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Plot storie per lo schermo/annoIV/numerodoppioseisette/maggio2006


storie per lo schermo Rivista quadrimestrale anno IV/numerodoppioseisette/maggio 2006 Registrazione Tribunale di Torino N°5716 del 21 luglio 2003 Direttore responsabile Alberto Barbera

SOMMARIO Editoriale a cura della Redazione

Redazione Dario Basile Andrea Bisoli Stefano Boccardo Biagio Cappiello Roberta Di Maggio Anna Gasco Helen Jardine Giulia Marcucci Silvia Teresa Olivo Andrea Pegolo Mario Pistacchio Tiziana Ripani Massimo Tiburli Marini Laura Toffanello Armando Vertorano

La bicicletta di Leonardo di Francesco Randazzo

Coordinatore Affabula Readings Stefano Boccardo

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Uomini di tre lettere di Debora Alessi e Filippo D’Antoni

pag. 23

Lacoppamerica di Ezio Maisto e Maria Cristina Di Meo

pag. 41

Pullecenella di Sergio Pacelli

pag. 55

FICTION CORTOMETRAGGI

Progetto grafico Antonino Varsallona Illustrazioni e storyboard Claudia Amerio (pagg. 54, 60, 62, 77, 101) Paolo Cardoni (pagg. 120, 131) Mauro Dal Bo (pagg. 132, 135, 137, 138, 141, 142) Stefania Gallo (pagg. 4, 21, 90) Anna Lucia Pisanelli (pagg. 144, 159) Andrea Riccadonna (pagg. 40, 53, 78, 87) Susanna Tiburli Marini (pagg. 22, 39)

Questione di piani di Armando Vertorano

pag. 63

Audiovideogrammi di Mario Pistacchio

pag. 79

DOCUMENTARI Pro Ana di Paola Rota

pag. 91

Ritorno dall’inferno di Daniele Cini

pag.103

I due mondi di Sairiamu di Rossella Romano e Gabriel Sakita Mollel

pag.109

Copertina Antonino Varsallona Ufficio stampa e promozione Marta Franceschetti Redazione e amministrazione Associazione F.E.R.T. - programma Affabula Readings Piazza San Carlo 161 - 10123 Torino Tel. +39 011 532 463 Fax +39 011 531 490 E-mail: info@affabula.it www.affabula.it www.fert.org

ANIMAZIONE

Editore Fert Rights srl Corso Peschiera 148 - 10138 Torino

Le balene di Gajas di Luca Olivieri

pag.121

Rosso Ruggine di Francesco Filippi

pag.133

Skypopolis Center di Giovanna Bo e Anna Lucia Pisanelli

pag.145

Come inviare i vostri progetti Opzioni cercasi Dove trovare Plot

pag.160

Stampa Arti Grafiche Roccia Via Perugia, 20 - 10152 Torino Distribuzione in libreria DIEST distribuzione Via Cavalcanti 11 - 10132 Torino Tel./Fax 011 898 11 64

©Associazione

F.E.R.T., 2006 Tutti i diritti di riproduzione dei materiali contenuti nella rivista sono riservati.

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FICTION LUNGOMETRAGGI

Segreteria di redazione Tiziana Ripani

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“Un orologio costa molto meno di una sceneggiatura, ma se si guasta nessuno si sogna di mettersi a ripararlo. Tutti invece in Italia sono convinti di poter riparare una sceneggiatura, tutti sono convinti di conoscere il trucco. Moltissimi dei centocinquanta film che si fanno ogni anno in Italia sono fatti con questo criterio.” Così si lamentava Ennio Flaiano rispondendo a un questionario della rivista Cinema Nuovo nel lontano ‘54. Oggi, in una stagione ben lontana dal vantare un così alto numero di film prodotti all’anno, assistendo alla proiezione di film di giovani autori, di fronte a qualche ingenuità nella costruzione della struttura, a una battuta di cui il film poteva fare a meno, a un elemento non sfruttato fino in fondo, in una parola a quei difetti nell’ingranaggio che impediscono all’orologio di scandire alla perfezione i tempi delle emozioni perché se la meccanica di un orologio è delicata, quella che regola l’alternarsi di pietà e paura in una sceneggiatura non lo è da meno - ci capita di pensare con una punta di rammarico: “Ah, se avessimo potuto metterci le mani!” Lavorando su un soggetto, un trattamento o una sceneggiatura in Affabula Readings e nella redazione di Plot, a volte ci ritroviamo a scannarci su un aggettivo, sapendo quanto, in quella scrittura per definizione transitoria che è la sceneggiatura, un tono, una sfumatura sono importanti perché possono germinare in una direzione o in un’altra completamente diversa. Ci sono dei momenti in cui, impegnati a migliorare un progetto arrivato da chissà dove, firmato da un qualche sconosciuto autore - un progetto che malgrado tutti i suoi difetti ci piace, ci tocca - tra le tante idee contrastate, respinte, accettate con riserva, assistiamo a quel piccolo miracolo che è la scoperta dell’idea buona, che crea un nuovo ordine. In questi anni si è formata intorno alla rivista una rete di rapporti tra sceneggiatori, co-sceneggiatori e story editor, un gruppo trasversale per età, genere, classe, etnia e interessi, che non possiamo definire una scuola o un movimento, ma che ha voluto fare dello stimolo reciproco una palestra in cui confrontare idee e saperi, chiamando in causa sensibilità e cultura, per dare vita a quel lavoro insieme di scavo e di costruzione che sfocia nella sceneggiatura. Troppo spesso infatti ci dimentichiamo che nella grande stagione dei 150 film all’anno ci si incontrava, si chiacchierava e si discuteva moltissimo: era questo l’humus da cui nascevano molti film e non pochi capolavori. In un articolo pubblicato su La Stampa Masolino D’Amico racconta che Flaiano, lavorando con sua madre Suso Cecchi D’Amico, era solito proporle di aprire insieme una bottega di riparazione di sceneggiature difettose. Anche se allora non si parlava di story editing, noi abbiamo provato a seguire, molto modestamente, quello che, camuffato dietro l’apparenza di un invito tra il serio e il faceto, ci è sembrato un prezioso suggerimento, valido ancora oggi. La nostra bottega lavora da qualche anno, abbiamo fatto i nostri investimenti nella ricerca con un occhio sempre puntato all’innovazione, abbiamo affiancato ai vecchi artigiani nuovi valenti apprendisti. Ora non ci resta che passare il testimone a quei produttori che, ci auguriamo, possano cogliere le potenzialità dei soggetti proposti in questo ricco numero doppio, che è anche uno dei più vari della nostra breve storia per le differenti tipologie di progetto che contiene. Innanzitutto, largo all’animazione... Sono tre le storie animate che, fra macchine da guerra, fari e grattacieli, muovono l’aria e il mare di una fantasia senza confini; in ordine non rigoroso, seguono i progetti di fiction, la lancetta “lunga” del nostro orologio: storie esemplari e tragicomiche, di esili vissuti tra i poli opposti dell’integrazione e dell’emarginazione. I doc ci raccontano da varie latitudini, dall’Africa all’Argentina, di “passati che ritornano”, impossibili da cancellare, e di uno tra i malesseri più profondi di questa nostra società. E per concludere, i due cortometraggi che, oltre ad essere gli script di due giovani editor della nostra redazione, qui nella veste di autori, ci raccontano due storie agli antipodi del percorso del suono: da un MAX, ovvero il can can di un condominio, a un MIN (minimalista) di una storia d’amore. Alzate o abbassate a piacere il volume. Rumore o, per dirla con Lynch, “Silencio”. Buona lettura!

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LA BICICLETTA DI LEONARDO di Francesco Randazzo PROGETTO PER LUNGOMETRAGGIO GENERE: COMMEDIA DRAMMATICA

La bicicletta di Leonardo è un progetto dalle grandi possibilità. È dolce e amaro, vibrante, caldo. Leggero come un soffione, ma ricco quanto una vita. La scrittura è multiforme e idiomatica: è questo l’elisir perduto che porta il protagonista ad acquisire una voce, corpo e anima, cuore e gambe per correre. E nobiltà. “Scimunito sono, ma non bestia,” Leonardo lo ripete spesso. Come l’uomo che è uomo perché ama, prova a farsi abbracciare e a volte viene respinto, Leonardo è uno di noi. E dentro di sé lo sapeva e l’aveva sempre saputo. Umano, troppo umano.

La bicicletta di Leonardo è una strana storia d’amore, forse una storia sulla crudeltà dell’amore e sulla colpa d’esistere e d’amare. La diversità del protagonista è per me simbolica del senso di alienazione che l’essere umano prova quando si confronta con il resto del mondo, contro il giudizio, o meglio il pre-giudizio, che accompagna sempre l’incontro di una singola persona con gli altri in quanto gruppo precostituito, normotipico. Leonardo è - in quanto “fool” e portatore di una “differenza” psicofisica marcatamente evidente ragione d’inquietudine e diffidenza, suscitatore di paure immotivate, scatenatore di continue reazioni di crudeltà. Eppure lui ama tutti. Eppure lui è puro, come puro è il suo cuore. Il paradosso del suo innamoramento per la bicicletta Graziella è simbolico di una sostituzione dell’umanità che lo rifiuta, con un oggetto immaginariamente vivo, pronto ad accoglierlo e a proiettare il suo mondo emotivo e fantastico, senza alterazioni, senza prevaricazioni. Ed è quindi, una sublimazione dell’esistenza reale verso un’altra, immaginaria, ciononostante per lui consistente, oltre la stessa vita, verso una non finitezza, o infinità, che conduce il personaggio non alla morte, ma ad una trasfigurazione surreale verso qualcosa che non ci appartiene, ma alla quale, pur inquietandoci, tutti - o per lo meno io che scrivo - aspiriamo, con timore e tremore ed una certa dose di stupidità del cuore. Francesco Randazzo

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Ad Avola, Sicilia, anni ’70. Dopo che tutto è avvenuto. Leonardo si pensa. Si racconta.

Acqua acqua acqua, assai assai, che mi pare di volare... Chi sono io? Che pure quando mi ci guardo allo specchio, non mi conosco, e non mi capìsciu... Chi sono io? Acqua acqua acqua. Pesci che ci passano. Pesci che abbrìllano. Acqua, acqua e pesci. Mi ci fanno solletico... I pensieri ’nta me testa... pensieri pensieri pensieri... assai assai tutti stretti stretti... che s’appiccicano tutti... s’impiccicano s’impiccicano! Che li penso come un sogno, come un incubo bestiale... perché forse io ’na bestia sono... Che non ci ho le parole per parlare giusto, per pensare giusto... Di dentro... di dentro... sono tutto scassato nella testa, questa testa arripizzàta com’una macchina, ’na Cinquecento, che s’investì su un muro, e non serve non serve più, però cammina cammina ancora... e la gente... quando la vede passare... ride... E voci, voci, voci: “Leonardo! Leonardo! Talìa talìa, sta passando Leonardo! ’U babbu, ’u babbu i r’Avula! Arritardato! Scemo! Scimunito scimunito scimunito! Stupitu stupitu stupitu! Giufà! Attenzione picciriddi, ca pari nicu comu a vujautri, ma è granni! Baccalà è! Vent’anni c’ha! Senza jabbu né maravigghia! Pericoloso è! Accùra! Pericoloso... Pericoloso è! Accùra! Pericoloso... Quello pazzo di catena è! Attenzione! State attenti! Attenti! Pazzo è, arritardato e pericoloso è! Occhio vivo! Pericoloso...” Io no!... No no... Acqua acqua acqua... È che ce l’ho pure io, pure io ce l’ho ’u cori, che mi martella di dentro al petto, e sbatte contro la testa e mi cunfunni... Mi martella e cerca, cerca ’u cori, va cercando, che non lo so che cosa, mi ci sento strano, che mi manca forte qualcheccosa, che mi schiaccia il petto, mi straccia l’anima, il cuore e il corpo attrema, ché vorrebbe abbracciare, vorrebbe metterci l’amore a qualcuno a qualcheccosa... Che ci volessi sentire dire, a qualcuno, non lo so a chi, ci volessi sentire dire, come ai filmmi della telivisione, che c’è sempri, chi ci dice a un altro, ma a me mai mai, mai nessuno... Ti voglio bene... Ti voglio bene... Leonardo... Ce la sento, ce la sento che viene, Melinda, Melinda che mi piace, Melinda colla Graziella, la bicicletta sua. “Accuriàu accucciddàu! Filu filumarìttu filumatortu! Cucìguru cucìguru! Miaumiau!... Pssssssssssssssssssssss... Pitisciùmp pitisciùmp pi ti sciùm pssss... Miiiiiiiiii... ci scoppiò la bicicletta! Pssssssssssssssssssss! Miiiiiiiiii... Attenzione attenzione oh oh oh, che ci puoi cascare per terra! Ih Ih Ih Ih Ih Ih Ih! Ah ah ah! Ti scantasti, ah ah! Milìnda, Milìnda! Miiiiiiiiiiiiiiiiiii! Miiiiiiiiiiii! Troppo troppo troppo... troppo bella!” Mi c’ingrossa il fiato... Oh! Ma non ce lo posso dire che mi piace, che sennò si scanta di me, ché sono lo scimunito del paese, pericoloso... Ce lo dico a Graziella... “Ih Ih Ih Ih Ih Ih Ih! Labì Labì Labì! La biciclé... cicletta ah ah...” Ci batto la mano sul manubrio, ci giro attorno, la spingo e Melinda ci deve pedalare per forza che sennò ci cade a terra e io la spingo ancora e ci vado di dietro. “Forzza forzza forzza!... foz foz foz foz foz foz...” E se ne scappa, ché ci viene Venera, quella buttanazza che sta sempre incazzata e mi ci grida: “Botta di veleno! E com’è ah? Minchia! Minchia di mare sei! Sfingione inutile! Vattene via, aria, sbarìa o rittu filu, levati dai cianchi! Bestia e scimunito, stupido! Pussiti! Sciò sciò!” E io c’arrispondo tutto contento: “Ciclettà... Milinda... Piace piace mi piace... Ciau-ciau-ciau! Ve-Ve-Venera! Sciò sciò! Miiiii... Ciauciau!”

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E poi mi ci viene lo sfizio di addomandarci di quella cosa là, misteriosa, ascondita: “Me lo fai vedere? Ah? Ah? Ah? Ve-ne-ra! Com’è com’è com’è? Vediamo vediamo vediamo!” Mi c’insulta, mi vannìa e se ne entra a casa. Ce la sento che canta, “Buonasera, buonasera, che piacere che mi fa...,” tutta impipata come a quella della tivvù, Raffiella... A me mi ci smuove il pesce, mi ci agito tutto e ci grido, mentre che lei torna e canta: “Talé talé! Ce l’ho magari io! Guarda! Guarda guarda guarda...” Glielo voglio ammostrare ma a lei, buttana, gli fa schifìo... “È differente. Mi ci dà fastidio... addòndola tutta... nelle mutande... Uh! Quello tuo, quello tuo è meglio! È preciso, chiatto chiatto, paro paro, tondo tondo... E fa odore... miii che profumo! Profumato è profumato assaiiiiii... Me lo fai vedere, ah?-ah?-ah?” Mi ci butto per terra e ci provo a scipparci la gonna: “Ve-ne-ra... com’è com’è com’è? Vediamo vediamo vediamo!” Oh oh oh, come si c’incazza: “Ma che sei cretino? Cala le mani porco e scomunicato! Oh Gesù facci seccare la minchia, a ’sta bestia... Me ne vado va’, che devo andare alla fiera...” Mi ci piaaaaaaace la fiera, lu mircato, mi ci piiiiiaaaceee: “’A-’a-’a-’a fiera ’a fiera ’a fiera! Venite venite, venite qua! Qua qua! Venite qua! Qua qua! Compratemecelo! Compratemecelo! Compratemicillo! Venite venite, venite qua! Qua qua! Dammi i soldi! Piglia i soldi! Robba robba robba bella bellissima appena raccogliuta... ’enite venite, venite qua! Qua qua! Venite qua! Qua qua!” E mentre io ci faccio tutto ’sto burdello di vuci, Venera esce tutta allicchittata, colla minigonna e la parrucca bionda. Ci va a lavorare, no al mercato della fiera, io lo so, che sono scimunito ma no bestia. “Pio pio pio! Ci vengo pure io!” Ci vado dietro e la cuttulìo. A lei ci dà fastidio: “Vattene a Mare Vecchio, che tuo padre ti cerca...” Io sono scimunito ma no bestia: “Pio pio pio! Ci vengo pure io!... Mio mio padre mio... e chi è? Chi è, chi è? Tu lo sai, ah? Lo sai tu?” “... E lasciami perdere, che poi la gente sparla che ti vede appresso a me come a un vastaso!” “Pio pio pio! Ci vengo pure io!” “... Guarda guarda quella gran buttana, se la fa con Leonardu lo scimunito del paese...” “Pio pio pio! Ci vengo pure io!” “Pussa! Sciò!” “Pio pio pio! Ci vengo pure io!” “Com’è! Te ne vai, ah?” “Pi-ù pi-ù pi-ù! Si me lo mostri, non ci vengo più...” “Ah ah! Chiamalo scemo!” Scimunito sono ma no bestia! “Pio pio pio! Ci vengo pure io!” “Basta più! Fermati!” Si ci mette davanti a me, dà una taliàta attorno per vedere che non ci passa nessuno e si alza la minigonna. Io talìo, talìo, talìo quella cosa, quella cosa scura, che mi ci piace, ma mi fa scantare anche, mi fa desiderio ma di più ancora mi terrorizza. Ci respiro forte e m’inghiotto tutta la saliva, poi mi ci viene di ridere. E rido. E m’incazzo: “Biiiiiiiiiiiiii... Senza mu... senza mu... senza mutaaande... ci spunta come una palomba... palomba palomba... palomba nera... nera nera... palomba che vooola... all’Abbracciata della Pace di Pasqua... vola vola vola... nera nera nera... marunnuzza! marunnuzza! marunnuzza! biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii... baaaaaaaaaaaaa... buuuuuuuuu... buttana! buttana! Buttana senza mutanni! Buttana! Buttana! Buttana senza mutande!... grande grande grande! Pù! Pù! Pù!” Ci sputo e me ne scappo. Sono scimunito e certe volte pure bestia.

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“Accuriàu accucciddàu... filu filumarìttu filumatortu... cucìguru cucìguru! Cucìguru cucìguru! Cucìguru cucìguru! Cucìguru cucìguru!” E mentre che me ne scappo la sento che mi ci manda a fanculo. Fanculo tu, ci penso e me ne vado a correre. Scimunito sono e corro per le strade, cussì, per babbiamento di babbo che sono. Una volta mi fermo e mi prude la testa. Ci torno a casa e Venera s’incazza che c’ho i pidocchi e mi manda dal barbiere. Non ci voglio andare. Quando arrivo, lui c’ha uno sotto al rasoio e un caruso che aspetta. Con ’sta scusa me ne vado a buttarmi per terra sotto alla facciata della chiesa. Mi gratto, mi gratto assai. Però c’è il sole che mi piace sentirmelo caldo caldo nella faccia e forse tutti ’sti pidocchi me l’ammazza lui che ce li abbrucia. Mi prude però, mi prude assai la testa. Minchia qua sono: il barbiere e Venera che getta voci. “Buttana di sua madre! C’ha la testa piena di pidocchi! Gnussì, se non me lo tosi per subbito, ti puoi scordare lo spasso con me quando c’hai il pennello arrizzato... Com’è che dici poi? ‘Venera, Venneruzza, spegnimi questo fuoco, annegami di spacchio, tutta uno sticchio santo sei! Miracolami ’sta minchia, Venera!’ Porco! Te lo scordi più! E a tua moglie ce lo dico io che cosa ci fai veramente, quando ci dici che ci vai a fare la barba a casa ai malati! Malata ’sta minchia! Tutto ci dico!” E quello tutto scantato per le voci che fa Venera davanti a tutta la piazza, ci dice di starsi muta e mi comincia a tosare con la macchinetta. Io ci getto voci e tiro colpi con le mani, ma Venera mi ci tiene la testa e quello sopra di me mi c’arriduce tosato come a un animale di mannera. Tutto schifiato come a una bestia no come a una persona. Non ce l’ho più i pidocchi ma ci faccio più schifo ancora. E Venera ci dice al barbiere: “Fanculo e grazie,” e se ne va. E il barbiere ci dice: “Prego!” e se ne va pure lui. S’avvicinano i carusazzi e mi ci sfottono: “Talè, talè! Leonardu ’u babbu! Pilo e contro pilo, ci fece! Servizio completo! C’ha i pidocchi: sicuro, come la morte è!” “L’avete tosato bene, don Nicola! Tondo tondo, come a una patata!” “Scimunito è scimunito, certo: è ritardato! Ma così pure brutto forte è!” C’hanno le facce che ridono e mi smorfìano tutto. Come a un cane rognoso mi sfottono. Mi ci sale una raggia di cane e ci salto a mozzicarli: “Uh uh uh! Muzzicu muzzicu muzzzzzicu!” Ma non li mozzico per davvero. Si scantano tutti assai e mi ci rido. Me ne vado e faccio lo scimunito, ma bestia non sono: “Cuccìguru cuccìguru... Accuriàu accuccidàu...” Di notte sempre ci viene uno che si ficca a Venera. È sempre diverso ma è sempre mio papà, perché io figlio di buttana sono. Tutti mi dicono di no, che non li devo chiamare papà, mi ci danno schiaffi e pedate e pure Venera s’incazza. Ma io lo so che uno per forza è mio papà. Io non lo so a chi ce lo posso dire che è per davvero. Così ce lo dico a tutti, per non sbagliare. Sono figlio di buttana, ma ce l’ho pure io un papà, solo che lui non lo sa e manco io. Una sera mi ci sono messo a fare miau miau con un gattazzo fituso che mi faceva simpatia e c’avevo aperto per lui un sacchetto della munnizza per farlo mangiare che era morto di fame e si ci vedevano le ossa di sotto al poco pelo che c’aveva. Poi dopo di mangiare ci siamo messi a parlare e parla parla ci siamo messi a cantare. Miau miau miau, era bellissimo che mi sentivo più gatto dell’amico mio gatto e ci facevamo una cantata spacchiosissima e non mi sentivo solo solo come sempre, era una cosa spettacolosa, miau miau miau, con il cuore che mi rideva, agitato e contento. “Ma com’è la finiamo di fare ’sto bordello?” Ci gettò uno schigghio incazzato quel malacarne che s’affacciò e siccome che io mi ci sono messo a ridere e abbiamo continuato a farci miao miao lo stesso, anzi più forte, quello ci sduvacò una gran pignata di acqua ’ncrasciata sopra alla testa. Ce ne siamo scappati. L’amico mio gatto più veloce di

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me che non c’ho avuto manco il tempo di dirgli ciao. E cussì tutto bagnato me ne sono tornato a casa. Era tardi assai. “Ah! Ah! Ah! Ahhhhhh! Ahi Ahhh! Gesùùùùù Ah!” “Ti piace, ah? Ti piace, vastasa?” Venera ci stava lavorando, c’era papà a casa. Mia matri lavora sempre con un papà. “Ahhhh! Sì, sì! Assai! Ahhhh! Un toro sei! Ahhhh!” “Muuuuu! Muuuuuu! Uh! Uh! Uh! Uhhhhh!” E quando quello esce io sempre ci vado all’incontro e ci faccio festa, assai, tutto contento. “Papà! Papà! Papà! Ciau papà miu! Papà! Papà! Papà!” Però non è che a tutti ci piace che gli voglio bene. “Ma vattinni, scimunito!” E questo mi ci impicchia una gran timpulata sulla faccia, che mi fa piangere. Ci piango ma sono contento, ché quello è pure il papà di Melinda che a me mi piace e veramente non ci vorrei che Melinda fosse mia sorella. Non ti ci puoi fare fidanzato con tua sorella. Mi ci brucia la faccia ma mi sento contento che forse Melinda se ci dico che ci voglio bene si può fare zita con me. Però sicuro sicuro non sono, perché quando ci esce Venera per difendermi e gliene dice quattro, gli dice pure che tanto sicuro pure lui non ci può essere che non sono figlio suo. “Non t’azzardare, buttana!” “Ma vattinni... vattinni...” “Vafanculo...” Mi ci fa male la faccia e non mi piace che quello può essere per davvero mio papà. “Mì mì mimì... mi fece male...” “La colpa tua è! Bestia!” E mi ci dà una gran passata di legnate, furiosa, arraggiata, tante me ne dà, che non sento più niente e manco c’ho più paura, con le mani me le dà, a tutte le parti, assai, che si stanca e si butta addosso a me, e siamo stanchi tutt’e due, lei addosso a me, che piangiamo, lei abbrazzata a me. È buttana Venera, ma io ci voglio bene. Me matri è. Scimunito sono, ma lei bene mi vuole. Sugnu so figghiu. Ci sono pure le notti del Mare Lido, alla passeggiata del lungomare, sopra la spiaggia lunga lunga, che è bellissima ma nell’acqua non ti ci puoi buttare perché è piena di stronzi e di piscio della fognatura del paese che ci scarica là proprio. Non ci va nessuno per farsi il bagno. Di giorno solo qualche carusazzo per giocare o a correre con i motorini. La notte solamente c’è traffico, perché ci sono le buttane piedi piedi. Quelle vastase e miserabili, dice Venera, che non c’hanno la casa e si mettono là, così i clienti se li portano a ficcare nella spiaggia, oppure salgono nelle macchine, dionescansi, che è pericoloso e non sai che cosa ti ci possono fare, che magari ammazzarti possono e buttarti in un fosso, che quando ti ritrovano, non si capisce più nemmeno chi sei stata. Pure a casa, mi possono ammazzare certo, ma più difficile gli viene, perché io non è che faccio entrare a tutti, e magari che m’ammazzano, muoio nel mio letto come una cristiana, e anche solo per pietà, un funerale e un loculo col nome mio di sopra, me lo possono fare. Questo mi dice Venera, certe volte, e si fa segni di croce grandi e ci bacia la fotografia del Sacro Cuore di Gesù che tiene ammucciata dietro la porta dell’armadio. Sta là, perché gliela fece togliere il parrino, che si scandalizzò quando vide che stava appenduta sopra al capezzale del letto peccaminoso. A me però mi fanno simpatia le buttane del Mare Lido, che sono disgraziate, come dice Venera, ma sembrano contente e mi fanno un sacco di feste, no come a lei che è sempre arraggiata e mi alza le mani. Ficcare però non mi fanno, perché sono scimunito e perché Venera una volta le ammenazzò che le ammazzava a tutte se lo facevano. Però babbiano con me e io mi diverto. Una volta c’ho fatto a Furia il cavallo del Uèst. Mi ci sono messo a correre come a un cavallo per tutta la strada e uno con

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la macchina mi ci stava investendo, mi ci voleva dare legnate per lo scanto che si era preso, ma la buttana che era nella macchina con lui, rideva e ci disse di lasciarmi stare. “Iiiiiihhhh, iiiiihhhhh, sbrrr, sbrrr, claptùm, claptùm, iiiiihhhh, iiiiihhhhh!” “Cornuto! Scimunito, che minchia fai, ah? Mi ci stavi facendo ammazzari! Bestia!” “Leonardo è. Lassalo stare. Amunì, metti in moto, forza!” “Fufù fufù fufù... rrrriiiii ah... Sugnu Fufù, Furia, cavà cavaddu, del Uèst!” Quelli se ne sono andati e io mi ci ho sgaloppato fino a Carmela che è una buttana grossa grossa, che mi ci vuole bene assai. “Biii Leonardooo, talè ch’è spassoso, ci fa a Furia il cavallo del Uèst, vieni vieni qua Leonà...” “Fufù fufù fufù... rrrriiiii ah... Sugnu Fufù, Furia, cavà cavaddu, del Uèst! Che vuoi tu, tutù tutù, buttana?” “Buttana a cu? Come ti permetti, scimunito?” “Iiiiiihhhh, iiiiihhhhh, sbrrr, sbrrr, claptùm, claptùm, iiiiihhhh, iiiiihhhhh!” “Bonu cchiù, vieni qua Furia, veni, che ti do una caramella.” “Riiiii... sbruff... sbruff... Tapatà, riihiii... ca ca ca ca mè... caramella!” A me mi piacciono le caramelle di Carmela, e pure lei mi piace. Poi ci è venuto uno che pare più scimunito di me, però fa il professore. “Buona sera, signora.” “Biii professore, buonasera!” “Passavo di qua... volevo salutarla...” “O che bellezza, una visita di cortesia...” “Come va?” “Come a una buttana, professore! Che fa, vuole ficcare?” “Se è libera...” “Sempre libera, per lei. Che ci vuole tanto, in cinque minuti ci spicciamo, no?” “Va bene, sì.” E Carmela dopo un poco di sfottimento se l’è portato alla spiaggia. A me mi ci fece gelosia e quando sono tornati, colla scusa che ero un cavallo, ci ho dato un calcio e l’ho fatto scappare. Carmela si ci è messa a ridere forte che c’abballavano tutte cose e più io ci facevo a Furia e quello scappava, più lei s’ammazzava dalle risate. Poi quello sparì e io c’ho sgaloppato vicino a lei e c’ho detto: “Acchià acchià... acchiana che ti porto...” “Avaja, finiscila, troppo grossa sono...” “Acchià acchià... acchiana che ti porto... Barunissa!” “Tu sei pazzo e io più pazza di te! Amunì, accalati...” Mizzica! Mi salì di sopra com’a un cavallo vero... Botta di sali, ci pesava quanto una Cinquecento, mi ci stava schiacciando tutto! Però mi ci piaceva assai di sentirmela addosso, che era calda calda e morbida morbida come una femmina esagerata. Mi ci sono sforzato che mi scantavo di cacarmi addosso per lo sforzo, e c’ho fatto un poco di sgaloppo con lei di sopra! Poco però che poi siamo caduti per terra, che non ce la facevo più. Non mi ci feci male e nemmanco Carmela si fece male, anzi si mise a ridere più forte ancora e io c’ho fatto a Furia ancora, pure se mi sentivo tutto ammaccato. Mi piaceva che rideva assai, colla bocca tutta aperta e si ci dava manate forti sulle cosce scoperte, seduta per terra, come a una bambola esagerata. Tutte rosa chiaro chiaro c’aveva le cosce. Mi piacevano assai, però c’avevo paura a dircelo. Bella sei, Carmela. Lei però mi scoprì. “Che fa’ mi guardi le cosce?” Io muto. Belle sono le cosce di Carmela. “Ti piacciono?” Muto volevo stare, ma troppo assai mi ci sentivo il sentimento. “Assà assai...”

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“E tocca, va’!” La taliavo babbo babbo, che non ci potevo credere. Scimunito sono, Leonardo sono, da me nessuna femmina si fa toccare, ci pensavo. Carmela, bella come a una Santa mi ci prese la mano e me la posò sulla coscia sua e me la muove lenta lenta, fino a sopra, lenta lenta la mano mia, fino a sotto la gonna. Miii!... che cosa ci stavo attocandooo? Mi sono sentito tutto impiccicoso nella mano e di sotto pure. La mano subito me la sono tolta: era tutta bagnata e ci faceva un odore... “Mi mi mi mi... miiiii... chi cosa ù ù ù... umida... fetu fetu fetu fa! Mi pià pià piaci...” “Pacchio di mare è, Leonardo!” Risatone ci siamo fatti quella volta con Carmela, risatone forti. Bella è Carmela, bellissima è, come una buttana esagerata. Quella che mi piace a me però, è un’altra, era un’altra, Melinda, l’amica mia che mi faceva girare di dietro alla bicicletta sua e non mi faceva scherzi di sfottimento. Melinda, anche se lei non lo sapeva, io la seguivo a tutte le parti dove c’andava e qualche volta mi ci facevo vedere come se era una cosa che ci capitava senza uno la voleva fare capitare, che la incontravo casuale va’. Di mattina lei sempre c’andava a scuola quando c’era scuola e io c’andavo pure, ma no per studiare che sono lo scimunito del paese e manco più l’anni c’ho per fare la scuola, perché sono arritardato nella testa mia e non ci capisco niente delle cose che si studiano nei banchi, no, io c’andavo solo perché c’andava Melinda, però non c’entravo, me ne stavo fuori del portone, un poco lontano, che nessuno mi poteva vedere, nemmeno Melinda e dopo che ci suonava la campanella aspettavo che salivano nelle classi e me ne andavo. Quando uscivano, io già ero là. Già prima mi mettevo colla testa per aria a guardare la finestra dove ci stava la classe di Melinda e pure se non la vedevo me la immaginavo tutta attenta e intelligente, colla sua testa di capelli neri lunghi che c’imparava un sacco di cose, me la immaginavo bella e intelligente, perché Melinda è così. Quando ci suonava la fine delle lezioni mi c’andavo a nascondere a qualche parte, vicino a dove lei ci doveva passare per tornarci a casa e ci facevo la sorpresa che ci stavo là incidentale. Lei un poco di sospetto ce l’aveva ma io c’inventavo qualche babbiata di gioco che ce la faceva ridere e me ne andavo contento. Alle volte ci facevo la motoretta e a lei ci piaceva assai. “Ciau!” “Ciao Leonardo. Com’è che sei qua?” “Ciau!” “Non è che mi stavi seguendo?” “’Nzùuu! Nonsi nonsi no! Ciau! Ci passà vo di qua, io, così, così, cammi mino, cammino, io, a piedi. Dov’è la bicicletta?” “A casa è la bicicletta... Ciao va’, che devo andare a casa.” “Bruuum spatà spatà! Puti puti puti puti spata tatatà tatatà! Brummiti bruuum! Ciau Milì Milì ìììì! Bruuum bruum! Bruuum spatà spatà! Puti puti puti puti spata tatatà tatatà! Brummiti bruuum!” “Ciao Leonardo, stai attento! Non correre...” “Puti puti puti puti spata tatatà tatatà! Brummiti bruuum!” Poi c’era il giorno del Rischiatutto di Maikbongionno, nella televisione, con quelli che ci sapevano un sacco di cose che manco si potevano immaginare, e tutti se ne stavano a casa impiccicati davanti alla tivvù a guardarsela. Io pure. E quello là era sempre il momento che c’andava a farci visita a Venere papà mio, quello della chiesa, Padre Artale. Ci faceva meno scruscio dell’altri, muto muto ficcava e poi mi ci faceva una carezza mentre che usciva e se ne andava. “Bu bu bu, bustà! U-u-u-no due tre? Tre tre tre! Mu-mu-mu-sica, Oh Oh Opira! Virdi Virdi Virdi! Bra bra bra bravo! Esà-esà-esà-tto! Campi Cà? Campi Caà? Campione Leò Leò Leonardo!” “Zittiti babbo, non fare schifìo!”

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“Bravo, bravo Leonardo...” “Ciau pà-pà-pà... ciau papà!” “Ma quale papà!” “Pa pa Padre...” “Padre...” “Pa pa Padre Papà! Padre Papà! Padre Papà! Padre Papà!...” “Vastaso! Lurdo!” “Lascialo stare! Ritardato, bestia che sei, FINISCILA!” “Pa pa Padre Papà! Padre Papà! Padre Papà! Padre Papà!...” Se ne scappava sempre Padre Artale, mentre io ci gridavo. Non mi diceva niente e manco le mani mi alzava. Ci spariva e in un attimo non c’era più che pareva impossibile, come se non c’era stato mai là, per ficcare con Venera. Ci corro per le strade come a un pazzo scimunito che sono, che mi piace correre così come a una cosa libera che non ci pensa a niente e va va va, cercando non sa che cosa, ma mi ci sento come vicino all’aria, alla felicità. Qualche volta c’è un camionista scherzoso, che gli faccio simpatia e mi fa fare un giro, all’impiedi attaccato alla porta, mi ci piace assai, che sto alto alto, col vento che mi frisca nell’orecchie e la voce che mi grida per la contentezza. E poi mi butto. Mi ci faccio male e rido e corro ancora. La musica, c’è la musica che suona! Io la sento, zumpi zumpi zumpi pà! Pare che viene di chissà dove. Di sotto terra pare che ci viene. Però io lo so di dove viene veramente e ci vado incontro. Corro corro come a uno che balla e ci entro nel portone e ci scendo le scale e ci apro la porta. PAPAZUM PAZUM PAZUM PAPAPÀ! ZAZZÀ! È una cosa bellissima la banda che ci suona, una cosa potente e grossa che mi prende lo stomaco e me lo porta nella testa e mi ci gonfia il respiro che mi sento di piangere e di ridere e non so che fare, ma mi piace. “Muuu Muuu Muuu Muuusiiiicaaaaa! Aaaaaaahhhhh ahhhhhh ahhhhhhh! BUM BUM BUM BUM BUM! BAM BAM BAM BAM BAM! NZÙ NZÙ NZÙ NZÙ NZÙ! Uuuuuuuuuuuuuuuuuuu...” E tutti ci ridono perché ci sto gettando voci come se pure io ci sono nella banda e ci smettono di suonare. C’è pure Melinda, che ci suona una cosa che fa suoni meravigliosi come cose che scoppiano, come le bombe che mi sparano nel petto quando ce la vedo, la più brava di tutti è Melinda, mi piace assai. E ci batto le mani, assai, che se lo merita. “Bra bra bra bra brava braaavaaa bravaaaaa! Milindaaaa! Milindaaa! Milinddd aaaaaaahhhhh!” Però tutti ci ridono e sfottono. “Bravissima è certo, come no! Inchiacca piatti!” “Leonardo, ma che sei innamorato? Ah?” “Innammorato è! Mizzica, Leonardo, innammorato è!” “E ci vorrebbe dare un bacio!” “Bacio - bacio - bacio - bacio!” Non mi piace, non mi piace e mi ci copro la testa con le mani e ci vedo a Melinda che s’arrabbia e se ne va. Ce l’hanno fatta vergognare e per colpa mia. Non ci voglio vedere più niente. Non ci voglio sentire più niente. E ci resto là, così, nascosto in mezzo a tutti. Poi quando non c’è più nessuno, che se ne sono andati alle case ridendo e babbiando, io mi ci alzo e le braccia mie si muovono e ci scrivo una sinfonia all’amore mio, una sinfonia potente che mi suona nella testa e mi esce dal di dentro come una cosa bellissima e insopportabile. Don don don don don! Campane... suonano le campane... Don don don don don! Miii che confusione! Tutte le rondini ci scappano del nido e volano e gettano grida, ma pare che sono contente e anche io sono contento e mi sento rondine magari io che è Pasqua e tutta la piazza è piena di persone che fanno voci e c’è la processione e la banda e tutti aspettano che c’arrivano la

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Madonna e Gesù, che spuntano ognuno di un capo della strada e appena si vedono si corrono all’incontro e s’abbrazzano! Una cosa grande che è quest’abbrazzata del figlio con sua madre, che ci pensavano non si vedevano più e invece per miracolo Gesù ci torna e la prima cosa che fa ci va a abbrazzare sua madre. Una cosa bella è che mi ci fa squagliare l’armuzza babba che c’ho, perché sono scimunito io, ma bestia no. E tutti si spingono e i picciriddi corrono e chiamano la mamma e c’è Saruzzo ’u pallunaru che ci vende quelle cose bellissime che se le lasci se ne volano fino alle nuvole alte, nel cielo azzurro azzurro. “’A palla! ’A palla! ’A palla c’abbola! Abbola, abbola, abbola ’a palla! Accattativilla... Di tutti ’i culura... Accattatici ’u palluncinu ’e picciriddi, ca s’addivertunu! Palluncina! Palluncinaaaa!...” “Papà, papàaa! Me lo compri un palloncino?” “No.” “Avaja, papà, compramicelo...” “Che ci devi fare, ah?” “Lo faccio volare!” “Bestia! Che ora buttiamo soldi così...” “Voglio un palloncino, un palloncino... papà... papààààà...!” “Finiscila, cretino!” “Ahi! Aaaahhh! Aaaaahhh!... Mamà.... Mammmmaaaah...!” Povero picciriddo che suo padre non ci vuole comprare il palloncino e se ne corre a cercare sua mamma e io pure ci corro appresso a lui e ce la chiamo. “Mamà, mamà... Mammaaaaa!” “Mà... mà... Maaaaammmaaaà!” “Mamà, mamà... Mammaaaaa!” “Mà... mà... Maaaaammmaaaà! Maramà mammà! Maramà mammà!” “I palloni, i palloni! Voglio un palloncinooooo!” “Pà pà pà palloncinoooooo!” “Palloncini! Comprateci i palluncina ai picciriddi vostri!” “Palloncinooo...” “Pà parà pallù paaa looo nciii noooo!” “Leonardo, babbo che sei, che ci fai qua?” “Leò Leò, fefè festa tà! Festà! Pà pà pà palluncino, papà! Papà! Papà! Palloncino, papà!” “Muto statti! Quali papà? Figgh’i buttana, zìttiti!” “Pà pà pà palloncino, papà! Papà! Papà! Dammi nu palloncino, papà! Paaa pàààà!” “Muto muto, nun dire minchiate, chi ti conosce, scimunito!” “Papà! ’U palloncino, papà! Paaa pàààà!” Babbo che sono che ora tutti ci guardano e ci ridono e ci babbiano. “Ohu, Saruzzo ’u pallunaru, è il papà di Leonardo ’u babbu!” “Che per questo allora che risultò scimunito!” “C’ha la testa nell’aria come a un palloncino!” Risatone si fanno i vastasi. E Saruzzo s’incazza assai, contro di me. “Te qua e levati d’e baddi! Pussa sciò!” Miii, per farmici scasare mi regalò una corda intrizzata con tanti palloncini di sopra! “Sciò sciò! Pa pà! Grazie papà!” “Ma vafanculo...” Me ne scappo e il picciriddo mi viene di dietro. “Dammelo, dammelooo! È mio, è miooo!” “Ve vè vè! Vieni con me!” “Dammelo, dammelooo!” Me lo piglio sopra le spalle a cavalluccio e corro per volare come alle rondini e corro corro e rido e

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volo. “Voliamo, picciriddo, voliamo! Vooo liiiaaa mooo!” “Lascia stare a mio figlio, scimunito! Vattene, cosa fitusa! Vastaso e lurdo, che ci volevi fare ah? Che ci volevi fare, vastaso?” Colpi colpi colpi, perché io sono bestia, e mi merito colpi sempre, scimunito e bestia, pericoloso. Io scimunito sono, bestia no. La gente però ci faccio paura e mi danno legnate. Io niente ci volevo fare al picciriddo, solo giocare volevo, solo volare volevo. Miii, che silenzio. Una voce forte. E ci spuntano Gesù e la Madonna e si vedono e aprono le braccia e la banda c’attacca la musica e madre e figlio ci corrono all’incontro, corrono corrono e la tunica di Gesù si muove tutta come uno che corre e il velo della Madonna vola tutto come a una paloma. S’abbrazzano! S’abbrazzano! Quant’è bello, che mi viene di piangere, pure un poco per le legnate che m’hanno dato, più però per quella cosa bella che è l’abbrazzata. E spaciaff! Spaciaff! Spaciaff! Tre colpi di piatti ci suonano. Bellissimi per dire quanto è forte questo momento. Bellissimi come a Melinda che li suona. E tutti c’applaudono e si buttano in ginocchio e si fanno il segno della croce. E io mi sento come non mi sento mai. Mi ci piace Melinda. Assai assai. E pure Graziella, la bicicletta sua è bedduzza. Assai assai. Ch’è curiosa Melinda, assai assai. “E tu, quanti anni c’hai, Leonardo?” Miii e che ne so io, boh, meglio ci suono il campanello di Graziella. “Dring dring dring!... quanti anni c’hai, Leonardo?... Dring dring dring!” “Io ce n’ho quattordici. E tu?” “E tu?... Tu tu tu tu! Tu tu tu tu!... Nooo... questo il telefono è... tu tu tu tu! Nooo... Dring dring dring! Campa... campa... ne... campanedda! Ciclé-dring-ttà!... Minchia ch’è bellina ’sta bicicletta! Miiiiiiiiiii... ass... ass... aasai... assai assai... Mi! Uh! Piaci! Uh! Mi... Mi-lì-nda!” “Leonardo? Oh! Ma è vero che tu sei scimunito perché ti sbagliarono il vaccino?” “Bellina... ciclé... ciclé... Boh.” “Così mi disse mio papà: ‘Leonardo povera creatura, ci venne la meningite dopo che ci fecero il vaccino, un caso su mille...’ Ma tu ce l’hai ancora la meningite, ah Leonardo?” “Bellina... ciclé... ciclé... Boh.” “Ma proprio Leonardo ti dovevano chiamare... Ah?... Io l’ho studiato Leonardo, a scuola. Era intelligentissimo, un genio proprio. Che proprio come a lui ti ci dovevano chiamare? A me mi pare cattiveria questa cosa, Leonardo...” “Bellina... ciclé... ciclé... Boh. Mio nò nò nò nò-nno! Mio nonno si chiamava Leonardo... Io come a lui mi chiamo.” “Ah! Ora sì.” Bella Graziella, ci faccio una carezza nel manubrio e a lei ci piace. A Melinda ci tocco la mano e si scanta, però mi vuole bene. “Sei simpatico.” “Uh.” “Me la dici la poesia?” “Poè? no no... ’nzù!” “La poesia, quella che sai, che me la dici sempre, che mi piace... Dai Leonardo, pi favureddu...” Ch’è bella Graziella. “Dring dring dri! Mi piacesse ca ca ca camminarci so sopra ’sta ciclé... cicletta.” “Se mi dici la poesia, te lo insegno!” “Dring dring di! Miiiiiiii... Per davvero me lo impari?” “Se mi dici la poesia, sì!” “Dring dring dri! Miiiiiiii... non mi ricordo.”

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“Se te la ricordi, t’insegno la bicicletta!” “Pri... prima tu.” “Ciao va’...” “Miiiiiiiiii... Ccccccccchhhh... qua! qua è!... Miiiiiiiiii... A-A-A!... A ciavi ’nto ciovu ’U ciauru ’nto ciuri Cianci Maria pi lu Signuri Ciovunu lacrimi ciovi duluri ca ci murìu Cristu Signuri Cu ciova ’nte vrazza cu ciova ’nte peri ’u vurricarunu javi d’ajeri Cianci Maria cu Maddalena ch’a tutt’i dui ci fa ’na gran pena Ma poi ci veni l’Ancilu a diri “Nun vi scantati, ca ’un pò murìri a matinata va a risurgìri” E lu tabutu di vitru e d’oru si svacantò di lu corpu raru Unn’è Gesù Unn’è Gesù Nuddu lu sapi e ’un lu truvaru cciù Unn’è Gesù Unn’è Gesù Nuddu lu sapi e ’un lu truvaru cciù Pùffìti pàffìti ’na caccarazza sta sturicedda mi cuntau ’nta ciazza ’na caccarazza ’na caccarazza ’nta ciazza ’nta ciazza...1 Ciclé! Ciclettà! Impa-Imparami! Ciclé ciclé ciclé! Cilcléeeeeeeeeeeeeee...” Risate che ci siamo fatti mentre lei mi c’insegna la bicicletta! Stupido sono, ma bestia no, me l’ho imparata la bicicletta, oh. E mi ci ho fatto il giro del paese sano, io e Graziella, una cosa spacchiosona. “Pi pi pi pi! driii driii driii! prum prum prum! Miiiiiiiiii piaaaaaaa-ciiiiiiiiiiii! Me ne vadooo... Me ne vadooo... Me ne vadooo... co-co-co... correndo correndo... lo-lo-lo... lontano lontano... Miiiiiiiiii piaaaaaaa ceeeeeeeee... Pi pi pi pi! driii driii driii! prum prum prum!” E tutti a guardare a ridere a battere le mani. Miii che cosa grande! Mi sentivo tutto una musica di libertà nel di dentro di me, come uno che s’innamora e non sa di chi. Sempre gente c’è a casa di Venera, pure di pomeriggio. Voci e schifìo. Io scimunito sono, ma bestia no. Questi che sono più intelligenti, però solo a ficcare ci pensano. È inutile che Raffaella ci canta forte della radio, lo stesso si sentono. “Ahi, ahi, ahi, piano fai, piano, mi stai spaccando tutta!” 1

La chiave nel chiodo / l’odore nel fiore / Piange Maria per il Signore / Piovono lacrime piove dolore / ché ci morì Cristo Signore / Coi chiodi nelle braccia / coi chiodi nei piedi / lo seppellirono già da ieri / Piange Maria con Maddalena / ch’a tutt’e due ci fa una gran pena / Ma poi ci viene l’Angelo a dire / “Non spaventatevi, non può morire / entro domani va a risorgere” / E quella bara di vetro e d’oro / si svuotò di quel corpo raro / Dov’è Gesù Dov’è Gesù / Nessun lo sa e non lo trovano più / Pùffiti pàffiti una cornacchia / questa storiella mi contò in piazza / una cornacchia una cornacchia / in piazza in piazza...

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“Zittiti e prenditi ’sta gran minchia, buttanazza...” Gettano voci come a porci scannati. “Qua ci sono i soldi.” “Pochi sono. Le mutande mi devi pagare che me le strazzasti tutte.” “Ma quale! Che ci devi fare tu con le mutande? A che minchia ti servono? Statti così, che ti rinfreschi lo sticchio!” “Vafanculo, lurdo! Vattene! Vattene ti dissi!” Minchia, nientedimeno che è il Sindaco, personalmente ci venne per ficcare con Venera. Botta di sali, che forse pure lui è mio papà! “Patasciùm patasciùm... Ihh...Ihh... Ciau, papà!” Oh, m’impicchiò una timpulata nella faccia. “Ma quale papà, bestia!” “Bestia bestia bestia, sindaco sindaco sindaco. Papaàààààà...” E io ci corro di dietro, così mi dà cento lire per togliermi dai coglioni. Scimunito sono, ma no bestia. Certe volte però, solo legnate ci piglio. E mi ci siedo in un cantone, zitto zitto, non ci voglio parlare con nessuno. Nemmeno con Melinda. “Che c’hai Leonardo?” “Ne... nenti...” “Tu non me la conti giusta. Che fa, ti diedero legnate?” “No no...” “Qualche cosa ti hanno fatto, che sei così...” C’ha la bicicletta, Graziella bella. “Cu cu cu cussì... Mi ci po-po-porti a fare il gi-giro con la bici-cicletta?” “Andiamo forza, sali!” “Foz foz foz! Fozza fozza fozza! Ih ih ih!” Mi ci passa la malinconia sopra a Graziella, con Melinda, è bellissimo è. “Miiiiii... Miiii... Mi piaciiiiiiiiii...” “Voliamo, ohhh, ohhh...” “Be-be-be... Bellissimo è! È! È! È!” Fino a quando abbucchiamo per terra. Graziella, io e Melinda. Sopra di me. Mi sono fatto male, però non mi fa male Melinda. Io ci do la mano perché così ci alziamo, però lei si scanta e ci getta voci e pure io mi scanto e ci getto voci. E così spinti dallo scanto e dalle voci nostre, ci alziamo. Oh, non ci va a passare proprio allora allora, padre Artale, il parrino papà! Io non ci parlo, Melinda sola ci risponde. “Che cosa fate voi due?” “Niente, niente...” “Che fa ti fece male?” “Sì mi feci male.” “Oggesù, Leonardo ti fece cosa?” “No, no, Leonardo niente mi fece... pure lui si fece male anzi... siamo caduti dalla bicicletta.” “Ah, dalla bicicletta... siamo sicuri?” “Là è per terra, la vede?” “Uh. Sì.” “Stavamo correndo e siamo caduti, non lo so come.” Io non lo so perché ci devono pensare sempre male di me. Scimunito sono, ma bestia no. E pure se non mi so spiegare, ce lo dico. “Badàn Pà! Ca ca caduti! Bùmmiti!”

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“Figlio del Signore! Ma che combini?” “Badàn Pà! Ca ca caduti! Bùmmiti!” “Lui niente ha fatto. Io la portavo la bicicletta. Lui di dietro stava.” “Vevè vevè... vero è! Badàn Pà! Abbù bù bbuccammo!” “Abbuccammo, sì. Ma niente ci siamo fatti.” E ci mettiamo a ridere, come due picciriddi. “Sì, rideteci pure! Alzatevi e tornatevene alle case! E tu stacci attenta!” Se ne va e io sono contento assai che mi ci scappa: “Ciau Pà-pà!” Quello mi dà una guardata di arrabbiato forte, che mi scanto che torna per darmi colpi, però invece, piglia e se ne va. Pure a Melinda non gli piace il prete. “Pare una caccarazza!” Vero è! E ci mettiamo a ridere di nuovo, come due picciriddi. Poi però c’andiamo a vedere come sta Graziella. Melinda ci resta male. “Scoppiò pure la ruota. Ora, a mio papà, chi lo sente?” “’Ncazzò... ’ncazzoso è... pa pa pà...” “Sempre meglio di mia madre...” “Memè... me glio...” “Non vogliono che ci esco con te.” “Nooo nonò...” “Dice che sei pericoloso... perché non ti conoscono!” “Nooo nonò...” “Tu troppo buono sei...” “Nooo nonò...” “Per me sei come un fratello!” E mi ci stampa un bacio sulla faccia, oh! ’Mbriaco mi sento. “Frafrà... fraaateeellooo... oh...” Mi ci ricordo che suo papà ci va a casa di Venera e perciò pure io sono figlio suo, e forse vero è che Melinda è mia sorella. Me ne sto là muto a guardare Graziella per terra e mi sento scoppio come alla ruota sua. Melinda se ne va. Perché c’ha visto che arriva uno, un ragazzo della scuola. Ci sorride e gli va all’incontro. Mi lascia solo per terra con Graziella e se ne va da questo qui. Ci fa troppo sorriso. Non mi piace. Per non farsi vedere, s’infilano in un portone e si baciano, con la saliva. Se ne fregano che io ce li posso vedere. Io stupido sono, non conto. “Nooo nonò... Frafrà... fraaateeellooo... oh... bù-bù-bù... buttana!” Mi piglio a Graziella, che non ci colpa, e me ne vado. Non ci voglio pensare più a Melinda. Ci piango e Graziella, tutta scoppia, ci fa un rumore che ci pare che piange pure lei. Ci do una guardata e mi fa pena, piglio e ce la porto al biciclettaio che così l’aggiusta. “Ah, Leonardo, tu qua sei?” “Ciau!” “E allora? Che vuoi?” “Scu scucù scuppiai ’a ciclè... ciclettà!” “Ah, ora c’hai la bicicletta! E lasciala qua che te l’aggiusto.” “Nonò... nooooo... Subbito!” “Minchia! Premura c’hai?” “Sssssiiiii sì!”

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“E avanti va’, fammela vedere.” Nunzio, il biciclettaio, me l’aggiusta a Graziella, che mi vuole bene. Pure lui ci viene a ficcare con Venera. Bravo è a fare le ruote nuove. “Grà grà grazie!” “Quali grazie e prego, a tua madre poi ci presento il conto! Stasera stessa!” “Ciaùciau... pa... pa... pà... papà!” “Ciao, figgh’i buttana, ciao!” E si fa una risatazza longa, si ci vedono tutti i denti neri. La sera, nel cortile, sono solo, con Graziella mia, che mi capisce e mi vuole bene, e pure io ci voglio bene. “Ciau! ciau! ciau! Come ti chiami, ciclé? ‘Graziè. Graziella...’ Miiiiiiiiii piaaaaaaa ceeeeeeeee! Miiiiiiiiii che bello nome: Graziella Ciclé! Pi pi pi pi driii driii driii prum prum prum! Ciau! Ciau! Ciau! Io mi, io mi chià, mi chiamo Leò, Leonardo, o o o o, lo scì scì scì scimunito del pà, del paese! Leonardu lo scimunito di Avola! Miiiiiiiiii piaaaaaaaceeeeeeeeee! Pi pi pi pi driii driii driii prum prum prum! Leonà e Grazié! Leonà e Grazié! Leonà e Grazié! Pi pi pi pi driii driii driii prum prum prum! Partiamo? Partiamo? Ce n’andiamo di fuori? Lontano lontano?” E ci faccio le carezze e ci faccio girare le ruote e mi ci sento il cuore grosso grosso. “Leonà e Grazié! Leonà e Grazié! Leonà e Grazié! Pi pi pi pi driii driii driii Iiiiiiiiiiiiiiiii!” Troppe voci c’ho fatto che esce Venera, incazzata assai. “GNUSSÌ! BASTA PIÙ! Minchia che malasorte, con ’sto scimunito. Ce la finisci, ah? Basta, finiscila, che ti stai portando la testa sana! Un chiodo sei, un chiodo azziccato nel cervello mio! Vattene!” Graziella si scanta però io ci faccio coraggio che lo so che Venera getta solo voci e a lei niente ci fa. “Nun ci dà, nun ci dare conto, muta, nun ci dare conto, non ci devi avere paura, getta voci, ma non morde, non ci devi avere paura, Grazié, bellina mia...” “E ’sta bicicletta di chi è? Ah? E com’è che ce l’hai tu? Ah? Che fa’, la rubbasti?” “No no... me la pre prestà prestaro... no...” “E chi? Ah? Chi?” In mezzo a tutto ’sto schifìo, per completare l’opera, c’arriva quella schifosa di Melinda. Fa tutta la smorfiosa, ci salta la trinca come che non ci colpa, ma io lo so che è buttana e non ce la voglio più vedere. “Trinca di unu, trinca di dui, trinca di trì! Sàta baliòta e bbòta! Trinca. Trincazza. Satàmu ’nta chiazza!” E Venera si c’incazza di più. “Ahhh... A posto! Qua siamo: Cicco, Cola e manico di cazzarola!” E Graziella è scantata. “Non c’avere paura, Grazié...” “Tornami la bicicletta!” Mizzica, vuole tornata la bicicletta, ma ora è mia Graziella e io non ce la do, è mia. Ci vogliamo bene. “Avanti scimunito! Ma che fece, te la rubbò?” “... ’nzù...” “No no, gliel’ho prestata.” “Scunchiuruta! Non lo sai che è ritardato?” “Ora me la deve tornare, perché devo andare a casa.” “... ’nzù...” “Avanti forza, tornaci a bicicletta!” “... ’nzù!” “Su dai Leonardo... Poi domani te la presto.”

