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ISSN 1723-5057

anno II/numerodue/marzo 2004/euro 5,oo

storie per lo schermo

La rivista di Affabula Readings / www.affabula.it


storie per lo schermo Rivista quadrimestrale - anno II / numerodue / marzo 2004 Registrazione Tribunale di Torino N°5716 del 21 luglio 2003 Direttore responsabile Alberto Barbera Redazione Andrea Bisoli Stefano Boccardo Elena Bona Biagio Cappiello Roberta Di Maggio Anna Gasco Helen Jardine Silvia Teresa Olivo Tiziana Ripani Marcella Ubezio

S OMMARIO Editoriale a cura della Redazione

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RACCONTI TRATTAMENTI S CENEGGIATURE

Segreteria di redazione Tiziana Ripani

Funamboli di Guido Farinella

Responsabile Affabula Readings Stefano Boccardo Progetto grafico Antonino Varsallona Illustrazioni e storyboard Claudia Amerio Stefania Gallo Andrea Riccadonna Copertina Antonino Varsallona Foto di Guido Redoano Ufficio stampa e promozione Marta Franceschetti

Ecce homo di Joël Bayen-Saunères

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L’intruso di Vittorio Moroni

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Il fuoco e la sirena di Fabrizio Barolo Adriano Blundetto Anna Gasco

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SOGGETTI

Redazione e amministrazione Associazione F.E.R.T. programma Affabula Readings Piazza San Carlo 161 - 10123 Torino Tel. +39 011 532 463 Fax +39 011 531 490 E-mail: info@affabula.it www.affabula.it www.fert.org Editore Fert Rights srl Corso Peschiera 148 - 10138 Torino Stampa Arti Grafiche Giacone sas Viale Fasano 14 - 10023 Chieri (TO) Distribuzione in libreria DIEST distribuzione Via Cavalcanti 11 - 10132 Torino Tel./Fax 011 898 1164 L’elenco delle librerie dove è possibile trovare PLOT è pubblicato sul sito www.affabula.it Un particolare ringraziamento a Claudio Papalia e Silvia Sandrone per i preziosi consigli. ©Associazione F.E.R.T. 2004 Tutti i diritti di riproduzione dei materiali contenuti nella rivista sono riservati.

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Il monaciello di Francesco Ribolla

pag. 87

Il corpo di Massimiliano Supporta

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Lava&Asciuga di Stefania Gallo

pag. 97

Dietro una tendina di stelle di Manuel Sgarella

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Come inviare i vostri progetti

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Da anni ci misuriamo con la scrittura per il cinema, nel tentativo di capire sempre più in profondità quali siano i modi secondo i quali una storia può farsi racconto filmico, trasformandosi in vicende e personaggi da interpretare. Abbiamo provato ad affrontare la narrazione da punti di vista diversi: portando l’autore a parlarne su un palco, consegnando il racconto alla voce degli attori nei readings, sottoponendolo all’analisi di un editor, poi affidandolo alle matite di uno storyboarder. Ci siamo concentrati sugli elementi “primi” che fanno un racconto e che, stratificandosi, costituiscono un testo composito come quello audiovisivo. Abbiamo pensato che questo lavoro, teso alla realizzazione di progetti per lo schermo, che si vuole qui provocare e potenziare, valesse la pena mostrarlo su una rivista, in un gioco a carte scoperte. Le storie per lo schermo hanno bisogno innanzitutto degli autori, ma anche di editor che sappiano analizzarle, presentarle e in seguito assisterle nella loro gestazione, e di storyboarder capaci di previsualizzarle. I processi di ideazione e di sviluppo si costruiscono in una vera e propria trama di collaborazioni, si alimentano di contributi diversi che comprendono le intenzioni e la fiducia di tutti coloro che in quelle storie credono. Può stupire la disomogeneità non solo dei contenuti, ma anche dello stile e dei formati con cui vengono presentati i diversi progetti. Siamo convinti che a questo stadio di elaborazione una formula unica non possa esistere. Come l’autore, soprattutto nella fase iniziale del suo lavoro, si trova a seguire liberamente se stesso e la sua ispirazione, così anche noi vogliamo essere disposti a lasciarci catturare da un’atmosfera, da una trama forte, da un tema originale, da un personaggio problematico, quando in questi fattori sentiamo la presenza, in embrione, di un film che vorremmo vedesse la luce. Nello spirito di una varietà di apporti, il secondo numero della rivista si affida alle forme narrative del soggetto, del trattamento e, per la prima volta, della sceneggiatura, e si apre a tecniche audiovisive e formati diversi, non solo cinematografici, con progetti di miniserie e per la televisione. Come nel primo numero, ogni racconto ha una doppia presentazione, lasciando spazio all’autore e alla lettura che la redazione ne ha fatto. La sezione dei soggetti è stata riequilibrata nel numero, rispetto ai trattamenti, allo scopo di mettere in rilievo il mestiere del soggettista, la sua arte di saper raccontare in breve e per intero una storia e, nel contempo, di saperne suggerire la ricchezza. Da questi racconti per lo schermo nascono le prime immagini, una specie di commento visivo, qui affidato alle mani di tre storyboarder - Claudia Amerio, Stefania Gallo, Andrea Riccadonna - per diversificarne l’interpretazione e suggerire ritmo e atmosfera in una sequenza di frame. Volendo tentare di rintracciare un filo che le accomuni, potremmo dire che le storie del secondo numero sembrano tutte mettere in discussione i confini della “normalità”. Sia che ci ritroviamo in un pezzo di mondo rappresentato da un condominio o da una caserma di pompieri, oppure osservato dagli oblò delle lavatrici; in viaggi al termine della notte, di poliziotti e di cantautori o negli sbalzi vertiginosi dell’umore; in un mondo che si sveglia clonato, o sbirciato attraverso gli occhi di un bambino che vuole solo nascere, alla fine ognuno di questi racconti offre una visione singolare da portare via. La Redazione

Dedichiamo questo numero a Pietro Sciortino, direttore di fotografia, diventato, in quindici anni di attività, autore di fotografia di riferimento per tutta una generazione di filmmaker e di produttori indipendenti. Pietro ci ha lasciati all’età di soli 48 anni, in seguito ad una malattia combattuta sino all’ultimo, durante la quale ha realizzato due dei suoi nove lungometraggi.

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RACCONTI TRATTAMENTI SCENEGGIATURE

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FUNAMBOLI di Guido Farinella PROGETTO PER LUNGOMETRAGGIO GENERE: DRAMMATICO

Funamboli è un racconto toccante. Chi ha incontrato qualcuno preda della stessa malattia di cui soffre il protagonista, non farà fatica a riconoscerlo in Nino; per chi invece non ne ha mai avuto esperienza, la storia è un monito, un invito a non giudicare frettolosamente il comportamento di persone condannate a camminare sul filo del rasoio di un impossibile equilibrio. Ritratto coraggioso e inedito, Funamboli è più di una “tranche de vie”, è una storia di formazione, perché Nino, divenuto consapevole della malattia che lo affligge, è costretto ad accettarla; non può sconfiggerla, ma con essa può imparare a convivere, maturando un nuovo rapporto con se stesso e con gli altri, più profondo e più ricco.

Nino ha ventitré anni. Soffre di un disturbo psichiatrico. Sindrome maniaco-depressiva. Il problema è che non lo sa. Nemmeno le persone che gli stanno intorno ne sono consapevoli. La disinibizione, che è una delle caratteristiche maggiori dello stato euforico maniacale, lo porta a combinare guai e a ferire gli altri senza rendersene conto. L’unico ad aiutarlo sarà il padre. La malattia di Nino è vista qui come una metafora della vita stessa, perché in maniera esagerata rappresenta gli alti e bassi della vita di tutti. Ma è anche simbolo della morte. In una società come quella occidentale, che cerca di farcela dimenticare, Nino ha una malattia che in alcuni momenti gliela fa desiderare più di ogni altra cosa e in altri lo spinge a rischiare la vita; un’esperienza limite, dolorosa, solitaria, che è anche un insegnamento e che indurrà il protagonista a mettere in discussione il sistema di valori che convenzionalmente regola la nostra esistenza. Guido Farinella

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Camera buia. Dormo dalle nove. Non ho voglia di muovermi. Starei a letto giornate intere. Lo faccio. Federica mi rompe i coglioni. “Ho capito! Ma non puoi ripetermi duecento volte al giorno la stessa cosa, eh! Lo so da solo che sarebbe meglio se scrivessi. Non si può continuare co’ ‘sta rottura di palle. Non è che mi sento meglio se stai lì tutto il giorno a farmi venire i sensi di colpa. Non è che ti amo di più.” Se provo a far le cose e non mi riesce, cosa vuoi che faccia? Sì, ho capito: sforzati, sforzati un paio di palle. Non ci riesco: smetto di farle. Se non ti sta bene, fai i bagagli e te ne vai! Non è che sol’ perché ti ho detto milleduecento volte ti amo alla follia, sei la donna della mia vita, desidero stare con te per sempre, vorrei essere immortale e fare l’amore con te per l’eternità; non per questo hai il diritto di passeggiare sopra i miei testicoli, con i tacchi rettangolari di quelle cazzo di scarpe che hai comprato l’altro ieri con i miei soldi. Camera buia. Dormo dalle nove. È mezzanotte. Si apre la porta. Apro gli occhi. Sto fermo. Li richiudo. Federica sale sul letto. Sale su di me. Le ginocchia cingono i fianchi. I capelli sul viso. Le guance si sfiorano. Umido sulle labbra, sul collo, nell’orecchio. Ci muoviamo lenti. Mi fermo. La guardo negli occhi, le accarezzo i capelli. Mi guarda. Non sento niente. Non parlo. La prendo per i fianchi e la scosto. Non sento niente. Non ci riesco. Non parlo. Lei lo sa. Quei meccanismi son saltati. Bastava sfiorarsi. Adesso niente. Federica passa poche ore in casa: preferisce studiare da una collega. Torna e non ci sfioriamo. Litighiamo. Come se tutta la storia fosse sfiorarsi. Ogni scusa è buona. Sono debole e non me lo perdona. Sa che m’incazzo e lo fa a posta. La mattina ci strangoleremmo a vicenda. Sa che non sopporto i pantaloni trasparenti con il tanga sotto. Ogni mattina i pantaloni sono sempre più trasparenti e il tanga quasi inesistente. “Scusa, esci nuda, fai prima.” Sono al limite della sopportazione. Le ho strappato due tanga. Scusa, te l’ho detto che mi dà fastidio e continui, allora sei stronza... Mai fatta una litigata del genere. Mi ha sputato il veleno che aveva dentro. Se n’è andata. Ha sbattuto la porta e se n’è andata. Non avete idea come le avevo ridotto i pantaloni. Ieri è venuta a prendere la sua roba, che me ne devo fare! Poi ha chiamato: voleva parlare. Non ho niente da dirle. Ha pianto. Cazzo hanno sempre da piangere. Negli ultimi giorni ha telefonato cinquanta volte. Non le rispondo più. Sto in casa; non ho la forza per stare al mondo. Lasciare me stesso. Unico pensiero: morte. Rannicchiato sul letto, le ginocchia mi entrano in bocca. Faccio l’amore con la morte. Unico desiderio. Provo a mangiare, mi devo fermare. Il terremoto dentro. Fuori non si vede. Dentro, il terremoto. Vampate di calore improvvise. Sto morendo. Il cuore si ferma, si spacca. Sono paralizzato. È finita, lentamente la scossa distruttiva è andata via. Cazzo mi è successo. Il cervello si liquefa. Non ho mai provato una cosa simile. Non è droga. È tutto vero. Un tumore mi devasta, dentro. Mi distendo. È passata, passata. Calma, il cervello si squaglia. Sono ancora intero. Non esco da una settimana. Non ce la faccio. Sono intrappolato in questa stanza. Pazzo, pazzo! Non sei normale. Non riesco a scrivere una parola. Le idee sono melassa. Cazzo volete che scriva. Non sono più uno scrittore, non lo sarò mai più. Vai con le lacrime! La gente piange e sta meglio. A me viene voglia di morire. Non sarò più come sono. È arrivato il momento di farla finita, che vita è questa. Ho vent’anni e la vitalità di una crisalide. Sono rigido, immobile. Non ho idea di cosa sia successo. Mi fa paura. Sono un handicappato cronico. Uno scrittore con le idee in una discarica puzzolente. Sono stanco, non chiudo occhio da... boh. Odore di chiuso insopportabile. Il telefono squilla, perché non se ne vanno affanculo e mi lasciano crepare. Il campanello. Insiste. Non ho forza. Che mi frega, fallo suonare. Botte alla porta. Mi fa male la testa! Urlo come un forsennato. La porta. Si apre. È la voce di Jacopo. Cazzo gli serve ora!

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Mi chiama: “Nino, Nino, Nino!” Non rispondo. Non ho voglia. Jacopo è davanti a me. Io sono rannicchiato sul letto. Le ginocchia mi entrano in bocca. Vuole sapere se va tutto bene. Certo che va tutto bene, come vuoi che vada, brutto stronzo, figlio di puttana. Sto benissimo! A parte il fatto che mi lancerei dall’ottavo piano, e se continua così lo faccio. È sicuro che lo faccio. Jacopo continua: “Sei sicuro che va tutto bene?” “Allora sei proprio una bella testa di cazzo. Non ti fai vedere da un mese...” “Nino sono preoccupato...” Io sono isterico: “Ho detto che sto bene, sto bene! Capito! Non mi serve niente, sto meglio di te e quella stronza di Vivienne. Non mi serve niente, non sono mai stato meglio in vita mia... adesso vattene...” Si mette a urlare. Cazzo urli? “Nino non è normale, hai capito, non sei normale.” Mi afferra per le spalle. Sarà normale lui con i cricetini. E continua a urlare: “Che razza di vita fai?! Ti sei rinchiuso nel tuo mondo, che stai cercando di fare, vuoi morire, hai deciso di morire!” Guardo per terra e tremo. Che ne sa lui. Urla più forte: “Se vuoi morire ti regalo una pistola, che ci vuole.” Mi tira a sé. Lo spingo forte. Mi dà un ceffone. Gli afferro le spalle, piango: “Che cazzo ne sai tu?” Piango come mai nella vita. Continuo tra i singhiozzi: “Ho sbagliato tutto, tutto, tutto. Non ce la faccio. Un disastro.” Mi accarezza la testa. Provo a calmarmi. La voce si blocca in gola. Non esce, cazzo! Non esce. Lui è paziente. Provo a spiegarmi. Voglio farlo. Devo farlo. Se non lo faccio con lui non lo farò mai più. Gli racconto l’inferno, dentro. Mi accarezza la testa, dice che aveva capito. “Perché non mi hai aiutato?” Dice che non gliel’ho permesso. “Non ci sei mai!” Ha un tono calmo. Parliamo con calma. Mi accarezza la testa. Mi stringe. Non l’ho mai visto così calmo. Mi dà serenità. Un calore avvolgente. Posso fidarmi, adesso. Se non lo faccio adesso, non lo farò mai più. Mi spiega che non sto bene... “Lo so, cazzo! Lo so. E che non riesco più a far niente...” Mi vuole aiutare. Nulla è più come prima. Dice che lo sa. Lascio andar tutto e mi faccio aiutare. Andiamo a parlare con uno che entra nella testa della gente. Uno che non si stupisce, qualsiasi cosa dici. O capisce veramente, o prende per il culo. È la prima volta che io e Jacopo condividiamo qualcosa. Non avrei immaginato di raccontare i pensieri intimi a uno sconosciuto. Non li avrei raccontati a Jacopo. L’ho fatto. Io, lui e lo psichiatra, uniti da un unico segreto: i miei pensieri. Le debolezze più meschine, la mediocrità. Sono un debole e non sono mai stato così fragile in vita mia. Devo chiedere scusa al mondo. Sono anni che allontano il mondo e sono anni che il mondo si allontana da me. Sono solo. Striscio su uno strato di terra arida. Solo il pensiero della morte mi rende vivo, rende sopportabile la solitudine che ho costruito. Non ho ancora rinunciato all’idea di restare dentro me stesso. Sto lottando. Resisto sempre meno. La ringhiera è vicina. Fino a quando il pensiero di lasciare tutto mi farà un po’ male, non lo farò. Ci manca poco. Poi, è un volo di otto piani. Chissà se è vero che l’anima è immortale. Non ho nessuno con cui condividere tutto ciò. Dicono che è anormale se uno passa le giornate a pensare di morire. È meglio che guardare la televisione, è più creativo. Lo psichiatra dice che è normale: è la malattia che mi fa sragionare. Non ci trovo nulla di normale. Se non avessi sragionato, non avrei pubblicato il primo romanzo, che a vent’anni ha poco di normale. Gli altri mi vedono come uno strano. La gente mi fa venire il vomito. Jacopo mi fa vomitare. Il suo amico mi ha dato Laroxil: gocce dense, finte trasparenti. Si vede che son strane. Hanno un sapore amaro e dolciastro. Non mi fido. Prima di versarne una goccia in tre dita d’acqua, ho consumato il foglietto che c’è dentro la scatola. Sì, quello con le controindicazioni, effetti collaterali e... ‘Ste cazzo di gocce potrebbero ammazzare un elefante. Non servono per curare: ammazzano la gente queste. Gli effetti collaterali sono peggio di quelli delle bombe intelligenti. Lo psichiatra ha consigliato a Jacopo di portarmi a casa con lui. Dice che se dovessi ingerire il contenuto della boccettina in un sorso è morte cerebrale.

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Vivo in casa di Jacopo e Vivienne. Peggio di così. Dopo aver accettato l’aiuto di Jacopo, la volontà è al minimo storico. Sono una cavia, una delle sue. Forse mi clonerà come fa con i topini. Non ho scelta: l’assistenza di Jacopo, o un volo dall’ottavo piano. Non ho più il coraggio e forse nemmeno la voglia. Mi lascio trascinare dalle cose, non oppongo resistenza. Vedere Jacopo e Vivienne che si sbaciucchiano e provano a fare i genitori mi avrebbe fatto venir voglia di sparargli una fucilata in volto. Ora mi sembra quasi normale. Le gocce mi rincoglioniscono: cambiano i pensieri. Negli ultimi giorni ho dormito come mai nella vita. Jacopo mi ha tirato fuori dall’inferno. È la prima volta che ha pazienza con me. Forse sta facendo un esperimento, o forse mi vuole solo bene. Mi sta vicino, dopo essersene andato da casa non avrei pensato di stare intere giornate con lui. Lasciamo Vivienne da sola e andiamo a correre alla pinetina, o a pranzo dal tirchio. Mi fa piegare in due dalle risate. L’altro pomeriggio siamo andati al laboratorio. Mi ha spiegato alcune cose sugli esperimenti di clonazione. Tipo che è meglio non farli su esseri umani, perché il rischio di malformazioni è altissimo. Poi siamo andati al circoletto, Jacopo ha noleggiato un laser. C’era poco vento. Siamo usciti lo stesso. Lui teneva il timone, io la randa. In due ore mi ha raccontato la storia con la mamma, la separazione e tutto. Non gli avevo chiesto niente. Ci teneva sapessi che le cattiverie che dice la mamma non sono tutte vere. Il fatto che mio padre a quarant’anni vada a letto con francesine di venticinque non mi dà fastidio. Alla mamma sì. Infatti si son separati e non lo vuole più vedere. Jacopo vive come gli pare e a me piace. Anch’io vivo come mi pare. In questo siamo simili, solo che a lui non viene la voglia di lanciarsi dall’ottavo piano. Jacopo dice che con il Laroxil va tutto a posto. È vero, ma non voglio passare la vita con gocce che ti danno la voglia di vivere e ti distruggono gli organi. Lo psichiatra dice che fra un po’ starò bene; basta farmaci. Sì, torno a essere una persona normale. Jacopo dice che mi è tornato il sorriso. A me piace Jacopo, riusciamo a parlare adesso. Gli ho raccontato i casini con Federica, lui quanto è felice con Vivienne. L’unica cosa che non sopporto è l’irascibilità: si trasforma dall’uomo più tenero del mondo a una bestia senza controllo. Basta che qualcosa gli faccia scattare questa molla e diventa violento. Le ore che passo con lui sono belle. Quando torniamo a casa c’è Vivienne e un po’ cambia. Vivienne sta sempre tra i coglioni, con la vocina stridula e quella cazzo di macchina fotografica in mano. Ma che immortala! Io sono una larva e lei scatta, mi dà un fastidio! Jacopo ride come un idiota e la lascia fare. Forse è un giochino erotico. Lei ha provato a spiegarmi l’importanza del fissare un’immagine. Era la prima volta che parlavamo per più di due minuti. Dice che è un modo per rendere eterno un istante. Tutte cazzate. Non sembro più un’ameba. Ho qualche capacità critica. Ho finito la seconda boccettina di Laroxil. Jacopo si occupa sempre meno di me e sempre più dei topini. Lui è così: topini da laboratorio e topina di Vivienne. Stronzo. Forse l’esperimento è finito. Ho smesso di pensare alla morte e ho iniziato a pensare alla figa. Assomiglio sempre più a mio padre. Jacopo e lo psichiatra mi hanno insegnato ad alimentare i pensieri positivi. Inizio ad avere una carica energetica maggiore. Riesco quasi ad andare d’accordo con Jacopo. A volte sbaglio e lo chiamo papà. Non dice niente. Chissà se gli fa piacere. Le sue cazzate mi danno meno fastidio, cioè, che mi prenda in giro dalla mattina alla sera e passi la vita cercando di clonare topini. L’immortalità con stupide ricerche scientifiche. Illuso. Sono tornato a casa. Il romanzo si sta scrivendo da solo. Le dita si muovono più veloce dei pensieri. Dormo sempre meno e scrivo sempre più. Ho energia da vendere. Scrivo, gioco a tennis. Conosco gente in continuazione. Mi è venuta una capacità di comunicare esagerata. Mi stupisco da solo. Non faccio più in tempo a parlare con una che me la porto a letto. Non è male. Potrei fare sesso trentasei ore di fila. Non mi basta più. Sta diventando troppo facile. Ho smesso con il

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Laroxil. Lo psichiatra dice che non ne ho più bisogno. Peccato, mi stavo abituando. Lui dice che non bisogna prenderlo oltre un certo periodo: ammazza la gente. Ieri sono andato a pranzo da Jacopo. Lui non era arrivato. Mi sono messo a scherzare con Vivienne. Non lo avevo mai fatto. Ho desiderato andare a letto con lei. È meglio che non lo dica a Jacopo. Il personaggio principale del romanzo è diventato un impressionista. Non so bene come sia successo. Me lo sono trovato lì. Lui è un pittore impressionista. Non uno di quelli bravi. Non è un genio. Fa copie di tutto. Copie degli originali. Copie della realtà che ha davanti, come le foto di Vivienne. Ferma un’immagine, riproduzione perfetta della realtà, pensa possa resistere al tempo. Sconfiggere la morte. È un illuso come Vivienne. Infatti è suo amico. L’ho conosciuto in casa di mio padre. Non so se Jacopo ha capito che il pittore va a letto con Vivienne. Io non glielo dico. Problemi suoi. Ferdinando: il pittore dentro la pagina passerà la vita a dipingere l’immagine di se stesso. Diventerà colore e si spalmerà sulla tela, lasciando ai posteri l’unica opera d’arte che sia stato in grado di concepire. Jacopo è tornato agli esperimenti molecolari. Mi chiama più spesso di quanto abbia mai fatto. Mi fa piacere. Ci raccontiamo i fatti nostri. L’altro giorno mi ha chiamato preoccupato. Gli hanno detto della rissa al Marinaio. Gli ho spiegato che non si deve preoccupare: è tutto sotto controllo. Un po’ d’alcool, aria surriscaldata, teppistelli da due soldi. Un paio di coltelli, niente di cui preoccuparsi. A parte il naso spaccato. Al telefono non si vede. Mi ha detto di andarci piano. Ho troppa voglia di vivere, di stare in giro, sperimentare, sentire, odorare, leccare, spalmare, innaffiare. Sole, mare, luce, colori, la notte, l’alba, la velocità, adrenalina. Prendo dieci caffè al giorno, li prendo con un cucchiaio di gelato. Mi piace così. Ho troppa voglia di stare fuori, conoscere gente. Mi sento vivo, ogni giorno di più. È una sensazione strana. Mi sembra di irradiare energia a chilometri di distanza. Sono andato tanto vicino alla morte che ora mi sembra, non d’essere vivo, di essere: la vita. Cazzo ha più voglia di dormire. Ho passato anni a dormire. Jacopo continua a raccontarmi dei topini, come se me ne fregasse qualcosa. Ogni giorno mi chiede come va. Come vuoi che vada. Sto troppo bene. Sto benissimo! Vuole sapere se è del tutto normale. “Ti dico che sto benissimo. Scrivo da Dio, scopo da Dio.” Quando gioco a tennis mi vengono colpi che non avrei sognato di fare. Anche se a volte non riesco a giocare un granché. È come se l’energia, che mi permette di tirare passanti alla velocità del suono, sia intermittente. Perdo partite perfette, partite che ho già vinto. È una cosa che non riesco a controllare. Anche in macchina. Mi accorgo di andare troppo forte, non riesco a fermarmi. Mi dà molta adrenalina. Non so se sia normale, ma così sto benissimo. Nemmeno tirassi etti di cocaina ogni giorno. Spero duri per tutta la vita. Sento di poter scrivere il romanzo del secolo. Sono andato a pranzo da Jacopo e Vivienne. Avevo alcune cartelle con me. Vivienne le ha lette. Ha posato la macchina fotografica e le ha lette. Jacopo è tornato al laboratorio. Io e lei siamo rimasti a parlare. Le ho chiesto se va a letto con il pittore. Lei dice che somiglia molto a Ferdinando: il pittore del romanzo. Per forza, mi sono ispirato a lui. Mi ha detto che sono impazzito: non va a letto con il pittore. Se fosse vero non me lo direbbe nemmeno sotto tortura: sono il figlio di Jacopo. Vivienne è una testa di cazzo, ma è sensuale. Passerei ore a guardarla. Lei parla e provo un’attrazione inspiegabile. Guarda le pagine che ha sulle ginocchia. Io le sono accanto. Le spalle si toccano. Nessuno dei due si scosta. Lei continua. Guardo le labbra. La sua coscia è poggiata al mio ventre. Occhi negli occhi. Irrefrenabile: devo essere completamente pazzo. Non l’ho ancora pensato e lo sto già facendo: una mano accarezza il seno. Siamo uno dentro l’altro: scambi di saliva. Magliette via. Biancheria intima per aria. Istinto animale. Calma e violenza. Un uomo e una donna. Non ci

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sarebbe niente di male se non fosse la donna di mio padre. Che stronzi. Una scopata e se ne va tutto a puttane. Completamente fuori di testa. L’unico problema è che è bellissimo. Non riesco a resistere alla tentazione. Spero ci riesca Vivienne. Ieri ho scritto cinque cartelle in mezz’ora. Sta venendo fuori il romanzo del secolo. Ero inquieto. Mi sono alzato dalla sedia. C’era vento caldo, quello che asciuga sangue nelle vene. Correvo in moto al bordo del mare. Aria di libertà. Per un istante sono riuscito a non pensare alle cazzate con Vivienne. Odore di salsedine. Gocce d’acqua sul viso. Vento che brucia. Corro in moto e canto a squarciagola. Sono felice. Sono arrivato da Crila. C’era Federica. Lo sapevo che era lì. Avevo voglia di vederla. Lei no. Mi ha salutato come solo lei sa fare. È riuscita a congelarmi le parole in bocca. Ho capito che non mi vuoi vedere. Ti si legge in faccia. Il problema è che ti amo. Amo il mondo e amo te che sei l’unica persona cui non avrei dovuto fare del male. L’ho invitata a cena. Non mi ha risposto. Ha salutato Crila, mi ha guardato negli occhi e ha iniziato a camminare verso il cancello. Le sono corso dietro. Le ho passato un braccio intorno alla vita. Mi ha guardato con odio. Ho visto cattiveria negli occhi. Il sangue si è cristallizzato. A un centimetro dalle labbra mi ha detto che sono un verme. L’ho lasciata, è sparita. Cazzo ne sa lei. Crila è rimasto sulla sdraio. L’ho pregato di non dire: te l’avevo detto. Mi sono avvicinato: “Sei un coglione.” “Fanculo.” Sono andato da Jacopo. Uscivano lacrime, non so se fosse il vento. Quando mi sono fermato avevo gli occhi che mi bruciavano e le lacrime cristallizzate sul viso. Ho dimenticato gli occhiali da sole da Crila. La macchina di mio padre non c’era. Vivienne fotografava pomodori. Ne aveva messi una montagna su un piatto di ceramica. Li aveva esposti al sole e aveva aperto il diaframma per omogeneizzare i contorni, dice lei. L’ho abbracciata. Siamo entrati in casa. Jacopo era in Francia. Amo Federica e non riesco a staccarmi da Vivienne. Le ho chiesto se ha raccontato qualcosa a Jacopo. Lei si è fermata, con l’accento francese ha detto: “Sei definitivamente impazzito?!” Le ho risposto che andare a letto con la fidanzata del padre non è da persone sane. Non riuscivo a fermarmi e pensavo a Jacopo. Pensavo a Jacopo mentre faceva l’amore con Vivienne. Le ho chiesto com’era con lui. Vivienne si agitava e non rispondeva. Gliel’ho chiesto di nuovo. Mi ha risposto la voce di Jacopo. Era dietro di noi e ci guardava. Si è seduto sulla poltrona. Sono uscito da Vivienne. Lei ha cercato di coprirsi, come se il problema in quell’istante fosse non farsi vedere nuda. Lui stava zitto. Ero nudo davanti a Jacopo, come quel giorno in cui è piombato in casa mia. Non ho detto una parola. Non c’era niente da dire. C’era un figlio che scopava la donna del padre. Me ne sono andato. Jacopo era sul divano. Non ho avuto la forza di guardarlo. Ha sentito la mia moto andare via. Si è alzato; è andato in camera. Si è chiuso dentro. Non ha dormito; guardava il soffitto. Stava sul letto, vestito, con le braccia incrociate, con le gambe incrociate. Guardava il soffitto, al buio. Alle sei entrava un po’ di luce. Era un’alba bellissima. Si è messo su un fianco. Si è messo sul fianco verso la finestra. Ha pianto. Le ginocchia al petto. Braccia che stringono lacrime. Si è alzato. È andato alla porta. Ha girato la chiave. Silenzio. La casa era vuota. La risacca, non silenzio, onde sulla spiaggia. La casa era vuota. In moto mi sono precipitato da Federica. Correvo e avevo paura. Cazzo ho fatto. Le curve della lampara le ho prese dritte. Correvo e avevo paura. Federica non mi vuole vedere. Ha ragione. Ho suonato fino a non sentire più il dito. Ha risposto; ha chiuso. Sono salito in sella. Ho dormito lì.

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L’alba era bellissima. Ero solo. Federica non era con me. Sono andato in spiaggia. Sandali via, pantaloni via, maglietta via, mutande via. Veloce sulla sabbia, lui sbatte su e giù. Una bracciata dopo l’altra. Fanculo Federica. Faccio una cazzata dopo l’altra. Non me ne frega niente. Ieri ero pronto a lanciarmi dall’ottavo piano. Non così per dire, l’avrei fatto. Qualsiasi cosa mi dia energia va bene. Scopare una donna, va bene. È la donna di tuo padre, va bene. Qualsiasi cosa mi allontani dal pensiero della morte, va bene. Crila dice che non è normale. Continua a ripetere che mi comporto in maniera strana. Ho capito, andare a letto con Vivienne non è stata una grande idea. Va bene, lo so, lo capisco da solo, ma non è niente, di fronte a un volo di otto piani. Sono andato da Crila: gli ho raccontato tutto. Dice che sono una testa di cazzo. Siamo andati al Marinaio. C’era Federica, con un tipo. Non le ho dato confidenza. Le budella ballavano la danza del ventre. Non le ho dato confidenza. Abbiamo bevuto. Non so cosa, non so quanto. Abbiamo bevuto. Crila ha vomitato sul pavimento. Gli schizzi sono arrivati sulle scarpe di Federica. Crila si è scusato ed è andato lungo per terra. Il tipo di Federica si è avvicinato. Gli ho tirato una cartellata sul viso. Ha fatto due passi indietro: è caduto su Federica. Lei si è messa a urlare. Si è messa a urlare contro di me. “Sei impazzito!” Mi sono avvicinato, ho allungato una mano. Il tipo mi ha dato una spinta. Sono finito sul bancone, sono volati bicchieri di birra... I bicchieri si sono fracassati. I proprietari si sono sporcati. Non erano contenti. Gigi, il proprietario del Marinaio, ha cominciato a bestemmiare. Lui e il barista son venuti fuori dal bancone. Hanno cercato di trattenere i tre che ho innaffiato. Mi stavano pestando. Federica era in un angolo e guardava il suo amico: mi pestava. Lei piangeva. Crila si è ripreso. Ha cercato di capire dove si trovasse. Era per terra: gli arrivavano calci da tutte le parti. Ha fatto lo sgambetto al tipo di Federica. L’ha messo giù e gli ha dato una ginocchiata in bocca. Non mi reggevo in piedi. Due tipi mi hanno trascinato fuori dal locale. Federica piangeva. È volata qualche sedia. Uno mi ha dato uno spintone: ho spaccato un tavolo. Antonio e Carlo son venuti fuori dal locale. Antonio mi ha aiutato a mettermi su. Carlo si è messo a parlare con i due tipi. Sapete quelle discussioni che non significano un cazzo. Ho visto Crila volare fuori dal Marinaio. Era lungo per terra. Non parlava. Ho visto Federica andar via abbracciata al tipo con la faccia piena di sangue. Mi dispiace. Antonio e Carlo ragionavano con i due che avevano voglia di pestarmi. Io ero disteso su un tavolo. Ho visto la faccia di Jacopo, sopra la mia. L’ha chiamato Gigi. Gli ha detto che avevo rotto i coglioni: era la seconda rissa in due settimane. Non avevo la forza di muovermi. Gli occhi di Jacopo si muovevano da una parte e dall’altra. Ha provato a tirarmi su. Non ha detto una parola. Mi è venuto da vomitare. L’ho fatto. Ho vomitato sulle scarpe di Jacopo. Non ha detto una parola. Mi teneva la fronte. Io mi contorcevo. Lui mi teneva la fronte. Mi ha sollevato. Non riuscivo a stare in piedi. Ha detto: “Ti porto a casa.” Non avevo nessuna voglia di andare a casa con lui. L’ha ripetuto: “Andiamo a casa.” Mi cingeva per la vita. Il mio braccio era sopra le sue spalle. Abbiamo fatto due passi. Mi sono fermato. Non avevo voglia di andare a casa con lui. Ho chiamato Crila. Gli ho detto: “C’è pure Crila.” Voleva portare a casa anche lui. Crila si è avvicinato tenendosi alla ringhiera. Gli abbiamo detto che eravamo in moto. Jacopo si è messo a urlare. Ha detto che siamo due teste di cazzo. Due stupidi ragazzini teste di cazzo. Sarà grande lui con i cricetini. Gli ho detto che preferivo andare a casa da solo. Lui ha continuato: “Nino, che fai ubriaco una sera sì e una no. Ti sembra normale?! Ho chiamato il medico; non stai bene.” Mi sono appoggiato alla ringhiera: “Io sto benissimo, hai capito! Mai stato meglio in vita mia.” Lui ha ricominciato a urlare: “Nino, porca troia! Vuoi capire che non è normale. Che vita fai! Se uno psichiatra dice che...” “Lascialo parlare quello. Vuole saperne più di me, se sto bene o no.” Jacopo era nervoso. Ha dato

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un pugno sul tetto della macchina, anni fa me lo avrebbe dato in testa. “Quello che hai fatto è...” “Senti ho capito, non ne voglio parlare.” “Fai come ti pare, ma stasera vieni a casa con me.” “No! Ti ho detto di no!” “Crila sali in macchina, Nino sali, se no ti pesto con le mie mani! Hai capito, sali!” “Bravo! Urla, urla. È l’unico modo che conosci.” “Va bene, intanto sali.” “Non vengo a casa da te, lasciaci da Crila.” Crila sta a cinque minuti dal Marinaio. Sono sceso dalla macchina. Non riuscivo a guardarlo in volto, con sillabe strozzate ho detto: “Grazie.” Non so se l’ha sentito. Non ha risposto. Siamo entrati in casa, ci siamo buttati sui divani. Erano le quattro. Jacopo è arrivato a casa. Non è entrato. Si è disteso sul dondolo. Ha aspettato l’alba. Non era bella come l’altra, ma era un’alba. C’era foschia, non si vedeva la scogliera. Jacopo si sentiva solo. Si è coperto con la sacca del surf. Era bagnata. Quando ha aperto gli occhi, era rannicchiato sul dondolo. Il sole gli riscaldava la faccia. Erano le dieci. Il cellulare si è messo a suonare. Era Vivienne. Jacopo non ha risposto. Mi sveglio tardi. Ho sonno. Non mi capita più di alzarmi alle cinque del mattino con la voglia di fare duemila cose. Dormo e mi piace. Sto bene, ma è diverso: non ho più la smania di prima. Come facevo: scrivevo dieci cartelle al giorno, giocavo a tennis, torneo di beachvolley, dieci caffè, alcool, andavo a letto alle quattro. Crila dice che ho fatto un sacco di cazzate. Anche Antonio e Carlo dicono che ho fatto un sacco di cazzate. Gigi mi ha pregato di non mettere piede nel suo locale. Crila dice che Federica e le amiche ce l’hanno a morte con me. Ce l’hanno a morte perché ho esagerato in alcune descrizioni intime. Io non ci trovo nulla d’abominevole. Ho fatto qualche casino. Ho litigato con un po’ di gente. Tra amici ho raccontato cose che forse avrei fatto meglio a tenere per me. Crila dice che sono una testa di cazzo. Quando ho sproloquiato su Fede e le amiche la maggior parte dei presenti nemmeno li conoscevo. E va be’! Ho capito. Jacopo mi ha chiamato due volte. Una non ho risposto, l’altra gli ho detto che va tutto bene, sono un po’ stanco, ma va bene. Non ha più chiamato. Ho sempre meno voglia d’uscire. Ho riletto le cose che ho scritto: sono deliranti. Metà le ho buttate. Altro che romanzo del secolo. Devo consegnare cento cartelle al mio editor. Ho scritto un cazzo. Non riesco a concentrarmi. La mattina mi alzo alle dodici. Faccio un po’ fatica. Ho il pensiero fisso di scrivere. Non è che non lo voglio fare. Non riesco a concentrarmi. Sono nervoso. La scadenza si avvicina e non viene fuori niente. Poca energia, pochi pensieri. Se ne va tutto a puttane. Sta ricapitando. Sento che sta ricapitando. Scivolo. Sono sull’erba umida e non riesco a stare in piedi. Mi alzo e le suole lisce mi tirano giù. Sto cercando di resistere. Più mi sforzo, più mi stanco, più m’incazzo. Va sempre peggio. Ho smesso di scrivere. Sono andato da Crila. Ce l’ha con me. Che gli ho fatto. Un sacco di gente ce l’ha con me. Nemmeno gli avessi contagiato l’AIDS. Crila si è incazzato perché ci ho provato con Ale. Sì! Ma stavo scherzando. Se non si può più scherzare. Crila dice che la gente è stanca del mio modo di scherzare. “Sì, ma tu sei mio amico.” Gli ho detto. “No se ci provi con Ale.” Ha risposto. Ci siamo mandati affanculo a vicenda. Sono tornato a casa. Computer acceso. Ansia della madonna. Pensieri zero. Sta ricapitando. Non posso farci niente. Si impadronisce di me. È un casino. Laroxil di nuovo. No, non va bene. Psichiatra di nuovo, no, non va bene. Odio lui e quelle cazzo di sostanze. Ho combinato un casino della madonna: mezza città mi pesterebbe a sangue. Il mio migliore amico vomita quando mi vede. Laroxil, no.

