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a cura di MINO DI VITA

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Silvia Berlingozzi, Stefano Bianchi Carini, Giuseppe Caridi, Luigi Colli, Luciano Cotena, Michele Di Giacomo, Gianluca Fagone, Valeria Grancini, Margrieta Jeltema, Ichiro Kojima, Mario Liguigli, Ailen Maleta, Gilberto Maltinti, Mauro Marletto, Cosimo Resina, Stefano Sansoni.


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Childhood SILVIA BERLINGOZZI

Tipi da spiaggia STEFANO BIANCHI CARINI

Viaggio in Italia GIUSEPPE CARIDI

Pineta LUIGI COLLI

Madre Natura LUCIANO COTENA

Straordinario e quotidiano MICHELE DI GIACOMO

Confine GIANLUCA FAGONE

Milano Tace VALERIA GRANCINI


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Una Terra Sacra MARGRIETA JELTEMA

The Square Hometown ICHIRO KOJIMA

Il segno nel tempo MARIO LIGUIGLI

Ánima AILEN MALETA

Terre mutate GILBERTO MALTINTI

Presenze MAURO MARLETTO

Un uomo d’altri tempi COSIMO RESINA

Mbata (piccolo soffio di vento) STEFANO SANSONI


Il sublime connubio


Questa particolare collana editoriale è il risultato di una scommessa che ho fatto con me stesso. Nonostante anni dedicati a organizzare mostre, pubblicare cataloghi e a inventarmi nuove modalità efficaci per offrire una meritata visibilità agli autori emergenti, ero consapevole che mancava ancora uno strumento per promuovere quei meravigliosi lavori che all’interno degli spazi espositivi non potevano essere mostrati nel pieno della loro potenzialità. A differenza dei progetti che vengono realizzati visualizzando l’idea partorita dall’artista, quelli raccolti all’interno di questo libro sono progetti che raccontano, attraverso le immagini, le esperienze vissute in prima persona dagli autori. Testimonianze di eventi realmente accaduti che hanno segnato nel bene o nel male l’esistenza di chi vi ha assistito, a tal punto che ha sentito l’esigenza di affidare alle parole quello che le immagini non potevano documentare nel migliore dei modi: le sue emozioni. Si realizza così quella che amo definire il “sublime connubio” in grado di raccontare un evento coprendo i due livelli principali, la parte esterna, l’evento, ovvero la causa, e la parte interiore, l’emozione, cioè l’effetto. Il risultato è sorprendente in quanto l’esperienza dell’autore viene trasferita al pubblico offrendo due chiavi di lettura complementari una all’altra che ne amplificano l’efficacia. In questo modo chi si sofferma ad ammirare le immagini e intraprende la lettura del testo che le accompagna, condivide con l’autore le emozioni provate al momento dello scatto ed elimina definitivamente la possibilità di interpretare erroneamente quanto sta guardando. Un risultato che mi auguro, vivamente, si diffonda a tal punto da modificare in meglio il rapporto tra artista e pubblico e, di conseguenza, ampliare la platea di chi apprezza le opere fotografiche.

Mino Di Vita


Childhood Attraverso-unanimi-passi-cercare-radici-divenire-incontro Ad aprile 2018 mi recai in Romania assieme ad un gruppo di volontari per una missione umanitaria odontoiatrica in loco: il nostro compito era quello di gestire per tre giorni l’ambulatorio di un paese nella regione della Moldavia. Butea è una piccola comunità di 4200 abitanti che vive sostanzialmente di agricoltura stagionale. Infinite distese di colza contornano il villaggio e i cavalli da soma sono i principali strumenti per il trasporto del raccolto. Un contesto abbastanza disagiato dove si contano più calesse che macchine; fuori dalle case i pozzi. L’alcolismo è una piaga sociale e l’aspettativa di vita si aggira intorno ai 50 anni. In quei giorni fui ospitata in una casa famiglia del paese, lì vissi a stretto contatto con i bambini dati in affidamento alle suore della struttura e con loro trascorsi gran parte del tempo. Storie familiari travagliate le loro, fatte di abusi, soprusi, costrizioni e violenze. Entrare nel loro mondo non fu facile ma la fotografia e il gioco mi offrirono la chiave per varcare quel muro fatto di paure e insicurezze. Come variano le possibilità e le aspettative tra quei bambini che nascono nello stesso momento ma in luoghi molto diversi? Una domanda che spesso mi pongo quando

mi trovo a lavorare in zone di povertà. La disuguaglianza c’è nel nostro paese di provincia, esiste nel nostro stesso nucleo familiare ma si acuisce in modo importante quando è la geografia al centro della discussione. Una sorta di ingiustizia “naturale” per la quale dovremmo sentirci chiamati a lavorare costantemente. Assottigliare le differenze, collaborare per l’equità, è l’unico modo per proteggere il nostro mondo da disastri economici, ambientali, sociali e di conflitti. Guardo questi scatti e vorrei poter riabbracciare questi bambini, qualcuno sarà cresciuto, qualcuno avrà combinato qualche guaio, qualcuno avrà già fatto scelte importanti per il proprio futuro, ma non sarà mai troppo tardi per aiutarli ancora. Ieri, in cima al villaggio sorgeva una casa famiglia, ma adesso è stata sgomberata: i bambini non sono più insieme ma sparsi in altri istituti nelle regioni circostanti. Qualcuno è scappato e qualcuno è stato costretto a ritornare nelle famiglie di origine, dalle quali era stato allontanato. Stefano, il mio referente, li ha ritrovati tutti, non li ha mai abbandonati, e lavora instancabilmente per sostenerli in ogni modo. Ed è per questo che voglio ringraziarlo.

Silvia Berlingozzi

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Attraverso, 2018 © Silvia Berlingozzi

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Unanimi, 2018 © Silvia Berlingozzi

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Passi, 2018 © Silvia Berlingozzi

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Cercare, 2018 © Silvia Berlingozzi

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Radici, 2018 © Silvia Berlingozzi

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Divenire, 2018 © Silvia Berlingozzi

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Incontro, 2018 © Silvia Berlingozzi

