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Mensile. Numero 83, Giugno 2010

Italia €5 - U.K. £6,50 - France €8 - Germany €9,30 Spain €8 - Greece €7,70 - Finland €8,50 - Malta €5,36 Japan ¥2.250 - Austria €8,90 - Portugal €6,30

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SPEDIZIONE IN A.P. 45% ART. 2 COMMA 20/B LEGGE 662/96 MILANO


©2010 Sex Pistols Residuals. Under License by Live Nation Merchandise

The Vans Warped Tour, 16 years of punk rock.

In honor of a UK movement that took over the world, a Sex Pistols collaboration for Spring 2010.

P: Ane Jens

P: Daniel Sturt

Geoff Rowley, leader of those devoted, a Vans skateboarder since 1999.

From founder Paul Van Doren’s doodle came one of Vans’ most iconic emblems.


Š 2010 Vans, Inc.


Palermo. Ilaria sul set dello shoot di moda scattato da Sean che troverete su PIG 84. Foto di Ruggiero Colonna

PIG Mag 83, Giugno 2010 PIG Mag is: Daniel Beckerman Publisher Simon Beckerman Publisher & Editor in Chief Sean Michael Beolchini Executive Editor Fashion & Photography Valentina Barzaghi Managing Editor, Cinema Editor Giacomo De Poli (Depolique) Managing Editor Music Ilaria Norsa Managing Editor Fashion Fabiana Fierotti Fashion Editor, Production Assistant Stefania Mapelli (Meschina) PR, Production and Photography Marco Velardi Managing Editor Books Maria Cristina Bastante Managing Editor Design Giovanni Cervi Managing Editor Art and New Media Janusz Daga Managing Editor Videogames Piotr Niepsuj Assistant Managing Editor Music, Photography Gaetano Scippa Contributing Music Editor Marco Lombardo Contributing Music Editor Graphic design dept Stefania Di Bello - Graphic design and layout

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Contributors Quentin De Briey (foto), Sidney Geubelle (foto), Marley Kate (foto), Ruggiero Colonna (foto), Dixi Romano (styling), Iris Humm (model), Ana Kras (model), Lauren Grant (styling), Jillian Villafane (hair & make-up), Taylor Warren (model), Ned Shatzer (model), Samantha Casolari (foto), Emanuele Fontanesi (foto), Ben Rayner (foto), Marco Braggion (musica), Matteo Gatti, Coley Brown (foto). Special Thanks Bianca Beckerman, Caterina Napolitani, Caterina Panarello, Rebecca Caterina Elisabeth Larsson, Karin Piovan, Piera Mammini, Giancarlo Biagi, Laura Cocco, Laura De Matteis, Teo (Spingo) ed Annalaura Giorgio (Elita). Marketing Director & Pubblicità: Daniel Beckerman adv@pigmagazine.it Pubblicità per la Spagna: SDI Barcelona - Advertising & Graphic Design Tel +34 933 635 795 - Fax +34 935 542 100 Mov.+34 647 114 842 massi@sdibarcelona.com Gestione & Risorse Umane: Barbara Simonetti Edizioni B-arts S.r.l. www.b-arts.com Direzione, Redazione e Amministrazione: Via S. Giovanni sul Muro 12 - 20121 Milano. Tel: +39 02.86.99.69.71 - Fax: 02.86.99.32.26 Presidente: Daniel Beckerman PIG Magazine: Copyright ©2002 Edizioni B-Arts S.r.l. Autorizzazione del Tribunale di Milano n° 453 del 19.07.2001 Sviluppo foto: Speed Photo via Imbriani 55/A - 20158 Milano Stampa: Officine Grafiche DeAgostini S.p.A. Corso della Vittoria 91 - 28100 Novara (Italy). Tel: +39 0321.42.21 Fax: +39 0321.42.22.46 Distribuzione per l’Italia: SO.DI.P. “Angelo Patuzzi” S.p.A. Via Bettola 18 - 20092 Cinisello Balsamo (MI). Tel: +39 02.66.03.01 Fax: +39 02.66.03.03.20

Distribuzione per l’estero: S.I.E.S. Srl Via Bettola, 18 20092 Cinisello Balsamo (MI). Tel. 02.66.03.04.00 - Fax 02.66. 03.02.69 - sies@siesnet.it Abbonamenti: B-Arts S.r.l. Tel. +39 02.86.99.69.71 email: abbonamenti@pigmag.com I versamenti devono essere eseguiti sul CC Postale numero 38804795 intestato a B-Arts S.r.l Spedizione in abbonamento postale 45% art. 2 comma 20/B Legge 662/96 Milano. Contenuto pubblicitario non superiore al 45%. Per informazioni su distribuzione e abbonamenti internazionali: international@pigmag.com PIG all’estero: Grecia, Finlandia, Singapore, Spagna, Inghilterra, Brasile, Hong Kong, Giappone, Turchia, Germania. PIG è presente anche nei DIESEL Store di: Berlino, Londra, Parigi, Tokyo, Milano, Roma e Treviso. Pig Magazine è edita da B-arts editore srl. Tutti i diritti sono riservati. Manoscritti, dattiloscritti, articoli, disegni non si restituiscono anche se non pubblicati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta in alcun modo, senza l’autorizzazione scritta preventiva da parte dell’Editore. Gli Autori e l’Editore non potranno in alcun caso essere responsabili per incidenti o conseguenti danni che derivino o siano causati dall’uso improprio delle informazioni contenute. Le immagini sono copyright © dei rispettivi proprietari. Prezzo del numero 5 Euro. L’Editore si riserva la facoltà di modificare il prezzo nel corso della pubblicazione, se costretto da mutate condizioni di mercato. Errata corrige: Le foto dei libri presenti su PIG magazine 82 di maggio, sono di Giovanni Galilei. Le foto del Red Bull Music Academy Londra 2010 presenti su PIG magazine 82 maggio, sono di Sean Michael Beolchini e Piotr Niepsuj.


NUOVA MINI COUNTRYMAN. GETAWAY. Scoprila su Getaway.mini.it

MINI e . Incontro al vertice della tecnologia. Consumi (litri/100 km) ciclo misto: da 4,3 (MINI One D Countryman con cambio manuale) a 7,6 (MINI Cooper S Countryman ALL4 con cambio automatico). Emissioni CO2 (g/km): da 113 (MINI One D Countryman con cambio manuale) a 178 (MINI Cooper S Countryman con cambio automatico). Dati in attesa di omologazione validi a maggio 2010, suscettibili di variazione.

Getaway.mini.it


Sommario Interviste:

64: Pantha du Prince

68: Jeremy Jay

60: Toro Y Moi

86: Ana & Iris Foto di copertina di Quentin De Briey

72: David Lee Miller

52: Jonathan Kelsey

Report:

Moda:

Street Files:

54: Coachella 2010

76: Taylor & Ned

42: Palermo

Servizio di Sidney Geubelle

Servizio di Marley Kate

Foto di Ruggiero Colonna

Regulars 10: Bands Around 14: Fart 16: Shop: Misty Beethoven 18: Publisher: Benjamin Sommerhalder 20: Design 22: PIG Files 24: Moda News 36: Moda: Space Rococò 48: Photographer of the Month: Hannah Davis 104: Musica 110: Cinema 116: Libri 118: Whaleless 120: PIG Waves 122: Videogames

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Bands Around

Foto di Piotr Niepsuj

Black Rebel Motocycle Club Magazzini Generali - Milano Nome? Robert Levon Been. Età? 30. Da dove vieni? San Francisco, L.A., Seattle, Portland, Vancouver, Denver, Texas, St. Luis, Chicago, Milwaukee, Ohio, Montreal, New York, London, Glasgow... Cos’hai nelle tasche? Le cose vanno e vengono. Una delle nostre regole è di non andare mai sul palco con i soldi in tasca. Qual è il tuo vizio segreto? Che senso ha avere segreti, se li racconti in una rivista? Qual è l’artista / band più sorprendente oggi? Black Angels, Darker My Love, The Black Ryder, Zaza, Bands of Skulls, Dark Horses, Grinderman, A Place To Bury Strangers, Nicole Eva Emery. Di chi sei la reincarnazione? Il cavallo di Paul Revere. Che poster avevi nella tua camera quando eri un teenager? Qualsiasi cosa che bloccasse la luce del sole. Ci dici il nome di un artista o di una canzone italiana? Maria Callas.

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Nome? Peter Hayes. Età? 107. Da dove vieni? California. Cos’hai nelle tasche?  Sigarette, aspirina, amuleto, plettri, accendino Qual è il tuo vizio segreto? Oppio. Qual è l’artista / band più sorprendente oggi? Beethoven. Di chi sei la reincarnazione? Lo spirito stronzo del Natale Passato. Che poster avevi nella tua camera quando eri un teenager? Jimi Hendrix. Ci dici il nome di un artista o di una canzone italiana? Michelangelo.

Nome? Leah Shapiro. Età? 27. Da dove vieni? Los Angeles, via Danimarca. Cos’hai nelle tasche? Resto, tabacco e... un po’ di carta da buttare. Qual è il tuo vizio segreto? Non posso rivelare miei segreti al pubblico. Qual è l’artista / band più sorprendente oggi? Tutti i più grandi sono morti. Di chi sei la reincarnazione? Perché non me lo dici tu? Che poster avevi nella tua camera quando eri un teenager? Kurt Cobain. Ci dici il nome di un artista o di una canzone italiana? Paolo Conte


Bands Around

Foto di Piotr Niepsuj

Vitalic Bugged Out @ Magazzini Generali - Milano Nome? Pascal Arbez- Nicolas. Età? 33 Da dove vieni? Dijon, Francia. Cos’hai nelle tasche? Le ho appena svuotate, quindi niente. Qual è il tuo vizio segreto? Cibo e vino. Qual è l’artista / band più sorprendente oggi? PROXY su Turbo Recordings. Di chi sei la reincarnazione? Di un animale, oppure di un cane piccolo con il pelo lungo o di un orso. Che poster avevi nella tua camera quando eri un teenager? Li cambiavo in continuazione, ma mi ricordo quello di Bart Simpson. Ci dici il nome di un artista o di una canzone italiana? La Favola Mia di Renato Zero o Tappeto Volante di Giuni Russo.

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Fart uno spazio dedicato al sacro fuoco dell’arte

Roberto Ratti

Di Giovanni Cervi (verbavolant@pigmag.com)

Foto di Stefano Camurri

Mi sono sempre chiesto cosa muova le persone che stanno nel mondo dell’arte. Gli artisti è facile, si sa, è il sacro fuoco che li divora. Ma tutti quelli che ci stanno intorno? Galleristi, curatori, critici, agitatori… cosa li spinge? Fart questo mese intervista Roberto Ratti, gallerista. Da artista a gallerista, cosa ti ha spinto a fare questo passo? Eravamo ad inizio 2007, da pochi mesi mi ero laureato in Architettura con una tesi in Sociologia Urbana intitolata “Città che si contraggono: fenomenologia dell'interzona”, improvvisamente un giorno mia sorella dice “Perché non apriamo una galleria?” e dopo sei mesi abbiamo inaugurato Traffic Gallery. Il caso ha sempre un ruolo fondamentale in tutto ciò che facciamo, ma a volte e nel caso specifico dell'apertura di Traffic Gallery, coincide con il destino. In un mondo sempre più basato sull'immagine e sempre più in modi trasversali, secondo te un gallerista di ultima generazione come si deve comportare? Il gallerista di nuova generazione deve consi-

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derarsi innanzitutto un mercante e un venditore, esattamente come tutti gli altri galleristi del recente passato e del passato, ma a differenza loro deve avere un programma fresco, preciso e portatore di nuovi contenuti. Per questo motivo ho deciso di coniugare tra loro tutti quei linguaggi artistici provenienti dal basso e che rendono possibile la trasformazione dello spazio in luogo. Bergamo.. come vedi la realtà artistica di una piccola città rispetto alle grandi (la vicina Milano ad esempio) ? Nonostante la perifericità di Bergamo rispetto a Milano sono contento di notare un certo fermento e un certo interesse verso l'arte contemporanea e le sue derivazioni. I collezionisti bergamaschi d'arte contemporanea sono ovviamente una esigua schiera rispetto

alle potenzialità del capoluogo lombardo, ma sono più attenti e preparati e con più coraggio. Si pensi alla recente apertura della Collezioni Leggeri al museo ALT di Alzano Lombardo. Impegni per il futuro? La programmazione della galleria prevede la personale di Christian Rainer fino al 22 giugno con una mostra dedicata agli aspetti occulti della Natura epifanica che coinvolge non solo la sede privata della galleria ma anche gli affascinanti e mistici spazi della Basilica di Santa Maria Maggiore, poi avremo un giovanissimo stenciler romano Lucamaleonte e a settembre apriremo la stagione con il collettivo sloveno dei BridA affrontando il tema dell'arte-scienza. L'impegno più prossimo invece, sarà la partecipazione a Scope-Basel, nostra prima fiera estera. www.trafficgallery.org


Shop

Intervista di Federica Baldino

Misty Beethoven Misty Beethoven è un emporio dei sensi dove tutto è volto ad accontentare i desideri non ancora svelati di chi vuole lasciarsi andare ai sentieri voluttuosi del piacere. Non lasciatevi ingannare dalle apparenze, non si tratta del solito sexy shop, è molto molto di più...

Ciao Ornella come stai? Molto bene grazie. Come al solito sono in piedi dalle 7 e dopo essere schizzata a scuola a portare mia figlia nella speranza che il cane facesse i suoi bisogni nel tragitto verso la banca, sono le 10.30 e gia’ sento di avere bisogno di un break prima di aprire le porte di Misty Beethoven... poco sensuale lo so bene. Beh, in effetti avrei immaginato tutt’altro da una come te! Comunque... come mai hai deciso di aprire un negozio come Misty Beethoven? Misty Beethoven e’ nata perche’ avevo l’esigenza di vivere in uno spazio che mi stimolasse ogni giorno e mi facesse entrare in comunicazione con le persone che lo avrebbero frequentato. Ormai è diventato un centro polifunzionale, un meeting point per artisti, inventori, artigiani, amici e tanti curiosi. Niente di più vero... ma com’è nato il tutto? Misty Beethoven nasce, prima di tutto, come ricerca dei propri simili, anche di quelli che ancora non sanno di esserlo, io sono lì ad aiutarli. Per me non esiste la deprimente differenza tra il verbo lavorare e il verbo vivere. Misty funziona perché è a tutti gli effetti una professione di fede con le sue incertezze, i suoi devoti e a volte dei piccoli

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miracoli sconsacrati, funziona perché amo questo spazio che rimane, nonostante le ostentate apparenze, un posto direi semplice, quasi per famiglie, del futuro, ben inteso. Da cosa si viene rapiti quando si entra nel tuo “emporio dei sensi”? Nel mio negozio entrano veramente tutti, abbiamo una clientela locale che ormai ci viene a trovare periodicamente, perché sa che c’è sempre qualche nuova curiosità da scovare, ultimamente sono in aumento i turisti i quali ci deliziano dicendoci che dalle loro parti non esiste un luogo cosi magico. La maggior parte delle persone che entrano si fanno rapire dall’atmosfera che è la principale fonte d’ispirazione all’acquisto, molti entrano per comprare un sex toy e, magari invece, escono con un fantastico parasole anni 20. Parlaci un pò di Misty Beethoven Erotic Parade e Vergine, due progetti nuovissimi che ci racconti in esclusiva. Misty Beethoven Erotic Parade è un progetto fotografico in collaborazione con il fotografo Angelo Cricchi; ritroveremo gli asfissianti corsetti vittoriani, che rendevano morenti vespe le donne castissime, le gonne decappottabili delle infernali ballerine del Can Can,

che colpivano i poeti più duramente degli stenti, la minigonna e gli slip a vita bassa, con cui agilmente le groupie meno castigate rimediavano champagne nei camerini del rock, fino alla Gothic Lolita di fine millennio, che sotto il rivestimento fragile di un’adolescente depressa cela la capacità distruttiva di un robot giapponese, oltre a un intimo semplice e freddo come la Luna. Vergine, è stato ideato da me e Andrea Sanguigni. Si tratta di una freepress erotica che sta ancora cercando una alleanza editoriale non equivoca, una anima produttiva con tanta capacità lavoro. Vergine è un modo di sentire le cose, il turbamento della prima volta, un oggetto che vuole evitare gli stereotipi della trasgressione, suscitando il brivido della scoperta, sia in chi la fa, sia in chi la sfoglia, perché se manca questo circuito siamo sempre nel luna park ossessivo della pornografia. Certo il confine è molto sottile. Spero di venire a trovarti presto Ornella, il tuo mondo è molto affascinante. www.mistybeethoven.it Via degli Zingari, 12 Roma


Publisher

Intervista di Marco Velardi

Benjamin Sommerhalder Benjamin Sommerhalder è un nome che, a dirlo troppo forte, potreste far tremare la scrivania di qualsiasi giovane artista in cerca di una casa editrice pronta a sfornare i propri lavori. Benjamin è la persona dietro Nieves Books, che l’anno prossimo si accinge a festeggiare i dieci anni di vita, dieci anni che hanno segnato l’editoria d’arte indipendente come pochi altri sono riusciti. Quando un giorno si parlerà della prima decade del nuovo millennio e della miriade di editori indipendenti pronti a sfidare l’era digitale alle porte, Benjamin Sommerhalder sarà uno dei pochi nomi che vi ricorderete. Com’è nata l’idea di iniziare Nieves?

successivamente dalle fanzine ai libri d’artista.

rispetto al solito.

Mentre ero uno studente di grafica decisi di

Le fanzine sono ancora una parte essenziale

Da qui a selezionare gli artisti con cui colla-

iniziare una rivista, Zoo. Era il mio primo sogno

della casa editrice e ne pubblico una serie

bori, qual è il criterio di scelta?

nel cassetto. Nieves prese piede mettendo in-

l’anno, mentre ho anche inserito di nuovo delle

Inizialmente ero partito con amici o artisti che

sieme quel primo magazine e quello di un ami-

riviste nel mio catalogo, come Here and There

avevo conosciuto in passato, scovando ogni

co per distribuirli insieme. Poco dopo la mia

di Nakako Hayashi e Cosmic Wonder Free

tanto qualche nuovo artista. Oggigiorno, dopo

attenzione si spostò dalle riviste alle fanzine, e

Press, anche se sono progetti più sperimentali

nove anni, la mia decisione è influenzata molto dal network di amicizie e collaborazioni che ho costruito in tutto questo tempo. Anche se la missione di Nieves è sempre rimasta la stessa, quella di pubblicare un mix equilibrato di artisti affermati e nuovi talenti emergenti Ti occupi di altro oltre a Nieves? I primi anni seguivo progetti di grafica esterni alla casa editrice, per potermi pagare le spese. A un certo punto mi sono deciso a puntare solo su Nieves senza dovermi distrarre con altri lavori. Ormai sono 4 anni che mi dedico solo a questo. Se ti chiedo di darmi una definizione di editoria indipendente? I termini "small press", "indie publisher" e "independent press" sono spesso usati intercambiabilmente per definire quella parte di editori che non sono all'interno di un conglomerato o multinazionali, e che non sembra, ma ammontano a metà del mercato dell'editoria. Molte piccole case editrici sono specializzate in narrativa, poesia o producono edizioni limitate, ma ci sono anche alcune migliaia che invece si dedicano a piccole nicchie di mercato al di fuori della narrativa, tra cui Nieves. Del futuro dell'editoria indipendente cosa ne pensi? Credo sia un momento davvero speciale per il mondo dell'editoria, grazie a tante nuove possibilità che si stanno presentando, anche se la domanda in se è molto complessa e non mi azzarderei a predire come il mondo dell'editoria si evolverà. Un libro che consiglieresti? Consiglierei un libro che sto leggendo al momento, in tedesco si intitola Warum Denken traurig macht, scritto da George Steiner. Al contrario del titolo che parla di tristezza, è davvero un piacere leggerlo. www.nieves.ch

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No Humor, No Design… Questo è il Microworks-pensiero. Dove c’è umorismo, dove ci si diverte almeno un po’, c’è il design- e il design rende la vita più felice. Considerazione sparse di un entusiasta convinto: Shunsuke Umiyama, mente del brand, che parte da un pensiero piccolo per cambiare le cose più grandi. Il segreto, dice, sta nella semplicità, negli inconvenienti, nell’irregolarità, nelle sensazioni nuove. Lui ci ha raccontato qualcosa, così. Intervista di Mariacristina Bastante (kikka@pigmag.com)

Descriviti, in tre parole! … Carino, entusiasta, sensibile. Quanti anni hai? 28. Dove vivi? A Tokyo. Che cos’è il design per te? La vita di tutti i giorni, la realtà, una forma di comunicazione. Pensi che il design debba essere utile? Non necessariamente. Perchè spesso qualche inconveniente crea delle nuove sensazioni e delle nuove ricerche. Quando hai deciso che saresti diventato

AC Adapter Midori, carica batterie per cellulare, edizione limitata

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un designer? Quando hai iniziato? Ho deciso di fare il designer quando avevo 17 anni. A 18 ho incominciato a studiare, a 21 ho aperto il mio brand Microworks. Ecco, parliamo del nome. Perchè Microworks? Volevo trovare delle cose piccolissime, di quelle che le persone di solito ignorano o di cui non sono consapevoli. E volevo mettere questi micro pensieri nelle mie creazioni. Quali sono i designer o gli artisti che preferisci? Difficile da dire, ma uno dei miei favoriti di sempre è il designer olandese Henk Stal-

Jump Out! mirror

linga. Che cosa ti ispira? La vita di tutti i giorni. A che cosa stai lavorando? Sto lavorando a due nuovi prodotti per il mio brand. E sto sviluppando dei prodotti in raso e acrilico su richiesta di un cliente. Qual è, tra i progetti che hai già realizzato quello a cui sei più affezionato? L’anno scorso ho disegnato un caricatore per cellulari l’AC Adapter MIDORI per una delle maggiori compagnie Giapponesi, la AU. Si è trattato di una edizione limitata di 20.000 esemplari e sono andati a ruba,


Pile Up, libreria

in pochissimi giorni. E’ stato il mio primo grosso progetto ed ha avuto una buona copertura sui media di tutto il mondo. E’ diventato – in un certo senso- il prodotto che mi rappresenta di più! Dove posso comperare gli oggetti Microworks? Per adesso distribuisco direttamente solo in Giappone. Ma posso spedire ovunque nel mondo. O almeno fin dove arriva la posta! Basta guardare sul sito e mandare un’email! Mi piace molto il tuo motto “no humor, no design”… Il senso dell’’umorismo avvicina il design alla

Book Pack

vita di tutti i giorni. Cambia lo scenario prevedibile, la routine in qualcosa di migliore e di irregolare. In Giappone il design non fa parte della vita quotidiana, così sto cercando di attrarre le persone con i miei oggetti, sto gettando un ponte, tra loro e il design. Quando la gente inizia a pensarci, finisce per parlarne e il design diventa una parte dell’ambiente domestico e non solo. La vita di tutti i giorni, con un po’ di umorismo e di design, è più felice… credo che sia la chiave per trovare il vero significato di “vita sana”! Anche la semplicità gioca un ruolo impor-

tante… E’ giusto. La prima cosa che faccio mentre progetto è cercare il modo più semplice per illustrare un concetto. Perchè se ci pensi ogni oggetto è a sua volta una “composizione” di oggetti più piccoli, quindi cerco la forma più minimale, per evitare di complicare troppo le cose. E se non avessi fatto il designer? Mi sarebbe piaciuto diventare cuoco. Amo cucinare. E in effetti preparo da mangiare per tutti, qui in ufficio! www.microworks.jp

