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Caterina Davinio

Inediti

Poesia 2.0, 2012


Titolo: Inediti Testi di: Caterina Davinio Fonti: Cadere all'infinito, inedito; Libro mistico, inedito; Alieni in safari, inedito.

Il presente documento non è un prodotto editoriale ed è da intendersi a scopo illustrativo e senza fini di lucro. Tutti i diritti riservati all’autore.

Poesia 2.0 , 2012


da Cadere all'infinito


New York A queste ore oblique i raggi sono lance tra i grattaceli si specchiano sulle superfici traballanti degli autobus fanno irreali apparizioni sulle facciate dei palazzi sui mattoni rossi di Harlem accendono le scalette antincendio posano sulle aiuole, ciuffi d'erba temeraria tra le pietre rilucenti marmoree torri di vetro e il cielo d'oro si affaccia sulle graticole riflettenti di milioni di finestre con tutto il mio languore malato, spossato da desideri erranti porto un cappello a sonagli aspetto un pusher dagli occhi a mandorla non mi conosce e non si fida mentre l'ultimo sole ci acceca l'ultima luce radente del giorno mi ammala prima della sera e cerco riparo nell'irreparabile come un figlio di dio un figlio di mia madre dietro questi angoli di specchi recisi di strade potenti universi troncati ai crocevia oneway...


e passi frettolosi di chi va a casa portando sulle spalle il peso indicibile di essere un uomo.


Cadere a Bangkok Gecko Bar ogni giorno alle cinque e gli avventori tatuati di libertĂ  le stesse facce di gente fuggita da chissĂ  dove per approdare a questo porto di lenta luce perduta e lenta noia di ore come viandanti estenuati sulla strada a un passo affollata e mobile di astratto transito ore perse d'estremo oriente tra i tavolini traballanti sul bordo della via ingombra di ombre vaganti e bancarelle sedie di plastica e una tettoia parlano amore le tailandesi a uomini bianchi dietro volti di sfingi bambine la padrona del bar regna tra i tavoli e legge la mano a un giovane timido che venne qui per perdersi e dimenticare il tempo nelle ore allentate del confine dell'Asia che allarga la sua nube d'incensi inebrianti e penetranti per accenderti sotto la pelle, debole di fronte a una specie di incantevole morte con una sorta di vertigine sudata il senso di tutto lasciare alle spalle come cadere consenzienti nel nulla con un lungo passo


un po' temerario e un po' vile di perdente infinito adescato da uno strano languore da un male intimo che incrina il cuore piangente di segreti spiriti d'inettitudine assaporata con voluttà strana e perduta cadere a Bangkok essere nessuno tra la mistica folla, i canali, i templi, le barche, l'oppio i pesci, i felini randagi e dorate preghiere buddhiste essere flutto tra i flutti frutto tra i frutti cesta ricolma di colore tra i colori corrotto profumo che svanisce nell'aria malaticcia amo perdermi e cadere nelle ore smarrite sentire ventilare mite il vapore della metropoli che ti cattura e consuma nell'anima guasta e tremante, fibra corrotta di brama, marcia frenesia sorrido al mio vizio di uomo bianco stupito e sedotto al midollo un po' timido del suo potere. In una città dove si può cadere e cadere e cadere, precipitare all'infinito, senza mai toccare il fondo.


Los Angeles Andiamo, amico, andiamo là dove l'orizzonte finisce questa è l'America e noi siamo perduti stranieri nell'aria tersa e riflessi nel sole saluto il mio festoso giocattolo con una lacrima di serena solitudine mentre acrobati neri risorti dai bassifondi promettono i fasti di un circo sotto l'infinito cielo per un dollaro e una città di artisti e attori paga il suo mito quotidiano con un veterano in sedia a rotelle che chiede la carità.


