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Comune di Pavia Settore Cultura

NOMINARE IL MONDO Senza tetto ne legge a Pavia


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NOMINARE IL MONDO Senza tetto né legge a Pavia

ideazione e progetto mostra Susanna Zatti Bruno Cerutti Roberto Figazzolo riprese video e fotografie Roberto Figazzolo progetto grafico e impaginazione plano® design allestimento la mostra in scatola by plano® design


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Tra novembre e dicembre abbiamo aperto Palazzo Broletto a un’esperienza culturale di grande pregio e di grande valore sociale. Un’esperienza forte, certamente, ma che io credo sia stato giusto e importante proporre alla cittadinanza: storie di marginalità sono arrivate nel cuore della città con il loro portato di sofferenza ma forse, in ultima analisi, anche di speranza. È un’iniziativa che ci ha permesso di sottolineare punti essenziali delle nostre convinzioni. L’educazione al cinema e alla macchina da presa per tutti, perché raccontarsi con la propria dignità è un diritto che non può mancare nemmeno nelle situazioni più sfavorevoli. Il riconoscimento a chi, penso alle comunità narrate nei video, sostiene le persone nei momenti di difficoltà e svolge così un ruolo fondamentale di sussidiarietà. Il tema della povertà e dell’emarginazione, che deve essere

raccontato e non taciuto, perché possa costituire un interrogativo sui drammi del nostro tempo, su quanta disuguaglianza possiamo moralmente accettare, e perché possa essere monito e stimolo per l’azione dei poteri pubblici. A chi ha contribuito a questo splendido lavoro, in particolare a Bruno Cerutti e Roberto Figazzolo, va un plauso sincero. Alla Casa del Giovane e al centro In & Out va una volta ancora la nostra più sincera gratitudine per l’opera preziosissima che ogni giorno viene portata avanti. Con l’impegno che questo episodio non rimanga isolato, ma che diventi la prima tappa di un grande percorso tra cultura e solidarietà. Giacomo Galazzo Assessore alla cultura


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Il Centro Diurno In & Out è una realtà di servizio importante per la città di Pavia a motivo delle persone che lo animano e lo ospitano. Esso ospita tutti i giorni coloro che ad uno sguardo indifferente e superficiale risultano ‘invisibili’ - come i 5000 morti affogati nel Mediterraneo: triste record di quest’anno - ma che in realtà sono ‘persone’: cioè gente come me, come te, come tutti. Gli operatori di In & Out - tutti educatori ed educatrici professionali qualificati - sono animati non solo dalla competenza ma da quell’umanità attenta che è qualità indispensabile per trasformare un ‘lavoro’ in un ‘servizio’ e in una ‘condivisione’ con chi desideriamo si possa sentire ‘fratello’. In esso è possibile incontrare ascolto, amicizia, è possibile fare la doccia, lavare i vestiti, affrontare i vari problemi di tipo medico, giudiziario, sociale, preparare un curriculum fare la domanda di casa popolare e mille altri piccoli e grandi aspetti per far sì che la vita possa ripartire e migliorare. E’ un ‘servizio’ non solo ‘assistenza’ materiale: per ogni persona accolta vi è un progetto di crescita e di promozione e per chi desidera iniziare un cammino di cambiamento più radicale vi è anche la possibilità

di inserimento nei percorsi comunitari residenziali della Casa del Giovane. Per alcuni è possibile anche diventare ‘risorsa’ mettendo a disposizione le proprie capacità a servizio degli altri. E’ un servizio nascosto ma costante, che dura tutto l’anno, in parte sostenuto anche da aiuti economici della Regione Lombardia, ma in gran parte possibile grazie alla dedizione attenta degli operatori e alla generosità disinteressata di molti volontari e amici. La mostra ‘nominare il mondo’ - promossa dal settore Cultura del Comune di Pavia - ha dato un po’ di visibilità a questo ‘mondo’ - che è poi il nostro, non solo il ‘loro’: l’auspicio della Casa del Giovane è che tale visibilità diventi ‘domanda’ e ‘appello’ per ciascuno di noi e per le varie istituzioni affinchè si passi da ‘spettatori’ a ‘compagni di cammino’, dal settore ‘cultura’ al settore ‘servizio’ e ‘istruzione’, così che ognuno possa imparare la solidarietà e favorire i diritti di ciascuno, specialmente dei più deboli e segnati dalla vita e rendere la nostra città veramente più ‘civile’ e “all’avanguardia”. don Arturo Cristani Responsabile Comunità Casa del Giovane di Pavia

