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Anno 4, Novembre 2013

INDIALOGO

Supple m e n t o d i I n d i a l o g o . i t , a u t o r i z z . N . 2 d e l 16.6.2010 del Tribunale di Pinerolo

Docenti universitari del Pinerolese/10 Intervista ad Angelo Tartaglia

Pinerolo, via Principi d’Acaja come la vorrei


Buone News A cura di Gabriella Bruzzone

La tecnologia contro lo spreco

Una app per condividere il cibo “Non sprecare il cibo” è una frase ricorrente che ha accompagnato l’infanzia di ognuno di noi: ripetuta da nonne, mamme, insegnanti è diventata un ritornello che sicuramente ci troveremo a ripetere anche ai nostri figli. Però, nonostante le migliori intenzioni, ci rendiamo conto di quanto in realtà il cibo venga sprecato a tonnellate ogni giorno. Pensiamo alle mense scolastiche e aziendali, pensiamo ai ristoranti, alle pizzerie, ai bar, pensiamo ai supermercati che ogni giorno all’ora di chiusura sono costretti a buttare prodotti freschi preparati in giornata, per poi riprepararli e ributtarli il giorno seguente. Si produce molto più cibo di quanto se ne consuma e questo va a danno sia dei produttori sia dei potenziali consumatori. Ci sarebbero infatti famiglie, centri di accoglienza, ricoveri che potrebbero giovarsi di tutto questo surplus. Ultimamente alcune associazioni, anche sul territorio pinerolese, si sono occupate di fare il giro dei bar a fine giornata per recuperare brioches e panini avanzati, ac-

quistandoli a metà prezzo. È un piccolo passo, ma è già qualcosa. Dall’America, patria indiscussa dell’eccessiva produzione di cibo e del suo conseguente spreco, arriva però un’idea innovativa, indubbiamente curiosa, che lascerà qualcuno perplesso. Due programmatori di San Francisco, Bryan Summersett e Dan Newman, hanno creato una nuova applicazione per smartphone che permette di condividere il cibo avanzato con altre persone: basta scattare una foto, postarla con i vari dettagli e attendere che qualcuno ci contatti. Così nasce Leftover Swap. Ovvio, non è di utilizzo immediato. Chi ha davvero bisogno di cibo in genere non ha uno smartphone. Ma potrebbe essere un’idea per tutte quelle associazioni che si occupano della raccolta del cibo: facile, veloce, innovativa.

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wwwwAw Informazione e cultura locale per un dialogo tra generazioni

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|Una task force per la città? Che Pinerolo sia in una fase di declino politico ed imprenditoriale è sotto gli occhi di tutti, ne abbiamo parlato più volte. È un declino locale che si inquadra in un riassetto globale del mondo, dove il centro non è più l’Europa, ma l’Asia, in particolare la Cina, dove si giocheranno gli scenari futuri. La domanda è: come collocarsi in questa crisi? Lasciarsi trasportare dagli eventi o provare a reagire? Si dice sempre che per programmare bisogna partire da quello che c’è, dalle potenzialità del territorio. Di solito queste potenzialità si riscontrano nelle ricchezze materiali: nell’agricoltura, nel turismo, nell’industria, ecc. Ma c’è anche una potenzialità umana, mentale, che sovente viene trascurata e ignorata. Pinerolo e il pinerolese, nonostante la crisi e la decadenza, vantano ancora la presenza di grandi forze intellettuali. Vi sono decine di associazioni culturali, società storiche di matrice laica e religiosa, società editrici... Vi sono anche una quarantina di docenti universitari, ai più sconosciuti. Noi di Pinerolo Indialogo abbiamo incominciato a censirli e ad intervistarli. Ne abbiamo individuato finora 42, appartenenti ai campi più diversi del sapere. Sabato 12 ottobre abbiamo incominciato anche a riunire alcuni di questi docenti, quelli finora intervistati. Certo la saggezza non è appannaggio dell’Accademia, “per fortuna ce n’è anche fuori”. A questa forza intellettuale non compete tracciare la strada da seguire, l’impresa da avviare, ecc. Le scelte strategiche spettano alla politica, ma certamente questo agglomerato di conoscenze e di competenze ha capacità di pensiero, di ideazione, di informazioni e non si può ignorare. Se valorizzato non può che fare del bene alla città, se nelle forze politiche vi è l’umiltà di avvalersene. Antonio Denanni PINEROLO INDIALOGO Direttore Responsabile Antonio Denanni Hanno collaborato: Emanuele Sacchetto, Valentina Voglino, Alessia Moroni, Elisa Campra, Gabriella Bruzzone, Maurizio Allasia, Andrea Obiso, Rebecca Donella, Andrea Bruno, Chiara Gallo, Cristiano Roasio, Nadia Fenoglio, Giulia Pussetto, Francesca Costarelli, Michele F.Barale, Chiara Perrone, Marianna Bertolino, Federico Gennaro, Demis Pascal Con la partecipazione di Elvio Fassone photo Giacomo Denanni, Nino Di Pomponio

Pinerolo Indialogo, supplemento di Indialogo.it Autorizzazione del Tribunale di Pinerolo, n. 2 del 16/06/2010 redazione Tel. 0121397226 - Fax 1782285085 E-mail: redazione@pineroloindialogo.it

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Buone News

Un’app per condividere il cibo

4 Primo Piano

docenti univeritari pinerolesi/9 intervista ad angelo tartaglia

6 Arte & Architettura

1 - via principi d’acaja 2 - la ristrutturazione della bochard

10 Parlar di storia

pinerolo nel ‘600

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Lettere al giornale

la chiamavano “stangata”

13 Giovani & Lavoro

lavorare in coworking

14 Serate di Laurea

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alberto griffa e aldo martellotto

Politica e territorio turck: l’immobilismo della città

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Sociale & Volontariato

vestiriciclo: un’idea di successo

17 Giovani @ Scuola

comenius tra pinerolo ed embrun

18 Tecnologie@Innovazioni

hollowFlashlight

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Visibili & Invisibili

i giovani di libera e di amnesty

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Vita internazionale

non dimentichiamoci da dove veniamo

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Lettera a...

luciana, la mia maestra

22 Per Mostre & Musei

fulvio borgogno, scultore

23 Officine del suono

gli elettrica

24 Amici di Pinerolo Indialogo http://www.pineroloindialogo.it http://www.facebook.com/indialogo.apinerolo http://www.issuu.com/pineroloindialogo


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primo piano

Città & Università/10 a cura di Marianna Bertolino

Intervista ad Angelo Tartaglia

“Oggi non è possibile occuparsi di un dato territorio senza una prospettiva globale”

«Le soluzioni che cerchiamo verranno solo dalla capacità di valorizzare i settori immateriali» Per cominciare ci parli di sè, del suo lavoro e delle sue competenze in ambito universitario. Ho una laurea in ingegneria nucleare e una in fisica. Il mio ambito proprio è quello della fisica teorica e più specificamente della relatività generale e della cosmologia. In realtà però mi sono sempre occupato anche dell’applicazione di metodi e strumenti scientifici alla valutazione delle conseguenze dei comportamenti umani. Ci spiega anche le peculiarità e le applicazioni pratiche della sua disciplina? Be’, il primo obiettivo è conoscere per capire. Un campo specifico di applicazione delle mie conoscenze è quello della navigazione spaziale e del posizionamento relativistico. La verità è che imparare a ragionare sulle conseguenze anche non immediate delle proprie scelte è utile in qualsiasi campo e per qualsiasi problema. Lei è un fisico, che è anche assessore alla cultura nel piccolo paese di Cantalupa. Una cosa non comune. Com’è nato questo suo impegno? Le mie origini per parte di madre sono cantalupesi. Ho casa a Cantalupa e molti parenti che vivono lì o in comuni limitrofi. L’impegno amministrativo diretto mi è stato proposto dal sindaco Bello che ha saputo essere molto convincente. La “politica” dovrebbe essere un impegno dovuto per tutti. Sono tanti a dirlo, ma di solito le cose vanno in un altro modo. Di recente lei è comparso nella cronaca dei giornali per via del convegno “Science and future”. Ci racconta il senso e i risultati di questo convegno appena terminato? Il tema era quello dei limiti dello sviluppo, in continuità con l’omonimo rapporto elaborato

nel 1972 per conto del Club di Roma e promosso dal torinese Aurelio Peccei. Più di quarant’anni fa, con metodi rigorosamente scientifici, fu evidenziato il fatto che l’economia del mondo, basata sulla perenne crescita di tutte le quantità materiali, si sarebbe scontrata con il vincolo, ovvio, della limitatezza delle risorse reperibili in qualunque ambiente di dimensioni finite, come il nostro pianeta. Oggi possiamo constatare che la rotta non è stata realmente corretta e la situazione è peggiorata. Al momento noi consumiamo ogni anno risorse che sono una volta e mezza quelle che la Terra è in grado di rigenerare nell’anno. Continuando così senza correzioni tra una generazione avremmo bisogno di tre terre, che ovviamente non ci sono. Lei oltre all’impegno universitario nella sua disciplina ha anche scritto e fatto conferenze in ambito cosmologico-teologico. È una passione personale o il seguire l’onda di altri fisici famosi? Forse la maggior parte degli scienziati attuali preferisce sfuggire le domande fondamentali sull’origine del cosmo e sul senso della nostra vita, ma è vero che i più grandi personaggi della storia della fisica sono stati sensibili a questi temi, pur dando risposte diverse volta a volta. Personalmente ho cercato di applicare gli strumenti della ragione per inseguire la catena dei “perché”, dalle domande quotidiane su su fino a quelle universali, per arrivare a concludere che lo strumento razionale è necessario ma insufficiente per trovare delle risposte. Una domanda sul Comune dove lei è assessore alla cultura. A che cosa è dovuto il dinamismo culturale di questo piccolo paese di poco più di mille abitanti? In realtà qualsiasi comunità può mostrarsi vivace culturalmente se riceve gli stimoli giusti.