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Non ho energie. È sempre peggio. Ho rotto il computer con un pugno. Tanto non riesco a scrivere, che me ne faccio. Se non venisse la signora Linda a cucinare, starei digiuno. Se non vedessi la signora Linda, non vedrei nessuno. Jacopo non chiama più. Sono andato in farmacia, ho comprato Samir. Basta Laroxil: ammazza la gente. Samir è di quelle cose leggere. Spero di riuscire a cavarmela con questo. Ho finito il pacco di Samir. Non è servito a niente. Ho un tumore al cervello. La memoria non esiste più. Non capisco i titoli dei quotidiani. Sono passato ai fumetti. Non capisco neanche quelli. Uno scrittore che non capisce cosa scrive. Lo so che sembra assurdo. Non sto delirando. Non capisco niente. È un tumore. Non può che essere un tumore. Sono andato a correre lungo la lampara: la strada del mare. Ho corso cinque minuti. Mi tremavano le gambe. Mi sono rinchiuso in casa. Il Samir non è servito a niente. Non prenderò più Laroxil: ammazza la gente. Quel cazzo di psichiatra e il Laroxil mi hanno distrutto la vita: ho perso Federica per sempre. Ho provato a chiamarla. Si è fatta negare. Almeno prima rispondeva. Mi mandava affanculo, ma rispondeva. Sto sempre peggio. Sono paralizzato. Provo a mangiare, mi devo fermare. Il terremoto dentro. Fuori non si vede. Dentro, il terremoto. Vampate di calore improvvise. Sto morendo. Il cuore si ferma, si spacca. Sono paralizzato. È finita, lentamente la scossa distruttiva è andata via. Cosa mi è successo. Il cervello si liquefa. È peggio dell’altra volta. Non è droga. È tutto vero. Un tumore mi devasta, dentro. Mi distendo. È passata, passata. Gli attacchi si susseguono. Gli intervalli sono più brevi. Non ce la posso fare. Ho bisogno di aiuto. Jacopo, no. Lo psichiatra costa troppo. Federica, no. Crila, no. Devo prendere Laroxil. Unica soluzione: Laroxil. È un casino. Ho falsificato la data nell’ultima ricetta. Una boccettina di Laroxil. Ne prendo poche gocce. Faccio come l’altra volta. Aumento tre gocce al giorno. Non mi sento bene. Non riesco a mangiare. Jacopo non chiama più. Non riesco a dormire. Sono digiuno da due giorni. Sono a letto da due giorni. Non chiudo occhio da trentasei ore. Il Laroxil mi ha intossicato. Non posso camminare. Mi muovo al rallentatore. Jacopo non chiama più. Ho bisogno di lui. Non ce la posso fare. Ho bisogno di lui. Jacopo non chiama più. Vorrei dormire. Ho gli occhi sbarrati. Sudo. Sono stanco. Occhi sbarrati, sudore. Mi sono avvelenato con il Laroxil. Ho fitte allo stomaco. Sono fortissime. Sono in bagno. Sono fortissime. Ho cagato un rene. Non è una cazzata, ho cagato un rene. Lo devo dire a Jacopo. Ora lo chiamo e glielo dico. Sto morendo. Cazzo! Sto morendo! Ho cagato un rene. Jacopo non chiama più. L’ho chiamato io. Jacopo è davanti a me. Sembro una larva. Peso otto chili in meno. Mi accarezza la testa. Jacopo ha chiamato lo psichiatra. Dice che non c’è tempo da perdere. Non ci voglio andare. Non mi fido di lui. Jacopo è paziente. Dice di vestirmi. Non ce la faccio. Non voglio andare da lui. Non mi fido di quella gente. Jacopo sta per innervosirsi. Mi aiuta a vestirmi. Mi vesto. Sono seduto davanti allo psichiatra. Tremo. Jacopo è accanto a me. Lo psichiatra dice che ho combinato un macello. Ho capito, ma non state a rompermi i coglioni. Dice che sono eccessivamente ansioso. L’altra volta non ero così. Jacopo ha preso la ricetta. Un quintale di psicofarmaci. Non ho la forza, se no li brucerei. So che mi servono. Senza il veleno, se ne va tutto a puttane. Vivo in casa di Jacopo. Non c’è Vivienne. Andiamo ogni settimana dallo psichiatra. Oltre il Laroxil mi ha dato un sale: il litio. Sì, come quello delle batterie dei cellulari. Riesco a ragionare grazie alla sostanza che fa funzionare dei cazzo di cellulari. Non mi fa piacere.

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Con le dosi giuste, inizio a stare meglio. Jacopo è contento. Dice che ce l’abbiamo fatta di nuovo. Io sono un po’ meno contento. Sono i farmaci che ce l’hanno fatta di nuovo. Vorrei essere una persona normale, senza assumere farmaci. Vado a litio. Le batterie vanno a litio! Non gli esseri umani! Jacopo è contento: dice che inizio a fare discorsi sensati. Gli ho spiegato che sono i farmaci che fanno discorsi sensati. Lui è sicuro che fra un po’ non ne avrò bisogno. Lo psichiatra ha iniziato un discorso strano. L’ascoltavo con attenzione. Jacopo parlava al telefono. Ha aspettato che finisse. Poi ha continuato. Dice che la mia depressione non è stato un singolo episodio. Quello può capitare a tutti. Dice che non mi devo spaventare. Cazzo si spaventa. Jacopo era attento. Lo psichiatra dice che devo accettare di avere un disturbo: sindrome maniaco-depressiva. Mi sono accasciato sulla sedia. Dice che non è grave. Tra le malattie psichiatriche è la più “curabile”. “Cioè, vuole dire che ho una malattia psichiatrica e non devo preoccuparmi? Come cazzo faccio a non preoccuparmi!” Dice che non è la fine del mondo. È quella più “curabile”. Gli ho chiesto: “È quella più curabile nel senso che si guarisce?” Ha detto che in un certo senso si guarisce. Jacopo gli ha chiesto di spiegarsi meglio. Si può avere una qualità della vita accettabile, prendendo farmaci. Ma con quelli ho combinato un disastro! Dice che con una terapia di stabilizzazione adeguata non c’è il rischio di andare in euforia. Quindi mi assicura che non rischio più di andare fuori di testa come d’estate? Ha detto che posso stare tranquillo. Tranquillo un cazzo. Siamo tornati a casa. I testicoli mi strisciavano per terra. Jacopo ha continuato con la storia che devo accettare e blablabla... Ho capito! Sono malato. Sono malato e posso guarire. Posso guarire, se prendo farmaci per tutta la vita. Non avrò più un istante di depressione, euforia, istinti suicidi e stronzate del genere. Sarò una persona “normale”; certo, con il litio che mi accompagnerà nella tomba, ma comunque una persona “normale”. Jacopo mi ha abbracciato. Mi ha stretto forte. Dice che ognuno ha la propria croce. Lui ha me come figlio. Io... Gli ho risposto che la sua croce sono i topini. Lui mi ha accarezzato la testa e ha detto che se non fossi così, non avrei pubblicato un romanzo a vent’anni. Gli ho risposto che il prossimo sarà il romanzo del secolo.

Guido Farinella nasce nel 1973 in un paesino di montagna della provincia di Palermo. Lavora come assistente su set pubblicitari e di videoclip. Mentre è assistente alla regia di Marco Tullio Giordana per il film I cento passi, legge per la prima volta una sceneggiatura per intero; da allora passa la maggior parte del tempo a concepire storie per lo schermo. Presso la Scuola Holden di Torino ha frequentato il corso di sceneggiatura e ha conseguito il Master in Tecniche della Narrazione.

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“Il terremoto dentro. Fuori non si vede. Dentro, il terremoto. Vampate di calore improvvise. Sto morendo. Il cuore si ferma, si spacca. Sono paralizzato.�

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ECCE HOMO di Joël Bayen-Saunères PROGETTO PER LUNGOMETRAGGIO GENERE: COMMEDIA SATIRICA Ciò che ci ha spinto a pubblicare questo progetto transalpino, oltre al suo stile che ricorda un certo cinema europeo degli anni ’70, è lo sguardo insolito di Joël Bayen-Saunères. Lo presentiamo nella forma di continuità dialogata perché si possa apprezzare il tono ironico della storia che vive per la maggior parte nei dialoghi. Il trittico denuncia l’intrusione della scienza nella nostra vita più intima fino al punto di negarla. Questa negazione non può che generare un mondo demagogico dove niente è quello che sembra, dove i valori della società vengono capovolti e portati alle loro conseguenze estreme, surreali. L’inerzia assume le vesti del progresso, l’assenza di desiderio passa per libertà... Ecce homo - ecco l’uomo come diviene, solo, a sognare il ritorno al Paradiso Terrestre.

Le tre parti di Ecce homo sono organizzate intorno ad una riflessione comune: quale posto per l’uomo in un universo riproduttivo in cui la scienza e la tecnologia lo sostituiscono facilmente e dove le questioni giuridiche prendono il sopravvento e fanno da palliativo allo smembramento dei legami familiari tradizionali? Questa riflessione è sviluppata attraverso lo studio della sessualità, considerata come il cuore delle relazioni umane. Il film è anche una riflessione sul pensiero unico e sul modo in cui questa tendenza può accecarci e farci cadere nelle trappole di questioni che non vogliamo affrontare. Quale è la responsabilità di ciascuno di fronte ai disordini del mondo? Quale futuro prepariamo per quelli che forse non potranno nemmeno essere più chiamati “i nostri figli”? Joël Bayen-Saunères

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ANNUNCIAZIONE

1. CAMERA D’OSPEDALE. INTERNO GIORNO. Una cameretta d’ospedale dalle pareti bianche, rischiarata dalla bella luce di un pomeriggio d’estate. MARIA, sulla trentina, è rannicchiata in posizione fetale nell’unico letto della stanza, semicoperta da un lenzuolo bianco. Si sveglia di soprassalto, poiché ha sentito la presenza di qualcuno seduto sul bordo del suo letto. È un’ASSISTENTE DI LABORATORIO vestita con un camice bianco, i capelli rossi tagliati alla maschietta (leggeri dubbi sul suo sesso). L’assistente, sorridendo teneramente, si porta un dito alle labbra facendo segno di tacere. Maria osserva la donna, con aria interrogativa. ASSISTENTE Devo darle una notizia molto delicata... I nostri servizi hanno fatto un errore di manipolazione. Non è il seme previsto quello che le è stato impiantato. MARIA Ma... non è possibile. ASSISTENTE Si tratta di un incidente rarissimo. Noi per primi ne siamo sorpresi. MARIA Non voglio tenere il bambino! Non posso tenerlo. ASSISTENTE Se il trattamento riesce, dovrà abortire. MARIA È impossibile. ASSISTENTE I nostri servizi l’hanno confusa con la persona che occupava questa camera prima di lei. Non posso nasconderle che le caratteristiche del bambino desiderato sono molto lontane dalle sue preferenze. MARIA Non posso crederci. ASSISTENTE Purtroppo... MARIA Insomma, non è possibile che abbiate potuto sbagliarvi così. ASSISTENTE (sorridendo) Per fortuna, il donatore è di tipo europeo.

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MARIA Ho compilato un questionario in maniera molto rigorosa circa i miei gusti. Ho scelto un donatore particolare, sulla base di caratteristiche molto precise, e voi mi dite con questa leggerezza che avete fatto un errore! ASSISTENTE (imbarazzata) ... MARIA Voglio un bambino dagli occhi verdi. Voglio che abbia tutte le possibilità fin dall’inizio della sua vita. Ho chiesto un donatore laureato, qualcuno di alto livello sociale, sportivo e buon padre di famiglia. Non voglio che il mio bambino sia il figlio di uno qualunque! ... È fuori questione che conservi questo... sperma in me! ASSISTENTE Abbiamo in ospedale uno specialista che pratica le interruzioni di gravidanza con tutte le garanzie auspicabili e... MARIA Sono vergine. ASSISTENTE Come?!... MARIA Sono vergine. ASSISTENTE Non è possibile. MARIA Non ho mai avuto relazioni sessuali, e non ho intenzione di averne. ASSISTENTE Vive da sola... Voglio dire con... un’amica? MARIA Non sono lesbica, sono eterosessuale. Sono non sessuale. Il sesso non esiste per me. Sono una persona che non ha legami e non desidera averne. ASSISTENTE Nelle sue condizioni... Non so cosa dirle. Occorrerà farla abortire se non vuole saperne del suo bambino. MARIA Non è il mio bambino! ASSISTENTE Si calmi, tutto si può ancora sistemare. Troveremo una soluzione.

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MARIA Non posso immaginare che il mio corpo provi un’eccitazione sessuale. Non mi è mai successo. Nessuno ha prodotto questo effetto su di me. L’assistente, seduta sul bordo del letto, accarezza i capelli di Maria. ASSISTENTE Perché vuole un bambino? MARIA Per me. Per essere madre. ASSISTENTE Crede che un bambino possa sopportare di non avere un padre? MARIA Non lo so. ASSISTENTE L’aborto è un intervento medico semplice. MARIA Non posso. Desidero conservarmi per colui che mi farà provare delle emozioni all’altezza di ciò che ritengo in diritto di provare. ASSISTENTE Tuttavia era pronta ad avere un bambino. E perdipiù da sola. Non pensa di chiedere delle cose impossibili? La vita è più semplice, no? MARIA Voglio vivere la mia vita di donna libera, indipendente. ASSISTENTE Crede di esserlo? MARIA Non so. Non lo so più. Non voglio saperne di questo bambino. ASSISTENTE Se ricorre all’aborto, il problema non si porrà più. Maria non risponde. Si rifugia nel suo letto, contrariata, stanca. Gira la testa verso la finestra della camera. La metà del viso è illuminata dalla luce piena del sole, l’altra è avvolta da un chiarore tenue. Maria si ritira nell’ombra, chiude gli occhi e si addormenta. 2. CAMERA D’OSPEDALE. INTERNO GIORNO. Una cameretta d’ospedale dalle pareti bianche, rischiarata dalla bella luce di un pomeriggio d’estate. Maria è allungata sul suo letto. Dorme.

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VOCE MASCHILE (fuori campo) Esiste forse un intervento... medico... che può trarla d’impaccio... Maria apre gli occhi e gira la testa in direzione della voce. VOCE MASCHILE (fuori campo) ... una penetrazione senza piacere, senza godimento. Rompere l’imene e ritrarsi. Maria ha un’espressione incredula. VOCE MASCHILE (fuori campo) È questione di un... intervento di pochi minuti. Poi non le resterebbe che abortire, è semplice. Visto da dietro, vestito con un camice bianco, un DOTTORE, sulla quarantina, si accomoda su una sedia accanto a Maria. DOTTORE Potrei incaricarmi personalmente di questo affare delicato... Il dottore, con espressione lasciva, avvicina la sua mano al viso di Maria. Lei la respinge, con aria sconvolta. DOTTORE Poi... che problema porrebbe un aborto? MARIA Ma... io... DOTTORE Non si preoccupi. Posso incaricarmi di tutto. Sono un professionista. (Chinandosi su Maria) Lei è molto bella. Si lasci abbracciare. Maria si difende e grida. VOCE FEMMINILE (fuori campo, nella camera d’ospedale) Che succede!? Dottore!? Maria ripiega le gambe verso di sé per proteggersi. Il dottore si raddrizza velocemente. Maria, appoggiata contro la testiera del letto, guarda in direzione dell’INFERMIERA che è appena entrata. DOTTORE (voce fuori campo) La signorina ha avuto un disturbo passeggero. Maria volge lo sguardo verso il dottore. DOTTORE (voce fuori campo) Stava sognando, non è vero? Maria è perplessa, poi imbronciata, infine sembra riprendersi.

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MARIA Non è nulla. Va meglio ora... Credo di aver avuto un incubo. Una scena spaventosa. Dormivo e improvvisamente mi sono sentita malissimo. È per questo che ho gridato. Non volevo disturbarvi. DOTTORE (all’infermiera) Può lasciarci soli. Grazie. INFERMIERA Perfetto dottore, ritorno tra un po’ per la temperatura. L’infermiera accompagna la porta che si chiude. Il dottore si alza, spinge la sedia sulla quale era seduto accanto al tavolino da notte. DOTTORE Esiste forse un intervento medico che può trarla d’impaccio. Dovrei visitarla. Alla luce dei risultati ottenuti valuteremo il da farsi. Maria fa un cenno di assenso. DOTTORE Fissiamo un appuntamento.

3. STRADA DESERTA. ESTERNO GIORNO. Una piazza sotto il caldo opprimente di un violento sole di luglio. Maria cammina sola sul marciapiede che costeggia la piazza. Sente una presenza dietro di sé. Rallenta il passo, titubante. Continua per la sua strada. La sensazione persiste. Si gira: la via e la piazza sono deserte, schiacciate sotto il sole cocente allo zenit. Maria riprende il suo cammino.

4. PIANEROTTOLO APPARTAMENTO DI MARIA. INTERNO GIORNO. Maria gira la chiave nella toppa. IL DIAVOLO (fuori campo) Ciao amore! Il DIAVOLO, un uomo con il pizzetto tagliato a punta, è lì sul pianerottolo, sfacciato e ironico. IL DIAVOLO Ho saputo che volevi un marmocchio. Sono qui per offrirtelo. MARIA Chi è lei? IL DIAVOLO Sono l’angelo caduto, il principe di questo mondo. (Scoppia a ridere.) So che hai avuto a che fare con degli incompetenti. Credono di fare del bene, ma il loro cuore è nero. Non sono capaci di accetta-

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re la vita per quello che è. Hanno bisogno incessantemente di dedicarsi al loro piccolo commercio. (Mimando in maniera caricaturale) Non riescono a fare a meno di maneggiare, di imbrogliare, di truffare, di truccare. Sognano soltanto vendetta. Vorrebbero essere rinviati da dove vengono, nell’indeterminato, nell’oscuro. Sognano di tuffarsi nel cuore della grande massa calda, nelle viscere della materia, della dea madre. Vogliono vendicarsi di essere nati, di dover vivere. Ciò li disgusta e tuttavia pensano soltanto a sguazzare in tutto ciò che cola, avvolge, versa e divaga. Gongolano nel sangue, nelle fogne, nello sperma e nelle lacrime. Amano le chiacchiere e l’agitazione, la gentilezza grulla e l’ipocrisia... e, più di tutto... (levando un dito in aria, sentenzioso) ... un solo istinto li guida, una sola forza li muove, un solo slancio li anima: l’avidità. MARIA Parla a vanvera. IL DIAVOLO Certo che no, e tu lo sai bene dentro di te, poiché anche tu hai paura. L’avidità è il rimedio alla paura di vivere una vita da uomo o da donna. È il timore di essere, semplicemente... Dio. MARIA Lei è pazzo. IL DIAVOLO È Dio che è pazzo. Questo birbone ha piazzato la sbarra troppo in alto per voi altri. Allora vi pigiate intorno a me. Venite a riscaldarvi al calore della mia fiamma. (Il diavolo si accarezza licenziosamente tra le gambe.) Vuoi vedere la mercanzia? MARIA Se ne vada! IL DIAVOLO Se mi respingi, ritornerò... MARIA Mi lasci. IL DIAVOLO Andiamo, lasciati tentare. Sono anche disposto a concederti delle agevolazioni di pagamento. A tre mesi, a sei mesi, senza interessi. Tutto è possibile! Vedi come sono conciliante. Entra nell’appartamento, spingendo Maria stupefatta. IL DIAVOLO Devo dirti che mi piaci molto. Il diavolo richiude la porta dell’appartamento dietro di sé.

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5. CONSULTORIO. INTERNO GIORNO. MADDALENA e Maria sono sedute, una di fronte all’altra, ad un tavolo. Sulla parete, un grande manifesto elogia i meriti della contraccezione. MADDALENA (finendo di compilare un modulo) Sempre decisa? MARIA Sì. MADDALENA Ha incontrato qualcuno? MARIA No. MADDALENA Non vuole dirmi chi è il padre? MARIA Non c’è un padre. Maddalena posa la penna, prende una scatoletta dal tavolo. Estrae una confezione di compresse colorate. MADDALENA (tendendo la confezione a Maria) Prenda queste. Una sola basterà. Maria estrae una compressa e la inghiotte. Maddalena porge un bicchiere d’acqua a Maria. MADDALENA (carezzando con la punta delle dita il viso di Maria) Andiamo.

6. PIANEROTTOLO APPARTAMENTO DI MARIA. INTERNO GIORNO. Un dito schiaccia un campanello. Il visitatore, di spalle, fa un piccolo passo indietro: è sulla soglia dell’appartamento. La porta si apre, appare Maria, sorpresa della visita. MARIA È lei... Ho abortito. DOTTORE (fuori campo) Eppure c’era un semplice intervento medico... Vuole ancora un bambino? Voglio dire un bambino che sia figlio di qualcuno di alto livello sociale, intelligente, colto. MARIA Non lo so più. Devo riflettere.

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DOTTORE (fuori campo) Ha incontrato qualcuno? MARIA No. DOTTORE (fuori campo) Che ne direbbe di un bambino da me? MARIA Ma è impazzito? Maria chiude la porta ma la mano del dottore impedisce che si chiuda completamente. Il viso del dottore si contrae. DOTTORE (spingendo la porta) Mi lasci entrare. Sono il padre sconosciuto ideale! Potrà educare il suo bambino da sola. La lascerò in pace. Non sentirà mai più parlare di me! Glielo prometto.

7. INGRESSO APPARTAMENTO. INTERNO GIORNO. Maria preme contro la porta che il dottore spinge dall’esterno. MARIA Se ne vada. Mi lasci in pace. Non ha il diritto. DOTTORE (voce fuori campo) Sono qui per offrirle ciò che ha sempre desiderato: un bambino senza padre. Mi lasci entrare! Non faccia la stupida. MARIA Se ne vada. Non voglio più vederla. MARIA si schiaccia contro la porta. DOTTORE (voce fuori campo) Senti, di solito non mi muovo per niente. Non credere di riuscire a convincermi. Apri questa porta! Maria, spossata, cede bruscamente alla pressione del dottore, ombra nera che si getta su Maria penetrando nell’appartamento.

8. PIANEROTTOLO. INTERNO GIORNO. La porta dell’appartamento si richiude violentemente. Il pianerottolo resta deserto. Il grido di Maria risuona dall’altra parte della porta.

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9. CAMERA D’OSPEDALE. INTERNO GIORNO. La cameretta d’ospedale chiara, dalle pareti bianche. Maria dorme nel suo letto, semicoperta da un lenzuolo bianco, nella luce del sole che illumina la stanza. Una mano leggera si posa sulla sua spalla. Maria si sveglia, sorride. L’assistente, vestita con un camice bianco, i capelli rossi tagliati alla maschietta (leggeri dubbi sul suo sesso). Si siede sul bordo del letto. ASSISTENTE Stava sognando? MARIA Sì... Credo. ASSISTENTE Piacevolmente spero. Piccola smorfia di Maria. L’assistente sorride teneramente. Maria sorride a sua volta. ASSISTENTE Non ho una buonissima notizia per lei. Secondo gli esami che ha fatto questa mattina, l’inseminazione è stata un fallimento. MARIA Ah!? ASSISTENTE Il dottore voleva annunciarglielo lui stesso, ma ha avuto un imprevisto. Però lei è in perfetta salute. Niente impedisce che lei possa avere un bambino, e che possa averlo con una nuova inseminazione artificiale. MARIA (felice) È un’eccellente notizia. Stento a crederci. Com’è possibile? ASSISTENTE Sono felice che reagisca così. Se lo desidera noi possiamo proporle lo stesso donatore, o altri semi con caratteristiche simili. Non c’è fretta. Ha il tempo di riflettere e se desidera ricominciare... MARIA No, non credo. Va bene così. Non voglio più un bambino. Non in questo modo, in ogni caso. Credo che... È bene che non si possa desiderare tutto, che non tutto sia possibile, a qualsiasi prezzo. Ho fiducia. Maria sorride. Il suo viso è avvolto in una bella luce tenue. Maria si gira verso la finestra della camera. Attraverso la finestra, un giardino soleggiato. Alberi in fiore, cespugli curati, un tappeto di fiori estivi, gialli, bianchi, rosa, uccelli che svolazzano da un albero all’altro. Cielo blu, sole alto...

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“Devo darle una notizia molto delicata... I nostri servizi hanno fatto un errore di manipolazione. Non è il seme previsto quello che le è stato impiantato.”

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NATIVITÁ 1. CAMERA D’OSPEDALE. INTERNO GIORNO. Una cameretta d’ospedale dalle pareti bianche, rischiarata dalla luce morbida di una bella giornata d’inverno. PIETRO è seduto vicino a PAOLO, costretto a letto. Paolo sanguina leggermente dal naso. PAOLO Sanguino dal naso. PIETRO Mi sembra normale. Queste lunghe settimane d’angoscia... Pietro tocca con amore, con la punta delle dita, il filo di sangue sul viso di Paolo, poi porta le dita alle sue labbra. Lecca il sangue sulle dita. Pietro è turbato e sorpreso dal gesto che ha appena compiuto. Paolo gli fa segno di non dire nulla avvicinando le sue dita alle labbra di Pietro. Paolo fa scorrere la sua mano sulla nuca di Pietro e lo attira teneramente verso di sé. Pietro e Paolo si abbracciano. Qualcuno bussa. Un INFERMIERE sorridente apre la porta. INFERMIERE Signori, preparatevi. Sta arrivando! L’infermiere si ritira. Pietro e Paolo si guardano, commossi. PIETRO Esiste una tribù del Pacifico dove è il padre a prendere il permesso di malattia. Lui resta a letto mentre la madre, appena rimessa in piedi dopo il parto, riprende il lavoro. PAOLO (fra il tenero e l’ironico) Stupendo. Avresti intenzione di metterti a letto al posto mio? PIETRO (sorridendo gentilmente) No. Abbiamo fatto bene ad aspettare simbolicamente questa nascita. Diversamente, in che stato saremmo... nella banalità più razionale. PAOLO È vero, questo conferma la nostra intuizione. Ogni atto simbolico è importante. PIETRO Sì... Come ti senti? PAOLO Bene. Un po’ nervoso. Nove mesi di attesa! PIETRO Anch’io, sono ansioso. PAOLO (pensieroso) A chi di noi due assomiglierà? (Dei passi in corridoio)

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PIETRO Eccolo! L’infermiere torna nella camera, seguito da una collega che porta un BAMBINO tra le braccia. Il dottore, lo stesso dell’Annunciazione, ma con qualche capello bianco in più, disteso e sorridente, la segue. Pietro e Paolo trattengono il respiro. L’infermiera che porta il bambino si china verso di loro per mostrarglielo. Il bambino è una creatura deliziosa... tutto nero di pelle! Pietro e Paolo si guardano, stupefatti. Dissolvenza. 2. SALA D’UDIENZA DEL TRIBUNALE. INTERNO GIORNO. PIETRO (con la mascella tesa) Abbiamo firmato un contratto con questa signora! PAOLO (lo sguardo nero) Abbiamo pagato per i suoi servizi! PIETRO Noi abbiamo fornito il seme. Una donna bianca, sui cinquant’anni, sbuffa e guarda Pietro e Paolo di traverso. PIETRO (voce fuori campo) Doveva darci un bambino che fosse il nostro. PIETRO (allargando le braccia) È evidente che non è così. PAOLO (incrociando le braccia, irritato) Assolutamente no. Pietro e Paolo sono seduti in una saletta d’udienza, con accanto il diavolo, il loro avvocato. Di fronte a loro, un GIUDICE in toga. Dall’altro lato della saletta la donna bianca, la MADRE PORTATRICE, seduta vicino al suo AVVOCATO di colore. PIETRO La banca dello sperma aveva predisposto tutto perfettamente. L’identità di questa signora e la nostra sarebbero state tenute segrete per facilitare la consegna del bambino al momento della nascita. È la procedura normale. PAOLO Non abbiamo da lamentarci della diligenza della banca dello sperma. PIETRO Questa signora non ha rispettato la clausola secondo la quale non doveva avere relazioni sessuali durante il concepimento. Doveva restare pura. AVVOCATO L’immacolata concezione!

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PIETRO Cosa?! PAOLO Lascialo dire. PIETRO Anche se non piace al signor avvocato di questa signora, questo bambino non è nostro. È chiaro. L’evidenza salta agli occhi! Il piccolo essere, nero di pelle, dorme nella sua culla, su una sedia tra Pietro e Paolo, tutti e due bianchi e anche piuttosto pallidi.

3. SALA ANNESSA DEL TRIBUNALE. INTERNO GIORNO. L’avvocato di colore e la madre portatrice sono seduti uno di fronte all’altra in una piccola sala del tribunale. Alla parete, un grande manifesto elogia i meriti dell’istituzione giudiziaria. MADRE Sono i miei figli. AVVOCATO Come?!... MADRE Sono i miei figli. AVVOCATO Non è possibile. MADRE Li ho abbandonati alla loro nascita. Non sopporto allevare bambini. Ma ho sempre adorato essere incinta. AVVOCATO Ma... vivono insieme. Non portano lo stesso cognome. Non si somigliano. MADRE Sono due falsi gemelli. Il più grande, se così posso dire, è stato riconosciuto da mio marito. Il secondo ha preso il cognome del mio amante dell’epoca. Sono loro che li hanno allevati... Ho partorito quando mi sono divorziata. Non si sapeva di chi erano figli. La possibilità di prove per impronta genetica non esisteva ancora. Io non volevo bambini e i miei due uomini volevano tutti e due essere padri. AVVOCATO Allora si sono divisi la paternità. MADRE Esattamente, e ciascuno di loro ha allevato il proprio bambino dopo averlo riconosciuto.

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AVVOCATO È straordinario! MADRE Era la mia prima gravidanza. Non ho potuto dimenticare quest’esperienza meravigliosa. Avevo bisogno di sentire nuovamente la felicità di essere incinta. AVVOCATO Così la mia cara cliente è diventata madre portatrice? MADRE Non immediatamente, ma quando i progressi della medicina hanno aperto questa porta, ho presentato subito la mia candidatura. AVVOCATO È straordinario, che storia... Sono fratelli e non lo sanno. Due fratelli incestuosi! Il figlio dei tuoi due figli è anche il tuo, ovviamente, ma è anche il loro fratello, il loro nipote e il loro fratellastro simultaneamente. Questo è molto divertente. In ogni caso, da un punto di vista legale... (L’avvocato appoggia la sua mano sull’avambraccio della madre, in modo rassicurante.) Credo che vinceremo brillantemente questo processo. 4. SALA D’UDIENZA DEL TRIBUNALE. INTERNO GIORNO. L’avvocato di colore, in piedi, sta pronunciando la sua arringa dinanzi al giudice, in presenza della sua cliente, di Pietro e di Paolo e del diavolo. AVVOCATO È così, ve lo assicuro, questa è proprio la verità incontrovertibile. (Con accento spagnolo) “Il pagliaccio non sono io, ma questa società mostruosamente cinica e così ingenuamente incosciente che gioca al gioco della serietà per nascondere meglio la sua pazzia.” (Si attorciglia vistosamente il baffo, alla Salvador Dalì.) Il diavolo lancia sguardi indignati, girandosi verso i suoi clienti e verso il giudice. AVVOCATO Che follia rifiutare l’evidenza della natura e consegnarsi a manipolazioni incerte per mascherare la chiara verità di un manto di luci finte. Che follia rifiutare le proprie ascendenze. Ricordo incidentalmente che il padre di uno dei querelanti è originario della Martinica. PAOLO Mio padre è un padre adottivo. Quest’affermazione è indegna. È ridicolo. Il diavolo leva le braccia al cielo, con fare scandalizzato. L’avvocato della madre prosegue la sua difesa. AVVOCATO Che follia ancora introdurre la tenerezza e la fragilità nei tribunali. Quale grazia e quale bellezza possono scaturire da tale matrice? (L’avvocato gira una pagina del testo della sua difesa.) La mia cliente ha rispettato scrupolosamente, con una probità rara, i suoi obblighi.

