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Poste Italiane S.p.A. Sped. in A.P. DL n.353/03 conv. in Legge n.46/04 - art 1 comma 1 - Roma aut. n. 30051250-002

Anno XVI - n.167

Chi difende Novembre 2009

i difensori?


Organo Ufficiale Nazionale del S.A.P.Pe. Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria

ANNO XVI Numero 167 Novembre 2009

La Copertina Nel fotomontaggio: il Pres. Franco Ionta con l’uniforme di Capo della Polizia Penitenziaria

L’EDITORIALE Caso Cucchi, sia fatta piena luce

Direttore Responsabile Donato Capece

di Donato Capece

capece@sappe.it

IL PULPITO Chi difende i difensori?

Direttore Editoriale Giovanni Battista De Blasis

di Giovanni Battista De Blasis

deblasis@sappe.it

Direttore Organizzativo Moraldo Adolini

IL COMMENTO La Polizia Penitenziaria è sana!

Capo Redattore Roberto Martinelli

di Roberto Martinelli

Comitato di Redazione Nicola Caserta Umberto Vitale

L’OSSERVATORIO POLITICO La Polizia Penitenziaria abbandonata

Redazione Politica Giovanni Battista Durante

di Giovanni Battista Durante

Redazione Sportiva Lara Liotta Progetto Grafico e impaginazione © Mario Caputi (art director)

LO SPORT Mondiali di scherma in Turchia

Direzione e Redazione Centrale Via Trionfale, 79/A 00136 Roma tel. 06.3975901 r.a. fax 06.39733669

LE FIAMME AZZURRE Ma quando finisce questa crisi?

E-mail: rivista@sappe.it Sito Web: www.sappe.it

SAPPEINFORMA Manifestazione a Roma

di Lara Liotta

a cura di Lionello Pascone

Le Segreterie Regionali del Sappe, sono sede delle Redazioni Regionali di: “Polizia Penitenziaria -

Società Giustizia & Sicurezza” Registrazione Tribunale di Roma n. 330 del 18.7.1994 Stampa Romana Editrice s.r.l. Via dell’Enopolio, 37 00030 S. Cesareo (Roma)

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Finito di stampare: Novembre 2009 Questo Periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana

Il S.A.P.Pe. è il sindacato più rappresentativo del Corpo di Polizia Penitenziaria

CHI VUOLE RICEVERE LA RIVISTA DIRETTAMENTE AL PROPRIO DOMICILIO, PUO’ VERSARE UN CONTRIBUTO DI SPEDIZIONE PARI A 20,00 EURO, SE ISCRITTO SAPPE, OPPURE DI 30,00 EURO SE NON ISCRITTO. L’IMPORTO VA VERSATO SUL C. C. POSTALE N. INTESTATO A: POLIZIA PENITENZIARIA - Società Giustizia & Sicurezza

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Polizia Penitenziaria - SG&S n. 167 - novembre 2009

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Donato Capece Segretario Generale Sappe capece@sappe.it Direttore Responsabile

Caso Cucchi sia fatta piena luce

Sotto la lettera del Prof. Ceraudo nel riquadro il comunicato stampa del capo del DAP Franco Ionta a destra Stefano Cucchi

ome già ribadito in più occasioni noi del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria auspichiamo che si faccia piena luce sui fatti e che si faccia in fretta. Siamo sicuri che la Polizia Penitenziaria ha fatto in pieno il suo dovere ed è fuori da ogni addebito. Abbiamo piena fiducia nella magistratura. Il personale di Polizia Penitenziaria che è stato coinvolto in questa vicenda sarà al più presto fuori da ogni addebito. Ne siamo certi abbiamo avuto modo di parlare con i colleghi raggiunti dagli avvisi di garanzia a loro carico per la morte di Stefano Cucchi e siamo convinti della bontà delle loro dichiarazioni. E’ giusto dare piena fiducia alla magistratura, però, sia fatta piena luce al più presto non bisogna attendere le calende greche per dire la verità su questo caso. In questi giorni la Polizia Penitenziaria e la sua istituzione è stata oggetto di innumerevoli attacchi e discredito che non fanno certo bene al personale che già è sotto stress per il sovraffollamento delle carceri e il numero insufficiente d’organico. Il Corpo in questi giorni è stato più che infangato, pertanto auspichiamo che al più presto sia fatta piena luce. Conosciamo i colleghi sono integerrimi, a loro va la nostra solidarietà. L’ipotesi di omicidio preterintenzionale è molto pesante, ma ripetiamo, personalmente cono-

Il Capo del Dap in una nota ha comunicato che ha aperto un’inchiesta amministrativa e che si terrà conto ai fini dei provvedimenti del Dipartimento da quanto emergerà dalle indagini preliminari e dagli accertamenti interni. Il Presidente Ionta ha anche ribadito così come è stato fatto per la vicenda di Teramo che si opererà nel rispetto della legge e per la tutela del personale della Polizia Penitenziaria che nella sua stragrande maggioranza quotidianamente si impegna per la gestione del sistema penitenziario afflitto in questo periodo da gravi carenze strutturali e da incessanti emergenze dovute soprattutto, ma non solo, all’afflusso sempre crescente di detenuti. Dichiarazioni queste forse non sufficienti ai colleghi coinvolti, che forse, chiedevano maggiore credibilità alle loro dichiarazioni. Certo la stampa, dobbiamo dire, come di consueto, non ha aiutato l’immagine del Corpo della Polizia Penitenziaria. L’opinione pubblica si è scagliata di nuovo contro il personale del Corpo, presentato ancora una volta come aguzzino e torturatore. Il contenuto di certe dichiarazioni e di certi articoli di stampa non rispecchia affatto il vero operato del corpo. Perchè la Polizia Penitenziaria è una istituzione sana, composta da uomini e donne che con alto senso del dovere, spirito di sacrificio e grande professionalità sono quotidianamente impegnati nella prima linea della difficile realtà penitenziaria, nelle sezioni detentive e nei servizi di traduzione e piantonamento dei detenuti . I poliziotti e le poliziotte penitenziarie solo nel 2008 sono intervenuti tempestivamente in carcere salvando la vita ai 683 detenuti che hanno tentato di suicidarsi e impedendo che i 4.928 atti di autolesionismo posti in essere da altrettanti ristretti potessero degenerare e avere ulteriori gravi conseguenze. Sono persone che nelle carceri italiane subiscono con drammatica sistematicità, nell’indifferenza dell’opinione pubblica, della classe

COMUNICATO STAMPA DI FRANCO IONTA DEL 18 NOVEMBRE 2009 In data 17 novembre 2009 al DAP si è svolta una riunione presieduta dal Capo del Dipartimento Franco Ionta, alla quale erano presenti i Vice Capi del Dipartimento, i Direttori degli Uffici centrali competenti sulla materia ed il Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria per il Lazio, per discutere sul caso di morte del detenuto Stefano Cucchi presso l’ospedale romano Sandro Pertini. Nel corso della riunione il Capo del Dipartimento ha proceduto all’assegnazione ai presenti di incarichi specifici sulla base delle sfere di competenza di ciascuno, in particolare, ha affidato al Cons. Ardita, in collaborazione con il Cons. Cascini ed il dott. Zaccagnino, il compito di condurre in tempi brevi un’indagine amministrativa, a supporto di quella giudiziaria, che sia in grado di restituire la giusta immagine all’Amministrazione Penitenziaria; al dott. di Somma la verifica degli atti necessari al recupero del personale di Polizia Penitenziaria in servizio presso le camere di sicurezza del Palazzo di Giustizia restituendone, così, la competenza alle altre Forze dell’Ordine, nonché la verifica in tutte le sedi del territorio nazionale dove vige tale prassi; al dott. Falzone la verifica del protocollo di gestione dei ricoverati all’ospedale romano Sandro Pertini, con particolare riguardo alle modalità di comunicazione del ricovero del paziente-detenuto ai familiari; al Cons. Consolo la verifica delle problematiche legate alla gestione sanitaria del detenuto; infine, al dott. De Pascalis e al dott. di Somma la verifica della gestione degli arrestati da parte della Polizia Penitenziaria.

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sciamo i tre accusati e siamo convinti che abbiano fatto a pieno il loro dovere. Siamo convinti che abbiano rispettato le leggi e i regolamenti. Gli avvisi contro di loro, sinceramente, ci hanno colti di sorpresa. In questi giorni i colleghi coinvolti sono molto demoralizzati, sia per il loro problema personale, sia perchè vedono come sempre l’amministrazione penitenziaria molto lontana. Si sentono abbandonati.

politica e istituzionale, continue aggressioni da una parte di popolazione detenuta aggressiva e violenta. Questo avviene nelle carceri. Noi, questa rappresentazione falsa del carcere e di chi in esso lavora, non la accettiamo perchè non rispecchia affatto la verità. E’ il momento che la Magistratura accerti, come sempre con serenità, equilibrio e pieno rispetto dei valori costituzionali, gli elementi di cui è in possesso. E noi, del SAPPe auspichiamo che si faccia al più presto luce su questa tragedia a tutela dell’onorabilità e della professionalità dei colleghi che operano in tutti gli istituti italiani. ✦

Polizia Penitenziaria - SG&S n. 167 - novembre 2009


Giovanni Battista De Blasis Segretario Generale Aggiunto Sappe deblasis@sappe.it Direttore Editoriale

Chi difende i difensori? urtroppo, mi sono già trovato a commentare dalle pagine di questa rivista tragici eventi che hanno colpito la Polizia Penitenziaria, sia come persone che la compongono sia come Istituzione, ma ancora una volta (oggi come allora) mi rammarico e mi rattristo di doverlo fare. Certamente l’evento più tragico di questi ultimi giorni, quello che più ha colpito la coscienza collettiva, è stato la morte in circostanze drammatiche del giovane Stefano Cucchi nel reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. Tuttavia, questo dramma non è stato l’unico ad aver rattristato i nostri cuori. Abbiamo assistito, inermi, nel breve volgere di un mese al suicidio di due colleghi e di quattro detenuti e alla morte, per cause ancora da accertare, di altri tre. Inevitabile l’interesse degli organi di informazione sulle vicende, interesse morboso che ha scatenato una gara, senza esclusione di colpi, tra i media a scoprire la nefandezza più grave nelle carceri italiane. Ovviamente, in questo scenario, la Polizia Penitenziaria si è trovata in balìa del Quarto Potere (la stampa) e del Quinto Potere (la televisione) di questo Stato. Noi che abbiamo visto tre o quattro volte il film di Orson Welles, prima, e quello di Sidney Lumet, poi, sappiamo bene quanto siano inaffidabili ed inattendibili i mass media in queste circostanze, quando sono troppo presi ad affondare le mani in qualsiasi tipo di pasta gli capiti a tiro. Sulla vicenda Cucchi, ad esempio, è stato scritto di tutto, attingendo alle fonti più improbabili (l’amico, l’amico dell’amico, l’allenatore, il vicino di casa...)senza che nessuno si curasse di affrontare il nocciolo della questione: perché Stefano Cucchi è stato mandato in carcere? Nessuno si è domandato (o ha domandato) se era proprio necessaria la carcerazione preventiva per un ragazzo così e per un reato così. Nessuno si è domandato (o ha domandato) se esistevano davvero quelle esigenze cautelari che il Codice pone come conditio qua non per il Giudice che deve emettere il provvedimento di custodia cautelare. Magari avremmo potuto scoprire che anche la Giustizia, in certi casi, funziona in automatico laddove il Pubblico Ministero firma una richiesta su un modulo pre-stampato ed il Giudice lo recepisce in un omologo fac-simile fotocopiato. E’ normale che né il Giudice, né il PM, né l’Avvocato difensore si siano accorti che il ragazzo non era in grado fisicamente di sostenere lo stato detentivo? Nel frattempo, cestinate queste domande probabilmente di scarsa presa sull’opinione pubblica e per nulla appetitose in previsione di audience, abbiamo avuto modo di leggere eminenti pareri ed illustri opinioni sulla triste vicenda. Purtroppo, gli eminenti pareri e le illustri opinioni non si sono limitate all’episodio e alle circostanze ma si sono inevitabilmente trasformati in giudizi sul sistema carcere, in generale, e sulla Polizia Penitenziaria, in particolare, per la quale hanno alimentato un vero e proprio processo mediatico. Nella valutazione dei giudizi espressi, e ampiamente ripresi dai mezzi di informazione, non abbiamo potuto far altro che scrivere con un ideale gessetto su una ideale lavagna una lista di coloro che ci hanno espresso solidarietà, da una parte, e di coloro che ci hanno addossato ogni responsabilità, dall’altra. In tale ottica, non possiamo non ascrivere nel Partito dei Detrattori del Corpo personaggi come Alessandro Margara (per pochi mesi Direttore Generale dell’Amministrazione Penitenziaria alla fine

degli anni novanta e rimosso in tutta fretta dall’incarico), Patrizio Gonnella (Presidente di una associazione legata in qualche modo a Margara e molto popolare nel breve periodo della sua direzione delle carceri) e Riccardo Arena (Avvocato prestato al giornalismo politico di ispirazione radicale, approdato alla ribalta delle cronache per aver pubblicato il numero del telefonino di Mastella). Sorprendentemente, in una Amministrazione Penitenziaria come al solito immobile e silente in attesa di sacrificare il capro nero di turno, questa volta si è elevata (forte ed autorevole) la voce del Capo del DAP attraverso alcuni comunicati stampa; da ultimo quello del 18 novembre che riportiamo integralmente (con i quali Ionta ha avvalorato, a mio parere, la sua auto definizione di Capo della Polizia Penitenziaria). Altra autorevole voce che si è elevata nel cielo delle Fiamme Azzurre è stata quella del Prof. Ceraudo, da vent’anni Presidente dell’AMAPI (Associazione Medici Amministrazione Penitenziaria Italiana) e già Presidente dell’ICPMS (International Concil Prison Medical Service) associazione mondiale della medicina penitenziaria sotto l’egida dell’ONU, di Amnesty International e di Medici Senza Frontiere (riportiamo il testo dell’intervento). Fra le due linee (per mutuare un termine caro al radiocronismo calcistico) si è posizionato Adriano Sofri (ormai anch’egli esperto di carcere per averlo vissuto per tanti anni dall’interno) che, in pieno stile pasoliniano, ha descritto i poliziotti penitenziari come figli del popolo che spesso condividono il ruolo di vittima con gli stessi detenuti a loro affidati. Da tutto ciò ho ricavato una mia personalissima opinione: chi di carcere capisce poco, soggettivamente ed in maniera approssimativa (mass media, Margara, Gonnella, Arena, ecc…) esprime concetti e sostiene tesi da prison movie e letteratura derivata, chi invece il carcere lo vive da tanti anni in qualità di addetto ai lavori non può che testimoniare l’umanità a la professionalità della Polizia Penitenziaria e degli altri operatori intra moenia smentendo le tesi giornalistiche e politiche che tentano di descrivere una esecuzione penale da set cinematografico. Ritornando ai tragici eventi, ho avuto modo di parlare personalmente con uno dei colleghi indagati per la morte del giovane Cucchi e sono assolutamente convinto che non ha toccato il ragazzo nemmeno con un dito. Purtroppo, questo non vuol dire nulla perché in questa vicenda la mia opinione non ha nessuna importanza. Sono altrettanto convinto che Stefano Cucchi è morto per una malaugurata serie di eventi concausali tra loro, con un unico comune denominatore: tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui (compresa la famiglia) hanno sottovalutato la gravità delle sue condizioni fisiche e psicologiche. Per quello che mi riguarda, in questa tristissima vicenda c’è un’unica sola certezza: Stefano Cucchi poteva essere salvato, Stefano Cucchi non doveva morire. Ed ora nessuno può più rimanere indifferente di fronte alle tragedie che accadono dentro le carceri, per le quali tutti (ma proprio tutti) hanno il dovere di impegnarsi affinché certi drammi non abbiano più ad accadere, perché le carceri non possono e non devono restare quelle medioevali allorquando si chiamavano Segrete proprio perché non ne voleva sapere niente nessuno. Da tutte queste vicende, infine, è emersa ancora una volta la menomazione di una Forza di Polizia disgraziatamente orfana di un padre legittimo e naturale, di un Comandante del Corpo che la possa difendere come solo un genitore può fare con il proprio figlio. Questa menomazione riporta d’attualità un interrogativo che, da sempre, risuona nelle nostre caserme: Chi difende i difensori? ✦