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“Riorganizzarsi per vivere con le risorse rinnovabili del pianeta e del territorio” Una componente importante per Cantalupa è stata la grande capacità imprenditiva del sindaco che si è dispiegata in ambiti molto vari, ivi inclusa la promozione delle attività culturali. Aggiungiamo la presenza di un ricco tessuto associativo e di un volontariato che è l’asse portante di una quantità di iniziative che il comune può promuovere o anche solo ispirare ma che non sarebbe certo in grado di portare a compimento con le sole risorse istituzionali. Veniamo ora al Pinerolese. Guardando questo territorio col distacco del torinese, come lo vede? È un’area poliedrica che conserva i segni di una storia ricca di apporti molto diversi. Un territorio di frontiera tra ducato di Savoia, marchesato di Saluzzo e monarchia francese; tradizioni religiose cattoliche e valdesi; apporti linguistici franco-provenzali e occitani; conformazione, e quindi cultura materiale, montana, ma anche di pianura. Una quantità di elementi che costituiscono una ricchezza di cui a volte gli stessi abitanti odierni non sono consapevoli. E la città di Pinerolo? Pinerolo è a pieno titolo capoluogo di un territorio come quello che ho sommariamente delineato nella risposta precedente. Per la sua posizione geografica e per la sua storia è il punto di convergenza naturale delle diversità e ricchezze del territorio. Vi vede qualche potenzialità o caratteristica non valorizzata? Penso sia al tessuto industriale, che si sta in larga misura deteriorando, che all’agricoltura sempre più marginalizzata. In futuro molte cose cambieranno e meglio sarebbe cambiare governando le trasformazioni: qui saranno fondamentali saperi che ancora ci sono ma che debbono essere orientati verso finalità diverse da quelle del passato. Queste interviste sono nate per dare visibilità ai docenti universitari del Pinerolese (una quarantina), ma anche per cogliere qualche idea o

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spunto per questo territorio in declino. Che contributo potrebbe dare questa forza culturale? Ha qualche proposta? Come ho già detto nel futuro occorrerà (e siamo già molto in ritardo) riorganizzarci per vivere con le risorse rinnovabili del pianeta e del territorio. Tutto questo richiederà molta più scienza e anche tecnologia di quanta se ne utilizzi oggi. L’impresa dovrà rivolgersi allo sviluppo di idee e soluzioni per la sostenibilità e per la qualità. Un alto livello di competenza, non ingabbiata nella vecchia e perdente logica della competizione, è fondamentale. In una competizione vince il più forte (uno) e perdono i più deboli (molti) e le loro risorse vengono abbandonate o distrutte; il declino generale non viene arrestato. Se invece i diversi talenti si associano e si integrano, si possono ottenere risultati positivi a vantaggio di tutti. Per una società giusta e sostenibile bisogna far lavorare insieme ingegneri, fisici, biologi, architetti, umanisti e, perché no, poeti. In una battuta emblematica di ciò che ci serve nel futuro: non si può essere buoni ingegneri senza sapere il latino. In ogni caso l’investimento più importante e vitale di cui c’è bisogno è quello in cultura. Università, oltre che studio e ricerca vuol dire anche giovani. Qualche consiglio per i giovani laureati del pinerolese: ragionare solo sul territorio (come si aspettano gli adulti!) o su confini più ampi? Oggi non è possibile occuparsi di un dato territorio senza una prospettiva globale. L’alta qualificazione è indispensabile ma le soluzioni che cerchiamo verranno solo dalla capacità di valorizzare i settori immateriali. Insomma bisogna produrre innanzitutto idee e bisogna accostare e integrare ambiti molto diversi. La produzione di idee oggi è per definizione delocalizzata per cui lavorare sul territorio non è in contraddizione col guardare ad orizzonti molto più lontani di quelli delle nostre valli.


Arte&Architettura/1 di Aldo Martellotto

Idee per il centro storico della città

Via Principi d’Acaja come la vorrei

Come valorizzare un’area completamente inutilizzata (e inutilizzabile) Giovedì 25 ottobre Aldo Martellotto ha presentato a Serate di Laurea la sua tesi di laurea in Architettura (si veda la recensione a pag.14) sul recupero di via Principi d’Acaja. In una situazione di totale mancanza di idee per la città il progetto del giovane architetto del restauro, che qui riassume in breve, offre più di uno stimolo di ideazione e di progettualità (A.D.)

Nello scegliere l’argomento della mia tesi di Laurea Magistrale in Architettura per il progetto sostenibile non ho avuto dubbi. Essendo da sempre interessato alle tematiche del restauro architettonico e urbano, ed essendo Pinerolo la mia città natale, ho deciso quindi di svolgere l’elaborato finale del percorso universitario, su suggerimento del relatore, sulla via Principi d’Acaja di Pinerolo. Su quest’ultima, in passato, sono già state svolte alcune tesi, principalmente riguardanti i due “simboli” della via, ossia la Casa del Vicario e il Palazzo del Senato, ma è sempre mancata una visione d’insieme della via, una trattazione complessiva anche dell’intorno e delle potenzialità dell’isolato. Il titolo della Tesi di Laurea svolta è “Pinerolo, via Principi d’Acaja: rilettura di un brano urbano tra conservazione ed innovazione”. Questo titolo pone in evidenza i due aspetti principali del lavoro svolto: la conservazione e l’innovazione, così diversi, eppure strettamente colle-

gati. Non avrebbe infatti avuto senso progettare delle soluzioni moderne e innovative di rifunzionalizzazione degli spazi urbani presenti (l’innovazione) senza considerare l’immediato intorno e lo stato di conservazione in cui si presentano gli edifici che lo compongono (la conservazione). Per poter arrivare a trattare di queste due fondamentali componenti della Tesi è stato necessario delineare un mirato quadro storico, finalizzato alla comprensione e allo studio della via per comprenderne le evoluzioni nei secoli; è stato inoltre realizzato un rilievo analitico volto alla mappatura degli edifici storici (degrado dei materiali e dissesti delle strutture murarie, con indicazioni delle possibili soluzioni); a ciò ha fatto seguito la redazione di tavole finalizzate alla completa conoscenza dello stato di fatto. Solo successivamente sono state prodotte tavole di progetto atte a mostrare un possibile intervento di valorizzazione della via: gli studi svolti in precedenza sono stati infatti propedeutici all’intervento di messa in valore. Per comprendere l’intervento di innovazione e valorizzazione �� necessario fare una breve premessa. Dallo studio della storia di Pinerolo e dal confronto diretto di mappe storiche e di fotografie dell’epoca è emerso come fino agli anni Trenta la via Principi d’Acaja fosse parallela alla via Sant’Agostino, diversamente

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7 da oggi: era infatti presente una cortina di edifici che divideva l’attuale via Principi d’Acaja in due, dalla via Trento sino ad alcuni edifici addossati al prospetto sud del Palazzo del Senato. Secondo lo Studio di massima del Piano di Risanamento del Vecchio Quartiere della Città di Pinerolo (1939) queste abitazioni disponevano di “ambienti antigienici per la mancanza di luce, di aria e delle più modeste e necessarie comodità. Vi sono alcune famiglie di 7, 8 anche 9 persone che dispongono di un solo stanzone squallido per tutti gli usi”. Per motivi di insalubrità degli edifici quindi venne decisa la demolizione degli stessi. Questa demolizione avvenne verso la fine degli anni Trenta e interessò gli edifici presenti sino alla chiesa di Sant’Agostino; gli edifici che componevano il secondo tratto (dalla chiesa di Sant’Agostino sino al Palazzo del Senato) furono demoliti, invece, sull’onda dell’intervento precedente ad inizio anni Sessanta. Sulla base di questi e altri dati storici è improntato il progetto di valorizzazione della via: oltre che chiaramente porre in sicurezza gli edifici abbandonati presenti e agire prontamente laddove si rischiano potenziali crolli, si rende necessario intervenire al più presto con una serie di interventi di restauro mirati alla conservazione degli edifici che compongono la via Principi d’Acaja. Inoltre, come già detto in precedenza, il progetto di innovazione è strettamente correlato: sul lato ovest della via, infatti, a seguito della demolizione degli edifici e sulle fondamenta degli stessi, è stato costruito un muro di terrapieno con del verde praticabile soprastante, all’epoca progettato come spazio da destinarsi a parco giochi. Con il passare degli anni, anche causa, forse, una progettazione errata, l’area è diventata poco praticabile, nonché degradata anche socialmente. Ecco quindi che si rende necessario un intervento di progettazione. L’approccio metodologico utilizzato è stato il più possibile rispettoso delle moderne indicazioni in materia di restauro e valorizzazione di un bene architettonico (in questo caso, l’intera via Principi d’Acaja). Per quanto riguarda la mia personale ipotesi progettuale si è tenuto in considerazione la

