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Silenzio, si vota!

Mensile di informazione, politica e cultura dell’Associazione Luciana Fittaioli - Anno V, n. 2 - febbraio 2013 - distribuzione gratuita

“Prima di giudicare (e per la storia in atto o politica il giudizio è l’azione) occorre conoscere e per conoscere occorre sapere tutto ciò che è possibile sapere” (Antonio Gramsci) “Faremo il possibile per esporre in forma semplice e popolare, senza presupporre la conoscenza nemmeno dei concetti più elementari. Vogliamo farci comprendere dagli operai.” (Karl Marx)


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Sommario del mese di febbraio Rigore e tasse, ricetta sbagliata La crisi non è del debito pubblico a cura di redazione

pagina 7

Fondi pensione Convengono o è meglio lasciare il Tfr in azienda? di Loretta Ottaviani

pagina 11

Io comando il fucile, ma... Supremazia della politica sulle armi di Sandro Ridolfi

pagina 15

Classi scolastiche e sociali Essere o non essere laureato di Maria Sara Mirti

pagina 19

La lingua e il codice Lo studio del latino apre la mente di @barberini.it

pagina 23

Ancora sulla salute mentale Mio figlio sta male di Giampiero Di Leo

pagina 27

Il mio amico Eric Un film sull’amicizia e la solidarietà a cura della Redazione

pagina 31

Tanti gusti di caffè Il più costante fra tutti i sapori di Sara Mirti

pagina 35

...121...122... Come ai tempi di Barbablù di Catia Marani

pagina 39

Prove teatrali Lisavetta de Vallemare di Stelvio Sbardella

pagina 43

Redazione: Corso Cavour n. 39 06034 Foligno redazionepiazzadelgrano@yahoo.it

Autorizzazione: tribunale di Perugia n. 29/2009 Editore: Sandro Ridolfi Direttore Responsabile: Maria Carolina Terzi Sito Internet:

Andrea Tofi Stampa: GPT Srl Città di Castello Chiuso: 27 gennaio 2013 Tiratura: 3.000 copie Periodico dell’Associazione “Luciana Fittaioli”


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Editoriale

Vota il tuo candidato DI

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SANDRO RIDOLFI

uesto numero esce alla vigilia delle elezioni politiche, il prossimo le seguirà. Pensiamo di non dovere trascurare un evento così importante, sicché al rinnovo del Parlamento abbiamo dedicato la copertina e ne parliamo in questo editoriale. E qui sorge subito la prima domanda: parlare di cosa? Nel penultimo numero abbiamo seguito con “apprensione” il dibattito attorno alle primarie per la scelta del leader della coalizione di così detto centro sinistra (centro destra e centro-centro non hanno svolto primarie e quindi ci sono sfuggiti). Le pagine “bianche” che abbiamo pubblicato nel numero di dicembre hanno dato conto degli intensi contenuti dei diversi programmi di politica economica sottoposti dai candidati leader del centro sinistra ai loro elettori (centro destra e centro-centro hanno avuto il buon gusto di non proporre alcun programma, cosicché non è stato possibile esaminarli). L’inconsistenza del dibattito sulle primarie per la scelta del leader ci ha indotto a trascurare completamente quello, immediatamente successivo, sui candidati al Parlamento, preferendo soffermarci su quelli che sembravano gli aspetti più importanti di un serio progetto politico: la questione morale e la strategia economica. Oggi i giochi sembrano fatti (nel senso che tanto della morale quanto dell’economia non gliene importa niente a nessuno) e siamo giunti “a colpi di talk show” alla disfida della “Quintana elettorale”. I Rioni sono in campo, frammentati in un numero incredibile di medio grandi sino a piccolissime congregazioni elettorali, e i cavalieri sono pronti a salire in sella. Diciamo subi-

to che non abbiamo un cavallo vincente, ma neppure un piccolo puledro da incoraggiare. Questa è solo una constatazione e non certo una discolpa, perché se non ci sono validi combattenti in campo la colpa è anche di chi non ha il coraggio e la forza di proporli. Ci assumiamo la nostra parte di colpa e comunque proviamo ad andare avanti. Espulsi, come detto non senza colpa, dal confronto elettorale, proviamo a suggerire a coloro che intendono ancora partecipare alla competizione (da spettatori paganti, ovviamente, non da protagonisti) un metodo per la individuazione del loro candidato ideale. Sembrerà un gioco ma, come si dice proprio riguardo alla partecipazione ai giochi, non c’è cosa più seria del gioco che non è altro che uno spaccato della vita reale nel quale, però, ci si muove senza finzioni, ipocrisie, slealtà e, soprattutto, rispettandone rigorosamente le regole. Le regole del gioco sono le seguenti: scegliete un candidato nelle innumerevoli liste disponibili nella vostra circoscrizione e sottoponetelo alle seguenti valutazioni, attribuendogli il relativo punteggio di merito; sommate alla fine i punti attribuiti e poi decidete se attribuirgli anche il vostro voto elettorale.

1)

Uno dei requisiti di merito che ha assunto una particolare enfasi proprio in occasione della recente campagna delle primarie del così detto centro sinistra è stato quello della “novità” del personaggio. Abbiamo detto “novità” e non giovane età perché vorremmo invitarvi a valutare non tanto, appunto, il dato anagrafico, ma quello della “freschezza” (se così si può dire) dell’ingresso nella politica del nuovo personaggio. Facciamo un esempio. Il “giovane” Matteo Renzi, paladino della rottama-

zione delle “mummie” della classe politica nazionale, in verità è in politica da circa 18 anni, cioè da quando ha superato l’adolescenza, e dunque, seppure con diverse cariche/incarichi politici, da più di tre mandati. E’ un giovane o è già lui stesso da rottamare? Comunque diamo 5 punti al candidato al primo impegno politico; 3 punti a chi ha già ricoperto un incarico; 1 punto al professionista della politica. Votate!

2)

Un secondo requisito che viene riproposto anche in questa tornata elettorale è quello della provenienza dei candidati dalla così detta società civile, specificamente dal mondo dell’imprenditoria. In sostanza nuove figure capaci di portare nel mondo della politica professionale soprattutto esperienze e conoscenze maturate nella vita reale, della quale conoscono da dentro i meccanismi e i problemi e, quindi, possono contribuire a indirizzare meglio azioni politiche concrete. Facciamo un esempio: un imprenditore del tipo Montezemolo che ha trascorso una vita coprendo finti incarichi manageriali, in realtà caratterizzati da un puro ruolo d’immagine da rotocalco, quale contributo potrebbe portare alla ricerca di soluzioni o quanto meno di progetti finalizzati a far risanare, rifondare, rilanciare la crisi produttiva della siderurgia? Voliamo più basso e parliamo magari nel nostro territorio di realtà collassate come la ex Rapanelli, la Minerva e simili. Se l’imprenditore prestato alla politica ha dimostrato reali capacità di gestione della propria impresa diamo 5 punti; se la sua impresa in verità sta in piedi solo grazie ad agevolazioni e sussidi pubblici 3 punti; se è solo un finto imprenditore, nella realtà mero concessionario di servizi o appalti pubblici: 1 punto.


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3)

C’è poi un terzo requisito, così importante e qualificante che... non viene mai citato: il candidato ha un impiego di lavoro retribuito che direttamente (indennità, rimborsi, privilegi di carica, ecc.) o indirettamente (assunzioni figurative “non concorsuali” presso enti, aziende pubbliche o anche apparentemente private ma fortemente condizionate dal pubblico) non sia collegato alla propria attività politica? E’ stato affermato nel passato che l’attività politica dovrebbe essere un “munus”, termine latino che indica l’attribuzione di un incarico a termine a una persona in condizioni di vivere, prima e dopo lo svolgimento dell’incarico, con proprie risorse economiche derivanti dall’esercizio di un mestiere o comunque da patrimonio. La garanzia del diritto di tutti i cittadini, abbienti e non abbienti, di partecipare alla vita politica ha, giustamente, creato una serie di protezioni in favore degli eletti affinché, già nel corso dell’incarico pubblico e soprattutto dopo la sua scadenza, non abbiano a subire pregiudizi economici o lavorativi (diritto alla conservazione del posto di lavoro, rimborsi per eventuali maggiori costi sostenuti, ecc.). In sostanza tutele giuridiche ed economiche simili a quelle attribuite dalla civiltà del lavoro ai rappresentanti sindacali dei lavoratori incaricati di confrontarsi, ma anche di scontrarsi, con i padroni. Facciamo un esempio e prendiamolo “alto”, Casini che è entrato in politica adolescente e non ha mai lavorato nel mondo reale, o uno dei tanti Brunetta che non sanno neppure dove sia il loro posto di lavoro o persino quale è l’Ente, ovviamente pubblico, che gli accredita mensilmente lo stipendio sul conto corrente bancario, sono candidati credibili e meritevoli? Allora, se il candidato ha un impiego “normalmente” acquisito prima dell’attribuzione di un qualsiasi incarico politico al quale può tornare tranquillamente alla scadenza dell’incarico (ovviamente per riprenderlo realmente e non parcheggiarsi nell’attesa di un nuovo incarico) diamo 5 punti; se prima non ha mai lavorato ma dimostra concrete capacità di trovarsi una adeguata oc-

Editoriale cupazione al termine dell’incarico che, dunque, sembra poter svolgere con serenità senza essere condizionato dal proprio futuro lavorativo, diamo 3 punti; se non ha mai lavorato e, vuoi per età, vuoi per mancanza di competenze tecniche o professionali, non sarà in grado di lavorare neppure dopo la scadenza dell’incarico, diamo 1 punto di “consolazione”. Valutiamo ora il percorso politico del nostro candidato ideale. Valutiamolo sotto due profili: quello della coerenza per così dire ideologica e quello della competenza dimostrata nei precedenti incarichi politici.

4)

Un proverbio afferma che solo gli stupidi non cambiano mai idea; un altro insegnamento ci mette in guardia però dai così detti “voltagabbana” (per chi non ricorda più questo termine metaforico, esso indica coloro che “rivoltano la giacca” non per motivi di economia ma di mimetizzazione). Gramsci ci insegna a diffidare di coloro che hanno cambiato con facilità idee/ideali una volta, perché potrebbero sempre cambiarli nuovamente. Partiamo da un esempio sempre “alto”: Fini, nato politicamente fascista, anzi squadrista, passato poi all’abito in grigio della destra costituzionale con in testa la papalina ebraica, oggi divenuto “posato” centrista a braccetto con Azzurro Caltagirone e il bocconiano Monti, quanto è affidabile nella nuova posizione politica? Potremmo fare lo stesso ragionamento per un grande numero di politici anche “bassi” che sono “allegramente” transitati dalla sinistra rivoluzionaria ai diritti civili borghesi, all’ambientalismo, ecc. A chi non ha mai cambiato idea (ne esiste almeno uno?) diamo 5 punti; a chi si è limitato (si fa per dire...) a scivolare “morbidamente” verso un centro più “accogliente”, indifferentemente dalla provenienza da destra o da sinistra, diamo 3 punti; a chi non ha fatto altro in vita sua (politica ovviamente, quella privata non ci riguarda) che cambiare sigle, simboli o congreghe pur di non alzare il sedere dalla poltrona, poltroncina o anche strapuntino purché “a bordo”, diamo 1 solito punto di consolazione.

5)

Infine (potremmo andare avanti all’infinito ma, per ragioni di spazio e pazienza, fermiamoci qui) diamo il punteggio per le competenze dimostrate dal candidato nello svolgimento di precedenti incarichi politici. Stiamo vivendo una gravissima crisi economica, che sta degenerando sempre più velocemente in sociale e infine culturale. Questa crisi non è conseguenza di eventi improvvisi, imprevisti e imprevedibili; al contrario ha origini lontane (almeno un ventennio) ed è il frutto di politiche economiche insensate. Un anno fa l’ultimo governo ha alzato le braccia e ha consegnato a presunti “tecnici” la missione impossibile di salvare l’insalvabile. L’opposizione, che aveva già la sua equivalente parte di responsabilità per l’attività dei propri governi pregressi, ha fatto lo stesso guardandosi bene dal volere assumere lei le responsabilità del governo. I “tecnici”, oggi è chiaro a tutti, hanno clamorosamente fallito. Siamo di nuovo al punto di partenza e oggi quegli stessi politici che si erano messi nelle mani dei “tecnici”, tornano a chiedere il voto dei cittadini promettendo di fare quello che non sono stati capaci di fare prima. Facciamo un esempio: Bersani più volte ministro negli ultimi governi e tra i principali fautori delle politiche liberiste che, sottraendo allo Stato il controllo dell’economia e della finanza, sono state indubbiamente tra le cause principali della crisi, torna oggi a “raccontarci” come farà a guidare il paese fuori dalla crisi; c’è da credergli? Bene, ora vediamo se e quanto il nostro candidato è coinvolto (fattivamente o passivamente il discorso sulle responsabilità non cambia) nelle origini dell’attuale crisi. Se ne è del tutto estraneo, nel senso che non ha mai ricoperto ruoli di responsabilità (maggioranza o minoranza è lo stesso), diamogli 5 punti; se ha avuto un ruolo marginale da portaborsa o comunque di periferia, riconosciamogli 3 punti; oltre diamo il solito 1 punto “della bandiera”

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l gioco è finito. Sommate ora i punti attribuiti al vostro ipotetico candidato e, se superano il totale di 5 complessivi (ma sarà davvero difficile), comunque pensateci e pensateci tanto prima di mettere la crocetta sul suo nome.


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Porcellum

La legge elettorale “Calderoli” (meglio nota con la definizione “porcellum”) La legge n. 270 del 21 dicembre 2005 è la legge che ha modificato il sistema elettorale italiano delineando la disciplina attualmente in vigore. È stata formulata principalmente dall'allora Ministro per le Riforme Roberto Calderoli, che in un'intervista televisiva la definì «una porcata». Proprio per questo venne denominata porcellum dal politologo Giovanni Sartori. Sostituì le leggi 276 e 277 del 1993 (cosiddetto Mattarellum), introducendo un sistema radicalmente differente. Voluta da Silvio Berlusconi, che il 4 ottobre 2005 "minaccia la crisi di governo nel caso in cui non venisse approvata la riforma elettorale proporzionale", la legge fu approvata a pochi mesi dalle elezioni politiche con i voti della maggioranza parlamentare della Casa delle Libertà (principalmente Forza Italia, Alleanza Nazionale, Unione dei Democratici Cristiani, Lega Nord), senza il consenso dell'opposizione (principalmente Italia dei Valori, Democratici di Sinistra, Margherita, Partito della Rifondazione Comunista), che l'ha duramente criticata e contrastata. Ha modificato il precedente meccanismo misto, per 3/4 a ripartizione maggioritaria dei seggi, in favore di un sistema proporzionale corretto, a coalizione, con premio di maggioranza ed elezione di più parlamentari contemporaneamente in collegi estesi, senza possibilità di indicare preferenze. Punti salienti della legge sono: • Liste bloccate: con l'attuale sistema l'elettore si limita a votare solo per delle liste di candidati, senza la possibilità, a differenza di quanto si verifica per le elezioni europee, regionali e comunali, d'indicare preferenze. L'elezione dei parlamentari dipende quindi completamente dalle scelte e dalle graduatorie stabilite dai partiti. • Premio di maggioranza: viene garantito un minimo di 340 seggi alla Camera dei deputati alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti. Per quanto concerne il Senato, il premio di maggioranza è invece garantito su base regionale in modo da assicurare alla coalizione vincente in una determinata regione almeno il 55% dei seggi ad essa assegnati (esempio 4 su 7 in Umbria). • Coalizioni: la legge prevede la possibilità di apparentamento reciproco fra più liste, raggruppate così in coalizioni. Il programma e il capo

della forza politica, in caso di coalizione, devono essere unici: in questo caso viene assunta la denominazione di Capo della coalizione. Egli tecnicamente non è candidato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, poiché spetta al Presidente della Repubblica la nomina a quell'incarico. • Soglia di sbarramento alla Camera: per ottenere seggi alla Camera, ogni partito o lista deve ottenere almeno il 4% dei voti nazionali mentre le coalizioni devono ottenere almeno il 10%. Le liste collegate ad una coalizione che abbia superato la soglia prescritta, partecipano alla ripartizione dei seggi se superano il 2% dei voti, o se rappresentano la maggiore delle forze al di sotto di questa soglia all'interno della stessa (il cosiddetto miglior perdente). Questo vuol dire che se una coalizione che superi lo sbarramento del 10% fosse formata da 3 partiti di cui solo 2 superano il 2%, il terzo entrerebbe sicuramente

alla Camera con qualsiasi percentuale; se una coalizione fosse formata da 4 partiti di cui solo 2 superano il 2%, entrerebbe alla camera solo il più votato degli altri 2 che non hanno superato la soglia. Se una coalizione non dovesse superare il 10%, ogni singolo partito che la compone deve superare il 4%. • Soglia di sbarramento al Senato: per ottenere seggi al Senato, ogni partito o lista deve ottenere almeno l'8% dei voti mentre le coalizioni devono ottenere almeno il 20%. Le liste collegate ad una coalizione che abbia superato la soglia prescritta, partecipano alla ripartizione dei seggi se superano il 3% dei voti. La differenza sostanziale con la Camera è data dal fatto che le soglie e il premio di maggioranza non sono calcolati sui voti nazionali, ma su base regionale. Per questo motivo alcune regioni risultano più importanti di altre perché i seggi assegnati dipendono dalla popolazione regionale.


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Porcellum

Il procedimento per l’attribuzione dei seggi Camera I passaggi in base ai quali la legge assegna i 617 seggi in palio alla Camera dei Deputati per il Collegio unico nazionale sono quelli di seguito riportati: • si determinano i voti validi sommando le schede votate depurate da quelle bianche e nulle; • si determinano le coalizioni e le liste che abbiano superato rispettivamente la soglia del 10% e del 4% dei voti validi; • tutti i voti espressi per liste che non rispettino la clausola precedente sono definitivamente eliminati in quanto voti inefficaci; • si procede ad una ripartizione virtuale dei seggi utilizzando il dividendo rappresentato dalla somma dei voti efficaci e il divisore è pari a 617, il quoziente viene considerato nella sola parte intera. Si badi che, per il momento, i voti delle coalizioni sono utilizzati in blocco, senza alcun riguardo alla suddivisione fra le singole liste ricomprese; • se in base a tale conteggio la coalizione più votata si è vista attribuire almeno 340 seggi, il calcolo virtuale effettuato diviene reale e definitivo; • se al contrario la coalizione più votata non ha raggiunto la soglia di 340 seggi, questi le vengono assegnati d'ufficio; • si procede al ricalcolo reale e definitivo dei seggi attribuiti alle minoranze, procedendo nella stessa maniera ma utilizzando come dividendo la differenza fra i voti efficaci e i voti ottenuti dalla coalizione di maggioranza, e come divisore la

cifra di 277; • si procede quindi alla suddivisione interna dei seggi attribuiti alla coalizione di maggioranza e a quelle di minoranza, assegnandoli alle singole liste componenti. A tal fine, vengono considerate unicamente le liste che abbiano ottenuto il 2% dei voti validi, oppure che siano, all'interno di ciascuna coalizione, la lista più votata fra quelle che non abbiano raggiunto il 2%; • per l'individuazione dei seggi da attribuire alle liste che abbiano rispettato almeno una delle clausole di sbarramento si procede utilizzando come dividendo i voti della singola coalizione e come divisore i seggi attribuiti alla coalizione; • la distribuzione dei 617 seggi della Camera fra le singole liste è ora definitiva; • la legge suddivide i seggi guadagnati da ogni lista fra le circoscrizioni, in proporzione ai voti ottenuti da ogni lista locale. Nel compiere tale riparto, essendo fisso ed immutabile il numero totale di seggi assegnati ad ogni lista, può verificarsi la necessità di variare il numero di seggi originariamente attribuiti alle singole circoscrizioni elettorali. Il territorio nazionale italiano è suddiviso in 27 circoscrizioni plurinominali assegnatarie di un numero di seggi variabili a seconda della popolazione residente in base ai dati dell'ultimo censimento disponibile. In linea generale si assiste ad un aumento dei deputati attribuiti alle regioni settentrionali e al Lazio a scapito di quelle meridionali.