Party nella giungla, Thailandia Nella giungla, perché lì si fugge meglio al consueto battito del cuore della civiltà che odiavamo piantammo le tende tra aspre rocce e gli alberi fitti vele psichedeliche adornavano quel luogo di fate nel cuore del bosco guardammo il mare da lontano e la vallata scoscesa dalla montagna di un'isola tropicale di epica bellezza e di poesia ricca come il terrestre paradiso e riti e ritmi tribali, battemmo la polvere rossa a piedi scalzi il dio della danza ci ebbe come un selvaggio spirito senza remore né cure e dissi sì, sì, sì... oltre le ore del tramonto rosa e d'oro e numi e nubi d'hashish volteggiarono dense e ubiqui nel grande vuoto, fuoco fatuo delle anime rese libere dal nulla, sgomberate, capovolte tutto il mondo all'inverso, non sperare se non nel momento, nella fratellanza universale degli occhi che s'incontrano, rossi di sballo e incerti di rocambolesche alterne fortune ulteriori. Cademmo infine esausti e fummo spettatori cosmici, universali guerrieri del cielo.


Passi sul Lungotevere I passi sul Lungotevere questo serpente che cambia pelle con i riflessi grigi sotto Ponte Sisto sono un camminatore inesausto ho tutte le note e le canzoni in testa i miei tacchi velenosi che sapevano di rock e underground ehi, ti ricordi, avevamo fiori nei capelli e colori e il sole sulle camicie come bandiere se ti raccontassi la mia vita piangeresti per quello che abbiamo perso un mondo irto di speranza graffiante e come stoccate di quel futuro che non possiedi piÚ perchÊ niente è piÚ niente del nulla quando ficca i suoi aculei nel sangue nella pelle greve scorza ormai disseccata dall'eroina prosciugata da una vita che con avarizia se ne va nel grigio come accattoni nei vicoli trascinando le nostre carabattole tutti i nostri averi il trasloco in una cesta di spazzatura e di nulla


eppure la luce riflessa accarezza i sampietrini come pietre dure sull'anello di Dio che tutto sa e tutto dimentica.


Borgata Sotto borgata quelle facce che allargano il cuore e le devi temere e ti fanno ridere. Ecco tua madre come un animale nello zoo di questa nostra linfa infinita perdizione, vende droga e vende la sua povertĂ  come un articolo per turisti avventurosi e spietati tutto ti puoi comprare la volgaritĂ  e l'eloquenza i sassi e le macerie di questa cittĂ  sporca e santa come i nostri ricordi come il nostro male i nostri aghi nelle vene per ridere e sorridere dei giochi proibiti per fare tutto alla rovescia senza paura della morte.


Cadere all'infinito (A casa di F.) La nostra casa materassi nudi bottiglie vuote fiori secchi e nel quartiere smarrito ci insultano aghi di degrado dimenticanza, dimmi che non ci siamo persi nella sporcizia della tua cucina spoglia e malinconica, seduto sulla sedia mi guardi di sotto in su poi infili il tuo dio nella vena e io aspetto il mio turno eravamo amici pi첫 che amici non temevi di spendere la mia inesperienza dicevo dentro me correndo come a ruota libera sulle note di una canzone dei Joy Division: cosa ci resta cosa rimane di questa nostra morte quotidiana? Dacci oggi padre nostro la nostra dose quotidiana di bianco di grigio di nero di funeste sembianze


dacci oggi io aspetto nella tua cucina non m'importa del bene e del male o delle nostre promesse dell'avventura di questa città, noi siamo qui, spettrali, e un disco dei Joy Division (e il nome è profetico) la voce santa di Ian Curtis dall'oltretomba la nostra unica voluttà: aspettare un'esplosione nel sangue e poi tenere palpebre lente sul disonore battere tacchi sfiniti sulle piazze da un angolo all'altro della metropoli alle farmacie come isole dove mi danno acqua e fuoco dove dichiaro la mia colpa e ricevo condiscendenza, e schizzo via come infuriato animale nella savana, intossichiamoci di nulla il nulla ha sapore buono suoni nuovi d'orgasmo segnali in lontananza come un safari e io non lascio tempo all'esperienza vado, amico mio vado dove il vento mi porta