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L’ingresso alla Città Giudiziaria di Piazzale Clodio a Roma

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Roberto Martinelli Segretario Generale Aggiunto Sappe martinelli@sappe.it Capo Redattore

Teramo, Parma, Stefano Cucchi...

la Polizia Penitenziaria è una istituzione sana!

Nella foto, Stefano Cucchi

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bbiamo tutti il massimo rispetto umano e cristiano per il dolore dei familiari del detenuto Stefano Cucchi, morto nel reparto detentivo dell’Ospedale Pertini di Roma, come lo abbiamo per tutti coloro che hanno perso un proprio parente durante la detenzione in carcere. Ma non possiamo accettare una certa (tendenziosa e falsa) rappresentazione del carcere come luogo in cui quotidianamente e sistematicamente avvengono violenze in danno dei detenuti che traspare da alcune - non tutte, per fortuna - cronache giornalistiche apparse in questi giorni su taluni Organi di (dis)informazione. Non accettiamo che le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria che lavorano, ogni giorno, nelle strutture detentive del Paese con professionalità, zelo e abnegazione vengano rappresentati da certe costanti e quotidiane corrispondenze di stampa che, più o meno velatamente, associano al nostro lavoro i sinonimi inaccettabili di violenza, indifferenza e cinismo. Non è questo il momento delle opinioni o dei giudizi. E’ il momento che la Magistratura accerti - come sempre con serenità, equilibrio e pieno rispetto dei valori costituzionali - gli elementi di cui è in possesso. E’ il momento che la Magistratura – come sempre serena, indipendente e impermeabile alle opinioni - accerti responsabilità e verità. La presunzione di innocenza è una tutela prevista dalla Costituzione e vale per tutti i cittadini. Fermo restando che è sempre la Carta Costituzionale a sancire che la responsabilità penale è personale, è dovere della Magistratura (alla quale rinnoviamo la nostra totale fiducia)

accertare eventuali comportamenti contrari alle leggi. Senza ombra di dubbio alcuno, si pone al di fuori della legittimità e deve essere penalmente e disciplinarmente punito chi eventualmente pone in essere atti violenti nei confronti di detenuti. E questo a tutela dell’onorabilità dell’Istituzione penitenziaria, del Corpo di Polizia e dei suoi appartenenti che svolgono ogni giorno un lavoro duro e difficile con alta professionalità e non comune senso del dovere. Ma altrettanto chiaro è che il contenuto di certe dichiarazioni e di certi continui articoli di stampa, che hanno parlato di zone grigie di indifferenza e di abuso di monopolio della forza, non rispecchia affatto il vero operato del Corpo. Queste affermazioni ci offendono, come ci offendono le sollecitazioni a fare piena luce su alcune morti avvenute in carcere (tanto più se, come in alcuni casi, avvenute molti anni fa) quasi a instillare il dubbio (a gente che nulla sa di carcere e delle reali dinamiche penitenziarie) che questi tragici eventi fossero stati seguiti e gestiti con leggerezza e disinteresse o, peggio ancora, con omertà.

E’ rispuntato anche Luigi Manconi. Si, proprio lui, l’ineffabile ex Sottosegretario alla Giustizia (a cui venne addirittura data la delega per la Polizia Penitenziaria), che dopo un inizio in via Arenula in cui sembrava che volesse cambiare radicalmente l’Amministrazione penitenziaria, si interessò davvero di due sole cose. La prima fu l’indulto (28mila detenuti fuori dal carcere in un colpo solo!), e sappiamo come andò a finire anche per il mancato contestuale avvio da parte del Ministero della Giustizia di una riforma strutturale al sistema penitenziario. L’altro argomento che suscitò l’interesse di Manconi Sottosegretario alla Giustizia è stato il passaggio della sanità penitenziaria al servizio sanitario nazionale. Con quali risultati è sono gli occhi di tutti. Ultimamente Manconi ha dedicato (lo ha detto lui in più occasioni) tutto il suo tempo e le sue energie alla vicenda di Stefano Cucchi. Non ho però ancora sentito parlare Manconi della straordinaria quotidianità lavorativa dei Baschi Azzurri che pure, lui, dovrebbe conoscere bene. Perché, proprio lui, non dice con forza che l’immagine che di noi danno alcuni opinionisti non rispecchia affatto il vero operato del Corpo? Lui, che è stato in via Arenula con delega agli affari penitenziari, spieghi a chi non ci conosce che la Polizia Penitenziaria è una istituzione sana, composta da uomini e donne che con alto senso del dovere, spirito di sacrificio e grande professionalità sono quotidianamente impegnati nella prima linea della difficile realtà penitenziaria, nelle sezioni detentive e nei servizi di traduzione e piantonamento dei detenuti in primis. E’ rispuntato, anche, Alessandro Mar-

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gara, a lungo magistrato di sorveglianza e (nostro malgrado) capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che ha sentenziato: «Da parte di tutti gli organi di polizia c’è la tendenza alla violenza, soprattutto verso gli inermi». I pestaggi negli istituti penitenziari «non sono certo la norma – ha aggiunto - ma una cosa che purtroppo rientra nell’ordinaria follia di quello che è il carcere oggi. Al personale manca una guida che indichi percorsi diversi». Non contento, l’ex capo del Dap è stato critico anche con i sindacati di Polizia Penitenziaria: «Devono cominciare a fare il mea culpa - dice per essersi riconosciuti in una politica che ha reso rigido il carcere». Margara si contraddistinse, alla guida del Dap, per una discutibile gestione, nettamente sbilanciata a favore del povero detenuto e con poco interesse verso i cattivi poliziotti. Ha fatto tanta filosofia, durante la sua permanenza in Largo Daga, ma nessuna iniziativa concreta per la quale meriti di essere ricordato. Da magistrato di sorveglianza, Margara fece peggio. Scrisse: “Durante la detenzione ha dimostrato un allontanamento dalla subcultura carceraria, una profonda riflessione personale, una rivalutazione critica della propria esperienza”. Grazie a queste parole, il detenuto con 27 anni da scontare per tre rapimenti Giovanni Farina ottenne per la prima volta la semilibertà. E rapì l’imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini, in un drammatico sequestro in cui poi morì l’ispettore dei Nocs Samuele Donatoni… Che Margara fosse inadatto per guidare il Dap se ne accorse persino Oliviero Diliberto, che non è proprio uno di destra. Appena insediato come Guardasigilli in via Arenula, lo avvicendò prontamente. Questo non ha impedito a Margara di continuare a percepire (perché pensionabile) la cospicua indennità prevista quale Capo della Polizia penitenziaria (!)… La verità su quello che fa la Polizia Penitenziaria in carcere tutti i giorni è un’altra, che non trova però quasi mai spazio sui giornali, sui periodici e sugli altri organi di informazione del Paese.

La verità è – e l’opinione pubblica non lo sa - che i poliziotti e le poliziotte penitenziarie nel solo 2008 sono intervenuti tempestivamente in carcere salvando la vita ai 683 detenuti che hanno tentato di suicidarsi ed impedendo che i 4.928 atti di autolesionismo posti in essere da altrettanti ristretti potessero degenerare ed avere ulteriori gravi conseguenze.

qualcuno vorrebbe far credere. Altro che i ‘continui massacri’. Noi, questa rappresentazione falsa di un carcere violento, non l’accettiamo perché non rispecchia affatto la quotidiana e reale attività lavorativa dei poliziotti penitenziari. Attendiamo dunque che la Magistratura valuti tutti gli elementi di cui è in possesso ed accerti come sono andate davvero le cose. Ma nell’assoluta convinzione dei capisaldi giuridici della presunzione d’innocenza e del carattere

A sinistra, il carcere di Parma

La dichiarazione di Franco Ionta del 14 novembre 2009

Rispettoso del ruolo e delle prerogative dell’Autorità Giudiziaria intervengo come Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e come magistrato per confermare la fiducia nell’operato della Procura di Roma e per garantire il supporto che potrà derivare dall’inchiesta amministrativa che oggi inizia dopo averne ricevuto autorizzazione allo svolgimento. Da quanto emergerà dalle indagini preliminari e dagli accertamenti interni terrò conto ai fini dei provvedimenti di competenza del Dipartimento; così come è stato fatto per la vicenda di Teramo si opererà nel rispetto della legge e per la tutela del personale della Polizia Penitenziaria che nella sua stragrande maggioranza quotidianamente profonde il suo impegno per la gestione del sistema penitenziario afflitto in questo periodo da gravi carenze strutturali e da incessanti emergenze dovute soprattutto, ma non solo, all’afflusso sempre crescente di detenuti. Rimarco infine che la pubblicazione dei nominativi degli appartenenti al Corpo siccome sottoposti ad indagini, oltre che violatoria del segreto di indagine, rende più difficile il loro lavoro contribuendo a determinare ulteriori difficoltà nel rapporto, sempre delicato, tra Polizia Penitenziaria e popolazione detenuta. Fin d’ora, ove dovessero evidenziarsi responsabilità dell’Amministrazione nella morte di Stefano Cucchi, formulo ed esprimo il più totale rammarico alla famiglia così dolorosamente colpita.

I Baschi Azzurri, nelle carceri italiane, subiscono con drammatica sistematicità – nell’indifferenza dell’opinione pubblica, della classe politica ed istituzionale, dei media, di Manconi e Margara – continue aggressioni da una parte di popolazione detenuta sempre più spesso aggressiva e violenta. Questo avviene nelle carceri. Altro che le “violenze sistematiche ai detenuti”, come invece

personale della responsabilità penale, respingiamo con fermezza ogni accusa gratuita e inaccettabile alla professionalità del Corpo di Polizia Penitenziaria e dei suoi appartenenti a prescindere, perché non rappresenta affatto la natura stessa della nostra nobile professione. Altro che zone grigie di indifferenza e di abuso di monopolio della forza! ✦

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Nel riquadro la dichiarazione del Capo del DAP Franco Ionta sotto, il carcere di Teramo

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Giovanni Battista Durante Segretario Generale Aggiunto Sappe durante@sappe.it Responsabile redazione politica

La Polizia Penitenziaria abbandonata a se stessa nel disinteresse della politica e delle istituzioni

Sopra, il Tribunale di Roma a Piazzale Clodio

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a morte di Stefano Cucchi ha fatto esplodere la questione carceri. Adesso, tutti si interrogano sull’inefficienza del sistema penitenziario, sul fatto che in un paese civile certe cose non devono avvenire. Eppure, sono mesi che, come sindacato, stiamo denunciando che la condizione delle carceri italiane è insostenibile a causa del sovraffollamento (abbiamo più di 65.000 detenuti, a fronte di una capienza di 44.000) e della carenza di organico (il Corpo di polizia penitenziaria ha un organico di circa 38.500 agenti, a fronte di una previsione ministeriale di circa 44.000 unita). Abbiamo denunciato le continue aggressioni agli appartenenti al Corpo da parte dei detenuti, ma pochi di questi episodi hanno interessato la cronaca e, laddove ciò è avvenuto, si è trattato della cronaca locale; colleghi che vengono colpiti con pugni in faccia, sputi, sangue infetto e, addirittura, olio e acqua bollente. Tanti parlamentari hanno fatto le solite passerelle estive, visitando qualche isti-

tuto penitenziario, ma tutto e passato in fretta, finito nel dimenticatoio. Adesso, invece, la questione è emersa prepotentemente, fino a chiedere l’istituzione di una commissione parlamentare di indagine sulle morti in carcere; proposta avanzata dai radicali e condivisa dall’onorevole Giulia Bongiorno, presidente della Commissione giustizia della Camera dei Deputati. Gli stessi radicali hanno anche manifestato l’intenzione di iniziare uno sciopero della fame. E’ l’ulteriore conferma che in Italia ci vuole sempre un dramma per smuovere le coscienze. Ma andiamo con ordine, altrimenti rischiamo di fare confusione. Stefano Cucchi viene arrestato e rimane una notte a disposizione dei carabinieri, nelle loro celle di sicurezza, dopo di che, il secondo giorno, viene portato a piazzale Clodio, in Tribunale, per essere processato per direttissima. Qui viene portato nelle celle di sicurezza, dove viene custodito per tutta la mattinata, i carabinieri dicono dalla sola polizia penitenziaria, i nostri agenti affermano, invece, che lo hanno fatto insieme, ma qui sta la prima anomalia. Normalmente, quando un soggetto viene arrestato e portato in carcere, la polizia penitenziaria si preoccupa di ispezionarlo attentamente, di farlo visitare dal medico, anche immediatamente se vengono riscontrate delle anomalie rispetto alle condizioni di salute. Tutto questo non è possibile farlo nelle celle di sicurezza del tribunale, dove il soggetto passa in consegna da un Corpo di polizia all’altro, senza che vengano fatti dei controlli precisi sulle sue condizioni di salute. E’ questo, infatti, un primo vulnus nella vicenda Cucchi. Sarà difficile

accertare quali erano le sue condizioni di salute prima che i colleghi della polizia penitenziaria lo prendessero effettivamente in consegna. Rispetto ad eventuali fratture soltanto gli esami che verranno effettuati dopo la riesumazione della salma ci diranno se le stesse erano recenti oppure antecedenti all’arresto ma, soprattutto, se Cucchi sia morto per le eventuali lesioni che poteva avere, oppure per altre cause. L’aspetto più anomalo di tutta la vicenda è senz’altro quello legato al presunto testimone. Si tratta di un soggetto che era stato arrestato anche lui per questioni di droga, extracomunitario e senza fissa dimora, probabilmente con altri precedenti giudiziari e/o di polizia. Si tratta, soprattutto, di un soggetto che avrebbe tutto l’interesse a mentire, atteso che il suo atto di accusa può garantirgli l’impunita rispetto ad una possibile permanenza in carcere. E cosi è stato. Dopo aver accusato gli agenti della polizia penitenziaria in servizio quel giorno alle celle del tribunale, il teste è stato scarcerato ed affidato, agli arresti domiciliari, ad una comunità per tossicodipendenti, al fine di proteggerlo dall’ambiente carcerario dove, scrivono i magistrati, potrebbe subire pressioni psicologiche finalizzate alla ritrattazione ovvero al mutamento delle precedenti dichiarazioni. Sono probabilmente queste le parole che fanno più male al Corpo. Un Corpo che non sarebbe più affidabile, una vera e propria consorteria mafiosa. Il Corpo di polizia penitenziaria non è questo e lo ha dimostrato anche arrestando colleghi che nel corso della loro attivista avevano infranto le regole. Piuttosto, è opportuno che si valuti attentamente l’attendibilità

