”26, 1r2 23”95, 1fA 23”83), (2) Isak Eliasson SWE 23”04, (3) Niksja Stojkovski SWE 23”36; 100m sl: (1) Isak Eliasson SWE 49”40, (2) MICHELE SANTUCCI 49”43 (2Q/50”31), (3) Markus Lie NOR 49”84 ROMA Trofeo Settecolli - 50m sl F (24/6): (31) ILARIA BIANCHI (8b7) 26”33; 100m sl F (25/6):

(2) Luca Dotto ITA 22”29, (3) Shinri Shioura JPN 22”30, (14/6fB) MICHELE SANTUCCI 22”78 (9b/4b8 22”64);

(51) ILARIA BIANCHI (9b4) 58”65; 50m dorso (24/6): (27) ILARIA BIANCHI (5b2) 30”21; 50m farfalla F (26/6): (1) Therese Alshammer SWE 25”94, (2) Penny Oleksiak CAN 26”08, (3) Silvia Di Pietro ITA 26”32, (8) ILARIA BIANCHI 27”30 (10b/4b5 27”33); 100m farfalla F (25/6): (1) ILARIA BIANCHI 58”36 (6b/2b4 59”58), (2) Penny Oleksiak CAN 58”41, (3) Liliana Szilagyi HUN 58”42; 50m sl M (24/6): (1) Ben OProud GBR 22”07,

100m sl M (26/6): (1) Jeremy Stravius FRA 48”79, (2) Luca Dotto ITA 49”18, (3) Filippo Magnini ITA 49”51, (9/1fB) MICHELE SANTUCCI 49”48 (10b/2b8 49”66); 50m farfalla M (26/6): (23) FEDERICO BUSSOLIN (2b4) 24”90; 100m farfalla M (24/6): (1) Laszlo Cseh HUN 52”21, (2) Adam Telegdy HUN 52”74, (3) Adam Barrett GBR 52”91, (NP/fA) FEDERICO BUSSOLIN (6b/2b4 53”49); 200m farfalla M (25/6): (1) Laszlo Cseh HUN 1’54”69, (2) Bence Biczo HUN 1’57”30, (3) Stefanos Dimitriadis GRE 1’57”58, (5) FEDERICO BUSSOLIN 1’58”07 (2b/2b3 1’58”48). F

Oro di Stefano Pressello ai Campionati Italiani di Jiu Jitsu brasiliano della UIJJ

U

n appuntamento sportivo molto atteso per i praticanti di Jiu Jitsu Brasiliano, affascinante disciplina sud-americana in forte crescita nel campo delle arti marziali. Nella suggestiva città di Firenze presso il Palascandicci, nel mese di maggio 2016, si è svolto il consueto appuntamento sportivo, il Campionato Italiano Jiu Jitsu Brasiliano 2016, organizzato dalla Federazione Italiana Jiu Jitsu (UIJJ) con la presenza di oltre 800 atleti suddivisi in categorie d’appartenenza e cinture. L’atleta veterano Stefano Pressello nella categoria Pesato, ha conquistato, dopo il titolo europeo vinto a Lisbona nella faixa marrone, un prezioso oro al campionato italiano di Jiu Jitsu Brasiliano. Una organizzazione e una location di

tutto rispetto e ben organizzata, dagli orari dei singoli incontri per ogni partecipante, alla gestione tecnica degli arbitri durante le fasi di lotta. La conquista dell’oro è stata realizzata grazie al lavoro tecnico e alla preparazione fisica, che, per l’Assistente Capo Stefano Pressello è una priorità per il raggiungimento di determinati obbiettivi sportivi. Questa prova, tra l’altro,è stata fondamentale in vista della partecipazione ai campionati mondiali della (BJJF) presso Las Vegas (USA), dove si registrano, come ogni anno, numerosissimi partecipanti. Si coglie l’occasione per ringraziare la federazione Italiana (UIJJ) per il sostegno al nostro atleta, e per augurare un in bocca al lupo a lui per il prossimo appuntamento mondiale . F Polizia Penitenziaria n.241 • luglio-agosto 2016 • 21

Nelle foto: sopra Federico Bussolin sotto Stefano Pressello


SEGRETERIE rivistas@sappe.it

Roma Il Consiglio Locale Sappe a Regina Coeli

I

l 22 giugno scorso si è svolto il Consiglio Locale Sappe, presso l'istituto Regina Coeli di Roma, durante il quale sono stati formati i rappresentanti con un corso in diritto sindacale tenuto dall’avv. Giulia Sforza

(Assessorato Lavoro, Pari Opportunità e Personale della Regione Lazio ). I partecipanti hanno eletto a maggioranza il Segretario Locale Alessandro Piacentini e i Vice Segretari Raffaele Preziosi e Andrea Maggi. Complimenti ragazzi e buon lavoro! F Giovanni Passaro

Cagliari Festa del Corpo 2016

S

i è svolto l’8 giugno scorso, alla presenza di autorità civili e militari l’Annuale del Corpo di Polizia Penitenziaria presso la Casa Circondariale di Cagliari UTA. Folta la partecipazione del personale in servizio e in quiescenza, soprattuto per la degustazione di piatti tipici preparati per l'occasione dallo chef Assistente Capo Luciano Massa. F Luca Loi

22 • Polizia Penitenziaria n.241 • luglio-agosto 2016

Mantova Euplio Giuseppe Pagliarulo ci ha lasciato

I

l caro collega, amico e sindacalista Euplio Giuseppe Pagliarulo in servizio a Mantova, dove svolgeva anche attività sindacale da tanti anni per il Sappe, dopo una lunga e sofferta malattia ci ha lasciato. Euplio, arruolato nel 1992, aveva 47 anni, nato ad Avellino, ma viveva da tanti anni a Mantova ed era sposato con Katia. Persona davvero preparata e disponibile con tutti, era un vero e proprio punto di riferimento per i colleghi. Negli ultimi tempi era preposto all'Ufficio conti correnti. Requiescant in pace amico nostro... F


