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N.06 FEBBRAIO 2019

IN QUESTO NUMERO // L’INFINITA MACCHI APRE IL SUO ROMANZO PER NOI // TUTTO SULLA COPPA ITALIA // LA MARCH MADNESS ITALIANA // CACCIALANZA E LA COPPA ITALIA DI A2 // SERIE B: GIRONE LOMBARDO // LIDIA GORLIN, OCCHI DA TIGRE // IL BASKET FEMMINILE SPIEGATO A MIO FIGLIO


FEBBRAIO 2019

in questo numero

N.06

1 EDITORIALE

Regina di coppe

3 inside a1

Coppa Italia ci siamo

9 Focus

March madness

15 cover story

Infinita Macchi

21 numbers 23 inside A2

Che botti! Ora Coppa

29 Primo piano

Paola Miss equilibrio

35 altri mondi

Brillano le stelle

41 storie

Gorlin occhi da tigre

44 flash news Di Lucia Montanari 46 MARA RISPONDE

Un gioco da ragazze

47 PALLA E PSICHE

Nemiche amiche

48 (SA)TIRO SULLA SIRENA

Il basket femminile spiegato a mio figlio

50 IL BASKET VISTO DA UN MARZIANO

Coppa Marte

51 LA FOTO DEL MESE

DIRETTO DA Silvia Gottardi REDAZIONE Silvia Gottardi,

Alice Pedrazzi, Giuseppe Errico, Giulia Arturi, Marco Taminelli, Bibi Velluzzi, Manuel Beck, Giovanni Lucchesi, Linda Ronzoni, Alice Buffoni, Clara Capucci, Caterina Caparello

PROGETTO GRAFICO Linda Ronzoni/ Meccano Floreal

INFOGRAFICA Federica Pozzecco IMPAGINAZIONE Grazia Cupolillo/ Meccano Floreal

FOTO DI: Marco Brioschi,

Debora Fabio, Archivio Fip, FIBA, Roberta Banzi, Denny Karnik, Umana Reyer Venezia, Giacinto Gianchiano


editoriale

REGINA DI COPPE di silvia gottardi

A me la Coppa piace, è sempre piaciuta! Coppa Italia, Coppa di A2, Coppa UK (quella britannica, che ho disputato nel 2005), coppa del nonno… Basta che ci sia una coppa in palio con la possibilità di giocarsela in pochi giorni, a eliminazione diretta. A differenza di sciatori, atleti, piloti ecc., che oltre al campionato lungo una stagione (regionale, nazionale o mondiale che sia) hanno le singole gare che li possono portare sul podio con medaglia al collo e coppa al cielo, noi degli sport di squadra abbiamo solo due possibilità all’anno di alzare un trofeo: campionato e coppa (la Supercoppa non la considero visto che si gioca tra le vincenti di queste due manifestazioni). E diciamocelo, vincere un campionato è davvero durissimo: ci vogliono pianificazione, costanza, budget importanti ecc. Sì, anche per la Coppa servono tutte queste cose, ma siccome si tratta di una manifestazione breve, con partite secche, sognare di alzare la Coppa è sicuramente più accessibile. Chi avrebbe scommesso all’inizio su Cremona maschile? O su Torino lo scorso anno? E poi, il bello della Coppa è che sono davvero partite da dentro o fuori. Lo so, lo si dice sempre dei playoff, ma in fondo se ci pensate non è proprio vero: nei playoff si può comunque steccare una partita e poi avere un’altra possibilità durante la serie. In Coppa no, sbagli la prima e vai subito a casa. C’è una sola cartuccia da sparare, adrenalina al massimo! Io di Final 8 ne ho giocata solo una, ai miei tempi andava di più la formula a 4 squadre dopo i gironi di qualificazione, ma ne ho un ricordo bellissimo. Alla fine è un po’ come all’Opening Day: hai la possibilità di incontrare tutti, di vedere tante partite, di avere anche più pubblico rispetto a una normale gara di campionato. La mia sola Final 8 è stata al Taliercio nel 2003: per la prima volta abbiamo provato il pallone più piccolo (che poi sarebbe diventato regolamentare) e i canestri più bassi a 2,95 m. Ci sono stati tanti airball nelle prime partite, ma anche alcuni entusiasmanti tentativi di schiacciata… La finale è stata Comense vs Taranto, con la vittoria delle pugliesi. Perché alla fine di solito vincono i favoriti, ma non è sempre detto!


ALLIE QUIGLEY ARRIVATA A SCHIO A FINE NOVEMBRE E GIÀ LEADER OFFENSIVA DELLA SQUADRA. SCHIO ALZERÀ LA SUA DODICESIMA COPPA E LEI SARÀ L’MVP?


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COPPA ITALIA CI SIAMO TUTTO È PRONTO PER LA FINAL EIGHT DI COPPA ITALIA,

A SAN MARTINO DI LUPARI DALL’ 1 AL 3 MARZO. SCHIO, VENEZIA E RAGUSA

LE FAVORITE, MA IN UNA GARA SECCA LE INSIDIE SONO SEMPRE DIETRO L’ANGOLO. ECCO IL NOSTRO APPROFONDIMENTO

di giuseppe errico

a

bbiamo ancora negli occhi lo spettacolo delle Final

Eight di Coppa Italia maschile della scorsa settimana: partite fantastiche, emozioni forti e risultati mai scontati. Adesso è giunto il momento delle Final Eight di Coppa Italia femminile: Schio (detentrice del titolo), Venezia, Ragusa, Broni, San Martino di Lupari, Lucca, Vigarano e Geas le squadre che si contenderanno la coccarda tricolore in terra veneta per la trentaquattresima edizione della Coppa Italia.

Pillole di Storia Una storia travagliata quella della Cop-

pa Italia: istituita nella stagione 1968/1969 era aperta a tutte le squadre che ne facevano richiesta; in quella finale giocata a Bologna tra la Standa Milano e la Recoaro Vicenza s’imposero le lombarde con il punteggio di 48-37. Fu Milano quindi ad aprire l’albo d’oro della manifestazione con le lombarde che giocarono quattro finali consecutive, tre vinte ed una persa contro la Pepsi Treviso (45-47) nella seconda edizione. Nella seconda metà degli anni settanta il trofeo cade

nell’oblio più totale tornando tra il 1979-1983 sotto forma di torneo post-campionato organizzato dalla Lega Basket Femminile per tappare il buco nell’attività ufficiale di molte squadre che si chiudeva all’inizio della primavera. Nel 1984 viene riesumata la Coppa Italia per chiudere subito i battenti, altro tentativo nel 1988 senza una reale ufficialità. Nel 1993 la svolta con la Lega Basket che ne acquisisce l’organizzazione e la rende definitiva. Nel corso degli anni è cambiata spesso anche la formula, si è passati, dalla formula: dei tre/quattro gironi che decretavano le squadre che avrebbero preso parte alle Final Four, alle Final Eight di questa stagione che tornano in auge dopo Venezia (2003) e Napoli (2004), intervallo di due stagioni (Parma 2005 e Schio 2006) con sei squadre partecipanti, prima della formula classica delle Final Four delle ultime stagioni. Dominio incontrastato di Schio nell’albo d’oro della manifestazione con undici titoli, il primo nel 1996 ed il dominio quasi incontrastato dal 2005 ad


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oggi: solo Ribera (2006, edizione ricordata anche per l’esperimento del canestro ribassato a 2,90 m), Faenza (2007 e 2009), Venezia (2008), Taranto (2012) e Ragusa (2016) hanno contrastato questo potere. Sono diciassette le finali giocate dalle scledensi dal 1993 ad oggi, un vero record che sarà difficile da battere. Se diamo un’occhiata anche al titolo di Mvp della manifestazione che fu istituito per la prima volta nell’edizione del 2007 di Taranto poche sono le ita-

liane che l’hanno vinto: la prima in assoluto Simona Ballardini proprio a Taranto guidando al successo Faenza con diciassette punti a referto nella finale contro la Phard Napoli. Altra italiana a vincere il premio di Mvp fu Laura “Chicca” Macchi nel 2010 a Venezia: i suoi 24 punti furono decisivi per la vittoria di Schio contro le padrone di casa della Reyer. Bissa il titolo ed è l’unica ad averlo fatto fino ad oggi tra italiane e straniere Giorgia Sottana: il primo a Schio nel 2012


DEARICA HAMBY MVP DEL CAMPIONATO FINO AD ORA, SARÀ UN FATTORE DETERMINANTE PER RAGUSA. QUI LOTTA A RIMBALZO CONTRO NICOLODI: IL GEAS È STATO AMMESSO ALLE FINAL 8 DOPO IL RITIRO DELLA DIKE.

quando il talento di Villorba trascina Taranto alla seconda coccarda tricolore, il secondo a Perugia (2015) questa volta in maglia Schio in finale contro Ragusa: diciannove a referto per lei. La prima straniera a fregiarsi del premio fu una straordinaria Aleksandra Vujovic in maglia Reyer Venezia nella finale contro Taranto giocata a Schio nella stagione 2007-2008: sedici punti in ventisette minuti di gioco con un 4/5 da tre. L’ultima straniera invece la scorsa edizione:

una Jolene Anderson fantasmagorica in finale contro Lucca 33 punti in 33 minuti di gioco con 5/7 da due e 7/10 da tre e 37 di valutazione, la miglior prestazione di sempre in una finale della manifestazione.

Lotta a tre Fare pronostici su una competizione non è

una cosa che mi piace ma il lavoro sporco qualcuno deve pur farlo. Per esperienza, roster, ed abitudine a giocare queste manifestazioni Schio, Venezia e Ragu-

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inside A1 sa partono un gradino o forse più sulle altre, anche se in una gara secca le insidie sono sempre dietro l’angolo, di certo la corazzata Reyer potrebbe attendere rilassata il titanico e probabile scontro in semifinale tra Schio e Ragusa, salvo harakiri veneziani che in questi ultime stagioni hanno abbondantemente fatto capolino in terra lagunare. Dietro occhio a Broni e San Martino che si candidano ad essere delle outsider che non hanno nulla da perdere con Broni che ha scritto già un gran pezzo di storia del suo quarto di secolo di vita, e con San Martino che in casa diventa bestia feroce contro tutti. Poche speranze, anche se non muoiono mai, per Vigarano e Lucca con le baby emiliane che già possono festeggiare per la qualifi-

unita e proveremo a fare del nostro meglio non avendo nulla da perdere e senza pressioni: vogliamo cercare di fare un’ottima prima partita”. “Schio, Venezia e Ragusa – per il play delle toscane – sono le squadre più complete e create per vincere. San Martino è sempre una squadra molto pericolosa da incontrare in partite secche. Se devo dire chi vince dico Schio perché sta giocando molto bene e Allie Quigley sarà la mvp”. “Una formula che riunisce tante squadre e quindi più pubblico e più visibilità anche se devo dire che non ritengo corretta – sostiene Gatti – la modalità degli accoppiamenti. Sarebbe più corretto fare come nei play off tenendo conto dei posizionamenti in classifica”.

Le protagoniste saranno le squadre abituate a vincere, anche se le partite dentro o fuori sono imprevedibili (Sara Bocchetti) cazione e con Lucca che ancora deve decidere cosa fare da grande. Le toscane non vivono un momento di stagione facile anche se il roster e la panchina meriterebbero altri risultati. Come festeggia la presenza il Geas Sesto San Giovanni che prende il posto lasciato vacante dalla Dike Napoli.

Da tenere d’occhio Le stelle non mancano neanche in

questa trentacinquesima edizione della Coppa Italia. Tra le candidate al titolo di MVP ci sarà sicuramente Allie Quigley: la guardia statunitense è arrivata a Schio a fine novembre e viaggia nelle sette partite giocate in campionato con 19,4 punti di media con un 47% da due ed un 49% da tre. Nelle pretendenti senza dubbio Dearica Hamby (Ragusa) che attenta anche all’mvp del campionato con cinque doppie doppie ed una media di 19,9 punti con un ottimo 64% da due: l’ala pivot siciliana sarà un fattore determinante per le sorti di Ragusa. Jolene Anderson per la Reyer potrebbe essere decisiva perché lei è una giocatrice che si esalta in queste partite, ma occhio ad Anete Steinberga e al nuovo arrivo di un certo calibro come Lara Sanders. Julie Wojta e Nikolina Milic su tutte a Broni mentre per Lucca occhi puntati sull’accoppiata Graves-Vaughn. La baby d’oro di Vigarano Natali, Gilli e Nativi avranno un altro palcoscenico a disposizione per dimostrare ancora una volta il loro valore. Per le padrone di casa di San Martino focus su Adrienne Webb e Tyaunna Marshall ma è il collettivo la vera forza delle ragazze di coach Abignente.

Parola alle capitane Giulia Gatti, la capitana di Lucca,

analizza il momento della sua squadra: “Non è un periodo semplice ma siamo comunque una squadra

“Ragusa arriva a questo appuntamento – dice la capitana siciliana Chiara Consolini – motivata e volenterosa di mostrare la crescita fatta fino ad oggi. La formula così strutturata non mi piace: preferivo le vecchie final four. E non trovo il senso di questi accoppiamenti rispetto a quelli classici dei play off”. Carica invece la capitana di Broni Enrica Pavia: “siamo cariche per tutto quello che ci siamo guadagnati; non arriviamo nel nostro momento migliore ma sappiamo che per vincere bisogna essere più forti di tutto. Punto sul titolo a Venezia e come Mvp voto Steinberga”. Carica e non poteva essere altrimenti capitan Monica Tonello: “Noi lupe arriviamo cariche perché giochiamo in casa. Siamo consapevoli di non essere le favorite ma sappiamo che la formula con l’eliminazione diretta può dare soprese. Le protagoniste saranno le solite note mentre come soprese dico Vigarano e Broni, di San Martino non parlo per scaramanzia”. Per la vittoria finale Tonello punta su Schio con Quigley Mvp. “La Coppa Italia è il primo traguardo che una squadra cerca e spera di vincere – sono la parole della capitana Reyer Debora Carangelo – ci teniamo a questa manifestazione e cercheremo di dare il massimo”. Sara Bocchetti, capitana di Vigarano, ci dice: “Arriviamo con una gran voglia di fare bene e soprattutto con tanto entusiasmo. Le protagoniste saranno le squadre abituate a vincere anche se le partite dentro o fuori sono imprevedibili. Dove guardarle: se non avete la possibilità di andare a San Martino di Lupari tutte le sette partite saranno trasmesse con un servizio di alta qualità su LBF TV (www.lbftv.it), con tre telecamere e telecronaca a due voci, ed eccezionalmente in chiaro: sarà sufficiente registrarsi al sito per vedere tutto senza costi.