dove annusa il leopardo dove il fremito della sterpaglia ci assale vieni, fratello so correre come una gazzella inseguita dai predatori so accarezzarti con il mio sguardo e le linee curve della mia vita noi siamo fratelli di sangue abbiamo il rosso della terra africana nelle vene noi noi noi che possedevamo un fremito un giuramento noi saremmo rimasti vivi saremmo salvi oltre le nuvole oltre lo spazio del cielo dell'aere che è blu e io nera e marrone sporca e frustata da questa vita baldracca che scava nelle mie braccia come un parassita come la sudicia rabbia dell'oggi e oltraggio me stessa e dico sÏ dico, come un relitto, le nostre suole di tossicomani in fuga sui marciapiedi d'insano volere, noi non ci fermeremo siamo scarti prostituiti anime che gozzovigliano al nero dacci forza o dio prima della fine.


Al mio gorilla Nella profondità della giungla c'è un gorilla amico noi lo guardiamo e lui ci guarda siamo abitanti del pianeta maledetto lui nell'intrico delle foglie non lo sa, io sì e per questo sono dannato, ma lui mi vuole bene e anch'io, siamo quasi uomini siamo quasi coscienza tempo e tempo siamo aspettative che corrono nel buio, io aspetto e già più io non sono di fronte al mio gorilla, e penso alla giungla che da tutti i lati ci assale, siamo possibilità del nulla e non dobbiamo sperare, ma io so, so e tu forse lo speri, sembra, dai tuoi grandi occhi neri, trapela sconfinante amore, mentre dai miei sconfitta solitudine, sospetto, finitudine, e io ti amo per la tua ignoranza dell'effimero scorrere della nostra misura di umani; sappi, amico mio animale, che la nostra fratellanza di sangue è scritta nella terra che ci contiene


e io ti ascolto, la ascolto lontano dalle cure e dalle insidie del mio tempo.


da Libro Mistico


Al figlio non generato Non ti chiamerò, infinitesima molecola del nulla. Atomo che l’amore sconsolato dei vivi desterebbe. Non voglio sottrarti al gelo perfetto della non esistenza, unirti alla schiera degli oranti l’eternità. Più di loro t'amo più di loro, che ho voluto a consolarmi. 1988


Passaggio di frontiera Seguo e precedo il buio argentei binari sotto compatti nembi; i tetti e i boschi d’Austria tessono austere corti all’indifeso volatile mediterraneo. Silenzioso incede Kupfstein sul cartello parlano tedesco le vecchiette dai cappelli colorati hanno facce pallide i pendolari. Sfibrato dalla notte contorta perdo il mio peso, gli occhi sono vetri appannati.


Germania Dal metrò uscivano nel grigio con un piacere insano. Con gentile distacco la neve diventava nero ghiaccio sui marciapiedi, osservatore appartato di passanti davanti ai sexshop percorrevo nell’alba contrasti d’un giallo e viola atroci. Nevicò passi morbidi su Marienplatz: i turchi con barre d’acciaio rompevano il ghiaccio nell’impermeabile fosforescente.


da Alieni in safari


Ponta Negra (Brasile) Di notte Oceano Nero boato al di là Della banchina, Ondine di sabbia Sotto i piedi E l’ardire di passi estremi Oltre una labile frontiera. Il muretto, Mezzo metro e al di là infinito nero. Al di là il nulla E dal nulla veniva il vento. Una folata continua calda La sua mano intima A trarre sospiri Indifendibile Sulla pelle Alla gola Alla vita Nelle pieghe febbrili Dove il desiderio ci sfida. Natale Lo spazio nero del mare Da cui moveva L’aliseo notturno di Dio Che spira soffi paradisiaci Vellicatori di lascivia Di abiti fluttuanti come vele E monili d’aria nei capelli.


