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Milo De Angelis

[Quaderni] solo con un salto, per illuminazione e senza deduzione, in modo indeducibile, si possa arrivare alla conoscenza di se stessi ignota e di qualcosa del mondo che ci è sconosciuta. [Milo De Angelis]


Titolo:

Milo De Angelis – [Quaderni]

Poesie di:

Milo De Angelis

Fonti:

Somiglianze (1976); Tema dell’addio (2005); Poesie (2008).

Il presente documento è da intendersi a scopo illustrativo e senza fini di lucro. Tutti i diritti riservati all’autore.

Poesia2.0


da Somiglianze


LA SOMIGLIANZA Era nelle borgate, quell’assolutamente oltre che dai libri usciva nella storia radendo le bancarelle, d’estate. Domanderemo perdono per avere tentato, nello stadio, chiedendogli di lanciare un giavellotto perché ritornasse l’infanzia. Non si poteva ma la somiglianza era noi nell’immagine di un altro, ravvicinato,nel sole volevamo trattenere il nostro senso verso lui In un gesto da rivivere: chi poteva sancire Che tutto fosse al di qua? Prese la rincorsa, tese il braccio…

NEL CUORE DELLA TRASMISSIONE Di sera ti sanguina la bocca e ti aggiri frenetico nel cerchio della tua necessità nel dormitorio senza finestre mentre interi popoli guardano i bei quadri, tu rivedi i passi giovanili con gli occhi sbarrati della fine: non l’idea reggente, ma quell’immobile raffica che ti esige fino all’ultimo,


ti chiede l’esatta versione e l’esatto andare a capo, te lo chiede interamente mentre ti aggiravi a un centimetro dai corpi ed eri ciò che resta muto quando due si lasceranno presto quanta poca vita rimane in un saluto tu eri questo.

LA BUONA NOTTE a Franco

Arrivammo a piccoli gruppi in una periferia di autocarri e brina per dare la parola alle ossa, alla lieve mussolina, epopea dei santi e delle bocche straziate oscuramente, in un silenzio di altiforni, suoni disadorni del tuo ritmo imprigionato e vivente. Morire è l’infinito presente di ciò che non si coniuga, una goccia sporca sui nostri visi ricomposti il medesimo stupore che tu fosti vivo tra i vivi in fila indiana, luce calcinata, stridere delle lenzuola, l’arcana musica abbreviata nella mente ritorna all’ora del prodigio, e il cielo è solo una stesura differente, che non apre le sue porte. Tu


di nessun bacio, nessuno nei secoli dei secoli. Tu di qualsiasi morte.

SEMIFINALE La Doxa mi chiede per chi voterò. La voce è di un ragazzo che, dall’altra parte, respira. Non so quale chiarezza dentro la rovina. Tutto ritorna qui, confine del luogo. Quel non parlato di chiodi per terra. Il Professor D’Amato spiegava un pronome… nemo: nessuno, non nemo: qualcuno Nessuno giungerà oltre le vene, è semplice, ragazzi. Qualcuno è scomparso o comunque non dà notizie. Il postino mi consiglia di guardare meglio nella buca, anche in quelle vicine. Guarderò. Neminem excipi diem: per nessun giorno ho fatto eccezione. Morire è dunque perdere anche la morte, infinito presente, nessun appello, nessuna musica di una chiamata personale. Oltre le vene che furono rito e dimora, milligrammo e annuncio, grido infinito di gioia o di soccorso, nessuno mai oltre queste vene. E’ semplice, ragazzi, nessuno.


