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Grand Tour

Dai Vattienti alla Naca: la Pasqua dell’antica tradizione calabrese

«Una vista impressionante si estende al di sotto; creste, picchi e due catene montagnose che chiudono il letto bianco della Fiumara. La strada prosegue sino alla costa. A qualche chilometro dalla riva cominciano gli abituali calanchi che prendono al tramonto tinte sempre più sfumate e dolci. […] Questa mattina ho visitato Catanzaro molto presto, nel momento in cui le contadine di Tiriolo e Marcellinara arrivavano con i loro vecchi costumi. […] Catanzaro ha un aspetto nuovo fiammante. […] Cerca di sfidare la topografia con i suoi edifici costruiti fuori dalle mura, ai piedi della montagna o sui bordi estremi dell’altopiano» Così Maria Brandon Albini, autrice e studiosa milanese, come in una litografia in scala di grigio, descrive il suo arrivo a Catanzaro, la città delle tre “v”, nell’opera Calabria, un lungo diario di viaggio sulle tracce di quella Vecchia Calabria già stata di Norman Douglas e, negli stessi anni, nel 1901, dell’intellettuale britannico George Gissing, autore di By the Ionian Sea (Sulle rive dello Ionio). La Calabria, infatti, sin dall’antichità, ha suscitato grande interesse e fascino in letterati e studiosi italiani e internazionali sia per la varietà paesaggistica del territorio – dall’istmo di Catanzaro fino alla Piana di Sibari e le montagne della Sila – sia per le vetustissime e onoratissime tradizioni. Avvolta nei brulli paesaggi montani, così gelidi d’inverno, la Calabria è capace anche di aprirsi ai curiosi “forestieri” con i suoi caldi scorci tipicamente mediterranei, che dallo Ionio al Mar Tirreno offrono panorami mozzafiato e s’impregnano di odori e sapori di un tempo. Proprio in Calabria, la Brandon Albini appunta tutto questo senza tralasciare alcun dettaglio, spinta da quell’insaziabile curiositas, caratteristica principe dei poeti romani. Da Crotone a Cosenza fino a Catanzaro e Reggio Calabria, la studiosa si appassiona alle storie dei contadini e alle antiche leggende lucane, e non perde occasione di riportare alcune tra le ballate e canzoni più belle della tradizione, oltre che una dettagliata lista delle festività legate alle antiche celebrazioni pasquali. Festività che, nel passaggio storico tra vecchia e nuova Calabria, hanno modificato i loro riti originali, tenendosi al passo coi tempi, e che contemporaneamente sono assurte a vere e propri “miti”. Pasqua, infatti, è uno dei periodi dell’anno in cui la Calabria abbraccia le sue intramontabili tradizioni e ne dà sfoggio a turisti e curiosi. Rituali folcloristico-religiosi, spesso crudi e passionali, infinite processioni che dall’irtu 1 ai pierci2 accompagnano statue votive e icone con canti e litanie in dialetto, latino e greco, e ancora messe in scena della cattura e della passione di Cristo e celebrazioni lunghe più di una settimana: la Pasqua in Calabria è tutto questo, ma anche molto di più. Una delle più note e antiche tradizioni della Settimana Santa calabrese è sicuramente il rito dei Vattienti3 a Nocera Terinese, nell’alta costa tirrenica catanzarese. Un rituale particolarmente intenso e crudo, non adatto a tutti, ma molto vissuto, ancora oggi, dall’intera comunità che prende il via nel giorno della morte di Gesù Cristo sulla croce per concludersi in quello della vigilia della resurrezione (Venerdì e Sabato Santo). I Vattienti, scalzi e vestiti solamente con una maglietta e shorts scosciati (entrambi, quasi sempre, di colore nero), muniti di un cardo – strumento realizzato con una una base di sughero circolare in cui vengono incastrate 13 lanze di vetro – si percuotono ripetutamente e con vigore sul