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| testo | dario paladini | foto | mària dinoia

A Milano, Se lo disputano Lega e Pdl a suon di sgomberi. Un gioco che costa alle casse del comune oltre 5 milioni di euro.

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il derby degli zingari 8

| 014 | giugno 10

| L’inchiesta

La foto-storia: il campo di via Idro Sono italiani e almeno la metà di loro ci è nata e cresciuta. Nel campo di via Idro vivono 115 rom, con loro: cavalli, pecore e altri animali. Mària Dinoia, 32 anni, ha realizzato questo fotoreportage durante il corso di fotografia sociale di Polifemo e Terre di mezzo. “Alcuni rifiutano l’idea delle case popolari -dice-, temono per la sicurezza dei figli. La paura? Che siano aggrediti da rom di altre etnie”.

ltro che Milan e Inter. A Milano il derby lo stanno disputando Lega Nord e Pdl, compagni di squadra nella giunta guidata da Letizia Moratti. A centro campo, al posto della palla, la questione rom. Nel 2011 i milanesi andranno alle urne per scegliere il nuovo sindaco. Vincerà chi si mostrerà più duro. E la partita è entrata nel vivo. Da gennaio a fine aprile il vicesindaco, Riccardo De Corato (ex Allenza nazionale), ha già ordinato 75 sgomberi di campi abusivi, quanti ne sono stati eseguiti nel 2009. Nel 2008 erano stati appena 40, 60 l’anno precedente. In tutto 250, in tre anni e mezzo. Al leghista Stefano Bolognini, assessore provinciale alla Sicurezza, però non bastano. Seguìto da telecamere e giornalisti, visita i campi rom per chiederne la rimozione e ne approfitta per attaccare la giunta Moratti: “La colpa è del vicesindaco, ci vuole un giro di vite”. Per tutta risposta, ad ogni intervento delle ruspe, fa seguito un comunicato stampa di De Corato (da inizio anno, ne abbiamo ricevuti oltre un centinaio), in cui si annuncia il trionfo della legalità. Una campagna elettorale continua. Eppure gli sgomberi costano: richiedono l’impiego di vigili urbani, poliziotti, carabinieri e del personale dell’Amsa per lo smaltimento dei rifiuti. E non risolvono il problema: perché, per ogni baraccopoli rasa al suolo, ne sorgono altre, in zone della città sempre più nascoste. A Palazzo Marino, i consiglieri Patrizia Quartieri (Rifondazione comunista) e Giuseppe Landonio (Gruppo misto) hanno presentato un’interrogazione in cui chiedono al Sindaco il “conto” di questi interventi. Era febbraio e ancora non hanno ricevuto risposta. Anche noi abbiamo chiesto informazioni a riguardo, sia al vicesindaco sia al prefetto, Gian Valerio Lombardi, che il Governo ha nominato nel maggio 2008 “commissario straordinario per l’emergenza nomadi” (insieme ai prefetti di Roma e Napoli) sull’onda dello scalpore suscitato dallo stupro e omicidio di Patrizia Reggiani, commesso nella capitale da due rom. È lui che autorizza gli sgomberi su richiesta dei Comuni. Ancora silenzio, per questo abbiamo provato a calcolare noi i costi di questa politica. In un comunicato del 14 giugno 2009, De Corato scrive che “per le operazioni di bonifica e pulizia dei rifiuti effettuate da Amsa in 27 insediamenti sono stati spesi ben 452.788 euro”. Poco meno di 17mila euro per sgombero. Moltiplicati per i 250 effettuati finora, si arriva a 4 milioni e 250mila euro. Bisogna poi considerare il costo delle forze dell’ordine: un vigile urbano, ad esempio, costa 95 euro lorde al giorno. Se per ogni operazione ipotizziamo l’impiego di 25 vigili, al nostro conto dobbiamo aggiungere 593.750 euro. Lo stesso per l’intervento di carabinieri e poliziotti. Si tratta di stime al ribasso, ma il risultato finale fa pensare: 5 milioni e 437mila euro. Più del doppio di quanto il Comune di Milano ha stanziato per l’integrazione sociale e lavorativa dei nomadi tra il 2006 e il 2009: 2 milioni e 535mila euro, unico dato certo fornito dall’assessore | 014 | giugno 10

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1.331 in campi regolari 55% adulti 45% minori

797 in campi abusivi 62% adulti

2.128

38% minori

I nomadi censiti dalla prefettura nei campi rom di milano fonte: prefettura di milano, dati ottobre 2008

fonte: stima di Terre di mezzo sulla base dei comunicati stampa del Vice sindaco Riccardo De Corato e bilancio consuntivo 2009 Comune di Milano.

