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Salvatore Pintore CAMINERAS DE ABBA SENTIERI D’ACQUA POESIE

Collana Kairos SENTIERI D’ACQUA

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1a Edizione © Copyright 1999, by

Salvatore Pintore s.v. Montalè,18 - 07100 Sassari Sardegna - Italy e-mail: spintore@tiscali.it

IN COPERTINA FOTO DI PATRIZIA CAU

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CAMINERAS DE ABBA


A mia moglie

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Prefazione

“Nei campi seminati del domani / ci rivolta / il vomere del cambiamento”: questa nuova raccolta di Salvatore Pintore è veramente all’insegna del cambiamento, della maturazione, della svolta. L’assetto strutturale entro cui si colloca ‘Camineras de abba / Sentieri d’acqua’ è infatti quella dell’opera bilingue in cui al sardo spetta la prima battuta. Finora Pintore aveva abituato il suo lettore a sillogi rigorosamente in italiano, dove si enucleavano saperi filosofici, echi e mitologie atti a raccordare il verso con la grande tradizione europea della lirica “colta”. Il sostrato “materno”, la radice culturale sarda di questo scrittore nato a Oliena e passato attraverso vari luoghi ed abiti professionali, si presentava attraverso descrittività e nominazioni, cifre di identità mediterranea ed insulare. Ma in questo ultimo lavoro, Pintore va alle origini più viscerali del proprio essere sardo, facendo risuonare i suoi versi nella lingua materna, collocata “a fronte” di una ‘versione’ in lingua italiana della medesima poesia. SENTIERI D’ACQUA

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Due realtà linguistiche, espressioni della complessa identità del sardo, oggi. Versione a fronte, dunque, non traduzione. Si diceva della novità di questa raccolta: anche dal punto di vista stilistico, i tasselli poetici disseminati lungo i Sentieri d’acqua hanno una misura verbale più contenuta, un ritmo incalzante, una compattezza compositiva che nasconde il lungo lavoro di cesello e lima, oltre che la macerazione dei contenuti. Divisa in tre parti, Arte Poesia e Canto, I sentieri dell’amore, Navigando, l’intera raccolta si snoda lungo la metafora acquorea del bere/avere sete, per una ricerca esistenziale e sacra insieme. Illuminanti i versetti di Giovanni “...dammi della Tua acqua / affinché non abbia più sete” posti a suggello della silloge. Non è un caso se in una delle liriche “forti”, quella che presenta la condizione anagrafica del poeta, è esplicitata proprio tale ricerca esistenziale, alloggiata nella grande metafora del bere/avere sete: “...Vivi in gole profonde / o su ali di allodole / germogliano questi canti / per consolare la sete”. Dunque l’atto poetico in Pintore è un atto necessitato, di conoscenza e di salvezza. Ancora: “...e tra i versi bevo / la mia fatica”, in cui fatica è insieme, pavesianamente, fatica del vivere e fatica del poetare. I sentieri d’acqua in una terra arida e bruciata come la Sardegna sono visibilmente metafora di vita, anelito e tensione verso la fonte della prosperità, ma 6

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anche rammentano che l’isola è immersa nell’elemento acquoreo e da esso viene delimitata e caratterizzata. Così come la prima parte della raccolta ‘scivola’ naturalmente attraverso i “sentieri” dell’amore verso una navigazione oltre e attraverso l’acqua del mare. Ad iniziare dal titolo, tutta la silloge è attraversata dalla costante metaforica del liquido, sia esso mare, o acqua dei fiumi, liquido che funge da traitd’union, da collante tra la descrittività naturalistica e l’insorgenza dell’individualità poetica, il suo soffrire ed amare, il suo vivere. Così in numerose liriche assistiamo ad un “travaso” dalla natura all’ “io” poetico, in nome di una liquidità che da mare si fa lacrime e sangue. “Acqua di cieli invecchiati / con sangue di mare... lacrime di sudore in un letto di pietra. (...) Allegra canti / gareggiando col mio sangue / per arrivare al palco del mare”. “... i colori delle emozioni / rami di desiderio / che ubriacano le mie acque...” ecc. La metafora acquorea dialoga ed investe anche luoghi comuni ridonando loro nuova verginità, caricandoli di originalità nell’assunto poetico: “... sul fiume del secolo / affrettate il passaggio”... ecco un esempio in cui ‘lo scorrere del tempo’ della comune connotazione si è abilmente trasformato nell’idioletto interno alla raccolta. Queste Camineras de abba contengono, soprattutto nella terza parte, l’ansia del viaggio, la condanna cui l’isolano è legato attraverso un forte rapporto di odio e amore. SENTIERI D’ACQUA

