#politicanuova - 07

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quadrimestrale marxista della Svizzera italiana

07

agosto 2015


Impressum

#politicanuova quadrimestrale marxista della Svizzera italiana nr. 7 agosto 2015 anno III

Redazione: Aris Della Fontana (Direttore), Tobia Bernardi, Mattia Tagliaferri, Luca Robertini, Damiano Bardelli

Editore Partito Comunista

ISSN 2297-0657

Indirizzo c/o Aris Della Fontana, Via al Casello 8, 6742 Pollegio

Email aris.dellafontana@politicanuova.ch

CCP 69-3914-8 Partito Comunista 6500 Bellinzona

Abbonamenti 25.- Normale 50.- Sostenitori 30€ Esteri

Indice 3 Criticare il Festival per migliorare il Festival: un supporto concreto a un evento strategico 4 Collaborazioni estere a geometria variabile per il Pardo 7

Arminio Sciolli: “la cultura è il vero mercurio dei popoli”

10 Il cinema: un motore dell’industria culturale?

Il cinema è un’esplosione del mio amore per la realtà (Pier Paolo Pasolini)

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Editoriale

Editoriale

A chi avesse già avuto l’occasione di confrontarsi con un editoriale di #politicanuova, l’argomento dovrebbe essere noto.

mite l’intervista ospitata in questo numero – con un profondo conoscitore dell’ambito culturale qual è Arminio Sciolli. La critica, insomma, non è in nessun modo fine a se stessa. Essa, per di più, è legata organicamente a un apparato propositivo, che, data la sua potenziale implementazione, rappresenta il versante relativo alla costruzione, secondo specifica progettualità, di alternativi scenari futuri. In una tale direzione si muove il contributo di Mattia Tagliaferri e di Nicolas Fransioli, incentrato sull’utilità strategica relativa alla valorizzazione del territorio attraverso manifestazioni culturali e sul ruolo che la città di Locarno dovrebbe assumere attorno al Festival e all’industria culturale.

Ma è utile ribadirlo, sia perché repetita iuvant, sia perché il presente numero – speciale – si rivolge a un pubblico più ampio, che, con molta probabilità, è neofita.

Questo è il “contributo” che sentiamo di poter e dover fornire a un evento – la manifestazione culturale più importante sul suolo elvetico – la cui centralità, il cui valore strategico, restano ineludibili.

Criticare il Festival per migliorare il Festival: un supporto concreto a un evento strategico

I comunisti si pongono criticamente rispetto alla realtà. Criticamente equivale a scientificamente. Si tratta di portare alla luce e con ciò comprendere uno stato di cose concreto, nella sua essenza, svestendolo della velatura appariscente che lo mistifica. Criticamente, dunque, non significa rifuggire dalla realtà, per sprofondare in un orizzonte popolato da affascinanti quanto inservibili idealità. È, questo, un porsi spietato nei confronti del presente che, però, in nessun modo, pena la sua inutilità, potrebbe fare a meno di stare all’interno di esso – pur, beninteso, “facendoci a pugni”. Criticamente, in tal senso, non equivale a polemicamente, non rappresenta uno sterile vociare. Ma costituisce il presupposto per riformare il processo considerato, per migliorarlo in base a una prospettiva. Tale preciso atteggiamento vale anche nel caso del Festival del Film di Locarno, kermesse che tematizza questo numero speciale di #politicanuova. Le critiche che emergono dai vari articoli – numerose, dense, in primis in riferimento al discrimine geo-politico attraverso cui il Festival sceglie i propri partner, rinunciando così alla possibilità di beneficiare di una cooperazione culturale multi-polare, segnatamente con il panorama dei BRICS 1 – sono il frutto di un’osservazione disincantata; ma si tratta di uno sguardo il cui punto di vista vuole restare pienamente all’interno della dinamica considerata: se così non fosse, non si sarebbe posta nemmeno l’esigenza di interloquire – tra-

Aris Della Fontana Direttore #PN

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Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica


Collaborazioni estere a geometria variabile per il Pardo Massimiliano Ay Nella sua seduta ordinaria poco prima della pausa estiva il nuovo Granconsiglio ticinese eletto ad aprile ha affrontato una trattanda da 2,8 milioni di franchi annui per il periodo 2016-2020 a favore del Festival del film di Locarno. La votazione è passata con il solo voto contrario del deputato leghista Paolo Sanvido e l’astensione di cinque granconsiglieri di area democristiana e leghista. Il voto contrario di Sanvido va letto – e lo giustifica lui stesso in un articolo recente sulla “Rivista di Locarno” – come “indignazione” per le passate scelte artistiche della direzione della kermesse locarnese. Inutile qui ricordare le strumentalizzazioni moraliste dei casi Senzani, Polansky, LaBruce e Zone Umide, ecc. Nell’intervento in aula, in rappresentanza del Partito Comunista, sostenendo invece il credito per una manifestazione fra le più importanti del nostro territorio (sostegno che già negli anni ‘70 il Partito del Lavoro non faceva mancare), ho voluto porre l’accento della discussione anche sulle collaborazioni estere, alquanto a geometria variabile, del Festival del film locarnese. E questo non per una particolare e folkloristica impostazione ideologica a occuparci di temi apparentemente lontani da noi, ma proprio perché la politica estera costituisce un elemento centrale non solo per un Festival del film dichiaratamente di valenza internazionale, ma anche per un progetto su cui la Città di Locarno e il Canton Ticino hanno puntato moltissimo: il Palazzetto del Cinema. Il Palacinema e il rapporto Müller Il Cantone deve sostenere tutti gli sforzi possibili affinché il Festival del film di Locarno possa disporre di una precisa strategia politica per il suo ulteriore sviluppo. E’ la proposta che facciamo ricordando il principio di Lenin, che considerava il film come «l’arte più importante», ma senza nel contempo illuderci che – per dirla con Virgilio Gilardoni, importante intellettuale e storico dirigente del nostro Partito – “la grossa borghesia svizzera e il sottobosco nazionale della speculazione sulle sale cinematografiche lo accetti”. E tuttavia i comunisti – ricordava sempre Gilardoni – non possono ammettere che «il tempo libero della classe lavoratrice svizzera continui ad essere regolato dall’alto, anche nel consumo cinematografico». In questo senso non si può non parlare di un paio di questioni correlate al Pardo, costruttivamente ma anche con l’opportuna chiarezza. Lo scetticismo dimostrato dal Partito Comunista ●●