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Tipi da spiaggia Poiché non sono un amante del sole, sdraiato all’ombra dell’ombrellone in dotazione, in seconda fila, guardavo distrattamente il mare attraverso quell’apertura rettangolare che si forma tra il tettuccio e la spalliera del lettino della prima fila, quando, improvvisamente, mi accorgo che proprio sullo schermo elettronico di quell’apertura rettangolare viene proiettato un documentario con vari personaggi che da destra o sinistra vi entrano … e mi perdo nel guardare l’umanità che vi passa, pensando a chi rappresentino quegli attori…e sogno…e rivedo la mia infanzia sulle spiagge di Milano Marittima, prima, e di Lignano Pineta, poi… …e rivedo me stesso bambino, piegato sulla sabbia a costruire una “pista” su cui far correre, con gli amichetti, le biglie di plastica con l’effige del corridore del momento… …e rivedo papà con i suoi calzoncini marroni, sempre e solo quelli, in tessuto acrilico che con l’acqua si appiccica alle cosce incamerando aria e quando lui in acqua fa il morto, non sapendo nuotare, l’aria si distribuisce attorno alla vita simulando un salvagente e lui si diverte a

farla uscire; lui che fa il bagno in Adriatico solo fin dove tocca, con gli occhiali dorati inforcati a correggere la miopia e il cappello di cotone beige in testa a proteggere l’ampia chierica; e così ogni anno: stessi pantaloncini, stesso paio d’occhiali e stesso cappello… … e rivedo mamma col costume intero di colore nero prendere il sole sdraiata sul lettino assegnatoci in prima fila - eravamo signori all’epoca - col suo cappellino giallo di finta paglia intrecciata a coprire i ricci castano scuro e gli occhiali scuri ovoidal-rettangolari a schermarle i raggi solari: così era, mezzo secolo fa… …e ritorno a guardare l’oggi, così diverso dai ricordi dell’infanzia, pieno di umanità composita e diversa, nel divenire del melting-pot nostrano e un po’ sovrappeso da finto benessere, sola o in compagnia, che transita sullo schermo del lettino della prima fila. Gli schermi dell’oggi, onnipresenti, invadenti, portatili, ci presentano, mescolate, realtà e finzione in un continuo susseguirsi di immagini. Sono confuso: tutto si annebbia e discernere realtà da finzione diviene sempre più difficile.

Stefano Bianchi Carini

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Untitled #1, 2021 © Stefano Bianchi Carini

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Untitled #2, 2021 © Stefano Bianchi Carini

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Untitled #3, 2021 © Stefano Bianchi Carini

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Untitled #4, 2021 © Stefano Bianchi Carini

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Untitled #5, 2021 © Stefano Bianchi Carini

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Untitled #7, 2021 © Stefano Bianchi Carini

Untitled #6, 2021 © Stefano Bianchi Carini

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Viaggio in Italia E son tornato a (ri)scoprire l’Italia… Destinazioni già visitate in gita scolastica, o viaggiando con la famiglia. Weekend del periodo universitario, città attraversate senza dedicarvi la necessaria attenzione, mete troppo vicine e pertanto relegate a data da destinarsi, privilegiando località situate a svariate ore di volo. Nel percorso di formazione dei rampolli delle famiglie facoltose d’oltralpe l’Italia era una tappa immancabile: “Grand Tour” si chiamava, nei secoli scorsi, il periodo trascorso sotto il sole del Mediterraneo a strabiliare al cospetto di tesori archeologici lasciandosi sedurre da paesaggi fiabeschi, una parentesi levantina di cui si favoleggiava durante gli interminabili e anemici inverni nei facoltosi salotti del Nord Europa. Il turismo di massa ante litteram, una delle grandi conquiste sociali ed economiche del XX secolo, sublimato agli inizi del nuovo millennio da politiche commerciali volte a poter permettere al più ampio numero di viaggiatori gli spostamenti aerei. Gli enormi flussi di viaggiatori moderni garantiscono incassi elevati, ma i residenti delle località più in voga, prese d’assalto praticamente tutto l’anno, sono ostaggio delle immancabili controindicazioni: prezzi alle stelle, gentrificazione, mezzi pubblici sovraffollati, la sgradevole sensazione di sentirsi stranieri a casa propria. Eccomi dunque arrancare tra i vicoli di Matera desolati come le abitazioni rupestri abbandonate; il Foro di Pompei, in silenzio dinanzi

alla storia sottratta alle ceneri, un miracolo oggi inscenato per sole cinque persone. Il Colosseo, dove a risaltare non sono gli spalti sopravvissuti allo scempio architettonico ma l’unico visitatore in aggiunta a me che lo riprendo col grandangolo. Il vento gelido che si incunea tra i trulli di Alberobello e il riposo di chi sale in cima al Corno Grande. E quindi io, il fotografo, che osservo per la prima volta il mio paese proprio come dovette presentarsi a Stendhal e a Lord Byron. Lo so: ricomincerà la lotta titanica tra chi vagheggia il ritorno a un piccolo mondo antico fatto di ritmi lenti e chi inneggia alla frenesia contemporanea che produce ricchezza-ma per quanti poi? Io mi contento di tornare a riveder le stelle- il patrimonio di un’Italia contraddittoria, a tratti incomprensibile, eterna, incompiuta meraviglia, oggi un dono per pochi eletti. Ma rifletto, anche: sulla voglia matta di tornare alla socialità smarrita, da rifondare però in maniera sostenibile. Su un’economia che deve ripartire, certo, ma non più improntata al solo profitto ad ogni costo. Su un’umanità che deve sì ritornare globale, ma questa volta all’insegna della solidarietà. E ora lasciate che torni in silenzio a godere di queste meraviglie, prima che sprofondino nell’”Overtourism”. Hai visto, Goethe, mito della mia giovinezza? Anch’io ho il mio Viaggio in Italia.

Giuseppe Caridi

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Alberobello, 2020 © Giuseppe Caridi

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Colosseo, 2020 © Giuseppe Caridi

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Corno Grande, 2020 © Giuseppe Caridi

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Matera, 2020 © Giuseppe Caridi

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Pentedattilo, 2020 © Giuseppe Caridi

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Pompei, 2020 © Giuseppe Caridi

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Villa Rufolo, 2020 © Giuseppe Caridi

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Pineta Fine di Giugno, Milano Marittima. Ho finito presto con gli esami di stato, quest’anno, così ho accettato l’invito di Massimo, una settimana al mare; anche se faremo poca spiaggia, perché nonna Laura non ci va più e così anche noi ci andremo raramente. Ho portato la macchina fotografica, magari mi riesce qualche scatto, mi accontenterei di due o tre buone foto, tanto sono in vacanza. È un impegno recente quello della fotografia. Ho sempre avuto la macchina fotografica nel cassetto, ma negli ultimi anni ho iniziato a pretendere qualche risultato. Non dal punto di vista tecnico, con una digitale e il giusto obiettivo mi sembra semplice ottenere foto con un buon contrasto e non mi infastidisce la durezza dell’esperimento. Da quando ho ripreso a fotografare la paura più grande è quella di non procedere, di fermarmi a fotografie che, magari anche decenti, non mi diano ogni volta qualcosa di più della foto precedente, che finiscano con il sembrare tutte uguali. A pomeriggio avanzato vado in pineta, sono le ore migliori per le fotografie, quando la luce del sole cade obliqua non troppo intensa ma diffusa. Non c’è quasi nessuno, una donna di mezza età in bicicletta che pedala ascoltando musica classica, una ragazza in tuta da ginnastica che corre con la coda di cavallo che si muove al ritmo dei passi, una comitiva di tre persone a passeggio. Mi fermo, lascio passare. Non ho ancora abbastanza disinvoltura, preferisco