presenza consolidata nell’immaginario collettivo oramai da più di cinquant’anni del muro di terrapieno e del verde presente sul lato ovest della via, cercando di mantenerne il più possibile l’idea, la presenza e l’ingombro; allo stesso tempo si è cercato di innovare uno spazio quasi completamente inutilizzato (e inutilizzabile) nel rispetto delle normative vigenti. Essendo l’area una zona senza possibilità di nuova costruzione né di aumento di cubatura si è cercato di ricavare degli spazi fruibili “bucando” il muro di terrapieno e ricavando dalla terra estrusa dei locali a destinazione da definirsi; gli stessi affacciano su corti che garantiscono luce e il ricambio di aria ed evocano la presenza degli antichi cortili (giochi di vuoti e pieni) una volta presenti tra le case demolite negli anni Sessanta. Anche i locali ricavati non sono casuali bensì richiamano gli edifici demoliti, essendo stati praticati in corrispondenza dell’intersezione tra muro e vecchie abitazioni. Inoltre il disegno in pianta degli edifici una volta presenti nella via è stata riproposta con una nuova pavimentazione sull’intera via, evocando la presenza delle case demolite ma senza per questo ricostruirle, evitando cioè di cadere nella riproposizione di un falso storico. In questo modo si è cercato di evocare, di non creare falsi storici, di rendere l’idea della memoria storica senza eliminare gli interventi susseguitisi nel tempo (giusti o sbagliati che siano, infatti, essi sono sempre una “pagina della storia” vissuta dalla via); inoltre si è cercato di valorizzare la zona conducendo i fruitori ad un maggiore interesse della stessa, così come indicano le moderne teorie del restauro. Non resta che auspicare un piano di interventi metodologicamente corretto da attuare sulla via Principi d’Acaja, che restituisca agli edifici storici e all’intero isolato un’immagine nuova, sia pur nel rispetto del valore storico del contesto urbano. (Altra foto a pag. 18)


Arte&Architettura/2 a cura di Riccardo Rudiero

Il polo culturale interno alla Bochard

La ristrutturazione della Bochard Il progetto di valorizzazione presentato al Demanio il 10.9.2013

Il complesso denominato caserma Bochard si estende su una superficie di 13.570 mq, di cui 7.078 mq coperti e 6.492 scoperti. L’immobile è formato da quattro corpi di fabbrica: il principale noto come Palazzina Comando (che dà su via Cavalieri d’Italia), di tre piani fuori terra, era destinato ad uffici di comando ed alloggiamenti dei militari; i tre bassi fabbricati erano in origine scuderie per i cavalli. Oltre ai fabbricati vi è un vasto cortile delimitato da quinte murarie. L’immobile è stato dichiarato d’interesse storico-artistico nel 2008 quale esempio di edilizia militare ottocentesca ed è soggetto a tutela in alcune sue parti: la cosiddetta palazzina Comando ed il basso fabbricato che le sta di fronte.

Lo stato di degrado e di abbandono dell’interno della Bochard

La caserma Bochard fu costruita tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo quale sede del corpo della Cavalleria; in seguito divenne caserma dei carristi, con conseguente cambiamento funzionale degli immobili. Il complesso, inutilizzato da un trentennio, si presenta in uno stato di decadimento, dovuto alla mancanza di manutenzione e all’azione degli agenti atmosferici. Circa il programma di valorizzazione si legge nel documento che «è intenzione dell’Amministrazione della Città di valorizzare le testimonianze della storia militare cittadina, con particolare attenzione agli immobili

collocati in posizione baricentrica nel tessuto urbano, dalla cui riqualificazione si attendono ricadute positive per il territorio. La presenza nelle immediate vicinanze della biblioteca, delle sedi museali (...) e la centralità dell’immobile hanno consentito, seppure in tempi brevi, di fare maturare l’ipotesi di insediamento di un polo culturale all’interno della Caserma». «Forte delle “sinergie” che si attiverebbero con le strutture presenti in prossimità della Caserma, quali l’attuale Biblioteca “Alliaudi”, gli spazi museali di Palazzo Vittone e dell’edificio di via Giolitti e la Scuola Universitaria, potrebbe trovare spazio nel complesso, a titolo di esempio, una moderna Biblioteca Civica e, nell’ampio cortile, una grande “piazza” per la vita della Città». «Un intervento di tali dimensioni presuppone la necessità di attingere ad un importo indicato sommariamente in circa 11.000.000,00 €, […] cifra coperta anche con la realizzazione di una quota di superfici a destinazione residenziale […]. Non si esclude la possibilità di poter attivare delle concessioni coinvolgenti i privati per la gestione di spazi destinati a caffetteria e ad attività commerciali, ad esempio book-shop, che sempre più correntemente vengono affiancati ai servizi culturali… Inoltre verrà avanzata richiesta di supporto ai privati ed alle fondazioni». Nella conclusione del documento di proposta di valorizzazione della Bochard si legge: “la fase “postindustriale” che ha coinvolto la Città sta rivelando sviluppi aspri per l’intero pinerolese. Investire in cultura può apparire una scelta in controtendenza, ma è bene sottolineare che da un intervento simile si attendono riscontri che vanno oltre la valorizzazione culturale degli immobili. Infatti, come testimoniano studi recentemente condotti sulla società americana, le città post-industriali che hanno saputo puntare sul sapere e sull’istruzione, stanno mostrando capacità di crescita economica, sconosciute ai territori che non hanno saputo puntare su cultura e su scolarità. Pinerolo può trovare nella cultura la propria capacità di crescere”. Anche noi concordiamo con questo auspicio finale del documento e per questo siamo in totale sintonia con il progetto culturale che ruota intorno alla Bochard e lo sosteniamo. La città non può che averne dei benefici.

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Parlar di storia

SOCIETÀ

di Valentina Scaringella

Convegno storico

Pinerolo del ‘600, città di confine, in una provincia di confine, in uno Stato di confine Oltre al passato lontano, anche il desiderio di una storia moderna di Pinerolo Venerdì 4 ottobre, nel suggestivo Salone delle Feste “Umberto Agnelli” del Circolo Sociale di Pinerolo, si è tenuto il convegno storico internazionale Tra Borbone e Savoia: Pinerolo nel Seicento europeo. E chi tra i lettori, anche se non presente a questo evento, non avrà partecipato ad almeno una delle rievocazioni storiche dedicate alla Maschera di Ferro? E, magari, proprio all’ultima? Ebbene, la XV edizione di questa importante manifestazione, svoltasi sabato 5 e domenica 6 ottobre, è stata una sorta di prosecuzione del convegno: al punto che il titolo La nobiltà francese nella Pignerol del ‘600 dato alla rievocazione storica echeggia quello di uno degli interventi, vale a dire Le nobiltà pinerolesi nel Seicento al servizio di Savoia e Borbone, di Andrea Merlotti. Questa giornata di alti studi è stata per l’appunto resa possibile dalla collaborazione tra il Centro Studi della Reggia di Venaria, di cui Merlotti è responsabile, il Comune di Pinerolo e la Biblioteca civica pinerolese “Camillo Alliaudi”, il cui prezioso supporto è stato dovuto in primis al suo direttore Gianpiero Casagrande. Con l’intenzione di riprendere un discorso avviato già nel 1999, in occasione del convegno tenutosi per il 250° della erezione della Diocesi di Pinerolo: gli studiosi di

allora – e tra loro proprio alcuni dei relatori del 4 ottobre – si posero infatti il problema della creazione di quella storia moderna della città che a tutt’oggi manca. Assenza che pesa, se si pensa che Torino di storie ne ha invece molte. Senza nulla togliere, ciò dicendo, ai lavori di Domenico Carutti e di Arnaldo Pittavino, nonché a quello del 2012 di Mauro Maria Perrot, assai pregevole, ma di carattere essenzialmente dossografico. Il fatto è che a noi contemporanei – ha spiegato Merlotti – il rapporto tra periferia e potere centrale interessa eccome, a differenza degli storici d’un tempo, convinti – come Carutti – che con una Pinerolo seicentesca divenuta piemontese si fosse oramai usciti dall’ambito della storia per entrare in quello dell’amministrazione e che fare la storia della città equivalesse pertanto a contrapporsi allo Stato. L’evento, volto dunque a essere anche un primo passo atto a colmare questa lacuna, si è aperto con l’intervento dell’Assessore Paolo Pivaro che, prima di lasciarci alla storia di ieri, ci ha fatto soffermare sulla storia di oggi, nelle cui pagine un inchiostro rosso sangue segna, indelebile, il sempre crescente numero di migranti morti nel tentativo di approdare a una vita migliore o, solamente, a una speranza di vita: è stato così osservato, con com-

