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PoliziaPenitenziaria Società Giustizia e Sicurezza anno XXIII • n.239 • maggio 2016

Poste italiane spa spedizione in abbonamento postale 70% Roma AUT M P - AT / C / R M / A U T. 1 4 / 2 0 0 8

SPECIALE

2421-2121

www.poliziapenitenziaria.it

Il Nucleo Investigativo Centrale


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08 Polizia Penitenziaria

In copertina: Agenti del Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria

04 EDITORIALE È il momento delle scelte e di schierarsi di Donato Capece

05 IL PULPITO Pacco, doppio pacco e contro paccotto di Giovanni Battista de Blasis

06 IL COMMENTO Fa notizia il sesso in carcere per i detenuti, non i poliziotti assolti dopo quattro anni da incubo di Roberto Martinelli

08 SPECIALE Il Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria

10 L’OSSERVATORIO POLITICO Gli incarichi dirigenziali si dovrebbero avvicendare di Giovanni Battista Durante

Società Giustizia e Sicurezza

anno XXIII • n.239 • maggio 2016 22 CINEMA

13 MINORI Il Presidente Renzi visita l’IPM di Nisida di Ciro Borrelli

14 CRIMINOLOGIA

25 MONDO PENITENZIARIO

Profilo criminologico del minorenne ladro di Roberto Thomas

17 DIRITTO & DIRITTI Il secondo livello di accoglienza dei detenuti di Giovanni Passaro

Direttore editoriale: Giovanni Battista de Blasis deblasis@sappe.it Capo redattore: Roberto Martinelli martinelli@sappe.it Redazione cronaca: Umberto Vitale, Pasquale Salemme Redazione politica: Giovanni Battista Durante Comitato Scientifico: Prof. Vincenzo Mastronardi (Responsabile), Cons. Prof. Roberto Thomas, On. Avv. Antonio Di Pietro Donato Capece, Giovanni Battista de Blasis, Giovanni Battista Durante, Roberto Martinelli, Giovanni Passaro, Pasquale Salemme

26 CRIMINI & CRIMINALI Il mostro di Cleveland di Pasquale Salemme

28 SICUREZZA SUL LAVORO

Case Circondariali e di Reclusione di Anna Angeletti

Nuclei Traduzioni e Piantonamenti di Valter Pierozzi

20 LO SPORT

30 WEB E DINTORNI

Vela: Bissaro-Sicouri argento in Coppa del Mondo nel Nacra 17 di Lady Oscar

Società Giustizia e Sicurezza

Direttore responsabile: Donato Capece capece@sappe.it

Riforma Costituzionale di Luca Pasqualoni

18 MONDO PENITENZIARIO

PoliziaPenitenziaria Organo Ufficiale Nazionale del S.A.P.Pe. Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria

Fiore a cura di G. B. de Blasis

Direzione e Redazione centrale Via Trionfale, 79/A - 00136 Roma tel. 06.3975901 • fax 06.39733669 e-mail: rivista@sappe.it web: www.poliziapenitenziaria.it Progetto grafico e impaginazione: © Mario Caputi www.mariocaputi.it

“l’appuntato Caputo” e “il mondo dell’appuntato Caputo” © 1992-2016 by Caputi & de Blasis (diritti di autore riservati)

Registrazione: Tribunale di Roma n. 330 del 18 luglio 1994

Droni e sicurezza delle carceri: un problema sottovalutato come i telefoni cellulari? di Federico Olivo

Per ulteriori approfondimenti visita il nostro sito e blog: www.poliziapenitenziaria.it Chi vuole ricevere la Rivista al proprio domicilio, può farlo versando un contributo per le spese di spedizione pari a 25,00 euro, se iscritto SAPPE, oppure di 35,00 euro se non iscritto al Sindacato, tramite il conto corrente postale numero 54789003 intestato a: POLIZIA PENITENZIARIA Società Giustizia e Sicurezza Via Trionfale, 79/A - 00136 Roma, specificando l’indirizzo, completo, dove va spedita la rivista.

Cod. ISSN: 2421-1273 • web ISSN: 2421-2121 Stampa: Romana Editrice s.r.l. Via dell’Enopolio, 37 - 00030 S. Cesareo (Roma) Finito di stampare: maggio 2016 Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana

Edizioni SG&S

Il S.A.P.Pe. è il sindacato più rappresentativo del Corpo di Polizia Penitenziaria

Polizia Penitenziaria n.239 • maggio 2016 • 3


L’EDITORIALE

Donato Capece Direttore Responsabile Segretario Generale del Sappe capece@sappe.it

Nelle foto: sotto la delegazione dei manifestanti a destra I Segretari Generali del SAPAF, SAPPE e CONAPO

sopra la pagina web dell’agenzia Reuters

È il momento delle scelte, è il momento di schierarsi! l SAPPE, ancora una volta, ha scelto di portare in piazza la protesta della Polizia Penitenziaria per “svegliare” le Autorità dal torpore nel quale da tempo vegeta il Corpo. Lunedì 23 maggio, in piazza con noi a Roma, davanti al Ministero della Giustizia in via Arenula, eravamo in tanti.

chiedere di cancellare le sperequazioni in atto sulle progressioni di carriera con gli omologhi delle altre Forze di Polizia. C’era l’Associazione Memoria, che ricorda i Caduti delle Forze di Polizia e delle Forze dell’Ordine. E c’erano tanti poliziotti scesi anch’essi in piazza per rivendicare il rinnovo del contratto di lavoro, scaduto da quasi dieci (10!) anni.

Moroni (SAPAF Corpo Forestale) e Antonio Brizzi (CONAPO Vigili del Fuoco), i manifestanti hanno osservato un minuto di raccoglimento per ricordare la strage di Capaci, con l’assassinio del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Proprio il 23 maggio, infatti, si ricorda l’infame strage mafiosa del 1992. Una delegazione di manifestanti, guidata da Donato Capece, è stata stata poi ricevuta al Ministero della Giustizia dai dirigenti generali dell’Amministrazione Penitenziaria Massimo de Pascalis (Vice Capo DAP) e Pietro Buffa (Direttore Generale del

C’erano gli aspiranti Agenti idonei non vincitori dei precedenti concorsi nella Polizia Penitenziaria, costituiti in Comitato Spontaneo e scesi in piazza per chiedere l’assunzione al Ministro della Giustizia Andrea Orlando dopo la sospensione dell’ultimo concorso per 400 posti. C’erano i Funzionari, i Sovrintendenti e gli Ispettori del Corpo, scesi in strada a manifestare per

Tutti sotto le bandiere del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, primo Sindacato del Corpo, che ha organizzato la giornata di mobilitazione dei Baschi Azzurri. Tutti in piazza, davanti al Ministero della Giustizia, per chiedere attenzione politica a endemici problemi penitenziari, che meritano una risposta politica urgente e non più rinviabile. Per chiedere l’assunzione straordinaria di 1.000 nuovi Agenti, attingendo dalle graduatorie degli idonei non vincitori dei precedenti concorsi, specie dopo la sospensione dell’ultimo concorso per presunte infiltrazioni camorriste. In piazza per chiedere il rinnovo del contratto di lavoro, fermo come detto da quasi 10 anni, e per una equiparazione delle carriere di tutte le Forze di Polizia, che oggi penalizza il Corpo di Polizia Penitenziaria: le carriere di Sovrintendenti, Ispettori e Commissari sono diverse da Corpo a Corpo e questo è assurdo. Durante il presidio del SAPPE, al quale hanno portato la solidarietà Marco

Personale). A loro sono state rappresentate le ragioni della protesta ed è stato consegnato un documento, che verrà sottoposto all’Autorità politica (il Ministro della Giustizia Orlando non era presente in sede proprio per la partecipazione, a Palermo, alla cerimonia commemorativa della strage di Capaci). La nostra protesta ha avuto ampia eco sui giornali, e persino l’agenzia di stampa britannica REUTERS – molto seguita anche negli Stati Uniti e in Canada – ne ha parlato (per quanti fossero interessati, di seguito riportiamo il link dell’articolo in lingua inglese: http://www.reuters.com/article/usitaly-mafia-prisonguards-idUSKCN0Y F1BS?feedType=RSS&feedName=worl dNews&utm_source=Twitter&utm_ medium=Social&utm_campaign=Fe ed%3A+Reuters%2FworldNews+%28 Reuters+World+News%29). E’ il momento delle scelte, è il momento di schierarsi. Scegli il SAPPE: dalla parte giusta. La Tua! F

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IL PULPITO

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d un certo punto, a distanza di nove mesi dalla norma, gli scienziati del Dap si sono accorti che, nelle pieghe della delega della Legge Madia (la riforma della Pubblica Amministrazione), ci potrebbe essere la possibilità di modificare istituti dell’ordinamento del personale del Corpo di Polizia Penitenziaria. In altre parole, secondo i giureconsulti del dipartimento, la delega della legge 124 del 2015 consentirebbe di modificare i decreti legislativi 443 e 449 del 1992 e il DPR 81 del 1999 (ovverosia l’ Ordinamento del Personale, il Regolamento di Disciplina e il Regolamento di Servizio). Secondo il vice capo dipartimento, gli intenti del DAP sarebbero quelli di “ridisciplinare istituti ormai desueti e inserirne altri ex novo” tanto che la questione è stata anche oggetto di una velina interna, indirizzata ai dirigenti penitenziari, intesa a “far pervenire proposte emendative e/o correttive all’attuale assetto ordinamentale del personale di polizia penitenziaria (ovviamente minuscolo) atte a...”. Inequivocabilmente, la velina ed i destinatari sono tutto un programma circa i veri scopi e gli obiettivi della manovra. In realtà, il proposito dei dirigenti penitenziari è quello di entrare a pieno titolo nella revisione degli ordinamenti e dei ruoli delle forze di polizia. Mi spiego meglio. I dirigenti penitenziari hanno provato, fin da subito, ad inserirsi nei decreti delegati dalla legge Madia per essere ammessi definitivamente nel comparto sicurezza, facendo un ulteriore salto di qualità rispetto alla legge Meduri. Purtroppo per loro, però, ai tavoli tecnici del riordino delle carriere (ai quali si sono seduti, come al solito, grazie e in rappresentanza della Polizia Penitenziaria...) hanno trovato la forte, ed insormontabile, opposizione delle altre forze di polizia. Ecco allora che nella Silicon Valley del Dap si è accesa una lampadina : “modifichiamo l’ordinamento del personale della Polizia Penitenziaria”. (Cicero pro domo sua!)

Pacco, doppio pacco e contro paccotto L’idea è davvero machiavellica: « ... e nelle azioni di tutti li uomini, e massime de’ principi, dove non è iudizio da reclamare, si guarda al fine. Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e mezzi saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno lodati. » (N. Machiavelli, Il Principe, cap. XVIII). L’istituzione della figura del Direttore dell’Area Sicurezza. I funzionari della Polizia Penitenziaria non devono essere più Comandanti di Reparto, ma Direttori dell’Area Sicurezza. Di primo acchito sembrerebbe una riqualificazione del ruolo ma, ad una più attenta disamina, scopriamo che si tratta di un evidente promeveautur ut amoveautur. Secondo il progetto dei dirigenti penitenziari (o di qualcuno di loro), infatti, l’attribuzione delle funzioni di Direttore dell’Area Sicurezza farebbe venir meno, come conseguenza, la figura di Comandante di Reparto che cesserebbe, quindi, di esistere. Secondo gli stessi scienziati, scomparsa la figura del Comandante di Reparto, la dipendenza gerarchica del personale di Polizia Penitenziaria si andrebbe a fondere con quella funzionale e, pertanto, il direttore dell’istituto penitenziario diventerebbe, di diritto, anche il comandante del contingente del Corpo. Con queste credenziali, dunque, i dirigenti penitenziari si ripresenterebbero al tavolo tecnico del riordino delle carriere rivendicando l’equiparazione a tutti gli effetti (soprattutto giuridici ed economici) con i dirigenti della Polizia di Stato. E’ evidente che non potremo mai permettere che l’istituzione del Direttore dell’Area Sicurezza possa diventare una scusa per abolire le funzioni di Comandante di Reparto.

Giovanni Battista de Blasis Direttore Editoriale Segretario Generale Aggiunto del Sappe deblasis@sappe.it

Questa operazione, condivisibile nella sostanza, può essere sostenuta soltanto se comporta la contestuale abrogazione della norma che prevede la dipendenza funzionale del personale di Polizia Penitenziaria dal direttore penitenziario. In alternativa, hoc erat in votis, va mantenuta la funzione di Comandante di Reparto – da affidare ad un

appartenente al ruolo degli Ispettori – al quale affidare il comando gerarchico del personale con contestuale dipendenza funzionale dal Direttore dell’Area Sicurezza. E il direttore rimanga a fare il direttore! Certo che, se la lasciassimo passare, sarebbe davvero una gran bella manovra ...si tratterebbe, ancora, dell’ennesimo Grande Inganno ai danni della Polizia Penitenziaria. Pacco, doppio pacco e contro paccotto! F

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Nella foto: La locandina del film di Nannni Loy


IL COMMENTO

Roberto Martinelli Capo Redattore Segretario Generale Aggiunto del Sappe martinelli@sappe.it

Fa notizia il sesso in carcere per i detenuti, non i poliziotti assolti dopo quattro anni da incubo

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elle ultime settimane alcune tematiche penitenziarie, non direttamente tra loro collegate, hanno avuto, più o meno, gli onori delle cronache. Una è quella delle stanze dell’amore nelle carceri, che per i sostenitori metterebbe la parola fine alla "pena accessoria di fatto" della negazione della sessualità dei detenuti.

Nelle foto: sopra sesso dietro le sbarre a destra la pagina del Resto del Carlino con la notizia di assoluzione degli Agenti di Reggio Emilia

Lo spunto è contenuto nel disegno di legge che delega il Governo a effettuare "modifiche al codice penale e al codice di procedura penale per il rafforzamento delle garanzie difensive e la durata ragionevole dei processi nonché all'ordinamento penitenziario per l'effettività rieducativa della pena", in questo momento in discussione nella Commissione Giustizia del Senato. All'art. 31 del provvedimento in esame, e che "se tutto va bene – ha detto all’Agenzia di Stampa Adnkronos il relatore, Felice Casson, ex magistrato - potrebbe essere approvato in aula prima della pausa estiva" è la lettera "n" ad aprire la strada alle love rooms. Il Governo viene infatti delegato alla "previsione di norme che considerino i diritti e i bisogni sociali, culturali, linguistici, sanitari, affettivi e religiosi specifici delle persone detenute".

"Anche in questo campo – ha aggiunto Casson - siamo molto arretrati rispetto al resto d'Europa. E non da poco tempo: già negli anni 80, dunque nel dopo Franco, andai per interrogatori nelle carceri spagnole di massima sicurezza, e lì venni a conoscenza di luoghi dedicati ai rapporti affettivi dei detenuti. In altri paesi questa è una condizione in atto da molti anni, e consentire la cura dei rapporti affettivi è fondamentale nell'ambito della pena come rieducazione, in piena attuazione dell'articolo 27 della Costituzione". Di questo argomento, ad onor del vero, si è trattato anche nei recenti stati generali dell'esecuzione penale, voluti dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Una due giorni all'interno del carcere romano di Rebibbia, con una discussione nel sesto tavolo tematico, coordinato dall'ex deputata e segretaria dei Radicali italiani Rita Bernardini, in cui si è discusso di "mondo degli affetti e territorializzazione della pena" e della necessità di prevedere "modifiche normative volte ad introdurre il nuovo istituto giuridico della "visita", che si distingue dal "colloquio", già previsto dalla normativa, poiché garantisce al detenuto incontri privi del controllo visivo e/o auditivo da parte del personale di sorveglianza". Insomma, spazi resi intimi grazie all'assenza del controllo audiovisivo del sistema carcerario come fino a oggi l'Italia ha conosciuto. Dobbiamo essere molto chiari. Noi lo sosteniamo da tempo con fermezza e con altrettanta fermezza lo ribadiamo da queste colonne: per il SAPPE, i nostri penitenziari non devono diventare postriboli e i nostri

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Agenti di Polizia Penitenziaria non devono diventare ‘guardoni di Stato’. E poi, scusate, in assenza di controlli, chi risponderebbe di eventuali reati e crimini? Sarei anche curioso di sapere cosa si penserebbe di fare per quei detenuti che non hanno un legame affettivo stabile: magari una convenzione con qualche cooperativa di prostitute/i?