Ladder Ruler

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PIG files

Di Giovanni Cervi

Tomorrow, press Presto comincerà la guerra tra carta stampata e carta digitale. Non è solo una questione di media, ma anche di gesti quotidiani. A sfogliare un giornale si prova un certo piacere, come se l’avessimo nel dna. Ecco una soluzione del ricercatore Pranav Mistry, un complesso sistema con un piccolo proiettore, uno specchio e dei markers chiamato Sixthsense. Non penso avrà futuro ora, ma la guerra è cominciata. Ne leggeremo delle belle. www.pranavmistry.com

Che la forza sia svolta a sinistra Nella giornata intergalattica che celabra l’anniversario di Star Wars TomTom ha deciso di portare nelle nostre auto le voci dei protagonisti della saga. Per una decina di euro, o poco più, possiamo installare nel nostro navigatore le voci di Darth Vader, Yoda, C-3PO e Han Solo! E che lo sterzo sia con voi! starwars.tomtom.com

22m higher Anish Kapoor rappresenta la mia visione dell’artista contemporaneo. Non ha paura di confrontarsi in territori apparentemente lontani dall’arte. Questo è il progetto che porterà a Londra per i prossimi giochi olimpici, una torre panoramica dall’apparenza instabile, che ricorda vagamente la spirale del dna e che ingloba I 5 cerchi olimpici. Sarà alta 22metri in più della Statua della Libertà, forse per una new meaning of freedom? www.anishkapoor.com

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Guarda sotto Che succeed sotto alle cose che abbiamo davanti ogni giorno? Si animano di creaturine misteriose quando non le guardiamo? Almeno per le piante da casa ora possiamo toglierci questo attanagliante dubbio con EYE, un vaso, ideato da Olga Kalugina, che permette di vedere le radici delle piante. Let it grow. www.behance.net/olga_kalugina


Rabbit building L’Expo di Shangai sembra riservare moltissime sorprese. Me le vedo le persone aggirarsi per i padiglioni spalancando gli occhi, forse più per l’estetica degli stessi che per i contenuti. Esempio è il padiglione di Macau, ideato da Carlos Marreiros. Una gigantesca lanterna a forma di coniglio, con palloni aerostatici tutt’intorno e materiali riciclati, ecologici e pannelli solari. Pop goes the world! www.carlosmarreiros.com

Cascata solare L’architettura contemporanea sta entrando nell’era post-oil, orma tutti i progetti più avanzati hanno un occhio e mezzo di riguardo per l’ambiente. Non ultimo questa Solar City Tower, un ambizioso progetto destinato a Rio, che ospiterà le olimpiadi 2016, che parte da una riflessione sul paesaggio. La torre, diventerà una gigantesca cascata dal cielo. www.rafaa.ch

Spiral light

Leaf tie L’aspetto minimal è tipicamente orientale. Pulito, lineare, senza sbavature. Per luoghi bianchi e senza polvere. Incontaminati quasi. Leaf Tie è una piccola string ache permette di legare cose. cavi ribelli e attorciglati come serpenti in primis. Ma si può usare anche per decorare. Don’t lose control. lufdesign.blogspot.com

Sembra che questo sia il periodo delle spirali. In fondo, la vita è basata su una spirale, il dna, ma anche le forme delle galassie, le orbite dei pianeti, le particelle varie degli atomi. Se poi alla spirale aggiungiamo delle lucine di natale si rischia di avere una lampada da culto. Atam è del designer russo Anton Kozhevnikov. Bring new life to light. www.behance.net/AntonKozhevnikov

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Feature on Designer: Iris Van Herpen www.irisvanherpen.com - Intervista di Fabiana Fierotti

Ecco a voi Iris Van Herpen, una delle designer che abbiamo conosciuto durante la presentazione del Vauxhall Fashion Scout a Parigi (Vi avevamo già presentato anche Alice Palmer, nello scorso numero). E’ solo agli esordi, ma promette grandi cose... L’abbiamo intervistata per saperne di più sui suoi studi, il lavoro e il suo rapporto con la musica, in particolare con Lady Gaga...

Qual è il tema principale della tua collezione? Si chiama “sinestesia”, non so se ne hai mai sentito parlare. Alcune persone molto sensibili hanno i sensi collegati tra loro. Per esempio, mentre ascoltano la musica, riescono a vedere dei colori, o a sentire dei sapori, ogni cosa è collegata. Io non possiedo questo dono, ma quando ascolto della musica, mi capita di vedere delle immagini nella mia mente, e così ho voluto conoscere qualcuno che possedesse questo dono, e penso che sia stato determinante nella riuscita della mia 24 PIG MAGAZINE

collezione. Puoi dirmi qualcosa sulle tecniche e i materiali che hai usato? Ho usato molta pelle, ogni pezzo che vedi qui è in pelle. Anche le parti dorate? Sì, il nero è pelle e l’oro è come una lamina sull’altro lato delle pelle. L’abbiamo attorcigliato su se stesso 2 volte, in modo che chi lo osserva possa vedere solo il retro del pezzo di pelle. Hai detto che trai ispirazione anche dalla musica. Quale sarebbe la cantante perfetta per indossare le tue creazioni? Lady Gaga.

Chissà perchè, ma ci avrei scommesso! Ci sono informazioni su nuovi progetti che vuoi condividere? Sì sto per collaborare con un marchio di New York che fa delle stampe tridimensionali per la prossima stagione e poi ho cominciato con la collezione di scarpe e questo è il prototipo per la sfilata però ci sarà anche in produzione e sarà in edizione limitata. Sto anche facendo dei gioielli. Vendi già in Italia? No, però le scarpe sono vendute in tutto il mondo quindi ci saranno in Italia.


www.bluedistribution.com


Blog of the Month: Carlos Dynamo carlosdynamo.wordpress.com - Intervista di Fabiana Fierotti

Una grande passione per la musica e un altrettanto spiccato senso dell'umorismo contraddistinguono lo stile di Carlos Dynamo. Collezionista di immagini d'autore su star della musica, ci racconta come ha iniziato e cosa fa nella vita, mentre sta cominciando a scrivere un libro... Ciao Carlos, come stai? Benissimo! Sto bigiando il lavoro per rispondere alle vostre domande! Bella scusa, non c'è che dire! Parlaci un po' di te: quanti anni hai? Da dove vieni? Ho 28 anni e non sono di qui. Cioè sei un extraterrestre? Forse... vengo da un'isola assolata dove non succede nulla, eccetto le giornate assolate. Ah, interessante... E che lavoro fai in quest'isola? Lavoro per una rivista, scrivo della musica che mi piace e di quella che non mi piace. Quando hai aperto il tuo blog? Meno di una anno fa... credo Ottobre

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scorso. Perchè Carlos Dynamo? E' il tuo vero nome? Sfortunatamente no. Ne ho uno meno fantastico... i nomi reali sono per i David Jones del mondo. Come mai ti concentri sulle immagini dei musicisti? Pubblichi sempre personaggi appartenenti a una stessa scena musicale o ti piace variare? Colleziono immagini di persone di cui rispetto e amo totalmente il modo di stare al mondo: rinnegati, punk, figli dei fiori, rolling stones, superstar, poeti, ecc... Il tuo primo post? Una foto di David Bowie scattata da Geoff

McCormack, più una sua citazione su come Bowie fumasse le sigarette Gitane. Puro Stile. Ti ho chiesto di scegliere alcune delle tue immagini preferite dal blog. Puoi spiegarmi la tua scelta? Rappresentano alcuni dei miei personaggi preferiti, ritratti dai miei fotografi preferiti. Hanno più stile di quanto i soldi potranno mai comprare. Il tuo cantante/grupo preferito? Suicide e i Velvet Underground. Ma mi piace anche Royal Trux. Se potessi resuscitare qualcuno, chi sarebbe? Nico.


Brand highlight

Di Fabiana Fierotti

Eastpak ft. Christopher Shannon Nel campo delle collaborazioni Eastpak sta sempre più affermando la propria autorità e il suo gusto per le cose fatte bene. Dopo Raf Simons, Eley Kishimoto e Rick Owens, è arrivato il momento di Christopher Shannon, designer inglese conosciuto per lo sportwear di lusso. La collezione punta sui modelli icona del brand, come gli zaini Padded Pak'r Pinnacle, con qualche aggiunta: delle maxi borse da viaggio e dei piccoli borselli da portare al polso o alla caviglia. I materiali e i colori sono caratteristici del lavoro di Shannon: bianco, blu, turchese e grigio sono resi brillanti dal PVC, in un elegante insieme di forme geometriche. La special edition è disponibile presso pochi selezionatissimi punti vendita, tra cui Eastpak in Carnaby Street, a Londra. www.eastpak.com - www.christophershannon.co.uk

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Double in Brass "Double in Brass" è riferito, nel linguaggio circense, a coloro che suonano uno strumento mentre camminano in equilibrio su una corda sospesa nel vuoto. E' così che Maayan Zilberman e Nikki Dekker, duo di The Lake & Stars, hanno deciso di nominare la propria linea di lingerie in collaborazione con Urban Outfitters. La collezione, tutta chiffon e colori pastello, ha un'estetica molto delicata con degli accenni di nero che danno quel tocco di attitude in più. Potrete acquistarla sul sito www.urbanoutfitters.com Di Fabiana Fierotti

Vintage taste Se siete degli accaniti lettori di blog di moda, il nome Reece Hudson vi suonerà familiare. Il brand, fondato da Reece Solomon e Max Stein nel 2009, unisce un design dal gusto vintage all'uso di materiali di qualità, per ottenere un prodotto che sia elegante e contemporaneo. Tutte le borse sono rigorosamente prodotte e fatte a mano a New York, con pellami europei di prima qualità. www.reecehudson.com F.F.

Ksubi turns ten Per il suo decimo anniversario, Ksubi festeggerà con una nuova collezione, “One Via Zero”, presentata durante la Rosemount Australian Fashion Week. Il brand che da sempre ha sviluppato un grande interesse per le subculture e l’autenticità degli stili in campi come la moda e non solo, questa volta si affida a Brana Wolf, mostro sacro dello styling e orgoglio australiano. Insomma il tutto promette grandi cose, staremo a vedere! www.ksubi.com F.F. 30 PIG MAGAZINE


Slave to the rythm E' soltanto alla sua prima collezione ed è già sulla bocca di tutte le blogger, oltre che di numerose importanti testate. Si tratta di Laura Mackness, ultimo freschissimo talento della Central Saint Martins, che ha debuttato esattamente alla settimana della moda di Londra. Ispirandosi al lavoro di François e Jean Robert e ad artisti come Erwin Wurm e Christian Marclay, ma soprattutto al video "Slave to the Rythm" di Jean Paul Goude, con una fantastica Grace Jones, ha costruito un'estetica forte basata sul contrasto di baby pink e nero. Le immagini, poi, non rievocano atmosfere a voi familiari? Vediamo se indovinate... www.lauramackness.co.uk F.F.

We Are Handsome Se vi state già preparando all’estate, che pare faticare ad arrivare, ma nonostante questo volete già accaparrarvi il più figo dei costumi, questo è quello che fa al caso vostro; We Are Handsome è una linea di swimwear completamente fatta a mano, con i migliori inchiostri e materiali, per non parlare appunto delle stampe... Sappiamo benissimo che avete sempre voluto qualcosa del genere: retro, speciale, azzardato. Il tutto è frutto della collaborazione tra Indhra Chagoury e Jeremy Somers, che iniziando un po’ per gioco un po’ per amicizia, hanno deciso di fondere arte, moda e storia, mettendo su questa splendida limited edition, che sarà disponibile fino ad ottobre sul sito www.wearehandsome.com F.F.

Opening Ceremony by Robert Clergerie Si sa, in fatto di scarpe Opening Ceremony raramente ci lascia insoddisfatti. Se poi collabora con un guru come il francese Robert Clergerie, non ce n'è proprio per nessuno. L'unica cosa che ci lascia un po' perplessi è come al solito il prezzo... $460? Veramente? Uhm... not sure! www.openingceremony.us - www.robertclergerie.fr F.F.

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Twenty - Seven Names Il background di questo brand ha davvero un che di interessante. Infatti, le designer Rachel Easting e Anjali Stewart, che lo hanno fondato nel 2006 si sono sempre poste come obiettivo una sincera sensibilizzazione artistica, più che il mero consumismo estetico. Per questo, per la stagione ss10, la collezione dal nome "Twelve", ha come tema centrale il femminismo e la protesta degli anni '60, non ancora finita e non del tutto persa. Con tagli maschili e tessuti leggeri, il brand vuole dare espressione alla voce di quegli anni per stimolare le menti a pensare... pensare che in fondo, non tutto è perso e che c'è sempre tempo per ribellarsi e farsi sentire. www.twentysevennames.co.nz F.F.

A real wild child Così si definisce Lina Rennell, designer californiana cresciuta a Los Gatos, sulla cima di una collina, circondata da valli e piantagioni di cotone. Il suo lavoro è molto personale e femminile, basato sulle stampe fatte a mano e su un vero amore per la natura. La sua collezione ss10 è basata sul personaggio principale di un racconto, Charlie, una donna che vive in mondo tutto suo chiamato Triangle Gardens, ossessionata dal piantare ortaggi in giro per la città e dagli uomini. Davvero originale. www. linarennell.com F.F. 32 PIG MAGAZINE

Natalia Brilli Natalia Brilli, designer belga based in Paris, ha davvero un modo affascinante di utilizzare la pelle. Come potete vedere, non si limita a farne normali borse o cinture, ma la usa proprio per tutto, dai gioielli, agli orologi, imitando le fattezze degli oggetti che rappresentano. Molte volte la parola "creatività" viene usata un po' a caso, ma in questo caso è più che appropriata. www.nataliabrilli.fr F.F.


Hello, Sailor! Come resistere al richiamo di un classico come le strisce black & white e lo stile navy? Beccatevi questa super Mariacarla per Chanel e questo costumino anni '50 di Wesc. Aprono veramente un mondo. www.chanel.com - www.wesc.com F.F.

Happy Kilo In occasione della 77a edizione di Pitti Immagine Uomo a Firenze, il 15 Giugno si terrà da A.N.G.E.L.O. (via dei Cimaiuoli 25r) un aperitivo all'insegna del vintage, e chi meglio di lui può farlo. All'interno del negozio sarà allestito un corner speciale in cui una selezione di abiti sarà venduta a peso, precisamente a 15 € al kilo. Quindi, se vi trovate in città in quel periodo vi consigliamo di fare un salto. Anche solo per un negroni. www.angelo.it F.F.

Shoes Corner Come ogni numero ormai, ecco un piccolo suggerimento sulle scarpe: la Cupie Leather di adidas, da donna, unisce il classico stile hip-hop a un design futuristico, mantenendo eleganza e qualità. Le Puma Urban Mobility, disegnate da Hussein Chalayan, mostrano un'estetica minimale che perfettamente si adatta con il concetto di "mobile life" promosso dal brand. www.adidas.com - www.puma.com F.F. 33


Foto di Roberto Rubalcava

Foto di Richard Kern

Foto di Richard Kern

Foto di Roberto Rubalcava

Foto di Roberto Rubalcava 34 PIG MAGAZINE

Foto di Richard Kern


Dream & Awake Riutilizzare, riciclare, personalizzare, riportare in vita. Questo è ciò che Dream & Awake si pone come obiettivo ogni giorno. Brand svedese, ma cosmopolita visto il carattere itinerante che lo contraddistingue, nasce da una volontà di rivalsa nei confronti dell’industria della moda, dei suoi sprechi di risorse, tempo e denaro. Amanda ci mostra con semplicità come da qualcosa di “vecchio” si possa creare moda del tutto attuale, autentica e personale, avvalendosi anche dell’aiuto di media alternativi. Intervista ad Amanda Ericsson di Fabiana Fierotti

Ciao Amanda, come stai? Molto bene, grazie. Sono un po' stanca, in questo periodo non mi sono fermata un attimo. La Svezia tende ad essere un po' pesante a volte... Che piani hai per oggi?

Mi limito a tirar fuori cioè che vedo, le piccole cose nascoste. Mi piace rendere i vestiti più confortevoli , sia per l'occhio che per il corpo. Mi piace aggiungere alla storia di ieri quella di oggi, a volte in modo sussurrato, a volte in maniera più forte, esplosiva.

I vestiti vecchi, così come la bellezza, sono dappertutto! Gli abiti li personalizzi da sola oppure hai qualche collaboratore? Per ora lavoro principalmente da sola, ma ho qualche sarto che mi aiuta. Dipende

Sono ancora a Gothenburg per quello che doveva essere un viaggetto di pochi giorni, ma ora sono bloccata qui per le ceneri del Vulcano! Intanto sto comunque lavorando alla mia nuova galleria, preparo nuovi abiti e una nuova mostra/collaborazione con “ne-te-promene-donc-pas-toute-nue”Emeric, che verrà lanciata a Stoccolma la prossima settimana.  Adesso sto andando da una sarta che è coinvolta in un altro progetto che sto facendo con l'organizzazione della croce rossa svedese, che verrà lanciato a maggio. Parlando del tuo progetto Dream & Awake, com'è nato? Di cosa si tratta esattamente? Dreamandawake nasce dal riutilizzo di oggetti del passato. Dopo aver visto "l'altro lato" della moda e della produzione di abiti, mi sono stancata dello spreco terribile a cui

Ma parliamo dell'aspetto fotografiavideo. La presentazione sul tuo sito è assolutamente fantastica... Il primo video, nella sezione "about", l'ho fatto io, da sola, un giorno molto buio, in cucina, d'inverno. Quello nella sezione “prodotti”, è stato girato da Rabbitproduction a Parigi. Collabori sempre con fotografi davvero bravi o comunque riconoscibili per uno stile particolare, l'ultimo è Richard Kern. Come vi siete messi in contatto? Come siete arrivati al concept finale? Gli ho semplicemente chiesto se voleva scattare un servizio con i miei vestiti e ha detto di si. Ci siamo incontrati e abbiamo passato un pomeriggio intero a fare foto. Il concept è sempre lo stesso: è il fotografo a decidere cosa, come dove scattare. Non si può esattamente parlare di "col-

tutto dal tempo, dalla domanda e dal posto dove vivo in quel momento. Lo studio è itinerante, ma al momento son ferma a Londra. Prima ero a Parigi e prima ancora ad Hong Kong e Gothenburg… Che programmi hai per i prossimi mesi? Qualche novità interessante? Lancerò il catalogo “Don’t walk naked”con Emeric, continuerò ad andare avanti con il brand, a fare ricerca, lancerò la nuova collezione Redcross-charity (fatta con vecchi tessuti cuciti da sartisvedesi) e finalmente finirò di completare il mio studio a Londra! Poi quest'estate vorrei passare più tempo possibile nella mia capanna nella foresta in Svezia. Andare a nuotare. Pensare a nuove photoseries... (ne ho appena avuta una da Ana Kras! Mi rende sempre molto felice vedere i miei vestiti ancora una volta vivi! ). Poi registrerò nuove canzoni per “The universal

si assiste ogni giorno (spreco di materiali come di persone, risorse, ecc...) e invece di produrre nuovi materiali che, secondo le attuali logiche di trend, sarebbero durati una sola stagione, ho deciso che il mio obiettivo sarebbe stato usare ciò che è già stato prodotto e ridargli vita. Tutto questo, con l'aiuto del design, della fotografia, dei video, e di varie collaborazioni; per passare semplicemente dal vecchio al nuovo. Credo che questa sia la prossima "rivoluzione industriale". Potresti avere ragione, è sicuramente un punto di vista interessante. Lo spreco nel mondo della moda è sotto gli occhi di tutti e sarebbe ora di trovare soluzioni alternative. E' molto profondo il valore che dai al vintage in questo senso...

lezioni" o "stagioni" nel caso di Dream & Awake... No, tutti i vestiti fanno parte di un'unica collezione. Prima o poi mi sforzerò a parlare in termini più fashion e industriali o magari a proporre delle varianti estive e invernali. O magari potrei dividerli a seconda del paese dove li trovo... Comunque, quando scelgo, prendo sempre quei vestiti per cui provo subito qualcosa di particolare, quelli che attraggono la mia attenzione immediatamente. Adrenalina pura. A proposito: dove trovi tutti questi vestiti? Hai dei luoghi strategici oppure giri a caso per il mondo? Li trovo veramente ovunque. L'ultimo me l'ha dato un vicino di casa! Per il resto bazzico sempre i mercati del sud della Francia...

zoo” (www.theuniversalzoo.com). La prossima settimana registreremo “the dolphin song”! Vendi solamente online o ti appoggi ad alcuni punti vendita? Vendo sia online che nei negozi. Lo shop online è davvero una buona cosa perchè ti permette di condividere il tuo lavoro con diverse parti del mondo... ma preferisco di gran lunga quando le persone possono provare i vestiti dal vivo. Recentemente ho aperto anche www.sveagatan.com (una galleria/showroom/shop a Gothenburg, dove tengo anche gran parte della collezione). Vuoi aggiungere qualcosa? Se ho dimenticato qualcosa questo la dice lunga su tutto: www.dreamandawake.com/diary

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Space Rococò

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Di Ilaria Norsa

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1.Viktor & Rolf 2.Chanel 3.Valentino 4.Giles 5.Lanvin 6.Alexander Wang by Linda Farrow 7.Chanel 8.Topshop 9.Chanel 10.Topshop 11.Chrissie Morris 12.Chanel 13.Nicholas Kirkwood x Swarovski 14.Marie Helene De Taillac 15.Topshop 16.Dior 17.Charlotte Olympia 18.Burberry Prorsum 19.Laura De Matteis 20.Christopher Kane x Swarovski 21.Nicholas Kirkwood x Swarovski 22.Giles 23.Chanel 24.Christopher Kane 25.Burberry Prorsum 26.Valentino 27.Casadei 28.Valentino 29.Moschino 30.Fendi 31.Zuhair Murad 32.Ted Rossi 33.Chanel 34.Casadei 35.Miu Miu 36 PIG MAGAZINE


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1.Roger Vivier 2.Bruno Frisoni 3.Devi Kroell 4.Viktor & Rolf 5.Chanel 6.Prada 7.Erickson Beamon 8.Viktor & Rolf 9.Chanel 10.Dior 11.Bruno Frisoni 12.Zuhair Murad 13.Casadei 14-15.Chanel 16.Azzedine Alaia 17.Charlotte Olympia 18.Clara Kasavina 19.Chanel 20.Topshop 21.Miu Miu 22.Versace 23.Chrissie Morris 24-25.Chanel 26.Laura De Matteis 27.Chanel 28.Prada 29.Sonia Rykiel 30.Giles 37


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Photographer of the Month: Hannah Davis www.flickr.com/photos/hannahdavis - cargocollective.com/hannahdavis A cura di Sean Michael Beolchini

Hannah Davis ha 21 anni ed è un’inguaribile romantica. Il suo è un occhio giovane, ma attento, con quella trasparenza e ingenuità di ragazza cresciuta correndo nei boschi inglesi. Tre anni fa si è trasferita a Londra per seguire una strada che percorrono in molti, ma da cui non è stata ancora assorbita, non permettendo che la frenesia della grande città prevalesse sulla sua indole naturalmente dolce, sul suo candore adolescenziale, sulle sue avventure da maschiaccio.

