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PoliziaPenitenziaria Società Giustizia e Sicurezza

Poste italiane spa spedizione in abbonamento postale 70% Roma AUT M P - AT / C / R M / A U T. 1 4 / 2 0 0 8

anno XXIII • n.243 • ottobre 2016

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www.poliziapenitenziaria.it

Clemente Russo: orgoglioso di essere un poliziotto penitenziario


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28 Polizia Penitenziaria

In copertina:

Società Giustizia e Sicurezza

L’Atleta delle Fiamme Azzurre Clemente Russo in visita alla Segreteria Generale del Sappe

04 EDITORIALE Nonostante le strumentalizzazioni di Donato Capece

05 IL PULPITO 3 motivi per cui la Polizia Penitenziaria non può finire come la Forestale di Giovanni Battista de Blasis

06 IL COMMENTO L’era della (dis)informazione di Roberto Martinelli

08 L’OSSERVATORIO POLITICO In dirittura di arrivo la nuova Legge di stabilità di Giovanni Battista Durante

10 CRIMINOLOGIA I minorenni nella pirateria navale di Roberto Thomas

anno XXIII • n.243 • ottobre 2016 12 PSICOLOGIA PENITENZIARIA In tema di suicidio in carcere: La prevenzione di Vincenzo Mastronardi

14 DIRITTO & DIRITTI La liberazione anticipata di Giovanni Passaro

16 LO SPORT - Intervista esclusiva Clemente Russo: orgoglioso di essere un poliziotto penitenziario di Lady Oscar

23 MINORI Don Ciotti: le colpe dei minori sono anche nostre di Ciro Borrelli

24 CINEMA DIETRO LE SBARRE True Story a cura di G. B. de Blasis

PoliziaPenitenziaria Società Giustizia e Sicurezza

Organo Ufficiale Nazionale del S.A.P.Pe. Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Direttore responsabile: Donato Capece capece@sappe.it Direttore editoriale: Giovanni Battista de Blasis deblasis@sappe.it Capo redattore: Roberto Martinelli martinelli@sappe.it Redazione cronaca: Umberto Vitale, Pasquale Salemme Redazione politica: Giovanni Battista Durante Comitato Scientifico: Prof. Vincenzo Mastronardi (Responsabile), Cons. Prof. Roberto Thomas, On. Avv. Antonio Di Pietro Donato Capece, Giovanni Battista de Blasis, Giovanni Battista Durante, Roberto Martinelli, Giovanni Passaro, Pasquale Salemme

Direzione e Redazione centrale Via Trionfale, 79/A - 00136 Roma tel. 06.3975901 • fax 06.39733669 e-mail: rivista@sappe.it web: www.poliziapenitenziaria.it Progetto grafico e impaginazione:

© Mario Caputi www.mariocaputi.it “l’appuntato Caputo” e “il mondo dell’appuntato Caputo” © 1992-2016 by Caputi & de Blasis (diritti di autore riservati)

Registrazione: Tribunale di Roma n. 330 del 18 luglio 1994

25 SICUREZZA SUL LAVORO Il lavoratore e il datore di lavoro di Luca Ripa

26 CRIMINI & CRIMINALI Ferdinand Gamper, il serial killer che odiava gli italiani di Pasquale Salemme

28 WEB E DINTORNI Statistiche delle carceri in Italia: i polli di Trilussa e i polli del DAP di Federico Olivo

30 L’INTERVISTA Le carceri libiche al collasso sono un pericolo per l’Italia

32 ARCHITETTURA PENITENZIARIA Il carcere visto come una “casa di vetro”

Per ulteriori approfondimenti visita il nostro sito e blog: www.poliziapenitenziaria.it Chi vuole ricevere la Rivista al proprio domicilio, può farlo versando un contributo per le spese di spedizione pari a 25,00 euro, se iscritto SAPPE, oppure di 35,00 euro se non iscritto al Sindacato, tramite il conto corrente postale numero 54789003 intestato a: POLIZIA PENITENZIARIA Società Giustizia e Sicurezza Via Trionfale, 79/A - 00136 Roma, specificando l’indirizzo, completo, dove va spedita la rivista.

Cod. ISSN: 2421-1273 • web ISSN: 2421-2121 Stampa: Romana Editrice s.r.l. Via dell’Enopolio, 37 - 00030 S. Cesareo (Roma) Finito di stampare: ottobre 2016 Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana

Edizioni SG&S

Il S.A.P.Pe. è il sindacato più rappresentativo del Corpo di Polizia Penitenziaria

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L’EDITORIALE

Donato Capece Direttore Responsabile Segretario Generale del Sappe capece@sappe.it

Nonostante le strumentalizzazioni politiche dei soliti noti, prima di fine anno dovrebbero arrivare rinnovo del contratto e riordino delle carriere

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a Consulta Sicurezza è un organismo di rappresentanza di Comparto fondato nel lontano 1993. A quel tempo noi del SAPPE, come primo e più grande Sindacato della Polizia Penitenziaria, sentimmo il bisogno di creare un unico soggetto rappresentativo nel Comparto Sicurezza.

Nel box: il logo della Consulta dei Sindacati Autonomi di Polizia

Il Siulp, in quegli anni, era l’espressione dei sindacati confederali e si correlava con CGIL, CISL e UIL della Polizia Penitenziaria e del Corpo Forestale dello Stato. Ci sembrò dunque naturale rapportarci con i più grandi sindacati autonomi degli altri Corpi: Sap (secondo sindacato della Polizia di Stato) e SAPAF (allora ANSEGUFOR, primo sindacato del Corpo Forestale dello Stato). Costituimmo, in tal modo, la Consulta Nazionale dei Sindacati Autonomi delle Forze di Polizia (abbreviata in Consulta Sicurezza) che raggruppava e rappresentava oltre quarantamila operatori della Sicurezza, il più grande organismo rappresentativo di comparto. Ovviamente, la Consulta fu fondata con uno Statuto condiviso e sottoscritto dai Segretari Generali dei tre sindacati: Donato Capece, per il Sappe, Nicola Izzo, per il Sap, e Domenico Ferrazza per il Sapaf (allora Ansegufor). Più tardi, alla Consulta, ha aderito anche il Conapo (Sindacato Autonomo dei Vigili del Fuoco).

In quello Statuto furono riportati alcuni principi cardine tratti dagli statuti di ogni singolo sindacato, tra i quali i più importanti erano quelli che sancivano il carattere apolitico ed apartitico della Consulta. Per più di venti anni, i principi statutari della Consulta hanno rappresentato il faro della sua attività, nonostante l’alternarsi di numerosi segretari alla guida del Sap e degli altri Sindacati alleati. Purtroppo per noi, e per la Consulta, oggi quel sacrosanto principio di autonomia dalla politica e dai partiti è stato violato. Ormai da tempo, infatti, il Sap sembra aver accostato il sindacato a un determinato partito politico, coinvolgendo inevitabilmente in questa compromissione anche la Consulta Sicurezza. (Dev’essere un vizio quello di rincorrere un posto in Parlamento nella romana via Cavour, sede del Sindacato autonomo (?) di Polizia ...) Invero il Sap, ha scelto di intraprendere una strumentale e pretestuosa campagna d’ottobre, dalla quale il Sappe ha deciso di dissociarsi. Al riguardo, anziché portare il confronto all’interno degli organismi statutari della Consulta, il Sap ha pensato bene di allearsi con l’omologo sindacato (perché secondo per numeri e perché, in passato, altrettanto compromesso politicamente) della Polizia Penitenziaria il cui segretario, com’è noto, si è candidato alle elezioni politiche del 2013, insieme a Ilaria Cucchi. Fermo restando che una scelta del genere dovrà essere inevitabilmente valutata in seno alla Consulta Sicurezza, i cui principi sono stati violati, la propaganda messa in atto sul contratto e sul riordino delle carriere,

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costringe (ed ha costretto) il Sappe a rendere pubblica la propria posizione rispetto a pretestuose strumentalizzazioni propagandistiche, tipiche delle campagne d’ottobre di certuni sindacati. Innanzitutto va detto che una manifestazione del genere avrebbe dovuto essere la risultanza di una disamina corale e unitaria soprattutto tra i costituenti la Consulta Sicurezza: e non poteva e non doveva essere il “prendere o lasciare” l’unica opzione possibile perché si è deciso, a monte, una protesta politica che “strizzi l’occhio” a qualcuno dell’opposizione parlamentare in cambio di cosa si può ben immaginare... Va altresì detto che la manifestazione andava a rivendicare una serie di cose che, di fatto, erano state già preannunciate e tant’è che solo pochi giorni dopo sono state ufficializzate con la presentazione della legge finanziaria. Se la legge di stabilità, per la parte che interessa i poliziotti, sarà approvata con le somme annunciate, i poliziotti e tutto il Comparto Sicurezza e difesa avranno benefici a livello economico e per il riordino delle carriere. Dai dati di cui siamo a conoscenza ci risulta che un agente percepirà, tra gli 80 euro resi strutturali da gennaio 2017, il riordino delle carriere, la riparametrazione e il rinnovo contrattuale, circa 105 euro netti al mese. Per tornare, infine, a casa nostra permetteteci di esternare un piccolo sospetto: non è che il segretario del secondo sindacato del Corpo stia facendo anche lui un pensierino al 2018 ? Si dice che a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca... F


IL PULPITO

3 motivi per cui la Polizia Penitenziaria non può finire come la Forestale

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a legge 7 agosto 2015, n. 124, meglio nota come Legge Madia ed intitolata Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche, ha introdotto una serie di provvedimenti per razionalizzare la pubblica amministrazione. In particolare, al comma 1 dell’articolo 8, il Governo è stato delegato ad adottare uno o più decreti legislativi per modificare la disciplina delle pubbliche amministrazioni. Lo stesso articolo, più avanti, ha precisato che i decreti legislativi dovranno prevedere il riordino, l’accorpamento o la soppressione di uffici e organismi al fine di eliminare duplicazioni o sovrapposizioni di strutture o funzioni, secondo princìpi di semplificazione, efficienza, contenimento della spesa e riduzione degli organi. Per quello riguarda le forze dell’ordine, la legge ha previsto che i decreti dovranno tendere a razionalizzare e potenziare l'efficacia delle funzioni di polizia anche in funzione di una migliore cooperazione sul territorio, al fine di evitare sovrapposizioni di competenze, e favorire la gestione associata dei servizi strumentali. Un occhio particolare è stato riservato dalla norma al riordino delle funzioni di polizia di tutela dell'ambiente, del territorio e del mare, della sicurezza e controllo nel settore agroalimentare, mediante la riorganizzazione del Corpo Forestale dello Stato con l’eventuale assorbimento del medesimo in altra Forza di polizia. Infine, la Legge Madia ha espressamente previsto che le conseguenti modificazioni agli ordinamenti del personale delle Forze di polizia di cui all'articolo 16 della legge 1º aprile 1981, n. 121, in aderenza al nuovo assetto funzionale e

organizzativo, dovranno prevedere la revisione della disciplina in materia di reclutamento, di stato giuridico e di progressione in carriera, tenendo conto del merito e delle professionalità, con la semplificazione delle procedure, prevedendo l'eventuale unificazione, soppressione ovvero istituzione di ruoli, gradi e qualifiche e la rideterminiamone delle relative dotazioni organiche, comprese quelle complessive di ciascuna Forza di polizia, in ragione delle esigenze di funzionalità e della consistenza effettiva alla data di entrata in vigore della legge, assicurando equiordinazione del personale delle Forze di polizia e dei connessi trattamenti economici, anche in relazione alle occorrenti disposizioni transitorie, fermi restando le peculiarità ordinamentali e funzionali del personale di ciascuna Forza di polizia. Salta subito agli occhi che, a differenza del Corpo Forestale, nessuna menzione particolare è stata riservata dalla legge 124 alla Polizia Penitenziaria. Questo è il primo motivo per il quale la Penitenziaria non può seguire la stessa sorte della Forestale. Oltremodo, le linee guida della legge stabiliscono, tra l’altro, che il riordino, l’accorpamento o la soppressione di uffici e organismi deve essere finalizzato ad eliminare duplicazioni o sovrapposizioni di strutture o funzioni. E, più avanti, quando si parla nello specifico delle forze dell’ordine, viene ribadito che il fine di eventuali accorpamenti deve essere quello di evitare sovrapposizioni di competenze. Questo è il secondo motivo per il quale la Polizia Penitenziaria non può essere soppressa: i suoi compiti istituzionali non sono la duplicazione di nessun altro e non si sovrappongono con le competenze di nessun altra forza di polizia. Terza, ed ultima, ragione per la quale la Polizia Penitenziaria non può

perdere la propria autonomia è il numero dei suoi appartenenti: sono troppi 40.000 uomini per non rischiarare di alterare l’equilibrio del duopolio Polizia-Carabinieri nel panorama della sicurezza interna nazionale. Il Corpo Forestale dello Stato contava in tutto circa 8.000 unità che sono state divise, in diverse percentuali, tra carabinieri (70%), Polizia (20%) e Guardia di Finanza (10%). E’ evidente che l’eventuale assorbimento della Penitenziaria nella Polizia di Stato porterebbe l’organico di quest’ultima ad avvicinarsi notevolmente ai 150.000 uomini, sopravanzando di circa il 50% l’organico complessivo dei Carabinieri. L’operazione, quindi, sembra quasi

impossibile, salvo che non comprendesse contemporaneamente anche la Guardia di Finanza (circa 60.000 uomini). A quel punto, redistribuendo anche compiti ed uomini della Finanza tra le due forze di polizia a competenza generale, si potrebbe riequilibrare la consistenza organica di ciascuna, mantenendo l’equilibrio del duopolio tra i due Corpi (e i due Ministeri). Francamente, un percorso di questo tipo (seppure a mio avviso praticabile) mi sembra piuttosto fantapolitico. Ecco, dunque, perché ci sono almeno 3 buone ragioni per le quali la Polizia Penitenziaria non può essere soppressa ed assorbita in un altro Corpo di polizia. Siamo unici, altamente specializzati ed insostituibili! Altro ragionamento andrebbe fatto per il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (e per i dirigenti che lo gestiscono): quello si che andrebbe soppresso ed assorbito in altro Ente dello Stato... F

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Giovanni Battista de Blasis Direttore Editoriale Segretario Generale Aggiunto del Sappe deblasis@sappe.it

Nella foto: Carabinieri e Forestale


IL COMMENTO

Roberto Martinelli Capo Redattore Segretario Generale Aggiunto del Sappe martinelli@sappe.it

L’era della (dis)informazione contro la Polizia Penitenziaria

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Nella foto: sopra stampa “gestita” a destra Walter Quattrociocchi

n interessante articolo pubblicato sul mensile “Le Scienze” ha evidenziato che i social media sono una straordinaria opportunità per la libertà di informazione, ma hanno anche un lato oscuro: la diffusione incontrollata di tesi complottiste e pseudoscientifiche, definita dal World Economic Forum uno dei rischi principali per la società.

disinformazione”. E' la conclusione a cui è giunto il gruppo di ricercatori diretto da Walter Quattrociocchi dell'IMT Alti Studi di Lucca, che in un articolo pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” hanno analizzato la diffusione delle notizie nei social media, scoprendo che il bassissimo livello di intermediazione

