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Merce Mensile di informazione, politica e cultura dell’Associazione Luciana Fittaioli - Anno III, n. 5 - maggio 2011

ANDREA TOFI

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ore come limite legale dell'attività lavorativa, fu questa la decisione assunta dall’associazione internazionale dei lavoratori - Prima Internazionale - durante il congresso svoltosi a Ginevra nel settembre del 1866. Nello stesso anno lo stato dell’Illinois approvò una legge che introduceva la giornata lavorativa di otto ore, fissando per il 1° Maggio 1867 l’entrata in vigore, ma con limitazioni tali da impedirne l'estesa ed effettiva applicazione. Il 1° Maggio 1886 cadeva di sabato, allora giornata lavorativa, ma in dodicimila fabbriche degli Stati Uniti, 400 mila lavoratori incrociarono le braccia. Nella sola Chicago scioperarono e parteciparono al grande corteo in 80 mila. Tutto si svolse pacificamente, ma nei giorni successivi scioperi e manifestazioni proseguirono e nelle principali città industriali americane la tensione si fece sempre più acuta. Il lunedì successivo la polizia fece fuoco contro i dimostranti radunati davanti ad una fabbrica per protestare contro i licenziamenti, provocando quattro morti. Per protesta fu indetta una manifestazione per il giorno dopo, durante la quale, mentre la polizia si avvicinava al palco degli oratori per interrompere il comizio, fu lanciata una bomba. I poliziotti aprirono il fuoco sulla folla. Alla fine si contarono otto morti e numerosi feriti. Il giorno dopo a Milwaukee la polizia sparò contro i manifestanti (operai polacchi) provocando nove vittime. Una feroce ondata repressiva si abbatté contro le organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori, le cui sedi furono devastate e chiuse e i cui dirigenti vennero arrestati. Per i fatti di Chicago furono condannati a morte otto noti esponenti anarchici malgrado non ci fossero prove della loro partecipazione all'attentato.

Due di loro ebbero la pena commutata in ergastolo, uno venne trovato morto in cella, gli altri quattro furono impiccati in carcere l'11 novembre 1887. Nel Luglio del 1889 durante il congresso costitutivo della Seconda Internazionale, riunito a Parigi, si decise che una grande manifestazione sarebbe stata organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tute le città del mondo i lavoratori avrebbero chiesto alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore; la scelta cadde sul primo Maggio dell’anno successivo, proprio in ricordo dei lavoratori di Chicago che avevano sacrificato la vita per ottenere una maggiore dignità. Sono trascorsi ben 121 anni da quel lontano 1° maggio 1890, ma come allora si continua a morire nelle fabbriche, nei cantieri, nelle piazze dove si cerca di rivendicare i propri diritti. Cosa c’è di più importante se non quello di riportare a casa la pelle alla fine del turno di lavoro, di riabbracciare i propri affetti! Festeggiare il 1° Maggio dovrebbe servire soprattutto a commemorare quei tragici eventi che hanno segnato la storia del movimento operaio dal novecento ad oggi e riaprire una stagione di lotte a difesa dei diritti dei lavoratori. Nel nostro paese dove la classe operaia ha resistito anche al ventennio fascista, che soppresse la festa, riducendo in clandestinità i lavoratori che volevano esprimere la propria forza, si sta osservando un profondo e radicale cambiamento nel significato della ricorrenza. Oggi le nostre tre maggiori organizzazioni sindacali CGIL, CISL, UIL, in questo giorno fingono di essere unite, organizzando un concerto rock a Roma in piazza San Giovanni, coinvolgendo migliaia di persone, ma ignorando che la maggioranza di loro non conoscono minimamente il significato del 1° Maggio e non hanno neanche un lavoro!

“Piazza del Grano” diventa “casa editrice” Lanciamo da questo mese il progetto dell’arricchimento del nostro mensile con l’abbinamento di piccoli libri con due linee editoriali: “reprint” e “inediti”. Nelle pagine interne Vi spieghiamo perché e come.

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1° Maggio!

In Nome del Popolo Italiano Il concetto del lavoro e la sentenza Thyssen LUIGI NAPOLITANO

Il concetto del lavoro ha subito una profonda mutazione nel corso dei secoli. Considerato dalla Bibbia una condanna, a coloro che lo praticavano, nel mondo antico, veniva riservato addirittura un ruolo di subordine. La sua importanza sociale e il principio che l’operosità sia una dimensione importante per la realizzazione dell’essere umano si sono imposti molto lentamente. Solo recentemente si è sviluppata una vera e propria etica del lavoro, fino alla sua individuazione quale motore della crescita economica e del benessere sociale. La nostra Costituzione pone il lavoro a fondamento della Repubblica (art.1), lo riconosce come diritto di tutti i cittadini (art.4), delinea il nostro sistema in senso spiccatamente sociale e solidaristico (artt. 35-40) finalizzandolo non solo all’arricchimento individuale ma anche alla crescita del be-nessere comune nel rispetto delle regole (art. 41). E’ partendo da questo contesto che va letta la sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Torino per il rogo della Thyssen che, riconoscendo la validità dell’impianto accusatorio, ha affermato il principio che sono gli imprenditori i responsabili della sicurezza dei luo-

ghi di lavoro e riconosciuto colpevoli di omicidio volontario, con dolo eventuale, i vertici manageriali dell’azienda. Il dolo eventuale si caratterizza per il fatto che l’evento illecito non costituisce l’obiettivo che persegue l’autore dell’azione o dell’omissione e, tuttavia, lo stesso accadimento viene preveduto come conseguenza possibile della condotta posta in essere. L’elemento caratterizzante di tale figura giuridica, sotto il profilo psicologico, è l’accettazione del rischio da parte dell’agente. Rispetto alle precedenti pronunciate per eventi simili, è questo l’elemento di novità introdotto dalla sentenza, che cancella definitivamente la locuzione “morti bianche” per definire il fenomeno delle morti sul lavoro, dove l’uso dell’aggettivo bianco allude all’assenza di una mano direttamente responsabile dell’incidente. Non credo che una sentenza di condanna possa essere letta come una vittoria di una parte e far gioire alcuno, ma può sicuramente significare molto per la sicurezza e la salute dei lavoratori. Non è possibile, infatti, considerare la morte sui luoghi del lavoro un inevitabile tributo da pagare sull’altare dell’arricchimento, del profitto sempre e comunque anche a costo di risparmiare sui sistemi di sicurezza o il frutto di un cinico capriccio di un Dio catti-

vo. La sentenza “Thyssen” deve essere letta non in chiave punitiva ma come un deterrente nei confronti di quegli imprenditori che pensano di poter aggirare le norme in tema di sicurezza ed un incentivo per i sindacati che devono pretendere la messa in sicurezza delle produzioni e dei luoghi di lavoro, la messa a disposizione delle protezioni necessarie, l’istituzione dei presìdi sanitari e delle visite mediche specialistiche. E’ altresì auspicabile che possano finalmente ridursi i drammatici numeri delle statistiche che dicono che tre persone, ogni giorno, uscite per esercitare un diritto fondamentale non tornano a casa, privando del loro affetto i propri cari, vittime anche loro di una tragedia tanto più grave quanto culturalmente accettata. Statistiche sicuramente sottostimate, in quanto non tengono conto di quei lavoratori neanche registrati come tali e di quei lavoratori vittime di incidenti stradali causati dalla stanchezza della guida o del lavoro precedente, dall’esposizione ad agenti cancerogeni e tossici che quasi mai, o a grande fatica, si riesce a dimostrare essere la causa della morte. In relazione alla sentenza appaiono anomali i commenti dei politici. Positivi quelli del Mi-nistro del Lavoro e del Presidente della regione Piemonte che, pur apparte-

nendo allo schieramento governativo il cui compito principale di questi giorni sembra essere la demonizzazione, se non la criminalizzazione dei Magistrati e che in un recente passato ha edulcorato, non poco, il Decreto Legislativo in materia di sicurezza sul lavoro del Governo Prodi. Decreto non poco avversato dall’allora Presidente della Confindustria, oggi considerato come possibile neo-politico e che qualcuno vorrebbe a capo dello schieramento che quel provvedimento promulgò. Fondamentalmente negativi quelli espressi dal Sindaco del Comune di Terni e dal Presidente della stessa Provincia, appartenenti a quella parte politica che della solidarietà sociale e della tutela del lavoro dovrebbe essere custode, i quali hanno definito la sentenza “punitiva” ed “eccessivamente dura” mostrando di essere preoccupati per la possibilità che vi siano pericoli per il futuro di un consistente numero di posti di lavoro così trascurando il primario interesse generale al rispetto di un principio fondamentale quale la sicurezza sui luoghi di lavoro. Naturalmente la sentenza, per produrre i suoi effetti, dovrà concludere il suo iter per il quale sono previsti altri due gradi di giudizio. Con buona pace di chi considera il nostro sistema giudiziario da stravolgere!


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Leggi e diritti

FOLIGNO MAGGIO 2011

Il Leasing

Un mezzo di intermediazione finanziaria a medio termine NADIA FRANCESCHI

Tra le diverse cause delle difficoltà delle imprese è la scarsità dell'offerta dei mezzi finanziari. Tale fenomeno si è recentemente accentuato in seguito a politiche restrittive del credito, riconducibili oggi a insufficiente liquidità del sistema bancario. In tale contesto di scarsità ed inadeguatezza del mercato del credito si inserisce il leasing, come mezzo di intermediazione finanziaria,con un' operatività nel medio termine e caratterizzato da una certa semplicità e rapidità di realizzazione. Leasing (dal verbo inglese to lease (dare in affitto un bene) è una pratica

contrattuale importata dal mondo anglosassone (non riconducibile a schemi previsti dal nostro codice civile pertanto classificato come contratto atipico) che posso così riuassumere: una parte (società di leasing) concede il godimento di un bene (mobile o immobile) all' utilizzatore, dietro corresponsione di un prezzo per un determinato periodo, al termine del quale l'utilizzatore può acquistare la proprietà (pagando una somma residua-riscatto) o restituire il bene ponendo fine al contratto. Storicamente il leasing trae la sua origine negli Stati Uniti, durante la seconda guerra mondiale presso le amministrazioni militari, ove si era diffusa la prassi di prendere in locazione

immobili ed impianti per uso bellico. Il contratto si è poi diffuso trovando condizioni favorevoli per la crescita in presenza di una legislazione fiscale restrittiva in materia di ammortamenti, di una economia in espansione ed una limitate efficienza del mercato dei finanziamenti a medio termine. Altre motivazioni possono essere ricondotte all'utilizzo di beni ad elevate modifiche tecnologiche o a veloce deterioramento del bene (vedasi il leasing automobilistico o all' uso di macchinari soggetti a rapida usura). Lasciamo ai giuristi le molteplici implicazioni che si verificano sia nella fase iniziale del contratto che sulla vita dello stesso sicuramente riconducibili alla stessa natura del contratto che abbiamo

La nuova “farmacia dei servizi”

definito atipico o innominato lecito: ricorrono infatti contemporaneamente alcuni elementi della locazione, della vendita (in particolare della vendita con riserva della proprietà), del contratto di mutuo. E' inoltre da tener presente che sono nate ulteriori diversificazioni nella applicazione del contratto di leasing che riassumo solo con il titolo, in quanto non sarebbe sufficiente tutto il giornale solo per indicare alcune tipicità: leasing automobilistico, leasing strumentale, leasing operativo, leasing immobiliare, leasing navale, lease-back, dry lease. Sono necessari quindi alcuni chiarimenti di carattere generale che

meglio indicano le motivazioni che ci inducono a contrarre un contratto di leasing. Generalmente il costo finanziario è maggiore di un mutuo ma aspetti di natura fiscale (oltre a quelli già citati in premessa relativi alla maggiore possibilità di accedere a forme di finanziamento( non è mai da dimenticare che il bene rimane nella proprietà della società di leasing e che ovviamente costituisce una forma non trascurabile di garanzia per la concessione) possono rendere

conveniente il leasing. Infatti mentre in una operazione di mutuo i costi deducibili sono riferibili solo alla componente interessi sulla rata del finanziamento, nel leasing è deducibile l' intero canone anche se con coefficienti e durate diversificate in relazione alla tipologia dei beni utilizzati. Se l'argomento dovesse interessare in modo particolare sarà sufficiente interessare via mail la redazione del giornale per ritornare sull'argomento in un prossimo articolo.

Il valore legale del C.I.D.

La dichiarazione confessoria, contenuta Nelle farmacie fa ingresso la telemedicina e all’interno del c.i.d., non ha valore di piena le figure professionali degli infermieri e dei prova, ma può sempre essere liberamente apprezzata dal Giudice fisioterapisti per prestazioni in loco ELISA BEDORI

SALVATORE ZAITI

Dal 4 maggio la nuova “farmacia dei servizi” prende più corpo. Con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (n. 90 del 19 aprile 2011) del Decreto del Ministro della salute 16 dicembre 2010 si avvia a compimento il processo di trasformazione delle farmacie in veri e propri presidi sanitari, o meglio, socio – sanitari, iniziato con la Legge 18 gennaio 2009, n. 69. E così, i cittadini potranno recarsi in farmacia non soltanto per acquistare farmaci, cosmetici oppure per le analisi di prima istanza come il controllo della glicemia, del colesterolo, dei trigliceridi od altro, ma anche per usufruire delle prestazioni professionali di infermieri e fisioterapisti. Innanzitutto l’erogazione dei servizi può essere effettuata esclusivamente dagli operatori regolarmente in possesso del titolo abilitante ed iscritti al relativo Collegio professionale, ove esistente. Il farmacista titolare (o il direttore) ha la diretta responsabilità di accertare il possesso dei requisiti prescritti da parte dei professionisti sanitari e allo stesso compete il coordinamento organizzativo e

gestionale. Gli infermieri ed i fisioterapisti erogano le loro prestazioni, sempre sulla base della prescrizione dei medici, sia all’interno della farmacia (che, comunque, deve essere in possesso dei requisiti minimi per quanto concerne l’idoneità dei locali e delle attrezzature) sia al domicilio del paziente. Le prestazioni erogabili, così come individuate dal Ministero, sono le seguenti. Per gli infermieri: a) supporto alle analisi di prima istanza; b) effettuazione di medicazioni e di cicli iniettivi intramuscolo; c) attività concernenti l’educazione sanitaria; d) iniziative finalizzate a favorire l’aderenza dei malati alle terapie, ivi comprese quelle tese a garantire il corretto utilizzo dei medicinali; e) ulteriori prestazioni purché rientranti fra quelle effettuabili in autonomia secondo il proprio profilo professionale. Per i fisiotera-

pisti: a) definizione del programma prestazionale volto alla prevenzione, all’individuazione ed al superamento del bisogno riabilitativo; b) attività terapeutica per la rieducazione funzionale delle disabilità motorie, psicomotorie e cognitive e viscerali utilizzando terapie manuali, massoterapiche ed occupazionali; c) verifica delle rispondenze della metodologia riabilitativa attuata agli obiettivi di recupero funzionale. Le prestazioni possono essere erogate a carico del Servizio Sanitario Nazionale, sulla base di specifici accordi regionali, una volta stabilita la convenzione nazionale tra farmacie e S.S.N., previa prescrizione dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta. Eventuali prestazioni e funzioni assistenziali non ricomprese negli accordi regionali restano a carico del cittadino che le ha richieste.

Il caso sottoposto all’esame dei Giudici di Piazza Cavour riguarda un sinistro stradale che vedeva coinvolti due soggetti, che, in seguito ad un tamponamento, procedevano alla compilazione del modulo di constatazione amichevole (c.d. C.I.D.), dal quale emergeva la confessione di uno degli interessati, circa la propria e s c l u s i v a responsabilità dell’accaduto. Il soggetto tamponato proponeva domanda di risarcimento danni sia contro il tamponante, sia contro la sua assicurazione, ottenendo la condanna al risarcimento del danno del solo soggetto tamponante, anziché la propria assicurazione, avendo il Tribunale ritenuto che, nonostante la rituale sottoscrizione del modulo di constatazione amichevole e l’ammissione di responsabilità del tamponante, dovevano comunque condividersi le conclusioni del c.t.u., secondo cui, data la pochezza dei danni subiti dai due autoveicoli nel preteso punto d’urto, doveva esclu-

dersi che l’incidente si era verificato come descritto dal tamponato. A tal riguardo, è bene spiegare che nel caso di giudizio promosso dal soggetto danneggiato da un sinistro stradale, nei confronti della compagnia assicuratrice per la responsabilità civile da circolazione stradale, il

responsabile del danno, che deve essere chiamato nel giudizio fin dall’inizio, assume le vesti di litisconsorte necessario. Si ha litisconsorzio necessario quando è necessaria la partecipazione di una pluralità di soggetti, con la conseguente pronuncia di un’unica sentenza nei confronti di tutti i partecipanti al processo. Pertanto, avuto riguardo alle dichiarazioni confessorie rese dal responsabile del danno, la Corte di Cassazione (sent. 6526/2011) ha ritenuto di dover escludere che

si possa pervenire ad un differenziato giudizio di responsabilità in base alle suddette dichiarazioni, in ordine ai rapporti tra responsabile e danneggiato, da un lato, e danneggiato ed assicuratore dall’altro Conseguentemente, è stato ritenuto che la dichiarazione confessoria, contenuta nel modulo di constatazione amichevole del sinistro (c.d. c.i.d.), resa dal responsabile del danno proprietario del veicolo assicurato non ha valore di p i e n a prova nemmeno nei confronti del solo confitente, ma deve essere liberamente ap-prezzata dal Giudice, dovendo trovare applicazione la norma di cui all’art. 2733, comma III, c.c., secondo la quale, in caso di litisconsorzio necessario, la confessione resa da alcuni soltanto dei litisconsorti è, per l’appunto, liberalmente apprezzata dal Giudice, il quale, come in questo caso, sulla base delle perizie effettuate ha dedotto un diverso svolgimento del sinistro, contrariamente a quanto risultava dal c.i.d..


FOLIGNO

Politica ed Etica

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...fraternité... L’improvviso (ma non imprevedibile) rigurgito dell’imperialismo francese. Il piccolo Napoleone trascina in guerra la Francia SANDRO RIDOLFI

Alcuni dicono che sia colpa di Carlà (con l’accento sulla “a”) se il piccoletto d’oltralpe ha deciso di dichiarare la guerra a mezzo mondo. La tesi è suggestiva, o come dice la stampa gossip “intrigante”, e forse, come in tutte le “voci” popolari, ha un fondo di verità. Vero-similmente, però, altre e molteplici sono le ragioni dell’improvvisa enfasi di “abbraccio fraterno” stretto dall’esercito francese al collo di diversi popoli dell’Africa del nord e del centro (almeno per quanto sino ad ora è salito alla gloria della cronaca). Va premesso che dispiace molto parlare male della Francia, del paese dove è nato l’illuminismo ed è stata promulgata la dichiarazione dei diritti del cittadino e con loro è nato l’evo moderno. Del paese in cui hanno nel tempo, forse anche immeritatamente nella sostanza, ma sempre legit-

timamente nel principio universale della difesa dei diritti dell’uomo, profughi e perseguitati in fuga da tutti i paesi del mondo: dagli Stati europei sottoposti a dittature o sedicenti democrazie illiberali, dalle dittature del sud America, dell’Indocina e dell’Africa. Ma non si può dimenticare, e i fatti di oggi ne sono testimonianza eloquente, che la “dolce” Francia, al di fuori dei suoi confini, nelle immense e diffuse colonie d’oltre mare e oceani, è stata, e in parte ancora è, una realtà assai “amara” per quei popoli dominati. L’imperialismo francese, dai territori così detti “metropolitani” del nord Africa, alle prime colonie delle nuove Ame-riche al lontano ma legatissimo estremo oriente, non è stato affatto dissimile da quello dei più violenti, anche perché spesso miserabili, imperialismi spagnoli, portoghesi, belgi, con nulla da invidiare al feroce razzismo inglese. Quel che spesso ha differito nelle dominazioni francesi è

stato, semmai, un diverso “grado” di razzismo, caratterizzato da una certa tendenza a naturalizzare alcune popolazioni ritenute meno “inferiori” come le indocinesi, e in parte, ma molto in parte, quelle del nord Africa arabo; ma soprattutto ha differito l’utilizzo di una forza di repressione “ufficiale”, cioè bene identificabile con la madre patria francese, con molto minore uso di truppe indigene “ascare”. La Legione Straniera, l’orgoglio dell’esercito francese nei territori d’oltremare, la più grande, strutturata e legalizzata banda di mercenari che la storia, tutta, abbia mai conosciuto. Costituita con i peggiori “avanzi di galera” reclutati da ogni paese del mondo (occidentale), protetti dall’immunità militare francese, ingaggiati con la promessa della “riabilitazione” civile, quanto meno francese, al prezzo di un lungo violentissimo e sanguinosissimo servizio di repressione delle popolazioni indigene delle colonie dominate. Tut-

La Lega e l’Unità d’Italia VINCENZO LAZZARONI

“L’assenza dei leghisti dal parlamento in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia non è grave, convincetevi”, ha sostenuto Paolo Mieli ad Anno Zero giovedì 17 marzo scorso. Mi permetto di dissentire totalmente da questa affermazione, e mi domando come sia possibile che chi governa questo paese non creda in esso, nella sua storia, nella sua cultura, nella sua bandiera nel suo inno nazionale. Se chi ci governa non ha amor di patria, come può essere credibile nei confronti di altri paesi in Europa dove sono presenti popoli, francesi, inglesi, tedeschi, che hanno alto il senso di appartenenza. E ancora, chi governa lo fa nell’interesse della nazione; se i leghisti non credono nella nazione Italia, nell’interesse di chi governano? Il parlamentare europeo della lega Spe-roni ha dichiarato di vergognarsi quando suona l’inno nazionale ed ha aggiunto che i morti per la libertà in Veneto, Lombardia , Istria, sono morti inutilmente, perché sotto gli austriaci saremmo stati comunque liberi. Credo che i padri della nostra libertà e del nostro essere

una nazione unita si domandino a cosa è valso il sacrificio di tante vite umane e si rivoltino nella tomba pensando di aver generato cotanta cialtroneria. Tutto ciò, peraltro, non ha nulla a che vedere con il federalismo e con la necessità di rendere le autonomie locali autonome nel senso letterale del termine. Vorrei ricordare, a tal proposito, che la sinistra si è sempre storicamente battuta per le autonomie locali e non è un caso che, malgrado la Costituzione prevedesse le regioni, queste siano nate solo nel 1970, e cioè solo dopo che al governo del paese si è affacciato per la prima volta il centro sinistra. Storicamente e culturalmente infatti la destra è sempre stata contraria al decentramento amministrativo e all’autonomia locale. Né sono mancate, in questi quaranta anni di regioni, continue critiche della sinistra sul regionalismo annacquato realizzato negli anni 70, tanto che si è messo mano, proprio ad opera del centro sinistra, alle modifiche del titolo quinto della costituzione, se pure criticabili

perché fatte con i soli numeri della maggioranza. Ad oggi, comunque, è l’unico tentativo, tenue a dire il vero, di avvicinarci ad modello di stato federale. Come questi principi autonomisti siano divenuti patrimonio culturale della lega, è una domanda che la sinistra deve porsi e alla quale bisognerebbe dare una risposta. Tut-tavia la verità è che il federalismo leghista è qualcosa di profondamente diverso dal credere nelle autonomie locali, quanto piuttosto esso rappresenta la volontà di creare le condizioni di una strutturale divisione della nazione, alimentata da un grave sottofondo razzista. In realtà la lega fa del separatismo e del rifiuto della nazione italiana la sua bandiera. Al popolo italiano, che giustamente ha festeggiato i 150 anni dell’unità, cosa deve accadere perché “insorga” la volontà e la forza di liberarsi di questi cialtroni?

t’altro che sciolta quella forza mercenaria è in realtà ancora attiva, organizzata e operativa in molti Stati centro africani e la recente vicenda della Costa d’Avorio ne è testimonianza eloquente (un contingente militare stabile dapprima a sostengo, cioè “controllo puparo”, del presidente cattolico, oggi passata al sostengo del presidente musulmano dopo la perdita di credibilità del “pupo” cattolico. Varie le ragioni dell’improvviso furore guerriero francese a cominciare dall’aggressione alla Libia. Tra queste indubbiamente la paura (peraltro niente affatto infondata) di una potenziale insurrezione “in casa” della numerosa minoranza (per numeri e per rango

sociale) di etnia araba nord africana. “Bastonare” i “fratelli” arabi a casa loro è indubbiamente un chiaro e forte segnale rivolto a quelli di casa “nostra” (l’imposizione dell’abolizione del velo musulmano in Francia, applicata in questo momento, appare chiaramente una “prova del 9”). Senz’altro anche la drammatica crisi del capitalismo in via generale, crisi che sta disfacedo l’Europa e i suoi principi fondanti di socialità e universalità. E’ in corso un “si salvi chi può”. L’Inghilterra ha assunto il ruolo di “cane da pagliaio” dello Zio Sam; la Germania, l’unica nazione ancora economicamente stabile, quello di “cravattara” (usuraia strangolatrice) delle eco-

nomie e dei popoli “minori” della stessa Europa (a partire dal disastro economico sociale greco); in Francia la forte rinascita del nazionalismo etnico-culturale con la blindatura dell’economia nazionale e il progetto di recupero dei domini d’oltre mare, strategia quest’ultima indubbiamente resa possibile dall’evidente crisi del gendarme nord americano che ha allentato la presa egemonica sull’area europea dopo la prevaricazione dell’invasione dei Balcani. E l’Italia? Bunga bunga! La solita retorica dell’ “Italietta”, della “brava gente” cialtrona ma infondo non tanto cattiva? Ma il trattamento dei migranti, come lo vogliamo chiamare?