Da sinistra: Lucien Bély, Andrea Merlotti, Davide Maffi, Gianfranco Armando

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11 mossa partecipazione di tutti i presenti, un minuto di silenzio in ricordo delle vittime di Lampedusa del giorno precedente. Se la Pinerolo del Seicento si colloca in una dimensione assai ampia, coi suoi rapporti con Francia e Spagna in particolare, quella del 2013 vive infatti a sua volta una dimensione internazionale, che chiama a non voltarsi dall’altra parte dinanzi all’umana comune miseria. Con l’abbattimento d’ogni confine costituito da muri d’egoismo. E di confini è fatta la storia oggetto del convegno, poiché Pinerolo nel Seicento è, secondo la definizione di Merlotti, “una città di confine in una provincia di confine in uno Stato di confine”, che, in questo suo essere confine, ha proprio il suo tratto peculiare più importante, soprattutto dal punto di vista politico e militare. Come emerso anche dagli interventi di Lucien Bély e di Davide Maffi, incentrati, rispettivamente, sui rapporti tra Savoia e Francia e tra Savoia e Spagna. Studiosi questi intervenuti nella I sessione del convegno presieduta da Merlotti, insieme a Gianfranco Armando, concentratosi invece sulle relazioni tra lo Stato Sabaudo e un’altra grande potenza del Seicento quale la Santa Sede. Nella II sessione presieduta da Paolo Cozzo sono poi intervenuti – oltre al già più volte citato Merlotti – Andrea Pennini, con lo sguardo dello storico della diplomazia e del diritto; Blythe Alice Raviola, con un contributo sul Monferrato gonzaghesco; nonché Géraud

Poumarède che, parlando della funzione di prigione di Stato della cittadella, ha a sua volta toccato le vicende legate al mistero della Maschera di Ferro, la cui Associazione, al termine del convegno, ha consegnato a tutti i relatori una medaglia in ricordo, per mano dell’Assessore Pivaro, rimasto presente sino alla fine e divenuto perciò oggetto di elogio. Non ci resta ora dunque che aspettare, oltre a nuove possibilità d’incontro con sì illustri e competenti studiosi, gli atti del convegno e la realizzazione di quel museo virtuale della città a cui ha alluso l’Assessore, parso inoltre desideroso di veder nascere quella storia moderna di Pinerolo a oggi mancante e da lui definita “un progetto ambizioso”. Si sa, non sono certamente questi tempi felici per i bilanci comunali d’ogni dove, e le priorità sono indubbiamente altre, ma, forse, qualora ve ne fosse la possibilità, sarebbe questo il caso di osare: perché sì, con la cultura si mangia, e una storia moderna della città potrebbe stimolare ulteriormente studiosi e non a frequentare Pinerolo con nuova o rinnovata passione. Perché la storia di ieri è da farsi oggi per il nostro domani.

Da sinistra: Géraud Poumarède, Blythe Alice Raviola, Paolo Cozzo, Andrea Merlotti, Andrea Pennini


PINEROLO

Lettere al giornale di Elvio Fassone

La “finanziaria”/ Legge di stabilità

La chiamavano “la stangata”... Nel linguaggio comune la chiamavano “la stangata”, anche se l’espressione aveva poco a che vedere con il celebre film del 1973, con Paul Newman e Robert Redford. Era la vecchia “finanziaria”, nata nel 1978 e seppellita poi con la legge di stabilità: il suo compito era quello, semplice e brutale, di affiancare la legge di bilancio, la quale, non potendo prevedere nuovi tributi e nuove spese, era inidonea a rimediare al debito che ogni esercizio, da vari anni, veniva accumulando, sino a regalarci la montagna che oggi ci sta schiacciando. La “finanziaria” provvedeva a quel giro di vite che la legge di bilancio non poteva dare, e perciò suscitava molti più lamenti che applausi. Oggi i vincoli di bilancio sono stati addirittura scritti, con eccesso di zelo, nella Costituzione (art. 81), e perciò la legge di stabilità, obbligata a raggiungere quell’obiettivo, sta percorrendo il suo tragitto parlamentare sballottata come un fuscello, perché non c’è nulla di così controverso come la destinazione dei quattrini, quando le esigenze sono molte e le risorse poche. Per ogni individuo o gruppo o corporazione, quelle primarie ed imprescindibili sono le esigenze proprie, ed è arduo fare una classifica. Tuttavia ci dovrebbe essere almeno una bussola, un criterio di fondo, e in effetti c’è. In forza dell’art. 3 della Costituzione, come è arcinoto, “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli … che [limitano] la libertà e l’eguaglianza dei cittadini”. Che l’eguaglianza sia a brandelli è sotto gli occhi di tutti. Dunque, se “è compito”, della Repubblica contrastare questo fatto, ciò non può essere un optional, una scelta del

governo a seconda del suo colore politico, un qualcosa che si fa se si può, se ci sono i soldi. E’ un dovere, al quale tutti dobbiamo concorrere, e su questo non si discute. Sino a ieri la risposta a questo “compito” consisteva nel dire che l’art. 3 è una norma programmatica, cioè un traguardo al quale bisogna tendere, compatibilmente con le situazioni concrete, con le possibilità e con le risorse che ci sono, insomma con tutto l’armamentario delle giustificazioni che sappiamo escogitare quando ci incalza qualche cosa di scomodo per le nostre tasche. Oggi, di fronte alle devastazioni sociali che la crisi sta producendo, le tensioni crescono e sono diventate numerose e imperiose le voci che vietano di prendere alla leggera la Costituzione. Siccome in un’altra parte della Carta (in quel titolo V che è stato convalidato da un referendum nel 2001) si parla di “livelli essenziali di assistenza” che vanno comunque assicurati, ne consegue che ogni bilancio deve innanzi tutto definire e stanziare le risorse necessarie per garantire quei livelli nelle materie fondamentali (sanità, istruzione, previdenza, reddito minimo) e solo dopo, una volta che quei livelli sono assicurati a tutti, subentrerà la libertà di scelta della politica. Non è una fantasia, è la conseguenza del fatto che i diritti vanno presi sul serio. Se lo facessimo, sarebbe un’autentica rivoluzione. Perché la politica è senza dubbio autonoma nei suoi orientamenti e nelle sue scelte, ma solo dopo aver fatto salvo ciò che non appartiene all’area dell’opinabile. Mi pare che quelle voci abbiano ragione da vendere.

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società

Giovani &Lavoro

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a cura di Giulia Pussetto

Per risparmiare, ma anche per avviare una startup

Lavorare in coworking

Sempre più in aumento gli spazi di lavoro condivisi: 10 buone ragioni I sistemi di lavoro in coworking sono sempre più in aumento. Non solo i professionisti, ma anche i giovani si rivolgono a questa forma condivisa di spazio di lavoro dove si affitta una propria scrivania insieme ad altri coworking. I motivi sono non solo di tipo economico, perché è più sostenibile l’avvio di un’impresa, ma anche di tipo esistenziale, in quanto lo spazio condiviso è luogo di dialogo e di innovazione. A breve, anche a Pinerolo, in via Vigone 22, partirà un’esperienza di coworking. Riportiamo di seguito l’esperienza riassunta in 10 punti che Luca Nicola, coworking di Milano, racconta nel suo blog.

5 BUONE RAGIONI PER LAVORARE IN UN COWORKING… Posso testimoniare che, per chi ci lavora, accadono alcune cose importanti: • Il Coworking crea nuove opportunità di collaborazione e di business Spesso si associa il coworking all’idea di uno spazio condiviso in cui le scrivanie costano meno. E’ un’idea decisamente riduttiva. Per dirla con una felice intuizione di Aurelio Balestra: “Il coworking non è figlio della crisi, è figlio di internet”. Proprio come avviene nel web, si creano reti di persone che possono scambiare informazioni, collaborare e unire le forze in qualsiasi momento. • Il Coworking concentra in un unico luogo competenze specializzate e complementari Ci si muove all’interno di un ecosistema dove risulta naturale sviluppare approcci interdisciplinari. E’ questo il vero valore aggiunto del coworking. • Il Coworking favorisce l’arricchimento e l’aggiornamento professionale Vivere costantemente a contatto con persone interessanti, che hanno un’attitudine simile alla tua e competenze complementari, aiuta a imparare cose nuove e a rimanere al passo. • Il Coworking spinge all’innovazione Incontrarsi e chiacchierare in modo informale è un ottimo modo per far emergere nuove idee o testare intuizioni ancora da sviluppare. E last but not least: • Il Coworking migliora la qualità della vita (non solo lavorativa) “Mi piace stare in questo posto perché si percepisce un’onda positiva, è bello lavorarci”. Provate a entra-

re in un coworking che funziona e chiedete a chi ci lavora come si trova: il più delle volte avrete risposte molto simili a questa. … E 5 BUONE RAGIONI PER PUNTARE SUL COWORKING Guardiamo ora la cosa dal punto di vista di imprese ed enti pubblici: perché vale la pena di puntare sulla formula del coworking? Ecco 5 possibili risposte: • Il Coworking è l’ambiente ideale per far nascere e sviluppare una startup Un’idea innovativa di impresa si sviluppa meglio in un ambiente interamente dedicato all’innovazione. E ogni startup che cresce può generare nuovi posti di lavoro. • Il Coworking consente ai migliori talenti di rimanere nella propria città In un articolo pubblicato sul sito di Deskmag si mette in luce un aspetto non abbastanza considerato: senza il coworking, molte persone che abitano in aree urbane di medie dimensioni sarebbero costrette a fare i pendolari o spostare le loro famiglie in città più grandi, in cerca di nuove opportunità. Il Coworking li aiuta a restare nel luogo dove vivono, con evidenti vantaggi per l’economia locale. • Il Coworking favorisce politiche per il lavoro e lo sviluppo economico Di esempi recenti ce ne sono molti. Basta citare il sistema di voucher promosso dal Comune di Milano, il tavolo per il coworking della Regione Toscana, il bando per un coworking “al femminile” promosso dalla Provincia di Lucca, il progetto Millepiani di Roma. Tutte iniziative trainate dall’idea di coworking. • Il Coworking può trasformarsi in un piccolo distretto dell’innovazione Nel medio periodo, ogni luogo di coworking assume un proprio stile caratteristico e sviluppa forme innovative di specializzazione. • Il Coworking è congeniale alle piccole imprese Le PMI sono la linfa vitale dell’economia italiana. E le postazioni di un coworking sono ideali per essere occupate da micro e piccole imprese, che trovano l’ambiente più adatto per arricchirsi del know-how di persone con competenze specializzate. di Luca Nicola, working in un coworking di Milano http://lukenick.com/


in città

Serate di Laurea

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A cura di Maria Anna Bertolino