essere solo. Inquadro attorno a me, faccio qualche scatto solo per cominciare, niente che sia speciale, magari riguardandolo…, ma non ci credo troppo. Poi osservo in alto e lì trovo scorci davvero interessanti, forse anche qualcosa di più. Inquadrando le cime dei pini vedo come la forza vitale, la natura, prende forma specifica. A tratti mi sembra di guardare il vetrino di un microscopio che inquadra organismi complessi strutturati a ottenere una progressiva espansione. Dal tronco ai rami, dai rami grandi a rami più piccoli, dai rami più piccoli alle foglie, con il cielo e le nuvole in mezzo. Osservo come quelle cime illuminate da una luce radente appaiano più chiare del cielo, un effetto straniante che mi piace. Alla fine ho avuto una trentina foto da mostrare. Perché mi ha sempre emozionato la forza, la capacità espressiva e rigenerativa della natura, nelle sue infinite forme, luci e ombre. Come un disastro rompe con la continuità della vita, la vita al contempo si ricrea, in altre forme in altre luci, in altre ombre. È anche bello condividere quell’esperienza, trovare che quell’emozione può essere scambiata con altri al di fuori della porta di casa. Il motivo è che ognuno porta con sé qualche ferita che deve guarire, facendo funzionare le cose come se non ne fossimo spezzati o sconvolti. Dedico queste foto all’amico Massimo Panari che mi ha ospitato e a nonna Laura che quando guarda la pineta, o quando guarda il mare, si stupisce sempre.

Luigi Colli

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Pineta #1, 2021 © Luigi Colli

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Pineta #2, 2021 © Luigi Colli

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Pineta #3, 2021 © Luigi Colli

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Pineta #4, 2021 © Luigi Colli

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Pineta #5, 2021 © Luigi Colli

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Pineta #7, 2021 © Luigi Colli

Pineta #6, 2021 © Luigi Colli

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Madre Natura Le persone mi affascinano, ognuna di loro è diversa, con mille storie diverse. Fotografare, per me, è un po’ come camminare accanto agli altri, come entrare in punta di piedi nella loro vita. E, sicuramente, in questo cammino ho sempre ricevuto molto di più di quanto io abbia dato a tutte le persone che ho incontrato e fotografato. C’è stato un periodo nella mia vita, però, che io chiamo mistico, introspettivo, di ricerca spirituale, in cui mi sono avvicinato al buddismo e in cui ho aderito fortemente alla suggestione degli elementi naturali quali la terra, acqua ed aria, ricercando una parte di me stesso in quegli stessi elementi. Da qui, forse, unitamente ad una mia particolare sensibilità ecologista, è partita l’idea di realizzare, con la fotografia, un lavoro su questi elementi, così importanti nella filosofia buddista. Il forte richiamo per la natura incontaminata, quasi un legame ancestrale, mi ha spinto a realizzare dei nudi che non fossero estetizzanti, un’esaltazione della bellezza femminile, di un corpo perfetto,

ma la rappresentazione dell’armonia che si crea tra il corpo umano immerso, quasi in simbiosi, con la natura quando quest’ultima non sia violata, alterata dell’uomo. La scelta del corpo senza veli, inoltre, nasce dalla volontà di decontestualizzare il progetto, di rendere il lavoro atemporale, non identificabile e databile da un abito come a ricreare una ideale continuità tra un paradiso perduto per sempre ed una futuribile rinascita. I nudi di Madre Natura non sono dei corpi perfetti, ma hanno qualcosa di forte, una energia, quella energia che si crea tra l’uomo e la natura quando questa è vergine. Mi piace immaginare che il progetto Madre Natura sia un inno alla resistenza della Natura, all’armonia che si crea tra il corpo umano e la Natura incontaminata. Questa sensazione è la ragione che mi ha spinto a realizzare questa serie di fotografie. Non è forse vero che tutti noi abbiamo provato l’immenso piacere e il benessere che deriva dal trovarci in un luogo della terra pulito, puro, integro ed incontaminato?

Luciano Cotena

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Veronica (acqua), 2002 © Luciano Cotena

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Federica (acqua), 2003 © Luciano Cotena

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Veronica (aria), 2002 © Luciano Cotena

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Nirvana (acqua), 2002 © Luciano Cotena

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Nirvana (terra), 2002 © Luciano Cotena

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Nirvana (terra), 2002 © Luciano Cotena

Veronica (terra), 2003 © Luciano Cotena

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Straordinario e quotidiano Questa raccolta di foto ruota attorno ad un tema che mi è molto caro: il mare. I motivi sono tanti uno dei quali è che discendo da diverse generazioni vissute tra la Sicilia e la Sardegna. I ricordi più persistenti sono quelli legati ai viaggi, durante la mia infanzia. Come la traversata in nave da Civitavecchia alla Sardegna. Ricordo ancora l’atmosfera notturna del porto con tutti i suoi profumi, i suoni e le luci. Poi l’aria fresca carica di salsedine, il nero profondissimo del mare che mi trasmetteva un senso di inquietudine, mentre mi perdevo in pensieri sulla sua vastità e profondità. Indimenticabile lo spettacolo unico del sole che sorgeva dal mare e dava l’impressione di uscire da un abisso. Con, invece, la luce, invece, i pensieri cupi si dissolvevano facendo spazio a una gioia immensa. Ho vissuto quasi sempre vicino al mare e ho potuto esplorarne moltissimi aspetti in tutte le stagioni

fissandoli con l’obbiettivo della mia fotocamera. Chi può godere del mare solo nei mesi estivi ne conosce solo una piccola parte mentre il mare può evocare momenti di introspezione molto profondi. Le ore che preferisco del mare sono quelle del primo mattino quando tutto è ancora deserto e il suono delle onde genera uno stato mentale quasi ipnotico, che accompagna le mie passeggiate sulla battigia respirando a pieni polmoni. Un altro momento quasi magico é la sera, prima del tramonto, specie d’estate, quando i turisti liberano la spiaggia, il mare si calma, i suoni si fanno flebili e una piacevole brezza fresca sostituisce l’aria calda e afosa. Mi siedo su una sdraio e con un libro in mano resto fino a quando c’è luce, a volte anche oltre. L’alba e il tramonto, con quella particolare luce, creano atmosfere che da sempre mi affascinano e che continuo instancabilmente a fissare nelle mie foto.