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sull’investimento relativo al Palazzetto del Cinema non era dettato naturalmente da avversione nei confronti della cultura cinematografica, bensì dal fatto che a mancare, al di là delle mere declamazioni, erano i contenuti didattici e culturali. Tuttavia ora che il Palacinema si farà, bisogna evitare a tutti i costi e con grande spirito di responsabilità, che esso si trasformi in un buco nell’acqua. Ed è qui che il rapporto a riguardo stilato dall’attuale direttore del Festival Internazionale del Film di Roma, Marco Müller, ci viene in aiuto. Egli specificava, in modo esplicito, infatti, come la nuova Casa del Cinema fosse destinata a entrare in un’ottica di cooperazione internazionale in ambito culturale con i paesi emergenti, ossia con i BRICS. Si citava addirittura in modo chiaro la possibilità di costruire un «centro della cultura visiva e digitale Svizzera-BRICS» con una serie di altre interessanti osservazioni, quali, ad esempio, il fatto di dover riconoscere che il declino economico dell’Occidente stesse aprendo scenari geo-economici internazionali nuovi, che denotano elementi di «inarrestabile vitalità» in Cina, India, Brasile, Sudafrica e Russia. Paesi che stanno surclassando «i ruoli tradizionalmente svolti dalle potenze economiche occidentali», potenze anche in ambito cinematografico. Parole, queste, di assoluto buon senso e su cui il Partito Comunista sta “martellando” ormai da diverso tempo, quale unica forza politica in Svizzera. Müller continuava poi auspicando il dialogo accademico fra il nostro Paese e le potenze emergenti, una prassi insomma anche di indipendenza nazionale. Nel caso tali auspici si concretizzassero, sono evidenti a tutti i benefici diretti e indiretti per il Festival, oltre che per il Palacinema. In sé, questo discorso, non è niente di nuovo: ricercando nell’archivio de “Il Lavoratore”, storico settimanale edito dal nostro Partito per mezzo secolo, abbiamo infatti trovato un dossier dedicato al XXVI Festival di Locarno del 1973 che affrontava già allora tali aspetti, anche se in contesti differenti. In modo particolare il Partito Comunista (al tempo ancora chiamato Partito del Lavoro) rivendicava «un festival democratico e impegnato culturalmente sul piano internazionale», aspetto che «non si ottiene mandando attorno per il mondo un portalettere qualsiasi di credenziali federali ma interessando autori, cineasti e critici liberi (e non commerciali) di qualsiasi paese (senza pregiudiziali politiche) a un preciso programma locarnese di difesa del film come libera comunicazione di idee». ●● Gosfilmofond: un’opportunità sprecata Quella raccomandazione – «senza pregiudiziali politiche» – derivava dal fatto che in edizioni precedenti – così sempre Gilardoni – «si era tentata una soluzione culturale; ma era stata stroncata subito perché sembrava troppo di sinistra mentre non era niente di più che un timido (o coraggioso, secondo i punti di vista) tentativo di apertura ai problemi del-


la libertà cinematografica e dell’informazione sul Terzo Mondo e sul mondo giovanile». Ma se certe posizioni della classe dirigente locale, comunque non giustificabili, si possono perlomeno tentare di comprendere nel pieno del confronto fra blocchi e dei processi di liberazione nazionale che l’URSS sosteneva, respirare un clima da guerra fredda oggi appare perlomeno anacronistico. Il riferimento è evidentemente al “niet” che il presidente della rassegna Marco Solari ha risposto a Mosca, rinunciando alla proposta che i russi del “Gosfilmofond” – la più grande cineteca (pubblica) al mondo – potessero disporre di uno spazio artistico all’interno della manifestazione locarnese. Nel luglio 2014 in un mio articolo1 mi chiedevo «se altrettanta fermezza fosse all’ordine del giorno nel caso di un coinvolgimento degli USA». Oggi lo sappiamo, come vedremo più avanti. La cineteca russa e il suo direttore, l’ex-ministro sovietico Nikolaj Borodachev, avevano già espresso alle autorità cittadine con lettera del 9 agosto 2013 l’interesse a contribuire alla realizzazione del Palacinema. Ma Solari replicava: «non bisogna mischiare sponsoring con contenuti»2. Potremmo tutti essere d’accordo, sennonché i russi non avevano imposto nulla: da Mosca era solo giunta la proposta di portare in Piazza Grande alcuni film del loro archivio, fra cui anche pellicole introvabili e mai