La mole di dati disponibili rende possibile lo studio della diffusione della disinformazione a un livello di risoluzione senza precedenti. Gli studi mostrano che la selezione dei contenuti avviene per pregiudizio di conferma, portando alla formazione di gruppi solidali su specifici temi che tendono a rinforzarsi e ignorare tutto il resto. Inoltre i complottisti sono refrattari al debunking, ossia l'operazione con cui, attraverso la verifica dei fatti e dei dati, si smontano o si ridimensionano le bufale, i falsi miti o le esagerazioni. Questo contesto rende di fatto molto difficile informare correttamente, di conseguenza fermare una notizia infondata diventa praticamente impossibile. A dispetto dell'enorme massa di notizie a cui si può accedere online, infatti, la nostra epoca rischia di caratterizzarsi come “l'era della

nell'accesso alle informazioni facilita lo sviluppo di fenomeni virali in cui trovano ampio spazio numerose voci non confermate. Quattrociocchi e colleghi hanno sviluppato un'ampia e approfondita analisi quantitativa delle pagine di Facebook, concentrandosi sui meccanismi di diffusione di due tipi di notizie: quelle scientifiche; e quelle che fanno capo a teorie complottiste di vario tipo oppure notizie che non hanno fondamento scientifico, ma invece sono presentate come tali, per esempio la teoria delle scie chimiche, le false notizie sul legame fra vaccini e autismo, o la notizia secondo cui un'esercitazione militare sul suolo americano denominata “Jade Helm 15” sarebbe stata in realtà un tentativo di colpo di Stato ordito dall’amministrazione Obama. La notizia ha avuto un'eco tale da

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indurre il governatore del Texas ad allertare la guardia nazionale. Uno studio sulla diffusione di voci incontrollate attraverso Facebook mostra dunque come, in assenza di qualsiasi intermediazione, false notizie scientifiche e teorie del complotto tendano a diffondersi in modo virale, facilitate dalla tendenza degli utenti a prestare selettivamente attenzione solo alle informazioni che confermano i propri pregiudizi. Il primo risultato dell'analisi è la constatazione che gli utenti tendono a selezionare e condividere i contenuti relativi a uno specifico genere di notizia, secondo uno schema che ricalca il cosiddetto pregiudizio della conferma (confirmation bias): la ricerca esclusiva di ciò che conferma un'idea di cui si è già convinti. Si creano così gruppi solidali su specifici temi e narrazioni che tendono a rafforzarsi e a ignorare tutto il resto: le discussioni spesso degenerano in litigi tra estremisti dell’una o dell’altra visione, con un ulteriore rafforzamento della polarizzazione. Questo studio scientifico aiuta a capire, dunque, la manipolazione delle notizie e come l’espansione dei social media ha un lato oscuro, ovvero la diffusione pervasiva e senza informazione false e teorie del complotto, che potrebbe mettere a rischio la società. Internet e i social network – facebook, twitter, telegram... - sono un esempio lampante di quali livelli può raggiungere la manipolazione delle notizie e la disinformazione. Quante volte abbiamo sentito dire, rispetto a pareri, giudizi o notizie, “l’ho letto su internet” o “l’ho letto su facebook”, anche se talvolta sembrano azzardate proprio quelle tesi che si sostengono e che si sono trovate in Rete? Non si deve sottovalutare il potere di diffusione capillare ed amplificazione delle notizie che ha la Rete. Pensiamo alla morte del povero Stefano Cucchi.


IL COMMENTO C’è ancora chi, nonostante i tre gradi di giudizio abbiano assolto definitivamente gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria coinvolti, loro malgrado, nella vicenda giudiziaria, sentenzia (!) di una morte causa da appartenenti ai Baschi Azzurri! Una cosa non vera, falsa, bugiarda. Eppure, c’è chi ancora lo pensa, lo dice, lo scrive. Come il mensile di musica Rolling Stone, che nel numero di ottobre 2016 per mano di Alessandro Zaghi scrive di “pestaggio subito da Cucchi in carcere” e di “Cucchi selvaggiamente pestato da alcuni agenti della Polizia Penitenziaria, tanto da provocare la rottura di due vertebre”. La Magistratura, nei tre gradi di giudizio, ha sentenziato che non è vero, ma c’è ancora chi lo scrive e, peggio, chi lo crede. Proprio in ragione di quel “pregiudizio di conferma” tipica di questa era della disinformazione nella quale fermare una notizia infondata diventa praticamente impossibile. Recentemente, il settimanale L’Espresso, ha evidenziato come nel caso Cucchi due sole sono le cose certe: i segni del pestaggio e la morte. Tuttavia, tra le carte e le testimonianze finora raccolte dagli inquirenti, concentrati sull’inchiesta bis sulla morte del ragazzo, c’è qualche indizio sulla genesi di quella violenza e in particolare sulla condotta dei carabinieri che hanno avuto in custodia Stefano la sera dell’arresto. Eppure per mesi, per anni, la colpa di quella assurda, ingiusta e ingiustificata morte è stata attribuita solo ed esclusivamente ad appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria – assolti, lo ripeto, definitivamente da ogni accusa in ognuno dei tre gradi di giudizio! E sui social network – facebook, twitter, telegram e chi più ne ha, più ne metta... - si è alimentata questa disinformazione, si è scatenata una micidiale disinformazione che per giorni ha martellato gli italiani di immagini ed interviste suggestive guardandosi bene dall’offrire elementi di conoscenza del caso su cui maturare un’opinione. Sin dall’inizio del caso il SAPPE ha sostenuto che le eventuali

responsabilità dovevano essere accertate nel processo, nel quale più di 40 periti e consulenti della pubblica accusa e dei giudici (che a loro volta hanno voluto nominare altri consulenti), nel quale magistrati e giuria popolare (cittadini estratti a sorte) hanno concluso – in primo grado, in Appello, in Cassazione! - la non colpevolezza degli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria. Agente assolti da ogni addebito. Consulenti, periti, giudici, giurati popolari, pubblici ministeri del processo erano dunque tutti collusi? Eppure, c’è ancora chi pensa e crede che nella morte di Stefano Cucchi ci siano responsabilità di appartenenti alla Polizia Penitenziaria.

di Polizia Penitenziaria che in questa vicenda è attaccato da molti che credono di essere in possesso di una verità che conoscono solamente loro. E’ il caso di questi hacker, eccellenti sotto il profilo delle conoscenze informatiche ma ignoranti sulla realtà dei fatti. E’ il caso di tutti coloro che dopo aver messo sulla graticola i tre poliziotti penitenziari per mesi e mesi nonostante la loro innocenza, non hanno ritenuto di dover fare alcuna ammenda. Favorendo, con ciò, il continuo flusso di disinformazione su questa drammatica e triste storia e manipolando la verità, condizionando l’opinione dei frequentatori dei social network, che esprimono like e giudizi

Così non è. Se lo mettano bene nella zucca gli hacker informatici che hanno per l’ennesima volta “attaccato” il sito internet del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, lasciando sulla home page il messaggio “Giustizia per Cucchi”. Si documentino, prima di lanciare questi attacchi informatici. Leggano le carte del processo, non si soffermino alle ricostruzioni grossolane, false e faziose che ancora oggi circolano su internet nonostante proprio la magistratura ha accertato la verità dei fatti nei tre grado di giudizio. Siamo sempre stati solidali con la Famiglia Cucchi per la perdita del loro familiare, ma siamo anche fieri del nostro lavoro quotidiano e della nostra abnegazione al servizio del Paese. Il SAPPE proseguirà la battaglia in difesa dei colleghi e dell’intero Corpo

senza avere la compiuta conoscenza dei fatti. La realtà è altra cosa. E’ altra cosa rispetto ai pregiudizi di chi, approcciandosi superficialmente a queste tristi e drammatiche storie, emette sentenze prima della magistratura, a prescindere dalla magistratura. Come la sconcertante vicenda di Stefano Cucchi dovrebbe insegnare a taluni moralisti da strapazzo e da quattro soldi, che hanno mistificato e mistificano la realtà ed hanno alimentato una disinformazione su questi delicati temi a tutto danno delle donne e degli uomini appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria che ogni giorno svolgono il loro prezioso e fondamentale – ma ancora sconosciuto - lavoro nelle celle delle carceri italiane con professionalità, abnegazione e umanità. F

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Nelle foto: a sinistra Stefano Cucchi in alto social network


L’OSSERVATORIO POLITICO

Giovanni Battista Durante Redazione Politica Segretario Generale Aggiunto del Sappe durante@sappe.it

In dirittura di arrivo la nuova Legge di stabilità per il 2017

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l 27 settembre 2016 il Consiglio dei Ministri ha delineato la nota di aggiornamento del Documento Economico Finanziario 2016 che costituisce il principale strumento di programmazione, indica la strategia economica e di finanza pubblica nel medio termine, riporta gli indicatori strutturali, da concordare con l’Unione Europea, nonché le risorse finanziarie disponibili. Il documento originario di aprile prevedeva una crescita del PIL dell’1,2%, mentre crescerà dello 0.8, in base a quanto previsto dalla nota di aggiornamento.

Per il 2017 il Pil tendenziale, ovvero in vigenza dell’attuale normativa, sarà dello 0.6% in più, mentre l’obiettivo fissato dal governo, sempre per il 2017, è dell’1%, valore da conseguire con nuovi interventi, ma giudicato ambizioso dalla Banca d’Italia. La nota di aggiornamento fissa al 2% il tetto del rapporto fra deficit e Pil per il 2017, cioè 2 decimali in più rispetto all’1,8% previsto nel documento di aprile 2016 e condiviso dall’Unione europea che aveva autorizzato una flessibilità pari allo 0,4% sulla base di un tendenziale dell’1,4%. Nella definizione del rapporto deficit/PIL il governo prevede un ulteriore margine di flessibilità pari allo 0,4%. Il rapporto Deficit/PIL del 2,4% determinerebbe una dote di 7

miliardi aggiuntivi. Il governo ha motivato tale richiesta con l’emergenza terremoto e il flusso dei migranti. Il debito pubblico, quindi, passa da una previsione di 132,4% al livello attuale del 132,8%. Ciò dovrebbe determinare l’aumento dell’IVA, come clausola di salvaguardia, per un gettito di 15 miliardi nel 2017. Le risorse per disattivare le clausole di salvaguardia dovrebbero arrivare dal contrasto all’evasione, per 4,5 miliardi, dalla spending review, per altri 4,5 miliardi e dalla tassazione del rientro dai capitali dall’estero, voluntary disclosure. In particolare, le misure di maggior impatto sociale contenute nella legge di stabilità, riguarderanno: INVESTIMENTI: 13 miliardi di risorse pubbliche fino al 2020, per incentivare gli investimenti privati; PRODUTTIVITA’: detassazione dei premi di produttività; PENSIONI: il pacchetto previdenza prevederà l’anticipo pensionistico (Ape) che si potrà applicare agli over 63, attraverso un prestito bancario assicurato, con la preventiva certificazione dell’Inps. Riguarderà i lavoratori nati fra il 1951 e il 1953. Si parla di Ape Volontaria che consiste in un anticipo pensionistico fino a 3 anni e 7 mesi sui requisiti di vecchiaia standard, con prestito bancario assicurato e rimborso ventennale che opera con la pensione ordinaria. Il provvedimento riguarda tutti i lavoratori dipendenti pubblici e privati, nonché gli autonomi. L’onere a carico dei lavoratori sarà del 5/6% dell’assegno pensionistico, per un massimo del 20/25%, nel caso di assegno massimo di 3 anni e 7 mesi. Viene invece definito Ape Social l’anticipo pensionistico a costo zero. Attraverso un bonus fiscale si annulla l’onere dell’ammortamento del

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prestito. L’accesso all’Ape Social riguarda i lavoratori svantaggiati quali i disoccupati, ovvero coloro che hanno determinati requisiti soggettivi come inabilità, invalidità, presenza di disabili in famiglia. L’Ape Aziendale riguarda i lavoratori coinvolti in ristrutturazioni di aziende, il cui accesso verrà finanziato in tutto o in parte dal datore di lavoro. SPENDING REVIEW: La fase 3 della spending review dovrebbe garantire risparmi di bilancio per 4,5 miliardi. FISCO: è prevista la riduzione dal 27,5% al 24% dell’imposta sul reddito delle società (IRES), oltre all’attivazione della voluntary disclosure. PUBBLICO IMPIEGO: nel documento si legge che dopo sette anni di blocco del contratto degli statali si procederà al rinnovo con l’obiettivo di valorizzare il merito e favorire l’innalzamento della produttività. E’ allo studio anche un intervento legislativo per ridare spazio ed autonomia alle trattative contrattuali, ammorbidendo così la rigidità imposta dalla riforma Brunetta. Tale normativa pubblicistica, attualmente in vigore, prevede, a partire dalla prossima tornata contrattuale, la destinazione della quota prevalente delle risorse decentrate ai premi di produttività in base a 3 fasce di merito: al 25% dei dipendenti deve andare la metà delle risorse, al 50% dei dipendenti l’altra metà, mentre il 25% dei dipendenti non potrà accedere alle risorse, azzerando così i premi per un quarto dei dipendenti. LA NO TAX AREA: si tratta dell’allargamento della platea dei pensionati beneficiari della no tax area. Attualmente detta esenzione fiscale comprende i pensionati under 75 con un reddito fino a 7.750 euro


annui e quelli over 75 con assegni annuali fino a 8.000 euro. Si propone di aumentare la detrazione di imposta per tutti i pensionati in modo da uniformare la no tax area degli stessi pensionati con quella dei lavoratori dipendenti pari a 8.125 euro annui. LA QUATTORDICESIMA: il provvedimento prevede di allargare la platea dei pensionati over 64 anni che hanno un reddito inferiore ad una determinata soglia ai quali viene riconosciuta la quattordicesima mensilità. Il reddito annuale di riferimento passa da 1,5 a 2 volte il trattamento minimo, estendendo così la platea dei beneficiari con ulteriori 1,2 milioni di soggetti interessati, che passano da 2,1 a 3,3 milioni. I LAVORATORI PRECOCI: il provvedimento riguarda i lavoratori precoci penalizzati dalla riforma Fornero e consta del riconoscimento di un bonus contributivo compensativo di 3-4 mesi per ogni anno di lavoro svolto prima dei 19 anni. E’ previsto l’accesso alla pensione con 41 anni di contributi per disoccupati senza ammortizzatori sociali e disabili. I LAVORATORI IMPEGNATI IN LAVORI USURANTI: si prevede di facilitare l’accesso alla pensione ai lavoratori che svolgono un’attività particolarmente pesante o sono impegnati di notte. Questi lavoratori potrebbero andare in pensione con il sistema delle quote, cioè con il meccanismo della somma di anni di età e di anni contributivi. LE RICONGIUNZIONI: il provvedimento del governo mira a rendere la ricongiunzione dei contributi gratuita, sia per il trattamento di vecchiaia che per quello anticipato. Per quanto il Comparto Sicurezza il governo ha stabilizzato gli 80 euro dal 2017, il rinnovo contrattuale dovrebbe prevedere risorse complessive per 900 milioni di euro per tutto il pubblico impiego e, infine, dovrebbe essere approvato nella legge di stabilità uno stanziamento di 390 milioni di euro, che si vanno ad aggiungere ai 119+28 già stanziati, per il riordino delle carriere. F

