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unifontane Editore: SIFA S.r.l. Via Pievaiola, 45 06128 Perugia www.sifa.it Amm.re Delegato: Andrea Brizi

Sommario

Direttore Responsabile: Giancarlo Ferraris E-mail: info@unifontane.it Comitato editoriale: Franco Baldelli, Giovanni Belardelli, Floriana Falcinelli, Fabrizio Figorilli, Anna Torti Ideazione: Retologia di Alfredo Mommi

I pro e i contro della riforma Gelmini

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Elogio alla bellezza

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L’Università e il sistema decisionale democratico

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Hanno collaborato a questo numero: Augusto Ancillotti, Franco Baldelli, Luca Ferrucci, Fabio Franciolini, Roberto Segatori, Anna Torti Stampa: ARTI GRAFICHE CECOM S.r.l. Bracigliano (SA) Finito di stampare nel Febbraio 2011 Aut. Trib PG R.P. n. 47 del 14/09/2010

Gli Spin Off accademici

DALLA RIFORMA ALLO STATUTO di Franco Baldelli E alla fine la riforma Gelmini è diventata legge dello Stato. È una legge tipica del nostro paese, sempre propenso a codificare e dettare norme più che ad attivare la necessaria vigilanza sulla loro applicazione: introduce tuttavia diversi sistemi di controllo che, utilizzati al meglio, potrebbero garantire trasparenza, accreditamento ed efficienza di tutto il sistema. Tensione in tal senso traspare in diversi dei suoi articoli, in quelli dedicati alle politiche di reclutamento, ai concorsi e alla ricerca scientifica. Ma qual è lo spirito profondo che ne ha influenzato la proposizione e alimentato la stesura ? Non certo e non solo le preoccupazioni di ordine economico, né la volontà di favorire ricambi generazionali, come superficialmente sostenuto in alcune sedi. Lo spirito profondo della legge, a me pare, è quello di porre forti limiti alla autonomia universitaria, pur salvaguardando il principio sancito dall’art. 33

della Costituzione, con una impostazione frutto di una profonda diffidenza nei confronti della classe docente universitaria, rea di comportamenti, non scevri da critiche o censure, in alcuni casi assurti a notorietà nazionale. Il legislatore ha inteso impedire, o per lo meno contenere, il disinvolto stravolgimento degli statuti universitari e le carenze di rigore di alcuni Codici etici. Il profilo identitario è pertanto quello di favorire una formulazione autonoma di statuti a “libertà vigilata”, con meccanismi di controllo esercitati dal ministero stesso, dall’ANVUR e dal comitato dei garanti per la ricerca (CNGR). Così si spiega la necessità di decretare per legge la unicità del mandato di rettore, i limiti temporali imposti nella partecipazione agli organi accademici, le incompatibilità segnalate ( basti pensare a quelle dei direttori delle scuole di specializzazione!), la istituzione di un collegio dei revisori dei conti a nomina preponderante ministeriale, la

Primo Piano previsione di un Nucleo di valutazione composto in prevalenza da soggetti esterni alla università, la esplicitazione all’art. 18 delle incompatibilità per combattere familismo e nepotismo, la attribuzione dell’indirizzo strategico al Consiglio di Amministrazione, organo contraddistinto da una rilevante rappresentanza non universitaria, anche se non maggioritaria. E tuttavia, nonostante la dovizia di norme ed indicazioni inserite nella riforma, esiste al momento attuale una grande opportunità per caratterizzare, attraverso lo statuto, il profilo e il futuro del nostro Ateneo. Non è chiaramente questa la sede per affrontare un tema così vasto, al quale dedichiamo buona parte di questo numero; peraltro alcune brevi riflessioni sono opportune per quanto riguarda il profilo del ponte di comando. Se per l’elezione del Rettore sarà unicamente necessario definire il corpo attivo dell’elettorato e assicurarsi la pubblicità 3


