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Claudia Ruggeri

[Quaderni] t’avrei lavato i piedi oppure mi sarei fatta altissima come soffitti scavalcati di cieli come voce in voce si sconquassa tornando folle ed organando a schiere. [Claudia Ruggeri]


Titolo:

Claudia Ruggeri – [Quaderni]

Poesie di:

Claudia Ruggeri

Fonti:

Inferno minore, peQuod 2007; Pagine del Travaso, inedito.

Il presente documento è da intendersi a scopo illustrativo e senza fini di lucro. Tutti i diritti riservati all’autore.

Poesia2.0


da Inferno minore


Il Matto (Prosette)

"Sebbene in diversi stati d'animo l'uomo si compiaccia di simboleggiare col bianco tante cose delicate o grandiose, nessuno può negare che nel suo profondo ideale significato la bianchezza evochi nell'anima come uno strano fantasma..." (Herman Melville, Moby Dick)

Il Matto I (del buco in figura)

Beatrice "vidi la donna che pria m'appario velata sotto l'angelica festa..." (Pg. XXX-64)

come se avesse un male a disperdersi a volte torna, a tratti ridiscende a mostra, dalla caverna risorge dal settentrion, e scaccia per la capienza d'ogni nome (e più distratto ché sempre più semplice si segna ai teatri, che tace per rima certe parole...). Ma è soprattutto a vetta, quando buca, dove mette la tenda e la veglia tra noi e l'accusa, se ci rende la rosa quando ormai tutto è diverso che fu


il naso amato l'intenzione, che era la pazienza delle stazioni e la rivolta...e la beccaccia sta e sta sforma il destino desta l'attacco l'ingresso disserta la Donna che entra e fa divino ed una luce forsennata e nuda, e la mente s'ammuta ne la cima e la distanza è sette volte semplice e il diavolo dell'apertura; ecco, chiediti, come il pensiero sia colpa

ma cammina cammina il Matto sceglie voce sa voce, e sempre più semplice chiama, dove l'immagine si plachi sul tappeto, se dura, se pure trattiene stranieri nuovi e quanto altro s'inoltrerà nella carta fughe falaschi lussi Ordine innanzi tutto o la necessaria Evidenza che si di verte nella memoria al margine ambulante alla soglia acrobata, che si consuma; ché infine veramente il Carro avanza, che sia sponda manca porge il volto antico, che si commette (non la cosa è mutata ma il suo chiarore; ma a voi che vale, come si conclude la Figura dove pare e non usa parole né gesti né impulsi; come, smisurata, passa, dove l'altro richiamo


nel viluppo della palude festina; e come per tutto si slarga e frastorna e nulla è mite (ma voi li turereste mai li nostri fori ?)

Il Matto II (Morte in Allegoria)

NINIVE “Tu ti dai pena per quella pianta di ricino (…) che in una notte è cresciuta e in una notte è perita: ed io non dovrei avere pietà di Ninive quella grande città…” Giona 4,10

ormai la carta si fa tutta parlare, ora che è senza meta e pare un caso la sacca così premuta e fra i colori così per forza dèsta, bianca; bianca da respirare profondo in tanta fissazione di contorni ò spensierato ò grande inaugurato, amo la festa che porti lontano amo la tua continua consegna mondana amo l’idem perduto, la tua destinazione umana; amo le tue cadute


ben che siano finte, passeggere

e fino che tu saprai dentro i castelli, i giardini fiorire, altro splendore sai, altra memoria, altro si splende si strega, si ride, si tira la tenda e libero si mescola alle carte; ma i giardini si nascondono con precisione dove cerchi la larva del tuo femminino e l’arresto l’appartenenza inevitabile all’Immagine all’inevitabile distensione delle terre trascorse delle altre ancora da nominare chiamarle una poli l’altra tutte le terre perfette alla mente afferrata di nomi che smodano scadono che portano alla memoria o la stravagano.