Michele Di Giacomo

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Civitavecchia, 2018 © Michele Di Giacomo

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Trapani, 2018 © Michele Di Giacomo

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San Benedetto del Tronto, 2009 © Michele Di Giacomo

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San Benedetto del Tronto, 2016 © Michele Di Giacomo

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Pescara, 2009 © Michele Di Giacomo


Alba Adriatica, 2016 © Michele Di Giacomo

Pescara, 2007 © Michele Di Giacomo

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Confine Confine nasce da una città che amo e, prima ancora, da un’esperienza personale. Non ho mai smesso di amare Roma da quando, più di 20 anni fa, mi ha accolto da studente universitario. La amo passeggiandovi, esplorandola, fotografandola. La amo scoprendola in bici, in Vespa, a piedi. Ne amo alcune periferie e il centro, l’aria che si respira nei quartieri etnici e in quelli popolari. Roma ricambia centellinandosi, rivelandosi pian piano, regalandomi ogni volta un suo volto diverso, una strada nascosta, uno scorcio inatteso. L’esperienza personale riguarda i miei occhi e la mia vista imperfetta fino a quando, dopo un piccolo intervento, riacquisto una visione finalmente nitida e precisa. Ricordo che in quei mesi, passeggiando per la città, non facevo altro che osservare la linea – per me incredibilmente netta – che separa i cornicioni dei palazzi dal cielo. Un profilo finalmente nitido ed esatto, pulito e preciso. Nasce in

quel momento l’abitudine di guardare – e poi di fotografare – in alto, quel limite tra cielo e tetti, quella porzione di spazio che ripropongo in Confine. Chiese, teatri, edifici, palazzi, sono opere architettoniche che manifestano senso compiuto in sé e nello stesso momento plasmano, determinano, caratterizzano – con la loro presenza fisica, con le linee, con la proiezione delle loro ombre – vie, piazze, impianti urbani di intere città. Esiste un punto in cui l’architettura smette di condizionare l’ambiente che la circonda? Esiste un confine? Forse no, nemmeno quando, di fronte a un edificio, gli occhi volgono lo sguardo verso il cielo. Perché anche lui, il cielo, è disegnato dall’uomo. Confine indaga il modo in cui l’architettura disegna, con le sue linee, il suo sfondo naturale: il cielo. Le immagini rappresentano il punto di separazione tra la nostra vetta (il tetto di un edificio, il profilo della facciata di una chiesa) e il punto in cui inizia qualcos’altro, il cielo. Che confini non ha.

Gianluca Fagone

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Untitled, 2017 © Gianluca Fagone

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Untitled, 2017 © Gianluca Fagone

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Untitled, 2017 © Gianluca Fagone

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Untitled, 2017 © Gianluca Fagone

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Untitled, 2020 © Gianluca Fagone

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Untitled, 2019 © Gianluca Fagone

Untitled, 2020 © Gianluca Fagone

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Milano Tace Milano, la mia Milano. Così elegante, brulicante, viva. La città che non si ferma mai si è fermata. Milano tace, Milano piange. Milano conta quanti se ne sono andati senza una carezza, un abbraccio, senza poter salutare. Ogni mattina ho attraversato il centro in bicicletta per prestare servizio nell’Ospedale a cui devo tutto il mio sapere di medico, ma mi è sembrato di non sapere più nulla. Ho avuto paura, tutti abbiamo avuto paura. Paura di ammalarci, di portare nelle nostre case e ai nostri cari questo virus terribile che ha paralizzato il mondo intero. Non ho più sentito il rumore dei cucchiaini contro le tazzine del caffè, lo sferragliare dei tram, il tirar su delle clèr, piacevole sottofondo che da sempre dà il buongiorno alle mie mattine.

Non c’è altro suono al di fuori del lamento incessante delle ambulanze. Milano tace, Milano piange. Milano così non la scorderò mai. L’ho fotografata, in silenzio. Ho cercato la bellezza per combattere l’angoscia. Gesti familiari per tenere la rotta quando non vedevo più la terraferma. È passato un anno. La vita riprende in punta di piedi, la speranza ritorna, ma non vuol fare rumore, come se questo nuovo equilibrio, fragile come un cristallo, potesse cadere nuovamente in frantumi. La mia storia è una preghiera, un auspicio alla responsabilità collettiva, alla consapevolezza che il comportamento del singolo cittadino è per il bene di chi gli è accanto. Perché io Milano così non la scorderò mai.

Valeria Grancini

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Corso di Porta Romana, 2020 © Valeria Grancini

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Università degli Studi di Milano, 2020 © Valeria Grancini

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Il Museo del 900, 2020 © Valeria Grancini

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Metropolitana linea gialla, 2020 © Valeria Grancini

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Montenapoleone linea gialla, 2020 © Valeria Grancini

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I portici del centro, 2020 © Valeria Grancini

Teatro alla Scala, 2020 © Valeria Grancini

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Una Terra Sacra Gli abitanti di un piccolo paese della Tuscia lavorano la loro terra come si fa da sempre. Si prendono cura degli alberi d’ulivo, delle loro galline, le capre, le pecore, si aiutano l’un l’altro. Ogni piccolo gesto riflette una cultura antica. Il paesaggio, il borgo e le terre circostanti, tutto è pieno di antichi misteri. Il lago vulcanico attrae le stelle a sé, vicino alle piccole spiagge nascoste, così tutti le possono toccare. Le anime degli Etruschi dormono nei vigneti. Si possono sentire le loro canzoni, la notte, quando l’usignolo canta fra i cipressi. C’è una risonanza fra questo mondo ed altri mondi. C’è la memoria di idee eterne che persiste e avvolge la terra in un abbraccio solenne. Il suo bacio è un sigillo sacro.

Margrieta Jeltema

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La rosa fiorita, 2021 © Margrieta Jeltema

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Inverno, 2020 © Margrieta Jeltema

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Il racconto della terra, 2020 © Margrieta Jeltema

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Le uova e i sogni, 2020 © Margrieta Jeltema

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Primavera, 2021 © Margrieta Jeltema


La raccota delle olive, 2020 © Margrieta Jeltema

Autunno, 2020 © Margrieta Jeltema

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The Square Hometown Questo rione misura circa 300 metri di lato. Se lo si osserva dall’alto, ad esempio su Google Map, si noterà che è di forma quasi quadrata. Ci sono persone che muoiono in questo rione, ma quelle che vi nascono sono pochissime. “Ne compri uno? Solo 500 Yen!“ mi dice il Signor Kawakami, tirando fuori dalla tasca un mazzetto di orologi di marca falsi. Il Signor Suda, dopo aver speso alle corse dei motoscafi quasi tutti i soldi che gli arrivano dalla Pubblica Assistenza, sogna, un bel giorno, di diventare milionario. Nancy, che non dubitavo fosse un ragazzo, un giorno mi si è presentata con boccoli biondi e in

calze a rete. Tsun ha sempre vissuto da solo in questo mondo, ma un giorno ha scoperto su Facebook che suo padre vive nelle Filippine. Ha messo insieme tutti i soldi che poteva ed è andato a trovarlo. Quell’uomo che dorme su quel materasso steso sul tetto, riuscirà a vedere le stelle stanotte? Vorrei scattare qualche altra foto, ma loro se ne vanno e scompaiono nelle stanzette dove sono soliti vivere. Questo quadrato largo appena 300 metri non è quasi certamente il luogo dove sono nati, ma è certamente il luogo dove possono essere sé stessi.