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(Si raddrizza con orgoglio, ammirando l’assistita con gli occhi che brillano.) Questa dolce cicogna, degna della fiaba della nostra infanzia, ha consegnato il piccolo essere entro i termini più rigorosi. Nove mesi. Non un giorno di più, dalla firma del contratto alla consegna. Né aborto spontaneo, né bambino inopportunamente prematuro, né in ritardo. Avremmo potuto capirli se fosse successo qualcosa, soprattutto in questo periodo di festa. Ma il piccolo è arrivato a noi proprio il 25 dicembre. Non è commovente? Non bisogna vedere in questo un segno del cielo che benedice in anticipo l’esistenza di questa amabile personcina, nella dolce tranquillità del suo focolare d’adozione? (L’avvocato è fiero del suo discorso.) La posizione degli specialisti è categorica. Tra il pubblico, DUE DOTTORI in camice bianco annuiscono simultaneamente. AVVOCATO L’analisi genetica ci dà la prova inconfutabile che il bambino è il figlio biologico della mia cliente e di questi due signori. L’impronta genetica corrisponde perfettamente. Nonostante le loro confutazioni e la loro insoddisfazione capricciosa, questi due signori... (punta un indice accusatore verso i due dottori... poi, accorgendosi del suo errore, lo punta in direzione di Pietro e Paolo) ... sono il padre del piccolo Giuseppe! L’avvocato chiude il suo dossier. Il martello del giudice si abbatte sul suo ricettacolo di legno. L’avvocato di colore si gira verso la sua cliente. I due si congratulano. Il diavolo, disgustato, conforta i suoi clienti. Posa una mano amichevole sulla spalla di Pietro, cercando di consolare la coppia. 5. SCALINATA DEL TRIBUNALE. ESTERNO GIORNO. Il sole splende sopra i tetti della città. L’avvocato di colore e la madre scendono i gradini del tribunale, distesi e sorridenti. Chiacchierano fra loro. Fa bello, la vita è bella. 6. PIAZZA DEL TRIBUNALE. ESTERNO GIORNO. Un’automobile è parcheggiata sulla piazza di fronte al tribunale, la porta posteriore aperta dal lato del marciapiede. Pietro, il viso teso, è chino verso l’interno dell’automobile. Poggia delicatamente la culla sul sedile posteriore. Il delizioso bambino di colore piange. All’interno dell’automobile Paolo, irritato, getta ai piedi del sedile posteriore delle cianfrusaglie che impediscono di sistemare correttamente la culla. Le grida dell’infante raddoppiano. Paolo si riprende. Si china sulla culla e sorride gentilmente al bambino. PAOLO (solleticando il pancino del bebè) Ecco, ecco, andrà tutto bene, tutto bene. Il bambino si mette a ridere, sbavando per la contentezza. Pietro, sempre serio, chiude la portiera dall’esterno. 7. SCALINATA DEL TRIBUNALE. ESTERNO GIORNO. L’avvocato e la madre sono ai piedi della scalinata del tribunale. Esitano sulla direzione da prendere, si decidono, quindi si allontanano fianco a fianco. Incrociano Maria che cammina sul marciapiede. Chiacchierano scherzosi, felici di essere insieme. L’avvocato di colore si gira verso la madre, le passa il braccio attorno alla vita e le scocca un bacio malizioso sul collo... Chiusura a iride sulla coppia che si abbraccia.

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“A chi di noi due assomiglierà?”

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L’IMMACOLATA CONCEZIONE

1. FORESTA. ESTERNO GIORNO. Maddalena (l’infermiera del consultorio nell’Annunciazione) ed EMANUELE camminano su un sentiero forestale che serpeggia sotto i pini marittimi, non lontano dal mare. Il cielo è blu, il sole splende, le cicale cantano. Maddalena sussurra alcune parole all’orecchio di Emanuele, che sorride. Lei lo prende per il braccio, lui l’abbraccia, si baciano. I due amanti continuano la passeggiata lungo il sentiero ombreggiato.

2. FORESTA. ESTERNO GIORNO. Un UOMO, il viso nascosto dietro spessi occhiali neri avvolgenti. Al suo fianco, un SECONDO UOMO, gli occhi nascosti dietro spessi occhiali neri avvolgenti. I due uomini sono interamente vestiti di nero. Sono in piedi, su una pendenza che sovrasta un sentiero forestale che serpeggia sotto i pini marittimi, non lontano dal mare. Un TERZO UOMO è seduto sulla stessa pendenza, leggermente in disparte. Fuma una sigaretta. Anche lui è interamente vestito di nero ed ha il viso nascosto dietro gli stessi occhiali neri avvolgenti. Il primo uomo fa un cenno della testa al tipo che è al suo fianco. L’altro si gira nella direzione indicata.

3. FORESTA. ESTERNO GIORNO. Maddalena ed Emanuele camminano sul sentiero forestale. I tre uomini sbucano dalla foresta e si gettano sugli amanti. Uno controlla Emanuele, mentre gli altri due strappano Maddalena dalle braccia di lui. PRIMO UOMO (trattenendo Emanuele) Non avete vergogna di mostrarvi così? Che ne avete fatto dei problemi di coppia? Vi rendete conto dell’immagine deplorevole che offrite? Emanuele tenta di liberarsi. L’uomo lo tiene saldamente. PRIMO UOMO Tre giorni che vi teniamo d’occhio. Tre giorni che proviamo a prendervi in flagrante delitto di felicità ostentata. Emanuele si dibatte. L’uomo lo blocca. PRIMO UOMO Non leggete i settimanali? Il sesso è importante. Le relazioni di reciproca utilità, il Viagra, il miglioramento delle prestazioni. Gli altri due uomini in nero portano via Maddalena che cerca di svincolarsi. PRIMO UOMO (parlando in direzione di Maddalena) Avete provato le relazioni igieniche... (ad Emanuele, nell’orecchio) ... l’omosessualità? le abbuffate?

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Maddalena non si difende più. Uno degli uomini che la teneva la passa al suo complice e torna verso Emanuele, sempre tenuto fermo dal primo uomo. Il secondo uomo si avvicina ad Emanuele e gli dà un colpo violento di avambraccio sul viso. Emanuele crolla. Il primo uomo lo lascia scivolare a terra. PRIMO UOMO (sentenziando, Emanuele allungato ai suoi piedi) L’amore così come lo praticate non è un valore commerciale. Sposatevi. Fate dei bambini. Non troppi. Se non potete, indirizzatevi al centro di procreazione artificiale della vostra zona. Ma soprattutto, SOPRATTUTTO, smettete di comportarvi in questa maniera provocatrice. La semplicità è un crimine.

4. FORESTA. ESTERNO GIORNO. I tre uomini conducono Maddalena verso un sentiero laterale. PRIMO UOMO (a Maddalena) Quando capirete infine che dovete utilizzare il vostro tempo soltanto per attività socialmente utili? Una limousine nera, con tutte le portiere aperte, è ferma in mezzo al sentiero. Un QUARTO UOMO, in nero, sguardo nascosto da spessi occhiali neri avvolgenti, è al volante della limousine. PRIMO UOMO (accarezzando Maddalena al di sopra del suo abito estivo) Un corpo come il tuo lo si mostra. Non lo si conserva egoisticamente per il proprio amichetto. Il primo uomo spinge Maddalena sul sedile posteriore della limousine e si infila al suo fianco. Il secondo si siede accanto all’autista. PRIMO UOMO Non hai mai fatto la modella? Non hai mai fatto un po’ di porno? Il terzo uomo getta un ultimo sguardo alle sue spalle... fa il giro della limousine... e sale a sua volta sul sedile posteriore, sbattendo la portiera. Maddalena si trova incastrata sul sedile posteriore tra i due uomini dalle facce inespressive, gli sguardi nascosti dietro gli occhiali neri. PRIMO UOMO Ti sistemiamo noi! Sarai una recluta scelta per il centro di correzione etico. La limousine nera parte. Il secondo uomo piazza un lampeggiatore sul tetto della limousine che si allontana. Dissolvenza.

5. CAMERA DA LETTO. INTERNO POMERIGGIO. Emanuele si solleva di scatto sul letto e si appoggia su un gomito. Dà uno sguardo alla sveglia e riprende lentamente i sensi, rendendosi conto che ha appena vissuto un incubo.

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6. UFFICIO DI DIREZIONE CENTRO DI RICERCA MEDICA. INTERNO GIORNO. Emanuele, vestito con un camice bianco, é seduto nell’ufficio del suo direttore. Quest’ultimo è un uomo di una cinquantina d’anni dal colorito bilioso, nel quale si riconosce, invecchiato, stanco, il dottore delle prime due parti. Al muro una riproduzione del quadro La fabbrica di Fernand Léger. DIRETTORE Le vostre vacanze al sud sono andate bene? EMANUELE (con voce inespressiva) Sì, molto bene. DIRETTORE Perfetto. Sono felice di averla di nuovo in servizio. Le procedure di clonazione sono ora affidabili. Ho il risultato dell’ultima parte della nostra ricerca. Tutto è in ordine. Non ci resta che passare alla fase industriale del programma. EMANUELE Cosa si aspetta dalla mia équipe, ora che il programma di ricerca è terminato? DIRETTORE In sala d’attesa ci sono una decina di cavie, giovani donne che sono state tutte selezionate in base a dei criteri molto rigorosi. Biologici. Ovviamente non abbiamo la capacità di riprodurre la psicologia individuale. EMANUELE Il ventunesimo secolo è ancora lungo... DIRETTORE Sì. Credo che possiamo aspettarci dei progressi eccezionali in questo settore. Ma per ora ecco ciò che mi aspetto da voi: la pratica della clonazione umana a partire da individui vivi è a punto. Vorrei che ora vi attaccaste al nostro Everest: voglio che siate i primi ad attuare con successo una clonazione integrale a partire da individui vivi... con cambiamento di sesso! La clonazione integrale, universale, demiurgica! Cosa ne pensa? EMANUELE Questo non pone alcuni problemi di etica? DIRETTORE (facendo un gesto come per minimizzare il problema) Il legislatore saprà sempre adattarsi. EMANUELE Sì, ma a seconda degli utilizzi che saranno fatti delle tecniche che noi stiamo mettendo a punto, alcuni problemi potrebbero porsi. L’eugenetica, ad esempio. DIRETTORE Siamo dei nazisti? Certo che no? Su, non si preoccupi. Quello che facciamo, è il futuro dell’umani-

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tà. La democrazia trionfa. Non c’è nessun pericolo. Viviamo in uno stato di diritto. (Emanuele è pensieroso.) DIRETTORE Allora, che cosa ne pensa di questo nuovo programma di lavoro? EMANUELE Ehm... È una sfida appassionante, ovviamente. DIRETTORE Molto bene. Sapevo che non avrebbe esitato. (Poggiando la mano sulla spalla di Emanuele) Mi produca i doppi maschili delle giovani donne qui presenti, e la reputazione del nostro centro è garantita per la notte dei tempi. Ha carta bianca. Può trattenere le sue volontarie fino a quando lo desidera. Saranno lasciate libere più tardi. EMANUELE E la produzione industriale di clonazione semplice? DIRETTORE Lasciamola a équipe meno competenti. I nostri avvocati stanno negoziando con diversi grandi gruppi. Ci tengo ad utilizzare le sue competenze per andare avanti. Pensa di cavarsela? EMANUELE Sappiamo cambiare il sesso degli individui. Sappiamo clonare questi stessi individui. Non ci resta che mettere insieme le due tecniche. Questo sarà difficile, ma dovremmo arrivarci. DIRETTORE Si ricordi: tutto ciò che la scienza può fare, lo farà! EMANUELE Sì, lo credo anch’io. DIRETTORE Occorrerà tempo, molto denaro... accettare alcuni fallimenti... Ma ci arriveremo.

7. CORRIDOIO DEL CENTRO DI RICERCA. INTERNO GIORNO. Emanuele e il direttore camminano nel corridoio. Il direttore apre la porta di una sala. DIRETTORE Ecco il suo harem di “volontarie”. Gliele lascio. Ne abbia cura. Il direttore lascia entrare Emanuele e sparisce.

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8. SALA D’ATTESA DEL CENTRO DI RICERCA. INTERNO GIORNO. Emanuele penetra nella sala. Un gruppo di GIOVANI DONNE osserva Emanuele, in attesa del suo intervento. Visi di donne di oggi, belle e meno belle. Diversi tipi di volti, fini, rotondi, pallidi, abbronzati; una con delle lentiggini sul naso, altre portatrici di occhiali da vista, la maggior parte è seduta su delle sedie in plastica disposte lungo le pareti della sala, con davanti dei tavolini bassi coperti di riviste. Una fuma, in piedi, vicino a una finestra aperta. Un uomo in nero si avvicina alla fumatrice e le toglie la sigaretta di bocca. Getta la sigaretta dalla finestra senza dire una parola. La donna squadra l’uomo in nero, senza ribellarsi. L’uomo in nero non lascia filtrare alcuna emozione dietro i suoi occhiali neri. Prende una sedia e si siede vicino alla finestra. Emanuele avanza nella stanza, un sorriso convenzionale sul volto. Si prepara a parlare, il sorriso gli si gela sulle labbra... Maddalena sta in piedi in mezzo alle altre donne. Maddalena lo guarda, pietrificata. Emanuele porta la mano alla tempia. Sembra colto da un malore. La sua visione si offusca. Crolla al suolo. Emanuele è allungato a terra, gli occhi spalancati. EMANUELE (voce fuori campo) Dio mio, a che cosa sto per partecipare? Come potrei perdonarmelo? Come fare l’amore ancora? Il diavolo appare a fianco di Emanuele. Si china, avvicina il suo viso alla testa di Emanuele. IL DIAVOLO Povero tesoro. Pensi ancora a quello. (Desolato) Ma l’abbiamo superato. (All’orecchio di Emanuele) Quando l’AIDS, i preservativi e le top model avranno ucciso il desiderio, quando sarà stato eliminato anche il nome del padre, la tecnica e la scienza potranno senza sforzo cancellare la razza umana. Senza violenza, con dolcezza. Per la sola ragione della necessità. (Sguardo in camera) Non facendo più l’amore, non riproducendosi più, avendo già ammesso l’idea dell’utilità della clonazione terapeutica, all’uomo non resterà, come ultimo atto di libertà, che accettare l’idea della clonazione riproduttiva, e passare all’atto.

9. AMBULATORIO DEL CENTRO DI RICERCA. INTERNO GIORNO. Assolvenza. Emanuele, in camice bianco, é seduto, i gomiti appoggiati sulla scrivania, mani giunte, di fronte ad una coppia: SARA, una donna di una sessantina d’anni, ancora bella e civettuola, in abito estivo e... il diavolo, con un vestito verde mela, cravatta abbinata e camicia rosa salmone. EMANUELE Avete già provato ad avere rapporti sessuali?

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SARA Sì, certamente, ma alla lunga è un po’ noioso. Capirà, sempre con lo stesso compagno. E poi, mio marito non è sempre molto... motivato. Io neppure, del resto. Preferisco la masturbazione... Mio marito ha frequenti problemi di erezione. Abbiamo telefonato al numero verde, consultato uno specialista, ma i problemi persistono. EMANUELE Avete provato le pillole afrodisiache? IL DIAVOLO Sì. Andava bene all’inizio, poi ho dovuto aumentare le dosi. Questo ha finito per causarmi dei problemi secondari. Non le sopportavo più. SARA (girandosi verso il diavolo) Credo che non abbia più voglia di me. Il diavolo fa un gesto di impotenza, desolato. EMANUELE Oso appena dirlo, ma alcune coppie praticano ancora lo scambio. SARA No. Questo non fa per noi. IL DIAVOLO (in tono dottorale) Siamo una coppia fedele. SARA E poi, noi vogliamo rimanere nei limiti della morale. Tutta questa indecenza, in certe epoche, a proposito del sesso libero, eccetera, no, non è per noi. Il diavolo, in totale accordo con Sara, fa un segno di negazione con il dito. SARA Si è visto dove ha portato tutto ciò: l’AIDS, il declino dei valori, l’erotismo mercenario. EMANUELE Vi capisco. Voi sapete che, scegliendo questa tecnica, i vostri bambini non saranno completamente i vostri bambini. Biologicamente parlando, saranno i vostri cloni incrociati e non il risultato della fecondazione dell’ovulo con uno spermatozoo. SARA Crede che facciamo un errore? EMANUELE Al contrario. Voi sarete i primi ad aprire quest’era nuova nella storia dell’umanità. I primi a incarnare l’atto creatore stesso. I primi a fare del principio della vita, la creazione stessa dell’uomo.

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IL DIAVOLO La tecnica è perfettamente a punto? EMANUELE Non abbiate alcuna preoccupazione. Controlliamo perfettamente la clonazione riproduttiva. Solo la tecnica della clonazione incrociata con cambiamento di sesso presenta alcuni rischi teorici, nella misura in cui non l’abbiamo ancora praticata a partire da esseri umani. Il DIAVOLO (inquieto) Pensa che sia opportuno... EMANUELE Assolutamente. Voi sarete i primi. Questo vi garantirà una celebrità mediatica eccezionale. E quindi, ve lo ripeto: la tecnica è a punto. Il diavolo non sembra convinto. EMANUELE Sapete che il nostro laboratorio ha appena generato un bambino clonato a partire da frammenti di DNA di uno scrittore famoso scomparso all’inizio del secolo scorso? SARA Chi? EMANUELE Ebbene, non è che un neonato, ma da qui ad alcuni anni avremo un nuovo Marcel Proust. IL DIAVOLO Straordinario! E il bambino gli somiglia? EMANUELE (ridendo) Non ha ancora i baffi, ma resterete impressionati. Questa impresa confermerà la serietà e la professionalità del nostro laboratorio. SARA Come sta il bambino? EMANUELE Meravigliosamente bene. La sua crescita è normale. Sarà lo stesso per il vostro. SARA Ci ha parlato di alcuni pericoli. EMANUELE Non sono pericoli a dire il vero. Piuttosto rischi che il bambino non sia precisamente sessuato.

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SARA Che vuole dire? EMANUELE (esitante) Non possiamo escludere completamente il rischio che il vostro clone sia ermafrodita. Sara e il diavolo si guardano. EMANUELE Con il tipo di clonazione incrociata che voi desiderate, non controlliamo ancora il processo di sessualizzazione. Il bambino può essere un maschio o una femmina. Ma è anche possibile ottenere un individuo ermafrodita, anche se la probabilità è debole. Il diavolo sussurra alcune parole all’orecchio di Sara che abbozza un lieve sorriso. Sara e il diavolo si sorridono complici. SARA (a Emanuele) Perché no? In fondo, voglio dire, siamo pronti ad accettare il rischio. Se il nostro bambino è ermafrodita, questo alla fine non ci disturberà. IL DIAVOLO No, non è grave. Al contrario. Il nostro bambino sarà più felice così, non è vero? Altrimenti gli toccherà trovare uno o una compagna. Questo riporta al flirt, alla seduzione, a tutte queste tecniche del passato, così poco razionali, e così poco rassicuranti. SARA Al giorno d’oggi, con tutte queste malattie, sarebbe meglio che il nostro bambino fosse autosufficiente in materia di sessualità. EMANUELE Avete scelto il nome per il vostro bambino? IL DIAVOLO (in tono così serio da rasentare il ridicolo) Lei ci ha spiegato che la nostra scelta era legata al periodo di clonazione. EMANUELE Sì. La legge del 2005 non è stata ancora modificata. Per evitare futuri fastidi giuridici, penso che convenga conformarvisi, anche se è molto probabile che la prossima legislazione renderà le cose più semplici. IL DIAVOLO Tenendo conto del modo di generazione, abbiamo pensato che sarebbe bene procedere simbolicamente nello stesso modo, incrociando i nomi. Se è maschio avrebbe il mio nome e quello di sua madre come secondo nome, il contrario se è una femmina... Altrimenti... vedremo sul momento. EMANUELE Per i nomi, ovviamente, non c’è nessun problema. Invece, per il nome di famiglia, dopo il codice

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del laboratorio, bisogna aggiungere la lettera che identifica la settimana di nascita, poi il numero di clonazione, i cognomi del padre e della madre, o uno dei due a scelta, il tutto accompagnato dal nome del laboratorio. Ad esempio: N B 42 Martini – Rossi Avvenire. SARA Dovrà portare tutti questi nomi? EMANUELE Per i documenti ufficiali, sì. Più tardi potrà accontentarsi del numero di identificazione che corrisponde al suo cognome. Sarà più semplice. IL DIAVOLO Ad ogni modo, il suo cognome non ha una così grande importanza. L’essenziale è che sia il nostro doppio perfetto, e che noi possiamo scegliere il suo nome. EMANUELE Assolutamente. Al giorno d’oggi, il cognome è utile soltanto per l’identificazione e i documenti ufficiali. Ognuno si chiama con il suo nome di battesimo. È tanto più conviviale. Sara ed il diavolo sono soddisfatti. EMANUELE Dove desiderate che sia tatuato il codice di fabbricazione? Sulla spalla, l’avambraccio, l’alluce... Dissolvenza. Nero.

EPILOGO

1. CAMERA. INTERNO GIORNO. Un corpo femminile allungato nella posizione del quadro di Courbet L’origine del mondo, gambe divaricate, esibisce un sesso e un seno anonimi. La base delle cosce, il monte di Venere, il sesso della donna. Le labbra tenere del sesso della donna, dissolvenza a sfoco. Grandi e piccole labbra del sesso della donna, dissolvenza a sfoco. Nero.

2. PALCO DI PEEP-SHOW. INTERNO NOTTE. Nella penombra, illuminata soltanto da una luce rossastra, diffusa e annebbiata, un GIOVANE UOMO, a torso nudo, si contorce tra le lenzuola di un letto fatto di un semplice materasso messo a terra. In preda a un incubo

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terribile, si corica sulla pancia, si torce dal dolore. Striscia fuori dal letto, si mette sulle ginocchia. Si schiaccia contro una parete. Striscia dal basso verso l’alto su un vetro freddo incassato nella parete.

3. CABINA DI PEEP-SHOW. INTERNO NOTTE. Il giovane uomo, occhi chiusi, scosso da convulsioni, allarga le braccia contro il vetro freddo della cabina di un peepshow. GIOVANE UOMO (voce fuori campo) I miei genitori ebbero l’assoluzione della scienza nello stesso momento in cui decisero di concepirmi in quel modo. Il giovane uomo è incollato contro il vetro della cabina. GIOVANE UOMO (voce fuori campo) Grazie alla loro incompetenza e all’aiuto di Dio, non sono ermafrodita. Dietro di lui, la stanza chiusa in penombra, illuminata da una luce rossastra, diffusa e annebbiata. GIOVANE UOMO (voce fuori campo) Sono un uomo, uno vero, con un paio di coglioni, e dei peli sopra, e l’amore smodato per le donne. Le pareti della stanza sono interrotte da grandi vetri quadrati che fungono da specchi unidirezionali: un palco di peep-show. GIOVANE UOMO (voce fuori campo) Galleggio, da qualche parte nella società degli uomini... Il giovane uomo è incollato, braccia allargate a croce, contro il vetro freddo della cabina. GIOVANE UOMO (voce fuori campo) ... e, se ne esistessero ancora... Una lacrima scivola sul viso incollato contro il vetro. GIOVANE UOMO (voce fuori campo) ... credo che andrei a trovare un prete... La lacrima devia sul vetro freddo. GIOVANE UOMO (voce fuori campo) ... per chiedere la sua benedizione...

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4. PRATO DI ALPEGGIO. ESTERNO GIORNO. L’onda chiara e viva di un piccolo ruscello di montagna scintilla sotto il sole. GIOVANE UOMO (voce fuori campo) ... in nome del Padre. ... L’acqua scorre, fluida e rapida, sui ciottoli che tappezzano il letto del ruscello. Ondeggia intorno a rocce che, di quando in quando, permettono di attraversare senza bagnarsi. Il ruscello si getta in piccole cascate, da un livello all’altro. ... L’acqua ribolle, vorticosa, poi fila liscia, fresca, trasparente... ... Il piccolo ruscello scorre serpeggiando attraverso un prato di alpeggio, nel mezzo dell’estate... Un po’ più in basso, al bordo del prato, una foresta di conifere, alcuni alberi con foglie... E, sopra il prato, un cerchio di montagne grigio-blu si staglia contro il cielo, sotto un sole abbagliante...

Joël Bayen-Saunères è regista e sceneggiatore francese. Ha realizzato diversi film di finzione e documentari tra i quali Les Entretiens du Vieux Nice (Gli incontri della vecchia Nizza), sui giovani arabi che abitano nella Nizza vecchia. Lavora anche nel settore dell’educazione all’immagine ed è membro dell’associazione degli autori-registi del sud-est della Francia (AARSE). Sta terminando la scrittura di un’opera teatrale sul legame tra democrazia, impegno politico e impegno spirituale.

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“Dio mio, a che cosa sto per partecipare? Come potrei perdonarmelo? Come fare l’amore ancora?”

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L’INTRUSO di Vittorio Moroni PROGETTO PER LUNGOMETRAGGIO GENERE: DRAMMATICO

Chi è l’intruso? Che cosa significa essere diverso in un mondo dove ognuno deve stare al suo posto o dalla parte di chi comanda? L’intruso di Vittorio Moroni ha il fascino controverso del suo protagonista, uno sguardo che lambisce il marciapiede di una “giungla d’asfalto”, come se non si volesse un punto di vista più alto. E il desiderio di mimetizzarsi lascia inscritto nel suo cammino la legge della strada. L’intruso è stato selezionato come finalista nell’edizione 2002 del Premio Solinas. Cosa accade quando mondi, codici e valori diversi entrano in collisione e ognuno pretende di imporre la propria discutibile idea di giustizia? Nicola, il protagonista, viene irretito in una guerra condominiale che lui stesso finisce per esasperare all’interno di una logica di sopraffazioni nella quale l’assenza di dialogo e di comprensione reciproca rende impossibile ogni soluzione e paradossalmente elevati i costi del conflitto. Più lo scontro si fa feroce, più inutili sembrano le motivazioni dei contendenti, più crudeli e inaccettabili i comportamenti. Nel mezzo di questa battaglia una famiglia bengalese non può fare a meno di aggrapparsi alla speranza di trovare una casa ed è pronta a rispondere alla sopraffazione con un’operosa e silenziosa umiltà. Vittorio Moroni

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MARISA Sto giocando in cortile con Mira, la mia compagna di scuola araba, che ha la mia stessa età, dieci anni già compiuti e che vive proprio nello stesso palazzo dove vivo anche io. All’inizio non mi stava per niente simpatica e non capivo perché faceva apposta a vestirsi così diversa da tutti gli altri se poi se la deve prendere così tanto ogni volta che i maschi la prendono in giro; la maestra ce l’ha spiegato già prima del suo arrivo che Mira viene da un altro paese dove hanno abitudini diverse e bla bla bla. Ho capito, però adesso siete venuti in Italia e allora sforzatevi di vivere come gli italiani... Non siamo mica venuti noi a chiamarvi in Arabia. Così dice sempre mio fratello Alfio, e secondo me ha ragione, se magari un giorno io mi trasferisco nella nazione di Mira, allora per forza mi vestirò come lei. A mio fratello comunque mi sa che gli arabi non gli stanno simpatici di sicuro. Non lo so perché; lui è grande, avrà avuto esperienze, anche se non è mai viaggiato fuori dell’Europa. A me non stanno ancora antipatici perché non mi hanno fatto ancora niente. E con Mira sono diventata anche un po’ amica; non proprio amica come con la Betti o la Giordana, però facciamo sempre la strada assieme e lei mi domanda un sacco di cose con quell’italiano che fa ridere, anche se la maestra dice che non dobbiamo ridere perché noi non sappiamo dire neanche una parola nella lingua di Mira; vabbé grazie se magari un giorno ci vado nella sua nazione allora imparerò anche la lingua... Oggi Mira mi ha portato in cortile un vestito dei suoi del Bangladesh e voleva farmelo provare. Azzurro. Ho pensato: se mi vedono i maschi della mia classe sono morta, ma poi mi sono detta perché no? Tanto non lo saprà nessuno. Ho detto a Mira di non dirlo a nessuno. Lei ha promesso, allora abbiamo cercato un nascondiglio... A quel punto però è arrivato quello dell’agenzia immobiliare, quello che viene ogni due o tre giorni per far vedere la casa dell’ultimo piano ai clienti, e nessuno mai se la compra. Ha detto se potevamo aprirgli il portone. Clak. Aperto. Il cliente di oggi di sicuro non la compra. È il più elegante di tutti quelli che sono venuti finora, un’aria antipatica da supplente di matematica stronzo. Ci scommetto che non la compra. Passando mi ha salutato. Ma che vuoi? Chi ti conosce? Mira mi chiama; dobbiamo andare a provare il vestito: è curiosa di sapere come sto col saari, così si chiama. Io mi vergogno, ma alla fine mi diverto pure. Troviamo un punto dove non ci vede nessuno. Mi spoglio. Mi metto... Oddio, come diavolo si fa a mettersi questa roba? Mira mi aiuta... Mi sento scomodissima, Mira si mette a ridere... Che ci avrà da ridere, proprio lei che se lo mette tutti i giorni? Mi dice che devo vedermi riflessa, no mi vergogno troppo, okay laggiù dice, nel vetro della porta, va bene andiamo, ma facciamo in fretta. Mamma mia, sembro una danzatrice del ventre! NICOLA La mia cultura, la mia tolleranza, la mia educazione non mi hanno mai risparmiato nessun danno e nessuna umiliazione. Anzi, a causa loro, ho pagato sempre doppio. E ho pagato spesso il conto senza consumare. Da piccolo, mi ricordo, mio padre mi diceva: tu sei ricco e diventerai colto; ricordati sempre che non è merito tuo e che c’è gente che non è diventata colta quanto te solo perché non ha avuto le tue stesse possibilità. Mio padre mi diceva anche, mentre mi accompagnava in sala operatoria a sette anni per una doppia ernia: “Ora vedrai tanti bambini che piangono. Spero che non vorrai deludermi facendo anche tu tante storie.” Avrei voluto chiedergli: “Perché papà non posso piangere come tutti gli altri bambini?” Non glielo chiesi. Sono sicuro che mi avrebbe risposto: “Perché tu sei grande, ormai.” Eppure io avevo la stessa età di quei bambini che frignavano disperatamente. Non piansi. Più tardi ho fatto l’università e le mie brave contestazioni. Mi sono laureato in economia col massimo dei voti e invece di diventare subito ricco e stronzo, mi sono messo dalla parte di “chi chiedeva giustizia”. O perlomeno dalla parte di chi diceva di difendere “chi chiedeva giustizia”.

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Non è esattamente la stessa cosa. Comunque alla fine me l’hanno messo tutti al culo, senza chiedere permesso. Io ho ringraziato, educatamente. E ho sloggiato, con fair-play. “Lo stile è l’uomo,” diceva mio padre. Oggi ho trentacinque anni e mi sono rotto i coglioni. Voglio avere il diritto di giocare allo stesso gioco di tutti gli altri. Tirare in porta per fare goal senza preoccuparmi dell’umore del portiere avversario, arrivare prima sulla palla se ci riesco e rispondere alle gomitate con gomitate più dure e meno visibili. Ho molte offerte di lavoro, molte offerte di matrimonio, molti progetti che attendono solo il mio “sì”. Posso guadagnare molto, posso vivere comodamente, posso avere una casa in centro, un’auto da tirare il collo ai passanti e questo genere di cose... Non c’è nulla che mi importi di meno. Di queste cose non ho nessun bisogno: mi infastidiscono come le signore che eccedono col deodorante. Quello che mi resta delle mie esperienze alternative è il gusto per la periferia, per i muri scrostati, per la ragazza che pulisce le scale, per i suoi piedi scalzi e sporchi, per l’odore della spazzatura appena fuori casa, per la vicina che canta con la radio a massimo volume una canzonetta terribile. È pura estetica, sia chiaro: nessuna retorica degli sfruttati, dei più deboli, ecc. solo estetica. Ma l’estetica è un fatto. E a me vivere al quartiere Spaventa piace più che vivere in centro. Infatti ci ho appena preso casa. Un affare. Oggi sono entrato in casa. L’appartamento è a posto. Hanno fatto un buon lavoro. Quasi tutto è come avevo chiesto che fosse. Spazio. Tanto spazio. Pochi mobili, semplici e funzionali. Un letto grande, ma che sembri provvisorio. Un armadio enorme, ma anonimo. Luci a bassa intensità e un po’ calde. Lo stereo è l’unico lusso che mi sono concesso. Una sola cassa costa quanto tutti i mobili. Ma nessuno se ne accorgerà. Le ho nascoste bene. Che cos’è quella cosa lassù? C’è una macchia sul soffitto. Quando l’uomo dell’agenzia mi ha mostrato la casa per vendermela quella macchia non c’era. Ne sono sicuro. Sono certo di avergli chiesto se il tetto era in buone condizioni. Abitando all’ultimo piano non c’è da star allegri se il tetto non è in buone condizioni. Quella macchia mi piace poco. Con l’autunno l’umidità aumenta. Aumenterà anche la macchia. Devo telefonare al padrone di prima. Forse mi ha fregato. Se mi ha fregato, che me lo dica. Ora è tardi per telefonare. Domani. Ma quale tardi? È tardi solo per evitare di farsi fregare. Lo chiamo subito. “Pronto? Ricci? Buonanotte. Sono Castelli. Mi scuso per l’ora ma avrei bisogno di parlare urgentemente con il signor Ricci.” “Ma chi è? Ma lo sa che ore sono?” “Sì, mi scusi, ma è un’urgenza. Il signor Ricci è a casa?” “Certo che è a casa. Dorme, però. Non potete sentirvi domani?” “Lo svegli per favore. È urgente.” “Giovanni... Giovanni! C’è quello della casa... Dice che è urgente. Non lo so cosa vuole. Parlaci tu! Pronto?” “Buonanotte, signor Ricci. Mi scusi per l’ora.” “C’è qualche problema?” “C’è una macchia sul soffitto. L’agenzia mi ha detto che il tetto era a posto.” “Come a posto? L’agenzia sapeva benissimo che il tetto va rifatto. Altrimenti non avrei mai venduto la casa a quel prezzo.” “Ho detto all’agenzia e anche a lei che non mi importava del prezzo. Che volevo una casa con tutte le cose a posto. Se volevo una casa da restaurare me la cercavo da restaurare.” “Guardi, le dico la verità. Se c’è un motivo per cui l’ho venduta è che ero stremato dallo sforzo di convincere i condomini che dovevano partecipare alle spese per il tetto.”