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“Minciuni, quanto sei bestia picciridda! Questo Leonardo è, lo scimunito del paese! Ci devi stare attenta! Lo capisci?” “A me me mi piace Grazié, ci vo, ci voglio bene.” “Buttana di tua madre! Buttana e disgraziata! Lasciala... lasciacela! Bestia! Croce della mia vita! Basta basta basta!” E mi cafudda di colpi in tutto il corpo, forte forte, che mi fa male assai. E Graziella mi ci cade. Non ce la faccio più, mi sta ammazzando di legnate. Che ci casco a terra e mi metto a piangere e ci vedo a Graziella ch’è caduta pure lei e ci gira la ruota come a una che ci gira la testa. Mi ci sale una rabbia grande, contro di Venera, contro Melinda, contro tutto il mondo. “Tu. Tu sì. Tu sei buttana. Tu. Tu mia madre sei. Tu! Pù pù pù!” Ci sputo e me ne scappo. Poi mi giro e ci vedo a Venera che con una mano ci manda a fanculo a Melinda. Melinda si piglia la bicicletta e se ne va. Stanotte me la vado a prendere e ce ne scappiamo. Ci facciamo la fuitina e poi ci maritiamo. Io scimunito sono, a me Graziella sola mi ci vuole bene. C’è la luna che c’illumina, così la vedo. Mi c’avvicino zitto zitto, per non svegliare a nessuno. All’intrasatta ci canta un grillo fituso e mi ci piglio uno scanto. Mi butto per terra e ci striscio vicino. Graziellina lo sapeva che ci venivo, mi ci stava aspettando. “Ciau Graziè. Shhh... Ciao amore mio. Ni nni fujemu? Scappiamo, sì? I ì ì ì, ju e tu. Ni nni fujemu? Scappiamo, sì? I ì ì ì, ju e tu. Ci facciamo una fuitina d’innammorati, ah? Ni nni fujemu luntanu luntanu. Ché nessuno qua mi vuole bene. Solo tu. Ce ne scappiamo lontano lontano e poi... ci maritiamo.” Graziella mi dice di sì. Di sì mi disse, oh! “Shhh... Amunì. Shhh...” Ce ne andiamo, io e Graziella, lontano lontano. Il paese addormentato ci guarda e il silenzio delle strade ci saluta. Corriamo sempre più forte, più veloce, sempre più felici. La strada che scende a Mare Vecchio c’ha il colore dell’argento e a noi ci pare come un tappeto bellissimo che passa sopra la strada, infino al mare e porta sopra sopra fino alla luna. E mi viene di gettare voci di contentezza, col cuore grosso grosso, il respiro veloce veloce e Graziella con me, che corre con me, che vola con me. Voliamo in alto, sopra il mare. L’acqua è calda e c’abbraccia. Ci tengo la mano stretta stretta nel manubrio di Graziella. Nessuno ci separerà più. Ce ne siamo andati per sempre. Certo è strano non abitare più sulla terra, non più seguir costumi appena appresi, alle rose e alle altre cose che hanno in sé una promessa non dar significanza di futuro umano; quel che eravamo in mani tanto, tanto ansiose non esserlo più, e infine il proprio nome abbandonarlo, come un balocco rotto. Strano non desiderare quel che desideravi. Strano quel che era collegato da rapporto vederlo fluttuare, sciolto nello spazio. Ed è faticoso esser morti; quanto da riprendere per rintracciare a poco a poco un po’ d’eternità. - Ma i vivi errano, tutti, ché troppo netto distinguono.

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La mia mano si stacca e mi sento accarezzato dall’acqua, dalle alghe, dai pesci. Graziella sorride. Ora dormiamo, ci dico. E mi ci sento di volare ancora e saliamo sopra sopra, di sopra all’acqua, che si apre come una porta grande, verso il sole e una luce che ci brucia gli occhi e ci cancella, come un ultimo sorriso, per sempre. Si dice che gli Angeli, spesso, non sanno se vanno tra i vivi o tra i morti. L’eterna corrente sempre trascina con sé per i due regni ogni età, e in entrambi la voce più forte è la sua. (Versi tratti da Elegie Duinesi di R. M. Rilke, I/69-85)

Francesco Randazzo (1963), siciliano della diaspora, in salutare esilio romano e sovente col cervello in fuga all’estero, è regista e scrittore, soprattutto di teatro. Ha pubblicato, con vari editori, testi teatrali, poesie, racconti e un romanzo; ha ottenuto numerosi riconoscimenti in premi di drammaturgia e festival nazionali e internazionali, fra i quali il Premio Fondi La Pastora, il Premio Candoni, il Premio Fersen, il Premio Schegge d’autore, il Premio Ugo Betti. La sceneggiatura de La bicicletta di Leonardo ha vinto il Premio Sonar Script Open 2005. Sito web: http://digilander.libero.it/francescorandazzo

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Carmela, bella come a una Santa mi ci prese la mano e me la posò sulla coscia sua e me la muove lenta lenta, fino a sopra, lenta lenta la mano mia, fino a sotto la gonna. Miii!... che cosa ci stavo attocandooo?

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UOMINI DI TRE LETTERE di Debora Alessi e Filippo D’Antoni PROGETTO PER LUNGOMETRAGGIO GENERE: DRAMMA STORICO-POLITICO

La vita di Rilke Marcucci, esimio professore in pensione, è stata costellata di meriti e soddisfazioni: una carriera universitaria, il matrimonio, un figlio e un nipote. Un’esistenza ricca, insomma. Eppure, dietro la coltre di tanta borghese normalità si nasconde un segreto insidioso che per anni, molto più della condanna scontata al confino, lo ha segregato dentro una prigione esistenziale di massima sicurezza... Attraverso il ricordo di una pagina di storia insieme emblematica e misconosciuta Uomini di tre lettere è il racconto di un lento disvelamento, di un coming out tardivo ma a lieto fine. Nella consapevolezza difficile e dolorosa che solo la verità può rendere definitivamente liberi.

Uomini di tre lettere, che ha ottenuto il Premio storie per il cinema al Solinas 2004, nasce dal nostro incontro artistico e da una domanda venuta fuori quasi per caso: “Cosa succede a Gabriele/Mastroianni di Una giornata particolare una volta raggiunto il luogo di confino?” Da qui la decisione di scrivere una storia che prendesse spunto da una vicenda personale inventata ma che aderisse quanto più possibile alla realtà storica del confino di polizia, riservato agli omosessuali in epoca fascista. Le ricerche svolte in fase di scrittura del soggetto ci hanno portato scoperte in parte sorprendenti e sicuramente appassionanti. Abbandonata l’idea di continuare la vicenda del film di Scola, in Uomini di tre lettere rimane l’avventura umana di un ventenne al confino, nell’inaccettabile condizione di pederasta, e la straziante ammissione di una vita vissuta nella menzogna. La vicenda storica è ambientata a Ventotene nel periodo in cui i padri fondatori - anch’essi confinati lì per motivi politici - stavano redigendo il “Manifesto di Ventotene”, la prima bozza di quello che sarà, molti anni dopo, il Trattato Europeo. La storia personale del nostro protagonista è dunque emblematica del dibattito nell’Unione Europea sulle politiche miranti all’eliminazione di qualsiasi forma di discriminazione tra i cittadini. Debora Alessi e Filippo D’Antoni

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La mia vita mi piace. Mi piace come me la sono costruita. Come l’ho vissuta. Quello che ho creato in tutti questi anni. Ne ho ottanta, ormai, sono in pensione, anche se spesso vengo richiamato all’università dai miei studenti divenuti docenti, per lezioni straordinarie di filologia classica. La mia materia. In quasi 50 anni di onorata carriera ho anche scritto alcuni libri sull’argomento, che hanno avuto una certa rilevanza, e inoltre qualche divertissement di poesia. Niente di speciale, per carità: libercoli, quisquilie, roba da poco. Ho faticato per ritagliarmi un ruolo nella società. Sono venuto su dal nulla, anche se la mia famiglia - della piccolissima borghesia di provincia - riponeva in me grandi speranze... basti pensare al nome che mi hanno dato: Rilke. Sì, come il poeta. Mi chiamo Rilke Marcucci. Sono nato a Siena da madre maestra e padre postino, ma ho studiato, insegnato e vissuto a Firenze fino alla pensione, quando mi sono trasferito a Vinci, un posto tranquillo, il paesino natale di Leonardo... Come dicevo, ho sgobbato non poco per portare a termine gli studi. Sposarmi. Crearmi una nicchia all’interno della facoltà, grazie alla stima di amici e professori. Ho avuto tardi un figlio da mia moglie Elena, a causa del suo corpo reso più delicato dalla polio avuta da piccola. Elena zoppica un po’, ma è una cara donna cui sono rimasto sempre affezionato. Ho un nipote, Fabio, che ha 18 anni ed è diventato la mia speranza. In lui rivedo me da giovane. Pieno di energia, voglia di fare, voglia di sfondare. Dopo il divorzio di mio figlio, che ora vive a Londra, Fabio ha espresso il desiderio di venire ad abitare da noi, nella nostra villetta immersa nel verde. Nella mia casa aleggia una “classica” atmosfera di “affetti familiari”: molti libri, vecchie fotografie, gli oggetti appartenuti a mio figlio che mia moglie ha voluto conservare. Stiamo bene. Con mio nipote rivivo in modo speculare il rapporto di assoluta “affinità elettiva” che avevo con mio nonno. Fu mio nonno Ruggero a indirizzarmi agli studi. A seguirmi per anni come oggi io seguo Fabio e mi beo della sua profonda intelligenza e della sua smania di sapere. Nella mia vita ho fatto solo due errori. Due sono pochi, direte voi... lo so, eppure sono bastati a incrinare tutto. Tutto quello che ho costruito con tanta fatica.

Il secondo errore l’ho commesso qualche giorno fa, i primi di settembre. La giornata era appena iniziata e avevo deciso di annaffiare il roseto prima che arrivasse la calura. Elena era uscita per la spesa. Fabio era seduto su una sdraio a leggere. Io, le maniche arrotolate fino al gomito, lo guardavo di tanto in tanto. Qualche volta, come al solito, lui alzava lo sguardo e ci ricambiavamo un sorriso, oppure mi chiedeva un chiarimento sul passo che stava studiando. Quando suonò il campanello corse ad aprire e poco dopo tornò con una lettera indirizzata a Rilke Marcucci. Il mio errore fu che non avevo con me gli occhiali per leggere e gli chiesi di farlo al posto mio. Credevo fosse una comunicazione della facoltà, oppure un invito, oppure non so... di certo non immaginavo si trattasse di quello di cui si trattava: in quanto confinato politico, avevo diritto alla pensione per aver perso un anno, dal 1940 al 1941, sull’isola di Ventotene, ma dovevo firmare la richiesta, come già avevano fatto i miei compagni di confino. Un politicuccio da strapazzo di nome Azzardi si era reso fautore della petizione alla Camera. Non poteva farsi i fatti suoi? “Confino”... era da mezzo secolo che non pensavo a quella parola. L’avevo cancellata dal mio vocabolario. E credevo, speravo che fosse per sempre. Deglutii. Sapevo quello che sarebbe successo. Fabio rimase sorpreso: confinato politico? Che significa? E perché non gli avevo mai raccontato niente? Riuscii a rabbonirlo dicendo che certamente si trattava di un errore. Un’omonimia. Che avrei telefonato a quell’Azzardi per chiarire la faccenda. Ma, come al solito, la curiosità di Fabio fu estinta soltanto quando gli raccontai in dettaglio: il confino di polizia fu istituito con il nuovo Testo unico di Leggi di Pubblica Sicurezza varato dal governo Mussolini il 6 novembre 1926, pochi giorni dopo il mancato attentato di Anteo Zamboni al Duce, avvenuto a Bologna il 31 ottobre. Era di fatto l’erede del vecchio domicilio coatto introdotto nel 1863 come misura repressiva eccezionale nella lotta contro il brigantaggio e poi incluso nella legislazione ordinaria nel 1865. Grazie alle procedure relativamente snelle e semplificate che erano state previste, l’istituzione del confino di polizia fu il primo

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provvedimento anticriminale ad essere reso esecutivo. La Commissione provinciale incaricata delle assegnazioni, infatti, era composta da prefetto, questore, procuratore del re, comandante dell’arma dei carabinieri della provincia e un ufficiale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Al confino potevano essere destinati tutti coloro per i quali si fosse ritenuta insufficiente l’ammonizione come misura preventiva e coloro che avessero manifestato una qualche forma di opposizione politica al regime. I “diffamati”, coloro che venivano designati dalla pubblica voce come abitualmente colpevoli dei delitti contro la personalità dello Stato e contro l’ordine pubblico, non subivano un regolare processo e non avevano diritto alla difesa, in quanto il confino veniva comminato con provvedimento amministrativo contro cui si poteva solo presentare un ricorso, quasi mai accolto. Una persona poteva essere diffamata dalla voce pubblica al questore, questi faceva partire un procedimento e passava poi le carte alla Commissione. Poteva essere comminata una sanzione amministrativa senza che la persona sanzionata ne sapesse nulla, poi, una volta che la Commissione provinciale si era pronunciata, partiva l’arresto, nel caso di confino, oppure la comunicazione alla persona, nel caso di ammonizione o diffida. Riuscii a placare la curiosità di Fabio. Ma quella storia non finì lì. Sarebbe stato troppo facile. Circa una settimana dopo, Elena aprì la porta di casa a una persona che non avrei mai voluto rivedere: Manlio Trombetta. Io ero in studio a tradurre dal latino con Fabio. Quando mia moglie mi riferì chi mi stava cercando, ebbi un moto d’impazienza. “Dice di essere un tuo vecchio amico, è venuto per la questione del tuo anno al confino...” “Ma allora nonno è stato al confino?” chiese Fabio. Mia moglie improvvisamente intuì che avrebbe dovuto stare zitta. Mi guardava indecisa. Non è mai stata un’aquila, mia moglie Elena, anzi... Non potevo negarmi, ormai. Mi alzai, seguito da mio nipote. Erano passati 50 anni e Manlio era proprio come me lo sarei immaginato: un anziano signore azzimato, vestito con un abito alla moda, in modo molto sobrio, con l’eccezione di quel vivace foulard profumato dai colori troppo accesi attorno al collo... Non riuscii ad essere gentile come mi ero prefissato. Sentivo il terreno mancarmi sotto i piedi, il mio passato ribollire intorno a me, sotto gli occhi vigili e curiosi di mio nipote. Non gli avevo detto tutto e lo aveva capito... Manlio avrebbe voluto salutarmi con un abbraccio, ma non glielo permisi. Gli dissi invece di getto che di quella storia non m’importava niente, era stato inutile venire... Manlio annuiva, ma non se ne andava, mi porgeva un documento: “Guarda, abbiamo firmato tutti... manchi solo tu... non ci sarà una grande pubblicità sulla faccenda, ma abbiamo pensato che noi non siamo diventati nessuno, invece se firmi tu, che hai ricoperto un ruolo importante, forse avremo più possibilità...” “Ma per fare che?” quasi urlai. Manlio mi squadrò: “Perché se ci hanno mandato là come confinati politici, allora abbiamo diritto alla pensione come confinati politici. Vogliamo che ci venga riconosciuto il tempo perduto al confino. Ci hanno condannati perché eravamo troppo visibili. Vogliamo esserlo anche ora! Io ci sono rimasto fino alla fine della guerra, Rilke...” Non lo ascoltavo nemmeno... cercavo solo di quietare il mio sbandamento. Dovetti sedermi: “Perché, dopo tutto questo tempo...” Non era una domanda né una scusa, la mia, erano entrambe. “Dopo mezzo secolo i nostri fascicoli hanno perso il vincolo del segreto di Stato... noi ti abbiamo cercato per anni, abbiamo mantenuto una catena di corrispondenze... ma... ricordi il tuo indirizzo?” Di colpo mi travolsero sentimenti angoscianti che avevo dimenticato: la vergogna, il senso di colpa, la doppiezza, il fuggire, il nascondersi...

1940, settembre, giorno 7 Oggi è il mio compleanno e mi sento solo. L’Italia è in guerra da più di due mesi, ormai... Sono rientrato a Firenze da una settimana per ricominciare a studiare, ma non riesco. Da quando sono tornato dal mare ho sempre più smania... Il pensiero fisso che mi piacciono i ragazzi... forse è una sensazione che ho sempre avuto, ma me ne sono accorto solo ora. È notte e non dormo. Penso che potrei partire per il fronte da un momento all’altro, e forse ferirmi o morire, senza sapere... Mi vesto,

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decido di uscire. Ho sentito dire che il posto di ritrovo è via Zara, un vicolo stretto che costeggia le mura antiche. Quando arrivo capisco perché: è buio, si intravedono a malapena dei movimenti silenziosi, nell’ombra cupa. Ho paura, ma anche desiderio di provare. Entro. Faccio qualche passo quando mi sento abbrancare. Due braccia forti mi costringono a strusciarmi a un corpo sodo, di uomo. Mi scopro per la prima volta vibrante di desiderio. Accolgo e offro baci e carezze sempre più profondi. Ma sono solo pochi attimi. Sento le urla dei miliziani: insultandoci, due camicie nere ci dividono e ci trascinano su una camionetta. Al commissariato ascolto la pronuncia della mia condanna senza capire veramente: scandalo per il regime... ma io che ho fatto di male? La difesa della razza... piaga dilagante della pederastia... vizio nefando della sodomia... canone di virilità... vessati a oltranza e perseguitati... diffida, ammonizione o confino... “Visto che sei giovane, per imprimerti meglio la lezione...” mi mandano subito al confino. R. QUESTURA DI FIRENZE Prot. N. 39649 Div. III, 7 settembre 1940 OGGETTO: Proposta di assegnazione al confino di polizia a carico di Marcucci Rilke di Antonio, di anni 24, da Siena A S. E. il prefetto F. De Iacobis, Presidente della Commissione Provinciale per i provvedimenti di polizia in FIRENZE Il soprascritto Marcucci Rilke è dedito alla pederastia passiva, con grave pregiudizio per la moralità pubblica e per l’integrità della stirpe. Il Marcucci costituisce, perciò, un serio e pericoloso nocumento per la Società. Per tali motivi è indispensabile che il predetto venga appartato dalla Società e lo propongo per l’assegnazione al confino di polizia, ai sensi dell’art. 181, n. 3, legge di P. S., assegnazione che è stata autorizzata dal Ministero dell’Interno con telegramma 7 corrente, n. 78582. Il Questore A. Marsili Condannato per direttissima. Dicono che sono un pederasta. Ma se ho appena intuito cosa si prova?! Io non so ancora cosa sono! Col ragazzo del vicolo c’incontriamo di nuovo nel corridoio. È più basso di quanto immaginavo. “Io Tremiti, e tu?” mi grida. “Ventotene, penso.” “Allora addio!” sorride. A casa ci sono gli sguardi di mio padre e mia madre. La vergogna. L’umiliazione. Mi preparo in fretta. Non mi abbracciano, si limitano a ripetere: “Se lo sapesse tuo nonno... se lo sapesse tuo nonno...” Mio nonno Ruggero. Il padre di mia madre. L’uomo che in tutti questi anni ha aperto il borsello permettendomi di studiare. Penso a lui mentre aspetto il treno. Darei un braccio perché non sapesse. Ora sono un giovane uomo con una valigia piccola ma pesante, alla stazione. Alle mie spalle, due funzionari mi accompagnano a prendere il mezzo che mi condurrà all’isola. Provo un senso di oppressione alla bocca dello stomaco, ma non è il movimento delle onde su cui sta navigando il peschereccio, no... è l’ombra dell’isola che si avvicina. Devo starci tre anni. Stringo a me la piccola valigia in cui ho messo cinque libri di greco - Iliade, Odissea, e le opere di Sofocle, Euripide e Aristofane - due cambi completi e qualche foto di famiglia. Insieme a me sul peschereccio sono arrivati alcuni pacchi per i confinati. Dentro ci sono cibo, vestiti, lettere. All’attracco, mentre scendo al porto romano scavato nel tufo, penso che sto ripercorrendo le orme di antichi pirati e guerrieri, ma non mi sento come loro. Nessuno mi parla e non so dove dirigermi. Finché un carabiniere tarchiato mi viene a prelevare. Si chiama Paolini. Ventotene, isola vulcanica, battuta dal vento, isola-prigione. Mi hanno alloggiato in una stanzetta, all’interno di una bassa casupola che devo dividere con due catanesi e un napoletano.

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L’età di questa gente varia dai 20 ai 30 anni. Giuseppe Paolillo, detto Peppinella, è il cuoco di Napoli, ha 28 anni ed è stato il primo ad arrivare, un anno fa. Alfredo e Giovanni sono i due catanesi di 30 e 20 anni, calzolaio e bracciante. Sono arrivati sull’isola insieme, 6 mesi fa, anche se prima non si conoscevano. Sembrano due innamorati, non avevo mai visto una cosa del genere. Nella casa accanto abita da solo Luigi, un giovane bibliotecario torinese. Direttore della colonia di Ventotene è un certo Marcello Guida. Al presidio dell’isola provvedono una decina di carabinieri, che vivono in una casermetta vicino al porto. Di noi si occupano prevalentemente due giovani leve, Manfredi il bello e Paolini il tarchiato, Nifosì, un appuntato con gli occhi da faina, e il maresciallo Molina, un grasso col panzone. Il tempo di sistemare le mie poche cose in stanza che devo andare al discorso di Molina. Titolo: “Nell’interesse del buon costume e della sanità della razza”. Pare sia stato scritto da Mussolini in persona. La voce di Molina tuona minacciosa mentre legge, nell’ufficio del commissariato: “Tutti coloro che rifiutano o intaccano i valori imperativi, assoluti e immodificabili del Fascismo sono inclusi nella categoria di nemici della vittoria fascista. I confinati sono trattenuti in quanto cittadini socialmente e politicamente indesiderati o non integrati nella comunità e perciò ostacolo al mantenimento dell’ordine sociale e politico. Il vostro soggiorno in quest’isola è obbligato finché non ammetterete il vostro errore rimpiangendo la sanità fascista. Il Fascismo infatti aspira al vostro ritorno tra le sue braccia... Voi! Che con i vostri comportamenti scandalosi per la moralità pubblica siete divenuti pericolosi perturbatori dell’ordine nazionale, avete leso il prestigio fascista con atti universalmente considerati perversi, avete svolto una pericolosa opera di corruzione verso tutti coloro che potevano avvicinarvi, avete messo a rischio l’avvenire della Patria con comportamenti che limitano la crescita demografica, indeboliscono la potenza della nazione, minano la coesione interna del paese con la confusione dei ruoli sessuali!” Finito il proclama, a cui tutti abbiamo dovuto assistere, ce ne torniamo stancamente alla casupola. Dai loro discorsi capisco che Molina è un tipo tosto, ha in testa di guarirci e riportarci sulla retta via della virilità fascista. “Non ha capito che spesso è la virilità fascista che viene a trovarci sulla via nostra!” ironizza Peppinella. Infatti possiede una radio e dice che è il regalo di un isolano, per i molti favori che gli ha lasciato fare... Che uomo disperatamente stupido... Gli altri confinati hanno preparato una cena in mio onore, la chiamano “tradizionale benvenuto”. Hanno detto che un telegramma li avverte di ogni nuovo arrivo e allora danno una lira ciascuno per preparare una tavolata. E festeggiano così anche gli onomastici... i compleanni... Peppinella naturalmente si occupa della tavola e meraviglia quello che riesce a inventarsi con così pochi soldi... Alfredo e Luigi raccolgono fiori e preparano le decorazioni. Giovanni fa le pulizie. È quasi un ménage familiare, insomma... Dicono che anch’io da oggi entro a far parte della famiglia. Insistono perché alla fine del brindisi gli mostri la mia “mercanzia”, dicono proprio così. Sostengono che è l’usanza a cui non ci si può sottrarre. “Allora vuol dire che sarò il primo a rompere le usanze, io non vi mostro un bel niente...” li faccio tacere. “Allora vuol dire che ti perdi la visione del pacco gigantesco di Giovanni,” sorride Peppinella, “peggio per te!” Ma dove sono finito? Questa è gente balorda e nient’altro... qui mi sento un pesce fuor d’acqua... Durante la cena cercano di rompere il ghiaccio. Senza che domandi niente, mi raccontano spontaneamente le loro disavventure, forse sperando che io faccia altrettanto... “Sono stato arrestato tantissime volte,” afferma Peppinella, “ogni volta domando: ma cosa ho fatto? E mi rispondono che non sono conforme al modello di mascolinità fascista... che sono una vergogna per la mia patria...” Giovanni continua: “A me mi sono venuti a prendere a casa perché quando fecero la retata i femmenelli denunciarono anche me perché dissero che mi cercavano come il pane... E mi hanno dato così tante botte che prima di portarmi qui mi hanno dovuto ricoverare...” Alfredo lo abbraccia e lo bacia, davanti a tutti, senza alcun ritegno! Poi racconta: “Io ero andato a pranzo da un amico, dopo mi recai al biliardo, mi fermarono insieme ad altri. Non ero delinquente,

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né pregiudicato, non ho mai corrotto minorenni, né mi sono prostituito. Mi dissero che la gente aveva sparlato di me, perché ero effeminato. Passai un mese in carcere e poi venni al confino.” L’unico che tace è Luigi. “Però stiamo bene qua, no?” brinda Peppinella. “Sì, ma il gusto che ti dà farla in barba alla polizia...” sospira Giovanni. “Sarà... ma dopo aver passato un anno da solo, da quando ho compagnia sono il più allegro del mondo!” sospira il cuoco. Li odio. Prima di capire il mio nome me lo chiedono dieci volte. Qualcuno continua a scordarlo ancora e ancora finché Peppinella bisbiglia: “Rilke... Rilke... rilkione!” Tutti si mettono a ridere. Mi alzo e mi allontano. Non mi mischierò a questa gente. Mi limiterò al ruolo di osservatore appartato. Io non sono come loro. Non vado in giro. È buio e non conosco i posti. Sto seduto fuori dalla casupola, con gli occhi fissi a terra. Quando rientro li trovo che dormono. La porta della camera di Giovanni è aperta. Lui e Alfredo sono addormentati, stretti l’uno all’altro, nudi... Le condizioni di vita qui sono abbastanza dure, anche a causa dell’irregolare rifornimento d’acqua e viveri dalla terraferma. La mattina c’è la sveglia all’alba. Poco prima del sorgere del sole Alfredo torna nella propria stanza, perché i carabinieri non li devono vedere insieme. Siccome è successo già una volta, se li beccano ancora li dividono. Manfredi viene a bussare alla porta e noi dobbiamo farci trovare vestiti e sbarbati. Poiché il regolamento impone di darsi a stabile lavoro, durante la giornata ognuno cerca di fare la sua attività: chi sa fare il calzolaio fa il calzolaio, chi sa fare il bracciante chiede se c’è terra da arare per qualche lira... Io, che il mio mestiere è studiare, vado in giro tutto il giorno coi miei libri, mi reco al faro, oppure alle Piane del Monaco, le piscine che i Romani costruirono per allevare i pesci, oppure vicino alle buche dove raccoglievano il sale marino. Insomma gironzolo qua e là e cerco di passare il tempo senza farmi prendere dall’angoscia. La mia vita è difficile ma cerco di vivere bene, come posso. Domando in giro se ci sono ragazzi che hanno bisogno di ripetizioni, ma gli isolani sono diffidenti con i confinati e poi non credo che diano molta importanza all’istruzione, in fondo nascono e muoiono pescatori... La mazzetta che ci passa lo Stato è di cinque lire al giorno e ci devo comprare il mangiare, il sapone, qualcosa per cambiarmi, insomma tutto. Un chilo di fagioli costa cinque lire e un chilo di pane due lire e quaranta centesimi. Come faccio?! Ho scritto a casa di mandarmi qualche soldo o di inviarmi un pacco con qualcosa, ma non ho ancora ricevuto risposta. A volte la sera Peppinella si veste da donna e fa il teatro e l’operetta. Le guardie lo lasciano fare, tanto per uno così non c’è più speranza di guarire... Credo che voglia far colpo su Giovanni. Ho notato come lo guarda. Lo ha notato anche Alfredo, che infatti se lo tiene ben stretto... anche per questo non mi voglio confondere con loro: devo trovare il modo di andarmene al più presto da qui. Mentre questa gente si diverte così, io me ne vado al mare. A leggere i miei libri. A pensare a come superare la barriera di onde che mi separa dalla terraferma, dalla riconquista della dignità, dalla libertà. A invidiare i gabbiani che se ne possono volare via. Perché volare e leggere, per me, sono la stessa cosa. Ultimamente mi accompagna Luigi. Ma lui ogni volta che proviamo a leggere attacca a piangere. Non mi dice il perché, ma un giorno ha affermato che, se mi servono altri testi, lui può farmeli arrivare dalla terraferma, perché ha un caro amico che lo aspetta a Torino... Confinati sull’isola ci sono anche dei prigionieri veramente politici, ma non ci sono contatti tra noi e loro. I veri politici hanno tutti quanti case fittate, mentre noi non possiamo, tuttavia, pur godendo di una certa libertà di riunirsi nelle mense, sono sottoposti a maggiori controlli. Si vede che i miliziani li considerano più sovversivi di noi...

Ottobre Sono arrivati Manlio e Pietro. Vengono alloggiati insieme a Luigi. Manlio ha il labbro spaccato e un

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occhio nero. Racconta che per amore si è messo in contrasto con una potente “velata” e le ha prese di santa ragione, anche perché non è iscritto al Partito Nazionale Fascista. Domando cos’è una “velata”. Mi guarda come se fossi cretino, poi mi spiega che è un termine che indica uno come noi, ma intoccabile perché pezzo grosso della politica: nel suo caso un ufficiale della Gioventù Italiana del Littorio. Manlio è romano, ha 32 anni e di mestiere fa l’infermiere, ma secondo me è semplicemente un idiota che pensa solo alla moda. Spende 5 centesimi della nostra diaria giornaliera per farsi mandare da Roma una rivista con le ultime tendenze. Pietro invece se ne sta sulle sue. Non parla mai di sé. Dall’accento sembra del nord. È il più grande di noi, avrà 50 e passa anni... Ha la voce bassa e sottile. Spesso lo vedo inginocchiato in chiesa a pregare. Prega molto. A volte diventa irascibile e inveisce con Don Mario, il prete dell’isola, che cerca di rabbonirlo. Ma quando si accorgono che li guardo, entrano in canonica... Avevo intuito che i catanesi sono rissosi e poco raccomandabili. Oggi, mentre Peppinella era in cucina, Alfredo gli si è avvicinato, ha afferrato un coltello e gli ha detto che se non lascia in pace il suo Giovanni fa un finimondo: una notte di queste gli taglia la gola, così vola al Creatore mentre dorme... Giovanni è corso a dividerli. Dice che di coltellate per passione ne ha viste abbastanza! Luigi scuote la testa e mormora che non ne verrà niente di buono... Intanto è arrivato anche Vincenzo, un quarantenne di Venezia. Sostiene che siccome è possidente presto lo invieranno in un comune di terraferma. Essere trasferiti sulla terraferma è il sogno di tutti perché ci sarebbero più opportunità di lavoro e quindi più soldi... Manlio e Peppinella lo prendono in giro, gli dicono: “Minchione racconta meno balle.” Vincenzo si inalbera, afferma che il suo avvocato andrà al Ministero con un biglietto - firmato dal direttore del quotidiano fascista Il popolo di Venezia - sul quale è scritto che è “un vecchio amico vicino al regime” da “ascoltare con clemenza”. Dopo soli 15 giorni Vincenzo viene trasferito a Latina. Questo mi fa pensare che le condanne dipendono anche dalla moralità che dimostriamo e dalla nostra rispettabilità e posizione sociale. Perciò ho ancora molte speranze di andarmene quanto prima... Continuo a gironzolare per l’isola. Ho scoperto che, affacciate agli scogli degli Sconcigli, ci sono le rovine della villa in cui sono state segregate, in epoche diverse, Giulia, Agrippina e Ottavia. Quest’isola è sempre stata un luogo lontano dal tempo e dalla civiltà.

Novembre Ora capisco perché Luigi non la smette di sospirare: è innamorato e si strugge perché il suo fidanzato non gli risponde. Intanto arriva sull’isola anche Salvatore, un sarto pugliese di 35 anni. Alloggia con Manlio, Luigi e Pietro. Racconta che l’hanno beccato perché gironzolava intorno a una caserma di bersaglieri. È simpatico e ci si parla bene, ma si è subito invaghito di Manfredi, il carabiniere più giovane. Manlio scherza: “C’ha la mania della divisa...” Con quest’ultimo arrivato hanno formato un’allegra compagnia di 7 persone. “Hanno”, perché io non mi sento come loro. Non sono come loro. Sono diverso io. Stamani il sole sorge alle 5 e 25, ma i carabinieri arrivano mezz’ora prima e trovano Alfredo e Giovanni addormentati nello stesso letto. Urlano “maledetti ostinati!” e li massacrano di botte. E Alfredo viene inviato a Ustica seduta stante. Al porto romano, mentre il peschereccio lo porta via, piangono tutti. Manca solo Peppinella... È un addio straziante: Alfredo tenta per due volte di buttarsi in mare, ma i due funzionari venuti a prenderlo lo tengono bloccato. Giovanni si tiene la testa con le mani, mentre la barca si allontana e Alfredo diventa solo un puntino all’orizzonte...

Dicembre Giovanni dice che Alfredo gli manca troppo. Non mangia più e dorme pochissimo... perciò Peppinella gli sussurra che ci pensa lui a coccolarlo per fargli passare la malinconia... Da casa continuano a non rispondere alle mie lettere. Che non gli arrivino? Agli altri sì, e anche dei bei pacchi pieni di roba. Mentre io devo sfamarmi con 5 lire al giorno...

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Dentro i pacchi, fra tutta la roba buona - salsicce, salami e pomodori secchi in mezzo a mutande e calzini - ci sono le lettere delle famiglie. L’usanza è di leggersele tutti insieme, per compagnia, quando alla sera ci ritroviamo in casa davanti al camino... Un’altra delle regole balorde a cui, per fortuna, posso sottrarmi agevolmente. A Manlio ha scritto la nonna: “Come ti trovi nell’isola? Spero bene, visto che ci sono anche gli altri come te. Perché penso che se tu stai in questa isola vuol dire che è adatta per voi altri.” A Salvatore la madre scrive: “Io lo dico a tutti quelli che mi chiedono di te: ha peccato Salvatore, sissignore. Ma è colpa del destino... Ho promesso che al tuo ritorno ti sorveglierò di più. Comunque, siccome che ti è nato un altro fratellino, per fare cosa gradita al Duce e farti aver maggior luce ai suoi occhi, l’ho chiamato Firmato, che di solito si legge accanto al cognome del nostro Mussolini condottiero.” Stasera, per la prima volta da quando sono qui, legge anche Luigi, che in genere è molto riservato. Legge con tristezza le parole della madre: “Scrivo tutti i giorni al questore. Ripeto sempre che la tua è solo una malattia, una deficienza mentale... Hai sempre avuto il carattere chiuso, con una timidezza eccessiva, volevi stare sempre solo tanto che non hai mai avuto veri e propri amici. Eppoi l’ultima volta ho scritto anche di quella cosa. So che non volevi, ma il parroco mi ha detto che le autorità dovevano saperlo, di quella volta che volevi uscire dal mondo...” Cala il gelo. È Manlio che cerca di riportare serenità con la lettera di suo padre: “So che sei innocente, una povera vittima di calunnie e vendette! Ho inviato la tua foto al ministro, per mostrare che con quella faccia non puoi che essere un bravo ragazzo giusto e sano.” Peppinella recita quella dello zio: “Io l’ho detto al commissario che tu avendo fatto la meningite da piccolo sei un po’ cretino, e quindi irresponsabile dei tuoi atti. E non ti arrabbiare se dico senza problemi che sei scemo: meglio il manicomio che il soggiorno obbligato coi finocchi!” Ridiamo tutti. Giovanni non sa leggere. Chiede a me di farlo. Io tentenno, fin quando mi par di capire che insista quasi per dividere con me la sua famiglia, visto che a me non scrive nessuno... Perciò mi schiarisco la voce: “Caro figlio mio, sono la mamma tua. Non ti chiedo come stai perché so che fatto come sei stai bene ovunque sei. All’inizio ero arrabbiata con te, perché io ci ho messo tanto impegno per darti alla luce e tu mi ripaghi con questo tuo vizio... Ma ora devi promettere di diventare il più buono e meno cattivo di tutti... vero che lo prometti? Devi farlo, perché non hai nemmeno 20 anni e puoi, e devi rimetterti.” Gli occhi di Giovanni luccicano quando alzo lo sguardo. E pure quelli di tutti gli altri. Me compreso... strano... Peppinella corre a cercare Pietro nella sua stanza perché non risponde ai richiami per il pranzo. E lo trova inginocchiato, vestito in abito talare, che piange. Pietro è un prete! Non ce la fa più a tenersi tutto dentro e si sfoga con noi. È sulle spine. Attende che la Chiesa lo salvi facendolo tornare sulla terraferma, magari trasferendolo in altra località, visto che a Piacenza è vittima di oscure manovre di elementi locali nemici della fede, mossi a vendetta da sentimenti massonici e anticlericali... Non riusciamo a calmarlo. Va su tutte le furie e minaccia di togliersi la vita. Giovanni corre a chiamare Molina, mentre Luigi trema, di fronte a tali eccessi. Quando il maresciallo arriva, Pietro grida che le accuse di immoralità a suo carico sono false e che il ragazzo che si è vantato di avere avuto rapporti carnali con lui è solo un pazzo. Molina cerca di calmarlo. Le indagini sul suo conto, dice, promosse dall’alto clero nella persona che lui sa, stanno proseguendo. Ma per il momento gli elementi raccolti nell’inchiesta condotta con la più scrupolosa obiettività e diligenza portano ad affermare, con sicura coscienza, che la nefanda azione di pervertimento e di corruttela... sussiste... e che ha trovato giusta e legittima sanzione. Pietro cade svenuto. Si ammala di febbre. Lo curiamo come possiamo, anche perché fa freddo... sempre più freddo. E noi non abbiamo abbastanza coperte. Il camino sta sempre spento perché non c’è legna da bruciare. A volte usciamo per procurarcene, ma non ne troviamo molta dato che gli isolani fanno man bassa e anche perché rincasiamo in fretta, essendo la maggior parte di noi malaticcia. Io, per esempio, non ho un cappotto. Ne ho fatto richiesta ai carabinieri, ma mi è stato negato perché sto bene in salute...

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Nonostante tutto questo, Peppinella e Manlio organizzano la festa di Natale. Andiamo in chiesa alla celebrazione della Santa Messa e poi facciamo una bella cena tutti insieme. I carabinieri ci hanno regalato un pezzo di magro. Il brodo non è mai stato così buono... Pietro non partecipa, se ne sta chiuso in camera sua. Non è venuto neanche alla Santa Messa. Ho inviato a casa gli auguri. Speravo che almeno per le feste... Il capodanno non lo festeggiamo. Gli isolani ci avevano promesso un capitone, ma non se n’è fatto nulla. Sto male e sono passati solo tre mesi...

1941, gennaio Questo è l’inverno più tetro della mia vita. La sera andiamo a letto presto per infilarci prima sotto le coperte. Non posso neanche leggere perché le candele costano l’iradiddio. Giovanni e Peppinella stanno insieme. Alfredo è stato dimenticato presto... Un pomeriggio più caldo sulla spiaggia incontro Elena, una popolana del luogo. Ragazza dolce, non bella, zoppica un po’. Ha la mia stessa età e sorride molto. Dopo la prima volta mi capita di incontrarla spesso. Dice che è dell’isola, nata e vissuta sempre qui, ma non l’ho mai vista prima. Mi risponde che è perché l’anno passato è stata molto male a causa della gamba, e non è mai potuta uscire di casa... A volte passeggiamo insieme. Non ce la faccio più... l’unico con cui mi trovo un po’ meglio è Luigi. Spesso ci abbracciamo per scaldarci e parliamo di noi. Con me si apre, discute di quello che ha dovuto subire: satira e derisione pubblica, diffamazione e oltraggio, controllo del parroco, del commissario di polizia, dei parenti e dei vicini per isolarlo in quanto traditore della stirpe, perdita del lavoro e poi il pestaggio e l’olio di ricino... È la morte civile che anch’io mi sento sempre più addosso... Luigi parla, parla, ma non credo gli faccia bene: sempre più spesso è preso dal tormento. Il suo ragazzo è rimasto a Torino e non riesce a contattarlo. Gli scrive lettere su lettere, ma non riceve mai risposta. Per tirarlo un po’ su, un giorno gli ho detto che forse, se le sue lettere sono troppo romantiche, i carabinieri le intercettano e le bruciano. Il giorno successivo Luigi mi chiama in disparte e mi chiede di ascoltarlo. Mi legge la lettera che vuole spedire al suo Francesco, per sapere da me se è troppo romantica. Il testo è all’incirca questo: “Caro Francesco, ho conosciuto la tua sincerità, perciò perdonami se ti chiedo: perché non rispondi alle mie lettere? Voglio solo sapere se stai bene... così il mio cuore si calmerà un poco di soffrire. Francesco non puoi immaginare il dolore che provo pensando alle belle serate passate in tua compagnia e il vago rimpianto di rivivere continuamente questa felicità. Ricordo quando ti baciavo e tu pure mi restituivi i tuoi baci: io sento veramente di amarti sino alla follia e te lo vorrei esprimere a voce il mio sentimento, ma giacché non posso mi accontento di ripetertelo qui, ti amo come il poeta ama la natura, ti amo come l’ape ama il fiore dal quale sugge il nettare che le dà la vita. Passo le notti insonne pensando sempre a te; i tuoi occhi neri che sanno così ammaliare, il tuo carattere umile e buono, gentile. Mi sei veramente impresso nel cuore. Vivo per rinnovare un giorno il nostro amore e riabbracciarti come quell’ultima volta. Avrei ancora tante cose da dirti, ma sono recluso qua in questa terra desolata a causa delle malelingue che ci hanno voluto dividere e mi si riempie l’animo di una tristezza infinita. Baci tanti. Luigi” Mi guarda e chiede se va bene. Io penso: è un ragazzo intelligente, possibile che non si renda conto? E non ho il coraggio di dirgli niente. Annuisco e abbozzo un sorriso. Lui mi abbraccia e corre a spedirla. Quella sera stessa, passando davanti alla finestra di Molina, sento che lui e Nifosì leggono ad alta voce la lettera, sghignazzando...

Febbraio Pietro viene trasferito sulla terraferma. La motivazione ufficiale è che il suo fisico è minato, ma Molina bofonchia che “con la Chiesa non ci può niente nemmeno Mussolini...” Intanto è arrivato Angelo. È un ragazzo di 18 anni, salernitano, bellissimo... perciò, come ci avverte

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Molina, “pericolosissimo per l’ordine sociale e il vostro precario equilibrio...” Mi tremano i polsi solo a pensarlo. Da quando a Ventotene c’è lui, mi pare che l’aria sia diventata più calda. Però provo una forte malinconia per tutto quello che potrei fare in questo momento. Gli amici dell’università che non vedo più e si domanderanno che fine ho fatto, i libri che non posso leggere, i miei studi classici che languono, perché non ho la forza di concentrarmi... sono sciupato, sono dimagrito non so quanto. In 5 mesi che sono qui, i miei genitori non mi hanno mai scritto. È evidente che mi odiano per ciò che ho fatto... Guardo la loro foto e piango. Ho solo la mia piccola valigia di sogni... a volte la notte la stringo forte e penso: “Finirà!” Quando Angelo mi si avvicina, tutti gli altri ci guardano e ci chiamano “piccioncini”. Me lo trovo sempre dietro, ovunque vado. Non so esattamente cosa provo per lui... all’inizio mi camminava accanto in silenzio. Poi ha cominciato a sussurrare e a farmi notare i colori del paesaggio. È strano, ma quando sono con lui percepisco l’ambiente come me lo descrive, e mi sembra di apprezzarlo di più... Solo ora noto l’alone magico di questi posti, quando al tramonto le casupole gialle si tingono di una tenera tonalità rosa... e quelle rosse si specchiano nel mare che da azzurro si fa profondo viola... Osservo Ventotene coi suoi occhi e mi appare più graziosa, meno insipida. Al profilo austero se ne sostituisce uno semplice e lindo. Peppinella è sempre più geloso e ossessivo con Giovanni, da quando è arrivato Angelo. Giovanni non ne può più. Un giorno mi prende in disparte e mi chiede di scrivere una lettera per lui. Dice che ha un contatto nuovo che forse può smuovere la sua situazione. Perciò andiamo alle piscine e scrivo sotto sua dettatura, poi gliela rileggo per fargli sentire come l’ho scritta. “Già è passato un anno dal mio arresto. Chiunque venga a conoscere il mio caso (come sono stato preso dalla mia abitazione, senza una ragione specifica, e di più, senza precedenti) non può frenare un moto d’indignazione. Su questo punto desidero non essere prolisso, perché spero che si accorgerà dell’ingiustizia usatami. Ma non può saperne tutte le conseguenze: sono forte e sano e prigioniero di quest’isola, quando invece potrei lavorare per il bene del mio paese, l’Italia, che in questo momento più che mai avrebbe bisogno delle mie valenti braccia. La mia povera mamma si è ammalata di cuore e non può più lavorare e sostenere la famiglia perché il babbo è da tanto tempo invalido al lavoro. Avevo un altro fratello più piccolo che poteva aiutarla, e proprio lui ora si trova sotto le armi. Dunque la prego di aiutarmi a mutare la mia pena in ammonizione perché io possa lavorare e sostenere la famiglia. Devotissimo. D’Alò Giovanni” Giovanni sorride e mi abbraccia forte: è soddisfatto, quasi praticamente certo che la supplica andrà a buon fine. Naturalmente si sbaglia. I miei vestiti cominciano ad essere laceri. Per forza, ne ho soltanto due e sono costretto ad alternarli. Elena nota uno strappo alla manica della giacca. Sorride e dice che me la sistema volentieri, se voglio. La guardo con riconoscenza. Accetto senza alcun dubbio. Anche questa volta nessun pacco per me. E neanche per Luigi, che era tanto sicuro di potermi far avere dei libri che gli avevo chiesto. Non demordo. Io sono curioso, ho bisogno di sapere, di capire, di imparare! Domando di procurarmeli a Molina, che accetta quando lo rassicuro che si tratta di libri che voglio studiare per “guarire”. Sono L’uomo delinquente di Cesare Lombroso, un saggio su criminali, invertiti, epilettici, pellagrosi, anarchici, briganti meridionali, alcolizzati, e un manuale di endocrinologia che raccoglie le ultime ricerche inglesi sulla bisessualità originaria dell’essere umano. Per interesse di Molina i testi mi arrivano dopo appena una settimana... Perciò spesso mi apparto, per annullarmi in queste parole: “Come esistono dei criminali nati, così esistono tra gli omosessuali quelli occasionali. E l’occasione viene, soprattutto, dal fatto di essere assembrati in parecchi durante il periodo della più viva sensualità in uno stesso spazio, come nelle navi, nelle prigioni, nei collegi, nei manicomi, senza contatti con l’altro sesso, allorché si presenta ad un uomo pressoché normale un’occasione fuori dell’ordinario, come è la prostituzione maschile nelle colonie orientali, oppure una passione violenta.” Oppure: “Per fortuna in Italia il problema dell’omosessualità ha relativamente scarso rilievo pratico.

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Qui l’inversione erotica degli uomini è meno frequente, di gran lunga, e meno preoccupante che altrove, tanto che la proposta della norma direttamente persecutoria dell’omosessualità fu respinta anche dall’ultima codificazione penale. Da noi l’estensione e i pericoli della deviazione sessuale sono assai minori che nel vicino Levante e nell’Europa centrale (Germania, Austria, Svizzera) e nelle grandi isole (Inghilterra e Irlanda), e sono per lo più depravazioni occasionali il cui ripetersi è ben evitabile con pacifici provvedimenti di politica anticriminale... ” Oppure: “Le perversioni sessuali sono sintomi di anomalie psichiche. L’inversione sessuale è una vera e propria forma di psicopatia. L’assenza di moralità, il desiderio di soddisfare le insane passioni con tutti i mezzi possibili rende gli omosessuali una categoria particolare di devianti, ritenuti pericolosi ma difficilmente classificabili come folli. La diagnosi nei loro confronti rimane spesso incerta e rientrano quindi nella vasta gamma di persone antisociali, da destinare secondo i casi al carcere o al manicomio.” Mio Dio... è questo? Questo è quello che sono?

Marzo “Dormire insieme è una cosa che deve andare a tutt’e due, se a uno non va, non si fa.” Giovanni è categorico. Con Peppinella le cose non vanno bene. La situazione degenera ogni giorno di più. Si picchiano. Intervengo a dividerli. Manlio li medica. Sono solo animali... sentono la primavera. Anche Salvatore, che dà in smanie ogni volta che vede il giovane carabiniere Manfredi. Si affaccia alla finestra quando passa, lo pedina a distanza, si apposta e lo incontra “per caso”, solo per scambiarci due battute. Con Elena passeggiamo quasi tutti i giorni, quando non ha troppo male alla gamba. Qualche volta mi guarda in modo strano. Anche oggi è successo. È stata in silenzio per un po’, fissandomi, poi ha tirato fuori un involto da sotto la maglia: un panino con la frittata. “Ti ci ho messo un uovo intero!” ha esclamato con gli occhi ridenti. Sono rimasto così piacevolmente sorpreso: Elena è l’unica che si prende cura di me, da quando sono su quest’isola... Rientrando a casa con gli altri passiamo davanti al commissariato. Scorgendoci, Molina alza il volume della radio, che annuncia: “Stamane il nostro Duce Benito Mussolini ha celebrato la Sagra della Nuzialità! Una folla oceanica di coppie ha camminato mano nella mano lungo i Fori Imperiali. Il Duce per mezzo del suo segretario particolare ha voluto far pervenire agli sposi il suo ambitissimo augurio accompagnato da un dono in danaro da aggiungere al premio già stabilito dalla federazione provinciale dei Fasci.” Ci allontaniamo in silenzio, finché... “E noi siamo condannati per la nostra perdistiria...” sospira Peppinella. “Pederastia!” mi dà fastidio quando storpia i nomi, quell’imbecille. “Va bene, Rilkione!” bercia Peppinella. Basta. Lo aggredisco. Deve smetterla di chiamarmi in quel modo! Ci dividono. Manlio mi pulisce il sangue dalla bocca, mi domanda perché me la prendo a tal punto. Capisco che ha un debole per Peppinella, che insiste: “Dopo tutto ci chiamano così, no? Ricchioni!” “Da noi si dice arrusi...” afferma Giovanni. Inizia un gioco disgustoso di terminologia. Partecipano tutti, ridendo, presi da non so quale stupido istinto di autoflagellazione... “Effeminato, invertito...” aggiunge Manlio. “Pervertito, degenerato, depravato... corrotto...!” fa Luigi. “Culo o culattone, femmenella... finocchio!” urla Salvatore. “E pure sodomito...” conclude Peppinella. “Sodomita!” lo correggo, “e comunque il nome più giusto è omosessuale...” aggiungo. “Già, già! Uominisessuali siamo...” ride Peppinella. “No! Omosessuali! O-M-O! Tre lettere! Significa identico, analfabeti...” me ne vado scansando con disprezzo anche Luigi. Nelle belle giornate inauguriamo la stagione balneare. Nuotiamo a lungo e poi ci sdraiamo a prendere il sole. Peppinella e Manlio sono sempre più vicini. Angelo cerca di sedurmi. Continuo a

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respingerlo, ma non so quanto potrò resistere... ogni tanto forse lo amo, forse tanto... Passo meno tempo con Luigi, un po’ perché ho altro da fare, un po’ perché lo vedo sempre più cupo e non lo sopporto quando sta così. Spesso parla da solo. Si siede su uno scoglio e mormora: “... E quando mi vestivo da donna a carnevale mi guardavano storti...” Ieri per salutarmi Elena mi ha dato un bacio sulla fronte. Poi mi ha offerto la bocca. L’ho baciata. Volevo vedere se sentivo qualcosa, ma non è accaduto nulla. Dopo il bacio, lei mi ha abbracciato e ha detto: “Mi vergogno a dirtelo, ma all’inizio, quando non mi baciavi, ho pensato che forse eri uno di quelli!” “Che testa!” ho scherzato, “io sono un vero confinato politico... una di queste sere vieni dove ci incontriamo coi miei compagni!” Perciò ora devo trovare il modo di avvicinarmi all’altro gruppo di confinati. Nessuno deve più vedermi con quest’altri... Comincio a gironzolare alla “Mensa Europa”, dove si ritrovano gli antifascisti. Io non ho mai avuto particolari passioni politiche, ma qui mi piace. Ci sono due, Spinelli e Rossi, che gridano a gran voce: “Il continente sprofonda nella guerra! È nostro dovere fare qualcosa!” C’è effervescenza, si sente che l’aria è portatrice di idee! E io non voglio più sentirmi inutile.

Aprile “Dare la prova.” Molina passeggia accanto a me e risponde così alla mia domanda: “Come posso convincere il regime che sono guarito?” Annuisco. Ci penso tutto il giorno. Salvatore si tuffa dallo scoglio di Cala Battaglia e sta per annegare. Per fortuna in quel momento passa di lì Manfredi che si getta in acqua e lo trascina a riva. Salvatore pare in fin di vita. Quando mi accorgo dell’accaduto, corro anch’io verso di loro e mi sembra che, mentre Manfredi e Paolini lo portano via, Salvatore mi faccia l’occhiolino... che abbia organizzato tutto per farsi “salvare”? Al rientro al commissariato, Molina chiama in disparte Manfredi. Ha saputo dell’accaduto e scherza: “Oh, ma non sarà che anche tu... eh?!” Manfredi arrossisce. Il giorno successivo, quando rincaso da una delle mie peregrinazioni per l’isola, trovo Manlio che medica Salvatore, il viso tumefatto. “Mi è scappato... è stato più forte di me... mentre gli misuravo l’orlo, gli ho annusato il cavallo dei pantaloni...” si duole il sarto. E Manfredi l’ha picchiato a sangue. Devono portarlo d’urgenza al più vicino ospedale della terraferma. Lo trasportano sul peschereccio. Starà via fino a giugno. Manfredi è inviato ad altra destinazione. Aspettiamo il sostituto. Alla “Mensa Europa” ho conosciuto un imbianchino, Fulvio. Racconta con ironia che è stato mandato a Ventotene per aver fatto una critica ai preparativi per la guerra esclamando in un luogo pubblico: “Si muore già di fame adesso, figuriamoci cosa accadrà con la guerra...” Risultato: 3 anni di confino. È qui dal 1939. È molto informato. Mi dice che molti oppositori del Fascismo sono stati spediti più volte al confino, in isole maledette o in paesi abbandonati anche da dio. Oltre a Ventotene ci sono le Tremiti, Favignana, Lipari, Ustica e Lampedusa. Dice che qui la comunità è forte di circa 140 unità - per via degli esiti tragici della guerra civile spagnola e del rimpatrio forzato dai campi di concentramento francesi, in particolare dal famigerato Vernet d’Ariège - perciò è riuscita a far abrogare il saluto romano, e che i capi del direttivo comunista sono pezzi grossi: Secchia, Scoccimarro, Di Vittorio, Cicalini. Chiede di me. Gli racconto che sono un nuovo arrivato e non ho ben chiari i meccanismi... Spero mi creda. Mi sembra di sì. Per quanto cerchi di aiutarlo, Luigi è sempre più isolato... Lo stato di abbattimento che prova, il peso del disonore che il suo arresto ha gettato sulla famiglia lo allontanano da tutto e da tutti... sospira la libertà tutti i giorni, tutte le ore, tutti i momenti... Il padre, povero operaio, ha fatto enormi sacrifici per mantenerlo agli studi. Luigi è il maggiore ed era la più grande speranza della famiglia. Soffre per la pena, per la vergogna inflitta alle due sorelle, ai due fratelli e ai genitori. Prova rimorso per i suoi sbagli. Afferma continuamente che noi siamo persone e abbiamo diritto a una seconda possibilità, per dare

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prova della nostra condotta. Noi siamo persone... l’isolamento è la nostra morte sociale e civile. E io sono confinato qui per tre anni! Tre lunghissimi anni! Mi viene da impazzire solo a pensarci. È il tempo che dovrebbe prepararmi l’avvenire. La mia laurea in lettere... Qui, in quest’inerzia che mi avvilisce, lontano dalla società, che bene posso fare? Più tempo passa e più divento cupo, triste e apatico. Sono in letargo e l’arrivo della primavera non mi sveglia. Sono prigioniero. Sono la macchia di disonore sulla fronte della mia famiglia. Questo mi fa soffrire più della libertà perduta. Pur di avere la possibilità di tornare indietro e correggere il mio sbaglio, rinuncerei a tutti i piaceri della vita... Solo quando sto con Angelo non provo quest’angoscia... Angelo ed io abbiamo deciso di farci un bagno. Guardandoci percorriamo la scalinata a zig zag che conduce al porto. Corriamo. Angelo è il primo a entrare nell’ombra del tunnel squadrato che porta alla spiaggia. Corro dentro anch’io, ma sbuco dall’altra parte senza trovarlo. Lo chiamo. Non risponde. Allora torno indietro. Penso che si sia nascosto per farmi uno scherzo. Sto al gioco. Ad un tratto mi sento afferrare e sbattere contro la roccia scavata. È come l’altra volta, quando la milizia mi ha preso. Il sangue mi va alla testa, ma lo fermo. Potrebbe arrivare qualcuno, è troppo pericoloso. Torniamo alla spiaggia e percorriamo il sentiero impervio fino allo scoglio di Cala Battaglia. Ci diamo la mano. Ci tuffiamo insieme. Quella stessa sera stiamo sdraiati su un prato, nessuno ci cerca. Facciamo l’amore. Per me è la prima volta. La passione mi travolge. Non credevo che i sensi potessero acuirsi tanto... chiudo gli occhi e percepisco il mio corpo fisico sopraffatto dall’emozione: sento il vento sotto la pelle. È una notte tranquilla, una notte di luna enorme, arancione. Una tiepida bava di vento ci culla fino alle prime luci del mattino...

