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N.08 APRILE 2019

IN QUESTO NUMERO // UN TESORO DI NOME WOJTA // SERIE A1: SCHIO-RAGUSA PER LO SCUDETTO // SILVIA MARZIALI, L’ARBITRO È DONNA // AL VIA I PLAYOFF DI A2 // ZAMPIERI, VOGLIA DI VINCERE // LUCCHESI: BASKET LAB E PANORAMA GIOVANILE // BALLABIO E LA COMENSE


APRILE 2019

N.08

in questo numero 1 EDITORIALE

Rush finale

3 inside a1

Guerre Stellari

8 numbers 11 Focus

L’arbitro è donna

17 cover story

Un tesoro di nome Wojta

23 inside A2

L’ora della verità

29 Primo piano

Viaggi e miraggi

35 altri mondi

DIRETTO DA Silvia Gottardi

REDAZIONE Silvia Gottardi,

Lucchesi Lab

41 storie

La fedeltà di Vivi

44 flash news Di manuel beck 46 IL BASKET VISTO DA UN MARZIANO Marvin il marziano

47 PALLA E PSICHE

Message in a bottle

48 (SA)TIRO SULLA SIRENA

Il prossimo decennio del basket femminile

Giuseppe Errico, Alice Pedrazzi, Giulia Arturi, Caterina Caparello, Marco Taminelli, Manuel Beck, Paolo Seletti, Linda Ronzoni, Alice Buffoni, Clara Capucci

PROGETTO GRAFICO Linda Ronzoni/ Meccano Floreal

INFOGRAFICA Federica Pozzecco IMPAGINAZIONE Grazia Cupolillo/ Meccano Floreal

FOTO DI Marco Brioschi,

Luca Taddeo, Marco Picozzi, Arhivio Fip, Fiba, Carlo Silvestri, Manu Laia, Giovanni Cassarino, Laura Moltisanti, Reyer Venezia


editoriale

RUSH FINALE di silvia gottardi

Uhhh che bello, questo è il mio momento preferito dell’anno. I playoff sono la ciliegina sulla torta, il peperoncino sulla pasta, sono l’essenza del basket. Che poi, diciamocela tutta, sono quello che ci rende speciali rispetto ad altri sport... Ma come cavolo è possibile che ad esempio nel calcio non ci siano i playoff e che a cinque giornate dalla fine del campionato già si sappia chi è campione d’Italia? Vuoi mettere l’adrenalina, vuoi mettere la suspense, vuoi mettere anche l’ingiustizia, ma vuoi soprattutto mettere le emozioni che ci regalano? E in fondo ci piace anche la crudeltà dei playoff, ammettiamolo. Pensiamo alla Reyer: tutto l’anno da capolista (o quasi), con la finale praticamente in tasca col 2-0 su Ragusa e poi? Poi quello che mai ti aspetti; il più clamoroso, crudele (per i veneziani) ed entusiasmante (per i siciliani) ribaltone che potessimo aspettarci. Io non ci avrei scommesso niente, onestamente, ma il bello dei playoff sta proprio qui. E mentre la A1 sta per regalarci l’ennesima finale Schio vs Ragusa, che però quest’anno più che mai sarà davvero interessante, stanno per cominciare i playoff anche in A2. Sono sicura che anche la serie cadetta saprà regalarci grandi emozioni. A Sud, Campobasso sembrava dominare in lungo e in largo ma, proprio come Venezia, si è vista sfuggire all’ultimo la pole position; a Nord, Costa e Alpo ci provano ancora. Chi vincerà? Chi conquisterà un posto al sole per la prossima stagione? La più forte? Non per forza… Perché a differenza della stagione regolare in cui talento, tattica, profondità della panchina e tanti altri fattori hanno un ruolo fondamentale, nei playoff contano molto di più cuore e testa. Soprattutto la testa! Vincerà chi saprà stare più concentrato, chi avrà i nervi più saldi, chi avrà più voglia di vincere ed anche meno paura di perdere.


JILLIAN HARMON SA COME SI FA A VINCERE UNO SCUDETTO E BATTERE SCHIO. A LEI IL COMPITO DI GUIDARE LE AQUILE BIANCOVERDI VERSO IL PRIMO STORICO SCUDETTO.


inside A1

GUERRE STELLARI

SCHIO E RAGUSA ANCORA FINALISTE, SI TRATTA DELLA QUARTA FINALE SCUDETTO TRA LE DUE POTENZE DEL NOSTRO BASKET. SCHIO PER IL DECIMO, RAGUSA PER IL PRIMO STORICO TRICOLORE. E SARÀ ANCHE L’ULTIMA FINALE DELLA REGINA MASCIADRI. TANTI INGREDIENTI CHE SPERIAMO CI REGALINO UNA FINALE ECCEZIONALE.

di giuseppe errico

l’

ottantottesimo campionato di serie A1 Femminile si

appresta ad alzare il sipario su quella che sarà la serie finale per l’assegnazione del tricolore: a contenderselo in quella che è ormai diventato un classico duello rusticano della pallacanestro femminile italiana saranno le detentrici in carica del Famila Beretta Schio e le contender di lusso della Passalacqua Eirene Ragusa. Le scledensi conquistano la decima finale scudetto consecutiva (sei vinte) ed hanno voglia di cucirsi sul petto la stella del decimo tricolore della storia orange nell’anno dell’ultima stagione dell’eterna capitana Raffaella Masciadri che gradirebbe e non poco chiudere la carriera da Regina con il quindicesimo scudetto vinto. Comunque vada, un palmarès che comprende nove Coppe Italia, tredici Supercoppe, un’EuroCup, tre stagioni nella Wnba con le Los Angeles Sparks, millesettecento punti in Nazionale e il primato di presenze in serie A1 della storia fa già di Masciadri un Mito della pallacanestro femminile italiana fonte

di ispirazione per le ragazze che hanno scelto e sceglieranno di giocare al nostro meraviglioso sport. “Ogni finale è meravigliosa – dichiara Raffaella – certo che questa ha un sapore speciale. Ma i pensieri sono di pura felicità, per questo giocherò ogni singolo minuto con gioia e con il sorriso sulle labbra, certa che le mie compagne faranno lo stesso”. “E’ giunto il momento di pensare un po’ a me stessa. Comunque rimarrò all’interno del mondo sportivo con un ruolo differente”.

Dall’altra parte c’è una Passalacqua Ragusa che nella sua

breve storia societaria è già diventata una delle fantastiche realtà del movimento ed una delle più accese rivali per qualsiasi traguardo proprio dell’eterna Schio. Le aquile siciliane fanno capolino nella massima serie nel campionato 2013/2014 e diventano la prima squadra nella storia del massimo campionato a raggiungere la finale scudetto da neopromossa e trasformano una finale sulla carta scontatissima in


inside A1

un appassionante testa a testa concluso solo alla quinta partita in favore di Schio. Nella stagione successiva ancora in finale Schio e Ragusa per quella che verrĂ ricordata a lungo come una delle piĂš belle ed emozionanti serie di finale. Si va ancora a gara cinque, ancora a Schio, con Ragusa che controlla

a lungo fino ad avere il titolo in pugno a novanta secondi dalla fine. Poi le invenzioni di Honti, Yacoubou, ma soprattutto quella di Chicca Macchi con un canestro decisivo, un lay up reverse a cinque secondi dalla fine che chiude la contesa a favore delle scledensi. Ultimo incrocio in finale lo scorso anno,


SCHIO HA SEMPRE TRATTO FORZA DALLA SUA ANIMA ITALIANA. BATTISODO (IN FOTO), ANDRÉ, FASSINA, MASCIADRI, FILIPPI, E LA MATURITÀ ACQUISITA DI FRANCESCA DOTTO LA PORTERANNO AL DECIMO TRICOLORE?

ancora una volta si va a gara cinque, ancora una volta a festeggiare saranno le ragazze venete.

La strada verso la finale Il cammino delle semifinali

per le due squadre è stato quasi identico, nel senso che ognuna ha dovuto affrontare un percorso ac-

cidentato e ricco di insidie. Schio contro la meravigliosa San Marino di Lupari godeva ovviamente dei favori del pronostico e così è stato (3-1), ma la vittoria delle lupe in gara due al Pala Romare doveva essere assorbito dalle campionesse in carica. Così è stato in gara tre e quattro: Schio ha messo in

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inside A1 campo tutta l’esperienza del suo roster e guidata da una Francesca Dotto in continuo stato di crescita ha chiuso la serie. Sempre con la pistola puntata alla testa invece il cammino delle siciliane: sotto di due a zero contro Venezia non potevano più permettersi di sbagliare e quando la serie si sposta sull’isola le ragazze di coach Recupido cominciano a scrivere il capolavoro. Due a due e tutti in laguna dove Hamby e compagne dominano gara cinque e si aggiudicano il diritto di lottare per il titolo.

In bacheca Per la società del patron Cestaro parlano

da soli nove scudetti, undici Coppa Italia, dieci Super Coppa Italia, due Coppa Ronchetti ed un’Euro Cup: “sono sicuramente numeri importanti – ci dice Francesca Dotto – penso sia merito di una società ambiziosa che punta sempre in alto e di un presidente sempre presente che tiene davvero a cuore questa squadra”. Per le siciliane sono arrivati come

di difficoltà ma penso che passo dopo passo, allenamento dopo allenamento e partita dopo partita siamo cresciute costantemente. La squadra rispetto alla scorsa stagione è completamente cambiata e credo sia stato normale aver avuto bisogno di un po’ di tempo per trovare la giusta alchimia in campo. Arrivate in questo momento della stagione siamo pronte ad esprimere al meglio il nostro potenziale”. “Di nuovo Ragusa ma credo che sia una squadra diversa dalla scorsa stagione - continua Dotto – sono una squadra tosta, non mollano mai, sono pericolose in ogni posizione e sono molto fisiche. Sarà sicuramente una serie competitiva”.

Programma Finali Si parte il primo di maggio con le ragazze che celebreranno in campo la festa dei lavoratori ritrovandosi alle ore 20:45 nel Pala Romare di Schio per la prima palla a due della serie finale. Si bissa sempre a Schio due giorni dopo (venerdì

Ogni finale è meravigliosa, certo che questa ha un sapore speciale. Per questo giocherò ogni singolo minuto con gioia e con il sorriso sulle labbra. (Masciadri) titoli in bacheca due Coppa Italia: la prima nel 20152016 battendo in finale Schio (70-67) e la seconda freschissima in questa stagione superando in finale il Geas Sesto San Giovanni (77-61).

La Stagione Ci hanno messo un po’ ad ingranare tut-

te due le squadre in una stagione particolare per le scledensi che hanno cambiato molto nel roster con l’inserimento di stelle assolute come Gruda e Lavender e giovani di belle speranze come Andrè e Fassina. Avvio stentato ma l’arrivo di Allie Quigley e la messa in forma di Francesca Dotto hanno permesso alle ragazze di coach Vincent di chiudere al primo posto in classifica la stagione regolare nell’ultima giornata di campionato a danno di Venezia. Anche Ragusa parte lenta, ma è un diesel che aspetta il momento giusto per mettersi in marcia con Dearica Hamby che attenta al titolo di mvp della stagione, anche qui l’inserimento dell’italo-australiana Nicole Romeo dà nuovo smalto alla stagione siciliana che si chiude a quota trentadue punti, a soli due di distacco dall’accoppiata Schio-Reyer. “Si sa che i cambiamenti necessitano di assestamenti – dice Masciadri parlando della stagione orange – ma ora abbiamo raggiunto un buon equilibrio e siamo pronte ad affrontare questa sfida”. “La nostra stagione finora è stata probabilmente diversa da come molti si aspettavano – le fa eco Francesca Dotto – è vero che siamo partite con un pizzico

3 maggio) sempre 20:45. La serie poi si sposta in terra iblea martedì 7 maggio (ore 20:45 Pala Minardi di Ragusa) per gara tre, l’eventuale gara quattro sempre a Ragusa giovedì 9 maggio ore 20:30 per chiudere, se ce ne fosse bisogno, con gara 5, domenica 12 maggio ore 19:00 a Schio. Tutte le partite della serie finale saranno trasmesse in diretta da Sportitalia Tv. Ci sono tutti gli ingredienti per vivere un finale di stagione esaltante con le emozioni del campo, con la tensione per la conquista di un titolo che sarebbe in ogni caso speciale. Per la stella ed il decimo della storia per Schio, il primo in assoluto per Ragusa che sfaterebbe così il tabù scledense. Una serie che ci riconcili con il nostro movimento che in questa stagione ha vissuto picchi esaltanti con le prodezze di Broni, con la meravigliosa finale di Coppa Italia del Geas Sesto San Giovanni, con il cuore immenso delle lupe di San Martino, ma che ha dovuto anche fare i conti con il disastro Dike Napoli. Abbiamo tutti noi appassionati di questo meraviglioso mondo voglia di vivere una finale stellare che ci faccia godere delle prodezze delle protagoniste, che metta in luce le sue cose migliori (e sono tante), che ci faccia saltare sul divano per un canestro allo scadere, che ci faccia battere le mani alle vincitrici e alle sconfitte. A voi ragazze in campo il compito di tutto questo. Che vinca il migliore!