Senato Per quanto riguarda il Senato, la ripartizione avviene a livello regionale con uno schema del tutto simile a quello previsto per la Camera. Rispetto al meccanismo sopra illustrato e relativo a Montecitorio, quello individuante la composizione di Palazzo Madama si discosta nei seguenti punti: • il conteggio dei voti è effettuato per ogni singola Regione, e nessuna valenza ha la sommatoria nazionale dei voti delle liste politiche; • la soglie sono elevate rispettivamente al 20% e 8% dei voti validi; • la suddivisione dei seggi avviene in base al numero di scranni, costituzionalmente immodificabile, assegnato a ciascuna Regione, mentre il premio di maggioranza regionale è fissato al 55% dei seggi; • la soglia di sbarramento diviene unica e individuata nel 3% dei voti validi. Per le regioni il numero di seggi spettanti si calcola in base alla loro popolazione residente così come risulta dall'ultimo censimento disponibile. Si ottiene il quoziente necessario per l'attribuzione di un seggio (198.857). Rapportando questo dato alla popolazione residente per ciascuna regione, si ottiene il numero di senatori spettanti di diritto, a questi vanno poi aggiunti per singola regione i residui seggi sulla base dei maggiori resti.


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Austerity

Rigore e tasse? Ricetta sbagliata!

Lo dice la Corte dei Conti che parla di una “terapia molto costosa e inefficace”. Il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, parlando alla Camera ha evidenziato come l’eccesso di austerity rischi di portare ad un “corto circuito rigore-crescita, favorito dalla composizione delle manovre correttive delineate nel Def: per quasi il 70% affidate, nel 2013, ad aumenti di imposte e tasse”. E tutto questo con una pressione fiscale che va oltre il 45%. Lo dice il presidente della magistratura contabile, Luigi Giampaolino alla Camera. Il pareggio di bilancio nel 2013 conseguito attraverso le misure previste dal governo, in parti-

colare l’aumento della tassazione e il conseguente “drenaggio” di risorse, rischia di poggiare su ”un equilibrio precario”. E’ la preoccupazione espressa dalla Corte dei Conti che ricorda come la spesa delle famiglie si sia “contratta del 4% a metà del 2012. Un dato che – secondo il presidente Giampaolino – è presumibilmente destinata a peggiorare nella seconda parte dell’anno e nei primi mesi del 2013?. Per Giampaolino, “la somministrazione di dosi crescenti di austerità e rigore al singolo paese, in assenza di una rete protettiva di coordinamento e solidarietà, e soprattutto se incentrata sull’aumento del prelievo fiscale,

si rivela alla prova dei fatti una terapia molto costosa e in parte inefficace. E che neppure offre certezze circa il definitivo allentamento delle tensioni finanziarie”. Secondo i giudici contabili è proprio l’economia reale a non riuscire più a sostenere il peso delle manovre correttive approvate per risanare i conti pubblici. “Si è di fronte – ha sottolineato Giampaolino – a evoluzioni contraddittorie: si realizzano risultati importanti nel controllo della finanza pubblica, ma i mercati li riconoscono solo in parte; si continuano a inasprire le manovre correttive, ma l’economia reale non riesce più a sopportarne il peso”.


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Austerity

La crisi economica non è crisi del debito pubblico originato da una spesa eccessiva (da un articolo di Franco Pinerolo 29.09.12)

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’attuale crisi economica viene presentata come crisi del debito pubblico originata da spese eccessive di governi scialacquatori, ma, secondo i dati riportati da moltissimi autorevoli economisti, i problemi europei sono conseguenza degli squilibri strutturali nei rapporti commerciali tra i diversi Paesi della zona euro dovuti al mercantilismo egemonista tedesco; derivano dal mancato ruolo della BCE di prestatore di ultima istanza e di sostenitore della crescita, dell’occupazione e della stabilità finanziaria; sono causati dallo scoppio delle bolle immobiliari alimentate dai flussi di capitali dai Paesi più forti verso alcuni periferici (Spagna, Irlanda); infine provengono dalle politiche di austerità che hanno peggiorato infine la situazione. L’interpretazione falsa della crisi come crisi dovuta fondamentalmente alla spesa pubblica, è stata utilizzata dalle classi dominanti per colpire i diritti sociali formali e sostanziali e smantellare ciò che ancora rimane delle riforme realizzate negli anni ’70 a tutela dei lavoratori e, più in generale, della sicurezza sociale. n Italia all’origine del debito pubblico non c’è la spesa pubblica, ma le seguenti cause. a) Non si sono fatte pagare e non si fanno pagare le tasse a chi le dovrebbe pagarle. Le legislazioni che si sono succedute dal 1973 hanno tenuto divise in due le categorie di contribuenti: da una parte lavoratori dipendenti e pensionati con ritenuta fiscale alla fonte sulla busta paga o certificato di pensione; dall’altra gli imprenditori, i liberi professionisti e gli autonomi che pagano l’IRPEF su redditi basati su studi di settore. Perciò il 93% dell’intero gettito IRPEF è pagato dai lavoratori dipendenti e pensionati pur possedendo mediamente solo il 27% della ricchezza nazionale; l’altro 7% dell’intero gettito IRPEF è pagato dagli imprenditori, dai liberi professionisti e dagli autonomi che possiedono mediamente il 73% della ricchezza

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nazionale. Questo sistema fiscale squilibrato ha prodotto, legalmente, una colossale evasione fiscale quantificabile in 120 miliardi di mancato gettito erariale annuo, fra IVA e IRPEF e altri tipi di evasione contributiva. La somma di questi importi è stata coperta nel tempo con emissione di debito pubblico. Moltiplicando per 10 anni una somma di almeno 100 miliardi annui, si produce un valore di 1000 miliardi, che rappresenta circa la metà del nostro debito pubblico. b) Nel 1981 in Italia venne abolito l’obbligo per la nostra Banca centrale di acquistare i titoli del debito pubblico che fossero rimasti invenduti in asta, e da quel momento il debito italiano crebbe molto più che nel resto d’Europa (nel 1981 era pari al 58% del Pil, nel 1992 al 124% !) a causa della abnorme crescita degli interessi, e non della spesa della Pubblica Amministrazione, rimasta al di sotto o intorno ai livelli medi Ue. c) Il calo delle entrate in Italia è stato causato in parte anche dai salvataggi delle banche: 4 trilioni di euro (!) sono stati spesi o impegnati nella Ue al fine di salvare gli enti finanzia-

ri. Mario Draghi si è dato molto da fare, e in un anno ha stampato e regalato alle banche 1200 miliardi di euro - un valore quasi pari al Pil di tutta l'Unione europea. In Italia una gestione assai discutibile del patrimonio, che chiama in causa il ministero dell'Economia che vigila sulle Fondazioni, ora impegnerà quasi 4 miliardi di soldi pubblici per il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena. E ai contribuenti italiani il salvataggio delle banche spagnole è costato ben 19,8 miliardi di euro dei 100 miliardi stanziati. Soldi presi dalle tasche degli italiani attraverso i tagli operati dal governo Monti. d) Il calo delle entrate è dovuto anche alla riduzione dell'onere fiscale, alle rottamazioni d’auto, ai crediti agevolati concessi in questi anni alle imprese, molte delle quali delocalizzavano pure le aziende pagando le imposte all’estero anziché nel paese d’origine. Due voci fondamentali indicano i fondi usciti dalle casse pubbliche e finiti in quelle delle aziende: “contributi in conto corrente” e “contributi in conto capitale”. Solo nel bilancio 2010 per es. la somma delle due voci fa 40 miliardi di euro.


Austerity e) E’ un debito pubblico dovuto anche a un crollo della domanda interna (e quindi una diminuzione di introiti fiscali per lo Stato) causata dalla riduzione della produzione, dell’occupazione e del reddito, dovuta alle insensate politiche di austerità dei governi Monti e Berlusconi. Se si mettono in atto politiche di austerità quando la crisi è di domanda allora non si vince la crisi, ma si approfondisce. f) La nostra spesa sociale è sempre stata storicamente inferiore alla media dell’Europa Occidentale e l’Italia è all’ultimo posto tra i paesi dell’Ocse per quota di finanziamento del welfare: la spesa sanitaria è sotto la media OCSE (9,3 % sul PIL, contro una media di 9,5, mentre Francia e Germania spendono l’11,6%); spendiamo meno degli altri in istruzione; non abbiamo il reddito minimo garantito; le politiche per l’abitazione sono insignificanti e quelle per l’infanzia spesso inesistenti. Il nostro è un Paese che per la ricerca spende meno della media europea e si trova agli ultimi posti per la spesa pro-capite nei campi dell'assistenza e dell'ambiente. n aumento del debito pubblico dovuto a una stagnazione della crescita può trovare soluzione con i seguenti interventi. 1) Riallineando la competitività di Berlino con quella dei Paesi della sponda Sud, perché se tutti i competitori abbassano i salari, non vince nessuno, e l’unico risultato è una riduzione della

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domanda e della crescita. 2) Eliminando l'austerità autodistruttiva, nemica della crescita per la compressione del potere d'acquisto di massa, conseguenza della pressione su occupazione e salari; per l’Ufficio economico dell’ONU il debito pubblico accumulato non si sta riducendo attraverso le politiche di rigore, ma al contrario continua a crescere perché l’austerità indebolisce la crescita e quindi peggiora il rapporto debito/PIL, il che rende più difficile ripagare i titoli di stato alla scadenza. 3) La deregolamentazione del mercato del lavoro (precarizzazione) e la spinta in basso dei salari hanno determinato anche la riduzione della produttività, perché le imprese, potendo comprimere il costo del lavoro, erano meno incentivate a introdurre innovazioni tecnologiche, ma soprattutto innovazioni di prodotto. 4) L’equità va nella stessa direzione della crescita perché la redistribuzione verso i redditi più bassi e da lavoro genera maggiori consumi, fa aumentare la domanda aggregata, sostiene il mercato interno. 5) Bisognerebbe promuovere una politica energetica e industriale che orienti le scelte pubbliche e private su che cosa e come produrre; si dovrebbe combattere la corruzione su ogni passaggio dei processi autorizzativi alle imprese, contrastare la macchinosità e la lentezza della nostra burocrazia, l’arretratezza

9 di infrastrutture, incentivare conoscenza, formazione, tecnologia, ricerca, innovazione di prodotto; portare avanti una seria lotta alla criminalità organizzata diffusa in certe aree del nostro Paese, migliorare il nostro sistema giudiziario lento. 6) E’ insensato e contraddittorio chiedere aumenti di produttività ai lavoratori per aumentare la crescita: a) perché l’abbattimento dei salari non riesce ad accrescere la competitività dei Paesi periferici, dal momento che anche la Germania insiste con una politica di contenimento dei salari in rapporto alla produttività. Immaginare la possibilità di una cooperazione solidale europea e standard retributivi forse potrebbe aiutare a risolvere il problema; b) perché dall'inizio degli anni '80 la produttività ha continuato a crescere mentre il salario reale è rimasto fermo, e lavoriamo in Italia circa 200 ore all’anno in più rispetto alla media europea (v. dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro OIL), con retribuzioni del 20 % inferiori, dunque non è il costo del lavoro la causa dell’abbassamento del costo del lavoro per unità di prodotto, semmai la causa è il prodotto, il cui valore è del 35% inferiore a quello che con lo stesso costo del lavoro riesce realizzare la Germania; c) chiedere aumenti di produttività ai lavoratori si risolverebbe in maggiori licenziamenti e disoccupazione, dato che manca il consumo, la domanda di beni e servizi. Sarebbe più sensato invece ridurre l’orario di lavoro a parità di salario per aumentare gli occupati e ridistribuire il reddito complessivo; detassare stipendi e pensioni per incentivare i consumi e quindi la crescita, o aumentare la domanda tramite un maggior ruolo della spesa pubblica; d) le imprese anziché investire per rinnovare i macchinari e migliorare la tecnologia - dunque per aumentare la produttività – e innovare il prodotto, migliorare la ricerca e il processo produttivo, hanno preferito utilizzare la deregolamentazione del mercato del lavoro (precarietà) per comprimere il costo del lavoro, oppure dirottare i loro soldi verso la finanza e il mercato immobiliare, che garantiscono profitti più alti.È la Banca d’Italia a scrivere (aprile 2012) che la crescita della produttività del lavoro modesta è dipesa essenzialmente da un livello molto basso in investimenti in innovazione tecnologica per scelta poco perspicace delle aziende;


10 e) conta il nanismo delle imprese nell’abbassamento della produttività, perché il valore aggiunto per addetto delle microimprese (che in Italia sono il 95% delle imprese), è pari a circa 25 mila euro l’anno, cioè metà di quello delle medie imprese e due volte e mezzo più basso di quelle grandi (60 mila euro). 7) Per la crescita è importante l’investimento diretto dello Stato nei nuovi settori emergenti e per le infrastrutture (finanziabile con tasse sui grandi patrimoni, sulle transazioni speculative, vera lotta all’evasione, riforma del sistema bancario ecc); conta il ruolo della Bce che potrebbe fare molto di più per la crescita e l’occupazione; pesano le privatizzazioni di alcuni rami dei servizi pubblici che hanno favorito lo spostamento degli investimenti dalla manifattura a quei rami dove possono essere chiesti prezzi da monopolio; conta un sistema universitario baronale che favorisce la fuga di cervelli; e infine i fondi per la ricerca, assolutamente inadeguati (la spesa in ricerca è ferma all'1,3% del Pil, contro una media europea vicina al 2%). Gli Stati Uniti uscirono dalla Seconda guerra mondiale con un ingentissimo debito pubblico, che tuttavia non fu mai restituito: infatti il dopoguerra statunitense fu caratterizzato da uno sviluppo economico talmente esteso e accelerato da arrivare a rendere del tutto irrisorio (o, se si vuole, del tutto compatibile) il rapporto tra debito e

Austerity PlL. La stessa Italia - come ha annotato un autorevole ex ministro di passati governi quale Paolo Savona - ha fatto registrare per anni ragguardevoli livelli del debito, senza che ciò abbia comportato il tracollo dei suoi conti. Dunque politiche governative dirette a stimolare la crescita e l’occupazione possono rendere sopportabili aumenti del debito assai superiori a quelli che oggi vengono ritenuti accettabili. n conclusione i problemi europei non derivano dalla dissipatezza fiscale dei Paesi periferici, da eccessive spese sociali, ma sono conseguenza del mercantilismo egemonista tedesco e dello scoppio delle bolle immobiliari alimentate dai flussi di capitali dai Paesi più forti verso Paesi periferici (Spagna, Irlanda). La crisi si è poi scaricata da lì sulle finanze pubbliche, e qui la BCE ha avuto una responsabilità precisa per il mancato intervento immediato a sostenerle facendo scendere lo spread, perché il debito pubblico non costituisce un problema con bassi tassi di interesse, che sono venuti a mancare per la sciagurata inazione della Bce. La BCE ha agito così per ubbidire al diktat dell’elite europea di eliminare, attraverso una crisi fiscale, welfare state e sindacati. Si è volutamente lasciata libera la speculazione per costringere i Paesi più in difficoltà, come Italia e Spagna, ad approvare tagli e misure antisociali senza precedenti. In questo senso vanno anche le decisioni del Pre-

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sidente della BCE Draghi di sostenere in maniera illimitata i titoli di stato a breve (l’impegno italiano nell’Esm sarà di 120 miliardi di euro!), ma sottoponendo i Paesi che usufruiscono degli interventi anti-spread ad un Memorandum il quale si tradurrà in rigide politiche di austerità che si ripercuoteranno sull’economia reale, con tagli alla spesa sociale, attacco ai diritti dei lavoratori e privatizzazioni, una vera “cura che uccide il paziente!” i vorrebbe invece una politica in grado di prendere decisioni finalizzate ad un efficace cambiamento della situazione in senso democratico, progressista, trasparente, solidale ed egualitario; una politica che in particolare sappia organizzare una revisione della spesa in modo da farne un piano economico volto a riorganizzare il bilancio dello Stato per spostare risorse da certi settori ad altri, in grado così di sostenere la domanda effettiva. i vorrebbero economisti in grado di comprendere il fallimento del neoliberismo e delle politiche di austerity; economisti che in particolare non considerino tutto ciò che è pubblico uno spreco di per sé, ed analizzassero invece la spesa pubblica come strumento indispensabile in tempo di crisi per la ripresa economica, la produzione di beni e servizi necessari per accrescere benessere, coesione sociale, occupazione e uno sviluppo equo e sostenibile.

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Fondi

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Fondi Pensioni

tutti ne parlano ma nessuno dice che...

A fronte di una pensione pubblica oramai in grado di offrire prestazioni sempre piÚ ridotte alla maggior parte dei lavoratori, specialmente alle giovani generazioni e al fine di pervenire a un complessivo trattamento pensionistico piÚ adeguato alle esigenze di tutti, è stata introdotta la previdenza complementare, cosi detto secondo pilastro, l'istituto che, attraverso l'adesione ad appositi Fondi Pensione, regolamenta la possibilità di costruire una pensione, che integri e affianchi quella pubbli-

ca obbligatoria, con versamenti su base volontaria provenienti principalmente dalle buste paga e dall'accantonamento del trattamento di fine rapporto. Il nuovo concetto di previdenza complementare è stato definito e disciplinato per la prima volta con il D. Lgs. n. 124 del 1993 e, nonostante i fondi pensioni siano presenti nel nostro ordinamento da diversi anni, non sono mai decollati a causa della reticenza dei lavoratori verso queste forme previdenziali e non a torto.


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Fondi

I fondi pensione convengono ai lavoratori italiani o è meglio lasciare il Tfr in azienda? DI LORETTA OTTAVIANI

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fondi pensione sono gli strumenti tecnici individuati dal legislatore per realizzare la previdenza complementare o pensione complementare, aggiuntiva rispetto a quella erogata dagli enti pensionistici obbligatori, tramite investimenti volontari del risparmio dei lavoratori. Secondo la normativa italiana (decreto legislativo n. 252/2005), chi vuole una pensione integrativa può scegliere di aderire a un fondo, negoziale o aperto, o di sottoscrivere un PIP (Piano Previdenziale Individuale) che è una vera e propria polizza assicurativa. Le fonti di finanziamento dei fondi pensione si differenziano a seconda della tipologia di aderente (lavoratore dipendente, lavoratore autonomo e soggetti differenti dalle prime due tipologie). Per i lavoratori dipendenti le fonti contributive sono rappresentate da: contribuzione del lavoratore, contribuzione del datore di lavoro e il versamento del trattamento di fine rapporto (TFR). Nell'ambito della libera determinazione dei contributi da versare al Fondo, la legge consente che la determinazione del contributo minimo da versare a carico del lavoratore e a carico del datore di lavoro avvenga in base ad accordi collettivi o aziendali. Anche in assenza di det-

ti accordi sia il lavoratore sia il datore di lavoro possono liberamente versare al Fondo. Nel caso dei lavoratori autonomi la sola fonte di finanziamento è rappresentata dal contributo dell'aderente. Al fine di incentivare l'adesione ai fondi pensione la normativa prevede l'applicazione di un regime fiscale agevolato per i versamenti alla previdenza complementare. Le risorse raccolte dai fondi pensione (gestiti secondo il sistema tecnico finanziario della capitalizzazione) vengono investite nei mercati finanziari al fine di produrre un rendimento che va ad aggiungersi alla contribuzione via via versata nelle posizioni individuali. L'ammontare delle prestazioni previdenziali dipenderà pertanto dai contributi versati, del periodo di permanenza nel fondo e dal rendimento ottenuto dall'investimento del patrimonio. Il fondo non è tenuto in questo senso a fare investimenti che tutelino il capitale, garantendo un interesse positivo, per quanto basso, come titoli di Stato oppure obbligazioni. Questa impostazione degli investimenti su un profilo medioalto di rischio-rendimento deriva dalla normativa italiana, oltre che da scelte del singolo gestore di fondi. in qui abbiamo detto cosa sono e come vengono gestiti i fondi pensione nella teoria legislativa. Cosa accade nella realtà? Innanzitutto si deve dire che la legge non obbliga la previdenza com-

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plementare a garantire né gli interessi né il capitale versato, ne deriva che la destinazione del TFR a forme pensionistiche complementari è soggetta a un triplice rischio di insolvenza o di fallimento che non potranno mai essere oggetto di copertura assicurativa: a) insolvenza del soggetto depositario dei fondi; b) insolvenza del soggetto che emette le quote del fondo; c) insolvenza degli emittenti gli strumenti finanziari in cui le somme sono investite. La regolamentazione di questi aspetti è delegata ai regolamenti dei fondi pensione, ed è differente da un fondo all'altro.