Un passo e l’altro E un altro ancora, lungo Oceano e la tenebra Minacciosa presenza della riva in tempesta Invisibile e sovrumana Nella notte precoce dell’equatore. E i bambini a mendicare, A vendere bibite e amicizia, Innocenza di angeli spezzati, Con riccioli biondi intorno All’ovale di madonna: Ella diceva sì All’incredulo viaggiator Senza rimorso E il ragazzo come una fanciulla Raccontò il suo viaggio E i lucenti occhi Facevano a pezzi il cuore Con movenza femminea; La meraviglia di fiumi, Come mai ne vidi, Di bellezza, gettata a pugni In una semina d’abbondanza Davanti ai chioschi nell’alito serale Di panna, Tra un ananas e rum, Vodka e ciliegie Frutti maturi Di tentazione.


Alieni in safari La savana Si sfilaccia Ai lati, Sfrecciamo Nella terra di altri, Intrusi, Estranei, Illegittimi Ladri di vento E di erbacce, Furfanti Ingordi Di nuvoloni bianchi Sull’azzurro Più intenso, Della terra grassa Di zolla fangosa Sull’orlo di pozzanghere Come spicchi di cielo Caduti, Di polvere rodente Sulle palpebre, Calpestata Da orme inquiete Di predatori, Dal lungo solco concavo Del serpente, E penetriamo avidi Lo stagno D'ippopotami sdegnosi L’acqua rosa E il cielo rosa E il verde rosa,


Quasi rosa, L’aquila attenta E il babbuino rissoso, Un bufalo accaldato E la famiglia del cinghiale Che s’infratta nella boscaglia. Noi, rapitori immorali Degli occhi dolci dell’elefantessa Sinuosi E schivi Come le ragazze Del luogo. Essi, costoro, noi, Intendi? Di nuovo lì, in pista, e il crepitio Dell’obiettivo; Venivamo in parecchi E non ne potevate Dei sorrisi, E dell’amor Sconsiderato, Delle grosse ruote Che vi ferivano la terra, Squassavano le zolle grasse, Vi mettevano in fuga le prede, Di noi gesticolatori In lingua aliena e fuori posto Festosi Con gli inutili giocattoli Dalle bizzarre forme: Pneumatici, Cerchioni, Camionetta, Binocolo, Obiettivo-cannone


E radio frusciante, Cose di ferro Che non odorano di buono, Che valevano una capanna Un ettaro, un fiume; Corteggiatori poco attenti Ardenti di provetto Amore, Non vi concedemmo tuttavia Di scampare il Maniaco attaccamento E, nell’intervallo di un click, Subito guizzammo via Come demoni Invasati di caccia, Per l’universo Di nascoste voci, Tutto intorno per l’azzurro Delle lontananze.


Kathmandu Monti come un ventaglio di lance e mondi dall’aria delicata che porta intorno a noi commossi spiriti un alito immateriale illusioni d’aria e indefinita santità. CosÏ veleggiamo, colti all’improvviso dalla meraviglia, lievi sulla strada di terra battuta, lievi come passi divenuti celesti, come il nostro soffio vitale liberato dalle forme; e pregammo a mani giunte ognuno a suo modo, col sorriso e con il pensiero, con la corsa e il lento andare, con la carezza onorammo gli dei, con la stretta di mano e il ricordo; un umile segreto ci raccoglieva intorno come amico fraterno


e noi fummo accoglienti verso la muta nostra evanescenza, rarefazione, pieni di luce.


Novoli Il sapore negroamaro Del Salento luminoso Come un ricordo infinito, Le palme E le pietre gialle Delle tue chiese Arroventate sotto Il sole degli oleandri. E una stretta, Forse ricordo Che esita Nel silenzio delle strade Reticenti, deserte Vado sola Come un pellegrino senza tempo E senza dimora Alla vecchia casa Dietro le persiane assolate; Ăˆ lĂŹ, Disabitata e in rovina Con tutti i sogni racchiusi, Le parole dette, I gesti degli avi, I sorrisi A uno a uno. Mi accolsero a braccia aperte Con gli spiriti inquieti Nelle stanze vuote sbrecciate Dove filtra il sole.