MASTER DI II LIVELLO

Studi Penitenziari e dell’Esecuzione Penale

Il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPe, in collaborazione con l’Accademia Europea Studi Penitenziari, ha contribuito alla realizzazione di un MASTER di II Livello in Studi Penitenziari e dell’Esecuzione Penale presso l'Università Telematica Pegaso. Il Master Universitario di II Livello in Studi Penitenziari e dell’Esecuzione Penale si pone l’obiettivo di fornire gli strumenti giuridici necessari per affrontare le problematiche connesse alla gestione dei criminali ed è indirizzato, in particolare, ad appartenenti alle forze dell’ordine e a personale del sistema giudiziario e dell’esecuzione penale. Il programma del Master, partendo dall’analisi del fenomeno criminale, esamina l’evoluzione della normativa in materia, senza perdere mai di vista l’aspetto pratico, per garantire un continuo scambio tra teoria e prassi attraverso lo studio di casi pratici, per fornire quelle specifiche competenze necessarie per interagire con soggetti sottoposti a provvedimenti di restrizione della libertà personale. Il Master si articola in più moduli che analizzano sia gli aspetti giuridici che quelli applicativi, con l’analisi dei casi pratici. Le materie di insegnamento ed i moduli didattici sono svolti da docenti universitari, professionisti ed organi istituzionali operanti nei settori di riferimento tra i quali il Cons. Riccardo Turrini Vita, Direttore Generale della Formazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il dott. Pietro Buffa, Direttore Generale del Personale del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e il dott. Antonio Fullone Direttore della C.C. di Napoli Poggioreale. Il Master si svolgerà in modalità e-learning, con piattaforma accessibile 24 ore/24 e avrà una durata di studio pari a 1.500 ore (60 CFU). Il sistema e-learning adottato prevede l’apprendimento assistito con un percorso formativo predeterminato, con accesso a materiali didattici sviluppati appositamente e fruibili in rete con un repertorio di attività didattiche interattive, individuali e di gruppo, mediate dal computer con la guida di tutor/esperti tecnologici e di contenuto, in grado di interagire con i corsisti e rispondere alle loro domande. è richiesto come titolo di ammissione diploma di laurea quadriennale del previgente ordinamento o diploma di laurea specialistica e/o magistrale. La quota di iscrizione è di 1.000 euro + 50 euro spese di bollo. Per gli iscritti Sappe la quota d’iscrizione in convenzione è di 600 euro + 50 euro spese di bollo. info: studipenitenziari@gmail.com • info@sappe.it • tel. 063975901


Roberto Thomas Docente del Master di criminologia presso l’Università di Roma La Sapienza Già Magistrato minorile rivista@sappe.it

CRIMINOLOGIA

Il coinvolgimento di minorenni nel fenomeno internazionale della pirateria navale

R

Nella foto: pirati somali

iprendendo il tema del minorenne terrorista, già da me trattato in questa Rivista (si veda il numero 234 del dicembre 2015), mi è parso opportuno completarlo con quello parallelo, ma spesso autonomo, del minorenne “pirata”. Invero nel primo è assolutamente prevalente un profilo criminologico dell'adolescente dominato, come si è ricordato nel precitato articolo, da una manipolazione fin dalla nascita,

famiglie - ad un progetto di appropriazione illecita di ingenti somme di denaro estorte attraverso il pagamento di riscatti per la liberazione dei marinai sequestrati con i loro navigli dalle bande di pirati. Solo occasionalmente vi può essere, in questo secondo caso, un apparentamento con gruppi terroristici, quali quelli dell'isis, e consenguente attività di collaborazione o di finanziamento con gli stessi.

nel suo ambito familiare, con il dovere all'ubbidienza assoluta alla legge coranica e al motivo della guerra santa contro gli infedeli, attraverso una trasmissione culturale per apprendimento di modelli negativi con una interazione sociale-culturale, secondo la teoria delle “associazioni differenziali”, ideata dall'americano Edwin H. Sutherland della scuola di Chicago, nel suo libro “Principles of criminology” del 1947. Per il minore pirata, invece, appare prevalente la sua adesione - anche in questo caso spesso manipolata o addirittura coartata in quanto frutto della sua sottrazione con la forza alle

In tutte e due i predetti casi, comunque, mi sembra chiaro che i giovanissimi affiliati, siano essi terroristi o meri pirati, devono essere considerati anche vittime, in quanto di fatto abusati dagli adulti che li privano di una loro fanciullezza “normale”. La pirateria navale ha sempre attratto gli adolescenti della mia generazione nata nel dopoguerra. Le gesta del corsaro nero, di Sandokan e dei pirati della Malesia, lette attraverso i romanzi di Salgari, hanno fatto parte del mio patrimonio culturale e di quello generazionale. Mai avrei pensato di conoscere due

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reali pirati, peraltro minorenni di nazionalità somala, che dopo un assalto ad un mercantile italiano in navigazione vicina al golfo di Aden erano stati catturati dai nostri Marò di scorta (come i poveri Latorre e Girone, la cui triste vicenda di essere stati bloccati in India per quattro anni senza un'imputazione precisa, per aver fatto esclusivamente il loro dovere difensivo, solo recentemente si è risolta felicemente, speriamo in maniera definitiva), dopo una sparatoria ed estradati nel nostro Paese e giudicati dal Tribunale per i minorenni di Roma ai sensi dell'art. 10 del codice penale (Delitto comune dello straniero all'estero: “Lo straniero che ...commette in territorio estero a danno dello Stato o di un cittadino, un delitto per il quale la legge italiana stabilisce l'ergastolo o la reclusione non inferiore nel minimo ad un anno, è punito secondo la legge medesima, sempre che si trovi nel territorio dello Stato, e vi sia richiesta del Ministro della giustizia, ovvero istanza o querela della persona offesa”). Ma quanto erano diversi di quelli che avevano popolato i miei sogni di adolescente! Mi comparvero davanti smagriti in viso e assai timorosi: erano poco più che bambini, dimostrando meno dei loro quindici anni anagrafici; non sapevano né leggere né scrivere, ma parlavano un italiano stentato, sia pur comprensibile. Mi raccontarono, a turno, la loro storia che era praticamente identica! Vivevano in un villaggio poverissimo della Somalia, dormendo in una capanna ammassati per terra insieme ai genitori, una moltitudine di fratellini, parenti vari più una mucca


poliziapenitenziaria.it ed una capra. Verso i dieci anni vennero arruolati con la forza nel gruppo di pirati marittimi collegati ai terroristi dell'organizzazione al-Shabaab, che gli insegnarono l'uso delle armi da guerra e li condussero a combattere. Successivamente vennero inquadrati in una speciale unità di pirateria che compiva atti di abbordaggio del naviglio commerciale che transitava al largo delle coste somale e di sequestro dell'equipaggio da liberare previo il pagamento di un adeguato riscatto. All'inizio bastava avvicinarsi alla nave con dei motoscafi veloci e sparare in aria per intimorire i marinai del mercantile ed il gioco era fatto senza particolari rischi. Le cose erano sensibilmente cambiate da quando i vari Stati avevano concordato di mettere su ogni nave

commerciale in transito nella zona una scorta militare adeguatamente armata per evitare l'abbordaggio ed il sequestro dell'equipaggio (si pensi che nelle acque del cosiddetto Corno d'Africa, in una vasta porzione dell'oceano indiano che si estende dalle coste somale e dal golfo di Aden verso oriente arrivando a lambire quasi l'India, vi sono stati, nel 2010, 445 attacchi al naviglio commerciale con 53 sequestri di nave e del relativo equipaggio). Per l'Italia ciò si era verificato a seguito della legge 2 agosto 2011 n.130 che aveva autorizzato gli armatori italiani ad avvalersi di nuclei

militari di protezione, da imbarcare in numero minimo di sei, al costo di 3.900 euro al giorno da versarsi allo Stato. A seguito di ciò vi erano state delle vere proprie battaglie in mare con morti e feriti da una parte e dall'altro. Uno dei due ragazzetti si scoperse un braccio e mi mostro la cicatrice prodotta dal foro di un proiettile. Nel loro caso erano stato catturati dai nostri marò, insieme ad altri maggiorenni, a seguito dell'affondamento del loro motoscafo, colpito da una granata. Affidati in stato di arresto al primo Paese in cui la nave aveva fatto scalo, erano stati estradati, insieme ai complici adulti, su richiesta del Governo italiano. Processati dal Tribunale per i minorenni per il delitto di pirateria marittima in acque internazionali (previsto nell'art. 1135 del codice della navigazione ) erano stati condannati a otto anni di carcere. Avevano avuto il beneficio degli arresti domiciliari presso la comunità in cui facevo da sempre il volontario ed in tale veste li avevo incontrati e seguiti per oltre un anno (prima del mutamento di collocazione in un altra comunità al nord per motivi di sicurezza). In quel periodo i due ragazzini impararono a leggere e scrivere, e l'uso del computer, prendendo il diploma di quinta elementare; iniziarono ad apprezzare il significato di una vita civile, dormendo in una stanza con un comodo letto; in più occasioni mi riferirono di aver compreso il valore della vita umana e che erano pentiti per i loro atti di violenza ed omicidi compiuti; mi confidarono anche di non voler far ritorno più in Somalia, sperando, una volta espiata la pena, di sistemarsi in Italia con un lavoro onesto e una famiglia tutta loro. Tuttora tengo con loro contatti assai frequenti via email e sono andato più volte a trovarli nella loro nuova comunità: mi sembrano abbastanza recuperati della tremenda esperienza armata vissuta nel loro Paese e sono sereni e fiduciosi in un avvenire migliore. F

Polizia Penitenziaria n.243 • ottobre 2016 • 11

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PSICOLOGIA PENITENZIARIA

Vincenzo Mastronardi Psichiatra, Criminologo clinico, Psicopatologo Forense. Già titolare della Cattedra di Psicopatologia Forense “Sapienza” Università di Roma. Direttore del Master in Criminologia Scienze investigative e della Sicurezza Unitelma-Sapienza vincenzo.mastronardi @gmail.com

Nelle foto: suicidio

In tema di suicidio in carcere: La prevenzione (prima parte)

I

l suicidio è il comportamento umano che presenta maggiori difficoltà esplicative in virtù dell’enigmaticità e multicausalità che lo caratterizzano. Dal punto di vista fenomenologico, la condotta suicidaria non è unicamente riconducibile ad un fattore di rilevanza clinica come, ad esempio, la presenza di una patologia mentale grave, bensì può essere innescata da un profondo stato di disagio interiore quale esito di esperienze di vita negative e/o traumatiche, oppure essere il prodotto di atti deliberati, razionali e lucidamente progettati.

Considerato in quest’ultima accezione, il suicidio diventa manifestazione della psicopatologia, ovvero viene considerato come “acting-out”, atto estremo autodiretto che può celare in sé diversi significati e che viene agito da soggetti che non possiedono integre facoltà mentali né adeguate capacità e/o strumenti per canalizzare l’aggressività. Tra le complessità del contesto penitenziario assume particolare rilevanza la comunicazione tra i professionisti, gli agenti ed i detenuti, in particolare se si considera la comunicazione non verbale che si può

Considerando la specificità del contesto penitenziario, il fenomeno del suicidio assume particolare rilevanza sia in termini di gestione e prevenzione che in termini di significato: da un lato il gesto suicidario può essere visto quale forma di comunicazione non verbale con finalità dimostrativa e/o compensatoria, dall’altro quale forma di “devianza” rispetto ad una “normalità psichica o comportamentale”, lì dove “mezzi e modi - per compierlo - non paiono perfettamente idonei” (Buffa, 2011, pag. 12).

esplicare in tre forme: • comunicazione interna al carcere: comprende la comunicazione tra detenuti (ad esempio attraverso l’uso di “codici” comportamentali e/o regole non scritte), oppure tra i detenuti e lo staff istituzionale, o ancora per quella che avviene nell’ambito del colloquio criminologico; • comunicazione dal carcere verso l’esterno: comprende la comunicazione corporea (esempio suicidio o atti di autolesionismo) e la comunicazione simbolica; • comunicazione dall’esterno verso

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il carcere: ovvero l’insieme delle attività (musica, teatro, sport) che possono essere supportive al trattamento penitenziario. Il bisogno di individualità e di confronto fanno sì che, in una condizione in cui la libera espressione della propria interiorità attraverso la comunicazione verbale viene ad essere ostacolata, si ricorra a modalità espressive alternative attraverso la comunicazione non verbale, che in questo caso assume un ruolo “compensatorio”, una sorta di “bypass” che permette al detenuto di spostare la fondamentale funzione comunicativa sul piano fisico, abbassando i livelli di frustrazione e di stress e mantenendo l’equilibrio psichico facendo fronte ai processi di depersonalizzazione e destrutturazione dell’io (Mastronardi, 2015). I messaggi che utilizzano il corpo come mezzo comunicativo fanno parte di particolari aspetti della comunicazione non verbale e spesso vengono esibiti con finalità di richiesta e/o ricatto nei confronti degli operatori che vivono a stretto contatto con i detenuti (agenti di Polizia Penitenziaria, educatori, assistenti sociali, etc.). A tal proposito, si possono delineare i significati del gesto suicida in due macro livelli (Mastronardi, 2015): 1) a carattere liberatorio, nel quale rientrano il suicidio con significato di fuga da una situazione vissuta come insopportabile; di lutto, come conseguenza della perdita, reale o immaginaria, di un effettivo elemento della propria personalità o dell’ambiente di vita; di castigo, come espiazione del proprio senso di colpa; di delitto, come strumento per portare con sé nella morte un’altra persona;


messo in atto sempre in maniera lucida e razionale; • suicidio-fuga irrazionale: assume il significato di fuga quando il soggetto si uccide per evitare di adeguarsi al sistema di regole imposte nel penitenziario; • suicidi-ribelli: ulteriormente suddivisi in suicidio appello-protesta (il suicidio è vissuto come un gesto finalizzato a un miglioramento della propria condizione individuale e all’affermazione della propria superiorità; rappresenta quindi una connotazione essenzialmente eteroaggressiva perché non è altro che la reazione al disagio della reclusione; è un comportamento che ha lo scopo di attirare l’attenzione sulla propria situazione personale, è un atto di protesta contro il Super-Io); suicidio minaccia-ricatto (è quello che assume la forma di un’ “aggressione indiretta” in cui il soggetto mette in atto un ricatto contro l’istituzione penitenziaria); ed infine suicidio delitto-vendetta (è caratterizzato dal massimo grado di carica aggressiva; in questo caso, l’autosoppressione ha origine da una vera e propria introversione dell’aggressività, una sorta di omicidio camuffato, poiché il soggetto, non essendo nelle condizioni di uccidere la persona oggetto di vendetta, è costretto a riversare tutta la propria aggressività su se stesso). F Continua... in collaborazione con la dott.ssa Giulia Montalbetti

all’incapacità di rassegnarsi ed accettare la separazione o la perdita dell’oggetto d’amore ed è caratterizzato da perdita dell’autostima; • suicidio-lutto: è dovuto all’incapacità di elaborare il sentimento del lutto che può possedere un alto grado di letalità. A differenza di quello melanconico, questo tipo di suicidio si realizza quando il soggetto si sente sicuro di raggiungere la persona defunta; • suicidio-evasione: è concepito come forma di espressione e manifestazione di libertà e viene

BIBLIOGRAFIA • Buffa P. (2011), Il suicidio in carcere: diffondere la riflessione per migliorare la prevenzione, in “La prevenzione dei suicidi in carcere”, Quaderni ISSP nr. 8:7-32, Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. • Mastronardi V.M. (2015). Manuale di comunicazione non verbale. Per operatori sociali, sanitari, penitenziari, criminologi. Carocci editore, Roma.

S

alve Agente Sara, mi chiamo Laura e sono un agente di Polizia Penitenziaria. Sono iscritta ad un corso di Laurea, presso una Università Telematica. Tra qualche mese, avrò bisogno di dover frequentare “on line” alcune lezioni tenute dai docenti sulla piattaforma universitaria. A tal proposito, ti chiedo: posso usufruire dei permessi 150 ore che mi sono stati autorizzati e che attualmente utilizzo per sostenere gli esami? Grazie. Agente Laura Buongiorno Agente Laura, per rispondere alla tua domanda, ti richiamo la circolare dipartimentale GDAP-0266708 del 16.07.2012, al paragrafo 3.3 che recita quanto segue: “il beneficio può essere concesso anche nell’ipotesi di iscrizione e di frequenza di corsi di studi organizzati dalle università telematiche. La fruizione deve avvenire nel rispetto della circolare 7 ottobre 2011, n. 12/2011 della Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento della Funzione Pubblica. Il riconoscimento è perciò subordinato alla presentazione della documentazione che attesta la partecipazione del dipendente alle lezioni. In quest’ultimo caso i dipendenti iscritti alle università telematiche dovranno certificare l’avvenuto collegamento all’università durante l’orario di lavoro e dimostrare, con la presentazione di idonea documentazione prodotta dall’università, che in nessun altro orario era possibile effettuare il collegamento.” Un Saluto, Agente Sara F

Polizia Penitenziaria n.243 • ottobre 2016 • 13

L’AGENTE SARA RISPONDE...

