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Roberto Mussapi

[Quaderni] Ho aperto la porta nel gelo e sono nato. [Roberto Mussapi]


Titolo:

Roberto Mussapi – [Quaderni]

Poesie di:

Roberto Mussapi

Fonti: Gita Meridiana (Jaca Book, 2009); La stoffa dell’ombra e delle cose (Mondadori, 2007), La veneziana, (Lieto Colle, 2010).

A cura di Margherita Ealla

Il presente documento è da intendersi a scopo illustrativo e senza fini di lucro. Tutti i diritti riservati all’autore.

Poesia2.0


da Gita Meridiana


Tre fiori Il fiore che salì dall'argine incontro ai neri grembiuli e agli occhi miei lacerati dal suo bianco scudo, che ruppe il sonno e perforò la terra nera e cancellò l'inverno e i suoi sogni e la luce silenziosa della neve e in fila tra i compagni di classe io mi sentii nato e straniero e nel maestro io vidi mio padre, uno come lui disceso sulla terra di febbraio ancora gelata per generarmi in piena luce e morire.

Il fiore che fu parte di me e si specchiò e perse nella corrente senza letto e riposo che pronunciò il mio nome nel suo, che visse meno di me nel bambino straniero, il fiore che morì per seguire la mia vita risplende nel mio ricordo come la prima luce morta e custodita negli occhi dell'uomo. Io parlo, risalgo il fondale, lo rigenero in me nella memoria pietosa che fu data per quelli che restano sul molo della città protesa e alla domenica a gruppi raccolti si avvicinano a brevi passi al confine fatale, cercando nel primo specchio fluttuante l'impresa amata.

Il fiore di geranio che sul davanzale io vidi alla sera sotto la prima neve e scivolò nel sonno nella stanza ammantata mentre il ricordo si assopiva adagio, specchiò il mio riposo nel suo mutante respiro


e il lenzuolo che ci coprì gli occhi ci tenne in vita, poi nel risveglio nel silenzio inaudito un solo brivido nella luce di neve. Ho aperto la porta nel gelo e sono nato

A poco a poco cresce l'albero amato e la cima che confinò con gli occhi supera e si allontana dal nostro tempo. Pura evidenza di scorza, oscuro il regno della linfa, il buio dell'origine, il luogo segreto della sete, dell'ascesa alla luce. E mai sarà più mio quel vertice, l'albero bambino che si specchiò negli occhi del bambino, la mia mente ora lo immagina, indisturbato da occhi sublunari, solo nelle sue fronde e nella miracolosa ascesa verso l'azzurro. Così sotto la dura corteccia impenetrabile agli occhi, vivido solo in un remoto ricordo che non ricorda, sale il fiume amato che non mi specchia, così altri fiumi passano per letti inconosciuti, verso il delta verdeacqueo, all paterno mare striato dai venti, che amai, che mi bagnò che mi lasciò tra queste cime irraggiungibili ormai e l'ignota la furibonda, la straziante origine.

Quel passo, quella buia vertigine che segna l'età di un uomo in un'ora del giorno che lo conduce nei meandri di una galleria tra poche luci volte al basso, poche immagini incerte, quel nome senza nome


radiante tra le ombre, deluse dalle false immagini quel duro scoglio prua della vicenda dipinta oltre gli occhi, quella sola anima vagante tra altre anime nel buio sgrana i secondi e restituisce i secoli, poi cade l'illusione del buio, la notte copre per le volte ammantate le mani di ognuno, sgretola pulviscolo chiaro il silenzio dei poveri, scende l'arcana forza sui dormienti, tra illusione e veglia. Sogno, polvere, la canzone udita riudita dopo trent'anni, diceva le stesse monotone parole, nenie, leggende di occhi che cercavano occhi, mani che presero mani, tutto è lo stesso in questa fiamma ancora azzurra, mentre dalla prua verso le onde generatrici la mente enumera i suoi porti quelli che furono in una breve aureola rinata nel cerchio di quell'ombra, il disco finisce quando cade il giornale prima del sonno a voce alta nel buio nel primo buio tornano gli stessi occhi e le mani e chiedi piÚ a quell'altra che a te stesso cosa sarebbero i giorni chiusi nel nero dei palazzi, e quale preghiera, quale sarà il tuo posto a quell'ora, in quale istante dell'orbita..


