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SAN NICOLA DA TOLENTINO p. Giuseppe Giuli o.s.a. 1245-1305 Basilica Santuario San Nicola TOLENTINO (Macerata)

È noto per la bellezza e varietà degli edifici sacri sorti attorno al sepolcro del Santo e per la mirabile ricchezza artistica del Cappellone giottesco e della Basilica, sviluppatasi lungo i secoli dal 13° ai giorni nostri. Ogni mese si pubblica il Bollettino di S. Nicola che presenta l'attività del Santuario, le espressioni di devozione e le riproduzioni artistiche del Santo presenti in tutto il mondo. A suffragio dei defunti, di cui S. Nicola è Protettore speciale, nel Santuario ha sede la Pia Unione Primaria alla quale possono essere iscritti anche i vivi per i vantaggi spirituali della Messa Quotidiana celebrata alle ore 8,30 nella Cripta del Santo. SENZA FIGLI S. Nicola, già anziano, raccontò al notaio Berardo Appillaterra che i suoi genitori Compagnone ed Amata - non nobili e neppure molto ricchi, desideravano avere figli. Per ottenere la grazia fecero questa promessa a S. Nicola da Bari: "Se Iddio, per la sua intercessione, ci accorderà un maschio, saremo contenti che si faccia religioso; se poi sarà una femmina, che diventasse monaca". Fatta questa promessa, i miei genitori andarono pellegrini a Bari. Tornati a Castel S. Angelo, a suo tempo venne al mondo questo essere che tu vedi. SORRISO DELLA CASA Quando nel 1245 Nicola venne alla luce, a Castel S. Angelo si fecero molti pronostici, data la popolarità e la stima da cui erano circondati Compagnone ed Amata. Il candore della sua innocenza infantile traspare da una confidenza che S. Nicola fece al suo infermiere. Si discorreva - racconta fra Giovannino - dell'innocenza dei fanciulli e Padre Nicola osservò: "L'innocenza, di cui stiamo parlando, si perde col crescere negli anni. Io, che sono quel peccatore che tu ben conosci, mentre trascorrevo l'età dell'innocenza, assistendo alla Messa, vedevo con questi miei occhi un bambino biancovestito, circondato di splendore, che, all'elevazione dell'Ostia, mi guardava e diceva: Gli innocenti e retti di cuore sono strettamente uniti a me! Ma, cresciuto negli anni, non l'ho più visto". IL SUO IDEALE Aveva dieci o dodici anni quando ascoltò una predica sul disprezzo del mondo, tenuta dal P. Reginaldo, Priore del Convento Agostiniano. L'ideale della vita religiosa rapì talmente l'animo del fanciullo che, nonostante la tenera età, chiese ed ottenne d'essere accolto nel Convento di S. Angelo in Pontano. A quindici anni fu mandato al noviziato nel Convento di S. Ginesio. Il novizio Nicola fu forte nelle prove, coraggioso nella virtù ed eroico nella penitenza. Non perdeva un momento di tempo, odiava la negligenza. Concluso l'anno del noviziato, emise i voti di ubbidienza, povertà, castità, e passò a convivere con i professi a Tolentino e da qui a Cingoli.