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Abbiamo cominciato tre anni fa con “Dieci per Pavia”, una mostra che riuniva poesia, fotografia e video in una sinfonia composta e recitata da dieci homeless, uomini e donne di nazionalità, lingua ed età variabile tra i 20 e 70 anni, che si erano resi disponibili a recitare testi di Luca Gasparini e a farsi ritrarre da Roberto Figazzolo in foto e in un cortometraggio di 12 minuti, che li vedeva impegnati e seri interpreti, consapevoli del dono poetico che stavano offrendo alla città. Un intervento quello – promosso in collaborazione con la Comunità In & Out della Casa del Giovane – che ci aveva riempito di gioia per la scoperta non solo di un’umanità vera, insospettata, ma anche di un desiderio altrettanto insospettato di mettersi in mostra, di presentarsi alla ribalta del palcoscenico, di affermare la propria individualità da parte di coloro cui noi spesso non dedichiamo alcuna attenzione, che schiviamo o che ci passano accanto affatto invisibili; loro, invece, anche con un eloquio molto stentato, con accenti improbabili e pause sbagliate, esibivano la dignità del recitatore e l’orgoglio dell’interprete che rispecchia se stesso in quel che porge al pubblico. Forti di quell’esperienza che ci aveva tutti arricchiti, abbiamo voluto che, anziché dar volto e voce a parole altrui, gli homeless ci raccontassero qualche

cosa di loro; ancora, ci raccontassero qualcosa di nostro, ovvero i luoghi che frequentano, le case che abitano, le strade che percorrono, gli spazi che hanno scelto di occupare: ci dicessero, dunque, come vedono, vivono e giudicano la città che tutti ci “contiene”. Ne è venuto fuori uno sguardo “diverso”, la descrizione di una Pavia colta in alcuni suoi non-luoghi, attraverso un linguaggio e con una prospettiva che evidentemente utilizzano codici e misure assai differenti da quelli comunemente usati, e che proprio perciò ci servono per costruire un quadro più completo di una Pavia inclusiva e solidale. Una mattina li ho incontrati tutti – con Roberto al centro, mimetizzato tra loro – mentre percorrevano il sottopasso della stazione: ci siamo presentati, ci siamo stretti la mano, abbiamo scambiato qualche parola ma presto hanno manifestato la loro ansia e desiderio di proseguire il cammino perché dovevano andare a recitare, a raccontare le loro storie davanti alla macchina da presa: non potevano perdere troppo tempo con me. Adesso, quando passo per qualche non-luogo che loro abitano, li cerco e ci sorridiamo. Susanna Zatti

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“Se accogli l’altro in te, è perchè si riposi. Sei contento di trovare il deposito alla stazione per non trascinarti i bagagli; sii dunque un buon deposito per gli altri: che essi possano depositarvi i loro pacchi, troppo pesanti ed ingombranti e che ripartano leggeri per la loro strada” Michel Quoist

trasformano e riprendono forma, la dignità umana calpestata dall’indifferenza diventa un appello che sale… dare una dimora non significa solo dare un tetto per ripararsi, trovare un luogo dove vivere ma creare un ambiente accogliente e amorevole dove coloro che si sentono persi, insieme condividendo la sofferenza e le gioie, possono ricominciare a vivere. I ringraziamenti sono d’obbligo:

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Mi piace pensare ad IN & OUT come a una “stazione” dove, coloro che bivaccano invisibili sulle nostre strade ai bordi delle nostre vite disattente, possono sostare e riposare. Oggi li chiamiamo gentilmente homeless, senza tetto, senza fissa dimora... a me piace chiamarli “barboni”, i miei barboni. Un termine che può sembrare duro, crudo ma che è ricco di significato, di affetto, un termine spontaneo, non costruito; vivono in un mondo parallelo, un mondo altro, che difficilmente si materializza, sono i senza voce, i senza volto sfigurati dall’indifferenza quotidiana della frenesia a volte sbeffeggiati, ridicolizzati, spesso anche picchiati ma soprattutto ignorati che non hanno nulla e vivono del nulla. Mi sono resa conto di quanto sia importante “esser visti” a volte basta un saluto, un sorriso, uno sguardo che potrebbe restituire loro una dignità, un semplice “ciao” di quelli che dispensiamo magari a casaccio, eppure sono gli stessi che ci ricordano il senso della vita dietro i volti solcati e sofferenti ne dischiudono l’essenza. Ogni volto ha una sua storia e ogni storia ha un volto, sono vite dimenticate e talvolta cancellate, scomode ingombranti per cui è meglio chiudere gli occhi e far finta di non vedere, meglio andare oltre. Non è facile cogliere questo “velo nascosto” ma, quando qualcuno ci prova e si impegna entrando in punta di piedi, con rispetto nella sofferenza di questi amici accade qualcosa di magico, LORO si