Ingegneria e architettura con Alberto Griffa e Aldo Martellotto

Energie rinnovabili e Via P. d’Acaja Serate di Laurea di Ottobre: due tesi per due progetti innovativi in Ingegneria e in Architettura. Il quarto anno di Serate di Laurea si è aperto con una tesi in Ingegneria Energetica dal titolo Analisi tecnico-economica delle dotazioni impiantistiche per un edificio energeticamente sostenibile, a cura di Alberto Griffa, il quale ha interessato il pubblico su una tematica di forte attualità quale l’uso delle energie rinnovabili. Le energie rinnovabili per la produzione di calore e di energia elettrica sono ancora poco usate in Italia, la cui situazione energetica vede l’impiego di fonti fossili soprattutto d’importazione, nonostante che, a seguito del protocollo di Kyoto del 1997, che prevedeva la riduzione di emissioni di gas serra, il nostro paese abbia ottenuto l’obiettivo con una minore incidenza del 7% e si stia avviando a raggiungere un nuovo obiettivo rappresentato dal cosiddetto 20-20-20, un’iniziativa promossa dalla Commissione europea per coinvolgere attivamente le città europee nella strategia europea verso la sostenibilità energetica ed ambientale (in particolare, esse si impegnano a rispettare l’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra nocivi del 20% entro il 2020). Alberto Griffa Il giovane ingegnere ha mostrato lo studio e la realizzazione di un edificio (un’abitazione sita in Bricherasio) svoltosi nel 2008 per il quale il proprietario aveva commissionato l’uso di energie rinnovabili, dal geotermico per la produzione di calore al solare termico e fotovoltaico per la produzione di acqua calda e per il riscaldamento a pavimen-

to nonché l’uso delle biomasse, giungendo alla conclusione che un tale impianto, cinque anni fa, non era comunque conveniente al fine del ciclo di vita (stimato in 20 anni) ma che attualmente, grazie agli incentivi i prezzi sono di molto diminuiti, rendendo più a portata di mano tale scelta. Il secondo relatore della serata, Aldo Martellotto, ha presentato la sua tesi maAldo Martellotto gistrale in Architettura dal titolo Pinerolo, via Principi d’Acaja: rilettura di un brano urbano tra conservazione e innovazione. In particolar modo, il giovane architetto ha analizzato storicamente le stratificazioni architettoniche che negli anni hanno plasmato e modificato la via più importante della nostra città, per poi giungere allo studio di un intervento non invasivo bensì “sostenibile” per il primo tratto di strada, ricompreso tra gli edifici storici del Palazzo del Vicario e del Palazzo del Senato. Come sappiamo questo tratto ha subito numerosi interventi tra i quali il più invasivo è stato quello che ha comportato la demolizione di tutta una linea di case sul lato ovest per via della loro insalubrità nel 1938, dandogli l’aspetto odierno. Il progetto ha riguardato la scelta di tre mappe storiche (1781, 1950, 2013) che su CAD sono state sovrapposte in modo da essere rievocate tramite materiali e colori nella pavimentazione, per dare alla via una dimensione diacronica con i “segni del tempo”, l’apertura di spazi nel terrapieno adibiti a locali, in modo da ricordare la presenza di antiche botteghe, ed il mantenimento e l’attrezzamento per un migliore sfruttamento del verde.


Politica &Territorio

società

a cura di Emanuele Sacchetto

Urbanistica in città

Turck: l’immobilismo della città! Vorremmo che sui progetti sull’area si aprisse un dibattito con i cittadini Domenica 13 ottobre è andato a fuoco l’ex merlettificio Turck. Un gruppo di associazioni, che si riuniscono per discutere dell’urbanistica in città si è interrogato sul significato politico culturale dell’incendio del Turck, emettendo il seguente comu-

nicato che pubblichiamo.

Quello che è bruciato nel pomeriggio della scorsa domenica non è solo un vecchio edificio industriale degradato, ma un pezzo della storia della nostra città. Il Rio Moirano, protagonista per secoli dell’economia pinerolese, aveva infatti visto sorgere fin dal 1200 lungo il suo corso i primi impianti per la lavorazione della carta, i mulini, i filatoi e poi a metà del 1400 un paratoio per la lavorazione della lana, poi denominato “follone”. Tale impianto, sopravvissuto alle gravi crisi provocate dalle dominazioni straniere e dalla peste che nel 1600 si abbatté sulla città, fu ristrutturato e ampliato nel Settecento e divenne sede della nuova fioritura industriale cittadina, fino a dar lavoro a parecchie centinaia di operai. La struttura interna, anche dopo la cessazione dell’attività manifatturiera nel 1977, mostrava ancora il grandioso impianto pensato nel 1765 dall’ing. Gerolamo Buniva, offrendo un esempio significativo di architettura industriale. Molti di noi hanno sperato per anni di vedere il “follone” sottratto al destino di abbandono e degrado in cui ormai versava con una intelligente ristrutturazione che, come accaduto per altri antichi siti industriali piemontesi, tornasse a dargli vita e funzione. Ma così non è accaduto. Il feroce incendio di domenica ha distrutto quanto era sopravvis-

suto ad assedi, guerre, epidemie, rendendo più agevole la radicale soluzione di “demolire tutto”. Così ancora una volta, Pinerolo perde un pezzo di se stessa, come fu negli anni ‘60 per la caserma del Vauban in Piazza Cavour o, sempre a metà del secolo scorso, per le case medievali all’inizio di Via Principi d’Acaia, sul lato sinistro . Tutti noi siamo dunque un po’ più poveri, anche se molti neppure conoscevano il valore di quanto è andato perduto. Se abbiamo perso un pezzo del nostro passato, speriamo che almeno il futuro dell’area possa diventare un terreno di confronto e di scelta collettiva per la comunità pinerolese. Da tempo molti hanno avanzato progetti e proposte sull’ampia area che comprende l’ex merlettificio e che si trova in una posizione di grande interesse, al centro della città. Vorremmo che su questi progetti si aprisse un dibattito con i cittadini , verificandone necessità ed eventuali proposte, anche nell’ottica di “restituire” almeno una parte dell’area all’uso pubblico con verde e servizi. Potrebbe essere proprio questo un esempio di quel metodo di partecipazione alle scelte sul futuro assetto urbanistico di Pinerolo che da tempo richiediamo, anche in relazione alla progettata Variante al Piano regolatore e che a nostro avviso costituisce lo strumento essenziale per una gestione democratica della città.

Associazione ecologista per la sostenibilità Gas Stramore; Italia Nostra – Pinerolo; Legambiente – Pinerolo; Libera Presidio “R. Atria”– Pinerolo; Osservatorio 0121; Salviamo i tumpi; Salviamo il Paesaggio

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Società

Sociale & Volontariato di Elisa Campra

Vestiriciclo Un’idea solidale e conveniente «Vendiamo moltissimo, ma non credo sia per via della crisi»

Da anni l’associazione “Vestireciclo” vende abiti usati nel negozio di via Silvio Pellico; ridare vita a capi vintage non è però l’unico obiettivo del progetto. Abbiamo incontrato Serena per parlane. Quando è nata l’associazione e qual è il vostro scopo primario? Abbiamo dato vita a questa associazione sette anni fa. Ci interessava particolarmente la possibilità di ridare vita a capi di vestiario che altrimenti sarebbero stati buttati. Con questo progetto, inoltre, aiutiamo alcune donne in difficoltà che dalla struttura di accoglienza “Casa Betania” vengono mandate da noi per aiutarci nel lavoro. Per loro è un impiego temporaneo, ma comunque è una risorsa. Si lavora come volontari o recepite un compenso? La gestione del negozio è il mio lavoro, dunque sono pagata, così come le donne che aiutiamo nel periodo in cui lavorano con noi. Le altre persone, per esempio quelle che scelgono gli abiti, sono volontarie. Dove si portano gli abiti che poi arriveranno al vostro negozio? Gli abiti vengono raccolti il lunedì ed il giovedì all’oratorio San Domenico, in piaz-

za Marconi. Lì vengono scelti i capi che si porteranno al negozio. Scegliamo solo abiti puliti, che vengono lavati e stirati prima di essere messi in vendita. Sono molti i capi che vi vengono portati e che riuscite a vendere? Gli abiti portati al punto di raccolta sono moltissimi, ma non tutti sono destinati al negozio. Molti vengono lasciati all’oratorio San Domenico per essere dati alle famiglie in difficoltà. La maggior parte di quelli che arrivano qui comunque viene acquistata. Le vendite sono aumentate con la crisi? Vendiamo moltissimo, ma non credo sia per via della crisi. Il cliente tipo è infatti quello che cerca un capo vintage o comunque particolare e che qui si può trovare ad un prezzo conveniente. Talvolta vengono persone che vogliono vestirsi per feste a tema, o compagnie di teatro che cercano capi o accessori che non si trovano negli altri negozi. Si può dire che questo progetto unisca al riciclo la solidarietà. Qual è l’aspetto primario? Entrambi gli aspetti sono ovviamente importanti. È bello riuscire a riutilizzare capi che in questo modo non si buttano ed allo stesso tempo possiamo dare una mano a donne in difficoltà.