2) a carattere dimostrativo: nel suicidio-vendetta, finalizzato a suscitare un senso di colpa o rimorso negli altri; suicidio come richiesta e ricatto, per ottenere qualcosa dagli altri sotto ricatto; suicidio come sacrificio e passaggio per raggiungere una condizione e/o elevazione superiore e spirituale; suicidio come ordalia e gioco per sfidare il destino. Altresì, Mastronardi (2015) suggerisce un’ulteriore classificazione che meglio approfondisce la natura dei diversi significati che si celano dietro a tale gesto: • suicidio-castigo: ha come movente il senso di colpa, per cui la morte, con la sua funzione catartica, appare come l’unica soluzione in grado di alleviare il senso di colpa stesso; • suicidio-melanconia: in chiave psicoanalitica è definito come il gesto autosoppressivo che consegue

? Fruizione permessi studio 150 ore


DIRITTO E DIRITTI

Giovanni Passaro Vice Segretario Regionale Lazio passaro@sappe.it

La liberazione anticipata

P

er cogliere a pieno la vasta portata del trattamento penitenziario, è opportuno esaminare quegli strumenti che l’ordinamento penitenziario riconosce ai detenuti al realizzarsi di specifici requisiti che tradizionalmente si distinguono da un lato in benefici premiali, quali: la liberazione anticipata, i permessi premio, la remissione del debito e la riabilitazione e, dall’altro lato, in misure alternative alla detenzione.

Sebbene lo strumento della liberazione anticipata sia stato collocato dal legislatore nel capo IV della legge sull’ordinamento penitenziario, intitolato misure alternative alla detenzione e remissione del debito, è unanime il disconoscimento della liberazione anticipata come misura alternativa. Essa, infatti, sostanziandosi in una pura e semplice riduzione della pena, realizza il risultato di anticipare il termine finale della sottoposizione del soggetto a privazione della libertà e di restituirlo, quindi, al consorzio civile. L’art. 54 Ord. Pen. definisce la liberazione anticipata come una detrazione di quarantacinque giorni per ogni singolo semestre di pena scontata, concessa al condannato a pena detentiva che ha dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione, allo scopo: 1) del riconoscimento di tale partecipazione;

2) del suo più efficace reinserimento nella società. Presupposto della liberazione anticipata dunque, è il riconoscimento della partecipazione del condannato all’opera rieducativa; la finalità, invece, sarà il più efficace reinserimento nella società; la sua funzione, quella di ricompensare il comportamento del condannato. Proprio per il suo carattere premiale e stimolante la liberazione anticipata si pone tra gli strumenti rieducativi più efficaci, ma non solo, in quanto la partecipazione all’opera rieducativa si esprime anche nell’osservanza delle norme di condotta prescritte nei singoli istituti e, pertanto, si presta anche a strumento disciplinare. E' da rilevare, però, che il giudizio sul comportamento del detenuto varia a seconda dell'offerta e degli strumenti di rieducazione che gli sono forniti dall'amministrazione penitenziaria: nel caso in cui questi strumenti siano modesti o insufficienti l'interessato può accedere più facilmente al beneficio, poiché l'effettiva partecipazione all'opera di rieducazione coincide, di fatto, con l'assenza di negativi rilievi disciplinari. Viceversa, qualora gli strumenti di rieducazione sono presenti ed efficaci, il detenuto deve dimostrare di aver usufruito con successo delle opportunità offertegli. Il giudizio sull'effettiva partecipazione all'opera di rieducazione, quindi, deve basarsi sulle condizioni di vita in carcere del detenuto in funzione degli interventi in concreto attuati dall'amministrazione penitenziaria. Per il computo dei semestri da considerare ai fini della concessione del beneficio, si valuta anche il periodo trascorso in custodia cautelare o in detenzione domiciliare (Art. 54, comma 1, Ord. Pen.). Ai fini della valutazione del comportamento

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del beneficiario della misura in esame, fin dalla prima fase di applicazione della legge 354/75, la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha sempre sostenuto il principio della globalità della valutazione del comportamento del detenuto, scaturendo nell’adozione di un unico provvedimento, da compiersi nella parte finale dell’espiazione della pena e ad oggetto un giudizio globale dell’intero periodo di detenzione. Con la legge di riforma, però, l’orientamento cambiò e in seno alla giurisprudenza della Corte si elaborò un principio secondo il quale la detenzione deve essere valutata in relazione ad ogni singolo semestre di pena scontata. Si formalizza, così, il principio della “semestralizzazione”, inteso come potere-dovere del giudice di esprimere la valutazione positiva o negativa sulla richiesta di liberazione anticipata in relazione a ciascuno dei semestri di pena scontata, siano detti semestri valutati con separati provvedimenti, siano fatti oggetto di una unica ordinanza, in ogni caso con facoltà di adottare decisioni diverse per i vari semestri. Per quanto attiene al procedimento per l’adozione del beneficio, competente a pronunciarsi sull’istanza di concessione è il Magistrato di Sorveglianza, con ordinanza adottata in camera di consiglio. Quest’ultimo può procedere all’adozione del beneficio non prima che siano decorsi quindici giorni dall’avvenuta richiesta. Entro dieci giorni dalla comunicazione o notificazione dell’ordinanza di adozione è possibile proporre reclamo presso il Tribunale di Sorveglianza competente per territorio. I parametri che sono valutati per la concessione del beneficio sono: la diligenza e la puntualità nell'osservanza delle prescrizioni, l'assiduità nello svolgimento dell'eventuale attività lavorativa o di studio, l'impegno nella cura della prole o nel mantenere i contatti con i presidi sanitari territoriali. Per quanto attiene, invece, alla disciplina sulla revoca, il terzo comma dell’art. 54 Ord. Pen. stabilisce che la condanna per delitto non colposo


Associazione Nazionale Funzionari Polizia Penitenziaria

Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria

commesso nel corso dell’esecuzione successivamente alla concessione del beneficio ne comporta la revoca. E’ opportuno precisare che per condanna s’intende quella emanata con sentenza irrevocabile ai sensi dell’art.648 c.p., ma soprattutto come in merito sia intervenuta la Corte Costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità del terzo comma della predetta norma nella parte in cui prevede la revoca della liberazione anticipata nel caso di condanna per delitto non colposo, commesso nel corso dell’esecuzione, successivamente alla concessione del beneficio anziché stabilire che la liberazione anticipata è revocata se la condotta del soggetto, in relazione alla condanna subita, appare incompatibile con il mantenimento del beneficio. Con tale pronuncia cade l’automaticità del meccanismo di revoca che, al contrario, investe il Tribunale di Sorveglianza di più ampio potere-dovere di apprezzamento degli atteggiamenti generali del condannato e della evoluzione della sua personalità in funzione degli atti di devianza posti in essere e penalmente sanzionati. Di particolare importanza è la nuova formulazione del quarto comma dell’articolo in esame, poiché sancisce che agli effetti del computo della misura di pena che occorre avere espiato per essere ammessi ai benefici dei permessi premio, della semilibertà e della liberazione condizionale, la parte di pena detratta ai sensi del comma uno del medesimo articolo si considera come scontata (la disposizione si applica anche ai condannati all’ergastolo). La particolarità di tale disposizione è evidente poiché dispiega una vera e propria presunzione di avvenuta espiazione di pena e la estende a una serie di casi in cui l’ordinamento penitenziario pone, quale presupposto per la concessione di un determinato beneficio, la condizione dell’avvenuta espiazione di una determinata quantità di pena detentiva in termini assoluti, (come nel caso del condannato all’ergastolo) ovvero in termini di proporzione rispetto all’entità della pena in esecuzione. F

CONVEGNO

Riordino e Riallineamento delle Forze di Polizia: Aspettative del Corpo di Polizia Penitenziaria Dipartimento Amministrazione Penitenziaria

Corpo di Polizia Penitenziaria

Roma 9 novembre 2016

ore 15:00

Sede del Convegno: Sala “Planetario” dell’Istituto Superiore di Studi Penitenziari “ Via Giuseppe Barellai, 140 •- Roma

info: 06.3975901 - info@@@sappe.it - www.sappe.it


LO SPORT

Lady Oscar rivista@sappe.it

Clemente Russo: orgoglioso di essere un poliziotto penitenziario

Intervista esclusiva al campione di boxe delle Fiamme Azzurre

C

lemente Russo, nella boxe come nella vita, è abituato a prendere di petto le difficoltà, a prenderle a cazzotti se necessario. Perché tutto si supera. Se lo si vuole per davvero. Lo abbiamo intervistato all'indomani delle Olimpiadi e soprattutto dopo le note polemiche.

Nelle foto: Clemente Russo

Clemente, innanzitutto come stai? Come stai vivendo questo momento? Ho vissuto momenti migliori, ma sono sereno. Voglio ringraziare la mia famiglia, gli amici, ma anche i colleghi del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre e soprattutto tanti, tantissimi poliziotti penitenziari che mi conoscono, che sanno quali sono i miei valori e miei principi. Tu sei un esempio per tanti ragazzi, ma anche per molti baschi azzurri. Lo so e ne sono profondamente orgoglioso. Soprattutto, sono cosciente di avere una grandissima responsabilità. Non ho mai fatto mistero che la scelta di concorrere per il reclutamento nelle Fiamme 16 • Polizia Penitenziaria n.243 • ottobre 2016


L’INTERVISTA finalità di un Paese civile e aperto a tutte le esigenze del sociale. Ti senti un poliziotto penitenziario? Certamente sì e anche pubblicamente lo affermo con grande fierezza. Sono consapevole, naturalmente, di essere ‘privilegiato’ rispetto a tanti miei colleghi che ogni giorno, negli istituti, svolgono una professione difficile in condizioni difficili, un mestiere che diventa ogni giorno più complicato per via delle carenze degli organici e che dovrebbe avere riconoscimenti economici migliori. All'altezza della missione portata avanti.

Azzurre è nata sì da considerazioni tecniche relative alla mia attività agonistica, ma anche dalla convinzione di abbracciare la missione del Corpo di riferimento. Che cosa intendi, specificatamente? La Polizia Penitenziaria è impegnata quotidianamente in una professione che richiede un immenso spirito di servizio e la piena accettazione di condizioni di lavoro spesso tanto misconosciute quanto eroiche, sempre tanto difficili quanto essenziali per le

Chi è Clemente Russo Figlio di un operaio della Siemens e di una casalinga, cresciuto a Marcianise, Clemente Russo, soprannominato da Don King "the white hope", è il pugile con il maggior numero di incontri disputati di tutte le categorie e di tutte sigle dilettantistiche della boxe italiana. Ha vinto il mondiale dei Dilettanti a Chicago 2007 e Almaty 2013 e due medaglie d'argento alle Olimpiadi di

Sappiamo che hai partecipato alle lezioni relative al benessere del personale e alla cultura fisica destinate ai poliziotti penitenziari del Nic. Con quale spirito hai fatto loro da "maestro"? Partecipare a quel programma di allenamento destinato ai colleghi ha significato per me dare a quei poliziotti un contributo di formazione in quello che so fare meglio, nei fondamentali del mio sport, ricevendo a mia volta da loro un arricchimento di esperienze e umanità che è il patrimonio di quei poliziotti e credo di tutta la Polizia Penitenziaria operante nel nostro Paese. Pechino nel 2008 e a Londra nel 2012. Ha vinto anche un bronzo agli Europei Juniores del 1998, cinque titoli italiani, i mondiali militari del 2004 e la medaglia d'oro ai Giochi del Mediterraneo di Almeria del 2005. Alle Olimpiadi di Pechino ha vinto la medaglia d'argento, perdendo in finale con il russo Rachim čakchiev. È stato il portabandiera della nazionale italiana nella cerimonia di chiusura delle Olimpiadi del 24 agosto 2008. Il 16 agosto 2008 lo scrittore Roberto Saviano ne ha fatto un profilo sull'Espresso pubblicato nella sua opera La bellezza e l'inferno. A ottobre 2008 ha partecipato al reality show di Italia 1 La talpa,

arrivando secondo. Nel 2009 ha accettato di recitare nel film Tatanka, ispirato allo scritto di Saviano. Il 27 maggio 2011 ha vinto la finale individuale del WSB per i pesi massimi (+91 kg) ed è diventato Campione del Mondo Individuale 2011 ottenendo la qualificazione diretta ai Giochi Olimpici di Londra 2012. Nel gennaio 2012 ha lasciato la squadra delle Fiamme Oro, ed è entrato a far parte delle Fiamme Azzurre della Polizia Penitenziaria Il 21 marzo 2012 Italia 1 ha mandato in onda la puntata zero del format Fratello maggiore, un programma

17 • Polizia Penitenziaria n.242 • settembre 2016

Á


L’INTERVISTA la carriera Clemente Russo ha partecipato a quattro edizioni dei Giochi Olimpici (Atene 2004, Pechino 2008, Londra 2012, Rio de Janeiro 2016), cinque dei mondiali (Bangkok 2003, Mianyang 2005, Chicago 2007, Milano 2009, Almaty 2013 ), tre degli europei (Perm 2002, Pola 2004, Plovdiv 2006), due Giochi del Mediterraneo (Almeria 2005, Pescara 2009), tre dei campionati dell'Unione Europea (Cagliari 2005, Pécs 2006, Dublino 2007).

Nelle foto: immagini di Clemente Russo

la vita privata Il 29 dicembre 2008 ha sposato la judoka italiana Laura Maddaloni, sorella di Pino e Marco. Hanno 3 figlie: Rosy (nata il 9 agosto 2011) e le gemelle Jane e Janet (nate il 14 giugno 2013). .le onorificenze Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana «Di iniziativa del Presidente della Repubblica» - Roma, 1º settembre 2008.

incentrato sui problemi giovanili, nel quale Clemente Russo aiuta gli adolescenti con evidenti problemi di comportamento in famiglia e nel

Agli ultimi Giochi Olimpici ti aspettavi certamente qualcosa in più. Ovviamente. Sono stato eliminato ai quarti di finale da un avversario importante i cui meriti però sono pari alla 'generosità' dell’arbitro nei suoi confronti. A caldo posso aver detto qualcosa di

troppo, ma a mente fredda sono ancora sicuro di aver patito qualche torto dal giudice di gara, naturalmente in buona fede. Ma sono carico. Pronto a gareggiare ancora per i colori della Penitenziaria. Pronto a sudare e ad allenarmi al meglio delle mie possibilità. F

sociale ad avere un atteggiamento diverso e più costruttivo, educandoli allo sport. Il 2 maggio 2012 ha vinto con il Team Dolce & Gabbana Milano Thunder la World Series of Boxing. Dal 2 giugno 2012 è entrato a far parte dei professionisti firmando un quinquennale con la APB, nuova sigla professionistica dell'AIBA. L'11 agosto 2012 ha vinto l'argento alle Olimpiadi di Londra nella categoria dei pesi massimi, perdendo la finale contro l'ucraino Oleksandr Usyk. Il 9 maggio 2013 ha condotto lo show comico di Italia 1 Colorado ...a rotazione! insieme a Federica Nargi e Paolo Ruffini.