da La stoffa dell’ombra e delle cose


Il passero di Lesbia Il mio cuore si spense nel suo palmo, le ali frullanti tra polso e bracciale e fui già via, nel limbo dei non umani, i poveri messaggeri del cielo. Sentii me stesso spegnersi come il loro cervello di sera si addormenta, senza sapere se mai ci sarà un altro risveglio. Pregò lui, che non aveva dei in cui credere. Vidi svenendo gli occhi di Catullo pieni e ingranditi dal flusso delle lacrime. Le oscure divinità ebbero pena, il pianto dei Cupidi e delle Veneri sorse spontaneo come aveva pregato il poeta. Sentii le mie piccole ali ridestarsi e vibrare e volai via, inconscio, incolume, passai la soglia che conduceva al giardino, sfiorai la vasca delle lamprede e dei murici, vidi volando la murena dormiente, poi cambiò tutto, entrai nel tempo, la macina che opprime i sublunari che hanno anime individuali e meridiane, e scrivono parole con l’inchiostro. Le ali umide per il palo di Lesbia ancora calde dell’ultimo nido in me, o nell’aria, le parole di Catullo, “animula”, aveva detto, “tenera vita”, la mia, che gli svaniva tra le dita sfioranti quelle della donna amata. Ma cadde nell’errore del poeta, che fare eterno in questo mondo sia un dono come se non fossi un vivente ma un pensiero, già pagina, voce impressa, pietra scritta. Avrei preferito spegnermi tra le sue dita


nell’ultima culla senza canto e voce, piuttosto che sopravvivere a amore e fine, vedendo Lesbia morire, andare via, leggere la data di nascita e di morte su una lapide del grande Catullo che mi ottenne la vita. Per essere qui, ora, nell’oltretempo terreno solo a cantare a piena voce la fine dei corpi che si abbracciano in furia e sudore, qui, sulla vetta della torre antica passero solitario, a un timido amico che il tempo che ci illuse in terra avrà fine e Lesbia, e Catullo, e Leopardi, in un respiro e la città di Roma e le carte sudate mi ordineranno di cantare ancora.

Ars Amandi A tears go by, Ofelia A Marianne Faithfull Poi furono sillabe quelle che erano state parole e versi che mi straziavano la gola, pezzi, grumi di vocesangue di ogni immagine che un tempo era stata, ora persa nel fondo sotto la vetrata. E introvabile come chi è muto di colpo e con la voce il suo sguardo è perduto per un dolore che puoi solo intuire in quella cornea all’improvviso vuota, o come di colpo ai centosessanta in galleria col piede in ipnosi sull’acceleratore e io, io lingua franta, io affogata.


Ho recitato Ofelia, conosco la pazzia, e so che ti colpisce per eccesso d’amore, quando i tuoi occhi non reggono una sedia se vedi nella paglia trame d’oro, e l’aura di quello scranno e la sua luce, e i beati che si posarono in inconscia preghiera, se tremi per una persona che si siede e si avvicina al centro del fango e dei grandi fiumi, e so cosa significa eccesso d’amore, quando colui che ami dilegua e tace, o non riesce a risponderti, e tu muori, per estinzione, disidratata in pietra. Io sono affogata nello stagno e risalita tra foglie cadute in morte e semprevive dal fondo melmoso risalenti alla luce, dal fondo ho ritrovato genesi e amore, ora che torna mia, in me, la mia voce, niente da chiedere, risalire adagio come la linfa dal calamo al fiore dopo che fu strozzata dall’inverno e dal gelo tra foglie marcite, e il rito umorale ascende ai campi e all’oro dei covoni tra casa e casa, tra le luci ed le strade. Conosco la pazzia e sono affogata, e adesso so che era soltanto amore.

L’Ortensia Questa era la mia camera e il mio studio, fino a vent’anni fa, quando sono partito: la grande libreria si è presto svuotata, i miei amici d’infanzia mi hanno seguito, Robinson Crusoe, Ulisse, il Comandante Achab,


Jim, che partì per l’Isola del Tesoro. Mio padre li ha sostituiti con coppe e diplomi, i suoi ricordi, album, radioline. Ma ora al centro vedo un’ortensia, accanto a due foto, suo padre, in piedi, e il volto di sua madre. “La pianta era di mamma, me l’ha lasciata” dice mentre la bagna e la guarda nel cuore, globo che include in una mille vite, di chi sarà, chi è, e di chi è stato. Là, dove bruciava il fuoco di Platone, solo la gloria spoglia di quel fiore. E non ci sono più Ulisse, e Don Chisciotte, e Dante e D’Artagnan e i Moschettieri… Andati, via, bruciati dalla poesia.