Sulla lingua del tempo presente “L'uniformità della lingua, lo spostamento di parole da un contesto all'altro e la loro continua ripetizione sono il segno di una malattia degenerativa della vita pubblica che si esprime, come sempre in questi casi, in un linguaggio stereotipato e kitsch, proprio per questo largamente diffuso e bene accolto.” L’ex Presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky ri-flette sull’impoverimento della lingua nel tempo presente come segno degenerativo della vita pubblica. Un vero e proprio decalogo della regressione linguistica, per dimostrare come il linguaggio della politica, amplificato dai mass media, nel farsi senso comune, finisca per addormentare le coscienze. Perché “scendere in politica” e non “entrare in politica”? Scendere come da una vita superiore dell’Azienda, dove “fioriscono virtù, purezza, capacità di buone opere” per cui si crea un legame mistico tra salvatore e salvati: quasi un linguaggio liturgico: “c’è un popolo intero che ha bisogno di soccorso. Non rispondere alla chiamata sarebbe un atto di egoismo”. Per questo il rito elettorale non è da intendere come laico confronto tra persone e pro-

grammi, ma come una sorta di giudizio di Dio affidato al popolo. “Il contratto” con gli italiani presentato come tavola fondativa di un patto indistruttibile e sacro, è la sanzione dell’avvenuto riconoscimento del salvatore da parte dei salvati, da parte del suo popolo. Viviamo in tempi di doni, che attraverso uno spostamento di senso può portare ad una lingua che appartiene alle relazioni padronali e servili. L’es-senza del dono è la gratuità e crea legame sociale, in assenza del quale non ci può essere convivenza, ma solo competizione distruttiva. Se il dono si fa con la mano del potere è davvero un dono? Il dono, che è frutto di una concessione graziosa, rimanda ad un rapporto servile; se poi il dono è reso pubblico, pubblicizzato, diventa violenza a fini pubblicitari. Persino la parola “italiani” può acquisire un significato particolare nel momento in cui entra a far parte di un lessico dell’ostilità. ”Un partito degli italiani”, è di per sé un ossimoro, perché partito indica una parte, mentre italiani dovrebbe indicare il tutto. “In sostanza questo uso di italiani vuol dire che non tutti sono al medesimo livel-

lo di cittadinanza” e produce un senso di superiorità e arroganza nei confronti degli altri, che sarebbero gli “anti-italiani”. “Una prima repubblica” sulla quale si concentranto di tutti i mali del paese coincide “con il tarlo del comunismo sinonimo di morte che cospira contro la rinascita” e “scendere in politica” diventa “scendere in campo” come campo di battaglia, non come confronto, ma come eliminazione del nemico. Altre parole chiave “fare-lavorare-decidere”. “ Nell’azienda Italia” tutti devono “fare sistema, fare squadra” e promuovere una scuola che ha come anima esecutiva “inglese, internet e impresa”, la scuola del “saper fare”. La logica aziendalista, trasportata in politica fa dell’efficienza l’esigenza principale: efficienza per l’efficienza. Ridurre la politica al fare, alla mera esecuzione significa sottrarre i fini alla vista della democrazia o mascherarle con parole così generiche da non significare nulla. Fare, lavorare, decidere da mezzo diventano fine.


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FOLIGNO

Arte e Cultura Comuni dell’Umbria - Sellano

Continua la piccola rubrica sui Comuni dell' Umbria. Questa volta si descrive Sellano. Si raggiunge con facilità, con circa 35/40 minuti d'auto, in totale 35km.Si prende la strada per Colfiorito, si gira a Casenove (direzione Cascia/Norcia), Rasi-glia, curva di San Laz-zaro, si valica il Soglio e dopo poco siamo a Sellano. La popolazione conta al 30 marzo c.a. 1.151 abitanti, con una distribuzione per fascia d'età di circa il 60% da 15 a 64 anni. E' sito a 640m s.l.m. con una superficie di 85,54 km2. Situato lungo la valle del fiume Vigi affluente di destra del fiume Nera. E' collocato in una delle aree più tipiche del subappenino e circondato da frazioni e località del cosidetto stile architettonico "romanico campestre". Da ricordare e visitare Cammoro, Molini, Montesanto (vi era una conservatoria dei registri immobiliari), Orsano, Piaggia, Postignano. Una citazione particolare deve essere fatta per San Martino (ci

abita un mio carissimo amico C.E., come peraltro a Sellano R.B.) e per Casa Rampi (anch'essa dimora di un mio carissimo amico A.R.) con una particolarità: tutti gli abitanti si chiamano Rampi. Un pizzico di partigianeria per le amicizie citate spero mi verrà concessa. Le principali risorse economiche sono da riferire

ad attività agricole, all'imbottigliamento di un'acqua minerale di pregio e agrituristiche. Un'altra attività purtroppo a oggi praticamente scomparsa, era la produzione di raspe e lime nella frazione di Villamagina. La qualità di questo prodotto artigianale, interamente fatto a mano, era unica al mondo e anche oggi non

esiste raspa o lima, fatta con mezzi meccanici, che ne possa eguagliare le prestazioni. Il Sindaco si chiama Claudio Guerrini (anche a lui vanno i miei saluti e i migliori auguri di buon lavoro per la comunità). Il Santo Patrono è San Severino e si festeggia l'otto giugno... ma poiché è sempre meglio avere due Santi che ci proteggono, viene considerato Santo Patrono anche il Beato Giolo. Una sola nota triste per questo Comune (probabilmente si è notato quanto mi è caro, ma sono motivi strettamente personali)... i terremoti. In più occasioni eventi sismici lo hanno praticamente distrutto e mi sembra inutile elencarli per date o per gravità. Ma i Sellanesi sono gente tosta, e non sarà certo il Signor Terre-moto ad impressionarli; si ricostruisce e si pensa positivamente al domani. Allora che aspettiamo! Urge una gita a Sellano, frazioni comprese.

MAGGIO 2011

La Urban Art e i suoi protagonisti dialogano con Foligno VALERIA ROANI

Quando si pensa al fenomeno della urban art, vengono in mente grandi realtà, New York, San Francisco, Milano. Foligno non è certamente una metropoli, ma, negli ultimi anni, street artists italiani di fama internazionale l’hanno scelta per sviluppare le proprie opere. L’asso-ciazione Attack nasce nel 2004, dall’idea di tre giovani amici di Foligno, fortemente interessati alle dinamiche di sviluppo dell’arte urbana. Il desiderio è far si che Foligno, come altri contesti urbani, diventi un tessuto su cui sviluppare rapporti con i diversi artisti e un dialogo costruttivo con i cittadini stessi. Primo passo dell’associazione fu l’individuazione di uno spazio cittadino dove poter rendere visibili i contributi artistici; venne scelto un sottopassaggio che ospitò, nel 2004, una manifestazione di graffiti e urban art a cui parteciparono artisti di gran parte dell’Italia. Gli svi-

Gli insegnanti comunisti e i veri problemi della scuola pubblica Riflessioni sparse di un’insegnante dopo le ultime dichiarazioni del Sig. Berlusconi GIOIETTA VOLPI

“Prima di giudicare gli insegnanti o anche altre categorie di lavoratori, il Sig. Berlusconi (non riesco proprio a considerarlo Presidente del Consiglio) e il suo entourage si dovrebbero sciacquare la bocca”: questa è stata la prima considerazione che mi è venuta in mente dopo aver letto le sue ultime dichiarazioni riguardanti insegnanti e scuola pubblica. Come noto, in un messaggio inviato a Padova a una riunione dell'As sociazione nazionale delle mam-me, questi ribadisce che i genitori oggi possono scegliere liberamente "quale educazione dare ai loro figli e sottrarli a quegli insegnamenti di sinistra che nella scuola pubblica inculcano ideologie e valori diversi da quelli della famiglia". Natural-mente le reazioni di sdegno sono state numerosissime, studenti, genitori, leader di tanti partiti e sindacati ne sono rimasti scioccati e indignati: non dovrebbe neanche essere lontanamente pensabile avere un Premier che

si esprime in questo modo, su un argomento così delicato e importante come l'istruzione pubblica, che è e deve rimanere un valore costituzionale da difendere e ampliare. La vera missione che il governo ha portato avanti in questi anni è oramai nota a tutti: tagliare i fondi alla scuola pubblica per aiutare quelle private; le controriforme della Gelmini mirano unicamente a distruggere l'istruzione pubblica e la libertà nelle scuole e nelle università pubbliche, mettere a rischio il futuro dei giovani italiani, trasformarli in tante marionette prive di capacità critica e di conoscenze… d’altronde è più facile sopraffare chi non crede più a niente, chi è ignorante. Questo è il rischio più grave che stanno correndo i nostri ragazzi, quello di essere derubati di un diritto fondamentale, garantito dalla Costi-tuzione italiana: la scuola aperta a tutti, di tutti e di qualità; la scuola laica, libera, sede del pluralismo, del sapere e dell'integrazione. Sembra scontato dirlo, ma la scuola italiana non è né di destra né di sinistra. È una scuola, che

deve cercare di trasmettere i valori propri dell’uomo, valori che non sono né di destra né di sinistra, ma che sono fondanti della nostra Costituzione. Ciò che può fare il governo è sostenere il lavoro svolto dagli insegnanti e valorizzarlo. Invece l'Italia è l'unico dei Paesi sviluppati, che

formazione e reclutamento degli insegnanti: dopo la laurea si doveva frequentare la Ssis, ovvero una scuola di specializzazione della durata di due anni finalizzata alla formazione degli insegnanti con accesso a numero chiuso; gli esami di ingresso, intermedi e finali miravano ad accerta-

pur in una situazione di difficoltà finanziaria, non investe sulla scuola. Questo non vuol dire che questa istituzione e gli insegnanti che ci lavorano siano perfetti, ci sono molti aspetti che andrebbero modificati e migliorati, da anni aspettiamo una vera riforma che non arriva: mi viene in mente il metodo di

re solo le conoscenze disciplinari dei futuri insegnanti, non si guardava né alle motivazioni, né alle competenze e alle attitudini, né tanto meno alla situazione psicologica del futuro insegnante. Consideriamo che il docente è un modello che i ragazzi si trovano ad esaminare oltre a quelli che gli si propongono attraverso

luppi attuali vanno nel senso di grandi collaborazioni con i principali protagonisti del panorama artistico italiano: Ericailcane, Run, 108, Dem, Bros, alcuni dei quali hanno già lasciato un segno tangibile nel contesto folignate. Sulla scia delle “funzine” americane, attack, ha creato Dolores, un free-press autoprodotto e autogestito, uno strumento per promuovere il messaggio dell’associazione, con la possibilità, per gli artisti, di farsi apprezzare anche in piccoli contesti. Logo e icona di attack è Rasputin, il celebre monaco visionario che soggio-

gò l’intera Russia dei primi del ‘900. La scelta nasce da un particolare interesse dei membri di attack per la cultura russa, ma è fortemente collegata ai connotati dell’urban art; l’immagine deve carpire l’osservatore per porlo dinanzi ad un ragionamento interno e ciò accade in misura maggiore quando l’immagine in sé è di così grande impatto come può essere quella di Rasputin.Non solo grandi realtà, dunque, ma anche piccoli centri possono crescere e testimoniare l’approdo a nuovi linguaggi artistici. L’appuntamento è per settembre 2011.

le altre agenzie formative, e che perciò deve veicolare attraverso questa sua importante posizione un’educazione ai valori e alla formazione integrale della persona che non può prescindere dalla creazione di un clima di classe sereno e basato sulla reciproca fiducia e stima, si può capire come il metodo di reclutamento degli insegnanti (compreso quello futuro proposto dalla Gelmini e di base simile a quello sopra esposto) sia inadeguato a garantire agli studenti insegnanti di qualità; non vorrei essere fraintesa: la scuola è piena di insegnanti bravissimi, competenti, motivati, che riescono a formare ed educare in modo esemplare i loro discenti (mi vengono in mente alcuni miei ottimi Professori, che non smetterò mai di ringraziare), ma questo tipo di reclutamento non dà garanzie sulla qualità dell’insegnante. Nel giudicare un bravo insegnante non si dovrebbe guardare alle sue idee politiche, anzi queste non dovrebbero neanche entrare in classe... si dovrebbe piuttosto vedere se ha qualità umane ed empatiche tali da poter instaurare buoni rapporti coi suoi ragazzi, che sappia spiegare, suscitare passione per ciò che sta cercando di trasmettere, che svolga con passione il suo lavoro, che sia una persona stabile e senza particolari problemi emotivi-psicologici, che sia sempre disponibile a collabora-

re coi colleghi e con le famiglie, che ami il suo lavoro, che sia un buon esempio per chi gli si trova di fronte, che riesca a trasmettere le virtù civiche e i valori fondanti dell'essere umano. Prima di parlare delle doti che dovrebbe avere un insegnante, bisognerebbe interrogarsi quindi sulle doti che dovrebbe avere un qualsiasi essere umano... come si può essere un bravo insegnante se per prima cosa non si è una brava persona? Se non si è capaci di provare compassione, comprensione nella vita di tutti i giorni figuriamoci se si sarà in grado di influire positivamente su un numero molto grande di studenti… I ragazzi hanno bisogno di insegnanti motivati, seri, responsabili, professionali e che soprattutto abbiano veramente a cuore il loro futuro. Noi Italiani abbiamo bisogno di una classe politica motivata, seria, responsabile, professionale e che soprattutto abbia veramente a cuore il nostro futuro. La scuola è pubblica, e se Berlusconi è di un altro parere non può governare l'Italia. In tanti ricordano Piero Calamandrei e il suo discorso in difesa della scuola nazionale (Roma, 11 marzo 1950): "Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici,, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa


Dalle Città

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Inizia il semestre caldo e Conosci il tuo fegato le sorgenti sono dimezzate test per diagnosi precoce LUISITO SDEI

Dal punto di vista delle piogge, l’Aprile folignate non poteva iniziare peggio. Dopo che Marzo si era salvato in corner, raggiungendo la media pluviometrica attesa proprio grazie all’ultima, insperata perturbazione, siamo da molti giorni sotto il tiro di fastidiose e secche correnti nordo r i e n t a l i . L’andamento in senso meridiano delle correnti su scala europea ci condanna, come Ber-toldo, a scegliere l’albero cui impiccarci: quello del vento e del freddo, o quello delle precoci ondate di calore. Gli della americani NOAA, ottimisti, continuano a proporci, nelle loro previsioni stagionali, un’estate umida e piovosa, tale da scacciare ogni rischio di carenze idriche. Ma se così non fosse, per la gioia dei vacanzieri? Le sorgenti dell’Appennino Umbro hanno fortemente risentito dell’andamento scadente della seconda parte dell’inverno, e rispetto ai livelli record dello stesso periodo del 2010 stanno messe molto, molto peggio. Rasiglia passa dai 510 l/s di inizio aprile 2010 agli

attuali 320. Capo-dacqua da 140 a 70. Bagnara da 200 a 160. Boschetto da 397 a 292. E’ bastato che nel semestre freddo 2010-2011 cadessero sulla nostra città 470 mm. di pioggia, contro i 530 di quelli del semestre freddo 2009-2010, per provocare un calo così grande. Bisogna chiarire che i livelli delle sorgenti, in termini assoluti, non destano grandi preoccu-

pazioni. I livelli del 2010 erano da record, siamo sostanzialmente rientrati nella normalità, non si intravedono grandi rischi per l’avvenire immediato. Ma questi dati ci parlano dell’enorme fragilità di un sistema di approvvigionamento idropotabile che speriamo venga sottratto, da qui a pochi mesi, alle triste logiche ed alle mire del mercato. Il privato che un domani dovesse gestire queste risorse così scarse non avrebbe alcun interesse a ridurne il consumo, riducendo così i

propri ricavi. Gli umbri centro-orientali, custodi di un patrimonio idrico così grande, dovrebbero correre in massa, al prossimo referendum, per scoraggiare ogni ipotesi di privatizzazione. Ma tutto questo ha un senso solo se il gestore pubblico si comporta in modo davvero diverso dal privato. Se il pubblico potere si assume le sue responsabilità e colpisce gli sprechi, impone una politica di rigidissimo contenimento dei consumi, controlla l’inquinamento, tenta di differenziare l’utilizzo delle risorse in modo da smettere di far lavare i panni con l’acqua minerale. Altrimenti, sia detto provocatoriamente, viene meno ogni giustificazione per sottrarre questo settore economico alla concorrenza. Altrimenti, il cittadino comune si chiede quale sia il motivo per cui l’acqua debba restare nelle mani delle burocrazie delle società partecipate, e non alimentare l’economia globale. E’ ora, per tutti, di avviare una gestione della risorsa acqua che faccia capire, e bene, la differenza fra gestione pubblica e privata di un bene collettivo. Fino ad ora, confessiamo di aver fatto un po’ fatica.

PARIDE TRAMPETTI

“Conosci il tuo fegato” è un’iniziativa gratuita che ha lo scopo di promuovere la conoscenza delle malattie epatiche nella popolazione, troppo spesso ignara dello stato di salute del proprio fegato. Nella maggior parte dei casi la malattia di fegato è infatti del tutto asintomatica, e il riscontro della malattia spesso avviene in modo del tutto casuale, per esempio in occasione di esami del sangue eseguiti in gravidanza o prima di un intervento chirurgico o come riscontro di transaminasi elevate in corso di check-up. In moti pazienti la malattia rimane in uno stadio subclinico per molti anni o anche decenni e viene diagnosticata quando la malattia è ormai in fase severa/terminale con compromissione del fegato. Le soluzioni terapeutiche (continuamente in progresso) per bloccare l’evolversi delle malattie del fegato oggi ci sono: basta solo conoscere il problema per poterlo affrontare. Errori di alimentazione (obesità, diabete, dislipidemie), abuso alcolico e di farmaci, abitudini di vita a rischio per infezioni con virus epatotropi, possono causare un danno al fegato, non

“Aumentare la TIA è corretto E’ colpa dei tagli” Il sindaco Mismetti giustifica così l’aumento del costo del servizio per lo smaltimento dei rifiuti ANDREA TOFI

Da qualche mese, girando per le vie di Foligno si possono osservare manifesti affissi dal Comune sulle conseguenze dell’approvazione del federalismo fiscale, con i tagli previsti agli enti locali. Fermo restando l’assoluta contrarietà all’approvazione di questa norma, ciò che stupisce è la celerità con la quale è stato deliberato l’aumento della TIA (tariffa igiene urbana) e si è ricordato ai cittadini come diminuiranno i servizi e le manutenzioni ordinarie, come conseguenza di queste minori entrate. Gli anni sin qui trascorsi dall’insediamento della nuova giunta comunale possono essere ricordati sicuramente per le vicende giudiziarie che hanno coinvolto il nostro primo cittadino e non solo, ma non sicuramente per la capacità propositiva che i

nostri amministratori sono stati capaci di mettere in campo. Il comune è oramai composto per lo più da dirigenti che organizzano e gestiscono pratiche di ordinaria amministrazione, gli addetti che operano per garantire un minimo di servizi sono ridotti ad un lumicino e non hanno più nemmeno i mezzi per lavorare, in quanto il parco macchine è stato completamente smantellato. Il terremoto del’97 è stata sicuramente un’emergenza difficile da affrontare, ma forse le ingenti risorse economiche messe a disposizione per la ricostruzione ed i proventi delle nuove edificazioni, sono state impiegate senza prevedere un futuro più incerto e meno prospero. Di sicuro era

però prevedibile la crisi edile che stiamo vivendo ora, in quanto si è permesso di esaurire lo sviluppo urbano previsto

razionalizzare e gestire i vari settori del comune, comprese le aziende partecipate come la VUS, la FILS, l’AFAM, ecc…, per

dal nuovo PRG, in un periodo troppo breve sull’onda del post-terremoto, senza considerare l’effettivo e reale aumento del fabbisogno abitativo. In questi anni ci si è preoccupati di spendere i soldi a disposizione, senza pensare a come

migliorare la qualità del servizio offerto ai cittadini. Oggi ci troviamo in una situazione nella quale le risorse economiche del Comune scarseggiano, anche a causa dei previsti tagli, l’apparato non funziona come dovrebbe e la risposta ai

noto al soggetto perché in assoluto benessere. Un’analisi del sangue (il dosaggio delle transaminasi) può, in maniera semplice, far conoscere una malattia di fegato. In base al risultato del test ematico e ai possibili fattori di rischio, il medico darà indicazioni al soggetto su quali eventuali ulteriori accertamenti eseguire. Sabato 14 maggio a Foligno, in piazza della Repubblica, sarà allestito un gazebo in cui chiunque lo desideri sarà sottoposto, con un semplice stick da un dito, al controllo delle “transaminasi”, la cui risposta sarà

data in tempo reale. A chi risulterà positivo a questo semplice test, i medici specialisti daranno suggerimenti circa eventuali ulteriori accertamenti a cui sottoporsi. Sarà possibile anche eseguire alcuni esami ecografici dimostrativi. L’evento è organizzato dalla ASL 3 Umbria, Ambulatorio di Epatologia diretto dal dott. Paride Trampetti, in collaborazione con l’azienda farmaceutica Roche che fornirà il supporto tecnologico e la Protezione Civile che fornirà la struttura in cui effettuare lo screening.

cittadini qual è? Mettete le mano al vostro portafogli! Le voci in busta paga si allungano a dismisura, addizionale regionale, addizionale comunale, acconto per addizionale comunale. Ma ad un operaio che percepisce 1000 Euro al mese o ad un cassaintegrato a 700 Euro al mese cosa si può togliere! Perché scelte obbligate come quelle della raccolta differenziata sono state fatte adesso e non gli anni passati dove c’era la possibilità di investire maggiori risorse senza dover chiedere il conto ai cittadini. Non posso accettare l’affermazione del nostro sindaco Mismetti: “la composizione dell’aumento della tariffa è corretta. Una delle conseguenze dei tagli”. Io mi chiedo perché? Per quale motivo a pagare per scelte sbagliate dei nostri amministratori debbono essere sempre le fasce più deboli. All’inizio della nostra avventura come associazione politica, ancor prima di cimentarci in

questa esperienza giornalistica, durante un’incontro organizzato presso la nostra sede con i dirigenti della VUS, ponemmo l’accento proprio sulla pericolosità dell’utilizzo della tariffa per l’igiene urbana (TIA), proprio perché consapevoli che l’utilizzo di questo termine avrebbe obbligato per legge a coprire il 100% dei costi del servizio, differentemente dalla vecchia tassa rifiuti solidi urbani (TARSU), che permetteva di coprire gli aumenti, nel bilancio comunale attingendo ad altre risorse. Da buoni amministratori, i nostri politici locali all’indomani della promulgazione del decreto Ronchi, si adeguarono immediatamente alla norma perché affermarono che era obbligatoria e passiva di sanzioni, navigando in internet si può facilmente verificare che città come Torino, Milano, Bologna, Napoli e tante altre applicano ancora la TARSU. In entrambi i casi (introduzione della TIA e federalismo fiscale), al governo c’era il centrodestra e considerando politicamente sbagliate entrambe per quale motivo l’amministrazione comunale attuale che è la continuità della precedente, ha usato due pesi e due misure?