Maggio Una delle mansioni di Angelo e mia è lavare le lenzuola e stenderle al sole. Poco distante dalle nostre casupole c’è uno spiazzo nell’erba e lì abbiamo piantato i pali con i fili. Osservo i suoi movimenti aggraziati, la sua silhouette d’ombra che si ritaglia nel sole che asciuga il lenzuolo bianco. Poi non lo vedo più. Non faccio in tempo a ruotare il viso che me lo trovo alle spalle, mi abbraccia e ci rotoliamo insieme nell’erba... Allora è così che ci si ama? Finalmente ricevo la prima lettera da casa: è di mia madre. Scrive: “Rilke, ho una brutta notizia. Purtroppo, per quanto ci siamo prodigati, io e tuo padre, per non far trapelare la notizia, tuo nonno è venuto a sapere del tuo ‘incidente’ e ti revoca l’assegno per gli studi.” Mi crolla il mondo addosso. Esco e trovo Peppinella e Manlio che ballano al suono della radio. Le loro movenze femminee mi appaiono grottesche e mi fanno schifo. “Io non sono come voi!” grido. “Ti sbagli: noi tutti siamo uguali... sentiamo gli uomini... non c’è da dannarcisi sopra, c’è chi sente le donne, noi no...” alza le spalle Manlio. Le onde oggi esplodono sulle rocce e il vento mi schiaffeggia il viso. Luigi, il bibliotecario, si è suicidato. Ha scelto il lato di costa a picco sul mare. Ritrovano il suo cadavere che galleggia nell’acqua limpida col fondo di grossi ciottoli grigi. Mentre raccolgo le poche cose che gli appartenevano, trovo alcune lettere. Una arriva da Torino, è di un certo Francesco che comunica che “non intende tenere corrispondenza con Luigi Lamberti perché non conosce e non ha mai avuto relazione col confinato in oggetto.” La lettera è arrivata due giorni fa, e Luigi non mi ha detto niente... La sera, a letto, abbraccio Angelo più stretto. Provo una sensazione di morte. Il mattino successivo Molina mi chiama in ufficio. Mi fa sedere e dichiara: “Rilke Marcucci... La tua domanda non è stata accolta.” Sì, alla fine avevo deciso di chiedere la grazia anch’io. Ci speravo. E reagisco dando di matto, per la prima volta: “Non lo capite che io non sono come questa gente?”

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Quando Angelo mi si avvicina lo rifiuto. Il suo contatto mi schifa. Cerco di spiegargli che non è colpa sua, che è una lotta contro me stesso. Ma come posso fargli capire che sono io il mio nemico? Lo vedo che soffre, non vorrei farlo star male ma il mio unico desiderio ora è andarmene da qui. Noto di nuovo l’asprezza e la parca fertilità di questa terra rossastra e bruna, coperta di bassa vegetazione e fichi d’india. Colgo solo desolazione in stradine e case perse fra campi e rocce. Mi rifugio dagli altri confinati, quelli che non devono vergognarsi. È in corso una riunione col direttivo comunista. Parla un certo Secchia. Dice che la guerra accelererà la crisi del regime. Tutti applaudono. Rossi, Spinelli e Colorni - me li indica Fulvio - dichiarano che il “Manifesto di Ventotene” sarà pronto a breve. Chiedo a Fulvio di che si tratta. “Si parla della trasformazione dell’Europa in una federazione di Stati che, pur nel rispetto delle proprie autonome caratteristiche, rinuncino alla loro sovranità assoluta, dando vita a istituzioni confederali democratiche, a un sistema di salda unione economica e a una comune forza di difesa,” mi risponde entusiasta. Poco dopo Fulvio mi accompagna fuori dalla mensa. Mi prende sotto braccio, inizia a farmi un discorso: “Ho capito, sai... chi sei...” Rimango sconcertato. “I miei compagni hanno detto che è meglio se non ti fai più vedere...” aggiunge. Arretro di qualche passo: se mi tolgono anche questa dose di eccitazione so che morirò. Ma alle spalle sento pronunciare il mio nome, dolcemente. È Elena... Mi volto, mi viene incontro, mi bacia. Anche Fulvio rimane sorpreso. Ce ne andiamo, io e lei... Oggi vado a conoscere la famiglia di Elena. Il padre e i due fratelli maggiori mi squadrano da capo a piedi, con aria inquisitrice. La madre invece mi accoglie a braccia aperte. Dice commossa che è contenta per sua figlia, che credeva che con quella gamba un po’ così non avrebbe mai trovato marito... Elena mi sorride e abbassa gli occhi a terra.

Giugno Finalmente da Vercelli arriva Derisi, il sostituto di Manfredi. Molina lo istruisce, anche in seguito a quello che è successo al suo predecessore: “Per combattere i delitti contro la razza abbiamo una sola strada: la tolleranza repressiva. Dobbiamo essere morbidi... silenziosi... la materia è molto delicata e bisogna evitare che il procedimento penale allarghi gli scandali quando si appresta a reprimerli, perché spesso il danno della pubblicità diventa anche maggiore di quello cagionato dal fatto per cui si procede. Per riuscire a plasmare ogni cittadino, realizzando l’uomo nuovo fascista, dobbiamo integrare gli strumenti coercitivi e persuasivi. Come dice Mussolini, bisogna trovare la giusta combinazione di bastone e carota, vigilando attentamente affinché i germi della corruzione non guastino ed annientino le vitali energie.” È quest’ultima frase che gli sento pronunciare quando busso alla porta del suo ufficio. Mi ha fatto chiamare. “Ah! Rilke! Entra, entra...” E mi svela la ragione della chiamata: “Paolini mi ha detto di averti visto baciare quell’isolana...” Annuisco e penso: ce l’ho fatta! Conoscendo le abitudini di Paolini, non è stato difficile farmi “sorprendere” in tenere effusioni con Elena... Molina sorride e continua: “Tu sei giovane e forte e ho fiducia nella tua possibilità di tornare a essere ‘sano’... perciò non ho detto la verità al padre della ragazza che è venuto a chiedermi notizie di te... gli ho detto che sei un vero politico. Applico il principio latino per cui meno se ne parla e meglio è... ma devi promettermi che la mia fiducia sarà ben riposta...” “È vero, ho commesso un errore, ma sarà l’unico della mia vita,” gli rispondo con lo sguardo acceso. “Non sono più debole e suggestionabile...” “Bene! Noi mica siamo come quei pervertiti dei tedeschi... noi siamo maschi, e tu lo dimostri!” L’ho convinto. Lo ringrazio, ma senza abbracciarlo, perché potrei risultare troppo femmineo. Mi lasciano andare! Scrivo subito ai miei genitori che sto per sposare Elena. Piove. Peppinella è quasi commosso per la mia partenza: “Hai fatto bene... bravo Rilke! Che bello che te ne vai, quasi ti invidio!”

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“Sì...” rispondo, “ora però vi chiedo un favore: non venite a salutarmi al porto, che la famiglia della mia promessa potrebbe insospettirsi vedendovi...” Annuiscono, mi chiedono il cognome e l’indirizzo. “Va bene, ma teniamoci in contatto...” mi dicono tirando su col naso. “Rilke Cantucci, via Savona 18, Empoli,” rispondo. Non voglio più avere niente a che fare con gente così... In quel momento arriva Angelo. Ha corso sotto la pioggia e i vestiti gli si sono attaccati al corpo. Entra in casa, bagnato come un pulcino: “Rilke! È vero?” Taccio, il mio primo istinto è di asciugarlo. Ma me lo vieto. Accarezzo con lo sguardo il suo corpo efebico. So che è l’ultima volta che lo vedrò... Angelo abbassa lo sguardo, stringe i pugni e corre via. È giusto che mi odi, è giusto così... Al porto Elena abbraccia la madre piangente, poi i fratelli e il padre. Poco dopo, mentre salpiamo, rivedo Salvatore che scende dal peschereccio che lo ha riportato, guarito e in forze, dopo la degenza in ospedale per il pestaggio di Manfredi. Torno sulla terraferma, alla civiltà! Torno come Dante che è stato salvato e può abbandonare l’Inferno. Elena mi ha salvato. Elena è la mia Beatrice. Ma non si fa il salto dall’Inferno al Paradiso. Io ho scelto il Purgatorio... l’ho sposata. Mio nonno mi ha perdonato. Fui sottoposto a due anni di ammonizione, che comportava fra le altre cose il divieto di allontanarmi da casa, ma nello stesso tempo mi salvò dall’essere chiamato alle armi. Perciò dopo sposati Elena ed io vivemmo a Siena, coi miei. Andavo a Firenze solo per dare gli esami. In seguito seppi che le riunioni della “Mensa Europa” avevano portato alla nascita del “Manifesto di Ventotene”, nel luglio 1941. Pian piano tutto si sistemò... Divenni uno stimato professore universitario. Ma si può mai veramente sfuggire al proprio passato? Forse non è vero che ho commesso due errori... forse ne ho fatto uno solo: ho mentito a me stesso.

Ora ero seduto su una poltrona, nel salotto di casa mia, tra Manlio seduto di fronte a me, costernato, e Fabio che mi si avvicinava per abbracciarmi. Stavo piangendo, le lacrime mi scendevano silenziose, senza modificare la mia espressione stupita. E dicevo: “Dopo Ventotene non ci sono più stati punti esclamativi nella mia vita... tranne quando nacque mio figlio, e poi mio nipote. Mi è mancata quell’atmosfera spensierata... nonostante tutto... nel periodo trascorso sull’isola ho ‘sentito’, dopo ho soltanto ‘capito’... anche lo studio, che era la mia prima passione, aveva perso un po’ del suo sapore...” Guardavo Manlio, un caro vecchio che aveva saputo rimanere se stesso senza perdere la sua dignità, e lo invidiavo per il suo coraggio. Coraggio di vivere come desiderava. Coraggio che io non avevo avuto. Trombetta aveva scelto la luce. Io avevo scelto il buio della falsa luce. Quella fermezza mi venne lì, presi il foglio e firmai. Guardai Fabio che mi sorrise: “Tutto bene, nonno... io torno a studiare...” e si allontanò. Era un ragazzo maturo... aveva capito e la sua muta approvazione mi rincuorò. “E gli altri come stanno?” domandai. Manlio mi disse che al rientro aveva aperto una boutique a Roma con Salvatore. “Viviamo ancora insieme e siamo rispettati.” “E Peppinella?” “Ha un famoso ristorante a Napoli!” Giovanni era morto due anni dopo la fine del confino, ammazzato dalla sua femmenella. E Angelo... Angelo era diventato un prostituto e poi ne avevano perso le tracce. Ripensavo a lui, alla sua bellezza, alla sua dolcezza... forse con lui avrei potuto... al ritorno dal confino ci saremmo frequentati e magari... forse l’avevo amato, forse tanto... Accompagnai Manlio alla porta, mi venne da ridere: “Ricordi O-M-O... tre lettere?” chiesi.

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Lui sorrise: “Certo, ma oggi si dice gay, G-A-Y... comunque sono sempre tre lettere!” Sorrisi. Sì, Manlio Trombetta ci teneva proprio a restare alla moda. Rientrai in cucina. Mia moglie Elena era seduta al tavolino e piangeva in silenzio. Mi avvicinai e ci abbracciammo. Perché sapeva che, a modo mio, l’avevo amata... Essere e apparire: una miscela diabolica... La mia vita è mai stata mia? È tardi per pensarci. Sono stanco. Visto che l’isola di Ventotene da luogo di pena è diventata luogo di vacanza, forse è giusto che anch’io trovi un po’ di serenità. La mia vita mi piace. Mi piace come me la sono costruita. Come l’ho vissuta. Quello che ho creato, in tutti questi anni... Ma so che dopo quello che è successo la mia vita adesso mi piace di più. Tranne i protagonisti della vera Storia (relativa al direttivo comunista e al “Manifesto di Ventotene”), i personaggi di questo racconto sono frutto di pura invenzione. Ma le vicende, i sentimenti, i drammi narrati nascono dallo studio dei fascicoli conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, Ministero dell’Interno, Divisione Generale PS, Divisione Affari Generali e Riservati, Ufficio confino politico, Fascicoli personali.

Debora Alessi, nata a Pisa nel ‘73, si laurea nel ‘98 con una tesi in Storia e Critica del Cinema dal titolo: La “poésie de cinéma” di Jean Cocteau. Nel ‘95 vince il Premio Excelsior con il cortissimo La pigrizia. Nel 2001 approda a Roma come script editor e lettrice di sceneggiature per varie case di produzione. Frequenta un corso di sceneggiatura televisiva e diventa autrice di serie tv. È sceneggiatrice di cortometraggi (Gemelline, articolo 8, 2003) e lungometraggi (Fumo negli occhi, articolo 8, 2003). Nel 2004 vince il Premio Solinas - Storie di genere con Uomini di tre lettere, soggetto scritto con Filippo D’Antoni. Dal 2005 è story editor della serie tv La Squadra. Filippo D’Antoni, nato a Siracusa nel ’66, dopo un decennio di attività nella produzione cinetelevisiva, è autore nel ’96 del documentario per Rai3 L’anima sul muro. Debutta alla regia nel 2000 con Buscando la morosa, docu-fiction ironica sul Festival del Nuovo Cinema Latino-Americano dell’Avana, selezionato dallo stesso Festival nel 2001. Diplomato alla New York Film Academy, dirige nel 2003 il cortometraggio Unfair, selezionato al Festival di Taormina, e Tinhearted, fiaba musicale, finalista al concorso Ultracorti Cinecittà-Wind. Nel 2004 vince il Premio Solinas - Storie di genere con Uomini di tre lettere, soggetto scritto con Debora Alessi. Nel 2005 dirige Gemelline, cortometraggio di interesse culturale nazionale.

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LACOPPAMERICA di Ezio Maisto e Maria Cristina Di Meo con la collaborazione di Francesco Imposimato PROGETTO PER LUNGOMETRAGGIO GENERE: DRAMMATICO

Cosa resta quando le nostre radici e la nostra storia vengono demolite come una vecchia fabbrica? Cosa rimane in piedi tra le macerie? Bastano la memoria, i ricordi, i racconti quasi mitologici sul recente passato a restituirci la nostra identità? Queste le domande che pongono Ezio Maisto e Maria Cristina Di Meo, ambientando la loro storia in una Napoli che, forse per la prima volta, smette di essere autoreferenziale e autocelebrativa per diventare la portavoce di una generazione ormai priva di appigli, le cui speranze e le cui certezze vengono inevitabilmente abbattute proprio come l’acciaieria ma che, a differenza di quest’ultima, scompaiono senza lasciare tracce né memoria.

Ispirato a fatti realmente accaduti, Lacoppamerica racconta la storia di tre amici trentenni di Bagnoli, ex quartiere industriale di Napoli. Lo sfondo delle vicende narrate - in cui è evidente il richiamo a C’eravamo tanto amati di Scola - è profondamente segnato dalla presenza delle rovine della fabbrica e dalla nostalgia per la comunità operaia e per la sua cultura di emancipazione, di cui i tre protagonisti sono figli. La storia dei tre amici, tutti ineluttabilmente destinati ad un amaro epilogo, è una rappresentazione alternativa dei trentenni di oggi rispetto a quella dominante, che li propone semplicisticamente come eterni bambini, immaturi e indecisi, sospesi tra la giovinezza che non vogliono lasciare e il mondo adulto che li spaventa. Una generazione che viene raffigurata dal cinema e dalla tv come istintivamente portata all’introspezione superficiale, all’analisi oziosa degli infiniti rivoli del proprio universo emotivo, delle mille sfaccettature dell’anima. Un’attività frequentata e irresistibilmente attraente per i fragili trentenni contemporanei, nevrotici e instabili, quasi compiaciuti del blocco esistenziale in cui sono imprigionati. Sandro, Vincenzo e Matteo sono invece tre giovani uomini trascinati dalla forza dirompente della realtà. La loro vita viene sconvolta dalla disgregazione del mondo che li aveva generati, alla quale non si sostituisce un nuovo modello di riferimento. La flessibilità, propagandata come valore e trasformata in uno stato permanente di precarietà, investe con violenza le vite dei tre amici e le sconvolge, travolgendo ogni certezza, ogni valore, compresa l’antica amicizia che li lega. Non c’è tempo, dunque, né interesse, per gente come loro, di esplorare al microscopio l’emozione di un ultimo bacio, non c’è paura di impegnarsi nella costruzione di un amore adulto, né di occuparsi dei figli che chiedono un’assunzione di responsabilità. C’è piuttosto - e loro malgrado - una società cinica che frustra sistematicamente queste aspirazioni, che colpisce al cuore la dignità degli individui, che smantella - insieme alla fabbrica - ruoli e ragioni per non restituirne altri, lasciando i personaggi soli, disorientati e alla fine sopraffatti dalla forza devastante del bisogno. Ezio Maisto e Maria Cristina Di Meo

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“Chi ci ha perso una mano, chi la gioventù, chi la vita. Ma tutti ricordano un solo momento: quando la fabbrica ha chiuso. Qualcuno ora continua ad alzarsi alle 5.30, come quando suonava la sirena.” (E. Sansone, operaio)

Mi chiamo Matteo. Con Sandro e Vincenzo siamo nati a Bagnoli, Napoli. Tutti e tre nel 1970. Abbiamo sempre abitato lì, vicino alle acciaierie dell’Italsider. I nostri padri, come i loro padri, trascorrevano là dentro tutta la giornata. Ogni sera a tavola sentivamo parlare della fabbrica. Dalle nostre finestre si leggeva la grande insegna con il vecchio nome della fabbrica, che i nostri nonni continuavano a chiamare così, come un’anziana zia: ILVA. Ogni mattina, prima di andare a scuola, ascoltavamo la folla rumorosa degli operai che si incolonnavano davanti ai cancelli, dove la macchinetta per bucare il cartellino faceva cadere a terra ogni volta un piccolo coriandolo. Un coriandolo per ogni operaio che entrava. Il pennacchio di fumo che usciva dall’altoforno sempre acceso per noi faceva parte del paesaggio, come il mare o la collina di Posillipo. Soprattutto, dalla fabbrica arrivavano ogni anno, il 6 gennaio, i nostri regali. Forse è per questo che per anni ho creduto che zia ILVA era il vero nome della Befana. Sì, perché la fabbrica per tutti noi era veramente come una di quelle persone di famiglia che ogni tanto ti diverti a sapere cosa fa, cosa s’è inventata. Un giorno stavo con Marina sul balcone di casa sua, incantati ad osservare suo nonno che stava aggiustando una panca di legno. Allora lui ci aveva indicato il pennacchio di fumo dell’altoforno. “Non è bello? Lo sapete che non si spegne mai? Neanche quando dormite. Lui è sempre là.” E allora Marina, distrattamente: “Nonno, ma tu fai le maniglie di acciaio come quelle della porta?” Il nonno di Marina diventò subito serio. Ci fece sedere sulla panca e ci parlò del ferro, del nichel, del carbonio, dell’altoforno che faceva l’aria incandescente e dei suoi amici operai come lui. Rimanemmo immobili ad ascoltare senza battere ciglio per più di due ore, mentre gli altri ragazzini ci aspettavano giù nel cortile. Da quel momento il nichel per me è diventato come una specie di metallo prezioso. Anche il nonno di Elisa era simpatico. Elisa mi ha detto che una volta al mese tornava dal cantiere portando a sua madre la rivista Noi Donne, per crescerla nella consapevolezza dei diritti delle donne. La madre di Elisa aveva pure quattro fratelli maschi, ma quel padre degli anni Cinquanta non aveva mai permesso che lei, unica figlia femmina, cucinasse o rifacesse il letto ai fratelli: le donne dovevano studiare, emanciparsi e guardare agli uomini alla pari. Ero molto affezionato ai nonni degli altri bambini. Si comportavano come padri con me. Io mio padre l’avevo perso appena nato, in un brutto incidente che ne parlarono tutti i giornali. Aveva 27 anni quando cadde nell’altoforno e scomparve in quel girone infernale di metallo incandescente sotto gli occhi dei compagni. Giampiero, il giovane operaio che era con lui, gli aveva preso la mano. Ma quando aveva provato a tirarlo fuori, dissero che aveva fatto come Il vecchio e il mare di Hemingway: la zia ILVA gli aveva restituito solo un braccio. Da allora quel ragazzo non si era più ripreso. Si era isolato lentamente, fino a diventare un vecchio barbone che dicono ancora oggi gira in silenzio per le strade di Napoli. Io però non l’ho mai incontrato. A me questa storia mi terrorizzava, e non ho mai capito perché Don Peppe, il padre di Vincenzo, aveva scelto di raccontarmela, visto che avevo solo nove anni. Solo ora, dal luogo in cui vi scrivo, ho afferrato il motivo. Aveva fatto come i vecchi pescatori, quando raccontano ai bambini della generosità del mare e subito dopo della sua forza devastante. Tutti quei racconti sulla fabbrica, così pieni di rispettoso timore, erano come racconti sul mare. Dopo l’incidente mia madre era stata assunta nella mensa degli operai. Allora di giorno mi mandava a casa degli altri bambini. Specialmente da Sandro, perché sua madre era istruita e ci aiutava sempre a fare i compiti. Il padre di Sandro faceva il sindacalista. Una volta, durante il periodo degli scioperi, la zia ILVA mandò a casa di Sandro un grande pacco pieno di dolci e doni, anche se non era il giorno della

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Befana. Noi bambini eravamo contentissimi e non riuscivamo a capire perché quando il padre di Sandro tornò si fece nervoso, chiuse di nuovo il pacco e gridò alla moglie di rimandarlo subito indietro. Poi però mi chiamò in disparte, mi fece promettere di non dire nulla al figlio e solo a me diede la scatola de “Il piccolo elettricista”, che è stato uno dei regali più belli che ho mai ricevuto. Da ragazzini giocavamo sempre a pallone per strada. Stavamo nella stessa classe e appena la campanella della scuola suonava era come il fischio d’inizio dell’arbitro: di corsa in piazza e palla al centro, con Marina ed Elisa che facevano il tifo gridando il nome dell’uno o dell’altro a seconda di chi era il loro fidanzatino di turno. “Vai Sandrooo.” “Bravo Vincenzooo.” “Ma, scusa, con Vincenzo non hai detto che ti sei lasciata?” “Hai ragione, m’ero scordata. Forza Matteoooo.” La sirena della fabbrica era invece il fischio finale che annunciava l’ora di cena. Qualche volta, meno male che c’era la sirena. Come quella volta al torneo del quartiere, che Sandro la fece grossa. Vincenzo stava a terra, immobile e sanguinante dopo un contrasto, mentre lui gridava che bisognava spostarlo via e riprendere il gioco, che dovevamo vincere. E a sbagliare non fu solo lui quella volta, ma anche l’arbitro, che il cartellino rosso lo fece vedere a me. Il più bravo fra noi era Vincenzo. Giocava da portiere, ma sapeva tirare anche i rigori. L’avevano preso fra le giovanili del Napoli. Una volta tornò di corsa dall’allenamento e ci disse che l’avevano messo ad allenare Maradona. Aveva preso 30 goal su 30 punizioni. Non era mai stato così contento. E non aveva mai parlato tanto in vita sua come quella volta. Vomitava le frasi. Forse è stato allora che ha consumato tutte le parole. Sì, abbiamo sempre giocato a pallone. Anche da grandi. Anzi, se non c’era il pallone, magari da grandi neanche ci frequentavamo più. Vincenzo era l’unico, fra noi, che aveva imparato lo stesso mestiere di suo padre. Don Peppe nella fabbrica faceva il saldatore. Quando ci fu la crisi industriale, noi ragazzi ce ne siamo accorti per il fatto che i coriandoli davanti ai cancelli erano sempre di meno. Don Peppe invece se ne accorse quando il caporeparto lo prese in disparte e gli consigliò di mettersi in cassa integrazione e aprirsi un’officina. All’inizio per la verità l’officina funzionava, ma poi la crisi, che in venti anni avrebbe cancellato in Campania centomila posti di lavoro, piano piano si pigliò pure l’officina di Don Peppe. Nel nostro quartiere c’è qualcuno che ha trovato nella camorra una nuova Befana. Vincenzo però questa cosa non l’ha mai voluta accettare. E così lui ed Elisa, che era diventata sua moglie, si sono rimboccati le maniche. Lei si è messa a fare la parrucchiera a domicilio, mentre lui, come molti altri, s’è trasferito nel Nordest. Ma valeva la pena dividere con altri cinque operai una casa di tre stanze, risparmiando solo 200 euro per la famiglia? Insomma, Vincenzo era tornato a Napoli ma non se la passava troppo bene. E sua sorella Lucia, che viveva col padre, non se la passava meglio. Lei aveva studiato moda all’Istituto d’Arte. Voleva diventare stilista. E invece s’era ritrovata a cucire guanti a cottimo in uno scantinato buio, umido e così puzzolente di acido che, per sicurezza, il lavoro si doveva fermare ogni volta che il padrone trovava stecchito il “canarino salvavita” nella sua gabbietta. Allora si aprivano quei pertusi che chiamavano finestre e ci volevano due ore per fare prima il cambio dell’aria e poi il cambio del canarino. Il ritorno di Vincenzo l’abbiamo festeggiato al binario n. 14 della stazione. Sandro gli è saltato addosso, così contento che sembrava lui quello tornato da Treviso. Siamo rotolati sul marciapiede come quando facevamo goal, mentre Sandro ripeteva: “Se tutti quelli come Vincenzo tornassero, qui cambierebbe tutto. Gli faremmo un culo così, al Nordest.” Lui era fissato con l’emigrazione al contrario. Pensate che una volta, per non far emigrare Lucia, non le ha detto che un’azienda di moda del Nord stava cercando una giovane disegnatrice sulla zona di Napoli. Sì, Sandro ha fatto bene a studiare. S’è laureato e ha fatto un Master. È diventato uno importante, anche se non ho mai capito bene che lavoro faceva. Io lo sfottevo perché, ogni volta che gli presentavo

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una mia fidanzata, lui lo spiegava in un modo diverso. In quel periodo stava lavorando a un grande progetto di sviluppo turistico finanziato dall’Europa, che stava diventando ancora più importante dopo la candidatura di Napoli ad ospitare la Coppa America di vela proprio nell’area di Bagnoli. A Vincenzo lo voleva sistemare lui. Pure quel giorno, uscendo dalla stazione: “Vincè, a Napoli fra un anno o due cagnammo tutto cose. Facciamo pure la Coppa America. Bagnoli diventerà un quartiere turistico. E tu ti apri il primo noleggio scooter con officina riparazioni di tutta Napoli.” Il futuro per lui era anche nella flessibilità sul lavoro. Voleva per forza farci fare la domanda per il prestito d’onore. Anche nel baretto di via Berlinguer: “Matteo, pensaci. Esci dall’anonimato.” Parlava proprio lui, che lavorava per Nicola, uno che s’era fatto i miliardi facendo il consulente coi soldi pubblici e che per il fisco risultava nullatenente. No, il prestito d’onore non faceva per me. Ma Vincenzo ci stava pensando. Quel giorno Vincenzo lo abbiamo lasciato sotto casa. Abbiamo preferito non salire. Sapevamo che Elisa non voleva nessuno intorno mentre gli annunciava che aspettavano il secondo bambino. E quest’è. Io, su chi eravamo, ho detto tutto. O forse no? Sì, vabbè, forse manca che vi dico qualche altra cosa di me. All’epoca lavoravo come elettricista part-time per un centro assistenza Telecom. Un lavoro come un altro. Ma a me stava bene. Perché l’orario ridotto mi permetteva di guadagnare di più. Sì, perché dovete sapere che a me lavorare non m’è mai piaciuto molto. E a studiare neanche ci pensavo. Se sono andato alle superiori è solo perché a scuola avevano fatto un laboratorio e a me serviva per i miei esperimenti. Alla fine mi hanno dato il diploma di elettrotecnico. Ma non perché studiavo. Adesso nessuno lo vuole ammettere, ma a me il diploma me l’hanno dato per “meriti artistici e scientifici”. Sì, perché la verità è che io sono quello che si è inventato l’“aggiustaggio”. Non vi fate ingannare dalle apparenze. L’aggiustaggio sembra una truffa. E invece significa mettere insieme l’arte e la scienza in un’opera sola. A Napoli mi potevate trovare ovunque a tagliare e annodare fili elettrici dandogli forme e colori sempre diversi, come nei ricami di un tappeto persiano. Ogni collegamento che facevo non era soltanto un modo scientifico per risparmiare sulle bollette. Era anche una specie di quadro senza cornice, con la parete che mi faceva da tela. Ancora adesso la città è piena di cortili, balconi e terrazze dove, a fianco ai normali cavi elettrici, ci stanno i miei “cavi firmati”. Le figure che facevo erano tante. Dipendeva da come mi sentivo quel giorno: una barca, una bella guagliona, un cigno, eccetera. Ma le figure che mi venivano meglio erano i pesci e derivati: pescespada, pesce martello, pesce palla, delfino, polpo e frutti di mare. In estate lavoravo sui tralicci o sui tetti dei palazzi, dove approfittavo delle commesse dei clienti per migliorare l’abbronzatura. D’inverno m’incontravate nei tombini, nelle cantine e nei sottoscala. Lì non solo stavo riparato dalla pioggia, ma si sentiva pure meglio la chitarra di Jimi Hendrix che mi accompagnava sempre, nascosta nel mio “bambiniello” portatile ad alta fedeltà. Il mio primo “aggiustaggio professionale” l’ho fatto a ferragosto del 1987, sul tetto di un condominio di Mergellina, quando, a spese della Marina Militare, ho messo in collegamento la famiglia del ragioniere Riotti con il figlio che studiava a Londra. Poi sono passato al servizio civile. Nel senso che le spese telefoniche non le pagavano più la Marina Militare, la NATO, la Guardia di Finanza e via cantando. Sì, non mi dite niente, ma nel ramo civile si lavora più tranquilli. Si rischia di meno. Così prima o poi, pensavo, potrei mettere su famiglia. Meglio poi, magari. In quel periodo stavo promuovendo il mio ultimo aggiustaggio presso le portinerie dei palazzi di Bagnoli. Era un “pacchetto risparmio”: si collegano più utenti su un’unica bolletta a chiamate illimitate a costo fisso e tutti dividono la spesa. Certo, a volte devi aspettare un po’ per avere il telefono libero, ma origliare al telefono le conversazioni degli altri è un’attesa che passa in fretta. Il prezzo del servizio? Solo il contributo attivazione e l’1% del risparmio presunto. Manutenzione compresa. Un affare. Guardate che non esagero se vi dico che la mia offerta era la migliore a Bagnoli. Infatti non mi potevo lamentare. Le cose andavano. Anche perché, credetemi, di gente che ha bisogno dell’aggiustaggio a Bagnoli ce ne sta parecchia.

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La gente ora viene a Bagnoli a ballare l’unz unz e ad impasticcarsi all’Arenile, o a fare i turisti a Città della Scienza e al Museo Tattile (che cazzo significa ancora non l’ho capito), ma per me è come se facessero festa in un cimitero. Sì, perché oggi a Bagnoli la fabbrica non c’è più. C’è stata la “dismissione”. Al suo posto quasi cinque chilometri quadrati di macerie che si affacciano sulla meraviglia del golfo di Pozzuoli. Io questo cimitero lo conosco come le mie tasche. È qui, tra le rovine della fabbrica, che vengo furtivamente a rifornirmi di cavi, cavetti, fili, tiranti, rondelle, bulloni, viti, lamelle e arnesi vari. Si trova ancora di tutto. Anche parti intatte di vecchi fusori, bracci meccanici, rotative, forni e altre macchine. Io tutte queste cose me le porto nella mia cantina, che adesso forse dovrei chiamare museo, visto che ormai per il vino non c’è rimasto più spazio. Perché, se non l’avete ancora capito, io i miei aggiustaggi li faccio con questi pezzi. Proprio così. Semino nella città i resti della vecchia fabbrica, che torna a vivere e a far vivere, come in un trapianto d’organi. Ogni volta, prima di uscire col prezioso bottino, mi fermo in mezzo a quel deserto silenzioso a guardarmi intorno. Alle mie spalle, la collina di Posillipo. Al mio fianco, l’isolotto di Nisida. Davanti, i pontili dove attraccavano le navi per caricare cemento, ferro, acciaio. La famosa “colmata a mare” è qui, tra i due pontili arrugginiti, dove venivano ammassati gli scarti della produzione. È larga cinquecento metri quadrati: sul fondale, metalli e cemento hanno formato uno strato impermeabile. In superficie per ora ci organizzano i concerti, ma dicono che un giorno la colmata dovrà sparire e il litorale tornerà esattamente come l’aveva fatto la natura. Un giorno un grande parco urbano di trecento ettari nascerà esattamente dove stavano i capannoni della zia ILVA insieme “a centri di ricerca, a strutture sportive e per l’artigianato, a un porto per le barche a vela.” Ma intanto, nel quartiere che era degli operai, chi non è riuscito - con la liquidazione della fabbrica - a comprarsi la casa dove vive, non può farlo più: gli affitti stanno aumentando e pure il numero degli sfratti. E intanto del futuro qua non si vede ancora niente. Insomma, nonostante tutto, lo avrete capito che Bagnoli è ancora uno dei quartieri più importanti di Napoli. Il giorno che Vincenzo è tornato lo dicevano tutti in tivù: il Sindaco, il Governatore e pure il Presidente del Consiglio, che era in visita in città. “È questo quartiere il nodo del decisivo sviluppo di Napoli. Da qui deve partire la rinascita di tutta la città. L’area di Bagnoli può realisticamente aspirare a ospitare la fase finale della prossima edizione della Coppa America di vela.” Subito dopo il ritorno di Vincenzo sono stato chiamato dal portinaio di un palazzo dove avevo installato il mio “pacchetto risparmio”. Un certo Don Franco - uno dei costruttori di quegli enormi casermoni in periferia - l’aveva saputo ma, invece di arrabbiarsi, mi aveva fatto chiamare per affidarmi un lavoro di quelli grossi. “Caro Matteo, questo è un mondo di merda. Quando hai raggiunto una certa posizione non puoi permetterti più di distrarti un attimo. Appena ti giri te lo mettono nel culo: concorrenti, politici, presidenti di commissioni edilizie, è tutto un fottersi l’uno con l’altro.” “Parole sante, Don Franco.” “È per questo che ho deciso di tutelarmi. Se tu venissi a sapere in anticipo che qualcuno vuole mettertelo nel culo, cosa faresti?” “Mi sposterei e mi metterei dietro quel qualcuno.” “Bravo, Matteo. Infatti, è proprio per spostarmi dall’altra parte che ho bisogno del tuo aiuto. Ho saputo che sei molto bravo con i telefoni.” Nei giorni seguenti, Vincenzo è andato in giro per cantieri. E fra un cantiere e l’altro ha provato a chiamare tutti i vecchi clienti dell’officina, rimediando solo lavoretti di un paio di giorni al massimo. Ma lui stava male pure per Lucia. Dovete sapere che a sua sorella ci ha sempre tenuto assai. Da ragazzini una volta ci disse: “Guagliù, co sorema nun se parla sennò so mazzate.” Sono quindici anni che quel divieto è in vigore e né io né Sandro ci siamo mai sognati di infrangerlo. Almeno finora. Un giorno, diciamo per caso, l’ho vista uscire da quello scantinato a Secondigliano insieme alle altre

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ragazze, molte delle quali minorenni. Mi sono avvicinato per darle un passaggio, ma lei è salita nel Mercedes di uno che sembrava il padrone del quartiere. Un’altra volta invece stavo al centro. Sempre per caso, diciamo così. L’ho vista che usciva dallo stesso Mercedes tutta nervosa. Allora ero riuscito a darle un passaggio, ma quando ho provato a scherzare m’ha risposto: “Il ‘signor Mercedes’ è il mio principale. Uno che tiene fascino, e pure la capa imprenditoriale. Mattè, guardami negli occhi: fatti i fatti tuoi.” Io i fatti miei in un certo senso me li sono fatti. Ma a guardarla negli occhi, capite a me, proprio non ci sono riuscito. Vincenzo si era informato dal padre: “Vincè, Lucia esce tutte le sere e si ritira sempre tardi. Dice che ho buttato i soldi della liquidazione per aprire l’officina e lei non ha potuto studiare a Milano.” Ma a casa sua era pure peggio. Elisa gli aveva risposto, toccandosi la pancia: “Tu tieni una bambina di nove anni e un altro figlio in arrivo. Ancora non hai trovato niente e la vita si sta facendo difficile. Ci vogliamo preoccupare dei sogni infranti della stilista di famiglia?” Poi, mostrandogli la borsa con i pettini e il phon: “Guardami, Vincè: io pure volevo fare un’altra vita. Lasciala stare, a Lucia, che quella ha capito tutto.” Poi ha dato a Robertina la rivista Veline - più o meno come faceva suo nonno con sua madre - ha sbattuto la porta e se n’è andata. Una volta Vincenzo ascoltò una telefonata di Lucia col principale. Allora decise di farla ragionare. Ma la tensione era tanta. “Quello vuole solo scoparti, e poi ti molla per una nuova.” “Non parlare tu, che sei un morto di fame. Non riesci neanche a mantenere moglie e figli. Io questa vita di merda non la farò.” Poi Lucia era scappata via piangendo. Vincenzo non aveva parlato, come al solito. Ma stavolta era partito uno schiaffo. Il sabato che Sandro ci invitò a cena da lui per annunciarci che si sposava a giugno con Marina, c’era pure Lucia, tutta triste che Vincenzo l’aveva costretta a venire. E fu proprio Lucia che fece la pensata di accendere la tivù, con quel programma sulla guerra e tutto il resto. Marina e Laura, la mia fidanzata del mese, sull’Iraq la pensavano diversamente e non la finivano di beccarsi. Non vi dico poi Sandro e Vincenzo quando Laura ha detto che i miei aggiustaggi erano “una sorta di genuino esproprio proletario, esempio di cultura antagonista.” Per non parlare di Elisa, che l’unica volta che ha smesso di parlare di pannolini s’è messa a recitare la ricetta della parmigiana, con Sandro che stava ancora morto di fatica per la sua nouvelle cuisine. Insomma, una serata di merda. Sarà perché io e Sandro siamo diversi, ma se guadagnavo 2.500 euro al mese non mi sarei incazzato in quel modo. Avrei pensato solo a sistemarmi. Sì, forse mi sarei sposato anch’io e compagnia bella. Non ci credete? E fate bene. Perché quando Sandro è andato con Marina a fare il mutuo per la casa nuova, l’impiegato della banca gli ha chiesto che lavoro faceva. E lui, come al solito: “Mi occupo di sviluppo locale, sono progettista, soprattutto per gli enti pubblici e bu e ba.” E quello: “Guardi che coi contratti atipici e i CoCoCo non possiamo accendere mutui.” Al limite il mutuo lo poteva fare a Marina, che guadagnava solo 700 euro, ma in busta paga. Quello è stato il giorno che poi Sandro e Marina sono andati al centro commerciale e Sandro, fuori di sé, voleva comprarsi un negozio intero con la sua carta di credito, con Marina che litigava col proprietario del negozio perché continuava ad approfittare della situazione. Quando poi sono usciti, nel negozio di fronte ci hanno incontrato Vincenzo con Elisa che stavano senza parole davanti all’offerta per un frigorifero: “Prendi oggi e paghi fra un anno.” “Sì, ma come?” Comunque fu mentre parlava in una riunione sulla Coppa America che Sandro si sentì male e lo volevano portare al pronto soccorso. “La riqualificazione ambientale di Bagnoli rivolta alla pratica dello sport diffuso, con la grande pineta destinata al turismo sociale, gli accordi presi con le federazioni nazionali degli sport minori, e voi volete buttare tutto all’aria cambiando il progetto? Ma vi rendete conto che ci stiamo fermando solo perché un paio di feudatari travestiti da politici, senza il cemento non potranno ricompensare i palazzinari che li hanno fatti eleggere?” Al pronto soccorso non ci andò, ma il giorno dopo si fece vedere dal medico. Il medico, Pietro, era uno che la sapeva lunga. Abitava vicino allo zoo. “Dottore Martino, l’ansia è una brutta bestia. Specialmente se assume le sembianze di un dinosauro.”

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“Dottore, mi faccia capire senza fare filosofia.” “Deve sapere che il corpo, quando percepisce un pericolo, reagisce sempre nello stesso modo: aumentano i battiti cardiaci, la respirazione si fa superficiale, i muscoli si irrigidiscono. È un meccanismo naturale che c’era anche nell’età della pietra. Il corpo si prepara ad un attacco, oppure a una ritirata strategica. Ora, se il pericolo non si può attaccare, o perché è irreale o perché è troppo grande, queste sensazioni corporee diventano talmente intense che portano a ‘scoppiare’. Lei è come questa città, dottore Martino, che sta scoppiando perché sta tornando all’era giurassica.” “Ma cosa devo fare?” “Lei non può attaccare un dinosauro frontalmente. Si costruisca una gabbia. Come nello zoo qua vicino. È più sicuro. E aspetti in silenzio il momento giusto per aprire le sbarre.” “Una gabbia? Aspettare in silenzio? Ma mi ha preso per un vigliacco?” “È esattamente il contrario. Mi guardi.” Sandro provò a guardarlo. “Sulle cose che succedono molto spesso si fa troppo rumore. E allora il silenzio è come un piccolo vuoto, una pausa per ascoltare.” “Impossibile. Non ce la posso fare.” “E invece sì. Io le dico che se il silenzio sta insieme all’ascolto, quello non è il silenzio della solitudine.” “In che senso? Non la capisco.” “Il silenzio bisogna diffonderlo. Allargarlo agli altri. A tutti quelli che possono capire.” “Non capisco il perché.” “È come se attraverso l’esempio di uno, anche gli altri cominciassero a stare zitti.” “Ma a cosa serve?” “Serve per riconoscersi.” Quando io e Vincenzo lo andammo a trovare, Sandro stava assai giù. Forse non se la sentiva di raccontare a Vincenzo che il progetto “Sviluppo Napoli” poteva finire a tarallucci e vino. Vincenzo gli disse che lo vedeva stanco di fare quella vita senza certezze, che era meglio farsi assumere. Sandro non rispose. Continuò a insistere sul prestito d’onore. Dopo una lunga pausa, alla fine Vincenzo lo abbracciò. Forse non ci crederete, ma Vincenzo parlava soprattutto quando non sentivate la sua voce. E poi vi spiazzava. Ecco perché sapeva tirare i rigori. Quell’abbraccio era un grazie, che quella poteva essere una buona soluzione. Ce ne siamo andati che Sandro stava meglio. Io dico che s’era dimenticato che dopo due settimane si doveva sposare. Per il matrimonio Sandro aveva affittato una masseria in campagna e messo il buffet sulle balle di fieno. C’erano quelli che suonavano le tammorre, la gente che ballava sull’aia, Vincenzo ubriaco che cantava, eccetera. A un certo punto qualcuno - indovinate chi? - ha collegato gli altoparlanti con la registrazione di quando Marina lo andò a prendere in ufficio a mezzanotte, che stava solo lui a lavorare. Io all’inizio non ci credevo che quelle casse erano così potenti. Poi ho visto che la nonna sorda di Marina domandava in giro chi era che diceva: “Sììì, noo, ancora, girati, prendimi, e vai, e su, e giù” e allora ho pensato che l’aggiustaggio era riuscito benissimo. Tutti si sono divertiti. Peccato che Marina s’è sentita male e s’è persa proprio l’ultima parte, quella più bella. Il giorno dopo anche Elisa si è sentita male. Vincenzo al pronto soccorso ce l’ho accompagnato io. Siamo arrivati che c’era già Rosa, la madre di Elisa: “La gravidanza è a rischio,” ci disse, ma si vedeva benissimo che voleva dire: “Come si fa a far lavorare così una ragazza incinta di cinque mesi? Ma che razza di marito sei?” Quando ce ne siamo andati, il silenzio di Vincenzo nell’auto sembrava un urlo di dolore. In quei giorni portai a Don Peppe il suo cellulare appena “aggiustato”. Gli avevo messo la stessa tariffa che tenevo io. Infatti c’era l’addebito sul conto corrente del “signor Mercedes” di Secondigliano. Casualmente, diciamo così, mi ero trovato ad andare da Don Peppe proprio quando Lucia stava sola in casa. L’avevo trovata che stava piangendo e non voleva dirmi il motivo, anche se io, non chiedetemi perché, già lo sapevo che era per colpa di quel bastardo. Stava cominciando a confidarsi quando

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Don Peppe rientrò a casa. Allora in tutta fretta mi sono nascosto nell’armadio, come nei film. Mi stavo cagando sotto perché il cellulare di Don Peppe mi stava squillando nella giacca, mentre sentivo Don Peppe dall’altra stanza che cercava di capire perché Lucia continuava a ridere e non si fermava più. C’erano due parole che Sandro non aveva mai capito bene. Una era “aggiustaggio”, che lui continuava a credere soltanto una materia degli istituti tecnici, e l’altra era “precario”. La sfortuna fu che in una sola volta le capì entrambe. Lui il consiglio di Vincenzo l’aveva seguito, e Nicola era stato chiaro: “Tu consegni il progetto il 26, il 29 ti sposi, e quando torni dal viaggio di nozze ti faccio l’assunzione.” E invece al ritorno dal viaggio di nozze era andato in ufficio e aveva trovato il suo PC con una nuova password, la scrivania vuota, i documenti di lavoro ammassati per terra come se erano appartenuti a un morto, eccetera. “Non volevamo rovinarti il matrimonio, per questo non te l’abbiamo detto prima: non sei previsto.” Il progetto finito però se l’erano preso. E Sandro, urlando: “Bastardi. Dove cazzo avete messo la fotografia di Marina?” Io al silenzio non ci avevo mai creduto più di tanto. Ma se penso a Sandro sconvolto, che dall’auto telefona a Marina pregandola di non dire niente a nessuno, tra l’altro rischiando di farsi ammazzare da un camion, se mi ricordo di Vincenzo che riceve l’ultimatum del padrone di casa - o aumento o sfratto - oppure mentre legge a scrocco che il Governo ha abolito il prestito d’onore, col giornalaio che sta per protestare e che poi non apre bocca quando vede la sua faccia, allora un poco mi sto zitto pure io. Tutti i cantieri della città avevano il cartello “personale al completo”, e così Vincenzo s’era deciso a rivolgersi ad un’agenzia di lavoro interinale. Gli ha fatto l’intervista una certa Claudia, quarantenne ben aggiustata. L’aveva guardato fisso, rimanendo in silenzio pure lei. Quell’agenzia aveva un’efficiente rete di contatti. E infatti la telefonata di Claudia arrivò il giorno dopo. “Ciao, ti ho trovato un lavoretto di un paio di giorni. Vediamoci stasera a casa mia, così te ne parlo.” L’unica volta che avevamo visto Sandro dopo il matrimonio era stata la sera che ci presentammo a casa loro, che c’era la diretta tivù della Coppa America: Napoli o Valencia? Quando arrivammo, Marina aveva gli occhi rossi di lacrime, ma certo non perché era commossa della nostra sorpresa. Un’altra sorpresa fu il fatto che a Sandro gli fece piacere che Napoli aveva perso. “Fanculoooo. Abbiamo perso. Alééé. Stiamo inguaiatiiiii.” Più Marina cercava di calmarlo, che in fondo quindici anni fa era peggio, e più lui si accaniva e la trattava male. E Vincenzo pure litigava con Elisa, che lei aveva dato uno schiaffo a Robertina. Insomma, se non c’era Lucia che mi portava nell’altra stanza a mangiare il suo babà, quella era un’altra serata di merda. Veramente per Sandro anche le notti erano di merda, che le passava su internet, o a piangere in silenzio nel letto nuziale, con Marina che gli dormiva a fianco, stremata per non essere riuscita a consolarlo. Ma non era un grande problema che la notte non dormiva. Perché è vero che la mattina usciva alla solita ora come niente fosse successo. Ma è pure vero che poi parcheggiava cento metri più avanti e, come un ladro, evitando la portinaia, si rimetteva a letto. A Vincenzo, invece, le cose andavano meglio. Certo, a casa non era più come prima, con tutte quelle litigate con Elisa. Anche sul nome da dare al bambino. Per evitarle, Vincenzo aveva preso l’abitudine, dopo il lavoro, di passare dall’agenzia interinale per prendersi qualche altro lavoretto. Poi accompagnava Claudia a casa, faceva la doccia da lei, aspettavano insieme che si faceva tardi, eccetera, eccetera. Così, quando rincasava, Elisa stava già dormendo. Uno dei suoi lavori interinali Vincenzo lo fece allo zoo di Fuorigrotta. Lo zoo non aveva più soldi e i lavoratori erano stati licenziati. Lui in quindici giorni doveva rinsaldare le sbarre delle gabbie, che forse qualcuno aveva paura che gli animali affamati scappassero in mezzo alla città a fare l’aggiustaggio. Con quell’ex guardiano dello zoo si erano conosciuti là, che lui stava leggendo il giornale ad alta voce mentre Vincenzo lavorava. “Guarda qua. La fabbrica non c’è più, e in attesa dei grandi progetti per il

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turismo, a Bagnoli per ora ci hanno messo i rifiuti. Altro che Coppa America. Questa è la ‘Coppa munnezza’. E con il Napoli che l’anno prossimo gioca in serie C, vuoi vedere che siamo pure capaci di vincerla?” Si chiamava Raffaele. Pure Raffaele era stato licenziato, ma continuava tutti i giorni a curare gli animali, pulire le gabbie, eccetera. “Vincenzo caro, mo’ ti spiego io che cos’è la flessibilità. Lo vedi ’sto sgabello a quattro gambe appuntite? Messo così è ’nu bello posto fisso. Messo tutt’al contrario, capisci a me, diventa la bellezza di quattro posti interinali.” Vincenzo rideva amaro mentre saldava la gabbia del leopardo. L’asfalto della città non è solo un pavimento, ma è anche un soffitto. Della città che sta sotto. Molti non se lo ricordano che Napoli sotto è vuota. Che è piena dei labirinti scavati nei secoli per prendere il tufo e costruire la città. Il fondo della città sta laggiù. E io mi tengo sempre abbastanza alto dal fondo. A Napoli tutti lo sanno fare benissimo. Infatti ci fanno andare solo i turisti. Forse perché i napoletani sanno che quando cadi laggiù poi ti perdi ed è difficile risalire. Eppure ogni tanto qualcuno lo stesso cade in quelle buche. Come quel palazzo che all’improvviso è sprofondato da solo. O come Sandro, quella sera che stava al tavolino di un bar a scrivere schedine, lotterie e via cantando. Fuori il traffico era bloccato per una manifestazione e quindi tutti si muovevano a piedi. Allora Nicola è entrato per comprare le sigarette, ma Sandro con barba e capelli lunghi era irriconoscibile. E Nicola neanche dopo ha capito chi era, quel tipo con la bottiglia vuota nascosta sotto la giacca, che lo seguiva a passo sempre più veloce in mezzo ai vicoli affollati, fino a corrergli dietro, rovesciando bancarelle e persone. Io invece a Sandro l’ho riconosciuto subito, quando è uscito da Spaccanapoli e si è precipitato su Corso Umberto, gettandosi in mezzo al corteo di “San Precario”. Nello stesso corteo dove Nicola, spaventato, si era rifugiato di corsa pochi secondi prima, dopo quel folle inseguimento. Neanche Lucia, a fianco a me, lo ha riconosciuto, a Sandro disperato. Sandro che lottava per resistere alla folla che lo spingeva in senso opposto a quello dove Nicola stava scappando. È stato quando l’ho visto che si abbandonava, che veniva assorbito dalla folla, come uno che sta affogando inghiottito dalla terra, che ho avvertito per la prima volta quel silenzio assordante che non ci potevo credere che esisteva. Allora mi sono girato verso Lucia. Lei mi ha sorriso. Io l’ho guardata. Poi l’ho abbracciata. E subito dopo ho ricominciato a sentire di nuovo tutte le voci dei ragazzi che gridavano gli slogan e via discorrendo. Mentre immaginavo di camminare sull’asfalto che copriva il mio amico, caduto laggiù, nel fondo della città. Nei giorni seguenti andai da Don Franco a presentare i risultati del lavoro che mi aveva richiesto: un nuovo sistema di intercettazioni telefoniche, diverso da qualsiasi altro e quindi impossibile da scoprire. Per quattro mesi l’avevo sperimentato sui miei amici, Lucia compresa. Di loro sapevo vita, morte e miracoli. E quello che non sapevo, ero assolutamente in grado di immaginarlo. Il sistema funzionava benissimo, ma non mi andava di dire a Don Franco che ero già pronto. Stavo seriamente decidendo di cambiare vita: quello sarebbe stato il mio ultimo aggiustaggio. Ma per potermi permettere questa svolta da quel lavoro dovevo guadagnarci il più possibile, almeno duecentomila euro. Per questo il lavoro doveva essere perfetto: la mia prima opera d’arte senza i pezzi della fabbrica. “Caro Matteo, devi affrettarti. Senza questo sistema corriamo il rischio di restare fuori dagli appalti più grossi. Te ne faccio un problema di coscienza: che fine gli facciamo fare a tutti gli operai che hanno fatto domanda per lavorare? E agli impiegati? Guarda qua. Queste sono le domande che mi sono arrivate solo stamattina per un posto di assistente alla direzione.” Il mio occhio si è fermato su una sola tra quelle decine di domande di lavoro rovesciate sulla scrivania. Poi ho fatto la mia richiesta a Don Franco. E lui: “Cinquecentomila sono troppi. Non scherziamo. Al massimo duecentomila. Consegna fra un mese esatto. Siamo d’accordo?” “A una condizione.” “Sarebbe?” “Solo uno sfizio. In cambio di trecentomila euro.” “E quale sarebbe, questo sfizio?”