Najda è una nomade vera. Cittadina croata, si sposta ancora per l’Europa (ora è a Barcellona dai figli) e forse per questo non è riuscita ancora a integrarsi con la comunità di via Idro, dove vivono perlopiù cittadini italiani. Dinko è nato in Istria, vive nella stessa stanza con la moglie Julia, i loro tre figli e i nipoti. Non ha un lavoro fisso, quando riesce collabora con una cooperativa.

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ai Servizi sociali in Consiglio comunale il 19 aprile scorso. Spendiamo più soldi per abbattere le baracche che per aiutare i rom a trovare casa.

Le strategie, tra sicurezza ed Expo

Il prefetto Lombardi, in qualità di commissario straordinario, in due anni esatti ha fatto due cose: il censimento di quanti rom e sinti vivono a Milano (2.128, così suddivisi: 797 negli insediamenti abusivi e 1.331 in quelli regolari) e la scrittura del regolamento che si deve osservare nei campi comunali. Nel frattempo, nell’agosto 2009, il ministero dell’Interno ha stanziato 13 milioni e 115mila euro per fronteggiare l’“emergenza rom” a Milano. Un bel gruzzolo, che Comune e Prefettura stanno spendendo soprattutto per la sicurezza. Solo 4 milioni, infatti, sono stati destinati a progetti di inserimento lavorativo e abitativo. I 9 milioni rimasti serviranno, ad esempio, per la posa dei “dissuasori mobili” in via Cusago, periferia Sud-Ovest di Milano (400mila euro), l’installazione delle venti telecamere wireless che controlleranno gli ingressi di quattro campi (479mila euro), e per ristrutturare l’insediamento di via Idro, che diventerà un’area di sosta temporanea (4milioni e mezzo). Provvedimento, quest’ultimo, che sta suscitando le ire degli abitanti della zona, preoccupati che la “sosta temporanea” si trasformi presto in definitiva. Ma i minuti passano, e ormai siamo nel secondo tempo: ci si gioca il tutto per tutto. Il piano nomadi del Comune prevede entro un anno la chiusura di 9 campi rego-

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| L’inchiesta

lari sui 12 esistenti. Una decisione che riguarda poco più di mille persone, alcune delle quali vivono in questi campi da oltre quarant’anni. Quello di via Negrotto è nato nel 1967, quello di via Bonfadini nel 1984, via Novara nel 2001. I primi a dover sloggiare sono gli ultimi arrivati: i 600 rom ospitati dal 2007 nei quattro insediamenti fra via Triboniano e via Barzaghi, zona cimitero Maggiore. A febbraio hanno ricevuto una lettera dal Comune che intima loro di andarsene entro il 30 giugno. In quell’area dovrà passare un raccordo tra le diverse autostrade, in vista di Expo 2015.

Sgomberi a milano 2007

17.000 euro

60

×

2008 40

2009 75

2010

tot

Bonifica e smaltimento rifiuti.

+ 2.375 euro

Intervento in media di 25 vigili urbani, con una paga giornaliera di 95 euro lordi.

+ 2.375 euro

Intervento polizia e carabinieri, ipotizzando lo stesso costo dei vigili urbani.

75 dal 1 gennaio al 30 aprile

250 sgomberi

tot

21.750 euro

Totale costi dal 2007 al 2010

Amarezze e proposte del Terzo settore

Mentre Lega e Pdl si contendono il risultato, dalle tribune assistono impotenti le realtà del Terzo settore: in particolare Casa della Carità, Caritas Ambrosiana e Padri Somaschi che, dal 2008, hanno in gestione i campi rom. È a loro che il Comune avrebbe voluto affidare i 4 milioni di euro destinati ai progetti sociali: un buon modo -pensava Palazzo Marino- per superare l’empasse. Ma gli enti del Terzo settore si sono rifiutati: è la pubblica amministrazione che deve assumersi la responsabilità di chiudere i campi e, in alternativa, offrire delle soluzioni. Il volontariato sarà poi disponibile a fornire aiuto e competenza. In linea di principio, infatti, le associazioni non sono contrarie alla chiusura dei campi. “Purtroppo sia via Triboniano che via Idro sono diventati dei ghetti”, ammette don Massimo Mapelli, vicepresidente della Casa della

costo di uno sgombero

≈5.437.750

euro

Spesa del comune di milano dal 2006 al 2009 per l’integrazione di rom e sinti

fonte: risposta assessorato Servizi sociali Comune di Milano a interrogazione dei consiglieri comunali Patrizia Quartieri e Giuseppe Landonio (21 aprile 2010).

