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PARTE PRIMA

PerchĂŠ mi tenti

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Francesca si voltò quando entrò Ian Noble, e così fecero tutti quelli che si trovavano nel lussuoso ristorante. Togliendosi il soprabito, rivelò un completo dal taglio impeccabile modellato su un fisico perfetto. Lo riconobbe subito. Per qualche strano motivo pensò che l’elegante spolverino nero fosse perfetto e fuori luogo tutto il resto. In jeans sarebbe stato da urlo. Quell’osservazione, in realtà, non aveva senso. Prima di tutto, il completo gli donava moltissimo e poi, secondo un articolo che Francesca aveva letto di recente su GQ, quell’uomo manteneva praticamente da solo tutti i sarti di Savile Row a Londra. Che cos’altro avrebbe potuto indossare un uomo d’affari rampollo di una famiglia imparentata con la regina? Uno dei due tizi che lo accompagnavano cercò di prendergli il soprabito, ma lui fece no con la testa. A quanto pareva, l’enigmatico Mr Noble non intendeva fermarsi a lungo al cocktail che aveva organizzato in onore di Francesca. «Ecco Mr Noble. Sarà contentissimo di conoscerti. Adora le tue opere», disse Lin Soong con un’impercettibile punta di 3

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orgoglio nella voce, come se Ian Noble fosse il suo amante anziché il suo capo. «Sembra che abbia cose molto più importanti da fare.» Francesca sorrise. Bevve un sorso di acqua tonica e guardò Noble mentre parlava concisamente al cellulare, con il soprabito ancora sul braccio, pronto per una rapida uscita di scena. Aveva l’aria irritata e, per qualche ragione, quella dimostrazione fin troppo palese di umanità la fece rilassare un poco. Non aveva confessato ai suoi coinquilini, che la consideravano spavalda e spigliata, quanto fosse preoccupata dall’idea di conoscere Ian Noble. Le conversazioni ripresero, ma ora la tensione nell’aria era palpabile. Curioso che un uomo così elegante e sofisticato fosse diventato l’icona di una generazione tutta tecnologia e T-shirt. Doveva essere sulla trentina. Secondo la stampa aveva guadagnato il suo primo miliardo anni addietro con una florida azienda di social media, prima di quotarla in Borsa, intascare altri tredici miliardi e fondare subito un’altra prospera società per la vendita al dettaglio in Internet. Si sarebbe detto che qualunque cosa toccasse si trasformava in oro. Come faceva? Aveva successo in ogni impresa, maledizione. A quel pensiero, Francesca si lasciò sfuggire un sorriso divertito. In fondo le era utile credere che fosse arrogante e antipatico. D’accordo, era il suo benefattore, ma come tutti gli artisti della storia, lei aveva una sana dose di diffidenza nei confronti dei mecenate. Purtroppo, come tutti gli artisti squattrinati, anche lei aveva bisogno di uno Ian Noble. «Vado a dirgli che sei qui. Come dicevo, è rimasto sbalordito dal tuo dipinto. L’ha preferito di gran lunga a quelli degli altri due finalisti.» Lin si riferiva al concorso vinto da 4

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Francesca: in palio c’era il prestigioso incarico di creare il quadro centrale per il sontuoso atrio del nuovo grattacielo Noble a Chicago, all’interno del quale si trovavano in quell’istante. Il ricevimento era stato organizzato al Fusion, un costosissimo ristorante alla moda situato dentro l’edificio. Ma soprattutto, Francesca avrebbe ricevuto centomila dollari, somma che le avrebbe fatto molto comodo, dato che era una studentessa di belle arti senza il becco di un quattrino. Lin si eclissò evocando come per magia Zoe Charon, una giovane afroamericana con cui Francesca avrebbe potuto continuare la conversazione. «Piacere di conoscerti», Zoe sfoderò un sorriso bianchissimo mentre le stringeva la mano. «E congratulazioni. Pensa, ammirerò il tuo dipinto ogni volta che verrò al lavoro.» Francesca provò un pizzico di vergogna quando confrontò il proprio abbigliamento con il suo tailleur. Lin, Zoe e quasi tutti gli altri invitati erano in ghingheri, con uno stile raffinato e ricercato. Come avrebbe potuto prevedere che il boho-chic non sarebbe stato adatto al cocktail di Noble? Che anzi non ci sarebbe stato proprio niente di chic in quel contesto? Scoprì che Zoe era una vicedirettrice della Noble Enterprises, nel reparto Imagetronics. Che diavolo è? si domandò mentre annuiva distrattamente, fingendo di essere interessata e lanciando un’altra occhiata a Noble. L’espressione dell’uomo si addolcì per un momento mentre Lin gli parlava, ma poi tornò a essere distaccata e annoiata. Noble scosse il capo e consultò l’orologio. Chiaramente non aveva voglia di conoscere uno dei tanti beneficiari delle sue iniziative filantropiche più di quanto Francesca avesse 5