GRAZIE a Roberto, a Bruno, al Comune di Pavia che, con una sensibilità speciale ci hanno aperto uno spiraglio e ci hanno dato la possibilità di illuminare e illuminarci ma, soprattutto grazie a loro, i miei “barboni” che ci hanno messo l’anima. A volte mi dico che la speranza del riscatto per chi diversamente non avrebbe speranza sarebbe, di per sé, un buon motivo per credere in qualcosa, in qualsiasi cosa. Elena Raschini

L’uomo è una persona che si possiede per mezzo dell’intelligenza e della volontà. Egli non esiste soltanto come essere fisico; c’è in lui un’esistenza più nobile e ricca: la sovraesistenza spirituale della conoscenza e dell’amore. È così, in un certo senso, un tutto, e non soltanto una parte; è un universo a se stesso, un microcosmo, in cui il grande universo intero può essere racchiuso mediante conoscenza. E mediante l’amore egli può donarsi liberamente ad esseri che sono per lui come degli altri se stesso. Jacques Maritain


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Nominare il mondo. Senza tetto né legge a Pavia parte da una prospettiva emica (si dice del valore funzionale distintivo che i fenomeni linguistici o i fatti culturali assumono all’interno dei rispettivi sistemi e si contrappone a etico).

Gli attori vivono, agiscono e intanto si raccontano e parlano di felicità e solitudine, di amore e sentimenti, di lavoro e denaro, mentre la macchina da presa coglie i dettagli di una coperta buttata sul letto, di una sedia rotta, di una tapparella abbassata.

Bruno Cerutti, grazie alle sue doti di attore e drammaturgo, li ha preparati alla macchina da presa con un laboratorio di propedeutica alla tecnica teatrale, ed esercizi mirati alla respirazione, alla posizione nello spazio, al movimento e all’armonia. Le dieci immagini fotografiche allestite in mostra documentano questa prima fase del lavoro.

A cornice del documentario, sono proiettate le interviste complete agli attori, come quella fatta ad Andreina, 61 anni, due figli e un compagno in Tunisia. Lei, a differenza di altri ospiti di In & Out, una casa ce l’ha. Si tratta di una ex cabina dell’Enel, tre metri per tre, a lato della tangenziale. Ci vive con i figli e con le rispettive fidanzate. Non ci sono porte (una tenda separa l’esterno dall’interno) e non c’è il riscaldamento, ma di notte, sotto le coperte, Andreina dice che il freddo non si sente. Non c’è acqua corrente e lei è costretta a riempire le taniche al cimitero. Per fortuna un amico le ha regalato un generatore per la corrente elettrica; le serviva per guardare la televisione, finché non gliel’hanno rubata, insieme al lettore dvd. Nonostante tutto questo Andreina non perde il sorriso, l’ironia e l’energia per trovare sempre il lato positivo della vita. Così come cercano di fare anche Emanuele, Alessandro, Giancarlo e tutti gli ospiti di In & Out che hanno partecipato al progetto.

Roberto Figazzolo, film-maker e critico cinematografico, ha portato a termine la trasformazione e i venti homeless si sono tramutati in venti attori, protagonisti della sceneggiatura della propria vita. Il documentario “Un momento particolare” (11 minuti), proiettato in loop sul monitor principale, mostra questi novelli attori nella quotidianità delle loro azioni, anche di quelle che potrebbero sembrare scontate e minime. C’è il momento del risveglio, in cui ci si affaccia alla finestra per godere delle prime luci dell’alba, e quello della doccia e della pulizia personale, a cui segue il rituale collettivo della preparazione del caffè.