PAOLETTA Il forte silenzio gettato sul tuo corpo mi accompagna in questo paesaggio di metano e di palestre ecco il golf di lana spessa sulle braccia vittoriose della fanciulla campionessa la cintura nera sul kimono l’asfalto imbevuto di peso buio. Tutto è ancora qui nelle segrete espansioni nella ginocchiera che ci siamo scambiati a fine gara: piove sul Fossati e l’acqua ci sta accanto, l’acqua vera del battesimo e del pianto che spense la prima candelina, quel polso leggero, quel prendere netto. Così finisce, così ci si inchina colpo di grazia nel corpo benedetto


CARTINA MUTA Ora lo sai anche tu lo sappiamo mentre siamo per rinascere Franco Fortini

Entriamo adesso nell’ultima giornata, nella farmacia dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto del metronotte: viso assetato, non posso valicarlo, è lo stesso che una volta chiamai amore, qui nella nebbia della Comasina. Camminiamo ancora verso un vetro. Poi lei getta in un cestino l’orario e gli occhiali, si toglie il golf azzurro, me lo porge silenziosa. «Perché fai questo?» «Perché io sono così», risponde una forma dura della voce, un dolore che assomiglia solamente a se stesso. «Perché io… né prendere né lasciare.» Avvengono parole nel sangue, occhi che urtano contro il neon gelati, intelligenti e inconsolabili, mani che disegnano sul vetro l’angelo custode e l’angelo imparziale, cinque dita strette a un filo, l’idea reggente del nulla, la gola ancora calda. «Vita, che non sei soltanto vita e ti mescoli a molti esseri prima di diventare nostra… vita, proprio tu vuoi darle un finale assiderato, proprio qui, dove gli anni si cercano in un metro d’asfalto…» Interrompiamo l’antologia e la supplica del batticuore. Riportiamo esattamente i fatti e le parole. Questo, questo mi è possibile. Alle tre del mattino ci fermammo davanti a un chiosco, chiedemmo


due bicchieri di vino rosso. Volle pagare lei. Poi mi domandò di accompagnarla a casa, in via Vallazze. Le parole si capivano e la bocca non era più impastata. «Dove sei stata per tutta la mia vita…» Milano torna muta e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio e umido che le scioglie anche il nome, ci sprofonda nel sangue senza musica. Ma diverremo, insieme diverremo quel pianto che una poesia non ha potuto dire, ora lo vedi e lo vedrò anch’io… lo vedremo, ora lo vedremo… lo vedremo tutti… ora… …ora che stiamo per rinascere.

DONATELLA La danza fiorisce, cancella il tempo e lo ricostruisce come questo sole invernale sui muri dell’Arena illumina i gradoni, risveglia insieme agli anni gli dei di pietra arrugginita. «C’è Donata De Giovanni? Si allena ancora qui?» «Come no, la Donatella, la velocista, la sta semper de per lé.» Mi guardava fisso, con l’antica dolcezza milanese che trema lievemente, ma sorride. «Eccola, guardi, nella rete del martello… la prego… parli piano… con una mano disfa ciò che ha fatto l’altra mano.» «Chi è costui? Un custode, un’ombra, un indovino… quali enigmi mi sussurra?» Si avvicinò a Donata, raccolse una scarpetta a quattro chiodi. «La tenga lei, signore, si graffia le gambe… povera Donata… è così bella… Lei l’ha vista…»


«Forse il punto luminoso della pista si è avvitato a un invisibile spavento, forse quest’inverno è entrato nella gola insieme al cielo: era sola, era il ventuno o il ventidue gennaio e ha deciso di ospitare tutto il gelo» «O forse, si dice, è successo quando ha perso il posto all’Oviesse, pare che piangesse giorno e notte… per non parlare di suo padre… i dottori che ha chiamato… mezza Milano» «Io, signore, sbaglierò, le potrà sembrare strano ma dico a tutti di baciarla, anche se in questo quartiere è difficile, ci sono le carcasse dell’amore c’è di tutto dietro le portiere. Sì, di baciarla come un’ orazione nel suo corpo, di baciare le ginocchia, la miracolosa forza delle ginocchia quando sfolgora agli ottanta metri, quasi al filo e così all’improvviso si avvera, come un frutto» «Lo dica già stasera, in cielo, in terra, dappertutto lo dica alle persone di avvicinarsi: ne sentiranno desiderio – è così bella – e capiranno che la luce non viene dai fari o da una stella, ma dalla corsa puntata al filo, viene da lei, la Donatella.»