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voglia di conoscere lui. Quel ricevimento era solo uno dei tanti impegni fastidiosi. Si girò verso Zoe e sorrise, decisa a divertirsi ora che sapeva di essersi preoccupata inutilmente. «Allora, com’è questo Ian Noble?» Zoe trasalì a tanta impertinenza. «Questo Ian Noble è praticamente un dio.» «Ci vai piano, eh?» Scoppiarono a ridere e per un attimo furono solo due giovani donne che ridevano dell’uomo più affascinante della festa. Noble era davvero il più bello del locale. Anzi, era l’uomo più attraente che Francesca avesse mai visto. Quando notò che Zoe era tornata seria, smise di ridere e si girò: Noble aveva gli occhi puntati su di lei. Francesca provò una forte eccitazione. Non ebbe neppure il tempo di riprendere fiato prima che lui si avviasse nella sua direzione, con Lin che lo seguiva stupita. Sentì l’assurdo impulso di fuggire. «Oh… sta venendo da questa parte… Lin deve avergli detto chi sei.» Zoe sembrava confusa e sorpresa, ma era più esperta di Francesca nell’arte delle pubbliche relazioni. Quando Noble le raggiunse, la ragazzina scherzosa era scomparsa, sostituita da una donna affascinante e controllata. «Mr Noble, buonasera.» Per una frazione di secondo, lui staccò gli occhi di un penetrante blu cobalto da Francesca, che ne approfittò per respirare. «Zoe, giusto?» Zoe non nascose quanto le facesse piacere che ricordasse il suo nome. «Sì, signore. Lavoro nel reparto Imagetronics. 6

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Posso presentarle Francesca Arno, la vincitrice del concorso Orizzonti lontani?» Noble le strinse la mano. «È un piacere, Miss Arno.» Francesca si limitò a fare un cenno del capo, senza spiccicare parola, sopraffatta per un istante dalla sua immagine, dal calore della sua mano energica, dal tono grave della sua voce con accento britannico. Il completo grigio e i capelli scuri, corti e ben pettinati, mettevano in risalto il pallore del volto. Un angelo caduto. Ecco quello che le venne in mente. «Non so dirle quanto ammiri il suo lavoro», aggiunse Noble. Niente sorriso, niente dolcezza nel suo tono, nonostante la palese curiosità dello sguardo. «Grazie», balbettò Francesca imbarazzata. Le trattenne la mano e poi gliela lasciò lentamente. Seguì un orribile momento di silenzio. Poi lei riprese il controllo. «Sono felice di poterla ringraziare di persona. Quell’incarico significa più di quanto riesca a esprimere.» Ripeté a pappagallo il discorso che si era preparata. «Se l’è meritato. O meglio, se lo meriterà.» Francesca sperò che Noble non si accorgesse della sua agitazione. «Me lo sono meritato, sì, ma è stato lei a offrirmi questa possibilità. È per questo che la sto ringraziando. Se non fosse stato per lei, non mi sarei potuta permettere il secondo anno del master.» Con la coda dell’occhio vide che Zoe si irrigidiva. Era forse stata troppo brusca? «Mia nonna dice spesso che reagisco male alla gratitudine», replicò Noble con voce più calda e tranquilla. «Ha fatto bene a puntualizzare. Prego, Miss Arno. Zoe, ti dispiacerebbe riferire un messaggio a Lin da parte mia? Alla 7