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“Non mi importa perché l’ha venduta. Mi importa perché non mi ha comunicato del tetto.” “Sa come sono le agenzie... Pur di vendere...” “Buonanotte signor Ricci. Lei è una di quelle persone che avrei volentieri fatto a meno di conoscere.” ALFIO Quel coglione di mio padre si è fatto spaccare la schiena per una vita intera. Credeva che a fare l’operaio era meglio che a rubare. Ma è una stronzata. Perché così i ladri sono gli altri e tu quello che viene derubato. A lui gli hanno rubato proprio tutto: prima la gioventù a fare la guerra, poi tutti i giorni della vita a fare le valvole in fabbrica, poi la vista che gli si è annebbiata a furia di guardare pezzi tutti uguali, poi due dita della mano destra, poi il buonumore, poi un giorno gli hanno detto che era in esubero e tanti saluti e lì gli hanno rubato quella miseria di vita che gli avevano lasciato... Neanche un anno ha resistito a fare il pensionato anticipato. Quando uno lo abitui che la sua vita è in una galera, dopo non ce la fa a vivere se gliela togli, la sua galera. Ma il Pietro neanche gli ultimi giorni che gli restavano da campare l’avrebbe ammesso che aveva sbagliato, che gliel’avevano messo al culo in tutti i modi. Lui era convinto che anch’io e il Giovanni dovevamo cercarci una bella galera come la sua. Fossi scemo! Io non mi ci faccio fottere. Dio non mi ha dato la voglia di studiare e mi dispiace, ma abbastanza cervello da distinguere un condannato a morte da un boia, questo sì. E io non mi faccio passare sopra da nessuno. La vita è crudele, si sa, e se c’è bisogno di tirar fuori i denti io ce li ho affilati come il mio cane. Chi è che se l’è passata sempre bene nella vita? Non certo quelli come il vecchio che hanno vissuto ogni benedetto anno elemosinando una settimana di ferie per poter dormire, ma quelli che li spremevano come limoni. La legge è una sola: fai lavorare gli altri al tuo posto e tu sarai quello che ci guadagna! È così da che mondo è mondo. E di coglioni pronti a farsi spaccare la schiena e a ringraziarti, di quelli il mondo è sempre pieno. Io non ho paura di niente e di nessuno. Sono nato per comandare. Se avevo più voglia di studiare forse diventavo qualcuno. Il mio vecchio me lo diceva sempre. Ma chi si fidava di lui? A guardare come s’era fatto ridurre lui non gli si poteva credere. A me piace l’ordine e le cose chiare. Qui dove abito con mia madre, mio fratello Giovanni e mia sorella Marisa, nella casa che ci ha lasciato il vecchio, qui le cose funzionano perché ci sono io a farle funzionare. Il condominio è invaso dagli arabi, ma anche loro ci hanno messo poco a capire chi comanda. E adesso nessuno si permette di alzare la cresta. Marisa ha dieci anni. Qui nel condominio c’è una bambina araba che ha la sua età e va nella sua scuola. Prima giocavano insieme al pomeriggio giù in cortile e per un po’ l’ho lasciata fare. Poi mi sono accorto che non ne veniva niente di buono. Marisa tornava con delle strane storie; il ramadan, perché noi non facevamo il digiuno... E poi quella bambina è indietro a scuola; ha bisogno del sostegno. Forse lei ci guadagna a stare con Marisa, ma Marisa ha tutto da perdere. L’altro giorno poi le ho beccate che facevano le sceme davanti a tutti. Quella araba aveva messo uno dei loro vestiti addosso a Marisa e se la portava in giro come a carnevale. Ha troppa influenza su di lei, di questi tempi non c’è da fidarsi di quelli. E io non voglio brutte sorprese. D’altra parte mi tocca farle da padre a Marisa e allora mi prendo le mie responsabilità. Le ho detto che con quella non la voglio più vedere giocare. Se vuole, che inviti le sue amiche, la Giordana e quell’altra qui a casa e facciano insieme i compiti e guardino la televisione, ma niente furberie con quelli là. Siamo diversi, dobbiamo imparare a convivere, va bene, ma ognuno al suo posto. Adesso è arrivato uno nuovo, al quinto piano, un fighetto. Mi piace poco. Ha l’aria del secchione e di sicuro vuol fare il primo della classe, ma ci metto poco a fargli capire anche a lui da che parte spunta il sole. Non so perché uno come quello con l’aria del dottorino è finito a comprar casa qui nel Bronx, ma contento lui! Basta che se ne stia buonino, e se c’è posto per gli arabi ci sarà anche per quello lì.

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NICOLA Il condominio dove sto è diviso in due. Per metà è abitato da italiani, che se la passano male e hanno un’aria da trafficanti di cose illecite; l’altra metà da stranieri. Non se la passano bene, ma hanno un’aria pulita, di quelli che sono sbarcati in Italia disperati e ora ce la stanno quasi facendo. Sono pronto a scommettere che molti di loro non sono in affitto, ma stanno provando a farsi la casa di proprietà. Il condominio è governato da leggi speciali. Lo spazio per le auto da basso, sul marciapiede, anche se è uno spazio comunale teoricamente accessibile a tutti, in realtà è tradizionalmente assegnato agli abitanti degli appartamenti. Ognuno ha un posto ben preciso. E le auto e le moto lo occupano scientemente, come le vacche in una stalla. Il viottolo dove abitiamo è buio e poco trafficato. La via è senza uscita. La famiglia che comanda qui è la famiglia Ruggeri, che sta al terzo piano. Su questo non c’è alcun dubbio. Da quando sono arrivato, ormai una settimana, nessuno mi aveva ancora risposto al saluto. Eppure io saluto sempre tutti. Gli stranieri non mi rispondono per modestia; gli italiani per diffidenza. La prima volta che qualcuno mi ha rivolto la parola è stato Alfio Ruggeri, un ragazzotto sui trenta, fisico da buttafuori, faccia da capobanda, il capo della famiglia che comanda. Mi dice se mi cerco un altro posto per la macchina, che quello dove l’ho parcheggiata è di suo cognato. “I posti non sono del comune?” “Quello è il posto di mio cognato.” “Dica a suo cognato di venire a trovarmi, così ne parliamo di persona. Sto al quinto piano.” La mattina trovo la macchina senza tergicristalli. Piove. Però non la porto dal meccanico. La lascio così, senza tergicristalli. Ma piove. E guidare è una roulette russa. Vado a discutere per un lavoro di consulenze: una settimana di lavoro contro una montagna di soldi. La sera torno a casa. Nel posteggio del cognato c’è la macchina del cognato. Io parcheggio altrove. Salendo le scale - non abbiamo ascensore - mi fermo al terzo piano. Suono alla porta dei Ruggeri. Un cane si mette a ringhiare dietro la porta. Si presenta una signora, la madre credo, torva, con del pane fra i denti e dietro di lei un ragazzo molto simile ad Alfio, poco più giovane, che si sforza di tener fermo il cane enorme e feroce. Sono stupiti di vedermi. Chiamano Alfio. Alfio, in canottiera e tuta, senza salutare, chiede cosa voglio. Faccio presente che stamattina mancavano i tergicristalli alla mia macchina. Dice che sono “i maledetti arabi”. Di quelli non ci si può fidare. Ci stanno invadendo, se non stiamo attenti si prenderanno tutto. Mi dice di stare attento, molto attento. Il cane mi vuole azzannare. È un pit bull. Gli stranieri del nostro condominio non sono arabi. Sono quasi tutti bengalesi, con qualche eccezione esteuropea. Le donne bengalesi che incontro sulle scale sono come le indiane. Stesso colore bruno della pelle, stessi sari, stesso sguardo sfuggente. Mi chiedo se una di loro sarebbe disposta a fare la colf da me, di tanto in tanto. Forse la ragazza del secondo piano. La prima volta che l’ho incontrata sulle scale aveva un gatto bianco in braccio, ha abbassato lo sguardo. La seconda volta ha chiuso la porta perché mi ha visto scendere le scale. Scalza, stava lavando il pavimento. Non ho visto nessun altro in casa. Ma è impossibile che non ci sia un uomo con lei. È giovane. Non deve avere più di vent’anni. Piove ininterrottamente. Che sarà successo alla macchia del soffitto? La macchia non si è allargata. Solo che adesso ci sono due macchie e la seconda è più nera e minacciosa della prima. Busso dai vicini. Una voce maschile mi chiede “chi è” in italiano stentato. Il vicino bengalese finalmente apre. Gli espongo il problema e gli domando del suo soffitto. Bashar comincia a smanacciare e a dirmi che è da tempo che cerca di far capire ai condomini che bisogna aggiustare il tetto, far accendere i lampioni giù in strada, prendere qualcuno che pulisca le scale: i cani ci pisciano e lui ha un bambino piccolo che mette le mani dappertutto e prima o poi si

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piglierà una malattia. Gli chiedo di parlare più piano, che non sto capendo un accidente e di spiegarmi cosa gli hanno detto del tetto. Mi racconta che l’amministratore se ne lava le mani, dicendo che finché non si mettono d’accordo i condomini, lui non ci può far nulla. “E i condomini?” “L’unico comandare è quello terzo piano. Lui obbidire tutti e lui dire che è problema mio. Se voglio mettere a posto tetto fare, ma, signore, tetto costa miglioni...” “Anche gli altri bengalesi sono d’accordo con Ruggeri?” “Loro paura.” “Ci sono più bengalesi che italiani in questo condominio. Perché paura?” Bashar allarga le braccia. “E tu hai paura?” Lui dondola la testa. Ha paura. Nel posteggio del cognato c’è l’auto del cognato. Anche oggi metto la mia poco più in là. Forse anche questo posteggio sarà di qualcuno. Forse domani troverò la macchina con qualche altro pezzo in meno. Nel nostro vicolo buio e senza uscita c’è un gran fermento stasera. C’è gente che discute ad alta voce. Alfio Ruggeri è là in mezzo che sbraita. Mi avvicino per entrare in casa. Il pit bull dei Ruggeri mi abbaia feroce. Alfio lo trattiene dallo sbranarmi. Non mi piace quel cane. Apprendo che la madre dei Ruggeri è caduta, per strada. Pare si sia rotta una gamba. È scivolata. A causa del buio, dicono tutti. È una vergogna, dicono tutti. Non c’è niente da fare, dicono tutti. “Il comune” è stato avvertito più volte, ma non ne vuole sapere di aggiustare i lampioni. Mi avvicino ad Alfio Ruggeri. Gli domando con chi hanno parlato. “Col comune.” “Che vuol dire il comune?” Non sa dire con precisione. Farnetica di colloqui avuti al telefono. Le poche informazioni sconnesse che mi dà sono intorbidite dalla rabbia. Tutti gli danno ragione. E inveiscono contro “il comune”. Chiedo di darmi il numero. Alfio non ce l’ha. Gli altri mi dicono che è inutile parlare con quelli, “il comune” ha interesse a lasciarli al buio. È così che risparmiano. Bisognerebbe denunciarli. Bisognerebbe fargliela pagare. L’indomani la strada è illuminata. Quelli dell’azienda, che ha ricevuto dal comune il subappalto per la manutenzione dell’illuminazione urbana, si scusano con me per il disguido. Spiegano che la quantità di lavoro in città è enorme e devono affidarsi ad un elenco di priorità. Purtroppo quando un’emergenza è segnalata male, ai numeri telefonici sbagliati o con i numeri dei lampioni imprecisi, è possibile che si verifichino ritardi, perché l’urgenza non viene recepita. Mi dicono che ho fatto bene a protestare. La strada ora è illuminata. L’auto del cognato è nel posteggio del cognato. La mia poco più in là, senza tergicristalli. Il pit bull mi dà il consueto benvenuto, con le sue voraci dichiarazioni di guerra. Anche per lui continuo ad essere un intruso. Tutti sono meravigliati per i lampioni. Non mi ringraziano; però, appena varcato il portone, sento che dicono: “Quello è uno che sa parlare.” “Quello è uno che sa come si fa.” “Quello è uno che c’ha conoscenze.” L’indomani mattina ritrovo la macchina coi tergicristalli a posto. Dato che continua a piovere non è poco. Significa andare al lavoro senza rischiare la vita. Sono più soddisfatto che stupito. Soddisfatto soprattutto perché è la prova del nove: Ruggeri dà e Ruggeri toglie. Lo vedo che apre la serranda del garage. Mi avvicino con la macchina, abbasso il finestrino. Dentro il garage, con stupore, vedo che c’è della gente a terra, su dei materassi, che dorme. Saranno cinque, sei persone, albanesi forse. Alfio, vedendomi avvicinare, si affretta a chiudere la serranda per impedirmi di guardare. “Mi hanno rimesso i tergicristalli.”

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“Questa è una via di delinquenti. È l’unico posto davvero sicuro della città.” “Perché?” “I ladri non rubano ai ladri. Avranno pensato che ormai sei uno del quartiere.” Non capisco esattamente cosa mi vuol dire, ma me ne vado. Quando Alfio è sicuro che sono in fondo alla via vedo che rialza la sua serranda. Io faccio il giro dell’isolato e di lì a un minuto mi ripresento davanti al suo garage, ma Alfio è scomparso. Si è chiuso dentro ed ha abbassato la serranda. Albanesi, dovevano essere albanesi. La sera l’auto del cognato non ha ancora occupato il posteggio. Ci metto la mia. Un signore del condominio, sceso a fumarsi una sigaretta nell’atrio del portone, mi guarda attentamente. Me ne accorgo e me ne frego. Chiudo a chiave la macchina, entro, lo saluto (lui non pronuncia nessuna parola, ma perlomeno accenna ad un movimento del viso), salgo le scale. Fuori non smette di piovere. Che ne sarà delle macchie sul mio soffitto? Sulle scale incontro Bashar. Ha saputo che sono stato io a far ripristinare i lampioni. È contento. Ringrazia. Ne approfitto per chiedergli se conosce qualche ragazza bengalese che, pagata, potrebbe essere interessata di tanto in tanto a fare un po’ di pulizie in casa mia, stirarmi le camicie... Non sa. Dice che chiederà. Lo saluto. Riprendo a salire le scale. Penso alle mie macchie. Scopro che la pioggia ha aperto un buco nel mio soffitto e ora piove in camera mia. Metto un catino sul pavimento in corrispondenza dell’infiltrazione. Il rumore è orrendo. Regolare. Una minaccia per il sonno. Ogni tre secondi una goccia precipita nel catino. E più gocce ci sono nel catino, più il rumore è insopportabile. Scendo subito da Alfio Ruggeri. Suono il campanello. Il cane si scaraventa contro la porta e comincia a graffiarla e ad abbaiare. Sento sciabattare. Sento la televisione accesa: un quiz. Apre il fratello di Alfio. Chiedo di parlare con Alfio. Lo chiama. “Sta entrando pioggia dal mio soffitto.” “Beh?” “Sta entrando anche dal soffitto del vicino.” “E allora?” “Il tetto è da rifare.” “Io mica sono muratore.” “Il tetto non è di quelli che stanno all’ultimo piano. Dobbiamo decidere insieme e pagare tutti.” “Io penso ai miei problemi. Tu pensa ai tuoi. È così che si vive fino a cent’anni.” “Se preferite mi rivolgo al tribunale.” Mi chiude la porta in faccia. Passo la notte insonne ad ascoltare la goccia nel catino. La mattina trovo l’auto con le quattro gomme tagliate. ALFIO Quello non ha capito proprio nulla. Se crede di venire qui ed impressionarci con una telefonata al comune e poi cercare di spillarci i soldi per rimodernare il suo appartamentino, ha proprio sbagliato indirizzo. Noi saremo anche degli ignoranti, ma non ci facciamo fregare dalle sue giacchette stirate. Se pensa che tutte le cose si possono risolvere con le autorità, lo capirà presto che da queste parti non c’è posto per i fighetti. La sua macchinina finirà a pezzi per prima e subito dopo il suo sistema nervoso. Sono pronto a scommettere che non resiste un mese, che se ne va prima e che la casa la vende al primo che se la compra, a qualunque prezzo. L’unica cosa che mi dispiace è che se la comprerà qualche altro arabo. Ma alla fine quelli sono più facili da mettere in riga. Certe cose le capiscono prima e senza troppa presunzione. Questo qui vorrà sparare ancora qualche fuoco d’artificio prima di arrendersi. Devo stare attento al garage. Quello è un ficcanaso e se ci manda a

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visitare dalla polizia si possono passare dei guai. Ma prima o poi si arrende. Quei dottorini fanno i galletti per un po’, poi quando capiscono che non abbiamo nessuna paura a tagliargli le ruote della macchina, allora capiscono che non è il loro ambiente. E la smettono. NICOLA Mio padre diceva: “Quando litighi con qualcuno rifletti sempre su questo punto: quest’uomo con cui sto litigando è degno della mia rabbia? O posso limitarmi a fargli l’elemosina della mia superiore comprensione?” Comprensione? Non ci penso nemmeno. Sono le tre di notte. Sulle scale e per strada non c’è nessuno. La punta piazzata con esattezza, il martello, due colpi secchi e la prima è fatta: distrutto il citofono dei Ruggeri. Ora tocca alla cassetta della posta: inutile sperare di non fare rumore, devo solo fare in fretta. Ecco, frantumata. Sento un rumore, ho un sussulto: è solo il gatto bianco della ragazza del secondo piano che si nasconde. Ora devo fare piano o il cane mi sentirà. Cacciavite, forbici, anche il campanello è andato. Domani l’infermiere che viene ogni giorno a medicare la madre ci dovrà mettere un po’ più di impegno a farsi notare. Ultimo pensierino: quattro croci rosse con lo spray indelebile sulla porta, una per ogni gomma tagliata. Forse penseranno che è una per ogni familiare. Che mi importa, pensino un po’ quel che gli pare. L’opera d’arte è di grande effetto, non c’è che dire. E nonostante il cane abbia cominciato ad abbaiare da lontano, nessuno s’è alzato. Non c’è fretta. Intorno alle otto, oltre al ritmo cadenzato della goccia di camera mia, sento un grande sbraitare giù in strada. Penso che la mia macchina continua ad essere parcheggiata nel posteggio del cognato, con le sue quattro gomme tagliate. Ci resterà per un pezzo. Ho intenzione di farmi venire a prendere da un taxi da qui al prossimo mese. “Acapulco 91 sarà da lei fra cinque minuti.” Quando scendo le scale per andare incontro al mio taxi, la porta rossocrociata del terzo piano è socchiusa. Dentro c’è gran dibattito. Giù al portone c’è chiasso: una specie di riunione condominiale spontanea. Non appena arrivo io, tutti d’improvviso tacciono. Io passo senza salutare. Loro non salutano. Salgo sul taxi. MARISA Questa mattina ho preso uno spavento incredibile. Esco per andare a scuola e vedo la porta di casa con quattro croci sopra. Ho avuto tanta paura. Mi sono ricordata di un film sul Ku Klux Klan che ho visto in tivù dove facevano così con quelli che poi venivano uccisi. E noi in casa siamo proprio quattro. Prima ho urlato e mio fratello è subito venuto a vedere cosa succedeva e poi quando anche lui ha visto mi ha abbracciato e io mi sono messa a piangere. Ora mi vergogno ma in quel momento non riuscivo a trattenermi. Subito dopo è uscito anche Giovanni e la mamma da dentro casa urlava e chiedeva cosa stava succedendo. I miei fratelli mi dicono che non è niente, che ci sono loro, che non mi devo preoccupare. Io chiedo chi è che ci vuole uccidere. Alfio dice nessuno, io piango più forte perché so che dice una bugia, la mamma non capisce e grida, io dico lo so che quando ti disegnano le croci sulla porta poi vengono ad ucciderti. Allora Giovanni ha detto che è quella merda del quinto piano. Poi io sono rientrata a casa a bere un po’ d’acqua e Giovanni mi ha detto che oggi mi accompagnava lui a scuola. Ma prima lui e Alfio hanno cominciato a discutere: Giovanni era nero di rabbia, voleva spaccare tutto, diceva adesso vado su col cane e lo faccio sbranare. Ma Alfio si è incazzato e ha detto che ci pensa lui, che Giovanni non deve fare proprio nulla e che se gli disobbedisce poi vede. Allora Giovanni gli ha chiesto cosa intende fare. Alfio ha detto che lui non ha paura di nessuno e

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che quello del quinto piano si accorgerà presto cosa vuol dire giocare col fuoco. Ma Giovanni insisteva, voleva sapere le intenzioni di Alfio, ma Alfio ha detto a Giovanni di accompagnarmi a scuola. La mamma voleva anche lei spiegazioni, ma erano tutti troppo arrabbiati per darle retta. Io ho paura. Penso che succederà qualcosa di brutto. NICOLA La sera bussano alla porta. Apro. È Bashar, in compagnia di Polii, la ragazza bengalese del secondo piano. Me la presenta. Lei è timida. Quasi non parla. Lui mi dice che Polii potrebbe venire quando voglio a fare le pulizie. Abita al secondo piano, aggiunge lui. Lo so, dico. Allora basta che la chiamo quando ho bisogno, conclude lui. Se per lei va bene, può venire già domattina, propongo. Polii annuisce. Chiede nella loro lingua a Bashar di chiedermi a che ora. Dalle otto quando vuole, dico, sarò a casa tutta la mattina. Faccio per salutarli, ma la loro resistenza mi fa intuire che abbiamo dimenticato qualcosa. Bashar mi fa presente che dovremmo trattare un prezzo all’ora. Si affretta ad aggiungere che Polii è brava, che lavora in fretta, che non fa passare il tempo invano... Dico che non c’è problema, di dirmi pure tranquillamente il prezzo. “Dieci all’ora,” butta là imbarazzato Bashar. D’accordo. A domattina. Ora, pieno di reverenza, Bashar saluta. Molto più composta saluta anche Polii. La notte passa insonne. Non riesco a rassegnarmi all’idea di quella goccia che perfora il mio timpano. Continuo a guardare se è ora di svuotare il catino. Ma non è ora. Il catino è quasi vuoto, perché l’ho svuotato mezz’ora fa. Mi alzo, incollo una spugna al soffitto. Mi addormento per un’ora, forse nemmeno, poi la spugna, imbevuta d’acqua, ricomincia a rilasciare una goccia alla volta, una goccia alla volta... Sono le sei quando prendo sonno e la ragione è che mi sono spostato sul divano in corridoio, avvolto in una coperta come un diseredato. Mi sembra di aver chiuso occhio da un minuto, quando suonano al campanello. Mi sveglio di soprassalto... Forse stavo sognando... Qualcosa mi dice che si tratta di Alfio... Forse stavo sognando proprio lui. Prima di aprire osservo dallo spioncino della porta. È Polii. Certo, Polii. Ma che ore sono? Le otto. Le apro, avvolto nella coperta come fosse la tunica di un antico senatore romano. Lei, per un attimo, è spaventata. Poi si scusa di essere arrivata così presto. Nessun problema, le dico, la faccio entrare. “Ti faccio un caffè?” Scuote la testa. Sta in piedi impalata, aspettando i miei ordini sulle mansioni da svolgere. “Guarda.” Le mostro il soffitto della camera da cui scende inesorabile la goccia. Lei osserva, solo lievemente turbata. “Molta pioggia,” commenta. “Già. Beh, tu mettiti comoda che io mi metto qualcosa addosso.” Quando esco, vestito, dalla camera, Polii mi dice che mancano le cose per far le pulizie: detersivo, panni, scopa... Polii è bella. Ha grandi occhi scuri, dei capelli neri rigogliosissimi e una lievissima peluria sopra le labbra, armonica con quel suo colore bruno della pelle. Le do dei soldi perché vada a comprare quello che serve. Mi faccio un caffè. Accendo lo stereo. Prendo la telecamera. Controllo che ci sia una batteria carica. Mi chiedo se sia possibile farle qualche ripresa senza che se ne accorga. Forse è meglio aspettare. Polii torna di lì a poco. Polii lava il pavimento scalza. Getta dell’acqua sulle piastrelle e ci cammina dentro. “Ti verrà un accidente.” Non capisce cosa significhi. “Malattia. Ti verrà una malattia.” Sorride, scuote la testa. “Bituata.”

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Il sari è un indumento davvero strano. Nega le forme, le confonde, eppure non riesce a togliere sensualità al corpo femminile. Anzi la esaspera. Dal sari di Polii escono due caviglie sottili. Poco sopra, i suoi stinchi hanno una lieve peluria, ma si intravedono appena. Polii ha ossa sottili. Pulisce in fretta, per dimostrarmi che non ruba i miei soldi. Le chiedo quanti anni ha. “Ventidue,” mi dice. Continua a piovere. Il taxi mi aspetta per portarmi in un ufficio dove mi hanno proposto un nuovo lavoro che, con tutta probabilità, rifiuterò. Si tratta di un contratto per cinque anni presso una multinazionale. Cinque anni sono un’eternità. Non c’è nessuno a cui ho voglia di ipotecare cinque anni della mia vita. Per ora posso accettare solo lavori della durata massima di sei mesi. È sera. Rientro. La mia macchina è sempre parcheggiata nel posteggio del cognato, con le sue quattro gomme squarciate. Il fratello di Alfio è sul portone, col cane al guinzaglio. Parla con la sorellina di dieci anni. Mi vedono arrivare, smettono di parlare. Io mi avvicino per entrare. Il cane ringhia. Ruggeri lascia il guinzaglio un po’ molle. Il cane mi si avventa contro con una violenza sbalorditiva. Il fratello di Alfio tende il guinzaglio e ferma il cane a un millimetro dalla mia gamba. Cerco di trattenere un’istintiva reazione di terrore. Ci riesco solo in parte. Ruggeri non si scusa. Anzi, mi guarda per confermarmi che è stato tutto fatto di proposito. Entro con stizza. A nessuno dei tre sfugge un saluto. Passo dal secondo piano. La porta è socchiusa. Polii non si vede. In compenso c’è un uomo, sulla sessantina, che non mi vede e il gatto bianco che non sa se entrare. Passo dal terzo piano, la porta è sempre tinta di rosso. E chi ve le toglie più quelle croci? Salgo verso il quinto piano. Mi aspetto di trovare qualche “reazione artistica” sulla mia porta. Invece niente. Faccio per infilare le chiavi nella serratura. L’illuminazione delle scale scompare: è saltata la luce? Guardo dalla finestra del pianerottolo e vedo che le altre case dell’isolato sono illuminate. Dunque si tratta solo del nostro stabile. Intimidazioni del Ruggeri minore, evidentemente. Proprio una bella famigliola. Chissà di cosa vivono? Cerco di infilare le chiavi nella toppa, ma non riesco a trovare il buco. Sento un rumore. Qualcosa che si avvicina. Forse mi sbaglio. Cerco di infilare la maledetta chiave, ma mi entra al contrario. Giù in fondo alle scale un abbaiare secco, come un grido di guerra, del pit bull dei Ruggeri. Riesco ad aprire la porta. Entro. Accendo lo stereo. Apro il frigo: devo chiedere a Polii di farmi la spesa di tanto in tanto. Mi mangio uno yogurt. Contemplo le macchie e il buco. Cambio CD. Mi tolgo le scarpe. Dopo qualche minuto sento un fruscio dietro la porta, guardo dallo spioncino e il cane dei Ruggeri è lì fuori, solo, si mette ad abbaiare come un ossesso e a graffiare la porta. Nessuno che lo tenga al guinzaglio, me l’hanno mandato per avvertirmi. Maledetto cane. Domani risolvo il problema, lo giuro. Polii è puntuale. Si è portata un ferro da stiro per prendersi cura delle mie camicie. Mi prendo il caffè osservandola lavorare. Oggi sembra più rilassata, meno sulla difensiva. Sembra godere della musica dello stereo. Sorride persino della mia tempesta di domande. “Com’è possibile? Ventidue anni e già sei sposata?” “Mio paese sposa presto.” “Hai figli, Polii?” Annuisce con quella solita riservatezza, questa volta mescolata ad un grumo di nostalgia. “Quanti?” “Due.” “E dove sono?” “Con marito. Bangladesh.” “E perché sei venuta tu a fare fortuna e non lui?” “Venuta con mio padre. Lui bisogno una donna. Mamma vecchia troppo, altre sorelle più tanti figli, loro curano miei bambini.” Polii mi ha spiegato che il padre sta cercando di comprare la casa per fare il ricongiungimento

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familiare. Ma al secondo piano non vogliono vendere e comunque lui non può comprare senza il permesso di soggiorno. Le ho spiegato che ci vogliono molti soldi e un lavoro stabile per accendere un mutuo. Ma lei sostiene che il padre ha messo da parte abbastanza soldi. Solo che non ha il permesso di soggiorno. Credo non abbiano idea dei soldi che ci vogliono. Polii ha finito con le camicie. Le chiedo se mi può dare una lavata al pavimento della camera, questa notte si è rovesciato il catino con l’acqua piovana. Polii lascia le ciabatte vicino all’ingresso e, scalza, comincia a lavare. Dopo un istante mi accorgo che si è fermata. L’acqua si è tinta di rosso. Polii mi mostra una puntina. Era sul pavimento, non l’ha vista e le ha tagliato il piede. Le chiedo di farmi vedere. Lei dice che non è niente. Insisto. Mi siedo sul letto e prendo il suo piede tra le mani. Lei non vuole. Le dico di aspettare. Bisogna disinfettarlo. Prendo dell’acqua ossigenata e del cotone. C’è un piccolissimo taglio. Le strofino il cotone. Le chiedo se le fa male. Scuote la testa. È imbarazzata da questa intimità. Le chiedo scusa per la puntina. Dice che non c’è niente di cui scusarsi. La guardo negli occhi, per un istante nessuno dei due parla. Il suo piede nella mia mano la costringe a resistere in quell’imbarazzo. Abbassa lo sguardo. Le dico che ha degli occhi bellissimi. Lei si riprende il suo piede e ricomincia a strofinare in terra. Le dico di lasciar perdere con le pulizie. Oggi finirò io. Accetta subito, cogliendomi un po’ di sorpresa, e prepara velocemente tutte le cose per andarsene. La saluto. Mi saluta senza guardarmi. Se ne va. Esco anch’io. Vado a procurarmi del veleno e tre grosse bistecche. La notte la serranda del garage di Alfio è chiusa. Dentro ci dev’essere quella gente buttata a terra a dormire. Chi sono? Suoi ospiti? Perché sono là? In cambio di quali lavoretti? Non c’è che da domandarlo a loro. Busso contro il metallo della serranda. Nessuno risponde. Busso di nuovo, più forte. Una voce straniera mi rivolge la domanda d’obbligo: “Chi è?” Rispondo senza mentire: “Io.” La serranda si alza. Mi infilo dentro prima che possano capire chi sono. Appena capiscono che non sono un Ruggeri comincia un gran fermento; gente che si alza dai giacigli, due che mi vogliono spingere fuori, quello che mi ha aperto che mi domanda chi sono, cosa voglio... Io rispondo con domande. Dico di essere amico di Alfio. Non mi credono. Chiedo quanto li paga Alfio per fare il lavoro che fanno, fingendo di conoscerlo, e dico di poter offrire di più per lo stesso tipo di affari. Cominciano a litigare fra loro. Quello che mi ha aperto si sta prendendo i rimproveri di tutti, uno è uscito, probabilmente è andato a chiamare Alfio. In due mi spingono verso l’uscita. Cedo. Sento che è giunta l’ora di andare. Salgo veloce le scale. Incontro quello che è uscito a denunciarmi fermo davanti alla porta dei Ruggeri che aspetta che gli aprano. Lo supero e mi fiondo verso casa. Prima di aprire la porta sento il fratello di Alfio che ascolta l’albanese parlare concitato. La mattina trovo tutti i vetri della macchina sfasciati. Non me ne importa molto di più delle gomme o dei tergicristalli, ma decido di chiamare la polizia. Solo per tenere il culo caldo ai Ruggeri. Oggi Polii non è ancora venuta. Strano. La polizia invece arriva in fretta. L’ho chiamata con urgenza. Mi chiedono di cosa si tratta. “Innanzitutto il cane. Si tratta del cane dei Ruggeri, terzo piano, è un pit bull pericoloso quanto i suoi padroni. Guardi la mia porta. Vede quei graffi? Lo lasciano libero quel cane spaventoso. I miei vicini hanno un bambino piccolo. Uno di questi giorni verrete qui per risolvere qualche caso più grave se non vi decidete ad abbatterlo quel cane.” “I vicini sono della stessa opinione?”

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“Di sicuro. Solo che hanno paura. Vengono dal Bangladesh, hanno mille problemi, non se la sentono di fare cose ufficiali, denuncie, polizia. Però hanno diritto a non essere sbranati, no?” “Ci faccia entrare per favore. C’è bisogno di un verbale. Comunque non possiamo abbattere un cane senza un fatto di pericolo accertato.” “Lei non immagina quanto macabre mi suonano le sue parole.” Stendiamo il verbale. Mi tengo in serbo le cose più gravi per il crescendo drammatico. Racconto dei loschi intrallazzi della famiglia Ruggeri, il garage pieno di clandestini, le loro continue beghe... Chiedo se hanno visto la loro porta, chi gliel’ha conciata in quel modo? Perché? Ci sono faide continue. Nessun problema se non mettessero in mezzo anche gli altri condomini. Che passino a dare un’occhiata alla mia auto, prima di andarsene! Lo sanno quanto tempo ci hanno messo a conciarla così? La polizia prende nota. Mi fanno firmare. Prima di andarsene mi dicono che Alfio è già stato dentro, per concorso in omicidio. Ma da tempo pare non abbia più avuto problemi con la giustizia. Poi cominciano gli accertamenti. Interviste ai condomini, interrogatorio ai Ruggeri, sopralluoghi presso la mia auto. I sopralluoghi nel garage non si possono fare, mi dicono: serve un mandato. Quegli idioti chiedono ad Alfio se c’è qualcuno nel garage. Lui, senza problemi, li conduce ad un sopralluogo volontario. Il garage è stato svuotato, però: nessuna traccia di albanesi, di materassi, di cose strane. La polizia penserà che sono un mitomane. È stato un errore mettere in mezzo la polizia. Ho fatto la figura del paranoico. E i Ruggeri se la rideranno per come mi hanno fregato. Quando l’ha sgombrato il garage? Già questa notte o dopo l’arrivo della polizia? La polizia dice che al momento non ci sono prove contro i Ruggeri, ma li terranno sotto controllo. Ringrazio. Ma mi maledico: non avrei dovuto chiamarli. Precedente penale, concorso in omicidio, mica furto di autoradio, lo dicevo che quello è uno pericoloso. Ma non mi fa paura. Posso continuare benissimo da solo, senza polizia né tribunali. Li faccio sloggiare da qui. E coi loro stessi metodi da sfasciacarrozze! Chiedo a Bashar cos’abbia detto alla polizia. Mi confessa di aver detto che il pit bull non gli ha mai dato problemi. Non mi aspettavo altro, va bene così. Al cane ci penserò personalmente. Chiedo a Bashar se può almeno avvertire Polii che ho bisogno di lei. Di lì a qualche minuto suonano alla porta. Apro, convinto si tratti di Polii. Invece è la sorella di dieci anni dei Ruggeri. Mi consegna un biglietto e scappa veloce giù per le scale. Sul biglietto c’è scritto: “Da qui te ne vai presto. Vivo o morto. Promesso.” Vedremo chi se ne va e come. Chiudo la porta. Pochi minuti e suonano di nuovo. Questa volta dev’essere Polii. Osservo dallo spioncino. È il padre di Polii. Apro. Mi dice che è venuto per i mestieri. Come per i mestieri? Mi dice che Bashar gli ha detto che avevo bisogno. Certo, ma Polii? Mi dice che Polii non può più venire. Chiedo perché. Perché non sta bene, mi liquida. Lo faccio entrare. Lo metto a sedere. Gli offro un caffè, che rifiuta. Un tè, rifiuta. Dell’acqua, accetta per sfinimento. Gli chiedo di confessarmi molto francamente se c’è qualche problema, se i soldi non sono sufficienti... Lui nega. Allora fingo di indovinare che si tratti dell’incidente della puntina. Non si ripeterà, starò più attento, prometto. Lui dice che non si tratta di questo. Cosa allora? Insisto. Lui si ammutolisce. Allora cambio discorso. Uso le informazioni che mi ha dato Polii per parlare della sua situazione. Gli domando della casa, del mutuo, del permesso di soggiorno. “Io c’è soldi, ma non c’è pirmesso.” “Lo sa quanti soldi ci vogliono per accendere un mutuo?” Lui annuisce. “Minimo trenta milioni,” insisto. “Io c’è trenta miglioni. Non c’è pirmisso. E padrone non vuole vendere casa.” Rimango stupito, ma mi rassegno all’evidenza. Gli dico che se lui vuole lo posso aiutare col per-