E come soddisfare le esigenze omosessuali? Quella del sesso in carcere è dunque una proposta inutile e demagogica. Ed è paradossale che sia ritirata fuori proprio quando – e da tempo - è in atto, nel Paese, un ambio dibattito sulla necessità di potenziare l’area penale esterna piuttosto che la detenzione in carcere per i soggetti meno pericolosi e con pene brevi da scontare. Nel merito della proposta, si introduca piuttosto il principio di favorire il ricorso alla concessione di permessi premio a quei detenuti che in carcere si comportano bene, che non si rendano cioè protagonisti di eventi critici e che durante la detenzione lavorano e seguono percorsi concreti di rieducazione. E allora, una volta fuori, potranno esprimere l’affettività come (e con chi) meglio credono. In particolare, tra quelle favorevoli al sesso in carcere, due dichiarazioni mi


IL COMMENTO hanno colpito. Una è quella di Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone che, al giornale Il Fatto Quotidiano del 18 maggio scorso, ha detto: "la carcerazione non deve costringere una moglie all'astinenza, né deve diventare un invito al tradimento e all'adulterio". L’altra è di Alfonso Sabella, magistrato, per anni al DAP, ex assessore del Comune di Roma nella Giunta Marino che intervenendo qualche giorno dopo a Radio Cusano Campus ha detto: “Il sesso è una componente della dignità dell’essere umano. Privare i detenuti di questa componente per tantissimi così è una cosa indegna di uno stato di diritto. Il sesso è una componente importante per l’essere

Farinaro, Pasquale Zorobbi, Domenico Gasparro, Carmine Nocera e Claudio Pingiori - sulla graticola da quasi quattro anni per il pestaggio dell'allora 19enne Guram Shatirishvilli, ladro georgiano arrestato e già condannato per concorso nel tentato omicidio di un poliziotto. Dopo un'ora e mezza di camera di consiglio, il giudice Alessandra Cardarelli è uscito a metà pomeriggio di giovedì 19 maggio ed ha assolto per non avere commesso il fatto - tutti gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria. Assolti per non avere commesso il fatto! Eppure, al riguardo, non ho letto dichiarazioni di soddisfazione per

o il progetto Cassa Ammende per impiego detenuti lavori Giubileo della Misericordia, giusto per citarne alcune). Come per il caso Cucchi dove, a fronte di un vivisezionamento mediatico e di un mantra accusatorio verso la Polizia Penitenziaria senza precedenti - un mantra che contagiò quasi tutte le redazioni di quotidiani, periodici e tv, tutte convinte della colpevolezza dei tre colleghi loro malgrado coinvolti nella triste vicenda e che invece furono assolti nei tre gradi di giudizio della conseguente vicenda giudiziaria-, l’Amministrazione penitenziaria si distinse per il suo silente atteggiamento. Ci siamo abituati, ad onor del vero.

umano, non è giusto sacrificarla insieme al diritto della libertà”. Mi chiedo se entrambi, così progressisti e sensibili al rispetto dei diritti altrui, hanno, anche solo per un istante, pensato alle vittime della criminalità: a quanti, cioè, sono stati uccisi e non potranno essere più padri, madri, fratelli, sorelle, figli, a quanti non potranno più vivere una propria sessualità perché uccisi da quei carnefici ai quali oggi – entrambi - vorrebbero riconoscere “il diritto” al sesso in carcere... Ma è un’altra la notizia che mi ha colpito e che avrebbe meritato ben altra visibilità mediatica. E’ una notizia che arriva da Reggio Emilia. Abbiamo letto sulla stampa locale che sono stati tutti assolti «per non aver commesso il fatto» i nove agenti di Polizia Penitenziaria - Andrea Ambrogi, Vincenzo Coccoli, Marco Lettieri, Andrea Affinito, Roger

l’assoluzione dei 9 poliziotti penitenziari da parte del Ministro della Giustizia Andrea Orlando o del Capo dell’Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo o di altri dirigenti. Non ho trovato traccia di alcuna loro parola di conforto rispetto a quello che i 9 Baschi Azzurri di Reggio Emilia possono aver sofferto nei 4 lunghi anni della vicenda giudiziaria che li ha riguardati. Non ho letto alcun comunicato stampa da parte dell’Ufficio Stampa e Relazioni Esterne del DAP (così solerte a diffondere anche notizie di un interesse sicuramente minimale rispetto a questa importante notizia, come ad esempio l’attivazione della carrozzeria con officina meccanica presso la casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi, la presentazione Terza Giornata Nazionale del Teatro in Carcere, la stipula del protocollo d’intesa archivi storici per attività di studio e ricerche

Solo nel 2015, abbiamo contato nelle carceri italiane 7.029 atti di autolesionismo e 956 tentati suicidi sventati in tempo dalla Polizia Penitenziaria: i nostri Agenti sono stati coinvolti in 4.688 colluttazioni e 921 ferimenti. Quasi mai si sono letti plausi “istituzionali” per quel che ogni giorno fanno gli appartenenti alla Polizia Penitenziaria: si preferisce promuovere al grado superiore chi archivia pratiche e chi raccoglie dati che arrivano dalla periferia sulla sentenza Torreggiani, ...E se non fosse per il SAPPE, che sovente ricorda questi dati nei suoi comunicati stampa, quasi nessuno – “fuori” dall’ambiente penitenziario – saprebbe quel che accade all’interno delle mura delle carceri. E poi c’è ancora chi si sorprende perché parliamo di un’Amministrazione Penitenziaria matrigna... F

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Nelle foto: sopra l’avvocato difensore Liborio Cataliotti a sinistra la pagina della Gazzetta di Reggio


SPECIALE

Il Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria

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Nella foto: agenti del NIC

e fonti normative che attribuiscono agli appartenenti alla Polizia Penitenziaria la qualità di Agenti ed Ufficiali di Polizia Giudiziaria si rinvengono sia nel Codice di procedura penale (art. 57) che nella legge istitutiva del Corpo (art. 14 Legge 15 dicembre 1990, n. 395).

2007 ha consentito tuttavia di rendere nota l’esistenza della struttura e di regolarne in modo più dettagliato le funzioni e le modalità operative. Si deve aggiungere che una delle ragioni che hanno determinato l’istituzione del Nucleo è stata la condivisa esigenza di perfezionare l’attività di analisi sui fenomeni della

Il Nucleo svolge le proprie funzioni, sotto la direzione dell'Autorità Giudiziaria, su fatti di reato commessi in ambito penitenziario o, comunque, direttamente collegati ad esso, rappresentando così il servizio centrale della Polizia Penitenziaria interessato alle attività di investigazione della polizia giudiziaria, secondo quanto previsto dall'art. 55 del codice di procedura penale. Il Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria, nasce con il Decreto del Ministro della Giustizia del 14 giugno 2007, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 296 del 21 dicembre 2007. L’adozione del D.M. del 14 giugno

criminalità organizzata e del terrorismo (interno ed internazionale) e come questi “vivono” nell’ambiente penitenziario. Infatti, sotto tale aspetto l’attività di analisi si è rivelata particolarmente utile: • nel fornire impulso e prosecuzione di attività investigative svolte in dipendenza funzionale dall’Autorità Giudiziaria con la possibilità da parte dell’Amministrazione penitenziaria di mettere a disposizione dell’Autorità Giudiziaria una struttura investigativa qualificata per eventuali attività di indagine da compiere in ambito penitenziario; • per la raccolta di elementi sul piano

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più strettamente amministrativo in relazione ai profili gestionali dei detenuti ed al loro trattamento; • per la prevenzione in relazione ad eventuali delitti commessi in ambito penitenziario, con riflessi in ordine alla corretta applicazione del regime detentivo di cui al 41-bis Ordinamento penitenziario, e alla sicurezza interna degli istituti. L’attività di analisi è garantita esclusivamente sulla base di informazioni già legittimamente in possesso dell’Amministrazione penitenziaria, con il rispetto delle disposizioni in merito all’accesso ai dati sensibili. L'attività di indagine, di iniziativa o su delega dell'Autorità Giudiziaria, per fatti di reato commessi, in tutto o in parte, in ambito penitenziario o comunque direttamente connessi all'ambito penitenziario, è svolta dal Nucleo, quando si tratta: • di delitti di criminalità organizzata o di terrorismo interno o internazionale ovvero di eversione dell'ordine costituzionale; • di indagini per fatti che riguardano più istituti penitenziari o che comunque interessano ambiti territoriali eccedenti la provincia in cui e' situato l'istituto; • di indagini che, in ragione della particolare riservatezza o del coinvolgimento di personale operante presso un istituto, non possono essere svolte dalla Polizia penitenziaria in servizio nel medesimo istituto. L’attività di Polizia Giudiziaria, espletata in ambito penitenziario, continua a rivelarsi fonte inesauribile di informazioni e, in ragione di ciò, il Nucleo si trova sovente nella posizione di acquisire fondamentali elementi investigativi non alla portata delle altre forze di Polizia. Questa circostanza permette agli


IL NIC investigatori del servizio centrale di Polizia Giudiziaria di poter vagliare ipotesi d’indagine “originali” le quali, spesso, portano alla soluzione delle inchieste in tempi rapidi. Tale dinamicità, rapidità ed efficacia dell’azione, dimostra la validità dell’idea originaria nell’istituire, anche per il Corpo di Polizia penitenziaria, un servizio centrale di Polizia Giudiziaria. Infatti, quel servizio centrale, oltre a svolgere in via prioritaria attività di P.G. di iniziativa o su delega dell’Autorità Giudiziaria, espleta anche, come specificato in premessa, quel lavoro di analisi necessario a monitorare l’evolversi delle differenti fenomenologie criminali che trovano terreno favorevole al proprio sviluppo

in ambiente penitenziario. Le risultanze delle complesse attività delegate e di iniziativa, condotte dal Nucleo Investigativo Centrale, hanno dimostrato l’importante contributo fornito alle AA.GG. e l’ottima sinergia di indagine con le altre Forze di Polizia. In particolar modo, nell’ambito del contrasto e della lotta alla criminalità organizzata, del terrorismo e dell’eversione, il Servizio Centrale di Polizia Giudiziaria della Polizia Penitenziaria, ha acquisito quelle competenze investigative che gli consentono di poter rappresentare un osservatorio privilegiato delle dinamiche e dei fenomeni criminali che si sviluppano all’interno dei penitenziari della Repubblica.

L’organizzazione del Nucleo Investigativo Centrale è diretta al migliore esercizio delle competenze attribuite mediante la loro ripartizione per materie, come disciplinato dal D.M. del 21 dicembre 2007. L’attuale assetto organizzativo ha permesso al N.I.C. di fronteggiare il sostanziale incremento delle attività investigative delegate e di raggiungere un elevato livello di specializzazione. L’attuale organigramma del N.I.C prevede la seguente articolazione:

Le deleghe conferite al Nucleo Investigativo Centrale dalle varie AA.GG. superano le 200. Tuttavia per dare maggiori strumenti occorrerà prevedere l’inserimento del NIC nell’ambito degli organismi interforze che svolgono indagini sulla criminalità organizzata. In tal senso non è ulteriormente rinviabile la modifica dell’articolo 12 del Decreto legge n. 152 del 13 maggio 1991 (convertito nella legge n. 203/1991) rilevato che tra le principali competenze del N.I.C. si evidenziano quelle afferenti le indagini per delitti di criminalità organizzata connessi con l’ambito penitenziario, siano essi riferibili alle c.d. mafie sia relativi all’ambito dell’eversione dell’ordine costituzionale.

L’ORGANIZZAZIONE DEL NUCLEO INVESTIGATIVO CENTRALE

1ª UNITÀ OPERATIVA: ANALISI E MONITORAGGIO Cura la raccolta, l’analisi e l’elaborazione dei dati e delle informazioni sulle dinamiche dei fenomeni criminali, delle materie di cui al D.M. 14 giugno 2007, per pianificare e realizzare d’intesa con i responsabili delle altre unità operative adeguate strategie investigative e di prevenzione e contrasto. A tal fine garantisce il coordinamento ed il raccordo delle attività di analisi e monitoraggio, assicurando un efficace coordinamento dei dati per il successivo sviluppo degli stessi. 2ª UNITÀ OPERATIVA: CRIMINALITÀ ORGANIZZATA Assicura l’esecuzione deleghe di indagine emesse dalle AA.GG. in materia di criminalità organizzata, per fatti reato commessi, in tutto o in parte, in ambito carcerario o comunque direttamente connessi all’ambito penitenziario. Per la particolarità della materia assicura anche l’attività di monitoraggio i cui esiti, in ogni caso, confluiscono alla 1° Unità Operativa per l’analisi e lo sviluppo delle connessioni. 3ª UNITA OPERATIVA: TERRORISMO INTERNO ED EVERSIONE La III Unità Operativa, nell’assicurare lo studio del fenomeno, si occupa delle deleghe di indagini emesse dalle AA.GG. per fatti di terrorismo interno.

A tal proposito cura il costante collegamento con gli Istituti Penitenziari e le altre Forze di polizia, che sul territorio si occupano della medesima materia, tenendo informata l’Autorità Giudiziaria interessata e, su indicazione della stessa, la Direzione Generale dei detenuti e trattamento. Assicura, altresì, l’attività di monitoraggio i cui esiti, sono condivisi in sede di Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo, qualora emergano aspetti pregiudizievoli per l’ordine e la sicurezza sia pubblica che interna agli II.PP. In ogni caso i dati del monitoraggio sono fatti confluire anche alla 1° Unità Operativa per l’analisi e lo sviluppo delle connessioni. Polizia Penitenziaria n.239 • maggio 2016 • 9

Nella foto: il Direttore del NIC Augusto Zaccariello

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SPECIALE 4ª UNITA’ OPERATIVA: TERRORISMO INTERNAZIONALE Questa Unità Operativa oltre ad occuparsi delle deleghe di indagini emesse dalle AA.GG. per fatti di terrorismo internazionale si occupa del monitoraggio e del fenomeno della radicalizzazione e dell’indottrinamento ideologico al fondamentalismo in carcere. L’alto profilo dello studio

sulla fenomenologia terroristica, condotto dal Nucleo Investigativo Centrale, ha accreditato ulteriormente l’Amministrazione Penitenziaria con le altre Autorità che concorrono nella lotta al terrorismo internazionale. I risultati di tale attività sono condivisi sia con il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo che con la Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e la competente Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento. 5ª UNITÀ OPERATIVA: REATI ORDINARI II.PP. Si occupa delle deleghe di indagini delle AA.GG. per fatti che riguardano più Istituti Penitenziari o che, comunque, interessano ambiti territoriali eccedenti la provincia in cui è situato l’Istituto ed indagini che, in ragione della particolare gravità, riservatezza o del coinvolgimento di personale operante presso un Istituto, non possono essere svolte dalla personale del Reparto di Polizia penitenziaria del medesimo Istituto.

Gli aspetti investigativi più gravosi riguardano il terrorismo e la criminalità organizzata.

Nelle foto: agenti del NIC in attività di servizio

TERRORISMO INTERNAZIONALE A seguito della recrudescenza della minaccia terroristica, acuita dalle stragi perpetrate nei vari paesi del mondo, il Nucleo Investigativo Centrale grazie alla notevole esperienza acquisita nelle attività di monitoraggio della fenomenologia terroristica ha avviato una serie di misure di controllo, nonché mirate iniziative, tese ad analizzare il fenomeno della radicalizzazione e del proselitismo in carcere. Attualmente su 51.457 detenuti, 16.256 sono stranieri e di questi circa 11.485 provengono dai Paesi musulmani. Lo studio condotto dal Nucleo Investigativo Centrale è condiviso sia con il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (C.A.S.A.) che con la Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. TERRORISMO INTERNO L’analisi condotta è imperniata principalmente al “monitoraggio” delle molteplici manifestazioni e presidi, posti in essere da realtà c.d. “antagoniste”, di diversa matrice ideologica, che hanno riguardato gli Istituti penitenziari e/o le aule di Giustizia. Gli esiti dei profili di analisi sono condivisi con il Comitato di

Analisi Strategica Antiterrorismo (C.A.S.A.) e che con la Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. Per entrambi le materie diverse sono le deleghe di indagini condotte dal NIC con proficui risultati.

CRIMINALITÀ ORGANIZZATA Italiana Il N.I.C. ha competenza su tutte le attività investigative, delegate delle Autorità Giudiziarie, afferenti le diverse consorterie di criminalità organizzata e, pertanto, Mafia siciliana, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita. Il lavoro d’indagine è stato considerato utile a rafforzare ed a confermare

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alcune delle ipotesi investigative formulate in origine confluendo, quindi, in molteplici provvedimenti restrittivi emessi dalle AA.GG. procedenti. Le risultanze investigative concluse hanno costituito il necessario presupposto per avviare nuove ed autonome indagini che hanno portato a compiere importanti operazioni di rilevanza nazionale sul territorio. Diverse le catture di latitanti e numerosi gli arresti. Straniera Oltre a quanto precede, poiché l'esperienza concreta ha insegnato che i fenomeni criminali associazionistici non possono più essere rinchiusi meramente all’interno dei confini nazionali, il Nucleo Investigativo Centrale, nell’ambito della propria mission istituzionale, ha iniziato a svolgere anche attività di osservazione di fenomenologie di criminalità organizzata transnazionali radicatesi, negli anni, in Italia. Si è rilevato che la ragione di ciò è da ravvisarsi nella sempre più stretta penetrazione delle consorterie criminali in territori extranazionali e, pertanto, nella necessità operativa di collaborazione tra “mafie” locali e “mafie” c.d. immigrate e/o di importazione. L’ingresso di compagini associative criminali straniere sul territorio nazionale costituisce, specialmente in relazione alle sinergie collaborative che così vengono a


IL NIC crearsi, un importante tema di analisi ed osservazione per le conseguenze dannose che, un approccio non attento né sistematico, potrebbero prefigurare. L’analisi delle interrelazioni, in ambito penitenziario, tra criminalità organizzata italiana e

straniera costituisce fonte di notizie insostituibile, da condividersi con le AA.GG. e le altre forze di Polizia che operano sul territorio. In particolare, i gruppi maggiormente operanti in Italia, possono riassumersi in mafie: • albanese

ATTIVITÀ SVOLTE DAL N.I.C. NEL 2015 20 gennaio 2015 Arresti nell’ambito del procedimento penale incardinato presso la Procura della Repubblica DDA Roma; 22 gennaio 2015 Arresto di un ricercato; 28 gennaio 2015 Arresto di un ricercato; 30 gennaio 2015 Arresto di un ricercato; 16 febbraio 2015 Arresto di un ricercato; 17 febbraio 2015 Arresto di un ricercato; 26 febbraio 2015 Arresto di un ricercato 27 febbraio 2015 Arresto di due ricercati; 2 marzo 2015 Arresto di un ricercato; 3 marzo 2015 Arresto di due evase; 11 marzo 2015 Arresto di un ricercato; 11 marzo 2015 Arresto di un ricercato; 11 marzo 2015 Arresto di un ricercato 12 marzo 2015 Arresto di un ricercato; 12 marzo 2015 Arresto di un ricercato 19 marzo 2015 Arresto di un ricercato 21 marzo 2015 Perquisizioni e sequestri per procedimento penale della Procura della Repubblica DDA Napoli; 24 marzo 2015 Arresti eseguiti nell’ambito del procedimento penale incardinato presso la

Procura della Repubblica di Velletri; 27 marzo 2015 Arresto nell’ambito del procedimento penale incardinato presso la Procura della Repubblica DDA Napoli; 5 maggio 2015 Arresto di un pericolosissimo latitante nell’ambito del procedimento penale incardinato presso la Procura della Repubblica DDA Reggio Calabria; 21 maggio 2015 Arresto di un ricercato; 27 maggio 2015 Cattura e arresto di evaso; 16 giugno 2015 Cattura ed arresto di un ricercato; 3 luglio 2015 Operazione “Berretto”; 4 agosto 2015 Operazione “Circe”; 2 agosto 2015 Operazione “Lucina 1”; 28 agosto 2015 Operazione “Lucina 2”; 31 agosto 2015 Operazione “il chimico”; 15 settembre 2015 Arresti Criminalità Organizzata 1 ottobre Arresti Criminalità Organizzata; 29 ottobre 2015 Cattura ed arresto di un ricercato; 27 novembre 2015 Cattura ed arresto di un ricercato.