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dei testimoni, soprattutto di coloro che, come scritto poc’anzi, potrebbero avere interesse a mentire, per ottenere benefici che diversamente non potrebbero avere. I magistrati sanno bene che l’attendibilità dei testimoni si valuta anche e soprattutto in base agli interessi che gli stessi hanno o potrebbero avere nel processo. Il presunto supertestimone di interessi ne ha sicuramente. Abbiamo piena fiducia nella magistratura e siamo sicuri che magistrati e giudici valuteranno attentamente anche questo aspetto. Quanto alla presunta mancata alimentazione forzata che vede imputati il direttore e il dirigente medico del carcere di Pavia, per un altro caso di morte in carcere a seguito di sciopero della fame e che vede coinvolti, per la stessa ipotesi, anche i medici del Pertini, dove è morto Stefano Cucchi, si tratta di una questione assai controversa dal punto di vista tecnico giuridico. Non c’è nessuna norma che impone l’alimentazione forzata. Comunque, sia che il medico proceda all’alimentazione forzata, sia che non lo faccia, versa, comunque, in ipotesi di illecito penale. Procedendo all’alimentazione forzata, rischia l’incriminazione per lesioni e violenza privata, non procedendo all’alimentazione forzata rischia l’incriminazione per omicidio colposo. Delle due sicuramente la prima, ma perchè rischiare? Il parlamento è intervenuto notte tempo per il caso di Eluana Englaro, con molta più tranquillità potrebbe affrontare e sciogliere questo dilemma, rispetto al quale né la più autorevole dottrina, né i giudici, riescono a fornire una soluzione univoca. Ma ciò non interessa nessuno razionalmente; interessa solo quando accadono fatti eclatanti, come quello di Stefano Cucchi, poi, passata la tempesta, tutto torna come prima. I colleghi della polizia penitenziaria continueranno a prendere gli sputi in faccia, l’olio bollente e gli escrementi addosso, i pugni in faccia e nessuno se ne preoccuperà, tanto il carcere può anche diventare una giungla, dove far regnare la legge del più forte, nell’attesa che ci sia sempre il prossimo agente che paga per tutti. ✦

INCONTRO DEI CAPI UFFICIO GIUDIZIARI BOLOGNESI CON IL MINISTRO ALFANO

L’INTERVENTO DEL PRES. MAISTO Signor Ministro, nell’associarmi alle manifestazioni di benvenuto testè espressele dai vertici della Corte e della Procura Generale,desidero prospettarle che questa è la Regione del nostro Paese in cui in assoluto, si evidenzia il sovraffollamento degli Istituti di pena (dalle Case Circondariali alle Case di Reclusione,fino all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Reggio Emilia ed alle due Case di Lavoro), tanto che, ove giudiziariamente accertate, sembrano potersi anticipare,allo stato, rilevazioni di mancanza di quello spazio tollerabile a persona, per cella, corrispondente ai famigerati tre metri quadrati che sono costati la recente condanna da parte della CEDU nei confronti dell’Italia. In secondo luogo ,in questa Regione emerge, come dato positivo e virtualmente complementare al primo, una rilevante ricchezza di opportunità per l’inclusione sociale, sia come offerta del cosiddetto privato-sociale (e mi riferisco tanto alle consolidate esperienze comunitarie, note a livello nazionale, quanto a quelle meno note, di rilievo regionale, per tossicodipendenti, per disabili psichiatrici, per portatori di handicap sociali, ecc.). In terzo luogo, appare carente la forza presente di Polizia Penitenziaria rispetto alla copertura degli organici e rispetto alle necessità delle carceri. Non è mio compito, in questa sede, soffermarmi sulle scelte di politica penitenziaria del Suo Dicastero, ma se Ella, stigmatizzando pubblicamente lo stato di illegalità e di violazione della nostra Costituzione, in cui versano le carceri, si è impegnato per l’approvazione di un Piano di edilizia penitenziaria ed ha disposto lo studio di un Progetto di Legge per la concessione della detenzione domiciliare ai detenuti per pene non superiori a 1 anno e per reati di non particolare gravità, ha mostrato di essere sensibile alla

gravità della condizione carceraria. Le sottopongo allora, in questa forma orale, quanto già anticipato, in forma scritta, ai Dipartimenti da Lei dipendenti, per una doverosa offerta di collaborazione operativa nell’immediato, in attesa della riforma. Il Tribunale di Sorveglianza dell’Emilia Romagna ha raddoppiato il numero delle udienze per la valutazione delle istanze di misure alternative alla detenzione da concedere,ovviamente, in condizioni di sicurezza, ma la carenza di risorse del personale di cancelleria è tale che si rischia perfino di non concedere la Liberazione Anticipata ai detenuti e di non incidere favorevolmente sulla ammissione dei tossicodipendenti ai Programmi Terapeutici in Comunità. In altri termini: 1. Non si riescono a registrare in tempo reale le istanze urgenti,che se valutate con pari urgenza,potrebbero esitare,in presenza delle condizioni di Legge, la scarcerazione dei condannati. 2. La sola e modesta autovettura di servizio, ottenuta grazie all’intervento del Presidente Lucentini, non consente ai Magistrati del Tribunale di Sorveglianza di accedere agli Istituti di Pena sparsi sul territorio della Regione. 3. Tranne un modesto, ma apprezzabile contributo dell’Arma dei Carabinieri, non si dispone nemmeno di quel minimo personale di Polizia Penitenziaria, qualificato per le funzioni di Istituto, per l’esecuzione dei Provvedimenti dei Magistrati di Sorveglianza. Eppure si tratta di disposizioni di competenza del Suo Ministero. Confido nella Sua attenzione. Francesco Maisto Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna.

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Nella foto, Francesco Maisto

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Lara Liotta info@sappe.it Redazione sportiva

Mondiali di scherma in Turchia

alle Azzurre il titolo Francesca Quondamcarlo tra le iridate

Nelle foto, a destra Francesca Quondamcarlo sotto, le azzurre mostramo le medaglie in basso, il podio

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ella prima settimana di ottobre Marisa Poli Antalya (Turchia) ha ospitato i Campionati Mondiali di scherma. La squadra azzurra femminile di spada ha conquistato uno storico oro, e nella storia entrano anche le Fiamme Azzurre grazie ad una delle quattro moschettiere iridate: Francesca Quondamcarlo, atleta ventiquattrenne della Polizia Penitenziaria, ha contribuito alla vittoria affiancando le compagne di nazionale Del Carretto, Moellhausen e Cascioli. Definire la vittoria come storica non è la solita iperbole giornalistica. Prima di Antalya, mai quest’ arma al femminile, aveva vinto un oro a squadre, né ai Mondiali né alle Olimpiadi. La spada è un’arma selettiva, dura, sicuramente meno visibile rispetto al fioretto delle pluricampionesse conduttrici televisive o testimonial pubblicitari degli snack ai cereali. Le azzurre fino a questo appuntamento avevano raccolto solo dieci medaglie nelle due competizioni più importanti, l’ ultima, individuale, con la Cascioli ai Mondiali dell’ Avana 2003, e di

gere tra le prime dieci era stata solo la Moellhausen (ottava), chi poteva pensare alla vigilia ad un risultato del genere?. Pochi, ma loro quattro lo sapevano che si poteva fare ed è questa la notizia più importante oltre al successo e ai tanti disfattisti ridotti al silenzio. Un gruppo solido e compatto quello delle spadiste, che può sfidare i pronostici meno fausti e le individualiste più forti.

acqua sotto i ponti ne era già passata molta. Così tanta che qualcuno dell’ambiente non avrebbe forse puntato nemmeno un euro su un possibile podio, per non parlare della vittoria finale. Se si considera poi che le gare individuali non avevano arriso alle nostre e che l’unica a giun-

In fondo, il team rosa così composto, un anno fa aveva agguantato la qualificazione per le Olimpiadi di Pechino piazzandosi al terzo posto. Poi nella rassegna cinese a cinque cerchi fu esclusa dal programma la prova di spada a squadre e fu una delusione enorme con la consapevolezza di poter esserci a buon diritto nel-

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l’olimpo delle migliori. Abbiamo chiesto a Francesca di raccontarci alcune delle emozioni di Antalya e alla domanda più scontata del cosa si prova dopo, ci ha risposto che è tanto grande quanto difficile circoscrivere ciò che si sente dentro: «E’ bellissimo... per tanti anni molte delusioni ed ora invece una grande gioia. La maggiore delle soddisfazioni è stata l’unità del gruppo, l’esserci sentite squadra più di tante altre volte sebbene gareggiassimo insieme da tempo.» Quell’unità ha fatto la differenza e anche il Ct azzurro Cuomo non ha potuto non riconoscerne il valore aggiunto: «Ho visto quello che è mancato ai ragazzi: la forza del gruppo. Mi piacerebbe che prendessero esempio.» Ucraina,Romania, Francia e in finale la Polonia: questa è stato il percorso delle nostre verso l’oro. Francesca qual è stato l’incontro o gli incontri più duri? «Sicuramente quello contro la Romania (una delle squadre più quotate insieme alla Francia) per entrare nei quarti. E’ stato una grandissima sofferenza seguire le compagne, in particolare l’ultimo incontro della Del Carretto, finito alla priorità.» L’incontro finirà infatti 32 a 31 a favore delle nostre. La priorità è il prolungamento di tempo alla fine di un incontro pari per decidere il vincitore. Sono secondi di ulteriore fatica, ma, più che fisica, è una sofferenza soprattutto mentale. Chi guarda da fuori soffre il doppio e Francesca in quel momento non era nemmeno in pedana. Continuando a raccontarci della gara: «Duro è stato anche lo scontro con la Francia, contro cui non abbiamo mollato e anche qui Bianca Del Carretto è riuscita a spuntarla all’ultimo.» L’incontro finirà 29 a 28 per le nostre e l’idea che il paradiso era vicino diventava sempre più concreta. In fondo la Polonia, in quanto a valori sulla carta non era certo la Germania, che dovrà accontentarsi e lottare solo per la finalina per il bronzo contro le sconfitte cugine d’oltralpe per mano nostra; ma non era nemmeno una compagine da sottovalutare dato che ai recenti europei di Plovdiv aveva riservato alle azzurre qualche brutta sorpresa fermando il loro cammino.Allora rispetto per tutte ma paura di nessuna, la Del Carretto ha portato un +11 in due assalti finiti rispettivamente cinque a

zero e sei a zero, concretizzando alla fine un vantaggio parziale di 26 a 13 per le nostre. Poi Francesca e la Moellhausen, completando l’opera con pennellate di colori iridati, hanno amministrato alla grande fino al 45 a 31 finale. Era il quarto oro per l’Italia nella rassegna turca, quello che le ha fatto chiudere i Mondiali 2009 da premiére dame, in testa al medagliere con altri due argenti e tre bronzi. Da più parti si è scritto “Francesca la Pupona” per una grandissima passione sportiva per la Roma ed il suo capitano e che dopo questa vittoria Totti devono fartelo conoscere. Ma è tutto vero?

Sopra, il logo dei Mondiali di Scherma di Antalya 2009 a sinistra ancora una immagine di Francesca Quondamcarlo

«In realtà il soprannome nasce da quando ero più piccola e me lo diede il mio fisioterapista di allora». Poi l’associazione all’altro pupone più famoso è stata percorsa da quasi tutti i giornali eppure... «seguo il calcio, ma gli sport che mi appassionano sono tanti altri anche più del calcio, pur non nascondendo senz’altro la mia simpatia per la Roma e se mi presentano Totti non mi dispiace ovviamente.» Quando ha iniziato con la scherma e perché questo sport? «Ho iniziato quando avevo otto anni con il fioretto, ma non è stato il mio primo sport. Prima di appassionarmi alla scherma ne ho praticati tanti altri. I miei preferiti sono stati lo sci ed il nuoto. Ho iniziato per gioco, per andare dietro a mio fratello che era un appassionato fan di Zorro. Per questo lo seguii al Club Scherma Roma (il club dell’Acqua Acetosa) e da quel momento in poi questo sport non l’ho più lasciato.» Come è maturata la decisione di passare alla spada? «Fu Carlo Carnevali (il compianto Ct di scherma scomparso nel febbraio 2009 n.d.r) che allora mi seguiva, ad accorgersi che avevo le qualità per la spada. Inizialmente provai con quest’arma perché al Club serviva una spadista per le gare. Poi continuai a specializzarmi comprendendo che era la mia arma e nel 2000 arrivò la prima convocazione in nazionale per i mondiali cadetti di Chigago. La vittoria di Antalya è anche un po’ figlia di

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a sinistra Francesca ritratta insieme al CT Carnevali

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Un’altra foto di Francesca

gruppo sportivo. Grazie al loro sostegno posso dire di conquistare molte delle mie vittorie. In particolare, la presenza dentro e fuori le gare di persone delle staff quali Conforto, Parena, o dei fisioterapisti Ranaldi e Pompili è di grandissimo aiuto.»