SACERDOTE DI CRISTO Nicola era maturo nella scienza e nella virtù quando verso il 1270 fu promosso agli ordini sacri. Ricevette la consacrazione sacerdotale da S. Benvenuto, Vescovo di Osimo e Cingoli. Recò all'altare la sua innocenza. Celebrava ogni giorno la S. Messa dopo essersi confessato con grande devozione, sincerità, umiltà e devozione. Non tralascerà mai di celebrarla, se non impedito da gravi malattie. La gente s'affollava intorno all'Altare e rimaneva ammirata vedendolo piangere, specialmente dalla Consacrazione in poi. IL MESSAGGERO DEL PURGATORIO Da Cingoli il P. Nicola fu trasferito nel convento di Valmanente sito alla periferia di Pesaro. Un sabato notte si presentò a lui l'anima del defunto confratello fra Pellegrino da Osimo; lo supplicava dicendo: "Ora brucio in questo fuoco dove il buon Dio, accogliendo il mio pentimento, mi sta misericordiosamente purificando. Ti scongiuro di celebrare la S. Messa in suffragio dei defunti, perché io possa essere liberato da queste sofferenze". "Ti aiuti, fratello mio - rispose Nicola - il mio Salvatore che ti ha redento col Suo Sangue, perché non posso dire la Messa dei morti dovendo in questa settimana cantare la Messa conventuale la cui ufficiatura, come tu sai, non può essere cambiata". "Padre mio - riprese l'anima di fra Pellegrino - vieni con me e capirai come sia urgente soddisfare le suppliche d'una schiera innumerevole di anime che mi hanno inviato a supplicarti...". E gli mostrò la vallata di Pesaro trasformata in un rogo ardente. "Pietà, P Nicola, di questa infelice moltitudine di anime! - implorava fra Pellegrino -. Se tu celebrerai in loro suffragio, la maggior parte di esse sarà liberata da queste sofferenze". Il P Nicola trascorse la notte in preghiera e di buon mattino chiese al P. Priore che gli consentisse di applicare per tutta la settimana la S. Messa in suffragio delle anime purganti. Annuì il Priore, e, trascorsa la settimana di Messe, cui aggiunse preghiere e penitenze, gli riapparve l'anima di fra Pellegrino per ringraziarlo ed assicurargli che lui e la maggior parte delle anime, che aveva vedute tra le fiamme, erano state liberate dal Purgatorio. IL SUO CONFORTO Da Valmanente fu trasferito nel Convento di Piaggiolino, in quel di Fano, dove si distingueva per la singolare osservanza e per l'orazione. Cortese nel tratto, umile nel contegno, recava grande conforto agli ammalati ed ai sofferenti. "In quel periodo - riferisce P. Guglielmo - mi ammalai gravemente anch'io e credevo di morire. Di quando in quando davo in dirotto pianto. Nicola ogni giorno veniva a farmi visita, mi confortava in modo che mi sentivo molto sollevato". Essendo a Treia, mentre un giorno scendeva per Porta Montana, vide uscir di casa una donna fuori di sé col cadavere del suo bambino che poco prima le era morto soffocato. Commosso dinanzi a tanto dolore, il P Nicola tracciò il segno della Croce sul cadavere e il bimbo tornò a sorridere. STIMATO DA TUTTI Fu conventuale a Sant'Elpidio, Fermo, Corridonia, Recanati, Montegiorgio e Macerata lasciando ovunque esempi edificanti della sua bontà. "Non ho mai sentito un qualsiasi


sinistro giudizio - racconta P Guglielmo - sul suo conto sia dai religiosi come dai secolari. Non lo vidi mai adirato, né ho mai saputo che gli uscisse di bocca una parola contro chicchessia. Era veramente un religioso di grande pietà, compassione e pazienza". IL SUO TENORE DI VITA Era nel convento di Recanati quando gli fu recata la notizia della tragica fine del fratello Gentile, ucciso da un malvivente in Appezzana di Montappone. Il P. Nicola scoppiò in dirotto pianto preso dal timore che l'anima di Gentile fosse dannata. Fiducioso, tuttavia, nella misericordia del Signore, accrebbe i rigori delle sue penitenze ed il fervore delle sue preghiere. Dopo quindici giorni l'anima del fratello gli rivelò che era salva ed era stata liberata dal Purgatorio per merito dei suoi fervorosi suffragi. Trovandosi nel Convento di Fermo, compì una visita di cortesia al cugino che era abate nel monastero di Monturano. Questi, quando se lo vide davanti, gli disse: "Caro cugino, come mai ti vedo così mal ridotto? Scorgo l'estrema povertà del tuo Ordine e, sfinito come sei, vedo che non potrai certamente sopportarne i rigori. Ti consiglio di rimediare in tempo. Sei tuttora giovane e potresti decidere subito rimanendo in questo Monastero che ha ogni ben di Dio. È peccato sciupare il fiore della tua gioventù. La Provvidenza divina ti ha condotto qui per risolvere questa situazione: approfitta di questa occasione". Ma Nicola non tentennò. Si salutarono malinconicamente e, per riprendere alquanta serenità, il Santo entrò a pregare nella Chiesa attigua al Monastero: "Guida, Signore, i miei passi al Tuo cospetto". Si vide attorniato dagli Angeli che gli cantavano questo ritornello: A Tolentino, a Tolentino, chiuderai la tua esistenza; persevera nella vocazione nella quale sei stato chiamato perché in essa troverai la tua salvezza. NELLA TERRA DELLA SUA GLORIA