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alternative possibili ≈ Isola della moda è un laboratorio

il camper delle meraviglie

di autoproduzione, nato a Milano nel 2004, per dare visibilità a giovani stilisti di moda critica (www.isoladellamoda.net).

| critical fashion | A cura di | Guya Manzoni

abiti e pantaloni a chilometro uno

| testo | elena parasiliti | foto | alice leandro

Tutti A bordo del ludobus, per scoprire la magia delle foto in scatola.

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vederlo da fuori sembra il camper di una famiglia di clown con le pareti azzurro cielo e i disegni infantili, ma quando la porta si apre il Ludobus ti accoglie in un mondo di meraviglie in bianco e nero, formato 13x18. “Siamo nel regno della fotografia stenopeica -spiega Noris Lazzarini-, e queste sono le mie Leica”. Al posto di obiettivi e macchine fotografiche, estrae dall’armadio otto scatole di latta: piccole come un pacchetto di sigarilli o una lattina, tonde e quadrate, ex scatole di gianduiotti o di bottiglie di liquori. Strane, a forma di automobile, scomponibili. E ancora, le zucche, allungate o a pera: fatte essiccare, tagliate e dipinte all’interno di nero. A renderle “magiche”, un piccolo foro (“stenos opaios” lo chiamavano i greci, ndr) fatto con un punteruolo e “momentaneamente” chiuso dal nostro isolante, che viene tolto solo per lo scatto. È da qui che la luce filtra e imprime sulla carta fotografica il mondo esterno. Ribaltato, così come accade nel nostro occhio: una camera oscura naturale. “Sarà compito del cervello, raddrizzarla” spiega Noris, mentre alla luce rossa della lampada immerge in quattro bacinelle diverse (sviluppo, arresto, fissaggio e acqua) la fotografia appena fatta. Un negativo che, a contatto con altra carta fotografica, e con la pressione di un vecchio bromografo, in pochi istanti, produrrà il positivo. “Se fossi nata cent’anni fa –scherza Noris-, sarei stata una degna allieva di Nadar”. Una città in co-

mune tra lei e quel fotografo che affascinava con i suoi ritratti la Parigi di fine Ottocento: proprio nella capitale francese, a poco meno di 40 anni, Noris fa i suoi primi esperimenti. “Era il 1993 e da sempre ero innamorata della fotografia –racconta-. A Milano per dieci anni avevo curato le mostre della galleria Il diaframma, ma volevo esprimermi in maniera diversa”. Ci prova, con un libro di Ando Gilardi e della “Banda del buco”, che legge e rilegge, finché nell’atelier di un’amica artista, a Montemartre, esegue il primo scatto: un ritratto che mi mostrerà in seguito nel suo studio-laboratorio, altra stanza delle meraviglie ma

“parcheggiata” nella sua casa di Robbiate, in provincia di Lecco. “Quell’esperienza mi ha insegnato ad avere fiducia in me e nelle possibilità degli altri”. Una passione che Noris decide di trasmettere nei corsi che organizza per adulti e bambini prima in Colombia, dove soggiorna per nove mesi e ritorna appena può, poi in Italia e in Svizzera. “A Bogotà mi presentavo con la mia lattina ai ragazzini di strada che rubavano le Nikon ai turisti, me compresa –ricorda-: era quasi imbarazzante, ma in quei pomeriggi condividevamo il piacere della fotografia, dove il risultato non dipende dal costo dell’apparecchiatura, ma dal metodo che utilizzi e dal tuo sguardo sulle cose”. La “missione” di Noris, “Solidal foto in scatola -progetti di solidarietà cercansi”, prosegue anche oggi, in tutta Italia, grazie al suo Ludobus trasformato in una “macchina fotografica” gigante che l’accompagna in casa della gente, alla sagre di paese, nelle scuole dove a fine anno ha tenuto dei laboratori per realizzare insieme ai bambini “la loro foto di classe”. Un’occasione unica che ha un prezzo, diverso in base al tipo di attività e dalla distanza da percorrere: si va dalle 200 euro per un laboratorio di quattro ore a scuola in su (per informazioni, www.fotoinscatola.it). I progetti continuano: ultimi nati, il memory con le carte in positivo e negativo e la scatola “stenostopica stenopeica”, antenata degli occhiali 3D. “Da piccola sognavo un carrozzone da circo -sorride-: a 60 anni mi comprerò una motocicletta rossa per attraversare la Colombia”. E c’è da giurarci che Noris lo farà, con la sua Leica ben posizionata sul serbatoio.

uando si parla di produzioni “a chilometro zero” o “a filiera corta”, spesso si fa riferimento ad alimenti o a prodotti agricoli locali, che vengono distribuiti nelle vicinanze del luogo di produzione. Ma è possibile parlare di “filiera corta” anche nel campo della moda? Magari pensando a un mercato “critico” che valorizzi le risorse locali e contrasti, dal basso, la delocalizzazione? I grandi marchi di abbigliamento si dedicano ormai prevalentemente all’outsourcing, esternalizzando le produzioni in Paesi con regimi fiscali più indulgenti e manodopera a basso costo. Mentre la tariffa oraria di un operaio tessile (chi confeziona i capi di abbigliamento, ndr) in Italia si aggira tra i 6 e i 18 euro l’ora, in Cina è mediamente intorno ai 0,54 centesimi di euro, fino ad arrivare agli 0,44 centesimi di Thailandia o gli 0,38 del Vietnam. Non è quindi difficile comprendere come mai i produttori italiani, avendo perso competitività sul mercato comune, preferiscano dedicarsi a capi “di fascia alta”, più costosi rispetto a quelli d’ importazione. Con un paradosso: il passaggio in manifattura per le sole rifiniture, escamotage spesso utilizzato per etichettare il prodotto come “made in Italy”. In questo contesto la qualità del “fatto a mano in Italia” riacquista il meritato valore, grazie soprattutto ai tanti progetti di moda critica, che si pongono come obiettivo quello di far riscoprire al pubblico il fascino quasi dimenticato dell’artigianalità. Come nel caso della collezione “Chilometro uno”, proposta per la primavera-estate 2010 dal Laboratorio Isola, un progetto nato lo scorso anno per coniugare la ricerca dei tessuti e il design più innovativi. Questa collezione è ideata, prodotta e distribuita a Milano fra il quartiere Bovisa e il quartiere Isola, grazie alla collaborazione di Samanthakhan Tihsler, frizzante ed eclettica stilista “rubata” per l’occasione ai suoi abiti da sposa. Nascono così forme e volumi decisi e delineati, curati fin nel minimo dettaglio, con l’attenzione tipica della manifattura sartoriale. Il tutto a “chilometro uno”, provare per credere: lo showroom della designer ed il laboratorio sono divisi da solo 15 minuti di tram.

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