NUMBERS


SILVIA MARZIALI MARCHIGIANA, CLASSE 1988, AL SUO SESTO ANNO IN A1 FEMMINILE E PRIMO IN A2 MASCHILE,


focus

L’ARBITRO è DONNA

SILVIA MARZIALI È UNA LUMINOSA RAPPRESENTANTE DELLA CLASSE ARBITRALE NOSTRANA. PRIMA ITALIANA A DIVENTARE ARBITRO FIBA. MEDICO. UNA DONNA DETERMINATA E PREPARATA, CHE AMA STARE IN CAMPO SENZA MA E SENZA SE

Di Alice Pedrazzi

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artiamo dall’ABC: senza l’arbitro non si gioca. Scon-

tato, banale, lapalissiano. Eppure da molti troppo spesso dimenticato. Il ruolo strategico del direttore di gara, però, non si ferma qui, non si limita a permettere lo svolgimento di ogni singola gara, di ogni categoria, di ogni campionato, di ogni regione, di ogni livello. Il che sarebbe già sufficiente per comprenderne (e rispettarne) l’essenzialità. Va ben oltre ed è strettamente connesso alla crescita, anche tecnica, del nostro gioco. E per chi ha la passione per questo movimento, tanto bello quanto, a volte, maledetto e masochista, questo è probabilmente l’aspetto più intrigante e strategico.

“Vogliamo avere arbitri altamente competenti dal punto di

vista tecnico ed allenatori molto preparati a livello regolamentare”, ha detto qualche tempo fa in un clinic per giovanissimi fischietti Maurizio Biggi, istruttore nazionale del settore giovanile arbitri ed arbitro di serie A1 con più di 300 partite fischiate, centrando per-

fettamente punto e questione. La crescita del movimento, anche e forse soprattutto quella tecnica, passa dal dialogo e dalla virtuosa contaminazione reciproca di tutte le competenti che sul campo giocano ruoli essenziali. Arbitri inclusi, e forse in testa. Che devono sentire e portare il peso di una responsabilità non indifferente, gestendola con serietà, rispetto e professionalità e che, per effetto proprio di questa stessa professionalità, devono trovare le condizioni base per poter svolgere il proprio ruolo. Dialogo e collaborazione, confronto e apertura, a tutti i livelli del sistema sono le chiavi per una crescita che non può che essere non sinergica e congiunta. Strada da fare ne abbiamo, eccome, ma il percorso può essere entusiasmante e gratificante per l’intero movimento e, perché no, per il nostro piccolo grande spazio a tinte rosa.

“L’arbitro è un po’ magistrato e un po’ sacerdote”, scriveva Gianni Brera. Oppure donna e medico. Aggiungiamo noi. Come Silvia Marziali, classe 1988, nata ad Edo-


focus lo e cresciuta nelle silenziose ed operose Marche, tra Porto San Giorgio e Fermo, luminosa rappresentante della classe arbitrale nostrana, al suo sesto anno in A1 femminile e primo in A2 maschile, prima donna italiana a diventare arbitro Fiba e a dirigere competizioni come Euroleague Women.

“L’arbitraggio è uno sport bellissimo ed affascinante - va

dritta al punto Silvia, sintetizzando in due parole un concetto grande e grosso: arbitrare è una disciplina sportiva, su questo non ci siano discussioni di sorta -, che aiuta fortemente a formare il proprio carattere: devi imparare, da subito, ad accettare ed affrontare i tuoi errori, ad essere responsabile delle tue azioni e soprattutto delle tue scelte e a rivestire un ruolo per il quale occorre un grande rispetto. Un ruolo che non ti consente di sgarrare. Anche perchè – aggiunge Silvia con una inflessione ancora più dolce nella voce, che svela come dietro a successi e traguardi raggiunti non c’è solo determinazione e preparazione tecnica,

“Un passo dopo l’altro ho cercato di raggiungere i miei obiettivi, certamente i risultati incoraggianti aiutano a proseguire con determinazione, ma non sono tutto. La passione conta più di ogni cosa: amo stare in campo, senza se e senza ma. Sono convinta che ognuno di noi abbia il proprio massimo e che non per tutti questo coincida necessariamente con la serie A. Ciò che conta – ancor più se si è un arbitro – è saper fare autocritica e riconoscere quali sono i propri limiti e, di conseguenza, i traguardi raggiungibili. E lavorare, ogni giorno, per quelli, senza pensare al fatto che dovesse o meno arrivare una promozione, perché gli avanzamenti non dipendono solo dal tuo operato, ma anche dal contesto e dall’annata. Se in una stagione ci sono molti arbitri forti, la competizione è elevata e la promozione non arriva, anche se in astratto uno potrebbe pensare di meritarla. In questo vedo una grande analogia con il destino di tutti gli atleti, pensiamo, ad esempio, alle convocazioni nelle nazionali, anche giovanili: se l’annata è ottima, la competizione è più

L’arbitraggio è uno sport bellissimo ed affascinante che aiuta fortemente a formare il proprio carattere. ma anche un grande ed approfondito lavoro su se stessi – l’arbitro conosce, vive e convive con la propria solitudine. Attorno a sé non c’è alcuna squadra in cui rifugiarsi, si è soli: e questo è indubbiamente molto formativo, soprattutto da piccoli”. Ecco, appunto, come hai iniziato e perché? “Da bambina, a Porto San Giorgio, mi sono innamorata della pallacanestro e ho iniziato a giocare. Poiché ero sempre in palestra, la mia allenatrice ha iniziato a farmi arbitrare le partite del minibasket. Così ho fatto anche il corso. A quell’epoca fischiare mi piaceva, certo, ma quanto basta…” QB, come si dice in cucina. Quando, dunque, questa “quantità” è diventata l’ingrediente principale del tuo stare sul parquet? “E’ successo dopo, all’università. Quando mi sono trasferita a Roma per studiare medicina alla Cattolica, giocare era diventato troppo complicato organizzativamente, anche perché la mia facoltà prevedeva l’obbligo di frequenza. Ma lasciare il campo del tutto era impensabile, così mi sono dedicata con maggiore assiduità all’arbitraggio, attività che in quel periodo mi permetteva di conciliare maggiormente i tempi palestra/università, rispetto all’essere atleta.” Così tra un 30 ad un esame ed una promozione sul campo, sei arrivata alla laurea in medicina (con tesi in cardiologia, ndr) e alla serie A sul campo…

serrata e può capitare che resti “fuori” qualcuno che in altre annate avrebbe invece avuto la maglia.” Medico e arbitro, anche qui, a ben guardare, c’è una bella analogia: quella di una vita legata al prendere decisioni rapide ed importanti per gli altri? “Già, è proprio un bel parallelismo. In effetti in entrambi i campi occorre fare scelte immediate ed istantanee, istintive però solo fino ad un certo punto, perché in realtà sono fortemente basate sulla propria preparazione: tecnica e fisica quando si tratta di fare un fischio, scientifica quando si deve invece fare una diagnosi o scegliere una terapia. La grande contrapposizione – aggiunge Silvia – è riconvertirsi poi alla vita quotidiana, nella quale non si può portare la velocità del campo o del pronto soccorso, perché spesso, nel quotidiano, occorrono scelte molto più ponderate ed alle volte sedimentate. Lì, mi accorgo, che spesso devo fare delle belle frenate, per rallentare la mia velocità di scelta.” Quasi un testa-coda, dunque, come quello di emozioni che contraddistinguono un arbitro, chiamato ad esercitare un ruolo di responsabilità e apparente impassibilità, ma non per questo immune alle emozioni? “Certamente quando si entra sul campo le sensazioni sono forti, inutile negarlo: anche se le partite fischiate sono tante, l’emozione è sempre la stessa. Ciò che si acquisisce con l’esperienza è, però, la capacità di gestire le proprie sensazioni: così, quando si alza la palla


PRIMA DONNA ITALIANA A DIVENTARE ARBITRO FIBA E A DIRIGERE COMPETIZIONI COME EUROLEAGUE WOMEN.

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focus

a due, ci si “setta” immediatamente sul lavoro e sulla tecnica per eseguirlo al meglio.” Sveliamo qualche piccolo grande mito: è vero che l’arbitro è così concentrato sulle singole azioni e sui gesti tecnici che non vede la partita nel suo insieme? “Beh, se si parla con un giovanissimo arbitro, probabilmente risponderà di sì: perché all’inizio la concentrazione sul dettaglio è più importante di ogni cosa e assorbe quasi totalmente la visione. Ma col tempo matura anche la capacità di vedere la partita nel suo complesso, anzi, per arrivare in alto è necessario avere il film della gara davanti agli occhi. La valutazione viene fatta azione per azione, ovviamente, ma per farla al meglio, occorre avere la capacità di leggere integralmente e tecnicamente la gara che si sta dirigendo.” Gli arbitri sono una componente fondamentale per la crescita tecnica del movimento: quanto pesa questa responsabilità? “Il nostro dovere primario, senza dubbio, è quello di

applicare correttamente il regolamento. Ma non ci possiamo, né vogliamo, limitare a questo: dobbiamo conoscere e amare la pallacanestro. Ecco perché reputo essenziale che l’arbitro abbia un bagaglio tecnico e non soltanto regolamentare (e la differenza è sostanziale, ndr) adeguato alla categoria. Importante è guardare partite e allenamenti, capire cosa insegnano gli allenatori e quello che i giocatori sono in grado di fare poi in campo…così riesco ad entrare negli aspetti più profondi della tecnica di gioco e amplio visione e conoscenza, aspetti basilari per valutazioni corrette e contestualizzate.” A proposito di tecnica: il passo zero è stato un grande cambiamento. Positivo? “Per me sì, è stato un bel cambiamento, i cui effetti più positivi si vedono, credo, da quest’anno. Perché nella passata stagione c’è stata forse un po’ troppa “deregulation” ed alle volte, nel nome del passo zero, non venivano più fischiate nemmeno le violazioni di passi in partenza. Anche per noi, infatti, il cambio di visione non è stato semplicissimo: in questa stagione, però,


MEDICO TRA UNA PARTITA E L’ALTRA, SILVIA SI È LAUREATA IN MEDICINA CON UNA TESI IN CARDIOLOGIA.

l’abbiamo tutti metabolizzato meglio. Credo quindi che la nuova regola stia producendo gli effetti sperati, senza però sacrificare il rispetto delle norme che non sono cambiate.” C’è differenza tra femminile e maschile, in riferimento all’interpretazione di questa nuova regola? “Direi proprio di no. Anzi, se devo fare una statistica della mia stagione, posso dire di aver fischiato più ‘passi’ nei campionati maschili che in quelli femminili.” Essere arbitro ed essere donna: com’è la gestione del rapporto con l’ambiente? “Indubbiamente è un ambiente maschile. Ed è per questo che sono convinta che la differenza la facciano sempre professionalità e modo di comportarsi. E’ quello che spiego anche alle ragazze che si avvicinano al mondo dei fischietti: se il comportamento è adeguato, non ci sono problemi di accettazione.” Nemmeno col pubblico? “Non si può negare che con un arbitro donna, quan-

do il pubblico trascende, utilizza spesso insulti che con gli uomini non si permette e scadere nella questione di genere è abbastanza - e forse troppo - facile. Ma dal punto di vista personale, dopo aver avuto un impatto molto forte con una tifoseria durante una partita al mio primo anno di B, ho iniziato ad elaborare un distacco tale con le componenti esterne che ora mi permette di essere serena e lucida in qualsiasi condizione.” Perché non ci sono donne che arbitrano la A1 maschile: colpa del rinomato “soffitto di vetro”? “Io credo, molto schiettamente, che se ancora non ci sono donne che arbitrano la massima serie maschile è perché non se lo meritano. Ma altrettanto sinceramente dico che sono fiduciosa: siamo aumentate nel numero, oggi ci sono molte donne che arbitrano e lo stanno facendo bene, io e Chiara (Maschietto, ndr) facciamo la A2 maschile... Arriverà presto anche il momento di vedere un arbitro donna fra gli uomini della serie A. Ne sono certa.” E noi te lo auguriamo, Silvia.