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i tratta in ogni caso di una garanzia che il fondo pensione può facilmente eliminare, modificando il proprio regolamento. In quest’ottica la prima criticità è il rischio perché la sopravvivenza dei fondi è legata unicamente alla speculazione finanziaria: l’assicurazione di futuri ipotetici guadagni viene venduta ai lavoratori come una scelta obbligata per una maggiore copertura pensionistica, attraverso prodotti quali azioni, obbligazioni, beni immobili, liquidità. Come bene sappiamo, questo comporta l’accettazione della perdita del capitale investito, a seconda di come si muovono le quotazioni della borsa. In Italia molto spesso i risparmiatori sono stati attratti dai titoli di debito emessi da diverse società private convinti della sicurezza dell’investimento: niente di più falso! Infatti all’improvviso saltano fuori scandali finanziari come la CIRIO, la PARMALAT, la Banca Fideuram (banca che nel 2004 ha visto la fuga all’estero di alcuni promotori finanziari). Quando una società privata chiede i soldi al mercato emettendo titoli obbligazionari è perché è in crisi di liquidità, deve ristrutturare, deve ampliare gli investimenti. Ma la gente comune non può sapere se l’azienda negli anni riuscirà a tornare in positivo. Se fallisce il suo piano di rilancio entra in crisi, ed anche i suoi titoli di debito rischiano di non essere più rimborsati. Tutti dovrebbero sapere che quando una società fallisce, in Italia, i primi ad essere rimborsati sono le banche creditrici, i lavoratori e per ultimi gli azionisti ed i creditori di titoli di debito. E i titoli di debito sono comunemente acquistati dai fondi integrativi.


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Fondi Anche se meno rischiosi delle azioni presentano anche loro un profilo di rischio e questo si traduce in un mancato rimborso delle quote acquistate in borsa. Il caso delle azioni e obbligazioni della Parmalat: fino al giorno prima tutte le agenzie di rating e le banche non erano a conoscenza della reale situazione finanziaria del gruppo. Questa società, aveva un fondo pensionistico aziendale, che investiva principalmente sui titoli della stessa Parmalat: molti risparmiatori hanno perso tutto. Analogo fu il caso Cirio e la Covip, l’organo di vigilanza sui fondi pensione, disse che l’impatto sui fondi fu molto limitato ed io aggiungo solo per pura fortuna perché i maggiori fondi integrativi italiani non avevano nel loro portafoglio azioni Parmalat e Cirio. ltro fattore critico dei fondi pensione è la trasparenza. Nei fondi pensione italiani i lavoratori, trovano molte volte mancanza della chiarezza su quello che viene presentato come previdenza integrativa. Nelle normative attuali, in un mercato del lavoro così precario, sono poco chiare al lavoratore, le procedure di trasferimento delle sue quote, per esempio, da un fondo di categoria metalmeccanico, a quello del turismo o dell'alimentare. Sono diversi i casi denunciati dai sottoscrittori relativamente a ritardi e omissioni nel trasferire queste quote, anche da parte del datore di lavoro. I lavoratori difficilmente conoscono i tempi, i metodi del trasferimento ed i costi di gestione del nuovo fondo di categoria. La normativa dei fondi pensione vuole ingabbiare il lavoratore, tassando le rendite e penalizzandolo se riscatta anticipatamente le quote. Si applicano deleghe all’insaputa dei sottoscrittori che obbligano versamenti aggiuntivi al fondo pensione. Un esempio è stato il fondo Cometa dei metalmeccanici, che, senza interpellare i lavoratori assunti prima del 23 aprile 1993, ha aumentato il tasso di prelievo sul TFR, passando dal 18% al 23%. Facilmente il lavoratore può anche dimenticarsi di richiedere il trasferimento di quanto versato in un altro fondo di categoria. Il risultato è che si perde la liquidazione e le quote versate forse saranno recuperate al termine della vita lavorativa. E’ una operazione al limite dell’illecito finanziario, in quanto il TFR è salario differito è come tale soltanto i lavoratori dovrebbero decidere come disporne.

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agioniamo ora in termini di rendimenti. Il rendimento medio atteso dei fondi comuni garantiti, comparabili con i fondi pensione per la caratteristica della garanzia, oscilla tra lo 0 e al massimo il 2% (infatti la garanzia non permette un rendimento negativo) e questo è dovuto al fatto che il mix dei titoli che compongono i fondi pensione garantiti sono generalmente tutti obbligazionari. La scelta di prodotti garantiti è stata dettata dalla giovane età dei fondi pensione, che non permette analisi di medio lungo periodo, e dalle finalità con cui è stata introdotta la riforma della previdenza complementare: fare da surrogato al sistema pensionistico pubblico che naviga in cattive acque. Tornando ai rendimenti, essendo quelli delle obbligazioni molto bassi (attualmente sotto l’1%), è possibile aspettarsi un andamento simile per i fondi pensione garantiti. Tendenzialmente, quindi, non ci sarebbe una differenza tale da giustificare una scelta nella direzione dei fondi pensione garantiti. n altro punto importante che riguarda i lavoratori è rappresentato proprio dall’essenza stessa dei comparti garantiti: la garanzia. La normativa prevede che questi fondi debbano garantire un rendimento comparabile, nei limiti della normativa nazionale comunitaria, a quelli del Tfr. Attualmente questi limiti sono fissati tra l’1 e il 2 %, mentre il rendimento nominale del Tfr si attesta intorno al 3% annuo, infatti il TFR si rivaluta ogni anno calcolando il 75% dell'inflazione più l'1,5% fisso. Il lavoratore ha quindi un rendimento garantito. Un altro fattore che concorre a determinare la convenienza nell’investire in un fondo pensione garantito o nel lasciare il Tfr in azienda sono i costi di gestione cui sono sottoposti i prodotti previdenziali e che ne riducono i rendimenti reali. Il Tfr, invece, non ha costi di gestione correlati. Il paradosso è rappresentato proprio dal fatto che l’aderente ad una linea garantita debba pagare una commissione di garanzia per ottenere dei rendimenti che, comunque, data la normativa, non superano quelli del Tfr. Tuttavia, ci sono dei vantaggi dal punto di vista fiscale a livello di contribuzione ovvero la deducibilità di 5.164,57 euro. n’ulteriore osservazione riguarda il fattore tempo, cioè il periodo di

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permanenza minimo nel fondo pensione. La normativa prevede che il lavoratore, prima di poter cambiare il fondo pensione a cui è iscritto, debba restare in quello precedente per almeno due anni. Se invece avesse lasciato il Tfr in azienda sarebbe stato libero di destinarlo successivamente verso uno dei fondi pensione aperti senza vincoli temporali. I lavoratori quindi, contro la propria volontà, devono rimanere 24 mesi in un fondo pensione che non hanno scelto. E in più devono sostenere dei costi che non avrebbero avuto lasciando il Tfr in azienda. er ultimo ma non meno importante il vero punto critico di questo sistema è l’invenzione del silenzioassenso: a mio avviso si tratta di una vera truffa finanziaria, che lede i principi di libertà e di democrazia in uno stato che dovrebbe invece vigilare la giustizia contro i raggiri. Dall’1 gennaio 2007 il lavoratore assunto ha sei mesi di tempo per decidere cosa vuole fare del suo TFR se lasciarlo in azienda o destinarlo ad un fondo pensione. In caso di silenzio c’è chi deciderà per lui. Con questa truffa finanziaria le famiglie italiane saranno derubate nuovamente di una parte del loro reddito. Il TFR rappresenta denaro fresco per far fronte alla perdita di un lavoro ed è per questo che è considerato una sorta di ammortizzatore sociale, che in caso di necessità può sopperire alle spese sanitarie, alla cura dei figli, all'acquisto della prima casa. Il TFR deve essere a piena disponibilità del lavoratore senza alcuno vincolo. Allora domandiamoci: è stato giusto prevedere che in caso di silenzio il Tfr maturando dovesse andare verso il comparto garantito dei fondi pensione? Era forse più conveniente per il lavoratore che, in caso di silenzio, il suo Tfr rimanesse in azienda? Una risposta unica ai due quesiti sarebbe stata la soluzione migliore per il lavoratore italiano. Forse sarebbe stato meglio lasciare il Tfr maturando dei lavoratori “silenti” presso l’azienda e, in un secondo momento, acquisiti i primi dati postriforma, prevedere una seconda scadenza entro la quale il dipendente avrebbe dovuto indicare il fondo pensione al quale aderire. In questo modo si sarebbe potuto intervenire sulle imperfezioni della riforma studiando i dati sulle adesioni fatti registrare dopo il 30 giugno 2007.

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La Previdenza Complementare Le tipologie di previdenza complementare 1. A contribuzione definita. In questa tipologia di Fondi l’elemento principale è dato dall’entità dei contributi, in genere, calcolata in percentuale sulle retribuzioni annue lorde per i lavoratori dipendenti, e sul reddito dichiarato ai fini IRPEF per gli autonomi ed i liberi professionisti. Non è perciò possibile ipotizzare l’ammontare della prestazione finale in quanto deriverà da due variabili: - l’ammontare complessivo dei contributi versati; - il rendimento ottenuto dalla gestione finanziaria dei contributi stessi. 2. A prestazione definita. In questa tipologia il Fondo s’impegna a corrispondere una prestazione predeterminata fin dall’origine, ad esempio, un’integrazione del 20% della pensione di legge. Ovviamente, in questo caso, occorre sistematicamente controllare, durante il periodo contributivo, se l’entità dei contributi è sufficiente a garantire la prestazione prefissata. In pratica, questa tipologia di fondo permette a chi vi aderisce di conoscere sin da subito l’ammontare della prestazione finale, ma non l’ammontare dei contributi che dovrà versare. Si potrà infatti verificare la necessità di dover aumentare, anche sensibilmente, l’entità dei contributi per raggiungere l’obiettivo prefissato. Questa tipologia, per legge, è applicabile solo ai lavoratori autonomi ed ai liberi professionisti. Forme di previdenza complementare L’emanazione del D.Lgs. 252/2005 dà avvio alla attuazione della riforma previdenziale. I lavoratori dipendenti del settore privato possono decidere o di trasferire il TFR “maturando” alle forme pensionistiche complementari previste o di mantenerlo in azienda. Il TFR è, dunque, identificata dalla normativa italiana coma la principale fonte di finanziamento della previdenza complementare dei lavoratori dipendenti. La finalità principale dei Fondi Pensione è quella di garantire, agli

aderenti, trattamenti previdenziali integrativi di quelli obbligatori per legge attraverso una gestione finanziaria a capitalizzazione dei contributi versati dagli aderenti. L’adesione ai Fondi Pensione è sempre e solo facoltativa, tutti hanno comunque la possibilità di aderire: lavoratori dipendenti privati e pubblici, lavoratori autonomi, liberi professionisti, soci lavoratori di cooperative di produzione, non titolari di reddito. Attualmente le forme di previdenza complementare sono: - Fondi chiusi o negoziali. Nascono dalla contrattazione, da accordi o regolamenti e sono riservati a lavoratori che abbiano caratteristiche omogenee, sia territoriali sia professionali. L’elemento caratteristico dei fondi chiusi è l’ambito definito, nel senso che ogni Fondo pensione nato da una determinata fonte istitutiva ha una platea altrettanto definita di potenziali aderenti. L’adesione ad un fondo pensione chiuso, seppur facoltativa, è la conseguenza dell’appartenenza o meno ad una categoria di lavoratori o ad un’azienda che l’ha costituito. - Fondi aperti ad adesione collettiva o individuale Sono quelli che nascono da autonome decisioni di intermediari finanziari, bancari, assicurativi. Non hanno un ambito definito perché non rivolti a soggetti individuati. I Fondi Pensione aperti sono strumenti che prevedono sia l’adesione in forma collettiva che quella individuale: se la modalità di adesione è collettiva, sono paragonabili, a livello di comportamento, a quello dei Fondi Pensione Chiusi. - Piani Individuali Pensionistici Le forme pensionistiche complementari individuali possono essere realizzate anche mediante specifici contratti di assicurazione sulla vita. In tal caso le regole che disciplinano il rapporto con l’iscritto sono contenute, oltre che nella polizza assicurativa, in un apposito regolamento, redatto in

base alle direttive della COVIP, al fine di garantire all’aderente gli stessi diritti e prerogative delle altre forme pensionistiche complementari. Così come stabilito per le altre forme pensionistiche, le risorse finanziarie accumulate mediante tali contratti costituiscono patrimonio autonomo e separato. L’adesione a queste Forme Pensionistiche è libera ed aperta a tutti i cittadini, siano essi titolari di reddito da lavoro, altri redditi o meno. La contribuzione Le forme di previdenza complementare sono finanziate dai contributi degli aderenti. Occorre però precisare che, anche se la legge non pone alcun vincolo all’ammontare massimo dei contributi, in pratica le norme concernenti le agevolazioni fiscali ne limitano l’entità. Le modalità di finanziamento vengono stabilite dal Regolamento, in genere sono una percentuale applicata a: • retribuzione base T.F.R., per i lavoratori dipendenti • reddito dichiarato IRPEF nell’anno precedente per i lavoratori autonomi • reddito da lavoro o d’impresa per i liberi professionisti • imponibile dei contributi previdenziali per i soci di cooperative di produzione e lavoro. Il finanziamento può derivare da diverse fonti: a) per i Lavoratori dipendenti da: contributi del lavoratore - contributi del datore di lavoro ontributi dal T.F.R. b) per i Lavoratori autonomi e liberi professionisti da: ontributi del solo lavoratore.


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Io comando il fucile, ma è il Partito che comanda me

L'Esercito popolare di liberazione sarà sempre una forza combattente. Anche dopo la vittoria sul piano nazionale, durante il periodo storico in cui le classi non saranno ancora state soppresse nel nostro paese e in cui il sistema imperialista continuerà ad esistere nel mondo, il nostro esercito resterà una forza combattente. Noi abbiamo un esercito che combatte e un esercito del lavoro. Il nostro esercito combattente è costituito dalla VIII Armata di marcia e dalla Nuova IV Armata. Ma l'esercito combattente viene impiegato in due direzioni: esso combatte e si dedica all'attività produttiva. Avendo due eserciti quali l'esercito combattente e l'esercito del lavoro, e quando l'esercito che combatte è capace sia di condurre la guerra che di lavorare nella produzione e, inoltre, di svolgere il lavoro tra le masse, noi possiamo superare tutte le difficoltà. Il nostro principio è: il Partito comanda ai fucili, mentre è inammissibile che i fucili comandino al Partito. (Mao Zedong)


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La supremazia della politica sulle forze armate DI SANDRO RIDOLFI

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a parola d’ordine di copertina ha caratterizzato la campagna ideologica preparatoria del Congresso del Partito Comunista cinese presso le forze armate, anzi presso l’Esercito Popolare di Liberazione (in sigla inglese, PLA - People’s Liberation Army) perché questa è ancora oggi la definizione dell’armata del popolo fondata da Mao nel 1927 che, dapprima ha sconfitto gli invasori giapponesi e poi l’esercito nazionalista del Kuomintang, portando alla fondazione della Repubblica Popolare cinese. “Liberazione” è ancora oggi la missione che Mao, con la citazione di copertina, ha impartito al popolo cinese in armi: finchè “il sistema imperialista continuerà ad esistere nel mondo, il nostro esercito resterà una forza combattente”. La citazione, che conferma un cardine dell’ideologia comunista, quello della assolta subordinazione delle forze armate dalla politica, assume una particolare importanza in questo momento storico della straordinaria crescita dell’economia cinese. Va ricordato che l’Esercito del Popolo è stato da sempre la più grande struttura ideologizzata ai principi dell’insegnamento marxista-leninista. Fondata come detto da Mao, è rimasta sempre legatissima al “Grande Timoniere” e fedele ai suoi insegnamenti. Alla vigilia della Grande Rivoluzione Culturale lanciata a Mao nel 1966 fu l’Esercito a compilare e stampare il famoso “Libretto Rosso” con le citazioni di Mao, adottato solo successivamente dalla Guardie Rosse della Rivoluzione. a Cina si avvia oggi a essere il primo Stato del mondo non solo sul piano economico, ma anche su quello militare. Negli ultimi anni gli investimenti dello Stato cinese nello sviluppo e nel potenziamento delle forze armate sono stati enormi, rinforzati anche da una straordinaria crescita tecnologica che oggi ha consentito, ad esempio, alla Cina di costruire da sola una stazione spaziale, il “Palazzo Celeste”, in grado di competere con quella ancora in orbita sostenuta dalle energie economiche e tecnologiche di tutto l’occidente unite a quelle della ex Unione Sovietica. Affermare e confer-

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mare la supremazia della politica, cioè del Partito Comunista, sulle armi è dunque un principio strategico che nell’ultimo Congresso del Partito Comunista cinese è stato sottolineato dal passaggio immediato della carica di capo dell’esercito al nuovo Segretario del Partito e prossimo Presidente della Repubblica, Xi Jimping, modificando una consolidata tradizione che vedeva una successione graduale della nuova generazione alla vecchia: prima la segreteria del Partito, l’anno successivo la Presidenza della Repubblica e, infine, uno o due anni più tardi, la carica di comandante dell’esercito. Non è un caso, dunque, che l’ex Guardia Rossa della Rivoluzione Culturale e nuovo segretario del Partito, Xi Jinping, dopo avere percorso per quasi quaranta anni tutte le più remote regioni della Cina tornando a Pechino solo alla vigilia dei cinquanta anni, si sia nel tempo legato strettamente all’esercito, ma non come comandante militare, bensì come ideologo politico. Le foto di queste pagine sono estremamente significative: quando il segretario del Partito e Presidente della Repubblica incontra l’esercito dismette i vestiti civili occidentali e indossa la “giacca verde”, la divisa di Mao (e di Deng Xiaoping), nessun grado, nessuna onorificenza o “bigiotteria” fasulla, un messaggio simbolico “lapidario”: a governare l’Esercito del Popolo non è la gerarchia militare ma quella politica, è il Partito, quello di Marx, di Lenin e di Mao.

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a Cina non ha mai fatto guerra a nessuno (tranne sporadici così detti “incidenti di frontiera” e l’aiuto alla Corea del Nord sotto aggressione USA negli anni ‘50). Eppure la Cina è presente, direttamente come Stato o indirettamente con le sue industrie pubbliche, oramai quasi in ogni parte del mondo in misura che potremmo oggi definire persino “invasiva”. Nessuno scontro ancora con il gigante militare nord americano, ma molti “avvertimenti” finora ben recepiti: dall’amicizia di condivisione ideologica con Cuba e le nuove democrazie centro e sud americane, all’Africa centrale, all’area strategica del petrolio arabo-persiano, al mar della Cina, infine, il “mare nostrum” cinese dove ha cominciato a navigare la prima portaerei cinese. Tra breve non ci sarà più un unico “gendarme del mondo” (unico rimasto dopo il collasso dell’altro “gendarme”, l’ex Armata Rossa sovierica da decenni divenuta un esercito puramente militare e del tutto de-ideologizzato), capace di determinare i destini di tutti i popoli della terra, indifferentemente ricchi ma meno potenti, o poveri ma ricchi delle risorse necessarie per mantenere il tenore di vita e la (pre)potenza nord americana. La Cina non sarà un nuovo gendarme (questo è almeno l’augurio, ma ben fondato sui suoi principi culturali e politici), ma rappresenterà sicuramente un “antidoto” sempre più forte contro le violenze e le prevaricazioni mondiali del barbaro impero USA.