Ichiro Kojima

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Untitled, 2017 © Ichiro Kojima

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Untitled, 2017 © Ichiro Kojima

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Untitled, 2017 © Ichiro Kojima

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Untitled, 2017 © Ichiro Kojima

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Untitled, 2017 © Ichiro Kojima


Untitled, 2017 © Ichiro Kojima

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Untitled, 2017 © Ichiro Kojima

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Il segno nel tempo “Un giorno l’uomo decise di misurare il Tempo per controllarlo meglio, dosarlo e stimarlo. Il Tempo sfugge perché è indomabile nonostante i nostri orologi. Scorre spietatamente. Contemplare il Tempo ci conduce alla consapevolezza di ciò che siamo”. Ho sviluppato il progetto “Il segno nel tempo” partendo da riflessioni su un argomento che mi è particolarmente caro fin dalla mia adolescenza: “il Tempo”. La curiosità mi ha portato ad esaminare da un punto di vista sempre più ravvicinato quelle opere dell’ingegno umano che, piene di ingranaggi e piccole ruote, hanno la capacità di scandire il tempo della nostra esistenza come minuscoli segnatempo. Proseguendo il mio percorso professionale mi sono avvicinato al mondo dell’orologeria unendo alla passione per l’astronomia l’interesse per la misura del tempo, due componenti fondamentali nell’evoluzione dell’esistenza. Per questo mi identifico come un osservatore, un viaggiatore che attraversa per un’istante la scala del tempo. Utilizzando il mezzo fotografico, ho tracciato un percorso visivo volto all’interpretazione del tempo attraverso l’immagine. L’intento è comunicare la dimensione concettuale del tempo attraverso una narrazione artistica in cui gli orologi e gli altri elementi assumono una valenza simbolica. Partiamo dall’acqua, elemento primordiale della vita. Durante la gestazione fluttuiamo nel liquido amniotico per poi nascere. Nelle mie fotografie l’acqua esprime questo momento particolare, in cui dal grembo materno l’essere umano nasce

alla vita. L’acqua è sempre stata un elemento d’attrazione per la sua conformazione fluida e quando riusciamo a focalizzare nel “fermo-immagine” un determinato istante del suo scorrere, il tempo si ferma e viene “immortalato”. É come se l’acqua assumesse una forma solida, diventando una scultura in cui, grazie alla sua plasticità, si percepisce la coerenza estetica e l’equilibrio della composizione. Successivamente ci sono i segni, linee dinamiche che creano diverse forme fino a materializzarsi concretamente in sagome di orologi. In queste immagini il segno diviene una forma aperta a diverse interpretazioni, in grado di disegnare nello spazio una figura che assomiglia sia ad un orologio sia ad una forma astratta. Lo sfondo nero è stato scelto per valorizzare il contenuto delle immagini, in cui i soggetti galleggiano nel profondo infinito come nel grembo della madre. Nelle mie fotografie ho sviluppato un linguaggio personale attraverso diversi passaggi e modalità che ho sperimentato nel tempo. Mostrando e disegnando solo una parte dell’orologio, senza svelare la sua totalità, ho ottenuto un’immagine significativa dell’oggetto, costruita e ragionata, in cui l’orario resta celato. Successivamente ho cominciato ad eliminare il superfluo per raggiungere un impatto compositivo armonioso. La sottrazione degli elementi non necessari per portare il soggetto all’indispensabile è parte del mio processo creativo, che mira sempre a sintetizzare l’immagine nella sua forma essenziale.

Mario Liguigli

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Vibrazione, Luna con onde, 2021 © Mario Liguigli

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Acqua, maschile e femminile, 2021 © Mario Liguigli

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Vita, piume con gocce, 2021 © Mario Liguigli

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Orologio con goccia, 2021 © Mario Liguigli

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Profilo, 2021 © Mario Liguigli

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Lunetta, 2021 © Mario Liguigli

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Segno, 2021 © Mario Liguigli

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Ánima Ognuna di queste immagini rappresenta il ciclo completo della vita di una donna tra le mura della propria casa. É una donna intrappolata nel cammino di essere una ragazza, una donna, una madre e poi una vecchia (e di nuovo una ragazza). Le immagini parlano di solitudine, di sopraffazione, di oppressione e dell’ subconscio che vuole fuggire. Ma anche di piacere e di forza d’animo. Raccontano in sintesi anche di

una fase della vita che include l’inizio di una nuova relazione, la creazione di un’attività personale, una seconda maternità, un trasloco, la cessazione dell’attività, l’aborto, la fine di quella relazione e l’inizio di una pandemia. Sono la registrazione degli stati d’animo durante quegli momenti dove tutto ciò che poteva regalare gioia non era sufficiente di fronte a così tanti cambiamenti e instabilità.

Ailen Maleta

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Soul, 2019 © Ailen Maleta

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Dánae, 2019 © Ailen Maleta

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Waters, 2020 © Ailen Maleta

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The Hours, 2020 © Ailen Maleta

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Refuge, 2019 © Ailen Maleta


Moorings, 2020 © Ailen Maleta

Free, 2020 © Ailen Maleta

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Terre mutate Un viaggio lento nel cuore dell’Appennino, attraverso le mutazioni del paesaggio antropologico e naturalistico create dai terremoti del 2009 a L’Aquila e del 2016 nelle Marche, in Umbria, Lazio e Abruzzo. Ho voluto raccontare lo stato di degrado fisico e psicologico della terra, ancora oggi profondamente segnata dalla devastazione del terremoto, e sostanzialmente abbandonata. Ho visto borghi e paesaggi ricchissimi di storia e biodiversità, costruendo un percorso solidale e di conoscenza e vivendo momenti di relazione profonda con l’ambiente naturale e con le persone che vivono nei luoghi trasformati dal sisma. Da Fabriano a L’Aquila, oltre 250 km di cammino nel cuore dell’Appennino. Ho attraversato i territori e sono entrato in contatto con le comunità di Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio, lungo i sentieri escursionistici e ciclabili di due importanti aree protette: il Parco Nazionale dei

Monti Sibillini e il Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga. Nelle Terre Mutate qualcosa è cambiato. La forza della natura ha prodotto mutamenti alla geografia, ai manufatti e soprattutto alle persone, generando storie, protagonisti e progetti di rinascita meritevoli di essere raccontati, conosciuti e soprattutto supportati. Le Terre Mutate restano piene di vita e di voglia di ricominciare, sono popolate da gente determinata che, nonostante le ultime scosse, resiste e non getta la spugna. Nelle Terre Mutate le persone sono diventate le vere protagoniste del cambiamento: a Illica, totalmente rasa al suolo in pochi minuti, Clementina e Davide mostrano le fondamenta della loro casa che non c’è più. Davide siede esattamente lì dove c’era la loro cucina. Perché restare è importante quanto resistere. Forse di più.