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Cultura/e

Una “Casa Editrice” Perché e Come

“A cobra fumou” OSVALDO GUALTIERI

Durante la seconda guerra, il Brasile era governato da Getulio Vargas, il solito dittatore militare dichiaratamente simpatizzante di Mussolini e Hitler. Pur ricevendo pressioni dagli alleati, il Brasile, fin dal inizio della guerra, aveva mantenuto una posizione neutrale, curiosamente espressa nella frase attribuita allo stesso presidente Vargas che assicurava che “è più facile che un serpente fumi che il Brasile entri in guerra”. Nel agosto del 1942 invece il Brasile entrò in guerra con gli Alleati e contro l’Asse. Il principale motivo di tale cambiamento è da ricercare nelle promesse di grandi finanziamenti da parte degli USA per realizzare quello che s’è dimostrato il principale motivo del disastro dell’Amazzonia: la Companhia Siderùrgica Nacional e la Companhia Vale do Rio Doce, due complessi siderurgici e di estrazione di minerali di dimensioni giganteschi, attualmente tra in più grandi del mondo. Questi finanziamenti successivamente sono invece diventati prestiti che il Brasile ha dovuto rimborsare fino al ultimo dollaro, finendo di saldare il debito nel 1954. Gli Usa avevano necessità di mettere le mani sulle enormi risorse brasiliane di “borracha” (caucciù) per la loro industria bellica e civile e di altre materie prime che il Brasile possedeva in abbondanza. Avevano anche necessità di usufruire delle basi

militari in quella zona dell’Atlantico. Può darsi anche che un altro motivo per convincere Getulio Vargas a dichiarare la guerra all’Asse sia stato il fatto che, solo nei primi mesi del 1942, i sottomarini tedeschi e italiani abbiano affondato ben 24 navi da trasposto brasiliane. Sia come sia, l’entrata in guerra del Brasile è stata appoggiata da grandi settori internazionali e anche dal Partito Comunista brasiliano, in quel periodo sotto la guida del leggendario Carlos Prestes. Nella seconda metà del 1942, inizia a formarsi la FEB (Força Expedicionária Brasileira), composta da soldati in servizio di leva provenienti dalle zone più povere del Brasile e volontari quasi tutti d’origine italiana residenti a San Pablo e nel sud di quel paese. Essendo l’esercito brasiliano marcatamente classista, gli ufficiali in quel periodo erano tutti appartenenti alle classi privilegiate. Per avere un’idea dell’origine sociale dei componenti dell’esercito brasiliano in quel periodo, la sezione medica dell’esercito esaminò circa 107.000 soldati scartandone oltre 23.000 principalmente per problemi di “tubercolosi, sifilide, ernia, imbecillità, lebbra e problemi dentari”. Dalla di-chiarazione di guerra fino alla partenza per l’Italia del primo gruppo passarono due anni. I motivi furono vari tra i quali difficoltà nell’organizzazione e nel-la logistica, mancanza di equipaggiamento adatto, diserzioni, ecc. In questo periodo, gli integranti del contingenti, radunati a Rio di Ja-

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neiro, vennero sopranominati “pracinhas” perché si vedevano sempre in giro nelle piazze di quella città. La prima partenza è stata un fallimento per il fatto che quasi tutti gli ufficiali, che fino ad allora non credevano sul serio che avrebbero partecipato alla guerra, alla notizia della partenza, anche se orgogliosamente avevano scelto come stemma un serpente fumante, semplicemente disertarono in massa, applicando l’intelligente detto “soldato que foge serve pra uma outra guerra….”. Dopo la riorganizzazione, finalmente il 2 luglio del 1944 partirono i primi 5.000 dei 25.000 componenti della FEB divisi in 4 partenze. Come curiosità, questa partenza fu organizzata in segreto e fatti imbarcare in fretta e furia di notte per evitare quello che era successo nella precedente partenza fallita, cioè che disertassero in massa. Un’altra curiosità: nella prima distribuzione dei pasti nella nave americana che li trasportava, furono distribuite 14.000 razioni su un totale di poco più di 5.000 soldati. Il problema della qualità dei pasti in seguito fu motivo di conflitti e rivolte perché ai soldati della FEB non piacevano le razioni alimentari degli americani. (fine prima parte, la seconda sarà pubblicata nel numero di giugno)

Perché. Il periodico “Piazza del Grano” nasce dalla costatazione di un “vuoto” che ci si è proposti di riempire, o almeno modestamente di partecipare a riempire, creando uno strumento di informazione che sia anche un luogo, non solo ideale ma anche concreto grazie al veicolo della carta stampata, di espressione, di comunicazione e di dibattito. L’impalcatura ideologica è quella “gramsciana”: lavorare per la costruzione di una cultura antagonista a quella della classi dominanti che sia espressione e patrimonio delle classi subalterne nel percorso della ricostruzione dell’ “intellettuale organico” alla classe dei che lavoratori Gramsci ha identificato nel Partito Comunista. E’ una “lunga marcia” che riparte dalla distruzione dell’immenso patrimonio della storia del movimento comunista occidentale causata dalla infatuazione del “miracolo” del mercato globale con la sua truffa dell’illusione della crescita infinita. Il “muro di Berlino” è crollato, e sia chiaro che nessuno lo piange, ma ha finito per seppellire proprio i nuovi “fulminati” dalla potenza irresistibile del capitalismo benefico e miracoloso. Realizzato e consolidato il periodico mensile

Il diritto di essere “mammo” IOLANDA TARZIA

“Se riesci a mantenere la calma quando tutti attorno a te la stanno perdendo; Se sai aver fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te, tenendo conto però dei loro dubbi; Se sai aspettare senza stancarti di aspettare, o essendo calunniato non rispondere con calunnie, o essendo odiato non dare spazio all'odio, senza tuttavia sembrare troppo buono ne' parlare troppo da saggio: Se sai sognare - senza fare dei sogni i tuoi padroni; Se riesci a pensare - senza fare di pensieri il tuo fine; Se sai incontrarti con il successo e la sconfitta e trattare questi due impostori proprio nello stesso modo; Se riesci a sopportare di sentire la verità che tu hai detto, distorta da imbroglioni che ne fanno una trappola per gli ingenui; O guardare le cose, per le quali hai dato la vita, distrutte e sai umiliarti a ricostruirle con i tuoi strumenti or-

mai logori: Se sai fare un'unica pila delle tue vittorie e rischiarla in un solo colpo a testa o croce e perdere e ricominciare dall'inizio senza mai lasciarti sfuggire una sola parola su quello che hai perso; Se sai costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi a sorreggerti anche dopo molto tempo che non te li senti più e così resistere quando in te non c'è più nulla tranne la volontà che dice loro: "Resistete!'; Se sai parlare con i disonesti senza perdere la tua onestà o passeggiare con i re senza perdere il tuo comportamento normale; Se non possono ferire ne' i nemici ne' gli amici troppo premurosi; Se per te contano tutti gli uomini, ma nessuno troppo; Se riesci a riempire l'inesorabile minuto dando valore ad ogni istante che passa: tua e' la Terra e tutto ciò che vi e' in essa e - quel

che più conta - tu sarai un Uomo, figlio mio !” (Rudyard Kipling - Se). Sono questi i versi

diventare un “Uomo”. Sono le parole amorevolmente sussurrate da un padre che sa di poter ac-

d’amore forse più belli, certamente fra i più noti, che un genitore abbia mai dedicato ad un figlio. Non sono stati scritti da una madre. Sono le parole scelte da un padre per insegnare al proprio figlio come comportarsi nella vita e quale è la strada da percorrere per

compagnare il figlio in quel percorso perché nessuno gli ha negato il diritto di essere presente nella vita del figlio. Sono le medesime parole d’amore che tanti padri, cui tale diritto è stato negato da una madre ostile e da una giustizia forse non sempre giusta, po-

nasce ora il progetto di allargarne il ruolo di “operatore culturale”, almeno nel nostro territorio (da questo numero iniziamo la distribuzione anche a Spoleto e Bastia). L’idea della “casa editrice” si propone dunque come nuovo strumento ad uno stesso tempo di diffusione della cultura delle masse e di occasione di espressione dei loro pensieri, desideri e legit-

time pretese. Come. Il progetto si articola nella produzione di pubblicazioni mensili di piccoli libri (orientativamente 100 pagine) che verranno distribuiti insieme al giornale seguendo due linee editoriali: “reprint”, cioè ri-pubblicazioni di testi della produzione culturale, filosofica e politica del movimento co-

munista mondiale, con lo scopo di far rivivere la memoria di una storia indimenticabile e da non dimenticare; “inediti”, cioè pubblicazioni di lavori letterari a tema libero (saggi, racconti, diari, poesie, ecc.) prodotti dai nostri concittadini che difficilmente possono trovare ascolto e spazio nel monopolio dell’informazione e dell’editoria delle classi dominanti. In ambedue i casi si tratta dunque di opere prive di diritto di autore (economico) e senza finalità di lucro. Il prezzo di vendita sarà rigorosamente destinato alla copertura dei costi vivi di tipografia e, per l’auspicato “eccesso”, a concorso al finanziamento del giornale che, com’è noto, è editato da una associazione culturale priva di scopo di lucro. La pubblicazione dei libri sarà anche occasione per la promozione di iniziative di dibattito sul libro e sulla sua tematica. Invitiamo quindi tutti i nostri lettori a volerci contattare sia per suggerire argomenti e titoli dei materiale di “reprint”, sia soprattutto per proporre i loro “inediti”, senza remore o timori… non siamo una commissione di esame, non assegniamo premi letterari, valutiamo e scegliamo assieme.

tranno solo urlare affinché il proprio figlio le senta. Parole che, in questi casi, si tramutano ora in pianti disperati consumati nel silenzio di una casa vuota, ora in denunce divulgate con articoli di stampa, ora in rivendiche formalizzate con atti giudiziari. E quei padri urlano, si disperano e lottano affinché alla madre non sia sempre attribuito di diritto, salvo eccezioni, il potere di fatto di decidere quanta vita del figlio il padre potrà condividere e quanta strada loro potranno fare insieme; affinché il desiderio/bisogno di un padre di essere partecipe alla vita di un figlio sia considerato legittimo e naturale come quello della madre; affinché non siano sempre e necessariamente i soli diritti del padre ad essere vagliati, giudicati, sintetizzati ed infine formalizzati in un provvedimento giudiziale. Perché ancora oggi, nonostante i

progressi socio-giuridiciculturali, il ruolo, le qualità e i diritti della madre non sono mai – o quasi messi in discussione. Né rileva se nella vita di un figlio non c’è stata una mamma ma un “mammo” che è stato, e potrebbe essere ancora, il genitore più idoneo e capace di indirizzarlo ed accompagnarlo nel cammino per farlo diventare un Uomo. Al padre è ancora riservato - se non sempre, spesso - il ruolo di non protagonista nella vita e nella crescita del figlio. Se ciò sia giusto o meno non è dato saperlo per certo a nessuno se non a quel figlio cui solo spetterebbe il diritto di decidere se avere, sempre e comunque, come compagno del proprio viaggio, il padre. Certamente non dovrebbero essere le ostilità fra coloro che quel figlio hanno generato a decidere se un padre potrà accompagnarlo nel viaggio che lo porterà a diventare Uomo. Certa-mente quelle ostilità e la mancanza di un padre accanto renderanno più difficile a quel figlio il cammino per diventare un Uomo.


Cultura/e

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Neri luminosi MARIA SARA MIRTI

La maggior parte di noi non è in grado, all’occorrenza, di distinguere, in nome di una pretestuosa sicurezza (mentale), un gesto “strano” da un gesto “straniero”. Ma tutti noi siamo soliti giustificare le nostre lacune con motivazioni ottusamente visive, di “colpo d’occhio”, o “di pelle“, quindi in un certo senso “caratteriali”, ontologiche. A tale proposito è interessante la testimonianza riportata da P. Tabet: “Pirri, Cagliari I elementare. “I miei genitori sono neri e anche noi nasciamo anche noi neri e se noi siamo neri e anche i nostri figli nasceranno anche loro neri e se tutti siamo morti abbiamo le anime nere. […]”(tratto da P. Tabet, La pelle giusta, p. 11, Einaudi, To-rino, 1997) La diversità è un’immagine opaca, l’equivalente di una (presunta) normalità sporcata con dolo dall’aggiunta di una tintura indelebile di cui non si conoscono la fattura né la provenienza. Si sa comunque che tale tintura passa con facilità attraverso le blande coperture di abiti, costumi e professioni, che non può essere nascosta alla vista, che può oltrepassare persino la nostra più intima difesa, la pelle, mettendo a rischio, così pare, l’identità della nostra

stessa anima, quindi la nostra stessa sopravvivenza. Il nero, una volta penetrato fino al nostro interno, si teme faccia diventare neri persino i nostri pensieri e la nostra voce che invece, con i suoi accenti, dovrebbe raccontare di noi, trasformandola così in un insieme di suoni incomprensibili, echi di mostruosità che si vorrebbe poter tacitare. Chi potrebbe distinguere i diversi colori di cui si forma il nero? Chi potrebbe vedere di notte, attraverso l’oscurità? Solo chi nell’oscurità è già immerso, proprio come i morti, vale a dire colui o coloro i cui occhi non sono avvezzi alla facile comunicazione della luce e dei suoi colori. Ci sarà pure un motivo per cui i tratti di un viso, se più scuri, sembrano tutti uguali, tutti impenetrabili in ugual misura! Se la “loro” faccia non è chiaramente interpretabile, ci sarà un motivo! Infatti ogni tonalità diversa dalla nostra sta lì per ricordarci che la nostra faccia non è altro che un foglio bianco, tutto ancora da scrivere dal destino. Se è vero che esi-

stono altri colori oltre al bianco e al nero, è anche vero che questi ultimi determinano il “chiaro” e lo ”scuro”, come il buono e il cattivo, il noto e l’ignoto, ciò che è fruibile da ciò che è inarrivabile, e che quindi fa paura. “D: Lei ha denunciato in particolare lo scandalo della “a” nera in Rimbaud. R: Vede, ci sono persone che hanno l’orecchio assoluto e altre che non ce l’hanno, ma riescono lo stesso ad associare im-

mediatamente un colore a una vocale. La sperimentazione, soprattutto quella fatta sui bambini, ha dimostrato che nella stragrande maggioranza dei casi il rosso viene associato alla vocale a. […]Ovviamente perché è il colore più saturo e più cromatico, così come nel registro uditivo il fonema

a è il più pieno e il più sonoro. In questo senso, per molti linguisti è stata una sorpresa il fatto che Rimbaud nella sua poesia abbia definito nera la a. D: E lei ha capito perché l’ha definita così? […] R: Per Newton esistono colori primari: i colori del prisma, cioè sette od otto. Castel s’interessa invece ai colori dei tintori e, come dice lui stesso, al modo in cui li ottenevano mischiando una tinta con l’altra. Ora, dal momento che per fare il nero bisogna mescolare tra loro una quantità di colori si arriva alla conclusione che il colore più ricco in assoluto non è il rosso, ma è il nero.” (da Claude LéviStrauss. Cristi di oscure speranze. Intervista di Silvia Ronchey e Giuseppe Scaraffia, pp. 12 ss, gransasso nottetempo, Roma 2008) Il nero che tanto atterrisce, può anche segnalare pienezza vitale: l’intervista infatti prosegue spiegando che Valéry chiamava i neri di Manet “neri luminosi”. Un po’ come dire che usando segni neri accuratamente scelti si possono tracciare suoni, colori, immagini e significati su quella che, prima, era soltanto una pagina tristemente bianca.

L’ira, un sentimento propedeutico alla riflessione: una contraddizione in grado di imprimere un segno alle scontate esistenze CRISTIANO DELLA VEDOVA

Un peccato capitale! Già avevo deciso di trattare questo concetto. E poi, la meraviglia nel fare mente locale. Sì, uno dei sette vizi, da cui secondo la religione cristiana, dovremmo astenerci in ogni caso. In ogni caso!? Affascinante! Si tratta di uno stato psichico alterato, in genere suscitato da uno o più elementi di provocazione, capace di rimuovere alcuni dei freni inibitori che influenzano nettamente, …fortunatamente, le scelte del soggetto coinvolto. Una reazione, che si scatena quando la profonda avversione verso qualcosa o qualcuno fuoriesce dall’involucro della ragione. Esistono tre diverse tipologie di ira: quella “frettolosa e improvvisa", animalesca, che si verifica quando ci sentiamo tormentati e intrappolati; quel-

la “caratteriale”, scarsamente incisiva, che molto spesso conduce a situazioni di scontrosità e villania; e, infine, la mia preferita: quella "costante e deliberata”. Adorabilmente adolescenziale. La reazione alla consapevolezza di subire un trattamento ingiusto. Ogni giorno, ogni volta che apro gli occhi mi sento fortunato …e profondamente ar-rabbiato. Perché lo so che di lì a poco, magari al distributore di benzina o al bar, incontrerò l’incasellato di turno, il figlio stralegittimo del suo contesto, e quindi arrogante. Lui, mai ta-gliente né arguto, si innervosisce solo perché il suo i-phone non ha il segnale pieno. Felice e prevaricatore, ma non lo sa. Non se ne accorge. Una lettura superficiale del problema porterebbe a pensare che una riflessione del genere muove da una profonda invidia verso il vile allineato, perennemente contento. In par-

te è vero. “Sono arrabbiato perché so che mi arrabbierò”: un cane che si morde la coda. E non esiste una soluzione definitiva. Allora il se-gre-

to è quello di amare questo stato d’ira, farlo proprio ed utilizzarlo. Ritengo che molto spesso la rabbia sia propedeutica ad una razionale me-

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Figli di Annibale Almamegretta 1993

Annibale grande generale nero con una schiera di elefanti attraversasti le alpi e ne uscisti tutto intero a quei tempi gli europei non riuscivano a passarle neanche a piedi ma tu Annibale grande generale nero tu le passasti con un mare di elefanti lo sapete quanto sono grossi e lenti gli elefanti? eppure Annibale gli fece passare le alpi con novantamila uomini africani Annibale sconfisse i romani restò in Italia da padrone per quindici o vent’anni ecco perché molti italiani hanno la pelle scura ecco perché molti italiani hanno i capelli scuri un po’ del sangue di Annibale è rimasto a tutti quanti nelle vene si è rimasto a tutti quanti nelle vene nessuno può dirmi stai dicendo una menzogna se conosci la tua storia sai da dove viene il colore del sangue che ti scorre nelle vene durante la guerra pochi afroamericani riempirono l’Europa di bambini neri cosa credete potessero mai fare in venti anni di dominio militare un’armata di africani in Italia meridionale un’armata di africani in Italia meridionale ecco perché ecco perché noi siamo figli di Annibale meridionali figli di Annibale sangue mediterraneo figli di Annibale

ditazione. Una contraddizione in termini forse, ma il discorso fila: se non ho lo spunto, non scrivo; se non sono arrabbiato non rifletto. L’ira, nel suo intimo significato, è potenzialmente in grado di mobilitare risorse psicologiche positive e di trasformarle in un sano dibattito interiore. E poco male se diventa distruttiva. Non è necessario un controllo cognitivo del proprio comportamento, laddove questo porti ad una sedentarietà mentale. Ed è inevitabile, leggendo un giornale o ascoltando le esteticamente impeccabili interviste dei nostri “eroici” rappresentanti, avere qualcosa di irrisolto, una disarmonia interiore, una discrepanza tra desideri e realtà. Inevitabile? Forse no, se penso al perennemente contento di cui sopra. Io sono arrabbiato ma lui resta felicemente innocuo. Come il suo sorriso. Rivolgo il pensiero ad un classico: Achille, l’eroe omerico. Un leone in gabbia. La percezione del dolore e dell’ingiustizia fa si che quell’uomo sprigioni la sua vera essenza, il suo anelito di vita. Ed ecco allora che un ruggito diventa melodia. Una battaglia può placare la fame di giusti-

zia. “Se si dovesse esprimere in una frase la caratteristica più importante dell’attuale situazione psico-politica mondiale, questa do-vrebbe essere: siamo entrati in un’era senza punti di raccolta dell’ira con prospettiva mondiale” (Peter Sloterdijk “Ira e tempo”). La solita provocazione per dire che forse non ci arrabbiamo abbastanza. Non facciamo in modo che questo dibattuto sentimento sia fonte di respiro e vitalità. Ed è proprio quell’eroe che in qualche modo ci dice che solo attraverso costanti e quotidiane impennate di energia siamo in grado di salvarci e ripartire. In ogni ambito e ad ogni livello. Con ogni mezzo. Lo “straordinario” è assolutamente possibile. Così come è possibile alzarsi oltre la medietà senza che ciò implichi presunzione ed inutile trascendenza. Troppo spesso essere ed esistere, vivere e sopravvivere significano la stessa cosa. Questo mi spaventa, … profondamente! Mi spaventa molto di più rispetto al pensiero che la mia sana ira possa costituire anche la mia debolezza, il mio “tallone”. E allora, forse, in realtà mi sento fortunato ad essere arrabbiato.


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FOLIGNO

Lavoro SOCIAL NETWORK E LICENZIAMENTO

LORENZO BATTISTI

Prosegue la nostra indagine sulle conseguenze legate all’utilizzo dei social network da parte dei dipendenti, in particolare di quelli che esprimono opinioni e pareri sui datori di lavoro e superiori. Nelle aule giudiziarie, infatti, si riscontrano sempre nuovi casi che vedono i dipendenti licenziati a causa dell’utilizzo di Facebook. Questo, come è noto, mette a disposizione degli utenti registrati una “bacheca” che, peraltro, può essere aperta a tutti gli altri utenti, sulla quale pubblicare i propri pensieri da sottoporre al commento altrui. Ciò è accaduto ad un dipendente di una azienda che ha pubblicato commenti derisori e offensivi nei confronti del direttore generale, con tanto di vignette satiriche sul medesimo. Una sua collega commenta i "post" rincarando la dose. Entrambi vengono sottoposti a procedimento disciplinare e licen-ziati. Non si tratta di un caso isolato. All’atten-zione delle cronache giudiziarie è anche balzato il caso di alcuni dipendenti licenziati perché avevano scambiato sulle

proprie "bacheche" di Facebook opinioni negative sul direttore delle risorse umane della società, incitando i colleghi a «rendere la vita impossibile» al superiore. Diversamente, tredici membri dello staff di una compagnia aerea inglese sono stati licenziati perché avevano usato una pagina del social network per criticare gli

standard di sicurezza della società e per insultare ripetutamente i passeggeri della compagnia aerea. Al limite del paradosso il caso di una trentenne svizzera, dipendente di una compagnia assicurativa, licenziata perché scoperta in stato “attivo” su Facebook mentre doveva essere a casa in malattia per una forte emicrania che non le consentiva di restare davanti al computer. Negli Stati Uniti, invece, alcuni dipendenti sono stati “cacciati” solo perché avevano giudicato noioso il loro lavoro o perché descrivevano in modo dettagliato le serate trascor-

se in bagordi saltando il turno di lavoro “ufficialmente” per via di problemi fisici. Insomma sono ormai innumerevoli casi di tal genere più o meno curiosi. Se però è vero che nei paesi anglosassoni è assai più agevole licenziare un dipendente grazie all’”utilizzo” dei social network, in Italia si cerca di trovare una ragione giuridica al di là dell’evidenza emotiva. Dipende da come si considera Facebook: se lo si ritiene uno spazio aperto, come la mensa aziendale, che travalica la sfera privata, è evidente che i comportamenti “offensivi” possono essere puniti anche con il licenziamento; se, invece, è soltanto un luogo che attiene alla sfera privata dei lavoratori, si dovrebbe essere al di fuori del ruolo aziendale e pertanto liberi osservare tutte le critiche possibili. Non va poi dimenticato che spesso il dipendente ritiene in buona fede che i messaggi possano essere letti solo dai membri del “gruppo”, e non anche dagli “amici” e “amici degli amici”. La novità della materia tiene aperto il dibattito che prossimante troverà sempre maggiori riscontri giurisprudenziali; nel frattempo, cautela.

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MODELLO 730/2011: SCADENZE E ADEMPIMENTI

LORETTA OTTAVIANI

Puntuale come tutte le stagioni, giunge anche quest’anno la stagione della dichiarazione dei redditi. L’inizio è segnato dalla consegna del modello CUD 2011, per i redditi del 2010, al lavoratore dipendente (o percettore di redditi assimilati) e al pensionato, rispettivamente da parte del datore di lavoro e dell’ente pensionistico, quale documento indispensabile per l’elaborazione del modello 730. Vediamo schematicamente quali sono gli adempimenti e le scadenze da ricordare. 1) A chi rivolgersi Il modello 730 può essere presentato: - al proprio sostituto d’imposta (datore di lavoro o ente pensionistise entro il co), 15/01/2011 ha comunicato di prestare assistenza fiscale per quest’anno. In questo caso occorre consegnare il modello 730 già compilato. Il contribuente non deve esibire la documentazione tributaria relativa alla dichiarazione; - ad un Caf (centro di assistenza fiscale) o a un professionista abilitato (consulente del lavoro e iscritti agli albi dei dottori commercialisti ed esperti contabili). In questo caso si può consegnare il modello già compilato, senza pagare alcun compenso, oppure chiedere assistenza. Il contribuente deve sem-

pre esibire al Caf o al professionista abilitato la documentazione necessaria per verificare la conformità dei dati riportati nella dichiarazione. 2) Quando I termini di presentazione del 730 sono: - entro il 2 maggio (poiché il 30 aprile cade di sabato e il 1°maggio è festivo) se il modello è presentato al sostituto d’imposta; - entro il 31 maggio se il modello è presentato al Caf o ad un professionista abilitato. 3) Ricevuta modello 730 La copia della dichiarazione elaborata e il prospetto di liquidazione (modello 730-3), con l’indicazione delle trattenute o dei rimborsi che saranno effettuati, devono essere consegnati al contribuente: - entro il 31 maggio dal sostituto d’imposta che ha prestato assistenza fiscale diretta; - entro il 15 giugno dal Caf o dal professionista abilitato. 4) Risultato Il prospetto di liquidazione (mod.730-3) può evidenziare un rimborso oppure un pagamento di Ir-

pef che il dipendente o il pensionato si vedrà accreditare o addebitare in busta paga o nella rata di pensione. A partire dalla retribuzione di competenza di luglio 2011, il datore di lavoro deve effettuare i rimborsi o trattenere la somma o le rate (se è stata richiesta la rateizzazione) dovute a titolo di saldo 2010 e primo acconto Irpef 2011: per i pensionati le medesime operazioni devono essere effettuate a partire dal mese di agosto o settembre 2011; - entro il 30 settembre sia il dipendente sia il pensionato deve comunicare al sostituto d’imposta di non voler versare il secondo o unico acconto Irpef o versarlo in misura inferiore; -entro il 30 novembre sia il dipendente sia il pensionato riceve la busta paga o la rata di pensione al netto della trattenuta delle somme dovute a titolo di secondo acconto Irpef.

111, secondo Comma Cost. (…). Il contrasto delle disposizioni legislative in questione col diritto del cittadino al lavoro, di cui all’art. 4 Cost., è reso manifesto anche dalla non aderenza di esse alla giurisprudenza comunitaria. La sproporzione fa la tenue indennità ed il danno, che aumenta con la permanenza del comportamento illecito del datore di lavoro, sembra contravvenire all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 199 ed allegato alla direttiva

1999/70, che impone agli Stati membri di “prevenire efficacemente l’utilizzazione abusiva di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato…ossia misure che devono rivestire un carattere non soltanto proporzionato, ma anche sufficientemente effettivo e dissuasivo per garantire la piena efficacia delle norme adottate in attuazione dell’accordo quadro (Corte CE sent. C. 212/04)”. Come spesso accade, negli ultimi tempi in particolare, il legislatore ha fatto “cilecca”.