Borodachev con Massimiliano Ay Mikelin 2013

proiettate in Occidente, e naturalmente le scelte artistiche non erano vincolanti. Solari continua invece a parlare di ingerenze, benché “Gosfilmofond” (che è pure partner della “Cinematheque Suisse”) non si sia mai impicciato dei film in concorso, ostacolando in qualche modo la libertà della direzione artistica. Le ingerenze vere sono semmai quelle occulte, che esistono nei vari festival del mondo e che già Gilardoni tematizzava sulle pagine del “Lavoratore” nel 1973, dove vengono presentati film di scarso valore o addirittura delle falsificazioni storiche madornali, ma che vengono ampiamente diffusi perché imposti da sponsor (siano essi commerciali o politici) oppure dove vengono invitati ospiti legati agli stessi. Quello che il “Gosfilmofond” voleva fare a Locarno rappresentava, invece, un modo di agire corretto e trasparente, che avrebbe reso il nostro Festival del Film ancora migliore e più ricco. In tal senso non si può non ribadire – come ebbi già modo di scrivere lo scorso anno 3 – che una forma di cooperazione sul piano culturale e artistico fra il nostro Paese e la Russia rappresenta un valore aggiunto di primaria importanza non solo per il Cantone, ma anche per il Festival in sé. Avanzare, poi, nei rapporti con Mosca e Pechino nell’ottica di costruire una rete di “antenne” con le quali mantenere un dialogo e una collaborazione costante,

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“Russofobia al Festival di Locarno?”, LaRegioneTicino, 3 luglio 2014

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http://goo.gl/k0YSIz

“Il Palacinema e i paesi emergenti”, Corriere del Ticino, 1° luglio 2014


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Radio-Televisione Svizzera, RTS La Première: Forum, 13 maggio 2015. La “Carte blanche” du Festival de Locarno aux films israéliens dérange http:// goo.gl/gBYr7C

potrebbe davvero in questo modo gettare le basi per concretizzare dei contenuti di prim’ordine a livello culturale e, forse, anche a livello di cooperazione win-win su più fronti, contribuendo ad aprire in piena sovranità il nostro Paese a partnership più stabili e socialmente fruttuose.

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No ai russi, ma porte spalancate agli israeliani E dopo aver rifiutato l’offerta della Russia, da Locarno si comunicava che l’edizione 2015 sarebbe stata caratterizzata da un partenariato con l’”Israel Film Fund” (IFF), emanazione diretta del governo di Tel Aviv e sotto la gestione del Ministero degli Affari Esteri dello Stato di Israele. Il Partito Comunista è stata la prima organizzazione politica ad aver subito preso le distanze, parlando di una decisione che ha tutto il sapore della genuflessione agli interessi diplomatici ed economici della lobby sionista presente nel Canton Ticino e che – come abbiamo visto di recente all’Israel Day di Lugano – sa riunire intorno a sé anche qualche esponente socialista, preso da chissà quale impeto “multiculturale” o “cosmopolita”. Le motivazioni addotte dal Festival di Locarno sono state sostanzialmente due: la prima l’ha pronunciata il direttore artistico Carlo Chatrian, il quale ha spiegato che non si potrebbe rinunciare ai soldi che l’IFF mette a disposizione per coprire i costi delle spese di viaggio di alcuni autori israeliani4. Considerazione poco verosimile, per non dire imbarazzante! La seconda giustificazione è la garanzia del Chief Operating Officer della rassegna locarnese, Mario Timbal, sul fatto che IFF sia un’ente estremamente aperto anche ai registi critici rispetto alla politica di Tel Aviv. Ma anche questa versione non trova alcuna conferma, tanto che un cospicuo numero di realizzatori cinematografici fra cui Jean-Luc Godard, AnneMarie Miéville, Alain Tanner, Fernand Melgar, ecc. si sono espressi condannando la cooperazione venutasi a creare con la cineteca sionista e altri 200 professionisti, fra cui Ken Loach, hanno firmato l’appello “Don’t give Israeli Apartheid a Carte Blanche”5! Peraltro nel 2013 Israele ha sovvenzionato le espressioni artistiche di autori palestinesi per meno dello 0,06% del totale accordato annualmente al solo teatro, una miseria che mostra il carattere razzista degli stessi finanziamenti pubblici. Nulla a che fare con quanto spiegato da esponenti del Festival di Locarno, secondo cui dando a Israele una vetrina, esso dimostra il suo impegno a essere «un luogo di libertà d’espressione (…) senza distinzione di etnia, confessione religiosa, nazionalità»6. Non si tratta di censurare singoli cineasti di cittadinanza israeliana: invitarne di meritori lo si può fare, infatti, senza passare da una collaborazione organica con una struttura governativa come l’IFF che, su mandato del Ministero degli Affari Esteri di Tel Aviv, usa i film come strumento di propaganda per dipingere lo Stato sionista quale esempio di promozione culturale, distogliendo l’attenzione dalla

http://www.pacbi.org/ etemplate.php?id=2702

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http://goo.gl/R5Fzag

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repressione contro la cultura palestinese, chiudendo teatri arabi, togliendo finanziamenti ai registi ebrei nonsionisti e addirittura impedendo ai realizzatori palestinesi il diritto di recarsi ai festival esteri. In tal senso fin dal 2004 artisti e intellettuali palestinesi chiesero alla comunità internazionale di boicottare sistematicamente tutte le istituzioni accademiche e culturali israeliane come contributo alla lotta per porre fine alla colonizzazione Conclusione La volontà di orientare il Festival del film di Locarno sulla ricerca della qualità, piuttosto che sulla quantità, così come peraltro indicato nel Rapporto della Commissione della Gestione del parlamento cantonale, è sicuramente condivisibile: competere per contro sui numeri con altri eventi simili, i quali godono di contesti anche territoriali oggettivamente più favorevoli, sarebbe in effetti poco lungimirante, se non addirittura suicidario. Anzi: per certi versi già oggi il Pardo rischia di essere troppo grande! Ecco quindi che voler consolidare e rafforzare la posizione di evento chiave del Festival del film di Locarno sia dal punto di vista culturale, sia da quello economico è una linea politica corretta e in tal senso è positivo puntare sul coinvolgimento giovanile e sul cinema d’autore come strumento di quel pensiero critico cui la cultura dovrebbe “servire” in un contesto democratico. ●●