Il 26 ottobre 2013 ha conquistato la medaglia d'oro all'AIBA World Boxing Champs nella categoria dei pesi massimi, battendo in finale il russo Tiščenko, diventando così il nuovo campione del mondo di categoria. A gennaio del 2014 entra a far parte degli inviati dell'ottava edizione di Mistero. Nel marzo dello stesso anno aprirà a Caserta il Tatanka Club, una palestra di 1.400 m², dove si praticarva boxe, judo e ballo. Nell'ambito del Festival di Sanremo 2014 è tra i "proclamatori" che annunciano la canzone che passa il turno tra le due dei vari artisti. Nel 2015 pubblica per la Fandango Edizioni il suo libro autobiografico

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LO SPORT Nelle foto: Clemente Russo ed alcuni appartenenti al NIC durante il corso tenuto nella palestra di Via di Brava a Roma

In questa sequenza di foto vediamo Clemente Russo come Boxing Trainer per il Progetto Wellness NIC

Non abbiate paura di me. Ha dichiarato che, dopo i giochi olimpici del 2016, nei quali è stato battuto ai quarti di finale da Evgenij Tiščenko, tornerá sul grande schermo girando per il regista Pasquale Pozzessere il film Mys. Dal 19 settembre 2016 partecipa come concorrente ufficiale alla prima edizione del Grande Fratello VIP. Il 3 ottobre esce dal reality per squalifica. Nota L'Agente Scelto Clemente Russo è appartenente al Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre Sez. Pugilato, ed è in forza alla Casa di Reclusione di Aversa. Polizia Penitenziaria n.243 • ottobre 2016 • 19


LO SPORT

Canoa, alle Fiamme Azzurre due titoli nel K2 e K4

B Nelle foto: il podio e lil settore canoa delle Fiamme Azzurre

en 870 partecipanti si sono dati battaglia ai Tricolori di canoa sprint all’Idroscalo di Milano (9/11 settembre). Le Fiamme Azzurre hanno confermato il loro ruolo di leader del movimento femminile con i titoli in K2 nei 500 (Susanna e Stefania Cicali) e 200 metri (Norma Murabito e Sofia Campana), oltre al K4 200 e 500 metri (Murabito, Campana, sorelle Cicali, Francesca Zanirato e Alice Fagioli).

Se si esclude l'argento (ottenuto con un buon tempo) di Sofia Campana nei 500 metri, le barche multiple della Polizia Penitenziaria non hanno lasciato spazio agli equipaggi rivali, trionfando nelle finali del K4 e dominando anche in K2 sia sui 200 sia nei 500 metri. Nella finale del K2 200 femminile Norma Murabito e Sofia Campana hanno portato la propria barca al traguardo in 00’40''85.

Il secondo posto è andato ad Agata Fantini e Cristina Petracca (Marina Militare) in 00'41''03; terza posizione e medaglia di bronzo per Claudia Grasso e Beatrice Veronese (Can. Padova) in 00'45''62. Nel K4 200 femminile l’ammiraglia delle Fiamme Azzurre è giunta in prima posizione con il tempo di 00'41''39 davanti alla Padova Canoa di Alessandra Casotto, Federica Cavessago, Lara Perissinotto e Beatrice Veronese. Nella categoria senior Cristina Petracca vince senza esitazioni la finale del K1 500 femminile. La pagaiatrice della Marina Militare ha la meglio sulle avversarie, imponendosi in 01'55''54, con poco più di due secondi di vantaggio su Sofia Campana (Fiamme Azzurre), che ferma il crono sull’ 01'57''46; al terzo posto Irene Burgo, portacolori del CC Siracusa in 01’57''89. Nel K4 500 vittoria per le Fiamme Azzurre di Norma Murabito, Alice Fagioli, Susanna e Stefania Cicali che al traguardo in 01'46''38 hanno battuto la Canottieri Padova di Lara Pessinotto, Beatrice Veronese, Federica Cavessago e Alessandra Casotto. Nella canadese monoposto femminile a portare a casa il titolo di Campionessa Italiana è Camilla Placchi (Mergozzo CC) in 02’34’'99, davanti a Ilaria Nitti (Cus Bari) e a Sarah Tovo (The Core). Canottieri Trinacria è oro, invece, nel C2 femminile con Giulia Chifari e Ceciia Galeano in 02’27''37. Buone notizie dunque per una sezione sportiva da sempre munifica di risultati e prime soddisfazioni per l'ispettore Emanuele Ripa, neo segretario del settore.

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SEGRETERIE MILANO (9/11 settembre) Campionati Italiani Assoluti di canoa velocità – K1 1000m F: (1) Irene Burgo 4’03”48, (2) Cristina Petracca 4’04”78, (3) Gaia Piazza 4’13”25, (7) FRANCESCA ZANIRATO 4’29”40 (4b3 4’52”08, 3sf2 4’31”41); K1 500m F: (1) Cristina Petracca 1’55”54, (2) SOFIA CAMPANA 1’57”46 (1b1 2’04”03), (3) Irene Burgo 1’57”89, (5) FRANCESCA ZANIRATO 2’07”27 (5b2 2’22”32, 2sf 2’09”73); K2 500m F: (1) Fiamme Azzurre SUSANNA CICALI-STEFANIA CICALI 1’51”75, (2) Circolo Sestese/Mattiello-Piazza 2’00”59, (3) Circolo Sardegna Le Saline/Pintus-D’Andrea 2’12”53; K4 500m F: (1) Fiamme Azzurre NORMA MURABITO - SUSANNA CICALI ALICE FAGIOLI -STEFANIA CICALI 1’46”38, ( 2) Canottieri Padova/PerissinottoCavessago-Veronese-Casotto 1’50”83, (3) Circolo Sardegna Le Saline/Zinzula-Peddis-Pintus-Pitzalis 1’51”74; K1 200m F: (1) Francesca Genzo 42”33, (2) Cristina Petracca 42”37, (3) Irene Burgo 45”28, (7) FRANCESCA ZANIRATO 49”45 (3b3 52”06, 3sf2 49”70); K2 200m F: (1) Fiamme Azzurre NORMA MURABITO - SOFIA CAMPANA 40”85, (2) Marina Militare/Fantini-Petracca 41”03, (3) Canottieri Padova/GrassoVeronese 45”62; K4 200m F: (1) Fiamme Azzurre NORMA MURABITO - SOFIA CAMPANA ALICE FAGIOLI -FRANCESCA ZANIRATO 41”39, (2) Canottieri Padova/CasottoCavessago-Perissinotto-Veronese 43”01, (3) Canottieri Trinacria/Canestro-Di BartolomeoBazan-Bianco 43”65.

Giochi Paralimpici di Rio, cinque medaglie per le Fiamme Azzurre Dopo l'argento di capitan Pellielo altre cinque medaglie sono arrivate alle Fiamme Azzurre ai Giochi Paralimpici di Rio de Janeiro 2016 (7/18 settembre). Quattro terzi posti ed una piazza d'onore che inorgogliscono la Polizia Penitenziaria, prima tra tutti i corpi in divisa ad aprire al settore paralimpico a seguito del protocollo del 2007 tra il ministero della giustizia e Cip (Comitato Paralimpico Italiano). Argento nel tiro con l'arco grazie Alberto Simonelli nel “compound open”, due bronzi per Elisabetta Mijno (“mixed team” ed olimpico open), terzo posto per i ciclisti Giancarlo Masini (cronometro individuale C1) Andrea Tarlao (prova in linea C4-C5), bronzo anche per Alvide De Vidi (atletica, 400 metri della categoria T 51). Alberto Simonelli(Gorlago, Bergamo – 18 giugno 1967) – Tiro con l’Arco – 2° classificato (MEDAGLIA D’ARGENTO) nell’arco compound open e 5° classificato nel “mixed team” (compound open) Elisabetta Mijno(Moncalieri, Torino – 10 gennaio 1986) – Tiro con l’Arco – 3^ classificata (MEDAGLIA DI BRONZO) nel “mixed team” (arco ricurvo open) e 5^ classificata nell’arco ricurvo open Giancarlo Masini(Pontevico, Brescia – 10 gennaio 1970) – Ciclismo su Strada e su Pista – 3° classificato (MEDAGLIA DI BRONZO) nella prova su strada a cronometro (C1), 7° classificato nell’inseguimento individuale su pista (C1), 19° classificato nella prova su strada in linea (C1-C2-C3) e 25° classificato nel Chilometro da fermo su pista (C1-C2C3) Alvise De Vidi (Treviso – 30 aprile 1966) – Atletica Leggera – 3° classificato (MEDAGLIA DI BRONZO) nei 400 metri (T51) e 5° classificato nei 100 metri (T51) Andrea Tarlao (Gorizia – 8 gennaio 1984) – Ciclismo su Strada – 3° classificato (MEDAGLIA DI BRONZO) nella prova su strada in linea (C4-C5) e 5° classificato nella prova su strada a cronometro (C5). F

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Trento Padre Fabrizio, il Cappellano del carcere, ci ha lasciato

N

ella notte tra Sabato 15 e domenica 16 Ottobre è deceduto nel sonno il Reverendissimo Frate Cappuccino Padre Fabrizio Forti, cappellano della Casa Circondariale di Trento - Spini di Gardolo, fondatore e anima della mensa dei Cappuccini che dal 2000 offre ogni giorno centinaia di pasti ai poveri e che si fonda su una macchina di 400 volontari. Avrebbe compiuto 67 anni il 20 ottobre. Padre Fabrizio era molto noto in Trentino per il suo impegno di cappellano della Casa Circondariale di Spini, a pochi passi dal sobborgo di Gardolo dove era nato nel 1949. Non ci sono parole di questa segreteria, per esprimere il dolore per la scomparsa di Padre Fabrizio, una figura caritatevole sempre pronto a dare un consiglio, conforto o un aiuto a chi ne aveva bisogno, senza fare distinzioni di sorta. Per volere della sorella e dei confratelli Cappuccini, la salma del Frate è stata esposta presso la cappella della Chiesa della Casa Circondariale di Trento, per dar modo ai detenuti e al personale tutto, operante dell’Istituto di poter dare un ultimo saluto al caro Padre Fabrizio. Grazie Padre Fabrizio, per aver condiviso con tutti noi, il pesante fardello della nostra pesante professione, ma grazie anche per il conforto morale che ci hai dato, non sarai mai dimenticato. Riposa in Pace. F Fabio Massimo Alviani

rivistas@sappe.it


DALLE SEGRETERIE rivistas@sappe.it

Torino e Cuneo Assemblee sindacali nei due istituti

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n data 13 ottobre 2016, presso la struttura del Nucleo Traduzioni di Torino si è tenuta un’assemblea sindacale con tutto il personale. Tanti sono stati i punti focali attinenti all'organizzazione del lavoro e le varie iniziative da mettere in atto. Il successivo 14 ottobre, presso la Casa Circondariale di Cuneo si è tenuta

Sicilia

un'assemblea con tutti i delegati della provincia di Cuneo. Sono state analizzate attentamente varie tematiche. Nel corso dell'assemblea, alla presenza del Segretario Generale Dott. Donato Capece sono state conferite le seguenti cariche sindacali: Francesca Eusebio Segretario Provinciale Cuneo; Ramona Celestino Segretario Locale Cuneo. F

Insignito successivamente della Croce al merito di guerra. Nel 1947, finita la guerra decise, come tanti altri uomini della sua epoca di arruolarsi negli Agenti di Custodia prestando servizio a Poggioreale (NA), nella carceri di Parma-San Francesco dal 1947 al 1952 e infine nelle carceri di Marsala l 1° ottobre del 2016, Pietro Guzzo dal 1952 al 1972, anno del suo ha compiuto 100 anni. Nato a congedo. Mi piacerebbe che il signor Casteldaccia (PA) il 1° ottobre Pietro Guzzo, al quale auguriamo di 1916 Pietro Guzzo, può ben vantarsi vivere ancora lunghi anni in serenità, oggi di essere l’Agente di Custodia più venisse invitato all’annuale del Corpo a longevo di Sicilia, un uomo che ha Roma e insignito di una targa e visto attraversato da protagonista le tristi che ci avviamo verso il 200° annuale, vicende italiane, in quanto combattente non sarebbe niente male come idea durante la 2ª guerra mondiale e invitare un ex Agente centenario. F prigioniero di guerra in Africa. Giuseppe Romano

Centenario per l’Agente di Custodia più longevo di Sicilia

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Teramo Sicurezza della strada per l’istituto

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l Sappe intende sollecitare l’adozione di interventi pertinenti per la messa in sicurezza del tratto stradale che dal centro cittadino porta alla Casa Circondariale situata in località Castrogno . Si pone in evidenza che lungo il percorso vi sono molti tratti con avvallamenti e buche di notevoli dimensioni (ben visibili nelle foto allegate) erba alta che impedisce la visibilità creando intralcio e disagio e ponendo a grave pregiudizio l’incolumità degli automobilisti e pedoni. Inoltre, la strada vede il passaggio di mezzi in dotazione al Corpo di Polizia Penitenziaria, i cosiddetti “blindati”, che sono veicoli particolarmente pesanti e proprio in virtù dei disagi sopra citati risultano essere a rischio di uscita dalla strada. La tutela della vita e della salute umana sulle strade è uno degli obiettivi fondamentali che ogni società civile deve salvaguardare. Il Sappe chiede, pertanto, l’immediata messa in sicurezza del citato tratto stradale, alla luce anche delle recenti novità legislative che prevedono il reato di omicidio stradale, anche per il proprietario della strada. F Giuseppe Pallini


GIUSTIZIA MINORILE

Don Ciotti: «le colpe dei nostri giovani sono anche colpe nostre»

I

l 14 ottobre al termine del seminario, svoltosi in collaborazione con Libera presso l’ICF di Roma è stato firmato un protocollo che regola la collaborazione tra Libera e il DGMC. Il seminario “Gruppi di animazione alla giustizia” si è svolto dal 12 al 14 ottobre 2016 ed ha coinvolto la Polizia Penitenziaria, dirigenti dei CGM, degli UEPE, assistenti sociali e rappresentanti del privato sociale. La firma presso l’Istituto Centrale di Formazione del Personale di Roma alla presenza del Capo Dipartimento Minorile Giuseppe Cascini e Don Ciotti. Entrambi hanno ripercorso alcuni momenti della loro vita, Don Ciotti, ha ricordato l’importanza della storia della giustizia minorile che è nata e si è evoluta tutta all’interno della scuola di Roma e di come è importante dare continuità al lavoro svolto finora, inoltre ha ricordato che le prime comunità sono nate con il gruppo Abele e questo protocollo è una prova che 50 anni fa si stava andando per la strada giusta. Il Dott. Cascini ha ricordato un episodio della sua carriera di Giudice nel quale un intervento di persone terze che avessero avvicinato l’imputato forse avrebbe portato ad un pentimento ma la condizione di 41 bis vietava qualunque contatto impedendo di fatto che l’imputato potesse acquisire un punto di vista diverso su chi fossero i “buoni e chi i cattivi”. Il documento, vista la presenza sul territorio, la rete di associazionismo e l’attività di educazione ai valori della legalità e della convivenza democratica di Libera, stabilisce una collaborazione di questa con il

Dipartimento di Giustizia Minorile. L’associazione, quindi, si metterà a disposizione, con i relativi spazi e le attività, nel difficile compito del recupero sociali di tutti quei ragazzi che, per un infinità di motivi, hanno infranto la legge. Il testo parla di volontariato: molto spesso, infatti, il giudice trasforma una eventuale pena in un determinato numero di ore di partecipazione a lavoro di volontariato, che possa in qualche modo responsabilizzare il minore, rendendo il suo fare più utile alla società e a se stesso. Queste attività di pubblica utilità saranno concordate e supervisionate sia dal Tribunale sia dall’associazione, attraverso un Gruppo di Coordinamento, e saranno studiate ad hoc sui ragazzi, secondo i loro profili e le loro esigenze educativo-didattiche. Alla firma dell’intesa, sottoscritta dal Dott. Cascini per il DGMC e da Don Ciotti per Libera , erano presenti molti rappresentanti di istituzioni ed enti. Don Ciotti ha dichiarato: «Oggi lo Stato è maggiormente presente – ha sottolineato – proprio nei luoghi dove la legalità è di frontiera.