IL C.D. COLLEGATO LAVORO LE NOVITÀ APPORTATE DAL NUOVO REGIME E PROFILI DI COSTITUZIONALITÀ DI ALCUNE DI ESSE NICOLA CELANO Il 24 novembre 2010 è entrata in vigore la Legge n. 183/2010, il c.d. Collegato Lavoro. Tra le novità più rilevanti appare doveroso ricordare che il tentativo di conciliazione da esperire prima del giudizio, prima obbligatorio, torna ad essere facoltativo. Ciò significa che le parti possono scegliere se tentare una soluzione extragiudiziale o se procedere direttamente in Tribunale. Questo vale sia per il rapporto di lavoro pubblico che privato. Per quanto riguarda, poi, la procedura di impugnazione dei licenziamenti restano invariati sia il termine (60 giorni dalla ricezione della sua intimazione o delle motivazioni) entro il quale chi vuole contestare un licenziamento è tenuto a impugnarlo (pena la decadenza), che il deposito del ricorso in Tribunale, per dare avvio al giudizio vero e proprio. La novità, invece, risiede nel fatto che il lavorato-

re ha 270 giorni per dare avvio alla causa, non ha più quindi a disposizione un termine indefinito. Una volta decorso il predetto termine senza che il ricorso venga depositato in Tribunale, il licenziamento diventa non più impugnabile, anche nei casi di nullità. Il collegato lavoro ha introdotto, inoltre, la c.d. “forfetizzazione” del risarcimento del danno spettante al lavoratore che si sia visto riconoscere l’illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro. Praticamente il risarcimento del danno andrà liquidato fra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità di retribuzione, indipendentemente dall’entità del danno effettivo che potrebbe risultare ben superiore. Vale la pena di sottolineare che la Corte di Cassazione è già pronunciata su quest'ultimo passaggio, eccependo la legittimità costituzionale dei commi 5 e 6 dell'articolo 32 della legge n.183/2010 per contrasto con gli articoli 3, 4, 24,111 e 117 della Co-

stituzione italiana. In sintesi, con ordinanza interlocutoria n. 2112 del 28 gennaio 2011 la Suprema Corte ha affermato che: “Il danno sopportato dal prestatore di lavoro a causa dell’illegittima apposizione del termine al contratto è pari almeno alle retribuzioni perdute dal momento dell’inutile offerta delle proprie prestazioni e fino al momento dell’effettiva riammissione in servizio. Fino a questo momento, spesso futuro ed incerto durante lo svolgimento del processo e non certo neppure quando viene emessa la sentenza di condanna, il danno aumenta con decorso del tempo ed appare di dimensioni anch’esse non esattamente prevedibili. Il rimedio apprestato dall’art. 32, commi 5 e 6 in questione non può essere assimilato all’indennità prevista dall’art. 8 l. 15 luglio 1966 n. 604 ed alternativa all’obbligo di riassunzione. L’ipotesi dell’art. 8 non riguarda il ristoro di un danno derivante dalla non attuazione di un

rapporto di durata, ossia di un danno di un ammontare che aumenta col trascorrere del tempo, giacché il diritto all’indennità esclude il diritto al mantenimento del rapporto. La liquidazione di un’indennità eventualmente sproporzionata per difetto rispetto all’ammontare del danno può indurre il datore di lavoro a persistere nell’inadempimento, eventualmente tentando di prolungare il processo oppure sottraendosi all’esecuzione della sentenza di condanna, non suscettibile di realizzazione in forma specifica. Né verrebbe risarcito il danno derivante da una sopravvenuta impossibilità della prestazione lavorativa, causata dal rifiuto del datore. Tutto ciò vanifica il diritto del cittadino al lavoro (art. 4 Cost) e nuoce all’effettività della tutela giurisdizionale, con danno che aumenta con la durata del processo, in contrasto con il principio affermato da quasi secolare dottrina processualistica, oggi espresso dagli artt. 24 e


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Lavoro

www.piazzadelgrano.org

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Nuovo incidente mortale nei cantieri della società Quadrilatero La carenza dei controlli rende i luoghi di lavoro un vero far-west Costantin Caprus ventinovenne romeno, è l’ennesima vittima di un incidente sul lavoro. Insieme ad un suo collega anch’esso romeno, rimasto gravemente ferito, si trovava su un cestello all’altezza di circa 10 metri, impegnato in un’opera di impermeabilizzazione, quando improvvisamente quest’ultimo si è staccato dal braccio che o sosteneva, cadendo a terra. L’increscioso episodio è avvenuto nel cantiere Strabag di Serravalle del Chienti, dove è in fase di realizzazione una galleria della strada SS77 che collegherà l’Umbria con le Marche attraverso le quattro corsie. E’ il terzo incidente mortale nel giro di quattro mesi che si è verificato nei cantieri della società Quadrilatero, appaltatrice dei lavori per

la realizzazione dell’arteria Umbro-Marchigiana. Lo scorso dicembre fu Rosario Lo Russo, operaio salernitano di 58 anni a morire sul colpo, travolto dal crollo di una centina nella galleria in costruzione a Cifo. A febbraio, nel tunnel della Maddalena a Muccia di Camerino, un grosso masso staccatosi dalla volta investì il cestello gru dal quale due operai stavano posizionando una rete metallica, scaraventandoli a terra da un’altezza di 4 metri. Questi incidenti e queste “morti bianche”, hanno un comune denominatore: lo scarso livello di sicurezza sui cantieri e la precarietà del lavoro. Vittime innocenti sono spesso uomini e ragazzi che provengono da altri paesi o dal Meridione, che sacrificano la

propria vita nella speranza di garantire un futuro migliore e più dignitoso alle proprie famiglie. Come sempre accade all’indomani di questi gravi incidenti, tutti a partire dalle istituzioni, titolari d’impresa, sindacati, mostrano sdegno e cordoglio nei confronti delle famiglie delle vittime, assicurando maggiori controlli e maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro, affinché episodi simili non si ripetano, ma come prassi oramai consolidata, passato il temporale e scampata la paura, le cose continuano come se nulla fosse accaduto. I controlli e le verifiche delle sicurezze nei cantieri e nelle fabbriche sono una chimera e spesso vengono eseguiti all’acqua di rose. In sedici anni di lavoro tra fabbrica

e cantieri ho assistito ad un solo controllo per verificare la conformità delle misure di sicurezza e posso essere testimone che all’indomani del sopralluogo nulla era cambiato, anzi era sopraggiunta la consapevolezza che nessuno ci avrebbe tutelato. Le aziende o i titolari d’impresa intervengono in maniera preventiva solo nel caso in cui ci sono dubbi sulla copertura assicurativa del probabile incidente. I piani per la sicurezza non possono

rappresentare una vera misura deterrente per chi vuole continuare a rischiare sulla pelle dei lavoratori, molto spesso disagiati o immigrati sotto ricatto per ottenere permessi di soggiorno, se non vengono effettuati dei controlli frequenti con misure severe e restrittive per le imprese. Speriamo in futuro che sentenze giudiziarie pesanti, come quelle che sono state inflitte ai dirigenti della Thyssen, possano contribuire ad un cambia-

mento radicale nel sistema impresa, mettendo in primo piano il valore della vita umana. Ma per far ciò abbiamo bisogno di uno Stato forte che tuteli chi lavora, di sindacati consapevoli del proprio ruolo nella difesa dei diritti dei più deboli, ma soprattutto di un apparato legislativo che garantisca la stabilità del lavoro, che statisticamente riduce in modo sensibile gli infortuni, perché aumenta la consapevolezza del rischio da parte del lavoratore.


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FOLIGNO

Beni Comuni EDUCARE È…

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MIGRANTI: LA DEBOLEZZA NEL CUORE DELLEUROPA

SALVATORE MACRÌ

HELEN DE SANTIS

Negli anni Sessanta don Milani attaccava i sistemi educativi del tempo protesi a eliminare dall’educazione il sacrificio e la rinuncia. Bellissima la sua immagine del bambino “…scricciolino di undici anni” che per conquistarsi la scuola percorreva un’ora e mezza di strada nel bosco, solo col suo lanternino a petrolio. Il Priore voleva dare più scuola a chi ne aveva avuta meno e a Barbiana l’orario era dalle otto di mattina alle sette e mezzo di sera con trecentosessantacinque giorni l’anno e trecentosessantasei nei bisestili. Dopo il “68 prevaleva, invece, la tendenza ad avversare ogni forma di disciplina in nome della democratizzazione dell’educazione. Oggi molti adolescenti non si sentono pronti a camminare da soli, ad impegnarsi, a rinunciare a ciò che è comodo e facile e tanti invocano il ritorno dell’autorità come principio del processo educativo. Certamente educare non significa imporre aprioristicamente vuole dire, piuttosto, accompagnare prevedendo la giusta distanza tra genitore e figlio, tra insegnante e alunno: per potersi parlare, distinguere ascoltare. Viviamo tempi difficili di grandi cambiamenti e profonde disuguaglianze: le persone che ogni giorno cercano

La proverbiale tempestività risolutiva dell’Unione Europea non ha tardato a manifestarsi anche nella recente crisi migratoria. Infatti, mentre l’Italia dichiara l’emergenza umanitaria dinanzi ai continui sbarchi sulle coste di Lampedusa (Febbraio 2011), il monumentale apparato burocratico che l’U.E. rappresenta, non ha corrisposto la tanto attesa solidarietà. Bruxelles dal canto suo assiste alla questione immigrazione, esprime pareri e posizioni divergenti, risponde fornendo supporto attraverso l’agenzia Frontex, implementa le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, impone sanzioni alla Libia e si adopera soprattutto stanziando fondi per l’assistenza umanitaria. Ma l’impressione generale è che il Belpaese debba risolvere il problema de facto in modo autonomo. “Cara Italia sono affari tuoi e devi fare da sola”. Un’affermazione, che sebbene, subito smentita dalla Commissione, palesa il delicato equilibro all’interno dell’UE. Per quanto difficile da accettare e per quanto comodo possa essere, l’immigrazione clandestina o flusso

di fuggire dalla miseria e dalla guerra ci sconvolgono così come i territori, e non solo del sud, ostaggio delle mafie, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse ambientali, la grave crisi finanziaria, gli incidenti sul lavoro… Semproblemi brerebbero più grandi di noi a fronte dei quali, invece, occorre divenire protagonisti del cambiamento attraverso l’assunzione di responsabilità individuali e collettive. La partita si gioca sul versante educativo perché la cittadinanza, fatta di democrazia, libertà, diritti e doveri, non è una condizione che è data ora e per sempre,deve essere piuttosto mantenuta attraverso un percorso costante di impegno, di condivisione e di responsabilità. Ecco allora che anche le piccolezze quotidiane assumono un senso e tracciano un percorso che può condurre a esiti assai diversi. Rispettare

gli orari, le regole, le consegne, i ruoli, i luoghi, le funzioni sono semplici ma importanti passi che aiutano a diventare persone responsabili. La famiglia e la scuola hanno il compito di accompagnare i giovani alla ricerca della propria identità, condividendo, confrontandosi, cercando insieme risposte, sforzandosi di vedere l’ingiustizia e l’errore per combatterli, pronte a mettersi in gioco in prima persona. Ben vengano allora i momenti di confronto e di discussione in cui i giovani sono coprotagonisti assieme agli adulti, del processo educativo. Ciò che è importante è che l’educatore non si confonda con l’educando abdicando al suo compito di guida e di riferimento ma conservi l’autorevolezza necessaria a segnare la rotta. La scuola diventa così palestra di vita in cui i giovani imparano l’arte della libertà!

MUSICA E LIBERTÀ

Hip Hop: Giulia “La Nillola” Galli, MC NILL, nasce nel 1990 ad Assisi, in Umbria. All’età di 9 anni ha il suo primo approccio con l’hip hop, attraverso una cassettina dei Cypress Hill acquistata per puro caso ad un mercatino. Inizia a coltivare seriamente la passione per questo genere musicale dai 12 anni in poi, con i primi cerchi di freestyle al “Partigiani” di Perugia. Nel frattempo inizia a far parte di varie Crew, come per esempio la Funky Dunky, composta per lo più da ballerini. Nel 2005 cambia zona ed entra a far parte del gruppo “Zero Leggero” appartenente alla “Foligno Freestyle Crew”, gruppo che aveva al suo interno i maggiori esponenti dell’hip hop folignate. Subito dopo nascono i “Kill Beat” della cui for-

mazione facevano parte, oltre a La Nillola, anche Daisy Pikes (Mc), BB Spider (Produttore ed Mc) e V Mc (Mc). Il gruppo riscuote successo in tutte le date, facendosi notare per le capacità dei componenti, per i temi trattati e per il carisma. L’esperienza con i “Kill Beat” termina nel Novembre 2007, ma Giulia non abbandona comunque il mondo dell’hip hop, dedicandosi alle pubbliche rela-

zioni del gruppo “Zona Sismica” e suonando in varie occasioni. Dall’autunno del 2009 è impegnata in studio con lo staff di EXTRALAD per la realizzazione del proprio EP d’esordio. Eccolo! EP: Rap da Block - Beats: Kaino BeatSpreader - In freedownload su: www.extralad.com Youtube channel : www.youtube.com/user /McNillOfficial - Facebook : Mc Nill

di migranti rifugiati che dir si voglia, non è di sola competenza dei paesi mediterranei, ma richiama la responsabilità e di conseguenza la gestione dell’Europa tutta. Un auspicabile approccio congiunto. Il governo Italiano ha sperato, proponendo l’attivazione della Direttiva 55/2001, ossia la temporanea protezione dei profughi dei paesi del Nord Africa (un

meccanismo che presuppone la ridistribuzione equa dei rifugiati tra gli stati membri), nell’iniziativa congiunta a livello europeo. Ma al respingimento della proposta da parte del Consiglio europeo, ha fatto seguito l’amara delusione italiana, tramutatasi in una reazione provocatoria: “Che abbia senso continuare a far parte dell’U.E.?” Al di là dell’inadeguata e irresponsabile messa in discussione dell’appartenenza, la questio-

ne contingente non ha fatto che mettere in luce le difficoltà che serrano l’Europa. L’Italia ha però proseguito unidirezionalmente. Rilasciando dei permessi di soggiorno temporanei ai migranti tunisini giunti illegalmente, mette a rischio il sistema Schengen. Tali permessi consentono la libera circolazione nello spazio europeo e quindi il loro passaggio verso Francia, Germania e Austria. L’ostilità dei paesi a noi prossimi si rileva nella volontà di ristabilire i controlli alle frontiere per evitare l’afflusso e quindi vietando gli ingressi in caso di permessi rilasciati dall’Italia. Che siano ristabiliti i controlli o meno, che lo spazio Schengen venga rimesso in discussione, è evidente che la politica di Roma abbia diviso i ministri dell’U.E. L’ennesima dimostrazione che “s’è fatta l’Europa” senza poterne ascoltare la sua voce unanime. La questione è che alla grande retorica dei vertici di Bruxelles non corrisponde l’approccio congiunto dei paesi membri e questo non fa che rallentare il processo che conduce l’Europa Unita ad acquisire un ruolo significativo sul palcoscenico mondiale.

RICERCA LIBERA: LA LIBERTÀ DELLA RICERCA

Bruno Pontecorvo, è nato a Marina di Pisa, 22 agosto 1913 e morto a Dubna, in URSS, 25 settembre 1993), è stato uno dei più gradi i nati in Italia. Nato da una famiglia benestante di fede ebraica ma non praticante, frequentò giovanissimo il biennio di ingegneria a Pisa e a soli 18 anni si iscrisse al terzo anno di Fisica all'Università di Roma passando l'esame di ammissione con Fermi e Franco Rasetti, diventando quindi uno degli assistenti più stretti di Fermi, entrando a far parte del cosiddetto "gruppo di via Panisperna" con il quale collaborò nel 1934 al celebre esperimento sui neutroni lenti che diede l'avvio alle ricerche sulla fissione del nucleo atomico ed alle sue applicazioni. Nel 1936 si recò a Parigi, dove lavorò sino al 1940 con Irène Curie e Frédéric Joliot. Durante il periodo parigino abbracciò l'ideologia marxista e comunista. Ebreo e comunista nell'agosto 1940, dopo l'invasione di Parigi da parte dei nazisti, fuggì negli USA dove lavorò per una società petrolifera mettendo a punto una tecnica di introspezione dei pozzi petroliferi basata sul tracciamento di neutroni che è la prima applicazione pratica della

scoperta delle proprietà dei neutroni lenti fatta a Roma con Fermi. Negli USA a causa delle sue idee comuniste, fu escluso dalla partecipazione al Progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica. Nel 1948, dopo aver ottenuto la cittadinanza britannica, fu chiamato nel Regno Unito da John Cockcroft per partecipare al progetto della bomba atomica inglese. Il 31 agosto 1950, durante una vacanza in Italia, senza darne comunicazione né ad amici né a parenti, partì da Roma per Stoccolma con tutta la famiglia (moglie e tre figli) e proseguì immediatamente per Helsinki, dove fu aiutato da agenti sovietici ad entrare nell'Unione Sovietica. La sua improvvisa scomparsa gettò scompiglio nei servizi di sicurezza occidentali, preoccupati della possibile rivelazione di segreti atomici. Nell'URSS maturarono le sue fondamentali ricerche nella fisica delle particelle elementari e, successivamente, nell'astrofisica, con importanti contributi alla fisica dei neutrini e alle indagini sui neutrini solari. In virtù di tali scoperte per ben tre volte scienziati “non comunisti” ottennero il premio Nobel per la fisica

(Reines, successivamente Steinberger-LedermanSchwartz e infine KoshibaDavis). Lavorò fino alla morte a Dubna, dove i sovietici avevano impiantato un importante laboratorio di ricerca atomica, sulle particelle ad alta energia ed in particolare sul decadimento del muone e sui neutrini, ricevendo il Premio Stalin nel 1953 e divenendo membro della prestigiosa Accademia delle Scienze dell'URSS nel 1958. E’ sepolto a Roma nel cimitero acattolico della Piramide. Nel 1995, in riconoscimento dei suoi meriti scientifici, fu istituito a suo nome il prestigioso Premio Pontecorvo, attribuito annualmente in Russia al fisico che ha maggior contribuito alla ricerca nel campo delle particelle elementari.


FOLIGNO

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Salute

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Il caldo estivo e gli anziani fragili LEONARDO MERCURI

Ciò che sappiamo di certo è che nelle persone anziane fragili, la disidratazione determina un aumento della morbilità e della mortalità. Con la tendenza all’allungamento della vita media nel nostro paese, gli anziani, soprattutto quelli fragili, sono sempre di più presenti all’interno delle nostre famiglie, creando a volte delle problematiche per la scarsa conoscenza su come gestire queste persone speciali da parte di badanti e parenti. Ma andiamo ad analizzare quali sono i fattori principali che possono aumentare il rischio di disidratazione in condizioni cliniche e fattori ambientali: le condizioni cliniche comprendono la demenza o il declino cognitivo, la febbre, la diarrea e il vomito, la sudorazione eccessiva, la dipendenza da altre persone per l’alimentazione e l’idratazione, la disfagia,

l’assunzione di farmaci quali diuretici e lassativi, le ulcere da pressione, l’iperventilazione, il sanguinamento gastrointestinale, la diuresi eccessiva, la prescrizione di una restrizione di liquidi, le infezioni, la presenza di pluripatologie croniche (es. ictus cerebrale, diabete, scompenso cardiaco congestizio), precedenti episodi di disidratazione, la depressione. I fattori ambientali comprendono l’isolamento, la mancanza di supporto familiare o sociale, problemi di comunicazione, l’allettamento, la contenzione fisica, l’inadeguatezza delle badanti, fattori che possono esporre i pazienti ad un caldo eccessivo (es. l’assenza dell’aria condizionata). Un metodo per capire se la persona anziana assume la giusta quantità di liquidi giornaliera è quello dell’accertamento, utilizzando cioè una apposita scheda in cui verranno registrate le quantità di liquidi assunte nelle 24 ore; tali quantità poi verranno confrontate con

l’introito giornaliero raccomandato per l’anziano fragile (RDA), che comunque non dovrebbe mai scendere al disotto di 1600mi/24 ore al fine di assicurare una idratazione adeguata. Una cosa molto importante sia per i parenti che per le badanti è saper riconoscere lo stato di idratazione della persona anziana, questo può risultare a volte abbastanza difficile, soprattutto in mancanza dei classi segni e sintomi della disidratazione. Secondo l’American Medical Directors Asso-ciation (AMDA) i segni e sintomi associati alla disidratazione possono essere rappresentati da una recente e repentina perdita di peso, febbre, vomito, ipotensione posturale, polso superiore a 100 battiti al minuto e/o pressione arteriosa sistolica inferiore a 100 mmHg, cambiamenti nello stato mentale, secchezza di occhi e/o bocca, infezioni delle vie urinarie, cadute, confusione. Indicatori caratteristici della gravità della

disidratazione nell’anziano sono la secchezza e la presenza di scanalature longitudinali della lingua, la secchezza delle mucose, la debolezza dei muscoli della parte superiore del corpo, la confusione, la difficoltà nel parlare e gli occhi incavati. Il peso specifico delle urine è un metodo semplice ed accurato per determinare lo stato di idratazione dell’anziano fragile. Gli interventi che possiamo mettere in atto per aumentare l’assunzione di liquidi nelle persone anziane sono rappresentati dalle seguenti azioni: effettuare la distribuzione di liquidi con sollecitare regolarità; verbalmente le persone otto volte durante il giorno (fra i pasti) e rispettare le preferenze; la sola sollecitazione verbale è efficace nell’aumentare l’assunzione di liquidi negli anziani con maggiore declino cognitivo, mentre il rispetto delle preferenze è necessario per aumentare l’introito nelle persone con minor declino cognitivo; pre-

Anestesia: storia in breve ALVARO CHIANELLA

Il 16 ottobre 1846 è la data della prima anestesia generale con etere eseguita, dal dottor Thomas Morton, presso il General Hospital di Boston. Se questo è l’inizio ufficiale dell’anestesia va ricordato che, fin dalla notte dei tempi, l’uomo ha sempre tentato di lottare contro il dolore acuto. Si deve ad Ippocrate (III° secolo a.C.) l’adozione del metodo meno empirico per ridurre lo stato di coscienza con l’impiego di un spugna impregnata di mandragora e oppio. Il termine anestesia è coniato da medico greco Dioscoride nel 50 d.C. che per primo descrive l’insensibilità provocata dalla mandragora. Alla mandragora e all’oppio, nei vari “tentativi di anestesia”, si aggiungerà, a partire dal 1500, l’uso delle foglie di coca masticate importate dalle americhe. Gli interventi chirurgici in quei tempi venivano effettuati privilegiando velocità e destrezza allo scopo di limitare la quantità e la durata del dolore. Si utilizzavano,tra gli altri, sia mezzi di conten-zione, che metodi quali la compressione carotidea ,che, se produceva una perdita temporanea della coscienza, si rivelava spesso letale. Succes-sivamente, tra il 1700 e il1800, in un periodo fecondo di scoperte nel campo della Biologia, della Chimica, della Fi-

siologia, della Anato-mia e della Farma-cologia, vengono fatti passi decisivi sulla strada della “moderna” Aneste-sia. Nell’anno 1800 viene scoperto da Davy il protossido d’azoto (N2O), il cosiddetto “gas esilarante”, nel 1818 il suo allievo Faraday scopre l’ete-

vapori di etere. Il progressivo diffondersi del’uso dell’etere aprì la strada ad una successiva era di studi, di scoperte e di invenzioni: la siringa (1851), il curaro, l’acido barbiturico, i derivati della morfina, il ciclopropano, il cloruro di etile, l’intubazione trachea-

re solforico, mentre risale al 1831 la scoperta del cloroformio. Queste sostanze non saranno utilizzate sull’uomo fino al già ricordato 16 ottobre 1846. In quel giorno il dr. W.T.Morton, dinanzi a un folto pubblico assiepato nell’aula Magna del General Hospital di Boston, asportò un grosso tumore del collo a un paziente che “dormiva” e al quale aveva fatto inalare

le, la cocaina (per uso topico). E’ della fine dell’800 l’avvio dell’anestesia loco-regionale con i primi esempi di anestesia peridurale e subaracnoidea, tecniche che, con gli opportuni progressi, sono tutt’ora utilizzate. Nel 1914 viene pubblicata la prima rivista dedicata alla specialità il “Journal of Anesthesia and Anal-gesia” che conferisce dignità

scientifica alla nuova disciplina. La specialità si evolve soprattutto tra le due guerre per merito di numerosi studiosi, perlopiù stranieri, che producono una serie di osservazioni e di applicazioni cliniche in anestesia generale e loco-regionale. Tra questi vanno ricordati gli italiani Dogliotti, che per primo utilizza l’alcool nello spazio peridurale, e Buvet (premio Nobel) che scopre e prepara un curaro, la Gallamina. Dalla metà del secolo scorso ad oggi gli studi e la ricerca in Anestesia hanno fatto passi da gigante con la continua scoperta di nuovi farmaci anestetici sia inalatori che endovenosi, di nuove molecole per il controllo del dolore, di nuovi farmaci miorilassanti, di nuove tecniche di anestesia, di sempre più avanzati sistemi per il monitoraggio e di sempre più sofisticati apparecchi per la ventilazione meccanica e, soprattutto di nuove conoscenze rigu-ardo alla fisiologia e alla fisiopatologia del periodo intra e post- operatorio. In Italia l’Anestesia moderna si espande dalla fine della seconda Guerra mondiale grazie all’impegno e all’intuizione di pochi Pionieri che, forti di esperienze all’estero, principalmente nei paesi anglosassoni, mettono a frutto un bagaglio di esperienze e conoscenze e danno l’avvio alla creazione dell’attuale “esercito” (circa 20000) degli Anestesisti Italiani.

sentare liquidi agli anziani allettati ogni 1,5 ore durante il giorno; considerato che il momento della somministrazione dei farmaci può essere un’importante “fonte” di liquidi, l’assunzione di liquidi da parte degli anziani fragili dovrebbe essere incoraggiata durante la terapia farmacologica; se l’idratazione per via orale negli anziani allettati non è possibile, ricorrere alla somministra-

zione endovenosa di liquidi; considerare la possibilità di ricorrere all’ipodermoclisi (infusione sottocutanea) se la somministrazione endovenosa non è possibile. E’ inoltre importante monitorare lo stato di idratazione delle persone anziane registrando i liquidi assunti nelle 24 ore e le uscite e riportando segni e sintomi caratteristici di disidratazione negli anziani.

“MEDICINA IN PILLOLE” A CURA DI PARIDE TRAMPETTI

Calvi a 20 anni Gli uomini che cominciano perdere i capelli a 20 anni, hanno un rischio doppio di ammalarsi di cancro della prostata negli anni a venire. Questa è la conclusione di uno studio francese pubblicato sulla rivista “Annals of Oncology”. Uno studio condotto presso l'Università Descartes di Parigi dimostrerebbe che i pazienti con una calvizie incipiente intorno ai 20 anni (ma non a 30 o a 40 anni), hanno il doppio della probabilità do sviluppare un tumore dopo molti anni. La spiegazione potrebbe essere individuata nel ruolo giocato dagli ormoni androgeni, potenziali responsabili sia della calvizie sia del tumore della prostata. Se questa ipotesi sarà confermata, i giovani con calvizie a 20 anni dovranno essere sottoposti a maggiori controlli per la diagnosi precoce di un eventuale tumore. TC SPIRALE ogni anno per i fumatori? Uno studio americano su 53.000 pazienti, forti fumatori, con età superiore ai 55 anni, ha dimostrato che eseguire una TC spirale una volta l'anno per tre anni consecutivi, determina una riduzione della mortalità per tumore del polmone del 20%. Un analogo studio eseguito dal Istituto Europeo di Oncologia di Milano stima che con questo metodo la mortalità si possa addirittura dimezzare. Applicare questa metodica d'indagine a tutti i fumatori oltre i 55 anni, implica un enorme sforzo in termini di risorse economiche e di addestramento per i radiologi. Infatti i due studi eseguiti, prendono in considerazione noduli polmonari rispettivamente di 4 e 5 mm, la cui univoca interpretazione necessita una formazione omogenea dei radiologi esaminatori. In attesa delle raccomandazione delle società scientifiche, chi volesse usufruire di tale schema diagnostico dovrebbe indirizzarsi verso centri molto specialistici e rendersi disponibile a partecipare a studi clinici. Ragno amico dell'uomo il Phoneutria nigriventer o ragno delle banane è un ragno diffuso nell'America centro meridionale, dotato di un morso velenoso, per l'inoculazione di una tossina (la Tx2-6), che determina perdita del controllo muscolare, dolore, difficoltà della respirazione e a volte anche la morte. Tra gli effetti evidenziati della tossina del ragno delle banane si registrano anche erezioni prolungate. I ricercatori del Medical College of Georgia (USA)che studiano gli effetti del morso di ragno sui ratti, hanno rilevato una prolungata erezione nei topi, dopo il morso del ragno, della durata di quattro ore e dimostrando una dilatazione delle arterie e un maggiore afflusso di sangue nei corpi cavernosi. C'è già chi parla di questo animaletto come il prossimo “viagra”. I ricercatori, nell'articolo pubblicato nella rivista Journal of Sexual Medicine, fanno riferimento ad un possibile impiego della tossina anche nella cura delle disfunzioni sessuali femminili, anche se non specificano in quale maniera.


