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N.09 MAGGIO 2019

IN QUESTO NUMERO // SABRINA CINILI, QUELLA “OLTRE” // SPECIALE SCUDETTO: INFINITA SCHIO // FOCUS: È NATA UNA STELLA // COSTA, PALERMO E BOLOGNA IN A1 // IL BASKET SILENZIOSO // SANTINO COPPA IS BACK // BIANCA ROSSI: 7 SECONDI PER LO SCUDETTO // IL (SA)TIRO E L’ANNO DELLA COMETA


MAGGIO 2019

N.09

in questo numero 1 EDITORIALE

Civ, ma che fai?

3 inside a1

Infinita Schio

9 numbers 11 Focus

È nata una stella

17 cover story

Cinili va “oltre”

23 inside A2

Paradiso per tre

29 Primo piano

Santino is back

35 altri mondi

Silent basket

41 storie

Sette secondi

44 flash news Di manuel beck 46 IL BASKET VISTO DA UN MARZIANO xxxxxxxxxxxxx

47 PALLA E PSICHE

Paura di perdere o di vincere?

48 (SA)TIRO SULLA SIRENA

L’anno della cometa

DIRETTO DA Silvia Gottardi REDAZIONE Silvia Gottardi, Giuseppe

Errico, Alice Pedrazzi, Giulia Arturi, Caterina Caparello, Marco Taminelli, Manuel Beck, Paolo Seletti, Linda Ronzoni, Alice Buffoni, Clara Capucci.

PROGETTO GRAFICO Linda Ronzoni/ Meccano Floreal

INFOGRAFICA Federica Pozzecco IMPAGINAZIONE Grazia Cupolillo/ Meccano Floreal

FOTO DI Marco Brioschi,

Legabasket Femminile Famila Basket, Archivio Fip Arianna Totaro, Marco Loi Fiba, Andrea Masini


editoriale

CIV, MA CHE FAI? di silvia gottardi

“Ho il vanto di presentare ancora una volta una squadra di vertice allenata dal bravissimo Giancarlo Giroldi con il suo staff tecnico e con un gruppo di ragazze belle, brave, tutte laureate o laureande, simpatiche e massimamente educate e rispettose.” Così scriveva su Facebook il Civ, al secolo Gianfranco Civolani – giornalista e scrittore bolognese classe 1935, presidente della Progresso Bologna - più o meno lo scorso Natale. Qualche giorno fa, invece, dopo la clamorosa promozione in A1 della sua squadra, commentava così: “Non iscriverò la Matteiplast al campionato di A1 e neanche di A2, forse faremo una serie C. La sola cosa che mi interessa è quella di non rivedere mai più al mondo questo gruppo di ragazze, neanche al bar per un caffè.” Ma cosa può mai essere successo di così grave da avergli fatto cambiare radicalmente idea in pochi mesi. Uno come lui che nel basket femminile c’è da 57 anni. Uno sì burbero, ma comunque sempre stimato e ben voluto dalle sue ragazze? Facciamo un passo indietro e proviamo ad analizzare i fatti. Il 2 febbraio Civolani caccia Giroldi dopo la sconfitta contro Civitanova, ma le giocatrici si oppongono e si schierano compatte in difesa del coach. Contrordine, Giroldi viene subito reinsediato, ma Civolani da quel momento in avanti non andrà più né a partite né ad allenamenti. Dichiara anche che in estate ripartirà facendo un cambiamento radicale, se non totale, del roster. Intanto Bologna gioca degli ottimi playoff e, vincendo in rimonta ad Empoli lo spareggio contro Alpo, conquista la Serie A1. A me onestamente non pare che i fatti siano così gravi da giustificare la reazione del Civ. Certo, non deve essere facile da digerire l’ammutinamento dell’intera squadra, ma la presa di posizione delle ragazze è comprensibile, soprattutto se si considera che la maggior parte di loro non sono “professioniste”, ma giocano più che altro per passione con un piccolo rimborso spese. Mi pare che un uomo dell’intelligenza e dell’esperienza del Civ con un po’ di ragionevolezza e buon senso avrebbe potuto risolvere la situazione in maniera diversa, parlando e confrontandosi con quelle ragazze che lui stesso poco prima diceva di stimare. Non sono un grande fan dei vecchi padri-padroni che ci sono nel nostro movimento. Preferisco le squadre con un’organizzazione manageriale e, lo sapete, vorrei più donne ed ex giocatrici coinvolte. Ma il Civ, pur senza conoscerlo, mi pare un appassionato vero, uno che al basket femminile e alle sue giocatrici ci tiene, sennò non sarebbe ancora qua da oltre mezzo secolo. Civ ci spieghi tu cos’è successo? Le tue ragazze comunque ti aspettano: “Per noi la sedia del Civ rimarrà vuota e nessuno, che non sia lui, potrà mai occuparla”!


ULTIMO BALLO RAFFAELLA MASCIADRI FESTEGGIA IL SUO 15ESIMO SCUDETTO, SOTTOBRACCIO IL PALLONE DELLA SUA ULTIMA PARTITA.


inside A1

INFINITA SCHIO

LA SCHIO DEL ROSTER RINNOVATO VINCE ANCORA. CONQUISTA IL SUO DECIMO SCUDETTO E FESTEGGIA CON LA STELLA CAPITAN MASCIADRI, CHE CHIUDE COSÌ LA SUA INCREDIBILE CARRIERA. IL D.G. DE ANGELIS: “IL LAVORO PIÙ DURO È STATO QUELLO DI CREARE UNA SQUADRA”

di giuseppe errico

l

a palla tocca il canestro e cade nelle sue mani mentre

suona l’ultima sirena che indica il finale della partita, il finale di una stagione, il termine di una carriera gloriosa e vincente. Gli dei del basket avevano già deciso questo finale con Raffaella Masciadri che conquista l’ultimo pallone di una serie che regala al Famila Wuber Schio lo scudetto numero dieci della storia e manda nella leggenda la carriera di un mito della pallacanestro femminile. Poesia allo stato puro! I numeri di Masciadri li conosciamo tutti ma solo per rendere l’idea della grandezza ci fermiamo al numero 15 come gli scudetti vinti da Raffaella che raggiunge un’altra icona come Mara Fullin. Lei da sola ha vinto più scudetti di Vicenza (dodici), Schio (dieci), Sesto San Giovanni (otto).

LA SERIE Niente gara cinque, per gli amanti di questo

sport una piccola delusione, perché Schio e Ragusa nella lunga storia di lotte per titolo ci avevano abituati bene. Nelle tre finali precedenti la serie si era sem-

pre prolungata fino alla quinta, questa volta no. Schio aveva troppa voglia di chiudere presto il discorso e di cucirsi sul petto tricolore e stella, Ragusa arrivata nel momento topico della stagione leggermente sulle gambe non ha saputo sfatare il tabù orange. Eppure in gara uno sulla scia della vittoria in gara cinque di semifinale le aquile bianco verdi hanno impensierito seriamente Schio toccando anche il più undici, ma poi le padrone di casa recuperano e con la lucidità dell’esperienza si impongono (69-64). Poteva essere il preludio del solito equilibrio nella serie ma in gara due Schio si porta facile sul due a zero (65-47) con l’accoppiata Lavender-Gruda che ha la meglio su Ragusa che denota i primi segni di cedimento. La serie si sposta sull’isola dove Ragusa vince gara tre (6762) e tiene vive le speranze, che si frantumano in gara quattro quando Schio controlla la partita (62-81) e ribatte ai tentativi di Nicole Romeo di riaprire i giochi. Finisce tre a uno per il Famila. STELLA Secondo la Kabala il dieci rappresenterebbe l’or-


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dine, la divinità, insomma un numero perfetto. Perfetto come il cammino nella storia delle scledensi che da eterne seconde agli albori della società sono riuscite a scrivere pagine fondamentali del nostro movimento fino a questo decimo scudetto, lo scudetto della stella. “Vincerlo è stata una grande soddisfazione – dichiara Paolo De Angelis, Direttore Generale del Famila – e farlo in uno scenario altamente competitivo come

quello di quest’anno e con un roster profondamente rinnovato e ringiovanito dà ancora più sapore alla nostra “ricetta”. Abbiamo lavorato tantissimo e meglio non parlarne altrimenti dovremmo descrivere giornate intere e nottate trascorse in piedi per cercare di completare il puzzle del roster di questa stagione insieme a coach Vincent e poi per apportare modifiche al lavoro in corso, come l’inserimento di Quigley. Dal


STELLA DECIMO SCUDETTO PER SCHIO, IL PRIMO DELLA SUA STORIA RISALE ALLA STAGIONE 2004/2005

punto di vista tecnico il lavoro più duro è stato quello di “creare” una squadra, amalgamarla cercando di raggiungere gli obiettivi unitamente al lavoro di crescita individuale e questo lavoro mi sembra che sia sotto gli occhi di tutti”. Il lavoro a fari spenti di una società che in estate rinnova il roster consapevole di correre il rischio di non essere tra le pretendenti al titolo: “Vero, per una volta siamo partiti senza i favori

del pronostico – continua De Angelis – ovviamente questo è stato uno stimolo a lavorare di più. Un plauso alle nostre dirette concorrenti, squadre di altissimo livello che hanno espresso un ottimo basket e lasciatemelo dire anche un fair play durante queste partite che altri sport sognano. Noi siamo arrivati alla fase cruciale del campionato in grandissima forma e con una mentalità vincente, ormai un marchio di fabbri-

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inside A1 ca del Famila Basket”. Cominciano ad essere tanti gli scudetti ed il Direttore è stato presente in tutti. Resta legato al primo scudetto: “Indimenticabile stagione 2004/2005. Ricordo ancora gara uno a Faenza quando sotto di tre a qualche secondo dalla fine Arnetoli fece 3/3 ai tiri liberi dimostrando la freddezza di una campionessa. Con quello scudetto ci scrollammo di dosso la fama di eterna seconda ed iniziammo il percorso pieno di successi (31 titoli da allora)”. Successi che negli ultimi anni si legano a filo doppio con Ragusa, affrontata quattro volte in finale scudetto: una rivalità nella quale ci sono immagini e momenti indimenticabili. “Della prima finale conservo un immagine legata alle continue soprese – dichiara De Angelis – Ragusa in finale da neopromossa, Schio sotto 2-1 con match point a Ragusa e palazzetto pieno due ore prima della partita e nostra grande prestazione. Della seconda, ovviamente, l’immagine di Honti che realizza a gara 5 la tripla di tabella che riapre

rigente Raffaella Masciadri: “Dico soltanto che se in questi anni avessimo avuto in Italia dodici Masciadri il basket femminile – conclude De Angelis – avrebbe dato filo da torcere anche al calcio. Ce la invidiano tutti, per le sue qualità tecniche, per la sua intelligenza, per la sua umiltà e per il suo attaccamento alla maglia. Noi l’abbiamo avuta e l’avremo ancora, anche se sotto altre vesti, gli altri no”. Guardando ancora al mercato circolano voci di un possibile interesse per Jillian Harmon e si parla anche di una probabile conferma di Sandrine Gruda.

AQUILE Al netto di una serie dove di storia ce n’è stata

poca, questa è stata la miglior stagione della Passalacqua Ragusa di sempre nel massimo campionato con la Coppa Italia conquistata e con l’ennesima finale scudetto. Potrebbe essere una magra consolazione ma è il risultato del lavoro ottimo e in costante crescita di una società che in pochi anni ha fatto

Siamo arrivati alla fase cruciale del campionato in grandissima forma e con una mentalità vincente, ormai un marchio di fabbrica. (De Angelis) una partita persa e poi la magia di Chicca (Macchi) a due secondi dalla fine. Della terza l’immagine è legata al Pala Romare e la capacità di mantenerlo inviolato. E di questo ultimo scudetto l’immagine è quella della forza del gruppo che ha permesso di giocare una gara 4 a Ragusa a livelli altissimi sia tecnici che mentali”. Con un gruppo che ha saputo anche reagire alle difficoltà iniziali sia in campionato che in Europa: “non parlo di singole giocatrici – esclama De Angelis – senza falsa retorica ma ognuna di loro quest’anno ha lasciato una traccia dentro di me, per motivi tecnici alcune, per intelligenza tattica altre, per spirito di abnegazione, per professionalità e per spirito di squadra, soprattutto da parte di chi ha avuto meno spazio”. Una società che pensa e progetta così in grande non può che essere già al lavoro per il futuro con la firma di Sabrina Cinili e quella probabile di Jasmine Keys (legata ancora da un anno di contratto con le Lupe ma l’offerta di Schio pare sia molto consistente) che andrebbero a rafforzare la pattuglia delle italiane orange. “Ci sarà qualche volto nuovo – dice il Direttore Generale – come è giusto che sia. Il nostro è un programma triennale che prevede nella stagione 2020/2021 il completamento della costruzione di un roster (con riferimento alle italiane) che possa garantire un futuro di primo livello al nostro club. Sulle straniere il discorso è diverso: si lavora più sul breve termine in base alle esigenze tecniche”. Senza dimenticare il grande apporto che potrà dare in veste di di-

passi da gigante. Lo scontro con Schio, che resta al momento ancora tabù per le bianco-verdi, è deciso “dalla grande capacità – dice coach Gianni Recupido – di Schio di leggere l’alto basso, la loro grande disciplina tattica e la grandissima qualità di alcune loro giocatrici”. La semifinale contro la Reyer potrebbe essere stata uno snodo cruciale nell’avvicinamento alla serie finale: “diciamo che forse mentalmente ci ha spremuto un po’ – dichiara Recupido – ma parlando di risultati resta questa la nostra miglior stagione di sempre. Affrontare Schio per noi era motivo di grande orgoglio e gioia. Avremmo dovuto e potuto vivere la serie con più leggerezza ed entusiasmo”. Anche nell’isola si guarda al futuro con la certa partenza di Kuster e la firma di Ify Ibekwe, ventinovenne nigeriana con passaporto americano capace di ricoprire sia il ruolo di ala piccola che di ala grande. Certa anche la conferma di coach Recupido vista la buona stagione, conferme che arriverebbero per Soli e Consolini anche se per quest’ultima non mancano le offerte da altre società. Eccellente invece la conferma per due anni di Nicole Romeo, il vero motorino delle siciliane, giocatrice che ha dato brillantezza ed imprevedibilità. Anche coach Recupido spende parole per Masciadri: “Assistere a un addio così è stato molto emozionante. Un onore per me e per la città di Ragusa assistere alla sua ultima partita. Non sono all’altezza di parlare di Mascia, la sua storia parla da sola”.