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messo di soggiorno: ho delle conoscenze. Però si deve fidare. Vedo un raggio di luce sul suo volto. Mi chiede se lo posso davvero aiutare. Gli dico di sì. Ma lui si fiderà di me? Annuisce. Gli dico di andare, ora, e di dare a Polii, la prossima volta che viene, tutti i documenti che ha. Lui si alza. Ringrazia più volte, in modo sottomesso ed eccessivo; chiede anche scusa. “Si figuri,” lo congedo. Leggo bene le istruzioni sulla confezione del tossico che risolverà presto uno dei miei problemi. La sera noto che gli albanesi hanno fatto ritorno. Dietro la serranda c’è un diffuso vociare, che qualcuno zittisce. Noto anche che qualcuno ha forzato la porta della mia macchina. Per farci cosa, visto che i vetri sono sfasciati? Per sabotarla? Metterci una bomba? Farmi saltare in aria come un giudice? Illusi. Da qualche ora ha cessato di piovere. Ne approfitto per farmi una passeggiata. Scopro che le vie intorno a casa sono scarsamente illuminate: osservando meglio vedo che alcuni lampioni sono stati presi a sassate e rotti. Devo procurarmi un’arma. È pericoloso ormai vivere qui. Decido repentinamente di tornare verso casa, ho un po’ di foschi presagi. Ma ci arrivo indenne, senza trappole o imboscate. Pronto alla prima notte non insonne, sempre che non ricominci a piovere. Invece non dormo e mi scopro vittima di un’altra insonnia più profonda e corrosiva. Il gioco si sta facendo pesante. È in questo genere di cose che la gente come Alfio perde il controllo. E quando quella gente perde il controllo e si fa guidare dalla rabbia e dalla paura, non si sa cosa possa succedere. Ma non mi voglio fermare. Anche se, in fondo, di questo appartamento al quinto piano a me non importa un accidente. Ma non è questa la posta in gioco. Alfio non lo può sapere. Per questo perderà. Lui non sa che deve pagare un po’ di conti lasciati scoperti da predecessori come lui. E può star certo che li pagherà. Ma devo stare attento. Sto giocando a scacchi con un giocatore di rugby: non devo dare per scontato che le sue reazioni siano come me le aspetto. ALFIO Marisa è la mia sorellina. È lei che l’altra mattina ha scoperto le croci sulla porta. Si è spaventata a morte. Povera piccola. È venuta da me a piangere. Mi ha chiesto chi è che ci voleva uccidere. Poi mi ha fatto promettere che nessuno l’avrebbe uccisa. Gliel’ho promesso. Le ho anche detto che era solo uno scherzo, che era qualche stronzo che non aveva il coraggio di battersi di persona. Ma che non c’era pericolo. Che sapevo chi era e che poteva stare tranquilla. Mi ha chiesto chi era, di dirlo anche a lei. Non glielo volevo dire, per non terrorizzarla, ma poi ci ha pensato Giovanni a dirle che era il tizio del quinto piano, quel Nicola. Mi stupisce quel coglione. È meno fighetto di quel che pensavo. Non so se li ha fatti da solo questi lavoretti, il citofono, il campanello, la cassetta della posta, le croci o se li ha fatti fare a qualcuno. Certo non l’avrei detto che si sporcava le mani come un teppista. L’infermiere l’altra mattina non sapeva come fare a farsi aprire, ha dovuto citofonare ai vicini. Quelli non capivano e non gli aprivano. Ma me le paga tutte. Non ha capito con chi ha a che fare. Può fare lo sbruffone quanto gli pare a farsi venire a prendere in taxi invece di aggiustarsi la macchina, ma non deve mettere il naso negli affari miei o credere di potermi minacciare. Quel bastardo si è infilato nel garage e per poco mi fa beccare di nuovo dalla polizia. Peggio per lui. Se non se ne vuole andare da qui con le buone, io lo faccio fuori. Lui non sa che io faccio sul serio. Lui crede di giocare a fare il cowboy, ma ha a che fare con uno che non ha paura ad uccidere una persona. Uccidere una persona è diverso da disegnare una croce. Se ne accorgerà. Quando mio padre è morto la baracca l’ho tirata avanti io. E mio padre lo sapeva che l’avrei fatto. A modo mio. Di sicuro non come lui. Ma sapeva che poteva andarsene all’altro mondo tranquillo, che Marisa non ne correva di pericoli a stare con me. Mi è dispiaciuto così tanto che si sia spaven-

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tata a quel modo l’altro giorno. Avrei voluto fare qualcosa. Ma lei piangeva, piangeva... può stare tranquilla però. Alfio lo sa che cosa si deve fare. E se c’è da andare in fondo, andremo in fondo. Ho parlato con Giovanni, poco fa, Giovanni è un uomo ormai, ed è come me. Mi ha detto che lo odia quel bastardo. Poi mi ha confessato che l’altro giorno l’ha minacciato col cane. L’ho sgridato. Gli ho detto che non deve fare niente di testa sua. Niente che non gli dico io di fare. Ma sono contento che Giovanni abbia quel carattere. Lo stronzo sta cercando di farsi amici gli arabi del palazzo. Forse pensa di potermeli aizzare contro. Ma loro lo sanno chi comanda e se c’è bisogno glielo ricordo. La merda del quinto piano è pieno di soldi da buttare, dà lavoro a quella del secondo piano, cerca di ingraziarseli tutti, però quando c’è da rifare il tetto viene da me a piangere miseria. Gliela faremo pagare a quello stronzo. Si pentirà di essere venuto a stare qui. Credeva di fare il furbo a denunciarmi alla polizia: ha visto che non sono un coglione, e la polizia ha capito che è lui il deficiente. Ora si fa senza polizia, amico. E non sai con chi hai a che fare. NICOLA La mattina vengo svegliato da Polii, che alle otto suona. Le apro. Mi saluta senza alzare gli occhi, come se si sentisse in colpa o fosse stata rimproverata. La faccio entrare. Mi consegna i documenti che il padre le ha dato. Li appoggio sul tavolo. Mi faccio un caffè e li sfoglio: fotocopie venute male con fotografie di indiani troppo impettiti, incomprensibili scritte orientali tradotte in italiano, timbri di questure e prefetture. Polii non parla, io neppure. Non accendo lo stereo. Solo i rumori discreti delle sue faccende. Prendo la telecamera. Comincio a filmare dalla finestra, poi filmo Polii che lavora. Lei non vorrebbe, ma non dice nulla, anzi, finge di non accorgersene. Vado più vicino. Filmo la sua nuca. Lei lascia che i capelli la proteggano un po’. Filmo le sue mani, i suoi piedi bruni nell’acqua. Polii non protesta. Oggi sa di non poterlo fare. Ha già sbagliato una volta a cercare di sfuggirmi. Suo padre la rimprovererebbe di nuovo; ormai deve averle spiegato che io sono un amico al quale si deve amicizia e un po’ di gratitudine. Mio padre diceva: “Se vuoi davvero qualcosa, non fingere di non volerla, sperando che gli altri non se ne accorgano e te la concedano; piuttosto fai capire che sei disposto a qualunque cosa per averla; scoraggiali dallo sperare di potertela negare.” Dal mio balcone al balcone del terzo piano ci vuole una corda ragionevolmente corta. A questa corda ci ho appeso tre bistecche: una sola basterebbe ad ammazzare un cavallo. Sul balcone del terzo piano ci dorme un cane il cui riposo, questa notte, spero sarà infinitamente profondo. Ho preso accordi anch’io con degli albanesi. Alfio ha ragione. Gli albanesi sono spesso più concreti e ragionevoli dei bengalesi, anzi degli “arabi”, come dice lui. Spesso basta accordarsi sul prezzo e ci si è accordati su tutto. I miei albanesi sono solo due, e giovani, ma hanno le idee piuttosto chiare. Ho chiesto loro di darmi una mano, perché mi sento in pericolo. E loro sono stati subito comprensivi. Mi hanno chiesto chi è che bisogna togliere di mezzo. Il difetto dei giovani a volte è di correre troppo in fretta. Ho scoperto che la serranda non è l’unica via d’accesso al garage. Ci si può arrivare anche da un’altra porticina, vicina al ripostiglio. Solo che è sempre chiusa. I miei nuovi amici, oltre ad essere ben determinati, hanno anche strumenti per ogni sogno che si voglia realizzare. Così ho chiesto loro, una di queste notti, di aiutarmi a fare un’improvvisata ai loro compaesani. Non si sono tirati indietro. Ennesima notte insonne. Il maledetto cane, per qualche ragione, ha dormito in casa. Non vorrei che i Ruggeri si fossero lasciati prendere dalla compassione e volessero risparmiarlo dal freddo. Questa mattina Polii mi sveglia senza suonare. Preferisce urlare. Quando apro è ancora angosciata. Sulla mia porta, durante la notte, qualcuno ha voluto farmi la gradita sorpresa di appendere il gatto bianco di Polii sgozzato. La faccio entrare, sedere, lentamente calmare. Oggi accetta un tè. Le

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passo una mano sulla spalla, per confortarla. Lei si scioglie in lacrime. Cerco di farle capire che nessuno ce l’ha con lei, che non deve preoccuparsi. Lei annuisce e piange. Le dico che ho parlato con quelle persone dei documenti e che mi hanno detto che è tutto a posto. Si rasserena un po’. Le dico che mi dispiace per il gatto. Non ne sembra consolata. Beve un altro po’ di tè. Le chiedo se un giorno di questi si fermerà a prepararmi qualche pietanza tipica del Bangladesh. Dondola la testa, è un sì. La faccio tornare da suo padre: oggi niente pulizie. E mi accendo lo stereo. Tolgo di mezzo con disgusto il cadavere puzzolente di quel gatto. Disinfetto porta e pianerottolo. Mi chiamano durante il giorno proponendomi tre lavori diversi: due noiosissimi, uno in televisione. Ai primi due rispondo no, per il terzo accetto il colloquio. Scendo per farmi una passeggiata. È già buio. Qualcosa mi dice che non dovrei, ma non mi va di farmi intimidire dai penosi messaggi macabri di Alfio. Voglio che capisca che non mi fa nessuna paura. Sto per infilarmi nelle strade dai lampioni oscurati, quando vedo Alfio uscire dal portone col cane al guinzaglio. Prendo in considerazione l’ipotesi di tornare indietro, poi di scomparire prima che mi veda. Troppo tardi per entrambe le cose. Mi ha visto. Si è fermato sul portone. Accelero, scompaio dietro l’angolo. Sento un grido, un incitamento: ha aizzato il cane, il maledetto cane. Gelo tra i denti e nella schiena. Corro verso il primo negozio. Non devo commettere errori, la porta più vicina... La saliva sa all’improvviso di aceto. Sento un fruscio in lontananza... Sinistra, venti metri, è lì che devo entrare. Penso alla frase del poliziotto, un fatto accertato... Accelero quanto posso. Un fatto di pericolo accertato... Maledetta polizia, sempre dopo arrivano. Sento lo scalpitare soffice delle zampe del mostro. Arrivo al negozio di ceramiche qualche istante prima che mi raggiunga. Ho il fiatone. Dentro, la radio ad alto volume nasconde il baccano del cane, che fuori dalla porta si dispera per non essere riuscito a dilaniarmi. La signora non si accorge di nulla. Fingo di interessarmi di ceramiche. Ma il fiatone non mi consente quasi di parlare. La signora mi domanda se è per me o per un regalo. Regalo, dico, poi le chiedo se per favore posso usare un istante il suo bagno. “Ma certo, doveva dirlo subito,” mi dice gioiosa, credendo di intuire che il fiatone sia dovuto all’urgenza della pipì. Mi precipito al cesso. Ci resto quanto posso. Al mio ritorno guardo subito verso la porta. Niente cane e niente padrone. Ma Alfio non può non sapere che sono qui. Il cane era lì che mi denunciava. La signora mi chiede se voglio davvero qualcosa o se era solo per il bagno. Alfio mi starà aspettando dietro l’angolo. “Naturalmente voglio davvero qualcosa. Un regalo.” “Animali, cose astratte o fiori?” Prendo il cellulare e chiamo un taxi. “Signora, che civico è qui esattamente?” “Dodici.” Chiamo un taxi al dodici. Compro un piatto orrendo con due uccelli che volano sul mare. Di lì a poco il taxi viene per condurmi, cento metri più in là, a casa. Di Alfio e del cane più nessuna traccia. E per la seconda notte il balcone è disertato. Dormo poco e male e con lo stereo acceso. La mattina regalo il piatto a Polii. Lo accetta, turbata, ma senza protestare. Le chiedo se è capace di fare i massaggi, che da due giorni ho la schiena rotta. Scuote la testa senza sorridere. “Sicura?” Conferma. “Allora ti insegno. Così potrai farlo anche a tuo marito, se avrà mal di schiena.” Attendo un assenso che non viene.

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“Non mi sembri entusiasta.” Lei annuisce con rassegnazione. Ormai non osa più disubbidirmi su nulla. Non mi piace quella maledetta rassegnazione. “Tuo marito sta per arrivare, sai? Non ci credi?” Annuisce di nuovo, senza convinzione. Allora prendo il telefono e chiamo quelli che conosco, a cui ho chiesto di portare avanti la pratica. Faccio il nome del padre di Polii. Lei adesso mi sta a sentire ben più interessata. Insisto perché facciano in fretta. Faccio la voce grossa, posso farlo, ho tanti di quei favori da riscuotere... Mi dicono che è questione di pochissimo. Metto giù il telefono. Sorrido a Polii e lei si sforza di sorridere. Le chiedo di stendersi sul letto, le voglio insegnare come si fa un massaggio. Lei dice che lo sa fare. Allora accendo lo stereo, mi tolgo la camicia e mi ci stendo io sul letto. Polii mi monta sulla schiena e comincia a passarmi le sue dita sottili intorno al collo. Non è molto brava, ma il suo profumo misto di detersivo e sabbia mi fa impazzire. Mi giro. Voglio vedere quegli occhi neri. Lei mi massaggia il petto, cercando di evitare il mio sguardo. Ora il suo corpo è appoggiato sul mio pube. Non può non sapere che sto morendo di desiderio. Appoggio una mano delicatamente fra i suoi seni. Lei la sposta, con dolcezza. Sa che suo padre si arrabbierebbe molto se adesso lei corresse da lui a parlar male di me. Ci riprovo. Di nuovo Polii sposta la mia mano. Chiudo gli occhi e faccio un respiro profondo. Lei mi teme, lo so. Non faccio nulla per rassicurarla e nulla per costringerla. Lei mi mette una mano nei pantaloni e con le sue dita sottili fa in modo di calmarmi. È notte. Gli albanesi hanno portato il piede di porco, io la telecamera, loro anche due pistole. Sfondiamo la porticina laterale e sorprendiamo i compaesani dei miei amici nel sonno. Accendo la luce. A far tacere il principio di caos che si sta generando ci pensa Daniel, mostrando le pistole e parlando in lingua madre. Io accendo la telecamera e spiego che non voglio far loro del male. Devono solo dire il nome del loro capo, di che cosa si occupano e quanto prendono. Per un attimo è un mortorio, poi ci pensa Daniel a ravvivare la serata con un avvicinamento quasi amoroso della pistola al cranio del più anziano. Decidono di parlare, naturalmente. Cominciano a farlo in albanese. Li prego di voler essere così gentili di farlo in italiano. Vien fuori che non si occupano di droga o traffico di organi, ma che sono una banda di operai in nero al seguito di Alfio: fanno di tutto, dai traslochi all’idraulica, dalla muratura agli impianti elettrici. Naturalmente senza permesso di soggiorno, senza assicurazione, senza documenti; col sogno di farsi la villetta, portarci la famiglia ecc. Alfio è il loro caporale, li illude, li sfrutta e li fa dormire in garage. Per il mio scopo va bene anche così. Il caporalato è punito in questo paese e io ho filmato tutto. I due albanesi danno gli ordini ai compaesani: fino a domani nessuno riveli ad Alfio cos’è successo. Domani il più anziano gli consegni questo biglietto. “E se fa storie per la porta, dite che uno di voi ha fatto un’uscitina ed è tornato ubriaco.” Accettano, naturalmente. Io e i miei due ci diamo appuntamento a domani e ci separiamo. Torno in camera col batticuore. È andata liscia. Metto a posto la videocassetta, bevo un sorso infinito di cognac e vado sul balcone a controllare. Anche la notte sembra quella giusta: il cane è tornato al suo posto. In cielo c’è una luna quasi piena. Non la si vedeva da un pezzo con tutto questo piovere. Non riesco a non pensare a Polii. Sono contento che presto le cose si aggiusteranno per lei... Anche se, chi può dirlo cosa sarebbe stato davvero meglio? Forse alla fine tra tutti questi avventurieri in cerca d’Eldorado gli unici a cui va davvero di lusso sono quelli che falliscono e che se ne tornano a casa loro. Almeno un Alfio lo si troverà anche in Bangladesh o in Albania. Accendo lo stereo. Un altro sorso di cognac. Allungo la corda a cui ho appeso le bistecche fino al terzo piano. Lentamente. Superato il balcone del quarto piano comincio a far ondeggiare la corda. Ecco che il cane si accorge ed abbaia. Crederanno che stia vedendo gli spiriti. Perfetto. Si è avventato sull’esca e sta sbranando la carne come se facesse un torto a qualcun altro che a se stesso.

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Mangia, mangia. Sembra gli piacciano le bistecche insaporite di tossico. Buon per te. E buona fortuna per il lungo viaggio che ti attende! La mattina mi sveglia un sole che sembra primaverile. Ho dormito bene, che strano inconscio devo avere. Quando ci sarebbe da stare in ansia mi rilasso. Oggi Polii non è venuta. Come le avevo chiesto. Di sotto non sento ancora baccano. È presto forse perché se ne siano accorti. Si accorgeranno. Il buco sul soffitto è lì che mi guarda. Ride. Si prende gioco di me. Non per molto ancora. Il taxi mi aspetta per il colloquio di lavoro. Scendo. Passo volentieri e con calma al terzo piano, indugio un istante davanti alla porta sfregiata dei Ruggeri: nemmeno un sospiro. Mi viene da pensare: un mortorio, e sorrido. Scendo. Prendo il taxi. Vado. Sono calmo, come se fosse una giornata qualsiasi. Invece il biglietto che Alfio si vedrà consegnare dai suoi schiavi dice che ormai è fottuto, che la polizia sta per avere le prove che è un criminale, ma che se vuole ne possiamo parlare con la solita civiltà, al solito posto, nei vicoli bui dietro casa. Lo prego questa volta, per favore, di non portare il cane. Chissà se questo genere di umorismo nero lo farà scompisciare dal ridere. Notte. I miei due albanesi sono pronti per la sorpresa. Io pure. Una l’ho già avuta al mio rientro: la mia macchina è stata incendiata (bene, più di questo non le possono più fare, poveretta). Buon segno: Alfio l’ha presa bene. Ora mi aspetto che venga all’appuntamento. La luna non è ancora piena. Lo sarà domani notte, probabilmente. È incredibile come la gente non abbia nessuna capacità di riconoscere i propri errori e i propri limiti. È una società senza speranza la nostra. La cultura non serve più a nulla e a nessuno; il rispetto per gli altri è solo un difetto di autostima; un corso di tiro al bersaglio è più utile di una laurea in filosofia. Ci ho battuto la testa per trentacinque anni contro questo muro. Non mi capacitavo che non crollasse. Non lo potevo accettare. Oggi scopro che quel muro è orrendo, ma ineluttabile. E confesso di provare un sottile piacere all’idea di non doverlo demolire. Perché in fondo è questa la causa di tutto: l’ossessione che un giorno mi hanno inculcato di avere il compito etico di demolire quel muro. Perché? Perché io? Io non sono responsabile di questo muro. Non lo sono più di chiunque altro. Ed è impossibile, nel modo più assoluto, cercare di distruggere un muro che migliaia di persone ogni giorno sono impegnate a difendere e ad accrescere. Ho scoperto il piacere di osservare la sua possente architettura. E ho scoperto che se tengo la testa lontano dalla tentazione assurda di sfondare un muro di cemento, io sono forte quanto chiunque altro; anzi, ben più forte. Oggi non ho nessuna paura. Anzi, confesso di provare piacere: il piacere di vivere in una giungla avendo il corpo e la potenza di un leone e l’apparente fragilità di una gazzella. Alfio non sta arrivando. È in ritardo. I miei sicari si stanno spazientendo. Borbottano continuamente fra loro cose a me incomprensibili. In fondo alla strada ancora nessuno. Dico loro di pazientare. Alfio arriverà. È troppo stupido per non venire. Ma in fondo alla strada ancora nessuno. Mio padre diceva che non c’è cosa peggiore che cambiare le regole del proprio gioco per vincere a qualunque costo. Ma quali sono le regole del mio gioco? E quando le avrei decise, stipulate, sottoscritte? Le regole le fanno sempre altri. Le mie regole del gioco di cui parlava mio padre non erano altro che le sue regole del gioco. Perché dovrei immolarmici? Non basta che l’abbia fatto lui? Io non ho regole da dettare al mondo. È uno sforzo eccessivo e senza alcuna possibilità di successo. Io non ho difficoltà a stare alle regole del mondo. Se sono le regole della giungla, allora sono pronto: che i lupi ululino e i leoni ruggiscano! In fondo alla strada un uomo. Ma non è Alfio. È il vecchio albanese del garage. Viene con un’aria mite e timorosa. Di sicuro l’ha mandato Alfio. Perché? Per fare cosa? Non sembra armato e non così malintenzionato. Sono sorpreso. E seccato. Ci raggiunge. Comincia a parlare ai miei due scagnozzi. Lo fa in albanese. Non ci capisco un accidente. Intimo loro di parlare italiano, ma non mi danno retta. Parlano fra loro, in modo concitato. Daniel gli fa una raffica di domande. Quello risponde. Sempre con quell’aria bastonata. Non mi rassegno: chiedo a Daniel di spiegarmi subito cosa sta succedendo. Daniel mi fa segno di aspettare e conclude la conversazione con l’uomo.

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L’uomo si allontana. Chiedo a Daniel se finalmente si può degnare di dirmi qualcosa, visto che lo pago. Daniel è dispiaciuto: dice che il nostro affare non si può più fare. Perché? Domando. Mi spiega che Alfio è amico del loro capo. Hanno affari assieme. Perciò Daniel e il suo socio non possono toglierlo di mezzo. Resto sbalordito. Da dove spunta adesso tutta questa subordinazione e lealtà? Dove siamo? Al Rotary Club? Taglio corto: gli dico che posso pagare molto bene, il doppio, il triplo... Niente da fare, non accettano. Sono esterrefatto. Dico a Daniel che sono in pericolo, che non mi può lasciare così. Daniel mi guarda dispiaciuto. Ci pensa su un po’, poi mi propone di comprare la sua pistola. Io esito. Non so nemmeno come si usa una pistola. “Solo per difenderti,” mi fa Daniel. Che ho da perdere a questo punto? Accetto. Gli chiedo quanto vuole. Non vuole nulla. Ci lasciamo. Al mio rientro il portone è vuoto. Salgo al terzo piano. Prendo fiato. Busso. Ancora non hanno aggiustato il campanello. Il maledetto cane abbaia. Come può abbaiare? Mi avevano assicurato che quella dose di veleno avrebbe ammazzato un elefante! La porta si apre. Appare la madre dei Ruggeri, zoppicante e più torva del solito. “Sono contento che si sia rimessa. Peccato però che finirà per cadere di nuovo; c’è qualcuno a cui non piacciono i lampioni in strada.” “Che vuole ancora?” Noto che il cane non è lo stesso. L’hanno rimpiazzato con un altro pit bull. Che rapidità. Il lutto si elabora in fretta in questa famiglia. “Questa è una videocassetta. Dite ad Alfio che la polizia sta per avere l’originale. C’è solo una cosa che può fare per evitarlo. Che ve ne andiate tutti e subito da questo stabile.” La donna prende la cassetta. Risponde con uno schietto: “Vaffanculo.” E mi sbatte la porta in faccia. L’indomani faccio portare via la macchina dal carro attrezzi. All’operazione giù in strada assistono tutti i condomini. Io li ignoro, tranquillo. Quelli del carro attrezzi mi domandano se voglio sporgere denuncia contro ignoti. Dico di no. Tutti sono lì al portone a guardare, compreso Alfio, che mi guarda con un’espressione piena di odio. Aggiungo che non voglio sporgerla “contro ignoti” ma contro il signor Alfio Ruggeri. Un vociare si agita intorno al portone. Con sguardi perentori Alfio li zittisce tutti in fretta. Io evito di guardare in quella direzione. Quelli del carro fanno il verbale, io ci metto la firma, loro se ne vanno, con quel che resta della mia auto. Resto solo in prossimità del posteggio. I condomini si dileguano. Alfio resta sul portone. Niente cane questa volta. Io mi allontano a piedi verso i vicoli bui. Alfio viene raggiunto dalla sorellina. La sgrida. Le dice di tornarsene su in casa. La sorella protesta, dice ad Alfio di andare con lei in casa. Ma lui ha un altro progetto. Vedo che Alfio si incammina verso di me. Ha deciso di seguirmi. Bene. Volto l’angolo e per un attimo non li vedo più. Mi immergo nel buio dei vicoli con la mano stretta alla pistola. MARISA Scompaiono dentro le strade buie. Quel tizio davanti e mio fratello dietro. Alfio mi dice di lasciarlo in pace e di tornare su dalla mamma. Io resto lì per vedere cosa succede, ma dopo un po’ non si vede più niente perché tutti e due hanno girato l’angolo. Allora comincio ad aver paura, perché quel Nicola non mi piace per niente e so che mio fratello, quando si arrabbia, perde la testa. E adesso è davvero molto arrabbiato. Poi è buio e i lampioni non funzionano. Così tutto fa ancora più paura. Per strada non c’è più nessuno. C’è silenzio. Buio e silenzio. Sento uno sparo. E poco dopo un altro sparo che sembra diverso dal primo e più forte. Ho ancora più paura e mi nascondo sotto le scale del palazzo.

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La polizia ora viene sempre a casa nostra. Mia madre dice che sono dei figli di puttana: Alfio è morto, Nicola l’ha ammazzato e invece sembra che la polizia vuole arrestare noi e quello lasciarlo stare. Anche mio fratello Giovanni dice che siamo sempre noi gli imputati. Ma dice anche che gliela farà pagare senza tribunali e senza polizia. Dice che Nicola non la passerà liscia, dovesse prendersi dieci ergastoli. Al funerale di mio fratello io non sono molto triste. Non so perché. Volevo molto bene ad Alfio, ma non riesco a piangere. È tutto come un film in questi giorni e non so come andrà a finire. La mamma piange, Giovanni però no: ha la faccia incazzata e porta la bara di Alfio come se può farcela da solo. Lui è troppo infuriato. Sento che farà qualche cazzata. Anch’io sono arrabbiata che mi hanno ammazzato il mio fratello maggiore, ma non voglio che adesso per questo dobbiamo morire tutti. Quel Nicola del quinto piano però vorrei vederlo in prigione per quello che ci ha fatto. Ma la mamma dice che quello ha appoggi in alto e la polizia lo protegge. Mio fratello dice che gli daranno la “legittima difesa”. Dice che quello ci metterà contro tutti gli arabi. Mia madre oggi mi ha detto che da questa casa non se ne andrà se non stesa dentro a una bara. Natale è vicino. Sarà il più brutto Natale della mia vita. Lo sapevo che quelle croci sulla porta ci volevano tutti e quattro morti. Quando la polizia mi interroga non mi vengono le parole. Dico che mio fratello era molto arrabbiato, poi mi pento e allora dico che però mio fratello era buono, e loro sorridono. Allora io divento muta. Dico che non ho visto quello che è successo nel vicolo, ma che anche se non l’ho visto, lo so cosa è successo. Loro mi chiedono se lo sapevo che Alfio aveva un traffico di clandestini nel garage. Io dico la verità: quelli erano lavoratori e per fortuna che c’era mio fratello a farli lavorare, sennò come li mandavano i soldi a casa e come facevano a sfamarsi e siccome non avevano ancora trovato una casa, allora per un po’ Alfio li lasciava stare lì nel garage. È meglio dormire in un garage che per strada, no? La polizia vuole sapere se io sapevo, se la mamma sapeva, se Giovanni sapeva... Si capisce che la polizia sta dalla parte di Nicola. Per questo ho paura. So che Giovanni farà presto qualcosa. Mi dispiace, ma so che è così. Giovanni si nasconde quando piange. Però piange. Non vuole che io né la mamma lo vediamo. Però io l’ho sentito in camera sua che piangeva e poi che buttava per aria tutte le cose. Non voglio che anche lui muore. Natale è sempre più vicino. Le strade sono piene di luci e i negozi restano aperti anche alla domenica. Oggi ho accompagnato la mamma al cimitero. La foto che hanno messo di Alfio sulla sua tomba non mi piace. Ha un’espressione troppo seria. La mamma dice che è così che deve essere la foto su una tomba. Ma Alfio non era così. Chissà dove gliel’hanno fatta quella foto. Oggi è successa una cosa incredibile. Una cosa che nessuno si aspettava. Giovanni è stato interrogato di nuovo dalla polizia. Per tutta la mattina. Torna a casa infuriato. Dice di non poterne più. Di essere stanco di aspettare che la polizia faccia qualcosa. Mi dice che ormai sa cosa deve fare. Che ormai ha preso una decisione. Nostra madre ha paura. Gli chiede cosa vuole fare. Ma lui non risponde. Giovanni si mette a scrivere un biglietto per Nicola del quinto piano. Mia madre si mette a urlare: “Giovanni, cosa vuoi fare?” “Lo invito in un posto. Se non viene, domani lo andiamo a trovare noi, gli sfondiamo la porta a colpi d’ascia e lo tiriamo fuori di lì per sempre.” Mia madre comincia a sbraitare e a disperarsi. Giovanni mi infila il biglietto in mano e mi dice di salire al quinto piano e di darlo al bastardo. Io non so che fare. Ma Giovanni mi spinge fuori. Io salgo. Già al quarto piano comincio a sentire qualcosa di strano. C’è un sacco di rumore. Penso che i vicini arabi del bastardo stanno facendo festa. C’è musica esotica, e tante persone che parlano nello stesso momento. Quando arrivo al quinto piano capisco che la festa è proprio a casa di

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Nicola. Non so che fare. Mi avvicino. Ascolto con l’orecchio appoggiato sulla porta. Che strano, la musica è araba. Forse Giovanni aveva ragione e Nicola sta cercando di diventare amico di tutti gli arabi del palazzo. Suono lo stesso. Non viene Nicola ad aprire. Ma l’uomo vecchio che stava al secondo piano. Chiedo di Nicola. Quell’uomo mi dice che non abita più lì. Che hanno comprato loro la casa e adesso ci abitano loro. Dentro c’è tantissima gente. Tutti arabi. Due sono su una scala e stanno aggiustando il soffitto. La ragazza che stava al secondo piano ha un bambino in braccio. Dentro è pieno di bambini e di uomini e di donne. Stanno facendo una grande festa. Un bambino piccolo si avvicina alla porta e mi guarda stupito. Forse non ha mai visto una bambina italiana. Lo guardo anch’io. È carino. Chiama la mamma, che viene a prenderlo per mano per riportarlo dentro. C’è anche Mira, che mi vede e viene verso di me. È da molto tempo che non giochiamo più insieme. Lei non sa se ho ancora voglia di parlare con lei oppure no. Il bambino piccolo mi indica con un dito. Mira si decide a darmi la mano e mi porta dentro. Vuole farmi assaggiare un dolce che ha fatto la sua mamma. Io le chiedo perché stanno facendo festa. Mi spiega che è perché sono arrivati il marito e i figli di Polii, quella del secondo piano, che d’ora in poi vivranno qui al quinto piano con lei e col signore anziano del secondo piano. Assaggio la torta. Ha un sapore strano, di fagioli mi pare, non mi piace molto ma faccio finta che mi piace. Mira mi dice che se voglio domani possiamo giocare un po’ insieme. Io ho il biglietto in mano che devo restituire a Giovanni. Le dico va bene. Li saluto. Che strana musica ascoltano. Sembrano tutti contenti però, anche i due sulla scala che aggiustano il soffitto. Polii ha la faccia più contenta di tutti. Saluto Mira e scendo a dire a Giovanni la novità. NICOLA L’uomo dell’agenzia dice che l’appartamento che mi vuole vendere è un vero affare, appena rimodernato. È un gioiellino, dice, solo che la signora che l’ha comprato e rimesso a posto ora ha scoperto che non le piace la zona, perché ha una brutta fama. E forse questo è vero, ma certamente la signora ha esagerato con le paure. Dov’è oggigiorno che ci si può sentire al sicuro? In nessun luogo, dice. Mi affretto a rispondergli che io non ho problemi di questo tipo. Vorrei vedere l’appartamento il prima possibile. L’uomo dell’agenzia sembra soddisfatto della mia risolutezza. “Allora possiamo prendere appuntamento già per oggi pomeriggio.” “Bene.” “Allora alle due e mezza?” “Alle due e mezza.” Mio padre diceva che la nostra società è la migliore possibile, perché è organizzata in modo che se uno fa i propri interessi, contemporaneamente fa anche gli interessi di tutti. Forse in questo aveva ragione. Vittorio Moroni, diplomato in regia nel 1995 presso la Scuola di Cinema di Milano, ha realizzato vari cortometraggi, tra cui Eccesso di zelo (Sacher d’argento 1997 al Festival di Nanni Moretti), documentari e sceneggiature. Ha esordito al lungometraggio come sceneggiatore e regista con il film Tu devi essere il lupo (produzione Metafilm), di prossima uscita nelle sale, e ha visto premiati al Solinas 1998 il racconto Il sentiero del gatto e al Solinas 2002 il racconto Una rivoluzione.

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“È il più elegante di tutti quelli che sono venuti finora, un’aria antipatica da supplente di matematica stronzo.”

“Io penso ai miei problemi. Tu pensa ai tuoi. È così che si vive fino a cent’anni.”

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IL FUOCO E LA SIRENA di Fabrizio Barolo, Adriano Blundetto, Anna Gasco PROGETTO PER UNA SERIE TELEVISIVA GENERE: FICTION

È difficile resistere alla tentazione di trasformare in eroi uomini che mettono a rischio la loro vita per salvare quella degli altri; eppure, si sa, dentro la divisa c’è sempre un uomo e in questi ultimi tempi, qualche volta... una donna! Il fuoco e la sirena si propone di rappresentare i vigili del fuoco prima di tutto in quanto persone, alle prese con i loro problemi, sogni, gioie, paure. Con il loro progetto i tre autori, Fabrizio Barolo, Adriano Blundetto, Anna Gasco, tentano coraggiosamente di lanciare la scrittura della fiction seriale a Torino, città periferica rispetto al panorama televisivo italiano, ma ricca di promesse.