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“Né io né voi diciamo niente a nessuno, ma il vostro assistente alla direzione ve lo scelgo io, a casaccio tra queste domande.” Un mese dopo, Vincenzo era alla sua sesta e ultima giornata su un grande cantiere quando negli uffici incontrò Sandro rimesso a nuovo. “E tu che ci fai qua?” Sandro era imbarazzato. “È un cantiere importante. Qua la comando io.” Poi ha cominciato a presentarlo agli altri dicendo che Vincenzo era bravissimo e che l’impresa doveva tenerlo. Al padrone dell’impresa, che un tempo Sandro avrebbe chiamato “palazzinaro tangentista”, forse non glielo voleva presentare. Ma quando è arrivato non ha potuto evitarlo. Guardate che se non era per i colleghi che lo odiavano e per Don Franco che lo trattava come la pezza per le scarpe, non era male come l’avevo sistemato, il Sandro. Lui però non sapeva nulla e continuava a credere che era stato scelto per il suo curriculum. “Faccio l’assistente alla direzione. Ho cambiato lavoro. Ero stanco, Vincè, tu solo te n’eri accorto. Hai visto? Ho seguito il tuo consiglio: mi sono fatto assumere.” Vincenzo lo guardava senza parlare. E ancora: “Non ti credere, Don Franco non è cattivo. È solo la vita che è difficile. Quello è uno che ha lavorato duro.” “E Marina come sta?” Sandro non lo guardava negli occhi: “Tutto bene. Ma che mi parli di Marina quando ancora mi devi dire di Elisa. È nata o no ’sta creatura? Come l’hai chiamata? T’aggia fà ’nu bello regalo, Vincè. Aspetta che parlo con Don Franco e vedrai. È proprio destino che t’aggia sistemà io, guagliò.” Quella sera Vincenzo era a casa con Elisa quando Sandro gli fece squillare il cellulare. “Vincè, complimenti. Sei entrato nella squadra degli operai fissi. Sarai a nero per un paio di mesi, ma nun te preoccupà. Don Franco è uno che le promesse le mantiene. Ce ne stanno tanti a nero. Adesso ti fai altri quattro giorni su questo cantiere, ma già il prossimo lunedì devi andare su un altro là vicino: è un cantiere pubblico, ci sono almeno tre anni di lavoro. Mi raccomando, però. Tieni la cosa segreta per un po’.” “Ma come hai fatto?” “Non ti preoccupare. Mi sono preso l’incarico di responsabile della sicurezza.” Poi Vincenzo si è ricordato che quel lunedì Elisa si doveva ricoverare per il parto cesareo, ma lei, che non aveva capito chi era al telefono, gli ha fatto segno che a partorire bastava lei. Vincenzo era contento. Così lui ed Elisa si sono messi a parlare del nome da dare al bambino, ma stavolta senza litigare. La domenica mattina c’era un sole bellissimo a Napoli. Vincenzo si trovò a Claudia incazzata sotto casa. “Ma ieri non dovevamo vederci? Ti ho aspettato per un’ora.” Allora Vincenzo le fece una carezza sul viso che sembrava un altro calcio di rigore. E infatti lei rimase spiazzata e muta, mentre lui se ne andava senza voltarsi. Era un sole di ottobre così bello che io e Lucia ce ne siamo andati in giro tutto il giorno per la città. Parlavamo del sito internet che le stavo facendo. Quello dove lei poteva presentare on line i suoi modelli di “maglieria personalizzata”. Così potevano mettersi a lavorare, lei e le ragazze della cooperativa che stava mettendo su, solo quando arrivava l’ordine, facendo scegliere alle clienti l’immagine o la scritta che meglio le rappresentava. Il sole era tanto bello e rassicurante che abbiamo deciso di scendere a “Napoli sotterranea”, proprio come dei turisti. C’era un silenzio perfetto in quei cunicoli. Un silenzio corposo. La mancanza di suono mi dava una sensazione di pienezza. Forse il silenzio è come il nero per i colori. Li racchiude tutti. Quella volta mi sembrava di non aver sentito mai un rumore più bello. Mi guardavo intorno come un bambino. Guardavo Lucia. Ci siamo baciati. Anche lei sembrava affascinata da quella calma muta. Quando siamo tornati in superficie il sole stava tramontando e avevamo una gran fame. Allora Lucia ha telefonato a Don Peppe e gli ha detto che rimaneva a dormire da un’amica. Invece dopo la pizza è venuta da me e abbiamo fatto l’amore per la prima volta. E poi ancora. Per tutta la notte. Sandro non voleva far sapere in giro che aveva cambiato lavoro e così Vincenzo ha mantenuto il segreto. Il pomeriggio della domenica Marina era andata a trovare Elisa, spiegandole in lacrime che lei e Sandro s’erano lasciati e lui era andato a vivere in un monolocale: era distruttivo, non credeva più a niente, litigavano ogni giorno, eccetera, eccetera. Da qualche giorno lei stava pure cominciando

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a vedersi con un tizio, il proprietario di un negozio del centro commerciale. La sera, dopo averglielo raccontato, Elisa gli chiese: “Vincè, ma Sandro che fine ha fatto?” E Vincenzo, nonostante aveva capito che Sandro non gli aveva detto tutta la verità: “Non lo vedo da quasi tre mesi.” “Ma dove sta questo cantiere dove lavori?” Vincenzo rimase in silenzio. Quando arrivò la telefonata di Rosa, Vincenzo stava nel nuovo cantiere con una squadra di operai esperti. Era mezzogiorno, ma sole non ce n’era. Anzi, era scuro e sembrava che doveva piovere. “È nato. Elisa sta bene. Più tardi ti richiama lei. Ma insomma, ’sto nome quando lo decidete?” Vincenzo era contento come un ragazzino. Anzi, forse era tornato ragazzino. Come quella volta che arrivò di corsa dopo l’allenamento con Maradona, che poi non aveva parlato più. Si è messo di nuovo a vomitare le frasi, che non c’era verso di farlo finire. Mentre si alzava il vento, gli altri operai lo guardavano sbalorditi. “Vincè, ma che ’nge sta dinto a ’sto panino?” Secondo me non era mai stato così contento. Sono sicuro che era ancora più contento di quella volta con Maradona. Allora Vincenzo smise di parlare. E anche questa volta è successo. Vincenzo stava là per terra, immobile e sanguinante, quando Sandro è arrivato. Ormai stava facendo buio. “Dottò, noi gliel’abbiamo detto a Don Franco che quell’impalcatura era pericolosa. Lui ha detto che non ci poteva fare niente, che il responsabile eravate voi, che dovevamo stare zitti e lavorare.” E Sandro, sconvolto: “Perché cazzo avete fatto salire a lui che era il meno esperto?” “Nessuno voleva salire. Allora Vincenzo s’è fatto avanti lui.” Quando Sandro è arrivato, Vincenzo già non poteva più parlare. Se era già morto o no, io questo non lo posso dire. Quello che so è che Don Franco ha chiamato Sandro e gli ha detto che doveva pensarci lui, che la responsabilità era sua. In quel momento stava già cominciando a piovere. E Sandro: “Ci penso io. Sistemo tutto. State senza pensiero.” Io invece quel giorno me l’ero presa comoda. La mattina alle undici avevo chiamato a Don Franco dicendogli di preparare i soldi, che ero pronto per la consegna. E lui: “Lascia tutto a casa. Vengo io da te domani mattina. È più sicuro.” Per un momento avevo pensato di rimandare, che la mattina dopo a Bagnoli c’era la demolizione dell’ultimo capannone della fabbrica rimasto in piedi, quello dov’era morto mio padre. Ma di fronte a duecentomila euro voi cosa avreste fatto? Il pomeriggio avevo due o tre appuntamenti per le mie ultime manutenzioni. Il giorno dopo avrei salutato baracca e burattini. L’appuntamento finale era alle diciannove. Mi avevano chiamato a mezzogiorno: un reclamo urgentissimo proprio nel palazzo di Don Franco. Il portinaio m’ha detto che i telefoni di alcuni appartamenti non funzionavano più, che era un difetto del mio sistema. In realtà il problema era che qualcuno che non teneva niente di meglio da fare aveva tagliato certi fili dal pianerottolo. Io il guasto l’ho riparato in mezz’ora. Avevo finito. Ero pronto a tornare a casa, dove Lucia stava preparando la nostra prima cenetta intima. Ma il portinaio di Don Franco sembrava che lo faceva apposta a tenermi là. E prima una cosa, e poi un’altra. In ultimo sono andato dalla vecchia signora che teneva installato in casa tutto il pacchetto risparmio del condominio. A me lei non mi ha detto niente, ma il portinaio insisteva che ci stavano troppe lucette e quindi la vecchia non riusciva a dormire. Io la pioggia la vedevo cadere fuori al balcone. Ma non la sentivo. Non faceva rumore. E anche il campanello di casa della vecchia signora non l’ho sentito quando ha bussato. E pure Sandro stava zitto, lì dov’era caduto Vincenzo, ad aspettare sotto la pioggia che non faceva rumore. C’era il silenzio, in città, quella sera. Nelle facce spaventate di quattro uomini, in quella notte di pioggia, su quella strada di periferia. Nel trillo testardo di un telefonino chiuso nel bagagliaio di un furgone. Elisa sorridente che chiama Vincenzo. Vincenzo che non risponde ad Elisa. Elisa in clinica, con Vincenzino in braccio che piange. In un furgone che si ferma senza rumore, coi quattro uomini che scendono furtivi, che si guardano attorno prudenti, che aprono il bagagliaio, che sistemano lo scooter vicino al burrone come fosse un incidente stradale, che prendono il corpo di Vincenzo e senza una

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parola lo lanciano nel burrone. La voce di uno di loro che telefona a Sandro: “Tutto fatto, dottò.” Tutto sistemato. E poi Sandro in ginocchio tutta la notte nel fango. Che aspetta che il fango gli piova addosso. La polizia che arriva. Mi hanno arrestato mentre facevo l’aggiustaggio a casa della vecchia sordomuta. Quando sono entrati gli ho chiesto di stare zitti. In fondo stavo completando un’opera. Mi hanno accompagnato giù per le scale in manette, senza dire una parola. Fuori al portone pioveva ancora. Mi sono guardato bene intorno mentre percorrevo i pochi metri che ci separavano dalla macchina. Era la mia città. In silenzio. Poi hanno acceso la sirena, che era come il fischio finale dell’arbitro. Ma io non l’ho sentita. Matteo Esposito (cella n. 74) Carcere di Poggioreale, 6 gennaio 2005 Ai piccoli Roberta e Vincenzo Russo Via Enrico Berlinguer, 45 Bagnoli, Napoli P.S. Com’è successo a me, il tempo vi aiuterà a comprendere per quale ragione vi ho raccontato tutto. Allora capirete anche voi che non esiste futuro senza memoria. E vi spiegherete perché, persino il vecchio barbone Giampiero, quel giorno era lì. Mentre abbattevano l’ultimo capannone della zia ILVA, l’hanno visto voltare lentamente lo sguardo verso i ragazzini che giocavano in riva al mare.

Ezio Maisto, salernitano, specializzato in marketing, si è occupato anche di turismo, editoria, formazione, teatro. Consulente per l’ex Ministero del Turismo e per la Provincia di Salerno, è autore di spot pubblicitari e di guide turistiche; co-autore del volume La magia della scrittura. Scrivere per farsi leggere (ed. Sperling&Kupfer, 2005); vincitore del concorso per sceneggiatori “Cantieri Visivi in corto”. Rincorre l’indefinibile nella risposta alla domanda “che cosa fai nella vita?” Ora che gli hanno detto che è un esploratore con la passione per i contenuti ha in mente di iscriversi a un corso di bricolage.

Maria Cristina Di Meo, napoletana, specializzata in business administration, è sempre riuscita con l’abilità di uno slalomista ad evitare l’attività per la quale nutriva il maggior interesse: la scrittura. Adesso è Responsabile Affari Pubblici dell’aeroporto internazionale di Napoli, per il quale gestisce eventi, comunicazione e rapporti con stampa e istituzioni. Parla correntemente l’inglese, il tedesco e il francese. Ha vinto il concorso nazionale di idee “Parchi Letterari” insieme a Ezio Maisto, con il quale è stata selezionata a “Le Giornate Europee del Cinema e dell’Audiovisivo” di Torino. È distratta il giusto (no, forse un pochino in più).

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Ancora adesso la città è piena di cortili, balconi e terrazze dove, a fianco ai normali cavi elettrici, ci stanno i miei “cavi firmatiâ€?. Le figure che facevo erano tante. Dipendeva da come mi sentivo quel giorno: una barca, una bella guagliona, un cigno, eccetera.

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PULLECENELLA Il carro e la luna di Sergio Pacelli PROGETTO PER UNA MINISERIE TELEVISIVA GENERE: STORICO-BIOGRAFICO

Qual è la vera origine di Pulcinella? Secondo alcuni studiosi la maschera risale ai secoli remoti dell’epoca latina, richiamando alla memoria i personaggi delle fabulae atellanae, specialmente le maschere di Macco e Dosseno. Le caratteristiche fisiche e il costume riconducono Pulcinella alla grande famiglia demonica degli zanni medioevali, come figura comico-grottesca di un pallido e diabolico spirito sotterraneo, emerso ad esibire, in una parentesi carnevalesca, l’insaziabile sfrontatezza, la goffaggine e il gusto perturbatore del piccolo diavolo sciocco. Nel corso della seconda metà del Cinquecento, con l’avvento della Commedia dell’Arte, Pulcinella ha assunto, in armonia con il ruolo di servo, tratti di caricatura sociale, presentandosi quale satira della semplicità e della goffaggine del villano. Con Sergio Pacelli il personaggio Pulcinella conosce una metamorfosi ulteriore, in una creazione drammaturgica che riduce gli aspetti buffoneschi e surreali della maschera, mentre dà pieno rilievo ai connotati più accattivanti e sentimentali della napoletanità.

È la storia di una delle maschere più conosciute della Commedia dell’Arte italiana: Pulcinella. Non tutti sanno che questa maschera nasce dalla storia vera di un attore napoletano, Paolo Cinelli, che visse nella prima metà del 1500 nella Napoli assediata dai Francesi. Costretto all’esilio per il suo temperamento irriverente, emigrò in Francia dove riscosse un grande successo. Qui il suo nome fu trasformato in Paul Cinel e, al suo ritorno a Napoli, in Pulcinella. Le vicende di questo straordinario personaggio offrono lo spunto per descrivere, come in un grande affresco, un’epoca tormentata della storia italiana e gli sfarzi e le contraddizioni della Francia di Francesco I di Valois. Il film si propone di andare oltre la goffaggine macchiettistica del personaggio, per mostrare al grande pubblico, per la prima volta, tutta l’umanità celata dietro la sua maschera. Il progetto si basa sulla sceneggiatura scritta da Sergio Pacelli per la televisione, ma adattabile anche per il cinema. La società di produzione è interessata ad una coproduzione internazionale, in primo luogo con la Francia. Media Picture International

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La vicenda si colloca storicamente nel Vicereame spagnolo di Napoli, alla fine di aprile del 1528. Ugo di Moncada, il coraggioso Viceré di Napoli, era successo a Carlo di Lannoy nel giugno del 1526. Stanco dell’assedio francese sferrato alla città di Napoli per ordine di Francesco I e messo in atto da Odetto di Foix, decide di assaltare, con le poche galee che gli rimangono, la flotta nemica. Al largo di Capo d’Orso si scatena una sanguinosa battaglia ma, nonostante l’ardimento di Ugo di Moncada e dei suoi uomini, questi perde la battaglia e anche la vita. La storia ha inizio con il rientro della salma di Moncada via mare, su una scialuppa guidata dai pochi superstiti, e con i grandi disordini che ne conseguono. Vi sono scontri sanguinosissimi tra i soldati del Principe d’Orange, Filiberto di Chalons, successore di Ugo di Moncada, e i mercenari, i quali, intravedendo nella sconfitta l’impossibilità di ottenere le loro paghe arretrate, minacciano addirittura di passare al nemico. A farne le spese, naturalmente, è il popolo. Una sgangheratissima compagnia di comici, guidata da un certo Paolo Cinelli, di solito vestito di bianco, guitto straordinariamente incline all’irriverenza, specialmente verso chi rappresenta un qualunque potere, si sta esibendo in una pantomima per un pubblico triste e svogliato, proprio mentre sopraggiunge dal mare la salma di Ugo di Moncada. Molte donne si avvicinano ai superstiti: sono le mogli, le madri, le figlie dei marinai caduti nella battaglia di Capo d’Orso che, disperate, chiedono dei loro cari. Sopraggiungono alcuni mercenari che, con la loro offensiva spavalderia, provocano una violenta reazione popolare che ben presto si tramuta in vero e proprio scontro. Paolo Cinelli viene travolto suo malgrado dal furore della folla inferocita e, separato di forza dagli altri comici, si ritrova, per sua disgrazia, tra violenti facinorosi nel saccheggio di una casa patrizia. L’uomo, non abituato a tanta violenza, tenta di nascondersi dietro un pesante tendaggio dove incontra una giovane nobile, peraltro assai brutta, paralizzata dal terrore. Scoperto dai saccheggiatori, in modo comico e incosciente, cerca di salvare l’onore della sua casuale compagna di sventura, ma proprio per denuncia di quest’ultima, che forse ardiva di essere violentata, finisce insieme ai più maldestri nelle mani della milizia vicereale accorsa in aiuto della nobile famiglia. Il Principe d’Orange, nell’intento di resistere ai Francesi, decide di espellere dalla città tutti coloro che costituiscono un impaccio alla difesa, compresi i malviventi che si sono macchiati dell’infamante delitto di sciacallaggio durante gli scontri tra mercenari e popolani. Paolo Cinelli, rinchiuso nell’antico carcere della Vicarìa per il delitto ascrittogli, riesce ben presto con la sua semplice ma efficacissima comicità a risolvere, di fronte al Viceré, il problema della difficile gestione delle reclute ignoranti e, pertanto, impossibili da inquadrare militarmente. Per di più offre al Principe d’Orange in persona una geniale strategia di difesa contro gli assedianti, con una saggezza degna solo di un popolano atavicamente abituato al patimento. Nonostante tutto viene però condannato all’esilio perpetuo. Il comico e la sua compagnia, costituita da Concetta Colomba detta Tetè, sua inseparabile compagna, un ragazzo e una ragazza raccolti per strada, ma amati come figli, una coppia di anziani comici e due omosessuali dalla voce straordinariamente bella, vengono espulsi da Napoli. Poco male perché, non appena giunti nel campo francese, trovano lavoro e cibo. Il Principe d’Orange, uomo assai deciso, nell’intento di resistere sino allo strenuo delle forze, pone in atto, seppure in modo distorto, la strategia ventilata dal comico napoletano. Il Viceré riesce così a rompere l’assedio della città, ma con delle conseguenze a dir poco disastrose per la stessa Napoli. L’accampamento francese, infatti, è posizionato ad oriente di Napoli, tra la sommità del colle di Poggioreale e il mare. Alle sue spalle si trova una vasta zona acquitrinosa e malsana, chiamata “le paludi”. Il Principe d’Orange, sottovalutando la pericolosità del progetto, fa scaricare in quelle acque malsane un’enorme quantità di canapa che, con i miasmi della macerazione fuori stagione,

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appesta l’aria sino a rendere invivibile la zona occupata dall’esercito assediante. Ben presto però si scatena una terribile epidemia di peste che decima l’esercito francese. Lo stesso Lautrec, comandante delle forze assedianti, perde la vita. I pochi superstiti francesi si affrettano a ritirarsi ad Aversa per poi ripartire frettolosamente verso la madre patria. Paolo Cinelli e i suoi compagni rimangono di nuovo senza lavoro. Tornati a Napoli si trovano davanti una città deserta e devastata, ormai preda della peste. I comici, con il loro “carro palcoscenico”, lasciano l’amata Napoli decisi a non farvi mai più ritorno e, vista la calda accoglienza che i soldati francesi avevano riservato loro prima che scoppiasse la peste, si dirigono verso la Francia, già meta in quel periodo di tanti comici del napoletano e del nolano. Durante il viaggio verso la Francia, Paolo Cinelli affina la sua arte di comico ironico, pungente e scomodo. Nel frattempo il suo nome, che per bocca dei soldati francesi è diventato “Paul Cinel”, si trasforma definitivamente, per l’immancabile intervento dei comici napoletani, in “Pullecenella”. La sua notoria irriverenza verso qualunque forma di potere, che da buon napoletano amministra con gaudente allegria, e la sua sconsiderata passione per le avventure galanti ben presto lo rendono tristemente famoso, costringendolo spesso ad indossare strani travestimenti per non essere riconosciuto dai soldati dei vari Signori che è andato via via offendendo. Giunta a Fabriano, la compagnia si imbatte nel Duca della città ed in suo figlio Odorisio. Il Duca, uomo autoritario, amante delle donne e con un evidente tocco di follia, decide di accogliere in casa la figlia di Pullecenella. Subito se ne innamora e vorrebbe sposarla, ma Odorisio, goffo, grasso e dispettoso, diventa presto suo rivale in amore. La compagnia parte così alla volta di Parigi senza la ragazza, che rimane presso i Duchi di Fabriano per alcuni anni, aspettando di sapere a chi sarebbe andata in sposa, se al padre o al figlio. Durante l’attesa la lotta fra i due pretendenti non si placa, anzi diviene spigolosa e senza esclusione di colpi, al punto da risultare comica. Pullecenella arriva in Francia. La sua fama e quella della sua sfacciata irriverenza verso il potere, specialmente quello fasullo dei nuovi nobili, ha varcato le Alpi e l’ha preceduto. A Parigi, con sua somma sorpresa, viene accolto trionfalmente e persino ricevuto dal Re. Pullecenella però non diviene soltanto il comico più amato dalla corte, ma anche il pupillo di alcune tra le dame più famose di Francia. Marpione, suo figlio adottivo, divenuto ormai adulto, non è da meno e diviene ben presto l’amante giovane di Francia per antonomasia. Tra padre e figlio, però, non si è mai stabilito un duraturo e solido legame. Marpione infatti, pur rispettando profondamente il padre come capocomico, ne condanna la dissolutezza. La vita di Pullecenella trascorre tra agi, successi, discreta ricchezza e belle donne. Tetè, la sua compagna d’arte e di vita, lo lascia fare: non si mostra gelosa più di tanto e neppure violenta, nonostante i tanti sfacciati tradimenti. La donna però, con l’aggressività tipica delle partenopee, sfoga la sua rabbia e il suo rancore direttamente in scena. I francesi lo imparano presto e, ad ogni tradimento di Pullecenella che trapeli tra i doppi sensi e le battute ironiche e pungenti dei salotti della “Parigi bene”, accorrono a vedere il nuovo spettacolo per assistere allo scontro furioso, a volte addirittura cruento, tra “lui e lei”. Un giorno Pullecenella intreccia una relazione pericolosa con la Duchessa Marie Blanche de la Croix, donna particolarmente incline a dissolutezze. Suo marito, il Duca de la Croix, scoperto il tradimento, chiede soddisfazione a Pullecenella, intervenendo nel bel mezzo di uno spettacolo. L’attore, non avvezzo a simili scontri fisici, cerca, con risultati comici, di sottrarsi al duello. Purtroppo la cosa appare impossibile, tanto più che Tetè, trovatasi finalmente di fronte Marie Blanche de la Croix, scatena con la nobildonna una furibonda rissa che coinvolge anche gran parte del pubblico.

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La data del duello viene fissata ma Pullecenella, dietro le quinte, fa bene intendere agli altri componenti della compagnia che preferisce senz’altro tornare a Napoli piuttosto che battersi con uno scatenato marito oltraggiato. La notizia viene accolta da tutti con commozione ed estremo piacere. Iniziano così i preparativi per il ritorno in patria. Nel frattempo in Italia, nel castello dei Duchi di Fabriano, la sfortunata figlia di Pullecenella è stanca di attendere la decisione su chi debba sposarla, se il Duca di Fabriano o suo figlio Odorisio. Mentre i due continuano un’assurda lotta punteggiata da alterne follie, riesce a trovare un compagno disposto a fuggire con lei e ad accompagnarla in Francia alla ricerca della sua famiglia di guitti. I due giovani, ormai legati da un tenero sentimento, giungono a Parigi appena in tempo per rimettersi di nuovo in viaggio verso Napoli. Sulla strada del ritorno, nei pressi di Nola, la compagnia viene attaccata dai briganti. Quasi tutti i comici scappano via terrorizzati abbandonando vettovaglie, carri e costumi. Tetè, invece, nell’estremo tentativo di salvare quanto ha raggranellato in un’intera vita, rimane a difendere il carro. Pullecenella potrebbe fuggire, ma non se la sente di lasciare la sua Tetè nelle mani dei briganti. Mostrando un’insospettata audacia, rinuncia a portare in salvo la cassa con i risparmi e affronta i briganti più con parole e lazzi che con azioni, facendosi così perdonare da Tetè ogni suo passato egoismo. Pullecenella, deriso dai briganti, viene crudelmente accecato, come monito per tutti i viandanti che non si piegano alle richieste dei rapinatori. Inizia così un periodo triste e cupo per l’attore che, di nuovo povero in canna, non ha più neppure la possibilità di recitare e di continuare a dirigere la sua compagnia. I comici si disperdono e ciascuno cerca di risolvere la propria vita facendo ogni sorta di mestiere. Pullecenella chiede di essere abbandonato al suo destino di “povero da elemosina”, persino da Tetè per non esserle di peso. La donna finge di assecondarlo, ma prima gli propone un’ultima soluzione. Convince il comico ad indossare una maschera nera dal naso adunco e a non abbandonarla più, come se fosse un suo secondo volto. Chi mai potrà accorgersi della sua cecità? È un trionfo. Pullecenella torna sulle scene e viene riconosciuto a Napoli come a Parigi. La compagnia è di nuovo riunita, ma la vita di Pullecenella è cambiata radicalmente. Fuori dalle scene, l’uomo vive quasi da eremita, accettando la sola compagnia dell’innamorata Tetè che, finalmente, lo ha tutto per sé. Al di fuori della stretta cerchia della compagnia, nessuno saprà mai della sua cecità. Il comico è ben consapevole che il pubblico non può allo stesso tempo amare e compatire un attore. Forse anche stimolato dalla sua menomazione, Pullecenella sfodera un’eccezionale bravura nell’arte del comunicare, facendo di ogni parte del suo corpo un vero e proprio veicolo espressivo. La sua cecità gli apre quotidianamente gli occhi della mente sulla parte misterica dell’arte dell’attore ma, fuori dalle scene, diventa ancora più misantropo. Marpione invece sta assumendo sempre più il carattere del Pullecenella di prima della disgrazia. Con la sua intelligenza vispa da scugnizzo, da trovatello adottato al tempo delle recite di strada a Napoli, lentamente ma inesorabilmente rimpiazza suo padre in scena e nel cuore dei componenti della compagnia. A Pullecenella questo suona come l’usurpazione di un posto e di un ruolo che ancora non spettano a Marpione. Tra i due si crea il gelo e una sera, dopo l’uscita del pubblico, padre e figlio, in seguito a una violenta discussione, arrivano addirittura alle mani. In una furia tanto più comica perché inadeguata al motivo della lite, Pullecenella spacca ogni cosa, distrugge buona parte del teatro e distribuisce, con un nodoso randello, botte da orbi a tutti. Inutile è l’intervento degli altri comici. Quando Pullecenella riesce a chiudere Marpione in un angolo, con un colpo ben assestato lo mette a terra lungo disteso. Il giovane, da buon attore, decide di fingersi morto. Tetè è disperata. Pullecenella non si rende immediatamente conto di ciò che è accaduto, ma appena comprende, si ravvede e scoppia anche lui in singhiozzi.

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Sua moglie tra le lacrime gli confessa che né Marpione né la ragazza sono dei trovatelli, ma loro figli naturali. La rivelazione scatena una lite violenta, molto simile a quelle che di solito accadevano in scena, ma questa volta vi prendono parte tutti i comici. La donna, vedendosi attaccata dalla maggioranza, si trova costretta ad esporre le sue ragioni e, con accorata dolcezza, spiega che se Pullecenella si fosse sentito legato anche minimamente a una donna per via di un figlio, non sarebbe più stato libero di creare, di vivere la sua vita, di dare agli altri, a quelli che non hanno il coraggio o la forza di colpire il potere, anche se solamente con smorfie e sberleffi, quello che lui ha dato: una voce “contro” che non potrà mai più morire. Il giovane Marpione non riesce a trattenere la sua gioia e, tra la meraviglia di tutti, scatta in piedi e corre ad abbracciare sua madre. È subito festa generale, ma Pullecenella non si rende immediatamente conto di ciò che sta accadendo e chiede spiegazioni a chi gli capita di toccare a tentoni, fino a quando non sfiora con la mano il volto di suo figlio, gli accarezza il profilo e, riconoscendolo, piange per la gioia di sentirlo vivo. Si imbandisce un luculliano banchetto per festeggiare Marpione. Mentre tutti gozzovigliano tra lazzi e scherzi d’attore, Pullecenella da solo, in disparte, mostra ubriaco la sua gioia alla luna, con le sue movenze, con la sua mimica, con la sua arte. Il comico, con la sensibilità dei ciechi, si accorge che qualcuno sta ripetendo i suoi gesti, come in uno specchio. Pullecenella, spaventato, pensa che sia la Morte, venuta a prendersi gioco di lui, e si lancia in un meraviglioso monologo, tanto che gli altri comici, attirati dalle verità dette da Pullecenella, fanno cerchio intorno a lui, in silenzio. Pullecenella passa timidamente una mano tremante sul profilo della persona che gli sta accanto e si accorge allora che a ripetere i suoi gesti e le sue movenze è suo figlio Marpione. Con gioia malinconica e serena, si sfila la maschera e, come un’investitura, la pone sul volto del figlio, dicendogli che non è la morte, bensì la vita per Pullecenella, una vita eterna. Senza maschera si sente come perduto nel buio: chiama a gran voce la sua compagna e si allontana con lei, mentre gli altri continuano a ballare e a festeggiare il nuovo Pullecenella.

Sergio Pacelli è autore ed attore professionista dal 1967, capocomico e regista dal 1972. È autore di 93 opere di teatro, tutte rappresentate. Ha ricevuto il Premio Nazionale di Teatro Popolare “A. Petito” nel 1977, con la presidenza di Diego Fabbri. È studioso ed esperto di antropologia della recitazione, autore di testi di metodologia teatrale innovativa, direttore dell’Accademia Cattolica d’Arte Drammatica e della Libera Università del Cinema e del Teatro. Dall’89 al ‘95 ha lavorato come regista, giornalista antropologo e inviato speciale per le televisioni di diversi Paesi (Bulgaria, Turchia, Mongolia, Russia, Georgia, Siberia), per le quali ha diretto grandi reportage. È autore di 62 sceneggiature di cui 23 realizzate. Media Picture International è una nuova società di produzione con sede a Roma, fondata da Piero Lombardi, ex dirigente RAI e Sky TV, e da Tony Shargool, ex dirigente di Network, Stream e Sky TV. MPI è attiva nella produzione cinetelevisiva, nel design di format per programmi tv, nel marketing di eventi musicali, nell’organizzazione di dirette televisive, nell’adattamento di programmi per il mercato televisivo italiano.

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... si accorge allora che a ripetere i suoi gesti e le sue movenze è suo figlio Marpione. Con gioia malinconica e serena, si sfila la maschera e, come un’investitura, la pone sul volto del figlio...

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FICTION CORTOMETRAGGI

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QUESTIONE DI PIANI di Armando Vertorano PROGETTO PER CORTOMETRAGGIO

Accade, talvolta, che basti un piccolo caseggiato di tre piani con i suoi inquilini e un po’ di baldoria per scatenare alcune tra le dinamiche più complesse della nostra società. L’autore, con una metafora da piano terra, affronta gli equilibri e le logiche di potere del vivere comune e, ancor di più, le modalità attraverso cui ognuno di noi manifesta il briciolo di potere che crede di stringere tra le mani. Il caseggiato in cui prende vita il film è un grazioso modellino di scala gerarchica. Dal piano superiore piovono, a suon di techno e urla, succulente frustrazioni per chi sta più in basso senza alcun diritto di parola: il vecchio “buon viso a cattivo gioco”. Ma cosa accade a chi sta ancora più giù? La semplicità è una virtù. E quando questa si unisce in matrimonio con un’idea geniale e dai tratti grotteschi, nascono progetti come quello di Armando Vertorano, in potenza un divertente e attualissimo trattato entomologico sull’homo (poco) sapiens.

Vivo in condominio da quando sono nato. Questo mi ha portato fin da piccolo ad avere una coscienza di quello che, nella dinamica condominiale, era il mio posto, cosa potevo fare e cosa invece ero costretto a sopportare. Ricordo ancora le notti insonni nella mia stanzetta, a causa dei miei “piani di sopra”: dischi ripetuti fino all’ossessione, coppie con bambini piccoli che si svegliavano in piena notte, adolescenti appassionati di techno con madri appassionate dei Nomadi... Anch’io però facevo la mia parte: quando i miei erano via, invitavo i miei amici e giocavamo tutto il pomeriggio a pallacanestro in casa, mettendo via tutto e negando spudoratamente ogni qualvolta l’inquilino del piano di sotto saliva per lamentarsi. Crescendo, ho osservato come quella semplice condizione di inquilino si riflette in molti aspetti della vita sociale, in cui la necessità di sottomettersi al potere e la conseguente frustrazione rendono le persone spietate con chi viene a trovarsi ai piani bassi della società anche solo per un istante, che si tratti di un automobilista distratto che non riparte quando il semaforo è verde, o di un passante che inavvertitamente ci urta, o del nuovo arrivato sul lavoro... Questione di piani rappresenta questo perverso meccanismo che schiaccia l’individuo rendendolo un lupo a caccia di vittime, un tema molto serio ma trattato in chiave caricaturale, a tratti volutamente eccessiva, immaginando una situazione limite: cosa accade se il lupo rimane senza più prede a disposizione? Armando Vertorano

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Q U E S T I O N E

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1. CASEGGIATO. ESTERNO GIORNO. Piccolo caseggiato a tre piani. Per ogni piano vi è una singola abitazione, non molto grande, composta da una stanza da letto, bagno e cucina. Sulla facciata che dà sulla strada ogni appartamento ha un lungo balcone. Sul balcone del primo piano vi sono numerosi vasi di piante, su quello del secondo piano dei fili con della biancheria maschile stesa ad asciugare. Il balcone del terzo piano è spoglio e le serrande sono abbassate. Le pareti del caseggiato sono pitturate di un fresco giallino chiaro. Attorno c’è un vialetto di alberi fioriti lungo cui corre una strada asfaltata e poco trafficata. È una splendida giornata di sole. Vicino al portone di entrata è parcheggiata una station wagon con il portabagagli aperto. SERGIO, 23 anni, ragazzo magro dall’aspetto piacente e dai vestiti firmati, solleva un pacco dal portabagagli e lo trascina a fatica verso il portone. Si ferma un attimo e guarda verso il terzo piano.

2. APPARTAMENTO DI ANTONIO CRAMPI / CUCINA. INTERNO GIORNO. ANTONIO CRAMPI, 39 anni, inquilino del secondo piano, beve una tazza di caffellatte e con l’altra mano cerca di abbottonarsi con estrema calma la camicia bianca a righe celesti. L’orologio alle sue spalle segna le 8.20. Vede Sergio dalla finestra della cucina. ANTONIO (dalla finestra rivolto a SERGIO) Ehilà, salve! Sergio risponde con un rapido gesto del braccio mentre porta il pesante pacco. Antonio posa la tazza sul tavolo e si precipita fuori di casa con i polsini della camicia ancora sbottonati.

3. CASEGGIATO. ESTERNO GIORNO. Antonio si fa incontro a Sergio con un sorriso. ANTONIO Serve aiuto? SERGIO (portando a fatica uno scatolone in braccio) Ci sarebbe quella valigia nel portabagagli... Antonio si avvicina alla station wagon e scarica un’ingombrante valigia. Al balcone del primo piano è affacciato il signor PIETRO BARBERA, 72 anni, che saluta con la mano Antonio e il nuovo inquilino. PIETRO Salve... e benvenuto! Buongiorno anche a lei signor Antonio! ANTONIO (ricambiando il sorriso) Ma buongiorno a lei signor Pietro, ha visto che bella giornata? I miei rispetti!

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PIETRO Grazie... Auguri! Antonio fa un cenno a Sergio, indicando Pietro con un sorrisetto complice. ANTONIO (a bassa voce) Fa sempre gli auguri a tutti, non ho mai capito perché! Sergio accenna un sorriso svogliato.

4. APPARTAMENTO DI ANTONIO CRAMPI / STANZA DA LETTO. INTERNO NOTTE. Antonio è steso sul suo letto. Dall’alto sente rumori di mobili che vengono spostati. Antonio ha gli occhi aperti e guarda verso l’alto. L’orologio segna mezzanotte e mezza.

5. APPARTAMENTO DI ANTONIO CRAMPI / BALCONE. INTERNO / ESTERNO GIORNO. Il sole sta cominciando a tramontare. Antonio è affacciato al balcone, lo sguardo rivolto verso il basso. Un mozzicone di sigaretta cade dall’alto e si posa deciso a pochi centimetri da lui. Antonio guarda verso l’alto, aggrottando le sopracciglia. Tira un sospiro, afferra la scopa e la paletta che giacciono in un angolo del balcone e raccoglie il mozzicone.

6. APPARTAMENTO DI ANTONIO CRAMPI / STANZA DA LETTO. INTERNO NOTTE. Antonio è disteso sul letto. Dal piano superiore proviene una musica techno a volume altissimo, insieme a una gran confusione di voci ed urletti. I vetri della finestra in camera di Antonio tremano al ritmo dei battiti della musica. Antonio si rigira nel letto. L’orologio segna le 2.

7. APPARTAMENTO DI ANTONIO / CUCINA. INTERNO GIORNO. Mattino, ore 8.20. Antonio è in cucina, con una mano sorseggia il suo caffellatte e con l’altra si abbottona la camicia. Ha il viso segnato da un paio di occhiaie e dalla barba incolta.

8. PORTONE DEL CASEGGIATO. ESTERNO GIORNO. Antonio esce dal portone del caseggiato vestito in giacca e cravatta e con in mano la sua borsa. Sui gradini del portone, un ragazzo dorme accovacciato.

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Antonio si ferma per un attimo a guardarlo, incredulo. Lo smuove con un piede. Il ragazzo non dà segni di vita. Antonio lo scuote più forte, stavolta con le mani. Il ragazzo apre gli occhi ma, alla vista della luce, si fa schermo con una mano. ANTONIO Che ci fai qua? Il ragazzo si alza a fatica, farfuglia qualcosa di incomprensibile e barcolla via. Antonio guarda verso l’alto.

9. APPARTAMENTO DI ANTONIO CRAMPI / BALCONE. INTERNO / ESTERNO GIORNO. Pomeriggio, ore 17. Antonio rientra nel suo appartamento con addosso gli abiti da lavoro. Posa la borsa, si toglie la giacca ed apre il balcone. Non crede ai suoi occhi. Sparsi sul pavimento ci sono mozziconi di sigarette, bottiglie di birra vuote e cartacce. Antonio esce lentamente sul balcone e guarda furioso verso l’alto. Si precipita alla ringhiera. ANTONIO Ehi! Ma che razz... Si interrompe, tira un respiro profondo, si passa una mano tra i capelli e con fare rassegnato prende un sacco per l’immondizia, esce sul balcone e inizia a raccogliere i rifiuti. Al balcone del piano di sotto è affacciato Pietro. PIETRO Tutto bene, signor Antonio? ANTONIO (continuando a raccogliere) Ma certo signor Pietro! PIETRO Scusi se mi sono permesso... l’ho sentita lamentarsi... ANTONIO Non si preoccupi signor Pietro, non è niente, stia tranquillo, stavo solo inciampando nella spazzatura... PIETRO Ah, va bene... allora io rientro eh? ANTONIO Arrivederla signor Pietro, mi raccomando, se ha bisogno di qualcosa mi chiami. PIETRO Ah, grazie... grazie... auguri!

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Antonio continua la sua operazione sorridendo e scuotendo il capo.

10. APPARTAMENTO DI ANTONIO CRAMPI / STANZA DA LETTO. INTERNO NOTTE. Antonio è a letto, l’orologio segna mezzanotte e dieci. Dal piano di sopra giunge una musica soft sparata ad un volume molto alto. Antonio si stringe il cuscino contro le orecchie. La musica cessa. Antonio guarda in alto sorridendo, poi si gira e cerca di rilassarsi. Comincia a sentire uno strano rumore metallico che si fa via via più forte ed insistente. Si distinguono anche dei gemiti femminili che pian piano si trasformano in vere e proprie urla. Il viso di Antonio si contorce in una smorfia di rabbia, si alza, cammina avanti e indietro per la stanza in un crescendo di mormorii a denti stretti. La sua andatura si fa sempre più rapida finché non si inginocchia sul pavimento e, preso dalla disperazione, tira violenti pugni per terra.

11. APPARTAMENTO DI PIETRO BARBERA / STANZA DA LETTO. INTERNO NOTTE. Pietro dorme placidamente nel suo appartamento. Al suono dei pugni si sveglia un attimo, guarda in su e si rigira sull’altro fianco.

12. APPARTAMENTO DI ANTONIO CRAMPI / BALCONE. INTERNO / ESTERNO GIORNO. Pomeriggio, ore 17.30. Antonio è fuori sul balcone e guarda con una smorfia di disgusto i rifiuti che vi giacciono: due bottiglie di birra vuote, di cui una a pezzi e l’altra rimasta intatta, e due preservativi usati. Entra in casa, prende un sacco della spazzatura e una pinzetta, e getta nel sacco i preservativi. Nel compiere questa operazione urta la bottiglia integra che rotola pericolosamente fin sull’orlo del balcone. Antonio si ferma a fissare la bottiglia: il suo dondolare sembra quasi ipnotizzarlo. Guarda in alto. Guarda di nuovo in basso, fissa la bottiglia in bilico e con un leggero calcio la getta al piano inferiore, facendola finire sul balcone di Pietro. Rientra dentro velocemente, chiude il balcone e tira un sospiro di sollievo. Sul volto gli si dipinge un sorriso beato, ma vagamente inquietante.

13. APPARTAMENTO DI PIETRO BARBERA / BALCONE. ESTERNO GIORNO. Pietro sta guardando la televisione in cucina quando sente provenire dal balcone un rumore di vetri rotti. Si alza, esce sul balcone e vede la bottiglia finita in mille pezzi. Guarda verso l’alto.

14. APPARTAMENTO DI ANTONIO CRAMPI / BALCONE. INTERNO / ESTERNO GIORNO. Pomeriggio, ore 17.

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Antonio rientra dal lavoro fischiettando. Si toglie il soprabito, esce fuori sul balcone e lo trova di nuovo pieno di rifiuti. Fa una smorfia, poi riprendendo a fischiettare, con molta calma, butta tutto giù sul balcone di Pietro. Mentre è intento nella sadica operazione squilla il telefono. Antonio rientra per andare a rispondere. ANTONIO Pronto? VOCE AL TELEFONO Crampi! Come va? ANTONIO Ah salve direttore! Bene... Tutto bene... VOCE AL TELEFONO Vengo subito al punto Crampi, sa, di certe cose è preferibile parlare in privato... lei è stato veramente molto gentile con il mio Sergino, davvero, io ho apprezzato molto... ANTONIO Ma direttore, gliel’ho detto... per me è stato un piacere... VOCE AL TELEFONO Sì questo l’ho capito Crampi... e le sono molto grato... il suo comportamento è stato davvero egregio, del resto quando l’ho assunta sapevo di poter contare su di lei, ma devo dire che non mi aspettavo tanta disponibilità... magari uno di questi giorni io e lei chiacchieriamo un po’, eh? ANTONIO Grazie, direttore, per me sarebbe un onore, anche se... voglio dire... l’appartamento era libero, se suo figlio cercava casa, perché non aiutarlo... non vorrei che pensasse... cioè... VOCE AL TELEFONO Ah, ah, ah, lei è proprio una brava persona Crampi! Ora la devo lasciare, a domani... e ancora grazie! ANTONIO Ma si figuri, grazie a lei... saluti alla signora... arrivederla. Antonio riaggancia il ricevitore, tira un sospiro, torna fuori e continua a scaricare i rifiuti sul balcone di Pietro.

15. APPARTAMENTO DI ANTONIO CRAMPI / STANZA DA LETTO. INTERNO NOTTE. 1.00 di notte. Antonio è a letto. Dall’alto provengono delle voci e dei suoni tanto fastidiosi quanto indecifrabili. Antonio non riesce a trovare pace, si alza e inizia a camminare avanti e indietro per la stanza. Si sdraia a terra e fa una decina di rapide e rabbiose flessioni, poi guarda l’armadio e si ferma. Si rialza da terra, apre l’armadio e vi trova un pallone da basket un po’ impolverato.

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Ci si mette a giocare usando come canestro il cestino dei rifiuti, dalla circonferenza visibilmente più piccola del pallone. È particolarmente insistente nel far rimbalzare la palla sul pavimento.

16. APPARTAMENTO DI PIETRO BARBERA / STANZA DA LETTO. INTERNO NOTTE. Al rumore della palla da basket Pietro si sveglia di soprassalto, si alza dal letto a fatica e, appoggiandosi via via a mobili e pareti, arriva in cucina.

17. APPARTAMENTO DI PIETRO BARBERA / CUCINA. INTERNO NOTTE. Pietro si versa un po’ d’acqua minerale in un bicchiere. Mentre riavvita il tappo della bottiglia, si accorge che i colpi provenienti dal piano superiore fanno vibrare il liquido nel recipiente. Guarda verso l’alto, afferra il bicchiere e beve.

18. APPARTAMENTO DI ANTONIO CRAMPI / STANZA DA LETTO / BALCONE. INTERNO / ESTERNO GIORNO. Domenica mattina, ore 11. Antonio è in pigiama, seduto sul letto. Legge un libro. Suonano alla porta. Antonio posa il libro, si alza, guarda dallo spioncino. È Pietro. Antonio apre uno spiraglio di porta. ANTONIO Signor Pietro! Cosa vuole? PIETRO Salve signor Crampi, mi scusi se la disturbo, volevo solo chiederle se sa qualcosa sui rumori assordanti che di notte provengono dal suo appartamento... ANTONIO Ma quali rumori, ma cosa dice, ma come si permette... io stanotte ho dormito tranquillo, anzi le dirò che era da giorni che non dormivo così bene! PIETRO Mi scusi, io non volevo essere sgarbato... speravo di risolvere la questione in modo semplice e pacifico... tra l’altro c’è anche il problema dei rifiuti che trovo sul mio balcone... ANTONIO Ma lei si rende conto che è domenica mattina? Come le viene in mente di disturbare con simili fandonie una persona che lavora tutta la settimana? Vada via, se ne torni nella sua tana! L’anziano si allontana a testa bassa. Antonio chiude energicamente la porta. Esce sul balcone e nota che, stranamente, è abbastanza pulito, c’è solo qualche mozzicone di sigaretta. Antonio li spinge giù con un piede facendoli finire sul balcone sottostante.

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Un sorriso beffardo gli si dipinge in volto.

19. APPARTAMENTO DI ANTONIO CRAMPI / STANZA DA LETTO. INTERNO NOTTE. Notte inoltrata. Antonio è nella sua stanza, seduto sul letto, con la testa fra le mani. Dal piano superiore musica techno a palla. Si guarda attorno con gli occhi sgranati, si alza, si avvicina alla poltrona e la sposta più volte facendo rumore. Ad ogni spostamento si ferma a guardarla, come per verificare se la nuova posizione è migliore della precedente. Finito con la poltrona, compie la stessa operazione con il letto e, subito dopo, con l’armadio. Nello spostare il piccolo ma pesante armadio, Antonio, con una spinta particolarmente energica, lo lascia cadere sul pavimento. Abiti e oggetti si sparpagliano per la stanza, il fracasso è apocalittico. Antonio contempla immobile l’accaduto. ANTONIO ... ops... Gli scappa una risatina sadica.

20. APPARTAMENTO DI ANTONIO CRAMPI / STANZA DA LETTO / BALCONE. INTERNO / ESTERNO GIORNO. Mattina, ore 7.00. Antonio dorme tranquillo. All’improvviso viene svegliato dalla sirena di un’autoambulanza. Allarmato si alza, esce sul balcone facendosi largo tra i soliti rifiuti del mattino e vede che un infermiere sta portando via Pietro su una barella. Il volto di Antonio si fa teso, le mani gli tremano, suda. Rientra, guarda verso l’alto: dal piano superiore non giunge nessun rumore.

21. PORTONE DEL CASEGGIATO. ESTERNO GIORNO. Pomeriggio, ore 16.50. Antonio di ritorno dal lavoro si avvicina al portone camminando rapidamente. Sul portone alza lo sguardo verso il primo piano e vede tutte le serrande abbassate.

22. APPARTAMENTO DI ANTONIO CRAMPI / STANZA DA LETTO. INTERNO GIORNO. Antonio è al telefono, ha ancora la giacca addosso. Butta uno sguardo all’armadio rovesciato che ancora invade la sua stanza. ANTONIO Pronto ospedale?

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VOCE AL TELEFONO Sì? ANTONIO Sono il vicino di casa del signor Pietro Barbera... è lì? VOCE AL TELEFONO Lei è parente? ANTONIO No, ho detto che sono il vicino... Posso sapere come sta? VOCE AL TELEFONO Eh, si calmi... vediamo... ah! Barbera! Ha avuto un infarto! ANTONIO Un infarto! VOCE AL TELEFONO Sì, ma tutto sommato, un attacco leggero... ANTONIO Ah, meno male... VOCE AL TELEFONO Possiamo anche dimetterlo se vuole, lo viene a ritirare lei? ANTONIO Sì... ah sì, sì, certo, non si preoccupi, lo vengo a prendere io... VOCE AL TELEFONO Ah benissimo... allora lei è parente! Sa, noi possiamo consegnarli solo ai parenti... ANTONIO ... Sì... sì, sono... il figlio, me ne occupo io... grazie... buongiorno. Antonio riaggancia. Pochi secondi dopo il telefono squilla facendolo sobbalzare. Antonio afferra la cornetta con uno scatto nervoso. ANTONIO Pronto... VOCE AL TELEFONO Crampi, è il direttore! ANTONIO Ah... ehm, salve, salve direttore! Tu... tutto bene?

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VOCE AL TELEFONO Sì, sì Crampi chiamavo solo per sapere se il mio giovanotto si comporta bene! ANTONIO Eh... ah, ma certo signor direttore, è davvero un bravo ragazzo... pensi anche l’inquilino del primo piano gli ha subito voluto un gran bene! VOCE AL TELEFONO Ah, bene... sono contento... ANTONIO Sì... VOCE AL TELEFONO La devo lasciare Crampi. Ancora grazie. Sappia che non mi sono dimenticato di lei... ANTONIO S... sì... sì, grazie direttore, a... a domani... Antonio riaggancia e si precipita fuori dal suo appartamento.

23. APPARTAMENTO DI PIETRO BARBERA / STANZA DA LETTO. INTERNO GIORNO. Mattino, ore 12. Pietro si sveglia nel letto del suo appartamento. Al suo capezzale c’è Antonio, sorridente. ANTONIO Buongiorno signor Pietro! Come si sente? PIETRO Buongiorno... ANTONIO Ha bisogno di qualcosa? PIETRO Ma lei... lei che ci fa qui a casa mia? ANTONIO Lei è stato male, ha avuto un attacco di cuore... si ricorda ieri, quando sono venuto in ospedale... PIETRO Sì... ANTONIO Adesso ha bisogno di un po’ di riposo, e soprattutto di qualcuno che le dia una mano...

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PIETRO Lei... ANTONIO Sì... lo so cosa vuol dire... lasci perdere le incomprensioni che ci sono state... acqua passata... PIETRO Ah... grazie... ma... lei non deve lavorare? ANTONIO In teoria sì, ma era già da un po’ che volevo prendermi qualche giorno di vacanza... non si preoccupi per questo, tutto quello che conta è che lei si rimetta rapidamente... ora vado di là a preparare un po’ di brodo, se ha bisogno di qualcosa chiami pure. Antonio esce dalla stanza, lasciando Pietro ancora un po’ intontito.

24. APPARTAMENTO DI ANTONIO CRAMPI. INTERNO NOTTE. Dall’appartamento di Sergio provengono strani colpi che fanno tremare i vetri di Antonio. Antonio è ancora una volta seduto sul letto, con gli occhi spalancati. Si alza e cammina avanti e indietro per la stanza, in preda a strani tic, reagisce con il corpo ad ogni colpo che viene dall’alto, come se fossero delle percosse. Stringe forte i pugni, trema. Prende delle matite dalla scrivania e inizia a spezzarle con foga. Si alza, si avvicina ad un piccolo sgabuzzino e prende un aspirapolvere impolverato. Attacca la spina e l’aspirapolvere si mette in moto emettendo un rumore continuo ed assordante. Antonio resta per qualche secondo fermo con l’aspirapolvere in mano, mentre i colpi provenienti dall’alto si fanno più insistenti. Appoggia appena l’aspirapolvere sul pavimento, lo spegne. Posa l’aspirapolvere e si stende sul letto a pancia in su, lo sguardo fisso verso il soffitto. In preda ad uno scatto d’ira, morde le lenzuola fino a strapparle. Il rumore dall’alto non cessa.

25. APPARTAMENTO DI PIETRO BARBERA / STANZA DA LETTO. INTERNO GIORNO. Mattino, ore 10. Antonio alza le tapparelle della stanza di Pietro, il suo volto è segnato dalle occhiaie. Pietro è a letto, socchiude gli occhi alla vista della luce. ANTONIO Allora, come va oggi? PIETRO Beh, potrebbe andare meglio... ANTONIO Eh no, eh? Non voglio sentire queste cose, è assolutamente necessario che lei si rimetta presto... su, prenda le sue pastiglie adesso...

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PIETRO È bello vedere che esistono ancora persone di buon cuore... grazie... ANTONIO Si figuri... per me è un piacere... Antonio apre la sua agendina, in una pagina vi è un piccolo calendario. Sul mese di aprile c’è una scritta a penna: “cura del vecchio”. Il giorno 17 aprile è segnato con una crocetta. Antonio prende la sua penna e mette una croce anche sul giorno 18.

26. APPARTAMENTO DI PIETRO BARBERA / STANZA DA LETTO. INTERNO GIORNO. Pomeriggio. Antonio, con gli occhi semichiusi dal sonno, porta in camera di Pietro un vassoietto con un bicchier d’acqua e delle pastiglie. Inciampa in un mobile e rovescia il bicchiere, l’acqua e le pastiglie addosso a Pietro disteso sul letto. ANTONIO (con uno scatto di rabbia) Ma porca puttana! Pietro lo osserva stupito. ANTONIO (cercando di riprendere il controllo) Mi scusi signor Pietro... mi scusi tanto, adesso sistemo subito... PIETRO Antonio caro, io ti ringrazio per tutto quello che stai facendo per me, però ti vedo stanco, esausto... guardati che faccia che hai... ANTONIO Ma no... la mia faccia è come sempre... PIETRO Io penso che ti ci voglia un po’ di riposo... io posso stare anche da solo... ANTONIO (con un piccolo scatto nella voce) No, signor Pietro, non se ne parla. Io tengo alle persone che mi sono vicine e se sono in difficoltà le aiuto... senza tirarmi indietro... PIETRO Ma Antonio... ANTONIO (quasi minaccioso) Basta! (di nuovo con gentilezza) Ora vado a prenderle altre pastiglie e poi cambiamo le lenzuola. Antonio esce dalla stanza sorridendo, ma appena fuori il suo sorriso si trasforma in una smorfia.

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27. APPARTAMENTO DI ANTONIO CRAMPI / STANZA DA LETTO. INTERNO NOTTE. Antonio è steso nel suo letto. Immobile, gli occhi sbarrati. In bocca, le lenzuola mezze lacerate. Dall’alto, baldoria.

28. APPARTAMENTO DI PIETRO BARBERA / STANZA DA LETTO / PIANEROTTOLO. INTERNO GIORNO. Antonio ha in mano la sua agendina. Mette una croce sulla data del 15 maggio, tutti i giorni precedenti a partire dal 17 aprile sono segnati con una croce. Le occhiaie di Antonio sono peggiorate, è dimagrito e il suo viso è sfatto e scavato. Pietro è seduto su una poltroncina e sta mandando giù le pastiglie con dell’acqua. ANTONIO E questa è l’ultima signor Pietro! PIETRO Già, meno male che è andata bene, confesso che stavolta mi sono un po’ spaventato... ANTONIO Ma no! Ha sentito cos’ha detto il dottore? Lei è una roccia, signor Pietro, ci sotterrerà tutti! Pietro sorride. PIETRO Grazie eh? Veramente... ANTONIO Non c’è di che signor Pietro, gliel’ho detto, l’ho fatto con piacere... domani dovrò tornare al lavoro, quello sì che è un problema! Entro nel nuovo ufficio, ora che sono stato promosso mi aspettano più lavoro e più responsabilità! PIETRO Mi raccomando non stancarti troppo! Antonio sorride stancamente. ANTONIO (uscendo) La saluto signor Pietro... PIETRO (accompagnandolo alla porta) Arrivederci... e auguri! Pietro chiude la porta. Antonio aspetta qualche secondo in silenzio, poi si lascia andare ad una contenuta esultanza, accompagnata da un sorriso inquietante.

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29. APPARTAMENTO DI ANTONIO CRAMPI / STANZA DA LETTO. INTERNO NOTTE. Dall’alto una musica più assordante del solito. Antonio, in pigiama, con un’espressione sadica, sbatte delle sedie di legno sul pavimento così forte da sfasciarle. Ride istericamente. ANTONIO Lei è una roccia, signor Pietro! Ci sotterrerà tutti! Ah ah ah!

30. APPARTAMENTO DI PIETRO BARBERA / STANZA DA LETTO. INTERNO NOTTE. Sentendo il fracasso provenire dal piano di sopra, Pietro si sveglia. Guarda verso l’alto, mezzo assonnato. Tira un sospiro, fa spallucce e apre il cassetto del comodino. Ne estrae due tappi per le orecchie, nuovi, ancora incartati. Li scarta, se li mette nelle orecchie e torna a coricarsi, placido.