JOLENE ANDERSON CON 33PT E 37 DI VALUTAZIONE È STATA MVP DELLA COPPA 2017 (IN MAGLIA FAMILA), SFORNANDO LA MIGLIOR PRESTAZIONE DI SEMPRE IN UNA FINALE.

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MARIELLA SANTUCCI LA PLAY BOLOGNESE È AL SUO TERZO ANNO CON LE TOLEDO ROCKETS (TOLEDO UNIVERSITY), DI CUI È UN IMPORTANTE PUNTO DI RIFERIMENTO.


focus

MARCH MADNESS

MARZO IN NCAA SIGNIFICA MARCH MADNESS, UNA FORMULA AVVINCENTE E VINCENTE CHE ATTIRA SEMPRE PIÙ GIOCATRICI. LA COLONIA DELLE AZZURRE IN NCAA QUEST’ANNO È DI 11 ATLETE: UNA VITTORIA O SCONFITTA DEL NOSTRO MOVIMENTO?

di alice pedrazzi

“T

u vuò fa’ l’americano, mmericano, mmericano. Ma sì

nato in Italy... Tu vuò fa’ l’americano, mmericano, mmericano…” Anno 1956: Renato Carosone racconta, sulle note di un boogie-woogie che spopolerà, il sogno americano che nell’immediato dopo-guerra affascinava migliaia di italiani attratti dall’immagine di un’America ricca e prosperosa, luccicante al confronto con un’Italia ancora fortemente legata alla tradizione rurale. L’America della canzone di Carosone era il sogno di chi “voleva farcela” nella vita.

Anno 2019: il sogno americano, declinato cestisticamente,

pare sia tornato di gran moda, affascinando sempre più giocatrici italiane che sognano – appunto – di “fa’ l’americane”. Spesso riuscendoci. L’America del basket è, oggi, il sogno di chi “vuole farcela” nello sport. Gli Stati Uniti sono - sportivamente parlando - la nazione a cui guardare e nell’immaginario, e nelle scelte, di molte ragazze del nostro basket sono una meta

agognata, per vivere una esperienza formativa e qualificante non soltanto dal punto di vista strettamente tecnico, ma anche di vita. Così cresce sempre più il numero di ragazze che preparano borse e borsoni, le riempiono di scarpe e tute, magliette, belle speranze e libri, e salgono su un aereo per volare oltre l’Atlantico a giocare e studiare. A studiare e giocare. A formarsi, insomma, dentro e fuori dal campo, attratte da un mondo capace di affascinare per l’attenzione e la cura quasi maniacale dei dettagli, per l’organizzazione impeccabile, la professionalità dei metodi di allenamento e per la qualità (anche delle strutture) che caratterizza il mondo dello sport (e del basket in particolare) a stelle e strisce. “Qui ti trattano da vera protagonista”, dice ad esempio Alessia Smaldone, una delle tante cestiste italiane attualmente negli Usa. La NCAA, tanto al maschile quanto al femminile, è, infatti, capace di brillare di luce propria, non soltanto grazie al riflesso delle luci accecanti della NBA (e della WNBA), ed è capace di esercitare una forza attratti-


focus COMPAGNE FRANCESCA PAN E LORENA CUBAJ COMPAGNE A GEORGIA TECH, ERANO COMPAGNE DI SQUADRA ANCHE ALLA REYER VENEZIA.

va in tutto il mondo. Non ne sono rimaste immuni le cestiste italiane. Anzi. Andare negli Usa a fare il college, da sogno di molte è diventata la scelta di tante. La colonia italiana che popola, quest’anno, il campionato universitario femminile americano, è formata da 11 ragazze (fra Division I e Division II) formatesi nei settori giovanili delle nostre società, alcune anche con già esperienze in squadre senior e chiamate in azzurro, che però hanno scelto gli Usa per la loro formazione cestistica e universitaria. Francesca Pan e Lorena Cubaj (Georgia Tech University di Atlanta), Elisa Penna (Wake Forest University, Winston Salem, Carolina del Nord), Elisa Pinzan (University of South Florida), Mariella Santucci (Toledo University), Lucia Decortes (Albany University), Lucrezia Costa (UMBC), Chiara Bacchini (Quinnipiac), Elisa Pilli (Wyoming), Carlotta Gianolla (Kennesaw State) e Alessia Smaldone (Cal-

dwell University): eccole, le nostre azzurre d’America. Ventenni o poco più (nate tutte tra il 1995 e il 1999), di belle speranze cestistiche, partite per tornare. Più forti.

Vittoria o sconfitta del nostro movimento?

Questo è il dilemma. Irrisolvibile, perché – forse – dipende da quale parte si guardi questa medaglia. Il movimento, certamente, sforna giocatrici capaci di farsi notare anche oltreoceano, coraggiose nelle scelte di vita, forti di testa per tentare (e portare a termine con successo) una avventura lontano da casa, vincendo piccole e grandi paure e superando le difficoltà iniziali (legate soprattutto, per molte, quasi tutte le nostre ragazze partite, alla lingua da imparare ad usare nel quotidiano) e determinate a farsi notare in campo. Le “azzurre d’America” sono, quasi in tutti i casi, giocatrici che nella NCAA fanno ottime stagioni, (si pensi


– su tutte – a Penna, che segna più di 15 punti di media). È altrettanto vero, però, che la nostra pallacanestro, oggi, non può nemmeno lontanamente sperare di competere, per fascino, con quella americana e non riesce a trattenere quelle ragazze che forse più di altre, sentono i sogni bussare forte.

Nei racconti di tutte le nostre cestiste volate negli Usa per il

college, infatti, si riscontra un unico comun denominatore: il fascino che il campionato NCAA sa esercitare, per storia e storie, per tradizioni e per l’attenzione mediatica che richiama. È la stessa Elisa Penna, classe 1995, per talento e prospettive forse la “punta di diamante” della delegazione azzurra in America, al suo quarto ed ultimo anno nel college che fu di Tim Duncan e Chris Paul, ad aver raccontato più volte a più giornali, anche recentemente alla Gazzetta del-

lo Sport, che “vivere nel mito di grandi campioni che hanno abitato, anche fisicamente, gli stessi spazi che ora utilizzo io e respirare la loro stessa aria, è fonte di grande ispirazione”. È forse proprio questo il fascino che manca al movimento di casa nostra, che soffre di una atavica difficoltà nel creare e soprattutto raccontare storie & tradizioni? Impensabile per noi, ad esempio, poter paragonare un qualsiasi campionato giovanile o universitario a ciò che negli States hanno creato con la famosissima (e attesissima) “March Madness”, anche quest’anno ormai prossima al via. L’americanissima “follia di marzo”, mitica fase del campionato Ncaa ad eliminazione diretta, che deve il suo nome alla imprevedibilità dei risultati che le gare secche portano nel loro dna e che tanto appassionano il pubblico, stupendolo spesso e volentieri con storie da “Davide che batte Golia”, è un evento atteso da milioni di americani

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focus e dunque diventa, per tanti giovani atleti, un traguardo importante da raggiungere, al punto che la sua eco rimbalza ormai da diversi anni oltreoceano, fungendo da forza attrattiva. Tanto al maschile, quanto – e negli ultimi anni sempre più - al femminile. Saranno state, quindi, anche le sirene di questa appassionante sfida da “dentro o fuori”, che racchiude il senso spietato e magico dello sport (e della vita), ad affascinare le nostre ragazze, che hanno ceduto alle sirene a stelle e strisce, tentatrici non solo dal punto di vista tecnico, ma anche per tutto quello (ed è tanto) che ci sta attorno. La meravigliosa “follia di marzo” è una formula avvincente e vincente, si parte da un tabellone di 64 squadre ed ogni week end di marzo si giocano sfide senza domani: se vinci respiri, se perdi non hai appello e ci ripensi, casomai, l’anno dopo. Di settimana in settimana, si passa da 64 a 32, poi dalle “sweet 16” alle 8 per arrivare, infine, alle Final Four. La formula delle Finals, diffusasi anche in Europa, nasce propria dalle finali del campionato studentesco americano, dove costituisce un vero fenomeno di costume. Dove lo sport conta, ma non è (il) tutto. O meglio: dove lo sport è capace di fare story-telling di se stesso e di farsi emozione per chi guarda. Un’emozione che affascina. A pensare a cosa (e quanto) si muove attorno al “March Madness” c’è da stropicciarsi gli occhi. Ed imparare, molto. Nelle settimane che precedono la partenza di questa folle corsa al titolo universitario, i siti specializzati e non, impazzano rendendo disponibili i cosid-

glio, infilati dentro a “Vip Pack”, “All-In Experience” e pacchetti di ogni tipo e prezzo, si va dai 100 dollari ai 1895 richiesti per assistere alle Finals - femminili ovviamente, perché per la maschile si parla di 3515 dollari a persona - in programma nella prima settimana di aprile a Tampa, in Florida, con accesso non solo alle gare, ma alla vip lounge prevista nell’arena, alla conferenze stampa pre e post gara, con incontri con le giocatrici e partecipando anche ad un tour fotografico sul campo. Perché l’America, in questo, ci spiega che cosa significa avere la capacità di trasformare un incontro sportivo in un evento, generando e raccontando una emozione che gli spettatori possono vivere dal “di dentro”. Pagando, of course. E tanto. E questo, per le atlete, anche per le nostre atlete, non è solo lusinghiero, è anche molto responsabilizzante.

Le nostre ragazze che crescono in questo contesto, respirano

quest’aria e vivono queste emozioni, tornano, spesso, giocatrici migliori da un punto di vista tecnico e fisico, grazie al confronto quotidiano sul campo con compagne e avversarie di indubbio valore, ma tornano soprattutto atlete più mature e forti da un punto di vista mentale e caratteriale, (più) pronte per affrontare le sfide dei campionati senior. In questo la bella brigata azzurra al momento in trasferta oltreoceano, può farsi forza, oltre che sulle proprie sensazioni positive, peraltro il coro che si alza dalle 11 italiane è unanime (“Esperienza fantastica, sotto il profilo non solo

Avere così tante giovani che stanno diventando giocatrici e donne nei college americani è un successo del nostro movimento o, meglio, una grande opportunità.. detti “bracket”, le griglie che contengono i tabelloni dei 4 Regionals in cui è diviso il torneo più pazzo del mondo, in tutte le forme e le modalità: ce ne sono di stampabili, di compilabili online, ci sono bracket fatti appositamente per pronostici e scommesse: i pronostici, infatti, sono una attività diffusissima che coinvolge migliaia di appassionati e che segue regole ben precise. Prima dell’inizio della prima fase, i bracketvanno compilati con i nomi delle squadre che si ipotizza possano vincere i vari confronti, dal primo turno sino alla finalissima: per ogni pronostico azzeccato si vincono dei punti (dai 2 per i turni iniziali fino ai 64 assegnati a chi ha la sfera di cristallo per indovinare la vincente). I bracket sono così popolari negli uffici di tutta l’America che alcune stime hanno rilevato un incremento esponenziale di consumo di risme di carta e di toner per fotocopiatrici nella settimana che dà il via alla March Madness. E attorno alle finali c’è un mercato turistico sviluppatissimo: il paradosso è che i biglietti per assistere alle gare sono quasi un detta-

cestistico, ma anche umano e formativo”), anche su illustri esperienze pregresse: in tal senso una pioniera era stata, ad esempio, Kathrin Ress (classe 1985), oggi l’azzurra in attività che vanta il maggior numero di presenze in Nazionale, ha frequentato con profitto e successo (anche cestistico) il college a Boston dal 2003 al 2007, per poi tornare sul suol patrio giocatrice matura di tecnica, fisico e testa.

E quindi, sì, forse il dilemma è sciolto: avere così tante giovani

che stanno diventando giocatrici e donne nei college americani è un successo del nostro movimento o, meglio, una grande opportunità. Che il movimento stesso non può lasciarsi scappare, né in termini di crescita tecnica e di valorizzazione delle atlete che, presto o tardi, torneranno a casa e che già possono vestire l’azzurro, né in termini di racconto di queste belle storie di vita e sport. Perché non sia solo una follia quello di avere, un giorno, anche noi la nostra bellissima “March Madness”.


ALESSIA SMALDONE È AL SUO PRIMO ANNO IN USA, ALLA CALDWELL UNIVERSITY (DIVISION 2). CON LE COUGARS QUASI 13 PT DI MEDIA COL 37% DA 3PT.