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fine ho deciso di annullare la cena con Xander LaGrange. Per favore, chiedile di rimandarla.» «Certo, Mr Noble», disse prima di allontanarsi. «Le va di sedersi?» Noble indicò un divanetto di cuoio circolare. «Volentieri.» Aspettò che Francesca si sedesse per prima, ma lei avrebbe preferito che non lo facesse, perché si sentiva goffa e impacciata. Noble le scivolò accanto con un movimento fluido e aggraziato. Francesca si sistemò il vestitino vintage ornato di perline che aveva acquistato in un negozio di abiti usati. La serata di inizio settembre si era rivelata più fresca del previsto, costringendola a indossare una giacca di jeans casual sopra le spalline sottili. Temette di apparire ridicola accanto a quell’uomo elegante e virile. Giocherellò nervosamente con la collana, poi incrociò il suo sguardo e alzò il mento in segno di sfida. Lui abbozzò un sorriso che le procurò una fitta allo stomaco. «Dunque è al secondo anno del master?» «Sì, frequento l’Art Institute.» «Ottima scuola.» Noble posò le mani sul tavolo e si appoggiò allo schienale, perfettamente a proprio agio. Il suo fisico slanciato e asciutto le rammentava un predatore la cui calma apparente poteva trasformarsi in ferocia da un momento all’altro. Nonostante i fianchi snelli, Noble aveva le spalle larghe, il che indicava la presenza di muscoli sotto la camicia bianca inamidata. «Se ricordo bene la sua domanda di partecipazione, ha studiato arte e architettura alla Northwestern University, giusto?» «Sì», Francesca si sforzò di non guardargli le mani. Erano ben curate ma grandi, e le sembrarono molto abili. Non poté 8

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fare a meno di immaginare come sarebbero state sulla sua pelle, strette intorno ai suoi fianchi… «Perché?» Francesca si riscosse. «Perché ho studiato entrambe le materie, intende?» Lui annuì. «L’architettura per i miei genitori e l’arte per me.» Si stupì della propria sincerità, di solito ostentava un freddo disprezzo quando le facevano quella domanda. «I miei genitori fanno gli architetti e hanno sempre sognato che calcassi le loro orme.» «Così li ha accontentati a metà. Si è laureata in architettura, ma non intende esercitare la professione.» «Sarò sempre un architetto.» «Buono a sapersi.» Noble si interruppe quando si avvicinò un bel ragazzo con i dreadlock e gli occhi grigio chiaro che spiccavano sulla pelle scura. Gli strinse la mano. «Lucien, come vanno gli affari?» «A gonfie vele», rispose lui osservando Francesca con interesse. «Miss Arno, questo è Lucien Lenault, il direttore del Fusion e il ristoratore più famoso d’Europa. L’ho soffiato al miglior locale di Parigi.» Lucien sorrise. «Spero che molto presto si possa dire la stessa cosa del Fusion. Miss Arno, piacere di conoscerla», aggiunse con un delizioso accento francese. «Che cosa gradite?» Noble guardò Francesca. Le sue labbra erano insolitamente carnose per un uomo tanto mascolino e dai tratti così marcati, e lo facevano apparire insieme passionale e risoluto. Rigido. 9