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“L’ansia di attraversare il mare” è tale, per Pintore, che non può sfuggire alla mitizzazione odisseica, riproponendo nel personaggio di Ulisse un potente mito classico e novecentesco insieme. Ancora non è lasciato al caso, ma all’attenta ‘fatica’ del lavoro poetico, il luogo lirico in cui compare il nome di Ulisse. È nella penultima poesia dove viene siglato il titolo dell’intera raccolta, “Isola nell’Isola / Ulisse riparte e un altro ritorna / mentre i telai cantano / le attese delle spose. Il Navigando su sentieri d’acqua / ...”. In un verso solo, ecco riuniti il titolo della terza sezione della raccolta e quello dell’intera opera! Un riecheggiamento filosofico leibniziano ci ricorda la cifra propria delle prime prove poetiche di Pintore. Ma adesso la monade, è diventata più “sardamente” “Isola nell’Isola”, riappropriandosi di una peculiarità geografica che è anche antropologica e culturale. A questo proposito si legga uno dei testi, a mio avviso, più riusciti, “La notte senza sonno”, dove nella strofa centrale il poeta ricorda la sua infanzia, e ci riporta alle strade dei nostri paesi dove si giocava “al gallo che vola/ a giaietti/ alla piastrella/ a piede zoppo e a ‘corodè’/ a pane, salame e riposo...”: in una elencazione nominale, ellittica di verbo, il nome del gioco in sardo, ‘corodè’, si unisce naturalmente a quelli della descrizione italiana, in un perfetto parallelismo. Se l’acqua, con le sue implicanze metaforiche e simboliche di vita, viaggio, isola, è il filo rosso con8

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duttore della raccolta, in molte liriche gli si affianca un altro elemento, il vento, anch’esso indicatore semantico d’identità. Vento ma anche aria, e, per traslato metaforico, volo, uccelli, stretti insieme a rafforzarsi reciprocamente. Nella lirica già citata in cui il poeta dichiara di essere arrivato ad una tappa importante della vita, cinquant’anni, si legge: “Vivi in gole profonde / o su ali di allodole / germogliano questi canti / per consolare la sete”. Ecco coniugati i campi semantici del vento/aria (ali e allodole) insieme all’acqua (sete), collegati alla materia stessa della poesia (questi canti). Se in alcuni passi è il quasi denotativo “Vento del mare”, in altri luoghi poetici l’unione tra acqua e aria è senza dubbio meno scontata. “Il desiderio di averti a fianco / con il vento di chi è solo / scava le vene...” qui, il vento rilancia una presenza molto sobria, quella femminile, la cui connotazione di eroe è riassorbita in sfumature più familiari, spesso collegate ad un vero mito del nido. Come in Mendicanti dove il “tu” e l’ “io” poetici sono legati dal ricordo affettuoso in cui a farsi accoglienza, e nido, non è più scontatamente la donna, ma il poeta stesso: “... nel selciato del destino / i tuoi occhi hanno colmato / il palmo delle mie mani / fatto a nido”. Ancora la medesima dualità, tu/io, accostata SENTIERI D’ACQUA

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all’immagine simbolica del nido in “Ostia di luna”: “(...) nelle vertigini del cielo / i voli del tuo sguardo / se nel mio nido / non c’è il tuo respiro? Il poeta non viaggia più, l’Ulisse moderno scambia il ruolo, accoglie l’attesa e il calore della casa che era di Penelope. Il terzo luogo poetico in cui ritorna il mito del nido è significativamente posto alla conclusione della raccolta, alla fine della sezione Navigando. La conoscenza, l’approfondimento della propria identità, la riflessione religiosa e spirituale, l’intensità del sentimento, la dura fatica del lavoro poetico, riempiono la vita di questo Ulisse sardo che dall’acqua ha imparato la saggezza antica del ritorno: “Il mite sentire / come l’acqua / lascia le vie del piacere / la quiete riempie le stanze / la pace si fa nido / in un intreccio di lacrime”. Neria De Giovanni

Alghero, novembre 1999.