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LAURA “CHICCA” MACCHI 24 MAGGIO 1979, HA VINTO 9 SCUDETTI, DI CUI 2 CON LA MAGLIA DELLA COMENSE E 7 CON QUELLA DI SCHIO. IN AZZURRO VANTA 104 PRESENZE.


cover story

INFINITA MACCHI

ALLA SOGLIA DEI 40 ANNI, CHICCA APRE IL SUO ROMANZO PER NOI, PARTENDO DA NAPOLI: “UNO SHOCK PER TUTTI”. E POI IL DERBY CHE VERRÀ CONTRO SCHIO, QUEI DUE MALEDETTI PALLONI-SCUDETTO PERSI A COMO, LA LEZIONE DI LUCCA, IL RUOLO PESANTE DI GUIDA IN CAMPO

di GIULIA ARTURI

C

hicca, tu sei la “signora del basket italiano” per clas-

se, vittorie ed età: non ti fa un po’ sorridere la definizione? “Assolutamente sì! Sono felice certo, ma quando penso a come sono, mi vedo ancora fare le cazzate in campo, come se il tempo non fosse passato. Faccio fatica ad immaginarmi in una descrizione del genere, non mi ci ritrovo”. Non esiste una serie A senza di lei, almeno per quanto mi riguarda. Quando la pallacanestro era solo un’aspirazione, andavo a Como, al Palasampietro, per veder giocare i mostri sacri, tra cui una giovane e spettacolare Macchi. Poi, incredibile, è diventata un’avversaria: così sullo scout degli allenatori prima di affrontare la sua squadra, si potevano trovare le sue caratteristiche nella versione lunga (“tiro da tre, palleggio arresto e tiro, entrata, rimbalzo, destra, sinistra, passaggio”) o nella versione breve (“tutto”). Ed infine oggi aggiungo

ai tanti che, intervistandola, hanno toccato l’argomento “futuro”. Ma andiamo per ordine, c’è prima il presente: a 39 anni, dopo il fallimento di Napoli, Chicca Macchi si è sistemata a Venezia, pronta a rincorrere il suo decimo scudetto. “Sto cercando di farle tutte - sdrammatizza -. Il fallimento a metà stagione mi mancava (risata). La vicenda di Napoli è stata uno shock, vissuto da noi giocatrici anche come una sconfitta personale. Ma dopo qualche giorno abbiamo realizzato che avevamo fatto tutto quello che potevamo. Da mesi mi ero abituata a vivere alla giornata; nel giro di un paio di giorni sono arrivata a Venezia, dove, al contrario, c’è un’organizzazione impeccabile; che scombussolamento! (risata). Sono molto contenta, ma all’inizio ero un po’ spaventata, non è facile inserirsi in una squadra prima in classifica, che lavora insieme da sei mesi, con dei meccanismi e delle rotazioni ben precise. Mi rendo conto di essere una presenza un po’ ingombrante, lo dico sempre. È difficile da assimilare.


cover story

Prima di capire cosa posso dare alla squadra ci vuole un po’ di tempo”. In tanti vorremmo sapere come si fa a mantenersi come te: se vuoi condividere il segreto noi ti ascoltiamo. “Di recente mi hanno chiesto dove mi vedevo tra dieci anni. È la stessa domanda che mi ero fatta quando ne avevo 30. Riflettevo: famiglia, figli, amici. Poi in un attimo ti accorgi di come il tempo è volato, e sono ancora qui. La gestione della mia persona fuori dal campo è fondamentale, sono sempre stata molto ri-

gorosa, fin troppo forse. Poi giocare sempre in squadre con grandi ambizioni mi ha agevolato, l’appetito vien mangiando come si usa dire. Arrivati ad un certo punto poi, non se ne può più fare a meno”. L’obiettivo della Reyer è lo scudetto. Sulla tua strada potresti incontrare Schio, che effetto ti fa? “Mi fa strano, ma lo scoglio l’ho già dovuto superare. Sono arrivata di venerdì, e la partita del week end era proprio contro Schio. Avevo parlato con il coach e non avrei dovuto giocare; non c’era stato neanche il tempo di allenarmi, ero d’accordo. Ero tranquilla, me


FUTURO A 39 ANNI, DOPO IL FALLIMENTO DI NAPOLI, CHICCA MACCHI SI È SISTEMATA A VENEZIA, PRONTA A RINCORRERE IL SUO DECIMO SCUDETTO

la sarei guardata dalla tribuna. Ma poi improvvisamente il contrordine: il presidente voleva vedermi in campo! È una partita che sento particolarmente, non posso negarlo, e volevo arrivarci nelle condizioni di riuscire a giocarla al mio miglior livello; ma così almeno mi sono dovuta buttare senza avere il tempo di pensarci su troppo”. Ti pesa non giocare più 30 minuti ed avere un ruolo diverso? “L’anno scorso a Schio mi è pesato, sì. Cambia tanto anche nel modo di impattare una partita. Poi, a dire

la verità, nei momenti importanti ero sempre in campo, ed è quello che conta. Si possono giocare anche 35 minuti, ma se poi sei in panchina nei 5 decisivi… In verità, durante la prima metà di campionato con Napoli, ne giocavo 35 (risata). Comunque non sono ingenua: giocare come voglio io, ad una certa intensità, concentrata in un certo modo, so che non è più possibile ad un certo minutaggio. Anche in questa nuova avventura voglio arrivare ad essere in campo nei momenti decisivi”. Per sistemare in bacheca nove scudetti, di minu-

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cover story ti cruciali bisogna averne giocati tanti. Se è facile celebrare i trionfi, per Chicca è importante anche ricordare i fallimenti. “A Como perdemmo lo scudetto contro Taranto in gara 5 in casa. Io buttai via due palloni sanguinosi sul finale di gara. Il presidente Pennestrì me lo rinfacciò per i successivi quattro anni, avevo vanificato una stagione di lavoro per superficialità. All’inizio la presi un po’ alla leggera, quando sei giovane pensi di avere

anche un altro lato della medaglia: sembra non arrivare mai quel momento definitivo in cui dico ‘sono stanca, non ce la faccio più.” Ma quindi non esistono dei momenti di stanchezza mentale nella vita di Chicca Macchi? “Scherzi? Ma certo che ci sono! Mi è capitato spesso, durante la stagione, di affrontare almeno un paio di situazioni di crisi. Non sono un robot. Per esempio,

Mi sono capitati degli anni in cui mi sentivo satura, non volevo riprendere, ma poi riscatta sempre la scintilla: lo sai, lo senti nella pelle che hai bisogno di ricominciare. tante altre occasioni di rifarti. Quando poi mi sono resa conto che bisognava ricostruire tutto da capo, è stata una batosta. A conti fatti è stato un crocevia della mia carriera fondamentale: da quel momento voltai pagina, cambiai mentalità. Sentirmelo ricordare così spesso da Pennestrì, mi ha preparato ad arrivare pronta quando contava”. A proposito di presidenti, hai avuto forse quelli più “vivaci” nella storia del basket femminile, cioè Pennestrì, Cestaro e ora Brugnaro. Cosa li accomuna? “Al mio esordio casalingo con Como, stavamo perdendo di 5-6 punti all’intervallo, era una partita qualsiasi. Lui entrò in spogliatoio e ribaltò un tavolino. Mi chiesi dove fossi capitata. A Cestaro non servivano questi gesti, gli bastava uno sguardo per farti capire cosa pensava. Anche Brugnaro, che ho vissuto ancora poco, ma che conosco da avversaria, mi sembra un presidente sanguigno. Sono tre personaggi importanti, con personalità forti. Io preferisco una figura di questo genere, piuttosto che un presidente passivo, a cui va bene tutto”. Numero 3, numero 4, ne hanno discusso un po’ tutti nel corso del tempo. Macchi che numero è davvero? “Macchi è un numero 1, un playmaker! Il dibattito si protrae da tempo, e mi ha sempre fatto sorridere. Quando a Como arrivò Lambruschi da 3 sono diventata 4, poi di nuovo 3, e via così. La verità? Mi interessa poco che numero sono, voglio stare in campo. E davvero ho giocato anche playmaker, con Sandro Orlando a Schio. ‘Tu sei matto’, gli dicevo. Ma effettivamente dall’alto del mio 1.87 i passaggi mi venivano piuttosto facili (risata). Divertimento è la parola chiave. È quello che mi fa paura quando mi fanno la fatidica domanda ‘quando ti ritiri?’: il fatto è che io mi diverto ancora tutti i giorni. Certo, è un bene, ma c’è

l’anno scorso a Schio ad un certo punto il pensiero era proprio ‘basta, non ce la faccio più’. E in questi frangenti la cosa veramente difficile era che non riuscivo a fare le cose come avrei voluto”. E come ne esci? Da sola o ti appoggi agli affetti? “Da sola, sempre. Quando vedo ragazze giovani che vanno in crisi perché non entra il tiro, perché non si sentono al massimo quel mese, senza riuscire a venirne fuori, dico che lo spunto deve arrivare da loro stesse. Certo, gli affetti contano, aiutano. Io quando ho bisogno di chiudermi in me stessa vado a Varese, a casa, e mi sento protetta. Ma quando entri in una spirale negativa, non c’è nessuno che può uscirne al posto tuo: queste situazioni sono dei momenti di crescita”. Tornando a Napoli. Cosa vuoi raccontarci di quei momenti? “La forza per superare tante problematiche quotidiane era il gruppo. In tanti se ne sarebbero andati subito, ma noi l’abbiamo sempre buttata sul ridere, per cercare di sdrammatizzare. È stato tutto un po’ strano: l’inizio zoppicante, le straniere si fermavano quando non ricevevano il bonifico con lo stipendio. Noi invece, le solite ‘sfigate’ italiane, siamo andate avanti. Tutte nel contratto avevano la clausola per fermarsi, ma nessuno l’ha fatto. Alla fine eravamo noi a metterci la faccia ogni domenica, non aveva senso non allenarsi. C’è stato un momento in cui sembrava che la situazione potesse sistemarsi, sino al crollo finale, quasi improvviso. Sì, se ne parlava, ma poi è successo tutto in un attimo. Eravamo quarte giocando solo con le italiane, c’erano ambizioni. Per evitare condizioni del genere ci dovrebbero essere molti più controlli, quelli reali. È stato un danno per tutto il movimento, e ha anche falsato il campionato, per quanto riguarda il discorso salvezza”. Il futuro ti spaventa o ti incuriosisce?


“LA PIÙ FORTE CHE HO VISTO? TAURASI, LA SEMPLICITÀ CON CUI GIOCA È SPAVENTOSA. PER QUANTO RIGUARDA LE ITALIANE, NON HO MAI TROVATO NESSUNO CHE AVESSE LA FORZA MENTALE DI BETTA MORO”.

19


cover story “Mi incuriosisce molto. Inizialmente pensavo che, una volta chiusa la carriera da giocatrice, mi sarei completamente staccata dalla pallacanestro. Ad esempio, d’estate, nei tre-quattro mesi senza campionato, posso stare tranquillamente senza vedere basket, anzi, non ne voglio neanche sapere. Arrivavo ad un punto di sovraccarico, dopo stagioni lunghe, e dovevo staccare. Pensavo che mi sarebbe piaciuto lavorare in un bar ad esempio; insomma tutto tranne che allacciarmi le scarpe e fare allenamento. Ultimamente il mio pensiero sta cambiando: vedendo quello che fa Roberta Meneghel, mi accorgo che quella tipologia di lavoro mi affascina. Mi piacerebbe riuscire a portare quello che ho vissuto e imparato in questi 25 anni all’interno di un progetto, per aiutare chi ha appena iniziato”. Argomento social. Sei sbarcata da non moltissimo su Instagram, come ti rapporti con questo mondo? Ti diverte? “All’inizio mi tenevo a distanza. Sono molto spaventata da Facebook, mi sembra troppo invadente. Il presupposto è che la mia vita è sempre stata messa in piazza in qualsiasi momento, non c’era bisogno di aggiungere anche i social. Basta una ricerca su Google per trovare tutte le scemenze che ho combinato da vent’anni ad oggi. Si è sempre parlato di me appena muovevo un passo, non volevo amplificare questa tendenza. Instagram invece mi diverte, ho scoperto esserci un mondo dentro e sono sempre curiosa di scoprire qualcosa di nuovo”. Da quando sei sbarcata sui social, il tuo lato goliardico lo può intuire anche chi ti conosce poco. Qual è stato il tuo anno più divertente di pallacanestro? “Il primo anno a Schio. Credo di aver detto la prima parola in spogliatoio dopo qualche mese: arrivavo in un gruppo che aveva già vinto, entrai con i piedi di piombo. Poi da gennaio, con Betta Moro, è stato fantastico. Lei per me è una seconda sorella. Abbiamo vinto tutto, quindi anche dal punto di vista sportivo è stato super, ma l’atmosfera e la compattezza del gruppo si trova raramente”. L’ultima volta che ti sei arrabbiata sul serio? “Mi viene in mente la sconfitta a Lucca in gara 3, nel 2017. Quando perdemmo quel rimbalzo che mandò la partita al supplementare, ero indemoniata. È stata la dimostrazione che i dettagli fanno la differenza. Per questo in allenamento insisto con le mie compagne perché l’impegno sia costante, sino a farmi un po’ detestare. Io pretendo molto da me e dagli altri. Ogni tanto sbaglio, mi rendo conto che non tutti possono o vogliono dare sempre il massimo, ma per arrivare in fondo bisogna fare anche le cose scomode. Ho incontrato anche chi mi ha risposto che per me era facile fare così, perché ero forte. Non è questo il punto: se lavori e stai concentrata in allenamento, è sicuro che

qualcosa di buono ne esce. Così si crea la mentalità per vincere. La tensione degli attimi decisivi la sento anch’io, ma se sei abituata a viverla, riesci a gestirla”. L’ultima volta che qualcuno ti ha stupito in senso positivo? “Torno sempre a Lucca: una squadra che costava meno di tutte le altre, con il lavoro e l’entusiasmo può arrivare a vincere uno scudetto. Io a Schio avevo tutto, ma poi arriva chi ha più fame di te e il resto non conta più”. Due nomi di under 23 su cui giureresti un avvenire? “Ho visto giocare Panzera e mi sembra che poche ne nascano così, anche dal punto di vista fisico. E su Zandalasini penso non ci sia più niente da aggiungere, è il presente. Ho sentito dire ‘Zanda è la nuova Macchi, ora stiamo aspettando la nuova Zanda’. Un attimo, mi sembra che stiano correndo un po’ troppo tutti! Io ringrazio che nella mia cronologia di presidenti ho avuto per primo Pennestrì: mi ha sempre tenuto con la testa schiacciata al pavimento, anche quando le cose andavano bene. Non lasciare il tempo alle giocatrici di crescere e di sbagliare è controproducente”. Il canestro dei tuoi sogni l’hai già segnato? “Forse avrei dovuto chiudere la carriera dopo quel famoso canestro ma non era il momento. Spero sempre che il più bello debba ancora arrivare, ma quello rimane per ora il più importante. Vediamo però cosa ci regala il futuro… ancora (risata)”. Stiamo parlando dei due punti che sono valsi uno scudetto, segnati a 3” dalla fine di gara 5 contro Ragusa, nel 2015. Un sottomano rovesciato con un terzo tempo in allontanamento dal ferro. Un canestro da campionessa, che ci racconta anche un po’ del carattere anticonformista, mai banale, scanzonato di Chicca. Le interviste rilasciate in carriera ormai non si contano, allora l’ultima autodomanda la lasciamo a lei stessa. “Mi chiederei se penso di essermi divertita abbastanza in tutti questi anni, o se è stata una perdita di tempo. Nel mondo dello sport hai successo, sei qualcuno, poi quando cala il sipario a nessuno interessa più niente che hai vinto nove scudetti. Diventi una persona normale, e paradossalmente dopo 25 anni di carriera devi ricominciare da capo. Diventa fondamentale allora la domanda: ‘Ne è valsa la pena?’ Si tratta di una grossa fetta della vita che ho passato con le scarpe allacciate”. E la risposta? “Assolutamente sì, lo rifarei altre centomila volte, comprese le scelte che ho fatto, giuste o sbagliate che fossero”.