Parma Intervento dell’unità cinofila di Milano in un incidente sull’A1

I

l 23 giugno l’unità cinofila della Polizia Penitenziaria con sede nella 2ª Casa di Reclusione di Milano Bollate, era diretta presso gli Istituti Penitenziari di Parma per un intervento straordinario. Durante il percorso, alle 7,30 circa del mattino, sull’autostrada A1, dopo aver superato l’uscita di Fiorenzuola di circa 4 km direzione Bologna, incontravano una lunga coda di automezzi causata da un incidente. Percorrendo la corsia di emergenza giungevano sul luogo dell’impatto fra un pullman di turisti ed un camion con bilico. L’impatto fra i due mezzi aveva completamente chiuso l’accesso alla viabilità e sul luogo si trovava già un mezzo del 118. Gli Assistenti capo Gerardo Rega, Marcello Marino e Paola Minettti, l’Assistente Vincenzo Mandarano e l’Agente scelto Salvatore Minardi, dopo

aver posto i propri mezzi di servizio in sicurezza, prestavano immediatamente soccorso agli occupanti del pullman, alcuni dei quali feriti, coadiuvando gli operatori del 118 che prestavano le prime cure in emergenza. Si provvedeva a regolare il traffico nel senso opposto della carreggiata dove si erano formati grossi rallentamenti per curiosi e si tenevano a debita distanza persone in coda nella corsia interessata dall’impatto che cercavano di fotografare l’accaduto, in attesa che il resto dei soccorsi sopraggiungesse in loco. Si estraevano dai finestrini del pullman turistico circa venticinque persone, tra adulti e anziani, portando loro i primi aiuti, coadiuvando i Vigili del Fuoco sopraggiunti, dopo circa una mezz’ora, ad estrarre due persone incastrate nell’abitacolo del pullman. Sopraggiunta la Polizia stradale e il servizio tecnico delle Autostrade Spa,

si contenevano i curiosi che impedivano agli operatori libertà di movimento e verso le 10 del mattino veniva liberata parte della carreggiata che consentiva alle unità cinofile di proseguire verso la propria destinazione, dove, nonostante il ritardo riuscivano ad effettuare controlli presso la sala ingresso colloqui e rinvenire della sostanza stupefacente del tipo eroina su un familiare, riportando anche in questo caso un risultato positivo. F

Cairo Montenotte Gara podistica competitiva

S

i è svolta in data 7 luglio a Cairo Montenotte, la tradizionale gara podistica competitiva alla quale partecipano atleti proveniente da varie parti del mondo. Per la prima volta ha partecipato una piccola rappresentanza del Sappe Liguria formata dal collega Bennardo Sanfilippo di Marassi e dal collega in quiescenza Angelo Ferrara (oggi Anppe). Trecentocinquanta i concorrenti al nastro di partenza, il duro percorso che si articolava sul circuito cittadino del centro sorico ha comunque consentito un ottimo piazzamento dei nostri colleghi considerando la natura professionistica dei partecipanti. Quindi un 73° posto per Ferrara e 100° per Sanfilippo. Archiviata questa edizione, quella del 2017 vedrà la rappresentanza del Sappe più nutrita e competitiva a questo importante evento nazionale. Complimenti anche da parte della Segreteria Generale con la presenza del nostro Segretario Generale Donato Capece che non si è perso un attimo dell’avvincente gara. F Polizia Penitenziaria n.241 • luglio-agosto 2016 • 23


a cura di Giovanni Battista de Blasis

CINEMA DIETRO LE SBARRE

la scheda del film Regia: Michele Salvezza Soggetto e Sceneggiatura: Celeste Mervoglino, Michele Salvezza, Marialaura Simeone Fotografia: Enzo Fucci Montaggio: Chiara Rigione Musica: Mauro Di Domenico Scenografia: Associazione Factory Costume

Fine pena Il futuro oltre le sbarre

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Nelle foto: la locandina e alcune scene del film

ratto da storie vere. Vito è in attesa della scarcerazione. Erica, in questi anni, non lo ha mai abbandonato e lo sta aspettando. Insieme possono sperare in una vita migliore. Michele deve ancora scontare due dei suoi tredici anni di pena; l’ottenimento dell’articolo 21 sembra un’opportunità sempre più concreta, ma potrebbe rivelarsi l’ennesima illusione...Antonio, invece, una volta fuori sogna di raggiungere l’America e intanto, nello stretto perimetro della sua cella, ripensa a tutti gli errori commessi. Peppe è già uscito e ha ricominciato da capo, con il teatro, il cinema, la

scrittura. Riuscire a vincere sul proprio passato è la sfida più grande che ogni giorno dovrà affrontare. Quattro storie, altrettanti limiti da superare. Sullo sfondo il Carcere, con i suoi ritmi ripetitivi, interrotti solo dai colloqui con i familiari o dalle attività trattamentali. Proprio una di queste, il laboratorio teatrale, ha unito le storie dei protagonisti e, in qualche modo, ha determinato la crescita e il cambiamento in ognuno di loro. Rieducativo ogni qual volta riesce a ridefinire il rapporto con il proprio io e con il mondo esterno, il teatro, nell’arco di sei mesi li ha fatti sentire vivi, ha interrotto la routine quotidiana, ha profilato la speranza di una vita diversa. Per Vito, Michele, Antonio e Peppe, oltre quelle sbarre, ora, c’è un futuro ad attenderli. Il film è dedicato all’Avv. Alberto Simeone (1943-2016), che compare nel ruolo di se stesso, già deputato della Repubblica, padre dell’omonima legge (5/98) che ha portato

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Produzione: Ats Motus/Solot cofinanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri Organizzazione generale Celeste Mervoglino Distribuzione: Il progetto è visionabile sul sito http://www.solot.it/ nella sezione Progetti: Limiti. Personaggi e interpreti: attori non professionisti Genere: Docufilm Durata: 75 minuti, Origine: Italia 2016 significative modifiche nell’ordinamento penitenziario in un’ottica più favorevole alla rieducazione e alla risocializzazione del condannato. Il film è frutto del progetto dell'ATS Motus/Solot “Limiti”, svoltosi presso la Casa Circondariale di Benevento e finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale, vincitore dell’avviso pubblico del 30 ottobre 2012 “Giovani per il sociale”. F


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CRIMINI E CRIMINALI

Pasquale Salemme Segretario Nazionale del Sappe salemme@sappe.it

La nuova camorra organizzata - ParteII

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Tra il 1978 ed il 1983 la Nuova Camorra Organizzata raggiunse l’apice della sua potenza criminale e poteva contare su una milizia di circa duemila uomini. La conquista di sempre maggiori spazi all’interno delle attività illecite, soprattutto del contrabbando e della droga, in particolar modo nella città di Napoli e della sua provincia, portarono la N.C. a scontrarsi con i gruppi criminali “storici” presenti sul territorio campano.