Firmato il protocollo che disegna un progetto comune destinato ai minori che hanno commesso reati: un percorso per responsabilizzare e reinserire i ragazzi

I ragazzi hanno bisogno di queste iniziative». Il seminario ha messo in luce l’importanza di «istituti come la “Messa alla Prova” e il volontariato di utilità sociale, che da un lato responsabilizzano i ragazzi, mentre insegnano loro il senso della partecipazione alla vita comunitaria. Non dobbiamo dimenticarci, infatti, che spesso i nostri giovani sono indotti in comportamenti devianti in base a quello che la società degli adulti loro trasmette. Dobbiamo sentirci tutti responsabili per il reato di un minore». F

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Ciro Borrelli Dirigente Sappe Scuole e Formazione Minori borrelli@sappe.it

Nelle foto: alcuni momenti del seminario


a cura di Giovanni Battista de Blasis

CINEMA DIETRO LE SBARRE

True Story

Regia: Rupert Goold Soggetto: Michael Finkel Sceneggiatura: Rupert Goold, David Kajganich Fotografia: Masanobu Takayanagi Montaggio: Nicolas De Toth Musica: Marco Beltrami Scenografia: Jeremy Hindle Costumi: Catherine M. Thomas

T

Nelle foto: la locandina e alcune scene del film

alvolta la verità è addirittura più strana della finzione. Così, almeno, sembra nel caso del film True Story, basato sul caso reale di Christian Longo, accusato dell’omicidio di sua moglie e dei suoi tre figli, e Michael Finkel, giornalista caduto in disgrazia la cui identità Longo ha brevemente assunto. Il film, diretto da Rupert Goold e interpretato da James Franco, nella parte di Longo, e Jonah Hill, nella parte di Finkel, è tratto dal libro autobiografico di Finkel intitolato True Story: Memoir, Mea Culpa. Il giornalista è reduce da una brutta storia di ascesa e caduta. Arrivato a lavorare al prestigiosissimo New York Times, gli viene richiesto un reportage sui bambini lavoratori del Mali da pubblicare sul Magazine del quotidiano. Dopo un tentativo di indagine sui rapporti di schiavitù nelle piantagioni di cacao della nazione africana andato a vuoto, Finkel pensa bene di inventare di sana piana il servizio con tanto di interviste fittizie e protagonista immaginario. Purtroppo per lui, l’artifizio viene

la scheda del film

Produzione: New Regency Pictures, Plan B Entertaiment Distribuzione: Fox Searchlight Pictures

scoperto, aspramente criticato pubblicamente e comporta la fine della sua carriera da giornalista. Dopo essersi ritirato nel Montana, però, accade un fatto straordinario. A Natale del 2001, in Oregon, vengono trovati i cadaveri di tre bambini e una donna identificati per la moglie ed i figli di un certo Christian Longo. Christian Longo viene catturato dall’FBI a Cancun, in Messico, dove si era nascosto assumendo l’identità di Michael Finkel, giornalista del New York Times. A questo punto Finkel, incuriosito dalla vicenda, si mette in contatto con Longo. Scopre, così, che l’omicida era un suo appassionato lettore ai tempi della sua collaborazione con National Geographic Adventure e Sports Illustrated, ed è per questo che ha scelto la sua identità. Longo non aveva precedenti documentati di violenza prima degli omicidi, anche se era stato arrestato per piccoli reati di frode e furto. Aveva sposato Mary Jane a 19 anni dopo averla conosciuta frequentando i Testimoni di Geova. Inizialmente, Longo si dichiara innocente e, pur raccontando nei piccoli dettagli la sua vita a Finkel, evita accuratamente di parlare dell’omicidio. Poi, invece, decide di confessare l’omicidio della moglie e del figlio più piccolo, accusando Mary Jane dell’uccisione degli altri due e del ferimento del terzo. Asserì di aver strangolato la moglie dopo aver scoperto quello che aveva fatto e ucciso per pietà il piccolo perché stava soffrendo. La Giuria non credette alla sua

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Personaggi e interpreti: Christian Longo: James Franco Michael Finkel: Jonah Hill: Jill: Felicity Jones Karen: Gretchen Mol Cheryl: Betty Gilpin Sceriffo: John Sharian Jeffrey Gregg: Robert Stanton Mary Jane Longo: Maria Dizzia Tina Alvis: Genevieve Angelson Joy Longo: Dana Eskelson Dan Pegg: Joel Garland Ellen Parks: Rebecca Henderson Genere: Thriller, Drammatico Durata: 100 minuti, Origine: USA 2015 versione dei fatti e lo condannò a morte. Cinque anni dopo la pubblicazione del libro di Finkel, Longo lo contattò di nuovo e confessò di aver davvero ucciso tutta la sua famiglia. Aveva strangolato Mary Jane durante l'amore e poi annegato tutti i suoi figli in acqua. Longo disse che era pronto a morire e chiese di poter donare gli organi. Purtroppo, però, questo non gli fu concesso perché l’esecuzione per iniezione letale rende gli organi inservibili ed impedisce la donazione. Questa evenienza portò Longo a fondare un’associazione per cambiare le modalità di esecuzione della pena di morte al fine di consentire la raccolta degli organi. Su questo argomento lo stesso Longo scrisse un editoriale sul New York Times, diventando, così, veramente giornalista. F


SICUREZZA SUL LAVORO

Decreto Legislativo n.81/2008: il lavoratore e il datore di lavoro

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el precedente numero abbiamo affrontato l’evoluzione che ha subìto nei decenni la normativa in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Ora entreremo nel dettaglio analizzando la struttura del Decreto Legislativo n. 81/2008 e s.m.i. che, come abbiamo visto, rappresenta la normativa di riferimento in tema di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Il Decreto de quo, definito anche Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro, è composto da 306 articoli suddivisi in 13 Titoli e 51 allegati, ed è il frutto dell’attuazione dell’art.1 della Legge 3 agosto 2007, n. 123. Tale decreto risponde, seppure solo in parte, all’esigenza di armonizzare tutta la normativa in materia, estendendo, da un lato, le disposizioni del D.Lgs. n. 626/94 a tutti i settori, pubblico e privato, ai lavoratori autonomi e subordinati nonché a tutte le altre tipologie di rischio e, dall’altro, rafforzando e migliorando il sistema sanzionatorio . Il Testo Unico come detto è suddiviso in tredici titoli, nei quali vengono disciplinati tutti gli argomenti oggetto della materia. Nel primo titolo, all’art. 2, vengono elencate e definite puntualmente tutte le figure che debbono concorrere, in modi diversi e secondo i rispettivi ruoli, alla tutela della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro. Queste figure sono: il Lavoratore, il Datore di Lavoro, il Dirigente, il Preposto, il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione dai Rischi, il Medico Competente, il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS), gli Addetti al Primo Soccorso e alla Prevenzione Incendi. In considerazione di quanto vasto sia il mondo di questa importante materia

ed al fine di non “appesantire” troppo questo mio intervento, affronteremo gli argomenti un po’ alla volta, cercando di trattare quelli che sono di maggiore interesse per il lavoratore e, per quanto possibile, più rispondenti alla realtà lavorativa in cui siamo immersi quotidianamente. In questo numero andremo ad analizzare, per prime, le due principali figure previste dal Testo Unico: il lavoratore e il datore di lavoro. Secondo la normativa, il Lavoratore è colui che indipendentemente dalla tipologia contrattuale, svolge un'attività lavorativa nell'ambito dell'organizzazione di un datore di lavoro pubblico o privato, con o senza retribuzione, anche al solo fine di apprendere un mestiere, un'arte o una professione, esclusi gli addetti ai servizi domestici e familiari. Al lavoratore, così definito, è equiparato anche il socio lavoratore di cooperativa o di società o l'associato in partecipazione, il soggetto beneficiario delle iniziative di tirocini formativi e di orientamento, l'allievo degli istituti di istruzione ed universitari e il partecipante ai corsi di formazione professionale nei quali si faccia uso di laboratori, attrezzature di lavoro in genere, agenti chimici, fisici e biologici, ivi comprese le apparecchiature fornite di videoterminali limitatamente ai periodi in cui l'allievo sia effettivamente applicato alla strumentazioni o ai laboratori in questione, il volontario, i volontari del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco e della Protezione Civile, il volontario che effettua il servizio civile. In campo penitenziario vi sono diverse tipologie di lavoratori: operatori di polizia, operatori socio-culturali, operatori sanitari, operatori religiosi, operatori volontari, nonché numerosi detenuti che svolgono

Luca Ripa Dirigente Sappe Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza rivistai@sappe.it

quotidianamente attività lavorativa. Analizzando, infine, la figura del Datore di Lavoro possiamo affermare, così come definito nella norma, che egli è il soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l’assetto dell’organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell’organizzazione stessa o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa.

Nelle pubbliche amministrazioni, per datore di lavoro si intende il dirigente al quale spettano i poteri di gestione (nel caso di un istituto penitenziario è il Direttore d’istituto), ovvero il funzionario non avente qualifica dirigenziale, nei soli casi in cui quest’ultimo sia preposto ad un ufficio avente autonomia gestionale, individuato dall’organo di vertice delle singole amministrazioni tenendo conto dell’ubicazione e dell’ambito funzionale degli uffici nei quali viene svolta l’attività, e dotato di autonomi poteri decisionali e di spesa. Ognuna di queste due figure ha degli obblighi ai quali soggiace, così come delle sanzioni previste in caso di inadempienza delle prescrizioni in essi contenute, che saranno argomento di prossime edizioni della nostra storica rivista. F

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Nella foto: lavoro in carcere


CRIMINI E CRIMINALI

Pasquale Salemme Segretario Nazionale del Sappe salemme@sappe.it

Ferdinand Gamper il serial killer che odiava gli italiani

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Nelle foto: sopra la prima pagina dell’Alto Adige che annuncia la morte di Gamper a destra il Maresciallo dei Carabinieri Guerrino Botte

ono le ore 19,00 dell’8 febbraio del 1996, Hans Otto Detmeringe e Clorinda Cecchette camminano sulle “Passeggiate del Lungo Passino” un fiume che attraversa Merano. La coppia è sola, almeno è quello che i due percepiscono dal silenzio e dal buio di una serata di inverno. All’improvviso un colpo di pistola rompe il silenzio e l’uomo si accascia a terra. La donna d’istinto si china verso l’uomo e a sua volta viene colpita anch’essa da un proiettile di una pistola.

polizia il duplice omicidio, per le modalità in cui è avvenuto, rappresenta una vera e propria esecuzione. Merano è il capoluogo della Comunità comprensoriale del Burgraviato, nella provincia autonoma di Bolzano, in Trentino-Alto Adige, è una cittadina tranquilla, circondata dalle montagne e si trova in un fondovalle. Non vi sono stati mai episodi connessi alla criminalità organizzata e quindi, da subito, gli investigatori escludono tale pista per concentrarsi sul delitto passionale.

I due corpi, senza vita, sono riversi a terra, in un bagno di sangue, e poco dopo saranno scoperti da un passante che avvertirà le forze dell’ordine. L’uomo e la donna non sono di Merano e stavano trascorrendo qualche giorno di vacanza, lontano dalle loro città. Hans Otto Detmering, ha 61 anni ed è un funzionario della Deutsche Bundesbank, la donna, Clorinda Cecchetti, ha 50 anni ed è una impiegata che vive nelle Marche. I due erano amanti da quattro anni e non era la prima volta che si incontravano a Merano. Secondo le prime ricostruzioni della

Hans Otto Detmeringe è un cittadino Tedesco che vive a Koenigstein, sposato con 2 figli. Il suo rapporto matrimoniale era al termine, tanto che di comune accordo con la propria consorte avevano già deciso di separarsi: la moglie era a conoscenza della relazione del marito con la nuova compagna. Tale pista, quindi, da subito viene scartata, anche in considerazione che la sera dell’omicidio la moglie si trovava in Germania, a lavoro nella propria farmacia. Le indagini, quindi, si concentrano sul contesto lavorativo dell’uomo che è un

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funzionario della Deutsche Bundesbank. Si ipotizza un coinvolgimento del funzionario in un possibile spionaggio bancario, ma anche questa pista, dopo alcuni riscontri, viene scartata in quanto la mansione del bancario era di tipo organizzativo e non aveva alcuna attinenza con il flusso di denaro. La polizia brancola nel buio, sino a quando il 13 febbraio, negli uffici del commissariato di Merano, si presenta Luca Nobile, un imbianchino di Merano, che afferma di aver visto l’assassino dei due amanti. Il giovane afferma che c’era anche lui quella sera, tra le 18,40 e le 19,20, sulla “passeggiata d’inverno” (così era anche soprannominata la passeggiata lungo il fiume Passino); era li che fumava uno spinello ed ha visto un uomo completamente vestito di scuro che ha sparato prima ad una donna e poi all’uomo che era con lei. Il Nobile afferma di essersi allontanato dal luogo del delitto subito dopo per paura e di essere tornato verso il centro della città dove aveva rivisto l’assassino. A quel punto, seppur a debita distanza, lo aveva iniziato a seguire, così descrivendolo: alto, capelli corti e ricci, con un giubbotto di pelle marrone e con dei jeans scuri. Gli inquirenti, da subito, nutrono forti dubbi sulla veridicità del racconto, ma è l’unica pista che hanno per trovare l’assassino. Il 14 febbraio, verso le ore 21,20, una pattuglia della radiomobile dei carabinieri viene chiamata a Sinigo, una frazione di Merano, in quanto vi è un corpo di uomo riverso in terra, nei pressi di un cortile di un bar. L’uomo è Umberto Marchioro, un contadino di 58 anni, secondo il medico legale, accorso sulla scena del delitto, la causa della morte è del tutto accidentale probabilmente a causa di una caduta. Il magistrato di turno, ricevuto il referto del medico legale, non ne dispone l’autopsia: a sostegno della tesi della morte accidentale anche la circostanza che l’uomo era invalido. Il 15 febbraio, un altro medico compie un ispezione esterna sul corpo


CRIMINI E CRIMINALI della vittima, rilevando un piccolo buco circolare sulla fronte simile al foro di un proiettile. A quel punto il corpo è sottoposto ad esame autoptico. Ad eseguire l’operazione è lo stesso medico che aveva svolto l’autopsia sui corpi di Hans Otto Detmeringe e Clorinda Cecchette. Dal cranio viene estratto un proiettile di calibro 22, simile a quelli estratti ai due amanti. I tre proiettili vengono inviati, per una perizia balistica, al Centro Carabinieri Investigazioni Scientifiche di Roma (dal 1999 Ra.C.I.S. - Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche). La scientifica dell’Arma, dopo qualche giorno, conferma che tutti e tre gli omicidi sono stati compiuti dalla stessa pistola una calibro 22. A fronte di tali indizi l'autorità investigativa comincia a formulare l'ipotesi che dietro i tre omicidi ci sia la mano di un serial killer. Anche perché questa volta viene ritrovata poco lontano una sorta di rivendicazione scritta in tedesco su due foglietti sgualciti con alcune frasi deliranti e inneggianti all'odio etnico. Gli inquirenti, dopo il secondo delitto, fanno una importante scoperta: Luca Nobili, l’imbianchino che si era presentato spontaneamente in commissariato dopo qualche giorno dal duplice omicidio, abita proprio a Sinigo, a circa 200 metri da dove è stato trovato il corpo di Umberto Marchioro. Il giovane, viene così convocato dagli inquirenti come persona informata sui fatti. Il giorno dell’assassinio del Marchioro, Luca Nobili era stato portato dalla polizia alla Questura di Padova per fare l’identikit dell’assassinio che lui affermava di aver visto in occasione del duplice omicidio della coppia; dopo di che era stato riaccompagnato, dagli stessi poliziotti, intorno alle 19,55, a Sinigo, e lasciato fuori dalla casa della madre. Luca, ricostruisce le fasi successive al suo rientro a Merano dichiarando che la madre non era in casa e non avendo le chiavi si era avviato verso il centro città.