Arminio Sciolli: “la cultura è il vero mercurio dei popoli” #politicanuova intervista Arminio Sciolli - portavoce del centro culturale locarnese “Il Rivellino” - a proposito delle dinamiche di cooperazione culturale internazionale, al fine di meglio comprendere a quale genere d’impatto sistemico tali interazioni possono condurre. A cura di Aris Della Fontana 1. In quali dinamiche consiste una cooperazione culturale fra realtà differenti? Qual è l’utilità di queste interazioni? La cooperazione culturale può essere un presupposto per una più generale partnership fra gli attori in gioco e, in tal senso, costituire un incentivo per l’affermarsi di relazioni politiche ed economico-commerciali, o sono invece queste ultime a permettere lo schiudersi degli altri settori, tra cui la cooperazione culturale? La ricerca di relazioni culturali tra popoli, nazioni e gruppi è essenziale. Lo scambio di attività culturali costituisce, in genere, la forma iniziale di ogni contatto: la cultura è il vero mercurio dei popoli. Queste relazioni, infatti, rappresentano un fondamentale punto d’avvio per capirsi l’un l’altro, per comprendere il linguaggio e il modo di pensare dei popoli, con la loro storia, etc. E, una volta che si sia verificato tale primo aggancio – il quale, occorre sottolinearlo, non è affatto un’operazione facile –, successivamente si aprono tantissime forme di rapporti, come quelli di tipo politico ed economico. Oggi la cultura subisce un impoverimento legato alla concezione distorta che di essa ci si fa, specialmente per quanto riguarda ciò che si pretende di ottenere attraverso la dimensione culturale. Si crede e si vuole, in tal senso, che la cultura attiri turisti e permetta di realizzare guadagni rapidamente. Invece non è così: nell’ambito delle relazioni culturali esiste, strutturalmente, una prima fase connotata dal contatto e dal vicendevole conoscersi; e questo preludio, comprensibilmente, non possiede, per forza, le caratteristiche atte a consentire un arricchimento economico. È solo col progredire qualitativo dei rapporti che sarà possibile soddisfare anche queste finalità – ed è in questa fase che diventa fondamentale sapere cogliere le varie opportunità. 2. Come si presenta la panoramica delle relazioni internazionali del Festival del Film di Locarno? Esistono dei partner privilegiati e quindi una geometria di carattere geo-politico?

Le manipolazioni hanno luogo anche in ambito culturale. La cultura, infatti, rappresenta un mezzo per raggiungere altri popoli con i quali si è intenzionati a intavolare determinati rapporti; e dunque essa è discriminatoria, sia a destra che a sinistra, sfortunatamente. In qualità di osservatore – qualificato, ma esterno – ho la netta impressione che l’attuale Festival di Locarno sia sostanzialmente discriminatorio; e, probabilmente, negli anni Cinquanta e Sessanta, in virtù di un’estrema apertura, lo era molto di meno (l’industria cinematografica era anche un’altra cosa: la gente andava al cinema). Oggi il Festival sta diventando una riserva di caccia per diversi tipi di cinema, stili o correnti, prodotti afferenti a un certo novero di Stati, che si connotano per il fatto di avvicinarsi alle istanze di determinati sponsor. Questa è senza dubbio la parte più triste. Si consideri che il Festival, nel passato, si era caratterizzato proprio per la capacità di scoprire; a Locarno, per fare un esempio, fu scoperto il primo Kubrick1 ; Jim Jarmusch e molti altri grossi nomi sono spuntati sulle rive del lago Maggiore. Attualmente questo fondamentale aspetto è pressoché assente perché si sta favorendo un certo cinema: e tale atteggiamento si può rilevare sia osservando i rifiuti operati – personalmente ho sperimentato ciò con il caso relativo al “Gosfilmfond” 2, ma anche col rifiuto di Peter Greenaway – sia osservando la dinamica dei privilegi che tendenzialmente vengono effettuati – quest’anno è il caso della rassegna di film provenienti da Israele: se, da una parte, non ho proprio nulla contro al fatto che si proiettino pellicole israeliane, dall’altra, ritengo che si sia peccato di parzialità, nella selezione delle produzioni israeliane stesse e nell’elusione della possibilità di concedere uno spazio anche al versante palestinese. Una parte ironica, per non dire ipocrita, del Festival è il fatto di invocare, continuamente, la libertà artistica del suo direttore. Ma, prima di tutto, oltre a chiedersi che cosa s’intenda con libertà artistica, occorrerebbe interrogarsi su che cosa sia, essenzialmente, il Festival. Ritengo, in tal senso, che, attualmente, sussista una forte dicotomia tra, da un lato, quanto è rappresentato dal consiglio di fondazione, nettamente controllato dai gruppi d’interesse, che sono politici e partitici, ma soprattutto economici – e tale situazione, anche solo vent’anni fa, non credo vigesse – e, dall’altro, quanto concerne la direzione artistica. Quest’ultima istanza, in genere, dipende dalla forza, dalla capacità d’imporsi del direttore; il Festival è stato molto marcato da Marco Müller 3 ,il quale effettivamente utilizzava la propria libertà d’espressione – egli, per esempio, nascose dei registi che non avrebbero potuto nemmeno entrare in Svizzera. L’attuale direzione, invece, sembra molto sottomessa, e dunque la scusa della libertà artistica rappresenta un mero pretesto: la direzione è ben lungi dall’essere indi-

1

“Il bacio dell’assassino” (1955)

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La questione “Gosfilmfond” verrà approfondita nell’ambito del quesito numero 4

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Direttore artistico dal 1992 al 2000


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Entrambi ministri della Cultura di Francia. Il primo dal 1959 al 1969; il secondo dal 1981 al 1986, e dal 1988 al 1993