(crescono ricini presso ninive ecco, vedi, come sviene)


Lettera al Matto sul senso dei nostri incontri (Mode d’emploi) "E tu non prendi ch'io t'adori a sdegno in un volto che fésti a tua sembianza più che in tela dipinto o sculto di legno"

se ti dico cammina non è perché presuma di parlarti: alla montagna, alla malia di milioni di lame, arrivarono a migliaia cose nude si sparirono bestie, alla neve al malozio della trappola tutto s'esiliava a quel richiamo disanimale. Ma chi nega che in tanta sepoltura sia avvenuto al pendio un biancore vero o lo strano brillio che ti destina se la passi, e pur e pur non sfondi alla tagliola che non scatta, e più non stravolge l'inerzia della lettera, ne anche tiene lo sporco della suola; si noda tutta al trucco che l'immàcola, s'allenta, a tratti s'allaccia cose che muoiono, solo scali, cose già sganciate...

a te a te altri ti tiene, non la parola, per te s'alleva una tortura dentro la bara della Figura, una condanna alla molla


maligna, al Carnevale abominevole, alla cantina cattiva di finisterrae violenta dove s'aduna, al molo, ogni bestiario qualunque personaggio, alcun oggetto, per una muta buia dell'attore, per un aumento in male, per l'alta fantasia che mi ritorna di tanta cerimonia incorreggibile, per una benvenuta dismisura, per me che fui per te senz'anima e feci un patto al malto sul seme di un'estate dove esplose la vena che divina; che sbotola che lima, per te seppi, se sia l'afrore o la Macchia del logoro, che cova sul monte il fondo lo scatto l'inverno del falco

In limine

Death is only the fullfillment of a wish. Whose a wish ? (R.P.Warren)


prima che il subbuglio ammorza e che asciuga la guazza; prima che la scialuppa tocchi che porta l’Assassino intanto che tutto non arrangio non incastro non pace

Lamento dell’amante

Il playback è il nostro destino, la nostra vera oppressione.Raccomando l’evidenza del disturbo-attore- (C. Bene)

la sua sparizione non ebbe l’ordine degli organi; l’anello che cattura e azzera l’estensione; il Tondo che addormenta. piuttosto fu una Visita, una Punta dell’anima che sbenda l’amante distratto lo castiga ad una vista che non stuta; a questo evo del randagio tra mezzo ad un atlante che inonda non avviva e che voce che corre che erra che manca che Debolezza poco


poco peso poca memoria poca: non evacuare e svilupparsi tutte quanti l’ali

Lamento del convitato

e quale mai s’invera Canzoniere da questo intentato Io se al grande giro di attorno, di nada, soltanto mento, spio ?

Lamento della sposa barocca (Octapus)

T'avrei lavato i piedi oppure mi sarei fatta altissima come i soffitti scavalcati di cieli come voce in voce si sconquassa tornando folle ed organando a schiere come si leva assalto e candore demente alla colonna che porta la corolla e la maledizione


di Gabriele, che porta un canto ed un profilo che cade, se scattano vele in mille luoghi - sentite ruvide come cadono -; anche solo un Luglio, un insetto che infesta la sala, solo un assetto, un raduno di teste e di cosce (la manovra, si sa, della balera), e la sorte di sapere che creatura va a mollare che nuca che capelli va a impigliare, la sorte di ricevere; amore ti avrei dato la sorte di sorreggere, perchĂŠ alla scadenza delle venti due danze avrei adorato trenta tre fuochi, perchĂŠ esiste una Veste di Pace se su questi soffitti si segna il decoro invidiato: poi che mossa un'impronta si smodi ad otto tentacoli poi che ne escano le torture.


La pena dell’attore

“se il chiarore è una tregua, la tua cara minaccia la consuma” (Eugenio Montale)

è qui che incontro l’ultimo Cattivo, il residuo rosicchio di semenza, l’antenato Attore; dal precipizio accanto, il suo spettatore lo trattiene a un fronte candidissimo; dal vano che cava e spaventa in tanta mediterranea Evidenza; da dentro questo volo che caverna rotondo, maniaco; dal ventre, che scaraventa; che mostro Balena l’accolga, l’incaglia; gli dia un esilio vero, un lungo errore


Congedo

"Le fer des mots de guerre se dissipe dans l'hereuse matièere sans retour."

così dal colmo, ormai, nuoce il dimandar parenzé, come il Distrarsi. Lasciatemi a questa strana circostanza. Qui so, con il mio amore, e con chiunque vi arrivi, che a questo inferno minore, tutto è minore; medesimo è solo il Carnevale. Ahi l'impostura seguente che riduce che quagiuso nemena.