Carnevali che è stato uno dei pochi a crederci contro qualunque pronostico. Io personalmente la dedico un po’ anche a lui.» L’avvento alle Fiamme Azzurre nel 2004 è stato una scelta ragionata o una casualità?

Prossimi impegni agonistici? «Le Fiamme Azzurre erano l’occasione che mi si è presentata al momento e non le conoscevo benissimo rispetto ad altri gruppi sportivi in divisa. Oggi posso dire che sono state la migliore scelta in assoluto rispetto a qualsiasi altro

«A breve l’Open di Ravenna che però è importante solo come test di fisico di avvicinamento agli impegni di Gennaio, quando ricomincerà a Budapest la Coppa Del Mondo». ✦

Storia della spada femminile

I diversi modi di impugnare le armi: la spada (in alto) e il fioretto (in basso)

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all’inizio del xx° secolo sino alla metà degli anni ottanta, le specialità della scherma furono solamente quattro: fioretto, spada e sciabola in campo maschile, il solo fioretto in campo femminile. Ciò perchè si riteneva (in modo assolutamente acritico) che il fioretto fosse la sola delle tre armi adatta alle velleità sportive del gentil sesso. Bisogna infatti attendere l’anno 1985 per assistere ai primi timidi tentativi di inserimento della spada femminile nei calendari agonistici in italia ed all’estero. E’ doveroso peraltro evidenziare come la spada femminile, seppur non compresa tra le discipline della scherma, fosse al contrario praticata con successo nell’ambito di altra disciplina sportiva, il Pentathlon Moderno. Il Penthatlon Moderno è sport composito, nel quale gli atleti si confrontano in cinque sport diversi (nell’ordine nuoto, equitazione, tiro, scherma e corsa). Proprio per quanto riguarda la scherma, nelle competizioni di Penthatlon Moderno l’arma usata è la spada, sia in campo maschine sia in campo femminile. Tornando alla scherma, nel Marzo del 1985 si disputò a Torino la prima gara di spada femminile, alla quale presero parte una cinquantina di atlete, provenienti da

tutta Italia, ma, soprattutto, dal Piemonte e dalla Lombardia. La gara fu vinta dall’eporediese Tiziana Bovis sulla genovese Silvia Bosco. Tale competizione ebbe un discreto successo di pubblico ma, cosa ancora più importante, incontrò l’incondizionato favore sia degli addetti ai lavori, anche dei più scettici,sia delle atlete. Sull’onda di tale iniziale successo, nei mesi successivi vennero organizzate in Italia altre competizioni a carattere prettamente regionale, aperte all’adesione, questa volta, anche alle schermitrici più giovani, a partire dalla categoria “allieve” (dai tredici anni in su). La prima gara a livello nazionale si svolse a Roma nel Maggio del 1985 e questa volta il successo fu addirittura eclatante, tanto che le spadiste partecipanti furono più di 150. Alla gara parteciparono sia fiorettiste che pentatlete, oltre a giovani ragazze che avevano iniziato l’attività schermistica da pochi anni, direttamente con la spada; tra queste ultime anche Sandra Anglesio che divenne in seguito una delle più forti schermitrici sia in campo nazionale che

internazionale. Esisteva, peraltro, in quegli anni una rilevante differenza tra la spada maschile e quella femminile e tale differenza era data dal tipo di impugnatura usata. Le donne potevano infatti usare solamente l’impugnatura di tipo “francese“, mentre gli uomini potevano tirare anche con l’impugnatura anatomica. Si riteneva che l’impugnatura anatomica fosse troppo pericolosa per le donne, perchè con questa impugnatura la presa della mano è più salda e quindi i colpi che vengono portati sono più forti e più potenti. L’uso dell’impugnatura “francese” creava non pochi problemi a carico delle ex fiorettiste, le quali, essendo abituate ad usare nel fioretto l’impugnatura anatomica, si trovavano decisamente in difficoltà nel dover cambiare modo di impugnare e, conseguentemente, anche in difficoltà nel portare i colpi durante l’assalto. Fortunatamente nel 1987 venne data anche alle spadiste l’opportunità di tirare con l’impugnatura anatomica. Nonostante il successo iniziale, in seguito al quale ci si sarebbe potuto aspettare una ufficializzazione della disciplina da parte della Federazione Internazionale Scherma (FIE), la spada femminile rimase per lungo tempo

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a livello meramente sperimentale, sia in Italia sia all’estero. Il primo Campionato Italiano ufficiale si svolse a Rimini nel mese di ottobre del 1987; si trattava, peraltro, di un Campionato Italiano per così dire “minore” in quanto riservato alle schermitrici di terza e quarta categoria. Nel gennaio del 1988 si svolse, è il caso di dire finalmente, a Rosignano Solvay il primo Campionato Italiano categoria “assoluti” . La gara fu vinta dalla vercellese Elisa Uga che in finale sconfisse in un combattutissimo assalto la genovese Silvia Bosco. La prima gara internazionale alla quale la Nazionale Italiana di spada femminile partecipò in via ufficiale, si tenne a Koblenz nel Febbraio del 1988. La spada italiana ottenne un incredibile ma meritatissimo successo; vinse l’eporediese Sandra Anglesio davanti all’altra italiana Elisa Uga, al terzo posto si piazzò la tedesca Eva Maria Ittner, al quarto e quinto posto altre due italiane, nell’ordine Emanuela Gabella (pentatleta) e Saba Amendolara. A questa prima competizione internazionale in terra germanica parteciparono solamente sei nazioni: Germania, Olanda, Svezia, Svizzera, Francia ed Italia: una partecipazione, come risulta evidente, ancora ristretta, anche se oltremodo qualificata dalla presenza dei paesi europei di maggiore tradizione schermistica. Nello stesso anno la nazionale italiana partecipò ancora ad una gara internazionale che si disputò a Tauber, sempre in Germania. Questa gara fu numericamente e qualitativamente più importante della precedente, in quanto nobilitata dalla presenza di un nutrito lotto di nazioni, a cominciare dai paesi dell’Est europeo, che, fino a quel momento, non avevano partecipato ad alcuna gara a livello internazionale. A questa competizione parteciparono oltre 150 atlete ed al termine degli assalti la vittoria arrise

alla spadista svedese Eglen. La spada femminile resta purtroppo ancora esclusa dai giochi olimpici svoltisi a Seul nel 1988. In contemporanea alle Olimpiadi di Seul si disputò ad Orleans in Francia un primo “Criterium Mondiale” riservato alla spada femminile, una sorta di Campionato del mondo della specialità, ancora, peraltro, inspiegabilmente a livello sperimentale. In questo “Campionato del Mondo Sperimentale”, oltre alla gara individuale, per la prima volta venne inserita anche la gara a squadre per nazioni, vinta dalla squadra della Repubblica Federale Tedesca che in finale sconfisse la nazionale francese; lItalia fu terza. Questo primo “ Criterium mondiale “ si rivelò un esperimento decisamente riuscito : le atlete partecipanti furono infatti ben 95, in rappresentanza di venticinque nazioni diverse e, dato estremamente confortante, il livello tecnico della competizione risultò elevatissimo. Dopo i molti tentennamenti da parte della Federazione Internazionale Scherma (FIE) , una svolta definitiva verso l’ufficializzazione definitiva della spada femminile si ebbe nel 1989, con l’inserimento nel calendario agonistico internazionale di due prove, un Campionato mondiale giovanile riservato alle atlete under 20 e, soprattutto , del primo Campionato Mondiale assoluto ufficiale. Quest’ultima manifestazione si svolse nel mese di Luglio del 1989 , a Denver, nello Stato del Colorado (USA), per la prima volta in contemporanea con le altre discipline della scherma. Dal 1989 in poi la disciplina della spada femminile fu presente a tutti i campionati del mondo e già dall’anno successivo si formulò un circuito di Coppa del mondo che venne nello stesso anno reso ufficiale. Stando così le cose, i tempi sembravano maturi per la tanto agognata introduzione della spada femminile nell’ambito delle discipline olimpiche. Invece, il Comitato Internazionale Olimpico (CIO) decise di rinviare ulteriormente l’inserimento della nuova disciplina, suscitando peraltro le indignate reazioni dei tecnici federali e delle atlete di tutti i paesi. Fu così che, mentre a Barcellona si svol-

gevano i Giochi Olimpici del 1992, la spada femminile disputò un proprio Campionato del mondo, sia individuale sia a squadre, che per l’occasione si tenne a L’Havana (Cuba). Si arrivò, finalmente, alle Olimpiadi di Atlanta 1996, ove la spada femminile venne ammessa definitivamente, e a pieno titolo, nel calendario dei Giochi Olimpici. Di assoluto rilievo la prestazione ottenuta nell’occasione dalla compagine azzurra, che conquista brillantemente la medaglia d’argento nella gara a squadre, con una formazione composta da Elisa Uga, Laura Chiesa e Margherita Zalaffi. Resta da osservare che l’esordio della competizione di spada femminile non costituì l’unica innovazione introdotta con l’Olimpiade statunitense. Infatti, in tale occasione, il Comitato Olimpico Internazionale e la Federazione Internazionale di Scherma decisero di ri-

durre, nell’ambito delle gare a squadre, il numero dei tiratori di ciascuna squadra da 5 (4 + una riserva) a 4 (3 + una riserva). Inoltre, mentre in precedenza anche la riserva costituiva parte integrante della squadra e poteva sostituire uno qualsiasi dei propri compagni in qualsiasi momento della competizione, da allora in poi la sostituzione venne ammessa solo prima dell’inizio della gara e non più nel corso della medesima. ✦

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Sopra: il fioretto e nel riquadro le diverse impugnature dell’arma sotto: la spada

A sinistra il logo della FIE Federazione Internazionale Scherma

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Lionello Pascone Coordinatore Nazionale Anppe Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria

ma quando finisce questa crisi?

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arebbe straordinario se con una macchina del futuro, che fortunatamente non è stata ancora inventata se non nei film, si potesse vedere come è andata a finire la crisi che stiamo vivendo e che non tutti sono convinti che realmente ci sia. Eppure, da alcuni mesi quotidianamente siamo bombardati da notizie che non sono certamente positive, che a molti hanno tolto il sonno e, sfortunatamente, ad altri lavoro e risparmi. L’inizio del XXI secolo è certamente caratterizzato più o meno in tutti i Paesi del mondo da un dato incontrovertibile, quello delle paure, alcune piccole, altre grandi. La prima di queste paure, in Italia ad esempio, è certamente quella dell’insicurezza che non si riesce a scalfire, nonostante alcuni interventi di securizzazione che hanno prodotto, con grande impegno delle Forze dell’Ordine, apprezzabili risultati. A queste paure, che possiamo definire classiche, se ne è aggiunta un’altra che i sociologi hanno definito la grande paura: quella originata dalla crisi economica mondiale, una paura trasversale che ha i suoi picchi più evidenti e devastanti nelle aree di maggior sviluppo economico, ma che sta lambendo anche quelle in fase di sviluppo o povere. Cercare di individuare il punto di partenza, l’epicentro tellurico della crisi finanziaria, industriale ed economica mondiale è esercitazione di nessuna utilità: quel che è ormai acclarato è che non è nata nel 2007 o 2008. Al contrario essa ha radici lontane e si è sviluppata in un clima di “disattenzione” e di scarse regole o di totale mancanza in certi settori. Uno sguardo rapido alla carta del mondo e il gioco è fatto.

aPerché il problema è la globalizzazione, questo straordinario fenomeno economico degli ultimi anni che, se da una parte ha prodotto una positiva mondializzazione della produzione, del commercio e della finanza con una ricaduta anche sulle aree più povere del pianeta, dall’altra, non controllata da regole valide ed efficaci, ha di fatto by-passato quelle degli Stati, creando una situazione di totale ingovernabilità del fenomeno stesso. E la finanza è stata quella che ha maggiormente goduto di questo spazio di anarchica libertà, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. L’esplosione della bolla non è una variante della pirotecnica, ma un terribile tsunami che ha travolto banche di mezzo mondo e distrutto investimenti di milioni di persone, costringendo gli Stati, anche quelli più liberisti ad intervenire nei salvataggi, dando così inizio ad un tempo nuovo dell’economia, ancora nebuloso, ma certo innovatore. Si dice che dopo questa crisi il mondo non sarà più lo stesso. Questa affermazione parte dalla convinzione che la crisi passerà presto e senza eccessivi danni. E’ quello che tutti sperano e si aspettano, ma è anche vero che pochi sono quelli che osano correre il rischio di far previsioni, a cominciare dagli economisti che non ne hanno azzeccata una. Ricordiamoci cosa dissero del prezzo del petrolio. Qualcuno parlava persino di 200 dollari al barile; all’improvviso dai 150 si è scesi a meno di 40! Cosa pensare dell’Italia? Ad analizzare la crisi ed individuare alcune peculiarità italiane ha pensato il Censis con il suo ormai tradizionale ed atteso rapporto sulla situazione sociale del paese, giunto

quest’anno al 42°. Lunga esperienza dunque: ci si può fidare! Scorrendo le considerazioni generali, forse per la prima volta dopo tanti anni lo spazio al dubbio e all’incertezza per il futuro è più evidente e marcato che nel passato. Non sfugge all’attenzione la complessità della crisi: i problemi struttrali dell’Italia concorrono poi ad aggiungere ulteriori difficoltà a complicare la sua soluzione. D’altra parte le carenze strutturali del nostro Paese sono state rilevate da tutte le organizzazioni internazionali che a vari livelli seguono, con diverse responsabilità, i problemi dell’economia europea e mondiale. Ovvero un forte risparmio delle famiglie, un diverso comportamento delle banche e una flessibilità e adattabilità della piccola e media industria potrebbero mitigare alcuni fra i pericoli della crisi. Ma la metamorfosi del nostro sistema passerà attraverso un adattamento innovativo a tutti i livelli. Perché la sfida sta tutta nel cambiamento e nelle regole, che poi è il contenuto vero del messaggio del nuovo Presidente degli USA Barak Obama. Da ogni parte si invocano regole nuove, anche se sarebbe più corretto dire regole certe e condivise. Con convinzione e forza emergono proposte in quella direzione, soprattutto da parte europea.. Il più grande errore che i nostri Paesi potrebbero però fare è tentare di salvarsi da soli, di pensare di avere la ricetta unica e migliore, di rinchiudersi in un ottuso protezionismo, nella convinzione di salvare così quel poco che resta. Non ci rimane che sperare nella lungimiranza e umiltà di chi ha la responsabilità di decidere, ovunque nel mondo. ✦