“T.S.” I Ognuno di voi avrà sentito il morbido sonno, il vortice dolcissimo che si adagia sul letto e poi l’albero, la scorza, l’alga gli occhi non resistono e i flaconi non sono più minacciosi nella luce chiaroscura del pomeriggio mentre mille animali circondano la lettiga, frenano gli infermieri il disastro del respiro sempre più assopito nei vetri zigrinati dell’autombulanza, appare il davanzale di un piano, il tempo che sprigiona i vivi e li fa correre con la corrente nelle pupille, l’attimo dell’offerta, per scintillarle. E improvvisa, la quiete della vigna e del pozzo, con la pietra levigata dividendo la carne una calma sprofondata dentro il grano mentre la donna sul prato partorisce sempre più lentamente, finché il figlio ritorna nella fecondazione e prima ancora, nel bacio e nel chiarore di una camera, il grande specchio, il desiderio che nasce, il gesto. II E poi avrete sentito, almeno una volta quando il liquido, delicatissimo, esce dalla bocca, scorre giallo nel lavandino e la sonda e le sirene sempre più lontane. Il respiro si affanna, finisce, riprende


quanta pace nella spiaggia gelata dal temporale: una canoa va verso l’isola corallina e sotto l’oceano si accoppiano le cellule sessuali non ci sono eventi irreparabili ma solo le spugne cicliche, gli insetti che hanno coperto l’aria: ecco un colore di madreperla, una roccia nella sabbia, l’accappatoio che toglie con un solo gesto solennità della luce, la meraviglia, la prima e la femmina del pellicano chiama la nidiata sparsa nella tempesta e forse vede qualcosa, tra gli scogli, qualcosa che si muove domani correrà con i suoi bambini mescolata, per respirare nel turchese profondo della marea che sale in superficie, sta rinascendo adesso e trova una terra diversa, un’altra voce.

SOLTANTO Soltanto questo crescere indifferente allo sguardo e pieno di ciò che ha visto era possibile: se ci sono due barche non contava il loro punto d’incontro, ma la bellezza del cammino dentro l’acqua: solo così, solo adesso, non spiegare. Ed è atroce ma bisogna dire di no alla sua fronte che


piange e non capisce, e ama come per millenni si è amato, promettendo in una terrazza buia, accarezzandosi tra le foglie minacciose.

ORA C’È LA DISADORNA Ora c’è la disadorna e si compiono gli anni, a manciate, con ingegno di forbici e una boria che accosta al gas la bocca dura fino alla sua spina dove crede oppure i morti arrancano verso un campo che ha la testa cava e le miriadi si gettano nel battesimo per un soffio.


LE SQUADRE Siete pur sempre nelle tenaglie di una polvere, di una promessa del 1961, quando i giardini diventano un rasoterra del numero otto, con i calci nell’arte. Sì, una promessa diceva: sarete fatali al correre come il ritmo di una strada è fatale alla piazza che porta in sé tutti nelle forze del prato che, spelato, diventa questo essere tenuti nella montagna. E sarete questa musica del sottomondo che sopraggiunge a fare bianco il cibo e darlo silenziosamente alle squadre nessuno può sbagliare un passaggio, nessuna chiacchiera che non piglia i fili, i fili delicatissimi della cosa nessuno, ve lo ordino, nessun abbraccio in pausa gli arpioni della lana vivono sulla pelle, uccidono le stupide scivolate: freccia, portaci tu i piedi verso la vittoria, e in questo spiazzo fa’, unico dio, unica gioia del pomeriggio, fa’ che tutto sia immenso, fa’ che non piova.