La serie televisiva Il fuoco e la sirena è ambientata a Torino. La fiction racconta gli interventi di una squadra di vigili del fuoco alle prese con grandi e piccoli problemi della città. Ma appena arriva una donna, Ilaria, che non solo è in gamba, ma è anche carina, niente è più come prima. Ad essere rappresentata è soprattutto la realtà di tutti i giorni, dentro e fuori la caserma: una vita sospesa tra commedia e dramma, in cui è l’emergenza a mettere alla prova i rapporti umani. Questo progetto si avvale della preziosa collaborazione di un gruppo di vigili del fuoco di Torino. Ilaria, Maurizio e tutti gli altri personaggi sono ispirati a persone reali. Le loro esperienze sono alla base delle vicende che raccontiamo e costituiscono una fonte inesauribile di spunti per nuove storie. Fabrizio Barolo, Adriano Blundetto, Anna Gasco Con la collaborazione dei Vigili del Fuoco: Maurizio Caviglioli, Caposquadra Enzo Di Palo, Caporeparto in pensione Ilaria Gazzano, Vigile del Fuoco operativo

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IL CAPOREPARTO ENZO MARCON Ditemi se doveva capitare proprio a me... a un anno e due mesi dalla pensione poi... Sia chiaro, il comando di un reparto non lascia mai tranquilli. Non ci si può mai rilassare veramente. In tanti anni mi è capitato di dover far fronte ad emergenze di ogni tipo... ma questa non me l’aspettavo proprio. Mi sembra di essere diventato l’addetto alle pubbliche relazioni... ogni giorno interviste... giornalisti e fotografi in giro per la caserma... titoli sui quotidiani. E che sarà mai! Qui sembrano tutti impazziti... e soltanto perché una donna è entrata a far parte del corpo dei vigili del fuoco. E beh, che c’è di strano? L’importante è che si lavori con serietà e, per quanto ho potuto vedere, la ragazza mi pare sveglia e motivata. Certo, qualche problema logistico c’è stato. Si è dovuto predisporre una camera tutta per lei... provvisoriamente l’abbiamo ricavata da uno stanzino pieno di scartoffie impolverate... non sarà il massimo del confort, ma non la si poteva mica mettere in camerata con i ragazzi! Anzi, sarà meglio che chiarisca subito le cose... qui dentro Ilaria è prima di tutto un vigile del fuoco... non importa se ha lunghi capelli biondi e le curve al posto giusto! Però devo ammettere che il clima è cambiato. E non in meglio: uno è più distratto del solito, un altro è decisamente eccitato... sembrano tanti galletti in un pollaio sguarnito di pollastrelle. Non vorrei che qualche testa calda finisse per fare un’imprudenza solo per mettersi in mostra. Ma non si può certo dare la colpa di tutto questo alla Viviani, che oltretutto tiene un comportamento impeccabile: amichevole, ma non troppo confidenziale, seria senza essere noiosa... Mi chiedo cosa si possa fare per sfruttare in positivo tutta questa nuova energia che circola. È proprio vero che il mondo gira su quello... Se ci fosse qui Olga se ne uscirebbe con una di quelle sue trovate che risolvono tutto... Un caporeparto ha spesso l’obbligo di mostrarsi duro... ma non posso certo lamentarmi dei miei uomini. Durante le azioni nessuno si è mai tirato indietro, d’altra parte questo non è un lavoro che si sceglie... è lui a scegliere te! Quanti ne ho visti di ragazzi abbandonare dopo poche settimane... il primo impatto è il più duro. Io ho iniziato nel ’63... in Vajont. Abitavo a pochi chilometri da Longarone e, alla notizia della catastrofe, mi ero precipitato, come tanti giovani della mia età, a scavare nel fango come volontario. Da allora non ho più smesso. Esattamente vent’anni dopo, nell’83, da poco trasferito a Torino, ero dovuto intervenire tra le macerie fumanti del cinema Statuto. Sono cose che ti segnano... ricordo che in quell’occasione era aggregato alla nostra squadra un giovane alla sua prima uscita importante. La vista di tutti quei morti... il senso di impotenza l’avevano colpito a tal punto da fargli meditare di smettere. Io avevo cercato di rassicurarlo... oggi quel giovane è uno dei miei uomini migliori... il caposquadra Maurizio. Un bravo pompiere deve sapersi gettare alle spalle ogni intervento eseguito, non importa se con esito positivo o negativo. L’emergenza più importante è sempre la prossima! Ma un bravo pompiere deve anche saper “staccare”. Finito il proprio turno bisogna riuscire a crearsi il proprio spazio in cui dimenticare le tensioni della giornata. Per me è sempre stato lo studiolo di casa: lì ho i miei dischi di musica classica che posso ascoltare in santa pace sorseggiando un grappino e fumando la pipa. Fino a pochi anni fa era la mia povera Olga ad occuparsi di me... poi la malattia se l’è portata via nel giro di tre mesi. Non so proprio come avrei fatto senza Annalisa, che mi è sempre stata vicino. Eeeh... non tutti hanno la fortuna di avere una figlia così... 26 anni già laureata e con un buon impiego all’università. Voglio farle conoscere Ilaria, sembrano due ragazze tanto diverse, ma secondo me, sotto sotto, si assomigliano. Giacomo invece, il mio figlio più grande, se n’è andato di casa presto... è sempre stato un giramondo, adesso abita a Londra... È un po’ che non lo sento... Questa sembra una serata tranquilla... nessun intervento rilevante... speriamo continui così per tutta

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la notte. Ma non si può mai dire, da un momento all’altro quella campana lassù potrebbe mettersi a squillare... allora bisogna correre... c’è qualcuno che ha bisogno di noi! TONY DE MELIS Uno due - argh! Ci mancava solo questo, ci mancava! Essere ripreso sul lavoro da una femmina! Ma questa, chi ce l’ha mandata??? Stavo salendo le scale fregandomene di tutto quel fumo - perché io qua dentro ci ho più palle di tutti, sia beninteso - quando quella là mi grida di fermarmi, che era un rischio inutile, che la scala aveva già raggiunto il balcone e ci avrebbero pensato gli altri a tirare fuori le persone intrappolate nell’appartamento e poi a spegnere tutto... Uno due - aargh!! L’ho guardata per un attimo come una poveretta, e poi ho continuato a salire. Dopo un po’ però, il fumo si è fatto ancora più nero e spesso - chissà che cacchio stava bruciando là dentro - non riuscivo più a respirare e son dovuto scendere in strada. Boccheggiavo, ma non gliel’ho voluta dare la soddisfazione a quella... Niente respiratore, anche se per un attimo mi sono sentito mancare. Appena mi sono ripreso sono corso ad aiutare gli altri. Uno due - aaargh!!! Chi ti stavano tirando giù con la scala? Un paio di negri... nigeriani, senegalesi... boh! Insomma dei marocchini, non stiamo a perder tempo che tanto son tutti uguali quelli là. Scommetto che gli ha preso a bruciare qualche bel chiletto di droga mentre la preparavano! Bel salvataggio abbiam fatto! A saperlo, dicevo a Luigi di prendersela più comoda, di guidare più tranquillo, così quei balordi si scottavano un po’ il culo e per un po’ di tempo non appestavano le nostre strade con le loro schifezze... Uno due - aaarrgghh!!!! Comunque, giù al mio paese ’ste cose qua non succedono. Le donne, voglio dire, non se ne vanno in giro sulle autopompe a dire agli uomini che cosa fare! Conoscono qual è il loro posto. Non dico che non devono lavorare, ma devono fare lavori da donna, che ne so... la commessa... la sarta, la maestra... insomma, quelle cose là. Certi lavori li devono lasciare a noi maschi. Uno due - aaaarrrggghhh!!!!! So io cosa le farei fare a quella! Altro che la pompiera! Perché sarà pure una rompicoglioni e una che se la tira, però è proprio un bel bocconcino. Magari ha proprio bisogno di questo! Di un vero maschio che le dia una bella ripassata e le faccia dimenticare tutte ’ste smanie da donna moderna! Io l’aspetto al varco, che al vecchio Tony non ha mai detto no nessuna. A proposito, stasera non mi ricordo più se devo uscire con Giovanna o con Tamara... Uno due - aaaaarrrrrgggghhhhh!!!!!! E Maurizio poi... certe volte non lo capisco! Ma come, sei il caposquadra e accetti così, come se nulla fosse, che ti mettano una donna tra i piedi?!? C’è già quel saputello di Davide, che va all’università dove gli fanno il lavaggio del cervello, a difenderla. Maurizio doveva dire: o me o lei! E invece? Niente! Serio, giù a lavorare e basta, come sempre. Sembra quasi che non gli faccia né caldo né freddo: “Sta lavorando bene. Per me è come tutti gli altri.” Oh, ma ti sei rincoglionito?!? Quella è una femmina, prima o poi una cazzata la fa, perché per questo mestiere ci vogliono due cosi grossi così! Uno due - aaaaaarrrrrrrgggggghhhhhhh!!!!!!! Sono ancora così incazzato che va a finire che la spacco questa macchina. Meglio che ci faccio aggiungere dei pesi, se no sfascio tutta la palestra! “Ehi, tu! Svelto, vieni qua! Mettici altri trenta chili!!!”

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LUIGI MASI A volte non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati. Anche quando abbiamo una moglie che dopo anni e anni ci vuole ancora bene, e dei figli che è una bellezza veder crescere giorno dopo giorno. Troppe cose ce lo fanno dimenticare: il lavoro, le responsabilità quotidiane, le bollette da pagare, il traffico... È da ieri che continuo a ripetermelo. Dopo l’intervento per una “fuga” di gas, in quell’appartamento dietro la Gran Madre. Alla porta non rispondeva nessuno, quindi abbiamo dovuto montare due pezzi di scala italiana e io e Nino siamo entrati dal balcone, al primo piano. Il gas era padrone del campo, ma si riusciva ancora a respirare senza indossare l’autoprotettore. Ci siamo guardati in giro, mentre spalancavamo le finestre: un alloggio piuttosto grande e, per quello che riuscivamo a vedere, ben arredato e pulito. Chi viveva là dentro non doveva passarsela male. Quando siamo arrivati in cucina, le manopole del forno tutte aperte ci hanno fatto capire che non si trattava di una distrazione casalinga. Istintivamente siamo entrati nell’unica stanza dalla quale non eravamo passati. Era buia, così sono andato ad alzare la tapparella. A metà mi sono bloccato. C’era qualcuno sdraiato su un divano. Di corsa ho aperto la finestra e subito è entrata una folata d’aria fresca. L’uomo si è alzato di scatto. Sulla cinquantina, brizzolato, camicia bianca e jeans, distinto avrei detto, se non fosse stato per quegli occhi da pazzo con cui ci guardava. Ci ha urlato di andarcene, di lasciarlo in pace; ringhiava quasi. Poi ci ha mostrato un accendino. Di plastica, rosa. Non so perché, ma in quel momento la prima cosa che mi è passata per la testa non è stata la paura di morire. Più che altro ero... irritato! Ma come?! Quindici anni da vigile del fuoco e, dopo averne viste di cotte e di crude, rischiavo di saltare in aria per un cavolo di accendino da mezzo euro?! Subito dopo però ho pensato a ben altro. Ho pensato a Maria, a quanto è ancora bella; poi ho pensato a Francesco, che adesso va alle medie e se la cava niente male. E infine ho pensato alla piccola Lucia... Quel tizio non poteva togliermi tutto questo. E così ho cominciato a parlargli. O a straparlare, non lo so. Gli ho chiesto perché lo stava facendo. Non pensava a come ci sarebbe rimasto chi gli voleva bene? Errore. Mi ha sbraitato che si voleva ammazzare proprio perché nessuno gli voleva più bene. Sua moglie e i suoi figli l’avevano lasciato. Lui voleva farla finita perché ormai non valeva più niente. Qualche passo indietro mi è sembrato di udire quel menagramo di Nino che, come al solito, bisbigliava uno scongiuro o una preghiera in napoletano. Non so cos’è scattato in me, ma a un certo punto, quasi con rabbia, ho detto a quell’uomo che se c’era un modo per essere sicuro di non rivedere più la sua famiglia era proprio quello. E gli ho anche detto che, essendo dei pompieri, avevamo l’obbligo di restare fino alla fine, ma che soprattutto, essendo degli uomini, non volevamo andare via e lavarcene le mani. Però, e questo di sicuro gliel’ho detto a muso duro, non era giusto che anche noi non vedessimo più i nostri cari. Mi ha guardato con sorpresa. Si deve essere chiesto se ero più fuori di testa io di lui, ad aggredirlo così, mentre con un solo gesto poteva farci saltare in aria tutti. Poi, per qualche secondo, lunghissimo, è sembrato perso in un suo mondo, lo sguardo nel vuoto. Si è seduto sul divano, ha lasciato cadere l’accendino ed è scoppiato a piangere. A me e a Nino è parso di rinascere una seconda volta. Mi sono avvicinato, mentre il mio collega poteva finalmente andare ad aprire la porta al resto della squadra, alla polizia e al personale sanitario; mi sono messo in tasca quell’accendino da mezzo euro e, mentre cercavo di consolarlo, non potevo fare a meno di pensare che quell’uomo, pur avendo solo pochi anni più di me, era arrivato al punto di non trovare più un senso nella propria vita. Stasera, seduto a tavola con mia moglie e i miei figli, sto pensando a tutto questo, e mi accorgo che è da un paio di minuti che, imbambolato, la forchetta sospesa in aria, li sto guardando tutti e tre. Se ne accorgono anche loro. Una figura da scemo... Lucia si mette le mani davanti alla bocca, poi non riesce a trattenersi più e le scappa una gran risata. Maria e Francesco la seguono a ruota. Anch’io comincio a ridere, fin quasi alle lacrime. Eh, sì, sono un uomo fortunato.

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“Ma come?! Quindici anni da vigile del fuoco e, dopo averne viste di cotte e di crude, rischiavo di saltare in aria per un cavolo di accendino da mezzo euro?!�

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MASSIMO TAROZZI Ecco... ora questo lo riempio d’acqua... stando attento a non metterne troppa... o troppo poca... Beh... anche per fare un gavettone come si deve ci vuole arte e, modestamente, il Tarozzi è il “re dei gavettoni”. Li ho battezzati tutti io ’sti ragazzi. Quello nuovo... il pivellino... l’ho lavato già il secondo giorno... e s’è pure lamentato... se l’è anche presa. Poi quando ne ha beccato un altro ha capito... E sì, qui in caserma piove in tutte le stagioni... bisogna farsi una risata... tanto prima o poi capita a tutti. Oggi ad esempio tocca a quell’altra arrivata da poco. Finora se l’è cavata... il Tarozzi le rispetta le belle gnocche. Ma sant’Iddio è pur sempre un vigile del fuoco... va battezzata pure lei! Robe da matti... va a finire che organizziamo miss maglietta bagnata in camerata! Con il lavoro che facciamo... con le cose che ci tocca vedere, è importante saper sdrammatizzare... sparare quattro cazzate e sbracare con gli altri del gruppo. Certo, avere una donna in squadra ci ha un po’ frenato ultimamente, ma la ragazza mi sembra sveglia... e a certe battutine risponde a tono. Si abituerà... e ci abitueremo pure noi! Bene... adesso questo lo appoggio qui... tra la porta socchiusa e il muro... la signorina dovrebbe arrivare tra poco per attaccare il turno di notte... Questo è il mio ambiente naturale, io sto bene qui tra i miei compagni. Ci sono giorni che non vorrei neanche tornare a casa... tanto non c’è nessuno ad aspettarmi... Fino a tre anni fa c’era Giovanna... mia moglie... anzi la mia ex-moglie. Siamo ufficialmente divorziati da un paio di mesi... adesso lei sta con un chirurgo... un luminare... o che so io... Beh, la Giovanna era una gran spaccamaroni, ma devo ammettere che mi faceva trovare delle cenette... certe tagliatelle al ragù... certi tortellini panna e prosciutto. Adesso vivo da solo, per scelta s’intende, e m’arrangio un po’ in rosticceria... un po’ coi surgelati... Almeno ne guadagna la linea, così Marcon non dirà più che, oltre a tenere alto il morale della truppa, sono bravo a tenere su la trippa! Che volete farci, d’altronde come dice il buon Guccini, che è delle mie parti, non c’è niente che non passi con una mangiata e un bel bicchiere di vino! A proposito... sarà meglio che metta qualcosa sotto i denti... non vorrei che capitasse come l’altro giorno: era più o meno l’ora di pranzo quando è scattata un’emergenza. Niente di male, se non fosse che ero ancora a stomaco vuoto. Il figlio di un anziano signore ci ha chiamato per soccorrere il padre scivolato nel corridoio di casa. La porta era chiusa dall’interno con le chiavi infilate nella serratura e il vecchietto non riusciva a raggiungerla. All’apparenza un intervento rapido, in casi come questi basta arrivare al balcone con l’aiuto dell’autoscala ed entrare nell’appartamento attraverso la portafinestra. “È quello al quarto piano... quello con la tenda verde e l’antenna,” ci ha assicurato il figlio con tono deciso. Io e Beppe ci siamo guardati un po’ perplessi: tutti i balconi avevano la tenda verde e l’antenna! Appena entrati in camera da letto i dubbi sono aumentati: l’arredamento aveva uno stile inaspettatamente moderno e, vicino al letto, c’era un vogatore. I casi erano due: o si trattava del nonno di Maciste o avevamo sbagliato alloggio! Arrivati a quel punto tanto valeva andare fino in fondo: così abbiamo aperto la porta della cucina e ci siamo trovati di fronte ad una tipica famigliola italiana seduta attorno al tavolo. Al centro troneggiava un’enorme “cofana” di pastasciutta fumante e rossa di sugo. Il capofamiglia era in piedi ed indossava una canottiera celeste, stile Mimì metallurgico, bucata all’altezza dell’ombelico, un paio di pantaloncini da safari e sandali da spiaggia: basso, tracagnotto, una bella pancetta e una massa arruffata di capelli neri e ricci. Immobile come una statua, aveva la mano alzata e stringeva un forchettone da cui lentamente, ma inesorabilmente, gli spaghetti scivolavano andando a cadere sulla tovaglia a quadretti rossi e bianchi. Sei paia di occhi ci fissavano sbalorditi, non credo neanche avessero capito che eravamo pompieri, nonostante l’elmo e la divisa. Avrei voluto alleggerire la tensione con qualche battuta... invece ho iniziato a balbettare delle scuse, sottolineando che si trattava di un

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equivoco e che non dovevano avere alcuna paura... A questa parola la figlia più piccola è scoppiata a piangere. È stato come un segnale: tutti si sono mossi contemporaneamente in modo disordinato e noi, senza smettere di scusarci, abbiamo fatto marcia indietro e siamo tornati sul balcone. Nessuno ci ha seguiti. Abbiamo portato a termine brillantemente la missione mentre la mia mente o, meglio, il mio stomaco tornava continuamente all’immagine di quella montagna di spaghetti. La cosa strana è che di quella famiglia, che abitava sullo stesso pianerottolo dell’anziano signore, non abbiamo più visto l’ombra. Di solito in questi casi, che purtroppo non sono rari, dopo il primo momento di sorpresa e spavento, le persone reagiscono, talvolta anche violentemente, protestando e pretendendo spiegazioni. Invece niente! Forse hanno preferito non lasciar raffreddare quell’opera d’arte culinaria che fumava in mezzo al tavolo... beh se è andata così non posso che essere d’accordo con loro... anche se non mi sarebbe spiaciuto essere invitato a favorire! Ecco... sento dei rumori... deve essere lei... ora apre la porta e............... SPLASH.................. ... Oh... mi scusi, Capo... io non so proprio come... aspetti che recupero un asciugamano............ BEPPE CERRATO Ridi ridi signorina, che intanto l’ho capito che neanche tu sei rimasta insensibile al fascino di Beppe Cerrato. Cara la mia Ilaria, lo vedo che mi tratti con un misto di rispetto - sono o non sono il più anziano della squadra? - e di ironia. Quando gioco a fare il vecchio signore galante d’altri tempi stai allo scherzo; e quando mi lancio in qualche doppio senso non ti scandalizzi ma mi liquidi con una battutina. La verità è che, a poco più di cinquant’anni, come un buon vino - magari un bel nebbiolino delle mie parti - col passare del tempo miglioro. I capelli e i baffi, oramai più grigi che brizzolati, mi danno quel tocco da uomo esperto e di mondo che, insieme ai miei modi tutt’altro che disprezzabili, è la mia carta vincente con le donne. Eh sì, perché pur essendo sposato da quasi trent’anni, mi concedo, eccome, qualche avventuretta! Ne sanno qualcosa i miei colleghi: quando mia moglie telefona in caserma per sapere dove mi trovo e perché tardo a tornare a casa, loro mi coprono. Se ne sono già inventate di tutti i colori: l’autopompa bloccata in mezzo al traffico in tangenziale, le richieste di soccorso arrivate, guarda caso, proprio all’ultimo minuto. Capita anche che colgano l’occasione per giocarmi qualche scherzetto. Come quella volta che le hanno detto che ero impegnato in un codice 2 x 69. Torno a casa e mia moglie mi chiede a che tipo d’intervento corrispondeva quella sigla. Che figli di buona donna! Sudavo mentre cercavo rapidamente una buona risposta e allo stesso tempo dovevo soffocare una risata per la sfacciata allusione... Poi mi sono inventato che si tratta banalmente dell’operazione di tagliare le lamiere di un autoveicolo: bisogna agire in due su un’attrezzatura chiamata in gergo la “69”. Mi stavo arrampicando sugli specchi, lo so, ma, incredibile a dirsi, alla fine se l’è bevuta. D’altra parte in tanti anni di servizio si è dovuta abituare ai racconti più strampalati anche perché spesso la realtà supera la fantasia. Mi torna in mente l’intervento in un palazzo signorile del centro, a due passi dalla Mole, proprio la notte di Natale. Da un balcone, al secondo piano, scendeva una cascata d’acqua. In strada si era formata una piccola folla di curiosi che aspettava di sapere dai vigili cosa fosse successo. “Sicuramente è colpa della lavatrice,” diceva uno. “No, deve essere il tubo del lavandino,” rispondeva un altro... Sembrava di stare ad un congresso di idraulici! Forzando la porta finestra io e Tarozzi siamo entrati nell’alloggio: le stanze erano arredate con gusto, c’erano quadri alle pareti e in ogni dettaglio si notava un inconfondibile tocco femminile. La padrona di casa doveva essere una donna interessante... La perdita proveniva dal bagno e il mio istinto delineava già la situazione: la bella signora, magari in un istante di sconforto, aveva fatto una sciocchezza, ma adesso a lei ci pensava il Cerrato... Spalancata la porta siamo rimasti a bocca aperta: due occhi

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supplichevoli ci osservavano dalla vasca. La piccola creatura rosa lottava disperatamente per non affogarci dentro. Doveva essere allo stremo delle forze perché, quando ci ha visti, ha emesso un grugnito di sollievo. Altro che affascinante signora dei quartieri alti, ci trovavamo proprio di fronte ad un maialino! Superata la delusione l’ho buttata sul ridere, con Tarozzi che non ha perso l’occasione per lanciarsi in una serie di battute: “Veh... dev’essere il porcellino più pulito del mondo se neanche la notte di Natale rinuncia a lavarsi... un vero esempio per molti colleghi di nostra conoscenza.” E così via... Dopo averlo tratto in salvo, lo abbiamo avvolto in un asciugamano... gli mancava solo il borotalco. Poi Massimo ha pensato di farlo uscire di scena tra gli applausi del pubblico e lo ha portato sul balcone mostrandolo alla folla di curiosi: eccola la causa dell’allagamento! All’inizio c’è stato silenzio, poi incredulità con un accenno di protesta, quindi è scoppiata una liberatoria risata generale. Qualcuno con la macchina fotografica ci ha perfino pregato di metterci in posa per un paio di scatti. Quando sono arrivati i padroni di casa abbiamo capito cos’era realmente successo e io mi sono reso conto che mi trovavo di fronte alla famiglia più strampalata e priva di senso pratico che avessi mai conosciuto. Quel “regalo” a quattro zampe era stato una trovata dello zio “simpatico” per far felice il nipotino di sei anni. Purtroppo quella sera tutta la famiglia era a cena fuori, così il papà aveva pensato bene di confinare il povero porcellino nella vasca, con tanto di coperta per farlo stare comodo e un rubinetto aperto - appena, appena... - perché non soffrisse la sete. Facile intuire che la sua vivacità gli avesse fatto spostare la coperta, portando così all’occlusione del foro di scarico... il resto veniva da sé. Comunque sulla signora non mi sbagliavo, una vera donna di classe... l’indirizzo ce l’ho... non si sa mai. Quella notte ho faticato a far credere a mia moglie una storia del genere, ma quando la foto del maialino placidamente adagiato tra le braccia del sottoscritto e di Tarozzi é comparsa sulle pagine della cronaca cittadina, si è dovuta rassegnare all’evidenza. Tornando ai miei colleghi, devo ammettere che si tratta di gente in gamba. E non lo dico solo perché “insabbiano” le mie scappatelle. Riescono anche a sopportarmi quando faccio delle sfuriate su questioni tecniche. Oltre a controllare gli automezzi spesso riparo le attrezzature e do consigli a destra e a manca. Per questo, a volte, mi scontro con l’incompetenza altrui e divento intrattabile, ma ormai mi conoscono e lasciano passare anche questa. Maurizio poi è proprio il caposquadra ideale. Lo segui perché ti fidi ciecamente di lui, non perché è quello che dà gli ordini. Io gli devo anche la vita. È successo qualche anno fa. Non mi va tanto di parlarne. Se continui a pensare alle volte che sei andato molto vicino a lasciarci la pellaccia, rischi di mollare tutto. Però le sue braccia che mi tirano fuori da quello scantinato, con la mia lancia da 45mm ancora in mano, e mi sorreggono per strada, prima che il gas esplodesse raggiungendo le fiamme... beh, quelle non voglio dimenticarle mai... Ma adesso basta con i pensieri lugubri! Il mio turno per oggi è terminato, sono in borghese - vesto con un’eleganza che molti dei miei colleghi nemmeno si sognano - e mi dirigo sicuro verso la mia impeccabile Duetto rossa. Un’immagine che forse potrà non fare breccia in una giovane come Ilaria... Però, con due o tre signore di mia conoscenza funziona ancora... Eccome se funziona!

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MIRKO PIOVANO “Lo so... lo so, stai tranquilla... ma certo che ho mangiato... e dai mamma, è quasi un mese che faccio ’sti turni, non è possibile che mi telefoni ogni sera... sì... sì... speriamo... dai che stanno arrivando gli altri... ciao.” Click. Non si può andare avanti così... se mi beccano quelli che figura ci faccio, già mi prendono per il culo perché sono nuovo... se poi mi trovano anche al telefono con la mamma. Ah... ma appena tiro su quattro soldi mi trovo un bell’alloggetto e chi s’è visto s’è visto. In fondo i miei sono brave persone, è solo che sono in pensione tutti e due e stanno sempre a casa. La mamma, poi, è sempre stata un po’ troppo apprensiva e da quando ho iniziato a fare questo lavoro è diventata quasi insopportabile. E dire che avrebbe dovuto abituarsi all’idea... fin da piccolo volevo fare il pompiere. Guardavo in tv i cartoni animati di Grisù il draghetto e mi esaltavo. Il mio giocattolo preferito era il modellino di un’autopompa con le lucine e la sirena funzionante, telecomandato. Ricordo che ero andato a ritirarlo con i miei a Torino Esposizioni, dopo la festa che ogni Natale la Fiat organizzava per i figli dei dipendenti. Per me non c’era nessuno più coraggioso di quell’omino giallo di plastica, con l’elmetto, sempre pronto ad affrontare i pericoli mentre la scala si alzava verso il cielo... E così ho coronato il mio sogno... anche se mi è bastata una settimana per capire che la realtà non è proprio uguale alle fantasie di un bambino. I primi interventi sono stati di ordinaria amministrazione: l’apertura di una porta, l’allagamento di un appartamento... poi è arrivata la chiamata per un incidente avvenuto sulla tangenziale. E tutte le mie certezze sono crollate. La mia squadra ha raggiunto il luogo dell’emergenza con una certa fatica, a causa dell’ingorgo che si era venuto a creare. Ci siamo trovati di fronte ad una station wagon incastrata sotto un TIR, messo di traverso sulla carreggiata. Il camionista era seduto a terra con la schiena appoggiata ad una ruota ed il volto nascosto tra le mani. Fisicamente sembrava a posto, ma doveva essere straniero, perché non riuscivamo a capire quello che farfugliava tra le lacrime. Poi ci siamo avvicinati all’auto e la scena che ho visto mi ha quasi paralizzato: davanti c’era una giovane coppia conciata piuttosto male, mentre sul sedile posteriore si intravvedeva una culla. C’era sangue dappertutto... l’urto doveva essere stato tremendo! Il primo a muoversi è stato il caposquadra, Maurizio; senza indugiare si è infilato nell’abitacolo passando dal portellone posteriore e procedendo a carponi. C’è stato un sospiro di sollievo generale quando ne è uscito con in braccio un bambino di pochi mesi. Il piccolo aveva gli occhi aperti e attenti, pareva incolume e non piangeva neanche. Maurizio me l’ha sbattuto in braccio ed io l’ho tenuto come fosse un fragile cristallo... non riuscivo nemmeno a coccolarlo. Nel frattempo è arrivato il gruppo da taglio, per estrarre i genitori dalle lamiere, e l’ambulanza con il medico. Le cesoie hanno reciso i montanti e scoperchiato l’auto, mentre i miei compagni coprivano i feriti con i loro giacconi per proteggerli dai pezzi di vetro che avrebbero potuto colpirli durante la manovra. L’uomo non era cosciente e le sue condizioni sono apparse subito disperate, invece la moglie, che nell’impatto aveva perso tutti i denti davanti, si lamentava debolmente. Il corpo del marito è stato adagiato a terra e i sanitari sono intervenuti con concitazione perché il suo cuore aveva smesso di battere. Hanno agito con il defibrillatore una, due, tre volte... ma ad ogni scossa il corpo si sollevava da terra per ricadere di nuovo immobile. Intanto anche la donna era stata liberata: nonostante le gravi fratture ce l’avrebbe fatta. Maurizio le stava accanto lungo il tragitto verso l’ambulanza. Con il fazzoletto le aveva pulito la bocca dal sangue e dai frammenti di denti. Riuscivo a sentirli parlare: con grande difficoltà la donna chiedeva notizie del marito e del figlio e Maurizio le rispondeva cercando di rassicurarla. È riuscito quasi a farla sorridere nel lamentarsi del fatto che il piccolo gli aveva persino fatto la pipì addosso. In quel momento l’ho ammirato. Io ho seguito tutta l’azione come se stessi guardando un film, rimanendo immobile con quella creatura in braccio. Mi sono scosso solo quando un’infermiera me l’ha strappata dalle mani e

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l’ambulanza è partita a sirene spiegate. A pochi metri da me, coperto da un lenzuolo, c’era il corpo del padre. Era la prima volta che vedevo morire qualcuno. Il primo impulso è stato quello di scoppiare in lacrime, ma un pompiere non può farlo... un pompiere deve trasmettere sicurezza alle persone. Così ho ricacciato i singhiozzi in fondo alla gola. Non è stato facile. Ho pianto silenziosamente soltanto la sera, a casa, chiuso in bagno. Adesso ho capito che per essere un vigile del fuoco non basta indossare una divisa e avere l’ammirazione delle ragazze. Non basta essere atletici e sbandierare il proprio coraggio ai quattro venti. Qui non ci sono eroi, ci sono prima di tutto uomini. Sarà dura, ma io non voglio mollare. In fondo il motto che ci insegnano è proprio questo: “Dove gli altri scappano, noi andiamo.” Ho già parlato con alcuni colleghi e ho capito che gli inizi sono stati difficili per tutti. E poi mi sto facendo buona compagnia con quella ragazza, quella Ilaria... anche lei arrivata da poco. Lo so... ce la posso fare! MAURIZIO RINALDI L’altro giorno mi sono trovato nel bel mezzo di un discorso senza senso. De Melis stava sostenendo che non è giusto che Ilaria prenda il suo stesso stipendio perché tanti lavori di forza non riuscirebbe a farli. Cerrato invece ce l’aveva col fatto che lei ha una cameretta tutta sua, mentre loro sono costretti a dormire in camerata uno addosso all’altro. Io mi sono limitato a dire che per quanto mi riguarda la Viviani è un ottimo collega e in qualità di caposquadra non ho ragione di lamentarmi. Avrei voluto aggiungere che i loro discorsi sono il riflesso di una mentalità retrograda, ma ho preferito evitare, anche perché in questi giorni abbiamo avuto parecchi momenti difficili e le polemiche rischiano di creare tensione. Però è una questione che va affrontata. Quando vedo i ragazzi sempre tutti intenti a dare consigli a Ilaria, capisco che fanno così perché è una donna. Sembra un particolare insignificante, e invece un significato ce l’ha: la verità è che non si fidano di lei. Io stesso mi devo sforzare di non considerarla fragile, indifesa. D’istinto avrei voglia di evitarle le fatiche, di tenerla lontana dai rischi peggiori... Galanterie fuori luogo! Il nostro non è un lavoro come tutti gli altri. Ciascuno deve sapere di poter contare sui compagni. Ne va della nostra vita e di quella delle persone che hanno bisogno di noi. È proprio questo che trovo straordinario: è un gioco di squadra, dove contano soprattutto coraggio e abnegazione. È una missione, io lo dico sempre, anche se Tarozzi mi critica, perché con questa logica da baciapile, dice lui, i diritti sindacali vanno appunto a farsi benedire. Da piccolo abitavo a Porta Palazzo, in una casa di ringhiera, e il mio divertimento era quando aprivano il portone della vecchia caserma per far uscire il mezzo ululante stracarico di uomini in divisa. Passavo la mia giornata sul ballatoio a tener d’occhio quel portone. Perfino d’inverno, quando nevicava. Per me i vigili del fuoco erano degli eroi. Avrei incendiato casa mia per vederli in azione. Da più grandicello ero sempre lì che ciondolavo intorno alla caserma. Frequentavo il bar dove andavano loro. Mi ero fatto un sacco di amici pompieri e mi facevo raccontare gli interventi in tutti i particolari. Quando sono entrato ne sapevo più io di tanti altri che erano lì prima di me. Inutile dire che il camion rosso con la sirena che mi ha regalato zio Giacomo da piccolo ce l’ho ancora e non lo darei via per niente al mondo. Voglio che ci giochi mio figlio. Il figlio che avrò un giorno, se mai troverò una ragazza disposta ad accettare la vita di sacrifici e di rinunce che deve fare la moglie di un vigile del fuoco. Anche se tra la palestra, i corsi e il nuovo incarico, di tempo per cercarmene una non ne ho molto.

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“Tu Maurizio dovresti sposarti un vigile del fuoco,” mi ha detto stamattina il Capo, con quella faccia impenetrabile che sa fare lui quando non vuole lasciarti capire se scherza o fa sul serio. Ma io lo conosco. Alludeva a Ilaria. E non scherzava mica. Ah... ecco cosa dovevo rispondere a De Melis e a Cerrato sulla faccenda dei privilegi! Sarebbe bastato ricordargli la notte scorsa, quando siamo usciti per la classica “apertura porta, soccorso persona”, dicitura che si può tradurre con “non puoi sapere a cosa si va incontro”. E infatti... La casa era dietro via Nizza, nella zona più calda di San Salvario. L’intero stabile si presentava fatiscente, maltenuto e sembrava pericolante. Siamo andati su per le scale di pietra fino al quinto piano, dove c’era la porta da aprire. Sul ballatoio si erano radunati dei ragazzi stranieri, probabilmente di nazionalità marocchina. Erano i vicini di casa della signora. Non l’avevano vista uscire durante tutto il giorno e avevano paura che le fosse successo qualcosa di brutto. C’era anche una donna insieme a loro, con il velo in testa, l’abito fino alle caviglie e una bambina per mano. La piccola guardava Ilaria con gli occhioni sgranati. Lei le ha fatto l’occhiolino e le ha allungato una caramella. Intanto noi tre eravamo riusciti ad aprire la porta facendo leva con il palanchino. Improvvisamente ci siamo trovati in una stanza adibita a “casa”: sarà stata sì e no 12 metri quadri. C’era tutto, dal letto al tavolo per mangiare, dal wc alla vasca da bagno. Proprio dentro la vasca a sedile abbiamo trovato la signora. Era nuda, tremante, spaventata e sofferente per la posizione in cui era stata costretta per ore e ore. Piangeva e chiedeva aiuto. Aveva la pelle gelata e non riusciva più a muovere neppure un muscolo. In genere durante soccorsi di questo tipo c’è sempre con noi la Croce Rossa, ma in quel momento eravamo soli, nonostante i nostri operatori telefonici avessero allertato il 118. Cosa fare? Non avevo ancora finito di chiedermelo che la Viviani aveva già avvolto la vecchietta in una coperta e l’aveva presa in braccio per toglierla da quella situazione. La posizione che aveva assunto le aveva anchilosato gli arti. Ilaria agiva con estrema delicatezza: sembrava facesse attenzione a non spezzarla, data la fragilità delle sue ossa. Intanto con dolcezza le faceva le solite domande di routine, quelle che in genere vengono fatte per capire se la persona in questione ha subito traumi o se è cosciente. E lei, per fortuna, le rispondeva. Era dalle quindici del pomeriggio che era bloccata lì dentro. Aveva cercato di scaricare l’acqua dalla vasca, ma non aveva avuto la forza di muoversi. Aveva urlato per chiedere aiuto, ma evidentemente la sua voce non era abbastanza forte. Dopo averla tirata su da quella trappola di vasca, Ilaria l’ha fatta sdraiare sul letto, piano piano, con grande attenzione, come maneggiasse un antico vaso cinese. Poi ha cominciato a massaggiarla con estrema delicatezza per toglierle quel gelo che le era penetrato in tutto il corpo. Mentre io avviavo le pratiche burocratiche dell’intervento, trascrivendo i dati riguardanti l’identità, Ilaria è riuscita ad infilarle una bella vestaglia turchese, pulitissima, che aveva trovato appesa sulla stufa e, con il consenso della signora, ha chiesto a De Melis di mettere su un po’ di latte e a Cerrato di tirare fuori dalla credenza zucchero e biscotti. “La camisa da noit non la metto, la tengo per andare a l’uspidal,” ha specificato la vecchina, che a poco a poco stava ridiventando arzilla. “Niente mudande neh, quando vado a dormire sto senza, a l’è pi’ igienic. Scuseme neh, ma mi parlu mes piemunteis, anche se di nome faccio Itala!” Stavamo soccorrendo una nonnetta di 92 anni, vivace, lucidissima e molto ciarliera. Aveva un fratello di 87 anni che l’aiutava a fare la spesa tutti i giorni. Il suo frigorifero era pieno di salmone affumicato: ecco perché, malgrado l’incidente, si presentava così bene!