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Borodachev ha ricoperto incarichi di primo piano in passato nel Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS), divenendo pure viceministro della exRepubblica Socialista Sovietica del Tagikistan

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La cineteca statale russa (e prima sovietica) l'archivio del cinema più grande al mondo. L'ente in questione è partner della “Cinémathèque Suisse” e, tra le altre cose, detiene anche copie di pellicole svizzere introvabili nel nostro Paese

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Fu proprio Arminio Sciolli, assieme ai colleghi de “Il Rivellino”, grazie ai contatti privilegiati decennali con le massime istituzioni russe, a portare a Locarno il “Gosfilmfond”

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pendente (quanto alla libertà artistica, pensare di averla non è altro che una presunzione). 3. Nell’ambito degli interscambi culturali, quale ruolo dovrebbero giocare le istituzioni pubbliche (cantonali e nazionali)? E, in tal ottica, come dovrebbe definirsi la “divisione del lavoro” tra pubblico e privato? Come s’inserisce, in questo discorso, l’esempio concreto de “Il Rivellino”? Ho sempre odiato i termini “pubblico” e “privato”. A parer mio la cultura deve essere una cosa, intesa nel senso di res, il termine giuridico romano: una cosa di tutti, comune. (Di tutti, peraltro, non equivale a concepire la stessa cultura per tutti; la cultura, per forza di cose, deve accogliere, al proprio interno, elementi diversi; la Svizzera, poi, è l’unione di diversi popoli e di diverse lingue: e, dunque, già un piccolo paese come il nostro può essere confrontato con tante culture diverse). Quando si dice privato si pensa all’azione di gruppi quali le lobbies, con le accezioni negative ad esse connesse. E, tuttavia, quello che occorre prioritariamente sottolineare, è il fatto che oggi ci ritroviamo con un pubblico in gran parte manipolato da gruppi privati. Prendiamo quella che secondo me attualmente è la maggiore espressione culturale, la stampa: essa, in Svizzera, si trova in piena crisi, perché se la stanno accaparrando pochi gruppi - attualmente “Ringier” e “Tamedia”, le due maggiori sigle, dominano il 70% dell’informazione -, e questo è il primo grande danno, culturale quanto democratico (ricordo, in tal senso, che in Svizzera la libertà d’espressione non è ancorata alla Costituzione, ma deriva dalla libertà di stampa, ed è dunque logico che la libertà d’espressione, come valore umano, sociale e politico, sta alquanto decadendo). Da quarant’anni – a partire da Reagan – quelli che invocano il “meno Stato” sono coloro che lo utilizzano per conseguire i propri fini privati – in tal senso essi lo invocano per utilizzarlo meglio. Questa dinamica sta avendo luogo anche a livello culturale, e ciò è veramente tragico: l’interesse primario è diventato quello dei contratti, e cioè quello di arricchirsi, di svuotare le casse per concedere liquidità a gruppi privati non certo d’interesse pubblico. Credo che, in ogni caso, tra le istituzioni e le entità private ci dovrebbe essere una dinamica che preveda ruoli ben definiti e, nel contempo, una forte collaborazione. Credo pure che una cultura pubblica esista; e la popolazione, nel contempo, è sempre più interessata alla cultura; occorre anche, del resto, proporre delle iniziative che siano in grado di attirarla. Credo si debba impostare un progetto che preveda due piani. Da una parte è fondamentale portare delle star – non per forza profili finanziariamente oltremodo onerosi, ma semplicemente personaggi di punta. Queste devono fungere da volano per i “piccoli”, per le iniziative locali, probabilmente non ancora riconosciute. Ed è con i “piccoli” che si

tocca veramente la popolazione, giovani e anziani. Sono sempre stato un forte ammiratore delle grandi iniziative pubbliche sul piano culturale, e ci credo. Senza la cultura di Stato, pubblica, forte, non si sarebbe potuto rilanciare una città come Parigi, che ancora all’inizio degli anni Sessanta si trovava in una condizione alquanto negativa, non c’era più nulla: in un ventennio sono stati costruiti tre straordinari musei, che favorirono la rinascita culturale parigina. E in tal senso è importante che gli esponenti delle istituzioni preposti alla cultura siano, in qualche modo, straordinari: essi non devono essere degli apparatčik, dei funzionari (e né André Malraux né Jack Lang 4 meritano il termine di funzionari, e da ciò la loro grandezza). In Svizzera e peggio ancora in Ticino si stanno scegliendo molti tecnocrati, gestori, Buchhalter: ci vuole un tecnico – se proprio vogliamo usare questo delicato termine, soprattutto in questo caso -, uno specialista, e cioè un’artista. Si stanno designando i dirigenti della cultura con dei criteri che si applicano per altre tipologie di funzionari; ma la cultura è per forza artistica, e perciò non è sostenibile scegliere un profilo preposto alla cultura con i medesimi criteri coi quali lo si fa per un direttore di banca. Non voglio affatto sostenere che non vi sia la necessità di gestori, i quali, per esempio, abbiano le competenze per occuparsi del frangente contabile. Ma ciò di cui occorre rendersi conto è il fatto che gestire la cultura non significa gestire dei conti. Il “Rivellino” è frutto di un gruppo veramente bizzarro. Gli si è dato il nome di galleria, però è diventato un centro culturale. Esso si è costituito attorno ai “cocci rotti” della cultura locarnese: al momento della sua nascita – 7 anni fa – molti luoghi di ritrovo, iniziative, erano stati chiusi; era deceduto Harald Szeemann, erano partiti importanti direttori di musei e avevano chiuso dei musei; insomma, c’era una forte crisi. La cosa più interessante mi sembrava congiungere tali “cocci”. Credo che questo sia stato un gioco di privati: tutti eravamo molto motivati. Personalmente ho cercato di tenere il “Rivellino” al di fuori di una collocazione partitica; per quanto concerne invece la proiezione politica, affermare che il Centro, attraverso le proprie attività, non abbia una tonalità politica, sarebbe una grande menzogna; e ciò perché fare effettivamente cultura, coinvolgere gli interessi culturali della gente, è automaticamente fare politica. 4. L’anno scorso Nikolai Borodachev 5 , direttore del “Gosfilmfond” 6, dopo aver investito un milione di franchi nella Casa del Cinema, mostrò il desiderio di avere una piccola rassegna all’interno del Festival del Film di Locarno. Ma la proposta ricevette il niet del presidente Marco Solari, che gridò all’ingerenza. Qual è il suo giudizio, in qualità di protagonista diretto 7 , a proposito di tale vicenda? Essa è, in un qualche senso, para-