• rumena • bulgara • nord africana (nigeriana maghrebina) • sud americana (colombiana) • russa • cinese.

Le 5 operazioni più importanti: 20 gennaio 2015 Esecuzione misure cautelari nei confronti di componenti della 'ndrina dei Pizzata, clan della Capitale, collegato a cosche calabresi della 'ndrangheta, insieme alla Squadra Mobile di Roma, nell’ambito del procedimento penale della Procura - DDA di Roma;

Settembre 2015 Nelle Provincie di, Caserta, Napoli, Perugia e Salerno, il NIC della Polizia Penitenziaria a seguito complesse attività di indagine ha eseguito diverse ordinanze di custodia cautelare, nei confronti di più di 40 persone, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, del Clan dei Casalesi, e, in particolare, all’agguerrita fazione facente capo alla famiglia Russo.

24 marzo 2015 Arresti a seguito di misura cautelare, perché ritenuti responsabili dei reati di usura ed estorsione con ordini impartiti dal carcere di Velletri, nell’ambito del procedimento penale incardinato presso la Procura della Repubblica di Velletri;

1 ottobre 2015 Il Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria, a seguito di una articolata e complessa attività di investigazione ha dato esecuzione a varie ordinanze di custodia cautelare del Tribunale di Napoli, emessa nei confronti di quattro persone, ritenute gravemente indiziate, a vario titolo, dei reati di associazione mafiosa – clan dei Casalesi – gruppo Zagaria, di concorso esterno in associazione mafiosa, di favoreggiamento personale, di intestazione fittizia di beni e di ricettazione, tutti aggravati dalle finalità mafiose. F

5 maggio 2015 Arresto di un pericolosissimo latitante nell’ambito del procedimento penale incardinato presso la Procura della Repubblica DDA Reggio Calabria;

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L’OSSERVATORIO POLITICO

Giovanni Battista Durante Redazione Politica Segretario Generale Aggiunto del Sappe durante@sappe.it

Gli incarichi dirigenziali si dovrebbero avvicendare periodicamente. Al Dap questa regola non vale

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l grado di efficienza e l’autorevolezza di un Paese, di un’amministrazione o di un’azienda si misurano evidentemente

Nella foto: la sostituzione di un calciatore

dalla capacità dei propri dirigenti; dalla loro professionalità, dalla loro competenza, dalla capacità che hanno di rendere il Paese, l’amministrazione o l’azienda che guidano, efficiente, organizzata e capace di rispondere alle esigenze delle persone, del mercato e dei propri dipendenti. Quando una squadra di calcio non gioca bene, e non riesce a fare risultato, i dirigenti cambiano l’allenatore. Quando un leader perde autorevolezza viene sostituito. Quando un’azienda non fa più profitto e va in perdita, per evitare il fallimento, si cambiano i dirigenti. A questa buona regola fa eccezione l’amministrazione penitenziaria, dove a pagare sono sempre e solo i più deboli, quelli che costituiscono i gradini più bassi della scala gerarchica, qualche volta quelli intermedi, ma mai, o quasi mai, i dirigenti. Ci sono dirigenti che da oltre dieci anni, alcuni anche da più di venti, stanno sempre nello stesso posto, sia nelle sedi periferiche, sia al

Dipartimento, dove, oltretutto, alcuni di essi credono e riescono a far credere di essere gli unici detentori della conoscenza, gli unici depositari del sapere. Si creano troppo spesso dei veri e propri centri di potere che nessuno riesce a scalfire: è noto, infatti, che passano i politici, passano i manager, ma i vecchi burocrati restando sempre al proprio posto, diventano i veri detentori del potere di un’amministrazione, perché sono quelli che conoscono tutto di tutti, quelli ai quali ogni nuovo capo che arriva deve andare a chiedere consigli e notizie. Sono i moderni consiglieri del “Principe” di turno, il quale, sempre più indaffarato a gestire il potere personale, lascia che questi facciano il bello e il cattivo tempo, coltivino i propri interessi piuttosto che quelli generali, tutelando alcune categorie a scapito di altre. Eppure le regole ci sono, ma nell’amministrazione penitenziaria non si applicano. Le altre amministrazioni, simili alle nostre, ovvero le altre Forze i polizia, ogni tre/quattro anni cambiano i vertici delle varie strutture, siano esse periferiche o centrali, da noi no: ogni ufficio diventa personale, ogni poltrona sembra inchiodata al fondoschiena del dirigente di turno, tanto in periferia quanto al Dipartimento. Ogni capo Dipartimento o dirigente generale che arriva dichiara di voler fare la mobilità dei dirigenti; adesso sono stati anche individuati i posti di funzione e, in base alla tabella allegata al DM di riorganizzazione, al Dipartimento ci sono circa venti dirigenti in esubero, ma tutti continuano a rimanere al proprio posto, mentre nelle sedi periferiche ci sono dirigenti che continuano a

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dirigere due e anche tre carceri. Tutto cambia perché nulla cambi. Ogni dirigente è un centro di potere, spesso autoreferenziale, al punto da decidere anche se e come applicare gli accordi, se applicarli in maniera ragionevole oppure arbitraria, a seconda degli interessi coinvolti. E’ evidente che maggiori sono gli interessi coinvolti, maggiori sono i danni che tali dirigenti possono fare. Eppure sarebbe quantomeno ragionevole, se non opportuno, cambiare incarico periodicamente ai dirigenti, ma evidentemente nell’amministrazione penitenziaria tali regole di buon senso e di opportunità non vengono applicate, considerato che, come dicevamo poc’anzi, ci sono alcuni dirigenti che da oltre dieci anni, forse anche di più, occupano sempre gli stessi uffici. Si tratta, tra le altre cose, di dirigenti che, a nostro avviso, negli anni non hanno mostrato nessuna autorevolezza, capacità di gestione e organizzativa, tale da giustificare la loro permanenza in quegli incarichi. Purtroppo, chi avrebbe dovuto valutarli, i “Principi” di turno, ha preferito turarsi il naso e continuare a tenersi dirigenti poco capaci e poco efficienti, ma in grado di garantire loro quella continuità necessaria e funzionale alla gestione del potere, senza essere troppo distratti dall’azione amministrativa quotidiana che richiede impegno e dedizione, oltre che competenza. Il risultato è evidente: lo sfascio di un’amministrazione dello Stato che svolge un ruolo e una funzione delicatissimi. Molti istituti penitenziari sono allo sbando, senza una guida autorevole e capace di garantire la quotidiana applicazione delle regole. Dirigenti che agiscono in barba ad


GIUSTIZIA MINORILE ogni accordo e ad ogni regola di buon senso. Prendiamo ad esempio la recente rivolta avvenuta nel carcere di Piacenza, ad opera di alcuni detenuti tunisini. I sindacati, dopo aver attentamente verificato la notizia, hanno denunciato l’accaduto, evidenziando che qualche detenuto avrebbe inneggiato all’ISIS e ad Allah; la direzione, nonostante la relazione di un appartenente al Corpo di Polizia Penitenziaria che attesta di aver sentito tali frasi, invece di limitarsi a segnalare il tutto alle autorità competenti, ha fatto una smentita pubblica attraverso l’ANSA, nella quale ha affermato che quanto denunciato dai sindacati non corrispondeva al vero. Ma una relazione di un pubblico ufficiale, seppur in presenza di altre che dicono il contrario, non è assistita da presunzione di verità, fino a querela di falso? A Verona, dopo aver rinvenuto decine di cellulari nel carcere, un detenuto riesce addirittura a farsi un selfie, insieme ad altri compagni di detenzione. Noi del Sappe scriviamo decine di lettere di denuncia sui problemi esistenti nei vari istituti e l’ufficio relazioni sindacali, spesso, ci risponde con due righe dicendo che va tutto bene. Qualche dirigente del Dipartimento ha scritto il progetto di riallineamento dei funzionari del Corpo, e lo ha fatto firmare al Capo del Dipartimento, prevedendo la retrodatazione economica di alcuni commissari, senza che vi fosse, per tutti, la relativa copertura economica. E’ già la seconda volta che in un concorso pubblico della Polizia Penitenziaria vengono scoperte persone con i quiz già fatti, ovvero con marchingegni vari, ma i concorsi continuano ad essere gestiti sempre allo stesso modo. Sono solo alcuni dei tantissimi esempi, ma il problema di fondo è che quei dirigenti continuano a restare al proprio posto, da troppi anni, e con un fardello di inefficienze sulle spalle. F

Il Presidente Renzi visita l’IPM di Nisida

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l 6 aprile 2016,il Presidente del Consiglio accompagnato dal Ministro della Giustizia Andrea Orlando, si è recato all’Istituto Penale Minorile di Nisida (NA). Per il premier un picchetto d'onore organizzato dalla Polizia Penitenziaria. Renzi ha incontrato il personale del Ministero della Giustizia, rispondendo alle sue domande. Successivamente è entrato nella struttura penale per visitare i locali che negli ultimi anni sono stati ristrutturati con molto impegno e con la presenza costante della Polizia Penitenziaria. Il messaggio su Facebook. «Ho deciso di iniziare la mia visita a Napoli da Nisida, il carcere minorile di questa meravigliosa città. Un luogo magnifico, paesaggisticamente meraviglioso. Ma anche un luogo di dolore ovviamente». Lo scrive il premier Matteo Renzi su Facebook, dopo la visita all'istituto minorile. «Le storie di questi ragazzi sono storie tragiche per le vittime di quei reati. Ma anche per il degrado che ha segnato quasi sempre le loro esistenze. Io credo che un Paese civile sia quello che prova a dare a questi minorenni una seconda possibilità. Formandoli, educandoli, strappandoli alla criminalità. Perché questo prevede la Costituzione. Perché questo è ciò che rende la giustizia una cosa seria, diversa dal giustizialismo che va tanto di moda», conclude il premier. Il Ministro: «Nisida è occasione di riscatto. Vogliamo costruire opportunità per chi nella vita ne ha avute poche». Lo scrive su Twitter il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, dopo aver visitato il carcere minorile sull'isola napoletana con il premier Matteo Renzi.

Ciro Borrelli Dirigente Sappe Scuole e Formazione Minori borrelli@sappe.it

I giovani detenuti hanno regalato al premier e al ministro un libro dal titolo «Le parole felici, esercizi di immaginazione a Nisida».

E poi, hanno ringraziato il premier e il Guardasigilli per avere alzato l'età del carcere minorile a 25 anni e, scherzando, un giovane ha chiesto di aumentarla ancora fino ai 30 anni. Proprio da Nisida il Guardasigilli il 24 maggio del 2014 aveva annunciato che l'età di permanenza negli istituti minorili sarebbe stata alzata da 21 a 25 anni per chi viene arrestato prima dei 18. Nel corso della visita, durata circa un'ora, sono stati mostrati al premier i laboratori di ceramica e il presepe, e poi quelli di pizza e pasticceria. F

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Nelle foto: la visita del Presidente del Consiglio Matteo Renzi all’IPM di Nisida


Roberto Thomas Docente al Master di criminologia e scienze forensi presso l’Università di Roma La Sapienza Già Magistrato minorile rivista@sappe.it

CRIMINOLOGIA

Profilo criminologico del minorenne ladro I

Nella foto: bambini che si contendono un gioco

l delitto di furto è quello statisticamente prevalente fra i reati commessi dai minori, come emerge dal 2° Rapporto sulla devianza minorile, redatto dal Ministero della Giustizia, pubblicato nel 2013 dall'editore Cangemi, pagg. 549-551, attestandosi ad un quarto della cifra globale dei reati .

sostanzialmente riconosce trattarsi di un impossessamento di una proprietà comune a cui il figlio “ ladro” di fatto partecipa come membro convivente nella famiglia) e quelli scolastici che si verificano , approfittando di situazioni occasionali di disattenzione dei legittimi proprietari, di cartelle, libri, penne, tablet e telefonini, che li hanno

Nell'infante l'apprensione senza permesso di un oggetto rientra in una certa tipologia di comportamento istintivo naturale. Si veda l'esempio, assai frequente, del piccolo che, giocando con altri bambini in un parco, s'impossessa del giochino del coetaneo appena conosciuto, e ci vuole la santa pazienza della madre e una buona dose di strilli, per strapparglielo di mano al fine di restituirlo al legittimo proprietario. Con l'educazione familiare al rispetto dell'altrui propriet��, ovviamente, tale “furto naturale” dovrebbe scomparire, anche se devono ravvisarsi, di frequente, i cosiddetti furti domestici (non punibili come reati ai sensi dell'art. 649 cod. pen., in quanto la stessa legge penale

“abbandonati” in classe, negli intervalli, ovvero in palestra, durante la lezione di educazione fisica, oppure quello perpetrato in danno di oggetti di proprietà della scuola durante le occupazioni studentesche (vissuta, in questo ultimo caso, più che come una illecita appropriazione come una legittima espropriazione, soprattutto dagli studenti più “ideologicizzati”) . In tali casi è “l'occasione che fa l'uomo ladro” come recita un vecchio proverbio, e così, anche adolescenti di buona famiglia possono cadere nella trappola del facile impossessamento, quasi a voler violare il tabù dell'onestà che è stato loro inculcato, scambiandolo con il gusto del brivido nell'assaporare il senso del proibito. Che dire poi dell'attrazione fatale che destano i grandi magazzini dei

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supermercati e dei centri commerciali: si calcola che circa il 5% del valore dell'intera merce esposta sui banconi di vendita venga annualmente sottratta, nonostante i controlli con telecamere, allarmi alle uscite e personale ispettivo. Certo non tutta tale merce sarà stata rubata dai minorenni, ma sicuramente una fetta importante, sia pur di difficile quantificazione per la presenza di un poderoso “numero oscuro” dei furti (e cioè dell'insieme di quelli che non vengono denunciati, normalmente per la mancanza dell'identificazione del suo autore, e che non compaiono pertanto nelle statistiche giudiziarie) , può essere loro assegnata, soprattutto quelli di piccolo valore, in genere motivati dal voler fare una bravata, dal desiderare di provare l'ebbrezza di violare, almeno per una volta, ciò che dovrebbe essere interdetto dalla loro sana educazione . A seguire, per numero, vi sono i furti dei ciclomotori e, più distanziati per quantità, quelli di autovetture commessi dagli adolescenti. In tutti questi casi la motivazione prevalente e profonda del compimento di questi reati contro il patrimonio è di natura squisitamente psicologica. Ciò che li induce a guidare un motorino o un'auto posteggiati per fare un “giretto” e poi abbandonarli in strada, soprattutto qualora vengano commessi da ragazzi che abbiano già un proprio motorino, nasce sovente per il già ricordato gusto della curiosità morbosa di poter assaporare per qualche momento il frutto proibito dell'illecito, che ha il sopravvento su di loro, vincendo tutti i paletti di educazione alla legalità a cui gli