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Primo Piano nella indizione della stessa (possono concorrere anche docenti di altri atenei!), maggiori interrogativi, a me pare, pone la costituzione del CdA. Per legge sono pre-definiti la presenza del rettore, una rappresentanza studentesca non quantificata e due o tre membri esterni a seconda delle dimensioni del CdA (11 o 10 componenti). Il Direttore generale viene contemplato unicamente come membro aggiuntivo senza diritto di voto. Scelte ulteriori sono demandate allo statuto. Se la rappresentanza studentesca è fuori discussione, oltre che per legge anche per motivi di opportunità generale, sarebbe peraltro auspicabile una non diretta emanazione della stessa dal mondo della politica (che al momento in Italia non sta dando bella mostra di sé). Sarebbe inoltre auspicabile che, per statuto, il diritto di rappresentanza fosse limitato a studenti in corso e non ripetenti, per evitare intromissioni surrettizie e per ribadire che la tensione alla qualità deve coinvolgere accademia e mondo studentesco “reale”. Se appare di difficile inserimento la proposta di una

rappresentanza del personale tecnicoamministrativo in un organo che non prevede neppure il Direttore generale, è tuttavia necessario meditare sulle modalità di composizione del Consiglio stesso. Designazione o scelta recita la legge. È una formulazione tutto sommato ambigua: chi designa, come si sceglie? Non appare opportuno che la prerogativa di designare spetti al rettore. La differente durata dei mandati (rettore 6 anni, CdA 4) non consiglia una tale ipotesi; si verrebbe a creare una situazione imbarazzante per i nuovi eletti, neppure rappresentativa della volontà del corpo accademico per quanto riguarda i membri interni, e potrebbe sembrare un metodo surrettizio per superare la norma della unicità del mandato di 6 anni. E peraltro è incompatibile per legge la partecipazione al CdA dei presidenti degli organi di raccordo, le Scuole, e non a caso è differente la durata dei due diversi mandati, 4 per il CdA , 3 per la presidenza. E per finire un commento sull’organo che dovrà “predisporre” lo statuto e un

quesito di ordine generale. Il termine “predisposizione” è quanto di più vago e di più ambiguo possa esserci. Con quali criteri verranno scelti i suoi componenti ? Con compiti esclusivamente redazionali lasciando agli attuali organi di indirizzo la possibilità di esprimere pareri , al pari di quanto avviene in ambito medico con gli “expert meeting” o no, in maniera autonoma, magari in play back con pre-registrazioni? E quali opportunità verranno date al mondo accademico di proporre aggregazioni in dipartimenti e piattaforme tecnologiche di ricerca, vista la volontà di orientarsi verso una “research university”? Diversi argomenti, ritengo, meriterebbero di essere dibattuti nelle diverse sedi istituzionali, Facoltà e Dipartimenti, e allargati alla comunità attraverso la stampa, per favorire il senso della appartenenza alla accademia e per non procedere per un sentiero opaco, se uno degli obiettivi è anche quello di convogliare all’interno della università risorse economiche della società civile.

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CONFRONTO

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L’opinione di Roberto Segatori, Direttore del Dipartimento Istituzioni e Società, e di Fabio Franciolini,

Direttore del Dipartimento di Biologia Cellulare e Ambientale, Università degli Studi di Perugia, riguardo

CONFRONTO

all’applicazione della nuova legge Gelmini e alle conseguenze nel sistema universitario perugino

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CONFRONTO SEGATORI/FRANCIOLINI:

PRO E CONTRO DELLA RIFORMA GELMINI, QUALI CAMBIAMENTI NELL’UNIVERSITÀ 1. Elementi positivi e negativi introdotti dalla legge “Gelmini” S. - Il giudizio sulla Legge Gelmini va unito a quello sulla Legge di Stabilità (Finanziaria). La legge Gelmini introduce alcuni elementi opportuni (su tutti, la valutazione dell’attività universitaria), ma dà anche segnali contraddittori come il riconoscimento delle Università Telematiche (in genere di scarsa qualità) e la precarizzazione dei futuri ricercatori. La cosa peggiore, però, è legata alla Finanziaria: non vengono assicurate le risorse per il diritto allo studio, le borse di dottorato, il finanziamento della ricerca di base. Questo fatto ha due conseguenze: l’Italia si conferma come il paese con meno investimenti in ricerca nel mondo occidentale e pure orientale; si ricostituisce un’università classista, tradendo l’art. 34 della nostra Costituzione.