A Tolentino i Padri agostiniani si erano andati costruendo un Monastero dentro le mura castellane verso il Chienti. Il P. Nicola venne a Tolentino nel 1275. Aveva il volto pallido, ma era di una bellezza angelica cui dava risalto la ruvidezza della tonaca nera che sapeva portare con gusto e decoro. Era modesto e affabile, espansivo e sereno, saggio e prudente. Non era stravagante e neppure ambizioso. Nemico dell'invidia e degli scandali, promoveva la concordia e la pace. Dotato di buon senso, si dimostrava leale, umile e cortese con tutti. Era ritenuto e rispettato come un Santo. Divenne il visitatore e il confortatore speciale dei poveri e degli umili; ai grandi andava solamente quando era invitato, ma visitava gli umili anche quando non era invitato. Nessuno poté notare che gli uscisse di bocca parola vana. Se non era occupato nell'eseguire i comandi del Superiore, pregava. Era sempre il primo ad entrare nel coro e l'ultimo ad uscirne. Nemico com'era dell'ozio e della negligenza, fu un lavoratore assiduo. Riparava da sé le vesti, compiva con le sue mani lavori utili per la Chiesa, andava volentieri per la questua del pane e di altro per il Convento e si prodigava in tutti i modi nell'assistere i confratelli e gli ospiti. AMANTE DELLA POVERTA' "Io personalmente - racconta Mancino - sono vissuto con i frati di S. Agostino fin dal 1270 e proprio a Tolentino sono stato in convento col P. Nicola. La sua tonaca era rappezzata e di stoffa rozza. Aveva per letto un corto sacconcello riempito con poca paglia senza capezzale e così corto che appena vi si poteva distendere. A volte poggiava il capo su una


pietra che gli faceva da capezzale. Si copriva col mantello che sostituiva le lenzuola e la coperta. Era solito dormire solamente per qualche ora della notte". "Io - attesta Fra Ventura - non lo vidi mai mangiare carne, uova, pesce, cibi conditi di grasso, latte e frutta. Quand'era malato, il medico Giovanni ed alcuni religiosi gli consigliarono di mangiare carne, ma invano. Anzi più volte io stesso lo pregai, ma egli non volle piegarsi alle mie insistenze. Prediligeva i cibi che venivano serviti alla Comunità". Beveva vino con acqua; ordinariamente tre bicchieri al giorno. Alcune volte l'acqua nel suo bicchiere si convertì in vino squisito. CANDORE VERGINALE S. Nicola era religioso amabile e socievole. La faccia - racconta Aldisia - gli si vedeva solamente quando celebrava la S. Messa. Stava di continuo con gli occhi fissi in terra, con il cappuccio che gli copriva la fronte in modo che non era possibile vedergli tutto il volto. Dopo la celebrazione della S. Messa gli uomini e le donne che l'avevano ascoltata andavano a baciargli le mani. Mortificava la gola non meno degli occhi. Fu religioso di grande astinenza, senza rendersi singolare. Non mangiava carne, e si accontentava di legumi. Quando i cibi erano ben conditi, egli scolava il condimento sostituendolo con acqua fredda, affinché quei cibi perdessero il buon sapore. Il P. Angelo, che fu Priore a Tolentino nell'ultimo periodo della vita del Santo, attesta che P. Nicola era un uomo di grande astinenza e orazione. Digiunava quattro giorni alla settimana, cioè il lunedì, mercoledì, venerdì e sabato. NELL'ORAZIONE DI DIO "Non fu mai che entrassi nella Chiesa dei Frati di Tolentino - attesta lo stesso Berardo - e non vi trovassi il P. Nicola ad assistere all'Officio divino con ali altri frati. Egli era sempre presente". Era assiduo all'orazione dopo la Messa fino all'ora di terza, tranne quando era occupato ad ascoltare le confessioni; dall'ora di nona fino a vespro, fatta eccezione dei giorni nei quali era occupato nell'eseguire gli ordini del Superíore. Di notte era solito pregare dinanzi alla croce esposta sull'ingresso della Sacrestia. "Nella sua stanza - racconta Fra Giovannino, addetto alla sua assistenza - pregava di giorno e di notte. In essa aveva due lastre di pietra sulle quali posava le ginocchia nude e i gomiti delle sue braccia parimenti nudi. In questa posizione faceva devotamente la sua orazione. Recitava ogni giorno le litanie, versando abbondanti lacrime; e altrettanto faceva nella recita dell'Ufficio dei morti e di quello votivo della S. Croce". "LO FACCIO VOLENTIERI" Il P. Angelo di S. Vittoria, che fu superiore di S. Nicola, attesta che durante il suo priorato il Santo ubbidiva ad ogni suo comando immancabilmente e subito dicendo "lo faccio volentieri". "Appena fui informato che il P. Nicola era gravemente ammalato - narra Berardo - andai a fargli visita conducendo con me il medico di Tolentino, Dr. Giovanni. "Questi gli prescrisse di mangiar carne. Io mi feci premura di sollecitarlo ai saggi consigli del medico, scongiurandolo a non essere suicida. A questa mia esortazione ben ricordo quel che rispose: "Sta' zitto, semplicione! Credi che Dio non abbia il potere di comunicare al pane, alla verdura e cose simili la virtù di rimettermi in salute? E non credi che il mio buon Dio possa liberarmi da questa malattia senza che mangi carne?".