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Due eserciti esercito combattente esercito di lavoro

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a massima di Mao in copertina evidenzia ancora un secondo aspetto di grande importanza per intendere la complessiva missione affidata dal Partito Comunista cinese all’Esercito del Popolo: “Noi abbiamo un esercito che combatte e un esercito del lavoro ... due eserciti quali l'esercito combattente e l'esercito del lavoro ... l'esercito che combatte è capace sia di condurre la guerra che di lavorare nella produzione”. L’esercito cinese, in parte molto significativa si autosostiene con le proprie attività economiche (un caso analogo è quello delle FAR, le Forze Armate Rivoluzionarie di Cuba). Sin dalla sua fondazione l’Esercito ha autoprodotto non solo le armi, ma anche i prodotti di casermaggio, dalle divise alle medicine, agli edifici militari e civili. Il vorticoso sviluppo dell’economia cinese ha investito anche la struttura produttiva facente capo all’Esercito che per certi aspetti e in certi settori è persino divenuto un’impresa industriale e commerciale di livello e dimensioni internazionali. Anche questo aspetto ha sicuramente avu-

to il suo peso nella forte riconduzione del controllo dell’Esercito sotto il Partito Comunista che, varrà sempre ricordarlo, nella sostanza si identifica con lo Stato. Come abbiamo già scritto in un precedente inserto dedicato all’ultimo Congresso del Partito Comunista nel numero di dicembre di questa rivista, secondo l’insegnamento leninista, e per quanto riguarda la nostra cultura gramsciano (vedi in proposito la Premessa all’inserto su Gramsci pubblicato nello scorso numero di gennaio), il Partito è l’ “intellettuale organico” della classe lavoratrice e dunque è il “novello Principe” (Gramsci) che indirizza ideologicamente l’attività amministrativa dello Stato. ’Esercito del Popolo cinese rappresenta anche la più grande ed efficiente struttura di protezione civile mai esistita. Coniugando la forte impostazione ideologica (l’esercito è al servizio del popolo) alle caratteristiche di lavoro, l’Esercito Popolare cinese è in grado, infatti, di trasformarsi in una poderosa organizzazione di protezione civile in grado di intervenire immediatamente, con adeguati mezzi e competenze anche specialistiche, in qualsiasi situazione di emergenza civile: dalle più banali (per così dire) dei giganteschi ingorghi stradali che un anno fa hanno bloccato mi-

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gliaia di automobilisti lungo centinaia di chilometri stradali per intere giornate, soccorsi con generi alimentari, assistenza sanitaria e quant’altro dall’esercito; alle catastrofi naturali dei terremoti, delle alluvioni, delle anomale gelate e nevicate che rischiano di paralizzare vaste aree urbane e di campagna. Esemplare (sicuramente se rapportato alla paradossale ignavia del nostro costosissimo ma inefficientissimo sistema di protezione civile) è stato l’evento del terremoto del Sichuan che nel 2008 causò la morte di circa 70.000 abitanti, devastando un’intera regione di grande importanza anche industriale. In quella circostanza, con strade bloccate, ponti crollati, frane e altre devastazioni infrastrutturali, nell’arco di poche ore (ore, non giorni!) un esercito di circa un milione (!) di soldati si mise in moto per arrivare nei territori colpiti dal sisma. Pale al posto dei fucili, scavatrici al posto dei carriarmati e, alla testa, l’allora primo ministro Wen Jiabao, con stivali da lavoro e in maniche di camicia. Grazie anche all’impiego dei mezzi, delle risorse e delle competenze dell’Esercito di Liberazione in meno di due anni l’intera regione è stata ricostruita, ma non più “com’era”, bensì ai nuovi livelli di modernità, efficienza e sicurezza di eccellenza ai quali è oggi arrivato il sistema economico e sociale della Cina. Foligno indubbiamente abbiamo vissuto un “miracolo” di esuberante abbondanza economica, ma a L’Aquila? Non dimentichiamo mai che siamo (dovremmo essere) il sesto o settimo paese più ricco del mondo, ma forse non del “primo”, bensì del “terzo” mondo. E il nostro esercito? L’esercito ha blindato le rovine delle abitazioni abbandonate per evitare gli sciacalli. Le rovine sono ancora lì e la città e la Regione sono in agonia. Non so se questo servirà a confortare i cittadini devastati dal terremoto, però presto l’Italia disporrà di una poderosa flotta aerea di 90 super bombardieri per difenderci dagli invasori magrebini, eritrei, centro africani e simili che stanno assaltando con barconi fradici e gommoni bucati le nostre coste meridionali!

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Fucile

Avevamo un esercito di leva, più o meno di popolo, ma avevamo anche un altro Presidente. Libano 1982: un Esercito di Pace, “bianco”. Il 6 giugno 1982 l’esercito israeliano invade il Libano con l’obiettivo di distruggere le forze militari dell’OLP di Arafat. I carri armati israeliani raggiungono rapidamente Beirut che, dopo dieci settimane di combattimenti, viene ridotta a un cumulo di macerie. Nell’agosto viene firmato un accordo di pace e un contingente internazionale formato da militari italiani, francesi ed americani sbarca a Beirut per permettere l’evacuazione delle forze palestinesi dalla città assediata. A settembre la forza multinazionale lascia il Libano, ma non si ritira l’esercito israeliano che, invece, rompendo l’accordo di pace invade i quartieri musulmani dando il via a una violenta guerra civile tra le diverse comunità cristiana, musulmana e drusa. Il 16 settembre 1982 uomini armati appartenenti alla fazione cristiano maronita entrano nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila e compiono un vero e proprio massacro: in una sola notte vengono uccise

più di 3.000 persone, in prevalenza bambini, donne e vecchi. I militari israeliani, a soli 100 metri di distanza, rimangono fermi a guardare il massacro. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite condanna il massacro con la risoluzione 521 del 19 settembre 1982. Viene decisa una nuova missione multinazionale. L’Italia questa volta è impegnata con una forza che complessivamente impiegherà oltre 8.000 soldati e 500 mezzi “bianchi. “Bianco” il colore degli automezzi e dei blindati, “bianco” il colore degli elmetti dei militari in prevalenza bersaglieri e lagunari tutti di leva, né professionisti né volontari, cittadini in armi in missione di pace. Al contingente italiano, pur in assenza di coordinamento internazionale ufficiale, viene affidata la protezione dei campi profughi palestinesi e la realizzazione di un ospedale nel quale verranno assistiti, nei 18 mesi della missione, oltre 63.000 civili libanesi e palestinesi. Regola d’ingaggio: non sparare! Ad

aprile 1983 un’autobomba guidata da un kamikaze fa saltare in area l’ambasciata americana a Beirut. I morti sono 63, tra cui il direttore della Cia per il Medio Oriente. In ottobre ancora due attentati kamikaze ai quartieri generali americano e francese causano la morte di circa 300 soldati americani e 90 francesi. Gli americani rispondono bombardando la città dalle navi e i francesi con attacchi aerei. La guerra divampa tutt’attorno al contingente italiano che resta tuttavia praticamente illeso (al termine dell’operazione verrà contato un solo lagunare morto e alcuni feriti) e sostanzialmente si adopera nei soccorsi alle vittime degli attentati e degli scontri. Il 4 novembre 1983, per il sessantesimo anniversario della fine della prima guerra mondiale, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, a sorpresa e contro il parere dei comandi militari, raggiunge Beirut per festeggiare con i soldati di leva italiani. A dicembre 1983 il Libano è in guerra totale e le forze multinazionali, americane e francesi, sono parte attiva del conflitto. La missione di pace è fallita, l’esercito italiano, l’esercito “bianco” di pace, a marzo 1984 torna a casa.


Classe/i

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Classi scolastiche e classi sociali

Lo sviluppo politico, giuridico, filosofico, religioso, letterario, artistico, ecc., è fondato sullo sviluppo economico, ma tutti reagiscono, insieme e separatamente, l'uno sull'altro e sulla base economica. (Frierich Engels)


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Classe/i

L’insostenibile leggerezza dell’essere o non essere laureato DI

MARIA SARA MIRTI

In un sistema, quello occidentale, in cui da tempo quasi immemore ha preso piede il mito dell'uomo che si fa da solo, in grado cioè di mettere i propri interessi al primo posto, e in un paese, l'Italia, in cui tale modello stenta ancora a prendere piede ("loda lu mari e tieniti alla terra", avrebbe detto Rosa Balistreri), nonostante tutto, nonostante la crisi mondiale, i contratti di lavoro a scadenza quasi giornaliera, nonostante i fallimenti, i licenziamenti, il blocco più o meno dichiarato delle assunzioni pubbliche, pare che avere o non avere un titolo di studio qualificante faccia ancora una notevole differenza. L'essere umano audace, spregiudicato, dalle mille capacità imprenditoriali si farà pure da solo, ma, come dicono le statistiche, per prima cosa è il titolo di studio a farla "da padrone", ad incatenare i suoi interessi, le sue risorse personali e umane, entro confini che col tempo risulteranno invalicabili, oppure a liberare se stesso e il suo lavoro, riuscendo a farlo ragionare ogni volta su qualcosa di nuovo e a farlo sopravvivere con mezzi "caratterizzanti", quindi migliori, e così per tutta la propria vita. Certo, se si nasce da una famiglia veramente ricca, forse (e solo forse, restando comunque in un raggio spazio-temporale d'azione limitato alla punta del naso del diretto interessato) si possono snobbare gli studi, così come si può continuare a studiare anche al di fuori delle istituzioni scolastiche; certo, esistono dei mestieri che richiedono sia la competenza, sia le conoscenze teoriche di una professione, e viceversa. Tuttavia, sembra che ogni regolamento, ogni nuovo concorso, ogni discorso politico, persino ogni "proclama radio-televisivo-giornalistico" sia stato costruito appositamente per scoraggiare il conseguimento di un'istruzione se non completa, almeno soddisfacente. Studiare fa solo perdere tempo e denaro, toglie possibilità alla vita privata e procrastina oltremisura l'ingresso nella comunità degli individui stabilmente produttivi, quindi indipendenti, o almeno pare che

questo sia il punto di vista più comune, e in genere è proprio questo l'unico messaggio che passa. Inoltre, è opinione ugualmente diffusa che studiare qualcosa di poco pratico che non porti a un lavoro "sicuro" sia francamente da irresponsabili, da fanciulli viziati, da "generazione perduta" che in qualche modo se l'è andata a cercare; salvo poi scoprire che studiare qualcosa che apra veramente le porte al lavoro è comunque troppo esoso e per pochi privilegiati, estremamente tecnico e poco critico. Le università americane hanno da tempo iniziato a rivalutare gli studi umanistici, necessitando sia di una classe dirigente sia di semplici cittadini in grado di fronteggiare la crisi, di spiegarsi e di spiegare il malessere sociale. Ma facciamo un passo indietro, cerchiamo di capire in quali posizioni reciproche si trovano scuola e Stato, o, se si preferisce un esempio, studi umanistici e politica: "Indubbiamente la storia e la critica letteraria svolgono opera informativa e formativa, rappresentano un cardine della tradizione umanistica, sono un mezzo di trasmissione del sapere e quindi, messe in forma di libri di testo scolastici, costituiscono una delle appendici più sostanziose dell'apparato ideologico statale. Scrive Wilbert E. Moore [Il mutamento sociale, Il Mulino, Bologna 1971] che 'una caratteristica particolarmente rilevante del mutamento deliberato nelle società industriali è quella attinente all'organizzazione dell'istruzione. La scuola, con il suo curriculum selettivo e con la più o meno preordinata sequenza degli studi, può essere l'ambiente adatto in cui apprendere certi

orientamenti e atteggiamenti piuttosto importanti per una struttura sociale in via di mutamento'. La scuola insomma, oltre a trasmettere un'eredità culturale, contribuisce a 'creare e indirizzare il mutamento sociale'. Le istituzioni educative subiscono i mutamenti imposti dai processi di industrializzazione e da chi gestisce il potere. Di questo il docente dovrà tener conto perché nel momento di 'appropriazione sociale del discorso', nel momento cioè in cui il sapere viene distribuito nelle classi sociali, con le sperequazioni che tale sistema di distribuzione comporta, la coscienza delle rotture e dei dislivelli saprà neutralizzare la faccia liscia e tranquilla della continuità, e contribuire così alla consapevolezza teorica e pratica del mutamento indotto o eterodiretto sostituendo alla cosiddetta position continuiste l'opposta position discontinuiste, al concetto di sviluppo e divenire il concetto altrettanto genetico di istanti unici e inediti (secondo la prospettiva bachelardiana sul processo del nostro sapere). […] Del resto basta osservare bene a fondo un qualunque periodo della storia, anche letteraria, per scorgere l'esistenza di una struttura sociale divisa in classi e di un uso della cultura per ragioni di potere" (E. Golino, Letteratura e classi sociali, Laterza, Roma-Bari 1976). Se, come diceva Corrado Grassi, è sufficiente un cambiamento lessicale per avere la prova irrefutabile di un


Classe/i avvenuto cambiamento sociale, la volontà di sminuire lessico, cifre, concetti e prospettive potrebbe essere una testimonianza ugualmente irrefutabile di un tentativo, potenzialmente catastrofico, di cambiamento sociale "controllato" e unidirezionale. Per quanto possa sembrare sorprendente, stando ad Aviana Bulgarelli, direttore generale dell'Isfol (Istituto per lo Sviluppo e la Formazione professionale dei Lavoratori): "Anche se in misura ridotta rispetto al passato, investire nella propria istruzione continua ad essere una scelta premiante per i giovani italiani: i nostri laureati guadagnano di più rispetto ai diplomati e raggiungono tassi di occupazione più elevati. Inoltre occorre considerare che lo scenario italiano mostra una elevata variabilità della spendibilità sul mercato delle diverse competenze acquisite e che in Italia si conferma un rendimento maggiore per le competenze tecniche e scientifiche, ma

una bassa offerta di laureati in materie scientifiche ed una diminuzione della quota di giovani che seguono percorsi tecnici e professionali nell’istruzione secondaria superiore". Insomma, chi decide di valorizzare il proprio ambito di competenze, ed approfondirlo continuando gli studi, in prospettiva vede ricompensati gli sforzi e le rinunce iniziali. Studiare non ha mai smesso di essere un lusso e non solo per la generale esiguità di borse di studio, ma soprattutto per il costo della vita, dei libri, di tutto ciò (tempo compreso) che è indispensabile per una buona formazione e una buona resa scolastica. L'accesso all'istruzione è ancora estremamente selettivo, a torto o a ragione, e lo sa bene chi, non avendo frequentato una scuola privata e lontana da casa, nonostante la comprovata professionalità e gli anni di esperienza, non verrà mai scelto, che so, per formare un governo tecnico; lo sanno tutte quelle fi-

21 gure professionali lasciate colposamente ai margini della vita pubblica, tutti coloro a cui non verrà mai chiesto di dire l'ultima parola nemmeno su qualcosa che rientra nelle loro esclusive competenze. Proprio questo è il punto: tutto si gioca, ancora, sulla differenza lavorativamente sostanziale tra mestiere e professione: il primo non sempre e non necessariamente qualificato né qualificante, soggetto all'andamento tanto della macro quanto della microeconomia, soggetto a licenziamenti ed assunzioni numericamente imponenti o meno, ma comunque ciniche, "di servizio"; la seconda sempre e comunque caratterizzante, simile a un abito da indossare nei momenti di attività così come in quelli di riposo. Mentre il primo è costretto ad abitare come un fantasma le rovine di un'economia capitalistica in crisi, la seconda rimane in grado si farsi valere singolarmente, sia pure entro certi limiti di


22 sistema. Coloro che non arrivano agli studi superiori trovano più facilmente lavoro, lo trovano prima (hanno maggiori occasioni), ma guadagnano di meno e, nel tempo, corrono il rischio di essere altrettanto facilmente licenziati, senza possibilità di appello. Chi prosegue gli studi, invece, pur faticando di più (mai come in questo periodo) a trovare un impiego, una volta raggiunto il traguardo di un'assunzione ha più probabilità di tenersi il posto e, col tempo, ha maggiori possibilità di carriera, o di reimpiego una volta perduto malauguratamente tale posto. Guai a mescolare i ruoli, s'intende: i casi presi in esame riguardano il lavoro per cui si è studiato: studiare per poi fare "altro" (leggi call center, o altre "chicche" del genere) vorrebbe dire buttare via davvero le proprie eventuali competenze e nel tempo ritrovarsi bloccati tra "due mondi": senza l'età per imparare bene un mestiere e senza più conoscenze "fresche" per avventurarsi in una professione. Il nostro paese, inoltre, patria delle arti, continua ad essere affamato soprattutto di competenze e saperi tecnico-scientifici, ma su questo punto c'è da registrare il paradosso di molti iscritti e diplomati in materie scientifiche (gli istituti tecnici hanno raggiunto e superato di misura i licei in una manciata di anni) a fronte di pochi laureati nelle stesse; a dimostrazione del fatto che "lo studio" è una sindrome positiva totale, in grado di far progredire la società nel suo insieme e che scoraggiare le nuove generazioni dall'aggiornare la sostanza e i "titoli" delle proprie competenze deprime non solo il sapere "umanistico" ma anche l'industria, la ricerca, la giurisprudenza, la politica…e chi più ne ha più ne metta. Naturalmente il tasso di occupazione, anche in prospettiva, dei laureati italiani è inferiore di 6 punti alla media europea e, naturalmente, le condizioni lavorative sono peggiori. Le tabelle che seguono, tutte tratte dal comunicato stampa dell'Isfol, parlano da sole e nascondono ulteriori sorprese, come la maggiore "spendibilità" di un diploma di liceo classico rispetto a uno magistrale. Nello stesso comunicato si legge: "Per cogliere l’impatto sul tasso di occupazione della diversa propensione dei diplomati nel proseguire gli studi, è stato calcolato un tasso di occupazione corretto, ottenuto rapportando il numero di occupati alla popolazione dalla quale sono stati sottratti gli studenti: in tal modo l’indicato-

Classe/i re fornisce una misura più precisa degli esiti occupazionali dei vari tipi di diploma. Infatti il più basso tasso di occupazione dei possessori di diploma di liceo classico o scientifico è dovuto alla loro maggiore propensione a proseguire gli studi e non ad una minore occupabilità: il tasso corretto permette di tenere conto di tali differenze". In un momento in cui preconcetti, equazioni prestabilite e dogmi di varia natura non servono più

ad arginare gli errori e le sconfitte, in un momento storico che, dopo aver strappato i propri cieli di carta, è rimasto senza orizzonti da rimirare, la fame di conoscenza, di ricerca e di libertà espressiva rischia di essere persino più grande di quella reale. La "grandezza" (per non dire l'utilità) di uno Stato, arrivati a questo punto, può essere misurata soltanto in base alla cultura (formativa-informativa) dei suoi cittadini.


Codice

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Lo studio del latino apre la mente, il “codice” inglese la impoverisce

“Non si impara il latino e il greco per parlarli, per fare i camerieri, gli interpreti, i corrispondenti commerciali. Si impara per conoscere direttamente la civiltà dei due popoli, presupposto necessario della civiltà moderna, cioè per essere se stessi e conoscere se stessi consapevolmente. [...] Il latino non si studia per imparare il latino; il latino, da molto tempo, per una tradizione culturale-scolastica di cui si potrebbe ricercare l'origine e lo sviluppo, si studia come elemento

di un ideale programma scolastico, elemento che riassume e soddisfa tutta una serie di esigenze pedagogiche e psicologiche; si studia per abituare i fanciulli a studiare in un determinato modo, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere che continuamente si ricompone in vita, per abituarli a ragionare, ad astrarre schematicamente pur essendo capaci dall'astrazione a ricalarsi nella vita reale immediata, per vedere in ogni fatto o dato

ciò che ha di generale e ciò che di particolare, il concetto e l'individuo. E cosa non significa educativamente il continuo paragone tra il latino e la lingua che si parla? La distinzione e l'identificazione delle parole e dei concetti, tutta la logica formale, con le contraddizioni degli opposti e l'analisi dei distinti, col movimento storico dell'insieme linguistico, che si modifica nel tempo, che ha un divenire e non è solo una staticità.” Antonio Gramsci


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Codice

La lingua è l’espressione della storia e della cultura di un popolo DI @BARBERINI.IT

Il “tormentone”

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a diversi anni, ma con una frequenza e un’insistenza esasperante in particolare negli ultimi tempi “prima della crisi” (tra virgolette per significare che d’ora in avanti, e chi sa per quanto tempo, dovremo abituarci a usare questa definizione come spartiacque della nostra storia recente, un po’ come una volta si usava dire “prima della guerra”), viene ripetuto il “tormentone” della assoluta necessità della conoscenza delle lingue straniere (che al singolare poi significa l’inglese), da inserire come materia di studio obbligatoria, alcuni più “scalmanati” dicono già dall’asilo. (Nota: qualcuno ha pensato che per insegnare le lingue occorrono gli insegnanti? Ce ne sono così tanti quanti ne servirebbero per un piano di insegnamento “universale”?). Un “piccoletto” alcuni anni addietro aveva addirittura basato il suo programma politico su di uno slogan di tre parole: Impresa, Internet, Inglese. Cancelliamo la prima che, in verità, si sta cancellando da sola; sorvoliamo sulla seconda che va da sé, male come tutte le “cose” in Italia, comunque va; passiamo alla terza per dire subito che è una sciocchezza. Ho provato a chiedere ad alcuni cassaintegrati non più giovani, a precari e disoccupati giovani e persino a professionisti “normali”, cioè il 99% di coloro che vivono e lavorano nella realtà corrente italiana, se e quanto la mancata conoscenza dell’inglese avesse pesato sulla chiusura della fabbrica, sulla mancanza delle occasioni di lavoro o il crollo di quello già acquisito; nonché, di converso, se a loro giudizio la conoscenza dell’inglese avrebbe dato loro una possibilità di ritrovare il posto di lavoro perso o trovare quello mai avuto. Ometto le risposte. Essendomi rivolto ad amici il linguaggio, peraltro neppure in italiano ma in stretto dialetto locale, è stato molto colorito, ma ironico. Qualche risposta di interesse (desiderio di co-

noscenza o dispiacere di non conoscenza) l’ho ricevuta, in genere da persone che potendo, e non sono molte, avevano avuto occasione di fare qualche viaggio turistico all’estero. Effettivamente, mi è stato detto, conoscere l’inglese le avrebbe sicuramente aiutate a comprendere una scritta sui display (inglese!) degli aeroporti e persino a trovare prima le indicazioni per la toilette (francese!). Fuori dall’ironia è indubbio che, come si dice, “tutto serve”; ogni conoscenza ulteriore arricchisce e aumenta le possibilità e dunque la qualità della vita. Coniugare, però, la conoscenza delle lingue (sempre una: l’inglese) con le occasioni di lavoro, per la stragrande maggioranza delle persone, anche giovanissime, è una stupidaggine. Certamente per gli eletti manager di società internazionali (o nazionali orientate al commercio con l’estero), ricercatori e studiosi, professionisti di alto livello, la conoscenza dell’inglese più che essere una opportunità, è un requisito di base, né più né meno come avere la laurea in medicina per fare il medico. Sin qui, comunque, nulla di particolare da osservare, ciascuno può dire quello che pensa (a condizione ovviamente che prima di parlare “pensi”). La gravità del “tormentone” sta nel fatto che, mentre lo

si ripete ininterrottamente come uno “scongiuro” miracoloso, la scuola che si vorrebbe addirittura arricchire di quell’insegnamento carente sta letteralmente sprofondando. Prima di entrare però nel tema del disastro del sistema scolastico italiano, dobbiamo aprire una breve parentesi sul concetto stesso di “lingua”, perché già sull’interpretazione del termine c’è grande confusione.