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JULIE NICOLE WOJTA, 30 ANNI, LONTANE ORIGINI TEDESCHE E POLACCHE, È NATA A FRANCIS CREEK, IN WISCONSIN. ALA PICCOLA DI 1.83, HA ASSAGGIATO IL MONDO WNBA CON LE LYNX E LE STARS PRIMA DI VENIRE IN EUROPA. DOPO UN’ESPERIENZA IN BELGIO, IN ITALIA HA DISPUTATO DUE STAGIONI A LUCCA (UNA FINALE E UNO SCUDETTO) E DUE A BRONI (SEMIFINALE SFIORATA QUEST’ANNO)


cover story

UN TESORO DI NOME WOJTA LO SCUDETTO A LUCCA, DUE GRANDI STAGIONI A BRONI: CONOSCIAMO MEGLIO

LA GIOCATRICE IDEALE, COME LA DEFINISCONO COMPAGNE E ADDETTI AI LAVORI.

QUELLA CHE SI PORTA LA SQUADRA DENTRO. “SÌ, ADESSO IN ITALIA MI SENTO A CASA”

di GIULIA ARTURI

a

un certo punto di questa intervista troverete un’e-

spressione di Julie Wojta: “feeling of a team”, sentirsi la squadra dentro. È la chiave per capire una giocatrice e un personaggio fra i più positivi che il nostro campionato abbia mai incontrato. L’equilibrio perfetto fra individualità e collettivo è la pietra filosofale del basket, come di ogni sport di squadra: l’americana del Wisconsin, di poche ma profonde parole, l’incarna alla perfezione. Lo si vede in campo, dove sa fare tutto, comprese le piccole cose che non danno gloria ma fanno vincere le partite, lo si percepisce al volo fuori. Per spiegarlo meglio, sentirete anche le voci di chi ha imparato a conoscerla da vicino. Ma prima entriamo con lei in presa diretta. Julie, qual è il bilancio della stagione che per voi si è appena conclusa? “Guardando indietro vedo molte cose positive. Ovviamente non è finita come avremmo voluto. Come squadra e società, Broni ha fatto un ulteriore salto di

qualità. Ma il modo in cui sono finiti i playoff non è stato positivo. Nei quarti di finale contro San Martino siamo sempre state lì vicino e sia in gara 1 che in gara 3 ci eravamo costruite la possibilità di vincere: finire la stagione così è stato un brutto colpo per noi. Volevamo fare meglio per Broni, una società che fa tutto il possibile per mettere nelle migliori condizioni le giocatrici. È davvero speciale fare parte di questa realtà. Per questo è stato tosto vedere finire tutto così. Da quando Broni ha vinto la serie A2 ed è stata promossa, ogni anno ha fatto un miglioramento da tutti i punti di vista. A me personalmente hanno dato l’opportunità di avere un ruolo importante nella squadra. Sono grata al club e ad Alessandro (Fontana, il coach ndr) che mi ha spinto ad assumere un ruolo sempre più di responsabilità. Francesca Zara, preparatrice atletica, è un elemento dello staff fondamentale per noi: ci trasmette la mentalità, il modo giusto di approcciarsi a tutto, oltre che prepararci dal punto di vista fisico. Ed eravamo seguite al meglio anche da


cover story

GIOCATRICE COMPLETA IN OGNI FONDAMENTALE E ASPETTO DEL GIOCO, WOJTA È PRESENTE NELLE ZONE ALTE DI OGNI VOCE STATISTICA. E LA VALUTAZIONE MEDIA DI 20,1 IN QUESTA STAGIONE RENDE BENE L’IDEA COMPLESSIVA DEL SUO LIVELLO: MEGLIO DI LEI NEL NOSTRO CAMPIONATO SOLO LAVENDER (21,8) E HARMON (20,7)

fisioterapisti e medici: tutte queste cose, piccoli pezzi, contribuiscono ai risultati della squadra”. In campo sei una di quelle giocatrici che fanno da collante per la squadra. Ti riconosci in questa definizione? “Da sempre, fin da quando ero piccola, trovo soddisfazione quando tutti si sentono parte integrante della squadra. Mi piace passare la palla tanto quanto segnare o catturare un rimbalzo in un momento chiave. Penso sia più importante ‘the feeling of a team”, sentirsi la squadra dentro, il vincere tutti insieme, che non banalmente le voci statistiche (ma non si fa mancare neanche quelle: è la terza giocatrice di tutto il campionato con 20,1 di valutazione media, a pochi decimali dalle prime due che sono Lavender

e Harmon, ndr). Amo giocare in questo modo, sentendomi parte di un gruppo. Io non sono più di tanto una leader che usa la voce per farsi sentire, non parlo troppo. Ma dal mio modo di giocare voglio che si percepisca che sto dando tutto, dell’energia che voglio portare alla squadra: cerco di contribuire con tutti quei gesti che fanno la differenza tra vincere e perdere, a partire dalla difesa. Per me è preziosa qualsiasi piccola cosa che conduce alla vittoria. Una partita è fatta da una moltitudine di azioni, e il suo sviluppo dipende interamente da quelle”. Anche vista da fuori è esattamente così. Sentite Ashley Ravelli, sua compagna a Broni: “Dietro ad una grande giocatrice c’è sempre una grande persona e Julie è grande in tutto. La sua umiltà è quello che più


mi ha colpito: lavora come poche, è sempre pronta ad aiutare le compagne, non si tira mai indietro. Agisce più che tenere discorsi, ma quando comunica sa esattamente cosa dire e di cosa ha bisogno la squadra in quel momento. L’ho vista ‘distrutta’ in campo ma senza mai mollare mezzo centimetro: ha l’istinto di sopravvivenza. Semplicemente è la compagna che tutti vorrebbero”.

cui ho vissuto da voi abbastanza per crearmi dei veri legami di amicizia. Ho davvero iniziato a sentirmi a casa. Non è una questione di soldi: fare la giocatrice professionista significa stare otto mesi lontano dalla famiglia e da tutto quello che conosci. Per farlo, io personalmente ho bisogno di stare dove mi sento bene, circondata da brave persone, in un posto che posso considerare come una seconda casa”.

Torniamo alla protagonista: Julie, che cosa pensi del campionato italiano? Ti piace giocarci? “È il mio quinto anno in Italia e adoro la vita che faccio qua. Stare bene è una questione di equilibrio. Il mix tra un campionato di buon livello e la qualità della vita personale, al di fuori del campo da basket, deve essere ben bilanciato. Sono arrivata al punto in

Ed è quello che hai trovato a Lucca, alla tua prima esperienza italiana? “C’era sempre stata nella mia testa l’idea di giocare in Italia ad un certo punto della mia carriera. La mia prima esperienza da professionista è stata in Belgio e una mia compagna era stata allenata da Mirco (Diamanti, suo coach a Lucca, ndr). Quella fu la connes-

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cover story sione. Mirco è un grande allenatore, ha tanto rispetto per le sue giocatrici, sono stata fortunata a trovarmi con lui in quella circostanza. Tanto intenso sul campo quando si tratta di allenarsi, quanto disponibile e sereno fuori”.

esplorare viaggiando. Ovunque ti giri trovi qualcosa di nuovo e speciale. Prendi il cibo: tanto buono che è impossibile decidere quale sia il mio piatto preferito. Ogni anno a fine stagione mi fermo qualche settimana per andare un po’ in giro”.

Dall’infortunio nel precampionato della tua prima stagione, allo scudetto tre stagioni più tardi. Una storia a lieto fine, te lo saresti mai aspettato? “Mi sono rotta il legamento crociato dopo poche settimane dall’inizio della preparazione, ma la società si è comportata benissimo con me. Ho firmato per l’anno successivo e si sono presi cura di me in ma-

Da quale zona degli Stati Uniti arrivi? Cosa fai quando sei a casa, durante l’off season? “Sono del Wisconsin, a tre ore di macchina da Chicago. A casa faccio soprattutto la zia! Uno dei miei fratelli ha cinque figli, passo tanto tempo con loro. Il più grande ha dieci anni, vi lascio immaginare quanto sia impegnativo: dopo tre ore con loro sono a pez-

“Amo giocare sentendomi parte di un gruppo. Per me è preziosa qualsiasi piccola cosa che conduca alla vittoria” niera perfetta. Da quel momento ho capito che quello era un contesto ottimale per me. Nei due campionati successivi siamo cresciute tutte insieme fino poi ad arrivare allo scudetto del 2017, che ovviamente è stato qualcosa di stupendo. Persa la finale dell’anno precedente, in società hanno cercato il più possibile di mantenere lo stesso gruppo, per ripartire da quanto di buono era stato fatto, facendo qualche innesto per allungare le rotazioni. Si era formato un gruppo che stava bene insieme: sulla carta potevamo non essere la squadra migliore, ma avevamo la forza di una famiglia. Questo fattore fa la differenza anche rispetto al talento. Amavo quella squadra”. E a Lucca hanno amato lei, naturalmente, a partire dalla capitana Martina Crippa che la ricorda così: “Una trascinatrice sempre col sorriso sulle labbra, capace di buttarsi a terra su ogni pallone, una persona generosa e una lavoratrice instancabile: Julie non si tira indietro mai e non si lamenta mai. Penso che quel canestro allo scadere per il pareggio durante gara 3 di finale scudetto a Lucca sia l’emblema del suo cuore immenso e della sua voglia di non mollare mai”. Un’azione che passerà alla storia del campionato: Lucca sotto di tre a 2 secondi dalla fine: Harmon in lunetta mette il primo tiro libero, sbaglia il secondo e sul rimbalzo spuntano le braccia di Wojta per i due punti-miracolo, a cui forse solo lei credeva: da quel supplementare conquistato le toscane prenderanno la spinta per vincere la partita e poi il titolo. E qual è il tuo posto preferito in Italia? “Complicato rispondere: mi sono piaciute tutte le regioni dove sono stata. C’è una cosa in particolare che mi affascina di questo Paese: ogni zona, ogni località ha le sue peculiarità: dal cibo tipico, al paesaggio, all’architettura. C’è varietà e diversità. Soprattutto questo rende l’Italia un posto così intrigante da

zi, è più faticoso di un allenamento (risata). Un altro fratello vive in California, vado a trovarlo per due o tre settimane tutte le estati, e continuo ad allenarmi. Vivo vicino a dove sono andata al college e sfrutto le strutture per tenermi in forma”. Dove ti vedi fra dieci anni? “Ogni tanto mi chiedono se nel futuro mi vorrei fermare a vivere qua in Italia. E’ qualcosa a cui potrei pensare, sì. Mi piace qua: la lingua, le diverse culture. Mi ritengo fortunata ad essere stata esposta a diversi modi di vivere. Non so dove finirò, ma sicuramente in quel momento mi sarò ritirata dalla pallacanestro (risata)! Le mie lontane origini sono tedesche e polacche: siamo americani da quattro generazioni. Ho provato ad avere il passaporto di quei Paesi ma niente da fare (risata). Ora ci scherzo su: ancora cinque anni qua e potrò avere quello italiano!” Cosa c’è al di fuori della pallacanestro per te? “Mi piace fare nuove esperienze, provare tutto quello che posso almeno una volta nella vita, conoscere. Sono curiosa riguardo a tutto quindi amo sperimentare . Mi piace camminare e muovermi, stare sempre attiva”. Come sul campo, del resto: movimento perpetuo e intelligente. Quasi una colonna sonora “ambient” per le sue squadre: ti accompagna sempre, mettendoti a tuo agio. Diamo la conclusione a Mario Castelli, un giornalista che la conosce molto bene: “E’ spettacolare: secondo me la Mvp del campionato. La giocatrice ideale: è capace di farti vincere anche segnando una manciata di punti, perché ci mette tutto il resto. Quest’anno in 2-3 occasioni ha sfiorato la tripla doppia, cosa straordinaria a livello femminile. E come persona dimostra spessore e cultura per come ha voluto calarsi nella realtà italiana”.


ANCHE IL TIRO DA TRE È UN PUNTO DI FORZA DI JULIE: SESTA ASSOLUTA COL 41,8%. GIOCATRICE CAPACE DI SEGNARE ANCHE 35 PUNTI (RITORNO CONTRO VENEZIA) IN UNA PARTITA, HA LA CARATTERISTICA DI LASCIARE IL SEGNO ANCHE QUANDO IL BOTTINO È MOLTO PIÙ SCARSO: UN GRANDE COLLANTE, TECNICO E PSICOLOGICO, PER LE SUE SQUADRE.