2006

1.347.208 euro

2007

25.130 euro

Presidio sociale nei campi autorizzati.

411.652 euro 621.993 euro

Altro.

2008

466.571 euro

734.754 euro

Manutenzione campi autorizzati.

2009

103.291 euro

767.169 euro

≈ 2.535.570

Borse di studio.

euro

593.369 euro

Progetti educativi per minori e inserimento scolastico.

Carità. In via Triboniano don Massimo e i suoi operatori sono riusciti a far andare a scuola i bambini, ma non c’è stato nulla da fare per per 40 adolescenti in cerca di un tirocinio in azienda, al termine del loro percorso di formazione professionale: non è stata trovata una sola impresa disposta ad accoglierli. “Nemmeno le aziende municipalizzate -sottolinea don Massimo-. Un fallimento per noi e una grande delusione per questi ragazzi”. I due campi di via Novara sono stati costruiti dalla Protezione civile nel 2001. Erano provvisori, durata massima 5 anni. “E si vede -dice suor Claudia Biondi, responsabile dei progetti per i rom di Caritas Ambrosiana-. Ora i container cadono a pezzi. Chi ci abita proveniva da baraccopoli e, a quel tempo, sembrava già un passo avanti”. I bambini di via Novara frequentano la scuola, un gruppo di donne lavora in una bottega di taglio e cucito, mentre la maggior parte dei capifamiglia ha un lavoro più o meno regolare. Però, fatta eccezione per due famiglie che hanno trovato un appartamento in affitto, le altre sono ancora tutte lì. Per rompere l’isolamento, occorre un gioco di squadra: per questo il “Tavolo Rom”, a cui aderiscono dodici tra associazioni ed enti (Acli, Arci, Caritas Ambrosiana, Casa della Carità, Cgil, Padri Somaschi e Comunità di Sant’Egidio, per citarne solo alcuni), propone di istituire un’“Agenzia di accompagnamento” a cui affidare quei 4 milioni di euro. A guidarla, sarebbe il Comune di Milano. Dovrebbe aiutare rom e sinti a trovare una casa (offrendo le garanzie ai proprietari) e un lavoro, con accordi con le imprese. Ma ci vogliono tempo e volontà politica, che ora mancano, come ricorda l’assessore ai Servizi sociali Mariolina Moioli (Pdl): “Confermiamo l’impegno di chiudere i campi entro un anno”. I rom, in qualche modo, devono sparire. Del resto, il capogruppo della Lega Nord in Consiglio comunale, Matteo Salvini, l’ha dichiarato a tivù e giornali: “Nella prossima giunta, l’assessorato ai Servizi sociali sarà nostro”. La partita continua.

Sulla pelle della povera gente

In campo, restano morti e feriti. Ogni primo novembre la Comunità di Sant’Egidio ricorda con una veglia di preghiera i rom che muoiono “in modo violento” nelle baraccopoli. Dal 1995 a oggi, se ne contano 18 a Milano e provincia, metà dei quali erano minorenni. Sabina, Nelson, Arman, Monica, Costantin, Cristian, Marian e Emil sono morti nelle loro “case”. Colpa di stufe a legna e candele che le hanno trasformate in pochi secondi in un rogo. Elèna è annegata in una roggia. Ajsa è stata travolta da un’auto ai margini della Tangenziale che scorre accanto alla sua baracca, mentre altri quattro rom sono stati investiti da un treno a Sesto San Giovanni: stavano cercando materiale di recupero per costruirsi un riparo. Ci sono poi due neonate decedute per il freddo, e sempre il freddo è la causa dell’incidente capitato a Saban, rimasta incastrata in un cassonetto per la raccolta degli indumenti usati. Infine, Monica uccisa dal marito. “Sono vittime innocenti del degrado -spiega Elisabetta Cimoli, di Sant’Egidio-. Gli sgomberi non fanno altro che peggiorare la situazione: le persone cercano rifugio in zone sempre più pericolose, e di conseguenza i rischi aumentano”. | 014 | giugno 10

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non uno di meno | testo | sandra Cangemi

Maestre e mamme controcorrente. Dopo ogni sgombero riportano in classe i “loro” bambini rom. Anche se non sempre ci riescono.