"Visto e considerato che non riuscivo a persuaderlo, mi balenò in mente un'idea. Senza dir nulla ad alcuno, uscii, montai a cavallo e andai a Montecchio (Treia) dal P. Provinciale. Mi feci dare una lettera con la quale il superiore ingiungeva al P. Nicola di stare alle prescrizioni del medico. Appena di ritorno andai dal P. Nicola. Gli chiesi: "Come stai?" Mi rispose: "Sto bene... Tu ridi perché credi di aver fatto una bravura". Ed io: "Quale?" "Quella della lettera del P. Provinciale con la quale mi ingiunge di mangiare la carne. Voglio ubbidire. Procuramela tu stesso". "Per buona fortuna trovai una pernice, la feci cuocere in casa e gliela mandai. P. Nicola staccò un pezzo d'ala e ne mangiò. Poi disse: "Vedi, Berardo mio, che ho eseguito quanto mi ha ordinato il mio superiore; questa che rimane l'infermiere la porterà agli altri confratelli malati". GENEROSITÀ COMPASSIONEVOLE Ordinariamente non solo gli uomini e le donne di Tolentino accorrevano al confessionale di P. Nicola, ma anche molti forestieri. Le anime, che egli istruiva e confortava esortandole a non più peccare, si sentivano attratte verso di lui che si offriva a scontare per esse la penitenza. "Questo è proprio vero - riferisce Aldisia - perché molte volte mi sono confessata da lui e così mi dicevano le persone del vicinato". Ecco il motivo per cui nella quaresima era talmente occupato nell'ascoltare le confessioni che prendeva cibo solamente a notte inoltrata. Ai peccatori imponeva penitenze leggerissime e tutti rimanevano molto soddisfatti. Egli pregava, digiunava, applicava la S. Messa, si scioglieva in lacrime dinanzi a Dio per i suoi numerosi penitenti, affinché fossero liberati dalle tenebre del peccato. Di notte si flagellava con una disciplina di funi nodose per soffrire e così riparare per i peccati dei suoi penitenti. "Ogni qualvolta che mi ero confessata da P. Nicola ed avevo ricevuta la sua benedizione attestava la Nina nel 1325 - tornavo a casa così consolata che mi sembrava di aver acquistata l'agilità di un uccello. Era comunemente tenuto per un Santo, ed era veramente tale, perché ha operato molti miracoli durante la sua vita e dopo la sua morte. A proposito ecco quanto mi capitò il giovedì santo del 1305. Avevo io commesso un enorme peccato, noto soltanto a Dio e a me, che ne avevo grande rimorso. Andai alla Chiesa di S. Agostino col fermo proposito di confessarmi dal P. Nicola. Entrai nella Sacrestia e feci richiesta di lui che venisse a confessarmi. Fra Simone rispose seccato: "Se veramente vuoi confessarti, puoi farlo con un altro Padre, perché il P. Nicola sta male". "Aspetterò finché potrò confessarmi da lui, oppure tornerò un'altra volta". Dette queste parole ecco che, senz'essere stato chiamato, comparve il P. Nicola appoggiato al suo bastone. Ci dirigemmo al confessionale. Prima che io aprissi bocca egli mi disse: "Figlia mia, tu ti vergogni di confessare il peccato che hai commesso... Non ti vergognare. Tu hai commesso il tal peccato..." e me lo specificò con tutte le circostanze... Soltanto Dio glielo aveva potuto rivelare. Ciò - conclude la Nina - avvenne nell'anno della sua morte, nel mese di aprile, nella ricorrenza del giovedi santo ". DIFENSORE DELLA FEDE Lo zelo della divina parola lo rendeva assiduo e fervoroso nella predicazione. Il suo dire era ardente e penetrante. Instancabile l'impegno col quale faceva gustare ai sani e agli ammalati l'ineffabile dolcezza della divina parola. Il popolo che aveva ascoltate le prediche di P. Nicola se ne tornava contento e soddisfatto, perché a meraviglia sapeva difendere la dottrina cattolica.