F. - Il primo elemento positivo è la previsione a ogni livello (atenei, dipartimenti, singoli docenti) di processi di valutazione come base per la ripartizione delle risorse, motore per l’innesco di politiche virtuose e per il rilancio di una università di qualità. C’è scetticismo tuttavia sulla capacità del sistema di raggiungere questi obiettivi data la debolezza dell’attuale quadro politico e le diffuse tentazioni egualitarie che permangono in larga parte dell’accademia e della politica. C’è poi la revisione della governance. La riforma trasferisce il potere effettivo dal Senato al CdA, ponendo così fine alla sovrapposizione di ruoli e confusione di prerogative tra i due organi. Modifica inoltre in modo radicale la composizione del CdA riducendo il numero dei componenti a un massimo di undici (rimuovendo così l’attuale gestione consociativa) e introducendo una componente esterna per rappresentare le istanze più ampie della società. Positiva anche la scelta del dipartimento come asse portante della futura università. Trascurando il lato risorse, che non ha bisogno di ulteriori commenti, l’elemento negativo più evidente è l’esorbitanza normativa della riforma. Il progetto doveva essere più coraggioso, un testo con poche norme di indirizzo generale che salvaguardasse l’impianto autonomistico degli atenei e che facesse esclusivamente leva su una valutazione rigorosa dei risultati raggiunti a cui agganciare la ripartizione di quote molto importanti di finanziamento alle università. Forse oggi questo progetto sarebbe stato uno strappo insostenibile per un’accademia e una politica ancora in gran parte impreparate, e non sarebbe mai nato. Spero diventi il traguardo finale della riforma.

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CONFRONTO

2. Rappresentanti esterni nel CdA dell’ateneo: criteri e modalità di scelta S. - Siccome il CdA sarà l’organo più importante per il reperimento esterno e l’assegnazione interna delle risorse, è opportuno che in esso trovino collocazione tanto professionalità manageriali centrate sul valore della cultura immateriale, che rappresenta un investimento di lungo termine, quanto professionalità manageriali del mondo della produzione economica di beni e servizi, che sappiano essere portatrici di una sollecitazione continua verso l’innovazione. Chiarendo che entrambe le sensibilità devono essere intese come complementari e non come antagoniste.

F.- I criteri di scelta della rappresentanza esterna sono indicati dalla legge che richiede, per i componenti del CdA, competenza in campo gestionale o esperienza professionale di alto livello, insieme a una solida qualificazione scientifica e culturale. La modalità di selezione potrebbe essere la designazione da parte del Senato dietro valutazione dei curricola presentati dai candidati a seguito di procedura di bando.

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3. Rappresentanze universitarie nel CdA dell’ateneo: criteri e modalità di scelta S. - Ciò che conta è la qualità dei rappresentanti, siano essi professori ordinari, associati o ricercatori. Personalmente alle rappresentanze corporative di ruolo preferisco le rappresentanze d’area.

F. - Per le competenze richieste ai membri del CdA, una selezione della componente universitaria per ruolo docente potrebbe riuscire difficile. L’alternativa, area o scuola, dovrà essere valutata con attenzione, dato che le scuole, per esempio, sono organi forse non predeterminabili in numero nello statuto e quindi non utilizzabili allo scopo.

4. Sviluppo dell’Ateneo, riduzione delle facoltà e accorpamento degli attuali dipartimenti S. - L’ipotesi è di fare dipartimenti di almeno 50 docenti, di cui almeno il 90% a tempo indeterminato. In sede di prima applicazione della legge si sta valutando di ridurre il numero dei dipartimenti a 16-18 su criteri di omogeneità scientifica o di comunanza di scopo. Su tali discorsi, tranne qualche caso circoscritto, il consenso è abbastanza elevato. I problemi magari verranno dopo, quando si dovranno far convivere docenti scientificamente efficienti con docenti, per così dire, pigri.

F. -Per i limiti numerici posti dalla riforma e il massiccio esodo di docenti previsto nei prossimi anni, i nuovi dipartimenti dovrebbero avere almeno cinquanta docenti. Questo numero e l’omogeneità scientifica che la legge raccomanda sembrano essere i riferimenti principali a guidare il riordino dei dipartimenti attualmente in corso. Un’ipotesi di sviluppo per il nostro ateneo c’è, ed è la costruzione di una università di elevata qualità. Ma il modo di realizzarla cammina forse su altri binari, le piattaforme scientifiche.