da Pagine del Travaso


a la fiamma della forma ha incendiato la forma della rosa

(e quindi e quasi quasi mi misi in viaggio e col baleno che salva l'odore mi chiusi nella pelle

del traghettatore: e volli il 'folle volo' cieca sicura tuta volli la fine dell'era delle streghe volli

il chiarore di chi ha gettato gli arnesi di memoria di chi sfilò il suo manto poggiò per sempre il libro

ed ha disimparato il trucco per fare il suono mago nel giardino dell'idem che è perduto dove rifece

e fece ancora incanti fino che mise tutte le sue dita in una riga d'Aria e del padre regale


del nostro padre fisso m'indicò il fato cantico che n'accende le storie in leggenda scrittura:

SUL MIO LETTO LUNGO LA NOTTE HO CERCATO L'AMATO DEL MIO CUORE, L'HO CERCATO MA NON L'HO TROVATO MI ALZERO' E FARO' IL GIRO DELLA CITTA'

- viaggio, pagana, libano in tasca e intanto penso un singolo pensiero principiante. così son fatta immune. Sicura nella vena che m'indulge e mi serena

(MI HAN TROVATO LE GUARDIE CHE PERLUSTRANO LA CITTA'. MI HAN PERCOSSO, MI HANNO FERITA, MI HANNO TOLTO IL MANTELLO LE GUARDIE DELLE MURA

(i firmamenti lasciati in mano ai pazzi non sempre negli ospedali e presso i critici i documenti della follia dei pazzi


"IL POETA OSTINATO AD ESSERE FELICE CHIAMA GLI UNNI A DISTRUGGERLI LA CASA"

Napoli l'ebbi strana ed il porto e le sbronze testuali dove il verso inscenò cose strette e altissime ed un naso così in disordine ebbe la sposa a guardarla dalla giostra e che voce che corre che erra che manca che debolezza poca poca memoria e poi altro splendore ancora altro dimora altro si splende si strega si ride nella torre: "T'avrei lavato i piedi oppure mi sarei fatta altissima come soffitti scavalcati di cieli come voce in voce si sconquassa tornando folle ed organando a schiere come si leva assalto e candore demente alla colonna che porta la corolla e la maledizione di gabriele che porta un canto ed un girare intorno di corona ma lontana poi che mossa un'impronta si smodi ad otto tentacoli poi che ne escano le torture. Io t'avrei parlato basso" parlò così la sposa la distanza


che per l'ultimo lutto le diedi i modi esatti del poeta se per le voci appena sbarcate si producevano memorie false e per le luci s'era formato un Castello a guardare napoli dall'alto e fu il primo nome che per lei si finse che mi confuse - questa la sposa come la scala che porta la sposa che porta ai soffitti a spiare diventava rotonda, maniaca. dove si vide poi Imperatrice: per la danza intorno per le vesti similmente a festa per altro che tornava era mutata. o Matto ormai la carta si fa tutta parlare ora che senza metapare un caso la fronte cosÏ premuta bianca tra i colori per forza dèsta bianca la sacca bianca da respirare profondo in tanta fissazione di contorni: ma lui che sa dentro i castelli giardini fiorire e che può il salto cosÏ inutilmente e inutilmente cambiare attitudine: ma i giardini si nascondono con precisione dove cerca la larva del suo femminino l'arresto l'appartenenza inevitabile all'immagine all'inevitabile distensione delle terre trascorse delle altre ancora da nominare chiamarle una poi l'altra tutte


le terre perfette nella mente perfetta di nomi che portano alla memoria o la stravagano - inutilmente non sarĂ  stato libero ormai non so quale maniera prima suscitava il suo ingresso quale vacanza il verso potrebbe ormai portarsi dove questa primissima ebbe gli abbracci bianchi degli atleti e le cadute erano finte, passeggere. Il verso potrebbe significare la sua morte esatta. crescono ricini presso ninive ecco, vedi, come sviene


Claudia Ruggeri, nata a Napoli nell’estate del 1967 e cresciuta a Lecce, vi muore suicida all’età di ventinove anni. Sin da bambina scrive filastrocche e poesie e mostra una propensione straordinaria verso la lirica. Frequenta i laboratori di poesia e scrittura creativa della sua città. Negli anni Ottanta partecipa a numerosi reading e rassegne presentandosi agli occhi di tutti come promessa della poesia italiana. Il suo primo testo compiuto è Inferno minore che venne chiosato da Franco Fortini in una lettera privata. Inferno minore venne pubblicato solo nel dicembre del 1996 sulla rivista universitaria L’incantiere. Nuovi Argomenti nel n. 28 (ottobre-dicembre monografica.

2004) le ha dedicato una sezione



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