“VERSO LA MENTE” Prima che dormissero le mirabelle e la vera carta diventasse cieca indietreggiò sentendosi colpita e non riconobbe il cane nell’acqua… era suo padre… corse via dalla cucina fece un cenno dove capitò il cielo stracciando la carta carbone lavando i bicchieri con la cenere anatre come patriarchi sorvegliano che tutto sia in ordine tirò fuori il costume da bagno e lo mostrò alla notte bilance rincorrono bilance la benda odora forte di zuppa di pesce e il grembiule è rinchiuso nella testa: attese sul platano che un lungo pensiero finisse poi si affacciò alla finestra e mentre l’erba aspettava erano passati nove giorni di giugno.


STORIOGRAFIA Non abbiamo visto niente se non quel vedere sfioriti i versi e la morte, fallimento muto degli occhi per noi estratti a sorte. Nostra Signora delle nebbie perenni e del minuto di’ quale vita abbiamo vissuto, in quale dimora la musica delle sfere non scende su Greco e i millenni sono un metro d’asfalto, naviglio celeste tra gli altiforni e il capogiro. “Nell’uomo che liricamente li sveste i morti trovano consiglio.”

L’OCEANO INTORNO A MILANO I L’oceano lì davanti lì davanti come un’idea a perpendicolo o uno sbocco di sangue nell’intervallo più piccolo tra le tempie. Il grigio soffre. Il gùgio non è un colore ma un voltarsi, scrutare per terra l’assoluta metà di ogni cosa, piegare in quattro i pianeti della fortuna, che dentro la tasca ci danno un confine, come questa fila di case, d’inverno, significa camminarci accanto, essere d’inverno. II Nostra Signora dei naufraghi, I millenni non scendono più qui, viscere abbreviate,


capolinea dell’alta velocità. Insegnando l’alfabeto con l’identica voce che ci oscura dall’altra parte siamo caduti dalla sedia per un movimento sbagliato della biro viaggiando quarantadue anni in una scatola dello spazio, scrutando i tempi finali dell’ossigeno, non abbiamo chiesto l’acqua ma la sete.


da Tema dell’addio


Vedremo domenica Tutto era già in cammino. Da allora a qui. Tutto il tempo, luminoso, sfiorava le labbra. Tutti i respiri si riunivano nella collana. Le ombre di Lambrate chiusero la porta. Tutta la stanza, assorta, diventò il primo battito. Il nero dei tuoi capelli contro il giallo dell’ultimo raggio. Da allora a qui. Era il primo giorno dell’estate. Il silenzio ci riempiva la fronte. Tutto era già in cammino, da allora, tutto era qui, unico e perduto, nostro e remoto, ardente. Tutto chiedeva di essere atteso, di tornare nel suo vero nome.

C’è stato un compleanno, all’inizio, certamente. Cinque candeline azzurre, i parenti mai visti, gli evviva. C’è stato, quello c’è stato. Il quindicesimo fu in Monferrato, ricordo, con Luisella e Cristiana, il torneo di lotta sul Po, il corpo vinto, il seno intravisto. E’ stato lì. Nel misterioso tumulto si formava un’ossatura, il senso delle ore troncate. Tutto era più vicino al sangue che all’arcobaleno. C’è stato. C’è stato. Gli occhi cercavano, nella materia inquieta, un’incisione. Nel viso invecchiato di una donna, il mondo intero appassiva. Poi, in una paladina, rinasceva. Latte e croce. Via degli smarriti. Compito scritto.


Affogano le nazioni, crollano le torri, un caos di lingue e colori, traumi e nuovi amori, entra alla Bovisasca, spazza via il novecento della solitudine maestra, del nostro verso sospeso nel vuoto. Altre donne si aggirano tra gli scarti del mercato, nella nuova miseria di questo istante. Io siedo al caffè sottocasa, guardo il paesaggio che fu di Sironi, in un solitario dodici agosto, inizio a convocare le ombre. Rivedo mio padre in una città di mare, una brezza di Belle Epoque e un sorriso sperduto di ragazzo. E poi Paoletta che sul tatami trovò la vittoria a tre secondi dalla fine. E Roberta che ha dedicato la sua vita. E Giovanna, in un silenzio di ospedali, quando il tempo rivela i suoi grandi paradigmi. “Torneranno vivi gli amori tenebrosi che in mezzo agli anni lasciarono una spina, torneranno, torneranno luminosi.”