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società

Giovani@Scuola di Nadia Fenoglio.

Intervista a M.Teresa Ingicco, preside del Liceo Porporato

Il Comenius tra Pinerolo ed Embrun

Corso di cinese: insegnante di madre lingua e stage di tre settimane in Cina Nel segno dello sviluppo sostenibile e della green economy il Liceo Porporato ha inaugurato lo scorso 15 ottobre, presso l’Auditorium Baralis, il progetto Comenius Regio «Ensemble pour le Développement Durable» tra l’istituto pinerolese e il Lycée Honoré Romane della cittadina francese di Embrun. Non una semplice collaborazione tra scuole – che già il Porporato conosce – ma un progetto dagli orizzonti più vasti, che coinvolge anche aziende ed enti locali. Parliamo di questa interessante iniziativa con Maria Teresa Ingicco, preside del Liceo Porporato. Come nasce il progetto Comenius Regio? L’idea che sta alla base è fondamentalmente quella di un partenariato bilaterale tra due città, Pinerolo ed Embrun, e del loro territorio, accomunato dalla prossimità alle regioni montane alpine. Questo, però, si inserisce nella necessità di ripensare la propria identità culturale per un futuro di ecocittadinanza: per fare questo occorre promuovere una coscienza di sviluppo sostenibile a livello ambientale, economico, sociale. C’è ancora un po’ di strada da fare in questa direzione, e il progetto Comenius penso ci possa aiutare. Basti pensare che la Ville d’Embrun è l’unico comune francese interamente riscaldato a legna! Oltre alla collaborazione tra i due istituti scolastici, il progetto favorisce una sinergia tra enti locali, per così dire “specchio”: tra la società consortile di Pracatinat e il Parc National des Écrins, e tra l’ACEA e l’omologa francese Smictom. Quali sono le attività proposte agli studenti? Il progetto in realtà è bivalente, si rivolge cioè a studenti e insegnanti. In prima battuta, ai professori italiani e francesi che, lavorando insieme, possono promuovere percorsi bilingue di formazione comune: l’obiettivo è di far conoscere ai ragazzi il territorio, le sue risorse e potenzialità,

per stimolarli a ragionare in modo progettuale di fronte alle problematiche territoriali. Tutto ciò è pensato come attività a distanza, in modo che la corrispondenza tra gli studenti avvenga tramite le nuove tecnologie. In secondo luogo, è invece previsto lo scambio tra i ragazzi in un soggiorno reciproco nelle due città. Qual è il senso del progetto? É tempo di superare l’immobilismo delle lezioni frontali in una prospettiva di sperimentazione, di potenziamento delle competenze linguistiche, e di progettazione delle strategie di crescita. Quali classi sono coinvolte? Il Comenius non è rivolto, a differenza di quanto si potrebbe pensare, all’indirizzo linguistico, ma al liceo economico-sociale: un indirizzo che prevede, oltre ad una consistente area matematico-scientifica, anche l’apprendimento di due lingue europee. Nello specifico, al progetto aderiscono le classi terze e quarte dell’indirizzo economico-sociale. Dallo scorso anno il Porporato ha un’offerta formativa linguistica che supera le frontiere europee: il corso di Cinese. In futuro ci saranno scambi anche con scuole cinesi? É una soddisfazione che anche quest’anno sia avviato il corso pomeridiano di cinese, in collaborazione con l’Istituto Confucio, che prevede venti lezioni di due ore e mezza l’una. Ma ci sono grandi novità. Per prima cosa, quest’anno ogni lezione vedrà la partecipazione di un docente madrelingua che affiancherà quello italiano di Lingua e cultura cinese. E inoltre ci proponiamo di avviare a breve, oltre al corso principiante, anche un corso di secondo livello con certificazione finale: questo ci darebbe la possibilità di offrire ai ragazzi uno stage di tre settimane in Cina, in collaborazione con l’Università di Shangai.

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Giovani,Tecnologia@Innovazioni a cura di Greta Gontero

HollowFlashlight HollowFlashlight: è questo il nome dato dalla quindicenne Ann Makosinski alla sua invenzione. Si tratta di una torcia alimentata, invece che da batterie, dal calore generato dalla mano umana. La ragazza, giovanissima, ha partecipato con questo progetto al concorso Google Science Fair e ora è tra i quindici finalisti che si contendono il premio finale. La sua torcia è composta da un LED a basso consumo e da una cella di Peltier, ovvero un dispositivo che produce elet-

tricità quando è riscaldato da un lato e raffreddato dall’altro; è realizzata con un tubo di alluminio (usato per trasferire la temperatura più fredda dell’aria su un lato delle celle di Peltier) e con un altro tubo, in PVC, che ospita il tubo di alluminio grazie ad un’apertura che permette alla mano della persona di venire in contatto con l’altro lato delle celle di Peltier. La massima efficienza della torcia si ottiene in condizioni di freddo, a causa della maggiore differenza tra temperatura del corpo e temperatura dell’aria. Non si ha ancora un determinato costo di produzione, ma si ipotizza che possa aggirarsi sui 26 dollari.

“Via Principi d’Acaja come la vorrei”, dal progetto dell’arch. Aldo Martellotto

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Visibili & Invisibili

diritti umani

gruppo giovani amnesty international

Spuntiamo le armi

goli paesi. L’arco di tempo previsto sono due anni. Questa volta possiamo essere orgogliosi del nostro paese: l’Italia è il quinto paese nel mondo e il primo in Europa ad averlo ratificato il 25 Settembre 2013. Il trattato regola l’uso e l’esportazione di armi, dai carri armati alle munizioni. Questo significa che vieta l’esportazione di armi in paesi dove sussiste giustificato timore che vengano usate per violare i diritti umani, come in Siria, o dove potrebbero finire nelle mani di gruppi terroristici o della criminalità organizzata. È un passo importante per la responsabilizzazione dei paesi produttori ed esportatori di armi, il quale mette in chiaro come le armi non siano una merce di consumo qualsiasi per far crescere il Pil. Non dimentichiamolo mai: in realtà sono strumenti di morte. Ariane Dellavalle per il Gruppo Giovani di Amnesty International Pinerolo

Il commercio mondiale di armi muove c.a 85 miliardi di dollari all’anno, pressappoco il doppio del PIL del Lussemburgo. Nell’UE il maggior esportatore di armi è la Germania cui fa capo il 9% di tutta la produzione mondiale. Forse ci illudiamo che la produzione di componenti per armi sia lontana da noi. Ma in realtà così non è. A Luserna S. Giovanni, ad esempio, si trova la multinazionale UTC Aerospace Systems, la quale produce tecnologie che servono sia all’utilizzo civile sia a quello militare. Sullo sfondo di un aumento dei conflitti e di un traffico di armi poco controllato, l’assemblea generale delle Nazione Unite ha adottato per la prima volta nella storia un trattato sul commercio di materiale bellico. Purtroppo – ma c’è da stupirsi? - la Siria, la Corea del Nord e l’Iran hanno votato contro, mentre la Russia e la Cina si sono astenute. Per entrare in vigore il trattato deve essere ratificato dai sin-

libera

Comune sciolto: un’altra radice spezzata

Per la prima volta un Comune della Lombardia è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Si tratta di Sedriano, paesino alle porte di Milano di poco più di 10mila abitanti. Il Consiglio dei ministri ha deciso di sciogliere il consiglio comunale. “Al fine di consentire le operazioni di risanamento delle istituzioni locali, nelle quali sono state riscontrate forme di condizionamento della vita amministrativa da parte della criminalità organizzata - spiega il comunicato diffuso da Palazzo Chigi -, il Consiglio ha deliberato, su proposta del ministro dell’Interno, lo scioglimento dei Consigli comunali di Sedriano (Milano) e di Cirò(Crotone)”. Lo scioglimento per infiltrazione mafiosa è stato disposto da un decreto del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, su proposta del ministro dell’Interno Angelino Alfano. A questo punto, perché il provvedimento diventi effettivo, serve l’atto del Quirinale che, secondo voci vicine al Colle, dovrebbe arrivare in tempi stretti. Lo scioglimento del consiglio comunale di Sedriano mette la parola “fine” al mandato del sindaco pidiellino Alfredo Celeste che, eletto nel 2009,