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o scheletro di un capannone di periferia. L’unico corridoio ancora coperto brulica di umanità. Tra le macerie e i rifiuti, tende e baracche di cartone e plastica ospitano una quindicina di famiglie. Nel campo ci sono solo i più piccoli, gli altri sono a scuola. Corrono incontro ad Assunta Vincenti e Maria Luisa Amendola, mamme del quartiere Feltre, periferia Nord di Milano: “Ogni domenica li portiamo a fare la doccia presso una società sportiva, così il lunedì vanno in aula puliti”. Mandare a scuola i figli non è semplice per i rom dei campi abusivi. Non c’è acqua, il fumo di legna impregna vestiti e pelle. Chi non ha la residenza paga la quota massima per la mensa e non ha diritto a sostegni. Ma soprattutto c’è la precarietà: ogni mattina puoi svegliarti con la polizia che ti spiana la baracca. Eppure, “il giorno dopo i genitori ti chiamano per sapere dove possono iscriverli”, dice Elisa Giunipero, volontaria della Comunità di Sant’Egidio. Secondo i dati forniti da Prefettura e Provveditorato, su 900 minorenni censiti a Milano nel 2008, 574 sarebbero regolarmente iscritti alle scuole dell’obbligo. Alina Uc Bucuk, 35 anni, fino al 19 novembre scorso viveva nell’ex palazzina Enel di via Rubattino, insieme ad altri 250 rom: 36 i bambini inseriti nelle scuole del quartiere Feltre. Quella mattina sono stati sgomberati e, da allora, Alina è stata cacciata dalle forze dell’ordine nove volte: “I miei figli non hanno saltato un giorno. Andavo su e giù per la città: tram, metro, pioggia e neve, con quattro bambini. Un incubo, non farmelo ricordare”. Ora è tornata in zona e si è sistemata in questo capannone. Non tutti però hanno avuto la sua costanza: tra i banchi, sono rimasti appena 15 bambini rom. “Volevo tornare in Romania, anche se laggiù non ho più nulla”, dice Alina. Qui in Italia, suo marito lavorava in nero come manovale, pagato un terzo degli italiani: c’è un listino “etnico” per i salari, e i rom sono in fondo alla lista. Ora non trova più nulla: “Sono stati i miei amici a darmi il coraggio di restare e i miei bambini, che si sentono italiani. Voglio una casa: non sono mica nomade -ride-. E voglio lavorare. Scrivi: signore e signori, voi che avete un tetto sulla testa, voi non sapete cosa vuol dire vivere per strada. Date una possibilità alle persone serie di avere un futuro per i loro bambini e il rispetto di sé, non una vita di cui vergognarsi come la mia che devo chiedere l’elemosina”. Quelli che Alina chiama “i miei amici” sono, tra gli altri, le maestre e le mamme di via Feltre. “Dei rom avevo una valanga di ignoranza e pregiudizi 12

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-ammette Flaviana Robbiati, insegnante elementare-. Un giorno ho dato un passaggio al papà di un alunno rom, abbiamo iniziato a parlare e mi ha invitata al campo, per un battesimo. Ho scoperto delle persone solari, aperte. Quando il vicesindaco De Corato ha annunciato lo sgombero, ho pensato che non si potevano perdere 36 alunni così. Abbiamo lanciato una petizione per garantire il diritto allo studio ai bambini e il diritto a una casa e a un lavoro ai genitori”. Per i mass media è una bomba: per la prima volta la gente si schiera con -e non contro- i rom. Le maestre scrivono una lettera ai loro alunni: “Vi insegneremo centomila parole, perché nessuno possa più cercare di annientare chi come voi non ha voce”. In 24 ore si organizza una fiaccolata: “Abbiamo dovuto spiegare ai rom che la gente stava dalla loro parte e che non voleva dar fuoco alle baracche”, ricorda Stefano Pasta della Comunità di Sant’Egidio. “Il giorno dello sgombero eravamo lì con loro -spiega Flaviana-: abbiamo portato i bimbi a scuola, ospitato le famiglie. Siamo riusciti a contagiare anche chi i rom li detestava”. Silvia Borsani insegna nella scuola di via Guicciardi e non riesce a togliersi dalla testa Romeo, prima elementare, che un giovedì mattina l’ha trascina in corridoio gridando: “Sgombero, polizia!”. Da lì in poi, ha subito uno sgombero ogni 15 giorni. “Con quei soldi avrebbero potuto sistemare chissà quante famiglie. Li ho ritrovati in un sotterraneo: una miseria indescrivibile. Eppure i letti erano rifatti, la sorella di Romeo lavava i piatti. Il primo marzo li hanno cacciati anche da lì, sotto la neve”. Per il Comune queste persone, colpevoli di “occupazione abusiva”, non hanno nemmeno il diritto di essere aiutate. Per fortuna, non tutti la pensano così. Il Gas Feltre, il gruppo di acquisto solidale della zona, insieme a Intergas Milano, sta distribuendo 7mila bottiglie di vino messe a disposizione da un produttore toscano per finanziare borse lavoro (per informazioni: www.gasmilano.org). “In questo modo tre rom, due uomini e una donna, hanno ottenuto dei contratti a progetto in un agriturismo e in una cooperativa di restauri”, racconta Francesca Federici, una delle promotrici. Ci sono poi altre iniziative, come le merende fuori da scuola, il laboratorio di teatro e il corso d’italiano per le mamme. Un’occasione di speranza, condivisa anche da Assunta e Maria Luisa: “Oggi i figli di Alina entrano nelle nostre case, e così insegniamo ai nostri figli che sono l’accoglienza e la conoscenza reciproca a darci sicurezza e arricchimento. La civiltà o è per tutti, o non è”.