Nelle foto: sopra Luigi Giuliano sotto Raffaele Cutolo

La strategia dei cutoliani mirava ad egemonizzare l’intera regione Campania, mediante l’annessionearruolamento delle famiglie malavitose preesistenti, per avere così il controllo completo di tutti i traffici illegali. Inoltre, il controllo totale del territorio campano, avrebbe così comportato anche una gestione incondizionata del traffico internazionale di droga, con epicentro Napoli, con conseguente espansione dei profitti ma, soprattutto, avrebbe aperto nuovi mercati su territori più ampi e legittimato l’organizzazione stessa come unica interlocutrice delle potenti famiglie mafiose di cosa nostra. I clan che non aderivano

all’affiliazione o che non sottostavano alle regole imposte dalla NCO, erano sottoposti a continue rappresaglie: numerosi furono gli omicidi di appartenenti ai gruppi opposti. La situazione assunse una svolta importante, portando le diverse famiglie criminali di Napoli e provincia a stringere un vero patto di alleanza tra loro, quando la NCO richiese a tutti i clan che gestivano il contrabbando il pagamento di una percentuale di trentamila lire, per ogni cassa di sigarette estere che arrivava in Campania. L’8 dicembre del 1978, in un garage di Forcella, quartiere storico di Napoli, Luigi Giuliano (esponente di spicco dell’omonimo clan), convoca un summit con le maggiori famiglie delinquenziali della Campania: circa 200 clan partecipano all’incontro. E’ la nascita di una nuova organizzazione federata di famiglie per contrastare le pretese di egemonia della N.C.O. Alla “nuova famiglia o antica fratellanza”, questo è il nome che assunse l’alleanza, aderirono: i Giuliani di Forcella; Michele Zaza, boss “mafioso”, uno dei pochi ad essere affiliato a cosa nostra; il clan Gionta di Torre Annunziata; i Nuvoletta di Marano, anch’essi legati alla famiglia mafiosa dei Corleonesi; i Bardellino di San Cipriano e Casal di Principe (i famosi casalesi); i D'Alessandro di Castellammare di Stabia; gli Alfieri di Nola, capeggiati da Carmine Alfieri; i Galasso di Poggiomarino, guidati da Pasquale Galasso; i Vollaro di Portici e gli Ammaturo di Castellammare di Stabia. Tale alleanza segna l’inizio di una guerra senza esclusione di colpi tra la NCO e la NF che, solo nel corso degli anni immediatamente successivi (dal 1979 al 1982), causò circa 700

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vittime: 62 omicidi nel 1979, 148 nel 1980, 235 nel 1981 e 265 nel 1982. La sera del 23 novembre 1980, la Campania, in particolare modo l'Irpinia, e la Basilicata viene colpita da un sisma di magnitudo 6.8 all'epicentro (nono-decimo grado della scala Mercalli). Il bilancio è di oltre 2.500 morti, 8 mila feriti e circa 300mila senza tetto. Se tale evento porta morte e distruzione in tutta la Regione, allo stesso tempo rappresenta un grande affare per la camorra, grazie al redditizio mercato della ricostruzione e dei finanziamenti per le zone terremotate: partecipazione diretta con società fittizie, alla ricostruzione; tangenti sui lavori e sui finanziamenti; riciclaggio di denaro sporco nelle attività di ricostruzione. Ma, la sera del terremoto è anche l’occasione per i cutoliani di sbarazzarsi di alcuni appartenenti alla nuova famiglia. Nel carcere di Poggioreale la violenta scossa crea il panico tra i detenuti e l’allora personale degli Agenti di Custodia è costretto ad aprire le celle per far defluire i detenuti nei cortili dei passeggi. L’occasione è propizia per i cutoliani di vendicarsi di alcuni esponenti dei clan avversari. Vengono uccisi tre detenuti e otto rimangono feriti, tra questi anche il medico del carcere, Umberto Racioppoli, che aveva cercato di aiutare i feriti. E’ la risposta di Cutolo alla nuova famiglia, accompagnata da una nuova prova di forza: la richiesta di pagamento di una percentuale di cinquantamila lire (prima della costituzione dell’alleanza era di trenta mila) su ogni cassa di sigarette scaricata in Campania, accompagnata, inoltre, da una richiesta di esborso di 500 milioni di lire per ristabilire la pace. Pace, peraltro, realizzata alla fine del mese di gennaio del 1981, seppur per un lasso di tempo brevissimo. Infatti, il 14 febbraio del 1981, una seconda scossa di terremoto investe la Campania e, anche questa volta, il carcere di Poggioreale si trasforma in un teatro di guerra: i cutoliani


CRIMINI E CRIMINALI ammazzano altri tre traditori. A seguito di questi eventi, Raffaele Cutolo, che aveva ordinato la mattanza, viene trasferito dal carcere di Poggioreale a quello di massima sicurezza di Ascoli Piceno. Non prima di aver ordinato un altro omicidio eccellente, quello del vice direttore del carcere di Poggioreale, Giuseppe Salvia. Il 14 aprile del 1981 Giuseppe Salvia viene ammazzato da un commando di sei uomini legati a Cutolo, nel mentre si trovava a bordo della sua FIAT Ritmo, sulla tangenziale di Napoli, allo svincolo dell’Arenella, mentre tornava a casa. Quel giorno il vice direttore era uscito verso le ore 14,00 dal carcere, peraltro in anticipo rispetto agli altri giorni. Il Direttore aveva una moglie di trentatré anni e due bambini, rispettivamente di cinque e tre anni. Probabilmente a scatenare la rappresaglia di Cutolo fu l’atteggiamento che il Dirigente ebbe al ritorno di Cutolo in cella a Poggioreale, allorquando al rientro da un’udienza dibattimentale (7 novembre del 1980) pretese che il boss fosse perquisito come da regolamento carcerario. Cutolo tentò di colpire con un schiaffo il vice direttore, ma questi inflessibile e coerente con le regole carcerarie fece perquisire il boss. Il terremoto, come già detto, accrebbe ulteriormente la potenza criminale ed economica della NCO, grazie soprattutto alle connessioni tra camorra e partiti politici nei finanziamenti, nei pagamenti e negli stati di avanzamento dei lavori che garantivano guadagni stratosferici. Se il terremoto rappresentò per la NCO una fonte inesauribile di ricchezza, molti degli eventi in qualche modo connessi al sisma, che si succederanno nei mesi successivi, ne decreteranno per sempre la sua scomparsa. Il 27 aprile del 1981 un commando delle brigate rosse irrompe nei pressi dell’abitazione di Ciro Cirillo, nel comune di Torre del Greco, uccidendo l’autista Mario Cancello, il brigadiere

di polizia che lo scortava, Luigi Carbone e ferendo gravemente alle gambe il suo segretario Ciro Fiorillo. Ciro Cirillo è un esponente della Democrazia Cristiana campana e soprattutto è stato nominato, immediatamente dopo il terremoto, assessore ai lavori pubblici della Regione Campania. Il giorno successivo le brigate rosse rivendicarono in un lungo comunicato il sequestro dell'assessore democristiano, simbolo a loro dire, della "ricostruzione imperialista e antiproletaria". Nei giorni seguenti al sequestro, uomini del Sisde (il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica è stato un servizio segreto italiano in attività fino alla riforma dell'intelligence italiana del 2007, quando fu sostituito dall'Agenzia informazioni e sicurezza interna, AISI), si recano nel carcere di Ascoli Piceno per parlare con Raffaele Cutolo: lo invitano ad intercedere con le brigate rosse, che era il gruppo terrorista che aveva operato il sequestro, al fine di trovare un accordo per la liberazione del Cirillo. Il boss si dichiara disponibile, ma vuole delle garanzie anche da parte di esponenti politici e, così, sempre in carcere riceve in un colloquio il sindaco doroteo di Giugliano, Giuliano Granata, che affiancava già Cirillo quando questi era assessore all’urbanistica della Regione, e che, a seguito del terremoto, si dimise dalla carica il 2 dicembre del 1980 per diventare capo della segreteria dell'assessore ai lavori pubblici. Per aprire un dialogo con i brigatisti, Cutolo chiede di interloquire con alcuni dei suoi santisti. Così, sempre nel carcere di Ascoli Piceno, arrivano Enzo Casillo e Corrado Iacolare, uomini di fiducia del boss, muniti di falsi tesserini del Sisde, nonché Giorgio Criscuolo, Adalberto Titta e Giuseppe Belmonte, funzionari dei Servizi. Cutolo ordina loro di recarsi nel carcere di Palmi, dove erano detenuti molti esponenti delle BR, per convincerli a stipulare un accordo per la liberazione dell’esponente politico