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FOLIGNO

Pensieri e Parole “E SOLO QUESTIONE DI …” C REDERCI .S EMPRE !

SYLVIA PALLARACCI Ci siamo. Quasi avevo ceduto sul fatto che i sogni fossero destinati, per chissà quale inspiegabile proibizione, a rimanere tali. Invece uno è riuscito a prendere forma, corpo, consistenza. Ri-esco persino a tenerlo tra le mani: pulsa, mi rimanda parole che già conosco, luoghi che ho attraversato e in cui nessuno ha mai potuto sapere che mi trovassi. E poi, quell’odore così familiare. Di carta impregnata di pelle, lacrime, sudore.Si. E’ proprio mio, questo sogno. Dopo inconfessabili ed inconfessati percorsi interiori ed un assiduo e appassionato lavoro per portarli alla luce, è uscita pubblicamente la mia prima silloge poetica,”Mi salvò l’ala sonora”, edita dalla Casa Editrice Lie-toColle, che per la sua particolare e profonda attenzione e diffusione della Poesia, soprattutto contemporanea, vanta un posto di prestigio all’interno della realtà editoriale italiana.Non mi

dilungo ulteriormente, non avendo alcuna intenzione di autocelebrarmi né di spiegare ciò che in queste pagine è scritto e di cosa si racconta. Preferisco che siano le poesie stesse a (s)velare il senso di ogni parola e di ogni singola emozione che mi ha portato, quasi fosse l’unico modo per ‘sopportarla’, a scrivere quello che ora, in parte, leggerete.

Tacchi a spillo per l’estrema unzione Non meravigliarti ora se non riesci più a trovarmi chinata, a racimolare pietre che accumulavano sabbia; hai sottovalutato il rosso incerto delle profondità e ti sembrò d’esser salvo in quell’andare quieto d’ombre agli angoli ma tu non sai la bellezza che disvela una tenebra quando una scheggia di sole insidia i tramonti non distingui quel tremore di tacchi nel continuo cigolio delle spallate alla mia porta [un solo gesto galante le sarebbe olio naturale] e tra un acuto e un basso di gola, ti lascio alla notte che semina e matura i frutti che ti nutrono alle spine

Per ordinare il libro: scrivere a leyon@libero.it; oppure andare al sito: http:// www.lietocolle.info/it/pallaracci_sylvia_mi_salvo_l_al a_sonora.html

GLI EROI OMERICI DEL 2011 MIGRANTI CHE RAGGIUNGONO LA TERRA FERMA E I DOVERI DI SOLIDARIETÀ

MAGGIO 2011

La costola di Adamo

io ti piango dentro il fianco l'amore, che scava un punto dimmi se tornerà dove potermi ritrovare, il buio pesto sola che ha svelato È solo questione di… tu fai un sospiro la sua luce come l'ultimo ruggito di un se questi tremori nervosi Lasciami dimenare secolo sono solo pelle non più dalle tue tregue che non mi è appartenuto capace che mi riprendono quando eri custode fedele di rientrarmi senza voce di nicchie a fiero emblema o ultimi strascichi e fammi scivolare a ritroso infreddoliti di eventi dove il tuo fiume s’infiora di una primavera tardiva ti chiesi perché Curvami all’indietro se sopravviverò a questa scegliemmo i nostri occhi e risalimi tragedia per lasciarci dietro dio come un destino gelido della vita che cambia e inchiodarci all' esistenza che rovina dentro il fuoco nella mia forma che la fissa tu non sapevi invariabile io già non volevo sapere Non è la mia voglia [dare un senso ai giorni e fu così che venimmo a che ora ti impone che lascio andare patti ma l’inclemenza della tua con le assenze, tra un punto che non l’aspetto gravità mi assicura e l'altro sulla membrana che ci la follia ] di sospensione separa nella consuetudine della e vedemmo trasalire pioggia il silenzio È solo questione di … le nuvole si annodano agli echi delle stirpi di ogni senza disfarsi tempo Fiera, allo schiocco di frusta selve di corallo tra inguini le parole risuonano mi volto male sulle labbra rocciosi in uno scatto che prescinde e sponde infrante da flutti indurite e si spaccano permessi e aduna pretese al rintocco improvviso sul morire nel tuo nome degli accordi di ieri urgenza selvatica di bruna "ci sfalderemo assieme", ti disgiunte le membra livide ninfea di scuse, senza più fede urlai cuoriforme mi sfoglio mi spalanco come una quando capii il tormento sulle contrazioni del tempo croce che avrebbe lasciato all’infinito di traverso sulla mia pelle e resto a sorvegliare un sedimento aperto e mi sei carne l’assalto del dolore da tutti i suoi domani a tradimento nella mia assenza sconfinata

ELENCO DI UNA VITA UNIVERSITARIA DEL XXI SECOLO

ARIANNA BOASSO

SAMANTHA PASSERI

Nel canto VI de ll’Odissea, Odisseo, per aver accecato Polifemo, si imbatte in una terribile tempesta causata dall’ira di Poseidone, il dio del mare, ma viene salvato dalla dea Ino che gli permettere di raggiungere la terra ferma, l’isola dei Feaci. Odisseo è stremato, nudo e coperto di salsedine ma viene accolto da Nau-sicaa, la figlia del re Alcinoo, la quale adempie i doveri della solidarietà dando all’eroe le cure di cui necessita: a Odisseo viene data una veste, cibo, bevande e un bagno nel fiume. Questo episodio rappresenta un esempio di ospitalità, quella che i Greci chiamavano “xenia”, ovvero un concetto fondamentale nei rapporti della Grecia antica,che comprendeva consuetudini da rispettare per non scatenare l’ira degli dei. La “xenia” richiede il rispetto reciproco dell’ ospite verso l’ospitante e dell’ospitante verso l’ospite, il padrone di casa doveva dare all’ospite cibo, bevande, un bagno e delle vesti, esattamente quello che fa Nausicaa nei confronti di Odisseo. Nel momento in cui l’ospitalità terminava l’ ospitante doveva lasciare un dono al suo ospite e quest’ultimo avrebbe a sua volta ricambiato, creando in questo modo un vero e proprio vincolo. Era un

1. Essere pronti a lasciare la propria terra, i genitori, gli amici, anche i futili amori adolescenziali per inseguire la paura di un futuro che non c'è o forse solo l'incoscienza dei propri sogni; 2. Mettersi in coda armati di foglio e penna per vagliare gli annunci più convenienti ri-guardo alle stanze da affittare. Telefo-nare, prendere un appuntamento e accorgersi solo dopo che in una casa di 50 mq si vive in quattro, i mu-ri hanno le crepe, il ris-caldamento non funziona, l'acqua è fredda a giorni dispari e l'affitto è in nero; 3. Lavo-rare fino alle 5 di mattina al pub, in discoteca guadagnando 5 euro l'ora o alzarsi per lavorare alle 5 di mattina consegnando volantini per 30 euro al giorno, e poi andare a lezione con gli occhi cerchiati di nero ed essere accusati di fare uso di sostanze stupefacenti e di essere una generazione bruciata e irriconoscente; 4. Addor-mentarsi sui libri mentre fuori piove e l'odore del caffè e delle sigarette irrora il tugurio che mi ostino a chia-

rapporto connotato principalmente da reciprocità e rispetto e soprattutto garantito dagli dei. Un singolare rapporto di continuità si può cogliere tra l’eroe omerico e i migliaia di migranti che giungono alle nostre coste. Ugualmente stremati dal viaggio, dal mare, chissà se per l’ira di qualche dio, non sempre riescono ad arrivare alla terra ferma; chi ce la fa me lo immagino come Odis-seo, solo e bisognoso di cure, che irrompe nella leggerezza e tranquillità dei giochi di Nausicaa e delle sue ancelle ,esattamente come gli immigrati piombano nella vita tranquilla di Lampedusa. Il problema è che non c’è Nausicaa ad accoglierli, almeno non sempre. Sono in balia di una Europa che non se ne preoccupa, nelle mani di un’ Italia così unita che litiga su dove mettere queste migliaia di persone, perché alcune regioni sarebbero disposte ad accogliere so-

lo i rifugiati politici e non i clandestini. La sensazione generale, non solo in Italia, ma soprattutto in Europa, è che si è in presenza di una clamorosa violazione dei “sacri “ doveri di ospitalità; chiaramente si sta verificando un’importante emergenza, visto che gli “ospiti” sono migliaia, ma almeno un posto decente in cui stare è un diritto sacrosanto di ogni uomo. L’eroe omerico alla fine trionfa, ma queste povere anime raggiungeranno mai la loro Itaca? “Abitiamo in disparte, nel mare ondoso / ai confini del mondo, nessun altro mortale arriva tra noi. Ma costui è un infelice, qui arrivato ramingo/ che ora ha bisogno di cure: mendicanti e stranieri/ sono mandati da Zeus. Il dono sia piccolo e caro. Ancelle, date all’ospite cibo e bevanda,/ fategli il bagno nel fiume, dove c’è un riparo dal vento.” (Odissea, VI, vv 2042010)

Ora che non posso sentirmi, parlo con me…

mare casa e a nascondere alla vista dei miei genitori per non farli vergognare di avere una figlia studentessa universitaria che si ostina a vivere in un luogo come questo; 5. Fare la coda per due, tre, cinque ore davanti all'ufficio del professore e poi sentirsi dire dal personale dell'università che il docente non si presenterà a ricevimento: ha un im-

pegno di lavoro; 6. Aspettare l'autobus sempre in ritardo sotto la pioggia o correre per non perdere l'autobus dopo l'ultima lezione delle otto di sera perché sennò poi si torna a piedi a casa. Sotto la pioggia. E nonostante tutto vedersi i biglietti dell'autobus aumentati del 50%; 7. Elemosinare un pasto a mensa e chiedersi se i rifiuti italiani abbiano, nelle cucine di queste sedi, trovato un nuovo alloggio; 8. Essere derisi dai compagni che hanno lasciato gli studi perché ora vivi co-

me una pezzente fuori di casa e loro hanno un misero lavoro. Essere derisi dai padroni delle case dove vivi perché hai gli abiti bucati ma paghi regolarmente l'affitto. Essere derisi dai datori di lavoro perché se ti chiedono di fare il doppio turno abbassi la testa e non apri bocca. Essere derisi dagli amici quando invii l'ennesimo curriculum che non avrà che una risposta: il silenzio. Essere derisi da quelli che non credevano in te e ti ritrovano a fare il commesso al supermercato perché ti ostini a inseguire i tuoi sogni. Essere derisi quando provi a fare un concorso qualunque esso sia. Essere derisi quando dici di avere 20 anni e di non voler fare né il medico né l'attore né l'avvocato. Essere derisi da se stessi quando la sera si fissa il soffitto e ci si ritrova a pensare; 9. Voglio cambiare il mio Paese inseguendo i miei sogni. Non voglio più essere considerata un'eroina come eroi sono Falcone, Borsel-lino, Impastato, se scelgo di farlo. Non voglio essere più l'unica a urlare nel silenzio, ma voglio che la mia voce si confonda con migliaia di altre diverse voci.


FOLIGNO MAGGIO 2011

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Scuola a cura di Maura Donati

Dimenticare la storia in poco più di mezzo secolo Premio nobel per la letteratura nel 1997, drammaturgo, attore teatrale, scrittore, regista, scenografo, attore cinematografico, comico e blogger italiano. E’ Dario Fo, “amato e odiato” ma soprattutto amato per la sua arguta e dirompente spontaneità, per l’ironia delle sue parole e dei tanti libri che ha scritto, per il suo sorriso beffardo, i suoi occhi indagatori e la sua capacità di interpretare e reinterpretare la vita nelle sue

infinite sfaccettature. E’ lui che in questi tempi bui in cui la scuola pubblica viene sballottata, calpestata e ignorata per come un tempo era stata pensata e creata al fine di rendere grande l’Italia e gli italiani, richiama nel suo blog virtuale le parole di un grande personaggio della storia nazionale: Piero Calamandrei (1889 – 1956), giornalista, noto giurista, politico e docente universitario italiano. Fu, insieme ad altri grandi no-

Piero Calamandrei parla al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime. Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le

scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi, ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.

mi, uno dei redattori del codice di procedura civile del 1942, in parte ancora in vigore. Nel 1945 fu nominato membro della Consulta Nazionale e dell'Assemblea Costituente in rappresentanza del Partito d'Azione. Partecipò attivamente ai lavori parlamentari come componente della Giunta delle elezioni della commissione d'inchiesta e della Commissione per la Costituzione italiana. I suoi interventi nei dibattiti dell'as-

Riflessione sul discorso di Piero Calamandrei sulla scuola tratta dal blog di Dario Fo Questo discorso di Piero Calamandrei in difesa della Scuola Pubblica ha quasi sessant’anni ma sembra scritto oggi. La differenza sta nel fatto che quella che Piero Calamandrei poneva come una ipotesi astratta è diventata oggi, purtroppo, realtà attraverso un “totalitarismo subdolo, indiretto, torbido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre ma che sono pericolosissime”. La differenza sta nel fatto che il “partito domi-

nante” ipotizzato da Piero Calamandrei oggi non vuole neanche “rispettare la Costituzione” ma vuole anzi deliberatamente stravolgerla non rispettando neppure le procedure che i Padri Costituenti avevano posto a guardia della stessa per impedirne lo scempio e andando avanti a colpi di decreti legge come il “lodo Alfano” con il quale si vuole assicurare l'impunità alle quattro, ma soprattutto ad una, più alte cariche dello Stato. Il tutto in mezzo all'indifferenza o meglio all'assuefazione dell'opinione pubblica ormai soggiogata con l'antico metodo del “panem et circenses” ( ma tra poco resteranno soltanto i circenses) e al disfacimento di una opposizione che, come dice una delle poche voci non omologate rimaste nel nostro parlamento, oscilla ormai tra la “collaborazione e il collaborazionismo”. Se ne sono accorti per fortuna i nostri giovani e la loro consapovolezza, così lontana dall'ottundimento ormai imperante, ha dato vita a una rivolta trasversale, senza colori politici dato che di quella cosa sporca che è diventata la politica in Ita-

lia tanti giovani si vogliono tenere lontani, che ha fatto sentire l'esigenza ad una delle anime più nere della nostra Repubblica di suggerire all'attuale ministro degli interni di adoperare gli stessi metodi da lui adoperati negli anni 70. Cioè “infiltrare il movimento di agenti provocatori” per far sì che, con il loro aiuto “devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città” per potere cosi poi avere il pretesto di “mandarli tutti in ospedale, picchiarli e picchiare anche i docenti” , soprattutto “le maestre ragazzine”. Verso i ragazzini quello che giustamente un tempo veniva chiamato “Kossiga” deve avere un odio viscerale, basta ricordare quello che diceva un tempo di Rosario Livatino, il “giudice ragazzino”, morto per servire lo Stato, non certo lo Stato rappresentato da Cossiga, e perché lasciato solo dallo Stato, questa volta sì dallo Stato rappresentato da Cossiga. Quello stesso Cossiga che chiamò a far parte della commissione ristretta costituita per l'emergenza del sequestro Moro anche, sotto falso nome, Licio Gelli. Come chiamare Goering a difendere gli ebrei. A fronte di queste minacce, a fronte dell'incitamento a usare i manganelli contro i nostri figli che lottano per il loro futuro sarebbe una colpa ben più grave delle tante che già ci portiamo addosso per avere consegnato loro questo paese quello di restare inerti, di approvare a parole la loro rivolta ma delegare solo a loro questa lotta. Lo abbiamo già fatto in troppe altre occasioni con dei magistrati, con dei poliziotti, con dei giornalisti, con tante altre vittime del potere costretti, anche per colpa nostra, a diventare degli eroi. E' un dovere imprescindibile per noi scendere in prima linea e offrire le nostre fronti, i nostri corpi, a quei manganelli che vorrebbero colpire i nostri giovani. Siamo noi a esserci meritato questo paese, non loro.

semblea ebbero larga risonanza. Fra i tanti, uno dei più apprezzati, ricordati e portati a esempio, è quello pronunciato al terzo congresso in difesa della scuola nazionale nel 1950. L’Italia veniva fuori dal Fascismo con le ossa rotte e iniziava ad assaporare il senso del vivere democratico, del sociale e dello stato come insieme di cittadini liberi, rispettosi l’uno dell’altro e con stessi diritti e doveri.

Lo spettro del “totalitarismo subdolo, indiretto e torbido” che scredita la scuola di Stato Alla fine di febbraio di quest’anno, il presidente del Governo Silvio Berlusconi ha sferzato il suo primo attacco alla scuola pubblica con parole neanche troppo indirettamente celebrative delle scuole private: parlando a braccio di fronte a una grande platea cristiano – riformista apparentemente disinteressata agli scandali a sfondo sessuale che lo interessano, ha detto che “libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori". Ne dovremmo dedurre che i genitori dei ragazzi italiani hanno principi morali e di vita diversi se non opposti rispetto a quelli degli insegnanti delle scuole pubbliche e per questo debbono avere la libertà (come se non l’avessero già ora!) di guardare oltre lo steccato dell’istruzione pubblica. Se così fosse, vorrebbe dire che già ora la scuola italiana avrebbe bisogno (come viene chiesto da più parti) di una riforma co-

struttiva e non di tagli come invece accade da tempo, inoltre, significherebbe che i genitori dovrebbero poter stabilire a priori cosa sia giusto o sbagliato riguardo l’insegnamento per i propri figli quando, a tutti gli effetti, vi sono delle persone laureate o plurilaureate che dovrebbero fare proprio questo di mestiere: insegnare. Perché questo hanno appreso dai propri studi. Ma il crescendo celebrativo della scuola privata è proseguito nelle parole del presidente Berlusconi che, anche verso la metà di aprile, se ne è uscito ribadendo che i genitori oggi possono scegliere liberamente “quale educa-

zione dare ai loro figli e sottrarli a quegli insegnamenti di sinistra che nella scuola pubblica inculcano ideologie e valori diversi da quelli della famiglia”. Anche in questo caso ne dovremmo dedurre che le famiglie dei ragazzi italiani hanno valori morali e di vita diversi da quelli degli insegnanti (di sinistra!) che lavorano nella scuola pubblica. Allo stesso tempo potremmo cogliere il concetto secondo cui le scuole pubbliche sono intrise di insegnanti di sinistra che insegnano “cose di sinistra” e quindi opposte alle ideologie delle famiglie italiane. Temi su cui riflettere! Intanto, però, lo spettro del “totalitarismo subdolo, indiretto, torbido” paventato da Piero Calamandrei nel suo discorso del 1950, sembra irrimediabilmente aver fatto il suo ingresso nella nostra contemporaneità. “Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private… […]…Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, a impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private”. Vediamo un po’ cosa ne pensano i Cobas della scuola: “si parla di 8 milioni di euro in meno alla scuola pubblica in tre anni scolastici: 456 milioni di euro nell’anno 2009, 1.650 milioni di euro nell’anno 2010, 2.538 milioni di euro nell’anno 2011, 3.188 milioni di euro nel 2012. La legge finanziaria per il 2011 aumenta di 245 milioni le risorse alle scuole private che raggiungono quindi così i 526 milioni annui di finanziamento statali. In 10 anni le risorse statali per le private sono quasi raddoppiate rispetto al finanziamento del 2001 che era di 323 milioni. Questo, mentre la ‘controriforma’ Gelmini taglia le risorse alla scuola statale. Quest’anno scolastico lo Stato spenderà per ogni studente (900 mila) delle scuole private 580 euro mentre per gli 8 milioni di studenti della scuola pubblica si arriva a 75 euro sommando spese di funzionamento e per le supplenze”.


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FOLIGNO

Corrispondenze, Sport e cucina CALCIO A 7 UISP ALLO SPRINT FINALE

PAOLO AZZARELLI ll campionato di calcio a 7 UISP è ormai alle battute conclusive, essendo ormai giunto a livello di semifinali play-off. A contendersi il titolo saranno Asso Computer, una delle squadre più accreditate per la vittoria finale nei pronostici della vigilia, Silvy's United, anch'essa una delle più serie pretendenti al successo dopo i due secondi posti nelle due ultime edizioni del torneo, Cecconi Impianti, autentica squadra rivelazione del torneo essendo alla prima partecipazione in assoluto, Bacaro Parrucchieri, complesso molto rinforzato rispetto alla scorsa stagione quando gli "orange" non erano riusciti a qualificarsi neanche per i play-off, disputando poi i play-out ma senza troppa fortuna. Proprio Bacaro Parrucchieri ha concluso in vetta la stagione regolare con due successi nelle due ultime gare disputate, terminando a pari punti con Asso Computer (quindi secondo classificato) ma mantenendo intatto il vantaggio di essersi aggiudicata lo scontro diretto. Stesso ruolino di marcia per il Silvy's United che, complice anche il crollo verticale di M.B.System (alla fine addirittura settima!), chiude la prima fase in terza posizione, precedendo anche Beautyglobal, fermata inaspettatamente da Arci Bahia nel penultimo turno. Risale bene fino alla sesta piazza Mojito FC che chiude in crescendo, batte nello scontro diretto M.B. System e lo scavalca in graduatoria.Agguanta i Playoff all'ultimo tuffo Arci Bahia, a dispetto di un calendario complicatissimo, su-

Redazione: Via del Grano 11 06034 Foligno - tel. 0742510520 redazionepiazzadelgrano@alice.it Autorizzazione: tribunale di Perugia n. 29/2009 Editore: Sandro Ridolfi Direttore Editoriale: Sandro Ridolfi Direttore Responsabile: Giorgio Aurizi Direttore Sito Internet: Andrea Tofi Stampa: Del Gallo Editori Srl loc. S. Chiodo - Spoleto Chiuso: 25 aprile 2011 Tiratura: 3.500 copie Periodico dell’Associazione “Luciana Fittaioli”

perando nell'incontro da ultima spiaggia Gus Team e condannandola così ai play-out. Per le altre posizioni, tutto era già deciso, con Forno Nocera Umbra, Old Stars e Nuova Stella Rossa subito alle spalle di M.B. System e Bar Polly, ultima compagine a guadagnare la zona play-off. Pronostici rispettati negli incontri degli ottavi di finale che hanno inaugurato i play-off. Old Stars ha facilmente ragione di Forno Nocera Umbra, troppo molle e mai realmente in partita. Cecconi Impianti si impone di autorità a Bar Polly, facendo valere la palese differenza di valori, mentre M.B. System, in un finale convulso e vietato ai deboli di cuore, si fa eliminare da una mai doma Nuova Stella Rossa che trova il successo ad una manciata di secondi dal termine dopo essere stata in svantaggio per gran parte del match. Mojito FC, da par suo, regola con il minimo scarto il coriaceo Arci Bahia. Da segnalare che, a causa dei ritiri di Pizzeria Pietrarossa e Ecosuntek Gualdo, nei play-out è stato disputato un solo ottavo di finale che ha visto il prevedibile successo di Equilibri Estetica su AD Service con l'eloquente punteggio di 8-1. Facili successi per Silvy's United, troppo evidente la differenza di valori in campo con Mojito FC, e Cecconi Impianti, in una partita peraltro dall'andamento singolare. Il match è stato equilibrato fino alla fine del primo tempo, chiusosi sul 3-2. Ad inizio ripresa, il crollo di Beautyglobal che subisce 4 reti nel volgere di pochissimi minuti per una merita vittoria di Cecconi Impianti, apparso complesso di caratura su-

MAGGIO 2011

PARTIGIANI E C OLLABORAZIONISTI U NA FERITA CHE NON SI VUOLE FAR RIMARGINARE Abbiamo ricevuto un nuovo articolo da don Sergio Andreoli (che comunque ringraziamo per l’attenzione che dedica al nostro giornale) che propone la rivalutazione di una figura del sarcedozio folignate, don Angelo Messini, direttore della Biblioteca Comunale, perito sotto un bombardamento alleato. Nel testo don Andreoli menziona due successori, don Ferdinando Merli e don Angelo Merlini, caduti, invece, sotto il fuoco partigiano con l’accusa di collaborazionismo con l’occupante nazista. Per principio deontologico di questo giornale pubblichiamo senz’altro il documento inviatoci da don Andreoli. Non possiamo però non provare un forte “disagio” di fronte a questo ennesimo tentativo di rivalutazione di personaggi “in eterno” condannati dalla storia. Col sentimento di chi di persona ha avuto la fortuna di conoscere e apprezzare quei “ragazzi coraggiosi” (anche il “mitico” comandante Cantarelli) che ebbero il coraggio di rischiare la propria vità per la nostra libertà, a seguire l’articolo di don Andreoli pubblichiamo una breve scheda sull’eroica 4ª Brigata Garibaldi che ha riscattato la dignità e l’onore della nostra gente sui monti “alla macchia” e poi al fronte. Ai nostri lettori il giudizio.