Armando Vertorano nasce a Nocera Inferiore (SA) nel 1980. I suoi genitori, da principio contenti, si resero presto conto del proprio errore quando il giovane cominciò a manifestare passione e dedizione per l’arte del teatro, del cinema, della musica e della scrittura. Cercherà di darsi un tono laureandosi in Scienze della Comunicazione e conseguendo un Master in Editing e Scrittura di prodotti audiovisivi. Al momento vive a Torino, dove accumula progetti su progetti, covandoli uno ad uno come un’attenta mamma rondine fa con i suoi piccoli, nell’attesa e nella speranza che crescano sani e prendano presto il volo...

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Mi scusi, io non volevo essere sgarbato... speravo di risolvere la questione in modo semplice e pacifico... tra l’altro c’è anche il problema dei rifiuti che trovo sul mio balcone...

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AUDIOVIDEOGRAMMI di Mario Pistacchio PROGETTO PER CORTOMETRAGGIO

Nella lingua italiana, il verbo “sentire” ha sostanzialmente due significati. Il primo si riferisce alle capacità fisiologiche dell’udito, mentre il secondo alla sfera delle sensazioni e delle emozioni. È proprio intorno alla seconda accezione che l’autore costruisce il suo cortometraggio. Il protagonista di Audiovideogrammi è, appunto, un liutaio sordomuto: un vero paradosso di primo acchito. Come può, infatti, un uomo privo di udito e di voce costruire oggetti che forgiano i suoni? Può riuscirci se rafforza le altre percezioni... Così, per il liutaio, la vitalità sonora del contrabbasso si trasforma nella melodica vibrazione della cassa sinuosa, i rudi rumori metropolitani si trasfigurano in ruvide frequenze immaginate, mentre il silenzio no: quello resta intatto... è il profondo ‘sentire’ che rimbomba nell’impercettibile intramezzo dei fotogrammi e della solitudine. Per raggiungere il cuore della pellicola, l’autore ci suggerisce indirettamente di accantonare ogni forma mentis e sforzo logico. Non saremo tenuti, infatti, a interpretare o ricostruire una trama, dovremo semplicemente abbandonarci alle sensazioni a pelle, raggiungendo uno stato di pura empatia con il protagonista. Solo in questo modo sperimenteremo di scena in scena, attraverso un apparente gioco formale, la forza di trasmigrare nella dimensione in cui il significato del verbo “sentire” è un sentimento armonico e singolare... Questo potrà aiutarci, incredibilmente, a riflettere sull’ambivalenza del suono e, soprattutto, sull’ambiguità del nostro rapporto con il silenzio.

Audiovideogrammi è un progetto di stampo minimalista, scritto per disseppellire il rapporto tra immagine e suono. È l’autopsia di quanto normalmente si dà per scontato sulla percezione umana, abitualmente stereofonica (audio/video). Scrivendo il silenzio, descrivo il rumore, l’alienazione, l’abitudine, l’entusiasmo, l’amore. Il vuoto audio è pensato per generare spiazzamento e, all’interno di questa sgangherata poetica, ho scelto di tenermi distante dalle tecniche canoniche di narrazione per descrivere situazioni limite: ad esempio non ci sono soggettive, appositamente per moltiplicare le domande. La percezione del protagonista sordomuto si impone così, in quanto tale, senza un filtro e senza un canone. Non guardiamo con gli occhi del protagonista, ma sentiamo con le sue orecchie. Credo che la vita sia prima di tutto avere senso dell’umorismo e riuscire a cogliere il paradosso: per questo il protagonista di questo corto è un liutaio, un creatore di suono. Se Beethoven è il grado zero nel rapporto tra assenza di percezione sonora e dimensione audio, il liutaio esalta la sua sfera percettiva extrasonora. È la vita stessa che ha raffinato nel liutaio la capacità di creare il suono, mentre Beethoven lo astraeva intellettualmente, in modo matematico. Comunque stiano le cose, quest’uomo ha una vita visivamente normale, una vita, però, a-sonora, vellutata, in una città frenetica e rumorosa. La sua autentica diversità è il suo essere uno dei tanti passanti, o pedoni al semaforo, o passeggeri filotrasportati dal tram... E così la città diventa lentamente un non-luogo, un ammasso di relazioni causa-effetto tutte da stabilire, un posto le cui regole di relazione sono ancora tutte da scrivere. Mario Pistacchio

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A U D I O V I D E O G R A M M I

1. STRADA. ESTERNO NOTTE. Un autobus percorre la strada. Le luci interne sono spente, l’autobus percorre velocemente la strada priva di macchine, riempiendola del RUMORE ROCO E PROFONDO DEL MOTORE SU DI GIRI.

2. DEPOSITO. INTERNO NOTTE. L’autobus rientra in deposito e si ferma. L’AUTISTA spegne il motore e scende dal mezzo. Il silenzio è interrotto da RUMORI DI ATTREZZI DA LIUTERIA SUL LEGNO: una pialla, il martello, uno scalpello, la carta vetrata. RUMORE LIUTERIA FUORI CAMPO L’autista percorre il deposito, scambia un saluto con il CUSTODE ed esce.

3. STRADA. ESTERNO NOTTE. L’autista si allontana dal deposito. Alle sue spalle torreggia un palazzo imponente. La finestra del quarto piano è illuminata dall’interno. Dietro la finestra c’è il LIUTAIO che, nonostante l’ora tarda, lavora nel suo laboratorio. RUMORE LIUTERIA FUORI CAMPO

4. LABORATORIO. INTERNO NOTTE. Il liutaio passa la carta vetro sul manico di un contrabbasso ancora sverniciato, tuttavia NON C’È PIÙ NESSUN RUMORE. Le sue mani sono grandi, le dita affusolate stringono la pialla. Al termine del lavoro posa la pialla, soffia sul legno, lo accarezza con la mano prima di avvicinarsi con il viso e controllarne la superficie. Preso un panno bianco dalla vicina sedia, pulisce il legno su cui ha lavorato e la tastiera d’ebano dello strumento, dopodichè lo depone con cura sul banco da lavoro. Spegne la lampada metallica a braccio ed esce dalla stanza. Nero.

5. CAMERA DA LETTO. INTERNO GIORNO. Il led rosso della sveglia lampeggia insistentemente: il display indica le 07:00. La tuta da lavoro è buttata sul parquet a spina di pesce. Il liutaio dorme, occupa una metà del letto matrimoniale. La sveglia è posata sul comodino dall’altro lato del letto insieme a una lampada da lettura Tiffany e a un portafotografie di legno. La foto mostra l’interno di un teatro, sul cui palco, davanti all’orchestra, una violinista imbraccia il suo strumento. Il liutaio si sveglia, scosta le coperte, controlla l’orologio da polso sul comodino e si alza. Raccoglie la tuta e la indossa.

6. CUCINA. INTERNO GIORNO. Il liutaio sciacqua la macchinetta del caffè sporca nel lavandino, la carica e la mette sul fornello. Dopo aver acceso il gas, tira su la tapparella della finestra, che sale SENZA EMETTERE ALCUN RUMORE. La tapparella lascia filtrare una striscia di luce che si posa sui piedi nudi dell’uomo.

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Fuori, le luci dei lampioni si stanno spegnendo e gli autobus escono dal deposito. Il liutaio beve a canna dalla bottiglia di plastica che si trova sul tavolo e, dopo aver bevuto l’ultimo sorso, la accartoccia con forza, lanciandola nel bidone della spazzatura colmo. Mentre aspetta il caffè, il liutaio inganna il tempo sfogliando distrattamente un giornale vecchio e ingiallito. Prende il caffè, salito SENZA RUMORE e, dopo essersi piegato sul fornello, si accende una sigaretta: un tiro profondo, mentre si stiracchia contro la finestra.

7. LABORATORIO. INTERNO GIORNO. Il liutaio entra nel laboratorio, passa una mano sui fianchi sinuosi del contrabbasso che sta rifinendo e lo osserva alla luce della finestra. Un grande tavolo da lavoro in legno grezzo, due sedie ingombre di barattoli e stracci, un antiquato ma poderoso impianto stereo sono gli unici mobili della stanza da lavoro. I contrabbassi appesi con delle cordicelle dominano il laboratorio, distribuiti lungo le pareti. In giro, oltre alla polvere, ci sono i classici strumenti da liutaio: barattoli di colla e di vernici, pennelli, morse metalliche, scalpelli da legno, piega-fasce, pialle e rotoli di carta vetrata. Il liutaio smuove con il piede alcuni trucioli sul pavimento, prende la pialla e torna a rifinire lo strumento.

8. CUCINA. INTERNO GIORNO. Il liutaio si alza per prendere la seconda tazza di caffè, intanto fuma una sigaretta: la cenere si allunga consumando la cartina. Il liutaio accende la televisione: sulla Rai c’è un programma mattutino di informazione. Il liutaio accende il televideo e legge L’ultim’ora. DALLA TELEVISIONE NON PROVIENE NESSUN SUONO. Stringendo saldamente in mano il telecomando nero, avvolto da un guscio protettivo di gomma logora, il liutaio spegne la televisione. Mentre si muove, fa cadere inavvertitamente la cenere dalla sigaretta che si infrange ai suoi piedi.

9. LABORATORIO. INTERNO GIORNO. Il liutaio soppesa gli scalpelli, ne saggia la qualità, la solidità delle punte metalliche e lo spessore. Alla luce della finestra controlla il piano armonico dello strumento e il manico. Osserva, stringendo le labbra. L’attenzione e la concentrazione disegnano sulla sua fronte solchi rugosi. Dopo aver scelto con cura uno scalpello, inizia a modellare il riccio dello strumento, battendo piccoli colpi di martello sull’estremità dell’utensile. Con delicatezza scalfisce la superficie del legno, scavando solchi leggeri: cadono a terra nuovi trucioli di legno.

10. BAGNO. INTERNO GIORNO. Le lancette dell’orologio posato sul cesto della biancheria segnano le 11. Il liutaio chiude la rivista e la appoggia sul cesto, coprendo l’orologio. Si alza dal water e getta la sigaretta nella tazza e tira l’acqua. Si guarda nello specchio schizzato di dentifricio e sapone. Passa una mano sulla guancia sinistra e ruota il collo. Accende il rasoio elettrico e lo passa sul mento.

11. LABORATORIO. INTERNO GIORNO. Il liutaio è accovacciato di fronte a una pila di dischi. Gli LP sono sparsi sul pavimento e parzialmente incolonnati. Il liutaio cerca: soppesa ogni album. I trucioli sul pavimento sporcano le copertine dei dischi. Il liutaio si accende una sigaretta, appoggia il ginocchio destro sul pavimento. Continua la ricerca fino a quando dalla pila estrae Who’s next degli Who. Scrollando la cenere sul pavimento, il

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liutaio si alza. Il grande impianto stereo è nell’angolo: il liutaio lo accende e solleva il coperchio trasparente del giradischi. Aprendo l’album degli Who, il liutaio tocca la superficie rigata del disco prima di metterlo sul piatto. Le luci dello stereo sono accese. Con un gesto perfettamente misurato, il liutaio solleva la puntina e la posa sul solco esatto della prima canzone. Il piatto gira, il disco è leggermente ondulato. L’equalizzatore grafico mostra il PROFILO SONORO DELLA CANZONE SCELTA dal liutaio. Il liutaio prende il contrabbasso dal tavolo da lavoro e, stringendo lo strumento con un solo braccio, si ferma davanti alle grandi casse acustiche. Poggia lo strumento sul piede nudo, alza il volume al massimo: gli altoparlanti delle casse, privi di retina e scoperti, vibrano spasmodicamente, ma NON EMETTONO NESSUN SUONO. Il liutaio avvicina la mano alle casse per sentire la vibrazione, dopodichè mette lo strumento a poca distanza dalla cassa. Passando la mano libera sul piano armonico, ne valuta la vibrazione in risposta alle onde sonore. Quando il PROFILO DELL’EQUALIZZATORE si appiattisce, il liutaio stacca la puntina dal disco e spegne lo stereo. Passa ancora una volta la mano sullo strumento prima di lasciarlo sul tavolo.

12. CAMERA DA LETTO. INTERNO GIORNO. Le ante del grande armadio sono aperte. L’interno del mobile contiene vestiti da uomo e da donna, divisi in due metà precise. Il liutaio, sbarbato, sceglie un vestito di vellutino e una maglietta nera e si veste con cura. Dal suo comodino prende la vera e la mette al dito. Si infila un paio di mocassini neri, spazzola la giacca, prende il sacco della spazzatura ed esce di casa.

13. PIANEROTTOLO. INTERNO GIORNO. Dopo aver chiuso la porta dell’appartamento il liutaio scende i gradini a due a due: le sue spalle ondeggiano con un movimento sciolto. Con un gesto automatico, l’uomo saggia la qualità del legno del largo corrimano.

14. ANDRONE. INTERNO GIORNO. Una DONNA ELEGANTEMENTE VESTITA entra nel palazzo e si avvicina all’ascensore. Mentre cammina, le scarpe nere con i tacchi a spillo NON EMETTONO ALCUN RUMORE sul marmo dell’androne. Il liutaio scende gli ultimi gradini e incrocia la donna. Lei sorride cordialmente, lui ricambia ed esce dal portone. Dalla tasca della giacca estrae un paio di occhiali da sole. Prima di inforcarli, il liutaio si specchia nelle lenti.

15. STRADA. ESTERNO GIORNO. Superato il giardinetto condominiale, il liutaio si ferma davanti al cassonetto dall’altro lato della strada. Spinge con il piede la barra metallica per alzare il coperchio e butta il sacco con un gesto vigoroso e sbrigativo. Solleva il piede dalla barra e il coperchio metallico si abbatte sul bidone, ma NON PROVOCA NESSUN RUMORE. Il liutaio controlla l’orologio. Un CANE, portato al guinzaglio da un RAGAZZO, abbaia. Il cane digrigna i denti, nel SILENZIO TOTALE. Il liutaio si allontana. Superato il deposito, c’è un cantiere di lavori pubblici in piena attività: scavatrici e ruspe vanno avanti e indietro, il compressore è in azione e gli operai lavorano ai martelli pneumatici dandosi il cambio. Perdura l’ASSENZA DI SUONI mentre si solleva una nuvola di polvere dalla quale il liutaio si ripara mettendosi una mano davanti alla bocca. Arrivato alla fermata dell’autobus, si siede sotto la pensilina. Fuma una sigaretta, distogliendo lo sguardo dalla strada. Una DONNA

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DALL’ARIA SMARRITA, dopo essersi guardata attorno a lungo, gli si avvicina e gli chiede un’informazione. Il liutaio non le risponde e continua a fumare. Le labbra della donna si muovono nell’immagine riflessa dalle lenti del liutaio: ripete la domanda a poca distanza dal viso dell’uomo, ma lui si alza e butta la cicca sull’asfalto. L’autobus arriva e si ferma dinanzi alla pensilina. Il liutaio sale a bordo.

16. AUTOBUS. INTERNO GIORNO. DUE ANZIANE SIGNORE gesticolano con animosità sedute sui sedili di plastica arancione. Il liutaio oblitera il biglietto e controlla la data stampata dall’obliteratrice. Si siede alle spalle delle due donne che lo guardano per un attimo e poi, vedendosi riflesse nei suoi occhiali, riprendono a fissare la strada e a gesticolare. Dal finestrino il liutaio osserva il traffico intasato. L’autobus percorre le strade sbuffando un denso fumo nero.

17. FERMATA AUTOBUS. ESTERNO GIORNO. Un UOMO CON IL CAPPELLO allunga il braccio in direzione dell’autobus che sta arrivando. Il mezzo si ferma. I passeggeri scendono, l’uomo sale.

18. AUTOBUS. INTERNO GIORNO. Una grande mosca ronza silenziosamente intorno al liutaio che guarda la strada alla sua destra. L’insetto sbatte contro il vetro, cerca istericamente l’uscita e finisce per posarsi sulla mano del liutaio che improvvisamente si accorge della presenza del moscone e lo scaccia con un gesto repentino. Il moscone torna a sbattere contro il vetro del finestrino mentre il liutaio preme il bottone per prenotare la fermata. Il cartello che indica “Fermata prenotata” si illumina. Si alza dal suo posto e nel corridoio incrocia l’uomo col cappello che è appena salito e si siede sul sedile lasciato libero. Le porte dell’autobus si aprono, il liutaio scende.

19. PIAZZETTA. ESTERNO GIORNO. Il liutaio cammina. Ha una scarpa slacciata. Si inginocchia, con le grosse dita fa un fiocco solido ma elegante. Rialzandosi appoggia la mano sinistra sul tronco di una grossa quercia. Muovendo le dita e passando il palmo della mano sul tronco, il liutaio commenta con una smorfia la ruvidità del materiale. Attraversa la piazzetta: sull’acciottolato dei RAGAZZETTI giocano a pallone. Ad ogni gol segnato la palla rimbalza violentemente contro la saracinesca abbassata di un negozio chiuso, SENZA EMETTERE RUMORE. Neppure la voce di una donna che si affaccia alla finestra che dà sulla piazzetta fa rumore. Pare che chiami a casa i ragazzi. Una VECCHIA SIGNORA, dopo aver sbattuto il tappeto con il battipanni, rientra in casa. Mentre si allontana, la polvere sollevata dal battipanni avvolge il liutaio che tossisce. I bambini smettono di giocare e dopo un ultimo tiro si riprendono il pallone. Si avviano verso il portone vicino alla finestra.

20. STRADA PEDONALE. ESTERNO GIORNO. ALCUNI PASSANTI camminano sfiorandosi, guardano le vetrine dei negozi e i titoli dei giornali fuori da un’edicola. Un UOMO CON LA BARBA LUNGA suona la fisarmonica appoggiato contro il muro. La canzone che suona è un MOTIVETTO PARIGINO, alla Edith Piaf.

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BRUSIO, VOCI, PASSI, RUMORI AMBIENTALI, CANZONE. Una moltitudine di visi, espressioni, intensità emotive, azioni casuali affolla la strada. Tra loro il liutaio, minuscolo, dall’alto. È in piedi davanti all’edicola con una copia del giornale in una mano e una banconota da cinque euro nell’altra. L’EDICOLANTE raccoglie la banconota dal vassoio e la stropiccia con le mani seminascoste dai guanti con le dita tagliate. EDICOLANTE FUORI CAMPO Li ha mica spiccioli?

21. EDICOLA. ESTERNO GIORNO. Il liutaio scuote la testa facendo un deciso segno di negazione. L’edicolante alza le spalle e fruga nella cassettina metallica delle monete con movimenti a scatto. NESSUN SUONO. L’edicolante appoggia le monete di resto con un gesto brusco. Preso il resto dal vassoio, il liutaio lo lascia scivolare nella tasca della giacca. Con un gesto automatico porta il giornale alle narici e, con un’espressione del volto, commenta l’odore della carta stampata, poi si allontana con il giornale sottobraccio.

22. PORTICI. ESTERNO GIORNO. Il liutaio cammina sotto i portici del centro, con le mani sprofondate nelle tasche. La FOLLA indistinta è composta da giovani, vecchi, madri con bambini, impiegati. Un VOLONTARIO di un’associazione rivolge delle parole all’uomo porgendogli un modulo da firmare. L’uomo lo oltrepassa. Sulle labbra e sui visi di ogni passante si leggono conversazioni interrotte, frasi smozzicate, sorrisi, gioia, indifferenza. Un BARBONE è sdraiato su un materasso di fortuna, davanti alla chiesa: dà le spalle al marciapiede. L’uomo si ferma, pesca dalla tasca alcune monete e le lascia cadere nel cartone attraverso la fessura ritagliata su un lato. Il barbone si gira verso il suo cartone, con un gesto indifferente porta una mano al sudicio cappello, spingendolo indietro e scoprendo un ciuffo di capelli bianchi, ma il liutaio è già lontano. Al termine dei portici si ferma ad aspettare l’autobus che arriva poco dopo. In testa porta la scritta ”STAZIONE F.S.”. Il liutaio sale a bordo.

23. AUTOBUS. INTERNO GIORNO. L’autobus è gremito di PASSEGGERI. Le persone si pressano le une contro le altre. Manca l’aria, i finestrini sono chiusi, i vetri appannati dall’alito e dal respiro dei passeggeri. L’uomo resta in piedi vicino alle porte del bus, ingrigite dalla polvere e dallo smog, che si aprono e si chiudono SENZA RUMORE, come la gente, inespressiva, che si guarda intorno fuggendo gli sguardi. Il liutaio osserva la città scorrere fuori ogni volta che le porte del mezzo si aprono, paesaggio muto ma ribollente di vita. Passa un dito sul vetro opaco, traccia un segno, una riga orizzontale. Tolti gli occhiali, il liutaio osserva il polpastrello sporco di polvere.

24. STRADA. ESTERNO GIORNO. Il liutaio attraversa la strada. Un’auto rischia di investirlo e frena di scatto, caricando gli ammortizzatori anteriori col proprio peso. Con un gesto automatico di protezione, il liutaio mette le mani sul cofano della vettura e scatta all’indietro.

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25. ABITACOLO VETTURA. INTERNO GIORNO. Il GUIDATORE MAGRO E SEGALIGNO suona il clacson con rabbia; nell’abitacolo chiuso si agita sul sedile, gesticolando e inveendo contro il liutaio. Le sue labbra si muovono rabbiose. 26. STRADA. ESTERNO GIORNO. Il liutaio finisce di attraversare la carreggiata. A metà del corso che porta alla stazione si ferma sulle strisce pedonali, intimorito: aspetta il semaforo verde che scatta poco dopo. Alle sue spalle e di fronte a lui, dall’altro lato della strada, si forma una piccola coda di persone. Dietro all’uomo, un VECCHIO è sceso dalla bicicletta per prepararsi ad attraversare. Tutti guardano in direzione del semaforo ancora rosso. Nel frattempo macchine, furgoni, bus e motorini sfrecciano davanti a loro, in un vortice di visi e immagini rubate. La sirena di un’autobotte dei pompieri getta un fascio di luce blu mentre scava un passaggio nel traffico intasato. Scatta il verde e il liutaio attraversa. A metà carreggiata un RAGAZZO cammina distrattamente e parla concitatamente al telefonino. Il ragazzo sposta continuamente il telefonino da un orecchio all’altro. Passa vicino al liutaio e gli sbatte contro la spalla. Il ragazzo si ferma e girandosi verso il liutaio si scusa. Le labbra del ragazzo si muovono SENZA EMETTERE ALCUN SUONO. Il liutaio, voltatosi per un breve istante, non gli risponde e riprende a camminare.

27. PARCHEGGIO STAZIONE. ESTERNO GIORNO. Nel posteggio antistante la stazione, DUE TASSISTI stanno chiacchierando. Uno dei due è appoggiato sul cofano della macchina dell’altro che tiene lo sportello aperto e fuma sul sedile del passeggero. Il tassista fuori dalla macchina legge il giornale e commenta una notizia delle pagine interne. L’altro tassista ride battendosi il ginocchio con la mano. Il liutaio passa davanti a loro. Il tassista con il giornale gira pagina, mentre quello seduto nella macchina si alza improvvisamente, cammina in direzione del liutaio e, tagliandogli la strada, apre la cassetta metallica che contiene il telefono del radiotaxi. Afferrata la cornetta, l’uomo parla. NESSUN SUONO.

28. STAZIONE. INTERNO GIORNO. Nella grande sala d’aspetto della stazione il liutaio si toglie gli occhiali e li ripone con cura nel taschino della giacca. Alza lo sguardo verso il tabellone delle partenze e degli arrivi che cambia sotto i suoi occhi, SENZA RUMORE, aggiornandosi con nuovi treni, ritardi, partenze. Il tabellone indica il numero del binario e l’ora di arrivo dell’Eurostar da Roma. Dopo aver controllato l’orologio con un gesto misurato, il liutaio si avvia al binario 2.

29. BINARIO 2. ESTERNO GIORNO. Il liutaio siede al tavolino del bar, sfoglia distrattamente il giornale. Guarda la GENTE che si muove verso direzioni precise, ovunque intorno a lui. Un UOMO SUI 30 ANNI posa sul tavolino metallico una serie di oggetti: fazzoletti di carta, dei gadget, un accendino, adagiandoli su un biglietto di carta. Il liutaio scosta gli oggetti per leggere il foglio piuttosto sgualcito: “Sono sordomuto. Non ho un lavoro. Lascia un’offerta.” Il liutaio lascia il biglietto e prende l’accendino. Controlla che funzioni e lo mette in tasca. Quando il giovane sordomuto torna per riprendere le sue cose, il liutaio gli lascia una moneta. Nelle lenti a specchio dei suoi occhiali si riflette il sorriso del giovane che poi si allontana. Il liutaio chiude il giornale, controlla l’orologio e, alzandosi, si accende una sigaretta. Una RAGAZZA, avvicinatasi con una sigaretta spenta tra le labbra, gli chiede da

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accendere mimando con la mano destra il gesto dell’accendino. Il liutaio infila la mano nella tasca della giacca, estrae un Bic rosso, fa accendere la ragazza che soffia un filo di fumo azzurrino nel cielo luminoso. La ragazza ringrazia e se ne va. Il liutaio resta seduto, seguendola con lo sguardo. Finisce di fumare e, mentre sta spegnendo la sigaretta, vede arrivare la locomotiva. Il treno si ferma sul binario SENZA RUMORE. Le porte scorrono lasciando uscire i passeggeri. Il liutaio si alza dalla panchina e scorge nella piccola folla la VIOLINISTA, bella, dolce, dallo sguardo materno e sensuale: le si avvicina con passo sicuro. Lei si ferma, appoggia sul marciapiedi un trolley e la custodia metallica di un violino. I due si abbracciano, il liutaio solleva la donna e la stringe. Lei lo bacia e gli parla usando il linguaggio dei sordomuti. Sottotitoli: “Mi sei mancato.” Lui non risponde. Una ragnatela di rughe si forma intorno ai suoi occhi mentre le sorride.

30. USCITA STAZIONE. INTERNO GIORNO. Il liutaio prende le valigie della violinista e insieme si avviano all’uscita. Lei apre la porta e lascia passare il liutaio con i bagagli. Lui si gira e la aspetta. I due si allontanano così, vicini. La violinista stringe il braccio del liutaio e appoggia la testa sulla sua spalla. La porta si chiude lentamente ruotando sui cardini, mentre il liutaio e la violinista rimpiccioliscono fino a svanire oltre il posteggio dei taxi. La porta si chiude con un RUMORE METALLICO E SORDO.

31. BINARIO 2. ESTERNO GIORNO. Con questo suono aspro e inatteso, la vita riprende i suoi rumori normali: un altoparlante annuncia la PARTENZA DI UN TRENO, i PASSI DEI PASSEGGERI echeggiano con il ROTOLARE DELLE VALIGIE, mischiati ai RUMORI AMBIENTALI del via vai di poliziotti, personale ferroviario, passanti. IL CHIACCHIERICCIO E PEZZI DI CONVERSAZIONI, UNA RISATA, IL RUMORE DEL TABELLONE DEGLI ARRIVI E DELLE PARTENZE CHE SI AGGIORNA.

Mario Pistacchio è cresciuto “dauno“ per poi trasferirsi a Bologna, Macerata e Torino, cercando di sopravvivere al liceo, all’università, ad un master. Scrive da sempre, ha pubblicato un romanzo, ha fatto il ghost writer, scritto per riviste, per fanzine e per un quotidiano, ha tenuto dei readings, ma è anche stato operaio non specializzato, pizzaiolo, cameriere, bluesman. Ora si occupa di editing e di pubblicità ed è in cerca di fortuna.

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Le sue mani sono grandi, le dita affusolate stringono la pialla. Al termine del lavoro posa la pialla, soffia sul legno, lo accarezza con la mano prima di avvicinarsi con il viso e controllarne la superficie.

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PRO ANA di Paola Rota PROGETTO PER UN DOCUMENTARIO

I “venticinque lettori” di Plot forse ricorderanno un progetto di lungometraggio dal titolo Frammenti, pubblicato sul primo numero della rivista: un padre e un’insegnante alle prese con una ragazzina anoressica, molto manipolatrice. Con questo progetto di documentario, il tema dei disturbi alimentari ritorna da un’altra angolazione, decisamente più scientifica, ma non per questo meno coinvolgente, anche su un piano emotivo, forse per lo stupore e l’indignazione che la voce narrante dell’autrice fa emergere con efficacia. Il progetto è in fieri e il trattamento proposto è soltanto una delle realizzazioni possibili, sulla base del materiale che Paola Rota ha raccolto e raccoglierà in futuro.

Ci sono storie che vanno raccontate, e credo che questa dei siti Pro Anoressia e Bulimia sia una di quelle. Quando ho scoperto questa realtà, ero talmente sconvolta che continuavo a raccontarla, accorgendomi, con mio grande stupore, che il tema, effettivamente di forte impatto, suscitava molto interesse nelle persone. È questo interesse che mi ha convinta a scrivere il documentario. L’argomento non è semplice da narrare, bisogna equilibrare con attenzione il materiale di internet e le interviste agli specialisti, cercando di trasmettere allo spettatore la complessità della materia, con informazioni precise e corrette, evitando i soliti luoghi comuni sui disturbi alimentari. Ho cercato di rendere visivo un materiale statico, come quello del web, suggerendo immagini evocative e scegliendo di non mostrare la sofferenza fisica della malattia. Rimane solo un dubbio, ma è giusto che ci sia per chi si appresta ad affrontare questo argomento, ed è quello che il documentario possa in qualche modo spingere alcune persone, estranee o meno ai disturbi alimentari, a frequentare questi siti. Non è raro che ragazze con problemi di anoressia e bulimia ammettano di aver preso spunto da film o libri per coltivare la loro ossessione. Questo è un rischio da tener presente, ma credo non sia sufficiente per decidere di non raccontare questa realtà. Paola Rota

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Dettaglio di una Barbie. Una mano inizia a svestire la bambola: le toglie le scarpe con il tacco, la gonna, la giacca. Una volta, in un articolo, ho letto che se Barbie fosse una persona vera sarebbe alta 1.80, peserebbe circa 46 chili, con 100 cm di circonferenza seno e 48 di girovita, e forse sarebbe in cura per anoressia. La Barbie rimane nuda. Particolari del corpo della bambola: vitino da vespa, gambe magre e chilometriche, lunghi capelli biondi... La mano prende un braccio della Barbie e lentamente lo stacca, poi stacca una gamba, poi l’altra. Per ultima viene tolta la testa: le parti del corpo della Barbie rimangono sparse su una superficie bianca. Sulle prime note di Welcome to my world, a poco a poco compare in lontananza l’immagine dello schermo di un PC. Internet è un mondo dove tutti i mondi s’incontrano, si scambiano informazioni. Su internet ci si ama, ci si lascia, si trovano amici, si scoprono altre realtà. Per alcuni internet è fuga dalla solitudine, e per altri è solitudine. Per alcuni è ricerca e scoperta, per altri ossessione, ma soprattutto internet è comunità, senza bandiere, senza differenze, senza identità. Su internet si può essere liberi, talmente liberi da poter trasformare una malattia in uno stile di vita. Digitando due semplici parole: Pro Ana o Pro Mia, su qualsiasi motore di ricerca si aprirà un mondo, un mondo parallelo che ha dell’incredibile. Un mondo dove anoressia e bulimia vengono esaltate come stili di vita da seguire. Mani di donna, magre e sciupate, attorno a un polso un sottile elastico. Una mano, con movimenti nervosi e ripetitivi, continua a tirare e rigirare l’elastico, senza tregua. Poi, con forza, tende l’elastico e lo lascia ricadere come una frusta sul polso. “Non si può essere belle senza essere magre.” Un altro colpo di elastico e sullo schermo compare la scritta: “I comandamenti di Ana”. “Essere magre è più importante che essere sane.” Un altro colpo di elastico. “Compra taglie più piccole, rasati i capelli, prendi pillole dietetiche, fai la fame, fai di tutto per essere più magra.” Un altro colpo di elastico, il polso è arrossato dalle percosse ricevute. “Non devi assumere cibo ingrassante senza punirti.” Un altro colpo di elastico, il rumore è fortissimo. “Essere magra e non mangiare sono indici di vera forza di volontà e di successo.” Il dottor Agostino Giovannini da anni lavora nel campo della psichiatria e in particolare sulle patologie che colpiscono prevalentemente le fasce giovanili della popolazione, focalizzando la sua attenzione sui Disturbi del Comportamento Alimentare. Collabora con l’Asl di Reggio Emilia per la quale, recentemente, ha compiuto uno studio sul fenomeno dei siti Pro Ana. “I Disturbi del Comportamento Alimentare hanno un’incidenza molto elevata nelle fasce giovanili della nostra popolazione. Secondo l’ultima indagine Eurispes, oltre due milioni di ragazzi e ragazze in Italia, tra i 12 e i 25 anni, soffrono di un Disturbo del Comportamento Alimentare conclamato: la diagnosi spesso avviene tardivamente, anche dopo 6/7 anni dall’esordio. Per Disturbo del Comportamento Alimentare s’intende una situazione in cui il rapporto con il proprio corpo e con il cibo viene alterato in maniera tale da dominare in maniera anomala e ossessiva tutte le azioni della propria giornata. I DCA più conosciuti sono Anoressia e Bulimia.” (estratto dall’articolo del dottor Giovannini Pro Ana: tra Anoressia e Filosofia) Di nuovo lo schermo di un PC: su un motore di ricerca viene composta la parola Pro Ana e si apre l’home page di un sito Pro Anoressia.

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Il mio incontro con i siti Pro Ana è avvenuto nel corso di una ricerca per un soggetto cinematografico che aveva come protagonista una ragazzina anoressica. Nonostante le moltissime informazioni sul tema anoressia, quello che mi mancava, per dare credibilità al personaggio, erano i suoi pensieri intimi. La scoperta dei siti Pro Anoressia mi ha permesso di entrare in contatto con i tabù del disturbo alimentare, i segreti, i pensieri che nessuna ragazza avrà mai voglia di raccontare. Il sito è una sorta di confessionale, che dà vita a una “rete di sostegno”, una vera e propria comunità di malattia che prende il sopravvento sulla famiglia e sui medici. Sullo schermo scorrono le immagini del sito: elenchi lunghissimi di cibi proibiti e foto di modelle scheletriche, contrapposte a foto di donne obese. Sui siti le ragazze si scambiano informazioni e disquisiscono su calorie e peso: foto di donne magrissime, venerate come santini, si impartiscono consigli su medicine anoressizzanti e su come procurarsi il vomito. Nei loro diari giornalieri le ragazze fanno a gara nel saltare i pasti e i pensieri proibiti vengono raccontati liberamente, trasformando il disturbo alimentare in una filosofia di vita, la filosofia di Ana, dea della magrezza. Sullo schermo la foto di una ragazza sorridente, è magrissima, è lei la musa ispiratrice, la Thinspiration: le ossa sporgono dal suo corpo e le braccia e le gambe sembrano stuzzicadenti. Il dottor Agostino Giovannini continua: “Nella nostra società i DCA, Disturbi del Comportamento Alimentare, sono ancora poco considerati dall’opinione pubblica e le persone che ne soffrono riescono spesso a passare inosservate. Anche all’interno delle stesse famiglie di chi manifesta questi comportamenti molto spesso il problema viene sottovalutato: a volte ciò succede per mancanza di informazioni su questi disturbi, a volte le persone coinvolte possono essere impaurite da questa forma di disagio, sempre per mancanza d’informazione o per stigmatizzazione della malattia, o per paura di essere colpevolizzati della malattia della figlia o del figlio. Questa ‘incuranza’, più o meno volontaria, contribuisce a far sì che la persona che manifesta DCA spesso non chieda aiuto, o lo faccia dopo molto tempo dall’insorgenza della malattia. La bulimia, e a volte l’anoressia, sono accomunate anche da una condizione di segretezza: una situazione permanente, in cui molti degli sforzi di chi ne soffre sono rivolti alla riservatezza e alla protezione del sintomo. Come in una sorta di dipendenza, sia il rifiuto del cibo che l’assoluta ingordigia (e tutti i meccanismi compensativi utilizzati) diventano i più potenti alleati, così che le stesse persone affette da DCA li custodiscono come tesori, anche perché spesso non riescono a vedere la loro vita presente e futura senza la presenza di questi sintomi.” (estratto dall’articolo Pro Ana: tra Anoressia e Filosofia) La forma stilizzata di un corpo femminile disegnata su un cartoncino: attorno, molteplici linee tratteggiate riproducono sempre la stessa forma del corpo. Come le solette delle scarpe, che possono essere tagliate in base al numero di piede, la nostra figura umana può essere ritagliata in base al peso desiderato e ogni linea tratteggiata corrisponde ad un numero di chili. Un paio di forbici inizia a tagliare lungo la linea esterna dei 55 kg. “Mastica ghiaccio o chewing-gum quando hai fame: avrai una sensazione di sazietà senza aver assunto calorie.” L’esubero di cartoncino tagliato finisce per terra. La figura è ora di 53 kg. Le forbici riprendono a tagliare lungo la linea dei 51 Kg. “Se senti di aver fame colpisciti lo stomaco con un pugno, la fame passerà”. Altra carta finisce per terra, il corpo è passato a 51 Kg. Le forbici riprendono a tagliare. “In un giorno fai sei piccoli pasti: puoi ricavarli tagliando due mele in sei spicchi. Il corpo ha la sensazione di aver mangiato di più.” I pezzi di cartone in eccesso continuano a cadere, mentre le forbici continuano a tagliare: 49... 47... “Fatti una foto in costume da bagno o mentre indossi qualcosa di succinto e guardala ogni volta che vuoi mangiare.”

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45... 43... “Per far sparire i morsi della fame devi raggomitolarti come fossi una palla.” 41... 39... “Fai aerobica fino a quando non ti senti morire.” Rimane solo il cuore della sagoma, 38 kg: Pesoperfetto! La sagoma viene messa in piedi, ma non ha più consistenza e, come un lenzuolo, ricade su se stessa. La dottoressa Silvana Cremaschi è membro dal 1996 del Comitato direttivo triveneto della Società Scientifica di Neuropsichiatria Infantile. Nella sua attività clinica si occupa in particolare della presa in carico di adolescenti e segue i problemi dei Disturbi del Comportamento Alimentare. “La comparsa dei sintomi tipici di questo disturbo può essere ascritta al sovrapporsi ed intersecarsi di blocchi nel processo di crescita dell’adolescente e della famiglia, in un particolare momento del ciclo di vita personale e familiare, in un determinato contesto sociale e culturale. In particolare si evidenzia il ruolo di aspetti psicobiologici individuali (il disturbo coinvolge adolescenti e giovani donne in una fase di vita caratterizzata da profonde trasformazioni psichiche e somatiche e mostra una nettissima prevalenza nel sesso femminile), di aspetti correlati a caratteristiche familiari (pur senza lasciarsi indurre a caratterizzazioni tipologiche rigide, ritroviamo nelle famiglie dei nostri bambini e adolescenti con DCA ridondanze e dinamiche relazionali ricorrenti...) e dell’immersione in un determinato contesto culturale e sociale (che privilegia ed enfatizza la forma, l’estetica, il successo individuale... il disturbo del comportamento alimentare prevale nettamente nelle società del benessere economico). Nessuno di questi livelli è sufficiente, di per sé, a produrre il sintomo, ma su ognuno di questi livelli il disturbo alimentare si inserisce come comunicazione contraddittoria e provocatoria, e può contribuire, a sua volta, a creare circoli viziosi che ne favoriscono il perpetuarsi.” (estratto dall’articolo della dottoressa Cremaschi Cibo ed Emozioni) Sullo schermo si compone, parola dopo parola, un messaggio; una voce di giovane ragazza lo legge: “È appena nato un forum Pro Ana e Pro Mia. È un forum privato, ci si entra con l’approvazione della gestrice. Chi condivide lo stile di vita e il modo di pensare Pro Ana e Pro Mia non esiti a chiedermi tramite un’email come trovarlo. Per ovvie ragioni non posso pubblicare il link qui nel forum. Un saluto. Lafamine.” Sullo schermo scorrono i numerosissimi messaggi del forum, mentre il dottor Agostino Giovannini fa un’analisi di questo fenomeno. “I siti web Pro Anoressia italiani, ma non solo, si sviluppano in due categorie parallele: il blog e il forum. La prima tipologia, più di carattere pubblico, si manifesta con l’utilizzo di blog internet (spazi web che si determinano in diari on-line), dove le persone che li hanno creati inseriscono, quasi giornalmente, il loro diario del disturbo alimentare e i loro obiettivi; del tutto incentrate sul rapporto cibo-peso, le discussioni inserite trattano dei loro obiettivi di dimagrimento assoluto e di distacco da un biologico bisogno del cibo. Una seconda categoria, più pericolosa, è la forma del forum privato. Disseminati nel web si può incappare, spesso per caso, in forum privati (gruppi di discussione on-line) che si autodefiniscono Pro Ana, e che invitano ad entrare solo le persone che, come loro, condividono una filosofia di magrezza assoluta: la loro filosofia di Ana.” (estratto dall’articolo Pro Ana: tra Anoressia e Filosofia) Ho finto di chiamarmi Sara e ho chiesto il link. Dopo un giorno ho ricevuto sulla mia mail un messaggio. Un tram da piazza Statuto, a Torino, si dirige verso il centro della città. “Ciao, mi chiamo Erica sono la gestrice del gruppo. Questo è il link http://xxxxxxxxxxxxxxx, il gruppo è un

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gruppo chiuso, scrivi quindi le tue motivazioni nella tua richiesta. Richieste prive di motivazioni valide saranno automaticamente cestinate. Detto questo, auguro una buona navigazione a tutte, un abbraccio Erica.” Sono andata sul sito da lei indicatomi, ho dovuto iscrivermi al server e sono entrata, trovando un nuovo sbarramento: i siti non sono legali e i forum sono più difficili da raggiungere. Sulle immagini del tram che percorre via Cernaia scorrono le parole del messaggio: “L’accesso a questa sezione è riservato agli iscritti al gruppo. T’interessa entrare in questo gruppo? Con l’iscrizione si avrà la possibilità di accedere a tutte le aree. In questo momento il gestore del gruppo accetta nuove iscrizioni. Richiedi l’iscrizione?” Il tram sbuca in piazza Castello, rallenta e si ferma sulla banchina. Ho chiesto di potermi iscrivere, ho dovuto compilare un nuovo modulo inserendo le mie motivazioni. Dopo alcuni giorni la gestrice del sito mi ha mandato il lasciapassare e sono entrata. “Questo è un sito Pro Ana e Pro Mia dedicato esclusivamente a chi condivide questa filosofia. Nel caso tu sia contraria/o a questi principi, ti invitiamo ad abbandonare subito queste pagine, per rispetto tuo e nostro. In caso contrario. ENTRA PURE!!!” Fingendomi Sara, una ragazza di vent’anni, ho chiesto un incontro con una di queste ragazze. Lei si fa chiamare Lafamine, che in francese vuol dire carestia. Ho un appuntamento con lei fra dieci minuti, in piazza Castello a Torino. Piazza Castello, sono le cinque del pomeriggio, il cielo grigio non promette niente di buono. La gente cammina veloce, hanno tutti un posto dove andare, o per lo meno quella è la sensazione che trasmettono vedendoli camminare. Mi guardo attorno: l’orologio segna le cinque meno dieci. Vedo una ragazza magra che cammina verso di me: magari è lei, è in anticipo. Ma la ragazza mi passa accanto e se ne va. Come posso riconoscere Lafamine? Una che si fa chiamare Carestia che faccia potrà avere? Frequentando i siti Pro Ana mi sono fatta un’idea, ma sarà reale? Le ragazze continuano a ripetere che il peso perfetto è 38 chili, per alcune ancora meno: mi troverò davanti ad uno scheletro vestito 0/12? Sì, perché uno dei test che fanno le ragazze è quello di andare a vestirsi nei negozi per bambini... Se ti entrano magliette e pantaloni da 0 a 6 anni sei ok, hai raggiunto il peso perfetto. Il mio timore, però, è quello di trovarmi di fronte una ragazza apparentemente “normale”, che riesce a nascondere la sua malattia, magari sotto molti strati di vestiti e un sorriso accondiscendente. Non so cosa aspettarmi. E se fosse un uomo? Perché sono principalmente le donne a soffrire di disturbi alimentari? La dottoressa Silvana Cremaschi lo spiega: “Perché le donne? Perché nella sofferenza psichica della donna la dimensione del tempo, dello spazio, e ‘di conseguenza’ del corpo, è più presente che nell’uomo... Se nella depressione si dilata il tempo del passato, si annulla il presente, resta forse il futuro come attesa di catastrofe... Allora per la donna il corpo, nel tempo, torna ad essere quello inconsistente, evanescente, dell’infanzia... un corpo senza forme femminili, senza possibilità di essere vissuto nella dimensione della sessualità (e della relazione con l’altro sesso), senza un possibile futuro di maternità... Per l’uomo non può essere uguale, non c’è nella storia maschile un corpo così ancorato alle diverse fasi del tempo: il corpo maschile mantiene una continuità...” L’orologio segna le cinque. Un’altra ragazza si avvicina, sembra sorridermi, ma poi saluta, con un cenno di mano, un ragazzo seduto su una panchina. Mi chiedo se ho fatto bene a darle questo appuntamento. Quando scoprirà del documentario si arrabbierà, mollandomi qui da sola, ma io ho bisogno della sua voce per spiegare questo mondo, ho bisogno di capire.

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Molte persone affollano la piazza, ogni tanto individuo una ragazza o una donna, la seguo per poi accorgermi che non è lei Lafamine. Starò diventando paranoica, ma ho come l’impressione che qui tutte le donne potrebbero essere Lafamine... Una bella donna sui trentacinque anni attraversa la piazza. Immagino che cosa potrebbe raccontarmi: “Le pastiglie che sto prendendo sono un mix di tranquillanti/ansiolitici/anfetamine, non sono cose molto leggere, infatti vado da un endocrinologo che, fortunatamente per me, è un patito del magro! Diciamo che queste pastiglie riescono a tenerti tranquilla e tolgono il senso di fame aumentando anche il metabolismo.” Sullo schermo compare la scritta: Anna 35 anni, 38 chili per 1.62, un figlio. Un’altra ragazza cammina tenendo al guinzaglio un cane: “Vado in palestra tutti i giorni, un’ora al giorno, ma non c’è niente da fare. Non sono obesa, lo so, e non ho nemmeno problemi con l’altro sesso: insomma piaccio, ma a me no. Comunque ho fatto il calcolo delle calorie basali che dovrei assumere e sono 1.525. Cazzate dei medici! Loro ti fanno sempre sbagliare. Secondo i miei calcoli dovrei stare sotto le 300 calorie al giorno.” Leggera, 18 anni, 173 cm, 39 chili. Lo sguardo dalla piazza si sposta verso i portici con i negozi, una signora sui cinquant’anni è ferma davanti a una vetrina: “Non sono un’adolescente... ho 50 anni e combatto con il mio corpo dall’adolescenza. I chili di troppo ci sono sempre stati... Guardavo le mie compagne magre (belle) con invidia. Ho iniziato con le diete... pesavo 72 kg e sono riuscita ad arrivare ai fatidici 60 per 1.68 di altezza. Sempre troppi... Alternavo periodi di diete ferree a follie di cibo diurne e notturne. Il peso, un’altalena... passavo dai 56 ai 64 in un battibaleno. Ho provato anche con le pillole, hanno funzionato, ho raggiunto i 52 (yheaaa mi son detta), ma poco dopo la smania di cibo mi faceva ritornare cicciottella. Ad un certo punto della mia vita il lampo di genio... Avevo sentito che parecchie amiche andavano al ristorante, si abbuffavano e per non ingrassare vomitavano... Mi sono detta: devo provare, potrebbe essere il mio jolly. Così è stato... Sono anni che lo faccio, credo 15, a volte anche tutti i giorni. Ormai vomito quasi a comando, ma ultimamente non funziona più, sono disperata. Mi odio come sono ora. Vorrei arrivare ad odiare il cibo e a servirmene solo per la pura sopravvivenza. Voglio ANA... Voglio riuscire a controllare la mia fame...” Sandra, 50 anni, 53 chili. Un manichino di plastica nella vetrina: “Oggi acqua, solo acqua ce la devo fare!” Briciola, 16 anni, 41 chili. Il volto di un altro manichino in legno nella vetrina successiva: “Sono un maiale schifoso!” Pesoperfetto, 17 anni, 1.65, 39 chili. Un manichino in ferro battuto nella vetrina di fronte: “Tutti mi dicono che sono perfetta, io mi sento un elefante in costume, cerco di guardarmi il meno possibile e faccio progetti per diete e palestre.” Delizia, 16 anni, 1.67, 42 chili. Un altro manichino: “Credo nella bilancia come unico indicatore di successi e fallimenti!” Jo, 35 anni, 1.70, 40 chili. Il volto sorridente di una modella su un enorme cartellone pubblicitario, vicino all’entrata di un supermercato: “Mastica il sapone, bevi il caffè salato, poi vomiterai meglio.” Continuo ad aspettare Lafamine: le cinque e quindici... e diciassette... e venti... e trenta. Le lancette si muovono sempre più veloci. L’orologio diventa una bilancia. 52, 51, 48, 47, 45, 43, 41, 40, 39. La lancetta si ferma sul 38: Pesoperfetto?! L’interno di un grande supermercato. Non condivido i pensieri delle persone che semplificano il problema etichettando le ragazze anoressiche

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come stupide egoiste. Credo che, se la nostra società crea questo tipo di deviazioni, la colpa sia di tutti. Siamo tutti pronti a scandalizzarci davanti ai pensieri di queste ragazze, ma poi, nel profondo, siamo tutti succubi del nostro aspetto esteriore: personalmente conosco pochissime donne che hanno un rapporto equilibrato con il cibo e il corpo. Dalle più giovani, alle più anziane, le donne vivono un costante rapporto di amore e odio con il cibo: ogni lunedì si mettono a dieta per poi sentirsi in colpa quando falliscono nel loro intento. Dopo una buona cena, frequentemente il commento non sarà: “Che buono!” ma: “Ho mangiato troppo.” Il cibo viene costantemente demonizzato, perdendo completamente il suo valore nutrizionale. Perché, per avere un’identità, la donna deve martoriare il suo corpo? Perché ragazze intelligenti rimangono imprigionate nell’ossessione per il cibo? Le corsie del supermercato. Sullo schermo compare la scritta: Fabiola De Clerq, presidentessa ABA, Associazione Bulimiche Anoressiche. “Il progetto anoressico-bulimico è il frutto di un male di vivere intenso, di un vuoto profondo e di un costante desiderio di riempirlo. Questo male di vivere è male del vuoto. E a questo male è allora preferibile la scelta anoressica o bulimica. Le emozioni sono blindate, l’alternativa è una caduta verticale che non ha fine. Vi è quindi un tornaconto in questi sintomi...” Le corsie del supermercato sembrano tutte uguali e si trasformano in un labirinto senza uscita, un labirinto di cibo. “Si potrebbe dire, paradossalmente, che l’anoressia e la bulimia sono in qualche modo una soluzione, una cura. Tutta l’attenzione e la tensione sono incanalate verso il pensiero ossessivo del cibo-corpopeso. La mente è piena di questo pensiero e di questa sostanza, ogni suo spazio è intriso di cibo, ogni spazio è occupato dal calcolo infinito di calorie, etti, grammi, centimetri.” (dalla presentazione a L’ultima cena: anoressia e bulimia di Massimo Recalcati) La dottoressa Cremaschi nel suo studio. “Sul piano socioculturale è evidente il doppio messaggio, ambivalente e contraddittorio, di un sintomo che, da un lato, pare ostentare il rifiuto del simbolo stesso della ricchezza e dell’opulenza, ma che, contemporaneamente, ‘drammatizza’ i modelli estetici centrati sul fitness, sulla magrezza e sull’efficienza... Sul piano familiare, il sintomo pare essere un’estrema e drammatica ricerca di uno spazio per compiere il passo evolutivo dell’individuazione e separazione ed esprime, in modo paradossale, il desiderio di autonomia e di crescita in un sistema rigido che pare impedire i cambiamenti... ma lo esprime scegliendo l’area del nutrimento, area tipicamente caratterizzata da relazioni di tipo infantile... Sul piano psicobiologico e individuale, infine, la scelta di un sintomo che coinvolge il corpo e che tenta di negarne o di nasconderne i tratti caratteristici di identità sessuale, proprio nell’età della differenziazione e del riconoscimento della donna nella bambina che cresce, pare un contraddittorio tentativo di definizione di un’identità che permetta di riconoscersi ed essere riconosciuti come individui e come persone differenziate.” (estratto dall’articolo Cibo ed emozioni) A poco a poco si apre uno spiraglio e compare un’immagine confusa. “Mamma ha comprato le Gocciole. Ha aperto il pacco e le ha messe nella biscottiera senza dirmi nulla. Stamattina me ne ha messe un po’ in un piattino, davanti al the, mentre facevo colazione. Non le ho prese. Mamma ha preso una gocciola, l’ha intinta nel caffelatte, solo a metà, ha morso la parte ammorbidita.” L’immagine diventa chiara e nitida: su un tavolo ci sono un pacco di biscotti e una bottiglia di latte. “Ha masticato lentamente. Poi ci ha ripensato. Ha preso le Gocciole e le ha ributtate nella biscottiera. Poi è andata al lavoro.” Una mano apre il pacco di Gocciole e a doppia velocità prende una gocciola dietro l’altra mentre la bottiglia di latte si svuota.

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“Io ho mangiato tutte le Gocciole inzuppate in una ciotola con un litro di caffelatte. Le ho vomitate fino a sputare sangue. Mi sono lavata i denti, pettinata, vestita e sono andata al supermercato a comprare un altro pacco di...” Un nuovo pacco di Gocciole e una nuova bottiglia di latte. “... Gocciole e un altro litro di latte, perché non si accorgesse di nulla. Sono tornata a casa, ho aperto le Gocciole, le ho messe nella biscottiera e ne ho mangiata una.” Nuovamente l’immagine a velocità doppia della mano che prende i biscotti e della bottiglia che si svuota. “Le ho mangiate tutte, con il latte freddo bevuto dalla bottiglia. Troppo ansiosa di riempire il buco che ho dentro per aspettare che il latte fosse caldo. Ho vomitato tutto: Gocciole, latte, acido e pezzettini del mio stomaco e del mio esofago. Gli occhi gonfi come lampioni, mi sono ri-lavata i denti, ri-pettinata, e sono ri-andata al supermercato a comprare un altro pacco di Gocciole e un litro di latte.” Nuovo pacco di biscotti e nuovo litro di latte. La voce della ragazza continua a raccontare. “Sono tornata a casa. Ho aperto le Gocciole, le ho messe nella biscotteria e ne ho mangiata una. Meccanicamente: animale senza controllo. Ho chiuso la biscottiera, di scatto. Sono andata in bagno. Ho vomitato acqua, acido e sangue. Non la gocciola, rabbia.” Sulle note della canzone Felicità di Lucio Dalla, cantata dai Tiromancino, scorrono le immagini di piazza Castello: è sera e sta iniziando a nevicare. In lontananza scorgo una figura... sarà Lafamine? “... Mi manca sempre l’elastico per tenere su le mutande, così che le mutande al momento più bello vanno giù. Come un sogno finito, magari un sogno importante, un amico tradito, anch’io sono stato tradito... ma non m’importa più.” La figura si avvicina, ma non riesco ancora a distinguerla. “Tra il buio del cielo e le teste pelate bianche, le nostre parole si muovono stanche, non ci capiamo più.” Riconosco una ragazza avvolta in una voluminosa giacca a vento, con una sciarpa attorno al collo e lunghi capelli castani. Mentre la vedo avvicinarsi, la sua immagine sembra perdere consistenza e diventare trasparente fino a scomparire del tutto. Nella piazza rimangono solo i fiocchi di neve. “Ma io voglio parlare, voglio stare ad ascoltare, continuare a comportarmi male per poi non farlo più... Ah, felicità, su quale treno della notte viaggerà, lo so che passerai, ma come sempre in fretta, non ti fermi mai...” La Barbie smontata viene ricomposta, mentre la dottoressa Silvana Cremaschi aggiunge: “I siti Pro Ana fanno parte del linguaggio dell’oggi, sono il passaparola tra le coetanee, il modo di esplorare e conoscere argomenti e vissuti che non si osano dire apertamente... pericolosi per l’effetto Werther, come possono essere altrettanto pericolosi anche libri e film o comunque messaggi che raggiungono le emozioni del pubblico senza essere filtrati da chi ‘parla direttamente’ alla persona conoscendone la storia e i vissuti... sono forse anche strumentali alla vendita di prodotti per dimagrire, e allora delinquenziali... Possono essere un’opportunità, se divengono il modo di parlarsi... cioè se qualcuno di noi ha il coraggio di entrare nei siti e insinuare dubbi e domande, creare relazioni, ‘parlare’ con le ragazze che cercano risposte e condivisione...” (estratto dall’articolo L’esperienza di Rete Integrata per il trattamento dei DCA nell’infanzia e nell’adolescenza) Alla Barbie ricomposta vengono aggiunte delle parti con della plastilina. I fianchi vengono arrotondati, il seno e le cosce leggermente ingranditi. Il dottor Giovannini conclude: “Dopo queste considerazioni risulta possibile ipotizzare, almeno potenzialmente, un atteggiamento repressivo nei riguardi del fenomeno, da parte degli operatori e delle persone coinvolte nella lotta ai Disturbi del Comportamento Alimentare. Una caratteristica peculiare dei siti Pro Ana è che gli stessi gestori dei grandi portali che ospitano questi siti, li

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sopprimono spesso non gradendone il contenuto e le eventuali pubblicità; ma la repressione diviene inefficace, poiché i gruppi (o siti Pro Ana) vengono ricostruiti nuovamente altrove e con grande velocità. Ci si propone di evitare atteggiamenti repressivi, di promuovere un atteggiamento di educazione e confronto con questo fenomeno, per potere in futuro prevenire sia l’idealizzazione della loro creazione, sia l’idea di aderirvi da parte di altri soggetti affetti o meno da Disturbi del Comportamento Alimentare. Non dimentichiamo che questi siti si possono reperire in tutto l’internet, e sono talmente facili da trovare da lasciare intendere un desiderio eccessivo, da parte di chi li gestisce, di manifestare la propria condizione di devianza sociale, quasi urlandolo al mondo.” (estratto dall’articolo Fenomeno Siti Pro Ana) La Barbie ha assunto un aspetto più “umano”, più familiare e comunque piacevole. “Osservare il fenomeno dei disturbi alimentari è come osservare un caleidoscopio: a seconda della tua angolazione percepisci una cosa diversa, ma non arrivi mai a una verità. Forse non ci sono verità assolute, ed è per questo che i disturbi alimentari sono così difficili da curare. Più ti sforzi di capire, più avverti come una frustrazione, unita alla consapevolezza che un documentario su questo argomento potrebbe avere effetti contrari rispetto a quelli desiderati. Spesso ragazze con disturbi alimentari affermano di aver preso spunto da film o libri, che sicuramente avevano altri intenti, per dare inizio alla loro guerra al cibo. Devo essere cosciente di questo rischio e accettare le conseguenze, ma sono convinta della necessità di provare a raccontare questa realtà.” La voce di Doris Day canta Que sera, sera. La “nuova Barbie”, con un vestito colorato, è seduta tranquilla su una panchina in un parco. È una bella giornata di primavera e le persone passeggiano tranquille, godendosi il calore di un sole ritrovato... “When I was just a little girl, I asked my mother what will I be, will I be pretty, will I be rich, here’s what she said to me. Que sera, sera, whatever will be, will be. The future’s not ours to see. Que sera, sera. What will be, will be...”