DOMINANTI FONDAMENTALE PER LA VITTORIA IL GIOCO ALTO-BASSO TRA GRUDA (NELLA FOTO) E LAVENDER, IMMARCABILE PER RAGUSA.


numbers totali giocate 2.402 punti 216 partite 11,1 media 1,8 media punti assist

% AL TIRO

88,9%

44,6% 37,3% 3pt

2pt

tl

2017-2018

2 WNBA ALL-STAR

2017-2018

2 WNBA 3 points shooting champion

2014-2015

2 WNBA Sixth Woman of the Year

333 15,9 21 15,2 2,9

punti totali

Schio 2018-19

Composizione PT tot. 11,1%

media punti partite giocate

333

media val. media assist

29 pt vs Vigarano

t.l.

41,4% 3pt

HIGHLIGHTS

CHICAGO SKY 2012-18

AlliE Quigley 30

27 pt vs S.M.Lupari 23 pt vs S.S.Giovanni

47,5% 2pt

SCUDETTO

MVP

Galatasaray Adası 2017-18

WNBA STATISTICHE TOTALI 2017-2018

2 WNBA ALL-STAR

2017-2018

2 WNBA 3 points shooting champion 2 WNBA Sixth Woman of the Year

2014-2015

2.465

Prima stagione oltreoceano della sua carriera cestistica. Gioca nella TBBL League con il Mersin BŞB, raggiungendo i quarti di finale.

PUNTI TOTALI IN WNBA DAL 2012 ad oggi

97,5%

Chicago Sky

0,9%

Seattle Storm + Indiana Fever + SA Silver Stars

depaul COLLEGE 2004-08

MERSIN 2008-09

1,6%

Phoenix Mercury

2.078 Pt totali 129 PARTITE GIOCATE

PECS (HUNGARY) 2009-12

fenerbahçe 2015-17

HUNGARIAN LEAGUE & CUP 2010

Turkish Super Cup 2015

HUNGARIAN citizenship 2012

Turkish Cup 2016

FIRST GAME WITH 2012 HUNGARIAN NATIONAL TEAM

HU

Turkish MVP 2016

EUROBASKET QUALIFICATION 2013

HU

Turkish League 2016

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VICENZA PRIMA SOCIETÀ A GUADAGNARSI LA STELLA, CHE SPICCA SULLA MAGLIA DI CATARINA POLLINI.


focus

È NATA UNA STELLA LA STELLA DORATA CONTRADDISTINGUE CHI HA SAPUTO VINCERE DIECI SCUDETTI. È L’UNICO SIMBOLO CHE UNA VOLTA CONQUISTATO È PER SEMPRE. COME UN

DIAMANTE, CAPACE DI RACCHIUDERE IN SÉ GRANDI STORIE, NON D’AMORE, MA DI VITTORIE. NEL BASKET FEMMINILE CI SONO RIUSCITE SOLO VICENZA, COMO E SCHIO

Di Alice Pedrazzi

“L

e stelle sono tante, milioni di milioni”, cantava

De Gregori. Ma non si riferiva certo al cielo del basket femminile, dove - di stelle - se ne scorgono solo tre, che brillano sulla storia di Vicenza, Como e Schio: le uniche società ad essere riuscite a cucirsi su maglia e cuore la stella dorata che contraddistingue chi ha saputo vincere dieci scudetti. Chi è stato capace di vincere e confermarsi. Una stella al merito, dunque, di una programmazione non solo sportiva, ma anche societaria, elemento indispensabile perché vittorie e trofei, per quanto prestigiosi, non siano solo meteore accecanti.

La storia dello “scudetto della stella” viene da un mondo

lontano, quello del calcio, e da un tempo diverso, gli anni Cinquanta. Fu il Presidente della Juventus Umberto Agnelli che, per celebrare la decima vittoria in campionato della propria squadra, chiese alla Lega Nazionale ed alla Federazione Italiana Gioco Calcio di poter cucire sulle proprie maglie un simbolo che

ricordasse per sempre l’importante traguardo raggiunto. L’idea piacque al Consiglio Federale che ha deliberato “L’istituzione di un particolare distintivo di cui possono e potranno fregiarsi le società che abbiano vinto 10 campionati di Divisione Nazionale Seria A”. Era il 3 maggio 1958. Qualche mese dopo, il 10 luglio, il Direttivo della Lega ha stabilito “Per la conquista di 10 campionati di serie A l’istituzione di uno speciale distintivo costituito da una stella d’oro a cinque punte”.

Iniziò così la storia della stella, emblema di società vin-

centi nel tempo e simbolo di imprese spesso epiche, “perché se vincere è difficile e ripetersi lo è ancora di più”, farlo per 10 volte significa avere davvero “quel qualcosa in più”, che va ricordato. Con una stella d’oro, appunto. A differenza di scudetto e coccarda, infatti, che si accasano su maglie diverse ogni anno, a seconda dei risultati della stagione precedente (lo scudetto va sulla casacca di chi detiene il titolo, men-


focus tre la coccarda su quella della vincitrice della Coppa Italia, ndr), la stella è l’unico simbolo che una volta conquistato è per sempre. Come un diamante, capace di racchiudere in sé grandi storie, non d’amore, ma di vittorie. Dimostrando che copiare alle volte è sintomo di grande intelligenza, il piccolo grande mondo dei canestri ha fatto propria questa (bella) usanza e così, anche all’ombra dei cristalli, vincere lo “scudetto della stella” significa strappare il decimo tricolore della propria storia e ricevere quel piccolo “marchio” che tanto sa impreziosire una maglia e inorgoglire i tifosi. Sono le disposizioni del Regolamento Esecutivo della Fip a stabilire, al titolo VI, che “La Società che nell’arco della sua storia sportiva raggiunge il numero di 10 scudetti tricolori è autorizzata a fregiarsi permanentemente della stella d’oro”. Che bello quel “permanentemente”, avverbio che si fa simbolo di ciò che è il grande patrimonio dello sport: le tradizioni vincenti, che alimentano la passione e, diventando mito, vivono per sempre, ispirando le generazioni future.

Nel basket femminile le stelle che brillano sono tre: Vicenza,

Como e Schio (e a ben guardare, tre sono pure nel maschile con Milano, Virtus Bologna e Varese, per una paritá sancita, almeno, dal campo). Tre, solo? Sì, perché la stella non è da tutti, né per tutti. La prima compagine, fra le donne, a conquistare il

sempre Cesena. Seconda stella a destra, e poi dritto fino all’asse portante di questa vittoria, lo stesso della prima. In campo? Ancora Fullin e Pollini, ormai splendide trentenni nel pieno della loro maturità tecnica. Seduto in panchina a guidarle e soprattutto applaudirle? Ancora Aldo Corno. Se tre, dunque, sono le stelle conquistate nella storia del basket rosa, due portano la firma di un terzetto che sul parquet ha saputo davvero brillare: “Beh, io – sorride Aldo Corno, ricordando momenti che sembrano quasi di un’altra vita – al gran ballo degli scudetti, ero più che altro il terzo incomodo tra Fullin e Pollini”. Un terzo incomodo che, però, è l’allenatore più vincente nella storia della pallacanestro femminile italiana (nel suo palmarès: 12 volte il tricolore, 6 l’Eurolega, 6 la Coppa Italia, ndr). “Devo dire – prosegue Corno, svelando uno dei segreti degli allenatori veri: attribuire meriti ai propri giocatori e colpe a se stessi – che se ho vinto 12 scudetti è perché per 12 stagioni ho avuto in squadra Mara (Fullin ndr) e per 7 Cata (Pollini, ndr)”. Ma il segreto che accomuna Vicenza a Como, due delle tre società capaci di cucirsi sulla maglia la stella? Corno non ha dubbi: “Sta tutto in un nome: Antonio. Concato in un caso, Pennestrì nell’altro”. E così, l’ex cittì, piazza, a ragione e con merito, sotto i riflettori i presidenti di Vicenza e Como, aggiungendo: “Gli allenatori guidano, le giocatrici interpretano, ma sono i presidenti a creare le società vincenti. Se un club arriva a vincere 10 scudetti, il merito non

Gli allenatori guidano, le giocatrici interpretano, ma sono i presidenti a creare le Società vincenti (Aldo Corno) prestigioso traguardo è stata la Vicenza dell’indimenticato Antonio Concato, dirigente appassionato e preparato, scomparso nel settembre scorso, dopo più di 60 anni alla guida della società da lui stesso fondata, forse non a caso, proprio nel 1958, anno dell’istituzione del simbolo dorato e prestigioso che per primo portò nella nostra pallacanestro femminile. L’A.S Vicenza si cuce la stella sul petto nella stagione 1985/86, battendo in finale la Deborah Milano di Cinzia Zanotti e diventando la prima squadra italiana a brillare d’orgoglio per la propria tradizione vincente. A quell’epoca in campo c’erano due ventenni di belle speranze e grandi talenti, Catarina Pollini e Mara Fullin, guidate in panchina da un giovane condottiero, Aldo Corno, all’epoca nemmeno quarantenne. Un terzetto delle meraviglie protagonista assoluto della pallacanestro italiana tra gli anni Ottanta e Novanta che, non a caso né per caso, firma anche la seconda stella della storia del basket femminile, quella conquistata esattamente 10 anni dopo (nella stagione 1995/96), dalla Comense, che regola l’avversario di

può che essere loro”. E così facendo fa i complimenti, nemmeno tanto indiretti, anche al terzo presidente (neo)stellato della storia del basket rosa, Marcello Cestaro: “Eh sì – aggiunge Corno sorridendo, ma non scherzando – indubbiamente il segreto di Schio si chiama Marcello”. Poi torna alle sue “stelle” ed alla gratitudine per i presidenti: “Pennestrì era un grande manager ed un dirigente lucido e preparato, Concato un uomo di basket a 360 gradi. Lui era all’avanguardia su tutto, credo sia stato uno dei più grandi dirigenti dello sport italiano”. Immediato l’eco di Mara Fullin: “È stato Antonio Concato la vera stella di Vicenza: lui ha costruito quelle 10 vittorie come una formichina, senza mai fare follie, senza allungare il passo più di quanto la gamba concedesse, ma procedendo di obiettivo in obiettivo”. Solo che di passo in passo, si è arrivati a conquistare grandissimi traguardi, in Italia ed in Europa: “La forza della Societá – prosegue Fullin – è stata quella di tenere sempre un profilo basso, di trattare tutte le giocatrici con equità ed equilibrio e di essere


COMENSE MARA FULLIN, IN CAMPO INSIEME A POLLINI E COACH CORNO, SIA PER LA STELLA DI VICENZA CHE PER QUELLA DELLA COMENSE.

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focus

una grande scuola di basket. A Vicenza si andava per imparare a giocare a pallacanestro”. Poi, come effetto collaterale per nulla malvagio, arrivavano anche successi a ripetizione, in campionato e coppe.