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Come ti chiami? Mi chiamo Hannah Davis. Da dove vieni? Vengo da un piccolo paese (in mezzo ai boschi) a sud di Londra. Dove vivi? Vivo a Londra da 3 anni. Ci campi con la fotografia? Sfortunatamente no! Attualmente studio Belle Arti e vivo come una povera studentessa, ma sto cominciando a realizzare qualche servizio per alcune riviste, anche se penso che la maggior parte non possa ancora pagarmi... Quanti anni hai? Ho 21 anni. Quanti anni ti senti? Credo la mia età: giovane abbastanza da essere ottimista per il futuro, ma vecchia a sufficienza per sapere che ho bisogno di iniziare a lavorare davvero duramente per arrivare dove voglio nella vita. Quando hai iniziato a fotografare e perchè? Sono sempre stata alle prese con l’arte, sin da quando ero davvero piccola, ma non avevo mai pensato alla fotografia fino alla volta in cui mio padre mi ha dato la sua vecchia Olympus degli anni’70. Avevo circa 15 anni. Immagino sia stato in

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quel momento che ho realizzato quanto fosse meraviglioso usare la pellicola. Come descriveresti il tuo modo di fotografare? Direi che ci sono due aspetti nel mio lavoro: uno più concettuale e uno più documentaristico/autobiografico. In entrambi i casi, il mio lavoro generalmente prevede un’estetica istantanea; scatto fotografie tutti i giorni, non mi piace costruire le cose. Ho comprato recentemente una macchina 6x7 che ha un telemetro davvero leggero così, sebbene sia di formato medio, posso scattare quello che mi circonda tanto quanto con la mia normale 35 mm. Qual è la tua “big picture”? Cerco di fare sempre ricerca, di indagare, sulle cose che vedo. Con il mio lavoro più concettuale sono interessata alla relazione tra uomo e natura, alla nostra esperienza del sublime e al modo in cui adattiamo la natura in giardini, zoo, falsi ambienti esotici ecc.. come fosse un tentativo di usare la natura come simbolo per qualcosa di più

metafisico. In un certo senso quindi, cerco di usare le fotografie in maniera allegorica. Sono anche molto interessata agli spazi, tra reale e irreale, tra conscio e inconscio. Questo é solo il mio lavoro più apparente e autobiografico, ma la mia intenzione è soprattutto quella di documentare la gente attorno a me e catturare questi banali, ma intimi, momenti che sono così transitori e così cruciali nella nostra vita di ogni giorno. Piccoli allineamenti che l’universo costruisce davanti a noi: non necessariamente dobbiamo parlare di qualcosa di soggettivo, ma forse di qualcosa più universale. Mi racconti la storia della ragazza nella vasca? La ragazza é la mia coinquilina, Kate. Si tinge i capelli ogni settimana, ecco perché l’acqua é così rossa. E’ un esempio di uno di quei momenti banali che con un secondo sguardo diventano qualcosa di abbastanza fantastico o irreale. Mi piace l’ambiguità dell’immagine in cui questa vasca rossa


potrebbe simboleggiare un numero di cose indefinito, ma soprattutto mi piace la poeticità dell’istantanea. Il momento poetico é un’altra cosa da cui sono affascinata. Cosa altera le tue percezioni? Credo che la fotografia in generale abbia definitivamente cambiato la mia percezione delle cose. C’è una frase veramente fantastica di Sasan Sontag: “l’obiettivo rende la realtà atomica, docile e opaca.” E’ una visione del mondo che nega l’interconnessione, la continuità, ma che conferisce ad ogni momento il carattere di un mistero. Qualsiasi fotografia ha molteplici significati; in effetti, riuscire a vedere qualcosa nella fotografia significa incontrare un potenziale oggetto di fascino. La vera saggezza di un’ immagine fotografica è saper esprimere: ”C’è l’apparenza”. “Ora pensa - o meglio senti, intuisci - cosa c’è oltre,come deve essere la realtà per apparire in questo modo”. Le fotografie, che di per sé non sono in grado di spiegare

nulla, sono inesauribili inviti alla deduzione, alla speculazione e alla fantasia. Per di più, studiare Belle Arti ha cambiato molto le mie percezioni - mi ha fatto pensare a come guardare qualcosa e pensare a cosa catturare come fotografa per fare davvero la differenza. Specialmente in rapporto a molte fotografie in internet. Segui qualche regola? Se sì quali? Sperimento spesso con la pellicola: ti spinge realmente a considerare ciò che stai fotografando e ti fa apprezzare di più ciò che stai facendo perchè è qualcosa che non va sprecato. Ma oltre a questo, non seguo nessuna regola. Tre cose senza cui non puoi vivere? La prospettiva di scappare via, appassionarmi a qualcosa, i miei amici e familiari. Che tipo di macchina fotografica usi? Porto la mia Yashica T5 ovunque vado, e una Mamiya 7ii - ne ho molte altre ma queste sono sicuramente le mie preferite. Che macchina vorresti usare? Sono felice di ciò che ho in questo momento. Forse se

avessi soldi, ne comprerei altre due uguali a queste, così avrei un ricambio per quando si rompono. Cosa non ti piace della fotografia? L’ unica cosa che sono arrivata a disprezzare è il fatto che la gente pensi sia sufficiente scattare fotografie esteticamente belle, anche se a tutti gli effetti questo è quello che sono: qualcosa di bello da guardare e di abbastanza superficiale - io voglio vedere e sentire in più, voglio trovare qualcosa di più significativo. Chi ti piacerebbe scattare in topless? Non sono sicura di chi, ma mi piacerebbe molto fare qualcosa che ricordi un dipinto classico/ romano...Chi dovrebbe essere il nostro prossimo fotografo del mese? Date un’occhiata a Sylvain-Emmanuel (www.flickr.com/photos/ sylvain-emmanuel_p). Penso che le sue fotografie siano davvero fantastiche e insolite. C’è una straordinaria sensibilità esotica nel suo lavoro, che mi ha impressionato molto. Quale sarà il tuo prossimo scatto? Qualcosa di finto esotico.

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Nome? Leda LiPira. Età? 24 Da dove vieni? Palermo. Cosa rende unici i siciliani? L’autenticità del carattere e la loro spontaneità. Una parolaccia in siciliano? Meeenchia! Tre cose senza cui non puoi vivere. Amici, libri e il caffè. Il posto che non possiamo perderci a Palermo. Il Foro Italico e piazza Marina. Se ti dico arte, qual è la prima cosa che ti viene in mente? Bellezza e genio.

Street Files. Palermo - Foto di Ruggiero Colonna

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Nome? Marco Il Petrigno. Età? 23 Da dove vieni? Palermo. Cosa rende unici i siciliani? Il traffico quando piove. Una parolaccia in siciliano? C’havissi ‘a pinsari u’ signuri pì tia. Tre cose senza cui non puoi vivere. Non credo ce ne siano. Il posto che non possiamo perderci a Palermo. La cuba. Se ti dico arte, qual è la prima cosa che ti viene in mente? Non esiste più l’arte, è tutta un’idea, conta solo quella.

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Nome? Carlo Bisulca. Età? 23 Da dove vieni? Palermo. Cosa rende unici i siciliani? Su cioppo cuinnarure. Una parolaccia in siciliano? To matre sbatte l’ova chi minne. Tre cose senza cui non puoi vivere. Anice, sigarette, la nonna. Il posto che non possiamo perderci a Palermo. Il Capo. Se ti dico arte, qual è la prima cosa che ti viene in mente? Ad una parola.

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Nome? Nike Pirrone. Età? 24 Da dove vieni? Palermo. Cosa rende unici i siciliani? La storia. Una parolaccia in siciliano? Suca. Tre cose senza cui non puoi vivere. Amore, pace, serenità. Il posto che non possiamo perderci a Palermo. La vucciria e Ballarò. Se ti dico arte, qual è la prima cosa che ti viene in mente? Coraggio.

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Nome? Valeria Rinella. Età? 25 Da dove vieni? Palermo. Cosa rende unici i siciliani? Le taverne. Una parolaccia in siciliano? Arrusa. Tre cose senza cui non puoi vivere. Zibibbo, acqua, i gigli. Il posto che non possiamo perderci a Palermo. La vucciria. Se ti dico arte, qual è la prima cosa che ti viene in mente? Creatività e personalità.

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Nome? Alberto Milioto. Età ? 25 Da dove vieni? Agrigento. Cosa rende unici i siciliani? Il mare. Una parolaccia in siciliano? Minchia. Tre cose senza cui non puoi vivere. Vizi, donne e mare. Il posto che non possiamo perderci a Palermo. Via Bandiera. Se ti dico arte, qual è la prima cosa che ti viene in mente? A Dio.

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Nome? Valeria Triolo. Età? 25 Da dove vieni? Palermo. Cosa rende unici i siciliani? La spontaneità? Una parolaccia in siciliano? M.C.N. Aka Minchia cacata niente. Tre cose senza cui non puoi vivere. Internet, sigarette e il mio gatto. Il posto che non possiamo perderci a Palermo. Il santuario di Santa Rosalia. Se ti dico arte, qual è la prima cosa che ti viene in mente? Stanley Kubrick.

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Nome? Thorbjørn Ankestjerne. Età? 29 Da dove vieni? Copenhagen. Cosa rende unici i siciliani? L’essere spietati. Una parolaccia in siciliano? Suca scritto sui muri. Tre cose senza cui non puoi vivere. Tre volte Busiati Allo Scoglio al ristorante Garibaldi a Marsala. Il posto che non possiamo perderci a Palermo. Le strade pulite. Se ti dico arte, qual è la prima cosa che ti viene in mente? Silenzio.

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Nome? Vito Priolo. Età ? 22 Da dove vieni? Palermo. Cosa rende unici i siciliani? Sono unici nel sentirsi tipici e caratteristici allo stesso tempo. Una parolaccia in siciliano? Ma siantu sucata. Tre cose senza cui non puoi vivere. Lucky Strike, figa, architettura. Il posto che non possiamo perderci a Palermo. Stai sul molo della Cala, ti giri dando le spalle al mare e vedi tutta la bellezza ed i caratteri di Palermo. Se ti dico arte, qual è la prima cosa che ti viene in mente? Sesso sesso sesso!

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Nome? Martina Paolillo. Età? 23 Da dove vieni? Palermo. Cosa rende unici i siciliani? Il cibo e... il traffico (troppe machine). Una parolaccia in siciliano? Arrusa. Tre cose senza cui non puoi vivere. Caffè, spazzolino da denti, dolci (e i miei lucidi ovviamente). Il posto che non possiamo perderci a Palermo. Piazza Garraffello alla Vucciria. Se ti dico arte, qual è la prima cosa che ti viene in mente? Creatività.

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Jonathan Kelsey Jonathan ha 36 anni e sembra un attore di Hollywood. Se le sue scarpe fossero un film sarebbero Edward mani di forbice. Se fossero una cantante, Amy Winehouse o Lady Gaga. Un luogo: Londra. Un periodo: gli anni ‘90. Per ora, tuttavia, sono “solo” la cosa più sexy sui cui poserete lo sguardo questa stagione: merito del “louboutin britannico”, come l’ha sagacemente etichettato la stampa inglese, e del suo originalissimo approccio al design. Un talento maturato negli anni grazie a una sfilza di collaborazioni e sfociato nel 2007 con la creazione dell’eponimo brand. A Parigi Jonathan ci ha presentato il suo Autunno/Inverno 2010: fieramente Nineties, smaccatamente appariscente. Intervista di Ilaria Norsa. Foto Emanuele Fontanesi Lo incontriamo tra una sfilata e l’altra nel corso della settimana della moda. E’ marzo, fuori c’è il sole e Jonathan ci aspetta nella suite del delizioso Hotel Castille nel cuore del primo arrondissement, a due passi da quello che ormai un secolo fa mademoiselle Coco Chanel elesse come luogo ideale per il suo atelier. Jonathan è più attraente di ciò che pensassi: qualcosa di lui mi suggerisce che avrebbe potuto fare l'attore. Forse lo è stato. Forse lo sarà. Ma non divaghiamo.

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Dopo un rinvigorente bicchiere di champagne (sono solo le undici ma tanto avevamo già cominciato col Vintage Perrier Jouet cordialmente offerto nel backstage di una sfilata mattutina - d'altra parte quello non si poteva certo rifiutare) Jonathan passa subito a illustrarci la sua ultima fatica, quella per l'Autunno-Inverno 2010. Le scarpe d'altra parte sono dappertutto ed è difficile non notarle. ln una manciata di secondi ne abbiamo tutti un paio in mano.

La mia ispirazione originale era quella di un ritorno ai primi anni Novanta. Ti ricordi quelle foto di Avedon per Versace?! Come no! Mi ricordo perfettamente quella campagna: scarpe e vestiti metallizzati, toni pastello, top model schierate... Esatto! Per ricreare quel mood ho scelto di utilizzare maglie, cinturini e pizzi metallici… Mooooolto ninetees! La forma però è la tua classica...  Sì, è vero; l'ho ripresa anche nella collezione


Primavera/Estate. È molto definita, un po' a becco d’anatra. Sexy. E i materiali? Quelli cambiano: a seconda di come sono trattati possono apparire più o meno argentati e metallizzati. In alcuni casi con la spazzolatura ho addirittura ricercato un effetto di "denim usurato". Certo, se si fanno le cose, vanno fatte come si deve. E come vedo non ti sei fatto mancare proprio niente, c'è anche il pitonato... Sì! E' presente in diverse combinazioni di colori: pitonato rosso e nero o blu elettrico e nero.  Niente di meno. Sì, ma le più vendute sono quelle più basiche... Come al solito! C’è un Paese in particolare nel quale hai più successo? Regno Unito e Stati Uniti. E in Italia? Sì, a Milano da Vierre (Via Montenapoleone 29). Qual è la tua scarpa preferita in questa collezione?  Lo stivale per Gaga: in esso il metallo spazzolato è unito al legno laccato, combinazione che diventa un po' il leit motif dell'intera collezione... La Gaga-mania ha colpito anche te... Nessuno è al sicuro! HaHa, non fraintendere, la

amo! E' già una tua cliente o vorresti che lo diventasse (e dedicarle una scarpa altro non era che un poco celato tentativo di lusingarla)? Ma noo, non sono così subdolo! Ho appena finito di lavorare con il suo stylist per realizzare qualcosa di molto speciale per lei... Ah, ecco! Sembra che tu subisca spesso il fascino di icone di questo calibro, donne forti e decisamente POPolari... Non è la prima volta che ti ispiri a una cantante: mi riferisco all'antecedente con Amy Winehouse, un'altra che non passa facilmente inosservata... Sì in effetti ogni stagione mi concentro su una ragazza protagonista del panorama musicale... Io ascolto musica in continuazione: personalità di questo tipo rappresentano una grandissima fonte d'ispirazione nella creazione di una collezione. Mi piace concentrarmi sulla loro personalità e ricavarne un universo creativo carico di riferimenti. Parliamo di comunicazione pubblicitaria: hai citato Avedon come una delle fonti d'ispirazione per questa collezione, ma oggi se potessi scegliere chiunque per realizzare la campagna pubblicitaria del tuo marchio chi vorresti? Adoro Mert and Marcus... probabilmente loro! In effetti, non sbagliano un colpo. Ottimi "cecchini", ma temo siano un po' cari. Per

presentare la collezione la stagione scorsa ti sei affidato a Sara Dunlop, che ha realizzato per te un brillante cortometraggio, “High”. Hai in mente di ripetere? Sì, sto lavorando con lei per realizzarne uno anche per la collezione invernale... Quello mi era piaciuto molto, merito forse anche della stupenda Joanna Preiss raffigurata nei panni di vampira sexy: eri stato tu a volerla come protagonista o la regista? Sono stati lo sceneggiatore e la regista a sceglierla, ma io non avrei potutto essere più d'accordo: nessuno meglio di lei avrebbe potuto interpretare quella parte. Attualmente stai lavorando come consulente per altri marchi oltre al tuo? L’ultimo lavoro che ho intrapreso sono state le due stagioni per Pucci. Una con Matthew Williamson e una con Peter Dundas. E prima? In realtà dopo gli studi al Central St Martins, mi sono occupato di abbigliamento femminile pret à porter. Il mio approccio al mondo delle scarpe è avvenuto con Jimmy Choo - ho lavorato lì per cinque anni: a quello sono seguite esperienze freelance per Cacharel e Gina, nonché la responsabilità creativa della linea di scarpe di Mulberry per due anni e mezzo cinque stagioni consecutive. www.jonathankelsey.com

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Coachella 2010 Era un po’ di tempo che volevamo raccontarvi cosa succedeva al Coachella. Quest’anno approfittando della presenza di due nostri amici e colleghi siamo riusciti a mettere insieme i loro punti di vista sul grande festival Caliorniano. Testo di Matteo Gatti. Foto di Sidney Geubelle

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Nella spettacolare cornice dei campi da polo, tra le palme del deserto californiano, il festival di Coachella giunge nel 2010 alla sua undicesima edizione. Questo lo rende il rock and roll festival più longevo degli Stati Uniti (ma un giovincello, se paragonato alle quasi trenta volte di Glastonbury). A questo giro, per la prima volta gli organizzatori impongono un 3-day pass da quasi 300 dollari. Eppure le critiche da sinistra (capitalisti!) e da destra (business model ambizioso e irrealizzabile) vengono rintuzzate da un tutto esaurito senza precedenti e inaspettato, vista la salute proprio non clamorosa dell’economia. Con settantacinquemila anime al giorno per un totale di oltre duecentomila nel corso del weekend, gli organizzatori vincono la scommessa e per la prima volta se ne vanno a casa con un profitto. I fans invece mugugnano un po’ visto il sovraffollamento: non solo riesce difficile trasportarsi in tempi umani tra palco e palco in quel magma di braccia, wayfarers, infradito, sandaletti da schiava, culi, tette e beer-bellies, ma in alcuni casi è quasi impossibile assistere a show in condizioni civili, specie quelli che si svolgono nei tendoni (ossia quattro dei sei palchi in totale). In fondo, questo non stupisce troppo, dato che a metà aprile il sud della California ha un clima migliore del 99% al restante emisfero

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boreale e, soprattutto, gli organizzatori hanno messo in piedi una line-up stellare che fa contenti grandi e piccini. Per i primi, mi basta citare Pavement, Faith No More, The Specials, P.I.L., Devo, Sly Stone e Gil Scott-Heron. A richiamare le folle più giovani ci pensano i vari MGMT, Vampire Weekend, The xx, Casablancas, Major Lazer, Passion Pit e Sleigh Bells. Per accontentare un po’ tutti ci sono, come se non bastasse, Jay-Z, Gorillaz, Thom Yorke, LCD Soundsystem, Phoenix, Spoon, Dead Weather, Yo La Tengo e Grizzly Bear, tra i tanti. Ah, e per gli amanti del barocco ci sono pure i Muse. Coachella riesce alla perfezione a fare quello che si chiede normalmente ad un festival, ossia offrire un pretesto per divertirsi in compagnia. Ci pensano il tempo, la bellezza del posto e la quantità di persone esteticamente piacevoli (i californiani, si sa, ci tengono ad essere in forma). Ma soprattutto, ogni giorno, prima e durante le prime ore del festival, ci sono i pool parties dove tutto il popolo di Coachella si riversa. Sparse tra ville e complessi residenziali di lusso, queste feste organizzate da etichette discografiche, riviste e compagnia bella, sono l’occasione perfetta per bere gratis di prima mattina, ingollarsi al BBQ, ballare, chiacchierare, il tutto mentre si sta a mollo sotto il torrido sole del deserto. Risultato: ogni giorno mi presento al festival che sono già piuttosto alticcio. Fortuna che nel tardo pomeriggio, spirito di sopravvivenza e senso del dovere, mi impongono di tornare in me e prestare attenzione ai concerti come si richiede a ogni cronista responsabile. Ci sono pochi posti nel pianeta suggestivi come il deserto californiano al tramonto. In questo scenario vedo alcuni dei concerti più belli dell’intero festival: The xx il sabato e Yo La Tengo la domenica. Dai primi, la maggiore rivelazione dell’anno scorso, non mi aspettavo molto in un grande concerto all’aperto. Sorprendentemente, l’ariosità e gli spazi delle loro melodie sembrano quasi fermare il tempo e il giovane terzetto britannico regala una delle prestazioni più memorabili dell’intero festival. Gli Yo La Tengo, che al contrario sono uno dei gruppi più sottovalutati in circolazione, sono in tre sul palco, ma sembra di sentirne almeno dieci, tanto il suono è ricco e avvolgente. Chiudono con una lunga jam che, non fosse band così rodata e musicalmente colta, potrebbe uccidere un set intero, mentre invece ipnotizza gli spettatori presenti. Tra i set serali, non si manca di notare che MGMT e Phoenix umiliano, quanto a pubblico accorso, i rivali più anziani Faith No More e Pavement, che pure suonano sul palco principale. Tuttavia, complici l’inesperienza dei MGMT e i suoni pessimi dei Phoenix (dal vivo di solito formidabili), alla fine sia i FNM (eccezionali nella cover di Bad di Michael Jackson), sia i Pavement se ne escono con prestazioni decisamente migliori. Qualche

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parola per i Pavement, tra le bands più attese di tutta l’edizione e da molti considerati il gruppo americano più importante degli anni ‘90 (non se la prendano a Seattle). Coachella rappresenta per loro la prima grossa uscita in oltre dieci anni (l’ultimo show fu una disastrosa apparizione nella prima edizione del 1999) e i nostri si presentano al meglio delle forze, al di là di ogni aspettativa. Con una scaletta generosamente composta dai loro pezzi più famosi, i Pavement del nuovo secolo dal vivo sono tutt’altra cosa rispetto alla simpatica congrega che si presentava sui palchi negli anni novanta. Se una volta erano considerati nemici di bel suono e precisione, a quindici anni di distanza hanno convinto le nostre orecchie che “bel suono” è un concetto relativo e in realtà il loro era ed è tale; per di più oramai suonano quasi alla perfezione. Pure il solitamente scazzatissimo e strafottente Malkmus pare divertirsi (a un certo punto chiosa: “Questi, in estrema sintesi, erano gli anni novanta”). E gli headliners? Saltati a piedi pari i Muse, mi sono visto un po’ di Jay-Z (che non poteva competere coi P.I.L.) e tutti i Gorillaz. Solitamente le grosse produzioni, anche se lì per lì divertenti, lasciano un sapore di plastica in bocca, soprattutto a noi patiti di punk authenticity. I set di Jay-Z e Gorillaz farebbero ricredere anche i più

snob. Il primo propone una delle baracconate migliori viste negli ultimi anni, in uno show che è un giusto mix di kitch, adrenalina e testosterone (il finto skyline newyorchese durante Empire State of Mind è mozzafiato; ancora più mozzafiato è la sua consorte, una certa Beyonce Knowles, salita sul palco per Forever Young). Quanto ai Gorillaz, è quasi snervante capacitarsi di quanto talento abbia Damon Albarn. A tacere che tra i vari ospiti c’erano Mick Jones e Paul Simonon alla chitarra e al basso, il che vuol dire che metà dei Clash era sul palco. Dicevo dei P.I.L.: tornati a fare concerti dopo quasi vent’anni, mi aspettavo un concerto più caustico che altro. E invece ho assisto alla più bella sorpresa del festival: supportato da una band tecnicamente impressionante, Johnny Lydon non solo canta splendidamente, ma urla, intrattiene il pubblico e si dimena con una presenza scenica da far invidia a qualsiasi frontman più giovane di lui. Non a caso, il meglio di quello che si è sentito e visto negli ultimi trent’anni (e nella stessa Coachella 2010), è stato profondamente influenzato da Lydon e dalla sua creatura post Pistols. Questo è quanto sono riuscito a mettere insieme di questo lunghissimo week-end… Nell’attesa dell’edizione 2011, ringrazio calorosamente Coachella. 59


Toro Y Moi Intervista di Marina Pierri. Foto di Coley Brown

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Chaz Bundwick, in arte Toro Y Moi, ha ventitrè anni, è afrocinese ed è un ragazzo molto quieto e gentile. L’abbiamo conosciuto al SXSW di Austin, ma l’abbiamo intervistato nei giorni del tour di “Causers of This”, il suo primo e bellissimo disco che contiene, tra le altre, il singolo “Blessa”. La canzone si è infilata in tutti gli angoli della rete e ha fatto di Chaz la testa d’ariete della cosidetta “chillwave”, l’onda gelida di musica elettronica e sognante che coinvolge nomi del calibro di Washed Out e Neon Indian. Abbiamo chiesto al diretto interessato che pensa del movimento e se la “scena” effettivamente esista: ecco cos’ha risposto.