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Come le era venuta quell’idea stramba? «Io sono a posto», rispose Francesca. «Che cos’è quello?» Noble accennò al suo bicchiere mezzo vuoto. «Il mio solito drink, acqua tonica con lime.» «Dovrebbe festeggiare, Miss Arno.» Era forse il suo accento a farle venire la pelle d’oca quando la chiamava per nome? La sua inflessione aveva un che di unico. Era inglese, ma ogni tanto pareva che nelle sue sillabe si insinuasse un’altra cadenza, qualcosa di indefinibile. «Portaci una bottiglia di Roederer brut», disse Noble a Lucien, che si allontanò con un lieve inchino. Francesca era sempre più incredula. Perché Noble le stava dedicando tanto tempo? Sicuramente non beveva champagne con tutti i beneficiari delle sue iniziative filantropiche. «Come stavo dicendo prima dell’arrivo di Lucien, sono contento che abbia studiato architettura. Senza dubbio la preparazione e la competenza in quel campo sono ciò che conferisce alle sue opere tanta precisione, profondità e originalità. Il dipinto del concorso era spettacolare. Ha colto esattamente lo spirito di ciò che volevo.» Francesca si concentrò ancora sul completo inappuntabile di Noble. In un certo senso, l’evidente preferenza per le linee diritte non la sorprese. Era vero, le sue opere erano spesso ispirate dall’amore per la forma e per la struttura, ma l’obiettivo non era la precisione. Al contrario. «Sono lieta che le sia piaciuto», replicò con quello che sperava fosse un tono neutro. «C’è dell’altro dietro questa frase. Non è felice di aver soddisfatto le mie aspettative?» Francesca, sbalordita, trattenne ciò che aveva sulla punta 10

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della lingua: le uniche aspettative che le mie opere devono soddisfare sono le mie. Si fermò appena in tempo. Che cosa le prendeva? Dopotutto, quell’uomo le aveva cambiato la vita. «Come le ho già detto, non potrei essere più entusiasta. Sono al settimo cielo.» Lucien ricomparve con lo champagne e il secchiello del ghiaccio. Mentre stappava la bottiglia, Noble continuò a studiare Francesca come se fosse un reperto scientifico particolarmente interessante. «Ma essere contenta di essersi aggiudicata l’incarico non è uguale a essere contenta di aver soddisfatto le mie aspettative.» «No, non volevo dire questo», balbettò lei voltandosi verso Lucien quando udì lo schiocco sommesso del tappo. Di che diavolo stava parlando? E perché la sua domanda l’aveva agitata tanto? «Mi fa piacere che abbia apprezzato il dipinto, sul serio.» Lui tacque, osservando impassibile Lucien che versava il liquido spumeggiante. Lo ringraziò e prese il bicchiere, imitato da Francesca. «Congratulazioni.» I loro calici si sfiorarono. Lei non aveva mai assaggiato nulla di simile; lo champagne, secco e ghiacciato, le solleticò la lingua e la gola. Sbirciò Noble. Come poteva rimanere così indifferente alla tensione che c’era nell’aria, mentre lei era sul punto di soffocare? «Suppongo che, poiché ha sangue reale nelle vene, una semplice cameriera non sia degna di servirla», osservò Francesca cercando di tenere ferma la voce. «Prego?» «Oh, intendevo solo…» Lei si diede dell’idiota. «Faccio la cameriera. Sa, per arrotondare finché termino gli studi.» 11

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Fu colta dal panico di fronte alla sua reazione fredda e anche un po’ intimidatoria. Sollevò la flûte e bevve un sorso troppo abbondante. Immaginò il momento in cui avrebbe raccontato a Davie del pasticcio che aveva combinato. Il suo caro amico gliene avrebbe dette quattro. Gli altri coinquilini, Caden e Justin, si sarebbero invece sbellicati dalle risate ascoltando la sua ultima figuraccia. Se solo Ian Noble non fosse stato così bello. Così maledettamente bello. «Mi dispiace», borbottò Francesca. «Non avrei dovuto. È solo che… ho letto che i suoi nonni discendono alla lontana dalla famiglia reale britannica. Niente meno che un conte e una contessa.» «E si è chiesta se disdegnassi di essere servito da una semplice cameriera, giusto?» L’espressione divertita lo rese ancora più irresistibile. Francesca sospirò e si rilassò un poco. Non l’aveva offeso proprio del tutto. «Ho studiato perlopiù negli Stati Uniti», spiegò Noble. «Mi considero innanzitutto americano e le assicuro che Lucien è venuto a servirci solo perché ha deciso di farlo. Siamo compagni di scherma oltre che amici. Ormai la tendenza dell’aristocrazia inglese a preferire i domestici alle cameriere sopravvive solo nei romanzi dell’Ottocento, Miss Arno. Anche se esistesse ancora, dubito che un bastardo come me potrebbe adottarla. Mi dispiace deluderla.» Lei avvampò. Quando avrebbe imparato a tenere chiusa la sua boccaccia? Noble le stava forse dicendo che era figlio illegittimo? Non aveva mai letto nulla al riguardo. «Dove lavora?» chiese lui. «All’High Jinks a Bucktown.» «Mai sentito nominare.» 12

