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Estratto dalla tesi della dott.ssa Charara Nada “ FAMIGLIE STRANIERE E SCUOLA” PROBLEMATICHE, MEDIAZIONE CULTURALE E STRUMENTI CORSO DI PERFEZIONAMENTO “MASTER IN STUDI INTERCULTURALI”

4. La mediazione culturale La mediazione culturale risulta essere una delle risorse indubbiamente utili ed efficaci per chiarire i malintesi, sciogliere i nodi, superare gli ostacoli e prevenire le difficoltà quotidiane che si frappongono alla relazione e all’incontro nei due sensi. a. Il ruolo del mediatore culturale: Il mediatore culturale, non è solo un traduttore ed interprete di comunicazioni, avvisi, modulistica, regolamenti…anzi, al di là del rispetto della deontologia professionale, il mediatore è spesso chiamato a non fare una traduzione fedele delle parole di partenza, onde evitare confusione ma soprattutto gravi fraintendimenti. Il mediatore culturale è perciò colui che sa utilizzare un linguaggio adeguato, un modo di dire e fare per poter mettere i genitori a loro agio e, ad esempio, suscitare in loro la voglia di partecipare all’incontro con gli insegnanti. Infatti, non basta invitare il genitore al colloquio ma è soprattutto il modo di invitarlo che conta, il modo di guidare la discussione e di presentare le problematiche, il modo di esprimersi rispettando i rituali di presentazione e la tecnica di rendere più “dolci” le comunicazioni. Il mediatore culturale sta attento al linguaggio verbale e non verbale e alle modalità paralinguistiche degli interlocutori, coglie i bisogni impliciti ed espliciti, contiene i timori, le ansie, il disorientamento. Raccoglie la fiducia di entrambi i partners ed instaura un dialogo sereno costruttivo ed equo, dove il genitore trova un suo giusto collocamento in una posizione di parità e


diventa quindi disponibile ad adottare una linea di condotta condivisa con l’insegnante. Al mediatore culturale vengono chiesti, nell’ambito scolastico, compiti variopinti che vanno dalla prima accoglienza dell’alunno straniero, compresa la parte amministrativa, all’accompagnamento e orientamento nella scuola, alla collaborazione con l’insegnante nell’apprendimento della L2, alla valorizzazione della lingua e della cultura d’origine, alla testimonianza autobiografica della migrazione, all’assorbimento degli choc culturali, alla gestione di conflitti ed incidenti interculturali e alla negoziazione di compromessi. Si rischia persino, qualche volta, di delegare troppo al mediatore di fronte all’emergenza e alle difficoltà più importanti. b. Alcune esperienze: Una ragazza africana musulmana non partecipava alle gite scolastiche e non avrebbe partecipato nemmeno al corso di nuoto. Sembrava, all’inizio, che il problema fosse solo economico ma i colloqui con il padre e l’insegnante hanno chiarito le vere paure del padre. Spiegando l’importanza didattica e di socializzazione delle gite scolastiche, abbiamo ottenuto da parte del padre una maggior disponibilità per le uscite di una giornata. Tuttavia, per le uscite di più giorni, nonostante le ampie rassicurazioni sul fatto che i maschi sarebbero stati separati dalle femmine e che i docenti avrebbero vigilato severamente, c’era ancora molta resistenza, in quanto la situazione sarebbe sfuggita al controllo del padre, che oltre tutto non aveva raccolto il consenso delle “zie” materne della ragazza. Abbiamo quindi deciso di affrontare la questione gradualmente e rimandarla ad un’occasione successiva. Per quanto riguarda il corso di nuoto, l’ostacolo era il costume da bagno, come anche il costo di tutti gli accessori. Dopo lunghe negoziazioni, siamo arrivati ad un compromesso con il padre che ha acconsentito ad una tenuta alternativa (bermuda e maglietta). Per la parte economica, abbiamo fatto presente che la scuola poteva contribuire con una quota tramite canali interni. La ragazza era molto soddisfatta del corso anche se con tenuta non conforme e con questa soluzione abbiamo potuto benissimo raggiungere gli obiettivi, cioè