Tutti voi che riposate nell’eternità Eppure mi ridete dinanzi Come fantasmi accoglienti Felici di un tempo remoto In cui mi amaste E vi amai, Voi che siete me nella carne Povera, tremula, Stanca di futuro che incombe senza isole, Lacerato di perdita, Io vi penso, vi vedo Da lenti quotidiane D’ombra, negli angoli cupi Della credenza, Nella madia, Nel tavolo modanato, Mi parla un mondo Irto di cose Leggendarie, Dietro il battente, Dai vetri, Luccica la presenza Vostra, Le voci Filtrano come luci che L’odiosa eternità non mitiga. E vi voglio ancora, I vecchi mattoni accarezzati dai nostri piedi Le lunghe parabole dei soffitti Profondi universi silenti e umidi, Odori rancidi e favolosi


Tendevano agguati Su per scale strette di solai Ingombri di cose immaginarie, Assiepate di misteri, Fino a terrazze assolate Dove il mondo a perdita d'occhio Andava di tetto in tetto In prospettiva scontrosa Che diceva il mio nome. Io vi amo ancora, e questo amore oltre la morte Spezza la mia carne senza senso, Recipiente mostruoso del mondo oltre misura; Tirai la porta e sbattÊ E fui fuori nella strada rovente Senza nessuno; Me la sento nel sangue Come fuoco, E intendo Che la vita non ci appartiene, La memoria non abitiamo E se mai ci possiede, Come immenso otre di venti, A suo comando, con tutti gli arcobaleni Trema nelle membra Dinanzi agli occhi luminosa scia. E come Ulisse non temo di cercare. E vedo la madre della madre che entra Dalla porta lattea A doppio battente Spinge l’imposta e scherziamo


Nella sala a volta Gonfia di tempo, Del primo amore della genitrice, Della buia frescura lieta Che ristora estati bianche di pietre brucianti, Del tepore che rinfranca dalla paura, Della felicità che accoglie gli esuli, Gli dei erranti. Padre, ricorda il mio lungo cammino Mai sostai e mai mi volsi indietro Ma oggi ritorno più che mai dolente Alla casa, In un patto di sangue, Al mio paese. Qui gli avi zapparono e abbracciarono le spose Patirono il freddo e sognarono futuro avaro Furono stanchi Accesero bracieri Chiusero gli occhi Nacquero nel dolore, Furono amici, Ed ebbero timore Rivalità, rimorsi, E fu allegria Ogni pietra, ogni vecchia sedia È intrisa del loro cuore. E io come l’urna che raccoglie E le sue infinite storie Perché mite è il poeta dinanzi al suo mandato, Umile come un santo


Dinanzi alla materia incandescente di Dio, Quella che ci trema dinanzi A occhi impauriti, Ogni uomo che incontrai Nella nuda vita Lo contengo, Ogni passo, ogni foglia di vento Ogni parola che lessi, ogni novella udita Ogni viandante Ogni occasione.


Caterina Davinio (Foggia 1957) è cresciuta Roma, dove si è laureata in Lettere all'Università Sapienza, occupandosi successivamente di arte dei nuovi media come autrice, curatrice e teorica. Ha pubblicato il romanzo Còlor còlor (1998), finalista nel Premio Feronia; per la saggistica, i volumi: Tecno-Poesia e realtà virtuali (2002, con prefazione di Eugenio Miccini), Virtual Mercury House. Planetary & Interplanetary Events, scritti sulla poesia elettronica (2012); le raccolte poetiche: Aspettando la fine del mondo, con traduzione inglese (2012), Il libro dell'oppio, con postfazione di Mauro Ferrari (2012), e Fenomenologie seriali (2010), con testo inglese a fronte, postfazione di Francesco Muzzioli e nota critica di David W. Seaman, menzione speciale nel Premio Nabokov 2011 e segnalato nel premio Lorenzo Montano 2012. Ha ottenuto riconoscimenti nei premi Lorenzo Montano 2011, Franco Fortini 2011 e Scriveredonna 2010 (Pescara), per l'inedito di poesia. Presente in numerose pubblicazioni internazionali, è tra i pionieri della poesia digitale, con attività espositiva, convegnistica e curatoriale in molti paesi del mondo, nell'ambito della quale si segnala la collaborazione a più edizioni della Biennale di Venezia ed eventi collaterali.



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