digmatica? “Gosfilmfond” non ha messo il milione; è stato firmato un accordo con la città - che presumo sia ancora valido – per il “Palacinema”. Per Borodachev o perlomeno per la cineteca russa questo investimento equivale ad ottenere una vetrina, un piccolo spazio, nell’ambito del Festival del Film. Solari, effettivamente, ha urlato all’ingerenza; la realtà, tuttavia, è che l’ingerenza è operata proprio dai gruppi che egli rappresenta, e ciò si vede molto chiaramente quest’anno. Uno dei principali sponsor del Festival è “Manor” e, di riflesso, si è realizzata una rassegna dedicata ad Israele. L’ho già detto precedentemente: trovo buono che venga fatta, però si dovrebbe ammettere che essa è stata modellata secondo le volontà di un ben definito gruppo di persone che vivono in Israele, non di tutti i suoi abitanti (il passaporto israeliano lo possiedono pure arabi, palestinesi, musulmani, cattolici, cristiani di diversa fede, etc.). Solari si sarebbe dovuto scandalizzare anche per questa rassegna, nella quale, per esempio, Elia Suleiman8 – insieme a molti altri - non è stato considerato. Marco Solari è stato Amministratore delegato di “Migros” ed è vice presidente della Direzione generale della “Ringier”; e dunque ha svolto ruoli dirigenziali in due tra le maggiori aziende svizzere; è evidente l’influenza che sulla sua persona è impressa dagli interessi economici preminenti. Solari ha urlato all’ingerenza perché “Gosfilmfond” avrebbe richiesto una parte del finanziamento a dei gruppi russi, come “Gazprom”, sigla che finanzia già altri Festival nel mondo. Quelli rappresentati da Solari sono gruppi in qualche modo, tendenzialmente, filo-americani e, in tal senso, hanno ancora delle riserve mentali proprie dell’era della guerra fredda. Quando è caduto il muro di Berlino si è conclusa la prima guerra fredda mondiale; credo che negli ultimi 4-5 anni e in modo più marcato con gli eventi d’Ucraina, si sia affacciata una seconda guerra fredda mondiale. Durante l’interruzione tra queste due fasi il mondo si è riformato, e in tale processo il gruppo nordamericano si è trovato confrontato con un’altra Europa, un’Europa tedesca, nella quale il marco è stato sostituito dall’Euro; e nel contempo il blocco atlantico ha visto il sorgere di una serie di realtà economicamente alquanto dinamiche, che si riassumono nei BRICS 9. 5. Quali sarebbero, potenzialmente, le prospettive concernenti la cooperazione culturale tra il Ticino e i paesi dei BRICS? E, laddove queste fossero concretizzate, quali conseguenze – complessivamente – avrebbero? Da parte dei paesi BRICS c’è un enorme interesse per il Ticino. Per quanto concerne la Russia, occorre tenere conto che al momento della dissoluzione dell’Unione Sovietica nel nostro Cantone sono giunti

molti russi, ucraini, azeri, kazaki. Negli ultimi tempi si sta affacciando lo Stato cinese, che ha comprato alcune aziende, tra cui la “Duferco”, leader mondiale nel mercato degli acciai. Gli indiani, seppur non si riesca ancora a chiarire nitidamente in che modo, ci stanno raggiungendo, ma piuttosto a Ginevra e a Zurigo. Un gruppo brasiliano, “Btg Pactual”, ha comprato la Banca della Svizzera Italiana (BSI). Dato che sono piuttosto essi a venire alle nostre latitudini, è fondamentale saperli accogliere. Il fatto che investano qui è positivo in termini strategici, anche e soprattutto perché rafforza un’economia in realtà di provincia, contadina fino alla seconda guerra mondiale. Il caso russo è alquanto emblematico: sono arrivati innanzitutto con la carta culturale. Con i cinesi, in tal senso, è un po’ più difficile, data anche l’estrema diversità culturale. Molti artisti indiani sono venuti in Ticino negli anni Cinquanta e Sessanta, ed è molto sintomatica la mostra attualmente ospitata al “Museo delle culture” di Lugano10 : essa è una dimostrazione che gli indiani vogliono entrare. L’Azerbaijan ha tentato diverse volte di portare delle mostre in Ticino; è uno Stato che sta crescendo molto e che è molto interessato al Ticino (si consideri che in Svizzera la compagnia statale azera “SOCAR” ha rilevato le stazioni di benzina “Esso”). Chiaramente sono necessarie ampie disponibilità finanziarie per fare cultura, e nel caso specifico per portare artisti stranieri in Ticino; ma è un investimento strategico che non può essere eluso e che, in tal senso, sul lungo periodo si può rivelare alquanto fruttuoso, su diversi versanti. 6. A Lugano Drago Stevanovic ha lanciato “OtherMovie”, un piccolo Festival del Film finalizzato a mettere in contatto Oriente e Occidente. Come valuta una tale idea? È un’ottima iniziativa, nutrita da molta passione; si è riusciti a portare film e registi molto interessanti. Ma mi pare abbia bisogno di forze, anche economiche. A Drago ho consigliato di coinvolgere “Gosfilmfond”: si tratta di un Festival che deve lavorare soprattutto con le cineteche, e specialmente con quelle dei paesi BRICS, che potrebbero costituire una corposa fonte di materiali. Questo è il classico caso nel quale l’istituzione pubblica dovrebbe attivarsi, dato che in questi anni “OtherMovie” è stato supportato in misura preponderante dal cinema privato – e, a tal proposito, occorre considerare che il privato può anche decidere di fare un passo indietro. In tal senso, credo che almeno il “LAC”11 debba mettere a disposizione i propri servizi; sono assolutamente necessarie delle sale, fondamentali per un Festival. Temo che, nei prossimi anni, “OtherMovie” avrà maggiori difficoltà. E l’intervento pubblico, oltre ad essere necessario, è utile in un senso più complessivo, dato che questi eventi, laddove sono ben funzionanti, dinamizzano il tessuto socio-culturale e, inoltre, possono avere dei benefici anche a livello economico.