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ARTE POESIA E CANTIGU ARTE POESIA E CANTO

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“ La maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato, e più indicibili sono le opere d’arte, misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura.»

Rainer Maria Rilke: Lettere a un giovane poeta Adelphi, Milano, 1989.

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Dia cherrer essere unu poeta dae sa ‘oghe giara pro contare sas cunfidenzias de s’anima faeddare de cussa grascia chi mi ‘ortulat de cuss’incantu chi aberit a s’ispantu presoneri e riscattu de una palpitante emossione alchimia de sa mente tra sos brazzos de un’amore.

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Vorrei essere un poeta dalla voce chiara per raccontare i segreti dell’anima parlare di quella grazia che mi travolge di quell’incanto che apre allo stupore ostaggio e riscatto di una palpitante emozione alchimia della mente tra le braccia di un amore.

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Su pensamentu intoppat in sas muridinas de su tempus ue sa mente regoglit farfaruzas de misteriu. Est unu coro de atomos o tremidas de cordas si est giĂ peraula?

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Il pensiero rimbalza tra i confini del tempo laddove la mente raccoglie frammenti di mistero. E’ un coro di atomi o vibrano le corde se è già parola?

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Bias in sa carena s’arraighinant comente edra sas venas de sos primos chimbant’annos. Bios in bulas fungudas o subra alas de chilandras brotan custos cantigos pro consolare su sidis.

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Vitali nel corpo s’aggrappano come edera le vene dei primi cinquant’anni. Vivi in gole profonde o su ali di allodole germogliano questi canti per consolare la sete.

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Canto e bio sa fadiga mia. Piaghère de su mundu m’iscurret finas a su neuddu a sa entre modde de sa die cundunu dolore cosidu a s’oru de su mare. Sambene lu carignat tra sos remos su pensamentu de s’unda su sero cando torrat a nascher amore inchietu comente lughe e umbra a iscultare camineras chena sonnu sutta sos pontes rios imbruttados in sas domos fogu de ojos esiliados.

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Canto e bevo la mia fatica. Voluttà del mondo mi scorre sino al midollo al ventre molle del giorno con un dolore cucito alla riva. Sangue l’accarezza tra i remi il pensiero dell’onda la sera quando risorge inquieto amore come luce e ombra ad ascoltare strade insonni sotto i ponti fiumi inquinati nelle case il fuoco di occhi esiliati.

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In su ‘entu de sos annos si regoglini camineras de abba ch’in su adu de sos membros diventana su limbazzu de sa vida. Lagrimas perdidas sunt istadas sas primas carrelas ue est passadu su dolore. Daboi naschet semper s’amore e in s’arte si faghet bider comente puzone de su Nudda figura ‘ia in sas telas ateru dae biancu e dae nieddu peraula in sa peraula signu chi lassat su disizu nostru.

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Nel vortice degli anni si raccolgono sentieri d’acqua che nell’alveo delle membra diventano il discorso della vita. Lacrime perse sono state le prime vie dov’è passato il dolore. Dopo nasce sempre l’amore e nell’arte appare come germoglio del Nulla figura viva nelle tele alterità di bianco e di nero parola nella parola segno che lascia il nostro desiderio.

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SAS CAMINERAS DE S’AMORE I SENTIERI DELL’AMORE

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« Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore! » Ct: 8, 6

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Abba de chelos imbezzados cun sambene de mare e alenu de ‘entu falas longa subra sas dies subra sa mente diventas una caminera unu riu cun ammentos de nues e sabores de milli terras lagrimas de suore indunu lettu de pedra. Bestida de aera e pupuinada de ‘asos de puzones alimentas sas venas chena sonnu iscurres carignende sas palas de sos montes e sas baddes intrizzidas de peleas. Allegra cantas gareggende cun su sambene meu pro arrivare a su palcu de su mare. Finas in custu tempus ischis a ue andare e como ite mi contas?

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Acqua di cieli invecchiati con sangue di mare e alito di vento scendi lunga sui giorni sulla mente diventi un sentiero un fiume con ricordi di nuvole e i sapori di mille terre lacrime di sudore in un letto di pietra. Vestita d’aria e di baci di uccelli alimenti le vene senza sonno scorri carezzando i fianchi dei monti e le valli intrecciate di pene. Allegra canti gareggiando col mio sangue per arrivare al palco del mare. Anche in questo tempo sai dove andare e ora cosa mi racconti?