La lingua Alla lingua abbiamo dedicato un inserto nel numero di settembre scorso di questa rivista. In particolare abbiamo riportato un estratto di un importante intervento formulato sul tema da Stalin nel 1950. (Nota per i critici: prima di fare sarcasmo considerate che Stalin, oltre e prima di essere un capo politico, era anche uno scienziato del marxismo, vi invito a rileggere con la necessaria pazienza e attenzione l’articolo citato). In quell’intervento Stalin ha spiegato come la lingua, priva di qualsiasi connotazione di classe e dunque patrimonio uguale e comune di tutti i cittadini, abbia la funzione non solo di consentire di esprime i pensieri, ma prima ancora di crearli.


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Codice

morto perché è morta la storia e la cultura propria del popolo che lo parlava. Ha scritto Stalin: “La lingua è uno di quei fenomeni sociali che operano per tutta la durata di una società. Essa nasce e si sviluppa con il nascere e lo svilupparsi della società. Essa muore col morire della società”. Dunque, tornando all’oggi, quando parliamo di lingua facciamo riferimento alla storia di un popolo, cosicché per affermare di parlare una lingua dovremmo prima averne conosciuto i “creatori”, altrimenti abbiamo solo una serie di parole in fila più o meno coerente e ordinata, ma in sostanza un semplice “codice”.

Il Codice

“La lingua – spiega Stalin - è un mezzo, uno strumento con l'aiuto del quale gli uomini comunicano gli uni con gli altri, scambiano i pensieri e giungono a comprendersi reciprocamente. Essendo direttamente connessa con il pensiero, la lingua registra e cristallizza in parole, e in parole coordinate in proposizioni, i risultati del pensiero e i successi del lavoro di ricerca dell'uomo, rendendo così possibile lo scambio delle idee nella società umana”. Soggiunge quindi Stalin: “Perciò la lingua e le sue leggi di sviluppo possono essere comprese solo se vengono studiate in inscindibile connessione con la storia della società, con la storia del popolo a cui appartiene la lingua studiata e che è creatore e depositario di questa lingua”. Cos’è dunque la lingua: non un semplice “parlato”, ma l’infinito insieme delle nozioni storiche e culturali della popolazione che ha costruito, passo dopo passo, mattone/parola dopo mattone/parola, frase dopo frase, il suo patrimonio linguistico in grado di formare, articolare e scambiare i pensieri. Conoscere una lingua, dunque, significa conoscere un’intera storia del popolo che la parla, la scrive e la legge. Come distinguiamo una lingua da un dialetto? Esattamente dal fatto che una lingua esprime un’intera storia/patrimonio culturale di un popolo, il dialetto (quando non è un accento,

ma in questo caso di tratta pur sempre della stessa lingua diversamente pronunciata) è solo un mezzo di comunicazione, come dire, “sonoro”. Facciamo un esempio. Sino a non molti anni or sono in Italia (penisola italica) esistevano due lingue, egualmente e parimenti in grado di esprimere l’intero patrimonio storico/culturale del popolo che le parlava: il toscano-romano, lingua ufficiale dello Stato Italiano, e il napoletano. Il napoletano non era una variante dell’italiano ufficiale unificato, bensì una discendenza diretta dalla volgarizzazione del latino, sviluppatasi in parallelo con il fiorentino dantesco, in qualche modo come le tante altre lingue romanze (dette neolatine in quanto derivate dal latino classico) quali la lingua d’oc della fascia mediterranea dalle alpi alla catalogna; la lingua d’oil dell’alta Francia; la lingua del sì iberica; altre balcaniche, il rumeno, l’albanese, ecc. Il napoletano, come il fiorentino prima e il toscano-romano oggi, soddisfaceva le esigenze espressive di tutti gli ambiti della cultura (letteratura, teatro, poesia, musica, ecc.) e della scienza. Più che l’unificazione piemontese, il degrado economico e quindi sociale e culturale del suo territorio ha ucciso quella lingua che oggi sopravvive solo come dialetto o ancora meno come accento nella pronuncia dell’italiano ufficiale. Il napoletano è

Cosa dunque può insegnare la scuola e più specificamente la scuola italiana con la sua attuale povertà di mezzi e di risorse economiche, sempre più scarse e soprattutto sottratte alla scuola pubblica per essere dirottate verso scuole private di conclamato scarsissimo livello qualitativo (si veda in proposito il Rapporto sulla scuola italiana del 2011 pubblicato dalla Fondazione Giovanni Agnelli che così afferma: “Nonostante la presenza di alcune realtà di chiara eccellenza, la performance della maggior parte delle scuole non statali è deludente rispetto a quelle statali”). La scuola italiana, soprattutto se ci si sofferma sulla scuola media che rappresenta il così detto “anello debole” del percorso scolastico, non può andare oltre l’insegnamento di un “codice”, nulla a che vedere con la conoscenza di una lingua/cultura. Il codice ha un pregio (unico) quello di essere comune a tutti gli utilizzatori del mondo, ma ha il difetto (enorme) di essere totalmente avulso dalle rispettive culture degli stessi. Il codice dunque non può trasmettere, e reciprocamente recepire, idee ma solo “segnali primitivi”, in sostanza niente più di una “mimica” scritta o parlata. Attraverso la conoscenza e l’uso di un codice non si conoscono e non scambiano culture, ma sacchi di riso o volatili derivati finanziari. E qui si pone il rischio della confusione tra il reale insegnamento di un ridotto “codice” con quello di una complessa “lingua”.


26 Introdurre così pesantemente, invasivamente, come da più parti si sostiene, l’insegnamento nella scuola, soprattutto dell’obbligo, di un codice che apparentemente simula l’apprendimento di una lingua, rischia di pregiudicare lo sviluppo mentale degli studenti inducendoli a percorrere strade semplificate di un apprendimento passivo che non sviluppa la mente, ma la comprime e la impoverisce. Facciamo l’esempio dell’insegnamento della così detta lingua inglese (Nota: quanto appresso si dirà a proposito di tale materia di studio non intende svalutare il ruolo degli insegnati della stessa, quanto semmai, e anzi proprio all’opposto, provocarne una più alta considerazione laddove dall’insegnamento di un “codice” si passasse a quello della “lingua/cultura”). L’inglese ha assunto sostanzialmente oggi la funzione dell’ “esperanto” dell’intero mondo, anche se costruito sulle radici di una sola vicenda linguistica (l’Esperanto fu un tentativo, fallito, di costruire artificialmente una lingua universale ricorrendo, però, alle radici un po’ di tutte le diverse lingue, sicché ciascuna popolazione ritrovasse in quel codice un richiamo alla propria cultura). Più ragioni hanno condotto alla scelta del ceppo linguistico inglese: a partire dalla massima semplificazione della struttura sintattica e grammaticale (che, sia ben chiaro, non vuol dire povertà espressiva, a onore di Shakespeare e dei tanti altri grandi scrittori in lingua inglese); alla diffusione diretta nelle colonie inglesi sparse sostanzialmente in tutti i continenti del mondo; al dominio economico e militare, infine, del barbaro impero nord americano (i romani conoscevano la lingua/cultura greca e molti altri linguaggi del loro grande impero; gli yankee, ignoranti e prepotenti come sono, conoscono già assai poco e male la loro lingua e non tollerano altre lingue, quelle dei paesi occupati o comunque dominati). Imparare il codice inglese, dunque, consente effettivamente di scambiare segnali un po’ con tutti i popoli del mondo, senza tuttavia riuscire a comprenderne nessuno. Ebbene, la scuola deve (categoricamente: deve!) insegnare a comprendere (ragionare per comprendere) e non solo a comunicare.

Codice

Dipanare la mente Riferendosi al primo e più importante livello del percorso scolastico, quello della scuola elementare (che peraltro in Italia ha ancora un’ottima considerazione), è stato detto che la funzione del maestro è quella di “dipanare” la mente dei bambini. Farli uscire dalla comunicazione primitiva fondamentalmente sensoriale e mettere in moto il meccanismo di apprendimento (n.b. è stato considerato che l’essere umano è l’unico animale che non smette mai di imparare, quindi di crescere ed evolvere mentalmente, proprio, o anche perché, impara e cresce molto lentamente rispetto a tutte le altre forme animali). Vero questo allora la funzione (missione se volgiamo usare un termine “aulico”) della scuola, e non solo di quella dell’obbligo, è di aiutare i bambini e poi ragazzi a far funzionare la loro mente, cioè a sviluppare e utilizzare le loro capacità di apprendimento. Una persona consapevole delle proprie capacità e padrona del meccanismo di apprendimento potrà in seguito imparare qualsiasi cosa; viceversa una persona non sviluppata sulle proprie capacità di apprendimento, ma addestrata (istruita) all’uso di alcune soluzioni operative, rischierà di rimanere imprigionata in quelle poche (o tante,

non rileva la quantità, ma la qualità) esperienze operative e sarà incapace di andare oltre o anche “altrove”. Inculcare in una mente in formazione il modesto strumento della esperienza dell’uso di un codice, rischia di bloccarne lo sviluppo accrescitivo, di formare quindi dei “comunicatori” e non dei “conoscitori”, Ed ecco dunque il senso dell’insegnamento di Gramsci trascritto nella pagina di apertura di questo inserto: perché studiare il latino. Il latino è una lingua morta che non viene parlata e non viene usata per nessun fine operativo, non serve per fare “i camerieri, gli interpreti, i corrispondenti commerciali”. Studiare il latino serve per imparare a conoscere, non solo le regole grammaticali e sintattiche di quella lingua, ma attraverso queste la cultura della popolazione che la parlava e la utilizzava. Capiti questi “meccanismi”, potranno allora essere comprese tutte le lingue del mondo, ma anche qualsiasi altro argomento, materia, scienza. Concludeva Concetto Marchesi, il più grande latinista della storia italiana, “Ho sentito dire che la scuola deve formare l'uomo moderno; io non so che cosa sia quest'uomo moderno. La scuola deve formare l'uomo capace di guardare dentro di sé e attorno a sé; a formare l'uomo moderno provvederanno i tempi in cui egli è nato. Ogni uomo è moderno nell'epoca in cui vive”.


Figlio

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…Mio figlio sta male di mente e non trovo risposte per curare la sua malattia

DI GIAMPIERO DI LEO Presidente FENASCOP Federazione Centro Italia

Molte persone, non riuscendo a darsi risposte sul che fare non appena entrano in contatto con il problema della sofferenza psichica, o loro, o di loro conoscenti o di loro familiari, ricevendo risposte insoddisfacenti dagli “esperti” medici, psichiatri e non, a loro dire delusi dalle strutture pubbliche preposte e che dovrebbero intervenire su queste patologie, si rivolgono ai “giornali”. Spesso lo fan-

no con un sovraccarico emotivo approssimando i problemi ed usando terminologie inadeguate perché ci si possa realmente avvicinare operativamente al dramma di chi soffre di questo male. Anche le risposte che ne seguono, provenienti dalle varie rubriche aperte alla posta dei lettori, risultano di conseguenza generiche, approssimate spesso compassionevoli se non addirittura fuorvianti.


28 Il sofferente di un disagio psichico viene subito catalogato come un malato mentale, conclamato e cronico, che nell’ immaginario del lettore equivale al matto da rinchiudere e da curare anche contro la sua volontà. Noi però insistiamo nel dire che malati mentali, ovvero “matti”, ci si diventa per mancanza di risposte, comprensione e cure adeguate. Alla stregua di qualsiasi malattia organica che, se non curata in tempo e con strumenti adeguati, vira nella cronicità e nei casi più infausti alla morte, così il disagio psichico se non preso in carico in tempo, con competenze e strumenti appropriati, porta alla malattia mentale conclamata che è la cronicità, se non addirittura la morte della psiche. Per contestualizzare questo mio intervento riporto la corrispondenza pubblicata sul quotidiano “La Repubblica” qualche tempo fa. I nomi, i luoghi sensibili nonché le denominazioni dei farmaci e dei presidi sanitari sono stati cambiati per rispetto della privacy. Il tempo degli avvenimenti è alquanto lontano, ma nel nostro campo, quello della cura del disagio psichico il tempo sembra essersi fermato, immutabile e nelle corrispondenze ai giornali nulla sembra essere cam-

Figlio biato. Molti familiari si ritroveranno nelle situazioni che la corrispondenza fra una madre di un ragazzo “in crisi continua”, un editorialista di Repubblica e un tecnico del settore delle Comunità terapeutiche in psichiatria, descrivono. Noi speriamo che quella madre se la sia, in qualche modo, cavata, e abbia seguito le indicazioni del “tecnico del settore” (il dott. Antonino Serio, rappresentante in FENASCOP, la federazione delle comunità terapeutiche in psichiatria per la qualità dei servizi delle Comunità terapeutiche per la cura del disagio psichico/ salute mentale). Noi abbiamo preso lo spunto da quella corrispondenza per rinnovare l’invito a chi avesse bisogno di conoscere cosa fare quando si imbatte personalmente o per conto di altri nella sofferenza psichica/malattia mentale conclamata, di contattare rapidamente gli istituti preposti alle cure, ovverossia i Centri e i Dipartimenti di Salute Mentale presenti in tutte le AASSLL, anche nella la speranza che nel frattempo qualche cosa nei Servizi Pubblici così criticati nella lettera a Repubblica, anche a Milano sia cambiato, e possa ancora cambiare. Rivolgersi alle persone giuste, in tempo e con tenacia nel cer-

care risposte utili, può fare molto. Molto di più può fare riuscire a trovare le persone, i luoghi e le istituzioni, pubbliche o private, in grado non solo di dare risposte e incoraggiamenti, ma anche in grado di intervenire concretamente per il sostegno clinico necessario. Nel nostro piccolo diamo il nostro contributo, suggerendo gli indirizzi delle Segreterie FENASCOP (Federazione delle Comunità Terapeutiche per la cura del disagio psichico/Salute mentale) delle Comunità terapeutiche nelle Macroaree Nord, Centro e Sud: FENASCOP NORD Piazza Mameli, 5/7 17100 Savona Presidente Antonino Schifano tel. 019/812072 fax 019/8339398 cell. 3355255383 FENASCOP CENTRO ITALIA Via Morlupo, 23 00060 Capena /RM) Presidente Giampiero Di Leo tel./fax 06 9032231 cell 3357610737 FANASCOP SUD Via S. Lorenzo n. 316 90146 Palermo Presidente Antonio Stagno tel. 091/6719111 fax 091/6713954

(Le immagini utilizate in questo inserto sono particolari di pitture di Pierre Auguste Renoir)


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Figlio

Il dramma di un figlio “malato di mente” Lettera di una madre a Repubblica: le risposte dell’editorialista e di un tecnico del settore

Q

ualche tempo fa la sig.ra F. S. così scriveva al quotidiano la Repubblica:

S

ono una donna di 55 anni, con la madre di 92, il suocero di 81, convivo con un ex marito (separati in casa) e ho un figlio di 31, psicotico da una decina d'anni. Negli ultimi 2 anni è stato ricoverato due volte in ospedale per forti crisi aggressive (entrambe le volte sono stata picchiata); i suoi atteggiamenti sono provocatori e sprezzanti. Nel passato ha fatto anche uso di droghe. Fino al giugno scorso, era riuscito a curarsi con gli psicofarmaci, la dottoressa che lo ha in cura al C.S.M gli aveva prescritto il R…. , che evidentemente è un farmaco adatto a lui, ma lo ha preso un anno e poi ha smesso perché "non accetta di essere dipendente dalle medicine", e perché lo faceva molto ingrassare. L'anno scorso, dopo l'ospedale, avevo chiesto alla dottoressa di farlo accogliere in una comunità adatta, ma pare che a Milano per i pazienti psichiatrici ci siano solo due strutture di accoglienza permanenti che sono molto affollate. Lui se l'è cavata da solo per un po', ha convissuto con una ragazza che ha problemi di droga e di bulimia, io cerco di dargli tutto l'aiuto che posso ma non sono riuscita a tornare a vivere con lui per la sua insofferenza alla mia presenza (e il mio timore). Il mese scorso gli era stata offerta la possibilità, dall'assistente sociale dello stesso CSM, di frequentare un corso per imparare a usare il computer, quindi si era affacciata una speranza per il suo futuro, ora nuovamente si dilegua perché non prende più medicinali, quindi non riesce a uscire di casa, ha perso i documenti personali, non si lava, si lascia andare. Nei prossimi mesi inizieranno anche alcuni processi a suo carico per furto (lui cercava di prendere o prendeva automobili e motorini

aperti "perché anche a me hanno rubato l'auto e la moto", cosa vera del resto, che appartiene però al suo passato di quando stava bene). Il suo contatto con la realtà è stravolto dalla malattia. Ho un amico avvocato che ha fatto e fa tanto per aiutarlo, ho un lavoro che mi piace e mi permette di non impazzire davanti a questa realtà, ho fatto analisi di gruppo per cinque anni per dar voce alla mia disperazione, ma ora mi ritrovo arrabbiata e impotente. I medici hanno fatto poco, ma forse non potevano fare di più (l'unica soluzione che la dottoressa ha trovato è di farlo ricoverare di nuovo in ospedale con TSO, Trattamento Sanitario Obbligatorio), le comunità private sono molto costose (per i tossicodipendenti lo Stato stanzia miliardi, sperando di recuperarli, per i malati di mente molto poco perché non crede che guariscano). Come si fa a aiutare chi non vuole essere aiutato? Gli amici lo sfuggono perché

hanno paura, suo padre "si augura che muoia", io poi ho il cuore spezzato. lo poi ho un lavoro di responsabilità che mi porta via molto tempo (fino alle 20 in ufficio, ma forse è un bene), e devo risolvere i problemi di salute e di crisi di due persone molto anziane che non hanno altri che me. Questo è uno sfogo ma è anche una richiesta di aiuto, che non so come si possa attuare, ma la lancio ugualmente. Firmato F. S.

R D

ispondeva Barbara Palombelli (Repubblica 25 novembre 1998)

i nuovo, una richiesta di aiuto. Dividere con gli altri i nostri problemi familiari, o di salute, è un grande sollievo. F… (la mamma) ha bisogno di sentirsi meno sola. Questa rubrica ha già ospitato altre disperate lettere di genitori di ragazzi malati di mente: c'è un dramma più grande, per un padre o una madre?


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L

ettera di Nino Serio responsabile, per la FENASCOP, della qualità dei servizi nelle Comunità psicosocioterapeutiche che operano su tutto il territorio nazionale.