numbers HIGHLIGHTS

36 pt 41 pt

>> TOP score NAZIONALE

52 VAL

>> TOP VALUTAZIONE

>> TOP score a1

84%

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inside A2

Che botti! Ora Coppa DAL 22 AL 24 MARZO A CAMPOBASSO LA FINAL EIGHT DI COPPA ITALIA. LE

MOLISANE INTANTO TENGONO LA TESTA DEL GIRONE SUD, COSÌ COME ALPO E COSTA AL NORD, DOPO UN FEBBRAIO RICCO DI COLPI DI MERCATO E CAMBI D’ALLENATORE (AVVENUTI O REVOCATI...). IL BILANCIO DEL MESE

di manuel beck

e

lettrico febbraio per l’A2. Soprattutto fuori dal cam-

po: tre squadre hanno cambiato allenatore, di cui una, Bologna, ci ha ripensato subito; giocatrici di primo piano come Ress, Gonzalez, Galbiati, Mancinelli, Ciabattoni sono planate dall’A1 alzando ulteriormente il livello del campionato. Sul campo, quasi tutte hanno alternato vittorie e passi falsi, sicché le gerarchie sono variate poco. Da registrare però, nelle rispettive zone di classifica, la risalita di Ponzano al Nord e di Valdarno al Sud (due squadre che hanno appunto trovato linfa dai nuovi innesti), mentre Marghera e le due romane sono rimaste a secco. Marzo dirà di più su tante situazioni in bilico. Ma è anche il mese della Coppa Italia: corona d’inizio primavera in palio dal 22 al 24 nella kermesse di Campobasso. Sarebbe temerario azzardare pronostici, per due motivi: 1) al momento di scrivere, mancano 25 giorni ed è impossibile prevedere in quale condizione arriverà ciascuna delle 8 squadre; 2) anche sapendolo, servirebbe a poco: la Final Eight è una

roulette in cui la pallina può fermarsi sulla casella di chiunque, e in cui spesso chi entra papa esce cardinale e viceversa. Lo dice la storia delle due edizioni disputate dopo il cambio di formato. Nel 2017 Costa Masnaga arrivò in crisi di risultati e alzò il trofeo. Lo scorso anno sono uscite al primo turno tutte le meglio piazzate, comprese Geas ed Empoli, dominatrici del rispettivo girone prima e dopo la Coppa; vittoria di Crema su Bologna in una finale fra quarte in classifica.

Il campionato premia la continuità , la “F8” la capacità di

azzeccare 3 partite secche di fila, magari con generoso aiuto dalla sorte nei finali in volata. Può essere ingiusto sul piano tecnico ma è il fascino di questa competizione. Ciò premesso, per non tirarci del tutto indietro diamo a Campobasso un 60% nel quarto di finale contro Moncalieri, e a Costa un 55% contro La Spezia. Tassativo “50-50%”, invece, per Alpo-Faenza e Palermo-Crema. E ora il consueto bilancio del mese, squadra per squadra.


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Girone Nord // percorso netto per Costa in febbraio, 3 vinte -1 persa per le altre “big”. Ciabattoni rilancia Ponzano. Il B.C. Bolzano con Ress difende 4 punti su Carugate e Milano nella corsa ai playoff

Ecodent Alpo (18 vinte-3 perse): inizio di febbraio sofferto, salvandosi con S. Martino all’overtime (agguantato con una tripla di Pertile) e il k.o. con Castelnuovo. Poi l’arrivo di Galbiati dal Geas con le vittorie a Milano e, ancor più preziosa, su Udine in rimonta. B&P Autoricambi Costa (18-3): calendario favorevole, l’ha sfruttato alla grande: poker con 21 punti di scarto medio. Accanto alle solite Baldelli, Rulli, Vente c’è la sostanza, quasi mai da attrice protagonista ma sempre utile, di Picotti. Parking Graf Crema (17-4): la scivolata con Varese costa la perdita momentanea della vetta. In precedenza, autoritaria a Carugate ed emersa da una battaglia al supplementare col B.C. Bolzano: pareggio di Rizzi al 40’ e 24 punti di Melchiori. Akronos Moncalieri (15-6): un mese di partite all’ultimo tiro: colpi dopo overtime ad Albino e di 2 punti a Udine, quest’ultimo cruciale per rimanere fra le prime 4. Poi però una maratona persa, dopo 50 minuti, contro Ponzano. Resta una gran bella stagione. Autosped Castelnuovo (15-6): ha fronteggiato guai fisici, in particolare l’assenza di Corradini, ma senza la regista e Stoiedin ha centrato un colpo da applausi ad Alpo. Ha chiuso però cadendo in casa con Milano. In crescita realizzativa Canova e Claudia Colli. Delser Crich Udine (14-7): ha prolungato a 9 la sua striscia vincente, ma poi ha ceduto nei due big match con Moncalieri (out la tripla-partita allo scadere) e con Alpo, facendosi rimontare nell’ultimo quarto, nonostante 29 di Ljubenovic. Salto di qualità per la 2000 Ianezic: 25 punti con 7/8 da 3 contro Marghera, 15 con Moncalieri. VelcoFin Vicenza (11-10): risultati ancora in altalena, ma conserva un buon +6 di margine sul 9° posto. Di nuovo gran difesa nelle vittorie su Milano e S. Martino, poi però la sorte ha voltato le spalle (infortunio a Matic contro Carugate, assente lei più Stoppa e Colombo contro Costa) e sono giunte due sconfitte. Itas Alperia B.C. Bolzano (10-11): grande acquisto Ress, sia sul piano tecnico sia su quello simbolico (cestista altoatesina per eccellenza). Il pivot azzurro si è presentato con 13 punti e 13 rimbalzi di media in 3 partite, anche se non è bastato per battere le “big” Udine e Crema; prima festa per lei nel derby cittadino. Carosello Carugate (8-13): dopo le sconfitte da pronostico con Crema e Costa, ha finito il mese in

gran rialzo, espugnando Vicenza e regolando Albino. Ha allungato le rotazioni delle esterne con Giulietti e Michelini, ma soprattutto sta avendo costanza dal suo quintetto, che è da playoff, anche se rimontare 4 punti non è facile. Il Ponte Sanga Milano (8-13): con la lunga Carrara (dall’A1 di Lucca) ha completato il suo “restyling”; batosta in casa con Albino ma si è rialzata con il colpo esterno su Castelnuovo, trascinata dal 38 di valutazione di Royo Torres. Discorso simile a Carugate: qualche speranza di playoff ma più concretamente punta alla salvezza diretta. Fanola S. Martino (7-14): fondamentale il derby vinto su Marghera, con 21 di Amabiglia: un 2-0 nel doppio confronto che potrà pesare alla resa dei conti. In precedenza, capolavoro sfiorato contro Alpo (27 di Milani), maluccio con Vicenza. Giants Marghera (7-14): unica squadra del girone a non aver mosso la classifica per tutto febbraio: pesano soprattutto le sconfitte con le rivali Ponzano e S. Martino. Così, dalle soglie della zona-playoff è scivolata in piena fascia-playout. Separazione da coach Sinigaglia con panchina affidata a Bertoldero. Polyglass Ponzano (7-14): la mossa che può valere la stagione è l’arrivo di Alex Ciabattoni da Schio. L’italo-australiana si è presentata con 28 punti a Varese e ha bissato con Moncalieri, aggiugendo 10 rimbalzi, 6 assist e il libero decisivo allo scadere... Con lei le trevigiane sono a 3 vinte su 3 (anche Marghera fra gli “scalpi”). Fassi Albino (6-15): in frenata. Con Brcaninovic nel motore (oltre 20 di media a febbraio) sembrava poter uscire dai guai, nonostante il colpo sfumato all’overtime con Moncalieri. Invece ha perso con Costa (ci sta) e con Carugate (non bene), in corrispondenza di una flessione realizzativa per Iannucci. Acc. Valbruna Pall. Bolzano (4-17): guai fisici per il faro Mossong, ma la vittoria su Varese (22 per Zanetti) tiene viva qualche speranza. Rimpianti per la rimonta tardiva nel derby cittadino; si consola con la crescita della giovane Egwho, 22 punti contro Ress. SCS Varese (3-18): esonero di coach Ferri, con promozione del vice Visconti (e il leggendario Paolo Vittori è subentrato alla presidenza), dopo lo scontro diretto perso con Ponzano. Non è bastato per vincere l’altrettanto cruciale trasferta con la Pall. Bolzano. Poi un clamoroso colpo su Crema, con 24 di Beretta. Tardi? Non è detto.


VIRGINIA GALBIATI: ADDIZIONE DI LUSSO, DAL GEAS DI A1, PER UN’ALPO GIÀ AI VERTICI, ANCORA PIÙ COMPLETA CON LE SUE DOTI REALIZZATIVE.

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focus A2 inside

ARIANNA ZAMPIERI ALPO, VINCITRICE DEGLI SCORSI PLAYOFF NORD, È TRA LE FAVORITE PER LA PROMOZIONE. ARIANNA ZAMPIERI, REDUCE DAGLI EUROPEI 3X3 ELISABETTA È ALLA GUIDAPENZ: DI LA GUARDIA DI SAVONA, UN GRUPPO BEN AFFIATATO SALITA DAI 10 DELLA PUNTI DI CHE FA A MENO MEDIA DELLO SCORSO STRANIERA. ANNO AI 15 DI QUESTA STAGIONE, INSEGUE LA SALVEZZA.


Girone sud // colpo di Palermo a Campobasso e di Spezia a Faenza, ma solo Valdarno con Gonzalez ha chiuso il mese imbattuta. Continuano la siccità per le romane e la risalita della Nico. In coda non mollano.

La Molisana Campobasso (19 vinte-2 perse): primo stop casalingo nella partitissima con Palermo, immediato riscatto nel successivo big match a Spezia, con 20 di Marangoni, mantenendo così un +4 sulle siciliane e un +6 sulle altre inseguitrici. Il nuovo acquisto Mancinelli già due volte in doppia cifra. Ora sogna di alzare la Coppa davanti al suo pubblico. Andros Palermo (17-4): continua a ricavare il meglio da una rotazione di 6 giocatrici (peraltro tutte eccellenti): capolavoro a Campobasso tenendo a 45 punti la corazzata molisana e segnandone 20 con Cupido. Passo falso con Cagliari ma anche le altre contendenti al 2° posto hanno perso un giro. CariSpezia (16-5): costanza, riferimenti chiari e solidità mentale nelle volate (5 vinte su 6 in stagione): ricetta applicata anche nei colpi esterni a Cagliari e soprattutto, con 17 a testa per Templari e Packovski, a Faenza, campo finora inviolato. Netto poi il k.o. con Campobasso ma non pregiudica la lotta per il 2° posto. Matteiplast Bologna (16-5): turbolenza a inizio febbraio: sconfitta allo scadere con Civitanova ed esonero di coach Giroldi, poi revocato dopo la protesta delle giocatrici. Sono seguite 3 vittorie agevoli su squadre di bassa classifica: i veri test sono in arrivo. InfinityBio Faenza (16-5): senza Preskienyte, ha perso l’imbattibilità casalinga nel big match con Spezia, ma si è ben riscattata a Civitanova. Importante anche il raid a Umbertide, con 18 di Morsiani. Solita Ballardini che cresce di rendimento quando sente l’importanza delle partite: servirà anche in Coppa. La Bottega del Tartufo Umbertide (14-7): viaggia con regolarità verso i playoff (buon margine di 6 punti): ha dominato a Savona, Orvieto e con Selargius, perdendo solo con Faenza. Consueto abbonamento alla “doppia cifra” per Cvitkovic, Giudice e Pompei. RR Retail S.G. Valdarno (13-8): unica del girone ad aver fatto poker in febbraio; non aveva un calendario difficile ma l’impatto di Gonzalez si è già sentito eccome (che coppia italo-argentina con Rosset...) e autorizza ritrovate ambizioni. FeBa Civitanova (11-10): è entrata in zona-playoff con 3 vittorie su 4, tra cui l’impresa a Bologna firmata De Pasquale: 26 punti con 7 triple e il canestro-partita. Poi Perini protagonista nell’altro suc-

cesso-chiave a Selargius. Il k.o. con Faenza ci sta. Ha preso la lunga Giuseppone da Napoli. S. Salvatore Selargius (11-10): in flessione. Ha battuto solo Savona, incassando passivi netti da Nico e Umbertide; ma pesa soprattutto lo scontro diretto perso con Civitanova, nonostante una Brunetti da 21 rimbalzi, 5 stoppate e 6 assist. Resta in lotta con le marchigiane per i playoff. Cus Cagliari (7-14): mese contraddittorio. Grande impresa a Palermo, con Striulli a 39 di valutazione, ma anche k.o. interni in volata con le liguri Spezia e Savona, più quello con Valdarno. Il calendario in arrivo è ben più agevole: da sfruttare per la salvezza diretta. Orza Rent Nico (7-14): battendo Selargius (25 di Bona) e l’Elite Roma ha completato l’aggancio alla zona-salvezza diretta; il rimpianto è nella sconfitta con il fanalino di coda Forlì, che ha impedito il sorpasso su Cagliari. Rispetto alle sarde ha più profondità, che può essere un fattore nel finale di stagione. Mikah Caffè Savona (5-16): colpo vitale a Cagliari, dopo overtime, per restare fuori dalla zona-retrocessione diretta. Ma ha perso con Orvieto e anziché cacciare le umbre a -6 se le ritrova incollate, così come le romane. Grande affidabilità da Svetlikova e Penz. Gruppo Stanchi Athena Roma (5-16): sono tornate Bernardini e Russo, non Grimaldi e nemmeno la vittoria, che manca dal derby d’inizio gennaio. Il calendario di febbraio era infernale, ma solo contro Valdarno ha contenuto lo scarto. Restano da difendere 2 punti di margine sul penultimo posto. Integris Elite Roma (5-16): discorso simile alle concittadine, con la differenza che qui le sconfitte di fila sono 10, e se perdere netto con Palermo, Campobasso e Bologna ci sta, il -24 con la Nico è più preoccupante. La buona notizia è il ritorno di Moretti. Nulla di compromesso, in ogni caso. Azzurra Orvieto (4-17): un febbraio sofferto, tra calendario in salita e l’assenza di Meroni più altri contrattempi; ma il colpo in rimonta a Savona, con 17 di Coffau, può cambiare la storia della stagione. Medoc Forlì (2-19): la missione di raggiungere i playout resta durissima, ma battendo la Nico al supplementare, e innestando le esperte Lolli Ceroni e Aleotti, mostra di non voler mollare fino all’ultimo. La discreta resistenza a Palermo è incoraggiante in tal senso.