Dal Veneto alla Lombardia, per ingrandire il firmamento. A Como, Fullin, con la stella ha fatto tredici: “Quello del 1996 – ricorda e racconta la grande ex azzurra - è stato il mio tredicesimo scudetto personale (in tutto sono 15, ndr). Ed è stata una vittoria particolare, non solo perché era il decimo tricolore di Como (ce-

lebrato dalla società con un ciondolo donato a tutte le ragazze), ma anche perchè mi aveva permesso di superare per numero di vittorie personali il grande mito di Dino Meneghin (che a scudetti si è fermato a 12, ndr). Dino prese carta e penna e mi scrisse un biglietto, inviato via fax, che ancora ho appeso in casa: una grandissima soddisfazione”. “Ora che il record assoluto di vittorie in Campionato è tuo, non ti resta che batterlo l’anno prossimo. Complimenti vivissimi e in bocca al lupo”, scrisse il Dino Nazionale a Mara, per un high-five da campione a


SCHIO L’ULTIMA NATA, LA STELLA DI SCHIO, APPARSA LE NOTTE DEL 9 MAGGIO SCORSO DOPO L’ENNESIMA BATTAGLIA CONTRO RAGUSA.

campionessa che – allora come oggi – rende ancora più scintillante la stella della Comense. Detto, fatto. Mara non si è accontentata del tredici e, sempre vestendo la maglia della Comense, è andata avanti fino a strappare il quindicesimo tricolore personale, ritirandosi da record-woman. E passando virtualmente, a più di vent’anni di distanza, il testimone a Raffaella Masciadri, capitana della terza (ed ultima) squadra che ha raggiunto l’ambito traguardo dei dieci tricolori: Schio. La stella del Famila di Marcello Cestaro è apparsa nel-

la notte del 9 maggio scorso dopo l’ennesima battaglia vinta contro Ragusa, per illuminare l’infinta carriera di Masciadri, che ha lasciato i parquet con al collo la retina del decimo scudetto della sua Schio ed eguagliando proprio Fullin per numero di scudetti vinti (15). A dimostrazione che le pagine dei libri di storia si riempiono negli anni in cui sul parquet corrono grandi campioni e dietro la scrivania siedono uomini preparati e appassionati. Non c’è passione senza preparazione, non c’è vittoria senza competenza. E quelle tre stelle brillano, sì, ma di sudore. Il che le rende davvero speciali.

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SABRINA CINILI, 30 ANNI, HA GIÀ DISPUTATO CON LA MAGLIA AZZURRA L’EUROPEO DEL 2013 E DEL 2017. NELLE QUALIFICAZIONI A EUROBASKET 2019 È STATA IN CAMPO 22 MINUTI DI MEDIA.


cover story

CINILI VA “OLTRE”

È LA PAROLA CHE SABRINA HA TATUATA SUL DITO: “SIGNIFICA GUARDARE OLTRE LE COSE, NON È SEMPRE FACILE”. “PECCATO LA FINALE CON RAGUSA, PENSAVO POTESSIMO FARE DI PIÙ”. LE CONQUISTE? “IL TIRO, DIVERTIRSI IN CAMPO, LA SOLITUDINE”. E ORA CON LA NAZIONALE...

di GIULIA ARTURI

“L

e Olimpiadi sono un obiettivo realizzabile. Ma io

direi che possiamo fare molto bene all’Europeo stesso. Non siamo insieme dall’ultima partita di qualificazioni di novembre, ma da come ci siamo ritrovate e da come riusciamo a giocare, non si direbbe mai siano passati cinque mesi”. Dagli Europei U16 in Turchia nel 2003, che allora si chiamavano cadette, sono passati invece 16 anni. Io e Sabrina occupavamo più o meno stabilmente gli ultimi due posti della panchina: 5 minuti di media lei, 7 io. Ma neanche il caldo torrido della Cappadocia in piena estate poteva confondere le idee a chi aveva un po’ di occhio: quel talento quattordicenne, due anni sotto età rispetto alle compagne, avrebbe avuto poco a che fare con il ruolo di comprimaria in futuro. Lo slancio, dal fondo di quella panchina, l’ha portata lontano. Trent’anni appena compiuti, l’azzurro nel cuore e l’arancio di Schio all’orizzonte. Da un

sudato ma poco gratificante decimo posto a quegli Europei, alla voglia di sognare in grande, sempre con la scritta Italia sul petto: dopo una crescita che l’ha vista passare da Umbertide, Ragusa, Napoli, Spagna e Turchia, Sabrina ha imparato ad essere protagonista in campo e fuori. Silenziosa alla ricerca dei suoi spazi, non ha però nessuna remora nel farsi sentire quando serve. Una voce fuori dagli schemi, che ha tanto da raccontare. Questa Nazionale può avere progetti ambiziosi? “Il primo giorno di raduno è stato incredibile. Dopo i primi allenamenti ci hanno mandato i video del 5vs0. Non sono riuscita a trattenermi dal mandare un messaggio a Crespi: “Scusa, ma questi video sono stati velocizzati?”. Ho avuto l’impressione che andassimo a duemila. Siamo partite carichissime, dalla prima all’ultima. Non c’è stato bisogno che il coach ci motivasse, è bastato vestirsi Italia: questa atmosfera è bellissima. Marco poi in questo è grande: non mol-


cover story

“UNA GIOCATRICE CHE MI HA IMPRESSIONATO? QUIGLEY: HA UNA TECNICA SPAVENTOSA, È BELLO VEDERLA GIOCARE, FA SEMPRE LA COSA GIUSTA E SEMBRA NON FACCIA NESSUNA FATICA”.

la mai ed è la mentalità che trasmette ogni giorno. Dal punto di vista tecnico, non tratta tutte allo stesso modo: ognuna di noi riceve un consiglio diverso, anche su una situazione identica; ha un approccio molto selettivo, e anche psicologicamente è un maestro: riesce a tirare fuori il meglio dalle sue giocatrici”. Parliamo di Ragusa. Era la tua seconda stagione in Sicilia, anche se in momenti diversi. Siete tutte e due le volte arrivate vicine a vincere, senza riuscirci. È più la delusione di aver perso la finale o la soddisfazione di un’annata positiva con la vittoria della coppa Italia? “Mi rimane il rimpianto di non essere riuscita a conquistare lo scudetto. La coppa Italia è un obiettivo importante, ma è la vittoria finale per cui lavori e ti prepari tutto l’anno. La coppa è più una spinta per fare ancora meglio; è come vincere il primo girone agli Europei: è significativo, ma dopo c’è ancora tutto un pezzo di strada da fare. Quindi sì, c’è po’ di amarezza. Avevo fiducia che la mia squadra fosse la più forte, ma chi poi ha dimostrato di saper giocare meglio è stata Schio”. Cosa vi è mancato? Un po’ di energia? “In realtà no, penso che non siamo riuscite a sfruttare

a nostro favore i punti deboli di Schio e allo stesso tempo non siamo state in grado di usare tutti i nostri punti di forza; non siamo state capaci, contro la loro difesa, di esprimere un gioco di squadra che esaltasse le caratteristiche di ognuna di noi”. Cosa ti lascia la Sicilia? “Il calore stupendo dei tifosi, quando penso alla Sicilia penso a loro. E poi tanto sole, io che vivevo al mare me lo sono goduta (risata)”. Tante volte il tuo nome era stato accostato a Schio. Come mai questa è stata la volta buona? “Mi ero sempre detta che prima avrei voluto vincere contro di loro, ma alla fine le cose sono andate in maniera diversa. Sono molto contenta di inserirmi ora, troverò tante ragazze che sono con me in Nazionale. È una cosa che mi rende proprio felice. Anche l’arrivo di Nicole (Romeo ndr) a Ragusa mi ha regalato la stessa emozione: era un pezzetto di azzurro lì con me anche durante la stagione. L’idea di arrivare a Schio e di ritrovare tante di loro è una bella emozione. La Nazionale è uno dei miei posti del cuore, mi sento bene, mi sento a casa”. Nella tua carriera ci sono anche due stagioni all’e-


stero: una in Turchia e una in Spagna. Esperienze positive? Cosa ti ha spinto ad andare lontano? “In Turchia sono andata perché avevo la possibilità di giocare l’Eurolega. Dopo quattro stagioni ad Umbertide, ho preso al volo questa occasione, ancora prima di sapere dove fosse esattamente Kayseri. È stato bello perché da subito mi sono sentita parte integrante del gruppo: c’era l’Eurolega, sette straniere, insomma era la prima squadra così importante in cui giocavo. Confrontarmi con altre giocatrici, in un campionato nuovo, con un ritmo diverso, mi ha fatto crescere: mi sono misurata con qualcosa che non avevo conosciuto fino a quel momento. In Spagna saltai diverse partite a causa di un infortunio, ma fu un’altra tappa fondamentale per il mio percorso: lì ho giocato da leader, cosa a cui non ero mai stata abituata. Ho imparato cosa significa essere una giocatrice importante nelle dinamiche di squadra”.

cosa. Con Serventi, nei quattro anni ad Umbertide, ho costruito e insistito sui fondamentali e sono cresciuta nella costanza. Prima di lui Gabriele Diotallevi mi ha fatto capire che avrei potuto giocare a certi livelli, se non ci fosse stato lui forse non avrei continuato. Prima ancora Amedeo D’Antoni che mi ha detto “be’, potresti essere qualcuno, ma prima inizia a divertirti con il basket”. Anche in questo caso, se non avessi ascoltato il consiglio, forse non sarei andata molto lontano. È come un puzzle: tutti hanno avuto un ruolo nella mia crescita, in questo sono stata fortunata”.

Come ti approcci alle nuove sfide? “I cambiamenti non mi hanno mai spaventato, anzi, mi trovo meglio nei cambiamenti che nella stabilità”.

A 30 anni appena compiuti a che punto del tuo percorso sportivo ti senti? “Sono tranquilla, adesso riesco a divertirmi. Sono consapevole di cosa posso fare, di quanto posso dare. Questa maggiore sicurezza sui miei mezzi toglie tante paure e incertezze e mi lascia più libera di vivere questo momento con gioia”.

Quali sono stati gli allenatori che ti hanno lasciato di più in carriera? “Ogni allenatore che ho avuto mi ha lasciato qual-

Nel corso della tua carriera in cosa ti senti migliorata? “Nel tiro. Negli anni ad Umbertide ricordo di aver avuto parecchie difficoltà, non tiravo mai. Ora ho molta più fiducia”.

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cover story Hai parlato di paure e incertezze. Ci sono stati dei momenti particolarmente difficili nella tua carriera? E come ne sei uscita? “Ho avuto diversi momenti complicati, e devo dire che spesso sono state le mie compagne di squadra ad aiutarmi. Per esempio, Virginia Galbiati mi è stata molto vicina, soprattutto quando a metà del mio primo campionato a Ragusa ho attraversato un periodo difficile. Così anche altre compagne: devo dire che anche in questo sono stata fortunata, ho trovato persone buone e disponibili nel momento giusto”.

nizione più a beneficio dei giornali e delle statistiche. Contano di più le individualità, e saper sfruttare quello che una giocatrice sa fare meglio”.

È vero che tendi ad essere un po’ solitaria, meditativa? “È vero, spesso sento il bisogno di stare da sola, anche se così facendo a volte mi rendo un po’ antipati-

All’estero, soprattutto negli Stati Uniti, le atlete donne sono un esempio per le ragazze che si avvicinano allo sport. In Italia si sfrutta poco questo aspetto?

Non sei il tipo che si tira indietro se c’è qualcosa da dire, o sbaglio? “Con le giuste maniere, dovremmo farci sentire di più. Se diventiamo una voce sola, alla quale poi se ne possono aggiungere altre, allora possiamo fare tanto, non ci vuole molto. Io sono la prima: se c’è qualcosa da cambiare chiamatemi”.

“La Nazionale è uno dei miei posti del cuore, mi sento bene, mi sento a casa”. ca. Ma avverto la necessità di passare qualche giornata senza parlare. Diciamo che in questi momenti è il mio cane il compagno migliore! Più che pensare mi piace andare in giro, immergermi nella natura, in particolare amo moltissimo l’acqua”. Ti piace viaggiare? Cosa cerchi quando parti? “Sono partita anche da sola, mi piace scoprire, ma soprattutto non avere programmi, anche nelle cose semplici: vado, guardo quello che mi piace e finisco sempre per fare un sacco di cose così come viene. Anche quando vado in America e viaggio in compagnia, mi prendo qualche giorno per andarmene da sola da qualche parte”. E il viaggio dei sogni? “Alaska, o il Polo Nord, mi affascina il nord”. Ci sarà ancora il basket una volta finita la tua carriera da giocatrice? “Non mi è mai dispiaciuta l’idea di diventare allenatrice, magari come assistente per curare maggiormente le individualità. Però non lo so, non so neanche in quale parte del mondo sarò, quindi un po’ difficile dirlo. Ma un po’ di imprevedibilità ci vuole, è una spinta in più per approdare infine da qualche parte”. Tornando al basket, alla fine ti senti più un 3 o un 4? “Mi ci ritrovo un po’ in tutti e due i ruoli, ma sinceramente mi diverto più da 3. Dipende anche dalla visione di gioco, per esempio il 4 della Nazionale non è statico. Ho imparato che quella dei ruoli è una defi-

“Forse abbiamo ancora l’idea che non siamo noi il movimento, ma non è così: il movimento invece siamo proprio noi e dobbiamo renderci conto che abbiamo la forza per cercare di cambiare le cose”. Hai dei modelli nella vita, qualcuno a cui ti ispiri, anche non in ambito cestistico? “Vito Mazzeo. È un ballerino di danza classica, un mio carissimo amico, è stato primo ballerino a San Francisco per tre anni. Ora è ad Amsterdam, primo ballerino del Dutch National Ballet, un vero atleta. Ciò che mi piace più di lui è la leggerezza infinita con cui vive la sua passione. È questo che a me manca: prendere le cose con più leggerezza, che non vuol certo dire con meno serietà o impegno”. Qual è l’insegnamento più prezioso che conservi? “Di guardare oltre le cose. Mi rimane ancora un approccio difficile. In alcuni casi è più semplice, in altri ci devo pensare su. Mi sono fatta apposta un tatuaggio, “oltre” scritto sul mignolo, così non me lo scordo mai”. L’armonia della performance di un ballerino nasconde milioni di piccoli, fondamentali e curatissimi dettagli. Anche sul campo da basket i dettagli fanno la differenza: lo scivolamento in più, la scelta giusta, il passaggio extra. E Cinili in questo è una prima ballerina. P.s.: chi c’era con noi in quella Nazionale cadette 2003? Be’, non è andata male, tre lustri dopo, anche per Sottana, Battisodo, Bagnara, Visconti, Martina Fassina (la prima), Sarni, Valerio, Zampieri...