CRIMINOLOGIA adolescenti sono stati edotti in famiglia. Questa teoria psicologica – che smentisce ampiamente la teoria tradizionale e più antica che riconnetteva la genesi del furto alle condizioni miserevoli del ladro - deve connettersi con quella sociologica, prospettata dal sociologo statunitense Robert King Merton, che nel 1949 scrisse : “Teoria e struttura sociale”, trad. it., Il Mulino, Bologna, 1966, in cui considerava il grave squilibrio del sistema sociale dovuto alla mancanza concreta di disponibilità per tutti i cittadini dei mezzi concreti per raggiungere equamente i fini socialmente approvati (il cosiddetto “sogno americano”). Da tale conflitto nasceva la marginalità di fasce della popolazione (minoranze etniche non integrate, poveri , nomadi, alcolisti, drogati ) che si indirizzavano alla devianza - termine da lui usato per primo e preso in prestito dall'omonimo concetto statistico che indica lo scostamento rispetto alla media di un insieme statistico - al fine di compensare le loro carenze di tali mezzi. La diversità fra i fini di successo sociale pubblicizzati sempre più da una società opulenta di consumismo e i concreti e limitati mezzi leciti per raggiungerli, non disponibili per tutti i suoi appartenenti induceva questi ultimi a tentare di raggiungerli con modalità illecite, tra cui prevalente era quella della commissione di uno o più furti a carattere economico-utilitario. “Pertanto, il delitto per cupidigia si sostituisce al delitto per bisogno ed a questo fenomeno partecipano in maggiore misura i più giovani essendo l'avidità l'espressione di un Super Io poco strutturato o strutturato in chiave egocentrica.” , come giustamente nota Francesco Introna nel suo libro “Lineamenti di criminologia minorile”, Cedam , 1979, pag. 112. La categoria dei furti (denominati assai variamente in base alle loro cause e finalità come furto edonistico, furto necessitato, furto simbolico, furto per reazione, furto per compensazione ecc.) si può

sintetizzare nei due tipi principali di furto utilitario e di quello psicogeno. Il primo - che è quello che statisticamente si verifica prevalentemente - si riporta al contenuto del reato di cui all'art. 624 cod. pen., secondo cui : “Chiunque s'impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 154 a 516 euro.” In tale configurazione si distingue una modalità di comportamento oggettiva (e cioè l'impossessamento-sottrazione della cosa mobile altrui), ed un elemento soggettivo di dolo specifico (cioè una “cattiva” volontà consapevole dell'impossessamento, specificatamente finalizzata ad ottenere un vantaggio o un'utilità di natura economica, per proprio conto o per altri, dalla sottrazione dell'oggetto mobile di proprietà o possesso altrui). Il furto psicogeno - talora collegato ad una forma di disturbo feticistico al fine di collezionare degli oggetti considerati come dei feticci eccitanti, che il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5), redatto dall'associazione degli psichiatri americani (APA) nel 2013, inserisce fra i disturbi psichiatrici parafiliaci – non viene, invece, commesso per una volontà cattiva di nuocere al suo proprietario , privandolo del possesso della cosa rubata, bensì per una serie di possibili motivi che fanno capo a cause endogene alla personalità. L'oggetto sottratto, invero, non viene utilizzato per ciò che rappresenta nella realtà, ma spesso solo per il suo valore simbolico che possiede nei confronti di colui che lo ha rubato. Così potrà avvenire che il minore lo commetta nell’ipotesi della cleptomania, e cioè quello irrefrenabile impulso psicologico alla sottrazione di beni altrui , non per un interesse o un lucro personale, ma un atto fine a sé stesso, e pertanto immotivato e apparentemente inspiegabile, se non con una dinamica nevrotica-ossessiva. Esso è collegabile più raramente ad una sindrome di natura psichiatrica

(in quanto l'indizio di una psicosi che lo possa aver cagionato è difficilmente accertabile), mentre più spesso si connette ad una grave immaturità affettiva (caratterizzata prevalentemente, a seconda dei casi, da sentimento d'inferiorità, inconsapevolezza della gravità del comportamento realizzato, desiderio di imitazione, volontà di potenza, sentimento di colpa che induce all'aspirazione inconscia di una punizione ecc.) che lo rende, di solito, non punibile per mancanza d'imputabilità ai sensi dell'art. 98 del codice penale. Ricordo, ad esempio, che come pubblico ministero minorile trattai, una decina di anni fa, il caso di un quindicenne di famiglia colta e agiata, timido e ben educato, studente liceale

di buon profitto, con la disponibilità esclusiva di un bel ciclomotore nuovo, donatogli dai genitori. Questo ragazzo rubava anche dieci motorini al giorno, alcuni addirittura della stesso tipo e marca di quello in suo possesso, nell’arco di poco più di due ore nel pomeriggio, dopo aver fatto diligentemente i compiti scolastici, facendoci un giro di poche centinaia di metri, per poi abbandonarli immediatamente sulla strada . Quando, durante un interrogatorio , gli domandai perché facesse tali deprecabili azioni a ripetizione, dopo aver riflettuto qualche istante, mi rispose che in tal maniera si sentiva completamente libero . Pertanto chiesi al giudice per le indagini preliminari del tribunale per i

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Nella foto: furto di un motorino

Á


CRIMINOLOGIA minorenni di Roma una sentenza di non doversi procedere per palese incapacità d’intendere e di volere, dovuta a grave immaturità, ex art. 98 cod. pen., motivando ampiamente sulla sua forma di cleptomania, e, contemporaneamente, vista la sua pericolosità sociale, proposi anche la misura di sicurezza dell’inserimento

Nella foto sopra: conseguimento di un diploma

Nella foto a destra: la copertina del libro di Claudia Cesari

in una casa famiglia a carattere terapeutico. Entrambe le proposte vennero accolte. Venni a conoscenza, successivamente, tramite i suoi genitori, che avevano mantenuto dei contatti personali con il mio ufficio, che quel ragazzo, dopo aver iniziato una psicoterapia individuale, nell’ambito della casa famiglia, continuando a frequentare con profitto il liceo, era riuscito a vincere la sua cleptomania. Anni dopo, uscendo dal mio ufficio, in via dei Bresciani a Roma, mi sono sentito chiamare da un giovane che mi sembrava di aver già conosciuto. Era l’ex minore di cui sopra che mi voleva ringraziare per quanto fatto per lui, evitandogli la prigione, e comunicarmi di essersi laureato in giurisprudenza a pieni voti. Aggiungeva, timidamente, di volermi invitare a partecipare al suo matrimonio, e... soprattutto... di non aver più rubato neanche un... ciclomotore !!!! Un capitolo a parte occorrerebbe dedicare al minore ladro professionale, privo di qualsiasi tipo di cleptomania, spesso associatosi in piccole gang dedicate alla

Claudia Cesari commissioni reiterata di furti, già studiata da E. H. Sutherland in “The professional thief “, The University of Chicago Press, 1937, in cui il predetto intervistò un vero ladro di professione al fine di approfondire le motivazioni e le conseguenti aggregazioni finalizzate a tale illecito scopo. In essi, a mio parere, soprattutto quando sono riuniti in bande criminali (in gergo giuridico si chiamano associazioni per delinquere e sono previste nell'art. 416 del codice penale, che prevede una pena della reclusione da uno a cinque anni per la semplice partecipazione ), prevale il disagio sociale sul disturbo psicologico della sua personalità che anche sicuramente esiste in rapporto alla sua immaturità-fluidità dovuta alla sua età evolutiva , sia pur in maniera quantitativamente inferiore rispetto a quello sociale) nella commissione di questi furti “di gruppo”. Invero il rapporto di sudditanza con il capo branco si confonde con il sentirsi “importante e gratificato” dagli altri partecipanti alla gang per tali azioni, in quanto l'adesione alle “regole” del gruppo compensa la sua insicurezza e mancanza di autostima. Per i minori il fenomeno in oggetto, attualmente di maggior allarme sociale, è prevalentemente realizzato mediante i furti con destrezza (con la tecnica dei cartoni – propria dei gruppi di piccoli nomadi- che si realizza circondando la vittima in gruppo e distraendola con richieste di elemosine scritte su cartoni o giornali da parte dei più piccoli , mentre uno del gruppo lestamente s'impossessa del portafogli del turista distratto) e in appartamento commessi dai minori nomadi, sempre in gruppo, ai quali vengono commissionati generalmente dai loro padri (alle volte veri padroni per aver acquistato, quando non rapito, dei neonati per utilizzarli come manovalanza di siffatti reati ). Per l'approfondimento di tale specifica problematica si rinvia all'articolo da me già scritto su questa Rivista n.231, del settembre 2015, pagg.10 ss., intitolato “Minori nomadi: scolarizzazione e cittadinanza contro la deriva criminale”. F

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IL MINORENNE FONTE DI PROVA NEL PROCESSO PENALE GIUFFRÈ Edizioni pagg. 331 - euro 35,00

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econda edizione per un volume che si conferma pietra miliare della procedura penale riferita alla giustizia minorile. Affronta, infatti, aspetti fondamentali, ma spesso trascurati, nell’esecuzione penale. Nell'attuale epoca storica, nelle società occidentali complesse e sempre più eterogenee, caratterizzate da movimenti di popolazioni di diversa etnia, cultura, lingua, religione, da rapidi cambiamenti culturali e sociali, sempre più spesso e in modo diffuso, si verificano, emergono, o si moltiplicano, comportamenti conflittuali diffusi, che sono l'espressione di un disagio individuale e collettivo, di incapacità nel gestire gli stati emotivi, i cambiamenti, i conflitti. Anche quando questi comportamenti diventano oggetto di tutela giuridica, o su richiesta delle parti, o perché assumono la configurazione di un reato, di fatto, il problema oggetto della controversia, o che ha determinato il comportamento deviante, rimane irrisolto. Lo strumento giuridico palesa tutta la sua fragilità e insufficienza nel risolvere queste situazioni conflittuali. La sentenza del giudice, quand'anche riconosce i diritti della vittima, identifica l'autore del reato, non si pone l'obiettivo di ricomporre il conflitto tra le parti. Il libro assolve ad un compito fondamentale, quindi, centrando e sviluppando la figura del minore quale fonte di prova nel processo penale. F


DIRITTO E DIRITTI

Il secondo livello di accoglienza dei detenuti

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erita attenzione il modello del secondo livello di accoglienza dei detenuti introdotto per la prima volta presso la Casa Circondariale di Regina Coeli. La finalità del secondo livello di accoglienza è quella di predisporre un modello organizzativo che consenta di attenuare gli effetti traumatici della privazione della libertà e di predisporre gli interventi di tutela dell’incolumità fisica che si rendono necessari sia nel momento dell’ingresso, sia nel corso della reclusione a soggetti che manifestano una condizione di fragilità che richiede una particolare attenzione. Nello specifico, sono previsti due livelli di attenzione per i detenuti, anche se non nuovi giunti, che manifestano segnali di fragilità. Il primo livello detto grande sorveglianza, può essere disposto solo dallo psicologo, dal medico, dallo psichiatra e dal Direttore o, in sua assenza, dal coordinatore della sorveglianza generale. La grande sorveglianza implica un controllo ogni trenta minuti, colloqui psicologici, visite psichiatriche e generalmente il ristretto non viene spostato dalla camera detentiva dove si trova. Tuttavia, per evidenti problematiche può essere disposta, anche dallo psicologo nuovi giunti così come dagli psichiatri, la grande sorveglianza con controllo ogni quindici minuti, che prevede un’intensificazione del controllo del detenuto senza cambiamenti logistici, a volte destabilizzanti. Il secondo livello di accoglienza si attiva invece su proposta del personale sanitario – medico – psichiatra, psicologo servizio nuovi giunti.

Le sorveglianze a vista per motivi di carattere sanitario possono essere proposte dal personale sanitario, medico e/o psichiatra, mai dallo psicologo del servizio nuovi giunti. Il secondo livello d’attenzione viene generalmente attivato presso apposito ambiente, ovvero la sezione di accoglienza II livello, e comprende la grandissima sorveglianza con controllo ogni quindici minuti e la sorveglianza a vista. Tutti i regimi sono monitorati costantemente da tutti gli operatori dello staff multidisciplinare, in particolare modo dagli specialisti in psichiatria. Solo attraverso lo staff si è in grado di favorire lo scambio di dati ed informazioni per arrivare ad una decisione congiunta sull’ubicazione del detenuto, che solo per breve tempo può essere trattenuto nella sezione per fragilità. Discorso a parte deve essere fatto per le c.d. situazioni di “rischio” che comportano l’ubicazione in camere dette di proposito a rischio. Nell’apposita sezione organizzata per le fragilità, le camere a rischio sono arredate con suppellettili muniti di particolari accorgimenti atti a prevenire gesti autolesivi ma comportano sostanzialmente uno stato d’isolamento del soggetto, diversamente dalle sorveglianze a vista che, se non accompagnate da provvedimenti di camere a rischio, vengono eseguite in camera con detenuti non a vista. Riguardo tali camere – c.d. a rischio – è opportuno riportare quanto indicato nelle linee di bioetica di prevenzione al suicidio: “il detenuto con rischio suicidario dovrebbe essere alloggiato in celle condivise...” tuttavia, tale condivisione non costituisce la sorveglianza a vista.

Quindi, il personale sanitario è tenuto a ponderare con il massimo scrupolo la situazione anche verificando con la direzione se vi sono altre possibilità ubicative; la comunicazione ovviamente deve avvenire nel rispetto delle competenze di tutti gli operatori coinvolti che devono tener presente un unico fine – la salute del ristretto globalmente intesa. L’ubicazione in camere a rischio deve in via di massima essere disposta solo per etero-aggressività e facile tendenza del soggetto all’acting-out. Inoltre, le linee guida allegate al D.P.C.M. (entrato in vigore il 14 giugno 2008) stabiliscono che nell’ambito della salute mentale, sia favorita e implementata la cooperazione tra area sanitaria e area trattamentale, in modo che gli obiettivi trattamentali propri dell’amministrazione penitenziaria si possano coniugare con quelli della tutela e della promozione della salute della persona a tutela della sicurezza sociale. Tale prassi deve essere attuata già al primo ingresso del detenuto, tramite il servizio nuovi giunti e perseguita in tutto il periodo di permanenza nell’istituto. F

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Giovanni Passaro Vice Segretario Regionale Lazio passaro@sappe.it

Nella foto: ingresso in carcere


MONDO PENITENZIARIO

Anna Angeletti Direttore Aggiunto c/o Casa Circondariale Regina Coeli Roma rivista@sappe.it

Case Circondariali e di Reclusione

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ome noto agli esperti del sistema penitenziario gli Istituti penitenziari si dividono in due grandi categorie: Case Circondariali e Case di Reclusione. (vedi art.59 L 354/1975). Le Case Circondariale sono destinate alla gestione di soggetti privati della libertà il cui trattamento deve essere improntato al principio della non colpevolezza, solennemente sancito dalla Costituzione e ribadito dalla legge 354/1975. Ogni discorso sulla finalità rieducativa della pena e sul trattamento volto alla rieducazione intesa come reinserimento non ha ragione di esistere per i detenuti ristretti nelle Case Circondariali. Non si può infatti pensare di formulare un programma di trattamento volto ad incidere sugli elementi sociali familiari ambientali ecc che hanno indotto un soggetto a commettere atti devianti se non si è certi della sua condotta antigiuridica, ossia solo dopo sentenza di condanna passata in giudicato. Nelle Case di Reclusione il trattamento rieducativo è invece la priorità della detenzione. Se le pene devono tendere alla rieducazione il lavoro di tutti gli operatori penitenziari dovrebbe essere finalizzato al reinserimento del soggetto ossia alla restituzione alla società di un uomo che attraverso un percorso detentivo, essendo riuscito a comprendere il disvalore dei suoi atti devianti, è in grado d’inserirsi nel ciclo produttivo conformandosi ai valori dei consociati. Nell’ambito di una società produttiva la finalità rieducativa della pena adempie quindi all’importante opera di riduzione del danno sociale prodotto dalla devianza. E’ chiaro che il lavoro di tutti gli operatori penitenziari, compresi i volontari ex art 17, è molto diverso se

il dentro è quello di una Casa Circondariale. Il paragone potrebbe essere quello che, in ambito sanitario, esiste tra un medico che lavora in un pronto soccorso rispetto ad un medico che lavora in un centro di riabilitazione sanitaria. Nelle Case Circondariale, soprattutto nelle grandi città in cui la media di accessi è di solito superiore a dieci, il lavoro di tutti gli operatori è improntato alla gestione dell’accoglienza di soggetti il cui iter giudiziario è appena intrapreso. Trattasi di persone private della libertà perchè sottoposte a custodia cautelare in carcere il cui tempo è scandito da date ben precise, che vanno dalla convalida, al riesame, alla sentenza di primo grado ed in cui l’incertezza predomina nell’agire quotidiano. In un istituto circondariale anche il lavoro degli operatori segue ritmi diversi da quello di chi presta servizio nelle case di reclusione soprattutto di chi si trova a gestire i nuovi ingressi in cui le emergenze sono talmente numerose da divenire quasi il quotidiano operare esattamente come nel pronto soccorso di un ospedale. Possono accedere soggetti tossicodipendenti in crisi d’astinenza, soggetti alla prima detenzione il cui acceso in istituto, indipendentemente dall’età e dal ceto sociale di appartenenza, provoca un forte impatto emotivo e tendenze all’autolesionismo, soggetti stranieri che non conoscono la lingua italiana, soggetti con malattie infettive e anche soggetti affetti da malattia mentale che avendo commesso un reato escono dal circuito assistenziale della presa in carico, di cui alla legge Basaglia. La legge 354/1975 ad eccezione dell’art.11 in cui viene disposto che la visita medica di primo ingresso è

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obbligatoria, nulla specifica riguardo al primo ingresso che viene invece regolato da fonti subordinate come l’art. 94 delle disposizioni di attuazione del c.p.p e gli articoli 22, 23, 24, 25, 26 D.P.R. 230/2000. Considerato comunque il problema della gestione del detenuto nuovo giunto sono state diramate disposizioni ben precise fin dal 1987. Ci si sta riferendo al servizio nuovi giunti che trova origine che da una circolare del 1987 nella quale, preso atto del fatto che “l’attenzione e la cautela devono avere il loro momento più significativo all’atto dell’ingresso delle persone in Istituto”, ha istituito in tutti gli istituti un “particolare servizio per i detenuti nuovi giunti, consistente in un presidio psicologico che si affiancherà alla prima visita medica”. Al fine di valutare il rischio che il soggetto possa compiere violenza su se stesso o subire violenza da parte di altri detenuti. Dalla stessa circolare viene ribadito che per la migliore efficacia del colloquio è necessaria la più ampia collaborazione tra il personale della matricola, il personale sanitario e l’esperto, o gli esperti incaricati del Servizio Nuovi Giunti . Già dal 1987, quindi ancor prima che la riforma di cui alla legge 354/1975 sottolineò l’importante ruolo della polizia non solo come vigilanza ma anche come conoscenza, in materia di primo ingresso si evidenziava l’importanza di una collaborazione tra gli Agenti di Custodia e altro personale nel momento critico dell’ingresso del detenuto. Il contenuto di tale circolare è, a modesto parere di chi scrive, di estrema importanza in quanto viene ribadito nelle recenti normative che ha disciplinando il passaggio della medicina penitenziaria al Servizo Sanitario e dagli accordi interistituzionali tra cui emerge la Conferenza Stato e Regioni. L’esatta osservanza di tali indicazioni è per le due amministrazioni coinvolte indispensabile per la tutela della salute - globalmente intesa- del detenuto