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CAUSE DI SERVIZIO L’ANPPE protesta per i ritardi del Comitato di Verifica per le Cause di Servizio Nel mese di ottobre 2009 l’ANPPe ha inviato a diversi organi politici e istituzionali una missiva dove si evidenziava il ritardo del comitato per le cause di servizio. In particolare, abbiamo fatto presente: Ai sensi della normativa di cui al D.P.R. 461/2001, è demandato al Comitato di Verifica per le Cause di Servizio, con sede in Roma, il giudizio definitivo su tutti i pareri medicolegali espressi dalle Commissioni Ospedaliere in materia di riconoscimento di infermità da cause di servizio, di equo indennizzo, di trattamento pensionistico. In proposito, questa Associazione, che è l’unica a livello nazionale, rappresentativa del personale in congedo del Corpo di Polizia Penitenziaria, deve necessariamente rilevare quanto segue: • i tempi occorrenti per pervenire alla conclusione del procedimento che, dal momento della presentazione dell’istanza alla notifica, comprende non meno di cinque- sei anni, causano gravi penalizzazioni per gli interessati, sia sotto il profilo economico che sanitario; • l’esito dei procedimenti stessi che, nel 90% dei casi, risultano negativi, molto spesso annullando, o non condividendo, in modo sostanziale, le determinazioni delle Commissioni Medico Ospedaliere: tale disparità di giudizio

non può non generare significative ripercussioni circa la professionalità dei Collegi, le cui discordanze appaiono quasi inverosimili, trattandosi di provvedimenti che, al contrario, non dovrebbero registrare considerevoli discrasie. Peraltro, altro aspetto da non sottovalutare è quello inerente a numerose patologie, nel passato connesse a fattori di servizio ed ora, invece, pur essendo in presenza di identiche sintomatologie, non più riconosciute: ciò evidenzia una diversità di parametri la cui valenza dovrebbe ispirarsi ad uniformità e a omogeneità concettuale, sotto un aspetto clinico e diagnostico. Fermo restando che la scrivente non può contestare l’operato tecnico- professionale del suddetto Comitato, pur rilevandone incongruenze che non vanno sottaciute, ritiene, però, di proporre una modifica normativa, nell’ambito del D.P.R. 461/2001, che preveda la costituzione di almeno tre Comitati, che abbraccino l’intero territorio nazionale, con identiche funzioni e competenze, che potrebbero davvero consentire uno snellimento dei lavori ed evitare i lunghi tempi di attesa per chi si trova in condizioni di salute comunque precarie e subisce anche danni economici non indifferenti. ✦

Non è più rinviabile la rivalutazione delle pensioni Accanto alle risorse che il Governo deve trovare per gli anziani non autosufficienti, esiste anche il problema reale, tragicamente reale perché si lega indissolubilmente all’altro, della rivalutazione delle pensioni. • Primo, perché è una battaglia di giustizia e di civiltà; • secondo perché chi ha visto perdere il suo potere d’acquisto anche del 50% rispetto ai pensionati più recenti, può ad ogni buon conto considerarsi un non autosufficiente. E’ un dato di fatto, che la crisi aggrava situazioni già critiche di per sé, ed apprezza il tentativo di rinforzare i para-

cadute sociali messi in campo dal Governo, ma questo non basta; rimane comunque inaccettabile il contesto, delle discriminazioni a danno dei pensionati, ridotti alla miseria perché si ostinano a campare più del dovuto! In vari incontri informali è stata accettata la richiesta di aprire con il Governo un tavolo di discussione sul potere d’acquisto delle pensioni, sulla non autosufficienza, sul paniere Istat e sulla rivalutazione delle pensioni, tutto in un quadro di razionalizzazione della spesa pensionistica. E’ vero che c’è la crisi e armonizzare il Bilancio dello Stato è un’impresa, ma è

vero anche che i pensionati non possono pagarne per intero il conto, tanto più che il modo per fare qualcosa c’è. E senza aggravi per le casse statali. I bilanci degli enti previdenziali sono in attivo e basterebbe separare la Previdenza dall’Assistenza per trovare le risorse necessarie, e poi c’è la lotta all’evasione fiscale e contributiva, la razionalizzazione della spesa pubblica ecc... E’ l’uovo di Colombo, perché cercare provvedimenti-tampone (social card e simili...) dall’incerto esito quando la soluzione è tanto più semplice e fattibile di quel che si creda? ✦

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Aumentato l’assegno di incollocabilità Con decreto 25 giugno 2009 del Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali è stato rivalutato con decorrenza dal 1° luglio 2009, l’assegno di incollocabilità, il cui importo mensile è determinato nella misura di euro 233,76.

Venezia: l’ANPPE partecipa alla Festa della Guardia di Finanza Nel mese di giugno 2009, nell’antichissima e splendida cornice della stazione navale della Guardia di Finanza - Caserma Mocenico - si è svolta la cerimonia della ricorrenza del 235° anno di fondazione dell’Arma. Alla cerimonia erano presenti una folta rappresentanza d’Associazioni d’Arma e Combattentistiche con i propri Labari e naturalmente tutte le più alte cariche militari e civili locali dello Stato. La rappresentanza dell’Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria era presente con il proprio Labaro e con i massimi

rappresentanti veneziani. La cerimonia si è svolta con sobrietà al cospetto dei diversi reparti schierati. Il Comandante Interregionale Generale Luciano Pezzi nel suo discorso ha sottolineato i risultati conseguiti nell’arco dell’anno e gli sforzi sostenuti per la lotta all’evasione fiscale, che ha reso alle casse dello Stato ingenti somme. La cerimonia è terminata con le consegne delle medaglie e degli attestati di benemerenza, con i rituali ringraziamenti a tutti i Corpi partecipanti alla Festa. ✦

Venezia: onorificenzadi cavaliere di San Marco per Filomeno Porcelluzzi Il 25 aprile 2009 nella splendida cornice della Chiesa di S. Francesco della Vigna in Venezia, durante la commovente e suggestiva cerimonia religiosa, il Sovrintendente Filomeno Porcelluzzi (Vicecoordinatore del Nucleo Traduzioni e Scorte), in forza presso la Casa Circondariale S.M.M di Venezia è stato insignito della nomina a Cavaliere di S. Marco e quindi iscritto nell’albo d’Oro della stessa, con la seguente motivazione: Il Sig. Filomeno Porcelluzzi partecipa a tutte le attività nell’ambito del sociale, lavorative e a dibattiti nel campo delle devianze giovanili. L’ANPPe Venezia nell’esprimere le congratulazioni per un tale evento che da lustro al Corpo e a tutti gli iscritti, ringrazia Filomeno Porcelluzzi, anche per la sua preziosa collaborazzione nell’ambito di quella Sezione.

Venezia: costituita una “casa della memoria” in ricordo delle vittime del terrorismo, del dovere e della mafia

I rappresentanti ANPPe Filomeno Porcelluzzi, Renato Serena e Mirko Schio con la Presidente Victoria Villarruel

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Una casa della memoria a Venezia, dove abita il ricordo delle vittime del terrorismo, del dovere e della mafia. Un luogo dove si possano consultare documenti e archivi. L’idea è dell’Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria di Venezia e della FERVICREDO, l’associazione vittime della criminalità e del dovere. Tra le associazioni coinvolte, quella delle vittime del terrorismo in Argentina, la CELTYV, con la presidente, Victoria Villarruel, che ha scelto proprio Venezia per lanciare un accorato appello a favore del riconoscimento di vittime (tra cui

metà di chiare origini italiane) come civili uccisi dai terroristi. «Sono 17 le organizzazioni criminali ha spiegato - che hanno insanguinato l’Argentina negli anni 70 rivendicando ogni volta le proprie stragi: si sono contati 21.400 attentati con oltre duemila morti accertati e altri diecimila torturati e feriti, ma vedove e orfani sono lasciati da soli.» «In Veneto il ricordo degli anni di piombo e di chi ha perso la vita facendo il proprio dovere è ancora forte - ha spiegato Mirko Schio, ex poliziotto e presidente della Fervicredo - si pensi alle storie di Sergio Gori, Alfredo Albanese, Giuseppe Taliercio fino ai più recenti casi di Totò Lippiello e Antonino Copia. Vogliamo tenere alta l’attenzione su di

loro, evitare che si puntino i rflettori solo sui carnefici che spesso diventano oggetto di attenzioni più delle vittime.» L’Anppe e la Fervicredo lavorano per un’iniziativa che culminerà appunto nell’inaugurazione della Casa della Memoria. «Il caso argentino è complesso - concordano Schio e Porcelluzzi - ma faremo di tutto perchè l’Italia aiuti l’associazione Celtyv che nel proprio paese non riesce ad avere alcun riconoscimento per motivi politici ed economici.» Fra i tanti casi segnalati dalla Celtyv ci sono vittime di chiare origini venete come Rinaldo Dal Bosco, Eduardo Costa, Dante Sacco e Carlo Bergometti. ✦

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Venezia: Festa della Polizia penitenziaria Il 20 giugno scorso, nella Chiesa di Santo Stefano a Venezia, dove riposa il 108° Doge della Repubblica di Venezia, Francesco Morosini, uno degli ultimi grandi comandanti veneziani, si è tenuto l’Annuale del Corpo. Una solenne cerimonia ha avuto luogo in onore di San Basilide, Patrono della Polizia Penitenziaria, presenti numerose autorità civili e militari, ha celebrato la Santa Messa il vescovo Vicario del Patriarca Mons. Beniamino Pizziol, il quale ha ricordato che «se certezza della pena ed espiazione degli errori sono principi da tener presenti, sono necessari, anche perchè è la Costituzione a citarli, la rieducazione e il recupero di chi ha commesso reati.» Al termine della messa la Direttrice delle carceri veneziane Dott.ssa Gabriella Straffi ha, tra l’altro, affermato che « nonostante il grave sovraffollamento e il taglio dei finanziamenti dello Stato, grazie soprattutto alla professio-

nalità e allo spirito di sacrificio degli Agenti Penitenziari in servizio a Venezia, sono aumentate le attività di rieducazione in favore dei detenuti e le opportunità di lavoro continuano.» Inoltre la Dottoressa Straffi ha colto l’occasione per annunciare l’ormai imminente concessione di un locale da parte dell’Amministrazione alla Sezione A.N.P.Pe di Venezia, la quale ha partecipato con proprio Labaro alla cerimonia: l’ampia delegazione era guidata dal Presidente della Sezione, Vitantonio Petrelli. ✦

Le immagini della Cerimonia di Venezia

Nella foto sotto, il Maestro Giorgio Bortoli

Venezia: inaugurazione del piazzale Cavalieri d’Italia Si è svolta a Favaro Veneto (Venezia) la cerimonia d’inaugurazione del Piazzale Cavalieri della Repubblica Italiana. Si tratta del primo spazio in Italia dedicato ai Cavalieri della Repubblica; al centro del nuovo Piazzale è stato collocato un monumento creato dall’artista Giorgio Bortoli (socio della sezione Anppe Venezia ) in onore dell’intitolazione. L’opera, alta 2,70 metri per una larghezza di 1,35 metri, è realizzata in acciaio su base di cemento e marmo e raffigura un cavallo rampante riprodotto in tre sagome affiancate l’una all’altra, che si ispirano ai cavallini lignei sette-

centeschi che ornavano le scuderie di Villa Pisani a Stra. Il monumento riproduce un’impressione di dinamismo e velocità che si accompagna alla nobiltà di posa dell’animale. Alla cerimonia, svoltasi sotto la pioggia, erano presenti parecchie Associazioni d’arma, una rappresentanza dell’Anppe, dei Lagunari e dei Carabinieri. Dopo l’alzabandiera e la benedizione impartita dal parroco di Tessera, hanno preso la parola le autorità intervenute che hanno elogiato il lavoro effettuato dal Maestro Bortoli e la funzione sociale

che l’Unione dei Cavalieri d’Italia svolge nei confronti dei ceti più bisognosi. ✦ Filomeno Porcelluzzi

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Roma: Festa dello Sport con dimostrazione M.G.A. l XII° Municipio di Roma in occasione della Festa dello Sport, svoltasi nel mese di ottobre 2009 presso la località EUR (Piscina delle Rose), ha invitato una rappresentanza della Polizia Penitenziaria per una dimostrazione del Metodo Globale Autodi-fesa. In occasione di tale evento, è stato invitato l’Ass.te di Polizia Penitenziaria PRESSELLO Stefano, Istruttore FIJLKAM di judo 3 dan già appartenente al Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre, nonché docente di difesa Personale presso la Direzione Generale del personale e della formazione della Polizia Penitenziaria, esperto in arti marziali. Presenti alla Festa dello Sport il Presidente del XII Municipio Pasquale Calzetta, funzionario del Ministero della Giustizia, e il Vice Presidente Maurizio Cuoci. Nell’occasione, lo stand della Polizia Penitenziaria è stato oggetto di numerose visite richieste di informazioni da parte dei visitatori, incuriositi e tentati dal provare le tecniche di difesa personale con i maestri

a disposizione. Sono state impartite lezioni di judo, karate, lotta, aikido e ju jitsu. Si ringrazia, in maniera particolare la Direzione Generale del personale e della formazione del Dipartimento che, con il suo assenso, ha dato un contributo anche sociale a tale iniziativa. ✦

Roma: importante operazione del Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria

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stato riconsegnato a seguito di estradizione tra Autorità italiane e spagnole un noto narcotrafficante italiano scarcerato per errore il 16 giugno dalla Casa Circondariale di Pesaro. E’ stato consegnato presso lo scalo aeroportuale di Roma Fiumicino nelle mani del personale del Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria che ha portato avanti le indagini. Il Pubblico Ministero di Nocera Inferiore ha disposto che l’estradato fosse consegnato al personale del N.I.C. delegandolo all’esecuzione materiale del provvedimento restrittivo a seguito delle complesse indagini portate avanti dal medesimo organismo investigativo. Le attività di intelligence poste in essere dal Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria con le Autorità spagnole ha permesso di giungere in tempi brevissimi alla cattura del ricercato che termina la sua latitanza facendo rientro nel territorio italiano con la consegna nelle mani del personale del NIC che lo ha assicurato nuovamente alla giustizia. ✦

Roma: arriva il numero 1544 E’ stato istituito il numero 1544 un’utenza telefonica di pubblica utilità dove si può contattare la Polizia Penitenziaria. Ad assegnarglielo è stata l’ Autorità per la Garanzia nelle Comunicazioni. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sta predisponendo un progetto per l’attuazione della numerazione che, secondo le previsioni, potrebbe essere operativa nel prossimo anno. «E’ un significativo riconoscimento, quello dell’Autorità per la Garanzia nelle Comunicazioni, che premia l’impegno sociale della Polizia Penitenziaria contro ogni criminalità, laddove, dentro o fuori dal carcere, lo Stato è impegnato nella lotta contro la criminalità, organizzata e non - ha osservato Capece - lì noi vogliamo essere presenti per fare la nostra parte, per fare per intero il nostro dovere. Vogliamo essere presenti al fianco della Polizia di Stato, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Guardia Forestale nell’ottica di un effettivo coordinamento tra le Forze di Polizia, dei magistrati e di quanti altri lottano per gli ideali di civiltà e di giustizia».