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inside A2

L’ora della verità COSTA MASNAGA E LA SPEZIA CONQUISTANO IL PRIMATO IN STAGIONE REGOLARE. MA IL 1° MAGGIO PARTONO GIÀ I PLAYOFF: LA CORSA ALLE TRE PROMOZIONI È

APERTISSIMA. TEMPO ANCHE DI PLAYOUT CON DUE RETROCESSIONI DA EVITARE, DOPO LE QUATTRO GIÀ SANCITE. BILANCI E PROSPETTIVE PER TUTTE LE SQUADRE

di manuel beck

A

pplausi per Costa Masnaga e La Spezia , regine della

stagione regolare di A2. Con la formula dello scorso anno, starebbero festeggiando la promozione diretta in A1. Con quella attuale, invece, possono godersi un veloce brindisi, poi ripartono quasi da zero come tutte. Il formato “andata e ritorno” sembra fatto apposta per rimescolare le carte, garantendo alla meglio classificata l’unico vantaggio di giocare la seconda gara in casa. Ritmi martellanti: dopo i 6 turni fra il 30 marzo e il 27 aprile per finire la regular season, si torna in campo già mercoledì 1° maggio per i playoff. Che si svolgono all’interno di ogni girone, con 3 turni da superare per salire nella massima serie. In più, c’è una terza promozione in palio fra le perdenti delle due finali, che s’affronteranno in uno spareggio. Per i playout l’appuntamento è da sabato 4: dopo le retrocessioni già sancite di Pall. Bolzano, Varese, Orvieto e Forlì (ultima e penultima nei due giro-

ni), altre 8 squadre affrontano il “purgatorio”, divise in due tabelloni, ciascuno dei quali ne condannerà una. Qui i gironi s’incrociano e si gioca al meglio delle 3 gare. Prima di parlare delle sfide in programma, e di chi ha già terminato la stagione, andiamo a riprendere i nostri pronostici iniziali (Pink Basket di settembre 2018). Com’è andata? Al Nord abbiamo azzeccato la triade di vertice e quattro delle altre 5 squadre da playoff; ci siamo sbagliati su Carugate dentro le prime 8 (è finita decima) e Moncalieri solo “outsider” (invece brillante quarta); centrata la fascia bassa. Al Sud ha sorpreso noi, ma crediamo chiunque altro, La Spezia, che prevedevamo da bassa zona-playoff e invece ha messo in riga tutti; abbiamo sopravvalutato Savona e sottovalutato Umbertide (e in parte Campobasso, che consideravamo dietro Palermo e Faenza ma è stata in testa fino alla penultima giornata); ok il resto.


inside A2 PLAYOFF NORD Due derby nella parte alta del tabello-

ne: Costa-Sanga Milano e Moncalieri-Castelnuovo. In quello lombardo, la tradizionale rivalità e il crescendo delle meneghine nel girone di ritorno suggeriscono che il divario sia meno netto di quanto normalmente sarebbe fra prima e ottava. L’innesto di Royo Torres a gennaio e altri opportuni aggiustamenti hanno propiziato la rimonta milanese, coronata alla penultima giornata col colpo su Moncalieri (40 di valutazione per la spagnola). Ma le brianzole di coach Pirola restano favorite, con una striscia aperta di 8 vittorie, tra cui quella cruciale su Alpo, tre colonne come Rulli, Baldelli e Vente, l’energia delle giovani (la 2002 Balossi è stata promossa in quintetto nell’ultimo mese e mezzo) e le certezze costruite in 4 anni di crescita costante dal nono al primo posto. Nella sfida piemontese, inedita a livello di playoff-A2, i valori sono più ravvicinati, e lo indica anche l’1-1 stagionale. Ultimamente però Moncalieri s’è nobilitata con la finale di Coppa e il rinforzo di lusso Trucco (da Torino, al termine della stagione di A1), che completa un organico profondissimo, mentre Castelnuovo ha dovuto fronteggiare infortuni

PLAYOFF SUD Spezia-Civitanova è la sfida più sbilancia-

ta secondo la classifica (20 punti di differenza); ma le marchigiane si sono dimostrate più forti di un incidente stradale e del taglio della straniera, conquistando i playoff con un assetto tutto italiano fin da gennaio (le “millennials” Orsili e Bocola in rampa di lancio a fianco di Perini e De Pasquale). E hanno meno pressione rispetto alle liguri, chiamate a far rispettare il ruolo di testa di serie n°1 dopo il capolavoro in stagione regolare, coronato con 6 vittorie su 6 nell’ultimo mese pur con l’assenza pesante di Cadoni. Intorno alla spina dorsale Packovski-Sarni-Templari il collettivo di coach Corsolini è cresciuto esponenzialmente, riducendo al minimo i passaggi a vuoto, che le altre “big” hanno invece pagato. Anche fra Campobasso e Umbertide c’è una squadra più forte e una col vantaggio di aver meno da perdere. Favorite le molisane, che però hanno visto svanire con 5 sconfitte nelle ultime 11 giornate (più quella al primo turno nella Coppa casalinga) un primato che sembrava saldo. Resta una grande stagione per Ciavarella, Di Gregorio, Marangoni e socie, ma è chiaro che per arrivare fino in fondo devono ritrovare la loro miglior versione. Le umbre hanno tratto, a nostro parere, il mas-

Nei playoff Nord due derby al primo turno: Costa-Milano e Moncalieri-Castelnuovo. Arriva in gran forma Crema, in calando Alpo. La formula andata-ritorno aumenta le insidie per le favorite nell’ultima parte di stagione (Corradini e Pieropan). Ma se stanno bene, le alessandrine hanno un vantaggio d’esperienza da far valere. Nell’altra metà di tabellone, Crema, in striscia aperta di 10 vittorie (Coppa compresa), è favorita su Vicenza, che però sul suo campo l’ha già battuta quest’anno; è la sfida fra le due migliori difese del girone. Le lombarde, come abbiamo già sottolineato nei mesi scorsi, hanno un attacco “a punta multipla”, con Melchiori, Blazevic, Caccialanza, Nori, Rizzi, Capoferri... troppe da fermare tutte insieme. Coach Corno però può rispondere con una buona profondità intorno ai riferimenti Matic e Stoppa. In Alpo-Udine pesa l’incognita sullo stato di forma delle veronesi, superiori come organico ma apparse in calo nell’ultima parte di stagione (5 sconfitte nelle ultime 7 gare, contando la Coppa, più una evitata all’overtime con Marghera); e le friulane sono cliente scomodo comunque, con Ljubenovic e Vicenzotti esperte di questo tipo di battaglie, ma anche la freschezza delle giovani, come Ianezic e Romano. Hanno meno talento puro rispetto a Zampieri e compagne, ma hanno fisicità da vendere e, rispetto allo scorso anno, più tiro da 3.

simo dai mezzi a disposizione (7° posto, 19 vinte su 30 gare): intorno all’asse Cvitkovic-Giudice-Prosperi ogni ingranaggio ha funzionato alla grande. Bologna-S.G. Valdarno e Palermo-Faenza sono sfide che stanno “strettissime” al primo turno: organici da semifinale per tutte e quattro, se non da finale. Le toscane, da quando hanno inserito Gonzalez al fianco dell’altra italo-argentina Rosset, valgono più del 6° posto ottenuto; il recentissimo cambio d’allenatore (da Orlando a Franchini) testimonia la volontà di non accontentarsi. Le felsinee del duo D’Alie-Tassinari hanno prodotto un girone ritorno spettacolare (13 vinte su 15), sfiorando l’aggancio in vetta. Sullo scontro fra i titani Coppa e Ballardini, basterebbe nominare loro due... ma la lista delle altre protagoniste non è da meno. Per Palermo l’innesto di spessore Costanza Verona (reduce dall’A1 col Geas) e il rientro di Novati dopo oltre 20 gare d’assenza allungano rotazioni che per gran parte dell’anno sono state cortissime, ma che ora possono contrastare la profondità delle romagnole. Le quali peraltro hanno perso Meschi per infortunio e dovuto fare a meno di Ballardini (risentimento muscolare) nelle ultime giornate, in cui è cresciuto l’impatto offensivo di Policari.


FEDERICA FRANCESCHELLI L’ALA CLASSE 1997 È UNA DELLE TANTE ARMI A DISPOSIZIONE DELLA PLAYER-COACH BALLARDINI NELLA SFIDA DI FUOCO CON PALERMO NEL 1° TURNO DEI PLAYOFF SUD.

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inside A2 focus

ALICE MANDELLI LA 26ENNE GUARDIA DI MARGHERA (9 PUNTI DI MEDIA IN STAGIONE REGOLARE) INSEGUE LA SALVEZZA NEI PLAYOUT. C’È SAVONA SULLA STRADA DELLE VENETE.


PLAYOUT (TABELLONE 1) Nico-Ponzano mette di fronte due

squadre che hanno avuto una stagione simile: neopromosse, partenza difficile, rinforzi azzeccati sul mercato, risalita con speranze di salvezza diretta, calo finale. Le toscane hanno più frecce al loro arco, a partire da Bona (infortunio però a Innocenti); le venete un’arma letale come Ciabattoni. Le giovani di S. Martino, che hanno mandato un bel segnale vincendo a Ponzano all’ultima giornata e all’ultimo tiro, sfidano un’Elite Roma che ha più esperienza e il fattore-campo guadagnato con un finale in crescendo (compresa la vittoria nel derby con l’Athena), oltre a una Masic in forma realizzativa strepitosa.

PLAYOUT (TABELLONE 2) Da questa parte sono le due del

Nord ad avere il vantaggio-campo. Albino ha finito in crescendo dopo aver messo a punto gli equilibri fra le due “califfe” Brcaninovic e Iannucci, con Bonvecchio ad alimentarle; al contrario l’Athena Roma (che ha salutato Vignali, entrata nella casa televisiva del “Grande Fratello”) ha vinto solo 2 partite nel ritorno:

Al Sud sono le sarde a fermarsi ad aprile. Sufficienza piena per entrambe, a nostro giudizio. Selargius è arrivata a soli 2 punti dall’ottavo posto; con 5 vittorie nelle prime 6 gare, ed elementi di sicuro valore come Brunetti, Arioli, Manfrè, Lussu, sembrava promettere di più, ma fuori casa ha vinto solo 4 partite e la difesa ha spesso zoppicato. Cagliari, due punti sotto le “cugine” (decisivo il derby perso alla vigilia di Pasqua), si è affidata al trio Striulli-Favento-Kotnis, abbastanza per fare ampiamente meglio delle pericolanti, ma non per inserirsi fra le migliori. Il colpo a Palermo resta la perla della stagione.

LE RETROCESSE Lasciano direttamente la categoria Pall. Bolzano e Varese al Nord, Orvieto e Forlì al Sud. Situazioni diverse, ma tutte hanno accumulato un ritardo nella prima parte di stagione e non sono riuscite a recuperarlo, pur con innesti e cambiamenti in corsa e speranze alimentate colpi occasionali. Per le altoatesine drammatica l’allergia ai finali in volata; le lombarde hanno perso tutti gli scontri diretti; umbre e romagno-

Al Sud è sfida di lusso fra Palermo e Faenza; non da meno Bologna-Valdarno. Le outsider Civitanova e Umbertide provano a sorprendere Spezia e Campobasso. Salvezza diretta per le sarde favorite le bergamasche, nonostante l’inossidabile totem Gelfusa. Più incerta potrebbe essere Marghera-Savona. Le veneziane hanno avuto poca sorte nel finale di stagione, tra imprese sfumate allo scadere e l’infortunio di Pastrello, anche se da marzo hanno inserito la britannica Gaskin. Le liguri valgono, a nostro parere, più di quanto hanno raccolto durante l’anno; fra tutte le partecipanti ai playout hanno la peggior difesa ma anche l’attacco più produttivo, con Penz e Svetlikova.

LE “SALVE” Al Nord finiscono anzitempo la stagione, con

la salvezza diretta, B.C. Bolzano e Carugate. Meritavano di più le altoatesine, ridotte all’osso nel finale di stagione per infortuni vari, in particolare a Villarini e all’innesto di lusso Ress, durato solo 4 giornate: nonostante gli exploit realizzativi di Fall, hanno perso i playoff dopo averli accarezzati per quasi tutta la stagione. Per Carugate la salvezza diretta è un passo avanti rispetto al playout della scorsa stagione. Dopo l’arrivo di Cesari in panchina c’è stata una crescita, ma le sconfitte con B.C. Bolzano e Varese nei due turni a cavallo di Pasqua hanno impedito di lottare fino in fondo per un sogno-playoff che il mercato estivo, con Maffenini, Gambarini e la croata Molnar, sembrava rendere possibile (troppo corta però la panchina rispetto alla concorrenza).

le erano troppo acerbe. Verdetti spietati, complice la formula aspra di quest’anno, ma giusti. Come eredità positiva della stagione rimarrà la crescita di alcune giovani.