Ma ciò non garbava al magnifico e grande ufficiale Giovanni, potente signore di Camerino. "A Tolentino era noto a tutti - attesta questo nobile cavaliere - che P Nicola fosse un sant'uomo, assai morigerato, di rigida penitenza. Questa fama corrispondeva al vero. Moltissime volte l'ho sentito predicare e l'ho incontrato in altre occasioni e sono rimasto sempre meravigliato della sua umiltà e benignità". "Io stesso, - continua Giovanni - aiutato da alcuni colleghi della nobiltà, più volte lo provocai mentre predicava. Facevo queste chiassate quand'ero giovane, perché, attesa la grande devozione che gli professava la gente, molte signore erano attratte dalle sue prediche. Con vero furore facevo fracasso con i bastoni. Più volte lo costrinsi a interrompere la predica, perché lasciasse andare le donne. Ora dichiaro che mai lo vidi turbato, come comunemente sogliono fare i predicatori, quando si impedisce loro di continuare la predica. Andavo poi personalmente a chiedergli perdono del disturbo arrecatogli; lo trovavo sempre molto cortese e umile nel perdonare me e i miei compagni. Aggiungo infine che la folla che assisteva alle sue prediche rimaneva soddisfattissima". CARITA’ BENEFICA Nelle deposizioni del processo di canonizzazione fu chiesto a Fra Agostino quali fossero i poveri soccorsi dal P. Nicola. Rispose: "Ordinariamente tutti i poveri di Tolentino". Nuccio di Rugerio riferì alcuni nomi: "So per conoscenza personale che il P. Nicola provvedeva il vitto a Rinalduccio Alfarducci da S. Angelo, malato ed assai povero, che visitava spesso. Così procurava il vitto a Giunta Innostici, a Giacomo Boningocci e Daniele Veronese, che versavano nella miseria, ed a molte altre persone ben note a tutta Tolentino e che superano il centinaio". Usava somma premura e diligenza quando il Priore lo incaricava della distribuzione dell'elemosina. Non di rado spronava lo stesso Priore ad essere largo nel fare l'elemosina. Francesco Adinolfi assicura che P. Nicola era il visitatore degli ammalati e specialmente il confortatore delle persone povere e miserabili. Ammoniva ed esortava i ricchi perché facessero l'elemosina ai poveri e particolarmente a quelli che non la chiedevano per vergogna. Quando donna Nina gli mandava del buon vitto, perché se ne cibasse, il P. Nicola se ne privava e lo mandava agli ammalati che egli indicava per nome. Esortava il Priore del Convento perché con ogni attenzione accogliesse i pellegrini, li onorasse, somministrasse loro alloggio, cibo e bevanda facendo ad essi un trattamento migliore di quello solito a farsi ai conventuali. Era felicissimo quando vedeva i forestieri soddisfatti. QUESTUA PROVVIDENZIALE Ben volentieri andava alla questua del pane; nessuno gli rifiutava l'elemosina, perché era grande la fama della sua santa vita. Il Santo, al ritorno, diceva ai frati che ricambiassero l'elemosina ricevuta con preghiere per quanti gliel'avevano fatta, perché molti erano quelli che gli avevano dato del pane pur avendone molto poco per sé. Rinalduccio e Alixa versavano in strettezze finanziarie in quel 1301. Un sabato passò P Nicola per la questua. Alixa gli diede una grossa pagnotta. Nicola baciò il pane e, commosso, disse: "Buona donna, Iddio moltiplichi la tua farina se ne hai ancora, perché per suo amore mi hai fatto questa generosa elemosina, pur essendo poverissima". Alixa per oltre due mesi continuò a fare il pane sempre con la stessa farina che era nella madia quando aveva fatto l'elemosina al Santo, perché questa s'era moltiplicata per la benedizione e le preghiere del P. Nicola. E bastò ancora per sostenere anche Risabella.