Ciao Chaz.

musica, ai suoni, al tempo… ho un approccio

La copertina di “Causers of This”, che è usci-

Ciao!

alla musica non proprio da autodidatta, che è

to per Carpark, l’hai disegnata tu?

Eccoci qui, ci siamo conosciuti per la prima

abbastanza utile quando si desidera comporre

Esattamente!

volta ad Austin, al SXSW…

armonie intricate. Le mie preferite…

Cosa volevi rappresentare?

Ero una vergine del SXSW (ride, NdR). Anche,

Da dove vieni e dove vivi.

Ehm… non ne sono sicuro. O meglio , magari

non ero mai stato ad Austin prima d’allora…

Vengo da e vivo nello stesso posto: Columbia,

si, ma non sono molto bravo con le parole.

Il festival è una cosa delirante. Sarei stato

nel South Carolina. È una piccola città univer-

Dovrai accontentarti della tua lettura perso-

frastornato anche se fossi stato un turista. Più

sitaria.

nale, che poi è quello che vorrei succedesse

frastornato ancora, forse…

Ti ci trovi bene?

a tutti. Ognuno vede quel che vuol vedere…

Immaginavo che fosse “la tua prima volta”

Si, decisamente, anche se come tutte le città

un po’ l’essenza del design contemporaneo, o

al festival, sei molto giovane d’altronde.

universitarie ha un inconveniente: durante le

dell’arte. No?

Quanti anni hai?

feste e durante l’estate si svuota del tutto. È la

Sei felice a Columbia? Adesso che sei un

Ventitre.

solita storia, succederà anche in Italia – studi,

musicista ben noto, non hai continuamente

Accidenti, sei proprio giovane allora!

ti fai amici che vengono da fuori e poi, quando

la tentazione di spostarti a Los Angeles, o a

Un po’…

non hai niente da fare perché sei in vacanza,

New York… insomma, in un centro musicale

E ora dove stai andando? Che stai facendo?

scompaiono tutti in un battibaleno. Dovresti

più fervente?

Per straordinaria ironia della sorte, sto guidan-

vedere cos’è il centro ad Agosto. Specie con-

Le parole di “Blessa”, che è, immagino tu lo

do verso Austin!

siderato che il turismo non è proprio il punto

sappia, la mia canzone più famosa, parlano

Non ci credo!

di forza di Columbia.

proprio di questo.

Si, si… suoneremo ad Emo’s.

Ma… la Columbia, la famosa università, non

Si… “come home in the summer/live a life

È dove ti ho ascoltato suonare a marzo!

è a New York?

that you miss/it's alright/I’ll fill you in”… ah,

Esatto.. almeno mi sentirò un po’ più a mio

Si, si, non c’entra. La città da cui vengo io è

quindi, ti riferivi davvero alla tua casa. In

agio in un posto che conosco…

nel sud del nordamerica e ospita davvero tan-

senso letterale.

Ma… sei in macchina?

te istituzioni scolastiche, di vario tipo. Nessuna

Suppongo di si. Sono una persona tranquilla,

Si, scusami se parlo piano.

c’entra con la Columbia che dici tu, però!

affezionata alla vita pacifica e alle cose sem-

Ma non stai guidando tu, vero?

Hai studiato lì, in South Carolina?

plici.

No, no! Solo che non sono da solo e non pos-

Si, mi sono laureato non molto tempo fa,

Vivi con i tuoi?

so gridare.

l’anno scorso. Era un corso di quattro anni.

No, ho un posto mio, in città.

Ok, nessun problema. Prima di iniziare, ho

Ci sono stato molto attento, perché ho amici

E, insomma, ci stai da dio.

una domanda importante per te: si pronun-

musicisti che sul più bello hanno mollato gli

Esatto. “Blessa” racconta di casa mia. Gli ami-

cia “toro i MOI”, così come si legge, oppure

studi per fare musica. Io… ci sono stato atten-

ci d’infanzia, quelli conosciuti da poco, la vita

alla francese, “Toro Y Muà”? Un sacco di

to come ti dicevo. Quando hai una band, se le

di sempre che ti aspetta dopo un lungo viag-

gente se lo chiede, a quanto ho sentito!

cose vanno minimamente bene, la tentazione

gio. È una sensazione rassicurante e rigeneran-

Toro Y Muà, alla francese.

è di concentrarsi subito sui dischi, le registra-

te. Peraltro, ora che sono quasi sempre in tour,

Ma “toro”… nel senso di toro, l’animale?

zioni, il tour… alla fine non rimane tempo per

mi sembra che quel che ho scritto allora sia

C’è una ragione particolare dietro la scelta?

studiare, non ce la fai umanamente. E molli.

più vero che mai. Ti dicevo, l’estate è un mo-

So che è abbastanza stupido chiedere agli

Sei uno studente modello?

mento surreale a Columbia. Non c’è nessuno

artisti il perché dei loro pseudonimi, ma non

Quello che ho studiato mi appassiona moltissi-

in giro e la città ha un aspetto tutto diverso…

si sa mai…

mo, quindi direi di si. Ho sempre avuto ottimi

quasi aspetto che arrivi quella pace.

Ah, non so davvero che dirti. Ho perso le origi-

voti, l’orgoglio dei genitori e tutto (ride, NdR)

Ti piace andare in tour?

ni di quel nome. Quando si è adolescenti ci si

Cosa hai studiato?

Oh si, tantissimo. Mi piace rendere le cose che

appassiona a oggetti casuali e nomi casuali. E

Design.

faccio da solo dal vivo, davanti a tanta gente.

a differenza di un sacco di amici musicisti che

Ma che tipo di design? Interni o grafica o…?

Sei tu e solo tu che componi? Per quello che

hanno cambiato mille moniker nel tempo, io il

Grafica, grafica, per la rete.

ho visto, anche sul palco sei da solo.

mio lo tengo stretto da quando avevo quindici

Credi che i tuoi studi abbiano almeno vaga-

Si, solo io, sul palco e nella mia stanza, spesso

anni. Mai avuto dubbi, né ripensamenti.

mente a che fare con la tua musica?

con un computer e qualche strumento ana-

Suoni da così tanto tempo?

Sicuramente si. Come ti dicevo apprezzo mol-

logico. Ne compro parecchi da craigslist, o

Si. Da piccolo mia madre mi ha fatto suonare il

to le melodie complesse, che hanno un che di

su Ebay… ho gusti un po’ particolari, specie

pianoforte. Direi che mi ha costretto a farlo an-

geometrico, architettonico, ordinato, in qual-

sui synth. Comunque si, non c’è nessuno che

che se io, da vero testardo, lo detestavo. Non

che maniera. Insomma, ho studiato grafica,

mi aiuti, o che condivida con me il processo

ho mai avuto grande affinità con lo strumento.

ma la mia vera passione è il design. Oltre alla

creativo.

Ma oggi la ringrazio. Mi sono avvicinato alla

musica, naturalmente.

Ho notato che non sei molto loquace, du-

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rante i concerti…

musica. Qualcosa che vedi e che senti, le

un file under assieme a degli sconosciuti che

No, sono un po’ timido. O comunque molto

cose che si fondono assieme.

magari non gli sono neppure tanto simpatici.

concentrato. C’è quasi sempre tanta gente

Credo di capire perfettamente. Se mi succede

Non è il mio caso.

che viene a sentirmi. La cosa ovviamente mi

è un processo largamente inconscio comun-

Ti consideri un grande ascoltatore di musi-

onora profondamente.

que. Anche se sono coinvolto in questo tipo

ca?

Qual è la parte migliore dell’andare in tour?

di estetica, almeno per l’elettronica: suoni

Si e no. Se devo essere onesto, non sono

I momenti pacifici che precedono e seguono

che quasi si possono toccare, che evocano in

molto attento. Non sono il tipo che si fa i

lo show. Gli spostamenti… i momenti riflessivi

maniera piuttosto precisa i suoni della natura,

cd-compilation per la macchina e nemmeno

insomma. E poi, tornare a casa, dormire nel

o della città, o quelli interiori. Così come certe

quelle da iPod. Un sacco di ragazzi della mia

proprio letto dopo tanto tempo.

forme di grafica evocano scenari naturali…

età vengono da me alla fine dei concerti e mi

Già, dev’essere una gioia non da poco.

paesaggi, o emozioni.

mettono in mano i loro demo, chiedendomi

Lo è.

Ti mette a disagio parlare della tua musica?

di essere scelti come spalla, o di essere presi

Sei famoso in città? Tra Pitchfork, Hipster

Come tutti i musicisti, credo, o una buona par-

in considerazione per la mia etichetta, la Car-

Runoff che ha dedicato un post proprio a

te di loro, finisco per comporre a occhi chiusi,

park. Vogliono che metta una buona parola e

“Blessa”… non sei una piccola celebrità?

senza riflettere particolarmente su quello che

via dicendo… cerco di farlo realmente. Non

Credo di si, in un certo senso. Ma è anche

faccio. Esiste ancora, suppongo, quel che si

butto le copie nel portabagagli e le lascio lì…

vero che lo sono sempre stato… cioè, capisci:

chiama ispirazione… ma, no, devo dire che le

Beh, è una gran bella cosa! Hai qualche

Columbia è un posto microscopico, anche se

etichette non mi dispiacciono. Non sono uno

nome da suggerirci in anteprima?

c’è un grande flusso di ragazzi che vengono

di quelli che si sente “costretto” nei nomi o

No, sono terribile con i nomi, non ne sono

da fuori. Tutti sanno che compongo musica.

nei generi. So bene di appartenere a una nic-

proprio in grado. Pensa che non mi ricordo

Ho suonato cento volte in cantine, case di

chia, so cosa faccio e cosa suono. Non posso

neanche di chi è la musica ascolto in auto…

amici e quant’altro… Anche il video di “Bles-

dire di essere eclettico.

è roba che mi ispira e butto dentro, poi per

sa” l’abbiamo girato lì… ho chiesto di farlo a

Hai fatto parecchie interviste durante i tour?

le tracce e tutto il resto sono completamente

un mio amico.

Sono due settimane che non mi intervista

negato.

Non è che sia famoso, è che la gente sa chi

nessuno. Sono abbastanza contento di parlare

Almeno hai un genere di preferenza?

sono. Se non sbaglio però, la celebrità in sen-

con te a dire il vero! È che come ti dicevo, non

Il reggae, almeno per i momenti morti durante

so stretto funziona che gli altri sanno chi sei

sono una persona di moltissime parole, di soli-

il tour.

tu, ma tu non sai chi sono loro… e questo nel

to. Ho bisogno di molte domande!

Ma chi è realmente Chazwick Bundick? Non

mio caso non è assolutamente vero. Ti dicevo:

Noto! Allora eccone un’altra. Una serie di

so… ti piace il cinema? Quali sono i tuoi

è una comunità, un villaggio, il posto classico

artisti suonano all’incirca lo stesso tipo di

registi preferiti… libri preferiti… fumetti?

dove tutti sanno tutto di tutti.

musica e tutti giù a parlare di “movimento”:

Serie televisive?

Non ci sono studenti, che so, dal Massa-

ora, a me è capitato molte volte di chiedere

Oh mamma, mi metti proprio all’angolo… non

chussetes o dal Montana che ti fermano per

ai suddetti artisti cosa ne pensassero e se

ho tempo di fare davvero nulla, specie con il

strada, ti puntano e ti dicono… “Ehi, è Toro

effettivamente si potesse parlare di “scena”

tour, la musica… insomma, voglio ritagliarmi

Y Moi!”

(che non è mai una gran domanda, ma vab-

un po’ di spazi per stare fuori all’aperta, con

Dio, si, a volte capita… tendo a essere terribil-

bé… funziona sempre).

qualche amico! Non vedo un film da una vita.

mente imbarazzato quando succede una cosa

Ho capito dove vuoi arrivare… credo…

Te l’ho detto, se proprio deve essere qualcosa,

del genere. Ma non sorpreso. Come ti dicevo

Bene: perciò, Washed Out, Bibio, Neon In-

allora Chaz è un appassionato di design. Mi

ho suonato talmente tante volte da quelle par-

dian… tutta gente della cosiddetta frangia

sembra sufficiente come hobby! Ora che ci

ti che non sono più una grande novità.

“chillwave”. Cos’è la “chillawave” per te?

penso, non riesco proprio a ricordare qual è

Sei al corrente delle varie etichette che ven-

Questa scena esiste davvero o è una fabbri-

l’ultimo film che ho visto… (ride, NdR)

gono applicate alla tua musica? Tipo glo-fi,

cazione di noi giornalisti?

Ok, almeno dammi questa soddisfazione:

o, la mia personale preferita, “hypnagogic

Io credo che esista. Ma per me è facile dirlo

hai mai pensato di suonare qualche cover?

pop”…

perché le persone che ne fanno parte sono

Non proprio. Cioè, preferisco di gran lunga

Glo-fi ce l’ho ben presente, ovviamente, qual-

miei amici, davvero. Ernest, ossia Washed Out

suonare le mie cose. Non ho mai desiderato

cosa qua e là finisco sempre per leggerla…

o Alan dei Neon Indian, appunto. Li conosco

particolarmente suonare le canzoni di altri.

L’ultima… hypna-cosa? Mai sentito prima… di

piuttosto bene. Sono entrambi affezionati a

Ma… se ne dovessi proprio suonare una,

che si tratta?

me e io a loro.

quale sarebbe?

Solo una definizione che ho letto su Inter-

Hm, capisco. E di cosa parlate? Di ragazze o

Credo sarebbe “Human Nature”.

net, che però mi sembra davvero interessan-

di musica?

Non quella di Madonna, immagino…

te. Te la ripeto in soldoni, a parole mie…

Di musica, soprattutto… delle cose che suo-

No, decisamente no, ahah! Quella di Michael

Spara.

niamo, più che di quelle di altri. Di strumenti,

Jackson. È un po’ che ci penso.

Dunque, l’hypnagogia dovrebbe essere uno

o concerti, possibilità… Abbiamo un bellissi-

Bene, chiudiamo con la classica domandac-

stato tra il sogno e la veglia, in cui pezzi di

mo rapporto. Quindi, per rispondere ancora

cia: stai componendo nuove cose? C’è già

informazione vengono in mente in maniera

alla tua domanda, di sicuro non mi annovero

un “sophomore record” per Toro Y Moi?

quasi tattile. Non sto a tirare fuori parole

tra i musicisti a cui l’idea di “scena” irrita,

No, assolutamente. Forse ho composto un

grosse, semplicemente credo sia uno stato

anzi. Io credo che l’appartenenza sia una cosa

paio di pezzi da quando sono partito. Ma non

di semi-trance in cui i cinque sensi si sfasa-

magnifica. La gente lotta per ottenere quel

di più. Me la prendo comoda. Non ho nessuno

no…

tipo di sentimento… e una volta trovato, beh,

che mi corre dietro. Il disco è appena uscito…

Ok, prometto che andrò a controllare un po’

non sarò io a rinnegarlo! Tutto sta nel come

voglio masticare i pezzi per un po’, specie dal

meglio. Comunque mi sembra molto calzante.

si prende la cosa, ovviamente. Magari a qual-

vivo. Non me ne sono ancora stancato per

Per quello ti chiedevo della grafica e della

cuno non fa piacere di essere “sbattuto” in

fortuna.

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Pantha du Prince Intervista di Gaetano Scippa. Foto di Sean Michael Beolchini. Special thanks: Teo (Spingo) e Annalaura Giorgio (Elita)

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Hendrick Weber, vestito da Pantha du Prince, è uno dei pochi artisti di spessore che stanno emergendo dal sottobosco techno meno integralista, dove l’elettronica si muove leggera e originale mescolandosi a suoni densi e melodiosi, ma soprattutto organici. Sono i suoni della natura, quelli impercettibili che avvertono gli animali prima di una tempesta o di una catastrofe, il rumore nero che sta alla base del nuovo album “Black Noise”. Incontrato dietro le quinte del teatro Franco Parenti in occasione del festival milanese Elita, Weber ci racconta come è possibile sentire il silenzio attraverso la musica, degli amici che lo accolgono ovunque – dal Messico alle alpi svizzere via Parigi e Berlino – e che collaborano con lui, in particolare gli Animal Collective, e di quella volta che volando a Vienna si è preso l’influenza suina…

Quanti anni hai?

Potrei realizzare un disco intero di breaks come

ma viene fuori in un momento successivo e

Potrei avere circa 5 mila anni. Così sostiene un

uno di droni, e in effetti ogni tanto in studio mi

cambia di volta in volta.

mio amico del Messico. Quando, tre anni fa,

diverto così.

Eppure adesso c’è meno rumore nella tua

sono andato a trovarlo, mi ha detto che ho uno

Cos’è cambiato con Black Noise rispetto al

musica rispetto all’inizio.

spirito molto antico.

precedente disco This Bliss?

Le stratificazioni sono tuttora sperimentali, ma

Come mai questo nome, Pantha du Prince?

Ho usato più registrazioni per ottenere suoni

lo sviluppo musicale in genere può darsi che

E’ il nome, in principio The Panther of the Prin-

maggiormente fisici e organici. Ho cercato di

sia diventato di richiamo per un pubblico più

ce, che ho scelto per il mio progetto di musica

far sì che la mia sensazione non fosse quella di

ampio. E’ una cosa a cui non penso molto, pre-

ritmata. Prima producevo musica sperimentale,

avere tutto sotto controllo. Ho voluto che i suo-

ferisco seguire i suoni.

elettroacustica concettuale, ma poi ho deciso

ni si sviluppassero strada facendo, ma al tempo

Quanto ha influito questo concept sul mood

di dedicarmi a qualcosa di più attraente a

stesso che ci fosse un inizio ben definito. Il

chiaroscurale del disco?

livello dance e di ritmicamente dritto. Durante

punto di partenza è stata una jam session sulle

Non saprei dirti, dipende dalla tua percezione.

una discussione sulle radici della musica house

alpi svizzere, con l’intenzione non di produrre

Quanto è stato importante per te il contatto

e sulla storia della techno di Detroit, è venuto

un album di Pantha du Prince, ma trascorrere

con la natura?

fuori questo nome, che unisce la militanza delle

qualche giorno di vacanza con un amico nella

La natura per me è sempre stata un sollievo.

Black Panthers alla musica dell’Underground

sua casa di montagna, raccogliere suoni e

Un rifugio, in particolare dopo essermi ritrovato

Resistance (immaginiamo si riferisca a “The

fare un po’ di prove con i set up dei microfoni

intrappolato nella velocità di civilizzazione della

Prince of Techno” di Blake Baxter, ndr).

in luoghi all’aperto. Black Noise è il risultato

città. Là, su quelle montagne, non avevamo

Qual è il tuo background artistico?

di field recordings e strumenti suonati più

tecnologie come internet e cellulari. Niente.

All’inizio suonavo in un gruppo new wave-pop

qualche elemento ottenuto dalla commistione

Nemmeno una stufa per scaldarci. Ogni mat-

e, come ti dicevo prima, facevo anche musica

e dall’elaborazione dei primi due in modo

tina dovevamo ardere la legna per intiepidire

sperimentale col progetto Glühen 4. Sono

che l’ambiente sia anch’esso uno strumento

l’ambiente. Queste circostanze sono state

cresciuto da indie kid imparando a usare la

dell’album. L’idea di base è che se tu guardi

fondamentali per la registrazione, anche se la

chitarra e il basso, poi ho frequentato i club

dentro un bicchiere di vetro puoi trovare storie

produzione è stata fatta in città. Una contrad-

techno e seguito le etichette di ricerca più

nascoste, un principio di rumore nero (il rumore

dizione che alla fine penso si senta e venga

entusiasmanti e aperte di mente come la Mille

impercettibile della natura, ndr) che non riesci

fuori come un riflesso urbano, come Pantha du

Plateaux o la Mego di Vienna, di cui tuttora

a sentire la prima volta, ma solo in seguito se ci

Prince.

conservo e ascolto tutte le uscite. Ciò ha avuto

entri dentro in profondità. Tra l’altro né io né il

Ti senti parte della scena techno?

una grande influenza su di me, ma in realtà non

mio amico sapevamo che una parte della mon-

Non mi sento parte di alcuna scena. Anche se

ho mai pensato di diventare produttore o di

tagna vicino la sua casa era franata 200 anni

sono in stretto contatto con la Dial e so cosa

vivere di musica. Ora mi sta accadendo tutto

prima causando una tragedia. Questa scoperta

esce a livello techno, non mi interessa guardare

questo… Ho semplicemente seguito una pas-

ha contribuito ad aumentare la mia curiosità e

a ciò che fanno gli altri e in genere non mi mi

sione e cercato di trasferire le mie esperienze

la voglia di approfondire il concetto di rumore

ritrovo nei paragoni con gli artisti a cui mi asso-

passate in un unico progetto, che è appunto

nero.

ciano. Io so solo che certa musica deve esistere

Pantha du Prince.

Cosa rappresenta per te il rumore nero?

e qualcuno la deve fare. Quello che conta è la

Cos’è cambiato passando dalla Dial alla Rou-

Fondamentalmente è il silenzio, ciò che trovi là

musica.

gh Trade?

dove non c’è niente. Un concetto in parte filo-

Trovare un altro significato alla techno, con

In realtà quasi nulla, in entrambe ho avuto la

sofico, ma in realtà più legato alla musica.

particolare riferimento alla minimal, è una

massima libertà decisionale. Diciamo che ora

Come si fa a rendere udibile ciò che non si

missione?

ho la possibilità di lavorare più sui concept e

può sentire?

E’ sempre stata una missione per me cercare

ho il tempo di legare le cose insieme. Diamond

E’ una sorta di paradosso. La musica non puoi

di dare un nuovo valore alla techno, ma non

Daze (il primo album del 2004, ndr) era più che

non sentirla perché è già musica. Quindi alla

è un fatto recente. Anche quando la minimal

altro una raccolta di tracce sparse, invece ades-

fine è tutto un gioco. E’ una questione di pro-

aveva una grossa influenza all’epoca, io non

so c’è un tema generale e io stesso mi sento

spettiva, se la cambi e allarghi i tuoi sensi visivi

sono mai stato propriamente minimal e non ho

più stabile.

e uditivi puoi sentire la musica. Non riguarda

sviluppato un unico motivo da ripetere all’infi-

Che senso ha far uscire un album techno

solo il rumore che ti circonda, ma l’attimo in cui

nito. Ho sempre ricercato un suono organico e

piuttosto che singoli?

riesci a cogliere e registrare, anche inconscia-

vario, che non fosse a battito dritto, sfruttando

L’importante è variare. A me continua a piacere

mente, il cambio di prospettiva. Qualcosa che

però le potenzialità offerte dal clubbing e adat-

l’idea di coltivare l’aspetto fisico della musica.

in un certo istante non credi di aver percepito,

tandomi così a ogni tipo di situazione. Sono

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abituato a suonare dal vivo alle dieci di sera nei

a Parigi, città nella quale vivevo e dove loro

musica è sempre stata pop, anche se condita

concerti o nei festival, ma anche in piena notte

avrebbero suonato. Ci siamo incontrati e mi

da piacevoli escursioni rumoristiche. In parti-

nei club dove la gente accorre per ballare, su-

hanno chiesto di supportarli in tour lo scorso

colare, il modo in cui usano i campionamenti e

dare e prendere droghe.

anno, periodo in cui abbiamo trascorso molto

deframmentano lo spazio è molto interessante.