risulta essere indagato per corruzione nell’inchiesta sul voto di scambio che, tra gli altri, ha portato all’arresto dell’ex assessore regionale Domenico Zambetti. Secondo la procura, il primo cittadino di Sedriano avrebbe fatto gli interessi di due imprenditori legati alla ‘ndrangheta: Eugenio Costantino, titolare di un compro-oro legato al clan Di Grillo-Mancuso, e il chirurgo Silvio Marco Scalambra, titolare di cooperative. I due sono padre e marito di due consigliere di maggioranza: Teresa Costantino e Silvia Fagnani. Il sessantenne Celeste, insegnante di religione eletto nelle file del Pdl di cui è stato anche vice coordinatore provinciale, era stato arrestato nell’ottobre del 2012 insieme a Domenico Zambetti, Eugenio Costantino e Marco Scalambra. Dopo tre mesi di arresti domiciliari, durante i quali si è sempre proclamato innocente, a gennaio è tornato a governare il Comune. Nei giorni scorsi, il pm Alessandra Dolci aveva chiesto che fosse sottoposto alla sorveglianza speciale, ma il Tribunale aveva aggiornato l’udienza al 27 novembre. Entro la fine di ottobre, invece, si attende la decisione del gip che stabilirà se rinviare a giudizio Celeste o archiviarne la posizione. Chiara Perrone

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così per il mondo

Vita internazionale di Alessia Moroni

“Non dimentichiamoci da dove veniamo”

L’eco di casa nostra Avete letto l’ultimo libro di Hosseini “E l’eco rispose”? Pari, una dei protagonisti della storia, racconta, a proposito del padre: “Mi diceva che in seguito avrei apprezzato il regalo che mi stava facendo. Diceva che se la cultura fosse stata una casa, la lingua era la chiave della porta che permetteva di accedere a tutte le stanze. Senza conoscerla si finiva male, privi di una casa o di un’identità legittima”. Ricordandosi di tutti i martedì pomeriggio passati a studiare il farsi, la sua lingua d’origine per lei ormai lontana dalla vita in America, invece che andare a nuoto, giocare a pallavolo o a suonare il pianoforte, Pari ringrazia suo padre per questa enorme opportunità che in età adulta le sarà estremamente utile. La maggior parte dei giovani oggi vuole viaggiare, affacciarsi al mondo per scoprire tutte le meraviglie che ha da offrire e, soprattutto, le occasioni da cogliere al volo. Per fare ciò è necessario documentarsi, tenere i contatti con l’estero e, ovviamente, parlare più lingue possibili, l’Inglese in primis. Oggi si usa l’inglese per qualsiasi forma di comunicazione, anche nella vita di tutti i giorni: dal computer alla televisione, ma persino nelle piccolezze. Inoltre conoscere il linguaggio delle comunicazioni è d’obbligo ormai. Ecco che lentamente ci si focalizza sempre di più sulla “lingua del futuro” e la nostra rimane in secondo piano. Spesso ci si dimentica del suo valore, sopratutto se si è catapultati in una realtà, sia essa lavorativa, di studio o familiare, in cui si pensa completamente in un’altra lingua. Nel libro, oltre ogni limite possibile i protagonisti ci insegnano che più conosciamo, più siamo in grado di comprendere. In questa storia, più che mai, è presente il valore della lingua e delle origini; nella nostra vita quotidiana invece, scompare piano

piano. Dobbiamo ricordarci che, seppur il nostro mondo sia così sensibile alla globalizzazione e alle nuove tecnologie, seppur oggi sia di così fondamentale importanza conoscere l’inglese, la lingua del nostro paese ci farà sentire sempre a casa. Anche a distanza di anni, anche se la conosciamo poco o addirittura se siamo costretti a studiarla tutti i martedì pomeriggio chiedendocene il motivo. Ogni idioma, ogni dialetto, ogni singola parola è segno di vita vissuta, parlata, sentita e vista. Impariamo l’Inglese, ma non dimentichiamoci mai da dove veniamo. E se ciò accadesse, facciamocelo ricordare, non si sa mai. Vedrete cosa accadrà alla nostra Pari.

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dal tempo

Lettera a... di Cristiano Roasio

Lettera a... Luciana, la mia maestra

La capacità di essere grati a tutto E di sapere quanto è difficile Se la gratitudine è così inflazionata è soltanto perché non si vende. Essere grati di o per qualcuno o qualcosa (gratitudine verso qualcosa?!) è sempre più difficile perché un tale atteggiamento mal si concilierebbe coi ritmi imposti dalla necessità. Necessità alla quale ogni tanto ci abbandoniamo con la conv(i/e)nzione che essa sia in grado di farci dimenticare la ricerca della vera Necessità, il più delle volte vana. Ebbene, io non son da meno quanto a gratitudine e tendo a dimostrarla quasi fosse tartufo su un piatto di spaghetti, cioè quasi mai. Vorrei però in questa occasione mostrare il mio riconoscimento a qualcuno: la maestra delle elementari Luciana. Premetto che la “categoria insegnanti” mi ha sempre un po’ turbato, in quanto insegnante vero è solo colui/lei che intimamente sa che l’essere umano si può permettere al massimo un apprendimento raffazzonato o ultra specializzato o a “macchia di leopardo” e il più delle volte spinto da un egoistico slancio verso l’inutile, verso la conoscenza fine a se stessa o all’evasione culturalmente accettata, con inquietanti sconvolgimenti ricorsivi che suonano più o meno – può qualcuno insegnare con la consapevolezza profonda che quel verbo indica la professione e non la vocazione? Detto questo un insegnante può lasciare delle briciole di pane e tocca a noi seguirle per tornare a casa sani e salvi e fuggire dalla casa di zenzero e zucchero che ci circonda. Luciana, con la sua disciplina ferrea verso bimbi spaesati, campagnoli e sovente terrorizzati, massimi teorici di un’epica secondo la quale la sua faccia bruciacchiata era in realtà il risultato di un insetto malefico calato su guance un tempo lisce, ha lasciato, mi piace pensare in me, chissà se nei miei 13 compagni c’è qualcosa del genere, piccole pagnottelle sulla strada. Mi ha urlato addosso la

differenza tra romanico e gotico, strattonato a colpi di Dante e Ariosto, stordito con Chichibio; il tutto a 8/9 anni. Insieme ai Power Rangers e alle Tartarughe Ninja c’erano anche il meno eroico Achille e l’infame Ulisse. Non vuole essere questa una lettera di fabiovoliana insulsaggine condita da una gramellinacea esaltazione dei tempi che furono e dalla durezza intellettuale che forgia il cittadino consapevole e l’adulto scafato: al contrario, sono un semiadulto frustrato, non realizzato, arrabbiato, il più delle volte sottovalutato e da me stesso sopravvalutato, ma accidenti se conosco il valore dell’inutile, dello stare ore con un Libro in mano (ripeto Libro, non libro), e quanto mi piace pascermi “dell’aria fritta” che mi svolazza attorno. La mia passione/ossessione per un certo tipo di devianza sociale, come potrebbe essere definito il “desiderio di essere il meno produttivo possibile, contemplativo fino alla nausea e al sonno” mette le radici nelle elementari, sotto il pino dove mi rifugiavo a leggere i libri per le vacanze durante la prima settimana dalla fine della scuola. E se devo dire grazie a qualcuno, questa è Luciana. E’ un grazie amaro. E’ la sensibilità di capire che il più delle volte non esiste sensibilità. E’ la conoscenza filosofica e scientifica per comprendere che fede e scienza non rispondono a grossi quesiti, ma mettono soltanto in testa altre domande. E’ la convinzione di sapere ed essere smentiti, sempre. E’ la cultura che premia l’incertezza. E’ la bile nera. E’ pensare a tutto con gorgoglii mentali più complessi, più onesti, più difficili. E’ la capacità critica di contestare, anche senza effettiva ragione. E’ capacità di essere grati a tutto. E di sapere quanto è difficile.