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«Non mi sorprende.» Francesca bevve un altro sorso di champagne e si stupì di vederlo ridere di gusto. Sembrava così allegro. Ian Noble era magnifico in qualsiasi momento, ma quando sorrideva era una seria minaccia per l’autocontrollo femminile. «Le dispiacerebbe fare due passi? C’è una cosa importante che vorrei mostrarle», propose lui. Lei si fermò con il bicchiere a mezz’aria. Che cosa stava succedendo? «È qualcosa di direttamente legato al suo incarico», aggiunse Noble in tono secco e autoritario. «Desidero mostrarle il panorama che voglio per il dipinto.» La rabbia prevalse sullo choc. «Dovrò dipingere ciò che vuole lei?» «Certo.» Francesca posò la flûte con veemenza di fronte a quell’atteggiamento inflessibile. Noble si stava dimostrando arrogante come aveva immaginato. Il premio si sarebbe trasformato in un incubo, proprio come aveva previsto. «Le suggerisco di dare un’occhiata prima di offendersi inutilmente, Miss Arno.» «Mi chiami Francesca.» «D’accordo, ma solo se tu mi chiami Ian.» Francesca si costrinse a ignorare le farfalle che le svolazzavano nello stomaco. Non lasciarti abbindolare, raccomandò a se stessa. Noble era il tipico mecenate prepotente che avrebbe cercato di comandarla a bacchetta e di spegnere il suo istinto creativo. Era peggio di quanto avesse temuto. Senza aggiungere altro si alzò e si avviò verso l’uscita, avvertendo, con ogni cellula del proprio corpo, il movimento di lui che la seguiva. 13

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*** Dopo che ebbero lasciato il Fusion, la condusse in silenzio verso un marciapiede che costeggiava il fiume Chicago. «Dove stiamo andando?» domandò lei dopo qualche minuto. «A casa mia.» Lei vacillò goffamente sui sandali con il tacco alto e si bloccò di colpo. «Da te, vuoi dire?» Ian si voltò, con il soprabito che gli fluttuava intorno alle gambe lunghe e muscolose nel vento frizzante del Lago Michigan. «Sì, stiamo andando da me», confermò con finta minaccia. Francesca esitò. Era palese che si stava prendendo gioco di lei. Sono felice che mi trovi buffa, Mr Noble. Lui, esasperato, fece un profondo respiro e guardò pensosamente verso il lago. «Vedo che sei a disagio, ma ti do la mia parola: si tratta di una questione strettamente professionale. Riguarda il dipinto. Il panorama che desidero si vede dal mio appartamento. Non crederai che voglia farti del male. Un mucchio di persone ci ha appena visti uscire insieme dal ristorante.» Non era necessario che glielo ricordasse. Francesca aveva avuto l’impressione che tutti gli occhi fossero puntati su di loro mentre lasciavano il locale. Quando ricominciarono a camminare, lo osservò. I suoi capelli castani, arruffati dal vento, avevano un che di familiare. Socchiuse gli occhi e il senso di déjà vu svanì. «Mi stai dicendo che dovrò lavorare nel tuo appartamento?» 14