NELLA SUA ULTIMA STAGIONE A RAGUSA È STATA TRA LE PROTAGONISTE DELLA VITTORIA IN COPPA ITALIA. IN CAMPIONATO HA CHIUSO CON 6.3 PUNTI DI MEDIA, TIRANDO CON IL 37% DA 3 PUNTI.

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COSTA NEL REMAKE DELLA FINALE 2018, BATTE ALPO IN CASA E TRIONFA DAVANTI AL SUO PUBBLICO.


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PARADISO PER TRE

COSTA MASNAGA, PALERMO E BOLOGNA CONQUISTANO LA PROMOZIONE IN A1. RETROCEDONO ELITE ROMA E SAVONA. QUESTI I VERDETTI DOPO UN MAGGIO DI EMOZIONI STRAORDINARIE NEI PLAYOFF E PLAYOUT DI A2. LE STORIE DELLE TRE CAVALCATE VINCENTI E I BILANCI DELLE ELIMINATE

di manuel beck

A

pplausi per Costa Masnaga e La Spezia, Lacrime di

gioia e di dolore, rimonte clamorose, palazzetti pieni, il giusto equilibrio tra sorprese che danno sapore e conferme che premiano le migliori. È stato un grande maggio per l’A2, con i playoff che hanno premiato Costa Masnaga al Nord e Palermo al Sud, poi Bologna nello spareggio per la “promozione-bonus” (consentita dalla defezione di Napoli in A1). Nei playout salvezza “eroica” per San Martino; più netta, al primo o al secondo turno, per Ponzano, Albino, Marghera, Nico e Athena Roma.

LA RIVINCITA DI COSTA La squadra che l’anno scorso spreca-

va le occasioni è diventata la più brava a coglierle. Alla B&P Autoricambi di coach Pirola il destino ha regalato, a 12 mesi di distanza, sullo stesso campo di casa e contro la stessa avversaria, la gioia più grande dopo la delusione più cocente. Nei playoff Nord 2018, infatti, Alpo bruciò Costa di 1 punto con due triple negli

ultimi 5 secondi. Anche stavolta “in gara-2 di finale” si decide tutto in volata, dopo un duello bellissimo per i 600 che hanno stipato (ben oltre capienza) il palazzetto della Brianza lecchese, e per chi l’ha seguita in tv su Sportitalia. Alpo, che difende il +2 dell’andata, rimonta da -13 al pareggio. Ma a 20 secondi dal termine Frustaci, classe 2001, realizza in arresto-e-tiro l’81-77, poi Galbiati non trova allo scadere il canestro del supplementare. Ed esplode la festa del popolo masnaghese per un’A1 ritrovata dopo 23 anni. Tra beffa e trionfo il confine è spesso sottile, una palla che entra e una che esce; ma la differenza tra lasciarsi segnare 6 punti in 5 secondi, come fece Costa nel 2018, e difendere di squadra in modo perfetto, come nell’ultima azione di quest’anno, è enorme e dà la misura della maturazione definitiva del gruppo. Dimostrata anche nella durissima semifinale con Moncalieri: in gara-1, soverchiate a rimbalzo, le biancorosse sono uscite con un -8 e una sensazione


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Per Costa una gran rivincita su Alpo. Baldelli e Rulli sugli scudi, preziose le giovani del vivaio. Palermo schiacciasassi: 5 vittorie più un... pareggio ad A1 già messa al sicuro

d’inferiorità; nel ritorno hanno invece saputo imporre un tipo diverso di partita, cancellando la supremazia fisica delle avversarie con uno sforzo collettivo d’intensità, una zona dinamica e una ripresa da 45 punti segnati. Le protagoniste sono state Baldelli (71 punti nelle ultime 3 partite) e Rulli (28+12 rimbalzi in gara-2 di finale); tutte importanti in momenti diversi Vente, Picotti, Tibè e Longoni; il fiore all’occhiello sono le giovani del vivaio che lo scorso anno ha conquistato due scudetti e mandato 4 Under 16 a medaglia d’oro con la Nazionale. La già citata Frustaci, le 2002 Spinelli e Balossi hanno avuto un ruolo significativo in questi playoff; loro e altre attendono di mettersi in gioco in un’A1 che, pur con i dovuti innesti, non stravolgerà il gruppo della promozione.

IMPRESSIONANTE PALERMO La miglior squadra dei playoff

2019. Cinque vittorie su 6, più… un pareggio, staccando il piede dall’acceleratore solo nell’ultimo quarto del ritorno della finale con Bologna, a promozione ormai in ghiaccio. Della cavalcata dell’Andros Palermo parliamo nell’intervista di Silvia Gottardi a coach Santino Coppa; qui ci limitiamo ai dati: +13 complessivo su Faenza, addirittura +72 (!) su Civitanova in semifinale, +21 nell’andata della finale su Bologna, con 21 punti di Cupido e 18 di Russo. L’innesto di Costanza Verona (dal Geas di A1) sul finire della stagione regolare ha reso esplosivo un arsenale di qualità (Miccio, Marta Verona, Manzotti oltre alle già nominate), ma fin lì numericamente limitato; ad allungare le rotazioni ha provveduto anche il rientro delle infortunate Novati e Cutrupi. Sotto canestro, con la torre Vandenberg, non ce n’era per nessuno (50-25 il conto dei rimbalzi in gara-1 con Bologna). Devastanti.

I MIRACOLI DI BOLOGNA La squadra delle grandi rimonte

dipinge il suo capolavoro con la seconda promozione in 3 anni. Già quella del 2017 fu ottenuta con un “ribaltone” memorabile, dal -11 dell’andata contro il Geas nella serie finale. Ma quest’anno D’Alie e compagne si sono superate per venire a capo di un cammino durissimo. Il 1° turno contro Valdarno, infatti, è subito ad alto rischio: e si conferma tale con il +9 per le toscane sul proprio campo. Ma nel suo Cierrebi, la Matteiplast vince di 11 dopo un supplementare (era solo +1 al 30’) con 25 punti di Tava.

Sullo slancio, sempre nel suo “fortino”, la squadra di coach Giroldi scatta forte in semifinale contro Campobasso: +9 con 22 di Tassinari. Poi al ritorno, in Molise, protegge lo scarto venendo fuori nell’ultimo periodo: +3 ed è finale Sud raggiunta. Lì è insuperabile l’ostacolo-Palermo: il -21 incassato in Sicilia, nonostante i 18 di Tava, è troppo persino per le specialiste in rimonte; ce n’è comunque una d’orgoglio per pareggiare gara-2 e non lasciare che il Cierrebi sia violato. Mentalità anche questa. Che riemerge nel momento più difficile dello spareggio con Alpo: tutto sembra perduto sul -19 (35-54) a un quarto e mezzo dalla fine. Spalle al muro, le triple di Nannucci suonano la carica, la zona manda in confusione l’attacco delle veronesi, la marea bolognese sale (grande anche Tava) e sommerge tutto con un clamoroso 29-6 in 9 minuti. Tassinari e D’Alie allungano a +8 a 3’30” dalla fine. Tocca però alla Matteiplast restare a secco per 3’ abbondanti; Alpo si riavvicina a -3 ma un libero di Cordisco sigilla l’impresa: 72-68 con 19 di D’Alie, 16 di Tava, 15 di Nannucci. Storer, Meroni, Rosier, Dall’Aglio gli utili complementi di un gruppo che nella “Basket City” bolognese ha conquistato la stima anche di chi solitamente segue solo il maschile; ma su cui pende un grosso punto interrogativo per il futuro, stando alle parole del presidente Civolani. Il commento al riguardo lo lasciamo all’editoriale di Silvia Gottardi: ci limitiamo a dire che una seconda rinuncia all’A1 sarebbe una ferita grave. Anche se purtroppo siamo abituati al fatto che le promozioni, nello stato attuale delle nostre categorie maggiori, si conquistino e si perdano tanto d’estate a bocce ferme quanto in primavera sul campo…

PLAYOFF: LE ALTRE Le tredici non promosse vanno in va-

canza con sensazioni diverse: chi con l’amaro in bocca e chi con la piacevole consapevolezza di aver fatto il possibile. Grandi rimpianti, ovviamente, per Alpo, che ha visto per due volte il treno dell’A1 passarle vicinissimo e sfuggire via. Arrivate ai playoff in calo, le veronesi hanno ritrovato la loro versione migliore nella serie con Udine (doppio +11) e nell’andata con Crema, il loro “top” con un +24 nel primo tempo e un +16 conclusivo (Zampieri 17 punti). Che non è bastato a evitare brividi al ritorno, quando a -2’ dalla fine le cremasche stampavano un +17 sul tabellone. La reazione di Ramò (21 punti) e compa-


PALERMO LA STREPITOSA CAVALCATA DEI PLAYOFF REGALA LA PROMOZIONE IN A1 DOPO QUASI 30 ANNI.

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BOLOGNA LA SQUADRA DEI MIRACOLI E DELLE GRANDI RIMONTE. GIOCHERÀ LA A1 CONQUISTATA SUL CAMPO?


Bologna rimonta da -19 nello spareggio con Alpo. Si fermano in semifinale Crema, Moncalieri, Campobasso e la sorpresa Civitanova. Playout dominati dal girone Nord

gne ha salvato il “pass” per la finale contro Costa, dove però, dopo il +2 strappato in rimonta in gara1 è mancato il guizzo vincente in volata, anche per sfortuna (5° fallo di Dell’Olio sul più bello). Gran Zampieri in entrambe le gare: 20 e 22 punti, bene Vespignani e Galbiati nella seconda. Nello spareggio con Bologna tutto ok finché si è spenta la luce sul +19 e non si è più riaccesa: troppe palle perse, alcune per passaggi superficiali, e un calo difensivo che ha ridato fiducia alle avversarie. Sulla carta non mancava nulla alla squadra di Soave per salire; ma nei momenti decisivi, impressione nostra, non ha avuto la stessa granitica coesione di Costa e Bologna. Le semifinaliste al Nord, Crema e Moncalieri, hanno pagato una sola partita “storta” a testa: l’andata con Alpo per le lombarde (nonostante 25 punti di Melchiori), il ritorno con Costa per le torinesi (Grigoleit 17 punti e 17 rimbalzi). Ma la prima ha messo in bacheca la Coppa Italia, la seconda è andata oltre ogni aspettativa prestagionale, da matricola, anche se l’innesto di Trucco faceva sognare di arrampicarsi fino in cima. Situazioni opposte per le semifinaliste al Sud: Campobasso, che aveva legittime ambizioni, ha perso 3 partite su 4, ribaltando bene il 1° turno con Umbertide ma cedendo due volte su due con Bologna; Civitanova ha fatto una grande impresa, eliminando, da ottava nel tabellone, la “numero 1” La Spezia con un doppio +1: al ritorno, magia della 2001 Orsili che scippa Packovski e deposita il canestro decisivo. Senza troppi rimpianti le eliminate nei quarti al Nord: Milano si è tolta lo sfizio di battere Costa in trasferta; Castelnuovo è arrivata in precarie condizioni (Pieropan e Corradini a mezzo servizio) nel derby con Moncalieri; Vicenza si è stampata contro la solidità di Crema; Udine ha impensierito Alpo per buoni tratti ma ha pagato un quarto di blackout in ambo le gare. Più variegato il discorso al Sud: Spezia vanifica il primato in stagione regolare, ma senza Cadoni la coperta era corta, e resta l’applauso per quanto fatto a sorpresa in precedenza; Umbertide non ha capitalizzato il +10 all’andata su Campobasso, ma resta una delle rivelazioni dell’annata; a Valdarno non sono bastati i 50 punti di Rosset in due gare, e uscire all’overtime fa male; Faenza, con una buona Policari, ha provato a impensierire Palermo, che però era troppo lanciata, e coach Ballardini non ha potuto…

schierare se stessa, acciaccata. La magia dei playoff 2018 non si è ripetuta. Nota finale sulla formula: l’andata-ritorno non è la più adatta allo spirito dei playoff, in cui conta solo vincere, non la differenza-canestri; ma quando gli ingredienti principali (cioè le squadre) sono di qualità, il piatto è saporito comunque venga cucinato.

