Issuu on Google+

IL COMMENTO

Roberto Martinelli Capo Redattore Segretario Generale Aggiunto del Sappe martinelli@sappe.it

Polizia Penitenziaria: serve un’efficace comunicazione per non alimentare una costante disinformazione

C

i siamo spesso occupati, su queste colonne, dei temi della comunicazione e dell’immagine del Corpo di Polizia Penitenziaria nel contesto sociale. Lo abbiamo fatto e lo facciamo, principalmente, per mettere nella condizione l’opinione pubblica di avere elementi oggettivi di valutazione circa i compiti e il ruolo delle donne e degli uomini della Polizia nel difficile contesto penitenziario.

Nelle foto: quotidiani e mass media

La gente, spesso, sa poco di quel che succede in carcere; questo perché è indotta ad approcciarsi ad esso, alle tematiche penitenziarie più in generale, solamente in occasione di eventi drammatici (suicidi, evasioni, presenza in carcere di detenuti eccellenti in particolare) che sono poi quelli che trovano maggiore evidenza sugli organi di informazione. Ancor più approssimativa è la conoscenza del nostro lavoro, quello del poliziotto penitenziario, perché se il carcere è – come esso è - un ambiente chiuso, ancor più difficile è venire a sapere quel che fanno le donne e gli uomini con il Basco Azzurro. Un dato è oggettivo: spesso e volentieri, quando stampa-radio-tv si occupano di carcere, non lo fanno per mettere in evidenza anche il ruolo sociale del Corpo di Polizia Penitenziaria ma piuttosto per dare risalto a iniziative estemporanee di

singole Direzioni, come ad esempio la sfilata delle donne detenute al termine di un corso di sartoria, l’impiego di qualche ristretto in attività di recupero del patrimonio ambientale cittadino, l’organizzazione di un corso da chef e cose così. E’ giusto che queste cose siano messe in evidenza, sia chiaro: ma è sbagliato non farlo - non comunicarlo - quando si tratta di eventi legati all’operatività quotidiana della Polizia Penitenziaria. Penso al suicidio in cella sventato dai nostri Agenti. Nessuno sa un dato che di per sé, per le fredde cifre, dovrebbero far strabuzzare gli occhi a chiunque. Negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 20mila – 20.263, per la precisione, dal 1992 al 30 giugno scorso – tentati suicidi di detenuti e hanno altresì impedito che i quasi 142mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze. Penso, anche, ai tempestivi interventi in caso di incendi (dove l’intervento risolutivo dei poliziotti ha scongiurato vere e proprie tragedie), malori, risse, colluttazioni, rinvenimento di droga, telefoni cellulari, armi tra le sbarre... Eppure mai, quasi mai, queste notizie sono veicolate agli organi di informazione, come invece dovrebbero, attraverso i canali istituzionali. E’ il Sindacato che si è sostituito all’Amministrazione in quest’opera ed è il Sindacato che diffonde i numeri di queste tragedie e di questa operatività. L’impegno del primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, il SAPPE, è sempre stato ed è quello di rendere il carcere una “casa di vetro”, cioè un luogo trasparente dove la società civile può e deve vederci “chiaro”, perché nulla abbiamo da nascondere ed anzi

6 • Polizia Penitenziaria n.245 • dicembre 2016

questo permetterà di far apprezzare il prezioso e fondamentale – ma ancora sconosciuto - lavoro svolto quotidianamente – con professionalità, abnegazione e umanità - dalle donne e dagli uomini della Polizia Penitenziaria. Qualificati esperti di comunicazione hanno messo chiaramente in evidenza come l’ascolto attivo, la trasparenza, l’integrità, l’apertura verso la stampa sono – dovrebbero essere, anche per

il Corpo di Polizia Penitenziaria... valori essenziali ed elementi portanti dell’attività di comunicazione, sia con l’ambiente esterno sia con quello interno. La cultura della Polizia Penitenziaria, così come quella della Polizia di Stato, è formata dall’insieme dei valori, credenze e linguaggi che sostengono il suo mandato. L’assoluta trasparenza dell’immagine diventa il punto centrale della politica di comunicazione in quanto crea le migliori condizioni di visibilità dell’istituzione da parte dei cittadini che, a loro volta, saranno stimolati ad avere più fiducia e ad aprirsi. Anche l’Ordine nazionale dei Giornalisti ha redatto, nel marzo 2013, un Protocollo deontologico per i giornalisti che trattano notizie concernenti carceri, detenuti o ex detenuti, noto come “Carta di Milano”, affinché le notizie ”del, dal e


2016 12 245