Animula Io forse sto ritornando: dal vetro ho visto la città l’ultima volta e subito tutto di nuovo azzurro, come un tempo. E ho qui i miei vivi, me li porto ancora in questa fase del viaggio. Il crollo della torre, il cristallo infranto, la distruzione della trasparenza. E la convivenza col cielo, e la salita nel corpo di cristallo. Per questo non ho cessato di vivere, mi porto la vita-in-morte con il suo travaglio. Senza quel sogno non esiste morte, e nulla potrà cessare per rinascere se non si appaga in un giusto tramonto


avviluppando il sogno nel suo grembo. Voi, sublunari, voi sul globo il cui respiro ancora mi inumidisce in forma di vapore gli occhi che videro il cielo, il mare, la folla ondosa, le auto, voi, ora, vi prego, concludete l’opera della mia morte e della mia rinascita: fate giustizia e pietà all’unisono, questo sarà conquistare la pace, non la resa e lo sterminio, ma la contraddizione stessa del vivere. Allora potrò morire fino in fondo e lì pregare per la nostra rinascita.

And out of nothing, a breathing Sailing from Venezia “Questo è il vetro, si gonfia col soffio, prende la forma del respiro, tutto ciò che tintinna, che ride, fu soffiato, senti le labbra dell’uomo sull’orlo del bicchiere, ecco perché ridono così, le ragazze, con quelle voci argentine, da brindisi, quello è il vetro dove tutto si specchia, il canale, vedi, la città riflessa, le fondamenta in pace con le acque, come una flotta ferma in un oceano di cristallo e silenzio, questo è il parabrezza ad agosto, i moscerini sul vetro la prova del viaggio, del piede sull’acceleratore, della notte, pioverà, il tempo sarà segnato dal tergicristallo,


le palpebre battono col ritmo del respiro, si aprono inspirando, da lì io vedo il mondo.”

Una voce al telefono d’inverno La voce non era lontana ma solo avvolta e il moto che l’avvolgeva era la neve prossima, presentita, che poi venne scendendo. Non lo sapevo allora, solo l’alone prima del tempo atmosferico la condensò in un soffio. Basta un colpo di freddo un’improvvisa raucedine, un brivido protratto e dalle corde vocali muta suono il tempo. Lontana, come in una cabina telefonica dove il soffio che parla offusca i vetri e la voce tremando s’increspa nell’aria, giunge a folate nel suo orecchio interno, là dove tu da sempre attendi e palpiti. Sentii il suono ronzante dell’occipite bendato da lei che sillabava soltanto suoni nascenti e persi come nuvole, svaniti nel respiro del suo petto. Dov’era, in automobile, accanto allo stereo o solamente ferma sul marciapiede lucente? Scendeva il buio sulla città anelante, quando ogni forma per un istante si dissolve e un atto la rigenera, un evento attimico evento per sempre tatuante, la voce persa e la persona condotta dal suo stesso respiro oltre se stessa, già dentro di me, quieta, labiante.


A Mario Luzi nel giorno della sua morte So che non è istantaneo il distacco, né breve il sospiro di commiato là nella troposfera vuota dove s’incontrano il fiato del morituro e il soffio del trapassante, lo so perché lo appercepii vivendo e lo avevo già inciso in me prima di vivere. E che anche la tua voce non si è spenta all’istante ma in un tempo di ere da lunedì a mezzogiorno per qualche ora tremolava nell’aria, già sfarinata, come da bambino sentivo la neve scendere, a Natale. E non è breve la sua scomparsa, s’apprende a soffi e claudicanti respiri interni lì tra l’orecchio e la gola, dove ascolti e dove ebbero origine la voce e il gemito, e l’alba della vita melmosa e orante. So che non è incorporea, la memoria, lo so, tu me l’hai fatto vero, appena morto ma che incorpora il morto nel corpo vivente, come quando si spezza un vetro o esplode un singhiozzo e dalle schegge e lacrime il bacio tra aorta e mondo. Senti qualcosa spezzarsi, tra le fronde, ma l’ombra ti consola, prima che finisca il giorno. Nell’albero si strazia la mia carne e mentre il ramo si spezza la linfa ascende, e ora, ora, Mario, la parola s’informa, disintegrata e infissa alla sua cellula… E’ duro Amore staccarsi da Amore, ma all’unisono si scerpa e si glorifica la carne.


da La veneziana


Fu oltre Murano, verso il mare aperto un'onda più alta nell'improvvisa tempesta, acqua nera negli occhi e la sua mano sfiorò la mia, stringendo bolle ........ fui spinta da una corrente come un'ombra lungo il fondale e mi fermai qui nell'acqua quieta di questa calle ....... tra i pali intrisi di molluschi, qui passa la conoscenza del mondo tra le acque, le storie si sciolgono e si diffondono in ogni piccola onda, in ogni goccia. .... Conosco la storia istoriata, Il Milione, simile a quelle ripetute nei mosaici e nei quadri, ma se tu ascolti la mia voce.....