MONDO PENITENZIARIO nuovo giunto. In particolare ci si riferisce ai seguenti atti: 1 ) Allegato A del D.P.C.M. del 2008, 2 ) Accordo Stato-Regioni (3614/6064) e le Provincie autonome di Trento Bolzano ....relativo ai modelli di collaborazione tra l’ordinamento sanitario e l’ordinamento penitenziario e della giustizia minorile in attuazione dell’art. 7 del citato D.P.C.M. del 1° aprile 2008. 3 )Documento “Linee di indirizzo per la riduzione del rischio auto lesivo e suicidario in ambito carcerario. 2012”. Quest’ultimo documento per l’organizzazione del servizio de quo risulta di fondamentale importanza in quanto prevede di favorire la comunicazione e le informazioni tra il personale sanitario e penitenziario sui soggetti a rischio e ribadisce che in ogni caso sarà importante che il sistema sviluppi capacità di intercettare e trattare con tempestività stati di disagio psicologico e di disturbo psichico o altri tipi di fragilità, attivando un coordinamento funzionale delle diverse figure professionali a prescindere dal loro rapporto di dipendenza istituzionale, capacità quindi di migliorare le interazioni e le sinergie funzionali tra le stesse figure con l’obiettivo, pur nel rispetto delle rispettive competenze previste dalle norme vigenti, di mettere in atto misure di contenimento del rischio suicidario e di arrivare ad una reale diminuzione dei comportamenti auto lesivi e dei suicidi da parte delle persone detenute ed internate e dei minori privati della libertà. Le disposizioni citate fanno intendere che lo scopo di ambedue le Amministrazioni coinvolte nella gestione del detenuto è quello di garantire la tutela dei diritti fondamentali del detenuto e a tal fine risulta basilare la massima collaborazione e il massimo flusso di informazione fin dall’ingresso soprattutto qualora la persona ristretta presenti patologie mentali. Quando si parla di malattia mentale in ambito penitenziario è necessario

premettere che la misura di sicurezza del ricovero come internati nelle REMS (che dal 1 aprile 2015 hanno sostituito gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari ) è solo la conclusione di un percorso giudiziario conclusosi con la sentenza di proscioglimento per incapacità d’intendere e volere a cui fa seguito però l’applicazione di una misura di sicurezza. Se il soggetto è ritenuto non imputabile ma pericoloso in base ad una perizia tecnica segue l’applicazione di una misura di sicurezza, la più restrittiva delle quali è il ricovero in una Residenza per misure di sicurezza. Per arrivare a ciò è però necessario giungere ad una sentenza di proscioglimento per incapacità d’intende e volere del soggetto che al momento del suo arresto come altri soggetti che hanno commesso reati fa ingresso in una Casa Circondariale. Dopo l’immatricolazione, il soggetto viene sottoposto a visita medica di primo ingresso e se viene diagnosticato uno stato di salute mentale tale da far ritenere necessario un trattamento sanitario obbligatorio viene disposto l’invio in struttura sanitaria esterna con proposta di T.S.O. ai sensi della legge 833/1978 Il nosocomio esterno verificherà le condizioni e se necessario disporrà il ricovero nel reparto psichiatrico che generalmente non può durare più di sette giorni. Al momento delle dimissioni segue il rientro in istituto. Diverse sono le possibilità che si prospettano, ma di non immediata esecuzione. Custodia Cautelare in luogo di cura art. 286 c.p.p. Il giudice, a seguito di segnalazioni da parte dei sanitari, può decidere di revocare la custodia cautelare in carcere e trasformarla in custodia cautelare in luogo di cura individuato dalla Direzione. Trovata la disponibilità dopo varie richieste e solleciti alle direzioni dei nosocomi esterni il detenuto viene di fatto ricoverato in struttura sanitaria con piantonamento della Polizia Penitenziara.

Arresti ospedalieri in luogo di cura In questo caso il detenuto cessa di stare a carico dell’istituto penitenziario in quanto viene sottoposto alla misura degli arresti in struttura sanitaria pubblica o privata. Entrambe le soluzioni indicate non coinvolgono l’iter processuale in quanto non attengono all’accertamento dell’infermità mentale legata al reato. Il soggetto è semplicemente curato in luogo adeguato. Accertamento infermità psichica. Osservazione di cui all’art. 112 D.P.R. 230/2000 L’autorità Giudiziaria invia il soggetto in osservazione psichiatrica per un periodo di tempo al fine di accertare l’infermità psichica del soggetto.

Tale invio è disposto su proposta della Direzione che a sua volta è sollecitata da referti specialistici. Poichè i reparti per l’osservazione sono attivi dal 2006 in dieci regioni (si stanno avviando solo ora altre articolazioni per la tutela della salute mentale) il tempo per ottenere la disponibilità di un posto letto supera spesso i 45 giorni con gravi difficoltà di gestione per la salute del soggetto e per le ripercussioni sulla sicurezza. In questo periodo infatti il soggetto, pur se si palesa evidente uno stato patologico, rimane, in attesa di posto letto, ristretto in una Casa Circondariale ove vige un regime di apertura per almeno otto ore al giorno. L’esito dell’osservazione può concludersi con: 1) rinvio del soggetto nell’istituto di provenienza in quanto trattasi solo di un disturbo di personalità antisociale

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Nella foto: l’ingresso della Casa Circondariale di Roma Regina Coeli

Á


PENITENZIARIO LO SPORT

Nelle foto: Vittorio Bissaro e Silvia Sicouri durante una gara nell’altra pagina i portacolori delle Fiamme Azzurre con la medaglia d’Argento conquistata ad Hyeres

che non da luogo ad infermità o di una depressione ecc; 2) richiesta all’autorità giudiziaria per l’applicazione di una misura di sicurezza in via provvisoria- come il ricovero nelle REMS; 3) Accertamento di una minorazione psichica con conseguente richiesta di trasferimento in istituti dotati di reparti per minorati psichici ai sensi dell’art. 111 D.P.R. 230/2000. Si specifica che la richiesta di assegnazione in un istituto munito di sezione per minorati psichici può anche prescindere dall’esito dell’osservazione. E’ sufficiente una diagnosi in tal senso da parte del medico dell’istituto. La minorazione psichica prescinde infatti da qualsiasi giudizio sull’infermità mentale e sulla conseguente imputabilità. Amministrativamente è come chiedere il trasferimento di un soggetto che per le patologie da cui, ad esempio, è affetto non deambula in modo autonomo. L’Autorità Giudiziaria è in questo caso chiamata ad esprimersi solo per il rilascio di un nulla osta al trasferimento in altre sedi. Da questa breve descrizione si comprende quanto sia importante intervenire tempestivamente per interloquire in modo sistematico con l’Autorità Giudiziaria. E’ necessario un sistematico flusso d’informazioni con gli operatori sanitari che non può esaurirsi solo con l’applicazione del regime di sorveglianza a vista. Il problema della gestione della salute mentale nelle Case Circondariali trova soluzione in disposizioni contenute in un sistema variegato di norme che andando dal codice penale e di procedura penale a norme specifiche dell’ordinamento penitenziario e dell’ordinamento sanitario ( legge istitutiva del S.S.N - e la legge Basaglia) costringono gli operatori ad una non sempre agevole operazione di interpretazione ermeneutica non sempre in linea con la necessità di avere risposte immediate che non possono concretizzarsi in provvedimenti semplicistici di sorveglianze a vista se non in via esclusivamente provvisoria e per estrema ratio. F

Vela: Bissaro - Sicouri argento in Coppa del Mondo nel Nacra 17

V

ittorio Bissaro e Silvia Sicouri hanno conquistato un ottimo argento nella tappa di Coppa del Mondo delle Classi Olimpiche di vela che si è disputata ad Hyeres, in Francia (27 aprile - 1 maggio). Nella prima tappa di Coppa del Mondo europea i portacolori delle Fiamme Azzurre hanno centrato il podio nella classe Nacra 17, ma a parità di punti (77) hanno dovuto cedere la vittoria agli spagnoli Echavarri-Pacheco in virtù della regola del miglior piazzamento.

In Top Ten gli italiani di soltanto altre due classi. In ogni caso tutti e tre gli equipaggi azzurri, sono stati individuati dalla Direzione Tecnica per i Giochi di Rio 2016: Giulia Conti e Francesca Clapcich nello Skiff Femminile 49er FX, Vittorio Bissaro e Silvia Sicouri nel Catamarano Misto Nacra 17 e Flavia Tartaglini nella Tavola a vela femminile RS:X. L'ottimo piazzamento è arrivato nonostante le condizioni meteo avessero portato alle regate forte instabilità durante la competizione: la

Decisiva anche la Medal Race (a cui hanno avuto accesso solo i primi dieci di ogni classifica) che ha visto gli spagnoli vincere e gli Azzurri arrivare secondi. Sul podio gli olandesi Mulder-De Koning distanti 10 lunghezze. Quello di Bissaro e Sicouri, al di là dei piazzamenti nella top 10 e nella top 20, è stato l’unico tangibile ed importante risultato della spedizione italiana nel Sud della Francia che ha ospitato la speciale World Cup con il nuovo sistema di qualificazione che ha qualificato soli 547 velisti provenienti da 47 diverse nazioni nelle 10 classi.

baia di Hyeres ha offerto condizioni estremamente difficili, frutto di una spiccata variabilità meteorologica che nelle prime ore della mattina ha portato sui campi di regata nuvole, cielo grigio e poco vento, andato a rinforzare nel corso della giornata. Il prossimo appuntamento con la Coppa del Mondo delle classi olimpiche è con la tappa di Weymouyth&Portland, in Inghilterra, dal 6 al 12 giugno. Catamarano per equipaggi misti Nacra 17 1.Echavarri-Pacheco (77); 2.Bissaro-Sicouri (77) (Fiamme Azzurre); 3.Mulder-De Koning (NED,

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SEGRETERIE Cassino Droga all’interno del carcere 87); Gli altri italiani: 16) UgoliniGiubilei (Compagnia della Vela di Roma-Circolo Velico Ventotene, 167); 17) Bressani-Banti (Aniene, 188); 20) Porro-Marimom (198, Aniene); 28) Trambaiolo-Guardigli (268). All'inizio del quadriennio di Rio de Janeiro è nato l’equipaggio olimpico “Nacra 17” ed il duo Bissaro-Sicouri: entrambi sono stati reclutati dalle Fiamme Azzurre nel dicembre 2014 e ora sono la coppia di punta della nazionale italiana in vista dell’assegnazione della “carta olimpica”.

Vittorio Bissaro Laureato nel 2009 in Ingegneria Aerospaziale al Politecnico di Milano con tesi sperimentale in galleria del vento sulla progettazione di vele per andature portanti. Nel 2010 frequenta come erasmus a Tolosa in Francia la Grande École Ensica-Institut Superieur Aeronautique et Espace. Laureato magistrale nel 2012 in Ingegneria Aeronautica, con tesi presso il MOX-dipartimento di

matematica del Politecnico di Milano, sviluppando un toolbox utilizzante soli software liberi per l’ottimizzazione di bulbi di imbarcazioni a vela.

Silvia Sicouri Laureata in aprile 2012 in Ingegneria Gestionale a pieni voti (110/110) al Politecnico di Milano; durante il suo ultimo anno di università ha lavorato come Research Assistant con il professore Fabio Sdogati, seguendo progetti di economia macroeconomica internazionale. Lavora dal 2010 in K7 srl, società che

si occupa della gestione di centrali idroelettriche; in particolare segue la manutenzione ordinaria e straordinaria degli impianti. Nel 2011 vince a Washington la Best Undergraduate Paper Competition, competizione di economia per laureandi (70 università partecipanti da tutto il mondo), con il progetto scritto assieme a Giacomo Saibene intitolato “The Effects of Currency Devaluations on the Economic Growth in Developing Countries”. F Lady Oscar

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el mese di aprile presso la Casa Circondariale di Cassino è stata repressa la diffusione di droga. In particolare, solo grazie alla professionalità e all’attenzione dell’Assistente Capo Fabio Vellone sono stati fermati due detenuti che, nella rotonda del carcere, tentavano di passarsi della droga per lo spaccio da un reparto detentivo all’altro. Parliamo di hashish e cocaina. Nonostante nella maggior parte degli istituti penitenziari si stiano adottando misure di sicurezza basate sulla dinamicità e sulla videosorveglianza, che a nulla servono se non si prevede l’obbligo del lavoro per i detenuti. Inoltre, non ci sono telecamere e altri sistemi di sicurezza che possano coadiuvare o sostituire la professionalità della Polizia Penitenziaria. Questi episodi, oltre a confermare il grado di maturità raggiunto e le elevate doti professionali del personale del Corpo in servizio presso la Casa Circondariale di Cassino, ricordano che il compito primario della Polizia Penitenziaria è, e rimane, quello di garantire la sicurezza dei luoghi di pena e impongono più che mai una seria riflessione sul bilanciamento tra necessità di sicurezza e bisogno di trattamento dei detenuti. Tutti possono immaginare quali e quante conseguenze avrebbe potuto causare l’introduzione di sostanze stupefacenti in un carcere. Quindi un sincero ringraziamento ai Baschi Azzurri di Cassino, per quello che fanno, ogni giorno 24 ore su 24, per la sicurezza sociale, nonostante i tanti disagi quotidiani che caratterizzano il lavoro di un poliziotto penitenziario. F

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SEGRETERIE rivista@sappe.it

Roma Consiglio Regionale del Lazio 2016

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ella giornata del 6 aprile 2016 presso la Sala Blu della S.F.A.P.P “Giovanni Falcone”, ecco realizzarsi nuovamente l’importante evento: il Consiglio Regionale del Lazio Sappe anno 2016. Presenti a tal proposito, il Segretario Generale Donato Capece, i Segretari

Nelle foto: alcune fasi del Consiglio Regionale laziale

Generali Aggiunti Giovanni Battista De Blasis, Roberto Martinelli, il Segretario Regionale del Lazio Maurizio Somma ed i Segretari Provinciali e Locali Sappe della Regione Lazio, oltre ad altri rappresentanti del Sappe. Ad aprire i lavori è stato il Segretario Regionale del Lazio Maurizio Somma, il quale saluta con caloroso affetto tutti i presenti, ringraziandoli per la loro dedita e preziosa collaborazione nell’attività sindacale del Sappe; proseguendo, poi, con la presentazione del video in cui, con foto e filmati, si ripercorre il cammino del Sappe nella Regione Lazio : tutte le manifestazioni, gli incontri, i sit-in che da ieri ad oggi si sono realizzati per raggiungere gli obbiettivi a tutela di tutti i poliziotti penitenziari. Al termine del filmato si continua con le parole dirette e concrete del

Segretario Regionale Maurizio Somma, il quale a gran voce esprime il proprio pensiero sulla difficile missione che un sindacalista deve realizzare ogni giorno, ovvero un compito che si basa su quanto di più essenziale: ascoltare la voce dei colleghi, risolvendo le problematiche che di volta in volta si presentano. Il Sappe, da sempre, è dalla parte di tutti gli uomini e donne del Corpo di Polizia Penitenziaria ed a testimonianza di quest’impegno, sono le parole del Segretario Regionale: un toccare con mano il lavoro di tutti noi! Perché fare sindacato non è della singola persona bensì tutt’altro: il sindacato è il frutto di un lavoro di squadra, dove ognuno è indispensabile nel proprio ruolo. Con l’occasione, non poteva di certo mancare il discorso carico di entusiasmo e di passione del Segretario Generale Donato Capece, che, inevitabilmente, è riuscito a coinvolgere tutti i presenti, motivandoli verso quella che è la continua ed imperterrita mission che il Sappe, deve riuscire a portare avanti: sempre, senza mai esitare. In pochissimo tempo ecco affrontare dal Segretario Generale tutte le novità attuali che il Sappe si sta impegnando nel realizzare, argomenti come: riordino delle carriere, assunzione degli idonei non vincitori, rinnovo del contratto, FESI, rinnovo dell’Accordo Quadro eccetera, eccetera. Perché il Sappe, è questo: un continuo fiume in piena, che non si ferma mai, anzi,diventa sempre più forte e lo fa solo per tutti gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria che rappresenta! Poi al termine del suo discorso, il Segretario Generale presenta alla platea l’inno del Sappe: tutti in piedi a sentire le parole e la straordinaria melodia che è propria di chi nel proprio fare sindacato ci crede, diventando quel collante speciale che unisce e motiva ognuno tutti i giorni. E’ stato un evento davvero importante dove la Segreteria Regionale uscente ha riproposto la propria candidatura inserendo nella sue fila due nuovi Vice Segretari Regionali: Giovanni Passaro,