NOTA DI INTENTI Nel 2003 ho scritto un soggetto cinematografico intitolato Male di Miele, arrivato in finale al Premio Solinas 2003. Nelle mie intenzioni la storia doveva essere una sorta di diario intimo di una ragazzina anoressica. Da quell’idea ha avuto inizio la mia ricerca per conoscere i diversi aspetti dei disturbi alimentari. La scoperta della comunità Pro Ana nel web mi ha molto colpito, soprattutto l’idea che l’anoressia venisse considerata una filosofia di vita: filosofia positiva, che perde totalmente il suo connotato di malattia mentale. A quel punto ho capito che dovevo accantonare l’idea del film, troppo difficile e lungo da realizzare, e provare a fare un documentario. Per me è importante che il documentario racconti il fenomeno Pro Ana descrivendolo con attenzione, cercando di capire i motivi che lo hanno generato. Ed è ugualmente importante cercare di far passare dei messaggi corretti sui DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare): troppe volte, vedendo soprattutto opere di fiction, ho ricevuto messaggi sbagliati o riduttivi sull’anoressia. Il documentario è in fase di sviluppo, giornalmente la mia ricerca sul web procede: controllo i siti oscurati e ne cerco di nuovi. Per la parte di approfondimento sui disturbi alimentari avrò l’aiuto della neuropsichiatra Silvana Cremaschi e la possibilità di appoggiarmi al suo reparto di Udine, nel caso decidessi di utilizzare le testimonianze delle sue pazienti. Mi piacerebbe molto che il progetto potesse contenere una o più interviste a ragazze che hanno

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fatto della filosofia Pro Ana il loro stile di vita, ma non sono certa di trovare qualcuna che sia disponibile ad esporsi in prima persona: questa è la ragione per cui nel trattamento, nella fase attuale, ho inserito soltanto l’aspettativa di un incontro. La parte più difficile sarà proprio quella dell’avvicinamento a una delle ragazze Pro Ana. Per ora la mia frequentazione dei forum avviene con una copertura. Fingo di essere una ragazzina di nome Sara e cerco di approfondire la mia ricerca. Quando deciderò di uscire allo scoperto, per cercare qualche ragazza disposta a farsi intervistare, lo farò inserendomi nel forum con il mio vero nome e dichiarando subito le mie intenzioni. L’ambito di ricerca del documentario è quello nazionale e le persone che intendo intervistare sono tutte nel nord Italia. Il documentario sarà girato in digitale e avrà una durata di 50 minuti.

Paola Rota è nata a Torino nel 1974. Nel 2000 ha frequentato il Master Holden in Tecniche della narrazione e, nel 2001, il corso di perfezionamento per sceneggiatori organizzato da Script e RAI. Nel 2002 è stata segnalata al Premio Solinas con il soggetto La Fourè Riüa e nel 2003 è stata finalista al Solinas con il soggetto cinematografico Male di Miele. Attualmente lavora come sceneggiatrice di cartoni animati e fiction televisive.

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RITORNO DALL’INFERNO Storie di reaparecidos di Daniele Cini e Osvaldo Alzari PROGETTO PER UN DOCUMENTARIO

La storia che i due autori hanno deciso di raccontare è una storia dura, difficile da digerire, una di quelle storie che la memoria collettiva tenta di rimuovere per indifferenza o a volte, peggio, per vigliaccheria. Una storia che ci parla direttamente dal cuore dell’America Latina, un continente che è stato teatro, nell’ultimo trentennio del secolo scorso, dei più atroci esperimenti di dittature militari, spesso favorite (se non addirittura promosse) dalla connivenza e dagli interessi dei potenti cugini statunitensi. L’Argentina ha conosciuto questo dramma in un’espressione relativamente breve quanto straordinaria per la sua efferatezza, con una dittatura che in soli otto anni ha prodotto 30.000 desaparecidos, appoggiata anche dall’URSS di Breznev. Attraverso la presentazione di un’umanità fiera e combattiva, Ritorno dall’inferno ci mostra l’altra faccia dell’Argentina di oggi, quella di coloro che hanno scelto di “riapparire”, che hanno avuto il coraggio di denunciare e di prendere coscienza, regalandoci così uno sguardo di ottimismo da consegnare alla storia.

La storia e la memoria dell’orrore argentino raccontate da chi oggi “risuscita”: i sopravvissuti che hanno finora taciuto, i ragazzi che hanno scoperto di essere stati allevati dai carnefici dei loro veri genitori, i resti dei corpi che, riaffiorando alla luce, confermano e accusano, i sopravvissuti della generazione scomparsa che oggi stanno al governo, le nonne che riprendono coraggio ritrovando i nipoti, i figli dei torturatori che denunciano i padri, le madri che trovano finalmente un risarcimento all’ingiustizia subita, i giudici che finalmente condannano gli aguzzini, i luoghi dell’orrore che si trasformano in musei della memoria. E la nuova fase politica argentina, narrata dai testimoni che dall’incubo passarono alla delusione e che ora ritrovano una speranza nella memoria e nella giustizia. Daniele Cini

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Il 24 marzo 1976 i militari argentini prendono il potere e instaurano una feroce dittatura: 10.000 vittime accertate, molte altre non registrate che porterebbero la cifra a 30.000 scomparsi. La repressione aveva un metodo semplice e brutale: sequestro (spesso di notte, senza mandato, con abiti borghesi), tortura e desaparición, uccisione e “cancellazione” di detenuti attraverso la sparizione dei corpi. Durante la dittatura erano in funzione circa 350 campi di prigionia - i cosiddetti “pozzi” - dove la stragrande maggioranza dei sequestrati è stata assassinata. Di solito ogni campo era controllato da una delle forze militari, Marina, Esercito o Aeronautica, con la collaborazione di polizia e gendarmeria e di civili compiacenti, come i medici che controllavano che il sequestrato non morisse durante la tortura o che lo accudivano nel caso rischiasse di morire prima che gli aguzzini lo avessero deciso. Uno di questi campi si è distinto per l’efferatezza, l’arbitrio e il folle progetto che lo ha animato: l’ESMA, la Scuola di Meccanica della Marina, che è rimasto chiuso alla società civile fino al 24 marzo del 2004, giorno in cui è stato dichiarato “Spazio della Memoria” per decisione dell’attuale governo argentino. Solo ora quel labirinto degli orrori può essere percorso e filmato. Da qui partivano i cosiddetti “traslados”, i trasferimenti: ogni settimana i prigionieri venivano anestetizzati, caricati su un aereo e buttati, ancora vivi, nel mare. All’ESMA ci sono stati circa 5.000 sequestrati, di cui solo 150 sono sopravvissuti. Qui sono nati almeno 40 dei 300 bambini sottratti ai loro genitori e consegnati a militari o loro amici in adozione: i cosiddetti “appropriatori”. Qui, dopo un periodo di pura tortura e sterminio, i militari decisero di far lavorare alcuni reclusi per la falsificazione di documenti o la stesura di rassegne stampa, e crearono persino un piccolo gruppo di sequestrati usati come teorici del progetto politico dell’ammiraglio Massera, capo della Marina militare: costruire le basi per un partito populista di estrema destra. I prigionieri scelti per lavorare all’ESMA dovettero inventarsi infinite strategie di sopravvivenza in un universo concentrazionario in cui le uniche regole erano quelle dettate dall’arbitrio dei carnefici. Uno di loro, il capitano Acosta, detto “la Tigre”, si vantava: “Io sono Dio, sono io a decidere sulla vostra vita e sulla vostra morte.” I reclusi vedevano ogni giorno scomparire i loro compagni e sapevano che il giorno dopo sarebbe potuto toccare a chiunque. Alle torture fisiche si sommavano quelle psicologiche: venivano fatti uscire per cercare e segnalare presunti compagni di militanza, venivano obbligati a condividere pranzi e cene con gli aguzzini, mentre in fondo ai corridoi echeggiavano quotidianamente le urla dei torturati. Nel 1985, dopo il processo alla cupola militare che condannò all’ergastolo il Generale Videla e l’Ammiraglio Massera, e a pene severe gli altri membri della giunta, due leggi, Obediencia debida e Punto final, cancellarono gran parte delle pene e misero in salvo molti dei carnefici. Nel 1990 il Presidente Carlos Menem mise definitivamente in libertà i responsabili, proclamando un indulto generale. Ma dopo tanti anni, il clima politico e sociale è cambiato. Nel 2004 la Corte Suprema Argentina ha definito illegittime quelle leggi e ora la giustizia può indagare sulle torture, le scomparse, il seque-

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stro di bambini e l’appropriazione di beni, tutti delitti di cui si rese responsabile quell’associazione a delinquere che fu la giunta militare al potere. Anche la società è ormai disposta ad ascoltare ed ammettere paure e complicità.

LE TESTIMONIANZE Cinque donne - Liliana Gardella, Miriam Lewin, Cristina Aldini, Elisa Tokar e Munù Actis - hanno esplorato con cruda sincerità i giorni della loro prigionia e i perturbanti rapporti psicologici con i loro carcerieri, hanno rivissuto l’inferno, cercando di capire cosa accadde lì e cosa accadde loro durante e dopo la prigionia, cercando di trovare spiegazioni alla loro salvezza, di fare i conti con il passato, di superare la colpa di essere vive. La loro sofferta autocoscienza si è materializzata nel libro Ese infierno, pubblicato in Italia lo scorso anno da Stampa Alternativa con il titolo Le reaparecide. Esse saranno la preziosa e lucida testimonianza di quel processo, ripercorrendo con noi l’itinerario di quegli orrori, seguendo la traccia del libro e il filo della memoria. Anche Carlos Garcia rivisita e parla della sua esperienza di detenuto all’ESMA per ben tre anni conducendoci, come una sorta di Virgilio, nei gironi danteschi di quell’inferno. Juan Cabandìe, nato all’ESMA da una coppia di giovani desaparecidos e adottato di nascosto da una famiglia di militari, racconta la nascita dei suoi sospetti fino alla certezza di non essere il loro figlio, con la totale solidarietà di sua sorella, figlia naturale degli “appropriatori”. Buscarita Roa, una delle animatrici dell’Associazione delle nonne (Abuelas de Plaza de Mayo) racconta di sua nipote ritrovata e delle indagini che tuttora continuano: dei 300 ragazzi nati in prigionia solo 41 hanno ritrovato le loro famiglie d’origine. Leon Gieco, il più noto cantante folk argentino, che ha scritto una canzone sulla storia di Juan Cabandìe, e Victor Heredia, un altro noto musicista che non ha più ritrovato la sorella incinta e il marito, sequestrati nel ’76, raccontano le persecuzioni subite dagli uomini di cultura e il camuffamento della realtà da parte di un regime che si presentava al mondo come democratico e innocente. Vera Vigevani Jarach, che era giornalista dell’ANSA in quegli anni, veniva già dalla tragedia dell’olocausto, essendo fuggita in Argentina nel ’45 dopo la deportazione e la scomparsa del nonno ad Auschwitz. Nell’autunno del ’76 fu sequestrata sua figlia diciottenne e di lei non seppe più nulla. Fino a due anni fa, quando un’equipe di antropologi forensi ne ha ritrovato i resti e una compagna di prigionia ne ha ricostruito gli ultimi terribili mesi all’ESMA, da cui fu fatalmente “trasferita” in uno dei tanti voli della morte e gettata nella foce del Rio de la Plata. Carlos Pisoni ebbe, per così dire, fortuna. Quando sequestrarono i suoi genitori aveva pochi giorni, ma una vicina di casa riuscì a salvarlo dai militari e lo riconsegnò alla nonna con la quale è cresciuto fino ad oggi. I genitori non sono mai tornati, ma Carlos è rimasto un attivista dell’Associazione degli hijos e come Juan Cabandìe si batte perché venga resa giustizia a quei genitori che non ha mai conosciuto. Lita Boitano è una delle più celebri madri di Plaza de Mayo e da sempre si batte perché i suoi due figli, rapiti quando avevano 18 e 19 anni, non vengano dimenticati. Nel dicembre del 2000 è riuscita a portare alla sbarra 8 responsabili della desaparición di cittadini italiani come lei e a farli condannare all’ergastolo da un nostro tribunale.

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Anche Santina Mastinu è una di quelle che è riuscita, almeno sulla carta, ad avere giustizia per i suoi cari: il fratello e il marito, ucciso mentre teneva la figlia piccola in braccio. I militari non sono ancora finiti in galera, ma la condanna all’ergastolo è per lei già un grande risarcimento morale. Rita Vagliati ha avuto il coraggio di denunciare suo padre, torturatore e assassino, e di cambiare il proprio cognome: una scelta per dare dignità alla propria vita e a quella degli scomparsi. Queste saranno le testimonianze centrali del nostro racconto. Naturalmente faremo uso dei materiali documentari forniti dall’Archivio Nazionale argentino, dei telegiornali dell’epoca, di sequenze tratte da film che affrontano questo argomento. L’edificio dell’ESMA sorge nel centro di Buenos Aires. La superficie della città è punteggiata di luoghi che sono stati campi di sterminio o di tortura, anche nella zona centrale. Si potrebbe pensare che i militari, invece di nascondere l’orrore allontanandosi, abbiano disegnato sull’urbe un cerchio di sottile paura. Nessuno sapeva, tutti sapevano. E intanto la dittatura si esibiva davanti al mondo nei campionati di calcio del ’78, promettendo diritti umani e un radioso avvenire. Dopo otto anni di dittatura, il silenzio sulle atrocità commesse dalla giunta militare venne finalmente infranto: ma è sufficiente questo per cancellare l’atrocità stessa del silenzio che avvolse quei lunghi anni? Le parole di Gertrude Kolmar, scrittrice ebrea assassinata ad Auschwitz, che aprono il libro Le reaparecide, sono una metafora di questo ulteriore passo: “È così che, per raccontare la mia storia, ora sono qua. Voi mi sentite parlare, ma... mi sentite sentire?”

NOTA DI INTENTI Proponiamo la realizzazione di un documentario che racconti la tragedia argentina negli anni della dittatura militare cominciata il 24 marzo 1976, trent’anni fa. La traccia che intendiamo seguire è soprattutto quella delle sofferte testimonianze di alcuni dei pochi sopravvissuti alla selvaggia repressione. Fino ad oggi abbiamo raccolto 15 interviste che saranno utilizzate nel documentario. Ogni personaggio porta con sé una storia che illumina un aspetto di questa tragedia. Spesso le storie si intrecciano e si illuminano una con l’altra. Presentati i personaggi, le loro testimonianze si incroceranno per temi, quali l’angoscia di essere scomparsi, l’orgoglio di non parlare, il ricordo della tortura, la certezza della morte, la scoperta di essere vivi, la colpa di sentirsi un sopravvissuto... L’asse centrale della narrazione ruoterà intorno al luogo simbolo della dittatura: l’ESMA, la Scuola di Meccanica della Marina, emblema del folle progetto militare. L’ESMA fu centro di prigionia, tortura e sterminio ma anche tentativo di un delirante laboratorio politico, attraverso la cooptazione forzata di alcuni sequestrati, torturati e infine risparmiati, nei quali si pretendeva di instillare, attraverso l’annientamento psicologico, una sorta di “sindrome di Stoccolma”, ovvero la fascinazione della vittima nei confronti del carnefice.

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Vogliamo evocare, attraverso le voci di chi l’ha vissuto, quell’abisso delle relazioni umane, seguendo in parte la traccia del libro Le reaparecide, scritto da cinque donne che rivivono ed esplorano la loro esperienza limite. Daremo voce anche alle persone le cui vite sono state segnate per sempre da quegli eventi, come i ragazzi nati all’ESMA da madri sequestrate e poi uccise, consegnati in adozione ai carcerieri e che, dopo aver scoperto la loro origine, cercano di ricostruirsi un’identità; alle nonne che li hanno caparbiamente cercati e rintracciati; a donne e uomini che oggi, nel mutato clima politico, cercano di ristabilire verità e ritrovare dignità. E, se possibile, faremo parlare gli stessi carnefici, quei militari che si resero responsabili di tali efferatezze. Con la consapevolezza che non stiamo raccontando soltanto un frammento della storia argentina, ma un passaggio cruciale della Storia dell’umanità.

Daniele Cini, dopo gli studi in Architettura e Filosofia, si è diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia ed ha iniziato a lavorare come regista di documentari nei primi anni ’80 per i programmi Quark, Eureka, Pan, Geo. Negli anni ’90 ha continuato a lavorare per la RAI nel reportage (Mixer, Mixer nel mondo, Misteri, Blu Notte) e nella fiction (Ultimo minuto, La squadra). Per il cinema ha curato la regia di un episodio del film collettivo Intolerance (Arrivano i sandali, selezionato ai Festival di Venezia e Cannes), del cortometraggio Zittitutti, premiato al Torino Film Festival, e del film Last Food, con Gigio Alberti. Nel 2004 ha pubblicato il libro Io la rivoluzione e il babbo per le Edizioni Voland. Attualmente collabora con il programma La storia siamo noi e con il canale History Channel, e fa parte del gruppo dei registi di Ring, forum dei registi indipendenti.

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I DUE MONDI DI SAIRIAMU di Rossella Romano e Gabriel Sakita Mollel PROGETTO PER UN DOCUMENTARIO

Rossella Romano ci fa conoscere un uomo, un Masai, che lotta per integrarsi in un mondo in continua e febbrile evoluzione, senza perdere o rinnegare le proprie radici e, quindi, la propria identità culturale. Sullo sfondo, un’Africa il cui rischio è la discontinuità traumatica fra tradizione e “modernità” e la conseguente perdita delle molte “diversità culturali” in favore di un’identità posticcia, imposta dalla globalizzazione che costituisce un “impoverimento” per tutta l’umanità. Forse le vicende di Gabriel/Sairiamu potranno sembrare lontane, ma ci riguardano più di quanto sembra e il vivere in più mondi, ovvero l’integrazione culturale a livello individuale, appare l’unica strada percorribile, per lui come per noi.

Dalla Savana alla città. L’affascinante percorso di un guerriero masai, diviso fra tradizione tribale e apertura verso un’Africa sempre più globalizzata. Cos’è l’Africa? La “nostra” Africa? Quella che pensiamo di conoscere noi occidentali? I nostri mezzi di informazione generalmente diffondono l’immagine distorta di un continente dominato dal dolore e dalla miseria, i cui abitanti sono sempre mostrati come persone a metà, incomplete, in formazione. Noi li osserviamo, li analizziamo, li spieghiamo e paradossalmente alla fine sappiamo come muoiono, ma ignoriamo il modo in cui vivono. I due mondi di Sairiamu nasce da una motivazione profonda e un amore intenso per l’Africa. Un’Africa fatta di persone complete, complesse, controverse, in lotta per una vita migliore, per un posto nel mondo, per il rispetto da parte di tutti noi. Il guerriero masai Sairiamu è l’emblema di queste persone, è il simbolo di una lotta interiore, è la metafora di un mondo complesso e in continua evoluzione, con desideri, aspirazioni, ambizioni, proiettato verso un futuro fondato su radici proprie. Non è la storia di un “selvaggio” che diventa “civilizzato”, è il punto di vista di un Africano che, attraverso il documentario, mette in scena un’Africa tridimensionale. Rossella Romano

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Danze e canti tribali. Si apre una porta di casa. In sottofondo, una musica hip hop tanzaniana. Gabriel Sakita Mollel, un ragazzo di colore di 32 anni, dai capelli lunghi, vestito in jeans e camicia in stile indiano come vuole la moda del momento, esce di casa, va verso la fermata del daladala, il trasporto urbano per eccellenza in Tanzania, sale e parte per raggiungere la parte opposta della città. Siamo in Africa, Tanzania, a Dar es Salam, una metropoli cosmopolita, vivace e dinamica dove i venditori ambulanti parlano al cellulare e nei colorati mercati campeggiano cartelloni pubblicitari con africani ricchi e felici davanti all’ultimo modello di computer portatile. L’ex capitale della Tanzania è cresciuta considerevolmente negli ultimi anni, attirando persone con le più diverse ambizioni: lavoro, studio o semplicemente una vita migliore. Gabriel è a Dar es Salaam da 3 anni, dopo aver cercato fortuna in Kenya e a Zanzibar. Vive a Changaniykeni, il quartiere universitario, un po’ periferico, ma ricco di vegetazione, a Gabriel piace proprio perché gli ricorda il suo villaggio nella Tanzania settentrionale. Entriamo così nella quotidianità della vita di Gabriel: con il daladala raggiunge la penisola di Msasani, un quartiere della città dove vivono soprattutto bianchi residenti e ricchi Tanzani. Arriva al suo negozio, in un elegante centro commerciale, lo Slipway, frequentato da quella fascia di popolazione benestante che può permettersi di svagarsi. Qui Gabriel conosce un po’ tutti i gestori degli altri negozi, ha tanti amici con cui bere un caffè e discutere di affari durante una pausa. Il business è spesso altalenante, a volte gli affari vanno bene grazie a degli ordini importanti o alla presenza di turisti, altre volte è difficile vendere anche articoli per meno di un euro! Nel suo negozio lavora come commesso Abbassi, così Gabriel può andare al mercato di Kariakoo per comprare materiali e seguire gli artigiani che lavorano per lui. Il suo negozio è specializzato in articoli di artigianato africano e in particolare artigianato masai: per comprare materiali e oggetti tradizionali masai, Gabriel va spesso ad Arusha, nella Tanzania settentrionale. Il paesaggio scorre attraverso il finestrino: siamo in viaggio con Gabriel sul busi diretto a nord. Dalla lussureggiante vegetazione della costa, caratterizzata da palmeti e rigogliosi banani, ci inoltriamo verso un ambiente sempre più arido e polveroso, dominato da un giallo arso dal sole. Siamo nella Maasailand, quella regione a cavallo fra la Tanzania e il Kenya dove vivono circa 900.000 Masai, di cui quasi 500.000 in Tanzania. Gabriel è un Masai: da quando è stato circonciso nel 1997, è diventato Giovane Guerriero (il Moran Barnot1 ) dell’age-set2 Ilkiponi3 assumendo il nome di Sairiamu4 , “colui che aiuta il prossimo con entrambe le mani”. È un nome che segna il destino di Gabriel il quale lotta per aiutare se stesso e la sua famiglia ad avere una vita migliore ma, soprattutto, per difendere la sua cultura e riadattarla ai cambiamenti di una società in rapida evoluzione. Quando a 18 anni si è convertito al luteranesimo5 , 1

I Masai hanno una propria lingua, il Maa, di origine nilotica. I termini in Maa sono scritti in corsivo. L’age-set è un tipo di raggruppamento sociale che riguarda principalmente gli uomini, mentre le donne diventano automaticamente membri dell’age-set dei mariti. Secondo tale sistema, gli uomini con un’età che può oscillare tra i 15 e 25 anni vengono iniziati alla vita adulta attraverso il rito della circoncisione. L’age-set così formato dura per tutta la vita, attraversando una gerarchia con diversi livelli (es: guerriero giovane, guerriero adulto, anziano) ciascuno della durata approssimativa di 15 anni. 3 Ciascun age-set assume un nome specifico. Ci sono sei gruppi di age-set che si succedono e si intersecano ciclicamente. Trattandosi di una società di guerrieri, tale sistema serve per regolare l’arruolamento della milizia masai. 4 Prima della circoncisione e quindi prima di assumere il nome di Sairiamu, Gabriel si chiamava Sandi. Nella tradizione masai, con la circoncisione si passa dall’infanzia alla vita adulta, diventando uomini a prescindere dall’età. Per la sua importanza, questo passaggio è segnato dall’assunzione di un nuovo nome. 5 La religione tradizionale dei Masai è di tipo animista ma, come molti Masai scolarizzati, Gabriel ha frequentato le scuole gestite da religiosi missionari ed ha ricevuto un’educazione luterana. 2

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è stato battezzato con il nome di Gabriel con il quale tutti lo conoscono al di fuori della Maasailand. Di colore ebano, slanciato, dai tratti somatici nilotici, con i capelli lunghi intrecciati alla tipica maniera dei guerrieri, Gabriel è un Masai “puro”, discendente del clan Mollel - i “tori rossi” - della sezione Kisongo. Come molti Masai, Gabriel/Sairiamu, che ha avuto l’opportunità di studiare fino alla scuola secondaria, dopo essere cresciuto nella savana secondo riti e tradizioni ancestrali, si è trasferito in città per aiutare a migliorare le condizioni di vita della sua famiglia che all’epoca era molto povera. La famiglia di Gabriel non aveva sufficienti capi di bestiame e nella loro cultura un Masai senza bestiame cessa di essere considerato tale in quanto, secondo la loro credenza, Ngai, il loro dio, ha affidato ai Masai tutto il bestiame della terra. Grazie al negozio di Sairiamu, la sua famiglia ora ha tante mucche, capre e pecore, è autosufficiente e in più si è guadagnata una grande considerazione sociale, ma durante la stagione secca6 l’aiuto di Sairiamu rimane fondamentale per la sopravvivenza. Vendere oggetti di artigianato della sua etnia è per Gabriel anche un modo per far conoscere l’affascinante cultura masai che ama molto e rispetta profondamente. Gabriel non è un “perso” come i Masai definiscono coloro che lasciano il villaggio per non tornare mai più, destinati a trasformarsi in cittadini africani senza radici né identità. Nella Maasailand inizia il nostro viaggio alla scoperta dell’altro mondo di Gabriel, o meglio del mondo di Sairiamu, il guerriero masai. Il clan Mollel abita a Losinoni, in un enkang7 ai piedi del monte Meru, la seconda vetta della Tanzania dopo il Kilimanjaro con i suoi 4.566 metri. Ogni volta che Gabriel torna al villaggio è una festa. La prima ad accoglierlo è la madre Kainian, in fila a seguire le altre donne dell’enkang: la seconda moglie del padre, la sorella, le cognate e i tanti bambini che chinano la testa in segno di rispetto. Anche per Gabriel è una festa: con i suoi vestiti tradizionali, le tipiche shuka rosse e blu e adornato di magnifici gioielli masai di corallini bianchi, con il vento che fa tintinnare i suoi pendagli di metallo, si trova completamente a suo agio in quel mondo apparentemente lontanissimo dalla sua vita in città. Il vento polveroso della Maasailand lo riporta alla vita semplice della savana, dove è cresciuto accudendo il bestiame, attraversando per giorni e giorni la savana e le foreste in compagnia di altri guerrieri alla ricerca di pascoli verdi, fra danze, canti e riti tradizionali. Visitare i membri della famiglia significa anche andare a trovare il suo bestiame8 nei vari enkang per assicurarsi che le capre, le pecore e le mucche, attorno cui ruota la sussistenza della sua famiglia, siano numerose e stiano bene. È l’occasione per portare, insieme con il fratello minore Kimaata, il bestiame verso pascoli più fertili, ai piedi del monte Meru. Quando Sairiamu è al villaggio, la famiglia si riunisce per discutere dei problemi della vita nella savana, in particolare con suo fratello maggiore Samuel che, ormai diventato Anziano Giovane (il Mourak Barnok), ha assunto la responsabilità di tutta la famiglia da quando il padre ha sposato la seconda moglie. 6

In Tanzania si distinguono due stagioni piovose: le piogge lunghe, da metà marzo a fine maggio, e le piogge brevi, tra novembre e dicembre. Nel resto dell’anno il clima è semiarido. 7 L’enkang è la più piccola unità di un villaggio masai dove vive una famiglia (intesa in senso allargato): si tratta di 5/6 capanne in circolo, cinte da una siepe spinosa per proteggersi dai grandi predatori della savana (leoni, ghepardi, iene...). Diversi enkang costituiscono un villaggio, come quello di Losinoni. 8 Gabriel/Sairiamu, come tutti i Masai, possiede un certo numero di mucche, capre e pecore che rappresentano la ricchezza e il prestigio di una persona. Tra l’altro, secondo la tradizione masai, le mucche sono state affidate loro da dio, per cui un Masai senza mucche non è un buon Masai.

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Solitamente si incontrano nell’enkang e, seduti sugli olorika (i tipici sgabellini di legno), sorseggiano il tè, scacciando le mosche e riparandosi dal vento insidioso. Così restano a parlare ore ed ore, senza tempo, senza fretta. È Samuel che ci racconta, attraverso la sua testimonianza diretta, com’è la vita al villaggio e quanto Gabriel sia di aiuto soprattutto nel periodo della stagione secca, quando non ci sono pascoli e quindi non c’è cibo a sufficienza per il bestiame e per loro. A volte, Gabriel avverte il peso della responsabilità della sopravvivenza della sua famiglia. Ovunque lo porteranno i suoi sogni e le sue ambizioni, sa che la sua famiglia avrà sempre bisogno di lui. A spingerlo non sono l’obbedienza e il dovere, ma l’amore per la famiglia e la cultura masai, che gli danno la forza di affrontare le difficoltà che spesso incontra nella vita in città. Sul tavolo da biliardo, le biglie prendono diverse direzioni. Il guerriero masai è tornato in città: sta giocando a pool nel solito locale con i soliti amici. In fondo, anche se Sairiamu/Gabriel si è trasferito a Dar es Salam per lavoro, quando trascorre diverse settimane nella savana sente il desiderio di tornare in città e riprendere le sue abitudini cittadine: anche questo mondo è “casa sua”. Gabriel vive un profondo dilemma, diviso tra l’apertura ad un mondo sempre più globalizzato, in cui le distanze si sono accorciate grazie ai viaggi e alle nuove forme di comunicazione, e un mondo ancestrale fatto di ritualità e tradizione. La sua visione della vita si è ampliata grazie a nuovi stimoli, bisogni e ambizioni, complicando in un certo senso la sua quieta esistenza nella savana. Mentre nel villaggio la comunità stabiliva i ritmi della sua vita quotidiana e il percorso di ciascun individuo attraverso riti di passaggio, in città Sairiamu/Gabriel ha dovuto adeguarsi ai modelli individualistici delle società occidentalizzate, si è ritrovato a dover provvedere ad ogni singolo aspetto della sua esistenza, dall’affitto di casa, alle bollette, al lavoro, alla burocrazia, ma anche a misurarsi con nuove e diverse forme di divertimento. Gabriel ama trascorrere le sue serate nei locali di Dar es Salaam sfidando gli amici a pool. Senza contare che vivere e lavorare tra Dar es Salam e Zanzibar, a contatto con turisti, impiegati e studenti di tutto il mondo gli offre un’occasione continua di scambio culturale, di confronto e conoscenza. Così Gabriel può vantare amici di varia provenienza con i quali ama chiacchierare, cenare fuori al ristorante, andare al mare, bere un caffè al bar e dopo, quando gli amici rientrano nei rispettivi paesi, restare in contatto con loro via e-mail da un internet café. Tutte cose inaccessibili nel villaggio e di cui però non può più fare a meno. Gabriel ha stretto legami particolarmente profondi e intensi con alcuni amici italiani. Insieme hanno deciso di realizzare un importante sogno per la sua comunità masai. Hanno avviato una raccolta di fondi per finanziare la costruzione di un acquedotto per portare acqua potabile al villaggio di Losinoni, stravolgendo positivamente la vita dei suoi abitanti. Questa iniziativa, che ha migliorato la vita dei Masai soddisfacendo un loro bisogno primario fondamentale, è stata al contempo un’esperienza profondamente significativa nella vita di Gabriel, che ha gestito insieme al fratello la realizzazione in loco del progetto, assumendosi la responsabilità di gestire fondi di finanziatori privati e pubblici come la Provincia di Napoli. Questa responsabilità gli ha dato l’opportunità di venire più volte in Italia per fare un resoconto alle istituzioni italiane e, occasione unica per un Africano, sperimentare lo stile di vita italiano e confrontarsi con la nostra cultura, comprendendone la bellezza, ma anche le contraddizioni. Un arricchimento certamente rimasto nell’animo di Gabriel/Sairiamu. A volte, quando in città avverte il peso delle difficoltà della vita pratica o del suo ruolo nella comunità masai e nel suo paese, Gabriel ha nostalgia della vita semplice dell’enkang. Ora, però, non

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può tornare indietro, ha nuovi sogni da inseguire, nuovi bisogni e nuovi desideri che nel suo villaggio non potrà mai soddisfare. Le intense esperienze di vita e di scambio culturale lo pongono di fronte ad una difficile accettazione di alcune tradizioni che non può fare a meno di criticare. Nella tradizione masai, la madre ha il compito di scegliere la moglie per il proprio figlio, in genere una moglie molto giovane, anche di soli 14 anni, senza istruzione e con l’unico compito di badare alla famiglia. Per Gabriel è impensabile avere una compagna di vita con cui non poter condividere scelte, progetti, sogni, ma soprattutto è inaccettabile avere una moglie che non ha scelto e che non ama. Non crede che il matrimonio sia solo un accordo tra famiglie, una compravendita di mogli in cambio di bestiame. Questa visione del matrimonio è una sfida aperta alla madre e alla tradizione, ma Gabriel non può rinunciare ai suoi ideali. Gabriel è un Masai istruito, consapevole del valore e allo stesso tempo del limite della propria cultura tradizionale. Da tale consapevolezza nasce lo sforzo e la necessità di salvaguardare l’identità e la cultura masai, mediandone i vari aspetti in modo che possa sopravvivere, pur perdendo usanze discutibili, come la poligamia, o inaccettabili, come la clitoridectomia, la circoncisione femminile. La vita nella savana è dura da quando i Masai non hanno più terra a sufficienza e la siccità rende la terra arida e polverosa, talmente dura che i Masai stanno rinunciando alle proprie tradizioni e al proprio modo di vivere, alla propria identità, decretando la propria estinzione. “Sono molto contento della mia cultura, ma al tempo stesso non sono d’accordo con la circoncisione femminile e cercherò di fare del mio meglio per fermare questa pratica. Però devo ammettere che temo la scomparsa della cultura masai in un futuro non molto lontano, perché molti Masai si stanno trasferendo in città, dimenticando totalmente le loro origini e le loro tradizioni. Se le cose continuano così, i Masai saranno ricordati solo attraverso i libri, anche perché la nostra economia di sussistenza, basata sulla pastorizia, è in difficoltà a causa della siccità e della privazione della terra. Credo sia importante che i Masai più istruiti come me cerchino di conservare quegli aspetti interessanti, abbandonando pratiche inaccettabili. Ma siamo noi ad avere il compito di conservare la nostra cultura, non altre persone. È un compito molto difficile perché è più semplice volgersi ad una nuova vita, dimenticando le nostre tradizioni, anziché cercare di convivere e adattarsi alle trasformazioni della nostra società.” La lotta di Gabriel non è però solitaria. Ha al suo fianco suo fratello Samuel e tanta gente del villaggio che riconosce in lui una persona intelligente, colta, di cui fidarsi perché sempre pronto a tornare al villaggio ed aiutare la sua gente. Gabriel è il punto di riferimento per risolvere problemi, per chiedere consigli, per avviare attività imprenditoriali, per rapportarsi con le istituzioni e per difendere i diritti dei Masai. Nella società masai solo gli anziani godono di tale stima. Danze e canti masai. Sairiamu, insieme ad un centinaio di guerrieri è seduto su una pelle di vacca, mentre sua madre comincia ad ungergli i capelli con il latte. Inizia l’Eunoto. L’Eunoto è la cerimonia più importante nel percorso di vita degli uomini masai, dopo la circoncisione, perché segna il passaggio da Guerriero Giovane a Guerriero Adulto (il Murran Botorok). Si tiene ogni 15 anni e vede coinvolti tutti i Masai del Kenya e della Tanzania del suo age-set, gli Ilkiponi. Tutti insieme si riuniscono in un enkang prescelto dove le madri di ciascun guerriero dovranno rasare i capelli al proprio figlio. È un tale onore per le madri tagliare i capelli del figlio che le donne che hanno avuto un comportamento immorale secondo i costumi masai non possono partecipare al rito. È

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un rito di rinascita per i guerrieri: il taglio dei capelli rappresenta l’annullamento delle gerarchie interne all’age-set, stabilite nel periodo della circoncisione9 . Tra i primi ad essere circonciso nel 1997, dopo la pausa di 5 anni dall’ultimo Eunoto dell’age-set precedente Ilking’onde, Sairiamu è uno dei Guerrieri Giovani del primo gruppo, vale a dire guerrieri di grado superiore rispetto ai compagni circoncisi negli anni successivi. Il passaggio a Guerrieri Adulti segna un cambiamento profondo: dalla libertà dei Giovani Guerrieri si passa a una vita adulta e più responsabile, è il momento di sposarsi e mettere su famiglia, preparandosi così alla successiva vita da Anziano, dopo i 7 anni da Guerriero Adulto. Per il suo significato profondo, la cerimonia assume un tono drammatico e di grande tensione emotiva che i guerrieri sfogano attraverso i canti e le danze dei salti, a volte perdendo il controllo ed esprimendosi in forme isteriche e aggressive. La tensione si manifesta anche negli sguardi preoccupati delle madri dei guerrieri: temono le esplosioni dei loro figli durante la rasatura. Alle 6 del mattino, la madre di Sairiamu e tutte le altre madri vestite con le shuka più belle e i gioielli più vistosi, entrano ordinatamente nell’enkang, trasportando la pelle di mucca su cui si siederanno i figli per il rituale. Anche Sairiamu è molto teso. In questa fase della sua vita, la cerimonia assume per lui un senso ancora più profondo, perché accentua il dilemma che sta vivendo. Per Sairiamu è fondamentale partecipare all’Eunoto proprio per la valenza della cerimonia nella collettività. Ma come coniugare tutto questo con i suoi sogni di diventare un designer di gioielli masai? Come conciliare le cerimonie tribali con gli impegni di lavoro? Tra urla e convulsioni degli altri guerrieri, Sairiamu si siede sulla pelle di mucca, trema, ma sua madre Kainian, che ha già preso parte al rito per i primi due figli, resta calma e procede alla rasatura dei lunghi capelli di Sairiamu con perizia e dolcezza. Ed eccolo il nuovo Guerriero Adulto, il nuovo Sairiamu con la testa completamente rasata intento a cantare e danzare con i compagni del suo age-set, proiettato verso una nuova vita che sarà per lui sempre più complicata, combattuto tra la voglia di tradizione e il desiderio di costruirsi una vita migliore e più vicina ai suoi sogni. Danze e canti masai. La porta di casa di Gabriel si apre, in sottofondo continuano i canti dei Masai. Il nuovo Gabriel con i capelli rasati esce di casa, prende il daladala, che si allontana. Tante sfide l’aspettano: il lavoro, la famiglia, il sogno di diventare designer di gioielli, ma soprattutto la sua lotta coraggiosa tra il vecchio e il nuovo, per costruire una sua nuova identità e ritagliarsi un posto in una società proiettata verso una sempre maggiore complessità.

NOTA DI INTENTI Oltre un secolo fa, nel 1901, gli antropologi S. L. Hinde e F. Hinde scrissero un libro dal titolo L’Ultimo dei Masai in cui predicevano l’estinzione della tribù guerriera. Le loro paure erano, per fortuna, infondate o quantomeno premature. I Masai sono sempre stati un popolo indigeno forte, ricco, potente ed orgoglioso, con un’identità precisa, tanto da non avere necessità di “evolversi”, almeno fino ad ora, quando, con la privazione delle terre, il cambiamento climatico, la globalizzazione culturale i Masai sono a rischio di estinzione. Come si traduce nella loro vita quotidiana questo rischio? Quali sono le problematiche che devono affrontare? Come si pongono di fronte a questa eventualità? 9

Dalla circoncisione all’Eunoto i Giovani Guerrieri masai non devono tagliare i capelli, quindi i guerrieri dai capelli più lunghi sono gerarchicamente superiori a quelli con i capelli più corti, circoncisi successivamente. In molte società tribali, i capelli assumono un valore simbolico molto forte, proprio perché segnano i livelli gerarchici.

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L’idea del documentario nasce dall’incontro con Gabriel nell’estate del 2004, mentre giravo un documentario a Tongoni, in Tanzania. Avevo conosciuto Gabriel a Dar es Salaam tramite alcuni comuni amici italiani. Sapevo che era un guerriero masai, ma in Tanzania chiunque incontri ha origine da una tribù (la maggior parte della popolazione tanzaniana è di etnia Bantu, seguita da altri gruppi piuttosto numerosi come i Chagga, gli Haya, i Makonde, fino ad una frammentazione in 120 gruppi tribali diversi), perciò non vi avevo dato importanza e pensavo fosse solo un aspetto “folcloristico” della sua identità. Gabriel era una delle tante persone incontrate fino a quando mi ha invitato a Losinoni, dove ho scoperto in lui un’altra persona: il guerriero masai che ama, rispetta e vive intensamente le sue tradizioni e i suoi riti. Non un cosiddetto “perso”, un Masai che abbandona la propria cultura e i contatti con la propria famiglia, creandosi una nuova vita di tipo “occidentale”, ma un Masai coraggiosamente in lotta per trovare un posto nella società, facendo uno sforzo superiore alla media per conservare la propria identità senza restare indietro e congelato nel passato. Ho visto in lui un esempio positivo di come si possa trovare un percorso alternativo alla propria esistenza proprio quando tutti pensano che non ci sia alternativa alla scelta tra il passato e il futuro, fra la tradizione e la modernità, fra la vita “africana” e il mondo occidentale. Seguendo un periodo della vita di Gabriel Sakita Mollel, o meglio di Sairiamu ole Sakita, intendo raccontare come i Masai di oggi cerchino di affrontare le tante sfide della nuova società, mostrando come la società masai non sia rimasta congelata fra riti e tradizioni ma stia cercando di adattarsi e trasformarsi, conservando allo stesso tempo uno stile di vita unico. I popoli indigeni come i Masai sono, in effetti, gli unici in grado di mettere in atto un’economia sostenibile, soprattutto in ambienti naturali superbi e difficili come la savana africana. Esplorando la vita di Sairiamu, desidero raccontare una storia universale di adattamento dell’uomo ai cambiamenti del suo ambiente in un’ottica positiva. È attraverso tali cambiamenti che l’identità della società masai può sopravvivere. La contaminazione della cultura masai con la cultura tanzaniana, a sua volta impregnata di cultura occidentale, è alla base della sopravvivenza stessa di quelle che ai nostri occhi sono antiche pratiche culturali da conservare intatte. Gabriel cerca di preservare la sua cultura aprendosi a nuovi mondi, e far convivere i suoi due mondi è la chiave per la continuità e la sopravvivenza della cultura masai. La sua è una grande lezione di dignità e di coraggio ed è su persone come lui che si gioca il futuro dei Masai e forse più in generale dell’Africa. La storia di Sairiamu fa riflettere su noi stessi, sul rapporto fra tradizione e modernità, sugli effetti della globalizzazione culturale e forse, proprio perché estrema, è ancora più emblematica. Voglio inoltre far emergere, attraverso gli occhi di Sairiamu, un’Africa diversa, dinamica, fatta di persone che, pur nelle difficoltà, cercano di stare al passo coi tempi e di inseguire un sogno. Parte delle riprese sono state effettuate durante l’estate del 2005, tra agosto e settembre, per poter includere nel racconto il momento dell’Eunoto, la cerimonia che si tiene ogni 15 anni e che segna il passaggio ad una nuova fase della vita dei guerrieri masai, e che è stata emblematica nella storia personale di Gabriel/Sairiamu.

APPROCCIO VISIVO Lo stile del documentario è quello del racconto in “presa diretta”, con la camera che segue con discrezione un periodo della vita di Gabriel, diviso tra la città e il villaggio.

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Il documentario si sviluppa su tre livelli: il primo riguarda il personaggio di Gabriel come cittadino tanzaniano che gestisce il suo negozio. Lo seguiamo nella sua quotidianità in un normale giorno di lavoro, cercando di capire il contesto, la Tanzania, un paese africano che si sta adattando rapidamente ai cambiamenti di un mondo sempre più industrializzato e occidentalizzato. Il secondo livello di narrazione mostra il nostro protagonista Sairiamu che si riappropria delle tradizioni nel suo villaggio masai, tornando ad uno stile di vita molto semplice, in un ambiente duro come la savana. Il terzo livello è la rappresentazione del mondo interiore di Sairiamu/Gabriel, il punto di convergenza o il corto circuito tra i quei due mondi che coraggiosamente sta tentando di far convivere.

CONTESTO Senza terra e bestiame, non ci saranno più Masai (Tepilit ole Salitoti) Tra le popolazioni indigene meglio conosciute, i Masai sono ormai familiari a tutti coloro che si trovano a viaggiare nella grandiosa savana africana. Sono riusciti a sopravvivere sino ai nostri giorni secondo le loro più antiche tradizioni grazie alla loro potenza e alla loro reputazione di guerrieri coraggiosi. Tuttavia, oggi i Masai si trovano a combattere per mantenere la loro cultura distintiva e quel che rimane della loro terra. I Masai sono principalmente pastori seminomadi, suddivisi in varie sezioni e clan, distribuiti su un vasto territorio che va dal Kenya meridionale alla Tanzania settentrionale, ma accomunati dalla stessa lingua, il Maa. Secondo alcune ricostruzioni, i Masai si sono insediati nell’Africa orientale, arrivando da nord, si ipotizza dalla valle del Nilo, probabilmente intorno al XV secolo d. C. Fino al XIX secolo hanno dominato le fertili piane che si estendono dal lago Naivasha fino all’oceano Indiano e dagli altipiani di Nairobi fino alle steppe della Tanzania settentrionale. Indiscussi padroni della savana, i Masai sono stati costretti a fronteggiare nuove difficoltà: prima la peste bovina nel 1890, che decima il bestiame, poi un’epidemia di vaiolo, che spazza via migliaia di persone, mentre le terre sono acquisite dai colonizzatori europei a colpi di trattati amministrativi britannici. L’indipendenza del Kenya e della Tanzania, all’inizio degli anni ’60, non porta alcun miglioramento al problema delle terre: l’istituzione di parchi nazionali e riserve naturali proteggono la fauna africana, ma privano i Masai dei preziosi pascoli per il loro bestiame. Oggi i Masai sono costretti a vivere in un’area molto ridimensionata, nei distretti di Kijado e Narok in Kenya e nella zona di Ngorongoro, Kiteto e Simanjiro, nella regione di Arusha in Tanzania. La vita dei Masai è basata sulla pastorizia, in particolare le mucche assumono un ruolo centrale nella loro vita, soddisfacendo i bisogni fondamentali alla loro sopravvivenza. Le mucche sono tutto: cibo, materiali e molto di più in termini culturali e rituali, simbolo di ricchezza e motivo di orgoglio. L’intera vita dei Masai ruota intorno alle esigenze del bestiame: trovare fertili pascoli, acqua abbondante e proteggerlo dagli attacchi dei grandi predatori della savana. In passato erano molto frequenti guerre fra tribù proprio per i pascoli e per le predazioni di bestiame. Tra l’altro, i Masai credono fermamente che tutto il bestiame appartenga a loro di diritto in quanto, secondo la loro credenza, il dio Ngai ha affidato loro il compito di prendersi cura di tutte le vacche sulla terra, da quando il Cielo si è separato dalla Terra per dare origine al mondo. Tale credenza è talmente radicata che qualsiasi attività che non sia dedita al bestiame è una mancanza di rispetto verso il

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proprio dio. Di conseguenza, l’agricoltura è un’alternativa inaccettabile per i Masai. Per tale ragione le mucche godono dello stesso rispetto riservato ai membri della famiglia e molto spesso sono utilizzate per pagare multe o matrimoni. La dieta dei Masai si basa fondamentalmente sul latte, fresco o fermentato, spesso mescolato al sangue di mucca che viene estratto dalla giugulare senza uccidere l’animale. Le mucche vengono uccise per la carne solo in occasioni speciali, come cerimonie e riti di passaggio. Le molte capre e pecore servono per integrare la loro dieta e i muli come animali da soma. Una delle caratteristiche più importanti della società masai è la sua stratificazione per gruppi di età detti age-set. L’appartenenza ad un age-set è definita dal rito della circoncisione, E Murata, che segna il passaggio dall’infanzia allo status di guerriero. I membri di un age-set così formato condivideranno, per tutta la vita, i diversi riti di passaggio che scandiscono l’esistenza dei guerrieri masai, passando dallo status di “giovani guerrieri” a quello di “anziani”. Anche in questa fase diversi riti segnano l’avanzamento di status tra gli anziani. I principali riti di passaggio sono i seguenti: - Eng Kipaata, iniziazione all’arte della guerra: i giovani Masai dai 15 ai 25 anni di età, non ancora circoncisi, sono chiamati Laiyok e non appartengono a nessun age-set. - E Murata, il rito della circoncisione. I neocirconcisi, chiamati Sipolio, diventano Giovani Guerrieri (il Murran Barnot) dopo aver trascorso alcuni mesi nella foresta, vestiti di nero, con il viso dipinto di bianco e adorni di piume di struzzo e di altri uccelli. Lo status di guerriero inscrive i Masai in un age-set, all’interno del quale vengono riconosciute diverse gerarchie a seconda dell’anno di circoncisione. Il primo gruppo di guerrieri, circoncisi il primo anno del periodo delle circoncisioni, è di grado superiore ai successivi (secondo, terzo o quarto gruppo di guerrieri). Le circoncisioni avvengono nell’arco di 3-4 anni, in base a quanti guerrieri devono essere “arruolati”. - Eunoto, promuove i Guerrieri Giovani a Guerrieri Adulti (il Murran Botorok). Il rito consiste nel tagliare i capelli che i guerrieri hanno lasciato crescere sin dalla circoncisione ed esprime l’annullamento delle gerarchie interne all’age-set. Con l’Eunoto si interrompono le circoncisioni, e quindi l’arruolamento di nuovi guerrieri, per almeno 5 anni. - Ol Ngesher, che significa letteralmente “incrociare le gambe”, è il passaggio allo status di Anziano (il Moruak), è il momento di posare le armi e usare l’intelligenza e la saggezza. Il ciclo dei riti di passaggio si ripete ogni qualvolta si dà vita ad un nuovo age-set con l’inizio delle circoncisioni, secondo un sistema complesso ed intrecciato, tale da garantire sempre il reclutamento di nuovi guerrieri in un numero ponderato, deciso dalla comunità. Di conseguenza se si assiste alle cerimonie di circoncisione per un periodo di 4-5 anni, l’Eunoto avverrà invece ogni 15 circa. Vera e propria milizia, i guerrieri masai hanno il compito di prendersi cura del bestiame contro predatori e altre popolazioni indigene. In realtà questo ruolo sta perdendo di significato proprio perché i problemi che i Masai si trovano ad affrontare oggi sono di tutt’altra natura: politici, economici e culturali. Tuttavia lo status di guerriero resta un’istituzione fondamentale nella società masai per il suo forte significato sociale. La terra è il grande problema attuale. In realtà la privazione delle terre, iniziata in epoca coloniale, sta continuando ancora oggi. Essendo pastori seminomadi, i Masai durante la stagione secca si sposterebbero verso i pascoli più fertili e le fonti d’acqua nelle terre che raramente soffrono la siccità. Ma sono proprio questi pascoli ad essere venuti meno, non tanto per la diffusione dell’agricoltura e l’ingresso delle multinazionali, quanto per l’istituzione di parchi nazionali e riserve naturali, in nome della conservazione della fauna africana.

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Di fronte a questi problemi molti Masai sono costretti a cercare una vita migliore in città, dove spesso sono sfruttati e malpagati. Coloro che hanno la fortuna di studiare sono spesso costretti a rinunciare alle loro tradizioni e, una volta che il passo è stato fatto, è difficile tornare indietro. Solo quei pochi in grado di beneficiare della cultura occidentale, pur mantenendo le loro tradizioni, possono essere capaci di lottare per mantenere l’identità Masai all’interno di una società sempre più occidentalizzata.

Rossella Romano, 31 anni, lavora da 8 in qualità di regista per Rai Educational. Nel corso di questi anni ha lavorato per diversi programmi, sviluppando un know-how variegato e versatile: dalla scrittura, alla regia, al montaggio. Appassionata di viaggi e con una spiccata sensibilità e apertura verso altre culture, sta indirizzando i suoi interessi e la sua formazione verso il documentario creativo, per raccontare in maniera diversa le culture di altri mondi. Gabriel Sakita Mollel, 31 anni, Masai, gestisce un negozio di artigianato masai a Dar es Salam, la principale città della Tanzania. Dopo aver conosciuto la regista Rossella Romano, ha sviluppato un profondo interesse per l’audiovisivo, intuendone le grandi potenzialità narrative per veicolare la sua cultura.

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LE BALENE DI GAJAS di Luca Olivieri PROGETTO PER UN LUNGOMETRAGGIO DI ANIMAZIONE

Le balene di Gajas è un progetto che conquista la nostra fantasia perché racconta di un luogo che sta al contempo dentro e fuori di noi e che, anche se nessuno potrà dire di avere realmente visitato, di sicuro appartiene a tutti. Come la vocazione naturale al sogno. Rinnovando in senso moderno l’energia delle favole antiche, la narrazione ci pone di fronte al pericolo che minaccia l’esistenza e la bellezza di questo paese così importante. E l’idea finale del “Grande Sogno” rappresenta un piccolo cataclisma che ci dice che continuare a sognare è ancora possibile.