Com’è nata la collaborazione con Animal

tempo insieme. Mi sono trovato subito a mio

Come avvengono, invece, i tuoi campiona-

Collective e Panda Bear?

agio, perché pur arrivando da una scena pa-

menti?

Ho scoperto gli Animal Collective nel 2005

rallela alla loro, più dance, le mie radici sono

Prendo minime parti, le riverso nel sampler e

circa. Prima non li avevo mai ascoltati, anche

comunque indie. Adesso abbiamo un buon

cerco di regolarle. Altre volte estrapolo più di

se i miei amici ne parlavano di continuo. Un

rapporto, di mutuo scambio, sia personale sia

un secondo o due, o addirittura intere parti

collaboratore della band mi chiamò a suonare

lavorativo.

che faccio in un altro studio, perché a casa non

a New York come primo show di Pantha du

Artisticamente, c’è una certa convergenza da

sono equipaggiato. Non ho strumentazione nel

Prince negli Usa e loro erano lì a vedermi. In

parte di entrambi verso la melodia.

mio appartamento, in pratica solo due casse

seguito, durante la lavorazione di Strawberry

In parte è così, ma aspetterei il loro prossimo

sul tavolo che riesco a infilare in macchina.

Jam nel 2007, sono stato contattato via mail

album per dirlo. Il percorso degli Animal Col-

Il mio set up è davvero basilare, però faccio

da Noah Lennox per fare dei remix in studio

lective è imprevedibile. Tutto sommato la loro

moltissime registrazioni. Prima le parti dei sin-

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tetizzatori, poi i suoni digitali e, con appositi software, processo anche i suoni realmente registrati, integrandoli con parti preesistenti per avere più strati. Costruito il set up, suono le tracce come fossero degli strumenti senza pianificarne la struttura, ma giocando con gli elementi base che hanno già una loro programmazione. Dov’è il tuo studio di registrazione? Attualmente a Berlino, ma le registrazioni dell’ultimo album sono cominciate a Parigi nello stesso studio di This Bliss. Per ultimare il disco ho scelto di tornare a Berlino per lavorare più a stretto contatto con il mio ingegnere di mastering (nel vecchio studio della Basic Chan-

nel, ndr), con cui c’è un continuo scambio di

Devo lavorare a due remix, ma da contratto

conoscenza sulla materia.

non posso rivelare per quali artisti. Posso solo

Per quanto tempo ti sei fermato a Parigi?

dire che entrambi hanno connessioni sia con il

Tre anni. E’ una città che amo e in cui vivrei se

rock sia con la dance. Inoltre sto già pensando

avessi più tempo libero, ma adesso non posso

al prossimo album, ho molte idee e la possibi-

permettermelo perché sono quasi sempre in

lità di lavorare con persone con cui ho sempre

tour a parte qualche giorno di riposo ogni tan-

desiderato farlo. E’ un buon periodo per me,

to. Berlino, da questo punto di vista, è un ap-

ma anche qui purtroppo non posso rivelare

poggio logistico meno complicato da gestire.

altro finché queste collaborazioni non partono

E’ cambiata molto la tua vita da quando fai

sul serio.

il musicista?

Qual è la peggior esperienza a livello artisti-

Non molto, vivo la mia vita come sempre.

co della tua vita?

L’anno scorso non ero sempre in tour come in

Ho rimosso le situazioni peggiori, non me le

questo momento, ad esempio. In genere mi

ricordo (ride, ndr). In realtà finora mi è andato

sveglio presto la mattina, compio piccole ope-

tutto per il meglio. Non ho mai saltato le date

razioni quotidiane, curo le mail, vado in studio

a cui tenevo di più, ad eccezione di una a cau-

verso le tre del pomeriggio e lavoro per circa

sa dell’influenza suina.

tre ore. Torno a casa, mi faccio un pisolino, poi

Ti sei preso la suina?

magari torno in studio, ma non supero mai le

Sì, l’anno scorso. Sai, quando si viaggia molto

dieci di sera.

in aereo è più facile contrarre virus. Ero diretto

Non sono uno di quelli che ci passano intere

a Vienna, ma per fortuna ho recuperato la data

notti, salvo quando devo finire qualcosa. Sono

a gennaio.

mobile, anche per i miei live cerco di trovare

Non eri spaventato? I media ci hanno terro-

sempre le cose nei posti senza dovermele

rizzato con questa storia.

portare dietro. E riesco anche ad avere una vita

Per me era solo un’influenza come un’altra,

sociale.

anzi un’influenza super veloce che mi ha co-

A proposito di vita sociale, come hai cono-

stretto a tre giorni di quarantena. E poi io non

sciuto Tyler Pope (!!!, LCD Soundsystem)?

credo a quello che dicono i media, non mi fido

Attraverso un mio caro amico. Tyler vive a Ber-

della loro costruzione di notizie. Lo vedo anche

lino da un po’ di tempo e ci siamo incrociati

per quel che riguarda Pantha du Prince… Bi-

varie volte. Berlino è una città molto aperta e

sognerebbe avere informazioni più precise da

sociale, non serve uscire apposta per cercare

fonti affidabili, ma in genere non è così.

persone con cui collaborare. Ci si trova magari

Come ti vedi tra dieci anni?

in un bar e da una chiacchiera nasce tutto. Alla

A livello personale non ti so dire. Ma ai lettori

fine abbiamo trascorso un pomeriggio nel mio

interessa una domanda del genere? Per quan-

studio e deciso di fare qualcosa insieme. Più

to riguarda Pantha du Prince, spero solo che

che una collaborazione musicale del tipo lui

questo progetto tra dieci anni esisterà ancora

registra il basso su un mio loop e io costruisco

perché, utilizzando ingressi secondari, entra in

il pezzo sulla sua linea di basso, Tyler ha avuto

mondo la cui porta di accesso principale è sta-

un grosso peso su The Splendour. E’ stato

ta chiusa. Spero di continuare ad aprire sempre

presente in sala per tutte le fasi di costruzione

nuove porte.

del pezzo e la musica, improvvisamente, è

Da solo o con altri musicisti per raggiungere

cambiata.

il tuo obiettivo di un suono sempre più or-

Ti piace remixare altri artisti, tipo Animal

ganico?

Collective e Depeche Mode, o ti diverte di

Pantha du Prince, come la pantera, è un anima-

più essere remixato, come è capitato di re-

le solitario e come tale rimarrà. E’ un confronto

cente con Stick To My Side feat. Panda Bear

con me stesso. Come Hendrick Weber conti-

ad opera di Efdemin, Four Tet e altri?

nuerò le collaborazioni con altri artisti con cui,

Mi piacciono entrambe le cose. Se però mi

per esempio, mi piacerebbe esplorare il discor-

parli di Efdemin rischio di essere imparziale, è

so delle installazioni.

uno dei miei più cari amici.

C’è un artista con cui sogni fin da piccolo di

C’è qualcosa che ti accomuna a Four Tet?

collaborare?

Non saprei, forse, ho suonato tre volte con lui

Se ti dicessi un nome farei torto agli altri e non

in Inghilterra (sorride, ndr).

mi sembra giusto.

Pensi che Pantha du Prince abbia un certo

Recentemente Pitchfork mi ha fatto la stessa

hype in questo momento?

domanda e ho risposto Terry Riley, ma non è

Non credo, sto facendo due show a settimana

una cosa realistica. Inoltre non mi piacerebbe

che è nella media per qualsiasi artista elettro-

lavorare solo con artisti all’avanguardia, ma

nico che abbia appena fatto uscire un nuovo

anche con persone che hanno le idee molto

album.

precise sulla musica techno, o che hanno una

A parte andare in tour, hai in ballo altri pro-

propria visione, o infine con dei cantanti. Le

getti?

voci aggiungono molto calore alla produzione.

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Jeremy Jay Jeremy Jay è nato in California ma è cresciuto con una madre svizzera. Sino all’età di tredici anni in casa parlava solo francese. L’inglese era la lingua di contatto con il mondo esterno, quello della scuola e delle relazioni extra-familiari. Grazie a questo incrocio di culture, americana ed europea, ha sviluppato una personalità raffinata che lo ha distinto dai suoi coetanei sin dai primi anni della adolescenza. Giovanissimo si è trasferito a Portland, in Oregon. Qui è avvenuto l’incontro che ha cambiato la sua vita. Quello con Calvin Johnston della K Records, con cui ha registrato il suo primo disco, “A place where we could go”. L’ossessione per i film della Nouvelle Vague francese lo ha portato in seguito a Parigi, dove ha concepito il suo secondo album, “Slow Dance”. Un piccolo gioiello di melodie uptempo, in bilico tra il mondo adolescenziale descritto da John Hughes in “Breakfast Club” e un film in bianco e nero di Godard. Inquieto globetrotter romantico, negli ultimi anni si è fermato a Londra, dove per la prima volta ha iniziato a sentirsi americano. In questa fase molto particolare della sua vita ha scritto una nuova collezione di canzoni, “Splash”, quasi di getto. Un lavoro influenzato ampiamente dall’indie rock a stelle e strisce anni novanta e dal post-punk di stampo eighties. Un cambio di direzione improvviso che non sembra essere definitivo. In programma entro la fine del 2010 infatti c’è un altro album, “Dream Diary”, al quale lavora ormai da quattro anni. Siamo sicuri che aprirà nuove porte nel variegato mondo di questo giovane e magrissimo menestrello contemporaneo. Intervista di Marco Lombardo. Foto di Ben Rayner

Ciao Jeremy. Come stai? Bene. Dove ti trovi al momento? Londra. So che ti trasferisci di continuo. Dove abiti in questa fase della tua vita? A Londra ma sono spesso a Parigi, dove ho vissuto per un po’. Sei un viaggiatore. Cosa ti affascina di più di questo stile di vita? E’ la mia natura… Forse mi definirebbe meglio la parola esploratore. Mi piace l’idea di assorbire culture diverse, trovarmi in luoghi che non conosco e che a volte non capisco… Mi sento spesso un turista. Anche quando sono a casa. Sei in tourné sei-sette mesi l’anno. Non ti stanca mai questo tipo di vita? No. Suonare mi fa sentire vivo. E’ l’unico modo per essere presenti sulla scena, per farsi davvero conoscere dai fan. Ho bisogno di un contatto diretto con il pubblico, di vedere sulla faccia della gente le diverse reazioni all’ascolto di una mia canzone. Non

potrei mai limitarmi al solo studio di registrazione. Ho bisogno di spostarmi spesso, interagire con persone nuove. Per una band è fondamentale suonare il più possibile. Sul palco impari a scrivere canzoni migliori. Non è solo una questione di routine, di esercizio. Si tratta di qualcosa di più spirituale. Sei nato e cresciuto in California. Esatto, a Chula Vista per l’esattezza, per poi spostarmi a Los Angeles. Mia madre è Svizzera. Non sono il classico American Boy. In casa, da piccolo, non si parlava inglese, solo francese. Ho vissuto l’infanzia e la prima adolescenza in mezzo a un incrocio: tra la cultura americana e quella europea. Ecco spiegata la tua fascinazione per la Nouvelle Vague, per Edith Piaff, Francois Hardy, Anna Karina e Jacque Brel… Sì, in un certo senso è colpa di mia madre! Quei personaggi mi hanno sempre colpito per la straordinaria carica visuale che li circonda. Trasudano stile, come tutti i film di Godard d’altronde. Potrei facilmente definirmi un’esteta. Sono le immagini la prima cosa che colpisce la

mia immaginazione. Attraverso di esse creo degli universi che esistono solo nella mia testa, dai quali poi spesso vengono fuori le ambientazioni e i personaggi dei miei brani. E l’incontro con la musica? Quando è arrivato per la prima volta? All’età di sei anni. Camminavo tra i corridoi della scuola elementare e ho sentito il suono di una tromba provenire dalla classe di musica. E’ stato un momento di svolta. Ho capito che sarei diventato un musicista. Così ho cominciato a prendere lezioni e ho studiato tromba sino alle superiori. Alle medie c’è stato un altro passaggio cruciale: ho visto il film La Bamba e mi ha cambiato la vita. Mi sono innamorato della chitarra e mia zia, che è una suora, mi ha regalato uno spartito di quella canzone. E’ stato il primo brano che ho imparato a suonare. Che tipo di educazione hai avuto? Ho fatto l’accademia teatrale, ho studiato recitazione. Poi sono stato al North West Film Center di Portland, Oregon, dove ho anche girato un film. I tuoi genitori ti hanno appoggiato nella

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scelta di fare il musicista? Sì, sono stato fortunato. Mi hanno sempre supportato e spinto a seguire le mie passioni. Negli anni sei stato paragonato ad artisti come David Bowie, Buddy Holly e Jonathan Richman. Nel nuovo album le infuenze però sembrano provenire da un’altra direzione… Hai ragione. Splash è stato registrato in uno studio in Olanda. Il proprietario aveva una collezione di dischi che non conoscevo: Silver Jews, Pavement, Built To Spill, Soiuxise And The Banshes, Evol, Sonic Youth. Mi ci sono buttato a pesce. Quei nuovi ascolti hanno avuto un’importanza fondamentale per il mood generale dell’album, hanno aperto nuove porte… E’ sicuramente l’album con i suoni più pesanti… I testi invece come sono nati? Nello specifico, per Splash, li ho scritti a Londra e sono ispirati alla città inglese e a tutta una serie di film che ho visto. Allo stesso tempo però è la prima volta che in un disco mi accorgo di quanto sia forte l’influenza della cultura americana sul mio modo di essere. Per certi versi questo è anche un album sul vivere lontano da casa... Ogni canzone è costruita come un breve cortometraggio, con un personaggio e uno svolgimento molto cinematografico della storia. Raccontaci della gestazione di Splash. E’ il disco che ho realizzato più velocemente. Per un po’ sono andato in giro per Londra con un quaderno di appunti. Scrivevo testi, disegnavo, raccoglievo spunti ovunque. Poi ho riunito la mia band e abbiamo messo insieme le canzoni. Tempo due settimane eravamo in studio a registrarle. E’ la prima volta che passa così poco tempo tra le varie fasi di realizzazione: scrittura, registrazione, pubblicazione. La gestazione di Splash è iniziata ad Agosto, il tassello finale è stato aggiunto a dicembre. E’ il primo album che promuovo a non sembrarmi vecchio di secoli. Dove è stata scattata la copertina di Splash? A Parigi, nei Jardin du Luxembourg. In lizza c’era anche una foto fatta a Londra ma alla fine ho optato per quella parigina. Immagino che sia il tuo disco preferito tra quelli che hai ormai alle spalle? Puoi dirlo. Non c’è dubbio. E’ il più diretto, il più spontaneo e anche il più omogeneo. E’ l’album della mia maturità? Forse… Sicuramente è quello in cui mi sono sentito più libero di sperimentare nuove soluzioni. Nel corso del 2010 hai in programma di pubblicare un altro lavoro, Dream Diary. Come mai questa scelta? Quali saranno le

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differenze rispetto a Splash? Dream Diary sarà sugli scaffali dei negozi di dischi entro la fine dell’anno. Sono due dischi molto diversi. Splash, come ti accennavo è molto spontaneo, senza fronzoli. Dream Diary invece è un album che mi porto dietro da quattro anni. E’ un progetto a lungo termine, registrato in molti luoghi diversi, più strutturato ed eterogeneo. Sarà molto lontano dal precedente anche nelle atmosfere. Quante canzoni hai registrato nel corso della tua carriera? Tantissime. Nella mia casa di Los Angeles ho i provini di migliaia di brani che ho collezionato da quando ho quattordici anni. Non so se verranno mai alla luce. Come descriveresti la tua musica a un bambino? Mettiti le scarpe da ballo, che si comincia! Se non fossi un musicista cosa vorresti essere? Non saprei. Suonare è l’unica cosa che so fare. Però so anche preparare delle colazioni da favola! Ti ricordi la prima volta che hai incontrato Calvin Johnson della K Records? Certo. Ero a casa di un amico e lui si è presentato all’improvviso per prendere una pila di 45 giri. Questa persona aveva una band e Calvin voleva assolutamente distribuire il loro disco. Abbiamo chiacchierato per un po’ quel pomeriggio e siamo entrati subito in sintonia. In seguito mi ha invitato a prendere un caffè da lui e si è interessato alla mia musica. Sono andato in tour con la sua band e, una volta tornati, mi ha aiutato a registrare alcune canzoni che sono poi finite sul primo album, A place where we could go. E’ stata una figura cruciale nella mia storia da musicista. Ascolti ancora il tuo primo disco? In realtà non mi capita spesso anche se ovviamente è stato un passaggio importantissimo. Volevo che funzionasse come il primo libro di una lunga serie. L’incipit di una storia molto più complessa e articolata. E’ stato una sorta di introduzione al mondo di Jeremy Jay. E’ per questo che in quasi tutte le canzoni parlo di me in terza persona. Slow Dance invece ruota intorno a che cosa? E’ un disco dalle atmosfere molto invernali. E’ pieno di romanticismo, di neve e di ghiaccio. A place where we could go era un album prettamente mid-tempo mentre Slow Dance è decisamente più up-tempo. Qual è stato sinora il momento più importante della tua carriera? E’ difficile rispondere. In questo momento sono particolarmente eccitato perché

suonerò al festival di Cannes. Ho scritto la colonna sonora di un film che verrà presentato fuori concorso (Belle Epine di Rebecca Zlotowski). Mi esibirò durante la sua presentazione. Non vedo l’ora! Da dove vengono le tue canzoni? Di solito in quale stato d’animo le scrivi? Devo essere felice per comporre. Quando sono entusiasta della mia vita mi viene voglia di prendere in mano la chitarra o di sedermi al pianoforte. Quali sono i film e i registi che ti hanno ispirato? Tantissimi. In questo momento però sono ossessionato da Martin Scorsese. Sto guardando tutti i suoi film. Dal primo all’ultimo. Il tuo posto preferito nel mondo? La California. Ti ricordi il nome della tua prima ragazza. Vi sentite ancora? Non te lo dico! Ha mai avuto una storia con una ragazza italiana? Mi piacciono soltanto le donne italiane! L’ultimo disco che hai comprato? Who killed Mr. Moonlight dei Bauhaus. Cosa stai ascoltando al momento? Best Coast, Dum Dum Girls, Dr. Dre e Nico. In che film ti piacerebbe recitare? Uno a scelta tra quelli di Steven Spielberg. Hai una serie tv preferita? Twin Peaks. Il pittore che ami di più? Marcel Duchamp. Soprattutto le sue opere sul vetro. L’attrice? Catherine Deneuve. Il piatto senza il quale non potresti vivere? La Pizza. Quando ho suonato a Marina Di Massa ho mangiato la pizza più buona del mondo! Se potessi rinasce nei panni di un’altra persona, chi ti piacerebbe essere? Vorrei reincarnarmi nel corpo di un bullo. Hai fratelli o sorelle? Una sorella più piccola. Si chiama Renee. Anche lei scrive canzoni. Cosa fai di solito prima di andare a dormire? Mi lavo i denti e la faccia. Qual è la prima cosa che hai pensato questa mattina appena sveglio? Il tour di Splash parte tra dieci giorni e ho ancora un sacco di cose da fare. Quanto è grande casa tua? La stanza che preferisci? Vivo con alcuni amici in una casa di due piani. Il giardino è la parte che mi piace di più. Cosa farai stasera? Guarderò un film di Martin Scorsese: The Age of Innocence


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David Lee Miller Intervista di Valentina Barzaghi. Foto di Samantha Casolari

David Lee Miller non è più un giovinastro, ma mi piacerebbe uscirci una sera a bere una birra: ci metto la mano sul fuoco che morirei dalle risate. David è il regista di uno dei film più controversi e stilisticamentetecnicamente innovativi che ho visto ultimamente: “My Suicide”, storia del teenager Archie e di tutto quello che succede nella sua vita, oltre che in quella di coloro che lo circondano (coetanei, compagni di scuola, familiari), dopo l’annuncio del ragazzo al laboratorio di cinema scolastico che come lavoro di fine corso porterà il filmato del suo suicidio in diretta. Nonostante sia stato realizzato rigorosamente low budget, “My Suicide” vede la fusione di diversi stili (dalla fiction all’animazione, dal documentario realizzato con filmati d’archivio alla soggettiva della camera che il protagonista porta sempre con sé). Vincitore dell’Orso di Cristallo all’edizione 2008 della Berlinale (nella sezione Generation 14Plus), solo per dire uno dei premi che si è portato a casa, una dark-comedy assolutamente da procurare. Questa la chiacchierata che mi sono fatta con David, dopo tempo che ci inseguivamo a vicenda (a Thousand Oaks, California era l’una pomeridiana per me le 22 di una giornata che sembrava non dover finir più), via skype. Divertente. 72 PIG MAGAZINE


Ciao David! Come stai? Molto bene. Pazzesco. Molto impegnato. Quando ci siamo sentiti via mail in previsione dell'intervista mi hai detto che sei al lavoro sul biopic di Daniel Johnston, che trovo un artista davvero incredibile, sono curiosa di vedere cosa ne tirerai fuori... Mi racconti qualcosa a proposito? Sì, sto lavorando ad un progetto creativonarrativo raccontato come se fossimo nella testa di Daniel. Gabriel Sunday, il mio partner creativo e star di My Suicide, lavorerà direttamente con Daniel e lo girerà. Attualmente stiamo scrivendo la sceneggiatura - proprio in questo momento, tieni conto che stiamo facendo delle intense sedute di scrittura - infatti mi trovi nel mezzo di un break durante il quale ho avuto modo di mettermi a farmi una chiacchierata con te. Qual è l'aspetto migliore di essere David Lee Miller? Vivere una vita immerso nell'arte... e la mia famiglia... e tutto ciò che ruota attorno al mio lavoro, il processo creativo... in particolar modo amo il percorso che mi porta ogni volta a sviluppare qualcosa di artistico e il fatto che la mia famiglia ne faccia parte. E la peggiore? Una delle cose migliori di essere un filmmaker è che ogni giorno ti trovi davanti a qualcosa di radicalmente diverso da quello prima e che sei totalmente immerso nell'arte (in generale). Amo questo processo. Adoro davvero "Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo" di questa professione, quindi posso realmente rispondere a questa domanda dicendoti che non c'è un vero aspetto negativo nell'essere me. La cosa più difficile, a volte, è che non riesci a staccarti da quello che fai. E ti assicuro che rischi di uscirne un po' pazzo... Quanti anni avevi quando hai iniziato a girare film? Guarda, sono cresciuto pensando che avrei voluto avere una carriera o come musicista o come scrittore. Suono la tastiera da quando ero davvero giovane in bands blues e rock a Milwaukee, nella zona di Chicago. Ero una matricola a Princeton e il mio compagno di stanza, un ragazzo di nome Rick Feist, che ora è un editore di New York, mi aveva portato ad un seminario di cinema con Marcel Ophuls, che era lì come ospite in visita. Rick aveva realizzato un cortometraggio durante una parte di questo seminario e io votai per lui. Ma fu in quel momento che un tarlo mi si insinuò nel cervello... Mi piaceva, wow, era davvero figo! Quando mi trasferii a Stanford, e il produttore di uno dei miei film preferiti, The Day The Earth Stood Still, Julian Blaustein, che finalmente era cresciuto professionalmente, venne in dipartimento, ne fui completamente rapito. Ma quindi hai frequentato qualche scuola prima del tuo debutto professionale? Sì certo, sono laureato in Comunicazione... giornalismo e cinema, alla Stanford University... quindi ho studiato cinema. Dopo mi sono messo a lavorare per le produzioni di Keith

Larsen, come parte di un piccolo team di filmmaker: giravamo film d'avventura in modo libero attraversando l'America dell'Est. E' stato con queste persone che ho fatto tutto e ho imparato davvero tutto quello che c'è da sapere su come muovermi come filmmaker. Sono stato anche assistente montatore su due di questi lavori... Ho detto spesso ai ragazzi giovani con cui mi è capitato di lavorare nel corso degli anni che la sala di montaggio è uno dei posti migliori in cui imparare davvero come si fa un film, come si racconta una bella storia. E ci credo ancora oggi. Dopo questa esperienza ho collaborato con Roger Corman e devo dire che è stata una delle migliori esperienze formative della mia vita. Adesso lavori anche con tuo figlio Jordan, che ad esempio in My Suicide ha collaborato alla sceneggiatura: ne sei felice? Lavorare con mio figlio Jordan e mia figlia Sarah è davvero un'esperienza grandiosa. Adoro questa cosa. Sono entrambi cresciuti nell'era del digitale, usando Final Cut Pro al mio fianco, giocando con i videogames. Tutto questo succedeva tra i loro nove e dodici anni, quindi puoi immaginarti gli anni d'esperienza, soprattutto a livello di digital arts, che hanno accumulato... Però ho imparato molto di più io da loro che il contrario, te l'assicuro. Inoltre Gabriel Sunday (in My Suicide ha partecipato sia alla sceneggiatura, sia nel ruolo di attore protagonista, Ndr), che ha la stessa età di Jordan (23 quest'anno), per me è diventato come un figlio/una sorta di migliore amico, oltre che un partner-collaboratore creativo, così come un po' per tutti nel team. Essere un uomo "vecchio" è fantastico quando hai dei giovani "arbiters of cool" attorno... Mi evita di toccare il fondo prima del tempo. Bene, bene... direi che ora possiamo iniziare a parlare di My Suicide... Mi dici cinque cose sul film che nessuno sa? Wow, questa è difficile... Però c'è sempre qualcuno che sa tutto ricorda (ride). Vediamo un po'... 1) Se congeli il film, troverai dei messaggi nascosti; 2) Le uova di Pasqua... direi un bel po' (chi può sapere quante Gabriel e Jordan ne abbiano infilate? Non lo scoprirò mai); 3) Se lo guardi al contrario (ovviamente è più difficile riuscirci congelandolo), troverai un paio di messaggi nascosti (molto difficili da scovare); 4) Mark Mothersbaugh ha creato undici tracce per il film; 5) Alcune scene sono letteralmente un mix tra documentario e improvvisazione. Quando gli attori scritturati si trovavano nella stessa scena tutti insieme, spesso non sapevano chi dovesse fare cosa... Ne aggiungo un altro: l'home video del giovane Archie... è veramente Gabriel Sunday in un suo video di quando era piccolo. Ahahah... ok, grandioso, direi che hai risposto esaurientemente alla mia domanda (anche se alcune affermazioni sono di dubbia veridicità)...Quanto tempo ci hai messo per realizzare il film?