Daniele Sabatini 100 gol in maglia United

periore. Equilibrio estremo negli altri due quarti di finale: la spuntano Asso Computer in un match tiratissimo, dai contenuti più agonistici che tecnici con Nuova Stella Rossa e Bacaro Parrucchieri che dipana la matassa Old Stars solo nelle battute conclusive, dimostrandosi comunque squadra di sicuro affidamento. Da segnalare che nel quarto di finale Silvy's United-Mojito FC, Sabatini dello United, con la doppietta messa a segno raggiunge quota 100 marcature in campionato con la maglia neroceleste. A lui la nostre migliori congratulazioni per il ragguardevole traguardo. Nel tabellone dei play-out, franco successo di Porco Alegre che si libera facilmente di Quintanella Scafali, come anche il punteggio suggerisce, di Equilibri Estetica che, a sorpresa, si impone a Gus Team, provocando la vera sensazione di questi playout, di S. Magno Caffè che dilaga nel finale con Planet Cafè e di Spartak Foligno ai danni di un Borroni mai realmente in partita. Il campionato osserverà ora un turno di riposo in concomitanza con le festività pasquali. Si riprenderà il 2 Maggio con le semifinali, sia per il tabellone playoff che per i play-out. Silvy's United-Asso Computer è forse una partita che vale qualcosa in più di una semifinale. Dall'altra parte del tabellone, di fronte Bacaro Parrucchieri e Cecconi Impianti: in entrambi i casi impossibile provare ad esprimere pronostici. Nei play-out Porco Alegre-Equilibri Estetica e Spartak Foligno-S. Magno Caffè.

A NGELO M ESSINI , F ERDINANDO M ERLI , A NGELO M ERLINI Foligno dimentica presto coloro che l'hanno servita e hanno dato lustro al suo nome. Per questo, non sono molti quelli che sanno che l'ultimo direttore-sacerdote della Biblioteca Comunale è stato monsignor - allora don - Francesco Conti, poi responsabile della Biblioteca "L. Jacobilli" del Seminario Vescovile, ora dislocata al Palazzo Elmi-Andreozzi, di Piazza San Giacomo, 1. Dopo monsignor Michele Faloci Pulignani, storico di grande valore, del quale ancora molto si discute, prestò servizio presso la nostra massima istituzione

culturale, il canonico don Angelo Messini; belfiorese di origine, fu per alcuni anni Parroco di Corvia. Purtroppo, i primi bombardamenti scatenati dagli Alleati su Foligno, colpirono, come è noto, oltre che il Seminario - vi morì don Consalvo Battenti, anch’egli della zona Belfiore/Liè/Ravignano, l'antico Santuario della Madonna del Pianto, situato nell'attuale Piazza Ercole Giacomini, e don Angelo Messini e sua sorella Clementina vi persero la vita. Sotto le macerie di una chiesa si spense, così, un'intelligenza non comune e si interruppe una

preziosissima azione pazientemente preparata in lunghi anni di studio e di specializzazione. Successore di don Angelo, alla direzione della Biblioteca, fu il professor don Ferdinando Merli, assassinato il 21 febbraio 1944 - lo stesso giorno in cui fu ucciso don Angelo Merlini, parroco di Fiamenga, a ridosso della sua nomina a direttore. Perché non prendere qualche iniziativa, per fare memori di questi Sacerdoti, che hanno operato per il bene della Chiesa e della Città?

don Sergio Andreoli

PARTIGIANI COMBATTENTI PER LA L IBERTÀ La 4ª Brigata Garibaldi è stata una formazione partigiana attiva sulla dorsale appenninica umbra tra Foligno e Gualdo Tadino dal settembre del 1943 e il giugno del 1944. I primi gruppi di partigiani si formano nei dintorni di Spello e Foligno immediatamente dopo l'armistizio, per poi costituirsi in brigata su iniziativa del Tenente Cantarelli. La genesi dei due gruppi (Folignati e Spellani) è indipendente: mentre gli spellani erano di orientamento comunista, i folignati per la maggior parte erano di estrazione cattolica. Il comandante, Antero Cantarelli, era presidente diocesano della Gioventù di Azione Cattolica. La composizione della Brigata, circa 400 partigiani, fu caratterizzata da un'età media particolarmente giovane e molto radicata sul territorio, con l'eccezione significativa dei circa 50 combattenti jugoslavi organizzati nel Battaglione Peko Dapcevic, evasi dal campo di concentramento di Colfiorito. L'attività militare della Brigata nei primi mesi fu caratterizzata da un certo attendismo, dovuto in gran parte all'inesperienza e allo spontaneismo dei primi gruppi saliti in montagna e alla volontà di evitare il più possibile ritorsioni contro le popolazioni civili. Col passare dei mesi, con la mag-

giore esperienza militare di guerriglia degli jugoslavi e le direttive portate dall'ispettore del PCI per le brigate garibaldine dell'Umbria, Celso Ghini, l'attività salì di livello e si moltiplicarono gli attacchi ai reparti tedeschi. Nel febbraio 1944 esponenti della Brigata uccisero due preti della Diocesi di Foligno, don Ferdinando Merli e don Angelo Merlini, accusati di collaborazione con gli occupanti nazisti. All'inizio della primavera del 1944 la brigata controllava di fatto tutta la zona montuosa tra la Valle Umbra, la Valtopina e le Marche. A partire dalla seconda metà di aprile, subito dopo il pesante rastrellamento subito dalla Brigata Garibaldina Antonio Gramsci in Valnerina, è la 4ª Brigata Garibaldi a essere attaccata dalla divisione SS Hermann Goering. La Brigata subisce pesanti perdite e si sposta strategicamente nei dintorni di Bastardo, sui Monti Martani, per riprendere i combattimenti a fine maggio. Il 16 giugno, squadre di partigiani liberano Foligno prima dell'arrivo degli Alleati. Molti partigiani della 4ª Brigata Garibaldi si arruolarono poi nel Gruppo di Combattimento Cremona del Corpo volontari della libertà, che si distinse nella battaglia di Alfonsine, nell'aprile del 1945.

RICETTE DEL MESE BUDINO DI PECORINO CON FAVE ALLA MENTA E RISOTTO ALLE FRAGOLE E MENTA FRESCA ANTONIETTA STADERINI Budino di pecorino con fave e menta. Ingredienti per 6 persone: Latte L1/2, uova n 6 pecorino romano gr 250, sale q.b., pepe bianco q.b., fave fresche pelate gr 500, una cipolla piccola, un mazzetto di menta romana, burro gr 30, stampini di alluminio n 8., olio extra vergine di oliva q.b. Proce-dimento: mettere a bollire il latte, nel frattempo, separare gli albumi dai tuorli e, in un contenitore, lavorare questi ultimi con il peco-

rino grattugiato, sale e pepe, aggiungere il latte bollente sempremescolando. Imburrare leggermente gli stampini e in essi incorporare il composto ottenuto arrivando qua-si sino all’orlo dello stampino, cuocere in forno (180°) a bagnomaria per circa 30/40 minuti. In una padella mettere la cipolla tritata e un filo di olio aggiungere le fave e le foglie di menta, salare e lasciare cuocere per qualche minuto, se ne-

cessario aggiungere una tazzina di acqua. Sformare i budini tiepidi, aggiungere le fave e qualche goccia di olio a crudo. Risotto alle fragole e

menta fresca Ingredienti per 6 persone: gr 500 riso arborio, gr 250 fragole, 1 cipolla piccola, 1 mazzetto di menta, gr 80 burro, gr 50 parmigiano reggiano, lt. 1 brodo di carne (dado),  bicchiere prosecco. Procedimento: in una casseruola a bordi bassi mettere la cipolla tritata finemente e la metà del burro, trasferire sulla fiamma e lasciare cuocere pochi minuti, aggiungere il riso e farlo tostare (il chicco deve risultare tra-

sparente) aggiungere poi il prosecco, lasciare evaporare, mettere le fragole tagliate a cubetti, tenerne qualcuna da parte per la decorazione, proseguire la cottura con il brodo. Tritare finemente la menta, tenere da parte qualche foglia per la decorazione. Ultimata la cottura del riso (deve risultare al dente e cremoso), togliere dalla fiamma, aggiungere il burro, il parmigiano grattugiato, la menta tritata e lasciare mantecare per pochi minuti, controllare il sale. Servire con scaglie di parmigiano e decorare a piacere.


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Memoria

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17-18 aprile 1961 Lo sbarco alla Baia dei Porci A partire dal giugno 1960 il nuovo governo cubano aveva dato il via ad una serie di misure economiche che colpivano profondamente gli interessi USA nell’isola: statalizzate le raffinerie della Esso, della Shell e della Texaco, chiusi i casinò e le catene di alberghi USA, distribuite ai contadini cubani, raccolti in società cooperative, 270.000 ettari di latifondo e porzioni di territorio già coltivato, circa 35.000 ettari della United Fruit Company di proprietà di Nelson Rockefeller, della quale Allen Dulles, direttore della CIA, aveva capitali azionari e come socio di maggioranza ne era presidente e rappresentante legale insieme a suo fratello John Foster, Segretario di Stato. A queste misure risposte l’appena eletto presidente John Kennedy con un progetto di rovesciamento del governo rivoluzionario di Fidel castro e la creazione di un governo fantoccio da asservire nuovamente agli interessi nord americani. Il piano prevedeva uno sbarco nella zona paludosa semi-desertica di Zapata, nella quale si insinuava la Baia dei Porci, di mercenari di origi-

ne cubana addestrati in un apposito centro militare segreto nord americano situato in Guatemala, che avrebbero dovuto creare una striscia di terra, da tenere almeno per una settimana, sulla quale far atterrare il governo provvisorio degli esuli cubani, che sarebbe stato riconosciuto dagli Stati Uniti. Questo nuovo governo avrebbe formalmente richiesto il sostegno militare americano, che avrebbe così potuto dichiarare guerra a Cuba adempiendo a tutti i vincoli, intervenendo ufficialmente con le forze armate. Il 14 aprile la forza mercenaria composta da oltre 2.000 commando partì da Puerto Cabezas, in Nicaragua, salutata dal presidente Luis Somoza, al grido di "Portatemi i peli della barba di Castro!” La flotta americana fu

schierata in acque internazionali, con l'ordine di limitarsi a scortare il corpo di spedizione. Il 17 aprile, all'una di notte, il primo gruppo di uomini rana arrivò sulla

co era stato finalmente effettuato. I membri del corpo di spedizione anticastrista iniziarono così lo sbarco nella Baia dei Porci, dove furono scaricati anche carri ar-

spiaggia, per segnalare alle navi la posizione dello sbarco. Una camionetta cubana in perlustrazione li scambiò per pescatori, ma un uomo rana aprì il fuoco contro di essa, gettando l'allarme fra le forze cubane, che in questo modo capirono che l’atteso sbar-

mati e camion. Ad attenderli trovarono i soldati dell'esercito cubano, al comando dei quali vi erano gli ex guerriglieri del Movimento 26 luglio. Gli aerei da caccia cubani si levarono in volo e, sparando dei razzi, affondarono la nave di comando Rio Escondido e

la nave Houston che trasportavano le munizioni, le radio ricetrasmittenti e i rifornimenti, lasciando gli attaccanti completamente inermi, senza collegamenti, senza benzina e senza alimenti. Il giorno successivo il corpo di sbarco, avendo finito le munizioni ed essendo rimasto senza cibo e acqua, fisicamente allo stremo, iniziò la ritirata verso la Playa del Giron, dove fu stretto in un cuneo. Per aiutare il corpo di spedizione in ritirata vennero allora mandati otto bombardieri, che arrivarono però in ritardo, quando la situazione era ormai del tutto compromessa. Una volta giunti, i bombardieri avanzarono ugualmente ma ne furono abbattuti quattro, cosicché i restanti quattro tornarono indietro. Iniziato solo due giorni prima, l'assalto si poteva considerare già fallito. Posto di fronte alla scelta tra dare vita ad un massiccio bombardamento in modo tale da trasformare la

sconfitta in vittoria ed avviare le operazioni per il ritiro, Kennedy optò per la seconda soluzione. L'opera-zione d’invasione, nonostante i mercenari sbarcati avessero ricevuto un approfondito addestramento militare americano ed un rilevante supporto logistico, si era dunque rivelata un clamoroso insuccesso. Le operazioni di evacuazione dei superstiti iniziarono immediatamente. 1.189 mercenari controrivoluzionari si arresero: arrestati, imprigionati e processati, furono trattati umanamente e venti mesi dopo (il 23 dicembre 1962) vennero rilasciati, in cambio di 53 milioni di dollari in alimenti per bambini e farmaci. Altri ventisei furono salvati da un sottomarino, 104 morirono, mentre dei rimanenti 134 soldati non si è saputo più niente. Il “mitico” (e ingiustamente “mitizzato”) presidente della ipocrita “nuova frontiera” aveva subito la prima pesantissima sconfitta. Purtroppo non gli fu di lezione e di lì a poco diede inizio alla drammatica guerra del Vietnam. Kennedy è stato ucciso dalla stessa lobby che lo aveva portato al potere, il popolo vietnamita ha vinto la guerra e cacciato gli invasori americani da tutta l’Indocina, Fidel è ancora al governo del “primo Stato libero d’America”.

no a vivere una tappa cruciale del loro sviluppo. Sono convinto che sotto la direzione di Raul Castro Ruz la rivoluzione e la costruzione socialista otterranno senza dubbio nuovi successi. Desidero cogliere l’occa-

sione per ricordarLe che, qualsiasi siano i cambiamenti nella situazione internazionale, il Partito e il Governo cinese continueranno a sostenere un’amicizia duratura con Cuba, sosterranno come sempre il popolo cubano nella sua giusta lotta per difendere la sovranità nazionale e resistere alle ingerenze straniere; aiuteremo Cuba a percorrere il cammino dello sviluppo socialista più conferme alle proprie esigenze nazionali; aiuteremo lo sviluppo socio economico di Cuba più che potremo, e porteremo avanti i legami di amicizia e cooperazione tra entrambi i Partiti e Paesi. La saluto augurandoLe molta felicità a buona salute. Hu Jintao Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese

Messagio di Hu Jintao a Fidel Beijing, 19 aprile 2011 In occasione della entusiasmante conclusione del VI Congresso del Partito Comunista di Cuba mi permetto di manifestarLe a nome del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e a nome mio personale il sincero rispetto e il più cordiale saluto. Il VI Congresso del Partito Comunista di Cuba, che si è celebrato nel 50° anniversario della dichiarazione dello spirito socialista della rivoluzione cubana, è stato un Congresso che guardando al passato si è proiettato verso il futuro. Durante i 50 anni trascorsi come fondatore e promotore della rivoluzione e della costruzione di Cuba Lei, senza mai

cedere alle pressioni straniere, ha diretto il popolo cubano salvaguardandone la sovranità e la dignità nazionale, persistendo duramente nel cammino socialista, raccogliendone successi nella sua costruzione che hanno avuto l’ammirazione di tutti. Per questo Lei ha guadagnato non solo il rispetto e il sostengo del popolo cubano ma altresì l’ammirazione di tutti i popoli del mondo. Lei è un eminente rivoluzionario, ideologo, stratega e statista. 51 anni fa davanti a un milione di cubani riuniti nella Piazza della Rivoluzione a l’Avana dichiarò orgogliosamente la nascita delle relazioni di-

plomatiche tra Cuba e la Repubblica Popolare cinese che fece di Cuba il primo paese dell’America Latina a stabilire reciproche relazioni aprendo una nuova era nei rapporti cino-cubani e cinoamericani. Lei si è sempre impegnato nella promozione dell’amicizia cino-cubana seguendo in tutti i momenti il processo di sviluppo cinese, portandoci aiuti e appoggi fraterni e così contribuendo al continuo sviluppo dell’amicizia e della cooperazione tra i nostri Partiti e Paesi. Ci piace oggi costatare che l’amicizia cino-cubana iniziata e coltivata congiuntamente dai compagni Mao Zedong, Deng

Xiaoping, Jiang Zemin, Lei e Raul e gli altri compagni dirigenti si è radicata profondamente nel cuore dei nostri popoli ed è entrata in una nuova fase di sviluppo integrale. Attualmente tanto la Cina come Cuba si trova-

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dodici Aprile 1961 dodici Aprile 2011 cinquant’anni dal primo uomo nello spazio Ognuno di noi ha avuto una persona che ha ammirato particolarmente e che ha desiderato imitare. Alcuni personaggi inoltre hanno avuto la fortuna/sfortuna di morire giovani, restare nella nostra fantasia sempre al massimo della loro bellezza e capacità, senza subire il degrado degli anni. “La fiamma che brucia al massimo del suo splendore brucia in metà tempo”. Il mio personaggio di riferimento è stato ed è ancora Gagarin, e di lui vorrei parlare nella ricorrenza dei cinquanta anni del primo uomo nello spazio. In una intervista immaginaria, ma con riferimenti storici, proverò a ricordare quella data. FAUSTO OTTAVIANI

- Buongiorno colonnello vorrei farle poche domande e ascoltare la sua storia e quanto ricorda di quel giorno. - Sono nato il 9 marzo del 1934 a Klusino, circa 160km da Mosca, ma ho avuto una vita breve, sono morto infatti il 27 marzo del 1968, a soli 34 anni, pilotando un aereo da caccia Mig 15UTI. A scuola ero particolarmente predisposto per le materie scientifiche e se non fosse stato per l'invasione dei tedeschi avrei completato gli studi nei tempi giusti. Finita la guerra ripresi gli studi per conseguire il diploma e incominciai ad interessarmi del volo, prima iscrivendomi ad un corso amatoriale poi entrando nella aviazione militare. L'Unione Sovie-tica stava portando avanti un importante programma di studi per i voli spaziali (anche con ovvi risvolti di carattere militare, eravamo in piena guerra fredda) e cercai di poter entrare nel programma. Venivano reclutati decine e decine di piloti per essere inviati a Mosca per una

prima selezione. Io fui uno dei tantissimi. - Aveva effettive speranze? Sinceramente no. Tanti dei miei colleghi mi apparivano preparatissimi, ma almeno rientravo nei parametri previsti (età 25\30 anni, altezza massima 175 cm). La selezione fu esasperata, quasi ogni giorno venivano eliminati colleghi, anche per motivazioni che ritenevo assolutamente marginali. Rima-nemmo in venti, e io c'ero, poi in sei, infine in quattro. Pensavo di aver raggiunto il massimo ottenibile, ma qui giocò un ruolo importante anche la fortuna. Kartshov in una ennesima prova alla centrifuga ebbe una piccola emorragia. Varlmov si fece male in un banale incidente mentre nuotava al lago. Rimanemmo io e Titov. Probabilmente giocarono a mio favore anche le nostre foto, che furono mostrate al presidente del PCUS Kruscev. Scelsero Gagarin e Titov riserva. - E poi cosa è accaduto? Un’infinità di cose da studiare, preparare, prove fisiche al limite, sempre in un alone di totale segretezza. Mi ritrovai poi vestito con la

tuta spaziale e stavo per montare sulla navicella ma… forse per la tensione, mi fermai e dovetti far attendere perché mi scappava la pipì... a proposito ma è vero che da allora tutti gli astronauti rispettano una ferrea tradizione che dura anche oggi; uno stop per fare la pipì prima del lancio? - Certo che sì, ma si rende conto che lei ha fatto la storia anche per le piccole cose? Lo immaginavo... comunque... pyat, chetyre, tri, dva, odin, nuiyu (ha capito cosa stava accadendo?) e io gridai “pojchali” “si va”, e poco dopo “la terra è bellissima, azzurra e non ci sono confini o frontiere”. Mi dicono che sono rimaste storiche anche queste mie frasi. - Sì, come tante altre frasi che ha pronunciato e magari non ricorda. Mi può dare qualche dato tecnico del volo? La navicella si chiamava “rondine”, il codice chiamata “cedro”, e sono partito dalla base di Bajkonur. Oggi si può pronunciare, ma al tempo era un nome che ufficialmente non esisteva. Partito alle 6.07 e atterrato alle 7.55 in tutto 148 minuti. Apogeo (al-

tezza massima) km. 302, perigeo (altezza minima) Km.175. Una sola orbita. Sinceramente, considerato quello che è successo dopo, è stato un piccolo salto nello spazio. - Forse non considera che lei è stato il primo uomo nello spazio e non mi sembra cosa di poco conto. Già ci ho pensato più volte, vorrei però correggerla, sono stato il primo uomo "tornato vivo dallo spazio" e per cortesia non mi faccia domande su questo argomento. Durante il volo non potevo fare nulla, non pilotavo io la navicella ed ero in completa balia degli eventi. Mi dicono che ci sono varie versioni sul mio atterraggio. Avrei dovuto lanciarmi con un seggiolino e atterrare con un paracadute a parte. Ma

rimasi nella navicella e l'atterraggio non fu morbido, ma molto molto piacevole... terra. Mi aspettavo una miriade di persone ad accogliermi, ma la prima persona che vidi fu una contadina di nome Taktarova con la sua nipotina che non pareva molto sorpresa. - E poi? Cose mai viste, pensate o immaginabili. Penso che lei sarà ben informato su quello che accadde e si scrisse dopo. - Lo sa che nel giugno del 68 ho visto la navicella a Torino dal vero? Vera-mente impressionante. Sono certo che l'abbia colpita. Sinceramente anche per me che ci ho viaggiato, a distanza di tempo mi resta difficile capire come abbia fatto a entrarci... ma nel Giugno del 68 però io ero

già morto. - Vuole ricordare quei momenti, ci sono mille versioni sul suo incidente maledetto. Gli aerei volano ma possono anche cadere... mi dispiace solo che si sia fatta tanta dietrologia sull'incidente e in particolare il fatto che la caduta sia stata imputata ad un banale incidente tecnico ed un mio conseguente attacco di panico che determinò la caduta del Mig. Le sembro il tipo da attacco di panico? - No, non l'ho mai pensato. Bene, anche se il mio stile di vita è stato sempre improntato alla modestia, sono stato pur sempre il primo uomo andato nello spazio... ricorda quello che gridai? POJECHALI /SI VA! Si conclude qui la mia immaginaria intervista.


supplemento al numero 5 - Anno III - maggio 2011 di Piazza del Grano - www.piazzadelgrano.org

Merce di scambio

"Scortati dalla polizia fino alla nuova residenza belga, partivano dalla stazione di Milano tutti stretti in piccoli convogli che sembravano non fermarsi mai. Alle spalle, centinaia di chilometri prima, le delusioni e le miserie di una terra arida di promesse. Ma infine, quando il treno ferma, ci si ritrova tra italiani nei campi per prigionieri e la casa, naturalmente in condivisione con altre famiglie, non è altro che una vecchia baracca lasciata libera dai carcerati tedeschi circondata perfino, in alcuni casi, dal filo spinato. Non c'è neanche tempo di rendersi conto del posto nuovo perché subito, il giorno dopo l'arrivo, inizia il lavoro in un mondo sotterraneo assolutamente sconosciuto. Con addosso tutto il peso del mondo. Accovacciati in un trabiccolo che fa le veci di uno strano ascensore incomincia così la discesa nel cuore della terra. Poi il lavoro è sempre quello, sempre identico. Con la pistola pneumatica si apre un varco e dopo ci si aiuta con le pale, con le mani, con tutto quello che si può. Si forma un cunicolo e lo si puntella, pronti a proseguire" 23 giugno 1946 viene firmato a Roma dal governo De Gasperi lo storico accordo Italia-Belgio poi denominato “Uomo/Carbone”. A quell’epoca il Belgio aveva urgente bisogno di manodopera per estrarre il carbone dalle miniere, la cui produzione era in netto calo. I belgi rifiutano di scendere in miniera, consapevoli della pericolosità del lavoro e del basso salario percepito in cambio. Il Governo decide allora l’importazione di manodopera straniera e intraprese la trattative con il Governo italiano guidato da Alcide De Gasperi, dettando condizioni durissime: l'Italia organizzava l'emigrazione di 50 mila lavoratori, in cambio il Belgio si impegnava a vendere all’Italia un minimo di 2500 tonnellate di carbone ogni 1000 operai inviati. L’Italia si assicura

così entrate in valuta straniera e la possibilità di dotarsi di carbone, indispensabile per la ripresa economica del Paese. I bei manifesti rosa, affissi in tutti i comuni d’Italia, parlavano di un lavoro sotterraneo nelle miniere belghe. Naturalmente non fornivano alcun dettaglio su questo lavoro, soffermandosi invece sui vantaggi dei salari, delle vacanze e degli assegni familiari. La realtà che trovarono i lavoratori italiani in Belgio fu, invece, ben altra cosa: un lavoro durissimo e pericolosissimo da affrontare senza alcuna preparazione specifica. I candidati minatori venivano concetrati a Milano dove usufruivano dei tre piani sotto la stazione. Dopo aver superato le visite mediche e dopo un viaggio che poteva durare anche 52 ore, gli italiani sono scaricati non nelle sta-

zioni riservate ai passeggeri ma nelle zone destinate alle merci. Qui venivano allineati secondo il pozzo nel quale dovranno andare a lavorare. Dopo il viaggio massacrante venivano trasferiti negli "alloggi" che consistevano nelle baracche di legno utilizzate dai prigionieri russi durante l’occupazione nazista. Questo popolo di lavoratori era tenuto lontano dalle città nascosto in campi sconosciuti alla maggioranza dei belgi: era un popolo invisibile. Li chiamavano anche "musi neri" per il particolare tipo di lavoro che svolgevano. Le condizioni dei minatori erano scandalose ma nessuno volle vederlo fino all’8 Agosto 1956. 275 uomini scendono nelle miniere Bois du Cazier di Marcinelle. Le gabbie degli ascensori avevano distribuito le squadre nei vari piani, a quota 765 e

1.035. Un carrello esce dalle guide e va a sbattere contro un fascio di cavi elettrici ad alta tensione senza rete di protezione. Subito divampa l’incendio e le fiamme si propagano immediatamente. Solo 13 lavoratori sopravviveranno. Le vittime sono 262 di cui 136 italiani, il più giovane di 14 anni e il più anziano di 53 anni. Il processo che seguì si concluse con l’assoluzione dei dirigenti della società mineraria e la responsabilità fu attribuita all’addetto alla manovra del carrello, un italiano anch’egli morto nel disastro. La tragedia colpì la comunità italiana e fece conoscere a tutti le condizioni proibitive del lavoro nelle miniere. Il governo italiano, incalzato dalle opposizioni, fu costretto a bloccare le vie ufficiali dell’emigrazione verso il Belgio.