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“Ma che bela giuventù che c’è oggi a casa mia!” ripeteva la signora. Ad un certo punto mi ha chiesto di prendere il suo portamonete rosso e di portarglielo. Ha tirato fuori dal portafoglio 20 euro: voleva darli a tutti noi. La cosa incredibile è proprio questa: se alle persone povere e anziane dai un aiuto, loro per ricambiare, oltre ai diecimila grazie, desiderano anche “pagare per il disturbo”. Nel frattempo erano arrivati gli infermieri del 118 con una barella, ma Itala si è rifiutata fermamente di essere portata in ospedale per accertamenti sanitari. “No, no, no, poi non mi lasciano più uscire. Mi mandano ancora a l’uspisi, per la carità. Stagu benissim. Mi faccio un bel sonno e valà.” Poi si è rivolta a Ilaria. “Ma sa che lei è proprio una bela tota. Ce l’ha ’l murus?” Ilaria ha fatto cenno di no con la testa. “E quel bel fiol grand, quello che scriveva tutti quei fogli, è sposato?” si è informata tutta seria la signora, cercandomi con lo sguardo. “È uno scapolone,” ha gridato Cerrato dalla parte opposta della stanza. Itala mi ha guardato con aria di rimprovero. “E cosa aspetta lei a portare ’sta bela tota al Valentin? L’amur bisogna farlo da giovani, ascoltate me che sun veja!” Abbiamo riso tutti e io ho dato le spalle a De Melis e a Cerrato perché non mi vedessero in faccia. Mi capitava da ragazzo. Ma era una vita che non mi succedeva più: sono arrossito come un cretino. Sarei sprofondato. Speriamo che Ilaria non se ne sia accorta. Ma non ci giurerei... Beh, non è esattamente questo che volevo dire a quei due. Quel che vorrei fargli notare è quanto sia stata fantastica, meravigliosa e dolcissima Ilaria in quell’occasione. No, nemmeno: non sono queste le parole giuste. A De Melis e a Cerrato dirò semplicemente che i vigili del fuoco non fanno solo lavori pesanti, ma anche lavori delicati e che in quelli la Viviani è più brava di noi. Perciò si merita uno stipendio pari al nostro. Ecco cosa gli dico domani. ILARIA VIVIANI Quante ne inventano i giornalisti! Ti fanno due o tre domande per telefono, ti chiedono di lasciare una foto al giornale, perché loro sono sempre di corsa, e il giorno dopo eccoti diventata l’eroina del momento. Uno ha addirittura scritto che finalmente ero riuscita a realizzare la grande aspirazione di tutta la mia vita, come se avessi passato l’infanzia a sognare di spegnere incendi e salvare gente nei guai! Per quel che mi ricordo, da piccola giocavo con le bambole, come tutte le altre bambine e da grande volevo fare la maestra, come la mamma, o il dottore, come papà. A dire la verità, i miei hanno storto un po’ il naso quando ho annunciato che mi sarei iscritta all’ISEF. La mia è una famiglia di intellettuali. La mamma non è una maestra, come pensavo da piccola, è laureata in filosofia e la sua tesi su Adorno è stata tradotta in tedesco e pubblicata dall’Università di Colonia. Marco, mio fratello, insegna Storia del Cinema alla Facoltà di Lettere e mia sorella Elisabetta fa la traduttrice. Insomma per loro è uno scandalo preferire una bella corsa all’aria aperta piuttosto che rimanersene in poltrona col naso incollato a un libro. Però la mia è una famiglia di democratici, quindi nessuno ha fiatato. Tutti zitti anche quando mi sono messa a fare le sfilate di moda per pagarmi le tasse universitarie. Solo Elisabetta brontolava qualcosa a proposito di mercificazione del corpo. Però era ben contenta quando le rifilavo qualche capo firmato o un paio di scarpe di campionario. Io sono un tipo indipendente, troppo dice sempre la mamma. Appena ho potuto ho cercato di realizzare innanzitutto la mia indipendenza economica. Mica come Betta, che blatera tanto di emancipazione e poi con le sue traduzioni di autori russi

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contemporanei, un mese sì e uno no deve chiedere a papà i soldi per il riscaldamento. Appena presa la laurea, ho incominciato a fare domande un po’ dappertutto. Intanto facevo supplenze, lavoretti saltuari, quello che capitava. Un giorno in palestra, chiacchierando con un tipo che faceva il volontario nei vigili del fuoco, ho saputo del concorso... ed eccomi qua! Allo scritto eravamo in 13.000. La maggior parte disoccupati. Altro che sogno nel cassetto! Questa è dura realtà! Ce l’ho fatta. E adesso sono qua, in caserma, distesa sul letto, che aspetto una chiamata, proprio come tutti gli altri. La gente non lo crederebbe mai, ma questo è un lavoro che ti lascia un sacco di tempo libero. Ho perfino incominciato a leggere. Continuo a saccheggiare le biblioteche di Marco, mamma e Betta. Loro mi guardano meravigliati, addirittura preoccupati. Tra un intervento e l’altro le attese qualche volta sembrano interminabili. Poi magari arrivano dieci chiamate in mezz’ora. Come se la gente si mettesse d’accordo per fare casino tutta insieme. E allora si scatta e... si corre! È un ritmo così. Imprevedibile. Come quei pezzi di free jazz che ascolta papà. Una scarica di adrenalina e vai! Uauuu! È vero che io qui ci sono capitata per caso, ma è anche vero che a me questo lavoro piace troppo. È successo subito, dalla prima uscita. Il battesimo del fuoco, lo chiamano. Sarà stata la sirena e quel partire di corsa, oppure quell’agire insieme, veloci, determinati. Coordinati come fossimo una persona sola. O forse sono stati gli sguardi che ci siamo scambiati quando l’incendio è stato domato. Che poi era un focherello da niente, che bastavano quattro secchiate, eppure... erano sguardi che dicevano tutto, senza bisogno di parole. Da quella volta mi sono sentita una di loro e ho capito che... che non vedevo l’ora di entrare di nuovo in azione. Azione: dev’essere questa la parola chiave della mia vita. Poche chiacchiere: a me piace fare! Un’altra cosa che mi piacerebbe fare è un bambino. Sarà che il tempo passa e che i cuccioli è meglio farli da giovani, ma ultimamente è diventata un’idea fissa. “Non dovrebbe essere difficile, con tutti quei pezzi da novanta che ti girano intorno,” ha sbottato Federica l’altro giorno, quando ho attaccato con il solito discorso. Federica è la mia migliore amica dai tempi del liceo, e il suo tono di voce non mi è piaciuto per niente. È da un po’ che non è più la stessa. Da quando faccio questo lavoro, per essere precisi. Federica e io siamo due single. E a me questo famoso bambino piacerebbe farlo con un compagno di vita, non con un prestatore d’opera occasionale, un tipo serio se possibile. A Federica invece di pappe e di bebé non importa un accidenti. Quel che a lei preme è farsi una storia che meriti, con uno che merita. Ho paura che sia gelosa del fatto che sono sempre in mezzo agli uomini. Lei, poveretta, lavora nella segreteria di una scuola elementare e vede quasi esclusivamente bambini, maestre, bidelle, mamme. Al massimo qualche raro papà. O forse è solo un po’ invidiosa di tutti quegli articoli di giornale su di me: “La prima vigilessa del fuoco operativa in città”, “Il nostro eroe in gonnella”, e via dicendo. Tutte panzane, però con la vanità non si scherza. A meno che la spiegazione sia un’altra. Federica ha una crisi di gelosia, questo è sicuro, ma forse non per i motivi che ho detto. È quando le racconto le mie giornate piene di emozioni che Fede mette su quel muso. Perché ogni

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volta che si esce è sempre un’avventura, una scoperta, un qualcosa di nuovo. Povera Fede. La sua vita dietro a una scrivania, in mezzo alle scartoffie, confrontata con la mia, deve sembrarle mille volte più grigia e noiosa di prima. Dovrei smetterla di raccontare. Però non è giusto. C’è già tutta una parte del mio lavoro che non posso condividere con gli amici. La parte brutta, voglio dire. L’incidente dell’altro ieri, per esempio. Quella culla sul sedile posteriore. Per fortuna il bambino era vivo, ma intanto non ha ancora un anno ed è già un orfano. E la madre, con tutti i denti spezzati, che chiedeva del marito, e noi a dirle che stava bene e invece... tutto quel sangue sull’asfalto... no, di queste cose non posso parlare con nessuno. Cioè, sì, ne possiamo parlare tra noi della squadra, tra noi colleghi. Forse è anche questo che ci rende così uniti. Noi la morte ce la troviamo davanti tutti i giorni. Una volta è il cadavere che ripeschiamo in Po, un’altra volta il pensionato con la minima, solo e malato, che non ce la fa più e apre il gas... “Sai che bolletta,” ha commentato Tarozzi l’ultima volta che ne abbiamo trovato uno. All’inizio le sue battute pesanti mi infastidivano, non capivo cosa ci fosse tanto da ridere. Però vedevo che gli altri ridevano tutti, perfino Maurizio, che non si può dire non sia un tipo serio. Ultimamente le battutacce di Massimo incomincio ad apprezzarle. È un po’ come in ospedale. Lo dice sempre papà: alla morte bisogna ridere in faccia. Se no, dopo un po’, cambi mestiere. E io non voglio cambiare mestiere. Anche se non è facile. Prendiamo la questione degli uomini. È vero quello che dice Federica: sono circondata da uomini a cui non mancano i muscoli e neanche il cervello. Non ho mai avuto tanti corteggiatori in vita mia. C’è la coda, lo ammetto. Eppure, non so perché, ma ho la sensazione che se mi facessi una storia con uno, incomincerebbe a circolare la voce che me la faccio con tutti. Se c’è una che non può permettersi di mescolare sentimenti e lavoro, quella sono io. Il fidanzato che avevo prima si è volatilizzato senza una spiegazione. Devo ancora capire se non gli andava che facessi i turni di notte in caserma o se gli ha dato fastidio la mia improvvisa celebrità. Mistero. Poco male comunque. Non era una gran storia. Però il posto è rimasto vacante. Ultimamente mi sta succedendo una cosa strana. Gli uomini che incontro mi sembrano tutti un po’... non voglio dire degli incapaci, ma... mi sto abituando ad avere vicino uomini molto in gamba. Non dovrei, lo so, ma... finisco per fare paragoni. Sì, sono uomini in gamba i miei colleghi e io faccio di tutto per guadagnarmi la loro stima. Non è facile neanche quello. Masi, per esempio, mi ripete continuamente quanto sono brava. Lui non se ne accorge, ma me lo dice come se la cosa lo stupisse. Anche Cerrato mi riempie di complimenti, però ieri si è offeso perché ho teso le corde meglio di lui. Maurizio mi insegna tutto con pazienza. Con nessun altro è così attento e protettivo. Di conseguenza se c’è da mandare avanti qualcuno, non manda mai me. Non fa che ripetere che per lui sono un vigile del fuoco come tutti gli altri, eppure sento che neanche lui si fida di me fino in fondo. Magari non lo fanno apposta, ma è un po’ come se tutti quanti si aspettassero che faccia un errore, che abbia un cedimento. Forse inconsciamente lo desiderano, così i conti tornano e possono continuare a considerarsi superiori. Non l’avrei mai detto, ma sto incominciando a fare quei discorsi che fa sempre Elisabetta sul

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maschilismo e che io non sopporto. È ovvio che gli uomini e le donne sono uguali. La mia presenza qui lo dimostra. Non vedo cosa ci sia da aggiungere. Però quando il caporeparto ha detto che il mio arrivo in caserma è positivo perché “ravviva l’ambiente”... non so, ho avuto la sensazione che le cose non siano così semplici e che forse Elisabetta non ha tutti i torti quando dice... Ehi, ma questa è la campana. Si esce. Dove sono gli stivali... ARRIVO!

Fabrizio Barolo è nato a Torino nel 1972. Laureato in Giurisprudenza, affianca agli studi la grande passione per il cinema e la scrittura. Collaboratore fisso di un settimanale sportivo, nel 2002 frequenta un Master in Editing e Scrittura di prodotti audiovisivi, con stage finale presso l’equipe di scrittura de La Squadra, serie tv in onda su Raitre. È stato tra i finalisti del concorso on-line E-Scripts - Torneo per sceneggiatori (www.sceneggiatori.com), ottenendo una menzione speciale. Adriano Blundetto è nato a Torino nel 1970 ed è laureato in Lingue e Letterature Straniere. In occasione di alcune rassegne cittadine si è occupato di musica e immaginario rock nel cinema ed è stato uno degli autori del video Movie Around the Rock (1996). Ha scritto inoltre i testi per una striscia informativa sulle politiche dell’Unione Europea, trasmessa da un network di radio piemontesi nel 2001. Nell’ambito del Master in Editing e Scrittura di prodotti audiovisivi del COREP di Torino, ha preso parte alle varie fasi di scrittura della fiction televisiva di Raitre La Squadra, presso la società di produzione Grundy di Roma. Anna Gasco, autrice torinese, ha scritto e diretto film e video tra cui Le Rose Blu con T. Pellerano e E. Piovano, con la partecipazione di Laura Betti e Ninetto Davoli, Camera Oscura e Epistolario immaginario: videolettere dal carcere con Camera Woman, La Guerra alla Guerra con Daniele Gaglianone. Ha collaborato con l’A.N.C.R. e pubblicato sul Nuovo Spettatore. Recentemente ha firmato la sceneggiatura e la regia del musical per il teatro Night and Day. Segnalata nel 1999 al Premio Solinas con la sceneggiatura Il canto dell’usignolo, è di nuovo tra i finalisti 2003 con La storia taciuta.

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IL MONACIELLO di Francesco Ribolla PROGETTO PER MEDIOMETRAGGIO GENERE: FIABESCO

È l’anima inquieta di un bambino, spesso dispettoso e monello, che si diverte a giocare tiri mancini al povero malcapitato che ha la sventura di abitare nello stesso luogo eletto a sua magione. I dispetti e le cattiverie, però, non derivano da una natura malvagia bensì dalla vivacità e dal bisogno d’affetto che ogni bambino reca in sé, tanto più quando desidera con tutte le sue forze diventare un bambino in carne e ossa. Francesco Ribolla ha immaginato questa storia puntando, più che sull’aspetto fiabesco, al rapporto padre-figlio che s’instaura fra Matteo e il piccolo demonio che gliene combina di tutti i colori.

“La mia vita è un disastro, peggio del Titanic,” pensa il povero Matteo scendendo a piedi dal Vomero senza una meta precisa. Ora è nei pressi dei giardini che tra Santacroce e Salvator Rosa separano la collina dal centro antico di Napoli. Fa caldo, la stanchezza e l’angoscia lo costringono a fermarsi su una panchina all’ombra per sbollire gli umori che ha in corpo. E ne ha di ragioni, il povero Matteo, a dolersene per le voci in perdita nel suo bilancio esistenziale: lavoro, amore, fortuna, soldi... Adesso ci voleva pure lo sfratto esecutivo dalla casa in cui ha abitato tanti anni con la vecchia madre, Dio l’abbia in gloria! Sì, non è bello ritrovarsi così alla sua età, non è neanche giusto, ma a chi importa? Matteo è solo, non ha famiglia, non ha amici, non ha nemmeno uno straccio di assistenza avendo vissuto finora di precariato. E poi gli manca la grinta, la caparbietà, gli manca soprattutto lo scopo per lottare come fanno gli altri, è pericolosamente vicino a quella linea di demarcazione che, una volta superata, non offre ritorno. Ma proprio mentre sta meditando sul modo migliore per farla finita, ecco che qualcuno siede sulla sua stessa panchina. Lui non fa molto caso a quella signora che ha tutta l’aria di voler attaccare bottone, sferruzza a maglia e gli si rivolge con gentilezza. Matteo ha già un’esperienza in fatto di anziani, sua madre aveva più o meno la stessa età della donna che gli siede accanto e, anche se ora non ha molta voglia di parlare, cerca almeno di essere educato, ascoltando e rispondendo a monosillabi. Presto, però, il soliloquio della vecchia signora si fa curioso, spiazzante, la donna sembra indovinare molte cose di lui, pare quasi che lo conosca bene e, quando lo invita ad accompagnarla a casa per offrirgli qualcosa di fresco, Matteo non sa rifiutare. La signora vive in un palazzo che un tempo apparteneva a un principe, uno di quei palazzi antichi di Napoli con il cortile interno e ancora gli anelli in bronzo dove una volta si attaccavano i cavalli. Ma la sorpresa maggiore è l’appartamento della signora, un appartamento che prende tutta l’ala superiore dell’edificio, dalle grandi mura e gli alti soffitti coperti, le une e gli altri, da arazzi, quadri, affreschi e arabeschi da incanto. Seguendo la signora, Matteo si aggira nei locali a bocca aperta, mai visto niente di simile, quella non è una casa, è una reggia. Mentre la vecchia dama divertita dal suo stupore serve il rinfresco, gli spiega che un tempo quella era la magione del principe, lei ne è solo un’usufruttuaria un po’ speciale. In che senso, speciale? Beh, tanto per cominciare, quella non è una casa come tutte le altre ma una casa ispirata, molte sono le presenze che vi dimorano, presenze impercettibili, però una soltanto crea qualche grattacapo: quella di Tommasino. E chi è Tommasino?

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È un “monaciello”, cioè l’anima in pena di un fanciullo, un bambino capace di qualsiasi marachella, molto dispettoso se prende in antipatia qualcuno, e anche un po’ scurrile per la verità, ma un povero “piccerillo” che non trova pace perché vuole nascere, diventare un bambino vero, e quindi cerca un padre, qualcuno che si decida a metterlo al mondo. Matteo non sa come contenersi, sta quasi per ridere in faccia a quella vecchia pazza che crede a queste storie tanto ridicole ed assurde, quando lo assale un torpore talmente forte da farlo cadere in un sonno profondo. Al suo risveglio Matteo si ritrova solo e sulla stessa poltrona dove si è addormentato. Ancora mezzo intontito, si scuote, chiama la signora senza ottenere risposta, poi si accorge che non indossa più i suoi abiti ma un pigiama e una vestaglia, entrambi in seta azzurra finissima, con uno stemma nobiliare sul taschino. Forse è stata la signora a conciarlo così, quando si è addormentato. Si alza e comincia a girovagare per la casa in cerca dei suoi panni, senza però trovarli. Allora s’incazza, pensa addirittura al sequestro di persona: quella, in fondo, non ha il cervello a posto, lei e i suoi fantasmi! Vista inutile l’attesa della donna, si decide ad aprire gli armadi per procurarsi qualcosa da mettersi addosso e andarsene. Davanti ai suoi occhi si ritrova una serie di abiti ed accessori semplicemente impeccabili e tutti della sua misura. Matteo indossa uno dei vestiti e già sembra aver cambiato faccia, è un altro, si sente invaso da una strana leggerezza, un’euforia, quasi l’ottimismo che gli mancava da tanto. Perciò, acchittato e soddisfatto, apre la porta di casa e sta per richiuderla quando vede sul battente la targa col suo nome preceduto da stemma e titolo: Principe Matteo Maria Limongelli di Montecorvino. Cos’è, uno scherzo? Accidenti, se lo è, è ben congegnato perché tutti, dal custode del palazzo agli abitanti del quartiere lo salutano e lo riveriscono con quel titolo. “Forse sto ancora dormendo e questo è un sogno,” pensa Matteo. Ma ecco che lo ferma il barbiere chiamandolo eccellenza e invitandolo a togliersi quella barba di tre giorni che lo invecchia in quel modo. Quello insiste e Matteo, pur riluttante, si fa sbarbare. “Ah, ce vuleva proprio, eccellenza! Mo’ siete n’ata cosa.” Il principe Limongelli si rimira nello specchio, ma è imbarazzato, non ha soldi e fa il gesto di mostrarlo toccandosi le tasche malgrado le ritrosie del barbiere che gli dice di non preoccuparsi, lui è solito pagare mensilmente. Al tatto, però, Matteo sente che c’è qualcosa nella giacca: è un portafogli stracarico di banconote di grosso taglio nuove di zecca. Da dove è uscito se prima non c’era? Più stralunato di lui, il barbiere si vede offrire una delle banconote a saldo del conto mensile e sua eccellenza si allontana. Camminando riflette: “Se questo è un sogno, voglio concluderlo in bellezza.” E si avvia verso il Vomero in cerca di Adele, la ragazza che lo piantò per diventare cassiera e amante del titolare di un supermercato. Adele, nel rivederlo, fiuta la fortuna di Matteo e vorrebbe sfruttare la situazione. Simula quindi un po’ di contegno e infine si fa condurre da lui nell’appartamento principesco per una sana rimpatriata carnale. I due cominciano a spogliarsi, Matteo si ficca a letto mentre lei entra in bagno ed emette un grido. Lui accorre e la trova incazzata nera. Dipinta sul muro, a caratteri cubitali, c’è una scritta: ADELE È ’NA BUCCHINA! “Mi hai portato qui per offendermi?!” strilla lei indignata. Lui la rabbonisce a fatica dicendole che si è trattato di uno scherzo, un brutto scherzo ai suoi danni. Qualcuno si è voluto divertire, forse la vecchia pazza che ha incontrato. “Allora non hai fatto fortuna, questa casa non è tua...” mormora Adele cominciando a ricredersi sul conto di Matteo. Lui, disperatamente, cerca di convincerla che dopotutto potrebbe sempre cavarci un po’ di soldi dalla signora che lo ha preso in simpatia e trascina Adele in camera da letto. Ma anche qui, su una parete, è reiterato e rafforzato lo stesso concetto:

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ADELE È ’NA GRANDE BUCCHINA!!! “Porco! Schifoso! Vai a fare in culo tu e i tuoi quattro soldi!” urla la ragazza rivestendosi e piantandolo in asso. Matteo la rincorre inutilmente senza riuscire a capacitarsi: chi è l’autore di quelle scritte immonde? Torna in camera da letto e la sua meraviglia raggiunge il culmine quando vede che tanto sulla parete della stanza che su quella del bagno le offese dipinte sono scomparse. Poi una voce, la voce infantile di qualcuno che sembra parlare dal nulla, gli svela il sortilegio: “Eh già! Tu ti credevi veramente che io mi pigliavo pe’ mamma a chella grande zoccola?” Matteo suda freddo, da dove viene quella voce? Chi ha parlato? Si volta e lo vede. Un bambino lacero e sporco, brutto, sdentato, con un ciuffo solitario di capelli biondastri in mezzo alla testa, un rivolo di moccio che fuoriesce dal naso. Il piccolo indossa una specie di saio lurido e sdrucito, lo guarda con un paio d’occhi che sembrano due tizzoni. “E tu chi sei?” mormora impaurito Matteo che quasi gli prende uno sturbo nel vederlo. “Perché, non lo sai?” gli risponde quell’inquietante creatura. “Eppure la nonna te lo ha detto chi sono, principe d’o’ cazzo!” Eh sì, la signora aveva ragione, il linguaggio del piccolo è davvero scurrile, ma questo sarà il guaio minore per il povero Matteo perché i due, sul momento, non legano affatto. Il monaciello pretende che lui stia ai patti mentre l’altro non ci pensa per niente ad accontentarlo, vuole godersi l’acquisito benessere, e così è la guerra. Sarà una guerra totale, senza esclusione di colpi, Tommasino gliene combina di tutti i colori. Esasperato dai tiri e dai dispetti della piccola peste, Matteo convoca uno dei più grandi esorcisti del mondo, il mago di Procida, pur di neutralizzare la diabolica entità. Ma il rituale si trasforma in una sonora catastrofe per il malcapitato negromante che, fuggendo terrorizzato, grida a Matteo: “Mamma d’o’ Carmine, chisto è ’na putenza! A voi non vi salva nemmeno Sant’Antonio!” Sentendosi sconfitto, Matteo decide di abbandonare la casa e tornare alla vecchia vita che, per quanto grama, è almeno più tranquilla. Ma gli riappare la signora, donna Matilde, la nonna di Tommasino. Questa spiega a Matteo che deve avere pazienza, col tempo imparerà ad amarlo quel bambino, lui vuole solo nascere. Gli racconta anche come Tommasino è diventato un monaciello, lui era il frutto della colpa di una tresca amorosa tra il principe ed una serva del palazzo, appunto la figlia di Matilde. Il signorotto aveva imposto alla ragazza di abortire, lei si era rifiutata e il principe l’aveva fatta ammazzare con la creatura che aveva in grembo. “Adesso l’anima di mia figlia è tra gli angeli, ci potrei stare pure io, ma Tommasino non ha mai trovato pace, gli mancano tutte le cose che hanno avuto i bambini di questo mondo, quei bambini che poi diventano uomini e vivono la loro vita.” Le parole di donna Matilde non lasciano indifferente Matteo che, in fondo, anche se non lo sa ancora o ancora non vuole riconoscerlo, s’è già affezionato a quel piccolo demonio. Come mai, però, fra tanti soggetti potenzialmente più appetibili, proprio lui è stato scelto come padre? Semplice, perché lui è la reincarnazione del principe, l’uomo cattivo che distrusse l’unica cosa buona della sua vita, e questo spiega anche le tribolazioni passate fino ad oggi da Matteo. Proprio per tale ragione, gli dice Matilde, è inutile che cerchi lontano dal palazzo la donna che dovrà concepire Tommasino: “È Mariuccia, la figlia del custode, sì, di don Armando, che Tommasino vuole come mamma.” Al povero Matteo gli prende un colpo, quella ragazza lui l’ha intravista ed è un mostro, strabica e con la gobba. “Signora cara, un uomo è un uomo e per una donna deve sentirci almeno un poco d’ispirazione se vuole farci un figlio. Mariuccia non è una donna, è un disguido!” urla disperato. Matilde lo rassicura, al momento giusto Mariuccia cambierà aspetto se lui imparerà ad amarla, ma dovrà amarla con il cuore e non per calcolo o convenienza. L’impresa è veramente disperata per Matteo che, in

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breve, proprio perché nel quartiere si sparge la voce del suo interesse per l’infelice ragazza, diventa la favola di tutti. In compenso, però, i dispetti di Tommasino si fanno più rari, il piccolo assiste agli sforzi di Matteo che deve finanche erudire Mariuccia nelle cose più semplici, insegnarle galateo e portamento, insomma sgrezzarla da cima a fondo. I risultati non sono per nulla incoraggianti. Finchè una sera, in un locale dove Matteo sta cenando con lei, la situazione si evolve grazie alla cattiveria di Adele. Questa ha intravisto il suo ex con quell’essere semideforme e non perde quindi l’occasione per deriderla e ferirla crudelmente dal tavolo dove si trova in compagnia di altre persone, titolare del supermercato compreso, provocando la reazione di Matteo. Volano parole grosse tra lui e Adele, l’amante di questa si alza e si scaglia contro Matteo, malmenandolo di brutto, ma l’intervento di Tommasino si abbatte con tutta la sua furia devastatrice contro l’aggressore e i suoi compari, il ristorante si trasforma in un campo di battaglia dove piatti, bicchieri e posate diventano proiettili. Adele e il suo ganzo, pesti e scornati, si dileguano mentre Matteo, mezzo morto per i cazzotti ricevuti, riapre gli occhi su Mariuccia che, in lacrime, lo sta stringendo tra le braccia. Il miracolo si è compiuto, Mariuccia è diventata bellissima proprio perché nella sfuriata con Adele lui l’ha difesa con passione e amore sincero. Matteo ha il tempo di rivedere per l’ultima volta il fantasma di Tommasino che lo sprona a tornare a casa: “Neh, che stai aspettando? Muoviti, che chesta è a’ nuttata giusta, papà!” Nove mesi più tardi nasce il bambino, il parto avviene in casa, come vuole la tradizione, e quando il fiocco azzurro viene messo sul portone del palazzo per annunciare che è nato il figlio del principe, tutto il quartiere fa festa. La levatrice pone il neonato tra le braccia di Matteo che ne scruta i lineamenti, un po’ preoccupato perché Tommasino non era mica tanto bello da fantasma, ma il piccolo è un bambino stupendo. Lui se ne compiace quando un getto di pipì lo colpisce in piena faccia: non c’è dubbio, è proprio lui, Tommasino.

Francesco Ribolla nasce nel 1955 a Napoli, città in cui è sempre vissuto, tranne che per qualche breve spostamento a Roma e a Milano. È giornalista e questa sua attività lo ha portato a scrivere storie per il cinema che riesaminano e rileggono il passato prossimo italiano. Le sceneggiature che propone si rifanno a quel cinema d’inchiesta che ha per modello esemplare Il caso Mattei di Francesco Rosi. Per Il monaciello si è ispirato - con affetto - ad un altro film di Rosi, il fiabesco C’era una volta, film massacrato dal produttore, maltrattato dalla critica, ma ampiamente da rivalutare.

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Poi una voce, la voce infantile di qualcuno che sembra parlare dal nulla, gli svela il sortilegio: “Eh già! Tu ti credevi veramente che io mi pigliavo pe’ mamma a chella grande zoccola?”

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IL CORPO di Massimiliano Supporta revisione di Lino Sturiale PROGETTO PER LUNGOMETRAGGIO GENERE: DRAMMATICO Il “normale” turno di notte di due poliziotti termina in un crescendo di orrore che non ha, apparentemente, una giustificazione, se non quella della follia di uno dei due protagonisti. Apparentemente, perché la follia non è altro che il portato di una teoria di piccoli orrori quotidiani, vissuti forse inconsapevolmente, ma non per questo meno inquietanti. Il tema, universale ma trasposto nell’attualità, e lo stile tagliente, un bisturi con cui l’autore seziona i suoi personaggi e l’ambiente che li circonda, sono i due elementi che hanno determinato la scelta di questa storia. Lino Sturiale, che ha curato la supervisione del progetto, lo ha definito: “Un’analisi spietata, nelle sue evidenze. L’alba non scioglie incantesimi: tratteggia semplicemente il passaggio di un tempo breve e intenso, terribile.”

É la città che sta cambiando pelle. Nient’altro che questo. Ovunque ruspe e gru e bulldozer a sradicare l’anima operaia, a trasformarla in qualcosa che però ancora non si sa cosa sarà. L’identità stessa di una, due generazioni, rimessa in discussione, così come in discussione si possono mettere, ormai, anche i diritti primi degli individui, se se ne ha il mandato... E la tranquilla vita da “paesone”, di nuovo, si trasforma in esistenza da prima linea, e ci si trova scaraventati tra gli avamposti dell’euro-impero. Ecco che ci si scopre tra le maglie della malavita straniera, invischiati in giri di prostituzione e schiavismo, recrudescenze razziste, feste a base di droghe dalle quali non si astengono neanche i membri del Parlamento o le forze dell’ordine. Quale ordine? Gli ordini si attorcigliano su sé stessi, mostrando la loro inutilità e da questa ugualmente traggono forza. L’importante è avere un tappeto abbastanza grande sotto il quale nascondere tutto. La violenza è la salsa che accompagna il piatto: gratuita per definizione. La violenza è la lente attraverso la quale leggere le storie che si nascondono lontano dai quartieri chic, dai locali alla moda e dalle serate di gala. L’aggressione verbale, il sopruso, il razzismo, sono sintomi, non effetti. La periferia è un campo giochi. Il paesaggio è quello del ciglio di un baratro, oltre non c’è niente, dietro non c’è niente. Lo sguardo è lucido e allucinato al contempo, tutto cambia troppo in fretta perché si possa fare o pensare qualcosa. Dentro non c’è niente. Non c’è via di uscita. Non c’è consolazione. Niente. Massimiliano Supporta

La città, la notte, un’oca, un corpo... e una discesa all’inferno. Per due poliziotti della sezione narcotici di una città post-industriale del Nord-Italia comincia un’altra notte di lavoro, ma non una notte come le altre. Lurìa e Bonaiuti sono giovani, ma già esperti e sono vicini a mettere le mani su un grosso trafficante cittadino. Non si mostrano per nulla “politically correct”, immersi come sono in un brodo di sciovinismo, arroganza e prevaricazione. Se Lurìa è uno stupido logorroico, tutto adrenalina e azione, preso in mezzo tra la voglia di fare carriera a tutti costi e una smodata passione per la cocaina e le prostitute, Bonaiuti, forse un tempo più riflessivo, sembra sprofondato in un’apatia particolare, frutto di un esaurimento nervoso, alla quale è strappato solo da episodi di brutale violenza. Il lungo giro notturno comincia dall’aeropor-

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to. Lì ricevono una donna magistrato, venuta apposta, e malvolentieri, da Roma; la accompagnano all’obitorio ad esaminare un cadavere. Si tratta di un giovane informatore di colore, scambiato per uno spacciatore che Bonaiuti, in un impeto d’ira, ha fatto precipitare da un tetto durante un inseguimento. Bistrattati dal magistrato, dopo averla scortata in albergo, i due riprendono a vagare per la città, tra malavita di basso profilo e... i loro affarucoli. Contemporaneamente Hana, una bionda e giovane prostituta straniera, termina di fare il bagno e si prepara ad uscire. Lurìa intanto continua a sniffare cocaina mentre Bonaiuti, sempre più assente, inghiotte, di tanto in tanto, delle misteriose capsule, ha delle strane visioni di un’oca, suda. I due vanno a snidare e a intimidire alcuni informatori, tentano un inseguimento. Vessano, anche senza una vera ragione, habituées della notte e semplici passanti. Poi, finalmente, mentre Hana attraversa la città in taxi per raggiungere il luogo di “lavoro”, i due poliziotti riescono a combinare il tanto atteso primo contatto con alcuni inviati del trafficante. Questo porta Lurìa, già ipercinetico, ad un grado di eccitazione estrema: con maschia partecipazione per i noti problemi personali del suo socio, decide di andare a festeggiare, con una prostituta. Bonaiuti, ancor prima dell’approccio alle oneste lavoratrici del sesso, comincia ad agitarsi, fino a dare in escandescenze. Toglie all’altro la guida dell’auto. Poi, in preda ad un delirio esistenziale, ispirato e folle, spegne i fari per procedere nel buio assoluto. In un crescendo di proteste allarmate di Lurìa, Bonaiuti è costretto ad accendere le luci, proprio nel momento in cui sulla traiettoria si profila la figura della giovane prostituta bionda. L’auto la investe inesorabilmente, scaraventandola sul selciato. Mentre Lurìa, avvicinatosi alla ragazza ferita gravemente, si dispera cercando una soluzione, Bonaiuti estrae dal cofano dell’auto un pesante martello e la finisce con un violento colpo al cranio sotto gli occhi esterrefatti del socio. Lurìa va in pezzi. Bonaiuti spiega che ormai era condannata; che, se non vogliono farsi coinvolgere, l’unico modo è far sparire il corpo. Riluttante, Lurìa si convince, aiuta il collega a caricare il cadavere, poi si abbandona stranito contro il finestrino mentre Bonaiuti guida verso il luogo che ha scelto. Arrivati in mezzo a un bosco, Bonaiuti tenta di convincere un Lurìa sempre più assente della necessità di inscenare un crimine sessuale, al fine di depistare le indagini che potrebbero portare fino a loro. Quindi, dapprima violenta il cadavere della ragazza poi, ragionando sull’opportunità di rendere la scena più convincente, si allontana, lasciando Lurìa stravolto in compagnia del corpo di Hana e dei propri orrori. Inoltratosi tra gli alberi, Bonaiuti rivede l’oca, affronta sconvolto altri istanti allucinati fino a quando, accanto al capanno di un legnaiolo, trova ciò che fa al caso suo: un’ascia. La soppesa e ritorna verso il luogo dello scempio. Quando lo vede tornare Lurìa intuisce le sue intenzioni. Tenta di ribellarsi, estrae l’arma dalla fondina, minaccia il suo compagno, poi rompe in un pianto dirotto e crolla. Bonaiuti, di fronte a lui, cerca di confortarlo, di convincerlo, di blandirlo. Poi fulmineo lo abbatte con un colpo d’ascia. Lurìa stramazza al suolo coperto di sangue, con l’arma confitta. Bonaiuti guarda la scena con malcelato disappunto, si accende una sigaretta, mentre tra gli alberi comincia ad albeggiare.