"Sarebbe bastata per tutto il tempo della nostra vita - concludeva Alixa - se avessimo avuto più fiducia". PAZIENTE BONARIETÀ Il Dr. Tommaso Bartolucci di Tolentino, che curò il P Nicola, attesta che il Santo sopportava le sue malattie con pazienza e bonarietà. "Non mi accorsi mai che borbottasse o si lagnasse. Al contrario, quando pìù le malattie lo affliggevano tanto più egli si effondeva nel lodare Dio, dicendo: Te Deum laudamus". Mancino del Forte, che visse con lui oltre trent'anni, lo vide più volte ammalato, ma non lo trovò mai turbato. Lo chiamava l'ammalato della pazienza e della bontà. "Mai - aggiunge il P Angelo - prorompeva in un qualsiasi lamento". "Egli - conclude P Matteo - con pazienza e bonarietà non cessava di ringraziare Iddio". Una volta aveva una piaga alla gamba destra molto grande e fastidiosa. Nuccio di Rugerio lo aiutò a cavarsi la calza. "Questa calza - osservò P. Nicola - mi ha stretto e dilaniato la piaga". "Ma perché - soggiunse Nuccio - non ti fai medicare questa ferita?" "Figliuolo, lascia che la guarisca Iddio". LOTTA APERTA Alle insidie del demonio il P. Nicola aveva risposto: "Con l'aiuto di Dio non temo quel che il nemico farà contro di me". Orribili fantasmi, urla di belve, fracasso infernale, sconvolgimento di tegole e violenze d'ogni genere si ripeterono con frequenza, specialmente la notte quando si dedicava alla preghiera. Una notte Fra Giovannino era uscito proprio allora dalla camera del Santo per prendergli un po' di fuoco. Quando rientrò trovò Nicola al suolo che con fievole voce supplicava: "Aiutami, fratello mio, perché sono stato gravemente maltrattato dal demonio. Però con la protezione di Maria Vergine, non mi vincerà". "Allora - concluse Fra Giovannino - gli riscontrai grosse lividure sulla faccia, alle braccia e sulle spalle. Fu costretto a rimanere a letto per oltre venti giorni". Entrando una notte a refettorio per pregare dinanzi all'immagine del Crocifisso, il diavolo con uno spintone lo fece stramazzare al suolo. Tentò rialzarsi invocando l'aiuto del Crocifisso, ma il demonio lo caricò di bastonate lasciandolo steso per terra. Il chiasso svegliò alcuni religiosi che lo soccorsero e trasportarono nella sua camera. Portò fino alla morte le conseguenze di questa dura lotta, perché rimase zoppo, e per camminare dovette servirsi sempre del bastone. VIRTÙ TAUMATURGICA Nel 1325 Berardo mostrò ai Commissari Pontifici in un'anfora l'acqua con la quale la sua defunta moglie Margherita aveva lavato vent'anni prima le mani e i piedi del cadavere di S. Nicola. Ella aveva gelosamente conservato l'acqua come una reliquia. Quando nella sua casa c'era qualche male, Margherita pregava la creatura più innocente della casa a prendere quell'acqua per segnare devotamente la parte malata e si guariva subito. Così Fiordalisa fu guarita dal mal di stomaco, la stessa Margherita da ascesso al fianco destro, dal male agli occhi e da altri mali. Ma Berardo e sua moglie avevano sperimentato la virtù taumaturgica di S. Nicola tuttora vivente. Se Margherita riuscì a dare alla luce prole viva, lo doveva alle preghiere del Santo che dopo penose esperienze l'aveva incoraggiata dicendole: "Stai tranquilla chè questa


volta partorirai una bambina che vivrà a lungo. Se poi anch'io vivrò, mi porterà quello che sei solita inviarmi." Le nacquero così Berardesca, Tuccio, Checca e Nicolino. Una grave infermità aveva ridotto il P. Nicola in fin di vita e i medici giudicavano prossima la morte, quand'ecco comparire Gesù, Maria SS.ma e S. Agostino. "Io sono - disse l'amabile Signora - la Madre del tuo Salvatore, la Vergine Maria che tu hai invocato. Io stessa ti dò questa salutare ricetta". Quindi, stendendo la destra verso la piazza, continuò: "Manda il tuo infermiere da quella donna, perché le chieda un pane fresco in nome del mio Figliolo Gesù. Quando te l'avrà portato, bagnalo nell'acqua, mangialo e guarirai." Il P. Nicola ubbidì e guarì istantaneamente. Da qui l'origine dei panini benedetti, tuttora