Protocollo Italo-Belga per il trasferimento di 50.000 minatori italiani in Belgio La Conferenza che ha riunito a Roma i delegati del Governo italiano e del Governo belga per trattare del trasferimento di 50.000 lavoratori nelle miniere belghe, è giunta alle seguenti conclusioni: 1) Il Governo italiano, nella convinzione che il buon esito dell'operazione possa stabilire rapporti sempre più cordiali col Governo belga e dare la dimostrazione al mondo della volontà dell' Italia di contribuire alla ripresa economica dell'Europa, farà tutto il possibile per la riuscita del piano in progetto. Esso provvederà a che si effettui sollecitamente e nelle migliori condizioni l'avviamento dei lavoratori fino alla località da stabilirsi di comune accordo in prossimità della frontiera italo svizzera, dove a sua cura saranno istituiti gli uffici incaricati di effettuare le operazioni definitive di arruolamento. 2) Il Governo belga mantiene integralmente i termini dell'«accordo minatoricarbone» firmato precedentemente. Esso affretterà, per quanto è possibile, l'invio in Italia delle quantità di carbone previste dall'accordo ... 5) Il Governo italiano si adoprerà a

che gli aspiranti all'espatrio in qualità di minatori siano, nel miglior modo, edotti di quanto li concerne, attirando, in particolar modo, la loro attenzione sul fatto che essi saranno destinati ad un lavoro di profondità nelle miniere, pel quale sono necessarie un'età relativamente ancor giovane (35 al massimo) e un buono stato di salute ... 11) Il Governo italiano farà tutto il possibile per inviare in Belgio 2.000 lavoratori la settimana 12) I convogli saranno formati nel luogo designato di comune accordo fra le Autorità italiane e belghe. Per verun motivo detto luogo potrà essere modificato senza provio accordo dei due Governi. Nella stazione di partenza saranno apprestati locali ai fini di un'accurata visita medica di ciascun operaio, della firma del suo contratto di lavoro e del controllo della polizia belga. Un servizio d'ordine organizzato nella stazione avrà il compito di impedire l'accesso al treno ad ogni persona che non abbia adempiuto a tutte le formalità sopra indicate.. Roma, il 23 giugno 1946.

I


Un popolo migrante

57.000.000 contro 58.000.000 il più grande esodo migratorio della storia moderna 57 milioni sono gli italiani censiti residenti in Italia; 58 milioni sono gli italiani di prima, seconda o terza generazione stimati al di fuori dell’Italia. La cifra è impressionante: un’altra nazione, un altro popolo al di fuori dei confini della così detta “patria”. Si può obiettare che le seconde o le terze generazioni “non contano”, perché oramai non si possono più considerare italiani ma cittadini degli Stati di nuova residenza. Questo in parte è vero perché la “nostalgia” dell’Italia che sicuramente colpiva la prima generazione, che ha sempre continuato a sperare di ritornare, anche per ricongiungersi ai parenti lasciati, e forse ha colpito an-

cora la seconda generazione cresciuta nell’ascolto dei racconti e delle speranze dei genitori, per la terza generazione si è in buona parte mutata nella mera ricerca, o meglio nella pura rivendicazione di un identità etnica da affermare di fronte alle altre tante identità etniche vantate dalle innumerevoli minoranze dei paesi di emigrazione. Una identità etnica sicuramente “minore”, come minore era il peso mondiale della loro “patria” di provenienza e ancora “minimo”, per non dire rifiutato e negato, era il legame identitario tra i governanti della loro patria e i suoi figli più miserabili spediti a cercare fortuna (sopravvivenza!) all’estero. I dati “veri”, i dati cioè censiti, del numero degli emigrati nei 100 anni dalla prima crisi economica europea degli anni 70/80 dell’ottocento all’ultimo decennio del secolo scorso, sono comunque “mostruosi”: 26 milioni di emigrati! In alcune fasce

temporali di maggiore esodo (perché di questo si è trattato: di un esodo biblico!) è emigrata circa un terzo dell’intera popolazione residente. Alcuni numeri secondo i tre periodi statistici di maggiore emigrazione. Primo periodo 1876-1914: oltre 14 milioni, con punte di vero e sproprio esodo di massa a ridosso della prima guerra mondiale, provenienti nella prima fase in prevalenza dalla “sacche” di estrema povertà del nord Italia e poi sempre di più dal mezzogiorno, diretti per meno della metà verso l’Europa e per il resto in grande maggioranza verso il nord America e in minoranza verso il sud America; secondo periodo 19181940: poco più di 4 milioni anche in ragione del “blocco” all’emigrazione imposto dal fascismo, in direzione per la metà verso l’Europa e il resto verso l’America maggiormente verso il sud America a causa delle restrizioni all’immigrazione imposte dagli Stati Uniti; terzo periodo 1946-1976, circa 8 milioni in ampia parte in direzione dell’Europa. 26 milioni partiti, solo circa 8 milioni tornati in larghissima maggioranza negli anni del boom economico dopo la seconda guerra mondiale.

Questo popolo che ci disprezza

II

Limon, Costarica 25 agosto 1927 In questi giorni, in questi due mesi ti ho scritto tante volte senza spedirti mai una delle mie lettere. Pigrizia e insoddisfazione. Un poco anche la coscienza di non avere niente da scriverti che veramente valesse la pena. Di quanto io mi ostino a pensare e a credere che valga la pena. Impiegato ora in una compagnia americana dove non sto imparando nient’altro che l'odio per questo popolo che prima ammiravo. Popolo che si crede il dominatore del mondo, che forse lo è e che da questo trae la conseguenza di una superiorità assoluta sugli altri popoli e un disprezzo inflessibile per tutto ciò che non è americano. Stipendio, ore di ufficio, nessuna prospettiva avvenire. Grigiore infinito di vita in porto tropicale, abbastanza sudicio, difficoltà propositi nuovi, alcune nuove esperienze e rimpianto. Rimpianto di quello che non ho avuto. Niente di brillante. Però la vita raccolta, riposata, silenziosa che conduco da due mesi mi sta facendo risorgere nell’animo nuove energie e nuovi progetti. Sono sicuro: preferisco non essere mai niente che essere troppo. Preferisco soffrire per tutta la vita quello che ho sofferto in questi ultimi anni che rassegnarmi. Sono troppo giovane per questo. Riprenderò la lotta appena abbia forza suffi-

ciente. Stamani, in ora in cui non avevo niente da fare, mi esercitavo a scrivere in ispagnolo un articolo per supposto giornale più che altro con lo scopo di esercitarmi a scrivere la lingua. Ad un certo momento arrivai a scrivere di Firenze. Per la seconda volta nella mia vita un nostalgia che mi si velava di pianto si è impadronita di me. Rivedevo Firenze dal Viale dei Colli in una di quel-

le giornate opaline di primavera o di ottobre che ti rivedrai fra qualche mese soltanto e che io forse non rivedrò più. Come ero triste… Rimpiangevo tante, tante cose. Rimpiangevo te che forse nemmeno rivedrò più benché tu sia entrata nella mia vita come nessuna altra persona ha mai entrato né mai entrerà più. Non sono vinto, ma stanco. Mi manca forse lo stimolo ad andare, a pensare in domani. Ma non posso, non posso rimanere qui. In questo porto del tropico, caldissimo, asfissiante, monotono, triste dove a volte mi prende una disperazio-

ne terribile che va fino allo schifo del mio corpo pieno di sudore, sudore, sudore. Vincere, riposare, rivedere le cose lontane, abbandonate, mie. Allora tu non sari più la. La vita è una perdita continua, una perdita esasperante, una perdita che non ammette sostituzioni. Ed io mi ribello inutilmente. Molta acqua è fra noi. Molti giorni ci separano. Le vecchie illusioni sono morte, le ultime speranze disfatte della distanza. Ma non mi rassegno. Mi sento stanco, mi sento triste ma non vinto. La povertà di domani non mi spaventa perché troppo soffro la povertà di oggi. E devo vincere. Ah Maria è necessaria molta forza, molta pazienza per passare attraverso questa terribile prova. Quando mi scriverai scrivimi più a lungo. Raccontami più cose. Tu sei la ultima voce che mi viene di costà. Tutti I miei vecchi amici a poco a poco hanno cessato di scrivermi e mi hanno dimenticato. Mio padre quasi non scrive e quando scrive non fa altro che aumentare la mia tristezza. Io necessito qualcosa che mi ricordi, che mi faccia rivivere dinanzi quello che non è più mio. Perché di mio ora non ho niente, qui. Tutto è qui come provvisorio, come in un sogno, come in un racconto. Saluti

“Coltivavano il basilico nella vasca da bagno” 300.000 ogni anno dal Sud agricolo al Nord industriale

I meridionali furono dipinti in vari modi: come insofferenti verso il lavoro metodico e monotamente svolto, come incapaci di adattarsi ai ritmi ed ai lavori imposti dalle società moderne. In molti li consideravano sporchi, incivili e non erano rari cartelli con scritto: “non si fitta ai meridionali”. Tutti i meridionali a prescindere dalla loro regione di provenienza erano chiamati "i napule", era meglio non fidarsi e poi facevano arrivare troppi parenti e "coltivavano il basilico nella vasca da bagno”. A Torino gli immigrati trovarono alloggio negli scantinati e nei solai del centro, negli edifici destinati a demolizione, in cascine abbandonate all'estrema periferia. Nelle cittadine alla periferia di Milano gli immigrati trovarono una diversa soluzione al problema della casa, la costruzione delle cosiddette «coree»: gruppi di case edificate di notte da-

gli stessi immigrati, senza alcun permesso urbanistico, su terreni agricoli comprati coi loro risparmi. Il nome «coree» sembra derivare dal fatto che queste costruzioni apparvero per la prima volta ai tempi della guerra di Corea. Il boom economico esigeva sempre più manodopera e fu così che l'agricoltura e la piccola industria insieme all’edilizia e al piccolo commercio, svolsero un ruolo di “polmone della nuova industrializzazione del nord”. Le strategie dell’imprenditoria nazionale, tentando un’integrazione nel tessuto economico dei paesi più avanzati, avevano portato a una concentrazione degli investimenti nei distretti industriali del nord, rispetto alla quale uno spostamento di capitali verso il sud avrebbe

significato disperdere tecnologie e risorse. Quindi il Meridione, nel boom economico, era destinato ad avere una funzione subordinata e funzionale agli interessi dell’economia del nord. La concentrazione delle grandi fabbriche nelle regioni settentrionali mise in moto un flusso migratorio dal sud agricolo al nord industrializzato che impoverì le regioni meridionali anche delle risorse umane.

L’emigrazione senza fine Ellis Island “Isola delle lacrime”

“Fra il 1880 e il 1915 approdano negli Stati Uniti quattro milioni di italiani, su 9 milioni circa di emigranti che scelsero di attraversare l'Oceano verso le Americhe. Le cifre non tengono conto del gran numero di persone che rientrò in Italia: una quota considerevole ( 50/60%) nel periodo 1900-1914. Circa il settanta per cento proveniva dal Meridione, anche se fra il 1876 ed il 1900 la maggior parte degli emigrati era del Nord Italia con il quarantacinque per cento composto solo da Veneto, Friuli Venezia Giulia e Piemonte. Le motivazioni che spinsero masse di milioni di Meridionali ad emigrare furono molteplici. Durante l'invasione Piemontese, operata senza dichiarazione di guerra, del Regno delle due Sicilie, i macchinari delle fabbriche, non dimentichiamo che Napoli era allora una città all'avanguardia in campo industriale, furono portati al Nord dove in seguito sorsero le industrie del Piemonte, della Lombardia e della Liguria. Le popolazioni del Meridione, devastato dalle guerra con circa un milione di morti, da cataclismi naturali (il terremoto del 1908 con l'onda di marea nello Stretto di Messina uccise più di 100,000 persone nella sola città di Messina) depredato dall'esercito, dissanguato dal potere ancora di stampo feudale, non ebbero altra alternativa che migrare in massa. Il sistema feudale, ancora perfettamente efficiente, permet-

teva che la proprietà terriera ereditaria determinasse il potere politico ed economico, lo status sociale, di ogni individuo. In questo modo, le classi povere non ebbero praticamente alcuna possibilità di migliorare la propria condizione. Da aggiungere ai motivi dell'esodo la crisi agraria dal 1880 in poi, successivamente l'aggravarsi delle imposte nelle campagne meridionali dopo l'unificazione del paese, il declino dei vecchi mestieri artigiani, delle industrie domestiche, la crisi della piccola proprietà e delle aziende montane, delle manifatture rurali. Gli Stati Uniti dal 1880 aprirono le porte all'immigrazione nel pieno dell'avvio del loro sviluppo capitalistico; le navi portavano merci in Europa e ritornavano cariche di emigranti. I costi delle navi per l'America erano inferiori a quelli dei treni per il Nord Europa, per questo milioni di persone scelsero di attraversare l'Oceano. L'arrivo in America era caratterizzato dal trauma dei controlli medici e amministrativi durissimi, specialmente ad Ellis Island, l'Isola delle Lacrime. Nel Museo dell'Emigrazione a New York ci sono ancora le valigie piene di suppellettili e di povero abbigliamento delle persone che reimbarcate per l'Italia, nella disperazione si buttavano nelle acque gelide della baia andando quasi sempre incontro alla morte.” (da “Remembering Ellis Island on Columbus Day”, di Ro Pucci)

(tratto da Angela Molteni, www.antoniogramsci.com) Fino al 1850 circa non esistevano procedure ufficiali per l’immigrazione a New York. In questa data l’impennata del numero di immigrati europei che fuggivano dalle grandi carestie del 1846 e dalle rivoluzioni fallite del 1848 spinse le autorità ad aprire un centro di immigrazione a Castle Clinton in Battery Park, sulla punta meridionale dell’isola di Manhattan. Verso il 1880 le privazioni che si soffrivano nell’Europa orientale e meridionale e la forte depressione economica nell’Italia meridionale spinsero migliaia di persone ad abbandonare il Vecchio Continente. Al contempo in America stava prendendo il via la rivoluzione industriale, con un crescente processo di urbanizzazione. Ellis Island fu aperta nel 1894, quando l’America superò un periodo di depressione economica e cominciò a imporsi come potenza mondiale. In tutta Europa si diffusero le voci sulle opportunità offerte dal Nuovo Mondo e migliaia di persone decisero di lasciare la loro patria. Quando le navi a vapore entravano nel porto di New York, i più ricchi passeggeri di prima e seconda classe venivano ispezionati a loro comodo nelle loro cabine e scortati a terra da ufficiali dell’immigrazione. I passeggeri di terza classe venivano portati a Ellis Island per l’ispezione, che era più dura. Ogni immigrante in arrivo portava con sé un documento con le informazioni riguardanti la nave che l’aveva portato a New York. I medici esaminavano brevemente ciascun immigrante e marcavano sulla schiena con del gesso coloro per i quali occorreva

un ulteriore esame per accertarne le condizioni di salute; se vi erano condizioni particolari di infermità ciò comportava che venissero trattenuti all’ospedale di Ellis Island. Dopo questa prima ispezione, gli immigranti procedevano verso la parte centrale della Sala di Registrazione dove gli ispettori interrogavano gli immigranti a uno ad uno. A ogni immigrante occorreva perlomeno una intera giornata per passare l’intero processo di ispezione a Ellis Island. Le scene sull’isola erano veramente strazianti: per la maggior parte le persone arrivavano affamate, sporche e senza una lira, non conoscevano una parola di inglese e si sentivano estremamente in soggezione per la metropoli sull’altra riva. Agli immigranti veniva assegnata una Inspection Card con un numero e c’era da aspettare anche tutto un giorno, mentre i funzionari di Ellis Island lavoravano per esaminarli. Dopo l’ispezione, gli immigranti scendevano dalla Sala di Registrazione per le “Scale della Separazione” che segnavano il punto di divisione per molte famiglie e amici verso diverse destinazioni. Il centro era stato progettato per accogliere 500.000 immigrati all’anno, ma nella prima parte del secolo ne arrivarono il doppio. Truffatori saltavano fuori da ogni dove, rubavano il bagaglio degli immigrati durante i controlli, e offrivano tassi di cambio da rapina per il denaro che questi erano riusciti a portare con sé. Le famiglie venivano divise, uomini da una parte, donne e bambini dall’altra, mentre si eseguiva una serie di controlli per eliminare gli indesiderabili e i malati. Questi ultimi venivano

portati al secondo piano, dove i dottori controllavano la presenza di “malattie ripugnanti e contagiose” e manifestazioni di pazzia. Coloro che non superavano gli esami medici venivano contrassegnati, come già accennato, con una croce bianca sulla schiena e confinati sull’isola fino a diversa decisione, oppure venivano reimbarcati. I capitani delle navi avevano l’obbligo di riportare gli immigrati non accettati al loro porto di origine. Secondo le registrazioni ufficiali tuttavia solo il due per cento veniva rifiutato, e molti di questi si tuffavano in mare e cercavano di raggiungere Manhattan a nuoto o si suicidavano, piuttosto che affrontare il ritorno a casa. Fatto che meritò a Ellis Island il nome di “Isola delle lacrime”. Quando gli Stati Uniti entrarono nella prima guerra mondiale nel 1917, i sentimenti anti-immigrazione e le ostilità isolazioniste erano all’apice. Il KluKlux-Klan, costituito nel 1915, rifletteva le opinioni di coloro che disprezzavano gli immigrati non inglesi considerandoli di “razza inferiore”. Mentre gli immigrati dovevano affrontare ostilità di ogni tipo, il ruolo di Ellis Island cambiava rapidamente da centro di smistamento per gli immigrati a centro di detenzione. Dopo il 1917 l’isola divenne principalmente campo di raccolta e di smistamento per deportati e perseguitati politici. L’immigrazione diminuì sensibilmente all’inizio della prima guerra mondiale e i decreti sull’immigrazione del 1921 e del 1924 di fatto posero fine alla politica di “porte aperte” degli Stati Uniti. Cittadini giapponesi, italiani e tedeschi furono detenuti a Ellis Island durante la secon-

da guerra mondiale e il centro venne utilizzato principalmente per detenzione fino alla sua chiusura, il 12 novembre 1954. Il 28 dicembre 1939 lo scrittore e giornalista praghese Egon Erwin Kisch (18851948) così scrive nel suo libro Sbarcando a New York. . “Sono di nuovo prigioniero sulla nave. Dall’oblò chiuso vedo il Nuovo Mondo verso il quale da due settimane, due settimane di guerra, sto navigando sulla ‘Pennland’ della linea olandese-americana [...]. L’immigration officer dice che il mio passaporto non è valido, perché un visto cileno ottenuto a Parigi non è sufficiente come visto di transito per l’America [...] Mentre parlava con me, un funzionario gli mostrò un fogliettino, senza dubbio conteneva qualcosa sul mio conto. ‘Lo so’, disse. Quindi mi tocca andare a Island - un eufemismo per Ellis Island, L’isola delle lacrime [...] Giù dalla ‘Pennland’ sulla quale abbiamo trascorso più di due settimane, giù con tutto il bagaglio (il mio è rimasto in Belgio), nei dock gelidi dove fanno la revisione doganale, poi con un tender all’isola-prigione sorvegliata dalla Statua della Libertà (si riempiono la bocca con la Statua della Libertà) [...]. Ciò che contraddistingue la nostra prigione da ogni altra è la cabina telefonica. Una cella del carcere con cabina telefonica non esiste da nessun’altra parte. Ammesso che uno abbia un nichelino, si può mettere in contatto con il resto del mondo, e al tempo stesso non può. Nessuno può chiamarti [...]. Faccio una passeggiata nel cortile che invece di quattro pareti ne ha soltanto due: quelle mancanti sono acqua.”

Non è un caso che all’interno di molti paesi della metropoli capitalista vi siano forti squilibri fra regione e regione e che tali disparità, nonostante durino da molto tempo, non siano mai state risolte. Tale ineguale sviluppo è voluto, cercato, utilissimo al rafforzamento dei capitalismi nazionali. Da questo punto di vista il caso italiano è eclatante e peculiare. In Italia la questione meridionale nasce insieme all’Unità, e anzi, in un certo senso è proprio l’Unità a creare la questione meridionale: i centri industriali del regno borbonico, infatti, invece di essere sostenuti e incentivati furono spazzati via per favorire le nascenti industrie del nord, e la monarchia sabauda gestì il controllo dei territori conquistati con le tipiche armi del colonialismo: feroce repressione del dissenso (dietro il nome di “lotta al brigantaggio”) e alleanza con l’inetta borghesia locale, latifondista e parassitaria. E così, dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri, una generazione dopo l’altra di lavoratori meridionali hanno dovuto lasciare la propria terra per cercarsi un futuro in luoghi lontani o lontanissimi: Nord Italia, Belgio, Germania, America, Australia… e oggi siamo al punto di partenza: un’indagine del 2010 redatta dall’Ufficio Studi della Banca d’Italia ha rilevato che il numero di emigrati dal Sud al Nord Italia è di nuovo molto vicino a quello dei primi anni Sessanta, quando migliaia di figli di contadini meridionali raggiungevano il trian-

golo industriale Milano-Genova-Torino per diventare operai. Un’emigrazione molto diversa qualitativamente, ma che tocca però le stesse vette numeriche di allora. Ogni anno, infatti, si spostano dalle regioni meridionali verso quelle del Centro-Nord circa 270 mila persone: 120 mila in maniera permanente, 150 mila

per uno o più mesi. Un dato vicino a quello dei primi anni Sessanta, quando a trasferirsi al Nord erano 295 mila persone l’anno. Parlare di 270 mila uomini e donne che ogni anno vanno da Sud a Nord per lavorare o per studiare significa immaginare una città come Caltanissetta che si sposta tutta intera per trovare un futuro. Tra il 1990 e il 2005 quasi 2 milioni di cittadini italiani sono stati costretti ad abbandonare il Sud per andare a trovare un impiego in qualche cittadina del Nord. E le cose sono persino peggiorate rispetto a 40 anni fa! Allora la “valigia di cartone”, comunque sinonimo di sacrificio e di dolore,

significava anche poter contare un lavoro pressoché sicuro (probabilmente sino alla pensione) e su un futuro di più ampie prospettive per sé e per i propri figli. Ora, invece, con precarietà e flessibilità a farla da padrone, si parte con un carico di incognite ben più pesante e difficile da gestire. La “questione meridionale”, lungi dall’essere risolta almeno sul fronte occupazionale, quello del lavoro al sud per intenderci, esiste in tutta la sua drammaticità. Un Mezzogiorno incapace di trattenere il proprio capitale umano (tra l’altro ora se vanno anche moltissimi laureati), perde uno dei fattori chiave per tenere viva la speranza in un reale cambiamento per tutto il Paese. “Dal punto di vista del Mezzogiorno, l’emigrazione dei lavoratori, e in particolare di quelli con qualifiche più elevate, può comportare un impoverimento di capitale umano che, a sua volta, potrebbe riflettersi nella persistenza dei differenziali territoriali in termini di produttività, competitività e, in ultima analisi, di crescita economica. In questo contesto, l’intervento delle autorità di politica economica deve essere teso, piuttosto che a frenare l’emigrazione, a rimuoverne le determinanti, che hanno come comune denominatore la quantità e la qualità della crescita economica nel Mezzogiorno.” (Banca d’Italia gennaio 2010). Ma allora, da sessant’anni a questa parte, cosa è cambiato?

III


Un popolo migrante

57.000.000 contro 58.000.000 il più grande esodo migratorio della storia moderna 57 milioni sono gli italiani censiti residenti in Italia; 58 milioni sono gli italiani di prima, seconda o terza generazione stimati al di fuori dell’Italia. La cifra è impressionante: un’altra nazione, un altro popolo al di fuori dei confini della così detta “patria”. Si può obiettare che le seconde o le terze generazioni “non contano”, perché oramai non si possono più considerare italiani ma cittadini degli Stati di nuova residenza. Questo in parte è vero perché la “nostalgia” dell’Italia che sicuramente colpiva la prima generazione, che ha sempre continuato a sperare di ritornare, anche per ricongiungersi ai parenti lasciati, e forse ha colpito an-

cora la seconda generazione cresciuta nell’ascolto dei racconti e delle speranze dei genitori, per la terza generazione si è in buona parte mutata nella mera ricerca, o meglio nella pura rivendicazione di un identità etnica da affermare di fronte alle altre tante identità etniche vantate dalle innumerevoli minoranze dei paesi di emigrazione. Una identità etnica sicuramente “minore”, come minore era il peso mondiale della loro “patria” di provenienza e ancora “minimo”, per non dire rifiutato e negato, era il legame identitario tra i governanti della loro patria e i suoi figli più miserabili spediti a cercare fortuna (sopravvivenza!) all’estero. I dati “veri”, i dati cioè censiti, del numero degli emigrati nei 100 anni dalla prima crisi economica europea degli anni 70/80 dell’ottocento all’ultimo decennio del secolo scorso, sono comunque “mostruosi”: 26 milioni di emigrati! In alcune fasce

temporali di maggiore esodo (perché di questo si è trattato: di un esodo biblico!) è emigrata circa un terzo dell’intera popolazione residente. Alcuni numeri secondo i tre periodi statistici di maggiore emigrazione. Primo periodo 1876-1914: oltre 14 milioni, con punte di vero e sproprio esodo di massa a ridosso della prima guerra mondiale, provenienti nella prima fase in prevalenza dalla “sacche” di estrema povertà del nord Italia e poi sempre di più dal mezzogiorno, diretti per meno della metà verso l’Europa e per il resto in grande maggioranza verso il nord America e in minoranza verso il sud America; secondo periodo 19181940: poco più di 4 milioni anche in ragione del “blocco” all’emigrazione imposto dal fascismo, in direzione per la metà verso l’Europa e il resto verso l’America maggiormente verso il sud America a causa delle restrizioni all’immigrazione imposte dagli Stati Uniti; terzo periodo 1946-1976, circa 8 milioni in ampia parte in direzione dell’Europa. 26 milioni partiti, solo circa 8 milioni tornati in larghissima maggioranza negli anni del boom economico dopo la seconda guerra mondiale.