Gilberto Maltinti

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Castelluccio di Norcia, 2019 © Gilberto Maltinti

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Accumoli, 2019 © Gilberto Maltinti

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Borbona, 2019 © Gilberto Maltinti

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Monti della Laga, 2019 © Gilberto Maltinti

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Clementina, Illica, 2019 © Gilberto Maltinti

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L’Aquila, 2019 © Gilberto Maltinti

Davide, Illica, 2019 © Gilberto Maltinti

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Presenze Questo lavoro, intitolato Presenze, si focalizza sull’osservazione del comportamento, e dei suoi mutamenti, della persona nella società contemporanea dovuto al cambiamento epocale che stiamo vivendo in questi tempi; questa specie di linea di confine tra mondo vecchio già codificato e mondo nuovo. I personaggi delle mie immagini sono attori di una rappresentazione solitaria anche un po’ onirica, che nella sua apparente semplicità sembra essere senza tempo. Sono miniature di un quadro, sono parte di una composizione che racconta una realtà fatta di movimenti quotidiani, di abitudini consolidate. Sono metafore di stati d’animo e segnali dell’incertezza del vivere, ciò che definirei nostalgia del presente, cioè quella sensazione abbastanza diffusa, di non riuscire ad afferrare e vivere il presente, avendo l’impressione che qualcosa stia già scomparendo nel momento stesso in cui si manifesta.

Sono persone che si sfiorano ma che non s’incontrano mai, sono la rappresentazione di un’inquietudine che mi pervade in ogni istante della giornata, quasi a denunciare un’incapacità di esternare un potenziale comunicativo imprigionato dentro di me. Una calma, una quiete, un silenzio quasi assordante. Sono in attesa di qualcosa che scuota le mie certezze e le mie consuetudini che rendono cieco il mio sguardo e non mi permettono di vedere oltre. Sono sicuro di vivere in un momento storico in cui la mia capacità di fare è enormemente superiore alla mia capacità di prevedere, per questo motivo vivo in uno stato confusionale in una specie di linea di confine dove le mie certezze cominciano ad essere in contrasto con qualcosa di nuovo che mi pervade ma che ancora non conosco, una specie di tempesta interiore che tarda a manifestarsi. Noi siamo gli attori di un cambiamento epocale, del quale ne siamo artefici e schiavi allo stesso tempo.

Mauro Marletto

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Presenze 1, 2018 © Mauro Marletto

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Presenze 2, 2019 © Mauro Marletto

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Presenze 3, 2019 © Mauro Marletto

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Presenze 4, 2019 © Mauro Marletto

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Presenze 5, 2019 © Mauro Marletto

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Presenze 12, 2019 © Mauro Marletto

Presenze 6, 2019 © Mauro Marletto

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Un uomo d’altri tempi Dedicato a Don Vito Dentro di me ha giocato un forte ruolo la figura del mio papà, semplice operaio, ma di grande statura morale, che durante alcune mostre di Bresson, Doisneau, Erwitt, parlava dei suoi tempi e delle sue emozioni, quasi a commentare quelle foto. Forse è stato proprio questo ricordo che mi ha portato un giorno a prendere in considerazione di passare qualche ora con il mio calzolaio e costruire così con lui questo progetto fotografico. Una persona semplicissima, come mio padre, ma grande lavoratore. Aveva il suo laboratorio in un sottoscala, in pochi metri quadri. Mi diceva che aveva tutto quello che gli serviva per svolgere il suo lavoro con passione e competenza, si accontentava anche di poco e non aveva pari nel riparare qualsiasi tipo di scarpe. Per lui era solo importante risolvere nel migliore dei modi il problema, si disinteressava del tempo che avrebbe perso, della sua fatica, del suo guadagno, una persona d’altri tempi. Era molto dispiaciuto che nessuno dei suoi figli aveva voluto imparare quel suo lavoro. Quel giorno quando sono andato da lui ero emozionato, ma triste perché qualche giorno prima mi aveva detto che stava poco bene. Di lì a poco è infatti venuto a mancare e forse per me questo progetto è il minimo che io possa fare per ricordarlo in ciò che amava di più, il suo lavoro. Appena arrivato, mi dice che aveva completato di mettere a posto una scarpa da donna e che avrebbe con la mia presenza riparato una da

uomo. Man mano che lavorava, parlavo con lui e facevo tanti scatti, lui sorrideva e gradiva tanto questa compagnia. Mi raccontava lentamente cosa bisogna fare per sistemare al meglio una scarpa, guardandola da ogni angolazione e con scrupolosità. Ed io gli aggiungevo che lo capivo benissimo e condividevo il suo pensiero, perché anche con la fotografia è necessario avere spesso questo atteggiamento. Mi colpiva la sua dolcezza ed il suo modo di fare. Tutti, penso, abbiamo avuto modo di incontrare qualche volta un calzolaio, ma lui per me era Il Calzolaio. Non riuscivo a staccare gli occhi dai suoi movimenti, sperando solo che con la mia macchina fotografica potessi dare giustizia a cosi tanta virtù. Ad un certo punto mi ha guardato e senza parlare mi ha sorriso. Guardandolo profondamente, anch’io in silenzio, ho capito cosa significava per me quel sorriso. Era un’emozione già provata, mi ricordava, quando molto piccolo, mi sedevo vicino a mio padre che spesso con la sua manualità era in grado di aggiustare qualsiasi cosa ed io lo ammiravo silenziosamente, nell’attesa che poi, come un miracolo, ciò che aveva nelle mani riprendesse a funzionare. Ecco quell’uomo, quel meraviglioso calzolaio che ora non c’è più e mi manca molto, mi ha fatto forse rivivere quegli attimi infantili, quelle forti e semplici emozioni di tanto tempo fa, ma che conservo ancora con cura e con gioia, nella mente e nell’animo.

Cosimo Resina

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Il suo sorriso, 2015 © Cosimo Resina

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Le forme, 2015 © Cosimo Resina

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Scarpa da uomo, 2015 © Cosimo Resina

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Un banchetto. 2015 © Cosimo Resina

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Ripara la scarpa, 2015 © Cosimo Resina

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Scarpa da donna, con veduta d’insieme, 2015 © Cosimo Resina

Colla e chiodi, 2015 © Cosimo Resina

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Mbata (piccolo soffio di vento) Questo è un paesaggio calabro. Pieno di spoglie primitive, legato alla potenza delle forze naturali. L’altro, è l’immagine dell’Uomo - che tenta di volare in una nuova dimensione. Una danza di corpi e volumi. Se da una parte la natura ci offre spazi ancora da decifrare, dall’altra si assiste all’artificio dello sdoppiamento. E la natura si offre ricca di architetture logiche ed illogiche, così come l’uomo si spinge contro il soffio momentaneo del tempo.