Scena Muta L’essenza della carne ferita vagava tra due muri, l’amore usciva dal presente e il lenzuolo dei volti era lì, ed era cemento tra le dita ed era buio tutta la luce era chiusa


nel petto, tutte le parvenze della rosa, tutta la forza dell’ora persa.

Un improvviso ci porta nel dolore che tutto ha preparato in noi, nell’attimo strappato al suo ritmo, nel suono dei tacchi, nel respiro che si estingue: era un pomeriggio d’agosto tra le ombre della tangenziale, il nostro niente da dire, filo di voce, scena muta.

Eri l’ultima donna della vita, eri il temporale e la quiete, il luogo dove la luce è insanguinata e il sangue fiorisce: pochi minuti, pochi metri, sempre lì, nel cemento che parla, nella città degli amanti, nel silenzio dei lavandini, il bacio avvenne


e noi non abbiamo voluto più uscire. Si muore così, all’ingresso di una scuola, un cerchio perfetto.

Noi che abbiamo conosciuto il cuore di ogni giorno e il cuore senza età, l’idea che illumina la carne, la sapienza delle misure e il lampo, noi ci lasciamo qui, in due metri di cemento, con un atto di presenza, un battito estivo, uno scambio di persona.

Trovare la vena Nessuna gloria in excelsis, ma un groviglio nervoso un raschiare di suoni e occhi fissi all’ingiù, quel niente che tiene freddo il pensiero, quel tremito di lampadine e aghi, qualcosa che s’incarcera dove grida. Il viso toccava già la sua terra, vedeva lo scorrere


pallido dei fenomeni oh dormi, dissi, dormi eppure io ero con te e tu non eri con me.

I battiti carnali si stringono a una doccia, chiedono una tregua, una posizione per il sangue, a strappi, a morsi, gli aghi entrano in te che cerchi di stare con le cose. Ci dev’essere un’alba terrena, dicevi, un seme intatto, una fiammella, un preludio che esce dagli ospedali, suonato da una piccola mano, una corona di spighe regalata al guaritore.

Toccandoti la fronte sentivi il mare, parlavi di un mattino aperto come in guerra nel buio dell’ora smarrita parlavi senza domani e senza libri, parlavi alla presenza assoluta di una lacrima, una rapida memoria di ulivi e di luce, una gloria dell’uno e di ogni altro, ma


non si trova la via per la sorgente, ma non si trova la vena, dio mio, non si trova.

Quel lontano di noi Ci viene restituita una corsa a Villa Sheibler, il legno della porta, un verde esteso per nomi e anni fino a qui, fino all’ora più discorde, fino al lungo terminale. E tu sorridi e ti disseti in quella goccia, accordi le lancette del polso a quelle celesti, episodio episodio tornato al ritmo, essenziale nudità, quel lontano di noi che risuona, placato, nelle labbra.

Nella stanza, nel modo esatto di disporre gli oggetti, c’era la tua attesa e tutto si preparava all’istante dell’ingresso, ai piedi scalzi che varcano il confine, ogni confine, tutto si illuminava di te, lieta pronuncia di tavoli e pareti, brivido preciso, battito estivo che porta il disordine alla sua pura linea, al sorriso, all’annuncio, calda voce dell’al di là.


Sulla fronte restava un segno della notte, l’amore che sfugge all’udito, forse, una sazietà di ore. Vagando nella stessa ruga, sfiorando la linea in cui non si entra, mi chiedo dove andrà il tuo sangue, l’estate di Roserio, la cicatrice, la stretta di mano.