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Vibo Valentia: assemblea dei Quadri del Sappe Si è svolto, martedì 13 ottobre , presso la sala conferenze della Casa Circondariale di Vibo Valentia, l’incontro dei quadri sindacali del Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria) della regione Calabria. La riunione è stata presediuta dal segretario generale Donato Capece, coadiuvato dal segretario generale aggiunto Giovanni Battista Durante, dal segretario regionale Damiano Bellucci e dal vice segretario regionale Francesco Ciccone. Numerosa è stata la partecipazione dei segretari locali, provinciali e dei delegati convocati, tutte le segreterie locali e provinciali erano presenti con proprie delegazione a dimostrazione della capillare presenza nei posti di lavoro della nostra organizzazione sindacale. L’incontro che si è aperto con il saluto di benvenuto ai partecipanti da parte di Francesco Ciccone che ha svolto anche il compito di padrone di casa, è stata l’occasione anche per rappresentare al massimo esponente del Sindacato le problematiche presenti in ogni singolo istituto. Successivamente hanno presso la parola il segretario regionale Damiano Bellucci e il segretario generale aggiunto Giovanni Battista Durante. Il segretario regionale Bellucci ha esposto i problemi della regione Calabria ed ha ringraziato tutti i partecipanti per il lavoro svolto con dedizione a difesa dei diritti del personale del Corpo. Durante ha parlato dei problemi relativi al sovraffollamento delle carceri e alla carenza di personale: mancano, infatti, oltre 5 mila unità nel solo Corpo di Polizia Penitenziaria, mentre numerose sono le vacanze tra il personale amministrativo e contabile Capece ha indicato ai convenuti i traguardi raggiunti, frutto di battaglie e rivendicazioni di un Sindacato proiettato verso il futuro e, talvolta, pioniere di iniziative innovative. Tra gli argomenti trattati, a cui il Sappe sta dando un consistente contributo, vanno ricordati rinnovo del contratto, mancanza di idonei stanziamenti ed iniziative sindacali; Riordino delle carriere a partire dal ruolo unico agenti assistenti e sovrintendenti; Soluzioni per il sovraffollamento in carcere, con l’incremento di misure alternative alla detenzione e la creazione di istituti c.d. leggeri o filtro;

Carenza di personale e relative nuove assunzioni a partire dai 900 V.F.B.1 idonei e la contestuale riduzione dei corsi di formazione a sei mesi; Ruolo dirigenziale della Polizia Penitenziaria e creazione della Direzione Generale del Corpo; Costruzione di nuovi e moderni istituti penitenziari; Riconoscimento delle specializzazioni nel Corpo. Ancora una volta, il segretario generale ha incoraggiato i rappresentanti ad essere uniti ed a lavorare in sinergia, senza perdere di vista i veri problemi. I risultati raggiunti sono il frutto del lavoro sinergico di tutte le strutture. Il Sappe ha dimostrato sempre la sua autorevolezza e la sua capacità propositiva e progettuale a tutela del Corpo. Nel corso dell’assemblea hanno preso la parola, tra gli altri, Leonardo De Santis, Salvatore Panaro, Francesco Molinaro, Vincenzo Mauro, Giovanni Amato, Vincenzo Marta, Antonio Minio ed è stato approvato, all’unanimità, il bilancio consuntivo anno 2008. Infine, si è tenuta una affollata conferenza stampa con la partecipazione delle emittenti televisive e della stampa locale. ✦ articolo e foto di Giuseppe Cosenza

Monza: prematura scomparsa dell’assistente Ivoska Ugolini Quando una persona ci lascia, quando non è più qui e non possiamo più toccarla, o sentire la sua voce... sembra scomparsa per sempre. Ma un affetto sincero non morirà mai. Il ricordo delle persone che ci sono state care vivrà per sempre nei nostri cuori: più forte di qualsiasi abbraccio, più importante di qualsiasi parola. In queste occasioni non si sa mai cosa dire... Non esistono

parole per alleviare il dolore dato dalla perdita di qualcuno che ami! Qualsiasi parola appare vuota di senso di fronte ad un dolore così grande. Queste parole siano l’espressione più sentita del nostro sincero cordoglio. Ciao bellissima amica e collega nostra sarai sempre nei nostri cuori.

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Genova: 49ª edizione del salone Navale

Nelle foto, lo Stand

nche quest’anno il servizio Navale della Polizia Penitenziaria ha partecipato con un proprio Stand alla rassegna del Salone Nautico Internazionale di Genova, giunto quest’anno alla 49^edizione che si è tenuta dal 3 all’11 ottobre scorso. Dal 1962 il Salone Nautico di Genova rappresenta una delle vetrine più importanti del settore a livello mondiale, e dal 2003

(grazie alla tenacia e all’impulso del SAPPE) è presente anche il Servizio Navale del Corpo, che ha la possibilità di illustrare ed informare le centinaia di migliaia di visitatori che si registrano ad ogni edizione sui compiti istituzionali svolti in

ambito navale nelle acque della penisola. E anche quest’anno sono stati tanti i visitatori del Salone che hanno fatto tappa al nostro bello Stand e che si sono fermati per saperne di più sul nostro lavoro, ricevendo in dono anche qualche gadget della Polizia penitenziaria. Molte le autorevoli visite allo stand: tra gli altri, il Sottosegretario all’economia Vegas, il Procuratore Generale Luigi di Noto, i Dirigenti generali Salamone (Provveditore della Liguria) e Ragosa (Direttore Beni e Servizi del DAP). Toccante anche la visita allo stand di Niky Francisco, un bambino che per ragioni di salute deve vivere sul mare. Niky, a causa di una particolare forma di asma, trova particolare beneficio a vivere sul mare. I suoi genitori, Paola Giacotto e Paolo Frascisco, vista la difficoltà per Niky di vivere una vita sana e senza l’ausilio di farmaci sulla terraferma, hanno deciso di costruire una goletta, il Walkirye, e di lasciare Bellinzago Novarese, in provincia di Novara, per poter vivere sul mare e garantire, così, una vita serena al piccolo Niky. In conclusione, ancora complimenti ai nostri colleghi che, coordinati come sempre dall’Ispettore Superiore del Servizio Navale Claudio Ciuffo, sono stati in servizio presso lo Stand. ✦ erremme

Lecce: protesta del personale per la chiusura della mensa di servizio

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La direzione del carcere di Lecce ha disposto autonomamente la chiusura della mensa di servizio del personale di Polizia Penitenziaria, sostituendola con la distribuzione di sacchetti con panini da consumare in un locale nelle vicinanze dell’istituto in condizioni igieniche che sarebbero precarie. Il Sappe ha inviato una lettera di protesta al Capo dell’Amministrazione Penitenziaria, Franco Ionta, al vice Capo dello stesso Dipartimento, Emilio di Somma, e alla direzione del carcere di Lecce. Il Segretario Generale Dott. Donato Capece chiede, in alternativa al panino, il riconoscimento del buono pasto «anche perchè la distribuzione del cestino così come confezionato, viene fatta contestualmente all’attività lavorativa che gli operai addetti alla manutenzione stanno svolgendo nel locale mensa». Polizia Penitenziaria - SG&S n. 167 - novembre 2009


Fossano: Congresso Regionale Sappe Piemonte Il 23 ottobre 2009, si è tenuto a Fossano il Congresso Regionale S.A.P.Pe del Piemonte, con la partecipazione del Segretario Generale Dott. Donato Capece, del Segretario Nazionale e Regionale Nicola Sette, dei Vice Segretari Regionali: Corvino Mario, Cofrancesco Silvano e di oltre 40 delegati degli Istituti piemontesi. L’occasione è stata preziosa per analizzare la difficile situazione di sovraffollamento in cui versano tutti gli Istituti piemontesi, con una carenza organica di quasi 900 unità di Polizia Penitenziaria a fronte di un sovraffollamento di oltre 1550 unità oltre la soglia regolamentare. Si è evidenziata la mancanza di adeguati investimenti in risorse e mezzi ed infrastrutture, che rischia di produrre il collasso del sistema sicurezza, l’esiguo ed offensivo aumento del contratto collettivo di lavoro per il biennio 2008/2009, le mancanze d’organico insostenibile e le vacanze che si creano con i pensionamenti.

Il Segretario Generale Dott. Donato Capece, nel suo intervento ha evidenziato: «Preoccupano i dati dei 13 penitenziari piemontesi che ospitano circa 4.900 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare delle strutture pari a poco più di 3.300 posti. Nelle carceri piemontesi lavorano, complessivamente, circa 2.800 Poliziotti rispetto ai 3.720 previsti. Questi dati preoccupanti dovrebbero far riflettere tutti, in particolare i parlamentari eletti in Regione. Quanto si pensa possano resistere gli uomini e donne della Polizia Penitenziaria che sono costretti a trascurare le proprie famiglie per garantire turni massacranti con straordinari nemmeno pagati? » Gli uomini e le donne della Polizia Penitenziaria continuano a lavorare con professionalità e dedizione in condizioni insostenibili, garantendo il funzionamento degli istituti. ✦

Avellino: incontro della Polizia Penitenziaria con gli studenti delle scuole superiori locali Nel mese di maggio 2009, rappresentanze del Reparto di Polizia Penitenziaria di Avellino, di Ariano Irpino e del Nucleo Cinofili della Regione, hanno incontrato gli alunni delle quinte classi dell’Istituto Superiore IPSIA “Amatucci” di Avellino, nell’ambito dei progetti formativi a loro destinati. All’importante appuntamento non è mancato l’ispettore Bocciero Ciro, delegato Sappe della provincia di Avellino e artefice dell’iniziativa, nata nel 2008, il quale, grazie alla sua competenza nei reparti operativi ed in quelli detentivi, ha contribuito ad illustrare alcune specializzazioni della Polizia Penitenziaria, intrattenendosi sulle attività delle Forze dell’Ordine e sulle prospettive occupazionali. E’ stata sicuramente un’utile occasione per far conoscere i complessi e delicati compiti affidati al Corpo, oltre alla distribuzione del materiale propagandistico.

Infine, sono state proiettate numerose diapositive che hanno interessato e incuriosito gli alunni presenti. Durante l’incontro è stato simulato il rinvenimento di sostanze stupefacenti ad opera delle unità cinofile. Una significativa esperienza, che avvicina i giovani alle Forze di Polizia e che è stata salutata dall’istituzione scolastica con l’augurio di ripetere anche per i prossimi anni simili incontri di formazione-orientamento. ✦

Sopra, immagini del Congresso Regionale del Sappe a Fossano a fianco, gli Agenti di Polizia Penitenziaria con gli studenti di Avellino

E R R ATA C O R R I G E Sul numero del mese scorso a pag.22 nell’articolo “Napoli: intervento provvidenziale” per un refuso di stampa è stato riportato il nome di Massimiliano Monte invece di Michele Monte. Ce ne scusiamo con l’interessato e con i lettori.

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Manifestazione a Roma Sindacati delle Forze di Polizia in Piazza l 28 ottobre del 2009, 40.000 poliziotti hanno manifestato in corteo per le vie di Roma con lo slogan La sicurezza è un diritto. E i diritti non si tagliano. Si difendono. Un corteo composto da migliaia e migliaia di persone delle Forze di Polizia, che ha attraversato le vie di Roma per protestare contro i tagli alla sicurezza del Governo e contro il mancato stanziamento, nella Finanziaria 2010, di nuove risorse. Erano presenti tutti i vessilli dei sindacati della Polizia di Stato, della Polizia Penitenziaria e del Corpo Forestale dello Stato; il personale è giunto da ogni parte d’Italia con pullman, treni ed auto, a proprie spese e rinunciando ad un giorno di ferie o di riposo. Ci siamo ritrovati nella prima mattinata in piazza Bocca della Verità a Roma per poi proseguire in corteo lungo un itinerario che

ci ha portati alle 12.30 in piazza Navona dove era allestito un apposito palco per il discorso finale. Una piazza stracolma di poliziotti, di

striscioni, di bandiere, con cori e slogan per chiedere più risorse per la sicurezza. ✦

Alcune immagini della manifestazione

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radici salde e profonde sostengono gli alberi piu’ grandi.

Sappe: la forza nelle radici.