Stefano Sansoni

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Ego | natura, 2021 © Stefano Sansoni

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Es, 2021 © Stefano Sansoni

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Sull’ecologia: l’uomo inconsciamente si sta autodistruggendo bruciando boschi, inquinando il mare ed avvelenando la terra. [Aldo Matiddi]

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Ego natura, 2021 © Stefano Sansoni

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Ego natura, 2021 © Stefano Sansoni

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Ego natura, 2021 © Stefano Sansoni

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GLI AUTORI [ SILVIA BERLINGOZZI ] Mi sono avvicinata alla fotografia a 17 anni durante il primo viaggio in Africa. Ho imparato ad usare l’immagine per raccontare il mio viaggio: la scoperta di terre lontane e gli incontri del cuore. L’occhio che tocca l’ambiente e sfiora le anime, la personale volontà di rendere visibile il mondo emotivo di fronte alle nuove conoscenze. Credo nell’immenso potere della fotografia come strumento di relazione verso l’altro, e del fotoreportage, per descrivere spaccati di popoli troppo spesso fuori dalle cronache. [ STEFANO BIANCHI CARINI ] Nato di passaggio a Firenze, e vissuta la prima infanzia a Napoli e a Roma, vivo a Verona dall’età di quattro anni. Al secolo svolgo attività di dottore commercialista e revisore legale con buoni considerazione e successi e, per passione e dall’età di 13 anni e a momenti alterni, scatto immagini di ciò che soglio chiamare i mei “momenti emozionali”, il diario intimo del mio passaggio terreno. Dallo still life al ritratto, dal paesaggio alla street, dalla documentazione alla poesia; comunque privilegiando il bianco e nero: per me la fotografia è testimonianza della meraviglia di vivere e un modo di essere. [ GIUSEPPE CARIDI ] Durante gli studi ho lavorato come magazziniere e sono stato arbitro di calcio; terminata l’università ho lavorato a Eurodisneyland Paris. Rientrato in Italia per diventare un colletto bianco, dopo 19 anni di banca ho cambiato rotta: forte della mia esperienza di viaggio (ho visitato 156 paesi) sono diventato Travel Designer. Vivo a Gallipoli e ho pubblicato due libri, entrambi reportage di viaggio e reportage fotografici realizzati tra le cime più alte del pianeta e i fondali del mondo, sono un trekker appassionato e subacqueo certificato PADI RESCUE DIVER. Ex Istruttore di Diritto Internazionale Umanitario per il CICR, attualmente sono volontario delle Misericordie e figuro tra i fondatori del progetto. www.theclimateroute.org [ LUIGI COLLI ] Nato a Modena nel 1955, insegnate, pittore diplomato all’Accademia di Belle Arti di Bologna nel 1985. Le mie opere di pittura hanno riflesso per un lungo periodo il tema del paesaggio, trasfigurato in forme e colori astratti e luminosi. Tra le mostre più rilevanti “la formula del paesaggio” del 2007 presso la galleria Spazio Fisico di Modena; Altre opere sono visibili sul sito www.luigicolli.it Lavoro anche come fotografo e qui presento una serie recente di immagini scattate tra giugno e luglio del 2021. [ LUCIANO COTENA ] Nato nel 1971. Appassionato di letteratura, pittura, cinema e musica. Dopo aver abbandonato gli studi in medicina, mi diplomo in fotografia editoriale. I primi reportages vengono pubblicati su: Bell’Italia, Orobie, Gente, Famiglia Cristiana, Gentleman. La prima collettiva a Milano, insieme a fotografi quali Toscani, Lotti, Cito, Basilico ecc. Realizzo campagne pubblicitarie per brand nazionali: Kickers, Colorificio Arco, Baruffaldi. Ho eseguito ritratti di Eco, Fo, Hack, Merini, Pollini ed altri noti personaggi della cultura italiana. Nel luglio 2021 ricevo il premio Winner Gold del concorso Mifa, nella sezione Fine Art / Nudes. Sitoweb: www.lucianocotena.com - Instagram: luciano_cotena [ MICHELE DI GIACOMO ] Sono nato a Pistoia nel 1983 e dopo una serie di peripezie sono approdato a Roma dove vivo e lavoro e dove nel 2014 ho fondato il sito city-com.it specializzato nella vendita di attrezzature fotografiche. La fotografia mi ha sempre affascinato fin da bambino e i miei ricordi risalgono a quando prendevo dall’armadio la fotocamera di mio padre e trascorrevo le ore ad osservare i fiori di pesco proiettarsi sul vetro smerigliato. Col tempo alla passione per la fotografia si è aggiunta quella per i viaggi tanto che negli ultimi vent’anni ho sempre viaggiato con una fotocamera al collo, oltre ad uno zaino pesante carico di ottiche che pian piano ho selezionato fino ad utilizzare esclusivamente la mia focale preferita, un 23 mm. www.micheledigiacomo.it [ GIANLUCA FAGONE ] Nato in Sicilia, a Caltagirone, mi sono poi trasferito a Roma, città dove vivo. Studi in comunicazione, poi un master in comunicazione politica. Lavoro per la Rai occupandomi prevalentemente di digitale. Inizio a fotografare al ginnasio quando un’insegnante mi affida il compito di documentare una festa patronale. Prediligo il bianco e nero, i ritratti, le foto d’architettura. Nei paesaggi urbani cerco contrasti e contraddizioni, linee e simmetrie, sempre alla ricerca dell’involontario ordine nel disordine e del surreale nel reale.