Chiara Argenteri

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La vita è l’arte dell’incontro, diceva Vinicius de Moraes. A questo proposito vi racconto una storia. Nel 1971 il musicista Gavin Bryars è a Londra e cammina con in mano un registratore. Lo fa per lavoro, deve catturare dei suoni per un film. Girovagando nei pressi di Waterloo Station incontra un barbone che con voce stentata ma profonda canta alcune frasi di una canzone. È una sorta di litania, sempre la stessa. E dice: “Jesus blood never failed me yet, there’s one thing I know, cause He loves me so…“. “ll sangue di Gesù non mi ha mai tradito finora, c’è una cosa che so, che egli mi ama…”. Gavin rimane colpito dalla forza di quella musica e registra la breve frase che il vecchio ripeteva incessantemente. Il materiale registrato viene selezionato e questo brano rimane inutilizzato finchè Gavin un giorno di quattro anni dopo riprende la melodia e scopre che è perfettamente intonata con un pianoforte e che la sua lunghezza permette di realizzare un loop, cioè consente di ripetere la frase all’infinito, tagliando il nastro e unendola come in un cerchio. Gavin manda in esecuzione la musica e senza pensare esce dalla stanza. E succede una cosa singolare. Al suo ritorno nota uno strano silenzio. Il personale e la gente che frequenta quello studio di registrazione, persone solitamente rumorose, si quietano, la calma si impossessa del luogo, tutti tengono la voce bassa e si muovono lentamente, alcuni si fermano, altri si commuovono. A questo punto Gavin, compositore incline al minimalismo, decide di orchestrare il brano lasciando però sempre in ripetizione la stessa frase.

“Jesus Blood never failed me yet…“. Sempre la stessa frase per oltre 70 minuti. E il suo arrangiamento si unisce delicatamente alla voce del barbone in un rispettoso crescendo, accostando ora i quartetti d’archi ora l’intera orchestra e verso la fine, prima di lasciare di nuovo la voce solitaria, se ne unisce un’altra, una che di barboni e di disadattati se ne intende, quella di Tom Waits. Gavin Bryars in una sua nota ci dice che il barbone morì prima di sentire cosa era stato fatto con la sua canzone, ma sottolinea che quel brano rimane come “eloquente se pur minima testimonianza del suo spirito e del suo ottimismo”. Ecco, credo che il lavoro che è stato fatto, con spirito e ottimismo, con gli ospiti di “In & Out” sia proprio testimonianza e condivisione e abbia dato una piccola ma importante occasione di riscatto dall’isolamento a chi, nella quotidianità, è invisibile. Il breve percorso teatrale che abbiamo condiviso è stato propedeutico alla grossa parte di lavoro sviluppata e portata a termine successivamente da Roberto Figazzolo, con le riprese, le interviste e le fotografie. Il nostro pezzo di storia racconta di piccoli esercizi, di improvvisazioni di giochi teatrali che hanno messo i loro corpi (e anche il mio) in azione, in contatto. Ci ha avvicinato. Fiducia nel gruppo, accettazione, guardarsi attraverso una lente diversa per scoprire, guardandoci negli occhi e stando fianco a fianco, piccole felicità, sogni e disperazioni. Che spesso, magari in piccola parte e in modi differenti, sono anche le nostre. Bruno Cerutti

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L’INSODDISFAZIONE ESPERTA Diffidare dalle persone che dicono: “Questa è la verità” Paolo De Benedetti

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La verità tronfia, esibita o quella cercata, inseguita, stanata dai suoi recessi più nascosti? Decisamente è quest’ultima quella che mi sono sforzato di trovare nei tanti momenti trascorsi a IN & OUT, presso la Casa Del Giovane di Pavia da più di un anno a questa parte. Perché se forse non ci si danna mai da soli è certamente vero che non ci si salva da soli. Che valore hanno i sogni? E qual è la differenza tra quelli sognati e quelli fatti ad occhi aperti? Perché durante una guerra, un conflitto, anche solo interiore, aspettiamo con tanta enfasi la pace e, una volta raggiuntala, ci pare, di colpo, un traguardo tanto indifferente? Perché dopo un infinito struggerci per il male o l’ingiustizia subìta, l’affrancamento da questa ci fa di colpo riprecipitare nel buio della disperazione o, forse peggio, nel grigiore dell’ansia quotidiana? Morte e resurrezione. Infinite volte e per ciascuno di noi. Forse per tanti. Davvero per tutti? No. Certo. Per qualcuno la vita rimane un eterno, irrimediabile, infinito precipitare. E talvolta il destarsi dal sogno rende palpabile soltanto un più innegabile fallimento. Ma allora qual è la differenza tra illusione e speranza? Che cos’è che ci spinge a lottare per un riscatto possibile salvandoci da un’inane fiducia verso una soluzione regalataci dall’alto?