democristiano (1). La mediazione inizia ad intavolarsi, ma sono necessari altri incontri in altri carceri italiani e soprattutto il trasferimento di alcuni detenuti (brigatisti e camorristi). Di questi incontri in carcere è data comunicazione anche a Ugo Sisti, allora Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena (2). Il sequestro si conclude il 24 luglio del 1981, dopo ottantanove giorni, con la liberazione del Cirillo a seguito del pagamento di un riscatto di due miliardi di lire, anche se ai terroristi arrivarono solo un miliardo e mezzo (tale dato risulterà dagli atti processuali). La liberazione dell’esponente politico rappresenta la legittimazione di Raffaele Cutolo quale interlocutore dello Stato.

Oramai Cutolo si sente onnipotente e può ambire a scalare i vertici della criminalità rafforzando l’alleanza con cosa nostra. E’ in questo contesto che va inquadrato anche l’omicidio di Frank Turatello, boss della mala milanese, figlio del "padrino" Frank Coppola, soprannominato “Frank tre dita”. Il 17 agosto 1981 Cutolo ordina la condanna a morte dell’esponente di spicco della mafia americana in Italia. Il boss viene ucciso nei “passeggi” del carcere di Badu' e Carros, da quattro uomini, tra cui Pasquale Barra, santista della NCO. Con l’uccisione, il primo aprile del 1982, di Aldo Semerari, famoso

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Nelle foto: in alto Giuseppe Salvia sopra Ciro Cirillo dopo la liberazione

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CRIMINI

Nelle foto: alcuni dipinti della pittrice/ Commissario Giulia Perrini

criminologo nonché docente di psichiatria forense e militante dell'estrema destra, lo Stato decide di intervenire definitivamente per arrestare la guerra di camorra e soprattutto l’egemonia della NCO. Il corpo del criminologo, privo di testa, è racchiuso nel bagagliaio di un auto ad Ottaviano (NA), parcheggiata di fronte all’abitazione di Vincenzo Casillo, santista di Cutolo. Semerari fu ucciso dal boss Umberto Ammaturo, probabilmente perché faceva il doppio gioco: perizie psichiatriche compiacenti sia a lui che al suo nemico, Raffaele Cutolo. Il 1982 è l’anno in cui la guerra tra il clan di Raffaele Cutolo e la nuova famiglia si decide per via dell’intervento dello Stato e non solo. I casi Semerari avevano dato la dimostrazione della grande forza della camorra e della sua capacità di trattare con lo Stato. Proprio per questo motivo, lo Stato decise di intervenire. Non potendo più tollerare che un uomo in carcere potesse riuscire a guidare, dall’interno, un’organizzazione criminale. La decisione fu presa grazie soprattutto alla volontà dell’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini che pretese che Raffaele Cutolo fosse trasferito da Ascoli Piceno, dove trascorreva una reclusione dorata e intratteneva rapporti con l’esterno, al carcere di massima sicurezza dell’Asinara, rendendogli, di fatto, difficilissimo continuare a dirigere il suo impero criminale da li dentro. E’ un duro colpo non solo per il boss ma per tutta la sua organizzazione. F Continua... (1) www.mafieitaliane.it/ ciro-cirillo-tra-br-servizi-camorrae-politica. (2) La Camorra e le sue storie, Gigi Di Fiore, UTET, pag. 193.

Mostra pittorica della Commissario Giulia Perrini

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na vita divisa tra la “divisa” di Comandante di Reparto della C.R. di Porto Azzurro e l’azzurro dei cieli dei paesaggi dei suoi dipinti. E’ forse l’azzurro il filo rosso che unisce le due anime della pittricecomandate Giulia Perrini. In amministrazione sin dal 1988, forse l’unico caso di ex-Vigilatrice penitenziaria ad aver superato il primo concorso pubblico di Commissario del ruolo ordinario, la Perrini, quando è partita per il corso di formazione rinvestiva il grado di Ispettore Superiore e lavorava nella Casa Circondariale di Taranto ove ha prestato servizio per 20 anni.

La Perrini dipinge da circa 35 anni ed è una paesaggista del filone impressionista: le sue opere ritraggono paesaggi attraverso delle tecniche particolari affinate nel tempo e con l’esperienza. Nel corso della sua carriera ha esposto in numerose “personali” . «La passione per la pittura nasce sin dall’infanzia» ci confida il Comandante Perrini «a scuola ero una delle più brave in disegno anche se poi per diversi motivi la mia passione artistica non si è concretizzata come attività prevalente, sebbene per tantissimi anni abbia studiato pittura prendendo lezioni privatamente infatti, gli studi “ufficiali” intrapresi nulla hanno a che fare con le mie attitudini artistiche. Il lavoro di comandante di reparto , i miei colleghi lo sanno benissimo è un lavoro duro, gravoso con un alto carico di responsabilità e dipingendo trovo i miei equilibri interiori , la ricerca infinita del senso estetico, delle geometrie cromatiche che si

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rincorrono nei miei dipinti, mi rigenera dandomi nuove e rinnovate energie». Un talento artistico importante che l’ha portata ben oltre i confini di Crispiano la cittadina pugliese dov’è nata se si pensa al fatto che la Perrini ha conseguito nella sua lunga carriera artistica diversi premi e riconoscimenti anche di livello internazionale nonché significativi apporti critici e di pubblico. L’ultima esposizione artistica è stata realizzata a giugno scorso presso la sala comunale “Gran guardia” di Portoferraio cittadina dell’isola d’Elba dove la Perrini si trova, come abbiamo detto, in qualità di Comandante dal gennaio del 2015, del carcere di Porto Azzurro, dopo essere stata tre anni e mezzo in Sardegna con funzioni di Comandante di Reparto della C.C. di Lanusei. Nell’esposizione artistica di Portoferraio “itinerari paesaggistici: sulle orme di cromatismi erratici” sono stati esposti 26 dipinti alcuni ottenuti con tecnica mista, altri dipinti direttamente su portali, finestre e imposte recuperati da vecchi ruderi abbandonati nel territorio pugliese. Il prossimo appuntamento è fissato ad agosto quando esporrà le sue opere in una sala espositiva nel Comune di Marina di Campo. F