prodigiosi strumenti della bontà misericordiosa del Signore invocato dalla fraterna sollecitudine di S. Nicola. FIDUCIA NEI SANTI Appoggiato sul bastone e sorretto da Fra Simone il P. Nicola un giorno del 1301 entrava in casa di Mercadante Adambi, sofferente di febbre altissima e continua da venti giorni. Con ardore materno Fiordalisa pregò il Santo di fare il segno della croce sull'infermo e di pregare Iddio che lo guarisse. Il P. Nicola sollevò gli occhi e benedisse l'infermo che all'istante balzò dal letto completamente guarito. Un certo Puccio da quindici giorni era tormentato da febbre terzana; non finiva mai dal bere acqua. Il padre, molto preoccupato, gli disse: "Figlio mio, vieni con me da P. Nicola che è un uomo buono e santo. Gli faremo una visita e lo pregheremo di chiedere a Dio la tua guarigione". Furono introdotti nella stanza del Santo che era gravemente infermo. "P. Nicola, prega Dio per questo mio figlio che ha forte febbre e gran sete". "Andate! Iddio vi accompagni e vi benedica". Il babbo insisteva perché benedicesse il figlio; ma il P. Nicola concluse: "Andatevene con la benedizione di Dio". Partirono: Puccio era guarito. Nicolino, figlio di Berardo, era moribondo. Il P. Nicola propose a Margherita - sua madre di offrirlo a Dio e a S. Antonio. "Alla Chiesa di S. Antonio ogni anno offrirai tanto grano quanto pesa il fanciullo. Lo donerai poi a S. Agostino perché diventi agostiniano". Mamma Margherita fece la promessa; P. Nicola toccò con la sua mano il fanciullo e lo benedisse. Nicolino cominciò a muoversì e a parlare; scomparve la febbre e si alzò. Allora il P. Nicola disse alla mamma: "Ora vedi e tocchi con mano che S. Antonio ha guarito il tuo figliolo. Impara ad avere fiducia nei Santi e anche a trattarli come meritano". APOTEOSI DI GLORIA Nell'ultimo periodo di sua vita, quando nella notte si levava per pregare, il P Nicola osservava una misteriosa stella che, sorgendo da Castel S. Angelo, lo precedeva nel luogo della preghiera. Quando un confratello di sua fiducia gli spiegò che la stella significava la sua virtù ed indicava il luogo del suo sepolcro, rispose: "Per carità, allontana dalla mente simili pensieri, perché sono stato sempre un servo inutile del mio Signore". Ormai volgeva la fine. Il 3 Settembre 1305 si fece collocare di fronte al letto l'immagine della Madonna dinanzi alla quale era solito pregare. Per tre giorni supplicò con tanta insistenza e fiducia la Madre celeste che il 5 Settembre gli apparve e gli disse che sarebbe morto tre giorni dopo la festa della sua natività. Questa grazia lo incoraggiò e chiese umilmente alla Vergine Santa il favore singolare di non essere disturbato nell'ora della morte dagli spiriti infernali.


Non rispose la Madonna, ma il P. Nicola continuò a pregarla con tanta insistenza che 1'8 Settembre un angelo gli disse: "La tua preghiera è stata esaudita". Si rivolse allora al suo Superiore, che era il P. Angelo da S. Vittoria, e gli disse: "P Priore, ti prego per amor di Dio di confessarmi e impartirmi l'assoluzione generale di tutti i miei peccati e di comunicarmi per viatico". Disse poi ai Confratelli: "Sebbene ora di nulla sia consapevole, non per questo mi stimo giustificato. Se in me avete veduto cose che avessero recato scandalo, se vi avessi procurato dispiaceri, se in qualche modo avessi offeso qualcuno di voi, io vi prego che mi perdoniate per amore del Padre celeste e per la carità vostra, perché il buon Dio saprà largamente compensare questa vostra clemenza verso di me". Chiese poi al P Priore di portargli la reliquia della S. Croce che egli aveva riposto in un reliquiario lavorato con le sue mani. Quando gli fu consegnata la baciò devotamente e bagnò con lacrime. Il Priore gliela collocò in modo che egli avesse potuto comodamente guardarla. Sebbene nel pieno uso dei sensi, sentiva che le forze venivan meno e, non potendo ormai pronunziarlo con le sue labbra, pregò Fra Giovannino che di tanto in tanto gli ripetesse all'orecchio il versetto del salmo: "Io mi offro in sacrificio di lode a te, mio Signore, che spezzi i lacci che mi tengono avvinto a questo corpo". L'umile camera si muta in lembo di paradiso: armonie soavissime, gioia ineffabile. Il volto del P. Nicola è trasfigurato e rapito: sembra che non oda Fra Giovannino che gli chiede: "Padre, perché sei tanto giulivo e contento?". Finalmente una flebile risposta a Fra Giovannino che accosta l'orecchio alle labbra del Santo: "Perché il mio Dio e Signore mio Gesù Cristo, accompagnato dalla sua Santa Madre e dal mio Santo Padre Agostino, mi sta dicendo: Orsù servo buono e fedele, entra nel godimento del tuo Signore". Congiunse le mani che sollevò verso il cielo, protese in alto lo sguardo e disse: "Ecco, o mio Signore, che pongo l'anima mia nelle tue mani". Calò la notte del 10 Settembre 1305 ed una stella misteriosa brillò su Tolentino. IL TRIONFO Il processo per la canonizzazione del P. Nicola, indetto dal Papa Giovanni XXII il 23 Maggio 1325, fu condotto dai Legati Pontifici, Federico Vescovo di Senigallia e Tommaso Vescovo di Cesena, i quali raggiunsero Tolentino il 9 Settembre e nella sala Capitolare del Convento Agostiniano tennero le sedute processuali nelle quali furono ascoltati 371 testimoni ed autenticati 301 miracoli, dei quali alcuni si compirono sotto gli occhi degli stessi commissari pontífici. La relazione del processo fu presentata a Giovanni XXII il 5 Dicembre 1326. Il Papa ne affidò l'esame ad una commissione di Cardinali, ma sebbene fosse stato redatto dal Presidente della commissione, Cardinale Godivo, un accurato sommario, il processo fu riassunto e concluso dal Papa Eugenio IV che canonizzò l'eroe di Tolentino il 5 Giugno 1446. Il suo culto, tuttavia, era così noto che Bonifacio IX fin dal 1400 aveva accordato alla cappella, dove il Santo era sepolto, l'Indulgenza Plenaria come quella della Porziuncola di Assisi. Tale concessione ha dato inizio alla solenne festa del PERDONO che si celebra nel Santuario di Tolentino la Domenica successiva il 10 di settembre. Il corpo del Santo, dal quale un fanatico aveva reciso le braccia nel 1345, secondo la tradizione, rimase sepolto sotto l'arca di pietra collocata nel 1474 al centro del Cappellone. Nel 1926 fu ritrovato ed autenticato; quindi collocato nella Cripta costruita nel 1932.


Alle braccia, dalle quali emanò a più riprese vivo sangue, come documentano numerosi processi condotti dall'Autorità ecclesiastica, era stato dato un culto particolare. Dopo il ritrovamento del corpo esse sono state riunite al medesimo e collocate nell'urna argentea in Cripta. Il popolo invoca S. Nicola come protettore della Chiesa militante e purgante e il suo culto, un tempo noto a tutto il mondo, va rinnovandosi. Continuano i prodigi con l'uso dei suoi Panini che si benedicono solennemente la IV Domenica di Quaresima nella cosiddetta festa di PANE e PESCE. Ciò conferma quanto sia vera e utile la raccomandazione che il Santo era solito ripetere a quanti si raccomandavano alle sue preghiere: "Abbi fede, perché la fede salva l'uomo". I PRODIGIOSI PANINI DI SAN NICOLA DA TOLENTINO In una gravissima malattia, come è stato già ricordato, San Nicola ebbe la visione della Madonna che gli suggerì l'uso del pane bagnato nell'acqua col quale guarì miracolosamente. Il Santo usò questa salutare medicina con i malati che visitava e così i suoi Confratelli invocando l'intercessione di S. Nicola. La Chiesa approvò i Panini benedetti in onore di S. Nicola con i quali si sono ottenuti prodigi di ogni genere. Essi si usano bagnandoli nell'acqua e recitando un Padre, Ave e Gloria. Per offerte di Sante Messe o di Settenari, per abbonamenti al Bollettino mensile del Santuario, per le Vocazioni, per iscrizioni alla Pia Unione delle Anime Purganti, per richiedere i Panini Benedetti rivolgersi al P Priore degli Agostiniani - Basilica di San Nicola - 62029 TOLENTINO (Macerata).

San Nicola da Tolentino  

San Nicola da Tolentino un grande santo

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