Quell’ignoto che in pieno giorno ci porta via, quella rosa affranta che appare nell’unione, sull’orbita segreta, siamo noi. Siamo noi il luogo della cronaca e il luogo del fiore senza età.

Hotel Artaud Ti alzi e ti tuffi, vuoi inghiottire la vita e invochi il fiore della luna, il grande osanna oscuro che dà tutto il piacere agli amanti. Invochi l’unisono dei corpi e la scintilla risorta, il sangue in tumulto, le spalle nell’assoluto. Fuori, macchie di gasolio, cavi sospesi, pezzi di requiem. Ne senti la minaccia


fino allo stridere delle lenzuola. Mi chiedi se giungeranno qui, se noi potremo ancora salvarci.

Quando su un volto desiderato si scorge il segno di troppe stagioni e una vena troppo scura si prolunga nella stanza, quando le incisioni della vita giungono in folla e il sangue rallenta dentro i polsi che abbiamo stretto fino all’alba, allora non è solo lÏ che la grande corrente si ferma, allora è notte, è notte su ogni volto che abbiamo amato.

Visite serali A te, amore, una semplice poesia, quel sorriso umano e trascorso che vedevi in ogni sillaba, a te una sola dedica, cenere che si fa respiro, atto unico.


Nella tua estrema voce la vita fu simultanea. Un semplice attimo e un sempre insanguinato confondevano le sillabe nella tua estrema gola bambina che cerca un viso qualsiasi, lo bacia, lo fa suo, gli crede, gli cede.

Camminavi con la coscienza del sangue e l’attimo strappato al suo giorno, mia arciera, mia trafitta che ogni notte ti accendi nel cielo ora che il corpo si è fatto musica delle sfere, voce consacrata, silenzio.

Sotto la camicetta verde c’era un vuoto di secoli, un atto di bestemmia e perdono che andavano intrecciati nei viali di ogni cellula. Sei felice, forse, cammini verso un punto che ti chiama, che ti ama senza una parola, con la sola certezza del tuo piangere.


Ora si è spezzato l’ordine, ora ti avvicini alla stanza e resti nuda per tutta l’estate, con la mano che gira all’infinito la maniglia.

All’appello totale, all’appello che conduce al sorriso, che conduce e fa nostro ogni globulo, manchi soltanto tu, arciera, bambina, tu puntaspilli, tu che parli al sangue, tu furtiva e assetata tu filo di voce, canta il bel raggio sepolto nelle parole, la scapola, la pungitura, la fitta, gli antichi numeri di telefono, oh tu fra coloro che attendono, che sono lì lì, che bevono l’acqua passata, il canto del cigno, la chiara sorte di questa domenica.


da Poesie


ORA SE QUESTO DONO Come l’ultimo pesco, dopo le tempeste nell’acqua, si è dibattuto, ha generato ha generato la vita fino al margine della coscienza, nelle strade sdraiate senza respiro e dopo, lentamente, nell’aria nella leggenda e nell’essere riesce a dare, si vuota, sa che qualcosa all’improvviso lo può riempire nasce tra la roccia e il mare, dove il meridiano circonda il mondo e raggiungerà se stesso, alla fine, poco prima della festa abbandona quelli feriti e stanchi, impara le cause e i ritmi che non muoiono e trovano il secondo, quello giusto, non decifrano i sogni in una calma di pienaluce l’occhio intontito di giallo, immobile guarda il sole sulle vetrine non capisce, viene perdonato, qui non può fare del male si muove, si muove sempre è felice se sono diversi, è una pietà che nutre e non consola, non aspetta più cosa importa questo deserto qualcosa diventerà tutto stasera è la vittoria di chi sta nascendo: è venuto, non se ne può fare a meno noi due o altri due cosa importa sarò più di quello che ho dato