La speranza come spinta in avanti, come invito al cambiamento, come gesto che coinvolge il corpo per primo, perché è questo che DEVE volerlo. Prima ancora della mente. Prima della coscienza più razionale. La speranza che mette in moto il coraggio, etimologicamente: la virtù del cuore, che alza l’interruttore dell’agire, che scatena il “sogno ad occhi aperti”. La sensazione potente di ritornare a dominare la propria vita, il proprio destino. Così, pacificamente, senza l’hybris, l’orgogliosa tracotanza dei semidei, ma con la forza tranquilla di un gesto semplice, lento, consapevole ed umano. Questi sentimenti confusi ma forti mi hanno guidato in questo viaggio durato 12 mesi. Sensazioni che ho cercato di rendere con il codice, la lingua che di volta in volta mi è parsa più adatta: fotografia, video, interviste, finzione o documentario. Il gesto si è sciolto nel rapporto che cresceva spontaneo. L’atmosfera ha regalato gli istanti più autentici. Perché se pensare significa OLTREPASSARE il nostro lavoro sulla speranza non può e non deve trovare tregua. Non gli è consentito. Mai e in nessun luogo. Figuriamoci in questo. Non accontentiamoci allora di una vita insincera, del “cattivo presente, pieno di banchi di sabbia e di chimere” e confidiamo piuttosto, come sostiene Ernst Bloch, nella speranza concretamente autentica, il più serio benefattore del genere umano. roberto figazzolo roberto.figazzolo@miapavia.it


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Alessandro


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Andrea


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Andreina


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Pietro


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Robert


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UN MOMENTO PARTICOLARE

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Per anni ed anni un uomo popola uno spazio di immagini, di presenze, di reami, di montagne, di baie, di navi, di isole, di pesci, di stanze, di arnesi, di stelle, di cavalli e di gente. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del proprio volto. Jorge Luis Borges


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ascolta l’intervista

RADIO MARCONI Alberto Rizzardi intervista roberto figazzolo

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Ci auspichiamo nel nostro centro della Casa del Giovane di poter sempre andare avanti, con il sostegno di tutti, in questa costante accoglienza alla speranza che giorno dopo giorno ci passa accanto nel più povero e nel più indifeso in quel Gesù uomo che chiede di essere ascoltato, accettato ed amato. È proprio questa tensione costante verso l’altro che non vorremmo mai smettesse di vibrare nel nostro cuore. Oggi più che mai le fatiche si fanno sentire… manca lavoro per chi vive la strada, mancano medicine, scarpe e vestiti .. manca sapone per lavarsi sia gli indumenti che diventano giorno dopo giorno sempre più pesanti impregnati di quella indifferenza che continua imperterrita la sua corsa

verso il nulla. Non vogliamo fermarci davanti a tanta povertà ed ingiustizia. Le armi della speranza dei più poveri non consentono a nessuno di dimenticarsi di loro. Loro urtano il cuore dei più e non lasciano spazi a ragionamenti o ideologie. Non ci permettono di dire cose che non siamo in grado di fare, non vogliono sentirsi dire cose che non sappiamo mantenere. Questa la speranza che tutti i giorni bussa alla nostra porta, alla porta del nostro cuore, che ogni giorno ci spinge ad interrogarci e a provare a dare risposte, ad aprirci alla vera accoglienza dell’altro. Simone Feder Coop. Soc. Casa del Giovane


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DESIGN con

STORIE

LA MOSTRA IN SCATOLA

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Il progetto “La mostra in scatola” si propone di diffondere contenuti vicini al laboratorio plano. Attraverso la rivista plano STORIE, che racconta le eccellenze pavesi, i tavoli e le pareti interattive OpenWall, sviluppati grazie alla collaborazione con artisti, aziende ed enti del territorio pavese, plano propone soluzioni integrate per il design del contenuto. OpenWall è un progetto plano design, marchio di mtp arredamenti.

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DESIGN con

STORIE

LA MOSTRA IN SCATOLA tavoli luminosi _ casse acustiche

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lampade

tavoli

tavoli multimediali


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Le Celle _ Frate Sole

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Mostra_Picasso e le sue passioni

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