LE RECENSIONI Basilio Buzzanca, Fausto De Santis, Edoardo De Santis

Concorso a Ispettore della Polizia di Stato LAURUS ROBUFFO Ed. pagg. 783 - euro 60,00

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uarta edizione per questo testo, edito dalla Laurus Robuffo, che affronta in maniera completa ed esauriente il programma di esame delle materie professionali oggetto del concorso a Vice Ispettore e Ispettore Superiore della Polizia di Stato. Talune di quelle trattate sono materie idonee anche alla preparazione di concorsi pubblici e interni del Corpo di Polizia Penitenziaria. Questa nuova edizione, aggiornata con le ultime innovazioni legislative, si contraddistingue per la praticità domanda-risposta sugli argomenti trattati, seguendo un percorso didattico estremamente utile per affrontare i concorsi.

Gianni Alemanno

VERITÀ CAPITALE. Caste e segreti di Roma KOINÈ NUOVE EDIZ. pagg. 196 - euro 15,00

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afia Capitale, l'inchiesta che ha travolto Roma. Le intercettazioni, gli arresti, la cronaca, e le implicazioni politiche delle indagini sul malaffare in città. A parlarne, in questo libro, è Gianni Alemanno, discusso ex Sindaco della Capitale, che coglie l’occasione di togliersi più di un sassolino dalle scarpe per raccontare la sua esperienza di primo cittadino di Roma. In una recente presentazione

del libro, che ha fatto e fa discutere perché rimodula le inchieste della magistratura su intrallazzi a suo dire precedenti la sua salita al Campidoglio, Alemanno ha avuto modo di sostenere: «La mia verità capitale? Innanzitutto che Roma ha problemi antichi cominciati nel 1870 e che si sono aggravati con la crisi economica, e poi che la sinistra dopo 30 anni di governo ha lasciato una pesante eredità che non soltanto ha causato il debito di bilancio, ma ci ha fatto trovare un Campidoglio veramente difficile da governare anche dal punto di vista organizzativo». Va letto, questo libro di Alemanno, perché fa comunque comprendere a quali bassi livelli fosse giunta la politica e la intrallazzopoli nella Capitale d’Italia.

a cura di G. Ferrari

PENA conDIVISA. Rischi psicosociali e professionalità FERRARISINIBALDI Ed. pagg. 145 - euro 16,00

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luogo comune pensare che lo stress lavorativo sia appannaggio solamente delle persone fragili e indifese mentre il fenomeno, colpisce inevitabilmente anche quelle categorie di lavoratori che almeno nell’immaginario collettivo ne sarebbero esenti, ci riferiamo in modo particolare alle cosiddette “professioni di aiuto”, dove gli operatori sono costantemente esposti a situazioni stressogene alle quali ognuno di loro reagisce in base al ruolo ricoperto e alle specificità del gruppo di appartenenza. Il riferimento è, ad esempio, a tutti coloro che nell’ambito dell’Amministrazione di appartenenza spesso si ritrovano soli con i loro vissuti, demotivati e sottoposti ad innumerevoli rischi e ad occuparsi di vari stati di disagio familiare, di problemi sociali di infanzia maltrattata

ovvero tutto quel mondo della marginalità che ha bisogno, soprattutto, di un aiuto immediato sulla strada per sopravvivere. La SIPISS – Società Italiana di Psicoterapia Integrata per lo Sviluppo Sociale – in collaborazione con il Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria del Triveneto ha avviato un ambizioso progetto di ricerca, il primo in Italia per numero di soggetti coinvolti, all’interno dell’Amministrazione Penitenziaria sul tema del disagio psicosociale dei propri lavoratori. Un lavoro approfondito, che ha coinvolto 1.120 poliziotti penitenziari in servizio nelle carceri del Triveneto ai quali è stato somministrato, dal marzo al settembre 2015, un questionario self-report, il PSrQ-p, Police Stress risk Questionnaire – Prison, che valuta il rischio stress lavorocorrelato. Un lavoro prezioso, perché fa emergere concretamente soluzioni per il contrasto del disagio lavorativo del Personale di Polizia Penitenziaria. La SIPISS, infatti, descrive tra l’altro la necessità di strutturare un’apposita direzione medica della Polizia Penitenziaria, composta da medici e da psicologi impegnati a tutelare e promuovere la salute di tutti i dipendenti dell’Amministrazione Penitenziaria. L’auspicio è che questa importante ricerca venga tenuta nel debito conto da coloro i quali hanno il dovere di predisporre efficaci strumenti di intervento per il contrasto del nostro disagio lavorativo. F

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a cura di Erremme rivista@sappe.it


a cura di Giovanni Battista de Blasis

COME SCRIVEVAMO

La cronaca nera nel secondo dopoguerra

Rina Fort “la belva di San Gregorio” e Pia Bellentani “la contessa triste” due casi emblematici di Assunta Borzacchiello Più di venti anni di pubblicazioni hanno conferito al mensile Polizia Penitenziaria Società Giustizia & Sicurezza la dignità di qualificata fonte storica, oltre quella di autorevole voce di opinione. La consapevolezza di aver acquisito questo ruolo ci ha convinto dell’opportunità di introdurre una rubrica - Come Scrivevamo che contenga una copia anastatica di un articolo di particolare interesse storico pubblicato tanti anni addietro. A corredo dell’articolo abbiamo ritenuto di riprodurre la copertina, l’indice e la vignetta del numero originale della Rivista nel quale fu pubblicato.

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Ila fine della Seconda Guerra mondiale l'Italia è un paese da ricostruire non solo materialmente. La stampa di regime aveva presentato all'opinione pubblica un Paese falsamente ordinato e tranquillo, il fascismo aveva imposto una forte censura sulla libertà di stampa, che colpiva anche i fatti di cronaca nera. Omicidi, suicidi, scandali, delitti gravi scompaiono totalmente dalle pagine dei giornali italiani, da cui doveva emergere il volto di un Paese ove regnava ordine e disciplina. Il carcere, la delinquenza, erano realtà che sembravano appartenere alle classi sociali più umili, in altre parole, secondo una concezione di stampo lombrosiano, a individui predisposti al delitto, scaricando la società da ogni responsabilità in merito al delitto. La fine della guerra mostra agli occhi di tutti un paese ridotto ad un cumulo di macerie e riscopre una parte di se fatta di miserie, dolori, violenze e delitti. E' questo lo scenario su cui si consumano omicidi sanguinosi che, abolita ormai la censura, riempiono le pagine dei giornali per mesi interi. La stampa, svegliata dal lungo sonno ventennale, riscopre il fascino perverso del delitto di sangue, delle