retro della coscia, autoflagellandosi e mescolando il rosso sangue del loro corpo ai passi, ai fedeli, alla comunità cristiana e alle porte delle Chiese del paese. Tradizione molto meno “vigorosa” di quella di Nocera, ma pur sempre simbolo della tradizione della Pasqua catanzarese e non meno impressionante, è ‘A naca. Tratto da un termine dialettale di probabile derivazione greca (nake alla lett. vello), la “naca”indica, generalmente, la lunga processione che il Venerdì Santo attraversa il cuore del centro storico del capoluogo calabrese, ma nello specifico si riferisce alla culla ornata di seta e damaschi portata in spalla, un tempo, dai mastri calzolai di Catanzaro, oggi dal Corpo dei Vigili del Fuoco. Sempre nel catanzarese e sempre nel giorno della Crocifissione, a Tiriolo – ma Brandon Albini la attribuisce anche a Settingiano e Feroleto – va in scena ‘A Pigghiata4, una vera e propria rappresentazione sacra degli ultimi giorni di Gesù Cristo. Dal tradimento di Giuda alla Cattura di Cristo nel giardino del Getsemani fino all’impiccagione di Giuda, Pietro che rinnega tre volte il nome di Gesù al canto del gallo e la morte sulla croce, nella Pigghiata non manca proprio nulla. Il poeta e cultore del dialetto calabrese Giovanni Patari ha studiato e ampiamente argomentato su questa festività la cui sceneggiatura risalirebbe al 1820 circa ad opera di “Morone, Dia e altri”. La sacra rappresentazione, da sempre interpretata da soli uomini, dal 1971 in poi ha visto l’assegnazione di alcuni ruoli anche alle donne. Molto diffusa nel territorio tra Reggio Calabria e Vibo Valentia– tra i tanti paesi Dasà, Feroleto, Ischitella, Palermiti, Oppido Mamertina, Pazzano, Brognaturo, Bagnara Calabra, Careri – l’Affruntata5 (conosciuta nel catanzarese come Cunfrunta) è una celebrazione tipica del Sabato Santo. Nell’Affruntata, da ormai diversi anni diventato rito fondamentale anche per alcune comunità calabresi all’estero (si veda quella di Toronto in Canada), le statue votive della Madonna della Consolazione e di San Giovanni, sostenute dai vincitori dell’Incanto, un’asta svolta in precedenza per l’assegnazione delle statue, escono dalla stessa Chiesa e iniziano a correre per le vie del paese per poi nuovamente rincontrarsi. Il momento di certo più affascinante è quando le due statue, trovandosi di fronte, iniziano a correre l’uno contro l’altro per poi allontanarsi di nuovo con uno scatto e così via, in un movimento che ricorda una litania, ma frenetica ed euforica. Tale rappresentazione, infatti, simula la corsa di Giovanni che, dopo essere fuggito da Maria, torna da lei per annunciare la Resurrezione di Cristo. Insomma, la Calabria è terra di antiche tradizioni e la Pasqua è sicuramente uno dei periodi in cui è possibile assistere al maggior numero di sacre rappresentazioni, uniche e leggendarie. Tante, ancora tantissime sarebbero quelle da elencare, spiegare, vedere, vivere – come le pupazze del rito grecoortodosso di Bova durante la Domenica delle Palme o la Festa dell’Albero di Alessandria del Carretto, nell’ultima domenica di Aprile – ma, ahimè, vi ho già rubato troppo tempo, magari tratterò questi ultimi il prossimo anno! Auguri di Buona Pasqua! Giuseppe Sanò 1 Espressione tipica del dialetto cosentino (var. di Amantea); salita, colle - 2 Espressione utilizzata nel dialetto cosentino (var. di Belvedere Marittimo); buchi, viuzze, vie molto strette; come nel verbo inglese to pierce, forare, bucare - 3 Battenti, coloro che si battono, si percuotono; autoflagellanti. - 4 Cattura, Presa; indica l'arresto di Gesù Cristo. - 5 Confronto; a indicare l'incontro/scontro tra San Giovanni e Maria


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