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focus

PAOLA CACCIALANZA PLAY/GUARDIA CLASSE 1989, QUEST’ANNO VIAGGIA A 6,1 PT DI MEDIA A PARTITA. IL SUO RECORD PERSONALE I 14,2 DI MEDIA NELLA STAGIONE 2015/16.


primo piano

PAOLA MISS EQUILIBRIO CACCIALANZA, CAPITANA STORICA E SIMBOLO DI CREMA, HA TROVATO IL SUO PARADISO A CASA SUA, DOVE SI DIVIDE TRA LAVORO E BASKET. E ORA È PRONTA A DIFENDERE LA COPPA ITALIA DI A2

Di Bibi Velluzzi

U

n orologio che non si inceppa mai. Il trionfo della regolari-

tà. Un meccanismo perfetto. Puntualità, precisione, serietà, organizzazione, rispetto. Nel vocabolario di Paola Caccialanza queste sono le parole dominanti. Anima e Core della Parking Graf Crema, capitana storica, simbolo di un club in cui non manca nulla. Perché chi entra in questa Società si mette completamente a disposizione dalla mattina alla sera per il bene delle ragazze e della pallacanestro. Paola è perfettamente calata in questo mood e per questo motivo non si è mai spostata da Crema, la sua città. “Forse qualche offerta è anche arrivata, ma sinceramente non ho mai preso in considerazione nulla. Non ho agenti e procuratori. Sono sempre stata a Crema dove mi trovo molto bene. Non ho mai avuto esigenze particolari. E per me questo Club è una seconda famiglia. Dopo aver preso la maturità, diploma da ragioniere programmatore, sono voluta andare subito a lavorare. Senza pensare all’università. Mi hanno assunta in un’azienda che trafila acciaio. A Trafilino, a dieci chilometri da casa mia. Anche lì sto bene. Faccio

l’impiegata, mi occupo di contabilità e amministrazione. A giugno farò 10 anni in azienda. E penso mi vogliano bene e mi stimino. Anche se alle mie partite di basket i titolari non vengono”, racconta Paola che di anni ne compirà 30 il prossimo 28 dicembre. E a giugno, quando la stagione del basket sarà conclusa, un premio fedeltà in azienda glielo daranno. Se lo merita. Impiegata modello. Non è facile trovarne.

BASKET E COPPA La pallacanestro è una passione comin-

ciata a 10 anni. “Col mini basket. Maria Parboni è stata la mia prima istruttrice, la ricordo ancora bene. In famiglia siamo quattro figli, ma soltanto mia sorella, che ora vive a Milano, un po’ ha giocato. Io ho continuato e la passione non è mai venuta a mancare. Sono arrivata in prima squadra e ora sono la capitana di un gruppo bellissimo. Non so se un giorno mi metterò ad allenare, ho provato un anno a fare qualcosina nel mini basket, ma non ho mai preso un tesserino. Per ora gioco. E cerco di togliermi tante soddisfazioni. La più bella è stata quel-


primo piano

la dello scorso anno ad Alessandria, quando abbiamo vinto la coppa Italia di A2. Una gioia indescrivibile. Non partivamo da favorite. Ma abbiamo battuto, una dietro l’altra, Empoli che ora è in A1, Palermo e in finale Bologna che comunque in A1 c’era andata sul campo l’anno precedente ed era molto forte, come le altre due squadre battute. Sono stati tre giorni magici, quelli vissuti ad Alessandria, difficilmente dimenticabili. È il primo titolo importante che la nostra Società ha messo in bacheca. E in quelle partite c’è stato il contributo di tutte, è sta-

ta proprio una vittoria di squadra. Che era già guidata dall’attuale allenatore, Diego Sguaizer che è di Brescia “. La Parking Graf Crema ha anche sfiorato la promozione in A1: “Perdemmo una finale contro La Spezia. Possiamo riprovarci, le altre soddisfazioni sono legate alla promozione dalla A3 alla A2. Sulla panchina, oltre a Sguaizer, che c’è sempre ed è al terzo anno di lavoro con Crema, si sono avvicendati anche Giroldi e Visconti.

LA PARKING GRAF DI OGGI In questo campionato la Società,


CAPITANA LA CARRIERA DI PAOLA È DA SEMPRE LEGATA AL BASKET TEAM CREMA, CON CUI HA ESORDITO IN A2 NELLA STAGIONE 2006/2007.

che è nelle mani del factotum Paolo Manclossi che ha preso in mano il Club dopo la scomparsa del presidente Spinelli, lavora per restare ai vertici. Se la promozione arriverà sarà qualcosa di straordinario. Anche se il Club è preparato. È solido, non fa passi più lunghi della gamba, ma potrebbe permettersi di stare in paradiso. Per ora Crema, Costamasnaga e l’ambiziosissima Alpo Villafranca Verona sono lì in vetta che sgomitano l’un l’altra per sprintare nel lungo e combattuto finale. Ma prima c’è la Coppa Italia in quel di Campobasso dove

Caccialanza e compagne sognano un altro colpaccio. “Il primo obiettivo è quello. Chiaro che andiamo ad affrontare squadre come Campobasso e Alpo che hanno un alto potenziale. Le veronesi le abbiamo anche nel nostro girone e devo ammettere che anche in questa seconda parte si sono rinforzate parecchio con l’arrivo di Galbiati che è una macchina da punti. Ora sono davvero molto forti”. Ma Paola, play-guardia che ragiona e fa canestro, fa intendere chiaramente che la sua squadra non è inferiore a nessuno. “Abbiamo cambiato straniera, la scorsa

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primo piano stagione avevamo Benic, ora c’è Ivana Blazevic, un’ala, sempre croata. Abbiamo tenuto Alice Nori ed è una presenza importante. Poi è arrivata Francesca Melchiori (guardia da Lucca). C’è sempre Capoferri. La base solida che avevamo è rimasta. Abbiamo alcune giocatrici della zona, è la nostra forza. Quest’anno abbiamo intensificato gli allenamenti passando da tre sedute a quattro settimanali. L’obiettivo è quello di fare il meglio possibile. Abbiamo patito qualche infortunio. Non è una squadra costruita con l’idea fissa di salire, ma noi ce la giochiamo partita per partita”.

LAVORO E PALESTRA Paola ci mette tutto l’impegno che può:

“Andare in palestra non mi è mai pesato e non mi peserà mai. Non l’ho mai visto come un sacrificio. Per ora mi viene difficile pensare di non giocare a basket. Non mi vedo senza pallacanestro. Esco dall’ufficio nel tardo pomeriggio e vado al campo, non è semplice perché, tranne il giovedì, ci alleniamo sempre la sera alle nove e finiamo alle undici. E la mattina alle otto si va in ufficio.

per coltivare una relazione importante. Vivo da sola, mi sono staccata dai miei che, comunque, sono presenti alle partite. Mi sono vicini. E ho la fortuna di avere due amiche speciali, Elisa e Federica, con le quali condivido tutto, ma proprio tutto. Siamo amiche dalla scuola e ho anche tatuato una farfalla in cui appaiono le nostre iniziali. È l’unico tatuaggio che ho. La vacanza più bella l’abbiamo fatta a Formentera. Sempre noi tre. Bellissimo. Un viaggio all’anno si cerca di farlo”.

TIFO E CALCIO Le amiche del cuore cremasche non sono

l’unica passione di Paola. Che è molto sportiva. Nel senso che ama proprio lo sport. “Da piccola avevo cominciato con il calcio. Da portiere. Poi ho scelto il basket. Ma l’amore per la Juventus è rimasto. Sono juventina sfegatata e sono stata da subito favorevole all’arrivo di Cristiano Ronaldo che è davvero un campione straordinario. Quando posso, guardo le partite di calcio, naturalmente quelle della Juventus, ma non solo. Mi piace seguire, a prescindere”. Così come, quando può, Pao-

Andare in palestra non mi è mai pesato e non mi peserà mai. Non l’ho mai visto come un sacrificio. Per ora mi viene difficile pensare di non giocare a basket. Ci vuole passione e sacrificio, ma io mi diverto ancora tantissimo. È un gruppo splendido, dove vigono ancora le regole che chi segna un primo canestro o fa il compleanno o compie qualcosa di particolare porta paste, pizzette, torte in spogliatoio. Ogni occasione è buona per mangiare da noi. È questo rende carino lo spogliatoio e rafforza la nostra intesa. Poi ci sono persone come il nostro pivot Gilda Cerri che sono brave ai fornelli: lei fa dei biscotti buonissimi. E li porta alle compagne”. Paola è golosa e buongustaia. “Guardo le serie tv, molte compagne sono patite di Master Chef. A me piace soprattutto mangiare. Dalle mie parti c’è un ottimo salame, ma io sono fanatica soprattutto di pasta... Siamo italiani no? La pasta la mangio in tutti i modi, almeno cinque volte a settimana non deve mancare nel mio menu. Mentre non sono una malata di tortelli cremaschi, quelli dolci che fanno impazzire tanta gente”.

VITA Di spazio per la vita privata non ne rimane tanto. Pa-

ola è un esempio in ufficio (“il tanto lavoro al computer mi ha portata a mettere gli occhiali, in campo gioco con le lenti”) e un modello in palestra. “La giocatrice che stimo e ammiro? Raffaella Masciadri sicuramente”. Non è un caso, per certi aspetti, sono simili. Caccialanza è professionale quanto la più titolata collega. Ma qualche angolo di libertà cerca di ritagliarselo. “Non sono fidanzata, sono single. Non voglio restare lontana dagli uomini, ci mancherebbe, ma il tempo è quello che è. Pochissimo

la segue con attenzione anche il basket di alto livello: “Qualche volta vado a vedere la Vanoli Cremona che ha appena vinto la coppa Italia tra i maschi. Ma pure l’ Eurolega e quindi l’Armani, un bellissimo spettacolo. Il basket maschile mi piace e capita anche di guardarlo in televisione”.

SOCIAL Per una trentenne il passaggio ai social è la que-

stione del momento. Paola anche in questo senso resta fedele al suo profilo: “Ho un profilo Instagram e sono su Facebook, ma li uso davvero con moderazione e altrettanto equilibrio. Sono social, ma non troppo. Giusto esserci, ma sempre con equilibrio”. Quello che la contraddistingue in tutta la sua vita. Paola è equilibrata in tutto, altrimenti non le potrebbe riuscire alla perfezione l’abbinata lavoro-sport. E non potrebbe essere la capitana indiscussa di una squadra che tra poco si ritufferà nell’atmosfera magica della coppa Italia. L’appuntamento è a Campobasso dal 22 al 24 marzo. Paola non ricorda neppure il suo High score in carriera. Per lei è molto più importante la forza e il valore del gruppo e del club. Un club che, senza dirlo ad alta voce, sogna di fare il bis in coppa Italia. Poi a maggio sarà quel che sarà nei playoff che portano al piano superiore. A Crema sanno che Alpo della fortissima coppia Zampieri-Galbiati mira con decisione alla A1. Ma prima Alpo e chiunque dovranno fare i conti con la voglia matta di Paola Caccialanza. Equilibrata sì, ma pure sognatrice.


COPPA ITALIA CREMA SI È AGGIUDICATA L’EDIZIONE 2018, A CAMPOBASSO CACCIALANZA E COMPAGNE SOGNANO UN ALTRO COLPACCIO.

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PATRIZIA DE GIANNI AL QUARTO ANNO IN MAGLIA MILANO BASKET STARS, CAPITANA E PUNTO DI RIFERIMENTO DELLA SQUADRA: “PUNTIAMO ALLA PROMOZIONE”.


altri mondi

BRILLANO LE STELLE LA LOMBARDIA È LA REGIONE CON PIÙ TESSERATE

E CON IL MAGGIOR NUMERO DI SQUADRE FEMMINILI.

LA SERIE B È UN CAMPIONATO DIVERTENTE E COMBATTUTO A BEN 16 SQUADRE, IN CUI STANNO BRILLANDO LE STARS DI MILANO

di marco taminelli

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a Serie B lombarda sta vivendo una delle stagioni più

appassionanti. Girone a 16 squadre, rivitalizzato dalla reintroduzione di playoff e playout dopo che la formula della scorsa stagione li aveva aboliti (con Varese ad ammazzare anzitempo il campionato con la sua superiorità schiacciante), e in precedenza s’erano sperimentate idee altrettanto poco gradite agli addetti ai lavori. Quest’anno, confermato il salto di categoria diretto per la miglior lombarda, è bastato ripristinare la post-season, in cima e in coda, per ottenere emozioni e imprevedibilità sia nella lotta per il vertice sia in quella per non retrocedere.

LA BAGARRE PER LA SALVEZZA Escludendo il fanalino di coda San Gabriele, “farm team” del Sanga di A2 con obiettivo di crescita per le giovani al di là dei risultati, la lotta per la salvezza diretta (i playout coinvolgeranno dalla quintultima alla penultima) presenta un livellamento estremo: a fine febbraio ci sono ben 9 compagini racchiuse in soli 6 punti. Tra queste, Giussano dell’ex-Ge-

as De Cristofaro e dell’ex-Costamasnaga Pozzi; la sorprendente neopromossa Canegrate; le due bresciane, cioè Brixia, di cui abbiamo parlato su “Pink Basket” di ottobre per la coppia madre & figlia Marcolini-Zanardi, e la sempre combattiva Pontevico; le giovani Biassono e Trescore/Bergamo; Usmate del “guru” Mannis; Bresso della 40enne torre lituana Kuzmaite; Villasanta dove coach Penna, padre dell’azzurra Elisa, è stato recentemente beffato in volata dall’altra figlia Jessica, che gioca a Trescore.