PLAYOUT: SALVEZZE E CONDANNE Piangono Savona ed Elite

Roma, che fanno compagnia al quartetto già retrocesso in stagione regolare (Pall. Bolzano, Varese, Orvieto, Forlì). Ride l’altra romana, l’Athena, e l’intero girone Nord, le cui 4 squadre si sono salvate in blocco al primo turno, marcando una superiorità netta. Albino e Ponzano, con i rinforzi esteri Brcaninovic e Ciabattoni, c’entravano poco con questa compagnia: rapido 2-0 su Athena e Nico rispettivamente. Mostruosa la coppia Iannucci-Brcaninovic in gara-1: 27 punti con 10/11 per Federica, 46 di valutazione per la bosniaco-tedesca. Per le trevigiane positiva la crescita del collettivo, divenuto meno dipendente dalle folate offensive di Ciabattoni. Anche Marghera ha avuto vita facile, liquidando 2-0 Savona con la solita “spazza-tabelloni” Toffolo (24 punti e 17 rimbalzi in gara-2). L’unica serie-thrilling del primo turno è stata fra Elite Roma e San Martino: 3 partite tirate, alla fine hanno festeggiato le padovane, di 1 punto in gara-3 con una rimonta da -15, confermando un carattere e una compattezza del collettivo costruiti con la pazienza di far maturare le proprie giovani, senza puntare su rinforzi in corsa come gran parte della concorrenza. La sorte ha punito l’Elite oltre i demeriti, facendole trovare al 2° turno una Nico più attrezzata, nonostante l’assenza di Innocenti: le pistoiesi hanno chiuso i conti con un 2-0 (pur con un certo equilibrio in entrambe le sfide) e Tomasovic sugli scudi. Mentre le romane perdevano Grattarola per infortunio, l’ennesimo di una stagione in cui avevano fatto meglio delle concittadine, ma ora le guardano festeggiare. L’Athena, infatti, ha avuto, e ben sfruttato, un’occasione più propizia nel turno decisivo, trovandosi contro una Savona con le ruote sgonfie: due vittorie nette per il Gruppo Stanchi, trascinato da Grimaldi in gara-1 (23 punti), mentre le liguri in 4 partite di playout non hanno mai superato quota 46, con la sola Penz a produrre bottini consistenti.

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primo piano

SANTINO COPPA RAGUSANO, CLASSE 1950, È L’ALLENATORE SICILIANO PIÙ VINCENTE DI SEMPRE. CON PRIOLO 2 SCUDETTI E UNA COPPA CAMPIONI.


primo piano

SANTINO IS BACK

SANTINO COPPA, IL VULCANICO DEUS EX MACHINA DI PRIOLO, TORNA IN A1 ALLA GUIDA DI PALERMO. E ALLA SUA 29ESIMA STAGIONE IN A1, CON DUE SCUDETTI E UNA COPPA CAMPIONI IN BACHECA, HA ANCORA VOGLIA DI STUPIRE

Di Silvia Gottardi

“D

accilla! Daccilla!” Santino Coppa mi ha accolta così,

quando ho messo piede per la prima volta sul parquet del Palaenichem con l’entusiasmo di chi non vede l’ora di confrontarsi con la massima serie: era la stagione 1998/99. Le sue urla in dialetto siculo ovviamente per me, di madre austriaca e padre bolzanino, non significavano niente, ma ci ho messo poco a capire che la palla la dovevo passare più velocemente possibile sotto a Tangela Smith o in contropiede a Susanna Bonfiglio (ora sua moglie): “Dagliela! Dagliela!”. Che poi io a Priolo c’ero andata proprio per giocare con Susanna, la più forte di tutte, e per essere allenata dal famoso Santino Coppa, il mago della box and one, il deus ex machina della Trogylos Priolo, che aveva portato dalla Promozione Regionale della stagione 1975/76 alla conquista della Coppa Campioni nel 1990. Non vedevo l’ora di giocare, anche se capivo poco di quello che diceva.

Verace, istrionico, focoso, risoluto. Il rapporto con lui non

è sempre stato facile. A volte irascibile - quella volta in cui ha spaccato la lavagnetta per terra perchè non eseguivo un movimento come voleva non la scorderò mai, - ma anche comprensivo e dolce – mi ha chiesto lui di inserire in questo pezzo una foto in cui ci fossi anche io. Le mie due stagioni in Sicilia, comunque, sono state bellissime, finite poi con lo scudetto 2000 cucito sulla maglia (per Santino il secondo dopo quello del 1989). Quando nel 2014, dopo ben 28 stagioni in A1 (record italiano), a causa di problemi economici la Trogylos si è ritirata, è stato un momento molto triste per tutta la pallacanestro femminile italiana. E lo è stato altrettanto non vedere più sul parquet Santino… Ma ora è tornato! Complimenti per la promozione con Palermo, era ora che tornassi in A1! Eh sì, è vero, però non sono stato mai fermo, non ci riesco. Ho allenato la Nazionale di Malta (con cui ha


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SCUDETTO 1999/2000 IN PIEDI DA DX: COPPA (ALL.), BONFIGLIO, SANCHEZ, SEINO, TIRALONGO, ALEKSANDROVA, PHILLIPS, ALTOBELLI (ASSISTENTE). ACCOSCIATE DA DX: LA ROSA, MONTICELLI, GOTTARDI, FERAZZOLI, VINCI.

ottenuto molti successi, tra cui due medaglie d’oro ai Campionati per Piccoli Stati NDR) e quella Tailandese… E poi vado spessissimo negli USA, dove seguo da vicino il lavoro di mio figlio, assistant coach della squadra femminile dell’Arizona University. L’allenatrice, tra l’altro, è sua moglie Adia Barnes, l’ha conosciuta quando lei giocava a Priolo con me. Cosa ti ha portato a Palermo?

Mi hanno chiamato nel novembre del 2017, proprio quando ero in partenza per gli USA. Ero molto restio, all’inizio non volevo nemmeno andare a parlarci, l’ho presa quasi come uno scherzo. Mi ha convinto Susanna a farlo… E una volta a Palermo mi sono subito fatto convincere e coinvolgere dall’entusiasmo dell’ambiente. Ho cominciato dopo Natale, senza un vero e proprio progetto, se non quello di “dare una mano”. Quest’anno invece, grazie al Presidente


Adolfo Allegra (Mister Andros) che mi ha dato carta bianca, ho costruito la squadra che volevo, la migliore che potevo con il budget a disposizione. I risultati sono arrivati subito. Dopo 27 anni sulla stessa panchina, non è strano allenare un’altra squadra, siciliana per di più? Eri abituato ad una piccola realtà come Priolo, in una grande città come Palermo cosa è cambiato?

Il mio nome è legato a Priolo, ma più che altro alla Sicilia. A Palermo ho ritrovato tanti vecchi amici, ho fatto l’ Isef qui. E poi il Verga Palermo è una Società che ha grandi e vecchie tradizioni, trent’anni fa è già stata in Serie A1: ricordo molti derby con Priolo, conoscevo già un po’ tutti. Il mio arrivo ha portato una ventata di ottimismo ed entusiasmo, culminato con la promozione, che all’inizio era solo una speranza. È una grande città, ma il coinvolgimento del pubblico non manca…

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primo piano Pensa che quando siamo atterrati all’aeroporto Falcone-Borsellino, in fondo alla scaletta, ci aspettavano il Sindaco e una bella folla per festeggiarci. Ho conosciuto gente fantastica, giocatrici fantastiche. Ti sei divertito in A2? Mi sono divertito moltissimo, come tutte le cose nuove mi ha entusiasmato. La A2 non la conoscevo per niente, non avevo nemmeno mai visto una partita. Quando sono arrivato qui ho scoperto un mondo nuovo, è stata una piacevole sorpresa. Il livello del campionato è buono, ci sono tante giocatrici che potrebbero sicuramente fare bene in A1. Ci sono tante scommesse che si possono fare, e io sono uno a cui piace scommettere… L’ho fatto anche con te, quando ti ho presa dalla A2 a 20 anni e ti ho fatto fare il play della mia squadra. E ora cosa ti aspetti da questa nuova avventura in A1? Non mi aspetto nulla, mi sono proposto di godermi questo momento, giorno per giorno. Per la prima volta non devo occuparmi io in prima persona di sponsor, budget ecc… Voglio godermela. Ovviamente la A1 è un’altra cosa: ci sono tre straniere, si alza il livello tecnico. Cercherò di fare una squadra che si possa salvare senza fare troppa fatica e che diverta. Mi piacerebbe gettare le basi per un futuro in cui puntare di

rinunciare alla A1 e siamo ripartiti dalla Serie C. Per me è stato un momento terribile, 28 anni in Serie A1 finiti così, dall’oggi al domani. Cerco con le mie risorse personali e con la mia esperienza di tenere in vita una fiammella: c’è un buon settore giovanile e la prima squadra è in B, allena mio fratello Gino. Io non ho più allenato da quando non c’è più la Serie A1. Chi gestisce tutto è Sofia Vinci, capitana storica, con me sia per i due scudetti che per la Coppa Campioni. Torniamo al presente. La A1 è cambiata abbastanza dall’ultima volta che l’hai allenata tu: le italiane più forti ora sono all’estero e tante giovani talentuose nei college in America. Cosa ne pensi? Finalmente anche le giocatrici italiane hanno capito che all’estero c’è più possibilità per questo sport. Le squadra sono più organizzate, gli stipendi più alti, e si può puntare a vincere. Le giocatrici di un certo livello sono quasi costrette ad andarsene, da noi ci sono solo Schio in Eurolega e Venezia in Eurocup. Anche il College per me è una grande opportunità, soprattutto per quelle che magari non trovano minutaggio in a1. Conosco molto bene quel mondo per via di mio figlio, è un altro pianeta. Organizzazione perfetta, palazzetti stupendi, servizi da mille e una notte, trasferte con aereo privato (almeno dove allena lui), tanto pubblico e

In A2 mi sono divertito moltissimo, come tutte le cose nuove mi ha entusiasmato. Il livello del campionato è buono, ci sono tante giocatrici che potrebbero sicuramente fare bene anche in A1. nuovo in altro, mi conosci, mi piace vincere…. Ma tempo al tempo. Al momento navighiamo a vista, il budget è tutto da cercare. La Società non era pronta per questo salto, stavamo lavorando per darle una struttura diversa, manageriale. La promozione per forza di cose ha accelerato tutto, ma ha anche creato maggior coinvolgimento da parte di pubblico, istituzioni ecc. Quanto ti farebbe comodo una come Susanna Bonfiglio in campo? Non farebbe comodo solo a me, una come Susanna manca a tante squadre di A1 e anche alla Nazionale. Era ed è una campionessa vera, anche nel modo discreto che ha di approcciare questa mia nuova avventura nella quale mi ha seguito con nostra figlia. Ora fa la moglie e la mamma a tempo pieno, mi ha regalato la vittoria più bella: Claudia (due anni e mezzo, NDR). Averle qui a Palermo con me, mi dà ancora più forza. Momento amarcord. Cosa succede a Priolo? Nel 2014, per problemi economici, abbiamo dovuto

attenzione mediatica… È una grande esperienza. E la Nazionale? Per me la Nazionale è un tabù, rimane un grande rimpianto perché non ho mai allenato nemmeno una squadra giovanile. Però ovviamente la seguo… Il fatto che alcune giocatrici italiane abbiano fatto esperienze importanti all’estero sarà determinante, così come lo è l’inserimento delle “naturalizzate”, Romeo è una giocatrice stupenda. Ora ci sono cinque, sei giocatrici di grande livello internazionale, credo che Crespi abbia in mano gli strumenti per fare bene. Speriamo sia la stagione buona. Un’ultimissima domanda Santino, ma la fai ancora la box and one? Non risponde, ride. Però io ho avuto gli incubi per anni, sognavo le guardie americane coi razzi nei piedi a cui mi faceva francobollare. Che se mi scappavano, e mi scappavano, erano improperi incomprensibili. Ben tornato Santino, ci sei mancato!


PALERMO IN A1 QUARTA A FINE STAGIONE REGOLARE, LA ANDROS PALERMO BATTE IN FINALE BOLOGNA E CONQUISTA LA A1.