qualcuno ha la gioia e non se ne fa nulla qualcuno adesso soffre, qualcuno ha una libertà improvvisa ma era solo il suo oroscopo e la ragazza che ha vinto il maschio nella lotta è sopra di lui e capisce cos’è l’amore e allora sono piene di significato queste strade, la loro erba, l’odore di ossigeno dopo il lampo non temere, non ti hanno capito, guarda i riflessi dell’acqua: ogni cosa è nuova più di noi: non ritirare per primo la mano perché una pupilla, una leggera voglia di domani, una raffica parata con l’ombrello tutto assomiglia a qualcuno e lo richiama, respira nel suo, non vuole morire, lo aspetta con la luce di un riflettore acceso sopra l’acqua, con la piena imperforabile c’è un cunicolo solo e non basta ma siamo vivi, dicevi, ancora vivi i carri tebani, il guerriero, la mamma, sottraiamo da qui, portiamo altrove è la storia dei fratelli la tazza di caffè, il desiderio tremante alla notizia del suo ritorno ho attraversato i campi, le siepi, ho nuotato ho corso, ho corso, ero sfinito forse questo pomeriggio è più condiviso degli altri qualcuno può capire noi rideremo, cosa importa la vergogna


di non essere uguali guardami: non ti abbraccerò mai come oggi senti il fiato delle dalie, siamo vicini a un’allusione la vanessa vola intorno dimentica l’ironia la terra non ha più testimoni, ma un’evidenza misteriosa, che fa credere, ancora di più: il tempo se non resistiamo, non può farci nulla.

AL TIMONE DI UNA GOCCIA Al timone di una goccia ritorna un calendario in sangue di cicogne. E più tardi - fino a chi – lo sparo risoluto che mira. Si conficca lì, unghia, come tu nella tua bianchezza quando un rito purosangue dichiara tempo e ci sono sassi in un angolo della viva.


SONO ANCORA LORO Sono ancora loro barbari dallo smisurato orgoglio, e la seconda volta sposa polline e ragnatele. Ormai ogni sentiero annuncia una cascina, frutta sulla tovaglia e unghie che scavano qui, dove l’estate ha soltanto un suono: “ero guarda bene, ero io”. Il cucchiaio batte sui segnatempo e un’intera stazione scruta la sua sala d’aspetto, finché mezzogiorno si sparge nel chilometro intuito dalla scorsa mente. Poi fanno ressa sulle pale del mulino e uno, esile, diventa ruggine squarciagola: vorrà ogni minuto, farà acrobazie.


Milo De Angelis è nato nel 1951 a Milano, dove vive e insegna in un carcere. È tra i poeti italiani più significativi dell’ultima generazione sia per l’opera in versi sia per il contributo al dibattito teorico sul fare poetico. Ha pubblicato diversi libri di poesie: nelle raccolte Somiglianze (1976), Millimetri (1983), Terra del viso (1985), ha saputo avanzare proposte di novità e originalità formale, ma anche sostenute da una sofferta lacerazione interiore che conferisce al verso una dimensione esistenziale tragica. Il suo percorso poetico sembra poi entrare in una fase di riflessione con Distante un padre (1989). Sul piano critico vanno segnalati il volume Poesia e destino (1982) e la direzione di Niebo, una delle riviste che arricchiscono il panorama della pubblicistica poetica d’oggi, che si caratterizza per l’estremo rigore della ricerca e del rifiuto di ogni compromesso. De Angelis è autore anche di un’opera narrativa a metà strada tra fiaba e romanzo, La corsa dei mantelli (Guanda, 1979) e dei saggi Poesia e destino (Cappelli, 1982). Con Tema dell’addio ha vinto il Premio Viareggio 2005. Ha tradotto dal francese autori come Racine, Baudelaire, Maeterlinck, ecc. e dalle lingue classiche Virgilio, Lucrezio, Properzio, Antologia Palatina. Nel 2008, presso La Vita Felice, viene pubblicato Colloqui sulla poesia, che comprende le sue principali interviste (a cura di Isabella Vicentini e con un DVD di Viviana Nicodemo e Stefano Massari)..


Milo De Angelis - Quaderni  

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