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fotoreportage urbano | a cura di | polifemo | www.polifemo.org ≈ Polifemo è un’associazione di fotografi professionisti con base a Milano, che si propone di diffondere la cultura dell’immagine e della comunicazione visiva.

vite operaie

| fotografie e testo | silvia tagliabue

L Silvia Tagliabue È nata nel 1975 a Milano, dove si è laureata in Filosofia e ha conseguito un diploma in videogiornalismo. Dopo un periodo come autrice televisiva, ora è freelance e collabora con alcune testate giornalistiche. In passato ha realizzato dei videoreportage sulla cooperazione in Africa e in India. Il lavoro che qui pubblichiamo è stata presentato al Corso di fotogiornalismo di Polifemo. 16

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a Innse è una piccola fabbrica di meccanica pesante, alla periferia di Milano. Nove mesi fa il proprietario Silvano Genta ha deciso di chiuderla, ma ha incontrato una resistenza tenace da parte dei suoi 49 operai, decisi a salvare il posto di lavoro e il sito produttivo. Si tratta, come dicono loro, di una lotta di principio: la Innse non è in crisi, di lavoro ne avrebbe, ma si trova nel mezzo di un’area ambita. In via Rubattino si concentrano gli interessi del Comune che vuole riqualificare la zona con un’area residenziale, centri servizi e il distaccamento della Facoltà di Farmacia, quelli dell’immobiliare Aedes proprietaria del terreno, in grave dissesto finanziario e ansiosa di far cassa, e di Genta che ha acquistato la fabbrica dall’amministrazione controllata (ovvero dallo Stato) per soli 700mila euro e vorrebbe smantellarla per rivendere le macchine a peso di ferro. La vicenda mi ha subito interessata perché esemplifica una certa politica del territorio, che favorisce le speculazioni edilizie e il primato del commercio sulla produzione. Ho quindi preso contatti con gli operai


31 maggio 2008: la proprietà comunica la chiusura dell’Innocenti Sant’Eustachio (in breve Innse) ai dipendenti. Per dimostrare che lo stabilimento funziona, e bene, i lavoratori continuano la produzione in autogestione, da licenziati e senza intascare nulla, fino a settembre quando la polizia interviene per sgomberarli. L’occupazione però continua 24 ore su 24 nei locali della vecchia portineria: l’obiettivo è di impedire al proprietario Silvano Genta di portare via i macchinari. 14 gennaio 2009: Genta si presenta ai cancelli con una decina di camion. Per impedirgli di entrare, l’assessore all’Istruzione Giansandro Barzaghi e il consigliere Luca Guerra della Provincia di Milano si incatenano all’ingresso dello stabilimento. Un gesto di denuncia: il Gruppo Ormis di Brescia, ex cliente della Innse, vorrebbe rilevare l’azienda e raddoppiare i dipendenti, ma le istituzioni sono sorde. A farne le spese, i lavoratori come Claudio, entrato alla Innse nel 1980, a 18 anni. Oggi, a 10 anni esatti dalla pensione, si ritrova in mobilità: due anni a 860 euro al mese, con una moglie a carico e una figlia di 11 anni.

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Quando il padrone della Innse si è ripresentato scortato da 200 poliziotti per entrare in fabbrica la notte del 10 febbraio, centinaia di persone si sono radunate al presidio. Intanto si cucivano bandiere con lo slogan “Giù le mani dalla Innse”, si preparava tè caldo e si discuteva sul da farsi. La solidarietà dimostrata da sindacalisti, semplici cittadini, lavoratori di altre imprese, militanti dei centri sociali e dei circoli Arci è stata forse tardiva, ma si sta facendo sentire.

Alberto è in pensione, ma spesso va al presidio: saluta gli ex compagni e dispensa consigli sulle strategie da tenere. La sua esperienza di lotta operaia inizia 30 anni fa, ma erano altri tempi: quando è entrato alla Innocenti Sant’Eustachio, nel 1974, gli operai erano più di 3mila. Oggi nel quartiere dove si produceva la Lambretta, accanto ai fabbricati abbandonati, sopravvive solo l’Innse.

e ho iniziato a frequentare il presidio, condividendo pasti, partite a carte e cercando di raccontare che cosa significhi portare avanti una lotta di questo tipo. Con il passare dei mesi, ho capito che ciò che la rende possibile è l’unione dei lavoratori, oltre che il carisma dei delegati sindacali. Un legame così saldo è cosa rara da vedere, soprattutto per una persona della mia generazione, che vive il lavoro come un attraversamento di luoghi dove si stringono relazioni momentanee e si assumono ruoli multipli e poco definiti. Quando gli operai mi chiedono che mestiere faccio, fatico a dare una risposta. Per loro è diverso: “sono tornitore”, “dentatore” o “gruista”, dicono. O semplicemente: “Sono operaio”. Così, l’aspetto umano della lotta ha preso il sopravvento sul mio modo di guardarla e di documentarla. Ivano fa il dentatore e ha alle spalle 43 anni di lavoro. Potrebbe starsene a casa: un anno di mobilità gli basta per andare in pensione. Eppure ha scelto di fare i turni di notte. Anche Ibrahim, marocchino da 19 anni in Italia, non vuole arrendersi. Dopo 8 anni da responsabile di magazzino non è disposto ad accettare “lavoretti senza nessuna garanzia”.

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L’organizzazione di un presidio permanente richiede sacrifici da parte di tutti. Operai e impiegati -compreso l’ingegneresi sono rimboccati le maniche: hanno turni per dormire, spaccare la legna, comprare il cibo e pulire gli spazi. Angela è la cuoca: ex operaia della Borletti, con il marito sostiene l’Innse fin dall’inizio e ogni mattina parte da Cornate d’Adda per raggiungere via Rubattino. Dario invece è un delegato sindacale, partecipa a tutte le trattative, ma la notte di Capodanno (era di turno) si è improvvisato dj per far ballare amici e famiglie dei lavoratori fino alle 4.

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