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SIMONA CASCIO MESSINESE, CLASSE 1989, PIVOT. CAPITANA E LA COLONNA PORTANTE DELLA NAZIONALE SORDE.


altri mondi

SILENT BASKET

DETERMINATE, AMBIZIOSE, APPASSIONATE. LE RAGAZZE DELLA NAZIONALE BASKET SORDE SONO PRONTE PER AFFRONTARE I MONDIALI DI LUBLINO, CON L’OBIETTIVO DI DIVERTIRSI, REALIZZARE SOGNI E CREARE INTEGRAZIONE. SIMONA SORRENTINO: “LA NOSTRA (SORDITÀ) È UNA CARATTERISTICA E NON UN LIMITE”

Di Marco Taminelli

A

bbattere barriere, creare dal nulla una realtà splendida

e ricca di passione, divertirsi creando un gruppo unito e solidale. Tutto possibile grazie alla Nazionale Italiana di basket sorde che volerà, il prossimo 27 giugno sino al 6 luglio, alla volta di Lublino (Polonia) a giocarsi il Mondiale.

SOGNO IN ITINERE Nazionale sorde che nasce dalla deter-

minazione e dalla volontà ferrea di Beatrice Terenzi, autentico deus ex machina ed attuale Direttore Tecnico della selezione azzurra. Proprio la genesi di questa avventura fa comprendere appieno quanta dedizione e costanza ci siano volute alla giornalista sportiva pesarese, in collaborazione con la collega Elisabetta Ferri, per creare questo meraviglioso progetto: “Attraverso la mia professione di giornalista mi capitò l’opportunità, nel 2010, di conoscere una giocatrice che partecipava ad un torneo di beach volley per sorde. Da appassionata, ed ex giocatrice, di basket le chiesi se ci fossero squadre o tornei di

pallacanestro per sorde. Fui sorpresa di sentire che non ce ne erano assolutamente, non solo nella nostra zona ma proprio in tutto il territorio italiano. Con Elisabetta Ferri (mio braccio destro) abbiamo incominciato a capire se poteva funzionare la nostra idea di provarci e lanciato la sfida. Raccolta subito anche dalla FSSI (Federazione Sport Sordi Italia): senza il supporto del Presidente Guido Zanecchia, del segretario generale (ed attuale vice allenatore) Fabio Gelsomini e del consigliere federale Massimiliano Buca tutto questo non sarebbe stato possibile”.

OPERAZIONE RECLUTAMENTO Epoca quasi pre-social con una

naturale difficoltà di pubblicità e reclutamento, come conferma la stessa Terenzi: “In quel momento c’era sostanzialmente solo Facebook (caricando video ed inviti a conoscerci meglio) tra i social attivi più diffusi, non era facile farci pubblicità e trovare ragazze pronte a giocare. Complesso anche trovare giocatrici di basket, ed infatti le prime nostre atlete proveniva-


altri mondi no da esperienze diverse, come karate, tennis tavolo ed, in particolare, il calcio. Il tam tam, il lavoro quotidiano anche della nostra associazione che presiedo (Il Campo) ci ha dato però risultati quasi insperati. Ragazze non solo delle Marche ma anche da altre aree del Paese: ad esempio dalla Sardegna oppure, come Sara Canali, dalla provincia di Bergamo”.

MONDIALE DI PALERMO PRIMO TRAGUARDO Da una realtà qua-

si sperimentale non tardano però ad arrivare i primi risultati, obbiettivo dichiarato delle azzurre partecipare al Mondiale per sorde in programma a Palermo nel 2011: “Avevamo davvero poco tempo – prosegue la selezionatrice azzurra – ed allestire una squadra preparata e competitiva non era semplice. Pagammo ovviamente lo scotto del noviziato ma riuscimmo ad evitare l’ultimo posto (l’ottavo) grazie alla nostra prima vittoria battendo il Giappone nell’ultimo turno. La nostra prima vera gioia come squadra ad un torneo prestigioso come il Mondiale”.

TRE BRONZI CHE VALGONO ORO Superato l’impatto iniziale la

Nazionale di basket Sorde continua a crescere, e con

vissuto emozioni incredibili, ci abbiamo messo grinta ed un cuore infinito. A livello tecnico puoi avere dei limiti, possiamo non essere la migliore squadra ma in termini di volontà, dedizione e passione davvero la nostra è una sicuramente straordinaria. Eravamo partite con la voglia di fare esperienza, di crescere e cimentarci in una competizione difficilissima, ed invece è arrivata la gioia inattesa del bronzo. Con la Nazionale basket Sorde ho vissuto grandissime esperienze, prima tra tutte l’Olimpiade di Samsun. Partecipare all’evento olimpico è qualcosa che non ha prezzo, è stato davvero il classico sogno che si avvera credo per ogni atleta che inizia uno sport. Cosa impensabile solo sino a tre anni fa – continua la ragazza ragusana – quando grazie a Simona Cascio (capitana della Nazionale senior) mi sono avvicinata al mondo della nostra Nazionale senior”. Da una capitana all’altra, proprio Simona Cascio (anch’essa siciliana, di Messina) è la grande veterana del gruppo nonostante i suoi soli 29 anni. La leader azzurra spiega la salita progressiva di un gruppo che non vuole smettere di stupire: “Sono ormai 9 anni che

Quando vai in campo sei obbligato a togliere la protesi e questo amplia il nostro campo visivo. Ci guardiamo, ci basta pochissimo per capirci. (Simona Cascio). essa i traguardi prestigiosi realizzati. Il tutto nonostante l’assenza di un campionato Nazionale, serbatoio ideale per fare crescere il movimento: “È stato un crescendo di gioie, risultati e consolidamento di una realtà davvero costruita con grande perseveranza ogni giorno. Non facile davvero senza la possibilità di un torneo italiano dove poterci confrontare e crescere. Queste occasioni le stiamo cogliendo dall’estero attraverso la partecipazione all’Eurocup (una sorta di Eurolega per le ragazze sorde del basket), competizione che ci ha viste vincitrici lo scorso anno, in attesa delle prossime finali che ci saranno prossimamente a Mosca. A livello poi di Nazionale abbiamo centrato due medaglie di bronzo (Europei di Salonicco 2016 ed alle Olimpiadi del 2017 a Samsun, Turchia) con la Nazionale Senior ed uno con la nazionale U21 a Washington lo scorso anno”.

CAPITANE DI SICILIA Quest’ultimo risultato conseguito dalla squadra creata proprio grazie alla capacità di reclutamento ed al tam tam di Terenzi e delle giocatrici. Emozioni infinite come racconta e conferma Simona Sorrentino, siciliana di Ragusa e capitano proprio della squadra U21: “A Washington abbiamo

faccio parte del gruppo azzurro, con l’onore di esserne la capitana. Ho iniziato nel 2010 partecipando alla prima Eurocup di Mazara del Vallo, per arrivare poi al Mondiale palermitano dell’anno successivo. Questo è un gruppo eccezionale che è cresciuto stagione per stagione, che sa vincere dentro e fuori dal parquet creando un legame fortissimo tra noi. Ci sentiamo sempre, cerchiamo di vederci spesso anche al di la delle competizioni, c’è un rapporto straordinario che ci teniamo stretto”.

INTESA E CUORE LA FORZA DEL GRUPPO Capacità di realizzare

imprese, attraverso la conoscenza reciproca e la voglia di realizzare sogni. Anche grazie alla fiducia incondizionata tra le ragazze azzurre come raccontano le due capitane: “Tra noi c’è un’intesa straordinaria, la vedi anche nelle piccole cose tecniche. Quando vai in campo – spiega Cascio - sei obbligato a togliere la protesi e questo amplia il nostro campo visivo. Ci guardiamo, ci basta pochissimo per capirci e fare gli aiuti giusti in difesa, oppure le esecuzioni offensive che abbiamo studiato”. Le fa eco Sorrentino che racconta un episodio gustoso avvenuto durante il finale di una sfida valida per il bronzo: “Dopo una rimes-


SIMONA SORRENTINO RAGUSANA, CLASSE 1998, ALA. CAPITANA DELLA NAZIONALE U1, BRONZO AI MONDIALI 2018.


altri mondi

DEAFLYMPICS LE AZZURRE HANNO CONQUISTATO LA MEDAGLIA DI BRONZO AI GIOCHI OLIMPICI SILENZIOSI DI SAMSUN 2017.

sa incerta la nostra play Sara Canali ha rischiato di perdere il pallone. Prima di quella successiva le ho urlato con tutta la mia forza che avevo fiducia in lei e volevo caricarla. Forse ho urlato troppo forte – sorride la ragazza classe 1998 – ero quasi imbarazzata ma, forse anche grazie a questo mio incitamento, sul possesso successivo Sara ha sparato una tripla pazzesca che ha sostanzialmente deciso la gara”.

SORDITà, CARATTERISTICA E NON LIMITE Spirito di squadra, in-

tesa, capacità di fare gruppo, le componenti di questa squadra vincente. Dentro e fuori il parquet come analizza ancora Terenzi: “Lo scopo di questa squadra è di creare integrazione tra udenti e non. Vogliamo dimostrare come una ragazza sorda sa vincere dentro e fuori il parquet. Che sono perfettamente integrate, che hanno famiglia, figli, lavorano e studiano. Dimostrando che un limite visibile e forte non ostacola una vita vissuta comunque alla pari, e che il basket ha aiutato a crescere giovani donne che prima erano magari più fragili ed ora sono assolutamente più solide. Creando rapporti forti e duraturi come nel caso delle nostre squadre nazionali”. Concetto amplificato nel dettaglio nelle parole delle due azzurre: “Il mio personale obbiettivo – prosegue Sorrentino – è

che la nostra Nazionale cresca e venga sempre più riconosciuta come vera Nazionale. E continuare ad affermare che la nostra (sordità) è una caratteristica e non un limite. È una differenza, non ci si sente ma ci si ascolta benissimo, togliendo di mezzo le barriere che a volte anche noi stesse creiamo”. Lo scopo – conclude Cascio – è quello di cercare altre ragazze, promuovere la nostra Nazionale, creare sempre più interesse attorno al nostro movimento. Far cogliere che la sordità non è un handicap ma un limite uditivo, e far sì che nella nostra società ci sia più integrazione ed inclusione”.

OPERAZIONE FUTURO Ambizioni, obbiettivi e prossime tap-

pe della Nazionale Basket Sorde affidate alla chiosa finale di Beatrice Terenzi: “Partiamo per i Mondiali di Lublino provando a confermare il nostro quinto posto del 2013 e, perché no, ad alzare ulteriormente l’asticella nonostante l’assenza importante di un paio di veterane. Partecipazione iridata garantita grazie al supporto dei nostri sponsor Sermeca e Ranocchi, oltre all’aiuto del Rotary Club Rossini di Pesaro. Vogliamo continuare la nostra crescita, aumentare il nostro seguito ed il numero di partecipanti. Ed ovviamente che si parli di più del nostro lavoro e del nostro gruppo davvero speciale”.


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BIANCA ROSSI NATA A PONZANO VENETO NEL 1954, È LA SECONDA MIGLIOR REALIZZATRICE DI TUTTI I TEMPI IN NAZIONALE CON 2.422 PT E TERZA PER PRESENZE IN NAZIONALE (225).


storie

SETTE SECONDI

BIANCA ROSSI HA INIZIATO A GIOCARE A BASKET A 14 ANNI. NEL 1981 È STATA L’ARTEFICE DEL PRIMO SCUDETTO DELLA PAGNOSSIN TREVISO, GRAZIE AD UN SUO CANESTRO A 7 SECONDI DALLA FINE. DOPO IL RITIRO, È RIMASTA NELLA DIRIGENZA DEL PONZANO BASKET FINO AL 2018

Di Caterina Caparello

l

a maggior parte dei grandi amori nasce per caso e quan-

do meno te lo aspetti. Entrare in palestra, sentire una palla a spicchi che rimbalza e il leggero suono della retina centrata dal pallone dà un effetto adrenalinico ad una ragazzina di 14 anni che ancora deve scoprire il mondo. È nato così l’amore di Bianca Rossi, classe 1954, una famiglia con 8 fratelli e una carriera che l’ha meritatamente portata ad entrare, nel 2016, nella Hall of Fame del basket italiano: 225 presenze in Nazionale (terza dietro Catarina Pollini e Lidia Gorlin), seconda miglior realizzatrice di tutti i tempi con 2422 punti (seconda sotto la già citata Pollini), artefice del primo scudetto di Treviso nel 1981, ha disputato sei campionati Europei (1976, 1978, 1980, 1981, 1983, 1985), due Campionati mondiali (1975 e 1979), bronzo nel 1973 e ha partecipato all’Olimpiade di Mosca del 1980.

Eppure, tutto è cominciato a scuola tramite l’occhio di una

professoressa di ginnastica: “Amavo lo sport in ge-

nerale, mi piacevano l’atletica e il calcio. Sono nata in una famiglia numerosa con 8 fratelli di cui 6 maschi, ma mia madre diceva che di maschi ne aveva 7 e il settimo ero proprio io. Quando andavo alle scuole medie, un giorno la professoressa ci fece giocare a basket, uno sport di cui non conoscevo assolutamente nulla, nemmeno cosa fosse. Guardandomi, la professoressa mi consigliò di giocare e provare ad entrare in una squadra, ma io non sapevo come fare e a chi rivolgermi. In più c’era l’ostacolo-mamma che era molto all’antica. La professoressa mi disse di parlare con la segretaria della scuola, che giocava a basket e mi procurò gli orari di allenamenti. Grazie ai miei fratelli e alle mie cognate, mia madre si convinse e mi presentai in palestra”.