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già Segretario Provinciale di Roma e Luca Floris, già Segretario Provinciale di Viterbo, ed inoltre ove si é fatto un focus della situazione, riuscendo a comprendere quanto si sia effettivamente realizzato, fissando nel contempo tutti i prossimi obiettivi da raggiungere. Quest’anno, successivamente allo svolgimento del Consiglio Regionale del Lazio, si è proseguito con una novità davvero importante ovvero un

evento formativo per i rappresentanti regionali sviluppatosi in due lezioni di approfondimento: una in materia di diritto del lavoro e l’altra in tecniche di comunicazione, a cura rispettivamente dei docenti Avv. Giulia Sforza e Avv. Tiziana Barrella, al fine di sperimentare un primo focus di approfondimento in ambito di formazione di Quadri Sindacali. D’altronde, questo è il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, il sindacato con la “S” maiuscola, che non si ferma mai, anzi tutt’altro: è in continuo fermento, capace inevitabilmente di saper lavorare come una squadra per essere sempre in prima linea a tutela degli appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria. F Un team di successo batte con un solo cuore. (Anonimo)


DALLE SEGRETERIE Torino Corso Formazione Quadri

L’

obiettivo del corso è finalizzato a fornire una formazione, una competenza professionale in modo tale da gestire al meglio le relazioni sindacali. Una formazione a tutto campo sia in ambito normativo che comunicativo. Nella giornata si è riflettuto anche sul tema della sicurezza e si sono poste le basi per le nuove interazioni e sinergie tra Amministrazione e imprese grazie all'intervento della CONFSALFORM. Grazie ancora a tutti i partecipanti. F

Lecce Campionati Regionali di Judo

I

l Dojo Bushi di Galatone (Lecce ) in evidenza a Molfetta dove presso il Palapoli in via Martiri di Via Fani si sono svolti i Campionati regionali per la classe Esordienti B (14-15 anni) validi per la qualificazione ai Campionati Italiani in programma il 28 e il 29 maggio al Centro Olimpico Matteo Pellicone di Lido di Ostia. I ragazzi allenati dal Maestro Vittorio Tarantino, 5° Dan Fijlkam si sono confrontati con i migliori 200 atleti della puglia ottenendo due ori e un Bronzo. La prima medaglia è di Rebecca Caputo nella categoria fino a 42 kg, la ragazza approda in finale e vince per abbandono. È di Giulia Musardo, già seconda classificata agli Open di Sicilia del

Luglio 2015 e figlia del nostro segretario provinciale Antonio Musardo, la seconda impresa. L'atleta salentina artefice di un ottima prova trova sulla sua strada ottime avversarie sulle quali ha sempre la meglio fino alla finale dove, inizialmente in svantaggio, raddrizza la situazione a sua favore credendoci fino alla fine quando riesce a piazzare un calcio al viso preciso per tecnica e tempismo... ippon tre punti e titolo di campionessa regionale nella categoria fino a 47 kg. La terza medaglia, è di bronzo, vale anche questa la qualificazione ed è conquistata da Francesca Fedele nella categoria fino a 63 kg. Stupendi i combattimenti che la portano sul podio, non soccombe mai, realizzando 6 punti senza subirne nessuno. Bellissima la semifinale dove pareggia con una bravissima avversaria e perde solo alle bandierine per 3 a 2 sfiorando la finale. Ora ancora al lavoro ed appuntamento per il campionato italiano... F Polizia Penitenziaria n.239 • maggio 2016 • 23


a cura di Giovanni Battista de Blasis

CINEMA DIETRO LE SBARRE

Fiore

Note: film riconosciuto d'interesse culturale nazionale con il contributo economico del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MIBACT; in associazione con Forte srl, Cinefinance Italia srl, ATS srl ai sensi delle norme sul tax credit Selezionato alla 48ª Quinzaine des Réalisateurs (Cannes 2016)

Nelle foto: la locandina e alcune scene del film

Regia: Claudio Giovannesi Soggetto: Claudio Giovannesi, Filippo Gravino Sceneggiatura: Claudio Giovannesi, Filippo Gravino, Antonella Lattanzi Fotografia: Daniele Ciprì Montaggio: Giuseppe Trepiccione Musica: Claudio Giovannesi, Andrea Moscianese Scenografia: Daniele Frabetti Costumi: Olivia Bellini

Q

uesto prison teen movie racconta la storia di due adolescenti, adusi alla piccola criminalità, che si incontrano, si frequentano e si innamorano tra le mura di un carcere minorile. La ragazza si chiama Daphne ed ha un carattere difficile, dopo essere cresciuta nell’assenza della madre e con un padre affettuoso ma inadeguato, anche lui piccolo criminale. Ha sempre vissuto alla giornata e anche in carcere rivela la sua indole ribelle. Allo stesso tempo, però, Daphne è anche una ragazza profondamente sensibile, capace di profondi sentimenti e di quella solidarietà umana che per lei è quasi sempre mancata. Il ragazzo si chiama Josh ed è anche lui un piccolo delinquente, arrestato dopo un tentativo di rapina. Quando Daphne incontra Josh, detenuto nella parte maschile del carcere minorile, riconosce in lui la sua anima gemella e comincia a sperare in un futuro migliore, contrapposto a quel destino

la scheda del film

sventurato che l’ha accompagnata fino ad allora. Dunque i due ragazzi si innamorano all’interno di un luogo, il carcere, dove maschi e femmine non si possono incontrare e l’amore è vietato. Vivono così questo sentimento di sguardi da una cella all’altra, di brevi conversazioni attraverso le sbarre, e di lettere clandestine. Il regista Claudio Giovannesi descrive un carcere che non è solo privazione della libertà ma anche mancanza d’amore e, fuori da ogni retorica, ci racconta un mondo che è tutto qui, con la sua durezza, con la sua aridità, con le colpe da pagare. Ma il messaggio di Giovannesi è anche quello che, nonostante tutto, qualcosa dentro di noi è capace di andare oltre, verso la libertà, anche se siamo rinchiusi dentro un carcere, dietro le sbarre di una cella. Il film ci racconta della scintilla che scocca tra due ragazzi e ci mostra, senza alcuna retorica, come l’amore può nascere anche dentro il male, con l’innocenza dell’adolescenza e nonostante la mentalità criminale, a dispetto della durezza e della freddezza emotiva di un penitenziario. Daphne e Josh, insomma, si innamorano con l'innocenza e la spontaneità della gioventù, al di là e a dispetto dei reati che hanno commesso e delle colpe che devono espiare. F

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Produzione: Rita Rognoni e Beppe Caschetto per Pupkin Production, IBC Movie, con RAI Cinema Distribuzione: BIM Personaggi e interpreti: Daphne: Daphne Scoccia Josh: Josciua Algeri Stefania: Laura Vasiliu Padre di Gessica: Aniello Arena Gessica Di Nardo: Gessica Giulianelli Irene Mancini: Klea Marku Brenda Russo: Francesca Riso altri attori: Ascanio Bonori Valerio Mastandrea Tatiana Lepore Genere: Drammatico Durata: 110 minuti, Origine: Italia 25 maggio 2016


MONDO PENITENZIARIO

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ualche giorno addietro con 361 voti a favore, 7 contrari e con l’astensione delle opposizioni la Camera dei Deputati ha approvato definitivamente la riforma costituzionale da diverso tempo in gestazione, delineando un nuovo assetto istituzionale/costituzionale, riassumibile nei seguenti 16 punti: La Camera dei Deputati: sarà l’unica a votare la fiducia. Il numero dei deputati resta di 630, così come resta quinquennale la durata delle legislature; Il Senato: continuerà a chiamarsi Senato della Repubblica, sarà composto da 95 membri eletti dai Consigli Regionali (74 consiglieri regionali + 21 sindaci) più 5 nominati dal Capo dello Stato che resteranno in carica sette anni e non potranno espletare più di un mandato. Avrà competenza legislativa piena solo su riforme e leggi costituzionali. Per quanto riguarda le leggi ordinarie potrà chiedere alla Camera dei Deputati di modificarle, ma quest’ultima potrà non dare seguito alla richiesta con maggioranza semplice, salvo che nei rapporti fra Stato e Regioni, in cui occorrerà la maggioranza assoluta: finisce dunque la c.d. navetta parlamentare; La Corte Costituzionale: dei 15 giudici costituzionali 3 verranno eletti dalla Camera dei deputati e 2 dal Senato della Repubblica, mentre gli altri 10 continueranno ad essere eletti dal Presidente della Repubblica e dalle supreme magistrature ordinarie ed amministrative; I Consiglieri Regionali: i 95 senatori saranno ripartiti fra le Regioni in base al loro peso demografico. Saranno gli elettori al momento delle elezioni a scegliere quali consiglieri saranno anche senatori: i Consigli, una volta insediati, saranno tenuti a ratificare detta scelta elettiva. I senatori rimarranno in carica per tutta la durata del mandato territoriale, provocando così una mutevolezza nella composizione del Senato che potrebbe cambiare maggioranza politica più volte nel corso della medesima legislatura; Immunità parlamentari: i senatori godranno delle stesse guarentigie dei deputati; ma non avranno alcuna indennità parlamentare, dal momento che mantengono quelle già in essere come sindaco o consigliere; Elezione del Presidente della Repubblica: con la trasformazione del Senato in “Senato delle Autonomie” , non vi sarà più la necessità di integrare il Parlamento in seduta comune con i

Riforma Costituzionale 58 rappresentanti regionali, c.d. grandi elettori. Per eleggere il Presidente della Repubblica occorreranno nei primi tre scrutini i due terzi dell’Assemblea, vale a dire 730 voti, dal quarto scrutinio i 3/5 dell’Assemblea e dal settimo sempre i 3/5 ma non più dell’Assemblea ma dei votanti; Senatori a vita: i senatori di nomina presidenziale per aver illustrato la Patria rimarranno in carica per sette anni. Gli attuali senatori a vita pertanto saranno una categoria ad esaurimento, fatta eccezione per gli ex Presidenti della Repubblica; Presidente della Repubblica vicario: la seconda carica dello Stato non sarà più il Presidente del Senato ma il Presidente della Camera, anche se rimarrà in capo al Presidente del Senato convocare il Parlamento in seduta comune allorquando occorra eleggere il nuovo Presidente della Repubblica per fine mandato, o perché quest’ultimo non possa più adempiere alle sue funzioni per impedimento permanente, per morte o per dimissioni; Decretazione d’urgenza: vengono introdotti limiti al Governo sui contenuti dei decreti legge; Ricorso preventivo: 1/4 dei componenti della Camera dei Deputati potrà richiedere preventivamente alla Corte Costituzionale un parere preventivo sulle leggi elettorali: tale possibilità viene introdotta anche nelle norme transitorie della riforma, tanto che anche la nuova legge elettorale denominata Italicum potrebbe finire al vaglio preventivo della Corte Costituzionale; Titolo V della Costituzione: viene meno la legislazione concorrente fra Stato e Regioni e si procede ad una redistribuzione delle materie ad esse assegnate, salva la facoltà delle Stato di legiferare nelle materie di competenza delle Regioni qualora lo richieda la tutela dell’unità giuridica ed economica o la tutela dell’interesse nazionale; Province: il riferimento nella Costituzione alle Province viene meno, anche perché già trasformate in Enti di secondo livello con funzioni prevalentemente esecutive; CNEL: viene abrogato l’articolo 99 della Costituzione con conseguente abolizione del Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro, pensato nel 1948 come

organo di raccordo fra la società civile ed i Palazzi della politica, ma mai decollato; Referendum: i referendum abrogativi, totali o parziali, vengono affiancati dai referendum propositivi e di indirizzo: si tratta di una importante partecipazione del popolo al processo legislativo. Per promuovere un quesito referendario rimane la soglia delle 500.000 firme, ma se i promotori riescono ad ottenerne più di 800.000 si abbassa il quorum per la validità dello stesso; Leggi di iniziativa popolare: salgono da 50.000 a 150.000 le firme per presentare un disegno di legge di iniziativa popolare, ma i regolamenti parlamentari dovranno prevedere tempi certi per la loro discussione ed eventuale approvazione; Stato di guerra: sarà la Camera dei Deputati, a maggioranza assoluta, a deliberare lo stato di guerra e a conferire al Governo i poteri necessari. Il voto definitivo della Camera dei Deputati tuttavia non chiude la partita sulla riforma costituzionale, dal momento che il Governo è intenzionato a sottoporre il nuovo assetto costituzionale al giudizio degli elettori. Si tratta del referendum confermativo, che dovrebbe tenersi ad ottobre, previsto dall’articolo 138 della Carta costituzionale, secondo il quale le leggi di revisione della Costituzione e le leggi costituzionali sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano richiesta un quinto di una Camera o 500.000 elettori o 5 Consigli regionali. Tale referendum avrà una duplice valenza, in quanto non solo la validità della riforma costituzionale è condizionata all’esito favorevole dello stesso, ma anche perché il Presidente del Consiglio dei Ministri ne ha fatto un momento di verifica elettorale fondamentale tanto da legare le sorti dello stesso Governo all’esito del referendum in parola: in proposito, si rammenta che l’attuale Esecutivo non è espressione di diretta investitura elettorale, pur avendo ovviamente quella parlamentare, per cui la doppia valenza assegnata al referendum di ottobre riteniamo essere una scelta politica assolutamente condivisibile ed ineludibile. F

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Luca Pasqualoni Commissario Segretario Nazionale dell’ANFU pasqualoni@sappe.it


CRIMINI E CRIMINALI

Pasquale Salemme Segretario Nazionale del Sappe salemme@sappe.it

Il mostro di Cleveland I l mostro di Cleveland è il titolo di un film che ho visto ultimamente in televisione. La pellicola, che si ispira ad una storia realmente accaduta, inizia con una scena molto forte in cui si intravede un corpo, all’interno di una stanza buia in cui filtra pochissima luce, che ondeggia nel vuoto, sostenuto da delle corde che scendono dal soffitto.

Nella foto: Ariel Castro in alto la locandina del film ispirato alla storia dell’articolo

Un’immagine macabra, ma che ben rappresenta il leitmotiv di tutto il film, che racconta, appunto, la storia vera di tre donne, colpevoli solo di aver accettato un passaggio da un uomo sconosciuto: anche se l’ultima ragazza rapita conosceva il suo carnefice. Michelle Knight è una ragazza di 21 anni ed ha già un bambino che ama alla follia, ma purtroppo non ha un lavoro e le sue condizioni economiche sono molto precarie, tanto che vive a casa della madre. Tutte le mattina esce da casa in cerca di lavoro, lasciando il bambino, come sempre, alla custodia della madre, che purtroppo conduce una vita sregolata: è alcolizzata ed ha un compagno molto più giovane di lei che, quando beve, diventa violento. Una sera Michelle torna a casa e trova il compagno della madre ubriaco che gioca con il bambino; la donna, cercando di sottrarre il bambino dalle

mani dell’uomo, è trattenuta e immobilizzata dall'uomo con la forza. L’uomo, tenendola stretta a sé, cerca di violentarla; il bambino si avvicina e grida di lasciarla. La reazione dell’uomo è violenta, lascia la donna e spinge con forza il bambino a terra, tanto da procurargli diverse ferite e tagli. Trasportato all’ospedale, i medici non avallano la tesi della madre, secondo cui il piccolo si è procurato le ferite cadendo da uno scivolo, e trasmettono il referto alla polizia e ai servizi sociali che, nel giro di pochi giorni, le sottraggono il bambino. Il 23 agosto del 2002 viene fissata l’udienza in tribunale per la custodia del bambino; Michelle deve necessariamente presenziare per riprendersi il figlio e scongiurare il pericolo che possa essere affidato ad altri genitori. Purtroppo, Michelle non arriverà mai in Tribunale perché sulla sua strada incontrerà Ariel Castro, che per i 10 anni successivi sarà il suo aguzzino. La donna incontra l’uomo in un negozio, dove era entrata per chiedere informazioni, che le offre di darle un passaggio con la sua macchina in tribunale. Castro, con la scusa di aver dimenticato degli oggetti, la porta nella sua abitazione, dapprima la immobilizza e poi la porta al piano di sopra, legandola collo, mani e piedi ad una corda che scende da una carrucola appesa al soffitto, la tira su sino a tenerla a penzoloni nel vuoto. La lascerà in quella posizione, senza mangiare, per 3 giorni. Michelle, da allora in poi, subirà ogni forma di violenze e sevizie e sarà costretta a soddisfare ogni desiderio del suo carnefice, pena botte senza limiti e soprattutto mancanza di cibo. Sarà la speranza di riunirsi al proprio figlio che le darà la forza di sopravvivere e di superare ogni forma di violenza materiale, morale e psichica: è rimasta

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incinta per ben cinque volte, perdendo sempre il bambino perché veniva lasciata senza cibo oppure picchiata sulla pancia. E’ la sera del 21 aprile del 2003: Amanda Berry ha appena finito il proprio turno di lavoro al Burger King sulla Lorain Avenue; telefona a sua sorella per dirle che sta tornando a casa con un passaggio. E’ felice Amanda perché già pregusta i festeggiamenti che le faranno, il giorno successivo, per il suo 17° compleanno. Purtroppo, anche per lei, il passaggio offertole da un avventore del locale dove lavora le sarà fatale. Anche per lei, come era già avvenuto per Michelle Knight, saranno anni di segregazione e violenza fisica e sessuale che la porteranno a concepire, il 25 dicembre del 2006, anche una bambina dal suo aguzzino. Nei giorni successivi alla scomparsa, e per gli anni a seguire, la madre di Amanda, Louwana Miller, inizierà a cercare la figlia, organizzando manifestazioni, fiaccolate e lanciando appelli in televisione: si rivolgerà addirittura ad una sensitiva, non perdendo mai le speranze di trovare in vita la propria figlia. Nel luglio 2012, un detenuto, che prima del suo arresto viveva nella zona dove era scomparsa Amanda, affermò di avere informazioni su dove si trovasse la ragazza. La polizia effettuò diversi sopralluoghi nella zona West Side di Cleveland, dove appunto Robert Wolford aveva detto che si trovava la ragazza, ma le ricerche si rilevarono infruttuose. Wolford fu condannato, nel gennaio del 2013, a quattro anni e mezzo di carcere per ostruzione alla giustizia e per procurato allarme. Il 2 aprile del 2004, il mostro colpisce ancora a Cleveland. Gina De Jesus, ha 14 anni quando, verso le ore 15,00, esce da scuola e si incammina, con un’altra ragazza, verso casa. All’altezza tra la Lorain Avenue e la 105 street, le due ragazze si separano. Anche lei accetta un passaggio, ma non da uno sconosciuto, ma dal padre di una sua amica. Da allora non si avranno più notizie dell’adolescente. Tutte e tre le donne sono state rapite dopo aver accettato un passaggio da Ariel Castro.