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Attraessare su adu de sa mente su riu de sos ammentos s’ultimu colore de sas fozas mentres sos ojos de sas pedras abbaidana in sa currente su tempus de sas bozas. Sa prata de sa luna isolvet sa cara tua in abba pasida de incantos. Falana sos disizos ďŹ los de rios peri sos ďŹ ancos agos de pinu subra cabidales de terra e su sole tesset fozas de chercos ricamu de vida in sa carena.

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Attraversare il guado della mente il ruscello dei ricordi l’ultimo colore delle foglie mentre gli occhi delle pietre guardano nella corrente il tempo delle voglie. L’argento della luna libera il tuo viso nel lago degli incanti. Scendono i desideri fili di ruscelli lungo i fianchi aghi di pino su guanciali di terra e il sole tesse foglie di querce ricamo di vita sulla pelle.

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Nois peri sos crastos de santu Marcu aunidos in su piuere de sos seculos comente archeologos noitolos in mesu a sas ruinas e a una ciarra de pizzinnos ranos de rosarios e versos mudos cristallos de ametista in roccas de melagranada cun sa ‘oghe de su mare in undas de conchiglias biancas. Su ‘entu de sos montes carignaiat su manzanu abertu subra sas ispigas su pettu de sos furfurarzos subra alas de sisias e margheridas in isettu. Seigh’annos... tessiana sas primas isperas velas de ammentos e de ispantos ricamos de allegrias.

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Noi tra i sassi di San Marco radunati nella polvere dei secoli come archeologi inesperti tra le rovine in un chiacchierio di ragazzi grani di rosari e muti versi cristalli d’ametista in rocce di melograno con la voce del mare in onde di conchiglie bianche. Il vento dei monti carezzava il mattino aperto sulle spighe il petto dei passeri sopra ali di papaveri e margherite in attesa. Sedici anni... tessevano le prime speranze vele di ricordi e di stupori ricami d’allegrie.

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Pedidores riccos de ojadas in sa trauca de su tempus passamus cun sos annos. Deo pedidore in s’impedradu de su destinu: sos ojos tuos han pienadu sa giunta de sas manos mias fattas a nidu. Pedidores zoccamus a sa janna de sa die cun su punzu pienu de isperas e su disizu de vivere.

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Mendicanti ricchi di sguardi nell’asola del tempo passiamo con gli anni. Io mendicante nel selciato del destino: i tuoi occhi hanno colmato il palmo delle mie mani fatto a nido. Mendicanti bussiamo alla porta del giorno col pugno pieno di speranze e il desiderio di vivere.

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Ponzende fattu a s’oriente ses bennida cun alas de giuventude a isfidare su stempus meu e oe in sa carre m’inferchis giaos de lagrimas suspesa a s’ammentu ligas silenzios e peraulas cumpidende su momentu. A sa lughe dia cherrer furare sos colores de sa bellesa e daboi cuaremi in su casiddu de sa notte pro ‘incher s’ismarrimentu. Sa gratia de onzi die hat favoridu s’incontru piuere de oro subra sa mente lentore de cuntentesa subra su corpus meu.

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Inseguendo l’oriente sei giunta con ali di giovinezza a sfidare il mio tempo e oggi nella carne mi pianti chiodi di lacrime sospesa al ricordo leghi parole e silenzi frugando ogni secondo. Alla luce vorrei rubare i colori della bellezza e poi rifugiarmi nell’alveare della notte per vincere lo smarrimento. La grazia di ogni giorno ha propiziato l’incontro polline d’oro sulla mente rugiada di gioia sul mio corpo.

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S’arcu de sos ojos tuos tendet su filu de s’ammentu e sos ammentos carignados dae su ‘entu de su mare falana che puzones cun lagrimas de asciuttare. Esiliadu in s’andaila pius antiga abberzo cunzados e muros de disamistades e onzi die jagas de carena: cando si tancan faghen sonniare o est su pasu de un’iscutta pro narrer «Adiosu!».