Io e Jordan abbiamo pensato la storia che era il 2002, mentre lui era ancora un "freaky little digital kid" desideroso di mettersi a riprendere i suoi sport estremi e festival come X-Dance e Ojal. Eric Adams ci ha raggiunto un po' dopo, in tempo per contribuire anche lui alla stesura della sceneggiatura. Originariamente l'idea era quella di girare un film low budget e non a scopo di lucro con il nostro media arts group, la Regenerate (www.regenerate.org). Gabe è subentrato nel 2005 a abbiamo girato tutto nel 2006, per poi spendere due anni e mezzo in postproduzione, sviluppando la parte d'animazione e il montaggio, letteralmente dipingendo la pellicola e "scrivendo sulla timeline". Totale: quattro anni. Un paio di più di quelli che all'inizio avevamo preventivato per questa storia. Quali sono state le difficoltà più grandi nel buttarsi in un progetto come quello di My Suicide? Nonostante sia un film low budget, è una pellicola estremamente complessa e complicata. Abbiamo vissuto con il credo WWAD - What Would Archie Do? - cercando dunque di creare una serie di diversi film in uno. Abbiamo girato la parte tradizionale di sceneggiatura e quella fondamentale di fotografia con una crew piccola ma completa, creando la base per la struttura su tre piani - dopo di che ci abbiamo sovrapposto le altre sezioni in modo disconnesso al fine di ottenere il nostro film freak, proprio come piace ai teenager - che andava ad unire web, tv, film, stralci documentaristici, riprese di ogni tipo e di ogni formato immaginabile, mescolato tutto sulla timeline con pittura e animazione - oltre che a una serie di scarabocchi. L'American Cinematographer ha redatto un breve articolo su My Suicide, concentrandosi sulla postproduzione. Abbiamo mixato formati diversi più di ogni altro film nella storia, è stato detto - ed è stato proprio questo che ha creato più problemi. Tutta la parte di animazione è stata fatta da Arivin Bautista, che aveva 23 anni ai tempi del progetto, mentre gli effetti sono di Joe Kastely, anche lui ventitreenne all'inizio dei lavori. La linea che abbiamo deciso di seguire era davvero complicata e quindi ci siamo rivolti anche a Quantel Pablo che ha lavorato come Digital Intermediate e Digital Jungle insieme a John Scheer, uno dei più grandi coloristi. Il mix finale è stato fatto alla Sony con John Chalfant. Così il risultato finale è una combinazione tra il talento handmade di giovani artisti e il contributo professionale di leader del settore. Poi non dimentichiamo la musica, che spazia da grandi band come i Radiohead a musicisti come Alex Herron che mia figlia ha scoperto su Myspace. Senza la Interscope Records come supporter, non avremmo mai potuto avere tutto questo. Mark Mothersbaugh (Devo) ha realizzato undici tracce per il film e Tim Kasher (Cursive, The Good Life) ha lavorato alla colonna sonora. E' stato davvero un lavoro da pazzi, ma tutti ci siamo divertiti e impegnati. Infine, Karyn Rachtman e Bobby Lavelle ci hanno fatto da

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supervisori musicali (puoi vedere come, solo per la musica, il nostro sforzo per trovare budget sia stato gigantesco). Per non parlare del fatto che abbiamo anche consultato una serie di professionisti tra psicologi & co. per avere un punto di vista lucido e razionale sugli adolescenti e il suicidio. (Nella colonna sonora del film troviamo artistiband del calibro di - oltre i citati sopra - Bright Eyes, Devendra Banhart, Animal Collective, Daniel Johnston, My Morning Jacket, MGMT, TV On The Radio... e molti molti altri, servirebbe un elenco telefonico per citarli tutti). A proposito di adolescenti... Qual è secondo

te il mito più abusato riguardo ad essi? Purtroppo il suicidio giovanile si basa su un mito consolidato, sul fatto che si arrivi a pensare di essere gli unici a provare un particolare dolore, disagio. Combina questo con l'idea che il suicidio in generale sia un taboo nella nostra società, qualcosa che vada "nascosto sotto il tappeto", il che porta silenzio, mancanza di comunicazione e crescita del dolore... E' importante far capire ai giovani che non sono soli nella loro inquietudine e con i loro sentimenti, soprattutto nella società odierna, con il suo sovraccarico di informazioni esterne.

Riuscire a raggiungerli e a farli comunicare, vuol dire dar loro sostegno come amici e regalare loro un aiuto, una dimensione al loro dolore. E' difficile essere giovani. Ormai un ragazzo medio guarda porno hard core dall'età di nove anni su internet... Come si fa a parlare loro di amore, sesso e romanticismo? Eppure quello è anche il momento in cui le famiglie dovrebbero intervenire di più nel dialogo. I bambini spesso arrivano a pensare che in chiave di consigli ormai siano più utili i media, i computer, l'informazione tecnologica - abbiamo la prima generazione di bambini che sono

meglio dei loro genitori in questo. Così i genitori spesso finiscono per non ottenere stima e cercare quello che vogliono nel modo sbagliato. I giovani meritano rispetto per le proprie competenze e le due generazioni dovrebbero iniziare insieme un cammino di comunicazione e guarigione. Queste difficoltà le vedi in My Suicide e speriamo passi il messaggio. Negli USA poi c'è questa cosa ridicola che se hai sedici anni non puoi vedere un film in cui usano la parola cazzo o che abbia connotazioni sessuali, tutto ciò non sembra tener conto del

tipo di informazioni che assorbono ogni giorno dal resto... è assurdo. Mentre in Europa poi capita che il nostro film finisca nella sezione "youth" della Berlinale - dedicata ai ragazzi dai quattordici anni in su. Quando ero più giovane, una cosa che mi creava disagio era la solitudine, nelle sue numerose forme, ero arrivata a pensare che l'inferno fosse un luogo in cui ti lasciano sola per l'eternità. Per te com'è l'inferno? L'inferno per me è un mondo governato da Fondamentalisti.

Qual è stato il momento più importante della tua carriera finora? Ce ne sono davvero tanti per dirne uno solo, a partire dal processo creativo che viene messo in piedi ogni volta in quello che faccio, come ti dicevo - il buono e il cattivo, i rifiuto e l'accettazione. Dal punto di vista professionale poi posso dire che ho fatto uno dei primi home video, ZooOpolis!: è stato figo. Ho sviluppato le prime edizioni speciali su laserdisk quando ancora nessuno sapeva cosa fossero (nel 1990-91),

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un aspetto molto eccitante, così come fare uno dei primi CD-ROM con la Voyager Company - Mozart, The Dissonant Quartet - ... E va beh, giocare con i primi videogames è stato sensazionale. Però se dovessi scegliere il mio momento migliore in assoluto direi il mio oggi, quando posso muovermi liberamente nella scelta tra diverse tecnologie (quelle che ho sperimentato in My Suicide); inoltre ho vinto L'Orso di Cristallo alla Berlinale e viaggio per il mondo con i miei film e la mia famiglia. Mi piace vedere come i miei lavori influiscano sulle persone, sui giovani. Ora sono in trepidazione per l'uscita del mio ultimo lavoro in

autunno (A Boy and His Dog, Ndr), una sfida visto quanto è difficile far uscire un film indipendente. Poi citerei anche il lavoro con Larry Janss, il mio partner, e la Regenerate, dopo l'uscita di My Suicide, che promette di essere davvero gratificante anche per il futuro. Che tipo di camere hai usato per girare My Suicide? Sarebbe stata più facile la risposta se mi avessi chiesto quali camere non ho usato. C'è un punto camera oggettivo nel film, e per oggettivo (senza giochi di parole) intendo qualcosa che il pubblico non identifica. In definitiva il film è stato realizzato in digitale perché volevo

che il focus rimanesse sulla storia e sui personaggi, non sul resto: per questo abbiamo pensato che una camera digitale sarebbe andata più che bene, anche per l'effetto realtà che doveva essere ricreato. Il tutto è stato poi mescolato con i filmati delle telecamere di Archie - una DVC-PRO 50 su una Panasonic SDX-900. Il resto del film è stato girato con camere molto piccole, mentre il finale è stato girato in HD su una HVX 200. I formati poi sono stati tutti mixati attraverso la storia - aspetto, codec, frame rates... tutto cambia in base a come Archie vede le cose attraverso la sua camera. L'animazione è stata fatta con software come

Flash, After Effects, Photoshop, un po' Maya, stop motion vecchio stile e stills. Sai fra l'altro che una mia operatrice, oltre che il direttore della fotografia, erano donne? Lisa Wiegand e Angie Hill. Bravo David, incentiviamo le crew femminili... Dimmi... C'è qualche vizio che proprio non riesci a levarti? Il caffè. Caffè espresso forte, come lo bevete voi. Chi vorresti intervistare se per un giorno facessi il mio lavoro?

Muovendomi in campo cinematografico.... Mi piacerebbe intervistare Jean-Stéphane Sauvaire, il regista di Johnny Mad Dog, perché è in assoluto la migliore pellicola che ho visto quest'anno girando per festival con il mio film. E' viscerale, potente, cinetico, così reale a livello emotivo. Avrei una valanga di domande per lui e su come lo ha realizzato. La domanda che nessuno ti ha mai fatto, ma a cui ti piacerebbe rispondere? Oh mamma, questa è difficile. Dovrei avere del tempo per pensarci, ma purtroppo mi

stanno chiamando in riunione creativa. Parlando con te non mi sono accorto che ho un'ora e mezza di ritardo (ride). Le domande di PIG sono super cool! Dovrei passare da Milano a Primavera inoltrata diretto verso il Sud Italia dove sarò a girare per qualche settimana. Ci sentiamo per il mio caffè espresso forte. Andata, ma io lo bevo americano. (Ride). Ciao... (in verità dice Caio, Ndr)... credo che il mio spelling sia sbagliato (ride). www.mysuicide.net

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Lui: t-shirt WRANGLER, lei: Giacca BESS NYC, anelli ALEX & CHLOE


Taylor & Ned Photographer: MaRLEY KATE Styling: LAUREN GRANT Hair&make-upl: JiLLIAN Villafane using MAC Cosmetics Models: TAYLOR WARREN @ Wilhelmina NED SHATZER @ Fusion

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Shorts SCREAMING MIMIS, reggiseno e autoreggenti AGENT PROVOCATEUR, collane ALEX & CHLOE

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Lui: Jeans LEE, lei: Reggiseno AMERICAN APPAREL, shorts KSUBI

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Lui: T-shirt SOPHOMORE, jeans LEE, lei: T-shirt SCREAMING MIMIS, slip WUNDERVOLL

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Shorts SCREAMING MIMIS, reggiseno e autoreggenti AGENT PROVOCATEUR

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82 PIG MAGAZINE

Lui: Jeans LEE, lei: Reggiseno AMERICAN APPAREL, shorts KSUBI, cappello TOPSHOP


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Top CAMILLA & MARC, shorts vintage LEVI’S, anello ALEX & CHLOE

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Top ALEXANDER WANG, gonna SCREAMING MIMIS, intimo AGENT PROVOCATEUR, cappello TOPSHOP

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Ana & Iris Photographer: QUENTIN DE BRIEY Styling: DIXI ROMANO @ motif management Models: IRIS HUMM @ uno models and ANA

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Ana: Camicia LEE, Iris: Vestito MASSCOB

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Ana: Camicia LEE, Iris: Vestito MASSCOB

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Iris: Camicia vintage STUSSY, denim shorts DIESEL, scarpe CONVERSE

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Ana: Collana APRE'S SKI

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Iris: Vestito MASSCOB

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Ana: Camicia FRED PERRY, vestito G STAR

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Iris: Vestito MASSCOB, Ana: Shorts vintage

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Iris: Vestito MASSCOB

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Iris: Maglia a righe FRED PERRY, gonna MISS SIXTY, scarpe adidas

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Iris: Camicia vintage STUSSY, denim shorts DIESEL Ana: Vestito vintage

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Ana: Camicia LEE, shorts vintage, scarpe CONVERSE

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Ana: Cardigan in lana vintage

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Ana & Iris: Body AMERICAN APPAREL

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Iris: Camicia vintage STUSSY, denim shorts DIESEL, scarpe CONVERSE Ana: Vestito vintage

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Piglist:

Doppia piglist anche per questo mese. Da una parte le scelte di Uffie, ricomparsa con l’atteso disco d’esordio, dall’altra Ryan Olson, mente dei Gayngs - uno dei nostri dischi del mese - che ci riporta indietro negli anni ottanta.

Gayngs Eric Carmen - All By Myself Toto - I’ll Be Over You Whitney Houston - You Give Good Love Survivor - The Search Is Over Chris de Burgh - Lady In Red Billy Vera - At This Moment Exile - Kiss You All Over Phil Collins - One More Night Lionel Richie - Say You, Say Me The Cars - Drive

Uffie Jay-Z - On To The Next One Uffie - Art of Uff MGMT - Someone’s Missing Craig Walker - Photograph  (Demon Remix) Ludacris - How Low (The Filth Remix) Kate Nash - Mouthwash Kavinsky - Nightcall Breakbot - Baby I’m Yours Jay-Z feat. Alicia Keys - Empire State Of Mind Gorillaz - Some Kind Of Nature

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Musica Album del mese

Di Depolique e Marco Lombardo

Ceo - White Magic (Sincerely Yours/ Modular) L’annuncio è ufficiale, viene da un comunicato stampa dadaista, in cui sono citate Rihanna e Charlotte Casiraghi, Dj Dilla e Seinfeld. Eric Berglund ha messo da parte i The Tough Alliance per buttarsi anima e corpo in Ceo, il suo progetto solista. White Magic è impregnato ovunque di rimandi al gruppo madre: ritroviamo le inconfondibili melodie di Eric, l’intreccio di percussioni caraibiche e ritmiche piano-house, l’epicità delle orchestrazioni, la costante tentazione di sconfinare in territori world-music e new-age. Tutto perfetto, tutto così TTA. E’ nella title-track che constatiamo i primi segni di rottura con il passato: l’ossatura si fa tribale, la melodia è guidata da una chitarra acustica, il basso e i sintetizzatori descrivono contrappunti trance. Come un inno da stadio, esploso nella foresta amazzonica. Da brivido. L’album però raggiunge l’apice espressivo in Come With Me, dinoccolata perla proto-house. E se questo coacervo di generi e stili lo chiamassimo Nu-Age? M.L.

Gayngs - Relayted (Jagjaguwar) Non è chiaro cosa faccia funzionare un supergruppo: una visione ben definita o una jam imprevista, l’amicizia dei vari componenti o un incontro casuale? I Gayngs tra l’altro non lo sono nemmeno. Il loro obiettivo è però chiaro: canzoni ispirate ad I’m Not In Love dei 10cc.  Ma se l’idea è semplice e precisa, la messa in pratica è stata più laboriosa. Al progetto iniziale, nato dalle menti Ryan Olson e dei due Solid Gold Zak Coulter e Adam Hurlburt, si sono aggiunti i contributi di numerosi musicisti della scena di Minneapolis. C’è voluto un anno per dare una forma a Relayted, raccolta di sensuali ed eleganti prelibatezze (d’altronde siamo a casa di Prince) che avanzano a passo lento e catturano inesorabilmente.  A tratti ricordano gli xx - per lo spazio che lasciano e per la loro estroversa intimità - ma i riferimenti sono altri, molti dei quali hanno più di vent’anni.  Pop, soul e R&B, oltre ai 10cc, Talk Talk e persino Sade. E forse proprio prendendo a prestito un pensiero di Julie Burchill sulla cantante britannica, riusciamo forse a descrivere al meglio la musica dei Gayngs, come “una mentina acustica da succhiare” quando tramonta il sole. D. 105


Musica Album del mese

Di Depolique, Marco Lombardo, Gaetano Scippa e Marco Braggion

Tame Impala - Innerspeaker (Modular)

Ariel Pink’s Haunted Graffiti - Before Today

Guido - Anidea (Punch Drunk)

Nostalgici come i più noti connazionali e

(4AD)

Sono bastati due EP di successo, Orchestral

colleghi d’etichetta Wolfmother, gli australiani

I tempi sono maturi per Ariel Rosenberg,

Lab e Beautiful Complication, per far emergere

Tame Impala sono rockers meno sguaiati e

a suggerirlo è la rivincita del nuovo pop

Guido dalla “trilogia di porpora” che lo vede,

aggressivi, come chi evita di urlare perché

casalingo e l’ingresso nella famiglia della 4AD.

insieme a Joker e Gemmy, condividere synth

convinto dei propri argomenti.

Al solito un immaginario mixtape, come

poderosi e suoni a 8 bit. Il primo album di Gui-

Il trio di Perth ci guida in un piacevole trip,

una compilation di inediti firmata da band

do dimostra come si possa lavorare in chiave

come sprofondare lentamente in un vortice

sotterranee, ricco di hit come non mai.

pop e dare calore umano al grime-dubstep in

di morbide distorsioni o all’opposto librarsi

L’atmosfera è da prom di fine corso con un

stile Ikonika, combinato con l’R’n’B futuristico

leggeri in una nuvola di fumo.

viavai di esordienti ad alternarsi sul palco.

di Timbaland e Neptunes, senza mai perdere le

Stoner dolce e melodie beatlesiane, condite

Luci colorate e suoni allucinati, tra zoppicanti

proprie radici di Bristol. Il singolo Way U Make

da slanci ipnotici di matrice crucca, sempre

flashback anni ottanta e svarioni seventies

Me Feel rifatto con la voce di Yolanda (Pinch,

rispettando il limite di velocità, guai a svegliare

dovuti all’euforia alcolica da punch. Tutto

Massive Attack) è un capolavoro di suoni ed

i compagni di viaggio. D.

rigorosamente in bassa fedeltà. D.

emozioni dove funziona tutto alla perfezione, persino sax e piano. G.S.

Robyn - Body Talk pt 1 (Konichiwa Records)

Silver Columns - Yes And Dance

Paul White - Paul White And The Purple

Torna dopo un lustro la camaleontica regina

(Moshi Moshi)

Brain (One Handed/Now Again)

del pop svedese. Il progetto è ambizioso: tre

Il disco che non ti aspetti, e che non riesci

Dopo gli “strani sogni” dello scorso anno,

mini album nel giro di un anno. Con l’intento

a smettere di ascoltare. L’ex bassista dei

Paul White si immerge nei suoni di un

di cambiare radicalmente le regole del pop

Fridge di Kieran “Four Tet” Hebden e un

semi-sconosciuto guru svedese del psych-

da classifica. Il primo tassello è una bomba a

misconosciuto songwriter scozzese (chi hai

rock, tale ST Mikael. Pescando dal vasto e

orologeria. Diplo, Kleerup, Klas Ahlund dei

mai sentito nominare i Pictish Trail?) uniscono

allucinato repertorio di quest’ultimo, a sua

Teddybears e i Royksopp si alternano in cabi-

le forze, scrivono un pugno di anthem

volta influenzato pesantemente da suoni

na di regia. Il risultato è stellare. Groove ec-

underground dallo sgangherato sapore elettro

orientali e post-freak, White affonda le sue

cellenti e melodie al fulmicotone si rincorrono

pop e registrano un album di brani storti e

brevi composizioni hip hop in chitarre e organi

lambendo territori electro, disco e dancehall,

zoppicanti. Dove inscenano improbabili duetti

acidi anni Sessanta (il singolo My Guitar

per chiudere con un paio di ballate strappa-

vocali omoerotici e giocano a fare i Kraftwerk

Whales) e sitar indiani (Pride), riuscendo

lacrime. Più che un nuovo disco, un best of di

e gli Hot Chip, i Postal Service e Moroder, i

a drogare qualsiasi elemento funk e soul

inediti. Le chart si avvicinano. M.L.

Bronski Beat e gli Erasure. Invece verranno

abbia rispolverato dai vinili dello scantinato.

ricordati come Silver Columns. M.L.

Venticinque piccole grandi gemme in un collage sonoro imprescindibile. G.S.