LE LEADER STATISTICHE Premessa: consideriamo solo chi ha

giocato almeno 10 partite. Alex Ciabattoni (Ponzano) è la miglior realizzatrice stagionale di A2 per media: 23.3, anche se in sole 12 gare. Precede Rosset (Valdarno, 20 tondi, prima per punti segnati con 560), e Brcaninovic (Albino, 18.7). La “top ten” è completata, nell’ordine, da D’Alie (Bologna), Bona (Nico), Pieropan (Castelnuovo), Iannucci (Albino), Giudice (Umbertide), Masic (Elite Roma), Maffenini (Carugate). Fra le rimbalziste la giovane Toffolo di Marghera corona una stagione da dominatrice delle plance con la strepitosa media di 13.8. Seguono la spagnola Royo Torres, anima e muscoli della rimonta-playoff di Milano (11.6), e l’australiana Vandenberg (Palermo, 10.6). Regina degli assist è Porcu (Campobasso) con 5.8 “distribuzioni” a gara, davanti a Striulli (Cagliari, 5.1), e alla coppia Arioli (Selargius)-Perini (Civitanova), entrambe a 4.9. Nei recuperi capeggia Pieropan (Castelnuovo) con 3.3; nei tiri da due Preskienyte (Faenza) col 69%; nei tiri da 3 Smorto (Campobasso, salita in A1 a metà stagione) col 45%; nei tiri liberi Brotto (Ponzano) con l’85%.

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primo piano

ARIANNA ZAMPIERI ALA DI 183 CM, CLASSE 1988, È AL SUO SECONDO ANNO AD ALPO DOVE VIAGGIA AD OLTRE 11PT DI MEDIA.


primo piano

VIAGGI E MIRAGGI

ZAMPIERI, DOPO IL DOLOROSO ADDIO A BRONI, È RINATA AD ALPO. TESTARDA, AMBIZIOSA E CON UNA SMISURATA VOGLIA DI VINCERE, ARIANNA CI RACCONTA IL LUNGO VIAGGIO CESTISTICO CHE L’HA RIPORTATA NEL SUO VENETO

Di bibi Velluzzi

d

ai 6 ai 31 anni é un quarto di secolo. Arianna Zampieri in

Veneto, nella sua Mirano, ha preso in mano il pallone da basket guardando suo fratello (che oggi vive a Milano dopo la laurea in Bocconi e dopo aver fatto pure l’arbitro) e non lo ha più mollato. Passati i 30, quel pallone è ancora il suo compagno di una vita che, nel frattempo si è ampliata perché l’ala (1,83) di Mirano ha sfruttato la sua Magistrale in Motorie e ha aderito al progetto Coni-Miur e oggi lavora per tre volte a settimana sul progetto di attività motoria preventiva e adattata in una quarta e in una quinta elementare di Villafranca (“Adoro i bambini”). La sua ennesima tappa di un lungo viaggio cestistico. Alpo, a due passi da Verona, l’Ecodent, dove il padre Renzo Soave, presidente iper presente e tuttofare e il figlio Nicola, allenatore quarantenne alla guida della prima squadra, sono concentrati alla ricerca di una storica promozione in A-1 in un girone complicato in cui la capolista Costa Masnaga, la vincitrice-bis della coppa Italia Crema e la rivelazione Moncalieri sono tre forze difficili da abbattere.

LUNGO VIAGGIO Arianna Zampieri è al secondo anno in

zona Verona. Ci si allena tra Alpo, la casa del club, e Villafranca, dove si giocano le partite interne al sabato sera. Lei è finita lì, estasiata dal progetto, come direbbero i calciatori che cambiano casacca, dopo la lunga esperienza da capitana a Broni, quattro anni intensi, in cui ha conquistato la promozione in A-1 da imbattuta, ma dove si è pure rotta un crociato restando praticamente ferma una stagione. Viaggi e miraggi sono sempre stati il sogno della talentuosa ariete (è nata il 23 marzo 1988) Zampieri. Che ha cominciato nella sua Mirano, prima di affidarsi alle cure di Maurizio Sottana (il papà di Giorgia) a Treviso. “Con lui ho imparato tutto, è come fosse uno zio, un parente, e con Giorgia ho condiviso tante cose da quando sono ragazzina, siamo ancora care amiche” spiega Arianna attaccante nata, una col senso del canestro, con la voglia fissa di tirare da fuori. “La cosa che più mi piace. Quando ho cominciato andavo su e giù per Treviso”. Poi è arrivato il primo salto, in alto, con Venezia: “Ho


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debuttato anche in Eurocup e lì ho conosciuto il mio modello cestistico, Mery Andrade. La giocatrice che ho apprezzato maggiormente, anche se non sono dura in difesa come lei, anche se in uno dei primi allenamenti le spaccai il naso ed ero terrorizzata perché proprio non l’avevo fatto apposta. Ora Mery fa il vice allenatore a San Diego e la scorsa estate sono pure andata a trovarla”. Zampieri da ragazza è sempre andata a imparare, nel frattempo facendo esperienza nelle nazionali giovanili, con le quali

ha fatto un Europeo Under 20 (2008). Dopo Sottana, ecco un altro maestro: “A Lucca trovo Mirko Diamanti, uno specialista. Bravo, ma tosto eh. Era la mia prima esperienza fuori casa, cominciavo l’università ed entravo in una dimensione professionistica davvero. Sono cresciuta tanto, abbiamo sfiorato una promozione perdendo in finale con Cavezzo e poi l’abbiamo centrata. Ho sempre voluto giocare per vincere, ecco perché ho scelto Alpo, sogno tanto di guadagnarmi una promozione in questo club


VINCENTE CINQUE SCUDETTI GIOVANILI E DUE PROMOZIONI (LUCCA E BRONI) IN BACHECA. E ORA ARIANNA CI PROVA CON ALPO.

a dimensione umana”. Ma il giro d’Italia di Arianna, prima di arrivare a Verona-Villafranca, è stato lungo. Come in quella canzone, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Nel suo Veneto, dove mamma e papà, titolari di un’azienda, non perdono una partita in casa della loro figlia. “Ci sono state Marghera, La Spezia, Pozzuoli, Udine. Pozzuoli è stata un’esperienza strana, eravamo in A1 ma le attenzioni erano tutte sulle straniere. Giocai poco. A Udine sono stata un anno solo, mi sono trovata bene.

BRONI Poi è arrivata la grande svolta, quella che l’ha se-

gnata, in tutto. Broni. Una società che oggi è un modello. Per la passione che ha, per come è impostata, per la tifoseria unica per una squadra di basket femminile. Arianna ci ha lasciato il cuore, a Pavia ha preso la Magistrale, ha conquistato la A1 e ha ripreso a giocarla da protagonista. Non si è lasciata bene e può succedere anche nelle storie d’amore più intense e complicate. “Sono stati quattro anni bellissimi della mia vita. Dal primo con Giroldi all’ultimo. Forse il primo è stato pro-

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primo piano prio il migliore. Il secondo è stato il più duro perché ho fatto il crociato, il terzo è stato quello della cavalcata trionfale con la promozione da imbattute, nel quarto ho ritrovato il campionato più importante e l’ho giocato da protagonista. Per tre anni sono stata capitana di una bellissima squadra. Poi la società ha fatto una scelta, ha deciso di rinnovare. Non ho deciso io di andarmene, chiaro che la cosa mi ha fatto male. Ma sono riuscita ad andare avanti”.

RITORNO AL FUTURO Arianna ha fatto il borsone, ha lascia-

to ricordi e più di una lacrima a Broni. Dove si sentiva a casa. Ma è rinata ad Alpo, nel suo Veneto (i suoi genitori vivono ancora a Mirano). Dove, ovviamente, sogna la promozione che sarebbe la terza della sua carriera (poi ci sono anche i cinque scudetti giovanili). “Abbiamo pagato un po’ di infortuni, ci manca concretezza, dopo la coppa Italia c’è stato un momento no. Ora dobbiamo riprenderci nei playoff”. Arianna ad Alpo ha cominciato una nuova vita in tutti i sensi

le ovvie difficoltà che capitano dappertutto”.

CARATTERE Arianna non nasconde di avere un carattere

difficile: “Sono ariete eh... Cocciuta, testarda, anche permalosa. Nei rapporti sono tosta. Ma è una parte personale, in squadra cerco di dare tutto. Per me l’allenatore è intoccabile anche se posso non condividere alcune scelte. Così come la squadra, le compagne. Non smetto mai di incitarle, anche se sbagliano. Metto in dubbio molto più me stessa che gli altri. Ci penso e ci ripenso. Non faccio mai scenate, poi se una cosa non va bene è chiaro che si cerca di discutere e di risolvere”.

CAMPIONATO Ora l’Ecodent Alpo si prepara al rush finale. “È dura. Costa Masnaga ha grande qualità, giocatrici importanti, è molto forte, anche se noi all’andata l’abbiamo battuta di nove punti, gli stessi che abbiamo preso al ritorno. Crema ha esperienza e una panchina lunga, si è visto in Coppa Italia dove ha vinto anco-

Mi piace vincere, voglio sempre giocarmi qualcosa. Ecco perché ho scelto Alpo, sento che le possibilità ci sono. perché il basket è sempre al centro dei suoi pensieri ma lei è intelligente e attenta a osservare da vicino il futuro. “Oltre all’insegnamento nella scuola, c’è pure il lavoro in una palestra di Sommacampagna, il Mantra Fitness. Mi faccio un bel mazzo durante la giornata. Lì sono personal Trainer e pure l’istruttore in sala attrezzi, dipende da quel che serve. Vado un paio di volte a settimana. Gli allenamenti di basket sono tre la sera e tre al mattino, il martedì e mercoledì facciamo doppio. Dobbiamo adattarci, come tanti, alla disponibilità della palestra”. La nuova vita di Arianna comincia alle otto del mattino. “Vivo insieme a Elena Ramò, la mia compagna, ci troviamo bene, lei è genovese, e qualche volta porta pure un buon pesto da casa, diciamo che sono stata fortunata perché mi piace tanto. Ma ognuna cucina per conto proprio (se così si può dire perché siamo entrambe molto pigre) di solito, in base alle proprie esigenze”. Zampieri ha cambiato anche certe abitudini alimentari. “Da qualche anno non mangio più la carne, anche se non sono una vegetariana totale. Il pesce lo mangio. La mattina faccio una colazione un po’ particolare. Yogurt di soia, immancabile, cereali e noci. Qualche volta vado di fette biscottate e marmellata”. E, dopo questa colazione, parte la sua giornata che termina con l’allenamento della sera. Talvolta si prolunga con le compagne. “Non abbiamo un appuntamento fisso di squadra, ma ogni tanto al giovedì ci troviamo. Non c’è la serata Master Chef, come in altre squadre, ma guardiamo Bake Off. In squadra andiamo abbastanza d’accordo, il gruppo è buono. Poi ci sono

ra. Moncalieri vive una stagione super”. E voi? “Siamo forti, forse non ci stiamo esprimendo al meglio, adesso dobbiamo prepararci perché la Società ha un progetto importante, crede molto in noi e sarebbe bello regalare una grande soddisfazione”. Alpo di solito gioca con Vespignani playmaker, Ramò e Pertile nel ruolo di due-tre guardia-ala, Zampieri da quattro e Dell’Olio da pivot. A gennaio ha inserito nel motore il turbo Virginia Galbiati che si sentiva molto sacrificata al GEAS Sesto San Giovanni. Abile in fase offensiva ed efficace contropiedista, per ora Galbiati parte dalla panchina come primo cambio. Non ha ancora dato quel contributo fondamentale che aveva dato a Broni e a Sesto in A2. Ma nei playoff dovrebbe esplodere. Come Zampieri che in attacco è sempre stata molto efficace, sia al tiro che nell’uno contro uno. “Sicuramente preferisco la fase offensiva, amo tirare, ma mi sono messa a difendere”. Ed è diventata una buona rimbalzista. Una che deve dare tutto perché in un campionato come questo Zampieri deve stare sempre in campo almeno trenta minuti. “A me piace vincere, voglio sempre giocarmi qualcosa. Qui la prospettiva è interessante. Non sto perdendo tempo, sento che le possibilità ci sono. C’è un presidente che è presente a tutti i nostri allenamenti, non solo alle partite. Uno che segue con attenzione pure le squadre giovanili”. Arianna Zampieri ha preso un impegno, vuole assolutamente mantenerlo. “Sarebbe stupendo, anche perché andare all’allenamento continua a piacermi tantissimo”. Cosa fondamentale per credere nei propri sogni.


