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IL COMMENTO sul” carcere vengano trattate con l’obiettività e la serietà che meritano, scevre da sensazionalismo e pregiudizi. La trasparenza, insomma, è una condizione ottimale di visibilità nei due sensi, dall’interno all’esterno e viceversa, ed è quindi ancora più incomprensibile constatare come verso essa l’Amministrazione della Giustizia – e quella Penitenziaria, in particolare – dedichi poche risorse e poca attenzione. Ciò detto, a mio avviso assume ancor più importanza la necessità di una efficace comunicazione istituzionale a fronte di un approccio alle questioni penitenziarie che, da parte di qualcuno, è talvolta condizionato da un eccesso di pregiudizio e sensazionalismo, per cui il bene è sempre e solo da una parte (non quello della Polizia Penitenziaria...) e il male dall’altra. E’ sbagliato, come sbagliata sarebbe anche una impostazione esattamente opposta. Si può e si deve parlare di Polizia Penitenziaria, di carcere e di quel che in esso avviene con semplicità, chiarezza, precisione, concisione, concretezza, personalità. E’ il silenzio che crea disinformazione e spinge i giornalisti a rivolgersi ad altre fonti o a ripiegare su temi minori, collaterali, ma più sensazionalisti, fondati su dicerie e speculazioni provenienti da fonti meno affidabili. Il silenzio può inoltre essere interpretato come intenzione di nascondere una colpa e, in ogni caso, condiziona la percezione del pubblico e della stampa. Qualche esempio. Partiamo dalla tragedia di Stefano Cucchi. Tutti sappiamo la sua triste storia. Fin dall’inizio, si è alimentata una grancassa mediatica, alimentata ad hoc, che ha visto mettere sotto accusa il Personale di Polizia Penitenziaria, ritenuto - senza prove - responsabile della sua morte. Articoli e articoli, denunce, servizi tv, interventi di senatori, depositari della verità assoluta ed “esperti” di diritti umani in servizio permanente effettivo (quasi vi fossero, in contrapposizione, fautori e sostenitori della tortura...).

Il SAPPE è intervenuto, da subito, invitando tutti ad attendere gli esiti degli accertamenti giudiziari e a non trarre giudizi affrettati. L’Amministrazione Penitenziaria non ha assunto alcuna posizione rispetto al “linciaggio” mediatico cui è stato sottoposto il personale in servizio a piazzale Clodio, sede degli Uffici Giudiziari di Roma. La verità è che la sentenza di primo grado che quella di appello hanno assolto i tre poliziotti penitenziari dalle accuse (non suffragate da alcuna prova!) loro mosse. Lo hanno accertato due Corti, 4 giudici togati, 12 giudici popolari. Lo ha confermato, definitivamente, la Corte di Cassazione. Eppure, c’è ancora chi semina disinformazione e favorisce il radicamento di opinioni false e senza alcun elemento oggettivo di veridicità. Come Alessandro Zaghi, che nel numero di ottobre 2016 del mensile musicale Rolling Stone, ha scritto un articolo, titolato “La vergogna senza fine della morte di Stefano Cucchi”, e, sull’esito della perizia medico legale per le indagini preliminari nell’inchiesta bis sulla morte del giovane romano, afferma che in essa non vi è “alcuna menzione al pestaggio subito da Cucchi in carcere” dato che “in carcere Cucchi sarebbe stato selvaggiamente pestato da alcuni agenti della Polizia Penitenziaria”! Abbiamo scritto più volte ad Alessandro Zaghi e alla redazione del mensile per chiedere una rettifica, doverosa quanto necessaria, alle falsità sostenute ma nulla è accaduto. Abbiamo allora segnalato la cosa all’Ordine dei Giornalisti. Prima di lui, anche Corrado Formigli, volto de La7 e curatore di una rubrica sul settimanale femminile “Gioia”, arrivò a scrivere, nonostante le richiamate sentenze di assoluzione, che Cucchi “nei sotterranei del tribunale (di Roma, ndr) era stato massacrato di botte”. Ma quando mai... Abbiamo scritto anche a lui, che ha fatto “orecchie da mercante”. Questi sono solamente due chiari ed

evidenti esempi di disinformazione rispetto alla quale avrebbe dovuto assumere una netta posizione non solamente il SAPPE ma, a tutela degli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria coinvolti loro malgrado nella triste e drammatica vicenda, il Ministero della Giustizia ed il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Come avrebbero dovuto prendere posizione rispetto a Roberto Saviano, giornalista e autore dei bestseller Gomorra, ZeroZeroZero e La paranza dei bambini, quando sul settimanale L’Espresso del 17 dicembre 2015, scrivendo nella sua rubrica “L’antitaliano” un articolo titolato “Ascoltiamo la denuncia di un uomo colpevole”, prendendo posizione sulle accuse di (presunti) maltrattamenti

subìti in varie carceri italiane da un detenuto straniero, che ha supportato le sue affermazioni con alcune intercettazioni audio. O come quando, nella puntata de Le Iene di martedì 8 marzo 2016, fu trasmesso un servizio di Matteo Viviani, “Torturato in un carcere italiano”, riferito a episodi accaduti nella Casa Circondariale di Asti dodici (12!) anni fa. Verità e giustizia devono sempre prevalere, per il bene dell’onorabilità del Corpo di Polizia Penitenziaria e coloro che ne fanno parte, perché nulla dev’esserci da nascondere. Ma sono le aule di Giustizia le uniche sedi deputate ad accertare anomalie, irregolarità, violazioni o reati. Non i salotti tv, le conferenze stampa (anche se in luoghi autorevoli, come il Senato della Repubblica), o le colonne di quotidiani e settimanali... Rispetto, per favore. F

Polizia Penitenziaria n.245 • dicembre 2016 • 7

Nella foto: la sorveglianza di un detenuto


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