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«È molto grande. Non sarai costretta a vedermi, se preferisci.» Francesca si fissò le unghie dipinte nel tentativo di eludere il suo sguardo. Non voleva che lui le leggesse in volto le immagini sconce che le erano balenate in testa: Ian che usciva dalla doccia, con il corpo nudo ancora luccicante d’acqua e con un piccolo asciugamano drappeggiato intorno ai fianchi snelli, a coprire la sua virilità. «Non è molto convenzionale.» «Io non sono molto convenzionale. Capirai quando vedrai il panorama.» Ian viveva al 340 di East Archer, un classico edificio in stile rinascimentale italiano risalente agli anni Venti, che Francesca adorava da quando l’aveva studiato all’università. Per certi versi, quella torre di mattoni scuri, cupa ed elegante, gli si addiceva. Non si meravigliò quando Ian le disse che il suo appartamento occupava gli ultimi due piani. La porta dell’ascensore privato si aprì silenziosamente e Ian le cedette il passo. A quel punto, Francesca entrò in un luogo magico. Il lusso dei tessuti e dei mobili era evidente, ma nonostante lo sfarzo l’ingresso era accogliente, anche se un po’ austero. Lei scorse il proprio riflesso in uno specchio antico. I suoi capelli lunghi, biondo ramato, erano arruffati e le guance arrossate. Avrebbe voluto convincersi che fosse colpa del vento, ma temeva che dipendesse dalla compagnia di Ian Noble. Poi vide le opere d’arte e dimenticò tutto il resto. Percorse un largo corridoio che fungeva anche da galleria, fissando i dipinti stupefatta. Alcuni non li aveva mai visti, ma altri erano capolavori che la lasciarono senza fiato. 15

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Si fermò accanto a una piccola scultura posata su una colonna, una fedelissima riproduzione di una famosa statua dell’antica Grecia. «Mi è sempre piaciuta l’Afrodite di Argo.» Osservò i lineamenti squisiti e la torsione aggraziata del busto nudo, miracolosamente intagliato nell’alabastro. «Davvero?» Lei annuì. «L’ho acquistata qualche mese fa. Non è stato facile aggiudicarmela», spiegò Ian. «Adoro Sorenburg», disse Francesca alludendo al quadro davanti al quale avevano fatto una sosta, appeso sopra un morbido divano di velluto. Si voltò verso Ian, accorgendosi all’improvviso che aveva vagato come una sonnambula per diversi minuti nei meandri silenziosi dell’appartamento, e che lui aveva tollerato l’intrusione senza fare commenti. Erano sbucati in una sorta di salottino arredato con tessuti gialli, azzurri e marrone scuro, dalla bellezza decadente. «Lo so. L’hai scritto nelle note personali sulla domanda di partecipazione.» «Stento a credere che ti piaccia l’espressionismo.» «Perché?» chiese Ian con voce bassa e suadente. Francesca era così assorbita dalle opere d’arte da non aver notato che era vicinissimo. «Perché… hai scelto il mio dipinto.» Fece scivolare lo sguardo sul suo corpo. Ian si era aperto il soprabito. Un soave profumo di sapone speziato le solleticò le narici. Un pulsare caldo e intenso si fece largo fino al suo sesso. «Sembri così… amante dell’ordine», sussurrò. «Hai ragione. Detesto la sciatteria e il disordine, ma nel caso di Sorenburg non si tratta di questo, bensì della capacità di ricavare un significato dal caos. Non sei d’accordo?» 16

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Francesca fissò il suo profilo, stupefatta. Non aveva mai sentito descrivere lo stile di Sorenburg in termini così incisivi. «D’accordissimo.» Lui sorrise. Le labbra carnose erano il suo tratto più irresistibile, insieme con gli occhi, il mento pronunciato e il corpo favoloso… «Sbaglio, oppure ho sentito una punta di rispetto nel tuo tono, Francesca?» Lei si girò verso il quadro, in preda all’agitazione. «Be’, devo riconoscere che hai un gusto impeccabile in fatto d’arte.» «Grazie. Lo penso anch’io.» Francesca avvertì lo sguardo da angelo caduto dei suoi occhi. «Dammi pure la giacca», disse Ian. «No», rispose lei, pentendosi subito della reazione brusca. «Dammela.» Francesca fece per protestare, ma poi cambiò idea. «È la donna a mettere in risalto l’abito, Francesca. Non il contrario. È la prima lezione che ti impartirò.» Lei si tolse la giacca con fare esasperato, e l’aria fresca le accarezzò le spalle nude insieme con lo sguardo caldo di Ian. «Si direbbe che tu voglia impartirmene più di una.» «Può darsi. Seguimi.» Ian appese la giacca, quindi la guidò lungo il corridoio prima di svoltare in un passaggio più angusto, fiocamente illuminato da applique di ottone. Aprì una porta e Francesca entrò. Si aspettava di vedere un altro locale pieno di tesori, invece si ritrovò in uno spazio lungo e stretto percorso da una fila di vetrate. Non ci fu bisogno di accendere la luce, perché la stanza era rischiarata dalle luci dei grattacieli e 17

