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IL PULPITO

I suicidi nella Polizia Penitenziaria sono il doppio rispetto alle altre forze dell’Ordine e il triplo rispetto alla società civile

N

essun uomo è un'isola, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della terra. Se una zolla viene portata via dall'onda del mare, la terra ne è diminuita, come se un promontorio fosse stato al suo posto, o una magione amica o la tua stessa casa. Ogni morte d'uomo mi diminuisce, perché io partecipo all'umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te. John Donne Continuo a proporre, per riflettere, questa poesia scritta nel 1500 da John Donne, e ripresa da Hemingway in epigrafe al suo romanzo Per chi suona la campana, perché a mio avviso rende perfettamente l’idea della “perdita”. Quando parliamo di perdita, di diminuzione dell’umanità, il suicidio è sicuramente il lutto più doloroso, quello più difficile da accettare: una “privazione” conseguente alla volontà di chi non vuole più vivere, di chi vuole lasciare questo mondo. Schopenhauer diceva che “Anche l'uomo più sano e più sereno può risolversi per il suicidio, quando l'enormità dei dolori e della sventura che si avanza inevitabile sopraffà il terrore della morte.” Vorrei dare maggior risalto a questo passaggio, ripetendolo di nuovo: “...quando l’enormità dei dolori e della sventura è più grande del terrore della morte ...” Parliamo di un essere umano che soffre talmente tanto a vivere, da risolversi al suicidio. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, in Italia avvengono una media di 4.000 suicidi l’anno, lo 0,006% della popolazione o meglio, per usare il modo di valutazione dello stesso ISTAT, 4,4 suicidi ogni centomila abitanti. (Nel mondo, sempre secondo le statistiche ufficiali, si rilevano in media 11,4 suicidi ogni centomila abitanti.)

Nella Polizia Penitenziaria il fenomeno suicidario ha assunto delle proporzioni assai maggiori, oserei dire esponenziali, rispetto alla media del Paese (significativamente superiori anche a quella mondiale). Sappiamo bene come, quanto e perché la nostra professione, come le altre helping professions (poliziotti, vigili del fuoco, medici, infermieri, ecc.), sia soggetta al burnout e a tutte le sue letali conseguenze. E pur tuttavia, in termini percentuali, i suicidi dei poliziotti penitenziari sono il doppio dei colleghi delle altre forze dell’ordine. (crfs: www.cerchioblu.org/reportosservatorio-suicidi-forze-di-polizia/) Questo il report-suicidi degli ultimi anni: sette nel 2016; due nel 2015; dieci nel 2014; sette nel 2013; nove nel 2012; otto nel 2011. Una media di 7 suicidi all’anno che, raffrontati ad una forza di circa 37.000 uomini, costituiscono lo 0,018% ovvero, secondo i parametri ISTAT, 14,25 casi ogni 100.000. In parole povere, tra le fila della Polizia Penitenziaria ci si suicida 3 volte di più che nella società italiana. Io credo che questo dato, più che ogni analisi psico-sociologica, dimostri in maniera inequivocabile che c’è un collegamento, anche se circoscritto, tra suicidio e professione svolta. A chi afferma il contrario il compito di dimostrare, allora, il perché nella nostra professione si verificano tre volte più suicidi che nella vita comune e, comunque, due volte di più che nelle altre forze dell’ordine. Io penso che il lavoro che svolge il poliziotto penitenziario influisce, eccome, nella volontà di togliersi la vita, o quantomeno contribuisce ad arrivare a quella determinazione. Il mal di vivere, come qualcuno ha definito la depressione che porta al suicidio, è sicuramente alimentato dal tipo di lavoro svolto, soprattutto a contatto con la sofferenza delle sezioni detentive.

Ecco perché io sostengo che ogni Direttore e ogni Comandante dovrebbero “sentire” come una sconfitta personale il verificarsi di un suicidio nel proprio istituto giacché, parafrasando Donne: “ ...ogni morte d'uomo li diminuisce, perché loro partecipano al contingente dell’istituto...” Dall’altro lato, il cameratismo, lo spirito di corpo e la solidarietà dei colleghi dovrebbero essere la panacea del rischio suicidio. In istituto, così come in ogni altro posto di servizio, il ruolo dello psicologo dovrebbe essere svolto dai colleghi e dai superiori, i primi a dover raccogliere qualsiasi segnale di disagio. Aiutare un collega in difficoltà è dovere di tutti noi. Secondo accreditate teorie psicoterapeutiche, la prevenzione del rischio suicidario prevede anche interventi sull’ambiente; ad esempio, il potenziamento della rete sociale per migliorare il senso di appartenenza alla comunità. Vengono consigliati, inoltre, interventi in ambito familiare per non far sentire tutto su di sé il peso e la responsabilità di un’eventuale situazione economica difficile. Assolutamente necessario, infine, togliere l’arma di ordinanza ai soggetti a rischio, giacché proprio l’arma di ordinanza è il principale strumento usato per suicidarsi. (Pure se, purtroppo, nell’ultimo caso accaduto al minorile di Roma, abbiamo dovuto costatare che, sebbene senza pistola d’ordinanza, il collega ha raggiunto lo stesso il suo scopo impiccandosi con la cintura). Ciò nondimeno, il mio auspicio è che ognuno di noi senta profondamente il dovere di prestare attenzione a ogni richiesta di aiuto, implicita o esplicita che sia, proveniente da un collega, da un sottoposto e, persino, da un superiore “... e così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana.” F

Polizia Penitenziaria n.245 • dicembre 2016 • 5

Giovanni Battista de Blasis Direttore Editoriale Segretario Generale Aggiunto del Sappe deblasis@sappe.it

Nella foto: un cappio

2016 12 245  
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