Questa è una storia pensata per un pubblico di ragazzi e concepita come un racconto per il cinema di animazione. Un’idea che si è rivelata subito fortunata. Nel 2005 Le balene di Gajas ha vinto il Premio Solinas - i colori del genere, sezione arcobaleno, dedicato alle storie per il cinema per ragazzi. La casa di produzione Lanterna Magica ne ha acquistato i diritti e sta lavorando alla stesura della sceneggiatura per un lungometraggio di animazione. L’idea su cui ruota l’intreccio, poter vivere i sogni degli altri, si apre ad infinite possibilità fantastiche. Originariamente il progetto era stato concepito per una serie di episodi in cui i protagonisti vivevano avventure e risolvevano enigmi ispirandosi ai propri sogni che cercavano di provocare nelle maniere più insolite e divertenti. Il sonno equivale a un tempo rigeneratore e creativo ed è uno dei momenti più desiderati del nostro vivere. Il mondo onirico però è ancora oggetto di molti tabù e quasi sempre di film “paranormali” o da incubo. I sogni dei protagonisti di questa storia, invece, aiutano uno dei pochi momenti magici che ancora ci rimangono, il sonno, ad affrancarsi dalle paure che ci avvolgono nell’attimo in cui chiudiamo gli occhi. Il sogno, dunque, come azione liberatoria di noi poveri esseri razionali. Le porte fantastiche che si aprono alla nostra mente possono aiutarci anche nella vita reale. Dormire quindi fa bene e risolve ogni problema. Forse. Leggendo questa storia il lettore sarà imbrigliato dalla luce solare del mare e dai profumi di questa favola. Se qualche dubbio dovesse assalire qualche anima razionale, basta ricordarsi che non sempre uno più uno fa due. E, comunque, basta farci una bella dormita sopra e, vedrete, domani sarà tutta un’altra storia. Luca Olivieri

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Questa è la storia del giovanissimo Yuliss e di suo nonno Plinio, il guardiano di un faro. È la storia di come abbiano salvato, dormendo, un intero paese di pescatori dalla miseria e dall’indurimento del cuore. Questa è anche la storia di come i due abbiano chiacchierato con duecento balene, affondato una nave usando una lampada e dei nastri di seta e risollevato l’economia di una regione andandosene a dormire. Questa è anche la storia di un vecchio segreto del faro di Gajas e del suo guardiano: poter conoscere i sogni degli altri, di chiunque, anche delle balene che passano nel mare davanti. Basta un po’ di brezza, un nastro di seta leggera e la giusta direzione del vento. Occhio, però, al colore del nastro. Azzurro è il colore della felicità, rosso della rabbia e nero della sventura. Plinio ha dovuto usarli tutti per salvare il suo faro dalla rovina, le amiche balene da una brutta fine e il paese dagli oscuri progetti di gente malvagia arrivata dal mare. È un punto nel buio il faro dell’isola di Gajas. Quando l’alba prende il posto della notte, il suo occhio luminoso si spegne nella luce che prende a morsi quel tratto di costa, così frastagliato e scosceso, mentre il suo cuore rallenta e si ferma nel silenzio del mare. La grande lente si ricopre dei riflessi del sole che nasce. Come tutti i giorni, i gabbiani strillano nel vento e, come tutti i giorni, qualcuno sale la scaletta sottile di ferro che, come una chiocciola, si arrampica lenta all’interno del corpo del gigante di pietra. Quel qualcuno è Plinio, il vecchio guardiano che sale per il controllo della lampada e per lustrare la lente sporca di salsedine. Quassù tutto è vecchio: il motore che fa girare la lampada e lo specchio a parabola, i ferri, i tiranti, i bulloni. Solo il mare è sempre lo stesso ragazzino, vivace e irrequieto. La mattina è il momento più bello per Plinio. Sua figlia Annette esce dalla casa del faro al centro del grande cortile ammantato d’erba. Tutti i giorni, con una grande cesta di bucato da stendere. A Plinio piace osservarla da lassù. Lui nella stretta lanterna, lei nel prato verde. Lui con le mani nel grasso, lei tra le lenzuola bianche accecanti. Lui in silenzio, lei che canta la sua bellezza al mondo. Annette è l’allegria, oltre a quella degli animali da compagnia residenti al faro: un gruppo chiassoso di oche e due maiali nel recinto nell’angolo del cortile. Oggi Annette è particolarmente mattiniera. A gran voce chiama Yuliss, il figlioletto di tredici anni, delizia di nonno Plinio, dagli occhi intelligenti velati dalla malinconia di chi il padre non l’ha mai conosciuto. Yuliss è l’unico ragazzino dell’isola, ma questo non gli pesa, non si annoia mai; trova sempre qualcosa da fare, come colpire vecchi barattoli con la sua fionda o disegnare balene colorate da far vedere al nonno, su, in cima al faro. Oggi è un mattino d’estate, nessun obbligo, solo il piacere di passare un giorno intero con nonno Plinio. A Yuliss piace salire a due a due le scale del faro che si avvitano verso l’alto, immaginando di essere in una giostra senza fine. Come le case di tutti i vecchi uomini sognatori, il faro all’interno è un mondo a parte. Strani ferri, chiavi ellittiche, ingranaggi e rimandi pendono dalle pareti ricurve. Poi quei sottili nastri colorati appesi che scendono dalla sommità della lanterna; quei nastri, così cari a Plinio e così misteriosi, sono carezze di colore nelle viscere color ruggine del ventre del faro di Gajas. Yuliss, oggi, non ha esitazioni, ne afferra subito uno, quello azzurro e sale la scala con il nastro ondeggiante fra le mani. Arrivato in cima, Yuliss lo recupera, piano piano, fino a entrare nella lanterna; saluta il “supernonno lucidalenti”. Il vecchio guarda il nastro azzurro, poi incontra gli occhi del nipote. Sorride. Oggi è una giornata splendida per raccontarsi le storie. Il paese poco lontano vive il suo risveglio. Pescatori che rientrano, massaie che si affacciano alle finestre e botteghe che aprono, persino la porta della locanda di Nevis è già spalancata. Nevis è coetaneo e amico di Plinio, per lui darebbe una gamba. Tuttavia, oggi ascolta preoccupato i discorsi che serpeggiano fra i suoi clienti. Il naufragio di un peschereccio avvenuto a sud della penisola di Nesden dà il via a scenari catastrofici che il pessimismo dei pescatori vede inevitabili. Il faro di Nesden era troppo vecchio. Dai vetri colorati e storti della locanda, il faro di Gajas sembra uno storpio ricurvo, che nessuno vuole più accudire. È una giornata veramente speciale per il paese, di solito non accade mai niente di nuovo, ma oggi

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qualcosa succederà e, come tutte le novità che si rispettino, la sorpresa arriverà dal mare, annunciata dallo scuro fumo di un battello a vapore. Dalla sommità del faro si domina il mare. Plinio osserva nel suo cannocchiale quel fumo all’orizzonte; non ama le novità, soprattutto quelle che arrivano da lontano. Il sorriso gli ritorna per le smorfie di Yuliss dietro la grande lente del faro. Plinio, allora, solleva il nastro colorato e apre la porticina del ballatoio circolare in ferro. Da lassù si è padroni dello spazio e si è sedotti dal vento. Basta chiudere gli occhi e aspettare. L’aria del mare annoda i capelli di Yuliss che, a gambe incrociate, osserva il nonno orientarsi con gli occhi chiusi. D’un tratto, ecco, Plinio lascia andare un’estremità del nastro che lento inizia la sua danza nell’aria. Una serie di gancetti sporgono dal muro, ogni gancetto riporta un nome, in piccolo, scritto a matita sull’intonaco. Il nonno ne sceglie uno, quello di Gulmin, poi lega il nastro. La sottile striscia di seta si muove nel sole. Circa mezzo miglio al largo, un lungo sbuffo di acqua si alza, poi il mare si richiude. Il signor Gandak, della Compagnia Elettrica del Nord, irrigidito nel suo inutile soprabito bianco, attende sul ponte della nave a vapore che il vascello attracchi. Al suo fianco, il suo assistente Isaias, giovane e scontento, mal sopporta il puzzo di sigaro del superiore, mentre il vento gioca a cacciargli il fumo proprio negli occhi. Il signor Gandak ha una precisa mansione da eseguire: valutare le possibilità di automatizzare il faro di Gajas. Forse è ciò che il paese desidera da tempo: la paura di spiacevoli incidenti si fa sentire, il traffico marittimo è in aumento, proprio come gli acciacchi di Plinio e la sua crescente miopia. Fatto sta che il signor Gandak e il suo aiutante, carico di valigie, ricevono al loro arrivo un’accoglienza inaspettatamente riverente. Per il paese, la loro è una visita inattesa. Per tutti, meno uno: il grassoccio sindaco Opemel. “Burocrazia e pulizia”, questo è il motto che campeggia nel suo ufficio bottega da barbiere in cima al paese, il più grande ricettacolo di pettegolezzi dell’isola di Gajas. Opemel si prodiga negli inchini, mentre accompagna gli ospiti alla locanda di Nevis. In un luogo dove nulla accade e nulla si trasforma, l’arrivo di due forestieri scuote le anime. Una scossa che presto sarebbe diventata un terremoto, con un epicentro ben definito: Gandak, l’avvoltoio. Il mare restituisce l’azzurro al cielo, mentre il sole è alto. Sotto il pelo dell’acqua, a mezzo miglio della costa, movimenti di corpi lunghi, azzurri e lucenti che scivolano in un intreccio di enormi pinne e sbuffi. Cinque, sei balene azzurre danzano nel blu. Davanti a loro, verso terra, un piccolo faro su un promontorio. Quel faro ha una particolarità: un lungo nastro azzurro che si avvita nel vento. Plinio affonda i suoi pesanti piedi nell’unico tratto di spiaggia dell’isola, mentre Yuliss sfida le onde del mare con i sassi della sua fionda. Dietro, un po’ a fatica, a passettini veloci, i due maiali da compagnia seguono fedeli. Plinio ascolta il vento nelle orecchie, ora viene dal mare. Un lungo nastro verde esce dalle sue tasche. Il signor Gandak scende, pesante, le scale della locanda, gelando le chiacchiere dei pescatori. Non si guarda attorno, non saluta, si caccia il cappello in testa ed esce, nel vento della strada. Dietro, affannato e imbarazzato, c’è Isaias. Due cavalli neri li attendono. C’è solo il vento per le strade, l’insegna della locanda oscilla e cigola. Dietro i vetri unti, Nevis nota due cavalli neri, con i due signori di città al galoppo verso il faro. Le mosche si accaniscono sull’orecchio di chi dorme. Lo sanno bene i maiali del faro, distesi sulla sabbia mentre, come bagnanti obesi, si godono l’ozio del mezzogiorno. Un grande cerchio sulla spiaggia racchiude due altri sonnacchiosi: il vecchio Plinio e il ragazzino, divisi da una canna di bambù conficcata nella sabbia; sulla sommità sventola fiero un nastro verde. Un gabbiano cammina fra i due umani, l’occhio vitreo fissa l’occhio acquoso di Plinio che si schiude come un’ostrica, per poi serrarsi veloce. Non è ancora l’ora del risveglio.

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I cavalli neri riempiono di rumore il piccolo cortile del faro, tra il baccano delle oche. Ad Annette non è mai piaciuto il colore nero, il grembiule che indossa è verde come i suoi occhi tra i capelli rossi che male le fanno vedere quel signore rigido e dalla camminata arrogante che le viene incontro. Sarà il profumo di lavanda, sarà il sole accecante, ma il giovane Isaias si sente sempre più imbarazzato, forse anche per l’insistente sguardo di quella donna. Più che parlare il signor Gandak dichiara. Il padrone di casa sembra lui, passeggia su e giù per il cortile, le oche lo seguono. Tutti quanti così goffamente militareschi. La curiosità e la preoccupazione sono una miscela esplosiva nelle vene di Nevis che cammina veloce per la strada del paese, quella che porta verso il porto. Deve sapere, ha ascoltato troppo, ma non abbastanza. Non si fida del sindaco, non si fida di nessuno in quel paese, dove tutti si lamentano soltanto. La bottega del sindaco Opemel è semideserta, solo un anziano pescatore è seduto sullo scranno a farsi accarezzare dal rasoio affilato. Nevis, come un toro nell’arena, entra a testa bassa pronto a colpire. Affonda le sue parole, le sue domande, si sporge. Opemel si fa quasi scudo con il cliente, è nervoso. D’un tratto, con un guizzo da farfalla, compare un foglio spiegazzato nelle mani del sindaco. Sulla carta nuota il disegno di una balena. È in bianco e nero, come i pensieri di Opemel. Balena uguale ricchezza. Nevis si sgonfia, come un bianco d’uovo mal montato. Il sindaco gli dà una pacca consolatrice, ora sono tutti in affari. In mezzo all’infinito del mare, la punta di una nave veloce taglia l’acqua come burro. A prua, avvolto in una cerata funerea, un vecchio dai capelli lunghi. Il suo naso è affilato come un coltello, gli occhi gelidi. Il vento lo avvolge, spingendo la nave verso la sua meta: l’isola di Gajas. Che strana nave è questa, fatta di arpioni, funi, scale e punte acuminate. Sotto la prua, bagnato dagli spruzzi del mare, ride magro un teschio di balena. Pochi gli ordini del vecchio capitano Vladin, pochi i commenti della ciurma. Sul ponte due ragazzacci si divertono a tirar di spada con due bianche ossa. Basta un’occhiata del vecchio e si sente solo il rumore del vento. Yuliss risistema i maiali nel recinto, è quasi sera, fra poco il tramonto incendierà il cielo e il grande faro, ciclope di pietra bianca, riprenderà a funzionare. Yuliss sale sul muretto di recinzione, come un pirata che dalla nave ispeziona il mondo intorno. Porta agli occhi il cannocchiale del nonno e lentamente inizia a girare, come il suo faro. Il panorama che vede è stupendamente colorato. Il mare, gli scogli, i prati, la strada che porta in paese, le prime case, la gente. Quanta gente davanti alla locanda di Nevis! Incuriosito, sbircia la madre che sfaccenda in casa, il nonno è nel faro. Di nascosto, Yuliss veloce corre verso il paese. È sera ormai, la luce della locanda di Nevis è già accesa. C’è gran fermento, c’è tutto il paese vociante, rosso di fumo e birra. In piedi su un tavolo il sindaco Opemel illustra i suoi progetti. Il bene comune, il futuro. Ci sono tutti, tranne Plinio: nessuno l’ha invitato. Stasera si parla di lui. Ai piedi del tavolo, il signor Gandak aspetta di prendere la parola. Il giovane aiutante, in un angolo, guarda fuori dai vetri sporchi della locanda, mentre Nevis serve birre, biscotti e salsa di seppia. Quando parla Gandak piomba il silenzio. Tutta la forza dell’autorità, di ciò che è stato deciso da lontano, si riversa sui pescatori. Gandak parla del benessere futuro. Le sue parole fanno presa sulle anime indurite dalla miseria e dalla solitudine. Il progresso è l’automatizzazione del faro, la ricchezza è la costruzione, lì, di una fabbrica per la lavorazione di carne di balena. Un urlo di bambino proviene da sotto il bancone. È Yuliss che si è intrufolato fra le gambe dei pescatori per origliare meglio. Ora, spaventato, sguscia via. Yuliss corre e corre verso casa; dietro di lui, il giovane Isaias gli intima di fermarsi. Per favore. Plinio è appisolato in cima al suo faro. Proprio sotto la lanterna ha ricavato un piccolo spazio tutto suo: una branda, dei libri, disegni per lo più di balene e capodogli. Ovunque. Russa sotto un pesante volume che gli copre il naso. Fuori il vento porta nuvole elettriche, lampi e tuoni. Tre nastri, appesi al balconcino di ferro, vorticosamente si avvolgono nell’aria. I maiali si agitano nel

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recinto. Plinio sta sognando. Sogna i nastri, sogna di nuotare in mezzo alle balene, è felice. Di colpo però il vento gira, i nastri mutano direzione e raccolgono un altro vento, quello che arriva dal mare nero dell’ovest. Un lampo illumina il sorriso di un teschio di balena sulla prua di una nave, mentre un tuono sveglia Plinio che balza sul letto. Inizia a piovere, i primi fulmini cadono in mare. Nel cortile entra trafelato Yuliss, che si getta contro la porta del faro, bussando a due mani e chiamando il nonno. Plinio accoglie fra le braccia il nipote, ma c’è un terzo incomodo: il giovane Isaias, in piedi sotto una pioggia inesorabile. Plinio sembra sapere già tutto. In paese tutti hanno da commentare, progettare. L’assenza di Isaias non importa a nessuno e tanto meno a Gandak, l’uomo dai gelidi calcoli, che ora, più che mai, ha fretta di chiudere un losco affare. In un angolo del locale, lontano da occhi indiscreti, Gandak e Opemel discutono animatamente davanti a fogli, numeri scritti veloci e, soprattutto, davanti a una busta nera che la mano del signor Gandak spinge verso Opemel. Gli affari sono affari. Mentre l’ombra della corruzione s’insinua nella piccola comunità di Gajas, non lontano da lì, nella casa ai piedi del faro, sotto una pioggia violentissima, Isaias siede ignaro davanti a una zuppa fumante, tra gli occhi severi del nonno, quelli diffidenti di Yuliss e quelli interrogativi di Annette. Ignora, il povero Isaias, che quella piccola, sfortunata famigliola a lui ostile, si trasformerà presto in amica. Isaias si muove con l’impaccio del disertore fra le linee nemiche. Si chiude in sé. La pioggia aumenta ancora, tuoni e fulmini non preannunciano niente di buono. Il mare nero nel temporale si gonfia di schiuma bianca. La baleniera di Vladin è uno spirito malvagio che scivola sulle acque. La mattina Plinio è già nella lanterna a pulire le lenti. Isaias è addormentato su un giaciglio alla base della scala a chiocciola del faro. Aprendo gli occhi vede la prospettiva dei nastri appesi che convergono nelle spire della scaletta in ferro, come un enorme gorgo metallico che, nell’occhio, ingoia i colori della seta. Si sveglia del tutto quando la porta della stanza si apre. Annette è accogliente, gentile, ma Isaias si sente come un invasore in un territorio di pace. Deve andare via, deve tornare al suo lavoro. Annette si congeda da Isaias con uno sguardo tra il rimprovero e il ringraziamento; comunque, un lungo sguardo. Isaias resta solo. Si rimette la giacca, ma quando è sull’uscio la voce di Plinio lo gela. Il vecchio è in piedi sulla scala. Dall’alto gli intima di fermarsi. Plinio sa tutto, sa sempre tutto. È giunta l’ora delle spiegazioni. In cima al faro il vecchio annoda nastri lunghissimi. Cerca, con lo sguardo, gli occhi del giovane Isaias. Con il cannocchiale osserva il mare, poi guarda verso il faro di Brondor. Nel passare il cannocchiale a Isaias gli indica le secche, il faro e un gruppo di case abbandonate. Inizia il suo racconto mentre scioglie al vento un lungo nastro rosso, che si direziona verso il mare. Tempo fa Plinio abitava lì, in quelle case. C’era anche Nevis, erano tutti giovani e lavoravano al mulino, ora diroccato. Suo padre era il guardiano del faro di Brondor e un giorno lo mise al corrente di una sua scoperta. I sogni di un uomo che dorme sono importanti quanto la vita, ma spesso sono senza una fine, che rimane ondeggiante nell’aria e si lascia trasportare dal vento. Come si perde la fine dei sogni, allo stesso modo però la si può riavere. Se il vento porta via il soffio di una giusta conclusione, il vento stesso può restituirla. Suo padre imparò ad imbrigliare il vento con i nastri e a ritrovare i sogni perduti. E fu lì che scoprì una cosa straordinaria. Appendendo i nastri al vento, il vento gli riportava anche altri sogni, di altri uomini stanchi, di donne gonfie di speranze e di balene che già conoscevano il sonno e le paure degli umani. Fu così che suo padre imparò a sognare. Molto. Troppo. Un giorno successe l’inevitabile. Dormendo, si dimenticò di accendere il faro di Brondor. Una nave carica di carbone si arenò inquinando l’acqua della baia. I pesci sparirono, i pochi abitanti se ne andarono a Gajas. Le case vennero abbandonate e l’autorità decise di automatizzare il faro. La gente diventò dura, disincantata. La madre e il padre di Plinio se ne andarono lontano, vinti dalla vergogna. Il giovane Plinio si sistemò nel faro di Gajas,

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giurando che niente di simile sarebbe più accaduto. Mai più sogni, solo lavoro e allerta. Da anni, però, con Yuliss e Annette, Plinio parlava e sognava insieme alle balene. Bastava fissare nastri colorati verso il mare e i sogni andavano verso le balene. Bastava addormentarsi quando il vento arrivava dal mare che i sogni delle balene arrivavano a lui. Per ogni colore di un nastro c’era il nome di una balena. Lui ne conosceva più di duecento. Aveva imparato dai sogni a conoscere i fondali, le abitudini dei pesci e delle testuggini, le liti fra i delfini. Quella notte, però, aveva sognato una baleniera nera e un grosso arpione pronto a uccidere. I nastri fra le mani nervose di Isaias sembrano soffrire. Il giovane guarda il mare, dispiaciuto, poi Plinio. I progetti della Società Elettrica del Nord sono definiti, Gandak è deciso. Tuttavia tace sulla fabbrica di carne di balena e sulla baleniera in arrivo. Una voce, però, continua le spiegazioni di Isaias: sulla porta del balconcino del faro si staglia nella sua antipatia la figura del signor Gandak. Camminando verso i due sembra un colonnello che porta al nemico la notizia di un’imminente guerra. Plinio ha solo un giorno per lasciare il faro, questa è l’intimidazione. Isaias si abbandona allo sconforto. Deve rendere effettiva la cacciata di Plinio, questo è il suo lavoro. Uscendo incontra in cortile gli occhi di Annette e di Yuliss, ma non può resistere ai loro sguardi. La vergogna lo vince. Gandak sale sul suo cavallo nero, imprecando dall’alto verso il povero Isaias. Una serie di ordini investe il giovane. Tutte cose sgradevoli. A piedi, mesto, si avvia verso il paese. Yuliss lo chiama e lo raggiunge. In mano ha un nastro blu ben arrotolato che finisce nelle mani tese di Isaias. Oggi, quando il sole sarà alto, Isaias capirà molte cose. Il sole del mattino è ormai maturo. Nevis corre lungo il sentiero che porta alla piccola baia davanti al faro di Brondor, là dove parecchi anni prima la nave carbonaia si era insabbiata. La carcassa erosa dalla salsedine giace ancora su un fianco, appoggiata sulla sabbia, immersa in meno di mezzo metro d’acqua, come una grande balena di ferro venuta a morire sulla spiaggia. È proprio lì che Nevis trova Plinio, Yuliss e i due maiali seduti in riva al mare. Guardano il relitto, immersi in funesti presagi. Nevis sapeva di trovare Plinio proprio lì. Vuol bene al vecchio amico, gli offre ospitalità e aiuto. Attratto poi dai disegni di balene sui fogli di Yuliss, è turbato pensando alla fabbrica che prenderà il posto della loro casa. Plinio è preoccupato per i suoi sogni. Parla e cammina lento. Parla a Nevis delle balene, chiamandole per nome, come vecchie amiche. Nevis non ci crede, o meglio, non vuole crederci. È scettico, accusa la fantasia di Plinio, il suo modo di vivere che costringe alla solitudine Annette e Yuliss. È un bene per tutti che se ne vengano un po’ in paese. Il sole è alto. Isaias, con l’anima che ribolle, è alla scrivania della sua stanza immerso nei calcoli del progetto per l’automatizzazione del faro. La finestra è aperta. Il nastro regalato da Yuliss è caduto sul pavimento, ma un refolo di vento lo anima. La locanda è chiusa e deserta. Una strana stanchezza appesantisce gli occhi di Isaias, che si addormenta. Il nastro vola verso la finestra e si impiglia nelle inferriate. Ora è disteso nel vento. Isaias nuota nel mare. Si sente felice. Riesce ad andare sott’acqua e a respirare come un pesce. Può andare in profondità, vedere i fondali e i coralli. Sfiora i relitti, poi il fondo e nuota verso la luce. Riemerge e vede il paese lontano. Riconosce il faro. Un’enorme massa chiara lentamente si avvicina a lui. È Eleonor, la madre di tutte le balene. Gli danza attorno, lenta, lo osserva. Dal profondo arriva un’altra balena, più piccola e scura. È Silon, una giovane balenottera che inizia a danzare insieme a Eleonor. Isaias nuota felice verso di loro e si sente accarezzato dalle alghe che non sono alghe, ma capelli di donna. Al suo fianco ora nuota Annette, il suo corpo è per metà pesce come quello delle sirene. Guardandosi, il giovane scopre di avere alcune pinne sul fianco e squame argento che gli avvolgono le mani. Abbraccia Annette, che gli accarezza i capelli mentre le balene cantano. Isaias si sveglia, è seduto alla scrivania e il capo è appoggiato sui fogli. Guarda fuori. Un lungo nastro blu si arrotola nel vento. Anche Annette si sveglia. È distesa sul prato con la biancheria svolazzante al sole. C’è un nastro

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azzurro appeso vicino alle lenzuola. Si rialza sorridente e riprende a lavorare. Quel giovane le piace proprio. Un’ombra scura, però, si materializza dietro le lenzuola. Una mano grassoccia scosta la tela. Opemel è elegante nella sua insipidezza, porta un mazzo di rose e l’offerta di un posto di lavoro in bottega. Saranno momenti difficili senza il faro. Annette, ignara dei sotterfugi con Gandak, si sforza di essere gentile con il sindaco, rifiutandone le avances. Il nervosismo del sindaco viene investito da un gruppo di oche vocianti. Opemel ha sempre odiato gli animali. Gandak osserva il mare aperto dal molo del piccolo porto di Gajas. È spazientito. Aspetta Vladin il baleniere. Gli ha garantito soldi e fama, gli ha giurato centinaia di balene. La timidezza di Isaias, però, interrompe le sue venali visioni. Il giovane espone le sue perplessità su un’opera antieconomica e rischiosa per quella zona. Ma per Gandak non ci sono né se, né ma. Intanto una piccola folla ha fatto capannello attorno alla bottega chiusa di Opemel. Si raccolgono le assunzioni per la nuova fabbrica ammazzabalene. Yuliss cerca sassolini bianchi lungo la spiaggia, Plinio i sassolini neri. Quando ne hanno a sufficienza li caricano su un carretto, trainato dai due maiali di famiglia. Scaricano tutto nel cortile del faro. Yuliss prende un disegno fatto da lui, raffigurante una balena e copia, con i sassolini bianchi appoggiati sul terreno, la grande forma; poi disegna una nave con i sassolini neri. Annette raccoglie il mazzo di rose rosse lasciato a terra dal sindaco e lo appoggia sulla schiena della balena dai sassolini bianchi. Sembra sangue. Poi disegna con dei sassolini grigi un uomo e una lancia scagliata verso la balena. Il mosaico ultimato è impressionante, enorme. Yuliss e il nonno salgono in cima al faro, legano nastri di diversi colori al vento che sta per girare da terra verso il mare, portando i sogni degli uomini alle balene, portando gli incubi di Plinio e Yuliss. Incubi sconvolgenti che avrebbero fatto allontanare le balene prima dell’arrivo della baleniera. I due si legano al balcone. Attorno ci sono i disegni delle balene di Yuliss, ogni balena un colore, ogni balena un nome. Eleonor, Silon, Verdegon, Gulmin. Sono tutti amici da avvertire il più presto possibile, basta addormentarsi pensando alla baleniera, ai cacciatori. Basta addormentarsi fissando il mosaico. Basta, già. L’agitazione però ha il sopravvento. Quanto era facile assopirsi nei giorni scorsi, vinti dall’ozio pomeridiano o dalla stanchezza della notte! Ora è impossibile. Plinio e Yuliss sembrano due prigionieri ai ferri, incatenati e sofferenti, vittime di una tortura misteriosa. Yuliss comincia a chiamare Eleonor a gran voce. Il mare è immenso, i corpi delle balene danzano al largo, nessun suono arriva da terra, solo lo sciacquio di qualche onda e il rumore di un remo che si tuffa nell’acqua. Su una piccola barca a remi Isaias si guarda attorno, cerca qualche cosa in mare. A poppa sventola un lungo nastro blu. Isaias vuole continuare quel sogno dove ha visto Annette, vuole saperne la fine. A un tratto il vento cessa e il nastro cade in acqua, danzando sulle onde. Niente più sogni, niente più sirene. Solo baleniere e mattatoi. Ora c’è il silenzio. Un lungo getto si alza, poi un dorso enorme. Eleonor si presenta. Un suo occhio appare a pelo d’acqua, Isaias l’accarezza. Poi arriva Silon. Il giovane guarda il faro pensando ad Annette, poi guarda verso il largo e vede un pinnacolo nero. È Vladin, il baleniere, che presto sarebbe arrivato a tingere il mare di rosso. Si getta sui remi con tutte le forze, non c’è tempo da perdere. Di certo Isaias non si aspettava Gandak ad attenderlo, non si aspettava l’ordine di lasciare il paese. Non si aspettava di avere tanta forza dentro per decidere di disubbidire. Isaias alza lo sguardo, decide di rimanere, decide di stare con gli altri. Si allontana fra un piccolo pubblico di pescatori che ha assistito in silenzio al suo licenziamento. Il garzone di Opemel, in bottega, liscia la pelle di un giovane pescatore con borotalco. Il grasso sindaco entra imprecando contro le oche e le donne. Sporco di piume, congeda il cliente e licenzia il garzone. Quando Gandak arriva, sorprende Opemel al tavolo, in mezzo a disegni del faro e balene, argani e funi. Eccola l’idea del sindaco quando non ci sarà più la famiglia di Plinio. Il

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disegno è inquietante. Una fabbrica di morte ai piedi del faro, con disegnati persino scheletri appesi. Sopra, la scritta: “Burocrazia e pulizia”. Appunto. Gandak gradisce. Ora il problema è Plinio: deve andare via. Quando Isaias si presenta nel cortile del faro, ha la valigia in mano. È passato per salutare, ma ha una gran voglia di rimanere. Disegni di balene svolazzano in giro, qualcuno si è impigliato fra i rovi, è quello di Eleonor. Silon giace nel fango, accanto ai maiali. In un angolo turbinano, tra la polvere e la sabbia, altri disegni, altre balene, altri amici. Alla porta appare Annette. Rimangono in silenzio, negli occhi hanno il sogno. Lassù sul faro, però, ci sono ancora Yuliss e Plinio. Isaias li trova stremati, ma svegli. Con Annette li aiuta a sistemarli all’interno, sul letto. Non serve più dormire: ora il vento viene dal mare e porta i sogni delle balene. Plinio dorme e sorride nei sogni azzurri. È sera quando un gruppo di uomini del paese, con le torce in mano, si incammina per la strada che porta al faro. In testa Gandak, dietro, per ultimo, Opemel. Entrano in cortile rumoreggiando, bussano alla casa, poi al faro. Apre Isaias, il gelo negli occhi di Gandak si fa odio. Dietro la spalla di Isaias appare la giovane Annette che difende la famiglia e la vita fatta di sogni e non di soldi. Opemel capisce di aver perso anche una remota possibilità con Annette. Si dirige goffamente nell’orto e fa strage di insalata e zucchine. Ecco, se lei vuol vivere di sogni non le serve più niente. Prende a calci le oche e libera i maiali, bastonandoli. Gandak dà l’ultimatum: domani devono essere tutti fuori dal faro. Intanto Plinio e Yuliss dormono. Il vento arriva dal mare e i sogni si tingono d’azzurro, acqua e onde. Plinio sogna una lunga barca azzurra decorata con nastri, c’è una balena e un cucciolo le nuota attorno. Il branco canta e danza lento. Yuliss, a cavallo di una manta, guida un corteo di delfini e altri amici del mare. Un’orca traina la barca azzurra verso l’isola di Doren, muovendosi sapientemente fra le grandi secche. Il corteo si ferma. Appoggiata sul ventre della secca dell’ovest giace la balena maschio Gulmin. Un passaggio di gabbiani chiassosi sveglia i due. Con gli occhi lucidi Yuliss abbraccia il nonno. Isaias siede sconsolato sotto il faro. Ha il mare il mare davanti e, in lontananza, un pinnacolo nero si sta avvicinando. A fianco c’è Annette. Yuliss corre ad abbracciare la madre. Dietro, per ultimo, Plinio. Poco lontano i due maiali, con la verve di cani fedeli, arrivano grugnendo, passando fra le macerie dell’orto distrutto da Opemel, ma l’ultimo, il più grasso, si incastra nella recinzione. Spinge e grugnisce, ma la pancia gratta sulla terra. Si arena come una nave su una secca. Alla fine, con uno sforzo, si libera. Guardando la scena, Isaias ha una folgorazione. Le secche! Ecco il piano! Servono la lampada di scorta del faro, una batteria, del cavo elettrico e della corda. Preparato il materiale, Isaias corre in paese alla locanda di Nevis. Si aggrega anche Yuliss. Il locale è deserto, il nastro blu sventola ancora dalla stanza di Isaias. Nevis dorme con la testa appoggiata al bancone. Servono i cavalli neri. Nevis si sveglia dal torpore, ha fatto un sogno bellissimo, vuole raccontarlo. Non c’è tempo, bisogna raggiungere il faro automatizzato di Brondor, quello che fu del padre di Plinio, davanti alle grandi secche. Isaias è pronto a partire, Yuliss sale come un pellerossa sull’altro cavallo. Vuole esserci anche lui. Vuole combattere i distruttori dei sogni. I due giovani guerrieri sui due cavalli neri si dirigono a nord verso il faro di Brondor. In paese c’è fermento. Il comizio di Gandak e Opemel, per i lavori del faro e per l’accoglienza alla baleniera, sta finendo. Tutti a casa, domani si inizia a lavorare presto. Plinio e Annette sono soli nel cortile. Hanno mille pensieri nella testa. Yuliss e Isaias forse allontaneranno la baleniera, ma questo non basta: il cuore della gente del paese è segnato, indurito da anni

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di sofferenze e disillusioni. Le oche rumoreggiano. Si sente un urlo felice: è Nevis che arriva raggiante sul suo asinello. Ha sognato delle balene, erano più di cento e la gente correva da tutta la contea per vederle! Arrivavano dalla città anche stranieri e il paese brulicava di vita. Navi a vapore piene di turisti e il mercato era affollato! Non serve solo salvare le balene, bisogna conquistare il cuore della gente di Gajas. I nastri hanno aperto gli occhi di Nevis e di Isaias. Altri nastri apriranno gli occhi di tutti. Il vento viene dal mare e le balene sono in forma. La spedizione dei sogni è pronta a partire: Plinio, Annette, Nevis e un asinello carico di nastri colorati. Isaias e Yuliss arrivano al galoppo al faro di Brondor. Si fermano. Il piccolo faro di metallo nero sembra una caricatura rispetto a quello di Gajas. Isaias lo osserva nel suo perimetro. Yuliss, sul suo destriero nero, sembra Toro Seduto prima dell’attacco. I due parlottano. Pronti al segnale. Isaias corre al galoppo verso i ruderi del mulino e del gruppo di case abbandonate, sul promontorio che si insinua nel pericoloso mare delle secche. Yuliss resta fermo sotto il faro di Brondor. È velocissimo Isaias con gli attrezzi. Collega la lampada alla batteria e poi ad altri fili. Entra nel vecchio mulino, sistema la lampada in cima all’asta verticale della macina, quella che sbuca tra le macerie. Poi lega lo specchio, come quello di un vero faro. Infine lega il cavallo alla barra, dove per anni gli asini e i muli di Plinio e Nevis avevano lavorato. Il cavallo inizia a girare, con lui la pietra della macina sulla cui verticale ora c’è una lampada da faro e uno specchio. È il momento. Isaias attende che lo specchio si posizioni verso Yuliss, poi ferma il cavallo. Accende la lampada. Un raggio di luce avverte il ragazzino sul destriero nero che è ora di agire. Sono anni che Yuliss attende questo momento. Il gesto è di sapiente coraggio. Un gesto letto sui libri d’avventura, visto nelle illustrazioni del Far West. Dalla tasche tira fuori la fionda, poi un sasso bianco. Yuliss contro il ciclope. Prende la mira e scocca il tiro. Preciso. La lampada del faro di Brondor va in mille pezzi. Yuliss sprona il cavallo verso Isaias, un urlo di felicità si perde nella baia. Contemporaneamente riparte il cavallo di Isaias: un nuovo faro è nato, proprio dritto sulle secche. In mezzo al mare nero un marinaio, sulla baleniera, si accorge che sta puntando nella posizione sbagliata, eppure non si era mai sbagliato in tutti questi anni. Anche il vecchio capitano Vladin se ne accorge. Con lenta cattiveria, si dirige al comando della nave, prende il timone e vira dei trenta gradi necessari per correggere la rotta verso la luce del faro. La spedizione dei sogni, intanto, come un commando sta legando nastri colorati a finestre, balconi, pali, orti, al monumento del paese, alle code dei gatti. Mentre la gente dorme, russa, si rigira nel letto. Anche nella locanda di Nevis, dove è alloggiato il signor Gandak, Plinio lega un nastro, il suo colore è nero. Nella casa di Opemel, sopra la bottega da barbiere, Annette lega un nastro, anche questo è nero. I tre corrono di via in via, tra le barche dei pescatori. Sussurrano sottovoce, sembrano tre fantasmi nel vento. Un vento che porta i sogni dall’acqua. Qualche miglio al largo, il mare è tagliato da una prua di baleniera e un teschio sembra sorridere al sole che fra poco nascerà. Se dovesse nascere prima che la nave raggiunga le secche, l’esperto capitano riconoscerebbe la costa e l’inganno. Questo temono Isaias e Yuliss, mentre il cavallo gira in tondo nel mulino. Sulla baleniera il vecchio capitano intravede la costa bagnata di luce, qualcosa non lo convince. Osserva il promontorio, poi la carta nautica, poi di nuovo la costa. Inclina lo sguardo a destra, riconosce il faro di Gajas, poi guarda le acque e davanti il mare che da blu diventa azzurro, verde e marrone. Vede la schiuma degli scogli e la spuma degli speroni vicino alla chiglia. Con tutta la forza del suo duro corpo tenta una virata, la nave si inclina, tutto all’interno si rovescia. Poi un suono sordo: la nave ha toccato il fondo. La potenza dei motori, al massimo dello sforzo, fa affondare maggiormente la chiglia nella sabbia. È la fine di una nave. Uno scoglio penetra nel metallo, la nave imbarca acqua. La nave diventerà un relitto, questo è il destino che accomuna uomini e vascelli. Qualcuno si tuffa. L’acqua è alta poco più di un metro. Il vecchio si siede. Non più mare, non più onde.

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Il sole sta nascendo e nell’acqua nuota un paese che sogna. C’è chi a cavallo di una tartaruga saluta il vicino trainato da un enorme calamaro. Chi si pavoneggia delle proprie squame. Le lenzuola diventano onde bianche del mare e i cuscini ciuffi morbidi di alghe. Bimbi con letti che sono barche nelle loro stanze. Uomini che volano come gabbiani sul mare, sulla costa. Leggeri. È un paese che si sveglia diverso. Solo due uomini continuano a dormire. Gandak e Opemel nuotano nel mare blu, le balene danzano attorno, ma improvvisamente spariscono. Rimane il silenzio del mare, quando anche la costa è lontana. Un sordo tuono cresce sotto i loro piedi, un rombo dall’acqua. Un enorme vortice con al centro una piovra dalla bocca spalancata che risucchia acqua, cielo e terra. Sempre più, sempre più. Con un balzo, si svegliano urlando. L’unica loro volontà è fuggire di lì, lontano da quel mare stregato. Poche settimane sono passate dal Grande Sogno: è un nuovo paese quello di Gajas. I turisti vogliono vedere le balene che a centinaia si ritrovano davanti al faro adorno di cento nastri colorati. Sono sorte altre locande dai nomi accattivanti. “Il buon sonno”, “L’occhio chiuso”, “Il pollo russante”. Le specialità del luogo sono birra alla camomilla e aringhe ai semi di papavero. Nevis ne serve a quintali. Più su, verso il faro, la strada è disseminata di luoghi per la sosta, la contemplazione del mare, l’avvistamento delle balene e, per chi lo desideri, comodi giacigli dove il turista si può addormentare sotto i buoni auspici di un nastro colorato nel vento. I nastri blu vengono distribuiti da Plinio. Da lontano Isaias e Annette sono alle prese con la riparazione del faro di Brondor. Ma chi l’ha detto poi che debba rimanere automatizzato. Annette ha nel sangue la tradizione di guardiafaro. Mentre dipinge di bianco e rosso il faro, guarda Isaias. L’ha conosciuto nemico, l’ha ritrovato in sogno come pesce danzante, ora lo desidera come uomo e padre di Yuliss. Il piccolo ragazzo sul suo cavallo nero sembra un guerriero, un guerriero di pace sul promontorio tra il faro di Gajas del nonno e il faro di Brondor di sua madre e Isaias. Guarda il mare. Le balene. Poi prende la fionda e lancia in cielo un sasso bianco a cui è legato un nastro dai mille colori. Il nastro vola in alto, tra le urla felici di Yuliss, il sognatore. Luca Olivieri, regista e sceneggiatore, è da molti anni autore di documentari e reportage per RAI e per società di produzione indipendenti. Ha iniziato la sua carriera viaggiando per il mondo come cineoperatore e fotografo, producendo e firmando diversi lavori su tematiche sociali e ambientali. Nel 2003 ha vinto il Premio Chatwin per il miglior reportage televisivo dedicato al volontariato. È autore di racconti e soggetti e con Le Balene di Gajas ha vinto nel 2005 il Premio Solinas - i colori del genere, sezione arcobaleno. È nato a Milano nel 1963. Vive e lavora a Torino. Lanterna Magica... un trenino e una banda di giocattoli in fuga nella notte... un gatto adotta una gabbianella e le insegna a volare... un camaleonte non riesce a cambiare colore... Totò Sapore e Pulcinella e l’invenzione della pizza... le avventure di una cagnona a pois rossi... Gino il pollo e gli x-Animals contro Capo Colby... Neve & Gliz alle Olimpiadi Invernali... i desideri di un gattino tenero e teppista... l’isola di Gajas, dove si sogna per vivere e si vive sognando... Piccole storie che Lanterna Magica trasforma in cinema di animazione.

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Da anni, con Yuliss e Annette, Plinio parlava e sognava insieme alle balene. Bastava fissare nastri colorati verso il mare e i sogni andavano verso le balene. Bastava addormentarsi quando il vento arrivava dal mare che i sogni delle balene arrivavano a lui.

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Capitano Red

Maggiore Nitra

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ROSSO RUGGINE di Francesco Filippi PROGETTO PER UN LUNGOMETRAGGIO DI ANIMAZIONE

Spiegare la guerra a un bambino. Fare in modo che non perda mai la sua voglia di sognare. Trasformare una favola in un’importante lezione di vita vera. In Rosso Ruggine, attraverso gli occhi di un ragazzino e sulla scia delle parole del nonno, ci viene raccontata una fantastica avventura. Una storia avvincente che parla di eroi, di amicizia, di valori profondi e di altruismo, con le atmosfere coinvolgenti del genere steampunk.

Rosso Ruggine è l’emozione della scoperta. Come davanti a un sontuoso relitto che, riportato a galla, racconta la sua drammatica e incredibile storia, così mi sono sentito visitando i musei bellici alle Isole Orcadi: nel 1919 le 74 navi da guerra della gloriosa flotta tedesca, per non consegnarsi al nemico inglese, si autoaffondarono nello stesso momento nella baia di Scapa Flow; uno spettacolo straordinario e tremendo al tempo stesso, che si intreccia con storie di onore, prigionie e umanità. Tre anni prima, la grande battaglia di Jutland, che aveva visto vincitrice proprio la flotta germanica, è un vero capolavoro di suspense, luci e oscurità, tragedie e ironici inconvenienti. Grande cinema insomma. Dallo spunto storico la fantasia ha preso il sopravvento, inventando situazioni e personaggi (l’eroico Capitano Red e lo spietato Ammiraglio Kommel) che riflettono però le verità umane di quel periodo. Chi ci fa vivere l’emozione della scoperta è il piccolo Federico, a cui il nonno racconta quella che il bambino pensa essere una meravigliosa favola, la sua preferita, che teme però si riveli per sempre una semplice bugia dal giorno in cui comincerà ad andare a scuola. Insieme a Federico scopriremo prima qual è questa favola meravigliosa, quindi che la favola è vera e che l’eroe che pensavamo di perdere è invece qui accanto a noi! E infine verremo spiazzati ancora, imparando che la realtà non è come ci aspettavamo, che è più dura forse, ma capace di sprigionare una gioia ancora più profonda. Rosso Ruggine è un film per tutti, ma in particolare vuole tornare a donare ai bambini l’emozione del dramma, prendendoli per mano e sul serio, perché ai bambini, da sempre, compete non solo il comico, ma anche l’epico. A ben vedere è una storia di iniziazione alla complessità, dentro e fuori lo schermo. Rosso Ruggine è stato finalista nel 2005 al Premio Solinas - i colori del genere, sezione arcobaleno (storie per ragazzi) ed ha ricevuto il premio come miglior progetto italiano di animazione al concorso Pitch me! Italia a Cartoons on the Bay 2006. L’intero progetto del film di animazione, dal soggetto ai disegni, è in fieri, quindi passibile di continue modifiche. Sul sito www.studiomistral.com è possibile trovare il progetto aggiornato e contattare gli autori. Francesco Filippi

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“... Il Capitano Red non c’era più, era scappato dalla grotta. Quella strana botte di lamiera, quel piccolo sommergibile improvvisato si sfaldò non appena il Capitano Red raggiunse la superficie del mare in tempesta. Quelle onde - oh, avessi visto quelle onde! - erano tenebrose e possenti, si alzavano metri e metri contro il cielo... e urlavano e schiumavano, sembravano divinità infuriate. Per quanto Red fosse esausto, bevesse acqua e rischiasse di sfracellarsi sugli scogli taglienti, quelle onde tremende erano invece per lui l’agognato inizio di una nuova vita. Della botte di lamiera che quella notte lo portò in salvo non rimase che un singolo brandello arrugginito, ma fu così che, dopo anni di prigionia, l’eroe della Baia delle Stagioni conquistò finalmente la sua libertà...” Anche questa sera il Nonno ha raccontato con grande abilità l’avventura del coraggioso Capitano Red al nipotino Federico, che l’ha ascoltata stringendo nella piccola mano un lembo del lenzuolo del letto. È sempre stata la sua storia preferita; ogni volta che il Nonno gliela racconta si emoziona come quando la ascoltò per la prima volta. Ma ora l’inebriante ansia per la sorte del leggendario Capitano si è trasformata in una preoccupazione molto più vivida, reale, quasi mortuaria. “Nonno, a scuola raccontano la storia del Capitano Red? Non la raccontano, vero?” chiede il nipote, preoccupato del mondo nuovo in cui presto entrerà. Altre due notti ancora e Federico andrà per la prima volta a scuola. Senza che nessuno glielo avesse detto, il bambino aveva intuito da qualche tempo che le favole si sarebbero trasformate presto in bugie e che non sarebbero più state raccontate. Augurata la buonanotte, il Nonno esce dalla stanza del nipote e si ferma sussurrando un augurio segreto: “Domani è uno dei tuoi ultimi giorni di giochi, Federico. Che sia un grande giorno.” Ma di notte il bambino è tormentato ancora dall’incubo che da tempo non lo lascia dormire. Federico è su una nave da guerra deserta che procede velocemente sul mare, avvolta nella fitta nebbia, perseguitato dalla presenza del cattivo Ammiraglio Kommel, che lo insegue minacciosamente per tutto il ponte della nave, volando come un fantasma a un palmo da terra. “Red, aiutami! Capitano Red, dove sei? Aiutami!” grida il bambino correndo disperatamente, ma sul ponte della nave c’è solo il sinistro Ammiraglio. Federico è arrivato sulla prua della corazzata, sopra le acque minacciose. Kommel sta per estrarre la pistola da una tasca, la carica... e Federico cade all’indietro, precipitando nei flutti oscuri. “Aaah!!” Il bambino si sveglia gridando, sudato, mentre la Mamma accorre a consolarlo. “Hai sognato ancora l’Ammiraglio cattivo?” “Sì, mi voleva uccidere e poi... finiva tutto...” “Il Nonno non ti deve raccontare più questa storia...” replica la Mamma, stringendolo tra le braccia, “... e tu non chiedergliela più, capito?” E, con una punta di rimprovero, aggiunge: “Sono stupidaggini.” L’indomani è un bel sabato di sole e la famiglia di Federico è impegnata in un colossale riordino della casa, dalla cantina alla soffitta. Qui il Nonno recupera dei panni da donare ai barboni di una casa di accoglienza che spesso frequenta come volontario. Per Federico invece è un brutto pomeriggio che si conclude con un rientro in lacrime dal cortile pubblico. Questa volta i suoi amici più grandi hanno esagerato, divertendosi a prendere a sassate un cane randagio e costringendo il bambino a fare altrettanto. Federico non avrebbe voluto farlo, ma i suoi compagni l’hanno preso continuamente in giro, dandogli del moccioso piagnone. Così alla fine anche lui ha tirato i sassi al cane che, colpito, era rimasto a terra, immobile. Poco dopo Federico avrebbe voluto tornare sul posto, desiderando con tutto il cuore che il cane, nel frattempo, si fosse rialzato e fosse scappato via... La povera bestia forse era morta, ma Federico aveva troppa paura di saperlo. Così, angosciato, era corso a casa piangendo, perché non era mai stato così cattivo. Al primo buio Federico è già sotto le coperte: “Nonno, non riesco a dormire...” “Qualche preoccupazione si è infilata sotto le coperte?” “Uh uh. Scalcia di continuo, come i bambini piccoli.” “Abbracciala,” replica con affetto il Nonno, “così si calmerà.”

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“Mi sa che ho ancora le braccia troppo corte...” risponde scoraggiato. Poi, temendo di essere scoperto dalla Mamma, aggiunge sottovoce: “Nonno, mi racconti la storia del Capitano Red?” “No, Federico, ormai sei grande,” replica il Nonno, “devi pensare ad andare a scuola, dove imparerai tante cose nuove.” “Nonno,” insiste Federico, aggrappandosi a lui come un naufrago a uno scoglio, “me la puoi raccontare per l’ultima volta?” Il Nonno fissa a lungo il nipotino e comincia così il suo ultimo racconto. L’incredibile storia del Capitano Red risale a tanti anni fa, quando il vento del mare seduceva i marinai e quello dell’avidità arrugginiva i cuori di chi marinaio non era più, o in fondo non era mai stato. Si racconta che il Capitano Red arrivasse con la Devia, la tiepida brezza dell’alba, e che potesse sparire da un momento all’altro, come gli inafferrabili Delfini Reali che giocano con le prue delle navi. A quel tempo il mondo era da molti anni sconvolto da una grande guerra che coinvolgeva i più importanti Stati del nostro pianeta. Per quanto molte battaglie venissero combattute dagli eserciti di fanteria, erano le flotte navali ad avere un’importanza strategica di prim’ordine. La Kerania e la Repubblica di Meidan, i Paesi guida delle rispettive coalizioni belliche, si trovarono a scontrarsi direttamente nei nebbiosi arcipelaghi del Nord. Le corazzate della flotta della Kerania erano impressionanti: avevano timoni alti come palazzi e batterie di fumosi camini, più inquietanti, fragorosi e irrequieti degli stessi cannoni che affollavano gli scafi. Quelle corazzate in ghisa, che divoravano vapore e carbone, avevano forme sorprendenti ed eleganti: erano il prodigio dell’estro tecnologico umano, che dava il meglio di sé quando progettava, chissà perché, di distruggere qualcosa. Al largo delle Tujlands, la flotta della Kerania dimostrò tutto il suo valore in una battaglia tremenda contro la Flotta Fantasma, arma segreta di Meidan. Nessuno sapeva dove si trovasse con precisione né come fosse composta, perché fino ad allora non ci fu flotta che le fosse mai sopravvissuta. Mai un prigioniero, mai un superstite, solo una scia di distruzione dietro di sé... Quando il Capitano Red per primo la scorse nella nebbia trasalì. Non erano solo potenti corazzate, ma anche unità sottomarine e aeree, prodigi di una tecnologia che nasceva in quegli anni. Mai prima di allora l’uomo aveva combattuto sotto il mare e nell’aria... Siluri, bombe aeree, attacchi a sorpresa e un potentissimo raggio luminoso, lento a caricarsi, ma capace di affettare in un sol colpo la più moderna corazzata... La flotta della Kerania dovette affrontare un nemico completamente nuovo, contro il quale non c’era esperienza, né conoscenza, né strategia utile. Agli equipaggi della Kerania non rimaneva che il proprio coraggio... Il Capitano Red si dimostrò l’ufficiale più veloce e astuto, l’Ammiraglio Kommel, invece, il più spietato col nemico. Il Tenente Pier tenne saldo lo spirito dei suoi compagni, mentre la folle Rubie, unico pilota aereo della Kerania, guizzò nel cielo come solo gli uccelli sanno fare. La battaglia fu tremenda e senza esclusione di colpi. Molte furono le vittime e la potenza di fuoco che si sprigionò fece tremare l’oceano per centinaia di miglia...

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Ma alla fine Red e compagni riuscirono nell’impresa che tutti davano per impossibile: la leggendaria Flotta Fantasma fu affondata. Tuttavia, le navi della Kerania ne uscirono malconce, sventrate, quasi prive di munizioni e gli equipaggi decimati e stremati. Ogni persona ha qualcosa di speciale, ma alcuni di quei marinai erano davvero uomini eccezionali: il Capitano Red, anche se giocava a fare la canaglia, era il più nobile di tutti. Per questo forse il destino gli aveva dato in comando la Princess Fey, il più maestoso di quegli incrociatori. Ma Red, ogni volta che poteva, adorava manovrare la Stefanie I, la nave più piccola e semplice di tutta la flotta perché, osservava, “la sua barra ti sussurra ancora le onde tra le mani.” Il Capitano ogni tanto pensava che le navi da guerra avessero tutte nomi femminili per consolare la malinconia dei soldati. “Non è vero!” replicava con scherzosa convinzione Boccaporto, il migliore amico del Capitano, “le navi militari sono tutte donne perché così possono sbirciare nelle camere dei soldati! Se capissimo il loro linguaggio, le scopriremmo tutte pettegole!” “Le femmine non pettegolano, si informano!” protestava Rubie, l’affascinante pilota giramondo, elegante e un po’ squilibrata, che si era unita alla flotta in seguito ad un atterraggio di fortuna. Il Capitano Red sapeva che ogni nave ha una storia da raccontare, ma non credeva che avessero davvero occhi per guardare e una bocca per parlare. Solo durante la sua futura prigionia si sarebbe in qualche maniera ricreduto. Prima però avrebbe dovuto compiersi il tragico destino della flotta della Kerania, la sua patria. Le settantaquattro corazzate superstiti erano riuscite a raggiungere la Baia delle Stagioni, un porto naturale di primaria importanza strategica per l’esercito di Meidan. Penetrata fra le isole che formavano la baia, la flotta della Kerania le aveva poste sotto assedio. Ma ben presto l’assedio si era rivelato una trappola micidiale. Le truppe di Meidan erano riuscite, infatti, a rinvigorirsi e a creare fortificazioni al di sopra di ogni aspettativa. L’assedio, costellato di tanti piccoli scontri a fuoco, si protrasse per mesi e i marinai della Kerania mostrarono un’insofferenza sempre maggiore, fino a che questa non divenne disperazione. Scoppiò un violento ammutinamento che gettò molte navi nel caos. Dopo un rapido susseguirsi di scontri, sabotaggi, fughe e inseguimenti, intervenne di persona il temibile Ammiraglio Kommel. Ufficiale dalla carriera brillante, autoritario e spregiudicato, portava un nome fittizio, Kommel appunto, che lo rendeva ancora più temuto presso le truppe. L’intervento con la forza da parte dell’Ammiraglio e degli ufficiali a lui fedeli, guidati dalla viscida Nitra, bloccò la protesta delle truppe, ma al tempo stesso ne irritò maggiormente gli animi. Solo l’arrivo del Capitano Red riuscì a sedare gli ammutinati. Il Capitano ci riuscì non tanto perché era il soldato più in gamba dell’intera marina della Kerania, ma perché, pur essendo uno dei dieci alti ufficiali agli ordini di Kommel, era l’unico a non esserne succube e per questo era molto amato dalla ciurma, che si fidava di lui più di ogni altro. Indipendente e profondamente giusto, risoluto ma mai irrispettoso, veniva chiamato da tutti col suo nomignolo “Red”, il “Capitano Red”. Kommel stesso ne aveva una grande stima, ma ne era anche invidioso e lo chiamava soltanto “il Capitano”. Red era annoiato dalla compagnia degli alti ufficiali come lui, per cui preferiva trascorrere il poco tempo libero assieme agli altri soldati e all’amico Boccaporto, il marinaio più allegro di tutta la ciurma. Una serata senza Boccaporto era triste come una bottiglia senza vino. Questi era una persona di buon senso, un bravo soldato, ma di sicuro non prendeva sul serio chi votava la propria vita alle armi. Red si stupiva sempre di come bastasse la sola presenza del suo amico per mitigare gli animi rissosi di chi era pronto a scatenare una zuffa. Ma né la magia di Boccaporto, né il carisma di Red, che pure erano stati così determinanti nella battaglia contro la Flotta Fantasma, bastarono a lenire gli stenti e i forti malumori che l’assedio provocava nei marinai. Anche l’Ammiraglio Kommel viveva momenti di grande tensione. La flotta, che era rimasta con una piccola scorta di munizioni, ormai non aveva più speranze di uscire vincitrice da uno scontro a fuoco contro le fortificazioni delle isole e la resa sembrava l’unica soluzione. Kommel aveva riferito al governo della Kerania del complicarsi della situazione, dell’assedio nemico e degli ammutinamenti interni, e attendeva una risposta. La risposta fu molto chiara. Se le truppe di Meidan si fossero impadronite della flotta, avrebbero acquistato un vantaggio strategico decisivo per l’esito dell’intera guerra. Occorreva un autoaffondamento simultaneo che cogliesse di sorpresa i nemici. Un’operazione possibile però solo se tenuta strettamente riservata ai soli fidati ufficiali. Se la ciurma fosse venuta a sapere di questa strategia, si sarebbe ribellata in massa e avrebbe impedito la coordinata

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puntualità dell’operazione. L’autoaffondamento doveva, infatti, essere simultaneo per non dare al nemico il tempo di impossessarsi delle navi. Sulle corazzate le scialuppe di salvataggio bastavano però solo per una piccola parte dell’equipaggio e in ogni caso un affondamento improvviso avrebbe voluto dire che la vita della maggior parte della ciurma sarebbe stata affidata nelle mani di Dio. Kommel ebbe un attimo di tentennamento: la Patria gli stava chiedendo una simile operazione, sicuramente la più saggia in termini strategici, ma si trattava di un ordine terribile. Fu l’intervento di Nitra a spazzare via ogni dubbio dall’animo dell’Ammiraglio: quello era un ordine che la grande Kerania gli imponeva. Una simile flotta in mano al nemico avrebbe potuto risultare micidiale, sia sulle sorti del conflitto, sia in termini di vite umane. E quando mai il grande Ammiraglio aveva conosciuto esitazione? La sua brillante carriera non avrebbe certo potuto essere compromessa per così poco. Kommel convocò così in massima segretezza i settantaquattro capitani della flotta e ordinò loro di disporre nella notte gli esplosivi e di aspettare il segnale per la detonazione. Il Capitano Red fu l’unico ad opporsi, protestando con tutte le sue forze, ma l’Ammiraglio gli puntò la pistola alla nuca. Per ogni insubordinazione il codice marziale prevedeva la morte. Red non ebbe alternative e tornò a tacere. Tuttavia, nella notte, il Capitano Red convocò Boccaporto e altri pochi fidati marinai. Occorreva avvertire in gran segreto l’equipaggio della loro corazzata e delle altre navi. Solo così si sarebbero potute limitare le perdite. Red, sfruttando la sua autorità di alto ufficiale, si recò con una scialuppa su un’altra nave, poi su un’altra e un’altra ancora, riuscendo sempre a tenere nascosto il suo piano ai capitani delle rispettive corazzate. Ma all’alba, quando ancora trenta navi dovevano essere avvertite, Red venne scoperto da Kommel e immediatamente arrestato. Infuriato, si scagliò verbalmente contro l’Ammiraglio, che lo fece imprigionare in una cella dove sicuramente sarebbe annegato durante l’affondamento. “Il tuo è un atto di tradimento e, come tale, merita la morte,” gli disse gelidamente Kommel. “Tu non sei un uomo...” replicò Red con rabbia. “Prega affinché io non esca vivo di qua, perché, se mai un giorno ti rivedrò, ti ucciderò con le mie stesse mani. Lo giuro nel nome dei miei compagni che tu stai ammazzando...” Red non aveva mai parlato così e le sue terribili parole riecheggiarono nella cella come una sentenza in un tribunale. Kommel per un attimo trasalì di paura. Poi soffocò con crudeltà quell’ultimo indugio e con forza chiuse la pesante porta metallica della cella. Alle dieci e trenta di mattina Kommel trasmise il segnale in codice “Confermare il telegramma 11.” In un unico tremendo istante, nella Baia delle Stagioni tutte le settantaquattro corazzate della Kerania saltarono in aria, contemporaneamente. Il cielo, la terra e il mare tremarono nel profondo. Quelle meravigliose navi dai nomi femminili diventarono in un istante trappole micidiali, chi sventrata, chi spezzata in due, chi ferita a morte. Fu il panico generale, mentre le corazzate affondavano velocemente.