Parole del tuffatore di Paestum Io sono l’anima di tuo padre, il tuffatore: ti ho seguito ogni giorno, ti sono accanto, conosco come allora le tue zone d’ombra, il linguaggio dei moti tracciato dalla tua faccia, niente è cambiato da allora, in questo senso. Questa è la prima cosa che ho scoperto, la prima che volevo dirti: non cambia la percezione dei tuoi attimi, come non cambiava di notte, nel sonno, o per la distanza.


So che questo mio soffio (dal fondo dell’acqua, tra le attinie) sarà per te come le mie parole un tempo: che ti infondevano memoria e coraggio, più del vino o di una donna che ti guarda. La mia prima scoperta, la prima verità è che nulla si spezza nel segreto dell’anima. Il resto è confuso, è presto per cercare di riferirti, coralli, attinie, vite che si disegnano da un moto d’acqua e si dileguano all’istante. Non tutto è luce, trasparenza, silenzio, cunicoli di buio, respiri compressi, poi voci che inalano in me come se io parlassi. Scivolo verso un fondo sempre più distante e sento che una luce sommersa mi chiama da oriente: non so dove finisca, per ora, non so che cosa sia ma so che amore la muove e ne determina il respiro. Di questo viaggio parlerò più avanti, quando esperito sarà conoscenza, posso parlarti di quanto ho lasciato, sopra la superficie azzurra delle acque, tra le sabbie bianchissime, le palme, l’ombra degli ulivi, il vino che veniva versato dalle anfore: ama la terra rosa nel tramonto, immergiti nel mare per gioco, come un tritone. gusta la frutta, il pane, bevi e mangia, ascolta le risa delle ragazze, cerca la loro bocca, ridi e dispèrati, ringrazia ogni giorno il tuo paese lucente. Io non sono tuo padre ma la sua anima, non so quello che vivo ma ricordo, la riva, la piscina, i colori che formano lo strano disegno della vita mortale. Vivi in quella ceramica smagliante e attendi


quanto saprò dirti più avanti, alla fine del viaggio. Ma ora che dormi come quando in una culla sembravi cercare i segreti del mondo, ora che hai spalle più larghe e più radi i capelli, ascolta le parole della mia anima: non so molto di lei – di me stessa – (è presto, figlio, non conosco abbastanza, ho appena iniziato, sto nuotando), non pensare al mio corpo (è tardi, perle, quelli che furono i miei occhi, e le mie labbra contratte in corallo), ma ho conoscenza del loro matrimonio, di quando vivevano all’unisono nel mondo e io, anima di tuo padre, il tuffatore ti consegno solo questa esperita certezza (dal fondo dell’abisso, nel brivido del tuffo): che anche l’uomo può amare eternamente.

Ritorno dal pianeta Io sono disceso e lo ricordo il pianeta : a poco a poco si spegnevano le luci e il sonno saliva dalle finestre, come una marea, una luce che si spegneva e la radio ancora accesa, buio e voce. Chi spossato si addormentava come un animale Nel Tir simile a un gigante pacificato, immenso e muto sullo spiazzo dell’autostrada, vidi gli insonni, la fame, la paura, la disperazione di chi cercava una dose, vidi la notte scendere su altri, nel cuore, corpi che si placavano umidi, abbracciati, proseguendo il respiro dove le parole hanno fine,


li vidi, addormentati, il molteplice e l’uno, l’amore dei corpi che si rigenera nel sogno. E io che credevo di essere luce fui buio, perché buia era la notte sui mortali e buio il pianto che da me, come avessi occhi, calava su loro. Ho guardato, ho visto, credimi, Dio, non fu inferiore l’amore tra corpo e corpo, tra persona e persona, quando abbassarono le persiane cercando un silenzio più disperato e pieno di tutti i miei voli. Questo posso testimoniare, questo ho veduto Su quel pianeta dall’alto più piccolo della mia mano, e che soffrì le acque, il delfino, il tuffatore, che conobbe la donna e in essa il dolore, e strade che imitavano la luce di quel cielo, l’asfalto le automobili, dove uno accelera e l’altro si affida, e ognuno sogna un viaggio senza fine, ho visto fari spegnersi nella notte e voci ronzare e uno solo nel silenzio con l’autoradio (sembrava la mia voce) Due che chiedevano fino a quando, fino a quando, amore? Li ho accarezzati, ho posato L’ala sulle loro spalle, ho sfiorato le mani, le mani che si stringevano nel molteplice e nell’uno, dal fumo della sigaretta che lei aveva appena acceso io vidi nei suoi occhi il firmamento, e il roteare eterno verso una sola luce. Poi mi allontanai, lasciandoli soli, nel firmamento, nell’abitacolo, nell’uno che essi avevano scoperto nella valle del pianto e dell’amore, e il ricordo, e quel ricordo vela la trasparenza dei cieli. Questo ti chiedo, il termine, il tempo, che paghi l’amore e la separazione