LA CORSA AI PLAYOFF Salendo verso l’alto, troviamo tre

pretendenti al 4° posto, l’ultimo utile per l’accesso ai playoff. In un fazzoletto di 2 punti (sempre in base alla classifica di fine febbraio) sono racchiuse Mariano Comense, dove giocano i talenti di Costamasnaga, tra cui gli ori europei U16 Balossi, Colognesi, Spinelli; Vittuone di coach Riccardi (c.t. pluridecorato con le Nazionali giovanili), che con il suo vivaio e le ex-A1 e A2 Giulia Rossi e Contestabile ha dato vita a un’ascesa


altri mondi verticale da dicembre in avanti; e il BFM Milano, grande protagonista nel girone lombardo nelle ultime 3 stagioni (finalista-playoff 2017). Le “Poiane”, dopo una partenza bruciante da 7 vittorie su 7, hanno pagato dazio agli infortuni, ma dopo il cambio in panchina (dentro il veterano Dodo Colombo, un’istituzione del basket varesino) hanno ripreso quota, forti della caratura del trio Rossini-Occhipinti-Contu, ed ora è rientrata Alice Ranzini. Per tre partite ha ritrovato il campo anche la nostra “boss” Gottardi. I primi 3 posti-playoff sembrano già assegnati, ma si lotta per il primato, che vale il vantaggio del campo per tutta la post-season. Ha perso contatto, nelle ultime settimane, il S. Giorgio Mantova della capocannoniera del torneo, Giulia Monica, e delle veterane Antonelli e Romagnoli. Si profila dunque un lungo “braccio di ferro” tra le due al comando: Fanfulla Lodi (con la mano caldissima di Savini e Robustelli, la versatilità dell’ex-Geas Bonomi, le alchimie tattiche di coach Bacchini) e Milano Basket Stars.

RISING STARS E proprio al team milanese, campione d’inverno dopo aver battuto Lodi nella supersfida prena-

due stagioni in serie C abbiamo conseguito, attraverso un ripescaggio, l’approdo in serie B. Categoria dove ci siamo già tolti delle belle soddisfazioni: finalissima (con Udine) per la promozione in A2 nel 2016, semifinali-playoff l’anno successivo e 5° posto lo scorso anno in un’annata per noi complessa (molti gli infortuni) e di grandi cambiamenti. Quest’anno siamo partiti molto bene, abbiamo preso la testa della classifica e vogliamo giocarci sino in fondo le nostre chance per restare in vetta. Cosa non facile perché le avversarie tendono a esaltarsi quando giocano contro la prima della classe e questo rende ogni sfida incerta ed appassionante. La squadra credo sia equilibrata, strutturata per arrivare sino in fondo con un roster fatto di giocatrici di talento e di giovani promettenti. Cercheremo di difendere il nostro primato, nonostante qualche difficoltà tra piccoli infortuni e problemi logistici legati alle palestre, ma consci delle nostre possibilità. Poi ci saranno, probabilmente, i playoff e lì si rimette in gioco tutto. Andare in A2? Un vero sogno – conclude Di Feo – che vogliamo perseguire con forza e determinazione e che sarebbe per noi un grande onore. E sarebbe, credo, una grande

Abbiamo capito che se vinciamo o perdiamo nella maggior parte dei casi dipende dal nostro approccio fisico e mentale. (Patrizia De Gianni) talizia, dedichiamo un approfondimento. Il sodalizio bianco-rosso-blu, che ha base nella periferia Sud della metropoli (così come le concittadine e rivali del Bfm, mentre il Sanga di A2 opera nella zona Nord-est), ha una storia di origine recente, ma già protagonista di pagine importanti, sia a livello senior che giovanile, come racconta il presidente Alberto Di Feo: “Milano Basket Stars nasce, ormai dieci anni fa, dall’impegno, dalla buona volontà e dal coraggio di un gruppo di genitori che possiamo definire, all’epoca, davvero inesperti. Nonostante questo siamo cresciuti rapidamente, strutturandoci come una società ben organizzata e con obiettivi precisi, diventando una realtà femminile affermata e ben conosciuta sul territorio milanese. Dopo le prime timide partecipazioni sono arrivate anche ben cinque volte le finali nazionali giovanili, oltre ad aver prodotto 14 giocatrici per le selezioni lombarde e due azzurrine per le Nazionali giovanili”. 



A2 NEL MIRINO
Scalata rapida con legittime ambizioni per una società con obiettivi chiari e concreti, anche a livello di prima squadra: “Vogliamo crescere – continua Di Feo: – siamo una società giovane ma abbiamo l’ambizione di collocarci alla pari con realtà storiche e con tradizioni già consolidate. La prima squadra ha anch’essa una storia recente di grande ascesa. Dopo

soddisfazione anche per la città di Milano che merita un’altra squadra nella seconda categoria nazionale”. 


SQUADRA BILANCIATA Squadra equilibrata con tante poten-

ziali protagoniste, sia dal perimetro che in area colorata. Quintetto solido con la regia affidata alla giovanissima Sofia Comaschi e a Clara Capucci, ex Castel S. Pietro in A2, giunta dal Sanga a stagione iniziata. In guardia le accelerazioni di Valentina Ruisi (top scorer delle milanesi) sono un incubo per le avversarie, completate dai guizzi dell’altra ex geassina Pusca; Martina Baiardo (atletica e con fiammate di puro talento offensivo) e l’affidabilità della macedone Sofija Lazareska, altra aggiunta preziosa nel cambio di marcia da fine novembre in avanti, sono la staffetta ideale nella posizione “3”. Il sostanzioso lavoro in area di Camilla Cagner si abbina alla classe e alla determinazione della capitana Patrizia De Gianni, 10 stagioni di A2 in varie piazze, soprattutto Udine. Al resto pensano un gruppo di giovani pronte a dare sempre il loro contributo come Mohamed, Di Feo, Cassin, Conte, Gabanelli, Vacchelli, senza dimenticare la sfortunata Dionigi che ha chiuso la stagione per infortunio.

REGINE DELLA DIFESA Le biancorosse fanno della difesa (la migliore della categoria) l’arma vincente. Per un progetto tecnico che guarda al lungo periodo, senza di-


VALENTINA RUISI GUARDIA E TOP SCORER DELLE STARS IN QUESTA STAGIONE; LE SUE ACCELERAZIONI SONO UN INCUBO PER LE AVVERSARIE.

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altri mondi ALICE RANZINI APPENA RIENTRATA DOPO UN LUNGO INFORTUNIO ALLA CAVIGLIA, PROVERÀ A CENTRARE L’OBIETTIVO PLAYOFF CON BFM (BASKET FEMMNILE MILANO)

menticare gli obiettivi stagionali, come racconta coach Stefano Fassina: “Sono arrivato a MBS per potermi confrontare con una realtà dinamica ed emergente, che fa un gran lavoro con la base. Società seria e motivante con il presidente Di Feo e il suo vice Tonella determinanti in questa mia volontà di fare parte del loro progetto con concreto entusiasmo. Nella scorsa stagione gli infortuni iniziali e un nuovo percorso tecnico hanno rallentato, ma non arrestato, la nostra crescita. Quest’anno la squadra è stata costruita per arrivare ai playoff e, si spera, anche oltre, per puntare alla promozione in A2. Il gruppo non ha una stella dichiarata, ma molte frecce al proprio arco, con ampie rotazioni in cui anche il contributo delle giovani U20 è determinante: frutto dell’eccellente lavoro del mio vice Dario Aramini che le guida ai vertici del campionato di categoria. Ci sentiamo – chiosa Fassina – parte attiva e integrante di un grande sogno che vogliamo realizzare”.

TRA CAMPO E SOCIALE E affidiamo la chiusura alla capitana

De Gianni, per parlare del versante tecnico ma anche della onlus “Mini Basket Stars” che opera con i giovani del quartiere, in cui Patrizia è parte attiva: “Sono alla mia quarta stagione in maglia MBS: ho sempre apprez-

zato molto questa società per la serietà e, nel contempo, il sentirsi in famiglia che si percepisce fin da subito. Non abbiamo ancora centrato la promozione, ma quest’anno è il nostro obiettivo principale e lavoriamo sodo per questo. Dopo due sconfitte contro squadre di medio-bassa classifica, abbiamo capito che se vinciamo o perdiamo nella maggior parte dei casi dipende dal nostro approccio fisico e mentale. Abbiamo aggiunto pedine importanti al roster a stagione iniziata e sono felice di come si sono inserite. Dobbiamo migliorare la costanza nell’atteggiamento difensivo ed essere più organizzate in attacco, non rinunciando ai contropiedi. Io sto segnando meno che in passato, ma ciò non mi toglie serenità e determinazione nel fare altre cose positive ed essere comunque un riferimento. Partecipare al progetto Mini Basket Stars è una bellissima occasione per me, per confrontarmi con una realtà diversa da quella cui ero abituata. I bambini che alleno hanno alle spalle situazioni difficili e non sempre felici: mi piace impegnarmi per poterli fare divertire e insegnare qualcosa, come loro insegnano a me. Ho sempre sostenuto che il basket e lo sport siano una scuola di vita, e mi piace pensare di contribuire a un piccolo miglioramento della vita di questi bimbi”.


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LIDIA GORLIN NATA A VICENZA NEL 1954, PLAYMAKER, VANTA 493 PRESENZE E 4.972 PUNTI REALIZZATI IN SERIE A. HA VINTO 10 SCUDETTI, 6 COPPE DEI CAMPIONI E LA MEDAGLIA DI BRONZO AGLI EUROPEI DEL 1974.


storie

GORLIN OCCHI DA TIGRE DAL 2010, LIDIA GORLIN È UFFICIALMENTE ENTRATA NELL’ITALIA BASKET HALL OF FAME TRASFORMANDO LA SUA CARRIERA IN STORIA. NONOSTANTE ABBIA APPESO LE SCARPE AL CHIODO, NON HA ABBANDONATO I CAMPI DA BASKET INDOSSANDO LA GIACCA DA DIRIGENTE PER LUCCA IN A1, VINCENDO LO SCUDETTO NEL 2017

Di Caterina Caparello

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a palla è sempre stata a spicchi ma la tenacia, il cari-

sma e il talento non sono mai stati prevedibili. Tre semplici sostantivi non bastano a spiegare chi è stata la playmaker Lidia Gorlin, la giocatrice che, da bambina delle elementari, alzando la piccola testolina si innamorò di quel “coso di ferro attaccato ad un muro di legno”.

“Il mio amore per il basket è iniziato per caso, sono entrata in

una scuola e ho chiesto cosa fosse quell’affare. Dopodiché, sono andata alla scuola media dove come attività fisica si praticavano atletica e basket. Siccome non potevo mai stare ferma, li ho praticati tutti e due e subito dopo ho preso la mia scelta: il basket”. Il basket dava di più a livello umano e Lidia lo aveva capito bene: “Perché la pallacanestro? per dei motivi che per me sono solidi: è uno sport di squadra dove potevi condividere con gli altri sia la gioia della vittoria che la tristezza della sconfitta, la condivisione con le compagne, stare insieme e condividere. Ho scelto

quello che proprio mi dava tanto da quel punto di vista, quello che mi rendeva felice e soddisfatta. Anche l’atletica mi piaceva, ma essere da sola non mi completava”. Senza sapere nemmeno cosa fosse un canestro, la curiosità di una bambina di Vicenza del ’54 si trasformò in una passione, in un viaggio che l’avrebbe portata a vincere 10 scudetti (Torino ’79, ’80 e Vicenza ’69 e dall’82 all’88) e 6 coppe dei Campioni (Torino ’80, Vicenza ’83 e dall’85 all’88).

“Chi era la Gorlin giocatrice? Era una persona con varie

fasi. Una Gorlin giovanile, talentuosa e con tanta voglia di emergere, ma anche caratterialmente abbastanza fragile che è stata aiutata da allenatori e compagne entrando nella fase della sicurezza. In campo riuscivo a scaricare tutto quello che accumulavo nella vita normale dove ero abbastanza timida, infatti non ero estroversa o aggressiva, mentre in palestra mi trasformavo e tiravo fuori quello che effettivamente al di


storie

HALL OF FAME NEL 2010 LIDIA È INSERITA NELLA HALL OF FAME. QUI DURANTE LA PREMIAZIONE CON SANDRA PALOMBARINI.

fuori non davo. Grazie al basket, allo sport e di chi mi è stato vicino sono diventata una giocatrice con la testa, che giocava per la squadra e che dava moltissimo”.

compagne. Il capitano è un ruolo come gli altri, ma deve essere un tipo carismatico”.

La Gorlin ha iniziato a crescere talmente tanto da arrivare ad

di una forte squadra di A1 femminile, quale Lucca, il basket di oggi potrebbe portare a facili paragoni: “Non si può fare il confronto tra basket di una volta e basket di ora, perché è concepito in modo diverso. In realtà è proprio la società ad essere cambiata e quindi anche lo sport. È vero che la palla deve finire nel canestro, ma anche i metodi di allenamento sono cambiati, non so se meglio o peggio. Posso però dire, dalla mia esperienza da allenatore minibasket, come i ragazzi che ora si avvicinano al basket hanno pochissima capacità motoria e coordinazione”. La società odierna ha effettivamente cambiato il momento del gioco per un bambino: “La mia generazione era sempre a correre nel cortile, quando si entrava in palestra veniva insegnato direttamente il gioco del basket. Ora, quando un bimbo arriva in palestra, bisogna insegnargli tutto: i bimbi di oggi sono chiusi in appartamento davanti alla tv, stanno a scuola tante ore

indossare l’ambita maglia azzurra, con 234 presenze, 10 anni da capitano dell’Italia e una storica qualificazione ai Giochi Olimpici Mosca 1980 quando solo sei squadre potevano accedervi. “Per chi fa sport, giocare con la maglia della nazionale è un sogno. Il fatto di rappresentare la tua nazione in giro per il mondo e difendere i propri colori contro altre squadre dà quella carica che il club non dà. Inoltre, anche l’essere scelta tra altre persone dà ancora più responsabilità. Stesso discorso per il capitano. Io, nell’ultima fase della mia carriera sportiva, ero piuttosto carismatica e non mi è costata fatica perché me lo sentivo. In realtà è stato Bruno Arrigoni, a Torino, a farmi capire l’importanza del ruolo da capitano, perché inizialmente il capitano per me era quello che firmava il foglio. Con Arrigoni sono cresciuta come persona e ho cercato di interpretare quel ruolo non tanto per me quanto per le mie

Giocare il basket del passato e vivere nelle vesti da dirigente


e nei cortili non ci possono stare. Insomma, manca la palestra naturale. Oggi la società è cambiata. Se un bimbo non corre, non salta e non lancia la palla al di fuori del campo, risulta difficile muoversi in palestra con una o due volte la settimana di minibasket oltre ad insegnargli il gioco vero e proprio”.