Descrivendo il percorso effettuato per arrivare in centro, era inverosimile, secondo gli investigatori, non passare sul luogo in cui era stato trovato il cadavere dell’uomo. Inoltre, il giovane dichiara di non avere mai conosciuto Umberto Marchioro, la persona uccisa. La ricostruzione di Luca Nobile non convince gli inquirenti, soprattutto perché nel lasso di tempo in cui è stato ucciso Marchioro, il ragazzo non ha un alibi. Gli investigatori, scavando nel suo passato, scoprono, inoltre, che il giovane aveva precedenti penali per possesso di armi e droga. I precedenti penali rafforzano ulteriormente gli indizi a carico del Nobile da parte della Procura che aveva sempre nutrito dei forti dubbi su alcune circostanze fornite dal ragazzo in ordine al duplice omicidio, soprattutto riguardo ai dettagli dell’identikit dell’assassino: alle ore 19,00 di sera era troppo buio per vedere in faccia l’assassino. Inoltre, alcuni testimoni confermano di aver visto il Nobile, la sera dell’assassino di Marchioro, nei pressi della casa di questi. Gli inquirenti, maturano sempre di più la convinzione che il giovane è coinvolto in entrambi gli omicidi. Oltremodo, una giovane amica del ragazzo Nobili, Tamara Sebastiani, convocata dalla Procura, oltre a confermare che il suo coetaneo faceva uso di droghe, afferma di averlo visto maneggiare una pistola, che essa stessa le aveva fornito, per poi riprendersela dopo qualche giorno. La ragazza, inoltre, aggiunge di aver lei stessa presentato Luca Nobile ad Umberto Marchioro. Gli inquirenti sottopongono così il Nobile ad interrogatorio contestatogli le diverse contraddizioni dei suoi racconti. Il 22 febbraio Luca Nobile viene arrestato, per i magistrati è lui l’assassino delle tre persone. L’accusa, formulata dal magistrato di Bolzano Cuno Tarfusser, è di triplice omicidio. Il caso sembra chiuso. Luca Nobile, rinchiuso nel carcere di Padova, continua a professarsi innocente e a confermare la sua

versione degli avvenimenti. Il 27 febbraio, alle ore 20,30, Paolo Vecchiolini, un ragioniere di 36 anni, sta passeggiando sotto i portici di Piazza Duomo a Merano, insieme alla sua compagna. Un uomo si avvicina alla coppia e spara a Paolo, la donna riesce a scappare, ma fa in tempo a guardare in faccia all’assassino. Sul luogo del delitto, a terra, viene rinvenuto un bossolo calibro 22. Nonostante il terrore per l'accaduto, la fidanzata della vittima riesce a fornire agli inquirenti un identikit dettagliato dell’assassino: uomo di 40/45 anni, alto 1,60, esile, magro, stempiato, capelli biondi e barba incolta. Questo nuovo omicidio convince gli investigatori che la pista giusta è quella dell’omicida seriale. Dal momento che Luca Nobile è detenuto, il quarto delitto del “mostro di Merano” lo scagiona.

Ma, assurdamente, il giovane resta ancora in carcere. L’identikit, fornito dalla ragazza, sarà determinante perché un barbiere del centro di Merano, Karl Daprà, riconosce un suo cliente: il pastore di Rifiano Ferdinand Gamper. Nemmeno il tempo di verificare l'informazione e organizzare l'arresto che nella mattinata del 1º marzo, a Rifiano, vicino a Merano, viene ucciso Tullio Melchiorri, un muratore di 58 anni. Un colpo di pistola lo raggiunge alla fronte. Vicino al corpo del Melchiorri vengono trovati due foglietti con scritte, in tedesco.

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Nella foto: sopra il corpo di Umberto Marchioro in alto Ferdinand Gamper

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CRIMINI Uno contenente frasi razziste: “Italiano maiale, ti sei insediato nel Sud Tirolo” e l’altro indirizzato ai Carabinieri: “Io sono un italiano emigrato, o nazi. Sono responsabile solo dell'infanticidio. Anche questa volta siete arrivati in ritardo”. L’identikit di cui gli investigatori sono in possesso e il fatto che Melchiorri sia un suo vicino di casa portano i Carabinieri nel maso abitato da Ferdinand Gamper, un pastore sudtirolese di 39 anni di lingua tedesca. Ad una prima ricognizione sommaria sembra che si sia dato alla fuga. Invece è nascosto sotto il suo fienile e spara ancora una volta: il maresciallo Guerrino Botte, di San Genesio, viene colpito al volto da un proiettile e morirà poche ore dopo in ospedale a Bolzano. Durante l’assedio si ode uno sparo proveniente dall’interno del maso. Ferdinand Gamper si è ucciso con la stessa pistola con la quale aveva commesso, in totale, sei omicidi: una Weirauch calibro 22 Magnum. Dopo la morte di Gamper non fu facile capire che cosa lo aveva spinto a diventare il “mostro di Merano”. E’ stato ipotizzato, ma senza alcun supporto scientifico, che Gamper fosse affetto da schizofrenia, ma è molto più probabile che a muovere la sua mano fosse l’odio etnico e razziale. Gamper, come testimonieranno quei pochi che lo conoscevano, era misogino e odiava apertamente gli italiani. D’altronde le vittime dei suoi omicidi erano tutti di nazionalità italiana e di sesso maschile, tranne il Detmering, che era un cittadino tedesco ma che quando fu colpito stava parlando in italiano con la donna a cui si accompagnava. Anche la detenzione di Luca Nobile termina finalmente quel medesimo 1° marzo. La scarcerazione viene disposta nel pomeriggio dal Gip di Bolzano Edoardo Mori. Il giovane era rinchiuso nel carcere di Padova, in isolamento dietro sua stessa richiesta. Alla prossima... F

WEB E DINTORNI

Statistiche delle carceri in Italia: i polli di Trilussa e i polli del DAP

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a citazione più famosa a proposito degli errori a cui la statistica può indurre, è la poesia di Trilussa: se in media ad ognuno spetta un pollo all’anno, anche tu che non ne hai avuto nessuno, rientri perfettamente nelle statistiche perché puoi star certo che c’è un’altra persona che ne ha ricevuti due. Carlo Alberto Salustri, il vero nome di Trilussa, era nato a Roma nel 1871. A quei tempi un pollo era cosa rara e i dati statistici iniziavano a prendere piede nell’Italia unita. Oggi che i polli costano molto meno e viviamo in mezzo ai numeri, è difficile immaginare che si possa cadere ancora in simili errori di valutazione. Eppure, è proprio quello che succede quando ci si imbatte nei dati delle capienze detentive diffusi dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Secondo i dati ufficiali del DAP aggiornati al 30 settembre scorso, nelle carceri italiane ci sono 54.465 persone detenute ospitate nei 49.796 posti detentivi disponibili (ma da altre fonti ministeriali pubbliche, risultano più di 4.000 posti non disponibili). Quindi, a conti fatti, in Italia sono ristrette 4.669 persone in più rispetto ai posti dichiarati disponibili: 54.465 49.796 = 4.669 che determinano una percentuale di affollamento delle carceri del 109%. La percentuale del 109, si badi bene, è quella che viene tirata in ballo ad ogni dichiarazione ufficiale dal Ministro e

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dal Capo DAP quando vogliono dimostrare che la situazione del sovraffollamento ormai è sotto controllo. “Una situazione stabile” l’ha definita Andrea Orlando. E invece sta proprio qui l’errore del “pollo” odierno. Il semplice calcolo aritmetico infatti, avrebbe senso se in Italia avessimo un unico ed enorme carcere da 50mila posti in cui cercassimo di far entrare 55mila detenuti. Invece, di carceri in Italia ne abbiamo 193: alcune piccole, alcune grandi, alcune molto sovraffollate, altre mezze vuote. Il record di carcere sovraffollato, secondo le rilevazioni di settembre, lo detiene il carcere di Como che ospita 389 persone per 221 posti disponibili (il 176% di affollamento). Il penitenziario meno affollato invece è la Casa Circondariale di Arezzo: 30 detenuti presenti per 101 posti disponibili (30% di affollamento). La regione più affollata invece è la Puglia con 3.211 detenuti per 2.347 posti (137% di affollamento), quella con meno problemi di capienze è la Sardegna con 2.127 detenuti per 2.347 posti (81% di affollamento). A Como e ad Arezzo, in Puglia e in Sardegna, non hanno certo bisogno di rileggere la poesia di Trilussa per capire che i dati del DAP andrebbero presi con le pinze e che, quel dato medio del 109% di affollamento delle carceri italiane non significa nulla, almeno per quelli che vogliono davvero capire qualcosa del sistema


penitenziario italiano. I dati del DAP sono pieni di errori da “pollo”. Prendiamo per esempio i dati della Regione Toscana: 96% di affollamento con 3.254 detenuti presenti per 3.385 posti dichiarati. Una situazione ideale, in controtendenza rispetto al dato nazionale. Ma questa sarebbe un’affermazione vera se in Toscana ci fosse in funzione un unico carcere. In Toscana invece ci sono 18 sedi penitenziarie per adulti compresi il carcere meno affollato d’Italia, la Casa Circondariale di Arezzo, e compresi anche Firenze Sollicciano e San Giminiano con il 144% di affollamento ciascuno. Di queste diciotto carceri toscane, ben 9 (il 50%) sono in sovraffollamento - tra parentesi i detenuti in eccesso e la percentuale di affollamento: Firenze “Mario Gozzini” (4 - 104%), Firenze Sollicciano (217 144%), Grosseto (10 - 166%), Lucca (35 - 150%), Massa (30 - 117%), Pisa (65 - 130%), Prato (48 - 108%), San Giminiano (104 - 144%), Siena (5 108%). Il totale dei detenuti in più rispetto alla capienza di queste carceri è di 518 persone. Sono persone detenute in condizione di sovraffollamento ed equivalgono al 15% dei posti disponibili della Regione Toscana (quindi un affollamento reale del 115%). Un dato sconcertante, che si discosta molto da quel dato di affollamento medio apparente del 96%. Ma è ancora un dato inesatto, poco rappresentativo della realtà in cui vivono i detenuti e lavorano i poliziotti penitenziari. Per spiegare meglio questo ennesimo “pollo” nascosto, devo fare un semplice esempio. Se in un carcere da 100 posti, sono ristrette 150 persone, quante persone vivono in condizione di sovraffollamento? Solo le 50 in più, oppure tutti e 150? Io penso che in un carcere sovraffollato, tutti quanti subiscono una condizione di sovraffollamento: meno servizi, meno ore a disposizione pro-capite per i colloqui con educatori, psicologi, meno tempo a

disposizione per attrezzature, corsi di formazione, spazi fisici, docce. Quindi, se in Toscana sommiamo tutte le persone presenti in ciascun carcere sovraffollato (non solo i 518 in più), arriviamo alla considerevole cifra di 2.481 persone detenute che vivono in una condizione di sovraffollamento che corrispondono ad oltre il 76% delle persone detenute in Toscana e ad oltre il 73% della capienza detentiva. Quindi, siamo partiti da una situazione ideale con il 96% di affollamento delle carceri toscane e siamo arrivati a dimostrare come l’affollamento reale della Toscana (senza far entrare nelle statistiche i posti detentivi non utilizzati) è del 115% e di come oltre il 76% delle persone detenute in Toscana vivano in una condizione di sovraffollamento! E cosa succede se gli stessi calcoli li riportiamo sul dato nazionale? Succede che la situazione peggiora. In Italia ben 131 carceri sono sovraffollate: il 68% di quelle in funzione. Sommando il numero dei detenuti in più rispetto alle capienze di queste 131 carceri, arriviamo alla cifra di 8.844 detenuti in eccesso che corrispondono a quasi il 18% dei posti detentivi ufficiali. Applicando la stessa considerazione della Toscana e cioè che tutti i detenuti

delle carceri sovraffollate vivono in condizioni difficili, e non solo quelli in eccesso nelle rispettive carceri, si arriva alla somma di 44.419 persone! Stiamo parlando dell’81% del totale della popolazione detenuta e dell’89% rispetto ai posti disponibili nelle carceri. A conti fatti, se nei conteggi più realistici non prendiamo in considerazione il “pollo” mancante dei posti detentivi non utilizzati (e forse non utilizzabili?), si deve affermare che in Italia, il 30 settembre 2016, c’era una situazione di affollamento delle carceri del 118% e non del 109% come ottimisticamente affermato dai vertici del DAP e del Ministero della Giustizia. Il dato, oltretutto, è ancora sottodimensionato e questo perché il numero delle capienze detentive dichiarate dal DAP è al “lordo” degli spazi detentivi non disponibili (per lavori di ristrutturazione ed altro). Spazi detentivi che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non riporta nelle statistiche pubbliche ufficiali, ma che possono essere ricavati da altri dati pubblicati sotto altra forma dal Ministero della Giustizia. Può darsi che i posti non utilizzati, corrispondano ai posti non utilizzabili o forse no, ma questa è un’informazione che il DAP non riporta nelle proprie statistiche ufficiali. In conclusione, quelli appena presentati sono calcoli e numeri che si discostano un bel po’ dai dati presentati dal DAP ed utilizzati dal Ministero della Giustizia e dai quali, invece, si dovrebbe iniziare a ragionare per migliorare il sistema penitenziario italiano. Ammesso che si voglia farlo davvero. F

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Federico Olivo Coordinatore area informatica del Sappe olivo@sappe.it

Nelle foto: in alto Trilussa a fianco un pollo


L’INTERVISTA

Le carceri libiche al collasso sono un pericolo per l’Italia. Intervista all’architetto che aveva progettato il nuovo sistema penitenziario

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e strutture di accoglienza previste per gli stranieri richiedenti asilo politico, gestite dalle organizzazioni umanitarie e cooperative, hanno lanciato l’ultimatum al Governo: se il Ministero dell’Interno non pagherà gli arretrati degli ultimi mesi, saranno costrette a sospendere il servizio di assistenza agli immigrati. Almeno 20mila stranieri richiedenti asilo, nei prossimi giorni, potrebbero essere liberi di circolare in Italia.

Nella foto: profughi stranieri

Il Viminale non sottovaluta il problema e - come riporta il Corriere della Sera - il Ministro Alfano ha dichiarato che la situazione è drammatica e potrebbe creare anche"problemi di ordine pubblico per le tensioni sociali che rischiano di generarsi". Ammontano a 600 milioni di euro i debiti, ma i soldi non ci sono e il Ministero del Tesoro ha bloccato i pagamenti. Nel frattempo, un rapporto dello United States Institute of Peace (USIP) descrive una "situazione senza precedenti" nelle carceri libiche: una situazione che può degenerare da un momento all'altro. La questione "immigrazione" è una lunga catena di eventi e se la situazione sul suolo italiano è preoccupante, l'imminente collasso del sistema penitenziario della Libia, potrebbe avere pesanti ripercussioni per l'Italia.

Per comprendere meglio il sistema penitenziario di quel che ormai rimane della nazione libica, ci siamo rivolti all’architetto Domenico Alessandro De’ Rossi, che nel 2004 è stato chiamato dal Governo del colonnello Gheddafi proprio per pianificare il nuovo assetto di tutte le carceri della Libia, qualche anno prima che la cosiddetta “primavera araba” arrivasse anche in quel martoriato Paese. Architetto, quando parliamo di carceri libiche di cosa stiamo parlando? Ad una prima ricognizione che feci a Tripoli nei primi anni Duemila ebbi l’esatta percezione che il termine carcere o penitenziario era un termine inadeguato, fuori dal tempo della civiltà. Brutalità, precarietà, orribili condizioni di sopravvivenza, assenza di normativa specifica per l’esecuzione penale: uomini tenuti in recinti come animali ed esposti a temperature insopportabili di giorno e di notte. Assenza totale dei principi giuridici a cui ci si dovrebbe ispirare nel rispetto del detenuto. Cosa le ha chiesto esattamente il Governo libico e di cosa si è occupato? Non tutti sanno che alla Libia fu affidato dall’ONU nel 2003 l’onere e l’onore di presiedere United Nations Human Rights Council- ohchr, la Commissione dei Diritti Umani. A seguito di questa importante responsabilità, come premio, ma soprattutto come stimolo per successive scelte responsabili, non solo politiche, si indusse il governo ad adeguare il proprio assetto penitenziario, facendolo corrispondere il più possibile a quelli che sono i principi universali dei diritti umani.