G

entile dott.ssa Palombelli, Le scrivo in relazione alla lettera "Il dramma di un figlio malato" sperando di poter essere d'aiuto alla signora S… e a quanti vivono il dramma della malattia mentale. La Sig.ra S… propone un tema attualissimo, quello della scarsità di fondi destinati alla psichiatria, che da sempre limita le possibilità di intervento a favore del malati di mente. Da questa scarsità di mezzi economici deriva anche la scarsità di strutture terapeutiche e riabilitative per la malattia mentale. Ed ha ragione la signora quando rileva che ad esempio la tossicodipendenza riceve molte più attenzioni della psicosi per la cura e la terapia, tanto che le Comunità Terapeutiche, nate per il trattamento dei disturbi psicotici e sviluppatesi prevalentemente a questo scopo nei paesi anglosassoni, sono conosciute dal pubblico italiano quasi esclusivamente come strutture elettive per il trattamento delle tossicodipendenze. Da anni è nata una Federazione delle Strutture Intermedie in Psichiatria la FENASCOP (Federazione Nazionale Strutture Comunitarie Psico-Socio-Terapeutiche), fondata espressamente con lo scopo di difendere e diffondere la cultura della Comunità Terapeutica in campo psichiatrico. Alcune di queste strutture operano da più di dieci anni in regime di convenzione con le Regioni di appartenenza, con progetti terapeutici individualizzati rispetto ai bisogni del paziente e concordati con i servizi territoriali di base. Le Comunità Terapeutiche secondo le direttive ministeriali possono ospitare un numero molto piccolo di pazienti (massimo 20) vista la necessità di individualizzare fortemente il trattamento, e il numero delle strutture esistenti non è neppure lontanamente sufficiente a soddisfare la richiesta. Inoltre, le rette di queste strutture, che offrono standard operativi decisamente elevati, non vengono decise dalla singola struttura, sia essa pubblica o privata, ma da preci-

Figlio se delibere regionali, e per quanto io ne possa sapere, le Comunità terapeutiche private hanno costi assai più bassi dei ricoveri ospedalieri ma paganolo scotto di forti ritardi da parte delle A.U.S.L. nel pagamento delle rette, ritardi che in alcuni casi superano i 10 mesi. È immaginabile che una situazione di questo tipo metta continuamente in discussione la sopravvivenza stessa di esperienze di questo genere in Italia, esperienze che finora, per esistere, hanno praticamente potuto contare solo sull'inestimabile risorsa costituita dalla forte motivazione degli operatori che vi lavorano. Eppure le Comunità Terapeutiche sono una delle poche risposte concrete al disagio psichico grave e al dramma che vivono le famiglie con un parente malato di mente. Ribadisco, si fa in concreto molto poco per i malati di mente a differenza di quanto avviene per altre categorie svantaggiate: non perché siano incurabili. Tutti questi anni di lavoro delle Strutture Intermedie, dalla nascita della legge 180 del 1978, dimostrano infatti il contrario, ma i disagiati psichici, per gran parte condizionati dalla tipologia del loro male e dall'evolversi della loro malattia, sono la categoria svantaggiata meno capace di far pesare i propri diritti. I malati di mente hanno bisogno, a volte per lunghi periodi, che qualcun altro dia una voce comprensibile al loro bisogni e alla loro disperazione. E la dif-

ficoltà maggiore è quella di fare questo restando rispettosi dei diritti della Persona e dell'individualità di ognuno. I familiari, specie quando riescono a avvicinarsi alla malattia del congiunto con la sofferta consapevolezza che mostra la Sig.ra S…, sono una grande risorsa per chi soffre e per gli operatori che cercano di aiutarlo. Ma, affinché l'aiuto sia possibile devono rendersi disponibili risorse che allo stato attuale la sanità italiana non rende accessibili. È fondamentale che i servizi socio-sanitari italiani riconoscano realmente ai disabili psichici gli stessi diritti che riconoscono ad altre categorie svantaggiate, garantendo a loro e alle loro famiglie una tutela adeguata e strutture idonee per la terapia e la riabilitazione, come peraltro previsto tutta una serie di Leggi dallo Stato (180/78 in testa) lungamente e largamente disattese. Se la signora S… e/o suo figlio, assieme agli operatori del CSM, vorranno mettersi in contatto con me potrò fornire loro gli indirizzi delle strutture associate alla Fenascop, nella speranza che possano trovare un aiuto concreto. Mi concedo nel contempo il piacere di invitare Lei, dott.ssa Palombelli, a visitare una delle Comunità FENASCOP, la Federazione delle Comunità terapeutiche che io sto rappresentando in questa mia, che da circa 15 anni (nel 1998) opera per la cura del disagio psichico. Con sincera stima. dr. Antonino Serio


Eric

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Il mio amico Eric “Ci sono sempre più scelte di quante crediamo.” (Cantona)

"È un film che parla di amicizia e del prendere atto di quello che sei. È un film contro l’individualismo: siamo più forti insieme che da soli. In fondo, parla della solidarietà che nasce fra amici – tra i tifosi di una stessa squadra di calcio, ma anche tra colleghi di lavoro. Può sem-

brare una cosa scontata, eppure non è un’idea così popolare di questi tempi. Per lo meno da una trentina d’anni a questa parte, da quando abbiamo smesso di essere compagni di viaggio e siamo diventati tutti concorrenti in competizione gli uni con gli altri" (Ken Loach)


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Eric

“Il mio amico Eric”, un film di Ken Loach, Cannes 2009 Trama

Un impiegato delle Poste britanniche vede la sua vita andare sempre peggio. Ha lasciato da trent'anni Lily, suo unico e vero amore. Ora vive con i due figliastri lasciatigli da una donna che non c'è e con uno dei quali ha un pessimo rapporto. Eric, che cerca di non ricordare il passato, ha un solo rifugio in cui cercare un po' di consolazione: il tifo per il Manchester e la venerazione per quello che nel passato è stato il suo più grande campione, Eric Cantona. Ora però Eric ha un nuovo e per lui non secondario problema: la figlia che aveva abbandonato ancora in fasce, ma che non ha mai avuto un cattivo rapporto con lui, gli chiede il favore di occuparsi per un'ora al giorno della bambina che ha avuto, in modo da poter completare in pochi mesi gli studi. Sarà però necessario che Eric si faccia consegnare la neonata da Lily che non ha voluto più incontrare dal lontano passato. Qualcuno giunge in suo soccorso in modo inatteso e concretamente irreale: il suo idolo: Eric Cantona. Il problema da affrontare non sarà però purtroppo solo questo. Ken Loach ha realizzato il film della sua assoluta maturità. Sinora ci aveva regalato delle opere che restano nella storia del cinema tout court e in quella dell'impegno a favore dei meno favoriti nelle nostre società. Lo stile era rigoroso, partecipe, con qualche inserto comico ma con una dominante drammatica. In questa occasione riesce a realizzare una perfetta osmosi tra la commedia e il dramma. Arriva anche a fare di più gestendo l'apparizione onirica della star Cantona in un equilibrio perfetto tra ironia, astrazione e (perché no?) commozione. Eric Cantona è una leggenda per il calcio internazionale e per i tifosi del Manchester in particolare. Loach è un appassionato di calcio (straordinaria la replica alla domanda 'impegnata' di una collega in conferenza stampa: "Non vado alle partite per fare dei trattati antropologici ma per vedere la mia squadra vincere") e riesce a rileggere, grazie ancora una volta a una sceneggiatura più che mai calibrata di Paul Laverty, il mito calcistico facendolo interagire con le problematiche del piccolo Eric impiegato alle Poste. Ne nasce una storia d'amore, un

film sulla possibile positività dei miti nonché (ed era l'impresa più difficile di questi tempi) su una solidarietà ancora possibile. Solo lui e pochissimi altri possono riuscire a regalarci una commedia/dramma con happy end in cui realtà e immaginazione si alleano escludendo la retorica.

Critica

"Qual è stato il momento più bello?" domanda il protagonista a Eric Cantona, elencando al calciatore una serie memorabile di sue reti. "Un passaggio..." la risposta inaspettata. E in questa risposta c'è tutta l'essenza del film: un passaggio a un altro calciatore, a sottolineare l'importanza del gioco di squadra, nel calcio come nella vita. E sarà proprio il gioco di una particolarissima e divertentissima "squadra" che risolverà una situazione intricata e apparentemente senza via d'uscita, legata a un brutto affare in cui il figlio del protagonista si era cacciato. Il film è una commedia brillantissima e decisamente originale, che non perde però occasione per sottolineare l'importanza dell'impegno collettivo. E la forza della proposta in fondo è anche il messaggio che ne deriva: la possibilità che chiunque possa realizzare qualcosa di simile nella realtà, a condizione di volerlo fino in fondo e di lavorarci sopra,

aprendosi agli altri: non solo fantasia, dunque. È bello seguire l'evoluzione e lo sforzo personale di un uomo anonimo e ai margini della società, atto a recuperare il rapporto con la donna abbandonata trenta anni prima, da cui aveva avuto una figlia, e contemporaneamente notare la crescente forza che tutto ciò gli conferisce, fino a trovare una soluzione geniale a una situazione apparentemente impossibile da risolvere. Il tutto "aiutato" dal suo eroe sportivo di sempre, Cantona, che magicamente si materializza a dargli forza con "consigli e perle di saggezza" espresse in un francese che fa simpaticamente "chic", ma che stride con la condizione sociale dell'uomo e genera quindi un'ilarità sorniona nello spettatore... Ma alla fine il messaggio arriva, e anche lo spettatore diventa parte della "squadra" con una risata che è nello stesso tempo liberatoria e fonte di riflessione! E se il messaggio della commedia era lavorate per un impegno comune, direi proprio che più centrata di così era impossibile!


Eric

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Intervista al regista Ken Loach Perché Cantona? "È originale, brillante e acuto. È un uomo che ha le sue idee. Le sue schermaglie con i giornalisti sono sempre state intelligenti e spiritose, prima e dopo la famosa conferenza stampa in cui aveva dichiarato: “Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine”. Le sue riflessioni sul calcio e sulla sua carriera – soprattutto quelle emerse nelle conversazioni con Paul − sono diventate parte integrante del film. Quando Cantona entra in una stanza, la sua presenza si impone. Ha un carisma, un magnetismo unici. Per un attore parliamo di “proiezione naturale”, quando dal palcoscenico riesce a comunicare qualcosa a tutto il pubblico, anche a quello dell’ultima fila, dando l’impressione di non fare nulla. Eric lo faceva in campo − comunicava con 70mila persone. È una straordinaria dote naturale. A Manchester è stato trattato con grande rispetto e affetto. Abbiamo dovuto tenerlo un po’ al ri-

paro dai curiosi – per la prima volta ho avuto i paparazzi sul set. E se passeggiavi con lui per la strada, il traffico rallentava e la gente voleva stringergli la mano. Sono stato a vedere una partita con lui all’Old Trafford. Senza sapere che lui era lì, la gente intonava i cori di Cantona – cantavano ancora il suo nome, dieci anni dopo la sua partenza. Poi, quando hanno scoperto che lui c’era davvero, è successo il finimondo. Ho visto piangere uomini grandi e grossi! Mentre andavamo via, anche i più anziani venivano a stringergli la mano. Pochi giocatori hanno suscitato tanto affetto". Perché il calcio? "Io lo conosco solo da spettatore, ma andare a una partita è un gran modo per socializzare. Incontri tanta altra gente che ha qualcosa in comune con te: l’amore per una squadra. Non c’entra il lavoro, non c’entra tutto il resto. C’è solo la partita da vivere insieme a tante altre persone. La partita è anche una palestra di emozioni. Le vivi tutte: speranza, gioia, tristezza, dolore, angoscia, attesa. L’estasi delirante quando arriva il gol. Provi tutte queste emozioni, ma all’interno di un contesto”'sicur”'. Ti appassioni e soffri ma in fondo sai che è solo un gioco, e che la vita vera è un’altra cosa. È uno straordinario esercizio terapeuti-

co". Chi è Eric Bishop, il personaggio principale del film ? "È un uomo intelligente che soffre di attacchi di panico. Attacchi che gli hanno impedito di avere un rapporto stabile e duraturo con una donna. Ma la sua politica è sempre stata quella dello struzzo: uscire con gli amici, andare alle partite, bere qualcosa e fare finta di niente. Il risultato è stato il fallimento del suo primo matrimonio. Poi ha sposato una donna che si è messa a bere e un bel giorno se n’è andata lasciandogli i due figli avuti da due precedenti relazioni. E siccome Eric in realtà è una persona molto generosa, li ha tirati su come fossero suoi. Finché sono stati piccoli è andato tutto bene, ma diventati adolescenti hanno cominciato a fare quello che fanno tutti gli adolescenti: quando intravedono una debolezza, la sfruttano. E così, lo stanno distruggendo. Eric Bishop resta con una grande casa che non riesce più a gestire, e naturalmente caos porta caos. A malapena riesce a conservare il lavoro, e quando lo vediamo per la prima volta è nel bel mezzo di un attacco di panico”. E’ stato difficile passare dalle scene comiche ai momenti più seri? "Puoi solo sforzarti di essere autentico. E ancora un volta si tratta di trovare interpreti che sanno essere divertenti in modo vero, naturale. Oppure veri e naturalmente commoventi. Nel momento in cui lo spettatore pensa “Ecco, questa è una scena comica” o “Ecco, questa è una scena triste” vuol dire che hai sbagliato tutto. Ecco perché uno come John [Henshaw] è un bravo attore. È serio e divertente senza essere diverso da quello che è. Anche Ricky Tomlinson è così. Sa essere divertente e serio restando sempre se stesso. La cosa essenziale è che non deve cambiare marcia". Cantona suona la tromba nel film. Ha un futuro come musicista? "Dopo che George Fenton lo ha sentito suonare, ho mandato un sms a Cantona che diceva: “I musicisti sono rimasti colpiti ma ti consigliano di aspettare a lasciare il calcio”. E lui mi ha risposto con un altro sms:”'Forse hanno paura che gli rubi il lavoro”.


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Eric

Ken Loach, vita e filmografia Proveniente da una famiglia operaia, dopo aver studiato al St. Peter's College e poi ad Oxford (giurisprudenza), si appassiona al teatro e firma la regia di tutto il repertorio della compagnia teatrale scolastica e universitaria. Nel 1962 entra nel mondo del network BBC, dove cura la serie Z Cars. Tre anni più tardi, dall'incontro con il produttore riformista Tony Garrett, realizza dieci puntate di Wednesday Play, docudrammi con un forte contenuto politico che raccontano storie di degrado sociale, alcolismo, disoccupazione e che fanno dimenticare la visione multicolorata e happy della "swinging London". È la prima impronta del suo cinema. Una carriera impegnata. Il debutto cinematografico avviene nel 1967 con Poor Cow, cui seguiranno Kes (1969) e Family Life (1971), con i quali il regista comincia a imporsi all'attenzione della critica inglese per il suo linguaggio audio-visivo duro, asciutto, alienante e nevrotico, tipico di chi è immerso e/o prigioniero in una società borghese. Per vent'anni continua la sua carriera televisiva con documentari sugli scioperi, film tv come The Gamekeeper (1980) e pellicole che troveranno difficoltà nella loro distribuzione come Uno sguardo, un sorriso (1981). Dopo aver firmato L'agenda nascosta (1990), con il quale vince il Premio Speciale alla Giuria al Festival di Cannes, arriva il suo capolavoro: Riff Raff - Meglio perderli che trovarli (1991). Una storia comune che ha come fondale la politica dram-

matica della Thatcher, messa alla berlina da un umorismo pungente. Il film non può che vincere il premio come Miglior Film Europeo nel 1992. Altri premi conferiti sono il secondo Premio Speciale della Giuria a Cannes per Piovono pietre (1993) e il Leone d'oro alla carriera nel 1994. Un cinema libero dalle convenzioni sociali Maestro indiscusso di quelle storie piene di contraddizioni, di doppie vite che sfociano poi in casi estremi che portano addirittura a rompere ogni tipo di legame con la società di appartenenza, i film di Loach continuano ad attaccare ferocemente qualsiasi proiezione dell'elemento sociologico dell'Istituzione: la burocrazia del welfare (Ladybird Ladybird, 1994), le dittature (Terra e libertà, 1995, e La canzone di Carla, 1996) e l'apparato politico (My name is Joe, 1997). Ken Loach sta dalla parte dei clandestini messicani che passano il confine in California per lavorare in America (Bread and Roses, 2000), dalla parte dei disoccupati di Sheffield (Paul, Mick e gli altri, 2001) e degli adolescenti (Sweet Sixteen, 2002), descrivendo con una cura minuziosa la loro quotidianità del vivere. C'è poco da fare: dal cinema di Ken Loach, non si può scappare. Si entra nelle vite dei suoi personaggi, non spiandoli dalla finestra come molti registi fanno, ma entrando direttamente dall'ingresso, vivendo con loro, affrontando con loro il comune senso d'impotenza e la tanto bramata ricerca di una qualche utilità. Sono storie

di uomini e donne impegnati, animati da una fede umana radicale e radicata nel cuore ancor prima che nell'ideologia, con un'onestà intellettuale che non si piega di certo alle regole del benestare e ai dettami della politica approfittatrice. È con questo scopo che si unisce prima a Mira Nair, Sean Penn, Amos Gitai, Inarritu e Lelouch nel film corale 11 Settembre 2001 (2002), che racconta, in piccoli episodi, le conseguenze di quel catastrofico giorno che ha cambiato gli assetti politici del nuovo millennio. Si mette perfino dalla parte dei terroristi con il film che gli ha fatto finalmente vincere la Palma d'Oro a Cannes: Il vento che accarezza l'erba (2006) con Cillian Murphy, dove ci trasporta nell'Irlanda del 1919-22 durante la guerra civile contro l'Inghilterra dei Lords. Dopo In questo mondo libero (2007), e Il mio amico Eric (2009) il regista torna, nel 2011, con una nuova vicenda umana e commovente: L'altra verità. Nel 2012 ha vinto il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes con La parte degli angeli. Un regista "antipatria" Non amato in patria per evidenti motivi, è stato considerato un anti-patriota, la cosiddetta "mosca rossa" del reame, ma questo poco importa, perché quel suo genere storicodocumentaristico (del quale è maestro) - dove si parte dalla storia del piccolo per arrivare alla rigorosa costruzione di un contesto alla ricerca di verità - piace moltissimo al pubblico e alla critica.


Caffè

Tanti gusti di caffè

“Olio mortuario” lo chiamò César Vallejo. Tuttavia il caffè è una parte della notte la parte più sveglia, quella che s’allontana dal sonno la parte tenebrosa. (Alessio Brandolini, Il Caffé)

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Caffè

Il più costante fra tutti i sapori DI SARA MIRTI

Se vi chiedessero qual è il vostro piatto preferito, cosa rispondereste? Probabilmente molti chiamerebbero in causa un piatto italianissimo a base di spaghetti, altri sfoggerebbero un'invidiabile sapienza norcina, altri ancora citerebbero piatti etnici, dal sushi giapponese alla injera (o tahita) etiope, dalle tapas spagnole ai gamberi satay tailandesi, dal karkadé al caffè allo zenzero, o magari metterebbero sullo stesso piano un hamburger e un kebab (kebap in turco), un risotto e un couscous, un vino umbro e una grappa coreana. Ma se vi chiedessero qual è il vostro sapore preferito, vale a dire quale sapore si è trovato ad essere indissolubilmente legato ai vostri ricordi migliori, allora cosa rispondereste? Forse la prima cosa che vi verrebbe in mente è quel particolare piatto, semplicissimo, che da bambini adoravate e che mani sapienti riuscivano a rendere incomprensibilmente buonissimo, tanto che mai più avete assaggiato qualcosa di simile o di vagamente paragonabile, in nessun ristorante di nessuna cultura al mondo. Che so, l'insalata della vostra nonna: insalata verde, al massimo comperata al mercato sotto casa, olio, sale e aceto, nient'altro; solo che vostra nonna era solita mescolarla con le mani e questo, probabilmente, le conferiva una certa perfezione, una particolare armonia delle proporzioni date ai condimenti. Oppure il tè al limone di vostra zia: acqua, zucchero, limone e una bustina di tè tra i più commerciali lasciati a bollire insieme; migliore nel gusto di qualsiasi miscela rara. O ancora la spremuta d'arancia della nonna di vostra cugina: due arance, tanto zucchero, un largo sorriso et voilà: l'unica spremuta d'arancia al mondo che non vi dia acidità di stomaco e non vi faccia raggrinzire la lingua! O la bistecca di maiale cucinata dalla sorella di vostro nonno direttamente sulla padella (la stessa padella da anni) senza aggiunta né di olio né di sale o lardo: la bistecca più tenera e saporita che si possa mai assaggiare. O, ancora, la verdura campagnola saltata in padella con l'aglio che solo la nonna della vostra amica riusciva a fare così fragrante, o il rocchio della vostra bisnonna che avete

fatto appena in tempo ad assaggiare, o le salsicce sott'olio di cui favoleggiano "i più grandi" e che voi avete potuto soltanto sognare… Insomma, di esempi del genere se ne potrebbero fare a migliaia, addirittura distinguendo tra il cibo dedicato alle giornate di studio, il cibo da convalescenza e il cibo dei festeggiamenti. Tuttavia, dovendo necessariamente "tirare le somme" dei vostri piatti preferiti e dovendoli poi dividere per i vostri momenti "di gloria" (la matematica non è mai stato il mio forte, spero sia il vostro), ve lo chiedo di nuovo: quale sapore emerge tra gli altri? Quale salvereste sopra ogni cosa? A questo punto, probabilmente, molti di voi opterebbero per un gusto di tabacco variamente declinato, al quale abbinare in parti uguali l'odore della nebbia, che da queste parti può essere fin troppo avvolgente, e un forte amaro in bocca. Io invece opterei per il gusto del caffè, qualsiasi gusto. Ho avuto un vero colpo di fulmine col caffè fin da tenera età, al punto che se mi risulta gradevole l'odore di una busta di caffè appena aperta, l'odore del caffè bruciato non mi risulta sgradevole. Si tratta di un amore cieco e incondizionato. Col tempo inizio a dimenticare le cose che faccio con una certa, allarmante, facilità (tipo: "Avrò preso o no quella pasticca?", "Ho già messo lo zucchero?", "Mi sono ricor-

data del sale?", "Quello che ho versato era ceto oppure olio?", "A quale pagina ero arrivata?"), ma ricordo ancora perfettamente ogni variazione significativa che abbiano subito i caffè della mia vita: ricordo il caffè "alla Daniela" (caffè lungo, schiuma di latte e una spolverata di cacao), quello ottenuto da una moka in cui al posto dell'acqua era stato versato del caffè leggero, quello greco che ho letteralmente masticato per intero al primo sorso (la solita irruenza giovanile), quello austriaco che sapeva solo di latte intero, quello bruciato delle stazioni di servizio tedesche, quello dolciastro dei bistrot, quello amaro e salato che si beveva in spiaggia, quello lunghissimo "all'americana" (l'unico in grado di durare tanto quanto una conversazione media), quello freddo e acquoso, quello in polvere (amaro da morire), quello in polvere servito caldo con latte di soia (caffè coreano: uno tira l'altro), e quello frizzante (parlo della "brasilena" calabrese: acqua minerale, zucchero, infuso di caffè 12%, anidride carboranica, colorante: caramello, E150, aromi - distribuita dapprima in Calabria, Sicilia, Puglia, Campania, esportata anche in Canada, USA, Autralia, Cina, Albania). Naturalmente ormai so apprezzare anche i pregi e i difetti di parecchie marche di distributori automatici.