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dai loro riflessi nel fiume nero. Francesca si avvicinò alle finestre e Ian la raggiunse. «Sono vivi. Gli edifici, intendo… Alcuni più di altri», mormorò lei. «Insomma, sembrano vivi. L’ho sempre pensato. Ciascuno di loro ha un’anima. Soprattutto di notte… Riesco a sentirla.» «Lo so. Ecco perché ho scelto il tuo dipinto.» «Non per le linee perfettamente diritte e le riproduzioni precise?» «Niente affatto.» Francesca fu pervasa da un piacere inatteso: lui comprendeva davvero la sua arte, nonostante tutto. E lei gli avrebbe dato ciò che voleva. Contemplò lo splendido panorama. «Ora capisco cosa intendevi. Ormai non seguo le lezioni di architettura da un anno e mezzo e sono stata così impegnata con i corsi d’arte che ho smesso di leggere le riviste specializzate, altrimenti l’avrei saputo. Tuttavia… peccato non averli visti prima», disse accennando ai due edifici più vistosi che fiancheggiavano il fiume con i suoi luccichii neri e dorati. «Hai fatto della Noble Enterprises una versione moderna e aerodinamica di un classico esempio dell’architettura di Chicago. Magnifico», aggiunse riferendosi al più vecchio dei due palazzi. La Noble Enterprises era come Ian, una riproposizione audace, mascolina, elegante e moderna di un antenato gotico. «Quasi nessuno coglie l’effetto finché non vede il panorama.» «È straordinario, Ian. Perché non te ne sei vantato con la stampa?» «Perché non l’ho fatto per la stampa. L’ho fatto per me stesso, come la maggior parte delle cose.» 18

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Francesca non rispose. Non era un comportamento piuttosto egoista? Perché, allora, quelle parole le produssero una vampata di calore tra le sue gambe? «Ma sono lieto che ti piaccia. Ho un’altra cosa da mostrarti.» La guidò in una stanza foderata da librerie di noce scuro, stracariche di volumi. Si fermò sulla soglia, mentre Francesca si guardava intorno con curiosità e finalmente posava gli occhi sul dipinto sopra il camino. Allibita, si avvicinò in una sorta di trance riconoscendo uno dei propri quadri. «L’hai comprato da Feinstein?» Davie Feinstein, uno dei suoi coinquilini, era il proprietario di una galleria d’arte. Quel dipinto era stato il primo che Davie aveva venduto. Francesca aveva insistito per darglielo come cauzione della sua quota di affitto un anno e mezzo prima, quando era al verde. «Sì», confermò Ian, che era alle sue spalle. «Davie non mi aveva detto…» «Ho chiesto a Lin di acquistarlo per mio conto. Con ogni probabilità, la galleria non ha mai scoperto la vera identità del compratore.» Francesca studiò l’immagine dell’uomo solitario che, con la schiena rivolta verso l’osservatore, camminava al centro di una strada in Lincoln Park nel buio delle prime ore del mattino. I palazzi circostanti parevano guardarlo con un distacco altero, insensibili al dolore umano quanto sembrava esserlo il protagonista. Aveva il soprabito aperto che svolazzava, le spalle incurvate contro il vento e le mani nelle tasche dei jeans. Ogni linea del suo corpo emanava energia, grazia e una solitudine rassegnata che si cristallizzava in forza e determinazione. 19