Dopo aver appeso le scarpe al chiodo, Lidia non ha affatto ab-

bandonato la palestra e la palla a spicchi, infatti dopo un periodo nel minibasket, è da anni general manager di Lucca. “Mi è sempre piaciuto organizzare e una squadra va bene se il contorno che circonda la squadra e alla società va altrettanto bene. Ho pensato quindi di mettermi dietro una scrivania e di far quadrare tutto quanto: trasferte, visite mediche, ma soprattutto dare alle ragazze una persona di riferimento. Diventare dirigente è stato questo, far parte di una famiglia.

Fin da quando Lidia giocava, vinceva scudetti e coppe, il

basket femminile è sempre stato visto con un occhio diverso dal suo corrispettivo maschile: “In Italia, le donne nello sport vengono considerate molto poco. Anche nella pallacanestro. È dagli anni in cui gioco che è così. È anche vero che noi siamo un movimento con pochi numeri, ma io resto dell’idea che avere pochi numeri è un problema di cambiamento e scelta da parte

ci siano parecchie straniere, la Spagna sta puntando continuamente su vivai buonissimi che danno degli ottimi risultati alla loro nazionale. In Italia, allora, il problema parte da noi. Nel 2010, Lidia Gorlin è ufficialmente entrata nell’Italia Basket Hall of Fame trasformando la sua carriera in storia. “Il basket per me è una grande passione nata guardando un canestro, senza nemmeno sapere cos’era. È stato un modo per conoscere tanta gente e avere tante amiche, un modo di socializzare, un modo per conoscere il mondo, infatti all’epoca se non avessi giocato non avrei potuto vedere il mondo. Al basket devo dire grazie perché ha formato il mio carattere: ero timida, non riuscivo a parlare con tutti e poi lo sport mi ha aiutato a trovare me stessa, a capire le difficoltà che potevo superare”.

Capelli biondi e “occhi da tigre”, come ricorda la compagna

Mara Fullin, velocità e intelligenza cestistica, visione di gioco e coraggio, qualità che non si dimenticano di avere, così come quelle emozioni e sensazioni che rimarranno per sempre nel cuore di una vera giocatrice: “Sono state tante le cose che mi hanno emozionata. Potrei dire il primo scudetto vinto giocato, perché il primo in assoluto l’ho vinto in panchina guardando le altre giocare. Anche gli altri scudetti sono stati bel-

Il mio amore per il basket è iniziato per caso, sono entrata in una scuola e ho chiesto cosa fosse quella specie di cerchio di ferro attaccato ad un muro di legno delle ragazze. Il nostro è uno sport molto più fisico, è chiaro che una mamma, magari amante della danza, porterà la figlia a fare quello sport. Ma, a mio avviso, uno sport con un po’ di agonismo e aggressività serve anche alle donne. Cosa fare affinché qualcosa cambi? Incrementare i settori giovanili attraverso anche la scuola: “Il basket femminile ha pochi numeri, è seguito poco e purtroppo vive in un ambiente chiuso facendo fatica ad aprirsi all’esterno. Se il basket femminile non riesce a uscire dal suo guscio, saremo sempre gli stessi e bisogna cercare di far aumentare il numero di bambine. C’è anche da dire che le stesse società sono lasciate sole, per non parlare della solita questione economica: chi ha una prima squadra, se avesse più forza economica, farebbe qualcosa per i settori giovanili attraverso soprattutto le scuole, sin dalle materne. Purtroppo, in Italia c’è il forte problema delle strutture. Ho fatto una serie di lezioni nelle scuole elementari, lavorando negli atri e senza canestri con le maestre che uscivano dalle classi chiedendomi di far urlare meno i bimbi. Dovremmo seguire la Francia e la Spagna. Nonostante in prima squadra

li perché vissuti con persone e momenti diversi. Potrei dire la prima Coppa europea ma tutte le vittorie sono state belle. Forse la vittoria che mi ha emozionata di più è stata quella per andare alle Olimpiadi, il sogno di ogni atleta. Riuscire a qualificarci è stato meraviglioso sia per la squadra che per ognuna di noi. A livello individuale, invece, lo scudetto vinto a Pesaro contro l’Algida Roma nel 1980 perché, oltre a fare 27 punti, ho giocato bene nonostante fossi stata ferma per un problema al ginocchio scendendo in campo con il palazzetto pieno”.

Per una carriera come quella della Gorlin, è importante so-

prattutto trasmettere qualcosa a queste nuove generazioni, le quali si trovano spesso troppo perse: “Bisogna trasmettere alle nuove generazioni l’entusiasmo, la voglia di andare in palestra, di allenarsi, di migliorare, lo spirito di squadra e, a livello individuale, la voglia di imparare sempre e di divertirsi andando in palestra. Se riusciamo a trasmettere questo, non riusciremo mai a perdere nemmeno un’atleta. Quello che mi piace e che vorrei trasmettere è proprio questo, come la palestra sia anche una palestra di vita”.

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flash news Di Lucia Montanari

serie A1 NO PLAYOUT coppa ita Così in febbraio CAMBIA LA FORMULA Gli orari A1 e A2 Dopo lo scossone che ha sconvolto il campionato di A1, ovvero il ritiro dal campionato della Dike Napoli, la massima serie è ripartita con non poche sorprese. Schio grazie alla vittoria corsara su Venezia ha accorciato sulla capolista e insieme a Ragusa, che ha collezionato 3 vittorie su 3 in questo mese, insegue Venezia a due punti di distanza. San Martino ha portato a casa due punti importanti contro una diretta avversaria come Broni, che comunque rimane saldamente al quarto posto. A metà classifica andamento altalenante per Geas, Vigarano e Lucca, tutte appaiate a quota 14, con il colpaccio di Geas nella sfida diretta contro Lucca. Nella coda della classifica, da segnalare il ritorno alla vittoria di Empoli contro Battipaglia e nell’ultima giornata di Torino contro Empoli, con queste ultime tre squadre appaiate a quota 6 in fondo alla classifica.

La FIP ha ufficializzato che non ci saranno retrocessioni per questa stagione di A1, in quanto la squadra considerata “retrocessa” è la rinunciataria Dike Napoli. Quindi, la fase playout della massima serie è stata eliminata, così come lo spareggio fra la perdente dei playout di A1 e la vincente dello spareggio fra le sconfitte nelle finali-promozione di A2. Per i playoff di A1 non cambia la formula a 10 squadre, salvo il fatto che accederanno tutte tranne l’ultima classificata. Dalla prima alla sesta andranno direttamente ai quarti di finale, mentre dalla settima alla decima si sfideranno in un turno preliminare andata-ritorno. I quarti saranno al meglio delle 3 gare; semifinali e finale al meglio delle 5.

Questo il calendario delle due “Final Eight” di Coppa Italia in programma a marzo. Per l’A1 (a S. Martino di Lupari), quarti di finale venerdì 1: Ragusa-Vigarano (ore 14), Schio-Lucca (16.15), Broni-Geas (18.35), Venezia-S. Martino. Semifinali sabato 2: vincenti dei primi due quarti (ore 18), vincenti degli altri due quarti (20.15). Finale domenica 3 alle 18. La kermesse di A2 (a Campobasso) scatta venerdì 22 con Costa Masnaga-La Spezia (ore 14), poi Palermo-Crema (16.00), Alpo-Faenza (18.00), Campobasso-Moncalieri (20.00). Semifinali sabato 23 (ore 18.00 e 20.00); finale domenica 24 (ore 19).

SPAREGGIO 2017/18 VIGARANO, PERDENTE PLAYOUT, E FAENZA, VINCITRICE SPAREGGIO DI A2, SI SFIDANO PER UN POSTO IN A1. LA SPUNTERÀ VIGARANO.


flash news Di Lucia Montanari

mercato EUROLEGA EUROCUP A1: VENEZIA SCATENATA Schio in Eurocup VENEZIA OUT Febbraio è stato un mese intenso dal punto di vista dei movimenti di mercato, in particolare dopo il caso Dike. Da segnalare, gli innesti di una scatenata Reyer Venezia che ha ingaggiato l’ex WNBA Latoya Sanders, che nel suo esordio contro Battipaglia ha messo a segno 10 punti, e Chicca Macchi in uscita da Napoli. I movimenti in uscita da Napoli, ovviamente, sono stati tanti: Nene Diene è tornata a Lucca, Chiara Pastore si è accasata a San Martino, Ress è stata ingaggiata da Bolzano, Mancinelli ha firmato a Campobasso, Tagliamento ha salutato l’Italia ed è andata a Lugo e Gonzalez a Valdarno.

Febbraio sorride a Schio in Eurolega: infatti, le ragazze di coach Vincent, grazie alle 3 vittorie contro Bourges, Polkowice e Nadezhda e alla sola sconfitta contro Ekaterinburg, sono riuscite a conquistare la qualificazione in Eurocup, che ormai sembrava insperata anch’essa, insieme all’impossibile qualificazione ai playoff. Meno fortunate, invece, le nostre connazionali Zandalasini e Sottana e il loro Fenerbahce: record negativo di 1-3 nelle ultime quattro uscite, maturato soprattutto con sconfitte al fotofinish. La squadra turca, però, è già qualificata per i playoff di Eurolega.

Nei quarti di finale di EuroCup, il Famila trova le turche del Cukurova Mersin, che ha fra le sue stelle la realizzatrice ucraina Iagupova e la nazionale spagnola Ndour, ex Ragusa. L’andata si gioca il 7 marzo a Schio. Gli altri accoppiamenti: Carolo-Lattes Montpellier, Lione-Girona, Nadezhda Orenburg-Salamanca. Terminata invece nel “Round of 16” la corsa della Reyer Venezia, finalista uscente, che contro il Lattes Montpellier non è riuscita a difendere il +19 dell’andata, cedendo 83-60 in un rocambolesco match di ritorno.

QUIGLEY RAGUSA SPOT TV coach SPRINGER CON MARCI & ZANDA RIFIUTATO EKA Il coach dello Spartan Basketball di San Antonio, Tim Springer, ha fatto visita alla Passalacqua Ragusa dove ha svolto sessioni di allenamento sia con la prima squadra che con il settore giovanile. Non è la prima volta che il coach statunitense manifesta interesse per la società siciliana, che già aveva visitato lo scorso anno e che continua a seguire a distanza. Il tecnico ha lavorato molto con le ragazze partecipando attivamente agli allenamenti e curando sia l’aspetto di gruppo che quello individuale, con l’obiettivo di migliorare la tecnica di ciascuna giocatrice, comprese quelle più giovani.

Barilla ha lanciato una nuova campagna “The Master of Pasta: The Party”, on air dal 23 febbraio. I protagonisti sono la leggenda del tennis Roger Federer e lo chef Davide Oldani, che con una spaghettata accendono la festa. Ma nello spot però ci sono anche Pietro Aradori, Cecilia Zandalasini e Marcella Filippi (Barilla è sponsor nella nostra nazionale), e la campionissima di sci alpino Mikaela Shiffrin, anche lei testimonial del brand. Imperdibile!

A tener banco in casa Schio per qualche giorno è stata la questione Allie Quigley. Infatti, la stella di Schio aveva ricevuto una consistente offerta da parte di Ekaterinburg che non solo le avrebbe permesso di guadagnare più soldi e di giocare i playoff di Eurolega, ma anche di giocare con la moglie Courtney Vandersloot, giocatrice appunto di Ekaterinburg. Ed ecco l’atto d’amore più difficile, quello di Quigley, che nonostante la strada spianata verso la Russia, decide di rimanere a Schio e tener fede al proprio contratto fino a fine stagione.

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mara risponde

UN GIOCO DA RAGAZZE di mara invernizzi Il basket viene spesso considerato come uno sport poco adatto al genere femminile, sia perché si tratta di uno sport di contatto sia perché l’abbigliamento e altri aspetti non valorizzano la femminilità. Lei cosa ne pensa? (Stella Gambino, Benevento) L’argomento in questione tratta aspetti di enorme attualità per quanto riguarda non solo la pallacanestro, che come ha giustamente evidenziato è uno sport di contatto, ma tanti altri sport di squadra (come il calcio, il rugby) e moltissimi sport individuali (come la boxe, il body building etc.). La questione tuttavia andrebbe considerata con uno sguardo più ampio perché riguarda la società e i pregiudizi legati alle questioni di genere che ahimè toccano anche lo sport, ma non solo. Fatta questa premessa cercherei però di analizzare la situazione con un focus più vicino a quella che è la nostra realtà. Il basket è considerato dal punto di vista motorio tra gli sport più completi perché alterna un’attività aerobica a una anaerobica, perché viene giocato utilizzando sia la parte superiore che inferiore del corpo, perché richiede di sviluppare diverse competenze tra cui la resistenza, la velocità, la forza, l’elasticità e la coordinazione. Oltre a questo richiede un controllo maggiore del proprio corpo appunto per la presenza sul campo dell’avversario e quindi del contatto fisico che ne deriva. La pallacanestro inoltre è uno sport di squadra che esige il rispetto delle regole e di un codice di comportamento e di condivisione più complesso rispetto a molte altre discipline sportive. Detto questo è facile capire come la pallacanestro è uno sport che può davvero educare e aiutare i bambini e le bambine nel loro percorso di crescita per la complessità e la completezza che la caratterizzano. Questa premessa, che reputo fondamentale per arrivare ad analizzare il nostro sport da un altro punto di vista, ci indica i tanti aspetti positivi che lo sport in generale, la pallacanestro in particolare, può rappresentare per la formazione di un individuo a prescindere da quale sia il suo sesso. È condivisibile capire come le nostre inclinazioni, i nostri hobby, la nostra storia ci condizionino nella nostra crescita personale, soprattutto negli anni più importanti e delicati che riguardano lo sviluppo di un individuo, proprio per questo reputo la pallacanestro uno tra gli sport e le attività che contribuiscano alla crescita sana e completa di una persona, uomo o donna che sia. Ci sono tantissimi modelli femminili di atlete, donne, che dimostrano tra le tante doti quella di una femminilità gradevole ed esplicita, così come troviamo donne, nella vita di tutti i giorni, che non spiccano propriamente per le loro doti di femminilità. Non credo quindi che sia la scelta di uno sport a condizionare il carattere e le peculiarità di una persona. ma un insieme di fattori tra cui aspetti sociali, ambientali, mentali e fisiologici. Sicuramente ritengo importante che anche l’ambiente sportivo, e quindi le società, i dirigenti, gli allenatori, e tutti gli addetti ai lavori, tengano conto di questi aspetti e che cerchino di rispettare e valorizzare sin dall’inizio del percorso sportivo i caratteri salienti e le inclinazioni di ogni individuo perché un atleta felice e rispettato nel suo essere sarà di certo un campione sul campo ma soprattutto nella vita... Nel caso di un’atleta donna credo che questa equivalenza valga ancora di più!