La prima linea al carcere Le Nuove di Torino, Sergio Segio, uno dei fondatori del gruppo armato terroristico Prima Linea, rievoca i giorni della sua militanza e del suo arresto, soffermandosi in particolare sull’evasione della sua compagna Susanna Ronconi dal carcere di Rovigo. Il film La prima linea è stato anticipato ed accompagnato da numerose polemiche tanto da indurre Andrea Occhipinti, produttore per la Lucky Red, a rinunciare ai contributi statali che erano stati già deliberati. Lo stesso Sergio Segio ha preso le distanze dal film di Renato De Maria, tanto che nella prefazione della nuova edizione del suo libro La miccia corta (dal quale il film è tratto) ha sostenuto che De Maria e la Produzione hanno accettato troppi compromessi nella realizzazione della sceneggiatura tanto da aver reso orfani i protagonisti del contesto storico nel quale hanno agito. In realtà il film, come ha scritto più di un critico, indaga molto poco sull’universo dei compagni che hanno sbagliato per concentrarsi molto liberamente sulla vita e sulla relazione sentimentale di Susanna Ronconi e Sergio Segio. Non sfugge, infatti, che mentre il Comandante Sirio di Miccia Corta ricostruisce con precisione e senso del particolare tutte le fasi dell’assalto al carcere di Rovigo, dalla preparazione all’epilogo della liberazione di Susanna Ronconi e altre tre detenute, il regista del film preferisce concentrarsi solo su alcuni dettagli che descrivono lo sfondo dell’azione. Resta, comunque, intatta tutta la drammaticità delle scene dell’evasione del 1982. In alto, la locandina del film a fianco alcune scene

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La scheda del Film Regia: Renato De Maria ispirato al libro "Miccia corta" di Sergio Segio (Derive Approdi editore) Soggetto: Sergio Segio (libro), Sandro Petraglia, Ivan Cotroneo, Fidel Signorile, Renato De Maria Sceneggiatura: Fidel Signorile, Sandro Petraglia, Ivan Cotroneo Fotografia: Gian Filippo Corticelli Musiche: Max Richter (II) Montaggio: Marco Spoletini Scenografia: Alessandra Mura, Igor Gabriel Costumi: Nicoletta Taranta Produzione: Andrea Occhipinti per Lucky Red , RAI Cinema, con il contributo del MIBAC, Les Films du Fleuve, Diaphana Distribuzione: Lucky Red Personaggi ed Interpreti: Sergio Segio: Riccardo Scamarcio Susanna Ronconi: Giovanna Mezzogiorno ...Fabrizio Rongione, Dario Aita, Michele Alhaique, Jacopo Maria Bicocchi, Angelo Campolo, Piero Cardano, Claudia Coli, Francesca Cuticca, Franco Demaestri, Marco Iermanò, Anita Kravos, Lucia Mascino, Awa Ly, Lino Guanciale, Cristina Pasino, Umberto Petranga, Ugo Piva, Maurizio Pompella, Gilda Postiglione Turco, Daniela Tusa, Giorgio Sangati, Duccio Camerini Genere: Drammatico Durata: 96 minuti Origine: Italia, Belgio, 2009

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a cura di G. B. De Blasis

Marpiccolo olti critici hanno accostato Marpiccolo di Di Robilant a Gomorra di Matteo Garrone non fosse altro che per le similitudini della Taranto del quartiere Paolo VI con la Napoli di Secondigliano. In realtà Marpiccolo (il titolo richiama il nome dato al bacino marino che si insinua nella città di Taranto tra i ponti ed il lungomare) è tratto dal libro Stupido di Andrea Cotti e ricorda vagamente le ambientazioni di Fronte del Porto di Elia Kazan piuttosto che il film di Garrone. Il regista Alessandro Di Robilant ci aveva già raccontato la drammatica storia di Rosario Livatino nel suo Il Giudice ragazzino. Tiziano, il giovane protagonista di Marpiccolo, nasce nella parte sbagliata della città di Taranto, il quartiere Paolo VI inquinato dalla ILVA, tra strade dissestate e case abusive, dove non esistono farmacie, librerie o centri commerciali. Tiziano, a dispetto dei suoi sedici anni si deve sobbarcare tutte le responsabilità di un capofamiglia perché il padre ha abbandonato moglie e figli. Il film è, praticamente, il ritratto di un adolescente che, vittima di un contesto sociale e familiare degradato, finisce nelle mani della malavita locale. L’inevitabile conseguenza dei crimini dei quali si rende responsabile lo porterà nel carcere minorile. Fortunatamente per lui, nel carcere incontrerà un poliziotto penitenziario che lo aiuterà a riprendersi la propria vita.

• Suono in presa diretta: Dino Raini. • Film realizzato con il contributo del Ministero per i Beni e le attività Culturali-Direzione Generale Cinema • In concorso alla IV edizione del festival Internazionale de film di Roma 2009, nella sezione'Alice nella città'.

A fianco, la locandina sotto, alcune scene del film

La scheda del Film Regia: Alessandro Di Robilant Tratto dal romanzo "Stupido" di Andrea Cotti (ed. Rizzoli) Soggetto: Andrea Cotti, Leonardo Fasoli Sceneggiatura: Andrea Cotti, Leonardo Fasoli, con la collaborazione di Maddalena Ravagli Fotografia: David Scott Musiche: Mokadelic Montaggio: Roberto Missiroli Scenografia: Sabrina Balestra Costumi: Ilaria Albanese Produzione: Marco Donati per Overlook Production e RAI Cinema, con la partecipazione di Apulia Film Commission, Provincia di Taranto, Comune di Taranto, Taranto Film Commission Mibac Distribuzione: Bolero Film Personaggi ed Interpreti: Tiziano: Giulio Beranek Maria, madre di Tiziano: Anna Ferruzzo Stella: Selenia Orzella Tonio, il boss locale: Michele Riondino Franco: Nicola Rignanese Trascene: Roberto Bovenga Luisa: Maria Pia Autorino De Nicola, l’agente penitenziario: Giorgio Colangeli Prof.ssa Costa: Valentina Carnelutti Genere: Drammatico Durata: 87 minuti, Origine: Italia, 2009

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Aldo Maturo* avv.maturo@gmail.com

Cellulare mon amour

Parlare al cellulare mentre si guida l’automobile

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l cellulare continua a colpire gli automobilisti che non ne sanno fare a meno e che non sanno resistere alla curiosità di sapere chi c’è dietro quello squillo che ormai ci raggiunge dappertutto con le sue infinite sfumature sonore. Che dire poi di quegli impulsi irrefrenabili per una telefonata urgente che più urgente non si può? Possiamo mai ricordarci in uno stato di simile freneticità che l’art.173 del codice della strada vieta l’uso durante la marcia di apparecchi radiotelefonici o cuffie sonore (leggasi cellulari e Ipod)? Di certo no e forse dovremmo mettere sul cruscotto, al posto del vecchio Pensa a me, un post-it con la scritta: uso del cellulare = sanzione da euro 148 ad euro 594 sospensione della patente di guida da uno a tre mesi se recidivi nel biennio. Lo facciamo tutti, il gomito appoggiato al finestrino come in posizione di riposo, la mano che sorregge disinvoltamente la testa, il mini cellulare ben nascosto nel palmo e il movimento lento delle labbra con gli occhi che scrutano come un radar per scorgere nelle vicinanze il nemico nascosto sotto una divisa. A volte purtroppo capita di trovarne qualcuno, come accaduto ad una si-

gnora che si è vista arrivare a casa la multa per violazione del famoso art.173 comma 2 del codice della strada, in quanto telefonava senza auricolare o vivavoce. Ma come ha fatto a vedermi, si è chiesto la signora, ma poi se mi ha visto perché non mi ha fermato? Ma allora se non mi ha fermato significa che era lontano e se era lontano non poteva vedere che stavo telefonando. Di certo la sua non è stata una visione diretta ed immediata, ma ha percepito che io stessi telefonando. Ed allora via con un ricorso al Giudice di Pace che però non ha accolto la richiesta e ha rigettato l’opposizione, dando credito al vigile e facendo sinteticamente riferimento alla necessità di impugnare con querela di falso l’accertamento contenuto nel verbale. Il Giudice di Pace praticamente ha detto: Io devo credere a quello che ha scritto il vigile e quindi ti respingo il ricorso. Se tu pensi che non è vero quello che è

scritto nel verbale, presenta querela di falso contro il vigile. La signora non si è persa d’animo ed è andata avanti fino alla Cassazione. E’ una questione di principio, ha pensato. Il ricorso è stato fondato su due motivi. Per prima ha contestato che il giudice di pace ha attribuito fede privilegiata alla dichiarazione del vigile in quanto pubblico ufficiale, facente piena prova fino a querela di falso. Col secondo ha lamentato la violazione o falsa applicazione dell’art.2700 codice civile l’atto pubblico fa piena prova fino a querela di falso…delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti. Secondo la signora questa disposizione non si può estendere al vigile che le ha elevato il verbale, perché quanto da lui dichiarato era frutto di apprezzamenti personali, direttamente collegati alla percezione sensoriale di accadimenti che si svolgono così repentinamente da non potersi verificare e controllare secondo un metro obiettivo. Tanto ciò è vero che il vigile non aveva proceduto alla immediata contestazione, proprio perché vi era notevole distanza tra il suo punto di osservazione e il posto dove la signora transitava, distanza che

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ha indotto evidentemente il vigile in un errore di percezione. Tradotto, la signora ha detto: il vigile da lontano non ha potuto vedermi, ha immaginato o ha avuto la sensazione che io stessi telefonando, ma i fatti, data la distanza e la velocità con cui si sono svolti, sono stati più intuiti che visti oggettivamente, tanto che il vigile non mi ha neppure fermato. Naturalmente il Comune ha presentato una memoria difensiva e la Procura Generale ha inviato una requisitoria scritta. La Corte ha valutato le contrapposte posizioni, osservando che davanti al Giudice di Pace era stata fatta dalla ricorrente soltanto una ricostruzione diversa da quella descritta nel verbale, senza offrire alcuna prova di quanto affermato. Secondo la Corte la signora non avrebbe dovuto limitarsi a dire che vi era stato un errore di percezione da parte dell’agente data la distanza, ma avrebbe dovuto provare la posizione effettiva dell’agente rispetto a quella del veicolo, così da poter in concreto valutare se a tale distanza si potesse incorrere in errore. A nulla rileva poi che non vi fosse stata la immediata contestazione perché il codice della strada permette che l’accertamento, per svariati motivi, può essere fatto anche a distanza. Il verbale, fino a prova contraria (prova non richiesta né fornita dalla signora), attestava che l’agente aveva accertato l’uso irregolare del telefono cellulare da una posizione che non consentiva anche l’immediata contestazione. Conclusione: La Corte (sentenza 13118/2009) ha respinto il ricorso, facendo però risparmiare alla signora almeno le spese processuali. La sentenza farà testo? Forse si, ma di certo non per quei milioni di italiani perennemente incollati all’inseparabile ed amato drin-drin. ✦ * Avvocato, già Dirigente dell’Amministrazione Penitenziaria

Il collega David Tomei pubblica il thriller carcerario “San Pedro” avid Tomei trentatreenne autore lucchese ed Assistente di Polizia Penitenziaria, debutta nel genere giallo/thriller con un romanzo che fonde investigazione e atmosfera, ambientato nella Spagna di questo inizio terzo millennio lanciata verso il futuro ma, allo stesso tempo, custode di un grande eredità storica. Il romanzo è stato presentato ai Comics and games Lucca di quest’anno presso lo stand Ludolega Lucchese e narra le vicende di un detenuto orribilmente assassinato con i metodi della Santa Inquisizione. Un messaggio celato in un misterioso stereogramma. Una rara sostanza dagli effetti micidiali. Che cosa sta accadendo nel vecchio carcere di S.Pedro, della città di Saragozza? Leonardo Sabri, ispettore del locale commissariato, dovrà fare i conti con qualcosa di ben più complesso di un semplice omicidio. Assistito da uno strambo professore greco esperto in storia e simbolismo, il poliziotto tenterà di districare la fitta trama di misteri riguardanti un penitenziario dalle sorprendenti verità. ...E, talvolta,il passato prepotentemente ritorna per ricordare qualcosa che di proposito è stato dimenticato... Chiunque è interessato all’acquisto mo-

Sopra, David Tomei a fianco, la copertina del libro

mentaneamente può rivolgersi al seguente indirizzo di posta elettronica leonardosabri@libero.it, per chi vuole contattare l’autore può inviare una email a: david.tomei@hotmail.it. ✦

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ruoli tecnici Polizia Penitenziaria ancora polemiche sul diritto agli inquadramenti Ancora una volta il Sappe è dovuto intervenire sull’annosa questione dei ruoli tecnici (in relazione al de iure condendo sulla Banca Dati del DNA) al fine di controbattere l’insistente disinformazione alimentata da talune associazioni. In buona sostanza, il Sappe ha indirizzato l’ennesima nota al Capo del Dipartimento e al Ministro della Giustizia richiedendo nuovamente l’apertura di un tavolo contrattuale sulla materia. A seguire riportiamo integralmente la nota in questione.