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Regista, sceneggiatore e attore nativo di Nazaret

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Brasile, Russia, India, Sudafrica e Cina

10 Il museo nasce con il nome di “Museo delle culture extraeuropee” e nel 2007 viene rinominato “Museo delle culture” 11

“Lugano Arte e Cultura”, il centro culturale della Città di Lugano


Il cinema: un motore dell’industria culturale? Mattia Tagliaferri e Nicolas Fransioli

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Per maggiori approfondimenti sull’economia ad alto valore aggiunto è consigliata la lettura del dossier del quinto numero di #politicanuova (novembre 2014), composto dagli articoli “La formazione come base per una riforma economica orientata alla produzione ad alto valore aggiunto”, di Massimiliano Ay, e “La sinergia quadri polare dell’economia ad alto valore aggiunto: alla ricerca di un futuro sostenibile”, di Alessandro Lucchini 2 La caduta tendenziale del saggio di profitto si lega direttamente alla marxiana teoria del valore, per la quale il capitale variabile è l’unica fonte di plusvalore 3 Il capitale fittizio è derivante da un processo improduttivo di ricchezza, in quanto esula dalla fase di produzione del valore (D-M-D’) e si presenta unicamente come sua realizzazione (D-D’) 4 Il trentennio che comprende gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta 5 Per un approfondimento relativo la posizione del Partito Comunista sulla Casa del Cinema è consigliata la lettura dell’articolo “La Casa del Cinema contro il tessuto sociale del Locarnese”, di Mattia Tagliaferri: http://www.sinistra. ch/?p=3125 6 Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa

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A fronte di una sempre più preponderante produzione di beni e servizi derivanti da un processo improduttivo di ricchezza, l’industria della cultura si mostra come uno dei potenziali tasselli decisivi per la costruzione di un’economia ad alto valore aggiunto. La cinematografia – che è uno degli elementi più importanti dell’industria culturale, in quanto in grado di dare risalto al territorio in cui viene sviluppata - potrebbe essere il motore di tutta l’industria culturale della Svizzera italiana, in quanto la storia del Ticino ospita già da svariati decenni esempi concreti di sviluppo di questo settore, tra cui in primis un evento quale il Festival Internazionale del Film di Locarno. Il seguente articolo, destinato prevalentemente a un pubblico interessato al cinema e frequentatore del Festival Internazionale del Film di Locarno (oltre che al lettore abituale di #politicanuova), vuole cercare di dimostrare il ruolo di fulcro che la settima arte potrebbe esercitare nei confronti della complessiva industria culturale. Innanzitutto, bisogna cercare di comprendere il motivo per cui l’industria culturale ha oggi, nel mondo occidentale, una valenza strategica - per lo sviluppo economico forse più ampia di quanta non ne abbia avuta nel recente passato (sostenendo ciò non si vuole certo banalizzare il ruolo storico dell’industria della cultura e l’importanza del cinema sotto i più svariati utilizzi che se ne sono fatti). Con il superamento del sistema produttivo di tipo fordista - che mirava ad accrescere l’efficienza produttiva attraverso una rigorosa pianificazione delle singole operazioni e fasi di produzione, l’uso generalizzato della catena di montaggio e un complesso di incentivi alla manodopera -, i paesi a capitalismo avanzato (il centro) che mettono in atto delle politiche di sfruttamento imperialista hanno in qualche modo “delegato” alla periferia capitalistica (i paesi meno sviluppati) l’onere di produrre la maggior parte dei beni standardizzati, realizzati in serie e privi di particolare valore aggiunto.1 Parallelamente a tale processo se ne è sviluppato un secondo, ovvero la finanziarizzazione dell’economia in Europa e nel Nord America, dove la caduta tendenziale del saggio di profitto – causato dalla progressiva crescita degli investimenti sui macchinari e sulle materie prime trattate, a scapito degli investimenti sui salari e sui salariati2 - ha condotto alla concentrazione degli investimenti dei grandi capitali più in processi economici fittizi che non invece in quelli effettivi, i quali hanno appunto trovato sbocchi più remunerativi nei paesi cosiddetti emergenti. La fagocitazione dell’economia reale da parte dell’imperante e vorace capitale fittizio3 - ovvero uno dei principali processi che sta alla base della corrente crisi sistemica - costringe l’area occidentale a dover trovare nuove forme di sviluppo, le quali devono essere in grado