NEMICHE AMICHE Di ALICE BUFFONI - STAFF PSICOSPORT

Non basta allenarsi insieme, uscire in compagnia dopo gli allenamenti, andare d’accordo perché la squadra funzioni. L’amicizia non basta. Occorre mettere le motivazioni individuali al servizio di un obiettivo comune: così il gruppo diventa squadra in campo. Il funzionamento di una squadra è la risultante di un’alchimia fatta di molti fattori, essere amici aiuta, insomma, ma non è fondamentale. Per esempio può accadere che un gruppo abbia un rendimento alto laddove ci sia una altissima competizione tra i suoi membri (rivalità e agonismo). Possono verificarsi anche altre situazioni estreme che portano i componenti del team a vincere, ma non a sentirsi bene all’interno di quella squadra. Un gruppo in cui le relazioni sociali ed affettive siano già consolidate al di fuori dalla dimensione sportiva costituisce senza dubbio un’ottima base da cui partire per creare un Team. Sarà più facile la distribuzione dei ruoli all’interno del gruppo e l’accettazione di un sistema di norme condivise, e da qui perseguire l’obiettivo comune. Ma non affidatevi solo a birra e paste post allenamento per vincere! È soprattutto necessario che ciascun membro condivida e faccia proprio l’obiettivo che il gruppo ha deciso di raggiungere. Le motivazioni individuali, ossia la maniera di ciascuno di sentire propri gli obiettivi comuni e la forza con cui si sente di perseguirli, sono la benzina che alimenta la trasformazione del gruppo in squadra. Un team di successo si distingue non solo per performance e risultati raggiunti, ma anche per la collaborazione tra i suoi membri, che permette di lavorare in un clima stimolante dove ognuno fornisce la sua migliore prestazione al servizio di quella dei compagni. Aiutano, inoltre, i feedback da parte di compagni e allenatore, fondamentali per comprendere le potenzialità del proprio team. Un fattore, questo, che contribuisce al raggiungimento di performance soddisfacenti. Una collaborazione reciproca in questo senso rafforza lo spirito di appartenenza al gruppo, ed è quindi un presupposto di grande importanza. Questa rubrica è tenuta da Psicosport, una realtà che utilizza la Positive Psychology con atleti e allenatori, dai settori giovanili all’alto livello agonistico, per rispondere alle principali criticità che si incontrano sul campo di gara e di allenamento, per migliorare performance individuali e ottimizzare il rendimento di squadra.


(sa)tiro sulla sirena

IL BASKET FEMMINILE SPIEGATO A MIO FIGLIO di paolo seletti Febbraio 2019 d.c. : È ormai assodato da circa una settimana che le donne non possano parlare di calcio. Il provvedimento, con lo sguardo dritto e aperto nel futuro, ha chiaramente un piede nel passato, e si rifà alle iniziative dei più fini statisti, ad esempio il Tamerlano, quello che sette secoli fa aveva fatto indossare il velo alla moglie perché non costituisse tentazione per l’idraulico, insomma, stiamo facendo passi da gigante, figlio mio. Eppure, a me risulta che alcune dissidenti si ritrovino la sera tra loro negli scantinati, ma mica per togliere le ragnatele o scrostare il water, bensì per praticare una strana attività sociale, che si ostinano a chiamare pallacanestro, come quella dei maschi, evidentemente per scimmiottarli e darsi un tono. Orrore, alcuni spettatori occasionali, pardon, testimoni oculari, gente che sicuramente capita in palestra non di proposito, ma scambiandola per lo studio di TikiTaka, dicono che le sovversive si presentino persino in calzoncini corti. “O tempora, o mores!” diceva Cicerone, parlando di Catilina (Catilina Dotto, credo che fosse una forte cestista dell’epoca). Questa vergogna ovviamente presto o tardi finirà, ma nel mentre, mio caro bambino, è giusto farci i conti: cosa succede quando si incontrano dieci ragazze? Se sei fortunato una canzone di Mogol-Battisti, se va male una partita di basket femminile. Intanto se ti capita di assistere a manifestazioni del genere, devi agire con circospezione. Confonditi tra il pubblico. Dannazione, sei da solo... Controlla che nessuno ti riconosca, e se te lo chiedono, tu sei lì per vedere la Vignali. Scoprirai cose incredibili: C’è quella stranezza che vedi fare alle ragazze anche dieci volte per azione. Si chiama “passaggio”. Una roba radical-chic, un po’ tipica di quella sinistra troppo educata dei film di Nanni Moretti. Io te la do, tu me la rendi, e se te la prestassi, si però non tenerla troppo, guarda che me l’hai data tu, cosa fai me lo rinfacci, no veramente a me non interessa più, puoi tenerla, ma sei arrabbiata, no no non ho niente, e allora perché non me la passi, tutto questo alla ricerca di un tiro da libere. Ti rendi conto? Per tirare “da libere” non serve neanche un doppio step-back*, dov’è l’onore, dov’è la gloria. E queste vanno avanti così per ore, a condividere la palla, ché dico io, se tutti dovessero toccarla, ci avrebbero dato 5 palloni. Se ce n’è uno, è ovviamente per far tirare me e far applaudire voi. Blocchi lontani dalla palla: si possono ancora fare, e chi lo sapeva? Sarà che l’ultima volta che in una partita maschile ho visto un blocco lontano dalla palla era in un filmato in cui Fred Flintstones portava un cieco per Barney Rubble. E comunque con la palla di granito nessuno ancora sparava bendato da dodici metri senza averla fatta neanche annusare agli altri quattro come fa Harden, se no lo mettevano nella gabbia coi Velociraptor. Noi maschi moderni invece giochiamo un pick and roll direttamente sulla rimessa, a 28 metri dal canestro, e se possibile tiriamo entrambi, anche quello senza la palla. Se per caso non funziona, dopo un attimo arriva un altro bloccante, che a sua volta ha ricevuto un handoff per andare a bloccare, e viene bloccato mentre rolla. L’importante non è giocare, è portare il maggior numero di pick and roll possibili, cercando di creare osteoporosi nelle anche dei difensori e vincere per consunzione. In pratica si fa talmente tanta densità attorno alla palla che possono giocare solo i tassisti di El Cairo. Anche perché non rolla più nessuno. Fa pop anche il tuo lungo di Prima Divisione, quello che ha i piedi montati al posto delle mani, e porta i Camperos. Tranquilli, basta bloccare. Si è registrato il caso di una squadra di serie D che è andata in loop e sta giocando pick and roll ininterrottamente dal 2015, perché si è guastata la sirena dei 24”. Che poi se gli altri cambiano di solito non succede nulla, perché il “mis match” tutti pensano che sia una compagnia di scommesse live sulle partite aquilotti e le “sponde” le usa solo vostro nonno nel pétanque a Viserbella.


STEP BACK JAMES HARDEN CONTRO I JAZZ HA MOSTRATO UN “DOPPIO STEP BACK” CHE STA FACENDO MOLTO DISCUTERE LA NBA.

I cambi di mano. Quando trova un avversario sulla linea di penetrazione, il giocatore maschio si dà due sberle come Ivan Drago, fa gli occhi alla Trainspotting, prende la rincorsa petto in fuori da triplista e cerca di saltarlo a piedi pari, sentendosi Vince Carter contro la Francia. Normalmente già al primo tentativo non può più procreare, mentre nel caso peggiore delle minors maschili, quando ha l’atletismo di Maurizio Costanzo, penetra nell’ombelico del difensore che prova a prendere sfondamento e va estratto con il forcipe. La giocatrice femmina, dopo aver ovviamente cercato di mediare col difensore la sua posizione, attraverso lo scambio di perline e monili, cambia mano e va da un’altra parte, di solito quella sbagliata, a fare autocanestro. In difesa le ragazze tendono a scivolare. Ma solo se scivolano anche le altre quattro, se no pensano di dare troppo nell’occhio, si rialzano subito e dissimulano, dedicandosi a schiacciare i punti neri. Viceversa i maschi attuano la strategia della resistenza passiva del Mahatma Ghandi, tipo regular season NBA, oppure ti fanno proditoriamente passare per stopparti contro il tabellone, ma roteano le braccia come scimitarre che neanche Jihadi John e finisce tipo Australia-Filippine, quattro contusi e otto giocatori daspati dopo l’intervento dell’esercito. Ogni tanto le ragazze chiamano anche time out, e si vede che a una è venuto in mente un gossip, pensi tu. E invece no, prendono la lavagnetta, sì, quella lì di plastica con cui il coach vi percuote di taglio, che voi usate per stilizzarci sopra dei membri maschili col pennarello indelebile o scrivere che la mamma di Ivan fa la pornostar. E loro ci disegnano sopra tipo le azioni, che dopo tutte provano a riprodurre in campo. Solo che poi alla fine non tira nessuna. Fanno l’inchino verso la giuria al tavolo e aspettano un voto sul volteggio nell’imbarazzo generale. Argomento trash talking: le ragazze non sono veri uomini (cit. Collovati), e quindi non sanno fare trash talking. Le più violente si mettono un dislike su Instagram, si fanno le boccacce e gnègnègnè. E poi dopo i canestri non si possono neanche battere il petto come noi, che si fanno subito male, come quando tu esultavi alla Tafazzi dopo le triple e sei rimasto offeso. Per queste cose qualcuna vorrebbe anche essere pagata, capito, che poi si sa che le donne sono venali e pensano all’economia domestica e si incazzano se compri la XBox a 40 anni, mica ti comprendono. E allora ogni tanto qualcuno promette loro dei soldi, che però non sempre alla fine dà, tanto non è mica una cosa seria. E allora si scopre che per fare quattro allenamenti al pomeriggio di tre ore e due al mattino, e la seduta video, e gli individuali, e una trasferta di due giorni, prendono come te che giochi in una Promo ambiziosa che vuole salire, e fai due allenamenti a settimana da un’ora e un quarto, più seduta video di squadra su Pornhub. Con la differenza che a te li danno. Ora sai di cosa si tratta, piccolo mio, e potrai meglio difenderti quando ti diranno che se James Naismith fosse qui adesso, vorrebbe avere inventato solo il basket femminile... *Per i lettori che guardano i programmi di Red Ronnie e si sono fermati al passo e tiro: il doppio step back non è un refuso, è il movimento più in voga del momento nel basket maschile, in pratica si tratta di fare la Milano-Sanremo all’indietro con la palla in mano prima di tirare, tra ooooh di stupore dello spettatore medio, quello che ha votato Ultimo ed è incazzato perché ha vinto “mammut”, mentre l’arbitro per non fischiare deve fingere la caduta della rètina. Inclusa nel gesto tecnico c’è l’esultanza, ma solo quando si segna, una volta ogni quattro milioni di tiri: si può fare il gesto dello strangolamento al difensore facendosi un selfie con Lapo Elkann seduto in prima fila.

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COPPA MARTE Di Linda Ronzoni

Come qualcuno di voi già saprà il basket su Marte è giocato senza arbitri. In realtà tutti gli sport sono arbitrati dai giocatori stessi. Se siete stati in vacanza su Marte o se seguite questa rubrica saprete già che su Marte non si mente, si è sempre leali, non si simulano i falli anche perché non si fanno, e il bel gioco è in cima agli interessi di ogni sportivo. De Cubertin sarebbe stato molto fiero di noi, se avesse potuto fare un giretto da queste parti. Aggiungeteci anche il fatto che nelle nostre partite non si perde né si vince e avrete un quadro piuttosto realistico di quanto possa essere noioso lo sport su Marte. Certo noi marziani ci vantiamo di essere i più fighi dell’universo, non come quei cafoni dei terrestri, ma so di molti marziani che stanchi e nauseati da tutto questo fairplay sportivo si connettono in modo illegale alle frequenze terrestri e non perdono un minuto della Coppa Italia, altro che Coppa Marte. Perché nella Coppa Italia tutto è amplificato rispetto a una normale partita di campionato, il tifo si enfatizza all’ennesima potenza. Semifinali, finali, campanilismi, bandiere, eliminazioni dirette, adrenalina a mille. È una vera goduria per noi vedere i tifosi con quelle enormi parrucche o a petto nudo a cantare cori irripetibili, oppure l’allenatore che si danna correndo come un’ossesso e urlando alle giocatrici improbabili indicazioni che si perdono nelle urla del palazzetto. Tutti che urlano come se da quella partita dipendesse la loro vita. Pubblico, allenatore, giocatrici che lanciano urla belluine rotolando a terra dopo un fallo. Spinte, sgambetti, falli intenzionali, gomitate in faccia, un repertorio di gesti creativi per esultare dopo i canestri, pacche sul culo, giocatrici che zoppicano come se necessitassero di un trapianto immediato di caviglia e dopo tre passi ricominciano a correre, e poi il sudore! Noi marziani non sudiamo, quando abbiamo molto caldo evaporiamo particelle di colore dalla testa e dai piedi, gli uomini fanno un vapore rosso e le donne verdi. Immaginate quindi la goduria nel vedere, tra le altre stranezze, pure questi corpi coperti di goccioline d’acqua. Per noi marziani vedere una partita di Coppa Italia è come per voi terrestri guardare un porno. È eccitante, esotico, irreale, galvanizzante, assurdo, proibito, volgare, straniante. Solo che poi noi alla fine non possiamo nemmeno fumare una sigaretta perché ovviamente, manco a dirlo, noi marziani non fumiamo.


la foto del mese

VALERIA SIMOLA

UN MONDO A SPICCHI ROMA I PREMI PER I VINCITORI SONO OFFERTI DA RUCKER PARK MILANO. WWW.RUCKERPARKMILANO.COM

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PINK BASKET N.06  

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