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Crystal Castles - S/t II (Fiction)

Uffie - Sex, Dreams & Denim Jeans

Trentemøller - Into The Great Wide Yonder

L’universo dei Crystal Castles è generato da

(Ed Banger)

(In My Room)

ossimori. Nasce dal contrasto, anzi, meglio

Baby diva sulla nostra cover ormai più di

Anders si è chiuso nella sua stanzetta – da qui

ancora, dal conflitto. Il primo disco era un

quattro stagioni fa, Anna-Catherine Hartley - in

il nome della label – per registrare in solitudine

urlo improvviso, come un gesto istintivo,

arte Uffie - da Miami arriva a Parigi e diventa

il seguito di The Last Resort. Gli sono bastati

accompagnato da momenti di distensione

una stellina. Cresciuta tra le braccia della Ed

un computer e pochi strumenti, tra cui chitarre,

amniotica. La seconda prova discografica

Banger, la piccola ha una rima pronta per tutti,

un synth vintage, un theremin e un mandolino,

del duo di Toronto invece è fatto di grida

sia Feadz o Sebastian, Mr Oizo o i Justice.

per realizzare un lavoro organico e analogico,

consapevoli ma non per questo meno

Oggi esordisce e canta pure; un affare di

ma anche dinamico e rumoroso. Un album rock

disturbanti e coinvolgenti. Il loro suono è

famiglia - con l’aggiunta di amici (Pharrell)

come potrebbero fare gli ultimi Portishead ar-

diventato un marchio di fabbrica: denso,

e suggestive collaborazioni (Mirwais) - che

mati di twang (Past The Beginning Of The End)

distorto, ferocemente melodico. La copertina

non teme il riflusso che ha colpito la scena.

o dei Mazzy Star più ritmici (il singolo Sycamo-

dell’album è lì a descrivercelo. Oscura, fragile.

Confetto rotondo di belle speranze che se

re Feeling). Sapiente uso di voci, atmosfere

Splendidamente funerea. E se la morte fosse

tutto gira bene assaggeranno in molti.

drammatiche e melodie accessibili come nella

un videogame dark e malinconico? M.L.

In bocca al lupo Anna. D.

migliore tradizione scandinava. G.S.

The Drums - The Drums (Moshi Moshi)

Indian Jewelry - Totaled (We Are Free)

Dimlite - Prismic Tops (Now Again)

“La nuova band più cool di New York”. Sono

I gioielli indiani da Houston, alla quarta fatica

Lo svizzero Dimitri Grimm, passato dal Sonar

queste le credenziali con cui si presentano i

evocano riti sciamanici dalla psichedelia

Kollektiv sotto l’ala soulful della Stones Throw,

The Drums al disco d’esordio. Un appellativo

Sessanta, ceroni dark dai Velvet di Reed

esce con quello che doveva essere un LP,

guadagnato grazie al singolo Let’s go surfing,

e Warhol, shoegazing e distorsioni dalla

ma poco ci manca. Otto tracce di elettronica

ideale anello di congiunzione tra i New Oder e

Gioventù Sonica Novanta. Un impasto di

sperimentale e glitch hop che si avvicinano

i Beach Boys, e alla fama di animali da palco,

drones e bigiotteria usata che risplende in

alle produzioni Brainfeeder e ai patchwork di

dovuta in parte alle mosse da novello Ian Cur-

un bacio di Klimt postmoderno e totalmente

Prefuse 73 per ridefinire gli assi del future funk.

tis -versione college rock- del cantante Jona-

off. Darkness, vintage analogico e parrucche

Breaks slegati, campioni di batteria su ritmica

than Pierce. L’album non delude le aspettative

elettroniche kraut per comporre incubi e litanie

jazz, cicalini e voci molto curate, dominano le

giocando su una formula collaudata ma godi-

cianotiche, ricordi Pere Ubu e horror loops

atmosfere chiaroscurali dell’album. Molto belle

bilissima: indiepop con smaccate reminiscenze

adrenalinici. Lisergici al punto giusto, ci offrono

le distorsioni armoniche di Rump Studies, il po-

eighties. La Factory Records come bussola

un nuovo caleidoscopio estatico per gli anni

stludio in salsa bossa Can’t Get Used To Those

per orientarsi. Destinazione? Le spiagge della

00. Portate gli acidi da casa. M.B.

e il trip di Elbow Flood in versione strumentale

California. M.L.

e cantata. G.S. 107


Musica Varie

Di Depolique, Marco Lombardo e Gaetano Scippa

John Talabot - Matilda’s Dream (Permanent

Munk - La Musica (Gomma) 12”

Scuola Furano - Tribute EP

Vacation) 12”

Mathias rivisita a suo modo l’italo house anni

Borut ritorna e rende omaggio ai suoi maestri

Succulento teaser pre album per l’astro ca-

novanta. Da noi è già un tormentone, con un

(Sneak, DP, Van Helden e compagnia bella).

talano. Due nuove e ipnotiche perle: bene il

po’ di fortuna potrebbe essere la nuova La

Esplicito e sincero come la persona. A quando

Jacuqes Renault dell’originale, ma stravince La

Discoteca. D.

un omaggio a Borut? D.

Kendal Johansson - Blue Moon

Memoryhouse - Lately (Inflated Records) 7”

Too Young To Love - Frozen Field (Keep

(Sincerely Yours) 7”

I Boards Of Canada, insonni, dopo un orgia di

It Yours) 7”

“Chiudi gli occhi e non chiedere perché…”.

parole nostalgiche con i Beach House. Un viag-

Italiani eppure già sulla bocca dei trendsetter

Obbediamo al nuovo mistero in casa SY. Esta-

gio in autostrada. All’alba. In Ontario. Una scia

d’oltremanica. I TYTL faranno discutere nei

siati ancora una volta. Curiosi più che mai. La

di ricordi fuori dal finestrino. M.L.

mesi a venire. Intanto silenzio: parlano queste

Ninya. D.

due piccole perle epic-synth-pop. M.L.

vita è sogno? M.L.

Sepalcure - Love Pressure EP (Hotflush) 12”

Sigha - Shake EP (Hotflush) 12”

Music Box - November (Lydian) EP

Debutto del duo di Brooklyn costituito da Ma-

Tre nuove tracce del producer techno lanciato

Due polistrumentisti di talento, Laszlo e Todd

chinedrum e Praveen, che amano unire la hou-

dalla raccolta Sub:stance di Scuba: la tenebro-

Baker, insieme per un carillon di quattro brani

se a tribalismi dub, ritmi 2-step e melodie soul.

sa, acquatica e minimale Shake, l’oscillante ma

elettroacustici armoniosi e delicati. Grande

Ottima musica, da ascoltare in tarda chiusura

un po’ monotematica Shapes e l’ambientale

filtraggio, cut up di suoni e voci, ottimi i bassi

club o da respirare in spazi aperti. G.S.

Light Swells (in a distant space). G.S.

aggiunti nel remix di Kingfisher. G.S.

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Film del mese

Di Valentina Barzaghi

Paris, Je T’Aime Come tutti gli anni arrivano i mesi del dolore per le uscite in sala. Che fare? Ecco dei bei dvd da vedere: alcuni recuperabili solo dall’estero - “Hunter” e “Paris, Je T’Aime” - mentre altri in vendita proprio da Giugno in Italia - “La Prima Cosa Bella” e “La Banda del Brasiliano”. Di quest’ultimo troverete una presentazione e l’intervista al regista Patrizio Gioffredi nelle pagine successive. AA.VV. Questo dvd non è di uscita recentissima, ma è una“chicca da cinefili”che dovete assolutamente recuperare. 18 sono le storie-cortometraggi, 18 i registi che si sono cimentati nel racconto di una piccola storia d'amore nella "Città delle Luci”,18 i quartieri di Parigi usati come sfondo narrativo. A Montmartre il regista B.Podalydès ci mostra l'emozione di uno strano incontro tra un uomo e una donna (a mio avviso forse il più debole dei corti); a Quais De Seine, G. Chadha ci narra il colpo di fulmine di un adolescente parigino per una coetanea di radici musulmane. Fantastico lo short di Gus Van Sant, un primo contatto tra due ragazzi giovani, con le loro insicurezze e imbarazzi; come al solito grottesco-esilarante quello di Joel e Ethan Coen nella metropolitana di Tuileries, dove un impacciato turista interpretato da Buscemi diventa beffa di alcuni locali. Si cambia subito registro e veniamo portati da W. Salles e D. Thomas a Loin Du

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16, dove una donna sta accompagnando all'alba il suo bebé al nido, per poi venir trascinati da Christopher Doyle in uno strano salone di bellezza cinese a Porte De Choisy. Alla Bastille, la Coixet segue il rapporto complesso tra un marito che vuole lasciare la moglie che però scopre d'essere malata terminale di leucemia, mentre a Place Des Victoires veniamo investiti dalla bravura di Juliette Binoche nel corto di Nobuhiro Suwa, nei panni di una madre che ha appena perso suo figlio. Particolare il lavoro di S. Chomet a la Tour Eiffel, di cui il protagonista è un clown, così come quello realizzato da Cuaron a Parc Monceau e quello di Olivier Assayas interpretato da Maggie Gyllenhaal al Quartier Des Enfantes. Da qui inizia una serie di corti meravigliosi, particolari nel loro candore, aggraziati, poetici... O.Schmitz ci parla di disagio e sogno a Place Des Fetes, LaGravenese ci mostra una coppia non più giovane, ma desiderosa di avere ancora

un rapporto che riservi sorprese a Pigalle. Ellijah Wood si innamora di un vampiro al Quartier De la Madeleine (corto di Vincenzo Natali), mentre Wes Craven resuscita Oscar Wilde a Pere-Lachase. Stilisticamente e tempisticamente realizzata in modo stupefacente la nascita e l'inclinazione di una storia a Faubourg Saint-Denis (di T. Tykwer), delicata la narrazione di Frederic Auburtin e Gérard Depardieu al Quartier Latin. In chiusura "la gioia e lo stupore" al 14° Arrondissement secondo Alexander Payne. Guardando questo dvd vi investirà una valanga di emozioni diverse: dalla gioia alla rabbia, dal divertimento alla malinconia... L'alternarsi di stati d'animo, rappresentati in immagini sullo schermo e provati dallo spettatore, viene scandito con abilità e mischiato al flusso delle immagini della città ripresa nel corso di una giornata. Da soli o in coppia, un dvd da guardare...


Recensioni

Hunger Di Steve McQueen (Dvd). Iniziamo con una delle esclamazioni che sono contenta poter fare ogni tanto: filmone! Sicuramente un ottimo esordio nel mondo del lungometraggio per il video artista McQueen che ci catapulta nell'Irlanda del Nord durante la lotta per l'indipendenza attuata conto il Governo Inglese. Sono i primi anni '80, quelli della contestazione e dello scontro violento fuori, ma anche dentro, le carceri, in cui i militanti dell'IRA (Irish Republican Army) si battono disperatamente per ciò che spetta loro di diritto: la libertà. McQueen entra nelle prigioni e da lì non esce mai, realiz-

zando una pellicola claustrofobica che si snoda tra le celle, delle vere topaie imbrattate di merda sulle pareti, segno di sfregio e protesta dei detenuti che continuano la loro lotta politico-civile anche tra quelle quattro minuscole mura rifiutando di lavarsi, vivendo come bestie (perché tanto è quello a cui li vogliono ridurre con la schiavitù). Purtroppo il gioco diventa pericoloso e la disperazione dei prigionieri porta altro odio e altra aggressività nelle loro guardie carcerarie. Sopra tutte le voci a quel punto ne emerge una, quella di Bobby Sands (un Michael Fassbender a cinque stelle), che attra-

La prima cosa bella Di Paolo Virzì. Non capita molte volte di essere così felici dopo la visione di un film, soprattutto quando lo facciamo parlando di un prodotto made in Italy. Ma se il regista è Virzì, contornato da un cast che fa faville (Mastandrea, Pandolfi, Sandrelli e l’inaspettatamente brava Micaela Ramazzotti), allora qualche segnale positivo lo potevamo già intravedere. La Prima Cosa Bella esce finalmente in dvd e non avendo trovato precedentemente spazio su queste pagine, mi è ora doveroso parlarvene, esortando chi se lo fosse perso in sala a recuperarselo. Nel mio cuore, se questo vi può aiutare, si è guadagnato già

un posto tra i migliori film dell’anno (anche se i giochi, per ovvi motivi, non sono chiusi già ora). Virzì ci propone una pellicola sulla tradizione, sull’attaccamento familiare, una commedia all’italiana come non se ne vedevano da un po’: intelligente, fatta di ricordi ma legata al presente, sentimentale nel senso più alto del termine, drammatica, dedicata a un universo femminile che a volte si stenta a credere esista ancora. Il regista torna nella sua bella Livorno e la omaggia con un film corale che parla d’amore, quello indiscusso di una madre verso i propri figli, ma anche quello che questa

verso le sue gesta - inizia uno sciopero della fame intransigente - diventerà carnefice e vittima di un sistema inumano. McQueen dietro la macchina da presa è perfetto, costruendo abilmente in parole e immagini il dramma umano: dall'automortificazione al deterioramento fisico in nome di una causa, dalla violenza fatta senza motivazione alla disperazione di quando si capisce che è tutto sbagliato ma non ci si riesce a fermare. E la scena del dialogo a camera fissa di Bobby col prete (durata 15 min ca.) varrebbe da sola tutto il costo del dvd.

prova verso la vita e che tutti sentono per lei quasi di riflesso dovuto. Anna Nigiotti (da giovane interpretata dalla Ramazzotti e da adulta dalla Sandrelli) è una mamma bella, troppo bella, che fa ingelosire il marito che la lascia, ma che la amerà per sempre; che si ritrova con due figli da cui non si vuole separare, vittime da piccoli del pettegolezzo geloso di chi la vede come una poco di buono (soprattutto dopo che inizia una carriera nel mondo del cinema), mentre da adolescenti dei compagni a cui la genitrice mette in subbuglio gli ormoni. Nella testa di Bruno (Mastandrea) e Valeria (Pandolfi), tutti questi ricordi riaffiorano quando la madre viene ricoverata in ospedale, prossima alla dipartita. Virzì si muove bene tra la storia presente e i flashback degli anni ‘70, senza sbavature, costruendo un film diverso dai suoi precedenti, ma intriso dell’italianità che mette in ogni suo lavoro, nelle sue storie che vedono alternarsi una carrellata di personaggi egoisti e indifferenti che trovano una redenzione. La Prima Cosa Bella ci fa sorridere e ben sperare nel “cinema di casa nostra”, quello che Virzì omaggia mettendo in scena le finte riprese de La Moglie del Prete di Risi, in cui la sua protagonista ha il ruolo della cameriera. La Prima Cosa Bella è in grado di divertire e commuovere allo stesso tempo... cosa volete di più? Vi innamorerete, ne sono certa.

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Dvd

Intervista di Valentina Barzaghi

La Banda del Brasiliano

Ogni tanto il nostro Paese ci riserva delle belle sorprese, come questo film di John Snellinberg (nome d’arte del collettivo), girato tra Prato-Livorno e Napoli con un budget di soli 2000 euro. “La Banda del Brasiliano” è un omaggio al cinema poliziesco anni ‘70, con il suo linguaggio crudo e la messa in scena di tematiche di conflitto sociale e rabbia. Snellinberg però non si limita a risfoderare un genere, ma lo fa riscoprendolo e adattandolo alla nostra contemporaneità, contestualizzandolo tra le tensioni che oggi attraversano l’Italia crisi economica, precariato - e leggendo il tutto in chiave ironica, ai limiti del paradosso. Abbiamo raggiunto il regista Patrizio Gioffredi in prossimità dell’uscita del dvd del film. Compratelo cavolo! Ciao Patrizio! Quanti anni hai? 31 Dove sei nato? Sono nato a Pistoia e cresciuto nella provincia pratese. Descriviti usando 3 aggettivi. Solare, carino, simpatico. No scherzo: testardo. Qual è il ricordo più bello di quando eri piccolo e andavi al cinema? Il rimbombo dell’audio tipico delle arene estive al mare. Da che tipo di formazione arrivi? Universitaria. Ho studiato Storia e critica del

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cinema. Sul set sono un autodidatta, come quasi tutti i miei compagni di avventura. Chi è John Snellinberg? John Snellinberg è uno pseudonimo anglosassone, da b-movie, dietro il quale si cela un gruppo di lavoro affiatato e variegato. Il nome nasce nel 2002 con il nostro primo cortometraggio, Violenza Domestica 2. Da allora il progetto Snellinberg ha preso forma coinvolgendo sempre più persone. Mi racconti quando e come è nata La Banda del Brasiliano? La Banda del Brasiliano nasce nel 2008. Volevamo girare un poliziesco che omaggiasse

la tradizione italiana degli anni Settanta, ma eravamo senza soldi. Così abbiamo deciso di trasformarlo in una commedia amara e nostalgica. Ci piaceva infine motivare la scelta del genere riflettendo su alcuni aspetti contraddittori della società di oggi. Cinque cose che bisogna assolutamente sapere su La Banda del Brasiliano. E’ un film a bassissimo costo. E’ un film citazionista ed assolutamente ironico. Tutti i personaggi sono negativi e ridicoli, tranne la figura dell’ispettore interpretato da Carlo Monni. Non è il solito film paternalista sui precari o sui trentenni anche perché a girar-


lo sono stati alcuni trentenni precari. Il dvd è fighissimo. Quali sono i gli artisti che hanno influenzato maggiormente la tua visione estetica? Ho studiato per anni e scritto una monografia su Aki Kaurismaki. Come gli altri membri del collettivo Snellinberg amo il cinema d’autore ed i b-movies più sgangherati, odio tutto quello che sta nel mezzo. La Banda del Brasiliano è una creatura mostruosa nata dall’unione di influenze apparentemente inconciliabili: Umberto Lenzi e Nanni Moretti, la Prato di Berlinguer ti voglio bene e Ad ovest di Paperino. Alla sceneggiatura del film (molto maschile) ha partecipato anche una ragazza, Sara del Santo. Si è divertita? Certo che si è divertita Sara! Così come si è divertita Elisa (Baldini), che si è occupata della produzione. E comunque per fugare ogni dubbio La Banda del Brasiliano è un film molto “maschile”, ma non è assolutamente un film maschilista. E’ un poliziesco, un film sull’odio e sulla pazzia dell’Italia contemporanea. Una pazzia declinata al maschile, visto che l’Italia è governata in gran parte da uomini. Dove avete preso ispirazione per La Banda del Brasiliano? E’ bastato guardarsi intorno e frugare nelle nostre tasche per incazzarsi a sufficienza. Nel film accusate le vecchie generazioni di non aver saputo godere di tutto quel repertorio cinematografico che invece voi avete tentato di recuperare anche attraverso il film. Credi che oggi ci possano essere le basi per una nuova rinascita del Poliziesco (non solo stile anni ‘70)? Generalizzando - ma nemmeno troppo visto che ci sono studi e statistiche molto precise sull’argomento - la generazione dei nostri padri non ha saputo salvaguardare e trasmettere ai propri figli né il benessere ereditato dai padri - dilapidato negli eccessi degli anni ottanta, nella corruzione dilagante o in un garantismo che ha superato ogni limite - né il bagaglio culturale, lasciato soccombere di fronte al dilagare del più piatto e volgare immaginario televisivo. Credo che oggi non ci siano assolutamente in Italia le basi per una nuova rinascita del Poliziesco né del cinema di genere. In primo luogo per ragioni produttive. E’ molto più facile convincere un produttore a finanziare un film con adolescenti brufolosi che pomiciano in un liceo della Roma bene. Come quei polizieschi, anche voi avete tentato di raccontare uno spaccato dell’Italia oggi: quello dei giovani, del precariato lavorativo con annesse le famigerate “colpe dei padri”. Tu come stai vivendo come giovane-artista questo mo-

mento e queste problematiche? Sarebbe l’ora che a trenta anni la gente smettesse di considerarci dei “giovani”. Hanno voluto il liberismo? Allora accettino l’idea di mettersi in gioco, di darci la possibilità di competere. Invece c’è un’occupazione sistematica e lobbystica dei posti di potere, in ogni campo, anche in quello artistico, che specie nelle sedi ufficiali esclude ogni meritocrazia. I cosiddetti “giovani” da parte loro devono invece smetterla con i piagnistei e rimboccarsi le maniche. Il vostro film ho letto che è costato solo (e complimenti ragazzi!) 2000 euro. Come siete riusciti a far quadrare i conti? Fatica e tempo libero speso per la causa. E abbiamo avuto fortuna e un po’ di merito nel riunire tanta gente che ha creduto nel progetto e vi ha partecipato gratuitamente, nei modi più disparati. Che camera/e avete usato? Abbiamo usato una Panasonic DVX 100, con un paio di quarzine. Duccio Burberi e gli altri tecnici hanno fatto miracoli… Come avete lavorato alla scelta del cast? Tranne un paio di eccezioni il cast è formato da attori non professionisti. Dentro la John Snellinberg Film ci sono creativi, tecnici, fonici, fotografi, ma pure un bel gruppo di belle facce da cinema con del talento autentico nel campo della recitazione. Come hai conosciuto Carlo Monni? Come artista lo conosco da una vita. Tramite uno dei tecnici del film lo abbiamo contattato per la parte dell’Ispettore Brozzi. Serviva un attore di 65 anni che fosse “fuori dai giochi. Io, Sara ed Elisa lo abbiamo incontrato al Parco delle Cascine a Firenze e seguito in una delle sue lunghe camminate, raccontandogli il soggetto del film. Poi ha letto la sceneggiatura ed è stato molto contento di partecipare al progetto. Io credo che lo sia stato anche perché interpreta un personaggio molto lontano dai clichè che spesso gli hanno cucito addosso. Come avete lavorato alla colonna sonora? Siamo amici di molti tra i musicisti coinvolti. Luke Tahiti e Alberto Innocenti, due dei protagonisti, organizzano da una vita concerti e hanno più volte ospitato a Prato Sam Paglia, i Calibro 35, Enri, Capiozzo & Mecco, Pippo Guarnera… Musicisti coi contro cazzi che hanno composto ad hoc brani originali. Per il resto della soundtrack io e Alessio Pepi, altra anima del progetto Snellinberg nonché fonico, abbiamo riunito un ensemble di musicisti pratesi, La Banda del Brasiliano. Il cd è uscito per Escalation, etichetta specializzata in colonne sonore di genere. Qual è stato il momento più importante della carriera di Snellinberg finora? Deve ancora arrivare…

Dove avete rimediato la Lancia Fulvia del film? Qualche ricordo particolare legato a questa macchina? La Lancia Fulvia è di Luke (Tahiti). In appendice al film abbiamo girato un cortometraggio poliziesco totalmente anni 70, firmato da Luke stesso, che è pieno di macchine e costumi d’epoca… Ci siamo sfogati… Se dovessi girare il videoclip di qualche artista-band, da chi ti piacerebbe essere contattato? Ma non saprei. Il mondo dei videoclip ci interessa. Può essere un buon canale per sfogare la vena più delirante di Snellinberg. E comunque direi Justin Timberlake. Con l’ingaggio potremmo pagarci i prossimi 20 film! Mi sveli qualche citazione fondamentale di genere che avete messo nel film, ma che allo spettatore potrebbe sfuggire? I titoli di testa sono ricalcati su quelli di Milano Violenta, c’è un colpo di scena che è rubato a Cani Arrabbiati, il brano finale Brozzi’s Theme è scopiazzato da Michel Legrand, nella scena in cui Monni piange in albergo sulla scrivania c’è il libro di racconti Milano Calibro 9 di Scerbanenco. Il dialogo con la prostituta è pure quello rubato a Scerbanenco. Ma ce ne sarebbero molte altre… Come spiegheresti ad un bambino cos’è l’intolleranza? Un sentimento da ottusi, timorati e minidotati. Ti aspettavi un simile seguito del vostro lavoro? Non ce l’aspettavamo, così come non ci siamo mai fatti e non ci facciamo illusioni (la disillusione è un vantaggio dell’essere “giovani” in Italia!). Però crediamo fermamente in quello che facciamo e lo facciamo seriamente, nei limiti delle nostre possibilità e del budget a disposizione ovviamente… A cosa state lavorando ora? Stiamo ultimando la sceneggiatura del nuovo film, una commedia romantica. Se facessi il mio lavoro per un giorno, chi ti piacerebbe intervistare? Qualche manager o politico italiano di mezz’età. Li farei intervistare dalla Banda del Brasiliano. Se fossi Dio per un giorno, cosa faresti? Mi accorderei con Snellinberg per un bel biopic serio. Mica quelle puttanate patinate alla Zeffirelli. E magari visto che ci sono chiederei scusa in mondovisione per tutti gli uomini uccisi a mio nome. La domanda che nessuno ti ha mai fatto, ma a cui ti piacerebbe rispondere ? Chi sarà la protagonista del prossimo film di Snellinberg? Potresti essere pure tu, lettrice di PIG Magazine! Manda una mail a: info@johnsnellinbergfilm.com

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News

Di Valentina Barzaghi

13° Cinemambiente Environmental Film Festival Dall’ 1 al 6 giugno Torino ospiterà l’ormai celebre, nonché il più importante, festival italiano dedicato alle tematiche ambientali. Lo slittamento temporale che ne ha portato l’organizzazione dall’autunno alla primavera, è motivato dalla volontà di collegarsi ad un altro grosso evento internazionale per la sensibilizzazione di tematiche quali ecologia e sostenibilità: La Giornata Internazionale dell’Ambiente (6 Giugno). Incominciando a spulciare il programma molte sono le pellicole degne di nota che verranno proiettate durante la “sei giorni green”. Fuori concorso avrete la possibilità di assistere alle proiezione del Premio Oscar come miglior documentario The Cove, sul pericolo di estinzione dei delfini, e No Impact Man, racconto dell’esperienza di Colin Beavan che con la sua famiglia ha deciso di vivere per un anno a impatto zero. Due poi le sezioni principali di competizione: da una parte il Concorso Internazionale Documentari, composto da una decina di pellicole tra cui - solo per citarne alcuni - Garbage Dreams di Mai Iskander (vincitore dell’Al Gore Reel Current Award, sui Garbage People che Al Cairo vivono nelle bidonville e raccolgono ogni giorno materiali di scarto), e Big River Man di John Maringouin (vincitore del Sundance 2009, sull’incredibile traversata a nuoto del Rio delle Amazzoni di Martin Strel). Dall’altra invece il Concorso Documentari Italiani con La White di Simona Risi sull’amianto delle case bianche di Rogoredo a Milano o Lo Specchio di David Christensen sull’incredibile storia del sindaco di Viganella - Piemonte - che fece erigere uno specchio per poter rubare un po’ di luce in un paese che altrimenti rimarrebbe sempre al buio durante l’Inverno. Molti anche i lavori presenti nel Concorso Internazionale Cortometraggi, tra cui non mi farei sfuggire - anche se fuori concorso - la visione del Premio Oscar 2010 come miglior cortometraggio d’animazione, Logorama.