Quel giorno, Bianca montò sulla sua bici e pedalò per circa 15km

arrivando alla palestra Coni di Treviso: “A 14 anni presi la mia bici e mi presentai in palestra, era il 31 ottobre 1968; un giorno che è rimasto impresso nella


storie HALL OF FAME DAL 2016 È ENTRATA NELLA HALL OF FAME DEL BASKET ITALIANO, IN FOTO LA PREMIAZIONE.

mia mente, ero anche in ritardo. Ero timidissima, entrai in palestra, c’erano gli allenamenti tenuti dal famoso colonnello in pensione, Lo Russo, una persona eccezionale. Da lì è iniziato tutto”. Bianca Rossi ha militato, oltre Treviso, anche a Parma, Ferrara, Milano e Roma diventando pian piano una giocatrice a tutti gli effetti, crescendo sia sul campo che fuori: “In campo diventavo agonistica al 100%, non mi piaceva perdere e davo il massimo, mi piaceva stupire l’avversario con l’aggressività anche durante gli allenamenti e poi mi divertivo. Fuori dal campo invece ero più tranquilla, mentre sul parquet diventavo un’altra persona. Ero due persone diverse, come Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Lo sport mi ha aiutato tantissimo, insegnandomi ad avere fiducia in me stessa, è stata una parte fondamentale per la mia vita”. Con la maglia azzurra, indossata con orgoglio ed emozione, la Rossi ha affrontato grandi sfide, mettendosi in gioco con le altre compagne e contro avversarie sempre più disparate viaggiando da Calì a Mosca. “Ancora adesso, se sento l’inno mi viene la pelle d’oca. Indossare la maglia azzurra dalla prima all’ultima volta è sempre stata un’emozione indescri-

vibile e infinita, per me sono stati momenti importanti e indimenticabili”.

Fra i ricordi incancellabili lo scudetto con la Pagnossin Treviso

conquistato, contro una tenace Zolu Vicenza nel 1981, grazie ad un suo canestro a 7 secondi dalla fine: “Quel canestro è stampato nella mia mente, è indelebile. Ricordo che stavo giocando da play, portavo avanti la palla e avevo chiamato lo schema, un gioco a 2 con Lorella Bernardoni, e nel gioco a due la difesa aveva fatto un cambio quindi mi trovai davanti Wanda Sandon, ma riuscii a tenere il palleggio andando verso la linea di fondo; vedendo che la Sandon aveva fatto marcia indietro per tornare a difendere sulla Bernardoni, e che Lidia Gorlin, che mi stava difendendo, era rimasta indietro, ho approfittato con un arresto e tiro. Il resto lo sapete”. Dopo il ritiro, avvenuto nel 1987 a 33 anni, la Rossi è rimasta all’interno del mondo del basket fino all’anno scorso, con la società Ponzano Basket, osservando da vicino il cambiamento che ha subito la pallacanestro: “Intanto, penso che sia a livello maschile che femminile bisognerebbe lavorare molto di più sui fondamentali, cosa che secondo me negli ultimi anni


si è un po’ tralasciato. Per carità, si vedono gran fisici e molta velocità, però le piccole sfumature quali la furbizia, l’astuzia che servono in particolari momenti non ci sono più e non le insegnano. Il lato personale esiste e va bene, come per il tiro, però il saper sfruttare al meglio certe situazioni ormai manca. È vasto e collegato il discorso che, invece, riguarda il pubblico: sta nella capacità delle società di cercare quel quid in più che, purtroppo, oggi come oggi è difficile da trovare. Mi rendo conto che esistono 40.000 attività, di conseguenza la gente non sa cosa scegliere, quindi trovare quel quid non è facile; ma dipende anche dal gioco e dalla struttura della squadra, bisogna convincere le persone ad andare in palestra. Magari anche i social aiutano”.

Sport e istruzione dovrebbero sempre andare di pari passo,

accanto ad una società attenta ai veri bisogni dei giovani: “L’istruzione incide tantissimo e bisogna lavorare di più nelle scuole, noi stessi come Ponzano Basket facevamo degli interventi nelle scuole, ma è necessario farlo con persone adeguate e capaci per quel lavoro. La società di oggi è assolutamente cam-

Cosa trasmettere allora alle nuove generazioni? “Bisogna partire dalla società, in modo da far capire che è bello guadagnarsi le cose invece di averle facilmente. È davvero impensabile capire come i genitori possano permettersi di picchiare i professori per una nota. Tutto ciò significa che la società, per il modo in cui sta cambiando, non va bene. Oltre a giocare, lavoravo per la Pagnossin e quante volte tornavo a casa alle 5 del mattino da una trasferta per poi svegliarmi alle 7 per andare a lavorare”. Nel 2016, Bianca Rossi è ufficialmente entrata nella Hall of Fame italiana che ha reso il suo nome eterno: “Io credo che sia stata la ciliegina sopra la torta, il riconoscimento da parte del basket italiano alla mia carriera e alla mia persona. Ovviamente non fa altro che piacere”. Lavorare duramente con grandi coach l’ha portata a scontrarsi con avversarie tenaci, in grado di migliorarla anche personalmente: “A livello difensivo, chi mi ha dato più fastidio è stata Manuela Peri che mi ha fatto penare un bel po’. Poi, ovviamente, l’eterna rivale Lidia Gorlin, con la quale ci siamo sempre rispettate

A 14 anni presi la mia bici, pedalai per 15km e mi presentai in palestra, era il 31 ottobre 1968; un giorno che è rimasto impresso nella mia mente, ero anche in ritardo. biata. L’altro giorno stavo ascoltando, mentre ero in cucina, il programma radiofonico di Radio 2, Il ruggito del coniglio, dove parlavano del tennis svedese dicendo che da anni non ci sono più campioni svedesi. Ecco, in Svezia hanno fatto una sorta di inchiesta da cui è uscito fuori che i giovani svedesi non hanno più voglia di fare nulla. Questo secondo me rispecchia molto la situazione italiana. Anche qui, i giovani oggi hanno un po’ tutto e non sono più capaci di apprezzare quello che riescono o che dovrebbero riuscire a conquistare. Io quando ero piccola, con una famiglia così numerosa non avevo grandi possibilità, lì dovevi lottare e accettare certe situazioni anche non piacevoli, ma che ti davano la possibilità di imparare a sacrificare per ottenere un qualcosa, oggi a 5 anni hanno già il cellulare. Un esempio è anche Nadia Comaneci, fuggita dalla Romania non perché non stesse bene ma per la situazione di vita affatto agevole. Oggi i giovani non sanno sacrificarsi. Perché dovrei?, ti rispondono. Il problema è anche la mancanza di stimoli. Io ho vinto lo scudetto, ma il bello di vincerlo era l’attesa, sapere che eri lì per guadagnarlo. La vittoria rimane ovviamente indelebile ma poi sfuma quel sapore di conquista, è l’attesa che fa tutto: ora non hanno più questa capacità perché hanno tutto”.

sia fuori che dentro al campo. Ho sempre giocato per me stessa e per la mia squadra, dimostrando quanto valessi, in modo da lavorare e contribuire insieme per raggiungere il risultato migliore. Degli allenatori che ho incontrato, un po’ tutti mi hanno dato qualcosa: a Roma, Claudio Vandoni ha migliorato i miei fondamentali e la difesa, Vittorio Tracuzzi mi ha trasmesso la sicurezza e la fiducia, insomma, chiunque mi ha dato qualcosa davvero”. Oggi, dopo 50 anni di basket, Bianca Rossi è una mamma a tempo pieno anche se, fino a poco tempo fa, oltre al Ponzano Basket assieme al marito Vittorio ex dirigente, seguiva anche la figlia Alessia e il figlio Alberto rispettivamente ex cestista e arbitro. Nonostante tutto, perché giocare a basket? “Perché è bellissimo. Senza togliere nulla ad altri sport, ma per me il basket è lo sport più completo. Avendo cominciato tardi, a 14 anni, mi sono mancate in quel momento le parti iniziali. Quando ho cominciato tiravo a due mani e in nazionale a 18 anni vedevo che nessuno tirava in quel modo. Allora da sola, piano piano, ho cominciato a usare una mano fino a diventare una delle migliori tiratrici: dipende dalla voglia che si ha di imparare e dalla costanza. E poi, la pallacanestro ti dà davvero tanto”.

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flash news Di manuel beck

nazionale ZANDA Verso gli Europei

Campione di Turchia

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Con il raduno del 23 maggio a Treviso è iniziata la preparazione della Nazionale verso Eurobasket Women 2019 (27 giugno-7 luglio). Il c.t. Crespi – assistito dai vice Lucchesi e Magro, quest’ultimo appena entrato nello staff – ha convocato 17 giocatrici, da cui sceglierà la rosa delle 12 per l’evento: i play Romeo, Gorini, F. Dotto, C. Dotto; le guardie Sottana, Spreafico, Crippa; le ali Zandalasini, De Pretto, Nicolodi, Cinili, Trucco, Penna; i centri Cubaj, Ercoli, Ress, André. La veterana è Ress (classe 1985), le più giovani Cubaj e Trucco (‘99); due le reduci dai college Usa: Penna e la stessa Cubaj. La marcia d’avvicinamento prevede un ciclo di amichevoli, a partire dal 31 maggio contro l’Ucraina a Pordenone, con tappe successive a Ponzano Veneto, Saragozza, Broni, Parma e in Belgio. Per poi viaggiare verso Nis (Serbia) dove il girone dell’Europeo mette Turchia, Ungheria e Slovenia sulla strada delle azzurre.

Con Cecilia Zandalasini c’è uno spicchio d’Italia sulla vetta del campionato turco. Il Fenerbahce dell’ala bronese, ex-Geas e Schio, vince 3-1 la serie finale contro il Cukurova Mersin e bissa il successo già ottenuto nella Coppa nazionale. Per Zandalasini medie di 27 minuti e 12 punti nelle tre vittorie. Il momento-top dei playoff di “Zanda” è stato il canestro da 6 metri abbondanti che ha chiuso la decisiva gara-5 di semifinale, contro il Galatasaray, derby d’Istanbul per eccellenza. Sul 52-51 a 3 secondi dalla fine, Cecilia ha realizzato l’apparente tripla del +4 (festeggiandola con un “ciao ciao” alle avversarie in stile-Damian Lillard…), in realtà convalidata da due punti per un piede sulla linea; fiato sospeso per il tiro del pareggio scoccato dalle avversarie sulla sirena, ma è uscito. Per la 23enne azzurra, ora attesa da Eurobasket, è già il quinto campionato vinto con i club, dopo i tre con Schio e quello Wnba nel 2017 con le Minnesota Lynx.

Dopo l’esaltante avventura iridata del 2018 nelle Filippine, torna in pista la Nazionale di 3 vs 3 nella nuova edizione dei Mondiali, stavolta in Europa, ad Amsterdam, dal 18 al 23 giugno. Appuntamento ancor più importante che nella passata stagione, dato che manca ormai soltanto un anno al grande appuntamento di Tokyo 2020, prima apparizione olimpica del basket 3 vs 3. Lo staff tecnico, guidato come sempre da Angela Adamoli, ha convocato, per il raduno e un torneo di preparazione, 8 giocatrici, da cui usciranno le 4 selezionate per il Mondiale: Barberis (Geas), Carangelo (Venezia), Ciavarella (Campobasso), D’Alie (Bologna), Filippi (Schio), Rulli (Costa Masnaga), Tassinari (Bologna), Zampieri (Alpo). Da notare, intanto, che 3 delle 4 “ragazze d’oro” di Manila hanno continuato sull’onda dei successi: Filippi ha vinto lo scudetto, Rulli e D’Alie promosse in A1; e anche Ciavarella non è andata male: semifinalista in A2 dopo aver condotto a lungo il girone Sud.

THE SHOT ZANDALASINI SEGNA IL CANESTRO CHE CHIUDE GARA 5 DI SEMIFINALE CONTRO IL GALATASARAY.


flash news Di manuel beck

SERIE B GIOVANILI UNDER 18 Promozioni in A2 Join & Coppa U20 Ecco le “magiche 8” Maggio è stato anche il mese dei playoff nazionali di Serie B. I quattro tabelloni da 4 squadre hanno promosso Ariano Irpino, Jolly Livorno, Virtus Cagliari e Viterbo: tutte piazze che tornano in A2 dopo qualche anno. Come al “piano di sopra”, non sono mancate emozioni e rimonte nelle serie finali (con la formula andata-ritorno), in particolare fra Cagliari e Battipagliese: le sarde di Iris Ferazzoli (fra le giocatrici Georgieva, Kotnik, Laccorte) hanno ribaltato il -15 di gara-1 con un +25 in casa. Esito rovesciato anche da Livorno di Bindelli e Tripalo su Torino Teen (+7 in gara-2 dopo il -2 dell’andata) e, col merito aggiuntivo di averlo fatto in trasferta, da parte di Ariano (con 48 punti delle grandi veterane Sanchez, Scibelli e Rios), che dopo il -4 in casa con Firenze è andata a vincere di 19 nel capoluogo toscano. Ancora da decidere le promozioni in palio nel girone triveneto (finale sull’1-1 tra Sarcedo e Pordenone: gara-3 il 1° giugno) e in quello lombardo (finale tra Milano Basket Stars e S. Giorgio Mantova, ancora da iniziare).