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ontinuano ad essere diffuse, nostro malgrado, lettere e comunicati di Associazioni e Organizzazioni Sindacali che sollevano un conflitto di competenze tra le mansioni informatiche effettuate dal Personale civile del comparto Ministeri e le mansioni informatiche del Personale di Polizia Penitenziaria alla luce dell’istituzione delle specializzazioni appena firmate dal Ministro della Giustizia. Nelle settimane scorse abbiamo assistito ad innumerevoli tentativi di bloccare la firma delle specializzazioni da parte del Ministro che invece, gliene diamo atto, ha correttamente dato corso alle specializzazioni del Corpo di Polizia Penitenziaria, già previste dall’Accordo Quadro Nazionale del 2004. Anche oggi siamo costretti a leggere un’altra lettera in cui si richiede addirittura che l’Amministrazione penitenziaria affermi che i futuri specialisti informatici della Polizia Penitenziaria vengano impiegati esclusivamente come ausilio del Personale civile. Tutto ciò denota, nella migliore delle ipotesi, un’ignoranza profonda di quelle che sono le distinzioni tra le mansioni che il Personale informatico civile è chiamato a svolgere e quelle che sono invece le competenze di una specializzazione informatica della Polizia Penitenziaria che,

in quanto appartenente alle Forze di Polizia della Repubblica Italiana, ha accesso e gestisce dati di pertinenza delle Forze dell’ordine ed è sottoposta a specifiche norme del Codice Penale su eventuali abusi od omissioni commessi sull’accesso e il trattamento di tali dati. A tal fine sembrerebbe superfluo ricordare quanto scritto all’articolo 9 della Legge 121 del 1981: “L’accesso ai dati e alle informazioni conservali negli archivi automatizzati del Centro di cui all’articolo precedente e la loro utilizzazione sono consentiti agli ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti alle Forze di polizia, agli ufficiali di pubblica sicurezza e ai funzionari dei servizi di sicurezza, nonché agli agenti di polizia giudiziaria delle forze di polizia debitamente autorizzati ai sensi del secondo comma del successivo articolo 11”, ma evidentemente c’è ancora qualcuno che non sa o non vuole far sapere che la specializzazione Informatico della Polizia Penitenziaria non mette in alcun modo in discussione l’organico e le mansioni svolte dal Personale civile dell’Amministrazione penitenziaria. Invero, sorge il legittimo dubbio che i tentativi di bloccarne l’attuazione e di “ridimensionare” i compiti della specializzazione da informatico della Polizia Penitenziaria, possono essere l’ennesimo tentativo di frenare le legittime aspirazioni di un Corpo di Polizia dello Stato di vedersi riconosciuta una mansione ed una specificità prevista dalla Legge e che ha egregiamente assolto nel corso degli anni. Questo tipo di richieste, se anche possono essere considerate legittime come attività sindacale volta all’ampliamento delle adesioni al Sindacato che si rappresenta, non possono essere tollerate quando vengono espresse eon rivendicazioni che vanno contro le altrettanto legittime aspirazioni e rivendicazioni del Personale di Polizia Penitenziaria che delle sue attività è soggetto a risponderne penalmente senza che fino ad ora gli sia

stata riconosciuta una specificità ed attività, prevista peraltro gia dall’art. 46 del D.P.R. 82 del 1999 “Regolamento di servizio del Personale di Polizia Penitenziaria”, soprattutto quando poi vengono espresse cercando di mettere in contrapposizione personale della stessa Amministrazione, generando incomprensioni e diffidenze tra i lavoratori. Semmai c’è da segnalare un’incongruenza tra quanto dispongono le leggi dello Stato e l’effettiva organizzazione del lavoro posta in essere dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria nel momento in cui permette, per esempio, l’accesso ai dati dell’applicazione della Matricola al Personale civile e a soggetti di ditte esterne. Da una sommaria disamina della questione è evidente che se proprio vogliamo sollevare conflitti di competenza, invitiamo il DAP a chiedersi: “perché i dati inseriti nella Matricola che sono automaticamente inviati nelle Banche dati delle Forze di Polizia, sono considerate informazioni accessibili al Personale civile, mentre da parte del Ministero degli Interni, una parte di queste informazioni vengono soggette a severissime norme panali per il loro utilizzo, diffusione, alimentazione e manomissione?”. Chiediamo quindi, ancora una volta, che l’Amministrazione penitenziaria predisponga un calendario di incontri con le OO.SS. per arrivare ad una condivisione di intenti per l’attuazione dell’ingresso alle nuove specializzazioni del Corpo di Polizia Penitenziaria appena approvate e per definire i compiti e gli ambiti di lavoro del Personale che accederà alle nuove specializzazioni. Sarebbe anche gradita una chiara e decisa presa di posizione del Capo della Polizia Penitenziaria, che metta a tacere voci e illazioni di Associazioni e Sindacati che non contribuiscono ad un sereno svolgimento dei rapporti professionali tra i lavoratori del comparto Ministeri e comparto Polizia. ✦

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DANIMARCA Portiere-galeotto scende in campo col segnalatore È stato condannato a tre mesi di carcere per avere aggredito la sua ex moglie. Ma Arek Onyszko, portiere polacco con un passato anche in nazionale, invece di finire in prigione potrà giocare per i prossimi tre mesi nel campionato danese con il Midtjylland. La polizia ha però posto una condizione non negoziabile: che Onyszko giochi con un segnalatore elettronico legato al polpaccio sinistro, in modo che possa essere sempre rintracciabile.

SVEZIA Un reality dentro il carcere minorile L’’ultima trovata in tema di reality viene dalla Svezia. Si chiama Inlast (Rinchiusi), trasmesso per la prima volta agli inizi di ottobre sul canale TV4 , mostra le avventure di sette giovani criminali sulla via della redenzione, di età compresa tra i 15 e i 17 anni. Pur avendo avuto solo qualche piccolo problema con la giustizia i ragazzi decidono di farsi rinchiudere volontariamente in prigione per sottoporsi ad un regime affatto clemente. Ed ecco che alla fine della prima giornata di galera c’è già chi è pronto ad abbandonare il programma pur di uscire di prigione. Ventiquattro ore più tardi i dodici ragazzi ricevono la visita di pericolosi criminali dalle braccia tatuate che cercano di dissuaderli dal commettere i loro stessi errori. Così, in questa specie di Grande Fratello dietro le sbarre, i giorni trascorrono più rapidamente di quel che si immagina e in maniera affatto monotona. Tutto si svolge in una vecchia prigione ormai dismessa, un edificio del XIX secolo gestito da agenti fittizi. L’amministrazione penitenziaria si è infatti ben guardata dal prendere parte alla trasmissione ribadendo di non avere niente a che fare con la serie. In realtà la televisione non è affatto nuova a reality di questo tipo. Programmi simili sono stati trasmessi in passato negli Stati Uniti e in Norvegia con risultati che nessuno si azzarderebbe a definire educativi.

NORD COREA

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In 154mila nei gulag Sono circa 154.000 i prigionieri attualmente detenuti nei sei campi di concentramento della Corea del Nord. Secondo Sang-Hyun, deputato del Grande partito nazionale (conservatore), alla fine degli anni ’90 erano 200.000 i prigionieri dei gulag, fino a che,

sotto la pressione della comunita’ internazionale, le autorità di Pyongyang hanno deciso di chiudere 4 campi. Secondo la testata sudcoreana Dong-A, i prigionieri dei gulag devono lavorare più di 10 ore al giorno.

GERMANIA Messaggi dal carcere su un sito Internet Nel Nordrhein-Westfalen alcuni giovani detenuti raccontano in Rete la loro quotidianità, e le autorità giudiziarie sperano che la comunicazione diretta abbia un effetto deterrente. Le prigioni sono luoghi che non consentono reportage giornalistici. Ma dall’’aprile del 2008 notizie di quel mondo chiuso filtrano attraverso www.podknast.de. I detenuti ristretti in quattro strutture penitenziarie del Land parlano per cinque minuti, sotto pseudonimo, e spiegano i motivi per cui sono stati arrestati e processati, raccontano della loro vita da persone libere, cosa gli manca in prigione e anche i lati positivi, le speranze una volta usciti di lì. Spesso sono storie deprimenti che mostrano la banalità del male e le conseguenze di una biografia distrutta. La funzione preventivo-pedagogica dei pezzi audio è palese: devono illustrare nel modo più vero possibile le grosse limitazioni di una vita dietro alla sbarre. Dopo un primo esperimento in audio, da settembre il programma è stato esteso al video. Non è chiaro perché gli ideatori, prima contrari ai filmati per il possibile futuro marchio indelebile, abbiano poi cambiato idea e oggi parlino di un mezzo più aderente alla comunicazione giovanile, capace di far toccare con mano la tristezza di un interno carcerario.

NORVEGIA Liste di attesa per i detenuti Il governo norvegese, oramai venticinque anni fa, così intitolò il piano di edilizia penitenziaria ridurre le attese per scontare la pena. Era ovvio per il governo scandinavo non incarcerare persone alle quali non potesse essere assicurato un posto letto. Le liste di attesa per detenuti sono un’invenzione norvegese. Se non c’è posto in carcere si aspetta a casa che il posto si liberi. Poi sono arrivati il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e la Corte europea sui diritti umani a fissare gli standard ineludibili di vita penitenziaria, tra cui i metri quadri che ogni detenuto deve avere a disposizione affinché lo Stato non incorra in trattamenti inumani e degradanti. Nell’isola di Bastoey, a un’ora da Oslo, circa cento detenuti vivono in ventuno casette di legno del 1900. La filosofia è quella della re-

sponsabilità. Più i detenuti sono costretti a una gestione (auto-gestione) responsabile meno personale penitenziario serve. Le carceri stile Onna dovrebbero essere amministrate con solo personale educativo messo a disposizione dalle amministrazioni locali, e dovrebbero custodire chi deve scontare pene brevi inflitte per fatti non gravi. Di questo si dovrebbe discutere in una grande conferenza sulla questione penitenziaria che veda il coinvolgimento del governo, delle categorie professionali, delle forze politiche, delle associazioni e dei detenuti.

USA Detenuto compie 100 anni in carcere Ha compiuto 100 anni in carcere il più vecchio detenuto di New York. Il segreto: mangio molta verdura e vado matto per le noccioline. L’uomo, Theodore Sypnier, era stato condannato al carcere nel 1999, già novantenne, per aver abusato sessualmente di cinque bambine. Sypnier ha spiegato che cerca soprattutto di stare per conto suo e di evitare risse con gli altri carcerati. «E’ strano essere il detenuto più anziano - afferma ma forse è ancora peggio essere il detenuto più giovane».

INGHILTERRA Detenuti si ubriacano con il disinfettante e scoppia la rissa E’ successo in una prigione britannica, che ha distribuito ai detenuti un disinfettante a base d’alcol per prevenire l’influenza A. Si tratta di un detergente particolarmente economico (ed era stato scelto anche per questo motivo) tra quelli presenti sul mercato. Solo che i carcerati, invece di usarlo per disinfettarsi, come avrebbero dovuto, hanno pensato bene di berlo. Tutti intossicati? Manco per sogno. Il risultato è stato a dir poco esilarante (un po’ meno per le guardie penitenziarie). Gran parte dei prigionieri si è ubriacata con il disinfettante e ha scatenato una rissa. Il fatto è successo nel penitenziario The Verne, a Portland, nel Dorset. Il disinfettante è formato per il 70% da alcol e la direzione del carcere l’ha dovuto ritirare dalle celle.

POLONIA Ok del parlamento, castrazione chimica per pedofili Il Parlamento polacco ha approvato la castra-

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fonte: www.pianetacarcere.itw

zione chimica per i pedofili e per gli autori di incesto, approvando una legge del governo centrista-liberale. La norma prevede che il giudice si pronunci sulla possibilità di adottare un trattamento farmacologico volto a ridurre il desiderio sessuale per chi sarà resposabile di incesto o di abusi sui minori con meno di 15 anni in alternativa al carcere o sei mesi prima dell’’uscita di prigione in caso di libertà vigilata. La legge è stata approvata con una schiacciante maggioranza: un solo no e due astenuti. La norma andrà ora al vaglio dei 100 senatori e successivamente dovrà essere firmata dal Presidente della Repubblica. Castrazione chimica o reclusione fino a tre anni le condanne previste, mentre per i reati di pedo-pornografia si rischia fino a cinque anni.

IRAQ In 13 evadono dalla finestra del bagno del carcere di Tikrit Tredici detenuti, tra i quali alcuni condan-

nati per terrorismo, sono evasi dal carcere di Tikrit, a circa 170 chilometri a nord di Baghdad, attraverso una finestrella del bagno. Lo hanno riferito le forze della sicurezza irachene, precisando che quattro evasi erano stati condannati a morte per collegamenti con al Qaeda. Nella caccia all’uomo per ritrovare i detenuti in fuga i poliziotti ne hanno ricatturato soltanto uno. Dopo l’evasione è stato imposto il coprifuoco a Tikrit e un alto funzionario dell’antiterrorismo della polizia provinciale di Salah al-Din è stato rimosso dall’incarico.

OLANDA I Paesi Bassi affittano celle vuote a Belgio e Francia contro il sovraffollamento Cercasi celle carcerarie ottimo comfort, prestazioni di qualità si offrono a paesi confinanti con popolazione di detenuti sovraffollata.

Lo sconcertante appello rimbalza da Bruxelles dove è arrivata già l’offerta dei vicini Paesi Bassi, che hanno un surplus di almeno duemila celle carcerarie vuote e che rischiano di licenziare 1200 guardie. L’offerta, senza precedenti, riguarda anche la Francia, che come l’Italia ha il problema delle prigioni superaffollate. Il crollo della detenzione carceraria si spiega all’Aja con il successo delle pene alternative al carcere. L’inversione è tanto forte che il governo ha previsto di chiudere diverse prigioni. La decisione non è sfuggita al governo belga, che ha subito chiesto l’affitto di 500 celle. Ci vuole, ovviamente, un accordo internazionale, ma sono già stati fissati i prezzi: 167 euro al giorno per detenuto. Per il Belgio sono 30 milioni di euro all’anno. In cambio gli olandesi forniscono ai galeotti belgi (e forse francesi) vitto, alloggio e sorveglianza. E’ già prevista la prigione in trasferta. E’ a Tilburg, frontiera con il Belgio, dove arriveranno i detenuti con pene molto lunghe. Insomma una specie di Alcatraz in mezzo alle brume centro europee. ✦

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Paura di lavorare... arole, parole, parole, ma chi è che sa veramente descrivere il sentimento che in questi ultimi tempi regna nell’animo di chi sta dando l’anima per questo Corpo! Colleghi che nel silenzio e nei meandri di vecchie rocche o di nuovi complessi con pareti di cemento e di mattoni, giorno dopo giorno, ora dopo ora, presenti nel corpo e nell’anima danno il meglio di se stessi per una balena bianca ormai alla deriva! Chi mai scriverà del loro altruismo,

della loro abnegazione, delle ore sottratte alla famiglia mai pagate, mai riconosciute, chi mai scriverà di quelle parole dette ad un ristretto per salvargli la vita, chi mai scriverà di chi, pur aggredito, si è presentato al proprio posto senza chiedere elogi e compensi, chi scriverà del grande cuore di molti di noi! La paura sta prendendo posto all’entusiasmo, alla fermezza, sì amici: la paura di lavorare. Dietro ogni angolo ormai può nascondersi un agguato, dietro ogni parola una denuncia dietro un sorriso un ipocrisia, dietro una speranza, la tristezza! Corrado Matteo

Questa è soltanto una delle tantissime testimonianze di demoralizzazione che abbiamo ricevuto in questi ultimi giorni dai colleghi in servizio nelle più disparate sedi italiane. Vogliamo segnalare che, insieme alla demoralizzazione, abbiamo registrato tanti altri stati d’animo: Rammarico, Demotivazione, Amarezza, Sconforto, Malumore, Delusione, Avvilimento, Dispiacere, Abbattimento, Disillusione, Tristezza. Per questo rilanciamo anche qui il Leitmotiv di questo mese: CHI DIFENDE I DIFENSORI?

IL MONDO DELL’APPUNTATO CAPUTO

Franco Ionta nominato sul campo Capo della Polizia Penitenziaria

© 2009 Caputi & De Blasis

...Si conferisce Honoris Causa la qualifica di Capo della Polizia Penitenziaria per essere stato l’unico a difendere il Corpo nel momento del bisogno…

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