CRIMINI E CRIMINALI Il sequestratore ha usato lo stesso stratagemma per ciascuna di loro: con una scusa le ha portate nella sua abitazione al 2207, nel quartiere di Tremont sulla Seymour Avenue a Cleveland che dista, come raggio d’azione, circa 3 miglia (5 km) da dove le ragazze sono state viste per l’ultima volta. Le tre donne, per circa 10 anni, rimarranno segregate in due stanze prive di finestre (erano murate), trattate come animali, sottoposte ad ogni tipo di abuso, incatenate al muro per buona parte della giornata e minacciate continuamente di essere uccise. Le donne erano ubicate nelle camere poste al piano superiore della casa ed erano costrette ad usare bacinelle di plastica per fare i propri bisogni, che solo di rado venivano svuotate. Mangiavano una volta al giorno e potevano lavarsi due volte a settimana. Il 6 maggio del 2013, Castro si allontana dalla propria abitazione, lasciando la porta d’ingresso semiaperta; Amanda Berry e sua figlia notano la cosa e si avvicinano all’uscita iniziando a chiedere aiuto. Charles Ramsey, un giovane cuoco afro-americano, sta attraversando la Seymour Avenue, quando, all’altezza del civico 2207, sente delle urla e sbattere violentemente la porta; si avvicina e scopre che a dare calci con tutta la forza è una ragazza, che dice di chiamarsi Amanda Berry e di essere stata sequestrata 10 anni prima. Ramsey non esita neanche un istante e cerca di sfondare la porta a calci, aiutato anche da altre persone che nel frattempo si erano avvicinate alla casa, riuscendo ad aprire una piccola fessura laterale grande abbastanza da far uscire la ragazza e la sua piccola figlia di sei anni. Immediatamente chiama il 911 (è il numero unico di emergenza per molti paesi nordamericani, tra cui gli Stati Uniti d'America e il Canada, che permette di essere collegati ad una centrale operativa che è in grado di localizzare il chiamante e di gestire qualsiasi richiesta di soccorso, inviando forze di polizia, vigili del fuoco o soccorso sanitario) e passa a Berry il cellulare:

Amanda: «Sono qui di fronte al telefono dei miei vicini» Operatore: «Ok, stai qui con i tuoi vicini e parla con la polizia quando arriverà» A: «Ok» (sospirando). O: «Parla con la polizia quando arriveranno» A: «Ok. Ci siete?» O: «Sì, parla con la polizia quando sarà lì» A: «Ok, non voglio mollare proprio adesso» O: «Manderemo qualcuno non appena ci sarà una volante disponibile» A: «No, ho bisogno della polizia, adesso, prima che lui ritorni» O: «Ok, loro stanno arrivando. Chi è

Amanda e alla bambina. L’identità delle tre donne è stata comunicata dalla polizia nel giro di pochi minuti: con Amanda Berry, di 27 anni, si trovavano nella casa Georgina “Gina” De Jesus, di 23 anni, e Michelle Knight, di 32, oltre ad una bambina di sei anni, Jocelyn, figlia della Berry, nata durante il rapimento, la notte di Natale del 2006 (2). La liberazione delle ragazze è la fine di un incubo. Il proprietario della casa, Ariel Castro, viene rintracciato ed arrestato assieme ai due fratelli, Pedro e Onil. Ariel Castro è un autista di scuolabus, separato da tempo dalla moglie. Nei registri criminali figura un arresto a carico di Ariel Castro per violenza domestica nel 1993.

l’uomo in questione?» A: «Il suo nome è Ariel Castro» O: «Va bene e quanti anni ha?» A: «52 anni» O: «Ok, bene» A: «E io invece sono Amanda Berry, sono stata tra le notizie del telegiornale per più di dieci anni» O: «Ok, l’ho capito questo, cara. Me lo hai già detto. Mi stavi dicendo invece, qual è il nome di quest’uomo?» A: «Ariel Castro» O: «A quale etnia appartiene?» A: «È ispanico» O: «Cosa indossava?» A: «Non so dove sia andato» (sospiri). O: «Ok. La polizia sta arrivando da te» (1) Quando arriva, la polizia trova nella casa altre due ragazze legate e intrappolate, che vengono liberate e trasportate in ospedale insieme ad

Dopo di allora, nessun'altra segnalazione di rilievo, solo qualche infrazione al codice della strada. Eppure la polizia era andata incredibilmente vicina ad aprire la porta di quella casa in Seymour Avenue diverse volte. Due volte, per la precisione. Nel marzo del 2000, arrivò una chiamata a seguito di una rissa di strada. La polizia giunse sul posto, ma non procedette contro nessuno. La seconda occasione nel gennaio 2004: Ariel Castro, in pausa pranzo, dimenticò un bambino sullo scuolabus. Partì una denuncia e gli agenti si presentarono a casa sua, bussarono alla porta e se ne andarono senza ottenere risposta e senza dare seguito ai controlli. Il 7 giugno del 2013, il gran giurì, che si occupava di formulare i capi di accusa (la giuria che deve stabilire se le prove raccolte sono sufficienti per avviare un

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Nelle foto: le vittime del mostro di Cleveland

Á


CRIMINI

Nelle foto: sopra le catene della prigionia sotto ancora Ariel Castro

processo penale) a carico del Castro, aveva contestato 329 capi d’accusa, tra cui: stupro, abuso sessuale, aggressione, maltrattamento di bambini, possesso di strumenti di tortura, rapimento, sequestro di persona compreso quello della bambina, omicidio e tentato omicidio. Nel luglio del 2013, Ariel Castro, riconoscendo tutti i capi di accusa, si è dichiarato colpevole non prima di rilasciare la seguente dichiarazione: “non sono un predatore violento, state cercando di dipingermi come un mostro. Io non sono un mostro. Io sono una persona normale. Sono malato. Ho una dipendenza”. A queste dichiarazione ha fatto seguito quella del giudice: “Lei non merita di far parte della nostra comunità. Lei è troppo pericoloso, perché nella sua mente lei è una vittima, in contrapposizione con le persone che realmente sono state ridotte a vittime”. Ariel Castro ha patteggiato la pena, per evitare la pena di morte, ed è stato condannato all’ergastolo, senza possibilità di condizionale. Nel sistema giudiziario degli Stati Uniti, quando un accusato decide di patteggiare il processo viene saltato del tutto e la pena è stabilita da un accordo tra accusa e difesa: in questo caso, Castro ha accettato una condanna al carcere per “almeno mille anni”, senza possibilità di uscire prima per buona condotta, ma ha evitato la condanna a morte. Il 3 settembre del 2013 Ariel Castro è stato trovato impiccato nella sua cella del carcere Correctional Reception Center di Orient, nell’Ohio. Ancora oggi a Cleveland tutti si continuano a chiedere come sia potuto accadere che un rapimento, durato 10 anni, sia stato tenuto segreto non in una sperduta casa di campagna ma a un passo da altre villette abitate da famiglie normali, senza che nessuno abbia mai avuto alcun minimo sospetto. Alla prossima... F (1) dalla telefonata di Amanda Berry al 911. Corriere della Sera 8 maggio 2013. (2) La Repubblica 8 maggio del 2013.

SICUREZZA SUL LAVORO

Nuclei Traduzioni e Piantonamenti

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n questo numero parleremo delle problematiche che investono i colleghi che operano nelle scorte, piantonamenti tribunali e visite ambulatoriali. Dobbiamo pensare che ancora oggi, il parco macchine del nucleo non è del tutto rinnovato, avendo ereditato dai Carabinieri mezzi vecchi per le traduzioni. La problematica che interessa di più al personale sono le vibrazioni meccaniche, specialmente per il personale di scorta che si siede sui seggiolini rigidi del blindato. Questo comporta nel tempo, problematiche sulla colonna vertebrale, per le sollecitazioni indotte dal sobbalzamento del mezzo, con la conseguenza d’ernie e patologie riconducibili ad infiammazione del nervo sciatico. Il D.lgs 81/08 prevede che per avere una sorveglianza sanitaria, da parte del medico competente, l’operatore deve svolgere la propria attività lavorativa di otto ore giornaliere, la stessa che in genere si applica agli autisti di camion che percorrono quotidianamente le autostrade nazionali. I mezzi dell’ NTP, a mio modesto avviso, sono progettati in modo non corretto specialmente i sedili della scorta che sono di tipo non ergonomico, ma fissati a terra e non ammortizzati. E’ palese che nei lungi tragitti il personale accusa dolori retrosternali dovuti allo schiacciamento ripetuto dei dischi vertebrali della colonna stessa,quindi sarebbe opportuna con l’ausilio del medico del lavoro una verifica almeno annuale sul personale esposto a vibrazioni meccaniche. Inoltre l’automezzo deve essere dotato di un estintore a polvere, per un principio d’incendio D.M. 98 dell’automezzo, una cassetta di pronto

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soccorso come da D.M 388/2003, per eventuali escoriazioni, contusioni, ed eventuali tagli. Ribadiamo che in merito al D.lgs 81/08, e più precisamente agli art. 45 e 46, almeno gli autisti dovrebbero obbligatoriamente effettuare il corso antincendio e di primo soccorso. I continui tagli di spesa pubblica, non giustificano, a mio parere il datore di lavoro sull’obbligatorietà dei dispositivi d’emergenza.

Un altro capitolo non di minore importanza sono i kit sanitari d’emergenza in caso d’uscita del personale, per visite ambulatoriali , piantonamenti, ecc. I kit sono dispositivi di protezione individuale e vanno collocati vicino al cancello matricola per essere prelevati dal personale comandato di servizio di scorta detenuti. Al rientro, se non utilizzati, vanno riconsegnati al cancello da dove sono stati prelevati. Il kit e composto di: una visiera para schizzi, una mascherina, un paio di guanti antitaglio e un paio di guanti in lattice. F a cura di Valter Pierozzi Dirigente Sappe Esperto di Sicurezza sul lavoro valter60@live.it


VERSO IL BICENTENARIO

C’è la Banda ...mezza Festa! “ Non è Festa senza Banda”, diceva spesso mio nonno. Una circostanza di tutto rilevo quella per la quale, in un contesto storico figlio delle due Guerre Mondiali e tutto da ricostruire, le grandi “soddisfazioni” della gente comune passavano attraverso piccole cose... veramente piccole! Un esempio? La parata della Banda del paese per simboleggiare la Festa di ognuno in occasione del “Santo Patrono”. Vi era di più: la Banda portava davvero allegria! Veicolava l’armonia fatta musica, trasportava, di porta in porta, quel fischiettare che rimaneva nella mente delle persone per solleticarne le quotidiane fatiche, spesso nei campi, e per rammentare che “oggi è Festa per TUTTI, che si sappia”! A questo serve la banda, diceva mio nonno, quando l’innocenza dell’età costringeva a fare tremila domande su chi fossero quei “tanti Signori con il piffero”. “Non è Festa se non c’è chi strimpella”, dunque, perché solo così si diffondono, qua e là, le melodie più appropriate per la circostanza e si dà vita a quelle note musicali, scritte sugli spartiti, riprodotte da milioni di clarinetti e grancasse in ogni dove. In fondo non aveva poi così torto: da sempre la musica rallegra ed amplifica le emozioni, esalta la solennità e le movenze scandendo i tempi di tutti, da chi la produce a chi la ascolta, conferendo ilarità ed effimera spensieratezza! E non può esserci veicolo migliore se non quello di una formazione schierata, coreograficamente coordinata, che sfila per le strade di quartieri o città per portare il lieto “vento”. Non di meno accade durante le sfilate

della Banda del Corpo, fino a qualche anno fa sempre presente nelle occasioni più importanti, immancabile nelle tante Feste celebrate, come si dovrebbe fare ancora oggi, fuori dalle mura di una Scuola di Formazione, e che diventa imponente, su quella via della Dataria, un attimo prima che il Corpo di Polizia Penitenziaria conquisti, per un giorno intero, Piazza del Quirinale! Una serie di strumenti così particolari, tutti allineati e poco coperti, che uniti alla cura dell’Uniforme, al berretto con il pennacchio, allo scintillio delle mostrine ed alle spalline sapientemente lucidate rendono un gran servigio: raccontano di quella solennità che va notata, da tutti. Raccontano, a tutti, di quella scanzonata professionalità d’un Corpo spesso recluso in luoghi lontani dal comune sentire ma che proprio grazie a quei Maestri in parata si impone... sebbene solo per il tempo strettamente necessario! Un po’ come per quei contadini nei campi: se oggi sfila la banda, vuol dire che è Festa... per tutti... anche se solo per oggi! Tutti devono sentirlo e saperlo! Non di rado la Banda del Corpo di Polizia Penitenziaria sfila su piazze rilevanti oppure calca scenari paesaggistici di particolare caratura. Una per tutte, unica formazione bandistica in concerto al Colosseo... a dir poco occasione suggestiva che resta nella memoria! La Banda del Corpo fa sempre la sua figura che diventa, di colpo, la Nostra, quella di 40.000 uomini al servizio dell’intero Paese, ogni giorno! Un bel colpo d’occhio, tutti blu... armonici nel lento sfilare e perfettamente sincronizzati all’atto dell’inversione di marcia! Bello, a dir poco, vederla sfilare

mentre intona quella Parata degli Eroi; spero possa esserci, nella migliore delle sue conformazioni, anche nella Festa per il Bicentenario del Corpo del prossimo anno. Auspico che le vetuste polemiche,

spesso di natura economica per il suo impiego, possano tacersi in questa ghiotta occasione, in termini di immagine. Mi auguro, altresì, che in quel giorno possa sfilare la migliore delle versioni bandistiche, con magari indosso l’uniforme storica del Corpo. Se così fosse, sarebbe davvero Festa per TUTTI, giovani e vecchi, presenti ed assenti, bicentenari e nuove reclute: tutti insomma, ognuno cucito, come una medaglia, su quel pezzetto di stoffa blu portato in parata. Se non ci sarà la Banda... non ci sarà nessuno di Noi e nemmeno la Festa. D’altro canto “non è Festa senza Banda”. F

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Nelle foto: sopra la Banda del Corpo sfila davanti al Colosseo e a Caracalla sotto alcuni elementi della Banda


WEB E DINTORNI

Federico Olivo Coordinatore area informatica del Sappe olivo@sappe.it

Droni e sicurezza delle carceri: un problema sottovalutato come i telefoni cellulari?