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[ VALERIA GRANCINI ] Sono nata nel 1984 e vivo alle porte di Milano. Sono un medico e lavoro nella città che amo ma, appena posso, prendo la mia Nikon e la mia famiglia e parto. La passione per la fotografia è nata presto, forse a 6, 7 anni, quando mi sono appropriata della Bencini della mamma. Da allora non ho più smesso. Amo fotografare le persone, tanto più se di cultura lontana dalla mia, perché sono convinta che non ci sia arte che più sappia avvicinare le persone e creare ponti di comunicazione anche dove non arrivano le parole. [ MARGRIETA JELTEMA ] Sono nata sotto cieli Nordici, in Olanda. Durante i miei studi di biologia (con un master in filosofia) ho seguito corsi serali in un’ accademia di arte. I miei primi lavori sono stati incisioni, poesie, sculture, ma la fotografia mi accompagnava sempre. C’era sempre il ricordo della camera oscura, costruita da mio padre, dove ho ricevuto i primi insegnamenti di stampa fotografica. Poi ho imparato la magia non soltanto delle pellicole ma anche delle lastre di vetro, delle stampe all’albume. La fotografia non è un’ espressione, le foto sono creazioni, ogni immagine svela e elude nello stesso tempo un mondo creato, mai completo. Questo mi esorta a riprovare, a sperimentare, ma soprattutto a cercare quei significati che, come dei bambini che giocano, si nascondono dietro ogni velo. www.margrij.com - www.instagram.com/margrije/ [ ICHIRO KOJIMA ] Sono nato a Tokyo in Giappone e dall’età di 16 anni ho viaggiato in Corea del Sud, Bangladesh e per più di 10 anni principalmente in Europa. Dopo essermi laureato, ho lavorato come redattore per riviste e libri. Anche se ogni giorno visionavo centinaia di foto, rappresentavano solo materiale per il mio lavoro e non ho mai voluto scattarne una. Un giorno ho dovuto traslocare e ho trovato le foto dei miei vecchi viaggi. C’erano molte città e persone che avevo dimenticato da molto tempo. Poi ho capito che nonostante fossero importanti per me col tempo sarebbero scomparsi dalla mia memoria. Così ho deciso che volevo tenere un registro dei momenti vissuti e con questa convinzione, ho iniziato a fotografare. [ MARIO LIGUIGLI ] Madrelingua italiano e francese nato a Parigi, dove la cultura francese contagerà tutto il mio percorso artistico, per poi trasferirmi in Italia e proseguire gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e successivamente continuare la mia formazione come Operatore Cinetelevisivo presso il CTC a Milano. Divento presto Free Lance, collaborando con varie case di produzione in campo pubblicitario, documentaristico e televisivo. Per vent’anni collaboro alla trasmissione NonSoloModa, Canale 5, firmando 621 servizi in giro per il mondo come direttore della fotografia. Dal 2000 mi specializzo nel settore orologeria, collaborando con brand internazionali, spesso all’estero. https://www.marioliguigli.com [ AILEN MALETA ] Sono nata a L’Avana (Cuba) nel 1984. Ho una laurea in Design Informatico che mi ha permesso di lavorare per cinque anni come designer e come docente per altri due. Ho studiato fotografia e ho iniziato una nuova carriera professionale come fotografa di ritratti, prodotti, pubblicità e architettura e come artista visivo dal 2013. Ho partecipato a diverse mostre nazionali e internazionali, come la Biennale di Fotografia Alfredo Sarabia e la 14a Mostra Giovani dell’Istituto Cubano di Arte e Industria Cinematografica. I miei lavori sono stati esposti a Cuba, negli Stati Uniti e in Italia. In queste ultime due nazioni le mie fotografie sono presenti in collezioni private, come la Collezione italiana Mediterraneum. [ GILBERTO MALTINTI ] Sono fotoreporter e videomaker. Lavoro per giornali di viaggio e costume. Mi piace insegnare e nel mio studio PARIOLI FOTOGRAFIA insegno fotografia digitale. Ho partecipato alle edizioni di FOTOGRAFIA Festival Internazionale di Roma e ho vinto nel 2016 il primo premio al concorso fotografico “La mia Città Solidale”, organizzato da Roma Capitale. Ho organizzato nel 2019 il Mese della Fotografia a Roma e WEFO2020, Weekend Fotografici di Roma. Quest’anno sono nell’organizzazione del Roma Fotografia Festival 2021. Durante il lockdown ho girato un doc “Buon Appetito, Buon Appetito, Sì” omaggio all’attività dei volontari che a Roma hanno aiutato persone senza tetto, fragili e in difficoltà, portando aiuti concreti e supporto morale e spirituale. www.pariolifotografia.it [ MAURO MARLETTO ] Sono nato a Torino, dove vivo e lavoro. Sono un fotografo professionista nel settore Fineart. Il mio interesse per la fotografia nasce prima in Camera oscura, con la stampa e poi con la fotografia vera e propria. Dopo un periodo come amatore con qualche mostra e alcune pubblicazioni, decido di unire alla fotografia le mie conoscenze informatiche e diventare professionista. Tecnicamente mi sento vicino al modo di pensare dello scultore, il quale quando è davanti al blocco di materiale che deve modellare, sa precisamente cosa uscirà. Lo scalpello e il martello sono i suoi strumenti. Per me come fotografo, il blocco di materiale è rappresentato dallo scatto fotografico, la post produzione è lo strumento che mi permette di arrivare all’anima e all’essenza di ciò che voglio rappresentare. [ COSIMO RESINA ] Sono nato a Taranto, dove risiedo, e la fotografia, sia nell’analogico che nel digitale, in particolare quella di reportage e la Street Photography, mi hanno molto appassionato. Come docente universitario di Matematica ed Informatica, ho cercato di utilizzare l’attenzione e la precisione del mio lavoro per mettermi in contatto con questo mondo che spesso richiede di guardare le cose che ci circondano in maniera più giusta e diversa. La fotografia, anche come dilettante, è per me una passione, una opportunità di relazionarmi con ciò che osservo. Ogni volta che faccio uno scatto, quel rumore particolare mi dà emozione, mi regala sensazioni particolari, tirando anche fuori di me ciò che mi appartiene. [ STEFANO SANSONI ] Nato a Roma nel 1981 sono un operaio e vivo in provincia di Frosinone. Le mie collaborazioni fotografiche con Aldo Matiddi (1925-2018) mi hanno portato ad utilizzare la fotografia in modo rigoroso ed essenziale. Questa è la mia prima opera in omaggio al compianto amico.

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REALIZZATO DA:

info@photoprojectpro.com www.photoprojectpro.com Milano

A CURA DI:

Mino Di Vita REALIZZAZIONE GRAFICA:

Margherita Moretti © 2021 PHOTO PROJECT PRO. Tutti i diritti riservati. Per i testi © gli autori. Per le fotografie © gli autori. Gli autori sono i proprietari dei relativi diritti. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro mezzo senza il previo consenso scritto di Photo Project Pro. Finito di stampare, settembre 2021


Mino Di Vita ha studiato scenografia all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e successivamente si è laureato in Lettere e Filosofia all’università degli studi di Bologna. Dalla metà degli anni Ottanta ha fotografato la società nei suoi diversi aspetti fino a concentrare il suo interesse sulle connessioni tra l’uomo e i luoghi a cui è legato, indagando le atmosfere che ne derivano in conseguenza al trascorrere del tempo. Ha realizzato progetti di ricerca su Milano, New York, Tokyo, L’Avana e altre metropoli nel mondo, le sue opere sono esposte in gallerie, istituzioni e musei internazionali oltre a far parte di importanti collezioni private e pubbliche. È autore di libri fotografici e affianca alla sua personale ricerca artistica un percorso di sperimentazione curatoriale attraverso il progetto Photo Project Pro. Vive a Milano e lavora tra Milano e Tokyo.


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ShotsToTell [3]  

ShotsToTell is a photo book series designed to publish some of the most interesting projects from around the world. The philosophy behind th...

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