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Le scialuppe di salvataggio vennero riservate agli ufficiali di maggior grado, gli altri marinai cercarono di mettersi in salvo come poterono, ma molti vennero risucchiati dall’acqua nonostante i salvagente. Nel giro di venti minuti tutte le navi colarono a picco, trascinando negli abissi circa seimila persone. Di queste, solo quattromila raggiunsero la riva ma, senza il piano del Capitano Red, non sarebbero state più di tremila. Red aveva salvato la vita a quasi mille persone. “E Red? Red si è salvato?” chiede il piccolo Federico, come se stesse ascoltando per la prima volta quella storia. “Sì, si salvò,” risponde il Nonno. “Fu molto fortunato, ma la buona sorte non lo assistette a lungo.” Il Capitano Red si era salvato in maniera rocambolesca, all’ultimo momento. La Princess Fey, spezzandosi quasi completamente in due, aveva subito uno squarcio nelle pareti della cella dove si trovava Red. Questi era così corso via, aveva trovato un salvagente di fortuna e, una volta in acqua, per poco non era stato inabissato dal risucchio. Nella Baia delle Stagioni i quattromila prigionieri vennero sistemati dalle truppe di Meidan in alloggi di fortuna, dai capannoni alle grotte. Red e Boccaporto finirono assieme ad altri prigionieri in una grotta naturale nella scogliera. Quella che sembrava una prigionia confortevole, si rivelò presto insidiosa e micidiale. C’era un tunnel sottomarino che portava l’acqua del mare dentro la caverna, ma era troppo lungo per costituire una via di fuga. In questa prigione naturale Red, Boccaporto e compagni vissero settimane di grandi fatiche, tra il freddo, gli stenti, la mancanza di notizie dal mondo esterno e la speranza di essere liberati. Kommel intanto era stato rilasciato grazie alla mediazione diplomatica del governo della Kerania, che ottenne anche la liberazione di dieci alti ufficiali. Kommel, che era stato incaricato di recuperare i prigionieri, cancellò però dalla lista il Capitano, temendo la minaccia di morte che Red gli aveva lanciato. Ancora qualche mese in quella prigione e “il Capitano” sarebbe facilmente morto di stenti o di malattia. Al posto di Red, Kommel chiese la liberazione di Boccaporto. Questi non avrebbe voluto abbandonare il suo Capitano, ma Red lo convinse ad approfittare dell’occasione per lui così fortunata. Dopo altri interminabili mesi in quella grotta non erano rimasti ormai che tre sopravvissuti: il Capitano Red e altri due commilitoni. Stremati e senza speranza, i due tentarono la fuga a nuoto attraverso l’oscuro tunnel. Ma ben presto l’acqua restituì impietosamente alla grotta i cadaveri dei due soldati...

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Era passato circa un anno dal giorno del terribile affondamento e il Capitano Red viveva da tempo in completo isolamento, sfinito e in condizioni estreme. Ormai era disperato e meditava di attraversare a nuoto il tunnel: se avesse dovuto morire in quel posto, avrebbe preferito farlo da soldato. Di notte però fece uno strano sogno. Nelle oscurità delle acque giacevano la Princess Fey, la Stefanie I, la Silver Queen e molte altre corazzate. Erano logore, lacerate, violentate. Ma i relitti tremavano e si muovevano, cercando di disincagliarsi, ed emettevano sorde urla, simili ai barriti di giganteschi elefanti feriti. E queste urla assillanti parlavano e, rimbombando negli abissi, ripetevano in continuazione: “Salvati! Salvati! Ti prego, Red, non mollare... Salvati! Salvati!” Quella mattina Red, svegliandosi, vide che la marea stava portando a riva i pezzi arrugginiti di lamiera delle navi. C’erano brandelli di chiglia e reti metalliche. Red li raccolse e li incastrò l’uno con l’altro a formare una sorta di catino. Il Capitano riuscì farlo con grande maestria e i pezzi arrugginiti, non appena giustapposti, sembravano saldarsi tra loro, come in un miracolo divino e inspiegabile. Come nel sogno, quei pezzi arrugginiti sembravano vivi, parevano vibrare e, vibrando, gridare. Red ricoprì quindi con alghe e fango il catino, per ottimizzare la tenuta stagna di quel suo unico strumento di salvezza. Il Capitano scese in acqua con il pesante catino, rovesciato sulla testa per intrappolare così preziosi litri d’aria. Camminò con fatica sul fondo dell’oscuro e interminabile tunnel, urtando pericolosamente il catino contro la volta superiore di quel passaggio sottomarino. Quando le guardie di ronda arrivarono nella grotta, il prigioniero non c’era più, era scappato, era guizzato via come un Delfino Reale. Finalmente Red vide la luce in fondo al tunnel e quindi la superficie del mare. Non appena la raggiunse il catino si sfaldò con la stessa facilità con cui era stato costruito. Al Capitano non rimase in mano che un solo pezzo di lamiera arrugginita. Aveva le mani completamente rosse, come fossero state imbrattate di sangue. Il mare era dilaniato da una tempesta che si scagliava furente contro l’immensa ed eterna scogliera. “Il Capitano Red, era fradicio, infreddolito e stremato,” racconta il Nonno con grande enfasi, “ma fu così che, dopo anni di prigionia, l’eroe della Baia delle Stagioni conquistò finalmente la sua libertà...” Federico, come sempre, è stato profondamente rapito dal racconto del Nonno e si addormenta felice. Ma nella notte torna ad avere gli incubi. Federico, in lacrime, sta tirando i sassi al cane randagio quando improvvisamente si scopre cattivo, quasi assatanato nel lapidare la povera bestia. Mai aveva provato un piacere così angosciante. Ed ecco che alle sue spalle compare Kommel. I due sono di nuovo sulla nave deserta dove Federico è perseguitato dall’Ammiraglio, che lo insegue ancora una volta fino a farlo cadere nei flutti. Svegliatosi per lo spavento, il bambino entra timidamente in camera della Mamma, chiedendole di dormire con lei. Lei lo tranquillizza dicendo che da sempre si raccontano le storie ai bambini, ma che non si devono spaventare, perché sono solo storie, semplici stupidaggini. “Ma allora anche il Nonno ha avuto paura quando gliel’hanno raccontata?” “Beh, sì, forse sì...” risponde la Mamma pensierosa. E Federico prende finalmente sonno. Il risveglio del bambino però non è dei più lieti, perché per la prima volta vede la Mamma litigare col Nonno. “Papà, smettila con questa storia del Capitano Red! Stai spaventando mio figlio, hai capito?” In quel momento suonano alla porta: “Ehi, piagnone,” si presentano a Federico i suoi amici. “Ci sei per giocare a pallone?” Federico non ha proprio voglia di essere ancora preso in giro e così rimane in casa ad aiutare la Mamma nel riordino generale. Frugando in un vecchio armadio in soffitta, la Mamma trova un cappello della marina militare. “Guarda, il cappello del babbo!” dice soprappensiero al figlio. “Ma il Nonno quindi è stato in Marina?” si sorprende Federico. “Sì,” risponde freddamente la Mamma, richiudendo in fretta l’armadio. Anche le mattine storte possono rivelare sorprese e quel cappello, col permesso del Nonno, diventa un gioco inaspettato e fantastico. Federico ha sempre giocato ad essere il Capitano Red, ma con quel berretto sente il sangue di Red scorrergli nelle vene! La gioia si fa però incontenibile quando

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il Nonno gli mostra anche altri due oggetti affascinanti: una vecchia bussola e una lampada rossa di segnalazione che, messa contro una fonte luminosa, genera un bagliore fantastico. “Guarda, guarda!” Federico corre entusiasta dalla Mamma per mostrarle questi due tesori, ma lei, vedendoli, glieli prende, innervosita: “E no! Basta Capitano Red, smettila di giocare! È ora che tu mi dia un aiuto in casa.” Poi, gettando un’occhiataccia al Nonno, gli dice sottovoce: “Federico ha bisogno di tranquillità, soprattutto per studiare. Da domani si cambia regime.” È sera e il Nonno è venuto a dare la buona notte a Federico con un vigoroso saluto militare, come avrebbe fatto il Capitano Red. Ma il bambino gli chiede: “Perché la Mamma non vuole che io giochi al Capitano Red?” “Perché stai diventando grande,” gli risponde con affetto. “Da domani a scuola imparerai molte cose nuove. Non sei curioso di scoprirle?” “Nonno, ma... esiste davvero quel pezzo di metallo arrugginito, quello del Capitano Red?” Il Nonno, con sguardo profondo, replica: “Davvero... davvero vuoi vederlo?” “Sì,” risponde Federico, attraversato da un leggero timore. Non appena la Mamma è andata a letto, il Nonno conduce in soffitta il nipote, che però è spaventato dal posto buio, perennemente infestato dalle ragnatele. Lo porta davanti a un vecchio baule, chiuso con un grosso lucchetto, che il Nonno apre ora, dopo più di vent’anni dall’ultima volta. Adagiato sul fondo del baule, su un lenzuolo bianco, c’è un pezzo di lamiera arrugginita, spezzata in due. In corrispondenza della spaccatura, sul lenzuolo, una chiazza scura, rossastra, che sembra sangue. Il Nonno è profondamente turbato da quel particolare, che dall’ultima volta che chiuse il baule aveva tentato invano di dimenticare. “Nonno, quella macchia è ruggine, vero?” chiede Federico. “Sì, Federico... sì...” gli risponde con un triste sorriso, senza aggiungere altro. Il Nonno riaccompagna Federico a dormire, ma l’animo del bambino è emozionato e i suoi pensieri confusi. “Se il pezzo di ruggine esiste, possibile che la storia del Capitano Red sia vera? Visto che anche il Nonno è stato in Marina, forse ha assistito a quei fatti... ma come fa il Nonno a possedere il prezioso pezzo di ruggine? Possibile... possibile che sia lui, che sia lui il Capitano Red, l’eroe della Baia delle Stagioni? Ecco perché racconta con tanta passione e precisione questa storia!” Ma il piccolo Federico non ha il coraggio di domandarglielo direttamente. Intuisce che quel meraviglioso segreto, che solo lui conosce, conserva il suo splendore nel silenzio. Ogni parola lo svilirebbe. Il bambino è ancora rapito da questo segreto quando il Nonno lo rimette a letto. “Buonanotte, Federico. Anche se da domani comincia la scuola, ti auguro di continuare a sognare il Capitano Red.” Il Nonno se ne va, ma viene fermato per una seconda volta dal nipote. “Nonno, posso chiederti una cosa?” “Certo.” Il bambino però esita, turbato. “Allora, cosa volevi domandarmi?” insiste affettuosamente il Nonno. Federico lo guarda negli occhi e con decisione gli chiede: “Il Capitano Red rincontrò mai l’Ammiraglio cattivo?” La domanda spiazza il Nonno profondamente, come un evento a lungo desiderato e temuto al tempo stesso. Il bambino voleva saperlo, sì, voleva conoscere tutta la storia, quella che non era mai stata raccontata. “Si rincontrarono,” risponde il Nonno, “ma dopo molti, molti anni...” Finita la guerra, tutti i soldati, vinti e vincitori, tornarono alle proprie case. E così fece anche il Capitano Red. Dopo la tragica avventura della guerra e della prigionia, Red, da appassionato lettore quale era, decise di aprire una piccola casa editrice di poesie, che ebbe presto un buon successo. Kommel invece abbandonò tutto, la carriera e il suo Paese, la Kerania. Anche se ormai viveva in un’altra

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nazione, non passava giorno senza pensare al Capitano Red. Era terrorizzato al pensiero di rincontrarlo. E più se ne ricordava e più capiva che uomo codardo fosse stato. Kommel, come ormai più nessuno lo chiamava, portava nell’animo il suo tremendo segreto, quell’ordine che non avrebbe voluto dare, quell’atrocità di cui di fatto era stato responsabile. Non si dava pace, non riusciva a lavorare, non riusciva a vivere. Cercò il conforto e la misericordia di Dio, quel Dio in cui non aveva mai creduto. A Dio chiese il miracolo della pace dell’animo, ma da Dio non poteva avere risposte, se non dopo la morte. C’era una sola persona a cui poteva implorare perdono: il Capitano Red, l’uomo che aveva giurato di ucciderlo se mai l’avesse rivisto. Kommel tornò in Kerania, cercò la casa di Red, ma la trovò abbandonata e la casa editrice chiusa. Red era sparito. Era partito per qualche luogo, ma nessuno sapeva dove. Kommel decise allora di tornare alla Baia delle Stagioni, in quel posto freddo, tremendo e seducente. C’erano ancora alcuni relitti delle navi che emergevano arrugginiti dalle acque, vicino alla riva. Kommel rimase due mesi su quelle isole e, ironia della sorte, conobbe Elen, una donna giovane e affascinante che, aiutandolo nella sua ricerca, si innamorò di lui. L’ex Ammiraglio ricambiava i suoi sentimenti, ma non poteva rimanere con lei. Kommel doveva assolutamente andare da Red, ma non aveva la minima idea di dove fosse. Finalmente un indizio arrivò. Fu Boccaporto a riconoscere Kommel e a farsi incontro. Boccaporto, dal giorno in cui Kommel lo aveva liberato, non aveva mai abbandonato la Baia delle Stagioni perché lì si era felicemente sposato. Boccaporto, che di tanto in tanto riceveva una breve lettera dal suo vecchio amico, raccontò a Kommel di come Red, nella sua ultima missiva, avesse raccontato di voler recarsi in Trimania, per aiutare un amico coinvolto in una sanguinosa guerra civile. Kommel promise ad Elen che l’avrebbe sposata, ma solo dopo aver trovato il Capitano Red. Quindi prese tutti i suoi risparmi e partì per la Trimania, che raggiunse dopo un mese di viaggio. In questo Paese la guerra civile era finita e tutti parlavano di un eroe straniero. Anche se non lo chiamavano Red, Kommel sapeva che si trattava di lui. Ma Red non era più in quella regione. L’ex Ammiraglio continuò a viaggiare, a inseguire le orme di Red. Queste lo portarono in Cinea, poi nel lontano Nigor e quindi sulle nevose montagne del Kato. Tutti parlavano delle gesta di Red, della gente che aiutava, delle sue battaglie e della sua discrezione. Ma ogni volta Red spariva. Sembrava una maledizione. Erano trascorsi parecchi anni, Kommel aveva finito da tempo i suoi risparmi e sopravviveva di miseri lavoretti. E non si dava pace. Scriveva spesso ad Elen, le diceva che era esausto, disperato, che non ce la faceva più. Il Capitano Red era svanito e il terribile passato non si sarebbe mai dissolto. Kommel sentiva che il mondo era diventato profondamente ingiusto, oppure lui pazzo. Si vergognava anche di scrivere ad Elen, proprio perché l’amava.

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Ma da Elen arrivò una novità. Si era rifatto vivo Boccaporto, che le diceva che Red gli aveva mandato una lettera dal Jomai. Kommel si trovava dalla parte opposta della Terra. Decise allora di indebitarsi pur di prendere un volo speciale. Era pronto a morire se Red l’avesse voluto, ma doveva andare da lui. Kommel partì e giunse in una terra di confine, lacerata da un’ennesima guerra. Dovette affrontare il durissimo campo di battaglia, sfidare i proiettili, rimanere ferito e rischiare la propria vita per raggiungere il luogo dove si trovava il Capitano Red. E questa volta, finalmente, lo trovò. Ma l’eroe della Baia delle Stagioni non era più forte come un tempo: era sfigurato, invecchiato e gravemente malato, assistito e protetto da un compagno armato. Nonostante ciò Kommel e Red si riconobbero subito. Questi era sdraiato su un letto, faceva una gran fatica a muoversi. Quando lo vide, l’ex Ammiraglio rimase in piedi. E cominciò a piangere. Lo guardava in silenzio e piangeva, senza muovere un dito. Red chiese al suo assistente di deporre la pistola e di lasciarli soli. Kommel si avvicinò al letto, si gettò in ginocchio e gli chiese perdono, perdono per tutto il male che aveva fatto. I due parlarono a lungo, per tutto il pomeriggio, fino al tramonto. “Grazie per essere venuto... Ho aspettato a lungo questo giorno. È un altro piccolo miracolo...” disse il Capitano Red con un sorriso furbo. “Vedete quel mobile nell’angolo? Apritelo, Ammiraglio, per favore. Dentro conservo quanto di più prezioso mi sia rimasto al mondo... Potete portarmelo?” Kommel diede in mano a Red l’unico pezzo arrugginito rimasto della botte con cui si salvò. Red lo guardò a lungo. “Prendetelo,” aggiunse il Capitano Red rimettendolo nelle mani di Kommel. “È giusto così. Ve lo siete meritato Ammiraglio. Ora che siete venuto, a me non serve più... Ho combattuto abbastanza... non trovate?” aggiunse sorridendo. “Grazie, Capitano Red,” rispose l’ex Ammiraglio, “anche oggi avete salvato una vita.” Red fissò attentamente Kommel, indagando nel suo animo, poi volse per un attimo lo sguardo al frammento di lamiera: “Sì, ho fatto bene a darvelo...” E aggiunse: “Buona fortuna, Ammiraglio...” Il Capitano Red non disse più nulla e chiuse gli occhi. Kommel allora capì che era venuto il momento di andarsene, in rispettoso silenzio. E in silenzio il Nonno esce a notte fonda dalla stanza di Federico che finalmente si è addormentato, stanco per l’intensa giornata. Federico ha ancora l’incubo della nave e di Kommel che lo perseguita minaccioso. Sono di nuovo arrivati sulla prua e Kommel sta per estrarre la pistola. “Red, Red, dove sei? Aiutami!” grida il bambino. Ma questa volta Kommel gli chiede: “Perché cerchi il Capitano Red?” E Federico si rende conto di indossare gli abiti del Capitano, di essere Red! Il bambino cade giù, ma questa volta si

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aggrappa con grinta al bordo della prua. E Kommel non estrae una pistola, ma allunga la mano per aiutarlo a risalire, rivelandosi essere il Nonno con gli abiti dell’Ammiraglio. Questa è la scena che Federico ha disegnato durante il suo primo giorno di scuola. Anche il pomeriggio è lieto, perché nel giardino di Federico giunge il cane randagio, fortunatamente ancora vivo. “Se vuoi possiamo tenerlo con noi,” interviene la Mamma, facendo così al figlio il più bel regalo. La sera precedente, scoprendo negli occhi del Nonno, così affettuoso, quelli dell’Ammiraglio Kommel, il nipotino aveva avuto un brivido di spavento. La realtà dei grandi è a volte crudele e assurda come la guerra. Ma Federico, osservando bene lo sguardo dell’Ammiraglio, come aveva fatto un tempo il leggendario Capitano, con coraggio lo aveva abbracciato forte, provando in cuor suo la gioia più profonda. Per un momento aveva pensato di aver perduto un Nonno-eroe, ma invece aveva trovato un uomo, un grande uomo, che si era smarrito e poi si è ritrovato. “Buona notte, Federico,” gli aveva sussurrato il Nonno uscendo dalla stanza, “domani sarà il tuo primo giorno di scuola. Che sia un grande giorno.”

Francesco Filippi è sceneggiatore, regista, animatore 3D e giornalista di cinema d’animazione (un libro e un centinaio di articoli all’attivo). Tra i suoi lavori, il film pilota Back to Eptar ha vinto a Cartoons on the Bay come miglior progetto italiano del 2002 mentre lo spot per Amnesty International ha ricevuto il Premio Bellocchio 2004 ai Castelli Animati. Recentemente ha lavorato come story editor su Winx Club 2 per Rainbow ed ha realizzato La forza delle formiche, spot 3D per l’ANT, realizzato con la scuola Noetica in cui insegna animazione 3D. Studio Mistral non è una società di produzione, bensì un gruppo creativo di artisti free-lance che condividono passione e volontà di realizzare progetti di animazione di qualità. www.studiomistral.com

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SKYPOPOLIS CENTER di Giovanna Bo e Anna Lucia Pisanelli PROGETTO PER UNA SERIE DI ANIMAZIONE

Una giovane donna delle pulizie alle prese con i singolari inquilini di un grattacielo piramidale di 99 piani in un’eccitante sit-com animata a suon di scope, candeggina e... tarocchi! Nell’episodio che presentiamo, Questioni di sangue, Skypopolis Center è tormentato da una fastidiosa invasione di zanzare, astute e particolarmente sanguisughe, dietro le quali si nasconde una presenza inquietante...

Skypopolis Center è una sit-com animata di 26 episodi per 13 minuti, rivolta ad un pubblico dai 9 ai 99 anni. Nasce nell’estate 1999 come idea di cortometraggio dal titolo The Skyscraper (Il Grattacielo): l’intento era quello di creare una storia che rappresentasse le contraddizioni della società contemporanea, dove la realtà non è mai quella che sembra. Il grattacielo, che qui rappresenta il mondo, diviene teatro delle vite dei personaggi che lo abitano, ciascuno legato agli altri da un sottile filo e caratterizzato da due esistenze, una diurna, rispettabile e consueta, una notturna, più nascosta e torbida. Il progetto, comprensivo di soggetto, storyboard, caratterizzazione degli ambienti e dei personaggi, vince il Grand Prix du Festival nella sezione progetti del Festival di Cinema d’Animazione di Annecy 2000. Il riconoscimento ottenuto e l’affezione verso i personaggi ci hanno spinto a sviluppare una serie, puntando sull’originalità della situazione, resa nel seriale più leggera e frizzante, su storie sostanzialmente character-driven e sulla grafica accattivante del format. Attualmente il progetto è completo di bibbia letteraria (in italiano e inglese), sinossi di 15 episodi, sceneggiature complete di due episodi e un pilota. Giovanna Bo e Anna Lucia Pisanelli

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LA SERIE Immaginate un’alta piramide di vetro, una poderosa struttura che sfida le leggi di gravità. All’interno, concentrato in 99 piani bizzarri, un microcosmo popolato da personaggi che conducono la loro esistenza a prescindere dal mondo esterno. Lo Skypopolis Center, infatti, offre tutto quello che un suo inquilino può desiderare: uffici, ambulatori, appartamenti, palestre, una piscina coperta, uno shopping center, un asilo per i piccoli, ristoranti di ogni sorta, pub e discoteche nei sotterranei. Ma, soprattutto, l’impresa di pulizie più efficiente della città: l’agenzia di Miss Lea Lucente che, con le cento ragazze al suo servizio, fa splendere il palazzo ogni mattina, riempiendolo di allegri motivetti propiziatori. Qui lavora Marabella: lo stipendio non si può definire fantastico, ma le permette comunque di vivere una vita decorosa nel suo appartamentino al 77° piano. Certo, qualche extra non guasta mai... e quale modo migliore di procurarselo se non utilizzando una dote che pochi possiedono realmente: la sensitività. Marabella è infatti una cartomante, la più richiesta dello Skypopolis Center e, grazie ai preziosi consigli di nonna Mariabella, sua maestra di arte divinatoria, la ragazza ha l’agenda piena di appuntamenti. Nonna Mariabella esercita le sue facoltà in altro modo: da quando si è procurata un potentissimo computer con tanto di collegamento ad internet, la vecchietta passa le sue giornate facendo i tarocchi on line con l’aiuto fondamentale del suo dottissimo gatto Mio Adamus, profondo conoscitore di tutto quello che è scienza e cultura, dedito allo studio e alla lettura. La nostra Marabella ha dunque un bel da fare, e non solo per gli originali parenti ed amici che si ritrova: infatti, ha la fortuna di vivere in un palazzo popolato da gente piuttosto singolare. Il suo dottore, per esempio: Alfredo Bisturi. Pur essendo un medico generico, ha velleità da chirurgo e non esita a proporre a chiunque cambiamenti, anche consistenti, dell’aspetto fisico. Vedere Marabella gli fa orrore, e non rinuncia mai a mostrarle le infinite possibilità che la chirurgia plastica potrebbe operare sul suo scarso fisico. Oppure la scienziata pazza Dola Provetta, da anni occupata a cercare una pozione che normalizzi la vita; la sensuale Amanda Jee, architetto a cui si deve la progettazione del grattacielo, sempre molto impegnata professionalmente e immancabilmente delusa nella vita privata; il riservato Leonard, psicanalista di Marabella e sicuramente, a modo suo, amico e consigliere della stessa, con la sua vita in perfetto equilibrio nonostante la trasformazione serale nella ingenua Leonette; lo strambo professor Nubi, intento a prevedere il tempo sullo Skypopolis Center controllando la posizione dei pianeti; e poi lui, il personaggio più misterioso e poetico, il rigattiere di Ragdad. Un affascinante uomo mediorientale che vaga per i piani del palazzo con la sua tenera asinella Tea, regalando sogni ed illusioni, ma gestendo, con indiscusso savoir faire, il Ragdad Café del 69° piano. Non si può che sorridere, dunque, gettando uno sguardo all’interno di questo alto grattacielo dalle grandi finestre vetrate, pullulante di vita e di storie, popolato da questi buffi portatori sani di follia.

EPISODIO “QUESTIONI DI SANGUE” 1. SKYPOPOLIS CENTER. ESTERNO NOTTE. Lo Skypopolis Center si staglia sullo sfondo di un cielo stellato dove troneggia una luminosissima luna piena. Poche luci accese, è notte fonda. 2. CORRIDOIO. INTERNO NOTTE. Un lungo corridoio illuminato da poche lampade al neon. Vuoto. Non si sente volare una mosca. Un altro

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corridoio: la situazione è la stessa. Calma assoluta. Ad un tratto, come un’eco lontana, comincia a sentirsi un rumore di zanzara che si avvicina sempre di più. BZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ Arriva una zanzara a gran velocità. Eccone altre quattro o cinque provenire dal fondo del corridoio. BZZZZZZ

BZZZZZZ

BZZZZZZZ

La prima zanzara procede zigzagando lungo il corridoio. Virando all’improvviso, entra nel buco della serratura della porta d’ingresso di un appartamento.

3. APPARTAMENTO. INTERNO NOTTE. La camera da letto è al buio. L’unica luce è quella della luna che penetra dalla finestra. Nel letto, sotto le lenzuola, una donna addormentata. Indossa un baby doll, mettendo in mostra spalle e braccia. La zanzara si avvicina al braccio della dormiente, plana con estrema cura e si posiziona sulla pelle della vittima. Sulla schiena trasporta una sorta di mini serbatoio in plastica trasparente, vuoto. BZZZZZZ Un’espressione di soddisfatta malvagità si dipinge sul muso della zanzara sanguisuga. Intenta a compiere la nefandezza, estrae il pungiglione e comincia succhiare il sangue. Il serbatoio sulla schiena inizia a riempirsi di liquido rosso.

4. APPARTAMENTO / CORRIDOIO. INTERNO NOTTE. VOCE FUORI CAMPO aaaAAAAAAHHHH! Dopo l’urlo la zanzara esce a gran velocità dal buco della serratura, unendosi ad un folto sciame di zanzare. I serbatoi di plastica che portano in spalla sono colmi di sangue. Missione compiuta! Tutte hanno un’espressione soddisfatta. BZ BZ BZ BZ BZ (il verso della zanzara sembra quasi una risata) BZZZZZZZ

5. SKYPOPOLIS CENTER. ESTERNO GIORNO. Lo Skypopolis Center è una città che pullula di vita: auto, rumori di clacson, confusione. Attraverso le finestre del palazzo si vede ciò che accade all’interno. MISS LEA LUCENTE (voce fuori campo, quasi da slogan) Siete pronte per la divertente giornata lavorativa? Siete disposte a farvi in quattro per vedere splendere il meraviglioso grattacielo che la generosa dea bendata ci ha destinato come abitazione? 6. SALA DELL’AGENZIA DI MISS LEA LUCENTE. INTERNO GIORNO. La sala riunioni dell’agenzia di pulizie di MISS LEA LUCENTE è una grande stanza luminosa. Miss Lea gesticola dando il tempo con una bacchetta da direttore d’orchestra.

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MISS LEA Avanti, allora... e uno, e due, e tre... La stanza è ampia e arredata in modo semplice ma pratico. Una ventina di ragazze, agghindate come MARABELLA con tanto di fazzolettino in testa, cantano dirette da Miss Lea l’inno di inizio giornata, pronte a far risplendere lo Skypopolis Center. Hanno tutte un’espressione ispirata, gli occhi rivolti al cielo e le mani giunte al petto. CORO Noi grandi amanti della pulizia, ogni granello di polvere spazzerem via... Marabella, un po’ scocciata dalla cosa, è l’unica a non essere troppo felice di cantare di prima mattina e borbotta per conto suo, scuotendo la testa in segno di dissenso. CORO Col nostro mocio, decise e inferocite, spaventeremo ogni ragno o termite! MARABELLA Mi è ancora oscuro il senso di questa inutile perdita di tempo mattutina! Miss Lea, che ha sentito la protesta borbottata da Marabella, si avvicina minacciosa e la indica con la bacchetta. MISS LEA Ti ho sentito, insubordinata! Marabella assume l’aria della colpevole, chiudendosi nelle spalle. Miss Lea si addolcisce e riprende a cantare porgendo il mocio a Marabella, con una danza leggiadra. MISS LEA Or va calmata la donna ribelle... che del pian 57 lustrerà le piastrelle! Marabella, prendendo il bastone del mocio, guarda il soffitto, scuotendo il capo con aria rassegnata e sospirando.

7. CORRIDOIO. INTERNO GIORNO. Marabella esce dall’appartamento n. 16. Procede lungo il corridoio fino all’appartamento n. 17. Qui nota un cartello appeso alla maniglia della porta. MARABELLA (borbotta tra sé) Quando Miss Lea dà gli ordini cantando, ci sono solo due possibilità... Obbedire o cercarsi un altro posto di lavoro... (accorgendosi del cartello) E questo? Che significa? Sul cartello c’è una scritta: NON DISTURBARE. MARABELLA (voce fuori campo) Eppure lo sanno che questa è l’ora delle pulizie! Marabella, scocciata, i pugni sui fianchi, sembra quasi offesa nel vedere il cartello.

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MARABELLA Non ci sono scuse che tengano... il piano deve risplendere... TUTTO! Con fare deciso, Marabella estrae dalla tasca il passepartout. 8. APPARTAMENTO N. 17. INTERNO GIORNO. All’interno dell’appartamento c’è una penombra inquietante. La porta che dà sul corridoio si apre lentamente, cigolando. Piano piano lascia intravedere Marabella. MARABELLA Sono in piedi dalle cinque di stamattina... e c’è gente ancora a letto alle undici... e pretende pure di non essere svegliata... L’arredamento è un po’ retrò. Mobili antichi associati a un arredamento moderno, ragnatele, finestre chiuse e tapparelle abbassate. Da poche fessure qualche raggio di luce lascia intravedere l’aspetto generale, trascurato per non dire fatiscente. Marabella si guarda attorno. MARABELLA Santo cielo! Avevo sentito dire che era arrivato un nuovo inquilino, ma dall’aspetto dell’appartamento non si direbbe proprio! Marabella esplora l’appartamento, guardandosi in giro in parte guardinga, in parte incuriosita. Arriva davanti alla porta della stanza da letto. Bussa. Non ricevendo risposta, la apre lentamente. Marabella ha un sussulto, quindi sgrana gli occhi con aria esterrefatta. Evidentemente quello che ha visto ha qualcosa di insolito, anzi di... spaventoso! MARABELLA AAHHHH! Al centro della stanza, al posto del letto, imperiosa in primo piano, una bara! Marabella, impietrita sulla soglia della porta, è senza parole.

9. SKYPOPOLIS CENTER. ESTERNO TRAMONTO. Stracci di nuvole rosse e dorate: il grattacielo riflette i colori del tramonto. RUMORE FUORI CAMPO DLING DLONG

10. APPARTAMENTO DI NONNA MARIABELLA. INTERNO SERA. NONNA MARIABELLA si avvicina alla porta e guarda sospettosa dallo spioncino. Nella mano destra tiene stretta una retina acchiappazanzare. NONNA MARIABELLA (tra sé) Per i dodici arcani maggiori, chi mi disturba a quest’ora? (ad alta voce) CHI EEÈ? Il viso di Marabella appare distorto dalla lente dello spioncino. Parla guardando a destra e a sinistra, con fare guardingo.

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MARABELLA Sono io, nonna! Dai, apri... ho bisogno di te! La vecchietta accosta il viso alla porta. NONNA MARIABELLA Ehm... è proprio così urgente, cara? Ci sono delle brutte zanzare sanguisughe in giro... non vorrei mai approfittassero della porta aperta per...

11. CORRIDOIO. INTERNO SERA. Marabella incrocia le braccia, adombrata, rivolge lo sguardo verso l’alto, quindi sbuffa innervosita. MARABELLA Tua nipote ti chiede aiuto e tu pensi a delle stupide zanzare? Nonna, se non ti sbrighi ad aprire, potrei diventare pungente io!

12. APPARTAMENTO DI NONNA MARIABELLA. INTERNO SERA. NONNA MARIABELLA Va bene... entra pure... ma veloce! Malvolentieri nonna Mariabella fa entrare la nipote. Con aria preoccupata apre e poi richiude la porta tanto velocemente che rischia di far male a Marabella, costretta a introdursi con un balzo, seguita dalla sua altrettanto rapida tartaruga LAU LAU. MARABELLA OPS! La casa di nonna Mariabella è piena di trappole per zanzare, dalle forme più assurde e notevolmente fantasiose; Marabella è costretta a fare una gimcana per evitarle tutte e, nel farlo, le osserva con una certa perplessità. Lau Lau, che la segue a ruota, pare divertita dalla cosa: per lei è come attraversare un campo minato, in piena battaglia. Insomma, un’avventura! MARABELLA (agitata) Nonna, ho bisogno del tuo aiuto. Devo scoprire cosa si nasconde... nella bara dell’appartamento 17 del 57° piano! La nonna si guarda in giro con aria minacciosa, facendo roteare la retina in aria, con grinta. È evidente che non sta prestando molta attenzione alla nipote. NONNA MARIABELLA Maledette zanzare! Ma non la farete franca in casa mia! MARABELLA (offesa) Nonna... ho detto BARA!!! La nonna spruzza un potente insetticida in giro. Appare molto più concentrata su quello che sta facendo che non su ciò che dice la nipote.

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NONNA MARIABELLA Sì, sì, ti stavo ascoltando! Non preoccuparti, piccola mia... guardiamo subito cosa si può fare! MARABELLA Non ho un semplice raffreddore, nonna! Ti sto dicendo che oggi, mentre pulivo un appartamento, ho trovato una... CASSA DA MORTO! Intanto una zanzara sanguisuga osserva dall’alto il dialogo tra le due. Ha uno sguardo malvagio. MARABELLA (voce fuori campo) Dovevi vedere che postaccio... pieno di ragnatele, buio... Era così sinistro, nonna! Improvvisamente la zanzara spicca il volo procedendo a gran velocità verso Lau Lau. I due cominciano un estenuante inseguimento. Nel frattempo la nonna si porta la mano al mento, meditabonda, mentre Marabella continua a parlare, agitata. MARABELLA Forse l’appartamento è abitato da un serial killer, o da un collezionista di bare... oppure... NONNA MARIABELLA Uhm... (dopo una pausa) oppure da un dipendente delle pompe funebri... MARABELLA (prima perplessa, poi decisa) ... che si porta il lavoro a casa. Beh, sì, è possibile... ma credo ci sia sotto qualcosa di losco, nonna! Mentre Lau Lau si cimenta con la sanguisuga, arriva con una certa flemma il gatto MIO ADAMUS. Ostentando un atteggiamento di superiorità, incomincia a sentenziare. MIO ADAMUS Se c’è sotto qualcosa, qualcosa sta anche sopra! In fondo ad ogni cosa c’è un sopra e un sotto! Ma nel fondo delle lattine... c’è la risposta! Marabella interroga la nonna, cercando di non farsi vedere dal gatto. MARABELLA (sottovoce) Che ha detto? Mariabella si limita a sorridere, mentre Mio Adamus, impermalito, gira attorno a Marabella, altezzoso, col musetto in su. MIO ADAMUS Ho detto che ci penso io! Dammi una lattina vuota e saprai ciò che ti serve!

13. APPARTAMENTO DI NONNA MARIABELLA / STANZA DELLE DIVINAZIONI. INTERNO SERA. Mio osserva il fondo di una lattina. La gira e rigira più volte, la scruta con fare misterioso. Marabella lo osserva ansiosa. La nonna, di nuovo distratta, scruta invece lo spazio circostante, in cerca di zanzare truffaldine.

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MARABELLA (rivolta a Mio Adamus) Allora? Cosa vedi? Il gatto lancia uno sguardo penetrante e misterioso alle due. NONNA MARIABELLA (secca) Non essere troppo teatrale, Mio... non è il momento! Non vedi che la mia bambina è in ansia? Poche storie e dacci il responso! MIO ADAMUS (impermalito) Un tempo si portava maggiore rispetto verso i dotti... comunque... vedo... Mio esprime il verdetto gesticolando con enfasi, per creare panico nelle due donne. MIO ADAMUS ... vedo... A-ah... la presenza di un... vampiro! Nel pronunciare la parola “vampiro”, Mio si atteggia in modo da sembrare il più spaventoso possibile. Marabella per contro appare rasserenata. MARABELLA Oh, solo un vampiro! Meno male, temevo di peggio! MIO ADAMUS (deluso) Beh, ma... non è una cosa da poco... Marabella si alza di scatto, soddisfatta, sfregandosi le mani. La nonna è contenta di vedere la nipote tranquillizzata. Mio Adamus, perplesso, osserva la scena. MARABELLA Bene! Considerando che i vampiri temono la luce, avrò tutta la giornata di domani per mettere in ordine il suo appartamento! Non sia mai che Marabella lasci qualcosa di sporco dove passa! Proprio mentre sta parlando, Marabella viene punta a tradimento dalla zanzara che fino ad allora aveva tormentato Lau Lau. MARABELLA AHIA!

14. SKYPOPOLIS CENTER. ESTERNO NOTTE. Da Skypopolis provengono grida di dolore di gente che è stata punta, che fanno eco all’urlo di Marabella. VOCI DAL GRATTACIELO AHI! AHIA! UHI! OHI! MALEDETTE ZANZARE!

15. SKYPOPOLIS CENTER. ESTERNO GIORNO. Il sole splende alto nel cielo e illumina con i suoi raggi il grattacielo di Skypopolis, facendolo brillare. Comincia una nuova giornata per tutti: rumori di città, clacson, motori di auto...

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16. CORRIDOIO. INTERNO GIORNO. La porta dell’appartamento 17 è aperta. Accanto, parcheggiato, il carrellino per le pulizie di Marabella. MARABELLA (voce fuori campo) Ci vorrebbe l’intera impresa di pulizie, qui!

17. APPARTAMENTO N. 17. INTERNO GIORNO. Marabella è intenta a pulire la sala d’ingresso. Sta togliendo le ragnatele dal soffitto e nel frattempo canticchia allegramente. MARABELLA Ma la tenace Marabella, non si spaventa per un nonnulla... pulisce ogni cosa con dovizia... e toglie tutta la sporcizia... la lala lalala... Ad un tratto Marabella nota tre zanzare che volano una dietro l’altra a gran velocità, dirette verso un angolo dell’appartamento. Incuriosita, le insegue. Scopre così un anfratto mai notato prima che conduce ad una porta. Mentre sta per aprirla, dal buco della serratura della medesima entra una quarta zanzara. Marabella è presa alla sprovvista. Apre la porta con cautela. Sul suo viso si dipinge un’espressione di stupore. MARABELLA Ma cosa...

18. APPARTAMENTO N. 17 / STANZA DELLE ZANZARE. INTERNO GIORNO. La stanza è una sorta di laboratorio pieno di scatole, bottigliette di vetro e marchingegni per la distillazione: qui vive e lavora un’enorme quantità di zanzare operaie che versano il sangue succhiato in ampolle preposte a custodirlo. Alle pareti, scaffali con bottiglie da vino, piene di “sangue d’annata”, come recita l’etichetta. Marabella è ferma sulla soglia della porta con l’aria di chi non capisce quello che sta succedendo. All’improvviso un’ombra dietro di lei. Marabella si gira di scatto e caccia un urlo. MARABELLA AAAAAAAAAHHHH! Il VAMPIRO è un vecchietto buffissimo, anche se vorrebbe sembrare inquietante. Un lungo mantello nero, occhiali da sole contro la luce, capelli abbastanza lunghi, lisci e brizzolati e... labbra serrate. Quando comincia a parlare, dalla pronuncia si direbbe un anziano senza dentiera. VAN PYRE (biascicando) La sua condotta è divdicevole, signorina! Entrave così, di nascosto, senza nemmeno bussave! Non c’è dubbio, il vampiro è... senza denti!!! Marabella cerca di trattenere una risata, ma poi esplode. MARABELLA Oh... umpf... ehm... ahr UAAAAAAAAAHAHAHAH! Di fronte alla reazione di Marabella, il povero vampiro non può che chiudersi nelle spalle e assumere un’espressione mogia.

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19. APPARTAMENTO N. 17 / CUCINA. INTERNO GIORNO. I due sono seduti al tavolo. Marabella ha davanti a sé una tazza di tè fumante, mentre Van Pyre tiene in mano un bicchiere di sangue. La ragazza ascolta con attenzione e compassione lo sfogo del vampiro. L’aria triste e sconsolata di lui le fa tenerezza. VAN PYRE Prima di venire ad abitare qui, ho visto almeno una decina di dentisti... ma nulla! Nessuno disposto ad aiutarmi... uno ha perfino tentato di chiamare la polizia. MARABELLA Non indago su come l’hai impedito... VAN PYRE Poi, il mio amico di vecchia data Fred Mosquito mi ha suggerito di mettere in piedi un allevamento di zanzare sanguisughe. Con il suo aiuto di esperto domatore di insetti, ho istruito a dovere le bestiole... quindi, con certosina cura, ho costruito loro dei piccoli serbatoi di plastica collegabili attraverso minuscoli tubi alle ampolle che custodisco nello sgabuzzino. Ogni notte le mie fidate guerriere escono e mi procacciano il cibo. Senza di loro, sarei alla fame! Marabella ascolta, seria e partecipe. MARABELLA Non voglio allarmarti, ma questa situazione non può continuare in eterno. Le zanzare mietono centinaia di vittime ogni notte... Presto si provvederà ad una disinfestazione! Il vampiro si prende la testa tra le mani, disperato. VAN PYRE Ahimè... ne sono cosciente... ma come posso fare? Nessuno ha pietà di un povero vampiro sdentato! In qualche modo, devo pur mangiare! Van Pyre china la testa e incomincia a singhiozzare. Improvvisamente il volto di Marabella si illumina. MARABELLA Van Pyre... forse ho la soluzione per te! Van Pyre, investito dall’entusiasmo della ragazza, solleva la testa e la guarda con espressione perplessa. Marabella appoggia una mano sulla spalla del vampiro. MARABELLA (con aria furbetta) Non temere... riavrai presto i tuoi denti! Ho giusto un amico che fa al caso nostro... intanto cerca di tenerti su. Van Pyre sorseggia il suo bicchiere, sconsolato. Ha l’aria di chi non crede possa esserci una soluzione.

20. AMBULATORIO DI BISTURI. INTERNO NOTTE. ALFREDO BISTURI gironzola per la stanza in preda al furore creativo. Rimugina, ma ha pronta una soluzione.

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ALFREDO BISTURI Uhm... credo di aver capito il problema... non dovrei avere grosse difficoltà... uhm... Ad un tratto si blocca per fare un appunto per lui di fondamentale importanza. E nel farlo diventa serio e severo e guarda i due dritto negli occhi. ALFREDO Certo, non posso fare a meno di sottolineare che si tratta di un’operazione assolutamente antiestetica! Tuttavia, visto che ci tenete così tanto... andrò contro il mio rigorosissimo codice deontologico... Marabella sorride fiduciosa. Van Pyre è imbarazzato. Bisturi continua a gironzolare come un folle, meditando, finché non sparisce oltre una porta. Marabella e Van Pyre si guardano perplessi.

21. AMBULATORIO DI BISTURI / LABORATORIO. INTERNO NOTTE. Bisturi prepara la dentiera per Van Pyre, armeggiando con calchi vari e strane poltiglie di materiale biancastro. È in piedi accanto ad un tavolo ingombro di attrezzi del mestiere messi alla rinfusa. Parla mentre lavora. ALFREDO Devo ammettere di aver sempre sognato di incontrare un vampiro... (sempre più malizioso) anche se, per essere sincero, l’ho sempre immaginato dotato di grande fascino... Alfredo si avvicina a Van Pyre e lo squadra da capo a piedi. Il vampiro appare imbarazzato, sembra non cogliere il senso della frase del chirurgo. ALFREDO Con un fisico prestante e lo sguardo magnetico! Bisturi, quasi indignato, si gira di scatto e continua ad armeggiare con calchi e controcalchi. ALFREDO Bah! Letteratura! Solo letteratura!... Che delusione! Mentre Bisturi continua ad armeggiare, Van Pyre, perplesso, si avvicina a Marabella e le sussurra all’orecchio, per non farsi sentire. VAN PYRE Ho come l’impressione che dovrei arrabbiarmi! MARABELLA Non preoccuparti! Fa così anche con me! ALFREDO Certo, se alla dentiera volessimo aggiungere qualche ritocchino qua e là... Alfredo si avvicina in modo complice a Van Pyre e mentre parla mima le diverse proposte di variazioni fisiche. ALFREDO Un taglio dell’occhio più tenebroso, unghie affilate, una statura imponente!

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Stavolta il vampiro mostra molto interesse per le parole del chirurgo. Marabella osserva la scena, scocciata dal comportamento invadente del suo medico. ALFREDO Un vero e proprio colosso capace di terrorizzare gli animi più impavidi... (fa una pausa, poi continua ancora più compiaciuto) Ci pensi... Marabella, ormai spazientita, zittisce l’uomo. MARABELLA Finiscila, Bisturi! Al nostro amico interessa solo una nuova e luccicante... VAN PYRE ... nonché affilata MARABELLA ... dentiera! ALFREDO (impermalito) Non voglio insistere. Bisturi toglie dal calco la bianca dentiera dai canini allungati e la mostra soddisfatto ai due, portandola verso l’alto. Lo sguardo di Van Pyr si illumina, quasi fino alla commozione. ALFREDO L’importante è che abbiamo qui quello che ci serve! Una splendida distesa di denti freschi di fabbricazione, capaci di perforare... l’acciaio! VAN PYRE È sufficiente la carne, grazie! Bisturi porge a Van Pyre la dentiera perché la possa vedere meglio. VAN PYRE (dopo una pausa) Che meraviglia!

22. CORRIDOIO. INTERNO NOTTE. Marabella esce dalla porta dell’ambulatorio di Afredo Bisturi. La segue un’ombra inquietante (avvolta in un mantello!), che sembra incombere su di lei, pronta ad agguantarla. Van Pyre, in possesso della dentiera, assume ora un aspetto ben più terribile. Ma poi si sforza di essere il solito di sempre, cordiale e rassicurante. Marabella e il vampiro si salutano. Lui le stringe la mano con vigore. Sorride mostrando i denti, perfettamente bianchi e lucidi. I canini hanno un sinistro bagliore. La pronuncia di Van Pyre è tornata chiara. VAN PYRE Cara Marabella! Non so veramente come ringraziarti! Incontrare te è stata una vera fortuna! MARABELLA (ammiccante) Hai visto? Non solo ti ho rimesso in ordine l’appartamento, ma da adesso in poi potrai fare a meno

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di tutte quelle fastidiosissime zanzare! Sei autonomo! Van Pyre tira un sospiro di sollievo. VAN PYRE Già, che liberazione! MARABELLA Cosa credi di farne? Intendo delle sanguisughe... Il vampiro riflette un attimo. VAN PYRE Potrei donarle a qualche associazione di anziani vampiri... Chissà quanti sono nelle mie stesse condizioni... Un po’ di beneficenza non fa mai male! Van Pyre si avvicina a Marabella, cordiale, e le stringe un braccio. VAN PYRE Tornando a noi... dimmi cosa posso fare per sdebitarmi. MARABELLA Non preoccuparti... vorrà dire che alla prima occasione mi offrirai un bicchiere di... vino, ovviamente! VAN PYRE Quello che vuoi, quando vuoi! Van Pyre è colto da un violento brontolio alla pancia: vi porta le mani, imbarazzato. VAN PYRE Ops, chiedo scusa! Ma tutto questo trambusto mi ha messo un certo appetito! Credo sia ora di mettere qualcosa in pancia! Addio Marabella! Il vampiro, in un battibaleno, si trasforma in pipistrello e se ne va svolazzando in modo piuttosto inquietante, producendo un verso stridulo. Marabella, dopo un attimo di perplessità, lo segue con lo sguardo, sorridendo mentre il vampiro si allontana in volo. FLAP! FLAP! FLAP! FLAP! IIIIIIIIIIIKKKKHHHH!!!!! MARABELLA Buon appetito, allora! Ci si vede...

23. ALTRO CORRIDOIO. INTERNO NOTTE. Marabella raggiunge il suo appartamento. Estrae le chiavi dalla tasca e si accinge ad aprire la porta. Ad un certo punto si blocca di scatto, come le fosse venuto in mente qualcosa. MARABELLA Non so perché, ma ho come la sensazione che mi stia sfuggendo qualcosa...

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24. SKYPOPOLIS CENTER. ESTERNO NOTTE. Lo Skypopolis Center si staglia contro il cielo notturno. Poche luci accese. La luna è offuscata da nubi. Ad un tratto un urlo squarcia il silenzio. VOCE FUORI CAMPO (urlo squillante, da film horror) AAAAAAAAAAAAHHHHHH!

Giovanna Bo, socia fondatrice di Achtoons, ha conseguito la laurea in Lettere Moderne con indirizzo in Storia dell’Arte Contemporanea ed ha successivamente frequentato corsi e master di specializzazione. È stata sceneggiatrice per la Walt Disney Italia scrivendo una ventina di soggetti e sceneggiature e ideando serie originali come Matilda, Apprendista Streghetta. Amministra Achtoons in cui svolge principalmente il ruolo di responsabile marketing e relazioni pubbliche, oltre che di producer; ha competenze professionali in consulenza creativa, sceneggiatura e copy. Anna Lucia Pisanelli, socia fondatrice di Achtoons, si occupa di art direction e consulenza creativa. Ha conseguito il diploma di Liceo Artistico ed ha successivamente frequentato corsi di specializzazione finalizzati all’approfondimento di tematiche artistiche. Come pittrice ha partecipato a diverse mostre collettive e personali. Ha lavorato come art director in molti lavori video, di comunicazione e grafica istituzionale. Ha curato la regia di clip animate, cortometraggi e produzioni di Achtoons. Achtoons srl è una società innovativa nata nel 1999, con una vasta esperienza nelle produzioni cinetelevisive di animazione: ha realizzato spot pubblicitari, documentari, filmati istituzionali ed educativi. Achtoons produce inoltre format originali di cartoni animati, insigniti di importanti riconoscimenti nazionali ed internazionali, tra i quali il primo premio a The Skyscraper nella sezione progetti del Festival di Annecy 2000 e la menzione speciale per L’arte con Matì e Dadà al Pitch me! Italia di Cartoons on the Bay nel 2005.

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NONNA MARIABELLA

MARABELLA

LAU LAU MISS LEA LUCENTE

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CARI PRODUTTORI... Plot - storie per lo schermo pubblica soggetti, trattamenti e sceneggiature originali, di autori italiani e non. I produttori e le agenzie di sviluppo interessate a sviluppare e a produrre una delle storie pubblicate su questo o sui precedenti numeri, possono scrivere alla redazione di Affabula Readings, all’indirizzo info@affabula.it, specificando il titolo del progetto. Provvederemo a mettervi in contatto con l’autore.

CARI AUTORI... Potete inviare progetti per film di corto e lungometraggio, per il cinema e la televisione, documentari, programmi interattivi, in forma di racconti o trattamenti (minimo 6, massimo 30 pagg.), accompagnati necessariamente, previa esclusione, da sinossi, nota di intenti e curriculum dell’autore. Se disponibile, può essere inviata anche la sceneggiatura. Il dossier di progetto deve essere accompagnato dalla scheda di partecipazione e dalla liberatoria firmata, pubblicate sul sito www.affabula.it, alla pagina www.affabula.it/ inviare.htm Il progetto va inviato preferibilmente via e-mail a info@affabula.it o per posta raccomandata a: Associazione F.E.R.T. - programma Affabula Readings Piazza San Carlo 161 - 10123 Torino Se il progetto viene inviato per e-mail, la liberatoria firmata può essere spedita via fax allo 011 531 490. Per ulteriori informazioni: info@affabula.it tel. 011 532 463

CARI LETTORI... La rivista è in vendita nelle principali librerie italiane specializzate in cinema e in quelle del circuito Feltrinelli. L’elenco completo delle librerie è pubblicato sul sito, all’indirizzo http://www.affabula.it/dove.htm Diversamente se ne può richiedere la spedizione, inviando un’e-mail a info@affabula.it, pagando il relativo importo di 5,00 euro per numero, più spese di spedizione, con un versamento sul conto corrente postale n° 49502545, intestato all’editore FERT RIGHTS srl, Piazza San Carlo 161 - 10123 Torino.

storie per lo schermo un progetto editoriale di Affabula Readings programma dell’Associazione F.E.R.T. realizzato con il contributo di: Ministero per i Beni e le Attività Culturali Regione Piemonte - Assessorato Cultura Città di Torino - Divisione Servizi Culturali Fondazione CRT

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Plot magazine 6-7  

Plot magazine 6-7 Maggio 2006

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