Caffè Il migliore per gusto rimane certamente l'espresso con poco zucchero, ma a pari merito con quello "turco" (o "greco", in uso in tutta l'area balcanica). Il problema è che l'amore cieco e incondizionato raramente permette di scegliere in maniera obbiettiva, quindi, vi elenco di seguito alcune ricette di caffè (o a base di caffè) pescate da internet: ora scegliete voi.

Caffè turco L’origine risale probabilmente al ‘500; il caffè alla turca va bevuto in tazzine basse e piccole. La caratteristica del caffè turco è la sua consistenza “sciropposa” infatti, venendo preparato con acqua, zucchero e polvere di caffè mescolati assieme, alcune particelle di caffè e zucchero rimangono sospese nella bevanda finale conferendole tale caratteristica densità. Ingredienti per due tazzine: 4 cucchiaini di caffè macinato in polvere 2 cucchiaino di zucchero Acqua Spezie: cardamono o cannella (facoltativo) Preparazione: Con un macinino da caffè macinate i chicchi di caffè in modo uniforme (in alternativa è possibile utilizzare il caffè in polvere). Prendete uno cezve (uno speciale bricco di rame con manico lungo) oppure un pentolino lungo e stretto ed inseritici due cucchiaini di polvere di

caffè ed un cucchiaino di zucchero. Aggiungete poi una tazzina d’acqua e mescolate bene fino allo scioglimento dello zucchero. A questo punto scaldate sul gas. Appena il caffè inizierà a bollire, comparirà la schiuma. Appena la schiuma inizia a salire lungo il pentolino, togliete dal fuoco e mettete con un cucchiaino la schiuma nella tazzina.

37 120 grammi di cioccolato fondente 4 cucchiai di panna montata (va bene anche la panna spray) 4 cucchiai di panna liquida Zucchero (per dolcificare) Cacao in polvere Cannella Sfogliatine (una dozzina) Preparazione: Preparare una moka di caffè per 4 persone. Fare fondere in un pentolino, a fiamma moderata (non deve friggere), il cioccolato fondente spezzettato. Preparate 4 tazzine e inserite un po’ di panna liquida. Una volta pronto il caffè, versatelo nelle tazzine. Dolcificate con un po’ di zucchero e poi mescolate insieme al caffè il cioccolato fuso. Spruzzate in ogni tazzina un po’ di panna montata. Alla fine, con un setaccio, spolverate su ogni tazza un po’ di cacao in polvere e spargete un poco di cannella. Si consiglia di servire il caffè viennese con delle sfogliatine al miele o alla marmellata di albicocche.

Rimettete poi sul fuoco il pentolino e, appena il caffè bolle nuovamente, toglietelo dal gas e versate il caffè nella tazzina (bisogna fare bollire il caffè 2 volte). Prima di poter bere il caffè alla turca bisogna aspettare che la polvere di caffè si sia depositata sul fondo. Naturalmente non bisogna mai mescolare il liquido e serve attenzione nel bere lentamente, per evitare che la polvere di caffè ritorni in sospensione. Da sottolineare che il sedimento assume forme particolari ed è proprio dall’interpretazione di questi depositi che è nata la lettura dei fondi di caffè, ovvero la caffeomanzia. E’ possibile aggiungere al caffè anche delle spezie come la cannella o il cardamono. Da servire con dei cubetti di lokum (anche alla rosa: è ottimo e per nulla stucchevole).

Caffè shakerato Ingredienti: Ghiaccio a cubetti (4-5) Zucchero liquido (a piacere) Caffè espresso (1 tazzina) Shaker Preparazione: Prima di iniziare la preparazione, mettete in congelatore il bicchiere dove verrà servito il caffè shakerato. Il bicchiere più adatto è con coppa larga e stelo piccolo (il bicchiere da Martini). Prendete quindi lo shaker ed aggiungete i cubetti di ghiaccio (4 o 5 vanno bene). Inserite quindi a piacere lo zucchero liquido (o sciroppo di zucchero). Se non si dispone dello zucchero liquido si può usare lo zucchero di canna (attenzione a non metterne troppo, altrimenti potrebbe non sciogliersi tutto). A questo punto versate nello shaker 1 tazzina di caffè espresso caldo. Attenzione: gli ingredienti vanno inseriti nello shaker rigorosamente in questo ordine. A questo punto, chiudete lo shaker ed agitare bene per almeno 10-15 secondi. Versate quindi il cocktail nel bicchiere che avevamo messo in freezer, facendo attenzione a non versare i cubetti di ghiaccio, ma solo la bevanda.

Caffè viennese Ingredienti: 4 tazzine di caffè ristretto

Caffè con la crema Preparate la moka (caffettiera) e mettetela sul fuoco. Preparate quindi in un


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Caffè

bicchiere due cucchiaini di zucchero per ogni persona che prenderà il caffè (ad esempio se avete preparato la caffettiera per 3 persone, inserite nel bicchiere 6 cucchiaini di zucchero). Tenete d’occhio la moka. E’ fondamentale non allontanarsi dal fornello perché bisogna prendere le prime gocce di caffè e metterlo immediatamente nel bicchiere dove è stato messo lo zucchero. Una volta fatto questo è possibile rimettere la moka sul gas in modo che continui la preparazione del caffè. Quindi iniziate a mescolare con un cucchiaino lo zucchero bagnato con il primo caffè uscito dalla moka. Bisogna mescolare energicamente fino a che il tutto non diventi schiumoso. Mettere quindi due cucchiaini della cremina ottenuta in ogni tazzina e poi versare il caffè. Ed ecco ottenuto a casa un caffè come quello del bar! Irish coffee Conosciuto anche con il nome di Caffè Irlandese, è un cocktail a base di caffè caldo, whisky, zucchero e panna. Ingredienti: Caffè Irish Whiskey (Whisky irlandese) Panna montata Zucchero di canna Composizione: 5/10 Caffè 3/10 Irish Whisky 2/10 Panna liquida fresca 1 cucchiaino di zucchero di canna Preparazione: Prendere un calice da 0,20 litri e preriscaldarlo con acqua bollente. Inserire quindi un cucchiaino di zucchero di canna grezzo ed un bicchierino di Irish Whisky (si possono utilizzare ad esempio Jameson o Bushmills). Aggiungere quindi una tazza di caffè lungo e mescolare bene fino a che lo zucchero si scioglie. Nel frattempo versare in uno shaker la panna fresca ed iniziare a shakerare per una decina di secondi fino a che la panna non si monta leggermente. Aggiungere quindi la panna con un cucchiaino, senza mescolare! Nota di degustazione: l’Irish Coffee va bevuto senza mescolare il caffè con la panna. Caffè cubano Non v’è dubbio: i cubani amano il loro caffè almeno quanto amano il mojito:

qui si serve in piccole tazzine, denso e con un cucchiaino di zucchero demerara… ti senti a casa? Il caffè utilizzato è quello nazionale, prodotto nelle montagne Sierra Maestra ed Escambray. I cubani adorano bere caffè a qualsiasi ora del giorno: alcuni di essi immergono il proprio sigaro nel caffè prima di accenderlo! Ingredienti: 1 bicchierino di Ron 1/2 fetta di arancia 1 cucchiaino di zucchero di canna Mascobado un cucchiaino di caffè in polvere Preparazione: Riempire un bicchierino da liquore di ron, appoggiare l'arancia sul bordo, da una parte sull'arancia mettere lo zucchero e dall'altra il caffè. Addentare l'arancia fino alla buccia e bere tutto in un fiato il ron. Ricetta tagliatelle al profumo di caffè e prosciutto La ricetta proposta è caratterizzata dal fatto che le tagliatelle dovranno essere preparate con la classica sfoglia fatta a mano, ma nell’impasto si mescoleranno insieme alla farina anche 100 grammi di caffè in polvere che aromatizzeranno la pasta. Le tagliatelle saranno condite con una salsa delicata preferibilmente a base di panna aromatizzata

al caffè e prosciutto cotto dolce o a piacere con altra salsa delicata. Ingredienti per 6 persone: • 1/2 Kg di farina 00 e 1,5hg di semolino di grano tenero • 6 uova fresche • un piccolo quantitativo di acqua o latte corrispondente al volume di un guscio d’uovo o poco più • 100 g. di polvere di caffè • tazzina di caffè ristretto • 2 dl di panna fresca • Burro 50 g • 200 g. di prosciutto cotto • Sale e noce moscata q.b. Procedimento: 1. Preparare la Pasta Sfoglia per Primi Piatti ed aggiungere alle farine i 100 g. di polvere di caffè. 2. Dopo aver preparato le tagliatelle predisporre la salsa di condimento. 3. Sciogliere la panna fresca insieme al burro e unirvi il prosciutto tagliato a dadini e scaldare a fuoco basso. 4. Aggiungere da ultimo sale e noce q.b. e versare la tazzina di caffè avendo cura di alzare il fuoco velocemente e per poco tempo per amalgamare il tutto e mantenere l’aroma inalterato. 5. Cuocere la pasta fresca in abbondante acqua salata per 7 o 8 minuti, scolare e condire subito con la salsa al prosciutto e caffè. (http://ricettealcaffe.blogspot.it)


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“Il silenzio fitto del primo mattino filtrò uno sparo lontano. Poi subito un altro. Insieme squarciarono il cielo ancor prima che spuntasse il giorno. Le ali piccole e arrotondate del fagiano si chiusero all’improvviso. L’uccello piombò a terra senza neppure provare a planare. Una macchia rossa sporcò il piumaggio lucido. Non ancora il corpo aveva toccato terra, che il setter marrone dressato da anni ai comandi del cacciatore si lanciò con avidità sulla preda, senza un attimo di esitazione, senza praticare alcuna pietà.- Dick, Diiick… Il cacciatore prese il fischietto ad ultrasuoni per richiamare l’animale che, invece di tornare indietro con lo sfortunato pennuto, si era seduto sulle zampe posteriori ed aveva preso ad ululare in cerca di aiuto. L’uomo gli corse in contro maledicendolo, pronto a bastonarlo, ma si coprì il viso sudato, con la mano aperta a ventaglio, ed insultò la Madonna. Si girò e vomitò. Il cane si accucciò e prese a guaire piano. Non era un cervo, né un cucciolo di cinghiale. Era un corpo con una grande pancia che giaceva in mezzo alla radura, sicuramente di donna. Semicarbonizzato, era rivolto supino, verso quel cielo sereno che sembrava promettere una splendida giornata per tutti.” Ogni mese Piazza del Grano offre questo spazio a tutte le donne. Manda la tue mail a “parliamone” : pp.zzadelgranodonne@libero.it


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PARLIAMONE… “Come ai tempi di Barbablù” DI

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CATIA MARANI

ra la sera del 5 luglio, ed i figli da allora non l’avevano più vista tornare a casa. Maria Anastasi abitava in provincia di Trapani, aveva 39 anni e da diciotto viveva con il marito. Maria era succube di quell’uomo violento e privo di scrupoli. Lo amava e continuava a difenderlo anche quando l’aveva costretta a tagliare i ponti con i suoi familiari più stretti. Lo amava e per non perderlo aveva accettato l’amante di lui in casa, sotto lo stesso tetto. Salvatore Savalli, aveva imposto a sua moglie e ai suoi due figli adolescenti, uno squallido ménage à trois. Costretta non solo ad accettare l’altra, ma a soggiacere anche alle attenzioni del marito, che infatti dopo averla messa di nuovo in cinta, mal sopportava l’imprevista gravidanza di Maria. Con spietata freddezza, nonostante fosse di nove mesi, in procinto di partorire il loro figlio, durante una lite, dopo averla tramortita con un colpo di badile alla testa, le aveva dato fuoco. Dopo ne aveva denunciato la scomparsa, ed il suo corpo carbonizzato venne

trovato per caso. In Italia nel 2012 le uccisioni di donne sono state in deciso aumento. Siamo passati da un omicidio ogni 3 giorni del 2011, ad uno ogni 2 dello scorso anno, da mariti, compagni o ex. Circa 122 donne, come la povera Maria, hanno incontrato uomini che si sono comportati da orchi, che con la loro ferocia fanno tornare alla memoria una vecchia fiaba assai emblematica, quella del sanguinario Barbablù, trascritta da Perrault nel XVII secolo. Un ricco ma brutto uomo, che uccideva le mogli, a suo dire, colpevoli di essere state troppo curiose, o di avergli disobbedito. Ancora oggi, la violenza domestica, quella subita per mano degli uomini di casa, è la prima causa di morte nel mondo per le donne fra i 16 e i 44 anni. l femminicidio è essenzialmente un delitto culturale che andrebbe combattuto dalle donne, ma ancor prima dagli uomini. Alcune popolazioni, con l’infanticidio femminile, mettono in pericolo la loro stessa sopravvivenza, tanto che fra coloro che lo perpetrano sistematicamente, in quanto socialmente accettato, la percentuale di donne fertili è molto più bassa di quella degli uomini. In India lo stato del Tamil Nadu, per una

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donna, è considerato il peggior posto dove nascere. Oltre alle condizioni miserevoli di quasi metà della popolazione, l’impossibilità del padre di provvedere alla dote di una seconda figlia, o per effetto della credenza indù, secondo cui solo un figlio maschio può celebrare il funerale dei genitori e permetterne la reincarnazione, le donne vengono costrette ad abortire se sono a conoscenza del sesso, oppure ad uccidere le neonate avvelenandole con latte di palma o soffocandole nel sonno. Storie di ordinaria violenza che vengono da tutto il mondo scritte sui corpi stuprati, violati, mutilati o sgozzati, di quelle migliaia di donne che appartengono a comunità in cui leggi ipocrite e una cultura retrograda non le mettono al riparo dalla cattiveria di chi le dovrebbe proteggere. n Italia se ne scrive e se ne parla tutti i giorni eppure, come abbiamo visto, le statistiche forniscono dati allarmanti. Donne ingenue che vengono catturate come prede? Che il desiderio di trovare il “paradiso” nell’amore le spinge fino a sposare il proprio Barbablù? Quando esse aprono la porta della loro esistenza, e scoprono che il predatore ha lavorato alla distruzione dei loro più cari desideri, e cercano di ribellarsi, vengono uccise. L’art. 587 del codice penale italiano tutelava il “delitto d’onore, secondo cui consentiva a chi uccideva un familiare, per salvaguardare la propria reputazione, di scontare una pena nettamente inferiore di chi commetteva lo stesso reato senza tale attenuante. E ancora, esisteva l’Istituto del “matrimonio riparatore”, che estingueva il reato di stupro se veniva subito da una minorenne. Dopo anni di lotte femministe, dopo la riforma del diritto di famiglia, tali assurdi principi sono stati abrogati con la legge n. 442 del 5 agosto 1981. L’Italia inoltre si sta apprestando a votare il disegno di legge, promosso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, della Convenzione di Istanbul”, ratificata dal Consiglio D’Europa l’ 11 maggio 2011, sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Ma a tutt’oggi, perché una donna adulta, libera, che vive in uno dei paesi più evoluti del mondo, al primo schiaffo, o alle prime parole selvagge , non allontana da sé per sempre l’uomo che prima o poi l’annienterà? Perché invece di denunciarlo, inforca un paio di occhiali da sole per coprire i segni di feroci violenze?

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Le grandi donne della storia Maria Teresa Goretti Famiglia Nasce nel 1890 in una famiglia povera e numerosa; da padre e madre agricoltori costretti a lasciare il paese di Corinaldo nelle Marche per cercare sostentamento altrove. Altezza Morì che non aveva ancora 12 anni, era alta appena 1,38 m., era denutrita e secondo l’esame autoptico effettuato dopo il decesso, risultava malata di malaria. Amici Si trasferiscono con una famiglia amica, i Serenelli, a Ferriera di Conca in provincia di Latina. Alessandro, secondogenito della famiglia Serenelli tentò, nonostante ella lo rifiutasse, più approcci di natura sessuale. Impotenza Si suppone che l’uomo dopo averla aggredita accortosi che era impotente, preso da un atto di rabbia, la uccidesse con un punteruolo. Perdono Morì il giorno dopo in ospedale di

setticemia, a causa dell’intervento cui fu sottoposta. Prima di spirare perdonò il suo aggressore. Giovani comuniste La sua immagine divenne popolare anche fra i non cattolici, al punto che il giovane dirigente comunista Enrico Berlinguer, la indicò per il coraggio e la tenacia, come esempio da imitare dalle giovani comuniste. Femminismo A partire dagli anni ’70, in periodo di affermazione del femminismo, la figura di Maria Goretti perse popolarità in quanto ritenuta dai non cattolici troppo legata ad una figura di donna sottomessa. Conversione Il perdono della fanciulla in punto di morte, portò alla conversione il Selenelli, che, dopo aver scontato 30 ani di carcere chiese di entrare in convento. Santa E’ venerata come santa martire dalla Chiesa Cattolica e fu canonizzata da Papa Pio XII nel 1950 con il nome di Santa Maria Goretti. (Da Wikipedia)

41 In Libreria Consigliati e Sconsigliati dalle donne Mille splenditi soli di Khaled Hosseini - Piemme. Miriam e Laila non potrebbero essere più diverse, ma la guerra le farà incontrare in modo imprevedibile. A ricordo di come soffrono tante donne nel mondo, a testimonianza di tutte quelle che sono costrette a sopportare in silenzio. Bello, commovente, ben scritto e pieno di speranza. Lettura consigliata: si>>>>> Venuto al mondo di Margaret Mazzantini – Mondatori. Se non avete visto il film uscito nel novembre scorso, non perdetevi la lettura di questa coinvolgente storia, di forte impegno etico, in cui ancora una volta saranno le donne e i bambini a subire le tenebre di una guerra civile, i cui devastanti effetti si trascineranno per anni nei cuori di chi l’avrà vissuta come Gemma e Aska. Lettura consigliata: si>>>>> Prima le donne e i bambini di Elena Gianini Belotti – Rizzoli. Il vecchio come nuovo, perché questo saggio pubblicato nel 1980, che si articola in una moltitudine di aneddoti, considera problemi che molte devono a tutt’oggi affrontare nella vita di coppia, e ribadisce l’importanza di annullare la fissità dei ruoli, che vedono la donna sottomessa all’uomo. Lettura consigliata: si>>>>. Non è un paese per donne Mondadori. Tante storie, scritte da 14 donne italiane, fra scrittrici, giornaliste, docenti e professioniste. Non ho ancora avuto il tempo di leggerlo, nonostante sia stato pubblicato nel 2011. Mi è stato consigliato da un’ amica che lo ha trovato molto coinvolgente. Le storie in esso contenute hanno un unico filo conduttore: inneggiare alla libertà per ogni donna che viene al mondo. Segnalateci le letture che vi hanno coinvolto di più, oppure quelle che vi hanno deluso scrivendo al nostro indirizzo mail e noi le citeremo su “Consigliati e sconsigliati dalle donne”.