se il tempo li generò e rese vivi più di me.Dio, più del mio volo.


Roberto Mussapi è nato a Cuneo nel 1952, si è laureato in lettere a Torino nel 1977. Si è trasferito a Bologna nel 1979, dove ha lavorato come redattore presso la casa editrice Cappelli, mentre dal 1982 vive a Milano, dove dirige la collana “I poeti” per Jaka Book, casa editrice per la quale ha svolto anche attività di direttore editoriale. Poeta e drammaturgo, è anche autore di saggi e opere narrative ed ha all’attivo una vasta opera come traduttore e curatore di autori classici e contemporanei come Marlowe, Emerson, Melville, Stevenson, Walcott, Heaney, Bonnefoy, oltre a classici autori inglesi come Byron, Shelley, Keats; notevole la rilettura poetica della “Christmas Carol” di Charles Dickens, pubblicata nel 1995 presso Guanda col titolo “Racconto di natale”. Ha al suo attivo anche lavori per il teatro, come la prosa lirica “Villon” (1989); il dramma in versi “Voci dal buio” (1992); Teatro d’avventura e amore (1994). Ha inoltre curato raccolte di fiabe e racconti per ragazzi presso l’editore Salani (“Lo stregone del fuoco e della neve“, “Le fate del mare“, “Il mondo sopra e sotto la terra“, “Le avventure di Belsemir“, “Il tesoro di Capitan Kid“) per la collana La città delle fate. Ha scritto un romanzo, “Tusitala” (1990), e un saggio dal titolo “Il centro e l’orizzonte” (1985).


Editorialista del quotidiano Avvenire, docente di Drammaturgia all’Università Cattolica, ha un’intensa attività di lettura poetica, in pubblico, per radio o in sala d’incisione, come ad esempio il CD doppio La grande poesia del mondo, contenente quasi due ore di poesie da lui scelte e recitate, edito da Salani nel 2010. È autore e conduttore di programmi per Radio Rai, in cui si fondono voce, musica e racconto. Tra questi si ricordano: Poesia della terra, dell’acqua, dell’aria, del fuoco; Itaca; Il corvo e l’allodola; Le porte della notte; Samarcanda; Il capo e la coda. Ha inoltre introdotto libri di Björn Larsson (La vera storia del pirata Long John Silver, fortunato seguito de L’isola del tesoro), Rabindranath Tagore, Mahmud Darwish, Mircea Eliade, Arturo Onofri, Iginio Ugo Tarchetti, Uchenna Benneth Emenike, e curato diverse antologie tra le quali, con Giuseppe Conte e Maurizio Cucchi, Altro bene non c’è che conti: poesia italiana contemporanea per giovani innamorati (Salani, 2009) e Poesie di viaggio (Torino: EDT, 2009). Sue principali pubblicazioni poetiche sono: La gravità del cielo (Società di Poesia, 1983); Luce frontale (Garzanti, 1987, nuova edizione Jaca Book, 1998); Gita Meridiana (Mondadori, 1990); Racconto di Natale (Guanda, 1995); La polvere e il fuoco (Mondadori, 1997); Antartide (Guanda, 2000); Il racconto del cavallo azzurro (Jaca Book, 2000). Per il teatro ha pubblicato: Villon (Jaca Book, 1989); Voci dal buio (Jaca Book, 1992); Teatro di avventura e amore (Jaca Book, 1994); L’Olandese Volante (radiodramma, RAIERI, 1989); La grotta azzurra (Jaca Book, 1999). Per la narrativa si ricordano: Tusitala (Leonardo, 1990) e Appuntamento a Balascam (per ragazzi, Laterza, 1998). Tradotto in molti paesi, tra i suoi libri più recenti pubblicati all’estero è Le voyage de midi (Gita Meridiana, apparso nel 1999 per i tipi di Gallimard, Paris, con prefazione di Yves Bonnefoy).



Roberto Mussapi - Quaderni