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L’arco dei tuoi occhi tende il filo della memoria e i ricordi carezzati dal vento del mare si posano come uccelli con lacrime da asciugare. Esiliato nel sandalo più antico apro recinti e muri di inimicizie e ogni giorno le parentesi del corpo: quando si chiudono fanno sognare o è la tregua di un attimo per dire «Addio!».

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Su turcassu de emossiones e de saltios biraiat... indunu mare mÚrinu de Santu Aíni brazzos cuados tendian s’arcu de su sero. Ojadas imboladas che saettas in su chelu de sa festa a ferrere sa carre pius netta. Fuidu su coraggiu semus restados solos imboligados de timoria presoneris in su chisciu de sas boghes cun su disizu de mandigare pane modde.

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La farètra di emozioni e di slanci straripava... in un grigio mare d’ottobre braccia nascoste tendevano l’arco della sera. Sguardi lanciati come dardi nel cielo della festa a ferire la carne più pura. Fuggito il coraggio rimanemmo soli avvolti di paura prigionieri nel circo delle voci col desiderio di mangiare pane fresco di forno.

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Non ses inoghe umpare a mie ue si regoglit su restu de sa die. Ingalenada addaisegus de sa janna de su sero in sa neula chena sonnu rendida sos pensamentos t’ighene lezera affacca a su disizu de t’aer a fiancu. Su ‘entu de chie est solu forrojat sas venas de s’atera imbreaghera finas a su coro appedradu dae s’indifferenzia tua.

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Non sei qui con me dove si raccoglie il resto del giorno. Addormentata dietro la porta della sera nella nebbia insonne arresa i pensieri ti portano leggera vicina al desiderio di averti a fianco. Il vento di chi è solo scava le vene della prossima ebrezza sino al cuore indurito della tua indifferenza.

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Ostia de luna in sas laras de su chelu terras inciuppidas de umbras isprofundana in sa ‘ula ‘e su silenziu. S’isterroiat s’ammentu torrendemi sa cara tua ma comente rujare in su addine de su chelu sos bolos de s’ojada tua s’in su nidu meu non b’est su respiru tou? Giamados dae sos ojos tuos sos nomenes mios torran’ a vida comente braja toccada dae unu sulu ch’isperdet in su sambene sa chijina de su tempus.

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Ostia di luna nelle labbra dell’orizzonte terre imbevute d’ombre sprofondano nella gola del silenzio. Si distende il ricordo ridonandomi il tuo volto ma come incrociare nelle vertigini del cielo i voli del tuo sguardo se nel mio nido non c’è il tuo respiro? Chiamati dai tuoi occhi i miei nomi si ravvivano come brace toccata da un soffio che disperde nel sangue la cenere del tempo.

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Abbas de ‘eranu abbas de istiu mustu assoliadu abbardente dae sa niera de ierru samunan sas peraulas in su chiliru. In sa rezza restat paza de oro rizolos de abba netta ch’iscriene contos de foghile mutos de amore sas disamistàdes cun su mare. Sos ojos perdidos in sa luna de una tazza imbreagos de unu tempus chi ‘olat cun muttinzos de pedra chircana libertade.

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Acque di primavera acque dell’estate mosto assolato acquavite dalla ghiacciaia dell’inverno lavano le parole nel setaccio. Nella rete rimangono pagliuzze d’oro rigagnoli d’acqua pura che scrivono racconti intorno al focolare versi d’amore le inimicizie con il mare. Gli occhi persi nella luna di un bicchiere ubriachi di un tempo che vola con silenzi di pietra cercano libertà.

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In sa cursa de sas dies e in su misteriu de sas caras lentu est su mudare pronta sa ‘oza de amare chi dae sos ojos falat in mesu a pedras bias. In su cuile de s’ojada mia s’accherat s’omine su durche e su ranzigu seguresa e timorìa ma cale sorte? In sas camineras de su tempus nos isettat serena sa Morte.

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Nella corsa dei giorni e nell’inconoscibile dei volti lento è il mutamento pronta la voglia d’amare che dagli occhi scorre in mezzo a pietre vive. Nel recinto del mio sguardo si affaccia l’uomo il dolce e l’amaro sicurezza e timore ma quale sorte? Nei sentieri del tempo ci attende serena la Morte.