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Progetto “Una Umbria Network Antiviolenza” Le donne ed i minori che subiscono violenze in Umbria avranno più luoghi dove andare per rifugiarsi nei casi di violenza, a volte assassina, di mariti, compagni o fidanzati. In Umbria verranno aperti i primi due centri antiviolenza, uno a Perugia e l’altro a Terni. Centri che potranno ospitare fino a 36 donne e 20 minori. Con un importo complessivo di 230.000 euro verrà finanziato inoltre, il progetto “Una Umbria Network antiviolenza” con il quale si vogliono attivare 5 nuovi punti di ascolto in Umbria. E’ prevista poi l’attivazione di altre quattro strutture, 3 di accoglienza nelle città di Perugia, Terni e Foligno ed una protetta a Perugia. Verrà esteso a 24 ore su 24 anche il servizio di accoglienza telefonica del Telefono Donna, il cui numero verde regionale è il 800 86 11 26.In Umbria le violenze nell’89% dei casi sono “domestiche”.

Benessere al Naturale

Mode & Modi La Minigonna

La Donna Acquario 18 gennaio - 20 febbraio

Alcuni suggerimenti spendendo poco per preparare trattamenti di bellezza da fare in casa, prendendo in prestito gli ingredienti dalla natura.

Il capo d’abbigliamento che ha rivoluzionato e scandalizzato il mondo è stata la minigonna. Proprio quest’anno festeggia le sue 40 primavere, tempi in cui gli sguardi di uomini e donne si fissavano morbosi su quei centimetri di stoffa. Mentre c’era la guerra nel Vietnam, in uno scantinato di Londra, Mary Quant, inventa la minigonna. La farà indossare ad una parrucchiera di 17 anni, Lesley Hornby, detta Twiggy (grissino). Viva la minigonna, ma attenzione ai passi falsi: mentre in inverno può essere un po’ più corta, dato che si porta con stivali alti e calze pesanti, in estate la lunghezza più giusta è di cinque centimetri al di sopra del ginocchio. Purtroppo non si può dissociare questo capo d’abbigliamento all’idea che chi porta la minigonna vuole esprimere una certa “disponibilità “. Basta menzionare, Don Corsi, il parroco di Lerici, che aveva scatenato una feroce polemica dopo aver affisso alla porta della chiesa un manifesto in cui si accusava la donna di essere troppo provocante nel vestire e di conseguenza essere ella stessa causa delle aggressioni da parte di stupratori e di compagni gelosi. Vorrei ribadire, in un momento in cui le donne vengono spesso accusate di essere troppo “mascolinizzate” che l’abito non fa il monaco, ma soprattutto che indossare una gonna più o meno corta, è simbolo di libertà, e dobbiamo difenderla, altrimenti perderemo il piacere di camminare libere nel mondo.

Una delle principali esigenze della donna acquario è la libertà. Insofferente ad ogni genere di legame, di limitazione e vincolo di ogni tipo. Il segno non è propriamente anarchico, ma ha bisogno di esigere la sua libertà. La donna di questo segno tende a vivere in modo concreto e razionale, ma si pone in modo più malleabile per quanto riguarda l’aspetto sentimentale. Per la persona che ama può letteralmente dare tutta sé stessa, ma mai si farà mettere i piedi in testa. E’ il segno che molto probabilmente dà meno peso al sesso o alla componente fisica. Ha molti interessi che coltiva in modo costante, mentre sul lavoro sa dimostrare la sua creatività e le sue capacità. E’ ambiziosa quanto basta per esigere che venga sempre riconosciuto il suo reale valore. Sa dimostrare una certa gioia interiore che si esprime attraverso un ampio e generoso sorriso.

Esfoliante Ogni 15 giorni per rendere la pelle del corpo più luminosa utilizza i fondi della caffettiera dopo aver bevuto il caffè. Strofina bene braccia, gambe e decolletè leggermente umidi con la polvere recuperata. Rilassatevi poi con una bella doccia calda che preparerà la pelle ad assorbire le creme di un benefico massaggio idratante. Per idratare la pelle del corpo Metti un cucchiaio di olio di jojoba in una boccetta, aggiungi una stecca di vaniglia e sette cucchiai di olio di mandorle dolci. Lascia in infusione, e poi provvedi a massaggiare il corpo. Una piccola raccomandazione: scalda bene le mani prima del massaggio. Maschera al miele per il viso In una tazzina mescola un cucchiaino di miele e qualche goccia di olio di mandorle. Lascia in posa 1520 min.e sciacqua con acqua tiepida. La pelle sarà più distesa e luminosa. Adatta anche per le pelli più delicate.

Donne Acquario: Gertrude Stein – Scrittrice e poetessa statunitense (3 febbraio 1874) Yoko Ono – Artista e musicista giapponese (18 febbraio 1933) Claudia Mori – Attrice e cantante italiana (12 febbraio 1944) Senza pretesa scientifica abbiamo riassunto le caratteristiche della donna acquario, abbiamo giocato con gli astri, perché è sempre divertente contrapporre il teorico all’empirico, il sogno alla realtà.


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Prove teatrali

di Stelvio Sbardella

Quello che amo mi ha detto che ha bisogno di me Per questo ho cura di me stessa guardo dove cammino e temo che ogni goccia di pioggia mi possa uccidere (B. Brecht, Da leggere il mattino e la sera, in Poesie 1933-1938)

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ARACNE E MINERVA Personaggi: tre ninfe, Aracne, Minerva I NINFA (mentre Aracne sta tessendo le sue meravigliose tele) O dolce Aracne che hai dita divine, forse la dea Minerva ti insegnò a tessere le tue tele meravigliose? ARACNE No, nessuno mi insegnò se non la felice arte che dal cuore viene e le mie abili e pazienti dita. Aracne continua a tessere. NARRATORE Molta tela tessé la fanciulla Aracne dalle abili dita, mentre le Ninfe, pettegole, la sua orgogliosa risposta a Minerva, protettrice delle arti, riportarono. Sotto forma di una vecchia mendica, Minerva scese sulla terra e bussò alla porta della fanciulla Aracne. MINERVA Sono una povera vecchia che ha fame e sete, avete un tozzo di pane e un po’ d’acqua buona, bella fanciulla? ARACNE (sta tessendo) Entra pure, il pane e l’acqua ti porto. MINERVA Bellissime queste tele e che merletti, non credo che nessuna mano di donna capace sia stata di farne, solo Minerva saprebbe fare ricami così belli! ARACNE Non credi forse che li abbia fatti io? Dici che sia stata la dea a farli? Dì pure alla dea Minerva che venga qui a misurarsi con me nell’arte del ricamo. Si crede invincibile ma io credo che sarei capace di vincerla. MINERVA Credi? Osi tu chiamare a sfida la dea che tutte le arti conosce e protegge? Potresti pentirti, un giorno, di competere con gli dei. Guarda i miei capelli bianchi, sono molto vecchia e saggia, l’orgoglio metti a tacere e lascia stare gli dei.

ARACNE (sicura) Di che pentirmi? Nessuna donna o anche dea che sia, può vincere la mia abilità nell’arte di tessere e ricamare. MINERVA (indispettita) E sia! Accetto la sfida! ARACNE Minerva! La dea qui? Musica. Luci oscurate, La vecchia torna ad essere la dea Minerva. NARRATORE Notte e giorno, per giorni e notti, senza posa ricamarono arazzi, Minerva la vita dell’Olimpo, magnifica istoriò, Aracne, miti e storie di eri e dei. Meravigliose tele che di tal bellezza erano da sembrare gli arazzi scene di vita reale anche se soffuse di sogno. Ognuna delle due tele la perfezione toccava di tessuto ed arte, nessun giudice la palma della vittoria avrebbe potuto dare all’una e all’altra. MINERVA (Irritatissima, guardando la tela di

Aracne) Maledetta fanciulla, il tuo orgoglio forse ti fa pensare che sia più bello l’arazzo che tu hai istoriato? Guarda che cosa ne faccio ora del tuo lavoro, mille pezzi ne faccio, lo distruggo! (strappa il lavoro di Aracne) E dovrei darti la morte, la morte a chi impunemente e con oltraggio una dea osò sfidare! Ma voglio essere generosa con te che adesso piangi, ti lascerò in vita, ma per sempre resterà la tua vita appesa ad un filo. (La tocca con la lancia, lenta trasformazione in ragno di Aracne. Si può realizzare attraverso un balletto o con il narratore) NARRATORE Aracne diventò sempre più minuta, il suo corpo assunse le sembianze di un grinzoso e spaventoso essere, la testa divenne un piccolo batuffolo peloso, le sue gambe si trasformarono in zampette sottili sottili. Aracne era diventata un ragno e da quel giorno tesse le sue tele negli angoli più bui e riposti, lontano dal sole che un tempo faceva risplendere i suoi arazzi di mille riflessi e colori.


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LISAVETTA DE VALLEMARE (tratto da “Lisabetta da Messina” di Giovanni Boccaccio) SCENA I Lisavetta e Lorenzo sono due giovani perdutamente innamorati. Lorenzo è garzone presso la bottega dei tre fratelli di Lisavetta. Lorenzo e Lisavetta sono soli. Musica LORENZO Se me scoprono li fratelli tua me fonno tincu… LISAVETTA Zittu npo, zittu npo, che te scoprono… io non ce so sta senza de te… io vojo sta sempre con te… LORENZO Io ciavria anche da ji a faticà là la vottega, già che li fratelli tua so tanto sintiti, mo so quace le sei, a le sei e mezza attacco lu lauru, emo passatu la notte inzieme… contentete no… LISAVETTA (disperata) Contentete… allora non m’ami! LORENZO Ma come non t’amo! So sei ore che stemo insieme, emo passatu na nottata insieme! (al pubblico) Questa me vole mortu! Me sderena… LISAVETTA Beh, armeno, dimane a sera ci stai?… io arvengo a trovatte eh! LORENZO Arveni, arveni, arfacemo n’antru turnu de notte… LISAVETTA Magari! Facemo anche li straordinari… Bonanotte! LORENZO Bonanotte? (al pubblico) Questa non ciarcapezza più gnente… l’ò stranita! Che bonanotte? E’ giornu fattu, io devo ji a faticà sinnò li fratelli tua me cioppono! LISAVETTA Però n’antru bacittu me lu putristi dà… LORENZO (al pubblico) E demoje stu vacittu! (da lontano gli dà baci in modo comico) LISAVETTA (risponde ai baci da lontano in modo altrettanto comico) Grazie, grazie, mo vado a durmì contenta… LORENZO Speramo…bonanotte anche a te, allora… LISAVETTA Bonanotte, bongiorno… bonanotte… (esce mandandogli baci in modo comico) Luci spente. Musica.

SCENA II Un fratello ha visto Lisavetta andare a casa di Lorenzo e riferisce il fatto agli altri fratelli. I FRATELLO E’ annata a casa de Lorenzo, l’ò vista io co l’occhi mia, co quist’occhji. Sta… svergognata… Bella figura che facemo co sta sorella… li va a trovà a casa li maschi… e chi poi? Sorpresa… quella gatta morta de Lorenzo… Brau! E nui ce lu pagamo, je demo lu lauru, lu guarnamo e lue contracambia spassannosela co la sorella nostra… II FRATELLO L’ai vista perdero… annava a casa de Lorenzo? I FRATELLO Sci, era mezzanotte, quatta quatta co na cannella su le mane… l’o vista… dico: “Mo dovà a quest’ora?”… me so preoccupatu, è pericolosu… se je dovesse suirvì na mane… ah na mane sci! Non je sirvìa gnente… penso che à fattu tuttu da sola… III FRATELLO Bene bene, non passerà tanto tempu che la paga… non tanto lia che è na pischella quanto lue che cià fattu l’affrontu… I FRATELLO Ce rideronno dietro tutti se se scopre che sti dui so amanti… dovemo provvedè subbitu, prima che sia troppu tardi… II FRATELLO Provvedè come? I FRATELLO Come sapemo fa nui… na botta secca e via… III FRATELLO Na botta secca? I FRATELLO Sci, na botta secca e via! Musica. Luci spente. SCENA III I tre fratelli partono per la città e invitano Lorenzo a seguirli. Lorenzo li segue. I FRATELLO Andremo a Fulignu e lì, femmine a volontà… II FRATELLO E vinu… me vojo pijà na bella mina… III FRATELLO Emo vulutu invità anche te, Lorè.. dico, jemo a Fuligni, a Fuligni che se fa? I FRATELLO A Fuligni magni e intigni…

II FRATELLO E se facemo n’arriata a Bevagna, a Bevagna che se fa? III FRATELLO A Bevagna intigni e magna… I FRATELLO Come viti, caru Lorenzo, questa è na terra furtunata… vai a Fulignu, vai a Bevagna, sempre se ntegne e se magna… e nui magnamo e ntegnemo… (ride) anche tu no? LORENZO Certo se capita… non me tiro indietro… II FRATELLO No eh… I tre fratelli improvvisamente lo assalgono. LORENZO (spaventato) Che volete fà, che me volete? perché ch’ò fattu… non jemo a Fuligni? I FRATELLO Magni e ntigni… ài magnatu e ntintu co nui… ma mo te se rimponne… LORENZO Lassateme… che me volete fa? II FRATELLO Gnente… guarda, guarda che te facemo… LORENZO No…nooooooo! Un fendente e Lorenzo urlando, cade a terra morto. II FRATELLO Emo vendicatu l’onore de la famiglia, vulìa fa lu sverdu ma j’è costata cara sotterratelu! Musica. Luci spente.


46 IV SCENA Lisavetta domanda ai fratelli perché Lorenzo non è ritornato con loro. I fratelli rispondono con bugie. Lorenzo compare in sogno a Lisavetta. I FRATELLO Non è rvinutu co nui perché l’emo mannatu a Trevi pe certi affari de lu negozziu… mo arverrà, quanno à fattu.. LISAVETTA Ma so dieci jorni che n’arvene… Trevi è vicinu, mica è Roma… ma perché non arvene? I FRATELLO Ma che t’emporta? Te nteressa tanto stu pischellu? Lo sapremo nui quello che deve fa e non fa, è lu garzone nostru! LISAVETTA Duvìa esse rvinutu orame… è passatu tanto tempu… I FRATELLO Ma che t’emporta’ ma dimme npo ma come mai t’enteressa tanto sapé do sta… come mai? Segreti? LISAVETTA No, io solo pe sapé e basta… sapé e basta… I FRATELLO Meno male, cuscì va mejo… Esce il fratello. Luci spente. Breve musica. Lisavetta sta dormendo. LORENZO (Comparendole) Lisavetta mia, quanto staco male… LISAVETTA Lorenzo… me fai pijà che corbu! Lorenzo mia ( l’abbraccia) LORENZO Sci, che abbracci? Magari… So n’anima… LISAVETTA N’anima? E e… perché LORENZO Perché so mortu… sto sottoterra… LISAVETTA No… no… (piange) no… perché… come? Chi è statu? LORENZO M’onno ammazzatu li fratelli tua… e m’onno sotterratu lungu la strada per Fuligni, drento a lu Fossu de la Ghjanne, dove lu Tupinu s’encontra co lu fiumittu che vene da Pasano… LISAVETTA Vengo subbitu, è quace l’alba tanto… arrio e… LORENZO E io te saluto e te manno tanti vacitti (la bacia comicamente) LISAVETTA Anch’io… (lo bacia comicamente, poi piange) Arrio, arrio, te vengo a trovà.

Inediti Bonanotte! LORENZO Sci, bonanotte, magari! SCENA V Insieme ad un’amica Lisavetta si reca presso il luogo indicato da Lorenzo per la sepoltura. LISAVETTA Ecculu, ecculu, c’ia ragione Lorenzo quanno m’è apparsu in sogno… (piangendo) E’ lue, mortu, ammazzatu da li fratelli mia, dilinguenti… pare viju, guardalu, pare viju e invece è mortu… AMICA Mortu… purittu che fine! mortu per amore… LISAVETTA Per amore mia! E mo’… AMICA (piangendo) Me fa impressione, purittu! Pare viju… LISAVETTA Ma è mortu e so morta anch’io co lue… chi je la fa a campà? io armango qui co lue… per sempre… AMICA Daje su, non piagne e non dì stupidaggini… devi fatte coraggiu… però i fratelli tua… ammazzali che dilinguenti! LISAVETTA Assassini! Io… o armango qui co lue o… me lu rporto a casa… AMICA Sci, chi se l’uncolla… io non je la faccio e manco tu, do jemo, du femmine e poi do lu mitti? dentro casa? LISAVETTA Non m’emporta, vojo sta co lue, in quarghe parte lu metterò… AMICA Ma chi je la fa a trascinallu? Come potemo fa? L’unica è… ( fa il segno di tagliargli la testa) LISAVETTA Che? Tajaje la capoccia, tu si matta! AMICA Allora arrangete, lasciulu qui! Che facemo? LISAVETTA (piangendo) Tajjela tu… mettela dentro un sacco e poi ce penserò io a tenellu sempre con me… per sempre con me! Musica. Luci spente. VI SCENA Lisavetta e un grande vaso

dove ha piantato il basilico e dove dentro la terra ha messo la testa di Lorenzo. Ho scerdu lu mejo vasu e la terra più grassa e ciò piantatu lu mejo basilico che ò trovatu e sotto ci sta… ci sta Lorenzo, sepordu lì come se fosse dentro lu core mia e nnaffierò lo basilico co tutte le lacrime che piagnerò sopra a stu vasu finu all’urdima (piange a lungo) Lorenzo, Lorenzo, Lorenzo… vojo murì con te… (piange) con te, per sempre… Musica NARRATORE E pianse, pianse a lungo e le sue calde lacrime innaffiavano il basilico che divenne bellissimo e giammai dal vaso si staccava e se ne accorsero i vicini del suo stare sempre accanto al vaso e lo dissero ai fratelli che il vaso vollero portar via e vedere cosa dentro ci fosse. E videro il drappo che avvolgeva la testa e la capigliatura riccia che riconobbero essere di Lorenzo. Impauriti che la cosa si dovesse risapere, sotterrarono la testa e scapparono dal paese e mai più vi fecero ritorno. Lisavetta pianse, pianse, pianse… LISAVETTA Lorenzo do stai, Lorenzo mia… do stai… perché me t’onno rubbatu, perché…anche da mortu me t’onno portatu via? Lorenzo per sempre con te… co te per sempre… NARRATORE E morì di pianto la sventurata Lisavetta, piangendo ogni giorno, morì dopo l’ultima lacrima, quando non ebbe più lacrime da piangere. E così finì il suo sventurato amore per Lorenzo. Buonanotte.


Le Pubblicazioni di Piazza del Grano La critica marxista deve porsi questa parola d’ordine: studiare, e deve respingere ogni produzione di scarto e ogni arbitraria elucubrazione del proprio ambiente. (Lev Trotsky) La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore, é conquista di coscienza superiore. Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. (Gramsci) Basta un profumo di rosa smarrito in un carcere perché nel cuore del carcerato urlino tutte le ingiustizie del mondo. (Ho Chi Minh)

Veniamo da molto lontano e andiamo molto lontano! Il nostro obiettivo è la creazione di una società di liberi e di eguali. (Togliatti) Alcuni piagnucolano, altri bestemmiano ma pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere sarebbe successo ciò che è successo? Perciò odio gli indifferenti. (Gramsci) Siate tutti degli amministratori. Accanto a voi si troveranno i capitalisti stranieri, si arricchiranno accanto a voi. Si arricchiscano pure; ma voi imparerete da loro ad amministrare. (Lenin)

Sono come l’ingombro al centro di un incrocio, dovrei svoltare e l’unica cosa che mi viene da fare è solo ridere L'amore è la capacità di avvertire il simile nel dissimile.(T.W. Adorno) Fin da quando era piccolina la bimba mi ha chiesto di raccontarle delle favole e io mi sono inventata storie di draghi, ecc.

Chi ha il cuore bambino vede da un'altra angolazione la realtà, perché non volge gli occhi in basso ma li rivolge al cielo “Siamo realisti, esigiamo l’impossibile”, può dare forse, più d'ogni altra argomentazione sociologica, filosofica o politica, una idea corretta della realtà cubana. Quando discuti con un avversario, prova a metterti nei suoi panni. Ma i panni dei miei avversari erano così sudici che ho concluso: è meglio essere ingiusto qualche volta che provare di nuovo questo schifo.

nel sito www.piazzadelgrano.org - inediti


Parlamentare della Repubblica Italiana impegnato in una operazione di voto


Febbraio 2013