24° Festival Mix Milano Con l'arrivo dell'estate, ecco che veniamo nuovamente invasi dal colore e dall'allegria grazie al Festival Mix - di cinema gaylesbo e queer culture, con quella che quest'anno è stata definita la sua Love Potion a base di film inediti, libri, performance teatrali e musica. Il festival si svolgerà a Milano, e più precisamente al Teatro Strehler, dal 22 al 29 Giugno e queste sono solo alcune delle sorprese che ha in serbo per il suo pubblico (tenete conto che sono oltre cento i titoli dei lavori che verranno proiettati tra documentari, corti e lungometraggi): l'anteprima italiana del film di Xavier Dolan, J'ai Tué ma Mère (Ho Ucciso mia Madre) che ha divertito la Croisette vincendo il Prix "Regards Jeunes" alla 41° Quinzaine des réalisateurs di Cannes (2009) e il road movie Plein Sud di Sebastian Lifshitz, appena passato dalla Berlinale. C'è di che divertirsi davvero... ci vediamo lì. 114 PIG MAGAZINE


Far East Film Festival 12° edizione Come ogni anno PIG non manca al Festival del cinema asiatico più importante d’Europa, e come ogni anno mettiamo subito un paio di informazioni per quelli che se lo sono perso. Le cifre? Eccole: il festival ha oltrepassato la soglia dei 50 mila spettatori, tra la sede storica del Teatro Nuovo e il Visionario, raccogliendo un altissimo numero di adesioni europee e internazionali nonostante i disagi aerei causati dall’impronunciabile vulcano islandese Eyjafjallajökul. Una

decina i paesi rappresentati: dagli Stati Uniti alla Spagna, passando per la Norvegia. Il fantastico bookshop ha venduto più di 1600 pezzi (tra libri, t-shirt, poster, Dvd), il sito ufficiale (www.fareastfilm.com) ha totalizzato 50.000 visitatori unici nell’arco del mese di aprile e la fan page ufficiale su Facebook (www.tinyurl.com/udinefareast) ha sfondato il tetto dei 4400 iscritti. Numeri che però dicono poco se non si ha la possibilità di godere di qualche giorno nella magica

Castaway On The Moon Di Lee Hey-jun. Vince l’edizione di quest’anno del Festival. Il film coreano che riscrive la storia di Tom Hanks e dell’isola deserta, trasportandola in una metropoli moderna. Un’uomo che tentando il suicidio nelle acque di un grande fiume, si ritrova intrappolato su di una piccola isoletta. Isola che per altro è al centro della città, ma lui non sa nuotare e nelle settimane e nei mesi successivi mangerà un sacco di funghi, parlerà con un papero e riuscirà anche a farsi notare da una ragazza…

Di Janusz Daga

atmosfera di Udine e dei suoi teatri. Dopo esserci riforniti di DVD in lingua originale e libri sulle armature giapponesi, abbiamo seguito le proiezioni dalla prima all’ultima. Ridendo, dormendo, fotografando, scrivendo e mangiando sushi sul prato. Per quelli che non c’erano, di seguito alcuni consigli su cosa recuperare in DVD o vedere al cinema. Tra gli altri, segnaliamo anche Ip Man 2, One Night in Supermarket e Little Big Soldier con Jackie Chan. Kazura Wig Di Tsukamoto Renpei Se volete ridere, questo è il film giusto. La buffa storia di un architetto pelato che decide di indossare il parrucchino per piacere di più a donne e colleghi. Proprio dal negozio di parrucche nasceranno gran parte delle gag e situazioni comiche. Interpretato da due famosissimi attori giapponesi ci insegna come affrontare la vita con il toupè per poi farne a meno! 115


Libri

Di Marco Velardi

Performing/Guzzling Ci sono artisti per cui una carriera sola non basta, artisti come Kim Gordon, la leggendaria fondatrice della band Sonic Youth, assieme al compagno storico Thurston Moore. Kim, oltre ad aver girato i palchi di tutto il mondo, è anche pittrice affermata, e questo nuovo volume, Performing/Guzzling, che da il via ad una nuova collana di monografie d'artista pubblicate da Rizzoli, edita in collaborazione con la casa editrice Svizzera Nie-

116 PIG MAGAZINE

ves, ci porta a scoprire un mondo abitato da volti di acquarelli, collage e poesie. Come scrivono Jutta Koether e Hilton Als, nei due brevi testi che accompagnano le oltre 100 pagine di opere, non si può far altro che rimanere affascinati davanti al lavoro di Kim, con pennellate di colore e parole che ci lasciano sognanti. E se questo non bastasse, la prima edizione è accompagnata da una stampa autografata, che non sarà come un

originale, ma di sicuro è un primo passo verso il mondo etereo di Kim Gordon. www.rizzoliusa.com - www.nieves.ch Titolo: Performing/Guzzling Autore: Kim Gordon Casa editrice: Rizzoli / Nieves Anno: 2010 Dimensioni: 22 x 30 cm Prezzo: 60 $


Everybody Knows This is Nowhere Se vi dicessi che ogni libro di Ryan McGinley è un libro da avere, che vi piacciano le sue foto o no, non lo dico solamente perché so che nel giro di un anno sarà sold out e varrà il doppio di quanto l'avete pagato, ma anche perché capitano davvero pochi fotografi giovani che segnano la propria generazione in maniera tale come ci sta riuscendo Ryan. I suoi libri sono e saranno parte importante

della storia della fotografia di questo decennio appena trascorso, e quest'ultimo è proprio una perla rara. Il prezzo non è dei migliori ma ce la si può fare, e se non andrete a cena fuori per un paio di week-end avrete in casa uno dei volumi più ambiziosi pubblicato fin ora sul suo lavoro, o potreste fare molto felice uno di quei vostri amici che girano sempre con la macchinetta analogica

e scattano fotografie a qualsiasi cosa gli passi davanti. www.dashwoodbooks.com Titolo: Everybody Knows This is Nowhere Autore: Ryan Mcginley Casa editrice: Dashwood Books Anno: 2010 Dimensioni: 22 x 28 cm Prezzo: 95 $

Neverland Lost. A Portrait of Michael Jackson Quanti di voi avete desiderato, da bambini, di poter visitare un parco giochi. Un mondo magico dove le regole si invertono e tutto, o quasi tutto, è possibile. Michael Jackson, come tutti ben sappiamo, il suo parco giochi se l'è costruito da solo, Neverland, dove, fino a prima di morire, ha accumulato montagne di oggetti, sogni nel cassetto e acquisti insensati. Il nuovo libro di Henry Leu-

twyler per Steidl ci mostra in maniera quasi chirurgica il mondo contrastato di Michael Jackson, guanti, abiti, scarpe, strumenti musicali, quadri e opere d'arte, tutti fotografati con attenzione al minimo dettaglio, quasi fossero li davanti ai nostri occhi per essere toccati. Un ritratto di Michael Jackson nitido, senza filtri o pregiudizi, e di sicuro uno dei libri che ci permetterà di ricordare degli

eccessi di una star che non avrebbe mai voluto crescere. www.steidlville.com Titolo: Neverland Lost. A Portrait of Michael Jackson Autore: Henry Leutwyler Casa editrice: Steidl Anno: 2010 Dimensioni: 21,5 x 28 cm Prezzo: 31 €

117


Whaleless

A Cura di Giovanni Cervi. Contatti e info: verbavolant@pigmag.com

Un mondo senza balene. Inquinamento e pratiche di pesca insostenibili stanno mettendo a serio rischio la sopravvivenza dei grandi cetacei. Questo è uno spazio dedicato a chiunque voglia esprimere la propria indignazione, rabbia, vergogna, incredulità, preoccupazione… con ogni mezzo espressivo, dall’illustrazione alla canzone, dall’animazione alla fotografia e oltre. Visitate i siti internet www.whaleless.com e www.myspace.com/whaleless per ulteriori

Foto di Tamata Ferioli

informazioni e per visionare la gallery dei lavori giunti fino ad ora. Be creative, save a whale.

Le Jardin des échoués Hai mai visto una balena? Non qui. Che rapporto hai col mare? Guardare e non toccare. Se tu potessi scegliere di trasformarti in

118 PIG MAGAZINE

un abitante marino, quale sceglieresti? E perché? Sceglierei il Phylum Porifera, essenzialmente per sua la capacità di disgregazione-riaggregazione e l’attitudine alla protezione.

Qual è il tuo elemento preferito tra aria, acqua, terra e fuoco? Perché? Dipende dal mio stato emotivo predominante. In questo momento opterei per la quintessenza. Pensi che l'arte sia fine a se stessa o che debba avere un messaggio o un riflesso su chi guarda? Il monologare perpetuo di fronte ad uno specchio, nel silenzio più assoluto, apporterebbe malattia o non guarigione. Come descriveresti il mondo nel quale viviamo? Una complessa miniatura nella quale giocare a giochi pericolosi, cercando di evitare la morte. E come lo immagini tra 20 anni? Non molto diverso da com’è ora, sicuramente con qualche meccanismo - accessorio aggiunto e aggiornato. Ci dici qualche parola da associare al tuo modo di fare arte? Copio ed incollo alcuni aggettivi che sono stati attribuiti al mio lavoro: “Sintetico, candido, delicato, irreale, tagliente, silenzioso, erotico, implacabile, intimo, minuzioso“ Come hai realizzato questa balena? “Le jardin des échoués”, il giardino è quello dell’acquario e civica stazione idrobiologica di Milano, le “arenate” sono 50 altalene delle quali una spinata ma tutte impraticabili, desolanti. Ho volontariamente evitato di inserire qualsiasi riferimento esplicito all’animale. L’assenza per commemorarne la mancanza. A cosa stai lavorando ora? Mekánema, un progetto site specific per lo Studio d’Arte Cannaviello, sonorizzato da Jukka Reverberi voce, chitarra elettrica e live electronics del gruppo i Giardini di Mirò. Il resto è confidenziale. L’inaugurazione è prevista per il 10 giugno. Hai un sogno/incubo ricorrente? Il sole, un giardino, alberi.. 50 altalene con le quali è impossibile toccare il cielo.. www.tamaraferioli.com


SUNLENS BY


PIG Waves

A Cura di Giovanni Cervi. Contatti e info: verbavolant@pigmag.com

Pig Waves è un flusso di immagini e parole che segue una parola chiave: Bikini. Un’esplosione atomica su un atollo seguita da una ormonale universale.

“L’atollo di Bikini ha 13 abitanti. Molte cose son partite da lì…” 120 PIG MAGAZINE


en.wikipedia.org/wiki/Louis_Réard - “Se un ingegnere ha inventato il bikini un fashion designer cosa dovrebbe fare?“.

www.bamkapow.com/top-ten-skimpiest-superheroine-costumes-602-p.html - “I’ll be your slave”.

www.myspace.com/bikiniriotkill - “Here comes the riot grrrl”.

www.bettiepage.com - “La madre di tutti”.

www.russmeyer.com - “Il padre di tutti”. 121


Di Janusz Daga (jan@pigmag.com)

Courtesy of Terry Richardson

Videogames

PIG’s Most Played. Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto. Red Dead Redemption _ Xbox360

Altro seguito ambientato dieci anni dopo la storia del primo discusso

È arrivato un altro gioco Rockstar e lo diciamo subito: è una bomba.

capitolo. Eccoci di nuovo a combattere su E.D.E.N. III, non impersonan-

Se Josey Wales è il vostro modello e William Munny (del Missouri) è

do un unico protagonista bensì una serie di combattenti appartenenti

vostro nonno, non lo potete mancare. Per chi se lo stesse chiedendolo

a diverse fazioni contrapposte. Ma questa non è l’unica novità. I ghiacci

dico subito che si, è un western e no, non è palloso. In un ambiente

sono praticamente spariti dalla superficie del pianeta, lasciando posto a

totalmente esplorabile si può fare più o meno di tutto, anche perchè

rigogliose foreste e aridi deserti. La vocazione del gioco è decisamente

la storia è quella di un fuorilegge -tale John Marston- che se la spassa

multiplayer: per chi non avesse una connessione ad internet la cosa

attraverso le sconfinate frontiere americane. Un’evoluzione di GTA pro-

potrebbe risultare frustrante, per tutti gli altri si prefigurano incredibili

dotto da Sergio Leone. Piano americano, polvere e pallottole sono il

scontri in cooperativa con quattro giocatori e una potenza di fuoco de-

mio pane e poi, come dice Munny “Io ho sempre avuto fortuna quando

vastante.

si tratta di ammazzare cristiani.”

Super Mario Kart _ iPad

Super Mario Galaxy 2 _ Nintendo Wii

C’è chi dice che il futuro dell’iPad potrebbe essere questo. Dopo l’incre-

Il sequel del gioco più famoso del mondo è arrivato. Superatteso,

dibile esperimento di connessione di un telecomando Wii alla tavoletta,

Mario torna su Wii con tutti gli effetti incredibili del primo capitolo: gra-

ecco che arriva Mario Kart in tutto il suo splendore. Certo, nulla di uffi-

vità spaziale, salti nel buio, volo pindarico e fungo atomico. Decine di

ciale. Tutta roba che si scarica più o meno illegalmente da siti internet

nuove galassie e mondi da esplorare e scoprire, ma la vera novità è la

che sarebbe meglio non frequentare... però se tanto interesse stanno

presenza dell’inseparabile dinosauro Yoshi che, come negli altri capitoli,

riscuotendo tutti questi emulatori, qualcuno potrebbe anche farci un

usa la lingua per catturare, aggrappare, sputazzare i nemici. Quasi tre

pensierino. No? E allora diciamo che l’emulatore SNES è una figata. Che

anni di sviluppo per questo capolavoro che entra di diritto nell’olimpo

se avete amato le piste di Kart a 16 bit impazzirete. Vederle sul favoloso

dei must have 2010. A proposito, avete già provato ad usare il martello

schermo Apple è roba da ricchi. Se poi vi beccano che state distillando

penumatico sulla superficie di un pianeta?       

la grappa in cantina mentre giocate a Mario sul vostro iPad americano...

Lost Planet 2 _ PS3/Xbox360

beh, noi non ci conosciamo.

122 PIG MAGAZINE


© 2009 Nintendo. TM, ® and the Wii logo are trademarks of Nintendo.

Con la nuova avventura di Mario, il divertimento è per tutti… contemporaneamente! Mario è tornato per dare il meglio di sé! Con una nuova avventura nel Regno dei Funghi e la possibilità per ben quattro giocatori di farsi avanti! All’inizio sarà facile, ma le tante sfide e livelli renderanno presto l’impresa titanica! Per fortuna non rimarrai mai bloccato: se le cose si mettono male lasciati guidare dal gioco, o chiedi aiuto ai tuoi amici!

Modalità libera

Caccia alle monete

Divertiti un mondo con i tuoi amici! Collabora con loro per aumentare il punteggio, oppure ostacolatevi a vicenda!

Non si risparmia nessuno! Preparati a raccogliere più monete possibili: una sfida all’ultima moneta fino a un massimo di quattro giocatori!

Nuovi costumi Mario e i suoi amici hanno nuovi e incredibili accessori! Vola in alto con la Tuta Elica, oppure indossa la Tuta Pinguino e scivola via alla massima velocità!

Nuovi controlli

Nuova modalità aiuto

Tante nuove mosse per Mario grazie a Wii! Inclina il telecomando per cambiare l’angolazione di piattaforme speciali, o scuotilo per fare una piroetta!

Non riesci a superare un livello difficile? Chiedi aiuto con la nuova modalità Super Guida. Luigi apparirà sullo schermo e ti guiderà fino alla fine del livello!

www.newsupermariobroswii.it


Videogames

Di Janusz Daga (jan@pigmag.com)

How To Raise A Nerd PIG esplora il mondo dell’arte moderna Giapponese: nessun museo, tanti videogames. Quando uno pensa al Giappone, pensa sempre a strade affollate, neon, fuochi d’artificio e raggi laser. E più o meno pensa bene. Proprio qui, dove il tempo si chiama CASIO e la velocità del suono è doppia rispetto al resto del mondo, dove sembra sempre che la tecnologia non sia mai abbastanza e dove persino i cessi sono robotizzati, proprio in questo luogo vive un fenomeno che non è riscontrabile in nessun’altra parte del globo: la nuova-retrogaming-art. Tra i vicoli stretti e le case ammassate, decine di piccoli produttori, programmatori, grafici e software house continuano a produrre

124 PIG MAGAZINE

giochi per console che ormai da noi si trovano solo in soffitta. NES, Famicom, SNes e Gameboy. La produzione di cartucce e la vendita con tanto di negozi specializzati, va avanti come se il calendario si fosse fermato al 1985. A spasso per Akihabara non è difficile incrociare una vetrina zeppa di piccole scatole plasticose. A prima vista uno pensa si tratti di vecchi titoli, magari di un Super Potato. Guardando bene ci si rende subito conto che sono tutte novità. Remake o edizioni speciali dall’aria strampalata. La produzione è più o meno casalinga, spesso non hanno ne scatola ne istruzioni. Si arriva

al banco con un cestello zeppo di roba, il commesso in divisa infila tutto in una busta di plastica e ringrazia scoprendo i denti davanti. Il fenomeno non riguarda però solo le cartucce. Ci sono negozi e fiere interamente dedicati all’argomento: t-shirt con grafiche che richiamano le vecchie cover dei giochi, cataloghi e libri di grafica 8-16 bit, musicisti e DJ con locandine e merchandising. Esistono una serie di gruppi musicali direttamente collegati al fenomeno perchè i Giapponesi ne vanno matti. Hanno nomi strani come Vintage Game System, Famicom Syndrome, CMYK. Tutti con le loro serate a tema, i loro


locali di karaoke, le loro pixel-bibite e le loro otaku-fans vestite da Donkey Kong. Sono poi gli stessi che inventano le colonne sonore o propongono nuove sperimentazioni grafiche, sono l’espressione di una nuova corrente artistica che sopravvive da decenni. E’ un fenomeno particolare, perché non nasce ne dal business ne dai gamers: nasce dall’arte e dalle sue espressioni più varie. In pratica, come noi consideriamo l’esperienza artistica nella pittura di un quadro o in una bella foto, così moltissimi giapponesi esprimono la loro vena artistica nella creazione di quello che è stato da sempre il loro background: i videogames. Solo così si può spiegare il fenomeno. La volontaria ricerca di una nicchia così esclusiva come quella delle vecchie console e dei “vecchi” suoni, automaticamente esclude dal giro i possibili profitti derivanti dal mercato ufficiale. Una comunity di migliaia di persone che si muo-

ve e respira all’interno di blog, siti internet e incontri per appassionati. Nemmeno eBay riesce a rompere il muro del suono, anche perché molte di queste creazioni sono frutto di pirateria o manomissioni e tali devono rimanere. Massima espressione di questo fenomeno è il concorso Famicase che si svolge ogni anno (famicase.com). Promosso da Meteor, un piccolo negozio di pazzoidi vicino Tokyo (lo trovate vicino Mitaka City, super-meteor.com) si propone di premiare e raccogliere le migliori grafiche per le cartucce del vecchio Famicom. La sfida è proprio questa: ogni artista dovrà inventare una grafica per un gioco che non esiste. Potrà essere divertente, seria, sexy, orribile… poco importa. Ogni proposta dovrà essere corredata da una breve descrizione del gioco (inventato) e dalla scansione della cartuccia stessa. Può sembrare una stupidata, ma a questo gioco si prestano ogni anno i mi-

gliori designers, artisti e musicisti da tutto il Giappone. Ognuno con la sua arte, ognuno di loro impegnato ad alimentare questa sorta di museo impossibile il cui unico scopo è quello di esaltare un mondo che ancora vive e fa sognare. Alcune di questi giochi saranno poi venduti, altri diventeranno dischi, altri ancora poster da attaccare sopra vecchi tatami e fornelli elettrici. Molte grafiche saranno riutilizzate su magliette e felpe da vendere online. Maledetti siti web in giapponese... Si perché di tutta questa storia si capisce che il fenomeno non riguarda noi occidentali ne mai ci riguarderà. L’arte nei videogames è un concetto così lontano che ci vorrebbero generazioni di Mario e Luigi, chili di funghi e litri di pixel. Alcuni ci avevano provato, altri ci provano ancora (visto Noby Noby Boy su iPhone?). Non ci resta che sperare e come dice il saggio: “Anche le scimmie cadono dagli alberi”.

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Indirizzi 55DSL

Christopher Kane

Iris Van Herpen

Nicholas Kirkwood

Swarovski

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adidas

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A.N.G.E.L.O.

Dreamandwake

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