Massimiliano Supporta - Pseudonimo di Louis Ferdinand Mabuse. Rocker spregiudicato, regista e supereroe torinese. Avido consumatore di colla, pesche sciroppate e nouvelle vague, si è diplomato al liceo Carlo Cattaneo della stessa città in un momento di forte crisi del sistema didattico. È tra noi presumibilmente dal febbraio del 1970.

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LAVA&ASCIUGA di Stefania Gallo DOVE SI ANIMANO LE STORIE DELLA CITTÀ DOVE EMERGONO L’IDENTITÀ E LA FRAMMENTAZIONE DOVE SI INCONTRANO GLI ABITI E LE ANIME DOVE SI MESCOLANO I PROFUMI DEI DETERSIVI E DEI CAFFÈ NEVROTICI

PROGETTO PER UNA SERIE DI CORTOMETRAGGI GENERE: FICTION, CON INSERTI IN ANIMAZIONE

Con leggerezza e ironia Stefania Gallo ci introduce nel mondo delle lavanderie a gettoni con il suo sguardo acuto e fantasioso che, attraverso brevi vignette, ci racconta la vita nascosta di Torino da un’angolazione insolita. È la Torino dell’immigrazione, degli studenti, degli emarginati, dei lavoratori, dei matti. È la Torino precaria. Catturando rapidi istanti si disegnano quadri oltre la cui superficie divertente si coglie la densità di una vita. Mentre l’oblò gira a cancellare macchie che diventano segni esistenziali.

La lavanderia a gettoni come luogo d’incontro, di socialità e solitudini: le persone si intrufolano per un caffè alla macchinetta, per condividere un silenzio o una sfortuna, per parlare di uomini, donne e politica, per incontrare etnie della propria appartenenza, per continuare il romanzo interrotto a casa. Studenti, trasfertisti, clandestini si mescolano ad attivisti di quartiere, madame, casalinghe, turisti curiosi e pazzi poeti. A Torino dove ci sono i nomadi non ci sono i neri, dove ci sono i neri non ci sono i maghrebini, dove ci sono i marocchini ancora non ci sono troppi italiani. Barometro del clima umorale sociale, le giornate al Lava&Asciuga possono misurare lo stato di stress, la capacità di convivenza, l’accoglienza, le risorse. L’idea estetica della realizzazione è mista, tra ripresa reale e pixillaction, tecnica di animazione a passo uno utilizzata per dare vita ad alcuni oggetti inanimati, indispensabili al racconto. Grazie a questa tecnica, lavatrici, abiti e oblò interagiscono con i personaggi, sottolineando particolari passaggi e stati emotivi. Mi piace pensare a un vecchio detto che per questa serie sembra particolarmente calzante: “L’abito è specchio dell’anima.” Stefania Gallo

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Passaggio in India Un sacco nero al centro della lavanderia, odore forte di curry e curcuma. Le uniformi da cuoco di Rahid Jalal Joah Ram escono dal sacco e iniziano a danzare verso l’oblò. “Vieni amore mio,” dice la canzone pakistana, “raggiungimi quaggiù dove non ho pace senza te.” La divisa animata ancheggia e si odono percussioni create da mestoli e posate, l’immagine si fonde senza che la danza si interrompa, con Jalal, all’interno della cucina del miglior ristorante indiano di Torino, impegnato in una solenne interpretazione canora. Rahid ride dietro i vapori del pentolame fumante mentre Joah sostiene che no, non ce la farà a portare sua moglie di qua, non senza la garanzia del lavoro. Ram, giovanissimo, affetta concentrato molte verdure su un tagliere, si deterge la fronte, fa una pausa e guizza al fianco di Jalal aggiungendosi al coro. Preso dall’euforia, sbilancia il pentolino di curry sauce sul petto di Jalal. La canzone cessa. La macchia invade lo schermo. La macchia è ben visibile sull’uniforme che sta per chiudersi dentro l’oblò della 16 chili. Il lavaggio ha inizio. Erasmus Due studenti universitari: lei greca, lui messicano. Lei è seduta a terra, consulta una guida in lingua italiana, lui le dice che se ha voglia di conoscere la città può darle una mano. Tre mesi lo hanno trasformato in un cicerone. Si scambiano le proprie opinioni su Torino usando un italiano a due accenti, parlano senza pause oltre il tempo del lavaggio; escono per un caffè. Le 16 chili rombano in un simultaneo risciacquo, le 7 chili viaggiano verso lo stop, le asciugatrici partono all’unisono. Quando rientrano è buio, le loro voci hanno un tono più alto, i loro piedi sollevati da terra. Abbandonano la lavanderia, scambiandosi le borse ed il cuore. L’oblò L’oblò. Nel turbinio della centrifuga s’incantano gli sguardi degli studenti e dei pensionati, degli impiegati e dei forestieri. Il loro incrocio di pensieri crea una matassa di energia mutevole, a seconda del tempo, dell’ora, delle notizie sui giornali, del vento che cambia. La cioccolataia porta una tovaglia piena di macchie marroni e parla dell’ineluttabilità delle macchie da fondente, due studenti preparano un esame e si interrogano, M. apre la porta di scatto per chiedere se il nuovo taglio di capelli le dona, il pensionato di sopra scende in ciabatte e si accomoda per il solito spettacolo musicale fornito gratuitamente da una rete televisiva, S. fa ingresso ricoperto da una guaina di pelle lucida e chiede se è possibile lavare un solo pezzo. Abdul chiede un posto di lavoro bevendo l’ennesimo caffè della macchinetta. Il piccolo chimico Un cliente incazzato con le multinazionali sostiene che i detersivi sono tutti uguali. Ne estrae tre dalla sua borsa come se fossero soldatini e li posiziona sul bancone dove si piegano i panni. Presenti M., immobile in attesa della centrifuga con lo sguardo fisso sull’oblò, il matto, che non perde nessun movimento del nuovo cliente, la signora Arguetti Genziana che, come sempre, si fa aiutare a piegare le sue lenzuola “royales”. Il tizio lancia un proclama per il quale tensioattivi e carbonato di sodio sono in ugual misura nel Gilly come nel Dash, che non ci contino balle! È tutto un infinocchiamento da pubblicità. In questa sua analisi ad alta voce cerca di convincere i presenti, ma non attacca. La sua uscita è accompagnata da un applauso del matto e una risata di sollievo della dolce Marzia.

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Can che dorme Un cane con la pertosse preso da un canile è coricato al centro del pavimento. Fa fatica a respirare: il suo respiro è un rantolo. È una giornata fredda e i vetri sono appannati. Abdul è stretto in una giacca troppo stretta, due pancabestia attendono il loro turno. Mentre ognuno dice la sua sui cani e sul mondo animale, sul vegetarianesimo, sull’educazione corretta e scorretta, sulle feci dei cani sui marciapiedi del quartiere, lui dorme, russa e sogna. Sogna di non avere più nessuno intorno che gli rompa l’anima e di liberarsi dal mal di bronchi. Sogna di togliere il bastone a quel padrone che sembrava tanto mite quando lo scelse dietro la grata affinché caschi sull’altra gamba e rifletta sulla propria persona e rifletta su come tratta quella donna e rifletta sull’inefficienza di suo figlio e sulla sua - coff coff - pertosse nervosa, oramai cronica. La confessione Un ragazzo bello e sfrontato in una giornata di sole che mette in risalto i vetri sporchi. Confessa di aver iniziato il seminario, di aver raggiunto voti e risultati di riguardo, stima e approvazione, incentivi e un invito a proseguire. Al centro dello spazio, ora, un confessionale: il ragazzo, piano, si inginocchia. Mentre parla si spoglia, lascia i jeans ai piedi, indossa un saio di tela scura. Racconta di un mattino in cui si alza il sole, nei campi il profumo di viole, un voluttuoso alito d’aria e giù, a fondo valle la festa si prepara. La festa che omaggia il nuovo caldo. Racconta della furia della notte, la fuga per il dirupo, il vino della botte, la danza a lui più familiare, la donna che non riusciva a non baciare. Pian piano lo circondano Teresa, il matto e gli studenti, Abdul e suo cugino, Fabietto e sua nipote, il vecchio della pianta, il giovane olandese, il cane con la tosse, l’invalido e il bastone, la moglie con il figlio. Silenziosi, si siedono ai piedi del ragazzo, una luce accecante sulla testa, una cascata di luci accompagna la svestizione: Pablo leva il saio, Pablo piange, Pablo resta nudo. Abdul accenna delle percussioni leggere, un coro leggero l’accarezza. Pablo è libero. L’assassino Un uomo con volto e fare inquietante fa ingresso di primo mattino. Fa freddo e c’è condensa. Fabietto ritira le tazze, è scioccato dalla cronaca, si congeda all’arrivo del cliente. Il cliente fa fatica ad estrarre da un sacchetto di plastica una maglietta insanguinata: evidentemente un braccio gli duole. Al radiogiornale passano la notizia di un pluriomicidio. Una voce femminile suggerisce un trattamento con conegrina. L’uomo risponde con voce roca e cavernosa: “Basta che il sangue sparisca e non ne rimanga traccia.” Chiede un lavaggio veloce perché c’è un treno che parte, e sparisce. La cioccolataia ha ascoltato senza volerlo, M. si affaccia e chiede col suo fare ingenuo se tutto va bene, Fabietto attraversa la via e guarda all’interno del negozio sgranando gli occhi. La maglietta si contorce da sola in una smorfia di raccapriccio, una mano cerca di acchiapparla, lei fugge. Si prospetta un complicato inseguimento, fino a un tuffo forzato in conegrina. “Presa!” La camicia torna pulita; profumato e imbellettato torna il proprietario, il braccio medicato in ospedale. Segue una discreta mancia e un sorriso sincero. Forse si era tagliato in cantiere. Salsa y merengue Pablo entra col walkman sorridendo, passo-giravolta-detersivo, passodoble-giravolta-ammorbidente. Il gettone risuona nella fessura, la lavatrice parte. Una voce femminile chiede cosa stia ascoltando, lui la invita e la salsa invade il nuovo palco: i colori dei murales sulle pareti si accendono.

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Una lezione di merengue appassionante e incalzante sta per avere inizio, la claque si accalca alla vetrata, il matto schiaccia il naso sul vetro, Fabietto col vassoio dei caffè si ferma in volata, il verduraio ciccione, forse invidioso, s’incanta con tre casse sulla testa, Abdul, diffidente e un po’ geloso, esalta la cultura del suo paese; si apre un contenzioso sulla danza. Il ritmo scandito da accento argentino, le mani unite, il sopracciglio contrito. Pablo detta il ritmo severamente, la donna lo segue, la fronte arde, il cuore sente. La musica suona ma non la udiamo, solo i talloni e un battimano. Tutto finisce con un casqué. Pablo ringrazia con un inchino, si infila il cappello, si assesta per bene, saluta la dama baciandole il polso, ritira il suo carico, la claque dileguata. Fine giornata. La pensione-bordello Il signor P. entra con il solito stecchino tra i denti e un paio di sacchi colmi di panni. Porge una lauta mancia, invita a usare i guanti e, sporgendosi per strada in direzione del bar, urla a Fabietto un caffè lungo e speciale. Saluta rapido e sparisce. Dal sacco grande una voce femminile, profonda, invita le ragazze a vestirsi in fretta. Gli accappatoi dai vari colori e dall’accento straniero prendono vita: si incrociano schiamazzando, parlando a voce alta; asciugamani sagomati, bigodini, treccine, acconciature bizzarre prendono forma tra rumore di phon e tacchi a spillo. Finalmente un po’ di evasione. Si improvvisa una sfilata: presentazione di un paio di collezioni dei quartieri Vanchiglia e Porta Palazzo. “Come la roba non è ancora pronta?” sbraita il signor P. affacciandosi alla lavanderia. Dallo sgabuzzino escono in fila gli accappatoi che si tuffano concitati negli oblò. Il Vangelo secondo Matteo L. viene in lavanderia solo a tarda sera, in genere non comunica con gli altri. Estrae dalla sua borsa plastificata di finto serpente una Bibbia, mentre nei due oblò delle asciugatrici girano un vasto assortimento di biancheria intima e vestitini da bimbo. Legge a bassa voce, in inglese, rimane in ombra tutto il tempo. L. è elegante, educata, non si scompone mai, non siede mai. Una sera dice: “Tieni,” porgendo una maglietta nera con un collo in finta pelliccia in regalo. E parla. Sostiene che Matteo sia il più umano dei discepoli, il più vicino a lei, il più prossimo ai propri errori. Sul bancone una pila di pizzi e reggicalze, una di tutine e bavaglini. Non accetta aiuto, non riposa mai lo sguardo. Ripone la sua Bibbia in una tasca e accenna un grazie con la bocca. L’oblò 2 L’oblò, spirale ipnotica della lavanderia. Nel turbinio della centrifuga s’incantano gli sguardi delle casalinghe e degli immigrati. Il loro incrocio di pensieri crea un mélange di lingue e opinioni, comuni e discordi. Sta per esplodere la primavera, una tempesta di ormoni sembra infrangersi sulla via: il verduraio ciccione fa gli occhi dolci, il signor P. della pensione-bordello propone affari strani di indubbia origine legati all’apertura di un centro estetico, l’edicolante, essere schivo e taciturno, presenta la sua nuova ragazza, gli operai addetti all’istallazione del Napisan hanno un incedere a dir poco flemmatico in presenza delle studentesse. Il vento soffia, solleva i fumi dell’inquinamento, l’acido dell’asfalto e la puzza dei vuoti di birra. Gli albanesi sono passati di qua. I cestini strabordano di rifiuti, Abdul, gentile, dà una ripassata di sua spontanea volontà.

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Lo string Torna puntuale, sul far della notte, nel fine settimana quando le saracinesche si abbassano. Col suo pezzo. Lo estrae di tasca e agisce indipendente. Una dose di Dash superlavante con aggiunta di rosa ammorbidente, una goccia d’ammoniaca sgrassante. E aspetta, aspetta che l’intero ciclo si concluda, lo sguardo perso per la strada: solo, leggero, lo string rotea nello spazio infinito di un cesto che potrebbe ospitarne diecimila. Solo, leggero, riprende volume nell’asciugatore quando il vapore riporta il suo colore viola a brillantini. “Un solo pezzo? Lei spende una follia!” esclama Teresa, regina del calcolatore e raccoglitrice persino del detersivo versato a terra. “Sette euro una mutanda?” Ma quello non la guarda, profumato e lucido in disparte, non ha voglia e non le piace. Lavora come spogliarellista. E questo è silenzio prima della pista. Il tranquillo Un uomo esemplare: figlio adottivo di un altro paese, moglie dolce che protegge, cane prelevato dal canile. Li vedi arrivare da lontano: lui si appoggia ad un bastone, lei lo sostiene e lo ascolta, il figlio li aiuta, il cane fa strada. Organizzati a catena di montaggio paiono padroni del negozio: lui piega, l’altro schiaccia, lei ripone. Abdul tranquillo gira il suo caffè, il cane gli rantola ai piedi, la solita pertosse. Abdul commenta qualche cosa tra sé e sé. È un attimo: in un frangente l’uomo afferra il braccio di Abdul, confessa un’aggressione precedente, due anni di galera. “Un crack, una rottura, bel rumore!” È quello che ripete apertamente; quell’osso che si spappola, bel suono, quel senso di potere finalmente, da quanto desidera aggredirlo? Lui e la sua faccia caffelatte, lui e la sua flemma maledetta? “Lo vedi lui,” al cane con la tosse, “non è di razza, è proprio un gran bastardo...” e intanto stringe e gira l’avambraccio “... ma ha il pregio che è fedele e silenzioso.” E qui conclude. Abdul rimane esterrefatto, il braccio arrossato pulsa ancora. Il figlio adottivo si vergogna, la moglie già vestita vuole andare, il cane li raggiunge sbadigliando, l’uomo si riappropria del bastone. I quattro se ne vanno mezzi storti. Da qui appaiono proprio malandati. Piccoli mostri Fa ingresso una famiglia nera con tre bambini minuscoli. La tv della lavanderia è sintonizzata su una rete che trasmette musica. La donna parcheggia il carrozzino al centro, l’uomo si addormenta appoggiato alla gettoniera coi piedi su un borsone. La piccola ciondola la testa, riconosciute le prime note, il piede destro solleva il tallone, gli avambracci riproducono la prima mossa: è l’ultima di Janet Jackson, vestita di un bianco che sfonda gli occhi. La piccola canta in perfetto playback la prima strofa, le labbra si muovono ma non esce voce. Il fratellino inizia a rotearle intorno e d’amblé si ribalta sul pavimento, il fisico piccino come un rapper adulto. La mamma segue tutto con lo sguardo, il suo grande corpo li protegge dall’alto, il padre ronfa fuori tempo, la sorellina col ciuccio accompagna tamburellando. La carrozzina fa avanti e indietro, tutto oscilla alle tastiere, come un vascello in mezzo al mare. Il gay R. fa ingresso la prima volta in canottiera, ben visibili le maniglie dell’amore quando se la toglie. “Non può,” commenta la voce femminile. “Ah no?” risponde sbalordito. R. proviene dall’Olanda, paese dell’eutanasia e adozioni snelle. Sei anni di assenza. Emozionato si alliscia il colletto inamida-

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to. Parla ad alta voce. Dopo aver chiesto scusa per il parziale spogliarello, prende a raccontare del pranzo che l’attende. Non vede Teresa dall’80, il padre è mancato nel frattempo, il nipote lo supererà, sua madre lo guarderà? Non avrebbe più dovuto vergognarsi presentando quella fede al dito. E mostra il simbolo della sua unione, due lettere incise proprio qui sull’anulare. Un grande amore. Un bimbo in adozione. Proprio a Torino l’avevano inviato! Dice infilandosi la giacca e la cravatta, forse il fratellino non lo riconoscerà così in ghingheri all’uscita del Lingotto. Ora che viaggia per convegni a fianco degli onorevoli, potrà avere un posto al sole nella sua famiglia? Ora che appare sulla stampa avrà diritto ad un abbraccio? L’assassino 2 L’ennesima ambulanza nell’afa estiva. Solito numero civico, all’otto di via Vanchiglia non sono mai chiamate fasulle. “Fortunatamente non superano le dita di una mano quest’anno,” dice Fabietto con finto ottimismo. Ma all’ambulanza segue una volante e un’altra ancora. M. è spaventata e chiede cosa sia successo, il verduraio gufa come suo solito sostando in mezzo alla strada coi suoi guanti gialli, la comunità araba del condominio è stretta qui di fronte, le donne stranamente compatte e fuori casa. La polvere dell’ossido di carbonio sembra tingersi di rosso, l’aria irrespirabile, un pianto, un’imprecazione in arabo. È una donna. Gli italiani non si mischiano agli arabi, i cinesi fanno capolino dal loro ristorante nascosti dietro un portavaso di cemento. Gli arabi non entrano nel bar, il bar li guarda male. “Giustamente,” commenta Renzo, “sapevo che prima o poi sarebbe esploso il dramma.” “Quale dramma?” chiede il matto, oggi elegante. Abdul ha sfondato il cranio alla sua convivente con un mattone. Tutti tacciono, tutto tace, neanche il matto stavolta ride. Il poliziotto Di solito arrivano in tre o quattro, in compagnia di Dylan Dog, ridono, vestono di marca, hanno riviste costosissime, uniformi impeccabili. Oggi è solo, timido e abbacchiato. La tv è sintonizzata su Raitre. C’è uno speciale sui fatti di Genova. “Perché non cambi canale?” chiede lui. “È un ordine?” interviene una giovane cliente quasi non lasciandolo terminare. E iniziano i botti: lui dice che quella non è informazione mentre passa lo smacchiante, lei gli chiede quale rete le consiglia. Lui dice che c’era, lei no ma ha diritto a sapere, lui dice “son menzogne”, lei dice che non avevano l’aria di essere finte le teste spaccate. Lui mostra la divisa e una macchia che non sa togliere, lei lo invita a non cambiare discorso, lui dice che c’erano troppe armi, lei dice “a partire da voi” e accusa chiunque ne avesse di armi, lui dice che Cenerentola non esiste, lei che non crede nei principi azzurri. Lui e lei si accordano sulla condanna alla violenza. Andandosene, lui le regala un fumetto. Qui c’è un messaggio di pace dice. Lei pensa che lo leggerà. E gli stivali ferrati risuonano all’esterno. Fa un gran caldo. L’oblò 3 L’oblò e gli sguardi incantati. Piove, il movimento circolare catalizza i silenzi. Si incrociano i pensieri di un attivista di Forza Italia, i passi di una ragazza del centro sociale Askatasuna col suo cane, la nenia di una gitana a piedi scalzi. In un angolo una ragazza tiene in mano una busta dell’Asl. Il matto passa e fa ciao con la mano. Sbircia dal vetro la ragazza che apre la busta. La tipa col cane gli fa

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cenno di andare. La ragazza inizia a piangere, abbondanti lacrime a sgorgare. Gli altri, rispettosi, stanno in silenzio, guardano a terra o fissano i muri. È un lungo momento. Lo spezzano i figli della gitana, irrompendo con schiamazzi e odori forti. L’attivista guarda il Rolex, si alza, estrae i volantini della campagna elettorale e sgomma, i bambini recuperano i sacchi togliendoli dalle mani della madre, la ragazza del centro sociale raccoglie i volantini per farne una palla per il suo cane. Una voce femminile offre alla ragazza della busta una bevanda calda, aspetta una risposta. Lei rifiuta e sussurra che è da sola. La busta è già richiusa, la schiena molle e curva. Si volta, guarda la donna e accetta due chiacchiere e una cioccolata calda.

Stefania Gallo studia al Centro Tecnico Cinematografico di Milano e si diploma nel 1991. Lavora con La Lanterna Magica di Torino curando la parte dei laboratori di animazione/educazione all’immagine e affiancando artisticamente i primi progetti e lungometraggi di Enzo D’Alò. Studia teatro approfondendo il metodo brasiliano di Augusto Boal e la pedagogia di Paulo Freire. Fonda nel 1998 la cooperativa al femminile Tiptoe, che si occupa prevalentemente di cinema d’animazione, e viaggia inseguendo alcune produzioni tra Francia, Lussemburgo, Germania e Corea. Recenti i primi progetti personali e il primo corto autoriale Il mercato/The store. Attualmente insegna presso il dipartimento di animazione della Scuola Nazionale di Cinema di Pecetto Torinese e lavora come storyboarder.

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DIETRO UNA TENDINA DI STELLE di Manuel Sgarella PROGETTO PER LUNGOMETRAGGIO GENERE: BIOGRAFICO

Nell’estate del 1958 Piero Ciampi e Luigi Tenco, i due grandi e sfortunati cantautori italiani, fecero insieme un viaggio attraverso l’Europa. Questo è lo spunto reale da cui Manuel Sgarella immagina una storia in cui delinea quegli elementi che porteranno i due amici ai loro drammatici destini. Viaggiando insieme a loro impariamo a conoscerne sogni e ideali che, sappiamo, saranno tragicamente disattesi: un viaggio che crea una forte empatia con i due protagonisti. Il titolo è tratto da una poesia di Ciampi, ripresa da Zucchero Fornaciari in una sua celebre canzone.

“Vaffanculo/non ho altro da dirti/sai che bel vaffanculo che ti porti nella tomba,/perchè io sono bello, sono bellissimo, e dove vai?/ma vaffanculo/e non ridere/non conosci l’educazione, eh?/Portami una sedia e vattene.” Livorno, Piero Ciampi lascia sui tovaglioli di carta di qualsiasi bar una piccola poesia. Beve un bicchiere di vino, anche due, giusto il tempo per lasciare un segno su quel tovagliolo su cui poi la gente si pulisce semplicemente la bocca. Quando non lascia la sua poesia sul tavolo al posto dei soldi, la regala ai passanti. Siamo alla fine degli anni ’50, in pieno boom economico; il mondo della musica leggera sta vivendo una vera rivoluzione, soprattutto grazie a Domenico Modugno che con Volare ha dimostrato come nella canzone italiana vi sia spazio anche per la poesia. Dalla generazione di interpreti di canzonette, che ha aiutato a risollevare il morale dell’Italia del dopoguerra, si sta passando a quella dei cantautori. Anche il mondo sta cambiando: la gente è affascinata dalla novità di poter comprare a rate, tanto che qualcuno si indebita fino al collo. Piero Ciampi compra quando può, paga la prima rata e poi sparisce nel nulla. Piero è sempre senza una lira, a prescindere da quanto riesce a racimolare con piccole esibizioni canore insieme ai fratelli. È un tipo arrogante. Ha un padre dal quale si reca solo per chiedere soldi, richiesta che puntualmente non viene soddisfatta, e una madre al cimitero che gli ha lasciato soltanto la passione per l’alcool. Genova, Luigi Tenco è appena sceso da un treno. Tra abbracci e piccoli scherzi camerateschi saluta gli amici di vagone che lo prendono in giro per la sua timidezza. I suoi compagni si chiamano: Giorgio (Gaber), Adriano (Celentano) e Gianfranco (Reverberi). I quattro sono appena stati in Germania dove Adriano doveva incidere alcune canzoni di Elvis. Tenco ha un rapporto speciale con Gianfranco il quale, prima di andarsene, gli confida di essere stato assunto dalla casa discografica Ricordi e che dunque lo aspetta a Milano. Tenco sorride ma non prende sul serio l’amico, deve proseguire l’università come vuole la madre. La vacanza è finita.

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Reverberi invita a Milano anche Ciampi, conosciuto durante il servizio militare a Pesaro, con il quale ha suonato in qualche locale durante le libere uscite. Vuole che Piero, appena tornato da Parigi, smetta di fare il bohémien, l’artista maledetto, e sfrutti il suo talento poetico nel mondo della canzone. Alla festa in onore di Gino Paoli, organizzata dalla Ricordi per il successo de Il cielo in una stanza, fra il gotha della canzone italiana, Reverberi presenta Piero a Luigi. A nessuno dei due piace la canzone di Paoli. Il carismatico, istintivo, non bello, ma donnaiolo Ciampi, fa subito amicizia con l’impacciato, introverso, ma affascinante Tenco. Piero vede Luigi come un fratello minore da accudire, mentre Tenco rimane colpito dalla capacità di Ciampi di fare sempre quello che vuole, anche con le donne. I due hanno in comune una certa sensibilità: l’attuale modo di fare musica è estraneo ad entrambi, in nessuno dei testi di successo vengono espressi i veri sentimenti, quelli che realmente fanno stare male. Quella stessa sera, durante la festa, Reverberi comunica a Luigi di aver stipulato un contratto per un concerto al Triaton, un locale di Stoccolma. Pagano bene, ma Luigi non vuole andare in quello sperduto paese nordico. Il giovane genovese è timido, insicuro e si vergogna a cantare le proprie canzoni in pubblico, come se qualcuno gli rubasse le sue emozioni, i suoi sentimenti. Piero si offre subito di accompagnare il nuovo amico, cogliendo al volo la possibilità di farsi un viaggio tutto spesato, tra bevute e donne emancipate. Reverberi è d’accordo ma solo se Ciampi promette di fare un 33 giri al suo ritorno. Piero accetta, anche se questo vuol dire assumersi un impegno. Tenco è preoccupato: non conosce quel ragazzo che ha da ridire e criticare su tutti, ma allo stesso tempo ne è affascinato, vorrebbe essere spontaneo come lui. Ciampi è al settimo cielo per l’imminente partenza. I due lasciano la festa senza salutare nessuno, prima dei festeggiamenti ufficiali a Paoli. Per essere sicuro che i due raggiungano Stoccolma, Reverberi, che conosce bene le stravaganze dell’amico livornese, decide di affiancare loro il suo fedele, giovane e inquadrato collaboratore, Giulio Frezza, come controllore e tesoriere. Al momento di partire, Reverberi presenta Giulio ai due giovani cantautori. Frezza è un ragazzo insicuro, che trova la propria forza e il proprio coraggio nell’applicazione delle regole: guai a sgarrare dalle indicazioni dategli da Reverberi. Guai soprattutto per lui e il suo futuro. I due cantanti sono costretti a portarsi dietro Giulio. A Piero non va molto a genio la situazione e Frezza diventa il facile bersaglio della vendetta di Piero nei confronti della Ricordi e di Reverberi. Durante il viaggio Giulio intende esercitare il suo controllo su ogni scelta, sopratutto su dove dormire e dove mangiare. Persino le tappe sono già prestabilite, ma per risparmiare soldi da spendere in qualche bottiglia di vino, Piero propone di non percorrere l’autostrada. Giulio si ribella, ma alla fine si arrende di fronte alle prepotenze del livornese. L’unica vittoria di Frezza è quella di non mollare mai la cassa con i soldi ai due cantanti. Dopo i primi tentativi di liberarsi di Frezza, Ciampi e Tenco finiscono con l’instaurare un rapporto cameratesco anche con lui. Giulio, comunque, non abbandona il proprio ruolo di cane da guardia, Piero non perde il vizio di regalare poesie ai passanti o lasciarle sul tavolino di un bar, mentre Luigi comincia a scrivere su un

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taccuino che, però, non vuole far vedere a nessuno. Lungo la strada incontrano tre ragazze inglesi e tra inseguimenti, strade sbagliate, liti e tensioni, proseguono con le giovani straniere il viaggio verso Stoccolma. La convivenza non è facile, così la tensione aumenta. I divertimenti fanno perdere tempo e la data del concerto si avvicina; Giulio è ansioso per la paura di non arrivare a Stoccolma per la data stabilita. Piero e Luigi iniziano a litigare apparentemente per motivi futili. In realtà Luigi, seppur timido, è ambizioso, vuole piacere a più gente possibile, mentre Piero se ne frega degli altri, persino dei suoi compagni di viaggio. Durante una serata con le tre ragazze, Piero, piuttosto alterato dal troppo vino bevuto, ruba il taccuino di Luigi e legge ad alta voce i suoi versi, prendendolo in giro e canzonandolo: “La solita strada bianca come il sale/il grano da crescere i campi da arare/Guardare ogni giorno/se piove o c’è il sole/per sapere se domani/si vive o si muore.” Piero rimane affascinato da quei versi, ma è troppo tardi. Ha violato la riservatezza di Luigi. Tra i due scoppia una lite furibonda che da verbale diventa presto fisica. Piero subisce le botte senza reagire. Solo Giulio riesce a fermare Luigi e a trascinarlo via. Piero è colpito nell’animo, oltre che nel fisico. L’aggressività del giovane lo ha particolarmente scosso. Nonostante Giulio lo inviti a salire in auto, Piero sparisce a piedi nel buio. Vaga tutta la notte, fino ad addormentarsi contro un albero. La mattina viene svegliato dalle tre ragazze inglesi, insieme a Luigi e Giulio che non lo hanno abbandonato. Appena Piero vede i due amici, li abbraccia senza alcuna esitazione. I sei riprendono il viaggio. Stoccolma è diventata la meta comune. Luigi continua a dire di non voler cantare in pubblico. Piero sembra aver smesso di aggredire gli altri e di fare il superiore. Giulio non ha più telefonato a Reverberi per fare il rapporto quotidiano. Il gruppo al completo giunge a Stoccolma la sera dello spettacolo. Appena in tempo. Dalla radio apprendono che il cantante italiano di fama internazionale, Fred Buscaglione, è morto in un incidente a Roma mentre era alla guida della sua auto sportiva. La notizia scuote Luigi e Piero, ma Giulio non capisce la tristezza che avvolge i due amici. Prima dell’esibizione Piero regala a Luigi un tovagliolo di carta su cui è scritto: “Il mare/al tramonto/ salì sulla luna/e senza appuntamento/dopo uno sguardo/dietro tendine di stelle/se la chiavò.” I due si scambiano la promessa di non rinunciare alla poesia per il successo. Intanto l’impresario del locale sta subissando di insulti il povero Giulio, ma il giovane non capisce una parola di quello che dice l’uomo. Le ragazze inglesi cercano di aiutarlo, ma non fanno che aumentare la confusione. Finalmente arrivano Piero e Luigi. L’impresario li sbatte sul palco. Le ragazze incoraggiano i due cantanti, ma sotto i riflettori qualcosa non va per il verso giusto. La paura del pubblico torna ad assalire prepotentemente Luigi. Il ragazzo rimane muto. In suo soccorso Piero inizia a cantare qualcosa di improvvisato, naturalmente in italiano: “E se ci diranno/che per rifare il mondo/c’è un mucchio di gente/da mandare a fondo...” Sentendo Piero cantare, Luigi si fa coraggio e inizia anche lui. I due si guardano: Luigi stringe tra le mani il tovagliolo di carta che gli ha dato Piero poco prima. Canta: “Noi che abbiamo troppe volte/visto ammazzare/per poi dire troppo tardi/che è stato un errore/noi risponderemo, noi risponderemo: NO NO NO NO NO NO NO NO.” Qualche cosa però rompe la magia dell’esecuzione. Sono fischi. La musica di Luigi non piace, le facce attonite del pubblico si trasformano in grida in una lingua incomprensibile. Ben presto cominciano a volare anche oggetti, Luigi è costretto a smettere di cantare e si rifugia dietro il palco,

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invece Piero si avvicina al microfono e guarda il pubblico in cagnesco, pronto a saltare addosso a tutti per menarli uno ad uno. Ma tutto quello che vede è gente rabbiosa che non comprende. Non resta che indirizzare loro un bel “vaffanculo”. Il proprietario del locale si rifiuta di pagare la serata. I tre non sanno più cosa fare: non hanno più un soldo e le tre ragazze inglesi devono tornare a casa. Le donne se ne vanno per sempre, con l’immancabile, quanto inutile, promessa di rivedersi. Per tornare in Italia i tre ragazzi sono costretti a rivendere gli strumenti. Durante il viaggio di ritorno ognuno si sente cambiato. Luigi è più determinato e sicuro di sé. Giulio non vuole farsi più mettere i piedi in testa da nessuno. Piero si è convinto che deve imparare a farsi capire se vuole veramente cambiare le cose e, grazie anche alle parole di Luigi, decide di accettare l’offerta di Reverberi di incidere un disco, ma ad un’unica condizione: dovrà avere il controllo su tutto. Sarà il primo disco, Piero Litaliano. Secondo obiettivo, naturalmente, ritrovare le tre ragazze e farsi con loro una bella bevuta. Piero, Luigi e Giulio si ritroveranno in sala di registrazione alla Ricordi a Milano: Ciampi impegnato a incidere, Tenco a scrivere per Sanremo e Frezza come dirigente della Ricordi, un dirigente sensibile verso i nuovi giovani autori. Piero Ciampi pubblicò alcuni dischi accolti bene dalla critica ma tiepidamente dal pubblico; morì alcolista per un tumore alla gola il 19 gennaio del 1980. Luigi Tenco morì suicida, per motivi mai del tutto chiariti, a Sanremo il 27 gennaio 1967, dopo essere stato eliminato la prima sera del Festival. Giulio Frezza diventò uno dei più importanti dirigenti della Ricordi.

Manuel Sgarella, giornalista, ha frequentato il corso di sceneggiatura alla Civica Scuola del Cinema di Milano. Ha collaborato allo script del corto Berlino ’38, che ha partecipato a diversi festival ed è stato trasmesso da Corto 5. Tra i lungometraggi, Maratona, basato su un suo soggetto, ha ottenuto il sostegno allo sviluppo del Programma MEDIA. La sceneggiatura Acqua cheta è stata tra le cinque finaliste del Sonar Film Festival 2003. Nel cinema i suoi punti fermi sono Billy Wilder e Paul Thomas Anderson.

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un progetto editoriale di Affabula Readings programma dell’Associazione F.E.R.T. Realizzato con il contributo di: Ministero per i Beni e le Attività Culturali Compagnia di San Paolo Torino Regione Piemonte - Assessorato Cultura Città di Torino - Divisione Servizi Culturali

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