stragi, dei volti allucinati dei protagonisti, delle foto riproducenti le fattezze degli assassini e le scene cruente dei delitti. Grandi firme del giornalismo italiano (come Dino Buzzati e Vasco Pratolini) scrivono a più riprese d'efferati omicidi, per lettori particolarmente curiosi e partecipativi. Il linguaggio adoperato dai cronisti per descrivere i fatti è molto forte e delinea profili di mostri da sbattere in prima pagina, (per usare un'espressione tornata di moda ai nostri giorni). I volti fissati dagli obiettivi dei reporter sembrano esprimere l'ambiente sociale da cui provengono. Fame e miseria. Ignoranza e disoccupazione. S'uccide per pochi soldi, per qualche vestito, per una pelliccia di volpe (le sorelle Lidia e Franca Cataldi, sfollate da Colleferro, nel 1945 a Roma, uccisero una loro conoscente e il figlio di sei anni, per impossessarsi di biancheria e, appunto, di una pelliccia di volpe argentata). Uccidono per disperazione donne sedotte da fatue promesse di un amore inesistente, come Lidia Cirillo, una calabrese accusata di avere ucciso il suo amante, il capitano inglese Lash, che a suo dire l'aveva sedotta. Dopo soli tre anni di carcere Lidia

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maggiori quotidiani e settimanali degli anni Cinquanta seguivano i processi famosi con ampi resoconti delle udienze, riportando nei minimi particolari la mimica degli imputati, il loro abbigliamento, gli umori del pubblico che sempre numeroso assisteva. Milena Milani incontrò Rina Fort la mattina dell'ultima udienza del processo d'Appello, giorno in cui venne emesso il verdetto. La giornalista, a differenza degli altri cronisti che si occuparono del caso, scrisse dell'incontro con l'assassina manifestando comprensione per l'imputata e rimase colpita dalle parole dette dall'avvocato Marsico, difensore della Fort.

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Cirillo ottenne la grazia dal Presidente della Repubblica. Caterina Fort, detta Rina, fu la protagonista di uno dei primi delitti che emersero dalla coltre di silenzio. Il primo dicembre 1946, a Milano, al numero 40 di via San Gregorio, viene scoperta la scena agghiacciante di una strage compiuta il giorno prima. Un'emigrante siciliana di 40 anni, Franca Pappalardo e i suoi tre figli, Giovanni di sette anni, Giuseppe di dieci e Antonio di dieci mesi, sono rinvenuti massacrati a colpi di sbarra nel loro appartamento, un ambiente domestico reso macabro da questi quattro corpi straziati. Il piccolo Antonio è ancora nel seggiolone con la testa spappolata. Gli investigatori impiegano poco tempo per identificare l'assassina. E' Rina Fort, una friulana di 31 anni, una donna provata dalla vita fin dall'infanzia. Durante la guerra s'innamora di un uomo che non conosce personalmente, con cui intrattiene un rapporto epistolare, mentre l'uomo è prigioniero di guerra. Al ritorno dalla prigionia lo sposa ma l'uomo è malato di mente e finisce in manicomio. Rina Fort sopravvive con piccoli lavori, a volte si prostituisce.

Sul “Tempo” del 28 gennaio 1950, Milena Milani scriveva: «Questa è un'assassina, - dicevo e con grande pietà guardavo lei e guardavo tutti: le parole di Marsico (avvocato difensore della Fort, n.d.r.) mi sembravano giuste, umane e profonde ...Io ebbi un brivido di gelo e mi sembrava inumano stare a discutere, tutto era una farsa, quelle quattro persone erano morte, un'altra persona viva era dietro le sbarre e tutti si accanivano contro di lei, perchè pagasse, scontasse il suo debito verso la società ... Ma io vedevo al di là del sentimento della società offesa, volevo guardare negli occbi di Rina Fort».


COME SCRIVEVAMO

Poi incontra l'uomo che sembra restituirle la fiducia nella vita. L'uomo dei suoi sogni di ragazza ha il volto di Giuseppe Ricciardi, un catanese di professione magliaro, emigrato a Milano, nonché marito della Pappalardo. I due mettono su un negozio di stoffe e vanno a vivere insieme. Ricciardi, però, non prende le distanze dalla famiglia che ha lasciato giù in Sicilia, anzi, dopo aver approfittato delle risorse economiche e della forza di volontà di Rina per avviare l'attività commerciale, si fa raggiungere a Milano dalla moglie e dai figli. A questo punto Rina, amante e quindi "puttana", oltre ad avere "la colpa" d'essere sterile, è cacciata con cinismo dal suo amante. Rina Fort, sfruttata, oltraggiata, ferita nei sentimenti e nelle speranze, si reca a casa dei Ricciardi, in via San Gregorio e uccide senza pietà le quattro vittime inconsapevoli. S'azzardano ipotesi su ipotesi per trovare un complice che possa aver aiutato la Fort a compiere la carneficina.

Nella casa delle vittime erano stati trovati tre bicchieri sporchi di liquore. Si pensa che potrebbero aver bevuto la Fort, la Pappalardo e ... il terzo uomo, un eventuale complice di Rina, che non fu trovato. Forse l'ipotesi più semplice era quella che avevano bevuto parenti ed amici recatisi in visita dalla Pappalardo prima della tragedia. La Fort, definita dai giornali la belva di San Gregorio, confessa che s'era recata dalla rivale per chiarire la situazione e s'era azzuffata con essa. La vittima aveva battuto la testa contro il muro ed era morta, ma i bambini no, non era stata lei ad ucciderli. Dei tre delitti dei bambini accusa un certo Carmelo Zappulla, un magliaro amico del Ricciardi. Il Zappulla, secondo la versione della Fort, l'aveva accompagnata in via San Gregorio e, perso il controllo della situazione, aveva infierito sui bambini. Il presunto complice finisce in carcere, ma viene prosciolto dopo diciotto mesi, poco dopo muore. Anche Giuseppe Ricciardi, su cui la Fort cercò di gettare dei sospetti, passò diciotto mesi in carcere per essere poi prosciolto. Si fece pure un tentativo di "prova della verità", per ottenere la piena confessione dell'omicida, sottoponendola all'ipnosi di Ferruccio Irone "il fachiro bianco", ma la Fort non cadde nel sonno ipnotico e continuò a ripetere la sua estraneità agli omicidi dei tre bambini. Nel 1949 Rina Fort fu giudicata colpevole dei quattro omicidi e condannata dalla Corte d'Assise di Milano all'ergastolo.