Parla romano il Join the Game 2019: le finali nazionali di Jesolo hanno assegnato il tricolore del 3 vs 3 al Basket Roma tra le Under 14 e all’Alfa Omega Ostia fra le U13. In entrambe le categorie ha ceduto in finale la Reyer Venezia. In compenso, nello stesso giorno (19 maggio), il club orogranata si è aggiudicato la Coppa Italiana Under 20, l’evento organizzato a Battipaglia dalla Lega in sostituzione delle finali scudetto Fip, quest’anno soppresse. Fra le 12 squadre, che hanno allestito un “cast” ricco di elementi di A1 e A2, è emersa netta la superiorità delle veneziane di Da Preda, con un 9168 in semifinale su Udine e un 7248 in finale sulle padrone di casa. Friulane terze battendo il Sanga Milano, 71-52, nella “finalina”. Nel quintetto ideale sono state elette Ianezic (Udine), Del Pero (Battipaglia), Stilo (Milano) e la coppia Leonardi-Madera per le reyerine, che in finale hanno avuto Coffau come top scorer con 16 punti.

Definito il quadro delle finaliste scudetto Under 18, quest’anno ristrette a 8 squadre. La prima fase interregionale aveva qualificato Costa (campione in carica), Reyer Venezia, Marghera e Mirabello, vincitrici dei 4 gironi a più alto tasso di difficoltà, che quindi garantivano un passaggio diretto alle finali. Altre 16 squadre hanno avuto accesso a una seconda fase, disputata in concentramenti di 3 giornate: le vincenti dei 4 gironi sono state Geas Sesto, Schio, Vittuone e Battipaglia. Si sfideranno dal 7 al 9 giugno in una cornice di particolare impatto scenografico: il campo allestito ai piedi del grattacielo della Regione Lombardia a Milano, già sperimentato con successo per eventi regionali negli anni passati. Le altre finali scudetto giovanili si disputeranno a Chianciano Terme (U16, 16-23 giugno; detentrice Costa) e Roseto degli Abruzzi (U14, 24-29 giugno; detentrice Cuneo).

JOLLY FESTA A LIVORNO, LA JOLLY RIBALTA IL RISULTATO DI GARA1 E TORNA IN SERIE A DOPO 10 ANNI


Prendi una stella Di Linda Ronzoni

Su Marte il 21 giugno di ogni anno parte il campionato di Prendi una stella. Le stagioni su Marte sono due: dal 21 dicembre al 20 giugno c’è la stagione delle lune, caratterizzata da una luce bluastra e un clima freddo con temperature che vanno da meno 20 a meno 50 e di solito si dorme; e la stagione delle stelle che va dal 21 giugno al 20 dicembre e che è caratterizzata da una luce giallo calda, tendente al rosso, e dal passaggio di moltissime stelle che sfrecciano a poche decine di metri dal suolo marziano. È in questa stagione che parte la difficile caccia alle stelle, così divertente ed eccitante da essere diventata uno sport nazionale, con tanto di campionati e premi. Ci si organizza in squadre e con un apposito retino composto di uno stelo di lunghezza variabile e di una parte finale a maglie di grafene, un materiale elastico ma resistente ad altissime temperature che da voi è stato scoperto pochi anni fa ma che noi usiamo da millenni, si cerca di catturare le stelle. Il gioco sembrerebbe semplice se non fosse che le stelle non solo sfrecciano a una velocità media di 50.000 km all’ora ma cambiano traiettoria continuamente schizzando apparentemente senza motivo a destra e manca, come in una danza isterica. Ci sono un paio di religioni su Marte che spiegano questo moto insensato asserendo che le stelle siano dotate di un intelligenza raffinatissima e che quindi giochino anche loro un campionato che si chiama Non farti acchiappare dai marziani. Fatto sta che per prendere una stella ci si può impiegare mesi. Il campionato finisce, ogni anno, quando una squadra può dimostrare di aver acchiappato 10 stelle avendole messe in una teca sotto vetro, o meglio un materiale simile al vostro vetro che su Marte si chiama Stellax è trasparente e resiste al calore. La cerimonia che celebra la vittoria e l’assegnazione dello scudetto è meravigliosa. La squadra vincente sta su un podio circondata da tutte le altre squadre e tutte assieme al grido di 星を⽣生きる(viva le stelle) aprono le loro campane di vetro e liberano centinaia di stelle che ricominciano a schizzare impazzite, illuminando il cielo di saette argentee che stordiscono tutti i presenti, elettrizzati da tale radiazione elettromagnetica. La squadra che vince ha diritto a un viaggio premio sulla stella più grande, la nana gialla: il Sole. Ma questa è un’altra storia ve la racconterò un’altro giorno. Intanto se qualcuno vuole partecipare al campionato di Prendi una stella, io sto partendo tra una settimana, mandatemi una mail e cominciate ad allenarvi.


PAURA DI PERDERE O DI VINCERE? Di ALICE BUFFONI - STAFF PSICOSPORT La nostra più grande paura non è quella di essere inadeguati. La nostra più grande paura è quella di essere potenti al di là di ogni misura. È la nostra luce, non la nostra oscurità, che più ci spaventa.” (M. Williamson) Prima di una partita importante i giocatori potrebbero avere paura di perdere. È un timore logico e del tutto comprensibile, ma se vi dicessi che esiste un fenomeno opposto, che in psicologia viene definito come nikefobia? Deriva dal greco, significa paura della vittoria, ed è un meccanismo mentale tutt’altro che raro. Ne soffre 1 atleta su 4, nella vostra squadra dunque ci sono almeno 3 giocatrici sotto scacco, stando alle statistiche; magari la vittima sei tu e non ne sei consapevole. È un meccanismo psicologico molto difficile da spiegare ai giocatori: qualsiasi agonista rifiuta l’idea di perdere e gioca sempre per vincere. Probabilmente diventa più comprensibile se ci riferiamo ad esso come paura del successo. Esistono alcuni indicatori di questa condizione, per esempio: rendere tanto in allenamento e poco in gara, arrivare sempre ad un passo dalla vittoria e non portare mai a casa la partita, oppure mancare spesso le partite importanti per piccoli infortuni, malesseri, febbri improvvise. Sono questi degli autosabotaggi, più o meno inconsci, che impediscono a giocatori dalle grandi potenzialità di esprimersi al meglio in partita, di dare voce al proprio talento, di splendere. E non derivano assolutamente dal timore del fallimento, quanto dall’ansia nascosta nelle conseguenze della vittoria. Molti crolli psicologici avvengono a pochi passi dal match clou, con l’insorgenza di pensieri autodistruttivi e atti di auto-sabotaggio, al fine di potersi giustificare agli occhi degli altri e soprattutto ai propri con ostacoli creati con le proprie mani. Ma perché vincere all’improvviso diventa fonte di ansia? Le cause sono molteplici. Spesso esistono conflitti interiori o sensi di colpa che portano l’atleta a non “perdonarsi” l’aggressività agonistica necessaria per conquistare il successo o per esprimersi al massimo. Altre volte esiste una vera e propria resistenza al cambiamento e alle nuove abitudini, opportunità o responsabilità che una vittoria potrebbe portare con sé; sappiamo bene quanto sia difficile uscire dalla nostra zona di comfort. Ecco allora l’inconscia tendenza a procrastinare il momento della verità, in cui si dovrà dimostrare a sé o agli altri il proprio vero valore o la propria inadeguatezza, mal celando così un’insicurezza di base. Qualche volta la nikefobia insorge proprio dopo un importante successo agonistico magari inaspettato o repentino e il giocatore teme di non riuscire più a riconfermare uno standard di prestazione così elevato, deludendo le aspettative di famiglia, compagni, coach. Si guarisce dalla nikefobia? Ovviamente sì, ma da soli è difficile. Il primo passo è riconoscerla, contemplare l’idea che possa essere questa la causa di tutti i #maiunagioia di questa lunga stagione. Il secondo passo è chiedere aiuto a uno psicologo dello sport, che vi aiuterà a scardinare questo impasse psicologico per tornare ad esprimervi in campo al massimo delle vostre potenzialità, anche nella Finale Scudetto. E magari quel taglio della retina finalmente toccherà anche a voi! Questa rubrica è tenuta da Psicosport, una realtà che utilizza la Positive Psychology con atleti e allenatori, dai settori giovanili all’alto livello agonistico, per rispondere alle principali criticità che si incontrano sul campo di gara e di allenamento, per migliorare performance individuali e ottimizzare il rendimento di squadra.


(sa)tiro sulla sirena

L’ANNO DELLA COMETA di paolo seletti REGULAR SEASON La stagione è scivolata via con relativa tranquillità, a parte che a metà Napoli ha detto che non ci stava più, e che i pazzi siete voi. E tutti pensavano, dietro le cappelle fatte, che il presidente era impazzito, o forse aveva bevuto. Ma la squadra aspettava i playoff e lui lo sapeva, e non era così che doveva andare. Ma tutto questo evidentemente Alice non lo sa, anche se in effetti tanti adesso dicono: “Io lo sapevo da anni!”

PLAYOFF, CHI SI È SEDUTO SUL TRONO (spoiler) Sconfitte le armate dei non morti, nel senso di quelli che erano riusciti a non chiudere a metà campionato, Il Famila Schio approda ai Playoff, la battaglia finale. E vince il decimo scudetto, quello della stella. Che poi è una non notizia, dato che lo avevano predetto nell’ordine Paul Pierce (quello che “la finale NBA sarà indubitabilmente Celtics-Houston”, e che negli USA quando parla fa crollare Wall Street perché tutti i broker si toccano le palle -del toro- che nel gergo vuol dire “svendere tutto”), Bob Brezny, il polpo Paul, il corvo con tre occhi, suor Paola e mia madre. Dopo essersi scartavetrati elegantemente i maroni fino a diventare immacolati, Re Cestaro e i suoi hanno marciato trionfalmente sui playoff superando Vigarano, peraltro una delle sorprese della stagione, solo con un organico un po’ giovane. Pare che Mascia e socie abbiano capito i punti deboli delle avversarie quando han visto Gilli e Natali (due talenti veri, anche perché giocano tanto e bene) aprire un pacchetto di Plasmon all’intervallo. Le hanno distratte lanciando sonagli, barattoli di Didò e ninnoli colorati e sciogliendo calmanti nei biberon. 2-0 e a nanna presto, ma ferraresi a testa altissima. Ostacolo successivo San Martino di Lupari, dove per l’ennesima volta quel Napoleone di Larry Abignente ha fatto un mezzo miracolo e ha portato le orange a gara 4. Peccato che essendo il sosia di Giuliano dei Negramaro, nel match decisivo cantasse all’Arena di Verona, tra l’altro con Jasmine Keys corista, tipo Whoopi Goldberg in Sister Act, solo un po’ più alta e rock. Le MetaLupe senza il loro condottiero si son disperse, 3-1. Ed eccoci alle finali che approdano a Ragusa, che non ha tre straniere, ha tre draghi, ha vinto la Coppa Italia e tutte le gare secche della stagione e dopo aver eliminato Venezia in gara 5, domina gara1 delle Finals. Finché al 37’ controllando su Booking le ragazze han capito che ci sarebbe stata gara2: parziale di 12-0 in 1’. Svelato il trucco, Schio ha allungato sul 2-0, tanto c’era gara3. Poi le serie va in Sicilia, e spalle al muro la Passalacqua va ovviamente sul 2-1 giocando come gli Spartani alle Termopili. Ma in gara 4 quella vecchia volpe di Masciadri, come si evince dal labiale, suggerisce alle americane avversarie che si gioca su 7 gare e il gioco è fatto. È scudetto. Nel frattempo Quigley è risultata piuttosto dominante rispetto al livello dell’A1, e sembra che sia rientrata a Schio a cavalcioni sulla carlinga dell’aereo gridando “Dracarys!” In preda all’euforia nel tentativo di mettere a ferro e fuoco la trinacria. Fortunatamente era un volo Alitalia, si è solo incendiato un reattore.

CAPITOLO A PARTE: MASCIADRI Il tramonto della stagione fa spazio alla stella di Schio, quella sulle maglie e quella cometa, di Masciadri, una che passa ogni 150.000 anni e indica a tutti la strada da seguire. Dopo che questa immagine mi candida automaticamente al premio Strega, inteso come quantità di liquore all’alcool test, vi attendo con un ultimo scoppiettante mese che aprirà i battenti sul 2020.


PLAYOFF QUIGLEY DIFENDE SU NATALI IN GARA 1 DEI QUARTI DI FINALE. 2-0 E A NANNA PRESTO.

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PINK BASKET N.09