Questo popolo che ci disprezza

II

Limon, Costarica 25 agosto 1927 In questi giorni, in questi due mesi ti ho scritto tante volte senza spedirti mai una delle mie lettere. Pigrizia e insoddisfazione. Un poco anche la coscienza di non avere niente da scriverti che veramente valesse la pena. Di quanto io mi ostino a pensare e a credere che valga la pena. Impiegato ora in una compagnia americana dove non sto imparando nient’altro che l'odio per questo popolo che prima ammiravo. Popolo che si crede il dominatore del mondo, che forse lo è e che da questo trae la conseguenza di una superiorità assoluta sugli altri popoli e un disprezzo inflessibile per tutto ciò che non è americano. Stipendio, ore di ufficio, nessuna prospettiva avvenire. Grigiore infinito di vita in porto tropicale, abbastanza sudicio, difficoltà propositi nuovi, alcune nuove esperienze e rimpianto. Rimpianto di quello che non ho avuto. Niente di brillante. Però la vita raccolta, riposata, silenziosa che conduco da due mesi mi sta facendo risorgere nell’animo nuove energie e nuovi progetti. Sono sicuro: preferisco non essere mai niente che essere troppo. Preferisco soffrire per tutta la vita quello che ho sofferto in questi ultimi anni che rassegnarmi. Sono troppo giovane per questo. Riprenderò la lotta appena abbia forza suffi-

ciente. Stamani, in ora in cui non avevo niente da fare, mi esercitavo a scrivere in ispagnolo un articolo per supposto giornale più che altro con lo scopo di esercitarmi a scrivere la lingua. Ad un certo momento arrivai a scrivere di Firenze. Per la seconda volta nella mia vita un nostalgia che mi si velava di pianto si è impadronita di me. Rivedevo Firenze dal Viale dei Colli in una di quel-

le giornate opaline di primavera o di ottobre che ti rivedrai fra qualche mese soltanto e che io forse non rivedrò più. Come ero triste… Rimpiangevo tante, tante cose. Rimpiangevo te che forse nemmeno rivedrò più benché tu sia entrata nella mia vita come nessuna altra persona ha mai entrato né mai entrerà più. Non sono vinto, ma stanco. Mi manca forse lo stimolo ad andare, a pensare in domani. Ma non posso, non posso rimanere qui. In questo porto del tropico, caldissimo, asfissiante, monotono, triste dove a volte mi prende una disperazio-

ne terribile che va fino allo schifo del mio corpo pieno di sudore, sudore, sudore. Vincere, riposare, rivedere le cose lontane, abbandonate, mie. Allora tu non sari più la. La vita è una perdita continua, una perdita esasperante, una perdita che non ammette sostituzioni. Ed io mi ribello inutilmente. Molta acqua è fra noi. Molti giorni ci separano. Le vecchie illusioni sono morte, le ultime speranze disfatte della distanza. Ma non mi rassegno. Mi sento stanco, mi sento triste ma non vinto. La povertà di domani non mi spaventa perché troppo soffro la povertà di oggi. E devo vincere. Ah Maria è necessaria molta forza, molta pazienza per passare attraverso questa terribile prova. Quando mi scriverai scrivimi più a lungo. Raccontami più cose. Tu sei la ultima voce che mi viene di costà. Tutti I miei vecchi amici a poco a poco hanno cessato di scrivermi e mi hanno dimenticato. Mio padre quasi non scrive e quando scrive non fa altro che aumentare la mia tristezza. Io necessito qualcosa che mi ricordi, che mi faccia rivivere dinanzi quello che non è più mio. Perché di mio ora non ho niente, qui. Tutto è qui come provvisorio, come in un sogno, come in un racconto. Saluti

“Coltivavano il basilico nella vasca da bagno” 300.000 ogni anno dal Sud agricolo al Nord industriale

I meridionali furono dipinti in vari modi: come insofferenti verso il lavoro metodico e monotamente svolto, come incapaci di adattarsi ai ritmi ed ai lavori imposti dalle società moderne. In molti li consideravano sporchi, incivili e non erano rari cartelli con scritto: “non si fitta ai meridionali”. Tutti i meridionali a prescindere dalla loro regione di provenienza erano chiamati "i napule", era meglio non fidarsi e poi facevano arrivare troppi parenti e "coltivavano il basilico nella vasca da bagno”. A Torino gli immigrati trovarono alloggio negli scantinati e nei solai del centro, negli edifici destinati a demolizione, in cascine abbandonate all'estrema periferia. Nelle cittadine alla periferia di Milano gli immigrati trovarono una diversa soluzione al problema della casa, la costruzione delle cosiddette «coree»: gruppi di case edificate di notte da-

gli stessi immigrati, senza alcun permesso urbanistico, su terreni agricoli comprati coi loro risparmi. Il nome «coree» sembra derivare dal fatto che queste costruzioni apparvero per la prima volta ai tempi della guerra di Corea. Il boom economico esigeva sempre più manodopera e fu così che l'agricoltura e la piccola industria insieme all’edilizia e al piccolo commercio, svolsero un ruolo di “polmone della nuova industrializzazione del nord”. Le strategie dell’imprenditoria nazionale, tentando un’integrazione nel tessuto economico dei paesi più avanzati, avevano portato a una concentrazione degli investimenti nei distretti industriali del nord, rispetto alla quale uno spostamento di capitali verso il sud avrebbe

significato disperdere tecnologie e risorse. Quindi il Meridione, nel boom economico, era destinato ad avere una funzione subordinata e funzionale agli interessi dell’economia del nord. La concentrazione delle grandi fabbriche nelle regioni settentrionali mise in moto un flusso migratorio dal sud agricolo al nord industrializzato che impoverì le regioni meridionali anche delle risorse umane.

L’emigrazione senza fine Ellis Island “Isola delle lacrime”

“Fra il 1880 e il 1915 approdano negli Stati Uniti quattro milioni di italiani, su 9 milioni circa di emigranti che scelsero di attraversare l'Oceano verso le Americhe. Le cifre non tengono conto del gran numero di persone che rientrò in Italia: una quota considerevole ( 50/60%) nel periodo 1900-1914. Circa il settanta per cento proveniva dal Meridione, anche se fra il 1876 ed il 1900 la maggior parte degli emigrati era del Nord Italia con il quarantacinque per cento composto solo da Veneto, Friuli Venezia Giulia e Piemonte. Le motivazioni che spinsero masse di milioni di Meridionali ad emigrare furono molteplici. Durante l'invasione Piemontese, operata senza dichiarazione di guerra, del Regno delle due Sicilie, i macchinari delle fabbriche, non dimentichiamo che Napoli era allora una città all'avanguardia in campo industriale, furono portati al Nord dove in seguito sorsero le industrie del Piemonte, della Lombardia e della Liguria. Le popolazioni del Meridione, devastato dalle guerra con circa un milione di morti, da cataclismi naturali (il terremoto del 1908 con l'onda di marea nello Stretto di Messina uccise più di 100,000 persone nella sola città di Messina) depredato dall'esercito, dissanguato dal potere ancora di stampo feudale, non ebbero altra alternativa che migrare in massa. Il sistema feudale, ancora perfettamente efficiente, permet-

teva che la proprietà terriera ereditaria determinasse il potere politico ed economico, lo status sociale, di ogni individuo. In questo modo, le classi povere non ebbero praticamente alcuna possibilità di migliorare la propria condizione. Da aggiungere ai motivi dell'esodo la crisi agraria dal 1880 in poi, successivamente l'aggravarsi delle imposte nelle campagne meridionali dopo l'unificazione del paese, il declino dei vecchi mestieri artigiani, delle industrie domestiche, la crisi della piccola proprietà e delle aziende montane, delle manifatture rurali. Gli Stati Uniti dal 1880 aprirono le porte all'immigrazione nel pieno dell'avvio del loro sviluppo capitalistico; le navi portavano merci in Europa e ritornavano cariche di emigranti. I costi delle navi per l'America erano inferiori a quelli dei treni per il Nord Europa, per questo milioni di persone scelsero di attraversare l'Oceano. L'arrivo in America era caratterizzato dal trauma dei controlli medici e amministrativi durissimi, specialmente ad Ellis Island, l'Isola delle Lacrime. Nel Museo dell'Emigrazione a New York ci sono ancora le valigie piene di suppellettili e di povero abbigliamento delle persone che reimbarcate per l'Italia, nella disperazione si buttavano nelle acque gelide della baia andando quasi sempre incontro alla morte.” (da “Remembering Ellis Island on Columbus Day”, di Ro Pucci)

(tratto da Angela Molteni, www.antoniogramsci.com) Fino al 1850 circa non esistevano procedure ufficiali per l’immigrazione a New York. In questa data l’impennata del numero di immigrati europei che fuggivano dalle grandi carestie del 1846 e dalle rivoluzioni fallite del 1848 spinse le autorità ad aprire un centro di immigrazione a Castle Clinton in Battery Park, sulla punta meridionale dell’isola di Manhattan. Verso il 1880 le privazioni che si soffrivano nell’Europa orientale e meridionale e la forte depressione economica nell’Italia meridionale spinsero migliaia di persone ad abbandonare il Vecchio Continente. Al contempo in America stava prendendo il via la rivoluzione industriale, con un crescente processo di urbanizzazione. Ellis Island fu aperta nel 1894, quando l’America superò un periodo di depressione economica e cominciò a imporsi come potenza mondiale. In tutta Europa si diffusero le voci sulle opportunità offerte dal Nuovo Mondo e migliaia di persone decisero di lasciare la loro patria. Quando le navi a vapore entravano nel porto di New York, i più ricchi passeggeri di prima e seconda classe venivano ispezionati a loro comodo nelle loro cabine e scortati a terra da ufficiali dell’immigrazione. I passeggeri di terza classe venivano portati a Ellis Island per l’ispezione, che era più dura. Ogni immigrante in arrivo portava con sé un documento con le informazioni riguardanti la nave che l’aveva portato a New York. I medici esaminavano brevemente ciascun immigrante e marcavano sulla schiena con del gesso coloro per i quali occorreva

un ulteriore esame per accertarne le condizioni di salute; se vi erano condizioni particolari di infermità ciò comportava che venissero trattenuti all’ospedale di Ellis Island. Dopo questa prima ispezione, gli immigranti procedevano verso la parte centrale della Sala di Registrazione dove gli ispettori interrogavano gli immigranti a uno ad uno. A ogni immigrante occorreva perlomeno una intera giornata per passare l’intero processo di ispezione a Ellis Island. Le scene sull’isola erano veramente strazianti: per la maggior parte le persone arrivavano affamate, sporche e senza una lira, non conoscevano una parola di inglese e si sentivano estremamente in soggezione per la metropoli sull’altra riva. Agli immigranti veniva assegnata una Inspection Card con un numero e c’era da aspettare anche tutto un giorno, mentre i funzionari di Ellis Island lavoravano per esaminarli. Dopo l’ispezione, gli immigranti scendevano dalla Sala di Registrazione per le “Scale della Separazione” che segnavano il punto di divisione per molte famiglie e amici verso diverse destinazioni. Il centro era stato progettato per accogliere 500.000 immigrati all’anno, ma nella prima parte del secolo ne arrivarono il doppio. Truffatori saltavano fuori da ogni dove, rubavano il bagaglio degli immigrati durante i controlli, e offrivano tassi di cambio da rapina per il denaro che questi erano riusciti a portare con sé. Le famiglie venivano divise, uomini da una parte, donne e bambini dall’altra, mentre si eseguiva una serie di controlli per eliminare gli indesiderabili e i malati. Questi ultimi venivano

portati al secondo piano, dove i dottori controllavano la presenza di “malattie ripugnanti e contagiose” e manifestazioni di pazzia. Coloro che non superavano gli esami medici venivano contrassegnati, come già accennato, con una croce bianca sulla schiena e confinati sull’isola fino a diversa decisione, oppure venivano reimbarcati. I capitani delle navi avevano l’obbligo di riportare gli immigrati non accettati al loro porto di origine. Secondo le registrazioni ufficiali tuttavia solo il due per cento veniva rifiutato, e molti di questi si tuffavano in mare e cercavano di raggiungere Manhattan a nuoto o si suicidavano, piuttosto che affrontare il ritorno a casa. Fatto che meritò a Ellis Island il nome di “Isola delle lacrime”. Quando gli Stati Uniti entrarono nella prima guerra mondiale nel 1917, i sentimenti anti-immigrazione e le ostilità isolazioniste erano all’apice. Il KluKlux-Klan, costituito nel 1915, rifletteva le opinioni di coloro che disprezzavano gli immigrati non inglesi considerandoli di “razza inferiore”. Mentre gli immigrati dovevano affrontare ostilità di ogni tipo, il ruolo di Ellis Island cambiava rapidamente da centro di smistamento per gli immigrati a centro di detenzione. Dopo il 1917 l’isola divenne principalmente campo di raccolta e di smistamento per deportati e perseguitati politici. L’immigrazione diminuì sensibilmente all’inizio della prima guerra mondiale e i decreti sull’immigrazione del 1921 e del 1924 di fatto posero fine alla politica di “porte aperte” degli Stati Uniti. Cittadini giapponesi, italiani e tedeschi furono detenuti a Ellis Island durante la secon-

da guerra mondiale e il centro venne utilizzato principalmente per detenzione fino alla sua chiusura, il 12 novembre 1954. Il 28 dicembre 1939 lo scrittore e giornalista praghese Egon Erwin Kisch (18851948) così scrive nel suo libro Sbarcando a New York. . “Sono di nuovo prigioniero sulla nave. Dall’oblò chiuso vedo il Nuovo Mondo verso il quale da due settimane, due settimane di guerra, sto navigando sulla ‘Pennland’ della linea olandese-americana [...]. L’immigration officer dice che il mio passaporto non è valido, perché un visto cileno ottenuto a Parigi non è sufficiente come visto di transito per l’America [...] Mentre parlava con me, un funzionario gli mostrò un fogliettino, senza dubbio conteneva qualcosa sul mio conto. ‘Lo so’, disse. Quindi mi tocca andare a Island - un eufemismo per Ellis Island, L’isola delle lacrime [...] Giù dalla ‘Pennland’ sulla quale abbiamo trascorso più di due settimane, giù con tutto il bagaglio (il mio è rimasto in Belgio), nei dock gelidi dove fanno la revisione doganale, poi con un tender all’isola-prigione sorvegliata dalla Statua della Libertà (si riempiono la bocca con la Statua della Libertà) [...]. Ciò che contraddistingue la nostra prigione da ogni altra è la cabina telefonica. Una cella del carcere con cabina telefonica non esiste da nessun’altra parte. Ammesso che uno abbia un nichelino, si può mettere in contatto con il resto del mondo, e al tempo stesso non può. Nessuno può chiamarti [...]. Faccio una passeggiata nel cortile che invece di quattro pareti ne ha soltanto due: quelle mancanti sono acqua.”

Non è un caso che all’interno di molti paesi della metropoli capitalista vi siano forti squilibri fra regione e regione e che tali disparità, nonostante durino da molto tempo, non siano mai state risolte. Tale ineguale sviluppo è voluto, cercato, utilissimo al rafforzamento dei capitalismi nazionali. Da questo punto di vista il caso italiano è eclatante e peculiare. In Italia la questione meridionale nasce insieme all’Unità, e anzi, in un certo senso è proprio l’Unità a creare la questione meridionale: i centri industriali del regno borbonico, infatti, invece di essere sostenuti e incentivati furono spazzati via per favorire le nascenti industrie del nord, e la monarchia sabauda gestì il controllo dei territori conquistati con le tipiche armi del colonialismo: feroce repressione del dissenso (dietro il nome di “lotta al brigantaggio”) e alleanza con l’inetta borghesia locale, latifondista e parassitaria. E così, dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri, una generazione dopo l’altra di lavoratori meridionali hanno dovuto lasciare la propria terra per cercarsi un futuro in luoghi lontani o lontanissimi: Nord Italia, Belgio, Germania, America, Australia… e oggi siamo al punto di partenza: un’indagine del 2010 redatta dall’Ufficio Studi della Banca d’Italia ha rilevato che il numero di emigrati dal Sud al Nord Italia è di nuovo molto vicino a quello dei primi anni Sessanta, quando migliaia di figli di contadini meridionali raggiungevano il trian-

golo industriale Milano-Genova-Torino per diventare operai. Un’emigrazione molto diversa qualitativamente, ma che tocca però le stesse vette numeriche di allora. Ogni anno, infatti, si spostano dalle regioni meridionali verso quelle del Centro-Nord circa 270 mila persone: 120 mila in maniera permanente, 150 mila

per uno o più mesi. Un dato vicino a quello dei primi anni Sessanta, quando a trasferirsi al Nord erano 295 mila persone l’anno. Parlare di 270 mila uomini e donne che ogni anno vanno da Sud a Nord per lavorare o per studiare significa immaginare una città come Caltanissetta che si sposta tutta intera per trovare un futuro. Tra il 1990 e il 2005 quasi 2 milioni di cittadini italiani sono stati costretti ad abbandonare il Sud per andare a trovare un impiego in qualche cittadina del Nord. E le cose sono persino peggiorate rispetto a 40 anni fa! Allora la “valigia di cartone”, comunque sinonimo di sacrificio e di dolore,

significava anche poter contare un lavoro pressoché sicuro (probabilmente sino alla pensione) e su un futuro di più ampie prospettive per sé e per i propri figli. Ora, invece, con precarietà e flessibilità a farla da padrone, si parte con un carico di incognite ben più pesante e difficile da gestire. La “questione meridionale”, lungi dall’essere risolta almeno sul fronte occupazionale, quello del lavoro al sud per intenderci, esiste in tutta la sua drammaticità. Un Mezzogiorno incapace di trattenere il proprio capitale umano (tra l’altro ora se vanno anche moltissimi laureati), perde uno dei fattori chiave per tenere viva la speranza in un reale cambiamento per tutto il Paese. “Dal punto di vista del Mezzogiorno, l’emigrazione dei lavoratori, e in particolare di quelli con qualifiche più elevate, può comportare un impoverimento di capitale umano che, a sua volta, potrebbe riflettersi nella persistenza dei differenziali territoriali in termini di produttività, competitività e, in ultima analisi, di crescita economica. In questo contesto, l’intervento delle autorità di politica economica deve essere teso, piuttosto che a frenare l’emigrazione, a rimuoverne le determinanti, che hanno come comune denominatore la quantità e la qualità della crescita economica nel Mezzogiorno.” (Banca d’Italia gennaio 2010). Ma allora, da sessant’anni a questa parte, cosa è cambiato?

III


In questo mondo libero 8 marzo 1991, 20.000 albanesi sbarcano a Brindisi Una città che fece stupire l’Italia per la sua solidarietà ai migranti (tratto da Antonio Camuso per l’Osservatorio sui Balcani di Brindisi, 2008) Per circa due giorni, dal 6 a 7 marzo 1991, tra le acque internazionali e quelle territoriali italiane si era svolta la prima operazione di interdizione di migranti da parte della Marina Militare italiana. un'operazione " con manovre cinematiche e intimidatorie" avrebbe dovuto far invertire la rotta dei boat people, ripetuta poi nell'agosto 91 quando migliaia di albanesi cercarono di sbarcare a Bari e tragicamente poi nel marzo 97, in quel maledetto venerdì santo che causò l'affondamento della Kater I Rades e la morte di un centinaio di albanesi. In ogni caso queste non impedirono l'arrivo dei migranti rafforzando quanto le organizzazioni antirazziste del territorio pugliese affermavano da tempo che non con i cannoni si sarebbero potute fermare le ondate migratorie dai Paesi del Sud del Mondo. Quell'8 marzo era in programma una manifestazione di donne organizzata dall'Associazione Io Donna e da altre organizzazioni femministe , che fu interrotta e quindi annullata a causa ell'emergenza: le compagne insieme agli uomini, gli operatori e gli utenti del centro Sociale (contro l'emarginazione giovanile) di Via santa chiara di Brindisi si unirono allo sforzo corale di tutta la città di Brindisi che con i propri mezzi si trovò a gestire l'emergenza. Il Centro Sociale divenne il campo docce, disinfestazione e vestizione di migliaia di albanesi. Per giorni a turni massacranti tutti i militanti storici, i giovani da poco inseriti nelle attività ludiche, le donne spesero tutte le forze, le famiglie dei compagni arruolate tout court nelle mense familiari, nell'accoglienza, in un'esperienza irripetibile e che vale, vale... la pena ricordare per comprendere appieno il significato di solidarietà che è dentro in ogni essere umano … ci lanciammo in poche ore in un'operazione riuscitissima nel dar voce a coloro che sarebbero dovuti diventare nell'immediato futuro un grande fenomeno sociale, politico, economico: i MIGRANTI.

Riduzione in schiavitù

IV

Il 22 febbraio del 2008 il Gup del tribunale di Bari ha emesso la sentenza di primo grado (poi confermata dalla Corte d’Assise d’Appello di Bari) nel primo processo penale in Europa per il reato di riduzione in schiavitù di lavoratori immigrati. Sono stati condannati a 10 anni di reclusione cinque “caporali” per aver ridotto centinaia di braccianti immigrati in stato di schiavitù sui campi di raccolta dei pomodori della Capitanata, in Puglia. Vari loro complici, e sottoposti, hanno subito pene tra 4 e 5 anni. E' stato un evento storico nella lotta a questa forma di criminalità maturato, oltretutto in un contesto legislativo nazionale molto fragile che ancora interpreta il reato di riduzione in schiavitù nella sola forma estrema della costrizione fisica, continuando a sottovalutare il lato culturale ed economico. Di questo evento giudiziario in Italia se ne è interessata solo la stampa locale. Eppure sono centinaia di migliaia i lavoratori ridotti in schiavitù. Immigrati ricattati e sfruttati da organizzazioni non solo malavitose, ma anche legittimamente imprenditoriali senza scrupoli. Un fenomeno che non riguarda solo il profondo Sud, ma si sta diffondendo a macchia d’olio anche nelle regioni centrosettentrionali. Eppure oggi è possibile fare ben poco per contrastare questo ramo della criminalità

che balza agli onori della cronaca molto raramente, solo quando si assiste a fatti violenti come quelli di Rosarno. Perché i caporali rischiano, solo se colti in flagrante, una sanzione amministrativa di 50 euro per ogni lavoratore ingaggiato. Niente di più. Anzi, di più, perché con l’entrata in vigore del reato di clandestinità chi ha denunciato il proprio sfruttatore si è trovato in mano un decreto di espulsione. Secondo le recenti stime l’apporto del cosiddetto lavoro nero al Pil italiano è pari a circa il 17% contro una media dei Paesi avanzati dell’Europa del 4%. Dei 400 mila lavoratori sotto caporale la maggior parte si concentra al Sud, ma si stanno creando anche nuovi fronti. Come l’Emilia Romagna dove nel mantovano gli immigrati per lo più di nazionalità indiana, vengono reclutati per la raccolta dei meloni o il Trentino Alto Adige, dove si comprano le braccia per la raccolta delle mele. Nel Lazio, invece, i caporali si trovano da Latina in giù dove sono istituzionalizzati gli “smorzi”, così nel gergo si chiamano i punti dove gli immigrati si mettono in vendita, solitamente vicini ai depositi di materiale edile. Non solo. La crisi economica ha aperto nuovi drammatici scenari spingendo anche gli italiani ad affacciarsi dove all’alba si concentrano i lavoratori in cerca di lavoro.

Sfruttamento minorile Circa 400 mila minorenni sono sfruttati nei luoghi di lavoro del nostro Paese. E' quanto si evince dalla ricerca realizzata dall'Ires-Cgil. Gli autori dell'indagine sottolineano come siano sottostimate le rilevazioni dell'Istat che ha valutato il fenomeno dello sfruttamento di minori non oltre la soglia delle 144 mila unità. Sono molti di più, secondo l'Ires, appunto quasi 400 mila. Di questi il 17,5% (circa 70 mila bambini) lavora oltre 4 ore al giorno in modo continuativo, ma per 40 mila di loro il tempo sottratto allo studio e al gioco va anche oltre le otto ore quotidiane. La paga oscilla tra i 200 e i 500 euro. Tra i 400 mila minori calcolati dalla Cgil sono inclusi i bambini figli di immigrati e i circa 30-35 mila minori non accompagnati entrati clandestinamente nel nostro paese. Oltre ai 70 mila bambini impiegati in lavori impegnativi, il 32% dei minori sfruttati, circa 130 mila, sono impiegati in lavori stagionali e il 50%, circa 200 mila, aiutano i genitori in quelli che l'Istat definisce "lavoretti", retribuiti con "paghette", e che la Cgil considera invece "lavori precoci" all'interno di un "contesto familiare povero". Dei 70 mila minori impiegati in lavori continuativi il 57% lavora nel settore del commercio, il 20% nell'artigianato e l'11% nell'edilizia. Si tratta di un fe-

nomeno in forte aumento e destinato a diventare sempre più importante. In tre grandi realtà metropolitane: Milano, Roma e Napoli, la popolazione minorile tra i 7 e i 14 anni è pari a 846.640 unità e i minori che lavorano sono 26 mila, il 3,7% fino a 13 anni e l'11,6% i 14enni. Le tre cause principali, povertà, lavoro irregolare e dispersione scolastica, non sono diminuiti d’importanza per tre motivi: la crescita della povertà nelle aree di emarginazione; la crescita del lavoro clandestino malgrado le regolarizzazioni; la depenalizzazione della dispersione scolastica. L'Italia, infatti, è al secondo posto in Europa, dopo la Gran Bretagna, per la più alta percentuale di minori che vive sotto la soglia della povertà. Il 17% dei minori è povero e al Sud la percentuale sale al 29%. Inoltre, in base ai dati dell'Ires, si evince che il lavoro minorile è la punta dell'iceberg del sommerso e che l'Italia ha il più alto tasso di sommerso in Europa, pari al 22% del pil e a 4 milioni di lavoratori, di cui il 10% è composto di minori. Infine la terza causa, l'aumento della dispersione e dell'abbandono scolastico è conseguenza della riforma Moratti per cui chi non rispetta l'obbligo della frequenza scolastica dei figli non va più in carcere, ma è punito solamente con una mul-

Maggio 2011  

Mensile d'informazione politica e cultura dell'Associazione comunista "Luciana Fittaioli" con sede a Foligno (PG)

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