Tutt'altro tenore la cronaca del processo Bellentani che, come in una festa mondana, era seguito da «alcune signore fra le più rappresentative della migliore società comasca» che «attendevano con ansia febbrile l'ingresso di Lilian Sacchi Willinger (vedova di Carlo Sacchi, n.d.r.)». Il settimanale "Tempo" del 25 ottobre 1956 riporta il brano di una conversazione tra le "spettatrici" del processo: «Non vedo l'ora di che arrivi!» esclamò un'elegante signora « Anch'io non vedo l'ora, perchè la vedova Sacchi è una delle figure più interessanti della tragedia di Villa d'Este» disse un'altra. «Oh, no, non è

Nel 1952 la Corte d'Appello di Bologna confermò l'ergastolo; stesso verdetto fu emesso dalla Cassazione. Rina Fort uscirà dal carcere dopo 28 anni in libertà vigilata, per buona condotta. Muore a Milano nel 1991. S'erano appena spente le luci sulla strage di via San Gregorio, quando un altro fatto di cronaca nera catturò l'attenzione dei lettori dei giornali: il delitto commesso dalla contessa Pia Bellentani, moglie del conte Bellentani, produttore di salumi, in persona del proprio amante, l'industriale Carlo Sacchi, anch'egli

sposato e padre di due bambine. La cornice nella quale si consuma il delitto è la mondanità animata dei ricchi industriali del "generone comasco". A Villa d'Este, sul lago di Como, durante una festa, la contessa, stanca del trattamento riservatole dall'amante, gli s'avvicina, prende la pistola lasciata dal marito nel guardaroba, la estrae dalla borsetta e spara a bruciapelo.

per questo!» riprese la prima: «Sono terribilmente ansiosa di vedere Lilian perchè ho saputo che si è fatta fare in gran segreto un cappellino apposta per il processo». Un attimo dopo, la vedova entrava con passo disinvolto nell'aula. «E' un amore!» commentò con sincera ammirazione quella signora alludendo al delizioso cappellino in velluto nero che adornava la bionda e delicata Lilian Sacchi Willinger, di cui molto si ammirava anche il tailleur nero di taglio perfetto. In assenza dell'imputato, tutto l'interesse convergeva sulla figura alta e piacente della vedova dell'industriale comasco. A.B. 31 • Polizia Penitenziaria n.241 • luglio-agosto 2016

A fianco la copertina del numero di febbraio 1996

Nelle foto: Rina Fort al processo sotto: la scena del crimine

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WEB E DINTORNI Nessuno sembra meravigliarsi per quanto è accaduto. La Bellentani è pur sempre un'aristocratica, il suo gesto non ha nulla a che vedere con lo scenario di fame e miseria della Milano di Rina Fort. La stampa userà nei confronti della Bellentani toni soft, come le parole

Nella foto la contessa Pia Bellentani

pronunciate da un ospite della serata, Robert Bouyerure, marito della sarta Biki, della famiglia proprietaria del "Corriere della Sera”: il quale, avvicinandosi alla signora le disse: «Andiamo, madame, è chiaro che si tratta di un incidente». Alla contessa Bellentani la Corte riconoscerà il vizio di mente e la condannerà a dieci anni di manicomio giudiziario, ridotti poi a sette, trascorsi nel manicomio giudiziario di Aversa, dove per un certo periodo aveva "soggiornato" anche Rina Fort, sottoposta a perizia psichiatrica da Filippo Saporito, all'epoca direttore del manicomio. Nell'ospedale psichiatrico di Aversa si conserva ancora il pianoforte che la Bellentani aveva portato con sè, con il beneplacito del dott. Saporito, a testimonianza di un'epoca. F

Stati Generali Esecuzione Penale e tecnologie: se questa la chiamate innovazione...

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i sono da poco conclusi gli Stati Generali dell’Esecuzione Penale che sono stati anche l’occasione per discutere delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie da utilizzare in carcere. Vediamo a quali conclusioni sono arrivati gli esperti dei 18 tavoli per quanto riguarda il settore tecnologico. Nella premessa del documento finale, pubblicato sul sito giustizia.it, il Comitato di esperti ha indicato da subito i buoni propositi degli stati generali: “Con il presente Documento il Comitato, avvalendosi del prezioso lavoro dei Tavoli, intende offrire un compendio delle linee di intervento che ritiene più qualificanti per dare un volto nuovo all’esecuzione penale, pienamente rispettoso dei principi costituzionali che informano questa materia e attento a nuove problematiche e a nuove potenzialità, inimmaginabili sino a non molto tempo fa” e ancora più esplicitamente poco dopo: “Si pensi all’evoluzione tecnologica che può consentire, attraverso un accorto e diffuso ricorso alla telematica, se non di risolvere, almeno di rendere meno acuti i problemi legati alla scarsità di contatti affettivi, alle carenze dell’assistenza sanitaria, alle sempre insufficienti opportunità di acculturamento e di aggiornamento, alla penuria di lavoro intramurario, alle eventuali difficoltà di colloquio de visu con il difensore. Si pensi quanto le videoconferenze, ovviamente assistite dalle necessarie cautele, possano risultare preziose per attenuare lo sradicamento culturale e affettivo del detenuto, soprattutto straniero”. Quindi, nuove potenzialità offerte dall’evoluzione tecnologica. Vediamole una ad una quelle individuate dai 18 Tavoli e dal Comitato di esperti.

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Collegamenti audio-video per il diritto al mantenimento dei rapporti con il mondo esterno Il detenuto deve scontare la pena nel luogo più vicino alla famiglia e a ciò deve aggiungersi il diritto di difesa, il cui esercizio sarebbe reso oggettivamente più difficoltoso, qualora l’avvocato del detenuto avesse la sede di attività in luogo distante da quello dell’espiazione della pena. Per migliorare le condizioni attuali, dagli stati generali è emerso l’auspicio che, qualora non sia possibile allocare il detenuto nella stessa regione dove vivono i familiari, si preveda l’utilizzo dei collegamenti audio-video con tecnologia digitale, previa modifica dell’art. 18 dell’ordinamento penitenziario. Per quanto riguarda la corrispondenza, gli Stati Generali raccomandano l’estensione delle buone prassi in uso in alcuni istituti, che hanno realizzato un servizio di posta elettronica in partenza e in arrivo per i detenuti. Il Comitato inoltre propone una integrazione dell’art. 18 O.P. per consentire l’utilizzo di programmi di conversazione visiva, sonora e di messaggistica istantanea che presuppongono l’accesso alla rete internet. Salute: cartelle cliniche digitali e telemedicina Il Comitato sottolinea l’opportunità di adottare un sistema informatico omogeneo che raccolga i diari clinici dei pazienti detenuti in formato digitale, al fine di assicurare sia il diritto alla continuità terapeutica sia una maggiore efficienza del sistema (evitando ripetizioni di esami clinici e garantendo rapidità di consultazione e di aggiornamento). In un’ottica di modernizzazione, si raccomanda di valorizzare l’utilizzo della telemedicina