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Mi fu data carta bianca e fui messo in condizione di coordinare il lavoro di architetti e ingegneri libici, alcuni di loro colleghi universitari, e nel giro di un anno e mezzo potei presentare il progetto di massima per la realizzazione di un grosso centro penitenziario nel pressi di Tripoli, comprendente anche gli uffici dell’amministrazione penitenziaria, sul modello del quale dovevano essere realizzati analoghi impianti anche a Sirte e Bengasi. Il tutto per l’accoglienza di circa diecimila detenuti. Tre vere e proprie Città giudiziarie. L’esigenza di progettare nuove carceri all’interno di un quadro generale di riferimento, basata ovviamente su principi rispettosi dei diritti umani, ha fatto emergere subito l’esigenza di collegare la progettazione architettonica anche ad un indirizzo di riforma del sistema penale e processuale. In tal senso ebbi non pochi incontri con rappresentanti governativi che si interessavano delle questioni giuridiche e dell’applicazione dell’esecuzione penale. L’architettura in quanto “contenitore” funzionale di tutte le attività collegate all’interno del carcere, deve essere sintesi di diverse discipline. Quindi la Libia con lei aveva intrapreso un approccio “sistemico” sull’argomento carceri? Si. La premessa e il sostegno era comunque che il Dipartimento al quale riferivo del mio lavoro era sotto la discreta ma costante osservazione della United Nations Human Rights Council- ohchr, presente a Tripoli. Ciò garantiva che


L’INTERVISTA le finalità ultime della pianificazione del nuovo sistema penitenziario fossero indirizzate ai principi del rispetto dei diritti umani. Lo sforzo prevalente inizialmente compiuto fu quello di far comprendere attraverso una serie di riunioni con i responsabili governativi che l’edificio penitenziario, o meglio la Città giudiziaria, non avrebbe mai potuto rispondere nei termini corretti se non fosse prima stato sostenuto da un tessuto culturale alto e preparato a concepire nuovi modi di come la pena poteva essere vissuta rispettando i diritti di coloro che erano stati privati della libertà; di come potesse essere impiegato positivamente il tempo “sequestrato” al detenuto, ma soprattutto di come si dovesse “investire” sul sequestro di questo tempo, in modo tale che colui che avrebbe scontato la condanna potesse, tornando alla libertà, reinserirsi correttamente all’interno del corpo sociale contribuendo attivamente allo sviluppo comune. Come riuscì lei ad aprire un dialogo “tecnico” ispirato ai principi dei diritti umani in un Paese a prevalente cultura islamica? Fu mia responsabilità e scelta attraverso ripetute comunicazioni far comprendere ai colleghi e agli uffici a cui rispondevamo che un corretto approccio al problema della pianificazione del nuovo assetto carcerario destinato al Paese non poteva che essere ispirato a principi culturali di carattere sistemicoove fossero presenti più attori rappresentanti di diverse discipline: sociologi, giuristi, economisti, psicologici e naturalmente architetti, adeguatamente preparati a svolgere tale lavoro di sintesi. Il piano era ambizioso ed anche portatore di problematiche non semplici in quanto io stesso mi confrontavo con un paese di cultura islamica, anche se al tempo, politicamente orientato ad una certo disegno di modernizzazione.

Veniamo in Italia. Cosa pensa della situazione delle nostre carceri? Guardi al mio ritorno dalla Libia e anche per quel periodo in cui sono stato consulente del DAP, per la mia formazione di docente, vista la mancanza di una letteratura specifica, ho cercato di fissare subito il frutto dell’esperienza compiuta in Italia e all’estero, scrivendo “L’Universo della detenzione”pubblicato da Mursia alla fine del 2010 ottenendo un discreto interesse tra gli addetti ai lavori. Quel libro è servito ad evidenziare e a fissare in modo certo, grazie all’approccio sistemico con il quale è stato scritto, i molteplici aspetti a cui l’architettura penitenziaria deve rispondere. Non ultimi quelli della sicurezza attiva e passiva propri dell’edificio. Non per caso l’ultimo capitolo è stato scritto da un ingegnere dei VVFF destinato ad evidenziare le misure e i rischi relativi alla protezione antincendio, alle vie di fuga, ai criteri da rispettare da parte nella progettazione e gestione degli edifici pubblici. Non sottovalutando anche le responsabilità dirette e indirette civili e penali di chi amministra tali manufatti, che ospitano lavoratori e detenuti dentro quegli ambienti. Per rispondere alla sua domanda dico che occorrerebbe mettere in pratica quanto già sei anni fa scrivevo in merito alla necessità di creare un “Centro multidisciplinare di coordinamento” per lo studio delle questioni inerenti l’esecuzione penale e le relative soluzioni tecnico-architettoniche. Ho riscontrato positivamente che, almeno in via “problematica”, gli Stati generali della giustizia hanno recepito tali concetti da me espressi quasi cinque anni prima. Ma le carceri italiane sono luoghi vecchi e malsani, progettati per una detenzione afflittiva, non rispondente ai criteri dell’art. 27 C. Anche in Italia non è più rinviabile che ci si doti di un approccio “sistemico” compiendo finalmente

quella rivoluzione culturale che veda finalmente il momento di voltare pagina. Questo l’ho scritto già nel 2011 ribadendolo nel mio nuovo libro “Non solo carcere” uscito nel gennaio di quest’anno. Gli Stati generali dell’esecuzione penale hanno dato ampio risalto all’edilizia penitenziaria. In Italia stiamo andando nella direzione giusta? L’attenzione ora è rivolta tutta alle condizioni di vita delle persone detenute all’interno delle carceri, ma, come ho sempre ripetuto, bisogna considerare attentamente anche le condizioni di lavoro delle persone che operano nelle carceri: alloggi per gli agenti di Polizia Penitenziaria, ambienti dove il poliziotto e le altre figure

professionali interagiscono con i ristretti, etc. Dagli Stati generali invece, mi è sembrato che emergessero perlopiù proposte di ristrutturazione dell'esistente. In pochi hanno colto l'esigenza di un nuovo approccio al problema. Persino la Libia aveva assunto questo tipo di orientamento. La Libia dunque poteva essere un laboratorio per le riforme da attuare anche in Italia? In Libia c’erano tutte le condizioni per intraprendere una strada verso maggiori diritti per i detenuti e l’intera popolazione civile, non dimenticando comunque che quel Paese era ed è tuttora ricchissimo e dispone di realtà territoriali e di risorse assolutamente non paragonabili con quelle nostre. Ma il problema vero della Libia era ed è la sua posizione geografica di “ponte”

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Nella foto: un carcere libico

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L’INTERVISTA verso l’Europa e di immediato attracco all’Italia ... Senza confini, quello libico, è territorio di passaggio. Ora il “ponte” verso l’Europa rischia di diventarlo l’Italia Di fatto lo è già. Il rischio però è che se non interveniamo subito per ripensare al sistema penitenziario italiano in termini “sistemici”, ci ritroveremo a dover gestire tutte le contraddizioni e le problematiche che ora sta vivendo la Libia. Se già oggi non riusciamo a garantire le pratiche di smaltimento delle richieste di asilo politico, figuriamoci quando il sistema penitenziario libico collasserà definitivamente. E’ inevitabile che ci saranno anche ricadute pesantissime anche sulla criminalità e sulla popolazione detenuta italiana

Nella foto: detenuto islamico

Rischiamo di “importare” detenuti islamici fortemente propensi ad una interpretazione radicale della religione? E’ un pericolo che in Libia avevamo già preso in considerazione e, purtroppo, è uno scenario che si è concretizzato dopo il crollo del governo di Tripoli. Sono dinamiche che andrebbero affrontate nella loro complessità. Nelle carceri italiane stiamo cercando di ovviare il problema dell’arretratezza dell’edilizia penitenziaria con le celle aperte e la sorveglianza dinamica. Di costruire nuove carceri non se ne parla più Le carceri attuali non sono idonee per qualunque tipo di riforma penitenziaria. Non si può pensare di introdurre nuove riforme in edifici che in molti casi sono vecchi di centinaia di anni. Il rischio, anzi la certezza, è che la situazione peggiori. F

ARCHITETTURA PENITENZIARIA

Il carcere visto come “casa di vetro”

I

l lavoro della Polizia Penitenziaria è molto complesso e quindi molto difficile anche perché dobbiamo riuscire a far convivere l’esigenza della sicurezza con la richiesta di contribuire alla risocializzazione delle persone detenute. Non è un lavoro che si possa improvvisare. Servono competenze e capacità non comuni. Servono anche conoscenze, aggiornamenti e confronti con l’esterno, con esperti e professionisti di svariate discipline. La Rivista “Polizia Penitenziaria, Società Giustizia & Sicurezza” è da sempre uno spazio in cui le idee possono confrontarsi, contaminarsi e migliorarsi. Per questo siamo lieti di annunciare che da questo numero della Rivista, potremo avvalerci delle conoscenze dell’architetto Domenico Alessandro De’ Rossi. Già docente alla facoltà di Ingegneria della università del Salento, l’architetto De’ Rossi è un esperto di edilizia penitenziaria, autore di numerose pubblicazioni e libri sull’argomento, con esperienze professionali anche all’estero dove è stato chiamato a redigere un piano ex-novo di edilizia penitenziaria che coniugasse diverse culture ed esigenze, con i più recenti studi. Il suo ultimo libro “NON SOLO CARCERE” edito da Mursia nel gennaio 2016 (recensito sul n. 239maggio 2016 n.d.r.) affronta il tema dell’architettura penitenziaria con una visione d'insieme grazie all'apporto multidisciplinare di esperti provenienti da vari settori. L’architettura infatti non è solo un insieme di regole, di tecniche costruttive, ma racchiude e sintetizza in sé numerose capacità e saperi che fanno parte della storia stessa

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dell’Uomo. Il carcere, come istituzione, ha il compito di restituire alla società degli uomini migliori di quelli che vi hanno fatto ingresso. Ma il carcere negli ultimi secoli è soprattutto uno spazio fisico dove sono ristretti degli uomini: uomini che vivono per anni, per decenni in uno spazio concepito da altri uomini, in cui operano altri uomini ancora. Quali sono allora le interazioni tra la pietra del carcere e l’anima dell’uomo? Lo abbiamo chiesto all’architetto Domenico Alessandro De’ Rossi che ci accompagnerà nella storia delle diverse concezioni filosofiche e ci illustrerà come si sono tradotte nei diversi Paesi, in Italia e all’estero. Al professionista però non abbiamo solo chiesto di aprirci una finestra sul passato, ma gli abbiamo chiesto un aperto confronto su temi più attuali, ben sapendo già da ora che su alcuni temi la pensiamo in maniera decisamente diversa. Soprattutto, De’ Rossi potrà illustrarci quali sono le conoscenze architettoniche che possono migliorare sia le condizioni detentive che il lavoro stesso della Polizia Penitenziaria. Il SAPPE sostiene da sempre che il carcere deve diventare una “casa di vetro”. In questo modo sarebbe finalmente chiaro a tutti quali e quante sono le difficoltà della Polizia Penitenziaria che deve sia garantire la sicurezza delle persone detenute e degli altri operatori sia contribuire alla difficile opera di risocializzazione dei ristretti. Una casa di vetro però è un concetto ancora molto lontano dall’essere attuato. In realtà, oggi in Italia sono in funzione circa duecento “case” tra


circondariali e di reclusione, ideate e costruite in decenni diversi, addirittura in secoli diversi, concepite con filosofie diverse. Il Corpo di Polizia Penitenziaria, in tutto l’arco dei suoi duecento anni di storia, ha saputo evolversi e riadattarsi alle diverse concezioni di pena e alle diverse riforme penitenziarie, ma le “case”, costruite con pietre e cemento, non hanno potuto rispondere alle nuove esigenze e alle nuove richieste introdotte con le riforme. Ogni giorno, migliaia di persone detenute e migliaia di Poliziotti penitenziari ed operatori della Giustizia, sono chiamati a vivere e lavorare in quelle stesse “case” che una volta erano castelli, erano monasteri, o come è avvenuto più recentemente, edifici progettati e realizzati per rispondere esclusivamente a criteri di risparmio economico e di mero contenimento fisico delle persone. Conoscere i limiti delle “case” attuali e le potenzialità delle “case” che saranno realizzate è di fondamentale importanza, per i detenuti e per chi vi lavora e l’architetto De’ Rossi ha la necessaria esperienza sul campo per potercele illustrare. Recentemente, con il cosiddetto “piano carceri” del 2009 che prevedeva la realizzazione di nuove “case”, c’era la possibilità di iniziare ad affrontare il problema dell’edilizia penitenziaria in modo da mettere in pratica quei concetti multidisciplinari scaturiti dagli studi di psicologia, sociologia, diritto, che potevano finalmente confluire in nuovi progetti architettonici più rispondenti al fine ultimo dell’esperienza detentiva che è quello di restituire alla Società delle persone migliori. Il piano carceri ha fallito.

Non solo si è limitato alla costruzione di qualche padiglione detentivo accanto a vecchi edifici penitenziari, con il solo risultato di aver aggiunto contraddizioni e disparità tra i detenuti e aver reso ancora più difficile il lavoro del personale ma, soprattutto, non ha saputo imporsi come occasione storica di costruire non solo degli edifici più efficaci in termini di risocializzazione, ma anche più “elastici”, più resilienti, capaci cioè di riadattarsi, di modificare il proprio funzionamento prima, durante e in seguito ad un cambiamento o ad una perturbazione, in modo da poter continuare ad essere funzionali nonostante il sopraggiungere di condizioni previste o impreviste.

Le parole “ristrutturazione”, “riadattamento”, “riqualificazione”, sono tra le più utilizzate nella relazione finale. In pratica, si continua a voler far entrare l’ennesima riforma penitenziaria, in cubicoli medievali, in celle di penitenza. Si continua nella mera illusione che sproporzionati corridoi di cemento e monotoni spazi detentivi possano essere semplicemente trattati con colori improbabili, spacciando l'idea come una vera e innovativa proposta progettuale di recupero sociale. Al colmo di ciò proponendo di fare il lavoro di ritinteggiatura e di manutenzione ordinaria alle persone detenute. Noi del Sappe invece, siamo

Gli Stati generali dell’esecuzione penale che hanno da poco concluso i lavori, hanno dedicato all’argomento “Spazio della pena, architettura e carcere” il primo dei diciotto tavoli. Quel che è emerso dai lavori del Tavolo però, è più che altro basato sopra i soliti buoni proposti da applicare alle condizioni esistenti, quando non ricalca pedissequamente idee e aspetti ormai noti nella letteratura dedicata.

fermamente convinti che si può fare di più e meglio. Lo abbiamo chiesto all’architetto De’ Rossi, augurandoci, anche nell'interesse dell'Amministrazione, che da questo confronto possano scaturire anche proposte e indicazioni utili per chiunque sarà chiamato ad occuparsi di carcere, a partire dall’aspetto architettonico. “Pietra angolare” di qualunque proposito di riforma penitenziaria. F

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Nella foto: sopra una casa di vetro in alto la copertina del libro dell’arch. Alessandro De’ Rossi


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