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| testo | Sandra Cangemi | foto | alice leandro

Sorridente e decisa (nell’applicare la legge), Lucia Castellano ha trasformato milano-Bollate in un carcere Innovativo.

a scuola di stile

uesto lavoro non è un ripiego. Ho sempre desiderato farlo”. Sorprende Lucia Castellano. Perché il lavoro di cui parla è dirigere un carcere: Milano-Bollate, 1.050 detenuti (solo 50 le donne, “spesso abbandonate dalle famiglie”), noto per lo stile innovativo. “Mi limito ad applicare la legge”, precisa. A cominciare dall’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono essere contrarie al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Un buon punto di partenza. Come lo sono la Riforma dell’ordinamento penitenziario del 1975, la legge Gozzini dell’86 e il regolamento degli Istituti di pena del 2000: al centro c’è il detenuto e il suo reinserimento nella società attraverso il lavoro, lo studio e le misure alternative. Norme che spesso non vengono applicate.

Perché? Occorre fare i conti con la mancanza di personale, il sovraffollamento e il turnover dei detenuti in attesa di giudizio. Il mio compito è facile: ho carcerati condannati in via definitiva.

Diminuirebbe così il numero dei detenuti? Chi lavora o sconta la pena all’esterno torna a commettere reato solo nel 19 per cento dei casi, contro il 68 di chi resta in cella fino all’ultimo giorno.

Anche se dopo l’indulto del 2006 il numero dei ristretti è tornato a livelli preoccupanti: a fine giugno sono oltre 68mila, a fronte di una capienza complessiva di 44.592. Ci sono leggi che riempiono le nostre galere: il pacchetto sicurezza, la Fini-Giovanardi sulla droga e soprattutto la ex Cirielli che accresce di un terzo le pene ai clandestini. Il sovraffollamento è frutto di politiche criminali basate sulle emozioni suscitate ad arte nella gente. Bisognerebbe legiferare su fatti reali, tenere il carcere come estrema ratio e usare le misure alternative.

A Bollate i carcerati sono liberi di muoversi, eppure al suo servizio ha solo 390 agenti di polizia penitenziaria. Com’è possibile? Chiediamo ai detenuti di responsabilizzarsi: la prigione dev’essere un luogo che produce e garantisce tutta la libertà consentita dal muro di cinta. Non significa un regime indulgente, al contrario. In un certo senso, sovvertite un codice non scritto dove forza e potere vincono su tutto. Se vogliamo educare al rispetto delle regole, non possiamo proporre un modello basato sulla violazione dei diritti, l’asservimento, i ricatti e i favoritismi. Dobbiamo tutelare la dignità dei detenuti e offrire loro opportunità di crescita. Per questo abbiamo scuole di ogni grado, corsi della Regione e un polo universitario coordinato dalla Bicocca con dieci studenti. Ma a fare la differenza è il lavoro. Non è né un privilegio né un premio, ma un diritto e un dovere. Una conquista graduale. Qual è l’iter? Si inizia col lavoro interno: lo spesino, il porta-vitto, l’imbianchino, il cuoco, l’addetto alle pulizie. In questo modo siamo in grado di valutare la capacità di ognuno di affrontare gli impegni. Si prosegue poi con il lavoro “dentro”, ma alle dipendenze di ditte esterne: oggi gli impiegati sono 250 tra call center, vetreria e trattamento dati. Il vostro fiore all’occhiello sono comunque le cooperative sociali. Cinque realtà nate in carcere: falegnameria, catering, serra, legatoria e grafica, sartoria. Tra i soci lavoratori ci sono persone libere e una trentina di detenuti: una volta scontata la pena si può continuare a lavorare. E i clienti? Il più grande è ancora l’amministrazione carceraria. Appaltano loro alcuni servizi prima affidati all’esterno, come la mensa. I risultati si vedono: si mangia meglio, nessuno fa più la “cresta” e gli accordi sono rispettati alla lettera. Ultima tappa: il lavoro esterno. Il passo più complesso: abbiamo un gran bisogno di aziende che assumano detenuti. Per ora, trenta lavorano a turno in un’azienda municipalizzata, otto sono al canile e altri presso privati. Un peccato che siano così pochi. I vantaggi per le imprese non mancano: la paga è sindacale, ma gli oneri sono defiscalizzati.

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| L’intervista

Lucia Castellano Napoletana, 46 anni, avvocato: la sua carriera inizia nel 1991, come vicedirettore del Marassi di Genova. Ha poi lavorato a Eboli dove ha sperimentato una forma di carcere-comunità. Ha tenuto corsi alla polizia penitenziaria e seguito i tossicodipendenti di Secondigliano (Na). Da 8 anni dirige la casa di reclusione di Milano-Bollate. Con la giornalista Donatella Stasio ha scritto “Diritti e castighi” (Il saggiatore).

Qualche problema in più l’avrete con i detenuti senza permesso di soggiorno... Molti troverebbero datori di lavoro disposti ad assumerli, ma la legge glielo impedisce. Un problema che stiamo affrontando con l’aiuto di una commissione di detenuti immigrati: vorremmo garantire loro un rientro “onorevole” nel Paese d’origine. Con un po’ di soldi in tasca. I detenuti quindi partecipano alle decisioni? Sì, abbiamo 224 delegati eletti dai carcerati. Gestiscono le strutture dei reparti, le graduatorie per le celle singole e per il lavoro interno. Ci sono persino una commissione cultura e uno sportello giuridico con detenuti “esperti” coadiuvati da giuristi. Che cosa ha imparato a Bollate? A non giudicare mai e a “separare” la persona da quello che ha fatto. Un esercizio difficile, che siamo chiamati a fare tutti. Specie con i sex offender, condannati per reati sessuali. Qui, a Bollate, vivono accanto ai detenuti “normali”. Altrove non sarebbe possibile. Qualcuno torna a trovarvi? C’è chi ci scrive e chi viene a presentarci la moglie o a portarci le bomboniere. E lei, come concilia la vita privata con un lavoro così totalizzante? Sono divorziata e senza figli, ma queste sono scelte personali che non c’entrano con il lavoro. Certo, ho maggior libertà: sto in ufficio dalle 9 alle 18, sono reperibile sempre (anche in vacanza), e cerco di far conoscere il più possibile il “modello Bollate”. Non mi pesa: c’è dentro tanta passione. È vero che dà del lei a tutti i detenuti e li chiama “signora” e “signore”? Certamente. Ma a Bollate lo facciamo tutti. | 016 | settembre 10

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a scuola di stile: Lucia Castellano | foto di Alice Alijay Leandro | Terre di mezzo 16 2010