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GIOVANNI LUCCHESI ALLENATORE DI RIFERIMENTO DEL SETTORE SQUADRE NAZIONALI FEMMINILI E RESPONSABILE TECNICO DEL PROGETTO HIGH SCHOOL BASKETLAB.


altri mondi

Lucchesi Lab SELEZIONE E CRESCITA DEI GIOVANI PROSPETTI, IL MOMENTO

DEL BASKET FEMMINILE, I PROBLEMI DEL RECLUTAMENTO. OLTRE AI PROGETTI COME BASKETLAB, PINK BASKET OSPITA GIOVANNI LUCCHESI PER UNA CONVERSAZIONE A 360 GRADI SUL FUTURO DEL BASKET IN ROSA

Di Marco Taminelli

H

ighSchool BasketLab, alla sua seconda stagione, è il

raduno collegiale permanente che riunisce a Roma, presso il centro Coni all’Acqua Acetosa, giovani talenti dell’annata 2003 (più qualche ’02 e ’04): la squadra partecipa al campionato Under 18 e ai tornei internazionali del circuito EGBL. Chiediamo a Giovanni Lucchesi, responsabile tecnico, qual è lo spirito del progetto, e qual è il bilancio finora. Come valuta i risultati finora ottenuti e, al di là dei risultati, il percorso di crescita delle giocatrici? “Affrontare un progetto come quello del HSBL è una grande responsabilità: verso le ragazze, le loro famiglie, verso la Federazione che investe, verso chi collabora con te. Ed ovviamente verso le società che affidano queste atlete giovanissime, per poi “ritrovarle” pronte per il livello successivo. Ed allora il percorso diventa una sorta di vero e proprio viaggio, culturale, tecnico, personale. Entrare a livello 10, con l’obbiettivo di cercare di uscire a livello 20. La valutazione di

questo viaggio attraverso le sue tappe è fino ad ora abbastanza positivo. Il feedback, soprattutto, è colorato in modo acceso: la crescita è tangibile. Il lavoro è tanto e tantissimo è lo sforzo di queste giovani. La location è ottimale, lo staff che le accompagna (Angela Adamoli, Davide Malakiano per la parte tecnica; Federica Tonni, Valentina Gatta per la parte fisica) è dedito all’obbiettivo, l’affiancamento della tutor Carolina Gatta (termine in questo caso forse davvero riduttivo) è semplicemente puntuale. Crescono e diventano donne e persone/giocatrici migliori. E questo è sicuramente un aspetto appagante”. Facendo un passo indietro nel tempo, com’è nata l’idea di BasketLab? Qualche anno fa, ricordiamo, c’è stata l’esperienza di College Italia: in che cosa l’attuale BasketLab è simile e in che cosa è diverso? “L’idea del Lab è frutto della sinergia Fip-Coni. Personalmente ho cercato di mettere a frutto l’esperien-


altri mondi za del passato, con i suoi lati positivi ed i punti di criticità, per poi tentare di sviluppare un percorso il più possibile virtuoso, ma anche estremamente flessibile ed aperto all’esterno. Mettendo a disposizione delle società costantemente le ragazze: una “casa” con pareti di vetro trasparente ed una porta scorrevole in ingresso, ed in uscita, di informazioni. Le similitudini con il vecchio college sono tante, l’impostazione è però diversa. Sono state individuate atlete con caratteristiche fisiche precise ed evidenti, provenienti in massima parte da società piccole in un’ottica di servizio. Opportunità di sviluppo, opportunità di confronto. Anche il programma è stato impostato con qualche piccola variante: primo anno lavoro tecnico e attività internazionale, secondo anno attività agonistica giovanile u18 in Italia e attività internazionale. Il terzo anno dovrebbe essere quello legato ad una attività senior e ad una attività internazionale ancora più selezionata. Non cerchiamo risultato di squadra come causa, ma il miglioramento individuale come motore”. A una ragazza (ed ai loro genitori) potenzialmente

squadre, sembra vivace. Ce ne può fare una panoramica, lei che conosce bene Roma? “Il contesto giovanile romano poggia su una lunga tradizione, almeno trentennale. Sono cambiati i tempi, alcune palestre storiche non sono più omologabili. Ma in un panorama generale non facile per vari motivi (economici, di reclutamento e di risorse tecniche) il Lazio sa essere sempre presente e propositivo. Ci sono società che emergono sfruttando la popolosità di alcuni quartieri, altre che stringono i denti magari ampliando le sinergie, altre ancora che coniugano esperienza del maschile e fermento del femminile: il mix fa pensare ad un futuro positivo, e il recente secondo posto del Lazio al Trofeo delle Regioni testimonia questa sensazione”. Mentre realizziamo questa intervista, si è appunto concluso da pochi giorni il Trofeo delle Regioni, con la classe 2004 principale protagonista (ne parliamo anche nelle “Flash News” in questo numero). Allargando il discorso a livello nazionale, come vede questa annata? Nella scorsa estate ha già ottenuto un promettente risultato internazio-

Hsbl è una grande responsabilità: verso le ragazze, le loro famiglie, verso la Federazione che investe, verso chi collabora con te. interessata a venire in BasketLab in futuro, che cosa direbbe per convincerla a compiere un passo così importante? Quali le opportunità ed i vantaggi? “Non è un problema di voler convincere della bontà di un progetto. E’ una possibilità che si offre e che si illustra sia a parole, sia presentando location e organizzazione di vita e scolastica. Nessuna forzatura nei confronti delle ragazze o delle famiglie, nessuna pretesa, nessuna negazione delle possibili difficoltà e criticità. Solo l’attesa di una risposta e la considerazione intatta, qualunque sia l’esito. Sono il primo a credere, ed a ritenere, il “distacco” qualcosa di serio. Evento da monitorare e da accudire. A tutti è sempre ricordata la possibilità di accedere, di accompagnare e valutare da vicino il percorso. C’è anche chi, legittimamente, ne è uscito per motivi che si rispettano. Purché il rispetto sia sempre reciproco. Nessuna vendita o proposta di qualcosa che, sul campo, non è reale. Solo il desiderio e l’impegno di essere sempre intellettualmente onesti, inattaccabili, pur nei nostri limiti umani. Vogliamo che queste ragazze sappiano camminare di fianco alle difficoltà: non dietro, e quindi sconfitte, non davanti, e quindi inconsapevoli.” Siete inseriti nel contesto di un basket giovanile romano che, almeno a giudicare dal numero di

nale con la vittoria nel trofeo BAM in Slovenia. “Il Trofeo delle Regioni ha mostrato, mediamente, una discreta qualità di gioco. Tante ragazze, qualche nome nuovo, qualche conferma che ha messo a frutto l’esperienza che arriva dal lavoro in società. È importante avere una visione positiva del tutto e al contempo un sano, indispensabile realismo. Per l’annata 2004, e così per quelle successive. Non possiamo, non dobbiamo mollare un centimetro. La vittoria nel trofeo Bam è in linea con questo ottimismo necessario, il sapere che un Europeo è già molto diverso agonisticamente e tecnicamente fa parte della “sezione” realismo”. È ancora presto per parlare delle prossime competizioni estive, ma ci piacerebbe avere qualche anticipazione sul tema. Cosa ci può dire delle nostre Nazionali giovanili? Logicamente le attese sono alte, dopo i tanti successi ottenuti dell’ultimo decennio. “Le nostre nazionali venderanno cara la pelle, questo è poco ma sicuro. U18 e U20 sono squadre competitive, e lo hanno dimostrato concretamente negli anni precedenti. Rappresentano il frutto del lavoro avviato in precedenza, frutto dei sacrifici individuali. Un risultato ottenuto grazie al grande lavoro delle società ogni stagione. La U16 avrà la consueta incognita


PROMESSA ANNA RESCIFINA (2003, 1.79, GIUSEPPE RESCIFINA MESSINA) UNA DELLE GIOCATRICI DELLA ROSA DI HSBL.


altri mondi

TORNEO DI RIGA CON CINQUE SUCCESSI IN CINQUE PARTITE LE RAGAZZE DI HSBL HANNO VINTO IL TORNEO (MARZO 2019)

rappresentata da una composizione che non ha test e percorso precedenti. Saranno presenti alcune delle ragazze dell’ HSBL certo, ma dovranno conquistarsi la maglia senza sconti e vie preferenziali”. La crisi di vocazioni cestistiche fra le giovani italiane in favore della pallavolo è una realtà, purtroppo, ormai consolidata da decenni. Adesso però sembrano in crescita anche altri sport di squadra al femminile, come il calcio e il rugby. Vede in questo un rischio di ulteriori difficoltà di reclutamento per noi? E, in ogni caso, quali idee potrebbero servire a invertire il trend negativo, soprattutto in certe regioni dove il numero di squadre giovanili è ridotto ai minimi termini, con la conseguenza che le poche società esistenti faticano a svolgere un’attività regolare? “La crisi vocazionale è una crisi che nasce da lontano, e che rischia di acuirsi a causa di questi sport emergenti che stanno prendendo piede. Il calcio ad esempio ha reso l’attività femminile una costola di quella professionistica della serie A. Ecco: potrebbe essere una “speranza”, una sensibilizzazione delle di-

rigenze in un ottica di condivisione e di unicum. Obbiettivo non facile e la Federazione si adopera in tutti i modi comunque per questo risultato. Serve un cambio di passo, soprattutto dal punto di vista culturale come quello che in Spagna porta 10.000 persone a vedere una partita di cartello del settore femminile. Possibile? Si. Fattibile? Si. Realizzabile? Non spetta a me dirlo. Problemi e criticità sono riconosciute dalle persone competenti. Altro aspetto a mio parere su cui riflettere: il sostegno all’attività nelle scuole. Perché si insista e si perseveri anche con iniziative nuove, coinvolgenti. E coinvolgimento può e deve arrivare dall’uso mirato dei social, prendendo atto della loro importanza. Provando a girare con efficacia l’interruttore della curiosità sull’utile e sul produttivo. Sono al momento soprattutto concetti, forse non sono idee ancora del tutto definite e dettagliate. Lo sforzo deve essere di tutte le componenti coinvolte, ma senza autoreferenzialità. Piuttosto servirà n uno spirito di condivisione assoluto. Perché la nostra nave deve mantenersi stabilmente in linea di galleggiamento con sicurezza, per non rischiare di essere travolta da qualche onda (forse) inaspettata”.


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VIVIANA BALLABIO NATA A MARIANO COMENSE NEL 1967, HA GIOCATO 577 PARTITE DI SERIE A (4487 PT), E 140 CON LA NAZIONALE (729 PT).


storie

LA FEDELTà DI VIVI VIVIANA BALLABIO HA MILITATO NELLA GRANDE POOL COMENSE

DAL 1983 AL 2002 ESORDENDO IN A1 ALL’ETÀ DI 16 ANNI. NEL 2011 È RIDISCESA IN CAMPO, DIVENENDO L’UNICA DONNA AD AVER GIOCATO CON LA STESSA MAGLIA NEI QUATTRO DECENNI TRA GLI ANNI OTTANTA E I DUEMILADIECI

Di Caterina Caparello

“S

ono stata fortunata perché ho vissuto un pe-

riodo in cui la pallacanestro femminile aveva tanto risalto sia a livello di campionato che nazionale. Diciamo che c’è stato un mix di combinazioni che mi hanno permesso di vivere un bellissimo periodo”. Una soddisfazione che va oltre la professionalità quella di Viviana Ballabio, l’ex guardia brianzola che ha militato per tutta la sua carriera, dal 1983 al 2002, nelle file della grande Pool Comense fino a diventarne capitano e colonna portante. Vivi ha intrapreso il suo lungo viaggio, ricco di premi e riconoscimenti, a 16 anni con l’esordio in A1 che l’ha poi portata sulla vetta del mondo cestistico: 10 scudetti, 2 Coppe dei Campioni (poi Eurolega), 5 Coppe Italia, 5 Supercoppa Italia, argento agli Europei in Repubblica Ceca e argento ai Giochi del Mediterraneo in Languedoc-Roussillon. “Ai tempi abitavo a Carugo, il mio paese d’origine, partecipavo a tutti i campionati giovanili e già allora mi scontravo con la grande Comense. Oltre alle giova-

nili, giocavo nel campionato di promozione, serie C, insomma le squadre più grandi a Carugo. Ecco, a 16 anni i dirigenti della Comense si erano dimostrati interessati e, inizialmente, avevo pensato di partecipare ad uno dei loro camp estivi, solo per farmi io stessa un’idea della squadra. A quel punto, i dirigenti mi hanno espressamente chiesto di giocare nella loro squadra. Avevo 16 anni, ne sono passati più di 30”.