WEB E DINTORNI all’interno degli istituti penitenziari, sottolineando come la stessa potrebbe da un lato ridurre il numero delle traduzioni ed i relativi costi, e, dall’altro, assicurare le prestazioni sanitarie in tempi più rapidi. Movimento dei detenuti all’interno del carcere Per quanto riguarda i movimenti dei detenuti all’interno della struttura detentiva e sull’utilizzo della videosorveglianza, il documento finale stabilisce: è auspicabile che, grazie anche ad un ricorso più intenso alla tecnica della videosorveglianza, venga progressivamente abbandonato il sistema dell’accompagnamento del detenuto nei suoi spostamenti all’interno della struttura. Formazione dei detenuti Il Comitato ritiene che è quasi superfluo rammentare l’importanza della teledidattica e, con riferimento alle prove di esame, della videoconferenza. Formazione del personale Il Comitato considera come necessità prioritaria l’investimento iniziale sulla predisposizione di materiali per corsi basati sull’e-learning, destinati a una fruizione continuata nel tempo e soggetta a progressivi aggiornamenti. Se queste sono le potenzialità che il Comitato e i 18 Tavoli composti da oltre 200 tra studiosi ed esperti, hanno individuato tra quelle messe a disposizione dalle nuove tecnologie “inimmaginabili sino a non molto tempo fa”, per dare un nuovo volto all’esecuzione penale, allora, francamente, sembrano più delle potenzialità a cui è stato applicato il 41-bis (tanto per rimanere in tema). Quello che balza agli occhi di qualunque osservatore, anche non necessariamente esperto di nuove tecnologie, è sicuramente il fatto che i partecipanti hanno sostanzialmente circoscritto l’ambito di opportunità, alla trattazione di singoli strumenti quali le videoconferenze, la videosorveglianza e l’e-learning. Forse un po’ pochino rispetto alle nuove tecnologie “inimmaginabili

sino a non molto tempo fa” ... Ma quel che è peggio, è che gli esperti di esecuzione penale hanno continuato a considerare la tecnologia come singoli strumenti da adottare per migliorare singoli aspetti circoscritti. Quel che invece è emerso prepotentemente in questi ultimi decenni, è che la tecnologia non solo si è fusa nell’informazione e nella comunicazione andando a costituire appunto la galassia dell’ICT (Information and Communications Technology), ma ha cambiato, di fatto, l’intero approccio alle relazioni con gli altri e alle modalità di apprendimento e lavoro. Si pensi ad esempio quanti e quali cambiamenti ha determinato la convergenza tra smartphone, social network, banda larga e video in streaming, nelle nostre vite quotidiane. Presi singolarmente sono singoli miglioramenti del telefono, della televisione, dell’agenda degli appuntamenti, ma utilizzati insieme, hanno cambiato il nostro linguaggio, la nostra percezione del tempo e dello spazio, hanno spostato i nostri equilibri di relazioni personali e anche la nostra stessa auto-percezione. Ognuno potrà decidere se sono stati cambiamenti in meglio o in peggio, ma è innegabile che c’è stato un cambiamento di fondo, un nuovo modo di agire e anche di pensare. Se l’intento degli stati generali era quello di introdurre una nuova cultura delle pena (così come più volte ribadito nella relazione finale), allora molto probabilmente si è persa l’occasione di porre al centro la persona detenuta e le potenzialità di miglioramento/reinserimento offertale dalle nuove tecnologie, intese non tanto come singoli “gadgets” migliorativi, ma come un substrato su cui tessere quelle reti di relazioni, azioni e informazioni, indispensabili per attuare tutti quei buoni propositi emersi dagli Stati Generali dell’Esecuzione Penale. Soprattutto non si è sfruttata l’esperienza fin qui raggiunta da tante altre amministrazioni penitenziarie europee che da anni si confrontano in un Gruppo appositamente creato. Il Gruppo si chiama “ICT in Prison”

ed è una nicchia di esperti di EUROPRIS (www.europris.org), l’organizzazione europea che raggruppa quasi tutti i Ministeri della Giustizia e le Amministrazioni penitenziarie europee e dei Paesi confinanti: Austria, Belgio, Catalogna, Croazia, Danimarca, Francia, Inghilterra, Galles, Germania, Finlandia, Georgia, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Irlanda del Nord, Norvegia, Romania, Scozia, Slovenia, Svezia. L’ICT Group per “tecnologia” non intende solo cancelli automatizzati e videosorveglianza come avviene da noi qui in Italia, ma si riunisce per: definire degli standard europei, il riconoscimento biometrico, le tecnologie per scoprire le nuove droghe, comunicazioni tra operatori, e-mail per i detenuti, utilizzo di telefonia mobile sicura in carcere, sicurezza dei detenuti e personale penitenziario, riduzione dei costi, postazioni informatiche per le informazioni ai detenuti, sistemi di videoconferenza all’interno del carcere, utilizzo di tablet per servizi e formazione scolastica e professionale dei detenuti, etc. Le discussioni non sono accademiche, ma mostrano i vantaggi e gli insuccessi di applicazioni pratiche che gli altri Paesi hanno già adottato. Ci si confronta per diffondere le “buone pratiche” ed eventualmente correggere il tiro con l’esperienza di ciascun Paese. I recenti stati generali avranno pure individuato nuove migliorie per l’esecuzione penale (anche se forse andavano pure individuati gli ostacoli alla mancata attuazione della riforma del 1975), ma se ancora oggi non si riesce a dotare il personale di una proprio indirizzo e-mail “aziendale” e si fa fatica a pubblicare tempestivamente dati minimi quali le circolari o i dati statistici, dubito che i buoni propositi scritti su una relazione finale che vogliono introdurre qualche telecamera in più nelle carceri per la videosorveglianza e qualche postazione in più per utilizzare Skype, possano davvero migliorare le condizioni detentive delle persone ristrette e degli operatori che in carcere ci lavorano. F

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Federico Olivo Coordinatore area informatica del Sappe olivo@sappe.it


L’ULTIMA PAGINA Il mondo dell’appuntato Caputo di Mario Caputi e Giovanni Battista de Blasis © 1992-2016 rivista@sappe.it

"CIAo EsPo' ...lA sAI lA novItà? CorrE voCE ChE CI rIEntrIAmo PurE noI nEllA lEggE sullA torturA ...ComE vIttImE dEllo stAto !!?!?? (...E quAlCuno dICE PurE ChE PossIAmo rIEntrArE nEI rIsArCImEntI dEllA sEntEnzA torrEggIAnI: 8 Euro PEr ognI gIorno dI sErvIzIo!)

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www.mariocaputi.it

Per ora é uscito il libro! Raccolta antologica delle vignette dell’Appuntato Caputo pubblicate dal 1994 al 2014 sulla Rivista mensile Polizia Penitenziaria - Società Giustizia & Sicurezza Da che parte é l’uscita? si puo’ acquistare in tutte le librerie laFeltrinelli oppure sui siti www.lafeltrinelli.it e www.ilmiolibro.it

Formato 15 x 23 cm Copertina morbida 240 pagine a colori ISBN: 9788891092052



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