beneficiare delle qualità di quest’attività sportiva ed evitare l’isolamento della ragazza dal resto dei compagni durante l’attività. La disponibilità dell’insegnante referente a rimettere in discussione i propri modelli ha portato ad un dialogo costruttivo e ha favorito il benessere della ragazza all’interno del gruppo-classe. Il padre, dal canto suo, ha potuto capire i vari meccanismi e trovare una giusta via per vivere una relazione serena sia con la scuola che con la figlia. Il problema dell’abbigliamento è stato trattato anche con le tute di ginnastica, non gradite da alcuni genitori di ragazze pakistane. Essendo l’educazione fisica una significativa opportunità di formazione nel sistema educativo italiano, sono state attivate delle negoziazioni che hanno portato l’insegnante ad acconsentire alla partecipazione delle ragazze alle lezioni con l’abito tradizionale (un vestito abbastanza lungo con sotto i pantaloni) ed il genitore a garantire la frequenza del corso. Un altro tema “scottante” è il metodo educativo di alcuni genitori che si traduce in punizioni fisiche. Quando gli insegnanti fanno presente al genitore il comportamento del figlio, che non rispetta le regole di convivenza a scuola, quest’ultimo torna a casa e scaglia la propria ira contro il figlio, metodo considerato “normale” per alcune culture. Il problema si presenta quando questa violenza diventa eccessiva. Una madre marocchina, ad esempio, ha dovuto nascondere la situazione del figlio al padre per oltre un anno e aveva addirittura detto alle insegnanti che il marito lavorava fuori città e rientrava solo al sabato per evitare un loro faccia a faccia. La sua intenzione era ovviamente di difendere il figlio che, purtroppo, era diventato sempre più violento con i compagni e non rispettava minimamente i richiami delle insegnanti. Sono stati organizzati dei colloqui con la madre, poi con i genitori a casa ed altri ancora con il padre a scuola con tutta l’équipe educativa, assistenti sociali, psicologo e figure del territorio. Col tempo si è instaurato un buon dialogo con il padre, arrivando all’intesa di inserire la figura dell’educatore professionale ed ottenendo regolari colloqui con l’assistente sociale e gli insegnanti, in una modalità che tiene conto dei ritmi di elaborazione degli eventi dei genitori immigrati, senza quindi dover procedere subito all’intervento diretto dello psicologo.


c. Azioni pratiche : Vediamo ora alcune delle azioni “pratiche” attuabili con il mediatore culturale: • • Organizzare incontri individuali con i genitori per fare il punto della situazione scolastica dei propri figli, mettere in luce le problematiche, trovare una linea comune da seguire e, quando serve, stabilire un “contratto morale” con l’alunno stesso. Ovviamente incontri periodici sono necessari per monitorare la situazione. Inoltre questi incontri individuali possono fare chiarezza sulla situazione familiare, usi e costumi della famiglia stessa e poter intervenire su eventuali questioni non necessariamente scolastiche. • • Organizzare riunioni collettive informative che coinvolgono tutta l’équipe educativa (preside, insegnanti, psicopedagogisti, rappresentanti sociali, educatori assistenti, ecc…) e i genitori stranieri su alcune tematiche importanti per il normale svolgimento della vita scolastica. I dibattiti aperti, successivi alla presentazione, mettono allo scoperto, fin dall’inizio dell’anno scolastico, i punti di vista divergenti e permettono di conoscere e capire meglio i partners educativi. Questi incontri possono affrontare le questioni della mensa scolastica, del corso di nuoto, delle gite scolastiche, dell’orientamento… possono anche essere un’occasione per “mostrare” tutto il materiale che occorre per gli alunni, il diario e studiare la modalità più adeguata per mantenere il contatto con la casa…. Si possono utilizzare supporti audio-visivi come videocassette o tabelloni in lingua d’origine, brochures bilingue per testimoniare alcune attività che risultano difficili da considerare da parte dei genitori migranti. Si potrebbero anche includere informazioni documentate da supporti audiovisivi sulle risorse e i servizi presenti sul territorio (biblioteche, spazi compiti, ludoteche, spazi gioco, centri estivi…). • • Promuovere ed organizzare corsi di lingua e cultura di origine, sicuramente graditi dai genitori che si preoccupano della non-padronanza della lingua da loro trasmessa oralmente ai figli, tenendo presente che potrà diventare un’importante risorsa per il loro futuro anche lavorativo.


• • Organizzare corsi di alfabetizzazione per le madri soprattutto quelle con bambini in età prescolare che non dispongono di persone di fiducia alle quali affidare i propri figli. Si gettano così le basi per una buona collaborazione futura con le strutture educative. Generalmente, le madri non frequentano i normali corsi di L2 per adulti per la prevalente componente maschile. • • Organizzare attività con donne italiane (cucina, piccola sartoria, piccole attività artigianali …) che, come i corsi sopracitati, possono diventare luoghi di aggregazione ed aiutare alla nascita di azioni di mutuo-aiuto e di vicinato solidale, oltre ad essere occasione per rendere protagoniste le donne straniere, valorizzare la loro cultura e acquistare visibilità nel territorio. • • Organizzare spazi-compiti chiedendo la collaborazione dei padri per assicurare la disciplina, in un orario possibile o a turnazione visto l’impegno lavorativo fuori casa, per dare loro la possibilità di essere coinvolti personalmente negli studi dei figli, valorizzarli e dare loro la possibilità di tessere relazioni e conoscenze con altri padri. ----Oltre a questo ruolo, è importante, per lo sviluppo di una cittadinanza interculturale, la partecipazione del mediatore nella progettazione dei servizi socio-assistenziali, educativi ed altri interventi pubblici sulla base delle nuove istanze poste dagli immigrati. E’ necessario quindi accogliere, come dice il sociologo Adel Jabbar, l’idea di una trasformazione sociale e quindi anche dei servizi, della quale tutti, operatori sociali, immigrati ed altri, possano essere interpreti e progettisti, veri e propri “agenti di sviluppo” che attraversano i diversi contesti culturali creando processi e percorsi di cambiamento. E’ necessario in ogni caso creare ed attivare strumenti di verifica e di ricognizione delle caratteristiche del territorio e dei bisogni dei diversi soggetti che ne fanno parte e lo trasformano.