Per Carugo, Vivi è stata una giocatrice fondamentale e cedere il

suo cartellino alla Comense non è stato emotivamente facile, infatti i dirigenti contrattarono arduamente: “Mio papà era dirigente a Carugo e con la mia allenatrice, Laura Pozzi, si parlava di quale potesse essere lo scambio per passare alla Comense. So che hanno dato, in cambio del mio cartellino, circa 8 palloni da basket, 2 giocatrici e 4mln di lire che permettevano alla società di Carugo di poter continuare a fare la promozione e pagarsi, quindi, il campionato e tutte le spese di contorno. Non sono diventati ricchi, però il


storie

COMENSE PER VIVI UNA CARRIERA INTERA CON LE NERO STELLATE, CON CUI HA VINTO 10 SCUDETTI, 2 COPPE DEI CAMPIONI (POI EUROLEGA), 5 COPPE ITALIA E 5 SUPERCOPPA ITALIA.

discorso di mio padre verteva sulla possibilità di permettere alla società di continuare ad andare avanti sebbene me ne fossi andata”.

L’amore di Viviana per il basket ha origini profonde che nasco-

no dalla curiosità della palestra di fronte a casa: “La passione per il basket è nata fin da piccolina con l’atletica, che però era uno sport troppo solitario siccome mi piaceva giocare con altri compagni. Ho scoperto che facevano dei corsi di minibasket nella palestra di fronte a casa e, con una mia compagna delle elementari, provai. Il risultato fu che da lì non mi sono più mossa”. La maggior parte degli atleti considera la possibilità di cambiare società sportiva come un’opportunità di crescita individuale, poiché porta nuovi stimoli, nuove sfide e nuovi obiettivi. Le “vecchie” amicizie all’interno delle squadre permangono negli anni, se salde, mentre le “nuove” consentono di scoprire altri mondi e modi di vedere lo sport. Viviana Ballabio non si è accodata a quella maggior parte, Vivi ha passato tutta la sua carriera sotto un’unica squadra, un unico cuore: la Pool Comense. “È la mia seconda casa. Per me è stata una fortuna, ho

avuto la possibilità di fare quello che più mi piaceva con la famiglia vicino, gli affetti vicini, senza stravolgere troppo la mia vita, avendo anche l’opportunità che la mia famiglia partecipasse alla mia avventura. Anche oggi mi capita di andare in giro e incontrare persone che erano venute a vedermi giocare, tifosi storici con cui sono andata anche a mangiare insieme. Se fossi andata in un’altra squadra questi contatti non li avrei più avuti. Ho realizzato un sogno in casa, la mia seconda casa”.

Una fedeltà che l’ha sollevata sul tetto d’Italia con 577 partite

in serie A (19 campionati, 20 contando la partita del record nel 2011) e 4487 punti, per poi arrivare sul tetto d’Europa con la partecipazione ad 11 edizioni della Coppa dei Campioni con 158 partite e 1078 punti. Proprio per questo, sono tanti e moltissimi i ricordi che porta nel cuore. “Ricordi ce ne sono tanti. In serie A il primo scudetto (1990-91 ndr) e l’invasione di campo al Pianella dei 5000 tifosi, dato che l’anno precedente avevamo perso in finale, ma anche la prima Coppa dei Campioni a Poznan nel 1994 contro Valencia. Non posso dimenticare gli Europei a Brno del 1995 e la sfilata


alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996. Ecco, un ricordo che mi fa ancora sorridere è la prima partita ad Atlanta, giocavamo alle dieci di sera contro la Cina e pensavo che non si sarebbe presentato nessuno a vedere quella partita. Invece, quando siamo entrate in campo dopo la presentazione, il palazzo era pieno e lì sono rimasta sconvolta, perché la gente andava a vedere l’evento sportivo a prescindere dalla squadra. Era uno spettacolo vedere le persone tifare, cantare ed entusiasmarsi. Questo è uno dei ricordi che mi ha meravigliato di più”.

In Nazionale, il capitano nerostellato ha esordito il 5 luglio 1987

a Bari contro la Jugoslavia, vincendo l’argento ai Giochi del Mediterraneo nel 1993 e agli europei di Brno del 1995, totalizzando 140 presenze e 729 punti. Inoltre, ha partecipato agli europei di Tel Aviv 1991, Peru-

aver giocato almeno una partita ufficiale sempre con la stessa maglia nei quattro decenni tra gli anni ottanta e i duemiladieci. “Viviana era una ragazzina ribelle, nel senso che non era la classica bambina con le treccine, era un po’ maschiaccio, determinata a fare quello che voleva, tanto da intraprendere la carriera sportiva. Era testarda e tenace. Adesso Viviana è una donna che ha imparato ad affrontare meglio le difficoltà. Prima era ribelle e arrendevole, nel senso che giudicava subito. La fatica e gli insegnamenti in palestra le hanno insegnato a essere riflessiva e a non arrendersi mai. La pallacanestro mi ha insegnato questo. Oggi ho un ragazzino autistico di 14 anni, Federico, ed è sicuramente un impegno importante e quotidiano, una vita che non immaginavo. Ci sono momenti di sconforto, ma sono convinta che l’allenamento in palestra mi abbia aiuta-

Se fossi andata in un’altra squadra tutti questi contatti non li avrei più avuti. Ho realizzato un sogno in casa, la mia seconda casa. gia 1993 e Budapest 1997, prendendo anche parte ai Campionati del Mondo di Australia 1994 e alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996, dove si classificò ottava. “La maglia azzurra vuol dire emozionarsi, penso sia il traguardo più importante per un atleta. Ho avuto la fortuna di giocare in una nazionale che, all’epoca, era davvero forte a livello europeo. Vivere le esperienze più belle facendo la cosa più bella, giocare a pallacanestro, al massimo dei livelli con atlete di tutto il mondo. Era una grande occasione per girare, io amo tantissimo viaggiare e questa passione è arrivata con il basket. Proprio perché viaggiare ti apre di più la mente”.

Il 12 maggio 2002 Viviana Ballabio ha appeso le scarpette al chiodo,

dopo aver portato lustro alla Comense e alla Nazionale, proprio in occasione del suo ritiro è stato celebrato il “Ballabio Day” del 28 novembre, una partita di beneficenza giocata con tutte le sue ex compagne, dove è stata ritirata la sua maglia numero 10. “Il ritiro del numero 10 è stato emozionante, mi hanno anche organizzato un Ballabio Day con le persone più importanti della mia carriera”. Dino Meneghin, presente alla giornata, ha infatti dichiarato: “Viviana è sempre stata un esempio per i nostri giovani e avremmo bisogno di tanti campioni come lei, vero emblema di come si vive lo sport, con passione, cuore e sacrificio per perseguire i propri obiettivi”. Nonostante tutto, Vivi ha indossato le scarpette un’ultima volta, il 27 febbraio 2011, per stabilire il record di decenni giocati con la stessa maglia, divenendo infatti l’unica giocatrice della pallacanestro femminile ad

ta ad affrontare le cose un passo per volta, gli obiettivi che avevo prima erano piccoli e immediati, affrontati un passo alla volta. Ecco, mi sono ritrovata a viverla adesso, gli obiettivi per Federico sono volti senza pensare a cosa farà e non farà da grande, ma a lavorare attraverso piccoli passi”.

Il basket è cambiato ma lo è anche il concetto di sport e, oggi

come allora, bisognerebbe ritrasmettere determinati valori alle nuove generazioni, cominciando dalla scuola: “Sono dell’idea che nessuno debba coltivare il proprio orticello, non mi riferisco solo al basket ma allo sport in generale. A mio avviso la cultura dello sport deve cambiare anche ai vertici, ad esempio nelle scuole e soprattutto ora che si parla dei ragazzini sempre attaccati al telefono e alla tecnologia. Lo sport è una seconda scuola di vita, perché aiuta ad affrontare le difficoltà pratiche della vita, a gestire le emozioni, a rispettare le regole e a rapportarsi con gli altri. Partendo dalla scuola, ho saputo che dovrebbe tornare alle elementari il prof di educazione fisica, bene, bisogna partire sin dall’infanzia, inculcando una cultura diversa dello sport, considerato solo per tifare il calcio o per dimagrire. Con mio figlio ho insistito per l’attività sportiva, Federico infatti ama tantissimo l’acqua e nuotare. È necessario far capire a chi sta in alto l’importanza dello sport, di qualsiasi tipo”. Perché allora giocare a basket? “Perché ci si diverte, emoziona, si fa fatica ma non sacrifici, ci si impegna e si è ripagati. Sono emozioni che ti rimangono per tutta la vita”.

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flash news Di manuel beck

EUROLEGA EUROCUP AMERICA POTERE “EKA” ORENBURG REGNA NCAA & DRAFT WNBA Gran conferma per Ekaterinburg sul trono d’Europa: nella Final Four di Sopron s’inchina la Dynamo Kursk in un atto conclusivo tutto russo. 91-67 il punteggio di una partita a senso unico, segnata dal grave infortunio a Breanna Stewart (tendine d’Achille), stella di Kursk e miglior giocatrice della stagione regolare. Mvp delle “F4” è stata eletta Brittney Griner: 16 punti e 10 rimbalzi in finale, 19+8 nella semifinale altrettanto dominata sulle ungheresi padrone di casa. Per il club degli Urali, forte di altri fenomeni come Meesseman, Vandersloot, Torrens, Vadeeva, è la terza Eurolega negli ultimi 4 anni, la quinta in assoluto: pareggiata Vicenza, solo il leggendario Daugawa Riga resta davanti, inarrivabile a 18. Un trionfo italiano manca da ormai 24 anni (Comense 1995); un nostro club nelle “F4” da 17 (Parma 2002).

La bandiera russa sventola anche in cima alla seconda coppa europea: il Nadezhda Orenburg (“giustiziere” di Schio in semifinale) s’impone nella doppia finale con le francesi di Lattes-Montpellier, ribaltando in trasferta il -4 dell’andata: 57-75 nel ritorno. La coppia americana Brionna Jones-Erica Wheeler ha firmato 21 punti a testa per le vincitrici, alla loro prima corona continentale; non è bastata alle transalpine la “trazione indigena”, con i 15 punti della giovane Bankole, i 10 dell’ex scledense Miyem e gli 8 di Ciak. In questa competizione l’ultima vittoria italiana dista “solo” 11 anni (Schio 2008), ma vanno ricordate le finali raggiunte da Taranto (‘09) e Venezia (scorsa stagione), entrambe perse contro il Galatasaray.

Baylor conquista il titolo universitario battendo Notre Dame, campione uscente, in una finale all’ultimo respiro: 82-81 davanti a oltre 20.000 spettatori a Tampa. Decisivi due canestri di Chloe Jackson (eletta miglior giocatrice, 26 punti) in volata, l’ultimo per il +2, che la leader avversaria Ogunbowale (31) riesce solo a dimezzare dalla lunetta. Per Baylor è il terzo trionfo; il primo fu con la nostra Abiola Wabara in organico. Tre giorni dopo si è svolto il draft della Wnba, la lega “pro” che dovrà fronteggiare l’assenza per tutta la stagione 2019 della sua miglior giocatrice in carica, Breanna Stewart (vedi news sull’Eurolega). Jackie Young, guardia da Princeton, è stata scelta col n°1 da Las Vegas. L’Europa ha avuto 4 chiamate: le spagnole Cazorla, Conde, Salvadores e la svedese Magarity.


flash news Di manuel beck

REGIONI GIOVANILI SERIE B LOMBARDIA POKER U18 VERSO LE FINALI VIA AI PLAYOFF PER L’A2 Quarta vittoria di fila per la Lombardia nel Trofeo delle Regioni, il classico torneo pasquale fra selezioni Under 15. A Salsomaggiore Terme, dopo il rischio in semifinale contro l’Emilia-Romagna padrona di casa (60-58), le biancoverdi di coach Riccardi si sono imposte in finale sul Lazio (68-49), con un prepotente break di 30-9 nel terzo quarto. In evidenza l’inesauribile dinamismo delle gemelle Villa (22 punti per Eleonora in finale) e il talento cristallino della 2005 Zanardi (24 in semifinale). Per il Lazio, che in semifinale aveva piegato il Piemonte (49-47) non sono bastati i 20 punti e 12 rimbalzi di Lucilla Gatti. Terza l’Emilia-Romagna che ha avuto in Sara Zanetti la sua miglior marcatrice nel torneo (20 punti e 13 rimbalzi in semifinale). Del “TdR” parla anche coach Giovanni Lucchesi in questo numero di Pink Basket.

Aprile intenso, tra viaggi e partite, per le Under 18, con la nuova formula dei gironi interregionali: andata e ritorno in 6 giornate a cadenza settimanale (al momento di scrivere ne sono state disputate 4). Le 48 squadre promosse dalle rispettive fasi regionali sono divise in 12 gironi; solo 4 di questi qualificano direttamente la prima alle finali nazionali (al 28/4 passerebbero Costa Masnaga, Venezia, Marghera e Mirabello), quest’anno ristrette a sole 8 partecipanti. Altre 16 squadre accederanno a un 2° turno di qualificazione, con in palio i restanti 4 posti per le finali. Per le Under 20, non essendo previste finali Fip, ha provveduto la Lega a ideare un nuovo evento, detto “Coppa Italiana”. Si terrà a Battipaglia dal 16 al 19 maggio, con 12 squadre, in parte invitate e in parte qualificate dalle rispettive fasi regionali.