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Francesca era affezionata a quel dipinto. Le era costato molto separarsene, ma doveva pagare l’affitto. «Il Gatto che camminava da solo», disse Ian con voce rauca. Lei ridacchiò all’udire il titolo dell’opera. «‘Io sono il Gatto che se ne va per conto suo, e tutti i posti sono uguali per me.’ L’ho realizzato al secondo anno di università. All’epoca seguivo un corso di letteratura inglese e stavamo studiando Kipling. La frase mi parve appropriata…» La sua voce sfumò mentre fissava la figura dipinta, avvertendo distintamente la presenza dell’uomo dietro di sé. Si accorse con imbarazzo di aver iniziato a piangere e si asciugò le lacrime. Scoprire quel quadro a casa di Ian aveva smosso qualcosa nel profondo della sua anima. «È meglio che vada ora.» Il cuore iniziò a batterle forte nel pesante silenzio che seguì. «Forse sì», replicò Ian. Francesca fece un sospiro di sollievo – o di rammarico? – quando vide la sua sagoma slanciata che usciva dalla stanza. Lo imitò, mormorando un grazie quando le porse la giacca nell’ingresso e insistette per aiutarla a rimettersela. Le dita di Ian le sfiorarono le spalle e lei fu percorsa da un brivido quando sentì la sua mano sulla nuca, sotto i capelli. Lui glieli liberò delicatamente e glieli lisciò sulla schiena. «Che colore particolare», disse Ian accarezzando le ciocche, e risvegliando ancora di più le sue terminazioni nervose. «Posso chiedere a Jacob, il mio autista, di accompagnarti a casa.» «No.» Lei si sentì stupida per non essersi girata per parlargli, ma non riusciva a muoversi. Ogni cellula del suo 20

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corpo era in stato di allerta. «Un amico verrà a prendermi tra poco.» «Dipingerai qui?» Le chiese Ian con voce profonda a pochi centimetri dal suo orecchio. Francesca fissò il vuoto. «Sì.» «Vorrei che cominciassi lunedì. Dirò a Lin di darti una scheda magnetica e la password dell’ascensore. Il materiale sarà pronto per quando arriverai.» «Non posso venire tutti i giorni. Ho le lezioni, perlopiù la mattina, e lavoro dalle sette alla chiusura diverse volte la settimana.» «Vieni quando puoi. L’importante è che tu venga.» «Sì, d’accordo», rispose Francesca con voce strozzata. Ian non le aveva ancora staccato la mano dalla schiena. Sentiva forse il battito del suo cuore? Doveva uscire da là. Subito. Ormai aveva perso ogni razionalità. Si affrettò verso l’ascensore, premendo un pulsante sul pannello di controllo. Forse pensava che lui avrebbe cercato di toccarla di nuovo, ma si sbagliava. La porta dell’ascensore si aprì. «Francesca!» la chiamò Ian quando fu entrata nella cabina. «Sì?» Lui aveva le mani dietro la schiena, i lembi della giacca che lasciavano intravedere l’addome piatto, i fianchi stretti, la cintura con la fibbia d’argento e… tutto ciò che c’era sotto. «Ora che puoi contare su una certa solidità finanziaria, preferirei che non vagassi per le strade di Chicago nelle prime ore del mattino in cerca d’ispirazione. Non si sa mai cosa può capitare. È pericoloso.» 21

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Francesca fece un passo avanti e schiacciò un tasto per chiudere la porta. L’ultima cosa che vide furono i suoi scintillanti occhi blu sul volto impenetrabile… L’uomo che aveva dipinto quattro anni prima era lui. Era questo che Ian aveva tentato di dirle: sapeva che l’aveva osservato mentre camminava lungo le vie buie e deserte nel primo mattino, quando il resto del mondo dormiva tranquillo e al caldo sotto le coperte. All’epoca Francesca non aveva capito chi fosse il protagonista del quadro e probabilmente Ian l’aveva scoperto solo quando aveva visto il dipinto, ma ora non c’erano dubbi. Ian Noble era il gatto che camminava tutto solo. E aveva voluto farglielo sapere.

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Beth Kery - Quello che mi lega a te