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Mascaradas sas dies pius galanas torran’ a de notte a visitare sas zittades e imboligadas dae una neula de sonnios sas lughes cumpagnas de sas umbras. Pregadorias sididas de Deus fumu de peraulas in sos zilleris emossiones e alenos de vida chircana unu ‘entu pius forte unu momentu pro fuire dae sas istajones e dae sas tumbas cando est giĂ cras.

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Mascherati i giorni più belli ritornano la notte a visitare le città e avvolte da una nebbia di sogni le luci compagne delle ombre. Preghiere assetate di Dio fumo di parole nei bar emozioni e aliti di vita cercano un vento più forte un momento per fuggire dalle stagioni e dalle tombe quando è già domani.

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Mare e terra semper in briga abba salida e manos de mastru iscavana sa cara de una vida. Ma sas caras cuadas in sas pedras ite narana de nois? Pensamentos naschidos in sas ispigas de sas dies m’aggiuan’ a viver che fizos los accumpagno subra su setidorzu de su manzanu a intender cantare mesu die.

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Mare e terra sempre in contesa acqua salata e mani d’artista scavano il volto di una vita. Ma i volti nascosti nelle pietre cosa dicono di noi? Pensieri nati nelle spighe dei giorni mi aiutano a vivere come ďŹ gli li accompagno sulla vetta del mattino a sentir cantare mezzogiorno.

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Sa notte chena sonnu furat sos ammentos pro ingannare s’isettu de s’avreschida e comente indunu cinema a s’abertu in su lentolu de s’iscuru ‘ido sas caras de su cambiamentu s’abberini de nou sas carrelas de sa giuventude: So gioghende ancòra cun su chilciu a caddos fortes a su puddu ‘olat cun sos pinnadellos a s’imbrestia a s’angallita e a corodè a pane salame e pasadorzu... Como un’omine belosu cun su coro inchietu s’aberit a esperienzias noas chi un’atera notte est pronta a incoronare.

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La notte senza sonno ruba i ricordi per ingannare l’attesa dell’alba e come in un cinema all’aperto nel lenzuolo del buio vedo i volti del cambiamento si riaprono le strade della giovinezza: Sto giocando ancora con il cerchio a cavalli forti al gallo che vola con i giaietti alla piastrella a piede zoppo e a ‘corodè ’ a pane salame e riposo... Ora un uomo geloso col cuore inquieto si apre a esperienze nuove che un’altra notte è pronta a incoronare.

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Fuini sas dies dae sas coas de su tempus una manu las colorat subra una cicchera ‘e linna un’atera las aunit a sa patria de s’ammentu. In sas tancas semenadas de su cras nos bortulat s’arvada de su cambiamentu mentres rios de sambene abban sa terra e un’atera gherra allargat su campusantu de sas rughes.

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Fuggono i giorni dal grembo del tempo una mano li colora su di una ciotola di legno un’altra li riunisce alla patria del ricordo. Nei campi seminati del domani ci rivolta il vomere del cambiamento mentre fiumi di sangue irrigano la terra e un’altra guerra allarga il campo delle croci.

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Omines canto pro ‘ois chi a onzi Pascha subra su riu de su seculu ponides presse a su passazzu e canto pro nois torrados in su mesu de una paghe disizados tra oro e famine dae un’ispera mai ìnchida dae su dolore. Canto pro te fiza de unu mundu malaidu meraculu abertu in sas muridinas de sa lughe. E canto pro te fiore no ancora alluinadu cun sos mutos de un’amore chena tempus.

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Uomini canto per voi che ad ogni Pasqua sul fiume del secolo affrettate il passaggio e canto per noi rinati nel mezzo di una pace desiderati tra oro e fame da una speranza mai vinta dal dolore. Canto per te figlia di un mondo malato aperto miracolo sulle frontiere della luce. E canto per te fiore non ancora abbagliato con i versi di un amore senza tempo.

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NAVIGHENDE NAVIGANDO

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« Ho vagato con grande sete: la vita è solo cercare. Ho composto innumerevoli versi ho accumulato innumerevoli pesi. Potrò portare quello che ancora non ho avuto fino alla mèta, sull’altra sponda dell’oceano? Si spezzerà la corda dell’arpa quando vibrerà per i canti che non ho ancora cantato? »

Rabindranath Tagore: Sfulingo (Scintille), Guanda, Parma, 1995.