Sono scattati nel weekend del 27-28 aprile i quattro tabelloni-playoff nazionali di Serie B, con in palio altrettanti posti in A2 2019/20. Per salire bisogna superare due turni andata-ritorno. Nel tabellone A le semifinali sono Brindisi-Firenze e Tigers Parma-Ariano Irpino. Nel B: Pino Torinese-Cavezzo e Catania-Livorno. Nel C: Viterbo-Patti e Ancona-Costone Siena. Nel D: S.Raffaele Roma-Virtus Cagliari e Battipagliese-Fiorenzuola. La Lombardia e il Triveneto hanno una promozione diretta per chi vince il rispettivo campionato regionale. In Lombardia sta per terminare la stagione regolare, le prime 4 andranno ai playoff (Milano Basket Stars, Lodi, S. Giorgio Mantova, Bfm Milano). Nel Triveneto sono iniziati i quarti di finale, al meglio delle 3 gare: Sarcedo-Rovigo, Mestre-S. Marco Venezia, Pordenone-Futurosa Trieste, Riva del Garda-Muggia.


Marvin il marziano Di Linda Ronzoni

Spettabile commissione per la promozione dell’immagine di Marte nel mondo, vi ho già informato di come, qui sulla Terra, ne usciamo da maluccio a molto male in libri come I viaggi di Gulliver, Across the Zodiac e La della guerra dei mondi. Di recente però mi sono imbattuta in un personaggio di animazione, guardando Space Jam, e per un attimo ho sperato che l’immagine di Marte per una volta ne uscisse in modo positivo: Marvin il marziano nel lungometraggio della Looney Tunes fa l’arbitro della partita, quindi per simboleggiare un individuo imparziale, dal sangue freddo e dall’infinita saggezza hanno scelto un marziano, mi sono detta. Finalmente un personaggio che offre un modello comportamentale positivo a un pubblico prevalentemente composto da bambini. Poi sono andata a documentarmi meglio. Il direttore dell’animazione dei cartoni Looney Tunes e Merrie Melodies, Chuck Jones, notò che il maggior nemico di Bugs Bunny, Yosemite Sam, era forte, violento, ma mai veramente pericoloso. Quindi decise di creare un personaggio opposto: qualcuno che apparisse calmo e inoffensivo ma le cui azioni fossero terribilmente distruttive e pericolose. Marvin il Marziano debuttò in un cortometraggio nel 1948. Il suo unico scopo nella vita è quello di distruggere il pianeta Terra. Il motivo per cui lo vuole fare è più folle dell’intenzione stessa: la Terra gli impedisce di vedere chiaramente il pianeta Venere. Per comprendere quanto questo personaggio sia più pazzo di quanto si possa pensare, basti sapere che lo psichiatra George Burden gli ha diagnosticato un disturbo psicotico e un disturbo delirante: «Marvin il Marziano è un caso interessante. Ha un desiderio megalomane di conquistare il mondo e disintegrerà tranquillamente chiunque gli si metta in mezzo alla strada, senza rimorsi. Marvin soffre molto probabilmente sia di disturbo psicotico, sia di disturbo delirante di natura particolarmente grande e grave.Il suo cane d’altro canto, condivide il delirio del padrone, seguendolo servilmente nonostante la malattia di Marvin, il suo potrebbe essere etichettato come un disturbo psicotico condiviso.» Quindi ricapitolando. L’immagine del pazzo per antonomasia sulla Terra è un marziano vestito da antico romano, che cerca di distruggere tutto con un modulatore spaziale esplosivo uranio Pu-36, con ai piedi un paio di scarpe da basket, dettaglio quest’ultimo che tenderei a non sottovalutare! Spettabile commissione per la promozione dell’immagine di Marte nel mondo, sulla Terra c’è ancora molto, molto lavoro da fare.


Message in a bottle Di ALICE BUFFONI - STAFF PSICOSPORT

Il discorso pre-partita perfetto non esiste. Sappiamo di coaches che hanno tentato di imparare a memoria quello di Al Pacino in Ogni Maledetta Domenica, con esiti catastrofici per la propria credibilità e per il rendimento della squadra. Molti giocatori sostengono che il discorso pre-partita serva in realtà agli allenatori per scaricare la propria ansia, ma su di loro. Controllare il proprio stato d’animo e intercettare i bisogni dei giocatori non è semplice. Per esempio alcuni potrebbero essere già molto attivati e un discorso troppo appassionato o troppo denso di informazioni potrebbe portarli fuori soglia, alzando a livelli altissimi l’ansia pre-gara. A volte invece la squadra sembra anestetizzata e bisogna trovare la chiave giusta per riportarla sulla partita. La prima cosa da fare è dunque intercettare le esigenze dei propri giocatori, in modo da tararsi su un discorso il più possibile inclusivo. Ma siamo nel clou della stagione con playoff e playout alle porte, mille schemi e partite da studiare. Ecco allora le nostre 4C, una traccia veloce per rendere efficace questo momento magico, l’unico in cui Coach e Squadra si ritrovano soli, nel silenzio dello spogliatoio.

1 CONFIDENCE: La pressione è ciò che si prova quando non si ha idea di cosa ci aspetta. Per aiutare i vostri giocatori a superarla, rinforzate la loro self-confidence, la fiducia nelle proprie capacità, ricordando che sono perfettamente pronti per quel match e ripassando le scelte tecniche e tattiche viste in allenamento. Non aggiungete elementi nuovi che potrebbero sovraccaricarli di informazioni mandandoli in confusione.

2 COHESION: Sottolineate le qualità del vostro collettivo e il ruolo di ogni componente del team. In qualsiasi momento chi uscirà dalla panca saprà di essere determinante per i compagni.

3 CONCENTRATION: Per i giocatori è facile focalizzarsi sulle cose sbagliate, specialmente su ciò che non possono controllare: arbitri, campo scivoloso, pubblico scorretto. Riportateli su ciò che posso gestire: il momento presente - una azione alla volta, un compito alla volta - e il proprio atteggiamento o modo di reagire agli imprevisti.

4 COMMITMENT: Significa impegno e dedizione. Volete che la vostra squadra sia resiliente, che continui a stare nel piano partita anche nei momenti di difficoltà, che dia l’anima fino alla fine? Responsabilizzatela su questo concetto: impegno e dedizione verso il gioco e verso i compagni. E’ un sentimento che potete rafforzare sottolineando quanto credete nel team e ricordando gli obiettivi che vi siete posti. Non è necessario includere tutte le 4C nel discorso pre-partita, potete concentrarvi su quella più funzionale per la vostra squadra e per la partita specifica che dovete affrontare. In ogni caso, se siete indecisi, ricordatevi sempre che less is more!


(sa)tiro sulla sirena

IL PROSSIMO DECENNIO DEL BASKET FEMMINILE di paolo seletti

2020: È l’anno della svolta: a ottobre scoppia uno scandalo sulla mancanza di fondi, quando si scopre che diverse società saltano la prima giornata perché stanno facendo la fila per il reddito di cittadinanza. La Reyer vince lo scudetto perché Brugnaro è il più rapido a sfruttare le nuove tendenze sul Gender free che vanno per la maggiore in Italia, e schiera in Finale la squadra di A1 maschile. Che peraltro gioca da sola, perché le altre 13 squadre hanno chiuso a metà stagione. E perde gara1 con un canestro sulla sirena. Quando arrivano i dati sull’affluenza del pubblico alle partite si capisce che bisogna fare qualcosa. In Serie A c’è un solo spettatore, Manuel Beck. Toccato il fondo, il basket femminile decide per un restyling radicale. Per sembrare più italiano si chiamerà baschet, col ch.

2021: Eletta da una incorruttibile giuria giornalistica composta dall’intera redazione di Pink Basket, Silvia Gottardi diviene il nuovo Commissioner della LegaBasketFemminile. Unico problema è dirglielo, perché è in vacanza sull’Himalaya per difendere i diritti dell’abominevole uomo delle nevi, che si mangia i primi quattro messaggeri della FIP. Superato questo inconveniente grazie all’intervento di Petrucci, che multa lo Yeti per interruzione di pubblico servizio ma contemporaneamente lo convince a naturalizzarsi e diventare il pivot della nazionale (e con Meo Sacchetti, senza aver mai giocato perché sull’Himalaya alla prima palla persa devi fare sei giorni in cordata per recuperarla, va in doppia doppia di media e ci porta al mondiale), Silvia ribalta i settori giovanili. Creando immediatamente le seconde squadre per tutte le società di A1, come fanno in Spagna per fare giocare le giovani. Sgomento a San Martino di Lupari, che nel frattempo ha già ventidue squadre serbatoio, due per ogni categoria compresi gli amatori, e deve tagliare 4712 giocatrici, che ridanno linfa all’intero mondo del basket ma alzano dell’8% i livelli di disoccupazione giovanile, facendo cadere il governo.

2022: Silvia interviene per rimodernare tutti gli impianti. La chiave è la giornata inaugurale, quella che si gioca tutti nello stesso posto per sembrare tanti, con i cartonati sulle sedie vuote come all’Internazionale Socialista durante la Guerra Fredda. Quest’anno la location è uno dei più moderni palazzetti d’Italia. Cioè, del Regno d’Italia, perché risale agli anni ‘70. Dell’800. La cosa più impegnativa è sfrattare la troupe di Gomorra 18, che sta girando gli interni della casa di O’Sfaccimm, il nipotino di Gennaro Savastano, perché le colate di cemento armato ricordano molto le vele di Scampia. Silvia suggerisce di usare i mattoncini Lego per costruire palazzetti di proprietà, e si scopre che tengono molto di più degli stadi costruiti per Italia ‘90. Peccato che l’impegno plastic-free disatteso faccia cadere il governo.

2023: L’Italia del Basket Femminile torna alle Olimpiadi. Finalmente una grande vetrina. La spedizione parte a metà Luglio per Parigi, dove sfila al Parc des Princes. Da sola. Gottardi ha sbagliato a fare il promemoria sul cellulare. Il governo, saputa la notizia, va in esilio volontario a Sant’Elena.

2024: L’Italia del Basket Femminile torna alle Olimpiadi. Trascinate da Chicca Macchi, capocannoniere del


REYER IL ROSTER DELLA FORMAZIONE MASCHILE

campionato da quando in Italia c’era ancora il sesterzio, le azzurre battono la Magna Grecia, che nel frattempo è stata espulsa dall’Italia, ma perdono contro la Padania che le sorprende cospargendo le lunghe di gorgonzola e rendendole sguscianti e anche un po’ puzzolenti. Comunque la spedizione è un successo, e Gottardi può celebrare il risultato dal cuore della foresta pluviale, dove è andata a salvare il pangolino nano del Borneo facendo esibizioni di bungee jumping con gli elastici gialli della Buffetti.

2026: Pink Basket è il mensile online più letto in Italia. Per festeggiare Gottardi vorrebbe compiere la traversata dell’Oceano Atlantico in solitaria pagaiando con le mani, ma partendo dai Navigli. Dopo due mesi a girare in tondo ne ricava che le foche dell’Artico somigliano incredibilmente ai Vigili Urbani di Porta Romana e sembrano anche molto incazzate.

2028: Una delibera della Fiba stabilisce che si partecipa all’Eurolega non per meriti sportivi ma secondo il numero di followers su Instagram della squadra. La Vignali diventa subito più ambita di Cristiano Ronaldo e finisce in quintetto a Schio dove per farla segnare cercano di colpirla usandola come una sponda dello snooker, o di colpire la palla usandola come una mazza da baseball.

2029: in Italia la classifica marcatori è dominata dallo Yeti e dal Pangolino nano del Borneo ormai da quattro anni consecutivi. Gottardi diventa Commissario Tecnico e per festeggiare si fa lanciare con una enorme fionda sulla Luna, per difendere le colonie di batteri che popolano la nostra galassia dall’attacco di Darth Vader. Però Salvini guarda sul mappamondo dove caxxo è ‘sto Borneo e inorridito al grido di “Prima gli italiani” fa cadere il governo. Lo Yeti allora si fa un selfie con lui baciandolo sulla bocca.

2030: come cantavano gli Articolo 31, che avevano la vista più lunga di tutti, Silvia è il primo presidente del consiglio donna. Al coro “per fortuna che Silvia c’è” due ali di folla le tributano il trionfo mentre per festeggiare percorre derapando al volante di una macchina da Rally il Corso Vittorio Emanuele. Giubilo e commozione, soprattutto da parte dell’ala di folla che non viene travolta.

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PINK BASKET N.08