non solo di portare a una nuova fase di crescita economica (questa volta sostenibile, non cioè come avvenuto durante il boom che ha contraddistinto i Trenta Gloriosi4 , nell’ambito dei quali il costo ambientale e di sfruttamento economico delle risorse dei Paesi in via di sviluppo ha giocato un ruolo centrale nella crescita dell’Occidente), ma pure alla costruzione di un modello di cooperazione internazionale basato sull’affermarsi di un mondo multipolare - una configurazione del piano geopolitico internazionale nella quale non vi sia un solo paese ad imporre la propria egemonia, come avviene oggi con gli Stati Uniti, ma ove vi siano una serie di paesi differenti che cooperano paritariamente tra di loro - e quindi in grado di superare le dinamiche imperialiste oggi dominanti nelle relazioni tra Paesi. L’industria della cultura si mostra come uno dei tasselli centrali per la costruzione di un’economia ad alto valore aggiunto, in grado di inserirsi, in una condizione di sostanziale protagonismo, nella cornice appena descritta. La cultura è infatti uno strumento che porta con sé un altissimo potenziale di valorizzazione del territorio, in quanto frutto di un lungo processo di sviluppo che vede l’intreccio della storia e della sociologia di una popolazione, con la geografia e l’economia del territorio in cui la medesima popolazione si è sviluppata. Questo permette di conferire alla cultura un valore aggiunto elevatissimo, rendendo l’industria della cultura produttrice di beni e servizi altamente de-standardizzati. In una regione come il Ticino, e in modo particolare nel Locarnese, tra i motori dell’industria culturale potrebbero esserci proprio il cinema e la produzione cinematografica, in quanto già fortemente presente nel tessuto sia economico sia sociale del territorio, soprattutto per la pluri-decennale presenza del Festival Internazionale del Film di Locarno. La kermesse cinematografica della Città sul Lago Maggiore può sì essere un tassello centrale nello sviluppo economico-culturale del Locarnese e del Ticino, ma soltanto se inserita all’interno di una strategia che solo il Cantone e la Città di Locarno possono definire, ad esempio, creando una rete in grado di coordinare i molti eventi cinematografici e culturali presenti in Ticino, permettendo la crescita di rassegne già esistenti e la nascita di nuove, riuscendo così a creare un humus sociale adatto alla sviluppo di una filiera della cinematografia che possa andare oltre i 10 giorni in cui si svolge il Festival Internazionale del Film. Qualche timido tentativo è sino ad ora stato avanzato da un lato con la costituzione della Film Commission - di cui però ancora non si capiscono i reali intenti, in quanto nulla è pubblicamente emerso dopo la presentazione pubblica della Commissione - e dall’altro con il progetto della Casa del Cinema, il quale è però purtroppo nato anche da interessi differenti rispetto a quelli relativi alla volontà di rendere la produzione cinematografica un motore dell’industria della cultura.5 Rimane certamente la possibilità di sviluppare positivamente tale progetto, magari riuscendo a concentrarsi sia sul ruolo di filiera produttiva del cinema del nostro territorio, sia come ponte tra la cinematografia nostrana e quella dei paesi BRICS6 , come


suggerito dall’ex direttore artistico del Festival Internazionale del Film di Locarno Marco Müller. Qualcosa di non troppo lontano da una visione come quella appena descritta si sta peraltro cercando di portare avanti a Lugano, con la firma di un accordo di collaborazione con la provincia cinese dello Jianxi. Purtroppo la decisione del Festival Internazionale del Film di Locarno di rifiutare una partnership con il “Gosfilmfond”, sembra essere in antitesi con quanto sarebbe invece utile sviluppare. Proprio la possibilità di far assumere a Locarno, al Festival Internazionale del Film e in generale all’industria culturale del Ticino un ruolo di ponte con le culture dei paesi BRICS, potrebbe permettere di sviluppare - come ben sottolineato da Arminio Sciolli nell’intervista pubblicata sul presente numero di #politicanuova - delle dinamiche di cooperazione economica fruttuose per tutti i partner in gioco: si pensi semplicemente al potenziale turistico della Cina, la cui meta europea preferita, stando a un sondaggio pubblicato dal Quotidiano del Popolo7 , è proprio la Svizzera.

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en.people. cn/90883/7786013.html


L’ALTRA FACCIA DEL PARDO Rassegna cinematografica alternativa presso il Centro Culturale “Il Rivellino” di Locarno via al Castello 1 angolo via B. Rusca CH 6600 Locarno Venerdì, 7 agosto 2015 ore: 10:30 – Nuit et brouillard di Jean Resnais 11:10 – Short memory di Marwan Khneiser 12:00 – Cronaca di una scomparsa di Elia Suleiman 14:00 – Il sale e il mare di Annemarie Jacir 16:00 – Quando ti ho visto di Annemarie Jacir 18:10 – Sud di Inkyung Hwang di Tina Alloncle 18:15 – Out there and back home e A door into the limbo di Tina Alloncle. 18:30 – L’altra faccia del Pardo di Mischa Pallone 19:00 – Noun di Aida Schlaepfer 19:30 – Poetico Respiro di Mirko Aretini Davide Rossi, direttore dell’ISPEC (Istituto di Storia e Filosofia del Pensiero Contemporaneo di Locarno) presenterà i due film palestinesi di Annemarie Jacir e rifletterà sulla produzione cinematografica palestinese nel contesto culturale, politico e cinematografico mediorientale

Sabato 15 agosto 2015 - Ore 17:00 presso “Il Rivellino”, via al Castello 1, angolo via B. Rusca, a Locarno l’Istituto di Storia e filosofia del Pensiero Contemporaneo (ISPEC) presenta: 1945 – 2015 La liberazione dell’Europa dal nazifascismo e la vittoria dei popoli coreano e cinese sull’imperialismo nipponico Interventi di: Davide Rossi, storico e direttore dell’ISPEC Christian Pivetta, direttore del Centro Studi Juché di Milano Conclusioni di: Massimiliano Ay, deputato e segretario del Partito Comunista


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