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S’oriolu de attraessare su mare nde pigat comente frina dae sas profundidades. Ligada a sa loriga de su reposu sa partenzia isettat su saludu tou pro azzendere su momentu chi ‘enit. S’ultimu sonniu lassat sos ojos unfiados de silenziu subra su lettu isfattu che libaru abertu. Sos tuos lughentes trapassana sa neula de sos ammentos iscurret sambene de rosas in mesu a sas rigas.

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L’ansia di attraversare il mare come brezza dalle profondità risale. Legata all’anello delle soste la partenza attende il tuo saluto per accendere l’istante che viene. L’ultimo sogno lascia gli occhi gonfi di silenzio sul letto disfatto come un libro aperto. I tuoi lucenti traffiggono la nebbia dei ricordi scorre sangue di rose tra le righe.

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S’alenu tou in sa ena de unu momentu carignat sas fozas de sos annos sos colores de sas emossiones ratos de disizu ch’imbreagana sas abbas mias sempere prontas a isventiare in chelu. Intro dies disabitadas dae sa gherra cun tegus sas pibiristas si nde ficchini cun s’isposa de s’affannu meu unu segretu chi tra lampos si faghet vela.

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Il tuo respiro sullo stelo di un momento carezza le foglie degli anni i colori delle emozioni rami di desiderio che ubriacano le mie acque sempre pronte a evaporare al cielo. All’interno di giorni inabitati dalla guerra con te le palpebre si rialzano con la sposa del mio aanno un segreto che tra lampi si fa vela.

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Su jogu animat su viaggiu accordat su rapportu cun s’ateru ue si vivet e si perdet su presente. Pirata de unu tempus chi tra sas undas mudat colore aberzo sa cascia de sas possibilidades piena de sonnios de oro ojos de prata collanas de dies valzer tangos rock e sinfonias ballos tundos ninnidos e borim-bombò... Dae mare a mare su fogu de s’avventura iscaldit su teatru de sos omines. ‘ Boghe de unu in su desertu...’ in s’aera semidas de animas perdidas cun nois in mesu a sa zente cun sas peraulas chi m’iscoppian’ intro comente fogos de artifiziu a mes’austu.

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Il gioco anima il viaggio accorda il rapporto con l’altro dove si vive e si perde l’adesso. Pirata di un tempo che tra le onde trascolora apro lo scrigno delle possibilità pieno di sogni d’oro occhi d’argento collane di giorni valzer tanghi rock e sinfonie balli in girotondo cantilene e suoni... Da mare a mare il fuoco dell’avventura riscalda il teatro degli uomini. ‘Voce di uno nel deserto...’ nell’aria tracce di anime perse con noi tra la gente con le parole che mi scoppiano dentro come fuochi d’artificio a ferragosto.

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Su fuidittu passat preziosu in s’orolozu de su corpus e a sa foga de su tempus nos isettat. In su adu de sas dies pagu seguru lu perdo ma it’est chi ancora chirco? Non sas trummas e sos isbaglios chi faghene s’orizu a s’umbra mia ma in sa materia de sa terra in sa bellesa de onzi forma chirco s’alenu de sa vida sa manu chi mi carigneit sa prima ‘olta.

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L’inafferrabile passa prezioso nella clessidra del corpo e alla foce del tempo ci aspetta. Nell’alveo dei giorni insicuro lo perdo ma cos’è che ancora cerco? Non le folle e gli errori che fanno l’orlo alla mia ombra ma nella materia della terra nella bellezza di ogni forma cerco il soffio della vita la mano che mi accarezzò la prima volta.

SENTIERI D’ACQUA

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In sa domo de su ‘entu perdidu e torradu a acciappare cun sos amigos appo isfidadu a mie matessi e sos puzones cun su pensamentu in sas puntas de su Tuffudesu e in sos fiancos de sa mente cantas garas chirchende s’omine veru. Esiliadu in sa ‘idda de sas peleas mias frazo s’isettu de arrivire a sa fine.

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CAMINERAS DE ABBA


Nella casa del vento perduto e ritrovato con gli amici ho sfidato me stesso e gli uccelli col pensiero sulle cime del Tuffudesu e sui fianchi della mente quante gare cercando l’uomo vero. Esiliato nel paese dei miei affanni consumo la speranza di arrivare alla fine.