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società

Per Mostre e Musei A cura di Chiara Gallo

Piccole città... “promettenti artisti”

Creo dal nulla ciò che ho in mente Intervista a Fulvio Borgogno, scultore

Così si racconta il vincitore della 37esima edizione dell’Artigianato di Pinerolo. Di mestiere falegname, Fulvio Borgogno concilia da anni il lavoro nel suo laboratorio ad Abbadia con l’insegnamento e la scultura. E proprio la realizzazione di una scultura l’ha portato a vincere il primo premio dell’edizione dell’Artigianato 2013. Che idea ti sei fatto del concorso a cui ti sei iscritto? In passato avevo già preso parte a questa manifestazione come espositore. Quest’anno essendo in gara non ho dovuto pagare nulla, ma credo che la pecca più grande sia proprio il costo esoso dei singoli stand. È chiaro che agenzie o banche non hanno difficoltà, ma i piccoli artigiani non ci riescono a coprire certe cifre e di conseguenza non partecipano. Per questo credo che negli ultimi anni si sia perso un po’ il valore e il significato vero dell’Artigianato. Nella scultura contemporanea l’arte dell’intagliare il legno appare sempre più spesso. Tu quale preferisci, l’astratta o la classica? Credo siano entrambe di grandissimo pregio. Qualche anno fa restavo più sui soggetti classici, mentre adesso sto sondando il terreno dell’astrattismo. Chi conosce bene quest’arte riesce ad identificare gli elementi naturali in tutte le forme ideate, l’immaginazione trae sempre beneficio dal mondo che ci circonda. Questo vale sia per il classico che per il contemporaneo. Ritengo che in entrambi i casi ciò che conta sia l’impegno. Fisicamente ci dev’essere fatica e sudore,

mentalmente una concentrazione massima. In passato la scultura in legno era meno valutata? La lavorazione lignea è sempre stata considerata minore, basti pensare alle opere all’interno delle chiese coperte da oro e colore per mascherarne il materiale. Solo ora la si sta rivalutando nel suo stato puro ed originale. Parlando del tuo lavoro, potresti illustrarci come procedi? Molti cominciano l’intaglio seguendo ciò che le linee del materiale suggeriscono loro, io no. Preferisco creare dal nulla ciò che ho in mente. Inizialmente plasmo la figura nell’argilla e in seguito, a seconda di che cosa voglio realizzare, scelgo il tipo di legno più adatto. Quello che prediligo è sicuramente il tiglio, molto tenero e malleabile, ma ce ne sono molti altri, dal noce al ciliegio. Cosa ne pensi, invece, del mestiere del falegname oggi? Che è sempre più difficile, non tanto per la mancanza di lavoro, quello alle volte è anche troppo, ma per quanto riguarda il continuo ammodernamento dei materiali. Occorre sempre restare aggiornati e spesso tra un impegno e l’altro il tempo che rimane è poco. Trovi ci sia un ritorno a questa professione? Io insegno a scuola e posso garantire che c’è effettivamente un ritorno dei giovani a questa mansione, il problema è riuscire a dare loro una formazione completa. Il mio suggerimento è quello di studiare ed applicarsi molto.

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musica

Officine del suono A cura di Demis Pascal

m u s i c a emergente

Gli Elettrica

Gli Elettrica nascono nel Novembre del 2003 da un’idea di Andres Barbero (chitarrista e compositore dei brani) e Cristiano Giacomino (batterista). Alla voce entra subito in formazione Andrea Pastelli e in seguito Fabrizio Mainero al basso. Registrano i primi singoli e due demo (Fuori Controllo e Acustica) iniziando a fare concerti in tutto il Piemonte e in Lombardia. Nell’estate del 2010 entrano poi in contatto con Bono Vox degli U2 che li invita personalmente al concerto degli U2 a Torino. Successivamente viene reclutato alla voce Luca Bianciotto (Colpodicoda) con il quale registrano il primo album omonimo a Rubiera nei Busker Studios. Suonano in Piemonte, Lombardia ed Emilia collaborando dal vivo anche con Gigi Cavalli Cocchi primo batterista di Ligabue a Prato di Correggio. I live non si fermano ed aprono il live di Rigo Righetti e Robby Pellati (storici membri della band di Ligabue) arrivando poi a vincere le semifinali regionali di Rock Targato Italia. Per il secondo disco “Benvenuto sul pianeta Terra” dopo Luca Bianciotto viene reclutato alla voce Leonardo Proglio (Soundrise). Nel disco compaiono due collaborazioni importanti con Fry Moneti, violinista dei Modena City Ramblers, e di Bronski dei Rio. E proprio di questa ultima uscita andremo a parlare questo mese. L’album gode di una produzione molto curata e decisamente professionale. Le sapienti mani del sound engineer hanno ben saputo amalgamare i suoni, ora puliti ora distorti, conferendo al disco quella che i musicisti chiamano “pa-

sta”. In effetti il suono è molto compatto ed omogeneo per tutta la durata del disco. Si apre con la briosa “Sole del mattino” che si avvale della collaborazione di Bronski per proseguire con la più malinconica “Liberi nei sogni” dove le prodezze vocali vengono mischiate ad intensi arpeggi e riff di chitarra. Il full lenght prosegue con l’intensa ballad “Tu non mi pretendi” che intreccia storie d’amore con le collaborazioni di Fry Monetti e Bronski candidandosi a singolo del disco. Si va avanti con l’energica e danzereccia “Muoviti ancora” per approdare al malinconico inizio di “Vivere senza limiti” che si sviluppa da armoniosi arpeggi ed intensi assoli di chitarra. La sesta traccia è la rude “Animale primitivo” che introduce una nuova collaborazione con Bronski tra le note di “Loro sanno come fare”. Si prosegue con la titletrack e il suo persistente riff di chitarra a tratti ipnotico. La chiusura del lavoro è affidata alla suadente “Sono qui per disturbare” e alla veloce e massiccia “Il concerto della mia vita”. In conclusione questa seconda fatica della band piemontese rivela promettenti composizioni che ben si amalgamano tra di loro strizzando un occhio (anzi forse entrambi) a mostri sacri del rock italico, Ligabue in primis. In attesa di nuovi lavori e di nuovi live potete ascoltare il disco sulla piattaforma Spotify e seguire la band su: https://www.facebook.com/ ElettricaOfficial Al prossimo mese, stay with music!

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società

Appunti di viaggio di Angelica Pons

islanda - terra viva /2

In cerca dei vichinghi

I recenti film Oblivion e Prometeus sono stati ambientati nelle lande desolate e prepotenti di questa isola di ghiaccio e fuoco. Una statua dedicata a Erik il vichingo volge le spalle alla cattedrale di Reikjavik e guarda verso il continente di cui è stato il primo impavido scopritore. L’elmo cornuto minaccioso è in vendita nei negozi oppure esposto nei musei. Gli eredi delle saghe nordiche son meno aggressivi con gli spessi golf di lana fatti a mano e la greca intorno al collo. E’ una razza maestosa: spalle solide, fronte alta, pelle chiara, pelo incolto, ricci biondi o rossi, occhi di ghiaccio, viso rubicondo, gioiosi i bimbi, graziosi i giovani, corpulenti gli adulti. Metteranno la ciccia sotto il pelo come le foche? Qui si gela: siamo sotto il Circolo polare artico! Sarà per il clima, ma c’è molta riservatezza, anzi la gente non va in giro, casomai al pub in cerca di una rossa vichinga triplomalto o a mollo in piscina, a qualsiasi ora e all’aperto, in acqua geotermale. Obbligatorio farsi la doccia saponata, perché non c’è disinfettante, ma l’acqua ha ottime proprietà per la nostra salute. Che vigore: da 0° fuori a 42° la vasca più calda, fresca, rispetto ai 58° di gufu, la sauna, steam bath o bagno di bollitura! E che meraviglia le pozze selvagge nella natura, vero modo di combattere i rigori del clima e di socializzare con i rari abitanti. Appena fuori dalla piccola capitale non si vede nessuno in giro. I villaggi sono composti da 4-5

case o fattorie con una minichiesetta nelle grandi praterie in piano e in collina, con picchi neri che si stagliano in mezzo a spazi immensi, blocchi megalitici e campi di lava coperti di erbetta a volte già incellofanata in megaballe bianche, per l’inverno. Una volta poi che si trova qualcuno, e soprattutto dopo che ci si è capiti, notiamo i modi spicci, pratici e sbrigativi. La lingua locale all’inizio è ostica, poi persino divertente. Il loro “Yes” suona come un secco abbaiar di cane: fa freddo qui, le quisquilie son adatte alla nostra riviera, non ai fiordi! Da noi, però, se lasci tutto aperto non trovi nemmeno più il buco della serratura. Qui non c’è problema. E poi, se ti serve qualcosa, l’abitante del luogo si fa in quattro per te, come accadde a Isafijodur, dove ci siamo sistemati in una scuola e noi che viaggiamo spartani abbiamo trovato alloggi in ostelli, in centri sportivi (Elgar), fattorie (Nonna og), maneggi (Fluymugyri); raramente in guest house perché la vita qui è molto più cara rispetto all’Italia, 4-5 volte tanto. Quindi la soluzione più ovvia è con sleeping bag (sacco a pelo), uso cucina, spesa al supermercato: il Bonus con l’insegna gialla e il porcellino rosa ormai non ce lo dimenticheremo più, così come lo Skyr, lo yogurt vichingo. Le pecore qui non mancano, sparse in grandi aree; ti pare di vedere da lontano un grosso tondo sasso bianco, ma poi… si muove il codino! sotto la pioggia sembrano tanti “mocio”, ma appena sbuca il sole «puff» si gonfiano come con il phon. A volte attraversano la Ring Road all’improvviso, a gruppi di tre (mamma ed agnelli), e poi giù a precipizio oppure a nuoto nei fiordi dove l’acqua dell’oceano a volte si mescola con qualche sorgente calda. Comunque sia è più facile far quattro chiacchiere coi gabbiani e le sterne o avvistare una pernice, uno stercorario, un pulcinella di mare, e fare amicizia con un cavallo gentile. (2 parte/Fine)

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Sono a m i c i d i P i n e r o l o I n D i a l o g o

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Pineroloindialogo novembre2013