| L’inchiesta

Giovanni Picciotta vive da vent’anni in via Idro: quando acquistò casa il campo nomadi non esisteva ancora. “Il Comune di Milano lo creò ad agosto quando gli abitanti del quartiere erano in vacanza -ricorda-. Era il 1989, e il sindaco Pillitteri promise che sarebbe stato un insediamento provvisorio”.

la capitale dei paradossi | testo | giovanni augello

ROma ristruttura i campi regolari. MAssima accoglienza, eccetto che per i Rom romeni. “Non voglio una casa che costi tanto, basta che abbia i muri di pietra”. L’ultimo campo abusivo in cui è stato Marius è il Casilino 700 (periferia Est di Roma), sgomberato nel novembre 2009. È un rom romeno, come sua moglie. Hanno tre figli e meno di trent’anni: ora vivono in una palazzina occupata in via Prenestina. Anche Samir, 22 anni, quattro figli e di mestiere mediatore culturale, abitava in un campo irregolare ma tollerato, il Casilino 900. A febbraio il Comune di Roma ha deciso di chiuderlo: chi ci viveva è stato trasferito in via Salone (periferia Nord-Est), che ora

conta quasi mille rom, in maggioranza di origine slava. “Mi trovo bene -dice-. Casilino 900 era sporco e quando pioveva c’era sempre fango”. Due pesi, due misure: a Roma il “Piano nomadi” non è uguale per tutti. Sia Samir che Marius vivevano in campi abusivi, al primo però è stato assegnato un container in un insediamento regolare, all’altro no. Una condizione che Marius condivide con i 400 rom romeni sgomberati da Casilino 700. Oggi 150 sono ospitati in un’ex cartiera sulla Salaria, affidata a una cooperativa, gli altri sono al centro di

accoglienza “Amarilli”, aperto in inverno per i senza dimora. A loro il Comune ha suggerito di tornare in Romania a spese dell’amministrazione o di trovarsi una sistemazione. “Il trattato di Schengen prevede che i rom romeni possano andare nei paesi della Comunità europea -spiega Sveva Belviso (Pdl), assessore alla Politiche sociali-, ma solo per tre mesi, poi o hanno un lavoro o devono tornarsene a casa”. A Roma, secondo il censimento effettuato nel 2008 dalla Croce Rossa vivono 7.177 rom (quasi 5mila in baraccopoli “tollerate’” o del tutto abusive). Ma è un dato per difetto. Tuttavia il Piano nomadi ha i posti contati: 13 campi per 6mila persone. Gli altri dovranno arrangiarsi. Intanto, sono in atto le ristrutturazioni: recinzioni e telecamere, tesserino personale per entrare. Costano sempre meno di quelli abusivi “che si

trasformano in discariche e non solo per colpa dei rom -precisa Salvo Di Maggio, presidente della Cooperativa Ermes-. Ci finiscono calcinacci, gomme d’auto, amianto e a volte anche rifiuti ospedalieri”. La bonifica può arrivare a costare 50mila euro: “Al vecchio campo di via Salone la facevano anche due volte al mese”. A pesare di più sui costi, le utenze (acqua e elettricità) e i vigilantes. Ma la concentrazione in pochi campi, spesso in periferia, ha determinato spese aggiuntive, come i 250 euro giornalieri per ogni scuolabus utilizzato. Mentre il ministero dell’Interno ha stanziato quasi 18 milioni di euro per questi interventi nei campi di Roma, le risorse per i progetti sociali restano sul fondo del barile. “È normale sia così -sottolinea Di Maggio-. Prima di tutto bisogna mettere le persone in condizione di vivibilità minima, poi ci si può occupare degli altri aspetti”. | 014 | giugno 10

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il derby degli zingari  

inchiesta | Terre di mezzo 14 | giugno 2010 | foto di Mària Dinoia

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