5. Uno sguardo all’Europa e all’estero Il mediatore dovrebbe teoricamente, dopo lunghi percorsi, preparare la fine della sua opera, infatti, una volta creata la fiducia e allenati


all’ascolto, famiglie straniere ed operatori dovranno imparare ad incontrarsi e a parlare anche autonomamente senza l’intervento della mediazione culturale. Ma come dimostra l’esperienza francese, giunta ormai alla terza generazione della popolazione immigrata, il bisogno di garantire l’intermediazione e la facilitazione della comunicazione ha continuato ad essere presente e diffuso fino alla nascita formale, alcuni anni fa, della professione di mediatore. Oggi, le tecniche della mediazione si sono estese su livelli diversi: tra stati, popoli, nella coppia, tra individui e diffuse nei più svariati ambiti, coinvolgendo le rispettive figure di riferimento: il giudice, lo psicologo, il sociologo, l’assistente sociale, l’insegnante, il consulente familiare, legale ed aziendale, il medico, l’avvocato, il manager sportivo, ecc., oltre a disporre di formazioni univeritarie riconosciute. All’estero, sono state fatte esperienze innovative per promuovere l’autonomia del migrante nella società di accoglienza. In una scuola francese, alcuni studenti sono stati formati per diventare, all’interno della struttura, “mediatori scolastici” ed affrontare “tramite i pari” le situazioni di conflitto a tutti i livelli –tra gli stessi studenti o tra studenti e professori- affinchè la sofferenza non degeneri in violenza. Gli studenti che hanno aderito all’iniziativa hanno seguito un percorso di 5 mesi con una frequenza di un’ora settimanale e, anche se sono stati derisi all’inizio da altri studenti, sono stati accettati e si è capito che non basta parlare della violenza ma bisogna combatterla sul nascere. Questo progetto è stato patroncinato dall’Unesco e ha raccolto esiti molto positivi. Oggi, la mediazione scolastica è molto diffusa nelle scuole francesi ed è considerata come il primo gradino dell’educazione civica e civile. Sempre in Francia, l’esperienza undicennale di una scuola bilingue arabo-francese è stata oggetto di studio nel 1996 a Parigi. Nella scuola, di cui il 70 % degli alunni è di origine straniera, sono aperte parallellamente classi monolingue e bilingue sia nella scuola materna che elementare della rue de Tanger. La metà degli alunni sono maghrebini arabofoni seguiti da sud europei, asiatici ed africani.


L’obiettivo è di lottare contro l’insuccesso scolastico tramite l’apprendimento precoce di una lingua diversa da quella locale, favorire l’apprendimento successivo di un’altra lingua straniera e quindi indirettamente la lingua del paese accogliente e ottenere la migliore integrazione scolastica e sociale degli alunni e delle loro famiglie. Il bilinguismo ed il biculturalismo porteranno ad una flessibilità interculturale e ad un’apertura all’altro fin dalla tenera età. La lingua materna o familiare delle popolazioni maghrebine è molto svalorizzata e piena di connotazioni affettive negative, sia dai figli che dalla società francese (così come per la lingua turca e portoghese), in quanto contrapposta alla lingua locale che simboleggia il potere, il denaro, l’ordine, ecc,. Il riconoscimento istituzionale della lingua d’origine e la non “ghettizzazione” degli alunni in classi solo per arabofoni, permette un apprendimento in condizioni psichiche favorevoli. A Los Angeles, i bibliotecari hanno intrapreso un’iniziativa molto particolare per rendere autonomi “giovani mediatori”, figli di famiglie immigrate. Questi, parlando bene l’inglese, aiutavano i genitori, parenti od amici nelle relazioni con la società accogliente. La richiesta era di procurare informazioni precise su servizi educativi, sanitari, lavorativi, questioni giuridiche, imposte, commercio, banche, trasporti, assicurazioni, assistenza…. In questi casi, si assisteva ad un rovesciamento dei ruoli genitori-figli dove i ragazzi assumevano responsabilità enormi trasformandosi in veri capi-famiglia. I bibliotecari hanno quindi pensato di istituire un servizio supplementare aiutando questi giovani a prepararsi e gestire meglio questi bisogni. Hanno fornito documenti informativi bilingue e brochures pubblicitarie da divulgare anche tramite passa-parola sui servizi più ricercati dalle famiglie immigrate ma anche informazioni riguardanti gli adolescenti, la loro salute, le relazioni amorose, l’orientamento professionale, ecc.


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