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Per un'antropopoiesi del leggere: Il rapporto con il testo (1^ parte) di Salvo Grillo Cominciamo dall'analisi di un’opera di Chardin, così come è stata magistralmente posta da G. Steiner: Le philosophe lisant. Consideriamo gli abiti del lettore. Foggia formale e solenne. Benché si trovi a casa sua il lettore porta il cappello, secondo una cerimonia quasi araldica. Quello che conta è l’eleganza marcata del vestiario. Il lettore non incontra il libro casualmente. Si è vestito apposta, e questo attira la nostra attenzione sull’insieme di valori e sensibilità che comprende sia il vestirsi che l’investirsi. In questo quadro la lettura non è una decisione presa a caso, senza premeditazione. È un incontro quasi cerimonioso tra una persona comune e un ospite eccelso. Il lettore incontra il libro con la cortesia del cuore (cuore e cortesia hanno la stesa radice, come libro e libero). Il fatto che il lettore porti il cappello ha una risonanza particolare. Gli etnografi spiegano che nella tradizione giudaica, come in quella greco – romana, il fedele, colui che consulta un oracolo, l’iniziato che si avvicina al testo sacro o l’indovino, si copre la testa. Lo fa anche il lettore di Chardin, quasi per sottolineare l’aspetto mistico del suo incontro col libro. Concentriamoci adesso sulla clessidra accanto al gomito destro del lettore. È questo un motivo convenzionale ma carico di significato (di fatto una trattazione esauriente dovrebbe abbracciare il rapporto tra la morte e l’invenzione nella cultura occidentale). La posizione specifica della clessidra nel quadro di Chardin proclama la relazione tra il tempo e il libro. Come contrapposizione tra ars longa del volume e vita brevis del lettore. I richiami sono evidenti a Pindaro, Orazio. Il libro è un in –folio: non è un oggetto da mettere in tasca e da sfogliare in una sala d’aspetto. Davanti alle medaglie e alla clessidra notiamo la penna del lettore. Essa definisce la lettura come actio, azione. Leggere bene significa iniziare una relazione di reciprocità col testo, una responsabilità. Leggere bene significa anche venir letti da ciò che leggiamo. Significa anche essere responsabili di fronte al testo: interrogazione e risposta (cfr. latino respondeo che, tra l'altro, significa anche appartenere). La penna viene usata per segnare i marginalia, che sono gli indizi immediati della risposta del lettore al testo, del dialogo che nasce fra loro. I marginalia riflettono un discorso impusivo, a volte una disputa col testo. Diversamente dalle annotazioni, spesso numerate, che tendono ad essere una sorta 29

di collaborazione col testo. Con la sua penna le philosophe lisant copia passi dal libro che sta leggendo. Il chierico o il gentiluomo del 500, 600 ricopia nel suo taccuino un florilegio personale, passi di bella scrittura o di stile ornato. Questo lavoro di copiatura aveva diversi scopi: il miglioramento del proprio stile, la tesaurizzazione di esempi, il rafforzamento di una memoria accurata. La trascrizione, inoltre, implica un coinvolgimento totale tra lettore e testo, una dinamica reciproca. Ma c’è un’altra presenza nel quadro: il silenzio, che si rende palpabile nella tovaglia spessa, nella pesantezza della tenda nel piano stabile del muro. La lettura autentica richiede silenzio (S. Agostino nota ciò in S. Ambrogio). La rappresentazione della lettura che dà Chardin. è silenziosa e solitaria. Silenzio vibrante della vita della parola e solitudine animata da essa. Il quadro di C. ci insegna qualcosa sulla concezione classica dell’atto di leggere. Ma oggi cosa è diventata la lettura? Come si ricollega ai valori inerenti al quadro che Chardin dipinse nel 1734? A questo punto, prima di procedere, forse sarà utile fare un passo indietro per percorrere una sorta di archeologia della lettura, per ritrovare le vestigia di una humanitas che sembra perduta nella sabbia del tempo. I greci, ai quali si fa risalire la lettura silenziosa, (vedi Le rane e il Faone, lettura pros emauton, per me stesso), usavano diversi vocaboli per definire la lettura: nemein che implica la lettura vocale. Anagignoskein, che focalizza il leggere come il momento del riconoscere, decifrare le lettere, mentre verbi che utilizzano metafore spaziali, dierchomai e diecseimi, percorrere, si riferiscono ad un testo percorso, attraversato dall’inizio alla fine, letto attentamente e perciò stesso in profondità. Isocrate non lascia dubbi sulla distinzione semantica anagignoskein/diecseimi, opponendo coloro che leggono superficialmente il discorso a coloro che invece lo percorrono tutto attentamente. In questo stesso ambito compare per la prima volta il verbo pateo (calpestato), libro frequentato e riletto più volte. Lo scritto fa parte di un mio intervento durante un ciclo di conferenze sul rapporto fra le parole e le cose nel tempo.

Pegaso 2013  

notiziario

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