SENTIERI D’ACQUA

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Una ‘oghe a s’abbrazzu de mesanotte m’accumpagnat accherada subra sas laras o settida subra su pabilu in su liminarzu de su tempus chi non torrat: «Non ses solu a proare sa fadiga e s’ inchietudine sas caras sun velas carazzas e bandelas chi su ‘entu imboligat cun peraulas bias e cun peraulas mortas s’oju de su silenziu furriat s’ojada a sas fozas disisperadas dae una làcana chi non si podet brincare abbaidadas in onzi proa cundunu muizu las accultat cundun’ateru las istrejt comente sa fisarmonica sonat...». Dae s’arvure de su nomene sas carazzas nde falan che fozas istraordinariu attonzu de s’ultimu carrasegare.

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CAMINERAS DE ABBA


Una voce all’abbraccio di mezzanotte m’accompagna manifesta sulle labbra o seduta sulla carta sul limite del tempo che non ritorna: « Non sei solo a sentire la fatica e l’inquietudine i volti sono vele maschere e bandiere che il vento avvolge con parole vive e con parole morte l’occhio del silenzio alle foglie disperate si rivolge da un confine invalicabile sorvegliate in ogni prova con un soffio le avvicina con un altro le allontana come la fisarmonica suona...». Dall’albero del nome le maschere cadono come foglie straordinario autunno dell’ultimo carnevale.

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Currene sas istajones s’arcu de su tempus lantat una frizza a onzi coro imbiancat s’erva chena lamentu eppuru mi paret ‘eris... Pius andamus innantis pius creschene sas camineras sos silenzios de sa mente e ateras isolas pro sas ideas velas chi un Anghelu mantenet subra su caminu. Isola in s’Isola Ulisse andat e un’ateru torrat mentres sos telarzos cantana sos isettos de sas isposas. Navighende in camineras de abba su movimentu nos liberat dae s’àncora ‘e su coro avrèschida daboi de interighinu unu miraculu continuu nos faghet noos.

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CAMINERAS DE ABBA


Corrono le stagioni l’arco del tempo lancia una freccia ad ogni cuore imbianca l’erba senza un lamento eppure mi sembra ieri... Più c’inoltriamo più crescono i sentieri i silenzi della mente e altre isole per le idee vele che un Angelo tiene sulla rotta. Isola nell’Isola Ulisse riparte e un altro ritorna mentre i telai cantano le attese delle spose. Navigando su sentieri d’acqua il movimento ci libera dall’àncora del cuore alba dopo tramonto un miracolo continuo ci rinnova.

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Su intendere masedu comente s’abba lassat sas carrelas de su recreu su reposu pienat sas istanzias sa paghe si faghet su nidu indunu lorumu ‘e lagrimas. Unu cascu de ‘entu e su piantu ‘olat puzonat sa ‘oghe de su silenziu imboligat sa criadura in su sinu. Ala de anghelu sa vela lassat sas funes unu muccaloru de anima saludat bandela de un’ateru caminu.

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CAMINERAS DE ABBA


Il mite sentire come l’acqua lascia le vie del piacere la quiete riempie le stanze la pace si fa il nido in un intreccio di lacrime. Uno sbadiglio di vento e il pianto vola gemma la voce del silenzio riavvolge il bimbo nel grembo. Ala d’angelo la vela lascia le corde un fazzoletto d’anima saluta bandiera di un altro cammino.

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« ...dammi della Tua acqua affinché non abbia più sete...»

Gv 4, 15

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CAMINERAS DE ABBA


INDICE pag.

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Prefazione

14 16 18 20 22 28 30 32 34 36 38 40 42 44 46 48 50 52 54 56 58 64 66 68 70 72 74 76 78

Vorrei essere un poeta Il pensiero rimbalza Vive nel corpo Canto Nel vortice degli anni Acqua di cieli invecchiati Attraversare il guado della mente Noi Mendicanti Inseguendo l’oriente L’arco dei tuoi occhi La farètra Non sei qui Ostia di luna Acque di primavera Nella corsa dei giorni Mascherati Mare e terra La notte senza sonno Cadono i giorni Omines L’ansia di attraversare il mare Il tuo respiro Il gioco anima il viaggio L’Inafferrabile Nella casa del vento Una voce Corrono le stagioni Il mite sentire

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CAMINERAS DE ABBA - SENTIERI D'ACQUA  

quarta silloge poetica

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