I

l carcere è un luogo di contenimento delle libertà tra cui quella di poter comunicare liberamente con chi si vuole. Sicuramente a breve cambieranno molte cose e il carcere come lo conosciamo oggi, nei prossimi decenni è destinato a scomparire, ma uno spazio fisico in cui limitare la

Nelle foto: diverse tipologie di Droni

possibilità, se non altro per le persone che per quel tempo saranno considerate “pericolose” (e che non sono necessariamente le stesse che reputiamo tali oggi), ci sarà. Nel frattempo, la Polizia Penitenziaria sta combattendo una guerra improba che è quella di individuare e debellare le comunicazioni effettuate attraverso i telefoni cellulari che, stando almeno alla frequenza dei rinvenimenti ufficiali di telefonini nelle celle, abbondano. Così come negli ultimi decenni la tecnologia ha fatto passi da gigante sulla miniaturizzazione delle schede e dei telefoni, altrettanti passi sono stati fatti sul versante degli strumenti tecnologici che possono scoprire e inibire le comunicazioni cellulari in una determinata area. Il SAPPE sono anni che chiede la “schermatura” dei penitenziari, ma è sempre rimasto un appello che il DAP respinge con la scusa che non si può fare per non disturbare le comunicazioni dei centri abitati. In parte è vero, ma perché allora non

schermare quantomeno le carceri che sorgono in estrema periferia? Tra un discorso e l’altro però, sono più di dieci anni che nelle carceri di tutta Italia, detenuti più o meno pericolosi, utilizzano la telefonia cellulare. Qualche volta lo fanno per mantenere un legame con la famiglia, molto spesso utilizzano i telefonini per mantenere i contatti con la “famiglia” mafiosa. Oggi però un altro tipo di tecnologia sta iniziando ad affacciarsi prepotentemente come strumento potenzialmente pericoloso per la sicurezza delle carceri ed è il Drone (termine tecnico internazionale UAV: Unmanned Aerial Vehicle, ma esistono diversi acronimi). In Italia fino ad ora, a quanto ci è dato sapere, si sono verificati solo sparuti casi di droni che hanno tentato di introdursi dentro il perimetro di un carcere, ma all’estero, in sistemi penitenziari più “evoluti” come la Gran Bretagna, è un fenomeno in forte ascesa. Per le loro caratteristiche di dimensioni, prestazioni, facilità d’uso, i droni sono utilissimi per la consegna di pacchi a persone che non ne dovrebbero ricevere senza un adeguato controllo. Le merci possono essere di qualunque tipo: informazioni, farmaci, stupefacenti, ma anche armi. Nei giorni scorsi un video della BBC, la tv pubblica inglese, ha mostrato le immagini di come un drone si è materialmente introdotto nel perimetro protetto del carcere e ha consegnato la droga al destinatario detenuto. Negli ultimi sei mesi del 2015 nelle carceri britanniche, è stata accertata la consegna con i droni di 750 coltelli ai detenuti. Nel gennaio di quest’anno il Deputato Dario Ginefra del PD ha sollevato un’interrogazione parlamentare in cui accennava al possibile utilizzo di droni

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per la consegna di droga nel carcere di Bari. La risposta del Ministero c’è stata, ma non sulla questione dei droni che è presumibile pensare che venga considerata solo un argomento da fantascienza. Eppure, se nelle carceri italiane i tanto sbandierati sistemi di anti-scavalcamento sono per la maggior parte non installati o non

funzionanti (si scopre solo in caso di evasioni eclatanti?) figuriamoci quali potrebbero essere i pericoli per la sicurezza delle carceri se qualche malintenzionato iniziasse a consegnare droga (o altro) in carcere, attraverso sistemi di droni con telecamere, sensori infrarossi per eludere la sorveglianza (dinamica) o peggio, montare sistemi d’arma con controllo remoto. Anche i costi giocano un ruolo importante e in commercio ormai ci sono droni molto efficienti che possono essere assemblati con altri sotto-sistemi e sensori anche loro sempre più economici. Fantascienza pure questa? Per ora. Fatto sta che la tecnologia lo consente. La Legge no, ma la tecnologia sì e in genere i criminali sono molto più attenti alla seconda che alla prima. Il fatto è che la tecnologia offre sempre più velocemente delle possibilità di intervento. I droni potrebbero anche essere usati dalla Polizia Penitenziaria per controllo remoto dei perimetri del carcere,


WEB E DINTORNI

LE CONTROMISURE AI DRONI NEGLI USA E IN FRANCIA

N

egli Stati Uniti il problema è molto più sentito, soprattutto per quanto riguarda il rischio di terrorismo (comune peraltro a tutte le Nazioni, di cui le carceri rappresentano un punto sempre molto sensibile), anche perché sono un paio d’anni ormai che adolescenti curiosi si sono cimentati a montare armi automatiche su droni dotati di telecamere che consentono di colpire obiettivi altrimenti irraggiungibili e senza il pericolo di subire l’eventuale risposta armata. Per adesso sono solo droni di appassionati, di quello che viene comunemente considerato un hobby, ma ci sono stati casi di sorvolo di droni sopra la Casa Bianca, sopra lo stadio in occasione del SuperBowl, ma anche altri casi in cui dei droni si sono avvicinati a Sottomarini nucleari in rada o le stesse centrali nucleari statunitensi e francesi. Sono dei casi imbarazzanti, ma che hanno mostrato tutta la vulnerabilità dei Governi di fronte ai droni. Per questo, USA e Francia hanno lanciato da tempo dei veri e propri bandi pubblici indirizzati alla comunità scientifica per progettare sistemi di difesa prefigurando un attacco terroristico con droni, interpellando anche diverse

con grande potenze per disturbare le trasmissioni di controllo, ma la cosa complicata è come riuscire ad ottenere il massimo dell’efficienza, con il minimo disturbo alle comunicazioni civili. Negli USA comunque, anche la polizia ha iniziato a sfruttare le potenzialità dei droni. I poliziotti del North Dakota, un piccolo stato americano con meno di 700 mila abitanti, possono legalmente armare i loro droni, seppure con sistemi “non letali” come pallottole di gomma, spray urticanti o perfino taser. E’ logico suppore che anche le squadre di pronto intervento stiano sperimentando o già utilizzando i loro droni... F

DRONI: PRESTAZIONI E REGOLAMENTO ENAC

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er le loro caratteristiche di manegevolezza, dimensioni, velocità e stabilità, i droni vengono utilizzati sempre di più nell’industria cinematografica e televisiva. Serve personale specializzato per manovrare nel giusto modo un drone che monta telecamere mobili, microfoni direzionabili e sensori vari: anche più di un operatore per drone, ma le inquadrature sono davvero suggestive. Le applicazioni dei droni però non si limitano alle riprese, ma possono essere impiegati in molteplici ambiti: ricerca, agricoltura, protezione civile, etc. Ci sono ormai in commercio a prezzi accessibili dei droni senza bisogno di essere pilotati, che seguono in automatico una persona in movimento. La persona che vuole farsi riprendere deve indossare un chip o anche una semplice app installata nello smartphone che rimane in comunicazione con il drone il quale rimane sempre ad una certa distanza, qualunque sia la direzione e la distanza che la persona decida di percorrere. Ci sono droni di qualunque dimensione, prestazioni e prezzi. L’importante da capire però è che i droni “economici” ormai possono

raggiungere altezze di centinaia di metri, muoversi anche a decine di metri al secondo ed essere equipaggiati con diversi sensori. Sempre per rimanere nel tema della sicurezza delle carceri, non è difficile programmare un piano di volo di un drone fornendogli le coordinate GPS di un carcere, posizionarlo sulla sua verticale, e fargli consegnare un pacco di notte in qualunque punto del penitenziario. L’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC) ad aprile 2016 ha pubblicato il “Regolamento per i Mezzi Aerei a Pilotaggio Remoto” con cui disciplina l’uso dei droni in Italia. Il regolamento disciplina gli ambiti e le categorie dei SAPR (Sistemi Automatici a Pilotaggio Remoto) distinguendoli per massa al decollo e prestazioni e ambiti di utilizzo. La maggiore distinzione è tra aree “critiche” e “non critiche”. Per operazioni specializzate “non critiche" si intendono quelle operazioni che non prevedono il sorvolo, anche in caso di avarie e malfunzionamenti, di aree congestionate, assembramenti di persone, agglomerati urbani e infrastrutture sensibili. Per tutto il resto si rimanda al Regolamento ENAC. (vedi Codice QR)

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LA SCHEDA

soprattutto di notte con sistemi di allarme sensibili agli infrarossi o in molte altre situazioni. La sfida nei prossimi mesi (non nei prossimi anni) sarà tra chi, il DAP, è responsabile della sicurezza dei penitenziari italiani e la criminalità, soprattutto quella organizzata, che proverà ad introdurre droga o armi in carcere. ...e come è stata affrontata la vicenda dei telefonini in carcere, di certo non fa ben sperare.

aziende, al fine di trovare un sistema per intercettare e al limite anche bloccare il volo dei droni. “Prendiamo la minaccia molto sul serio” ha detto il generale Denis Mercier, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare francese in una conferenza del 28 gennaio. “Non è tanto perché ci preoccupiamo per i droni utilizzati questa volta, ma a causa della crescenti possibilità offerte da questa tecnologia.” Le opzioni plausibili sono radar a bassa quota in grado di individuare i piccoli droni, equipaggiati con laser (tecnologia che pare essere già attiva in Cina) o scrambler radio


a cura di Erremme rivista@sappe.it

LE RECENSIONI A. Di Tullio D’Elisiss

LE NUOVE DEPENALIZZAZIONI DOPO I DECRETI LEGISLATIVI 15 genn. 2016 n.7 e n.8 MAGGIOLI Edizioni pagg. 300 - euro 30,00

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allo scorso sabato 6 febbraio sono entrate in vigore le disposizioni che danno esecuzione alla depenalizzazione prevista dalla legge 67/2014. E’ inevitabile l’impatto che esse hanno avuto sia sul sistema della giustizia penale sia sulle prefetture su cui si scarica l'impatto delle sanzioni amministrative. I decreti che danno esecuzione alla depenalizzazione sono due. Il primo prevede l'abrogazione di cinque reati, in relazione ai quali permangono solo le conseguenze civili e la possibilità di irrogare in aggiunta al risarcimento del danno, l'inedita sanzione pecuniaria civile a favore dello Stato, il secondo introduce invece la depenalizzazione di alcuni reati con la conseguente conversione in illecito amministrativo. Il libro della Maggioli editore affronta, a 360° e con tabelle di raffronto tra normativa pre- vigente e vigente, tutte le novità che sono intervenute in materia di reati depenalizzati. Sono stati inoltre inseriti i nuovi illeciti

sottoposti a sanzioni pecuniarie civili. Questo istituto riguarda tutti quei fatti per i quali, se dolosi, oltre all’obbligo della restituzione e risarcimento è prevista anche una sanzione pecuniaria civile. Si analizza, infine, la normativa avvalendosi anche di orientamenti nomofilattici già elaborati in riferimento alle previgenti norme penali.

Alfonso Sabella con Giampiero Calapà

CAPITALE INFETTA RIZZOLI Edizioni pagg. 267 - euro 17,00

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lfonso Sabella ha un’alta considerazione di sè stesso: chi lo conosce, lo sa bene. A sentirlo, lui - e solo lui - ha catturato i latitanti mafiosi (non poliziotti e carabinieri che hanno fatto appostamenti e indagini, no: è lui ad aver catturato i peggiori criminali mafiosi...). E a leggere questo libro, scritto con un giornalista de Il Fatto Quotidiano, sembra quasi che è solamente con la sua chiamata in Campidoglio che si sia iniziato a combattere la battaglia morale su Roma (cosa non vera, se non altro perché l’arresto di Carminati – a capo del vertice criminale di Mafia Capitale – precede la nomina ad assessore di Sabella). Va detto con chiarezza: con lui assessore alla legalità del Comune capitolino, a Roma le cose in termini di sicurezza e legalità sono cambiate ben poco. Permangono nella Capitale d’Italia le larghe sacche di criminalità, illegalità, abusivismo e degrado, come dimostrano le decine e decine di campi rom abusivi in giro per la città, i molti borseggi ed episodi di criminalità da strada, i taxi abusivi, le soste selvagge, le vendite di prodotti taroccati, le strade pericolose e insicure, le truffe agli anziani... Ma tant’è... l’ex direttore generale dei beni e servizi del Dap (che nel 2001

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era il coordinatore della Polizia Penitenziaria al G8 di Genova: ma questo non piace ricordarlo, a Sabella...) racconta in questo libro la sua esperienza nella Giunta capitolina. “Sapevo che mi sarei dovuto confrontare con sepolcri imbiancati e farisei, con lecchini di corte e adulatori falsi come i soldi del Monopoli, con criminali in giacca e cravatta e con i loro pavidi servi, con funzionari corrotti e dirigenti ignavi o con dirigenti corrotti e funzionari ignavi. Però credo sempre che valga la pena di provare a cambiare questo Paese”. In questo diario di viaggio, Sabella descrive la città che ha incontrato: da una parte la malavita che tratta alla pari e spesso controlla la politica e la burocrazia e, dall’altra, le difficoltà dei rappresentanti dell’amministrazione che, anche quando non sono corrotti, mancano degli strumenti necessari a cambiare. Un’analisi di quello che Sabella ha fatto, o avrebbe voluto fare - se ne avesse avuto il tempo - per cambiare le cose, e di qual è a suo avviso la direzione da seguire per uscire dalle sabbie mobili della corruzione. Un libro dei sogni, insomma, dove l'assessore alla legalità della giunta Marino (che fu pizzicato con la sua auto in divieto di sosta al Campidoglio durante il mandato capitolino...) racconta quel che avrebbe voluto fare (e gli va dato atto di avere iniziato a fare un buon lavoro su Ostia), anche se in realtà ben poco di significativo ci sembra abbia fatto durante i sette mesi di permanenza in Campidoglio.

Fabio Piccioni

TENUITÀ DEL FATTO E NON PUNIBILITÀ MAGGIOLI Edizioni pagg. 198 - euro 42,00

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ome è noto l’istituto della non punibilità per particolare tenuità del fatto è stato introdotto con il decreto legislativo n.


LE RECENSIONI 28 del 2015, emanato in ottemperanza alla legge delega n. 67 del 104, art. 1, comma 1, lett. m). La suddetta disciplina si compone di poche disposizioni che investono tanto il codice penale che quello di procedura. Tra le novità sostanziali, la riforma ha introdotto nel codice penale una sola nuova disposizione, sia pur di importanza fondamentale. L’intento è quello di deflazionare il carico di lavoro dell’amministrazione della giustizia, nella consapevolezza che il ricorso allo strumentario penale ha assunto nel nostro paese connotazioni ormai patologiche e rispetto alle quali era necessario un intervento radicale. L’opera assolve al non semplice compito di affrontare compiutamente la nuova legislazione, che ha introdotto inevitabilmente una riforma strutturale sulla riforma dell’esecuzione penale nel nostro Paese.

Vice Ispettori della Polizia di Stato - Manuale SIMONE Edizioni pagg. 992 - euro 48,00

T

esto di preparazione che, in unico manuale e con una trattazione chiara, semplice e aggiornata, affronta tutte le materie oggetto delle prove del concorso per Vice Ispettori di Polizia: • diritto penale; • diritto processuale penale; • diritto costituzionale; • diritto amministrativo (con cenni alla legislazione speciale di pubblica sicurezza)... • diritto civile. Si conferma, come altri testi delle Edizioni Simone, un supporto indispensabile per quanti vogliano prepararsi per il concorso sia in vista della prova preselettiva che delle prove scritte e orali. In particolare, il manuale è corredato da batterie di quesiti tratti dalla

precedente banca dati ufficiale per la simulazione della prova preselettiva. Allegato al volume un software scaricabile attraverso il QR code, che raccoglie i cinquemila quiz della banca dati ufficiale del concorso per Vice Ispettori di Polizia pubblicata nel maggio 2014.

a cura di Potito L. Iascone

CODICE DI PUBBLICA SICUREZZA E LE LEGGI PER LE FORZE DELL’ORDINE 2016 SIMONE Edizioni pagg. 1.830 - euro 49,00

È

, per eccellenza, il Codice che ogni appartenente alle Forze di Polizia dovrebbe avere per una costante consultazione. Quello di pubblica sicurezza e delle leggi per le forze dell’ordine è un testo indispensabile per poter svolgere, al meglio, la professione di operatore della sicurezza. Questa edizione, la numero venticinque, è aggiornata con gli ultimi intervenuti normativi ed è davvero un’Opera da non perdere.

L. Bologna, B. Brunetti, D.A. De’ Rossi, R. Liso, P.L. Marconi S. Renzulli, E. Sbriglia

NON SOLO CARCERE. Norme, storia e architettura dei modelli penitenziari UGO MURSIA Edizioni pagg. 447 - euro 32,00

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nche il carcere è pietra… sta a noi offrire a questa “materia”la dignità di luogo del vivere, oppure considerarla e

trattarla come un monumento celebrativo. Peggio ancora ridurla a un sacello dei diritti umani… Lo scrive, nella nota introduttiva di questa pregevole opera, curata a più mani e con il contributo di qualificati esperti, Enrico Sbriglia, Provveditore regionale dell’Amministrazione Penitenziaria per il Triveneto. E coglie, a nostro avviso, il senso stesso dell’autorevole pubblicazione, che pone la dignità umana e gli spazi della detenzione al centro di questo eccellente strumento di studio e di proposta, che dalla storia alle questioni di natura strutturale ed architettonica, passando per una corretta disamina dei modelli di detenzione, anche a livello internazionale, ripropone una questione che nel nostro Paese “deve assolutamente uscire dall’ordinarietà e talora dalla superficialità della sua trattazione e trovare uno spessore morale e una centralità politica senza condizionamento di qualsivoglia natura”, per usare le parole di Giovanni Puglisi, presidente della Commissione Nazionale italiana dell’UNESCO. E allora il percorso dell’Opera, che fa seguito a L’universo della pena pubblicato nel 2011, si snoda tra il pensiero cartesiano e quello sistemico, i diritti umani e l’architettura, tra norme e progetti senza nulla tralasciare. Anche per questo, la sua lettura diventa utile. Perché informa e forma. E per chi si propone di cambiare le dinamiche penitenziarie del nostro Paese, leggerlo diventa, a questo punto, indispensabile. F

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L’ULTIMA PAGINA

Corsi di formazione anti proselitismo anche per il personale IPM

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lla SFAPP di Portici (NA) continuano i Corsi di formazione sulla radicalizzazione violenta e il proselitismo all’interno degli Istituti Penitenziari. La novità è che l’Amministrazione ha allargato il discorso anche al personale che opera nelle strutture della Giustizia Minorile. Nella foto gli operatori del settore minori ringraziano il Comandante della Scuola di Portici. F

Il mondo dell’appuntato Caputo di Mario Caputi e Giovanni Battista de Blasis © 1992-2016 rivista@sappe.it

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FORSE È MEGLIO CHE NON CI LAMENTIAMO PIÙ PERCHÈ NON VENGONO AUTOMATIZZATE LE CARCERI...

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www.mariocaputi.it

Per ora é uscito il libro! Raccolta antologica delle vignette dell’Appuntato Caputo pubblicate dal 1994 al 2014 sulla Rivista mensile Polizia Penitenziaria - Società Giustizia & Sicurezza Da che parte é l’uscita? si puo’ acquistare in tutte le librerie laFeltrinelli oppure sui siti www.lafeltrinelli.it e www.ilmiolibro.it

Formato 15 x 23 cm Copertina morbida 240 pagine a colori ISBN: 9788891092052



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