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5. Evoluzione verso una “Research University” e formazione nell’area umanistica S. - È bene uscire da un equivoco. La qualità della ricerca (come pure della didattica) non dipende dal settore, ma dalla capacità dei ricercatori/docenti di produrre valore aggiunto. E ciò vale sia per l’area tecnologica, sia per l’area medica, sia per l’area delle scienze umane. È chiaro che in sede di assegnazione delle risorse si dovrà tener conto del fatto che l’area umanistica si dedica alla costruzione delle fondamenta (Grundlage), mentre l’area scientifica-tecnologica all’edificio soprastante (Uberbau). Ora: si è mai vista una casa senza fondamenta? 8

F. - Lascio rispondere i miei colleghi umanisti.

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CONFRONTO 6. “Research Universty” e riduzione del numero degli studenti S. - La questione va posta più correttamente sulla base di dati di fatto. Attualmente, a fronte dei circa 31-32 mila iscritti, nell’Ateneo di Perugia sono studenti attivi (ovvero in regola con i requisiti minimi di superamento di esami per anno di corso) solo in 16 mila: circa la metà, come in molte altre università italiane. Il che significa una zavorra che appesantisce tutto, danneggia i frequentanti e penalizza l’Ateneo al momento della ripartizione nazionale delle risorse. Le soluzioni non possono che essere due: a) introdurre efficaci test di ingresso orientativi e, in taluni casi, prevedere altri corsi a numero programmato; b) garantire meglio il diritto allo studio, per evitare che gli sconsigliati o gli esclusi finiscano con l’essere come in passato i meno abbienti.

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F. - La Research university punta in modo prevalente sull’attività scientifica, in ogni area. Più investimenti indirizzati alla ricerca di qualità sotto forma di infrastrutture, personale, finanziamento di buoni progetti non finanziati da altri enti per carenza di fondi. Le ricadute positive sono molteplici. Tutto ciò, senza però trascurare la didattica, perché la ricchezza dell’una fa ricca l’altra. La riduzione del numero di studenti di cui si parla va vista sotto una diversa prospettiva. Una università di qualità non può permettersi di avere il 40 per cento di studenti fuori corso: più di 10.000 studenti nella nostra università. Su questo dovremo fare un’attenta riflessione per diminuire drasticamente questi numeri, in qualsiasi settore si trovino.

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7. Criteri di ripartizione delle risorse ai singoli dipartimenti per la attività di ricerca e la selezione del personale S. - Come per il federalismo, non potranno che essere tre: a) una quota fissa per le necessità ordinarie di funzionamento; b) una quota variabile, direttamente dipendente dalle capacità di attrarre risorse da parte dei gruppi di ricerca di ogni dipartimento; c) una quota di compensazione per quei dipartimenti che svolgano ricerche, positivamente valutate, in aree non immediatamente collegate al mercato (aree umanistiche, ricerca di base).

F. - La ripartizione delle risorse ai dipartimenti deve essere basata sui risultati conseguiti nella ricerca e nella didattica. Molto importante sarà inoltre valutare le politiche di reclutamento dei dipartimenti, uno dei principali strumenti per innescare circuiti virtuosi e raggiungere gli obiettivi fissati. I criteri per la valutazione potrebbero essere mutuati dall’Anvur, una volta diventata operativa, e comunque dovrebbero allinearsi alle più rigorose pratiche di valutazione internazionali. Trovo infine molto importante incentivare processi di autovalutazione da parte dei dipartimenti e di comparazione con strutture simili di altri atenei per verificare il nostro posizionamento a livello nazionale.

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8. Nel nuovo nucleo di valutazione una maggioranza di membri esterni alla università: criteri di scelta e possibilità di prevedere un membro dell’ANVUR S. - Poiché ogni area scientifica ha propri standard di valutazione tanto a livello nazionale che internazionale, sarebbe opportuno che nel nucleo fossero presenti persone ben preparate in ognuna delle aree scientifiche dell’Ateneo. Il problema non è tanto la presenza di un membro dell’Anvur, quanto la capacità del Nucleo di entrare in sintonia con i criteri dell’Anvur.

F. - La legge richiede che i componenti del nucleo di valutazione abbiano elevata qualificazione professionale, in particolare nel settore della valutazione universitaria. Per la loro selezione si potrebbero utilizzare le stesse procedure proposte sopra per i rappresentanti esterni nel CdA. La presenza di un membro dell’Anvur sarebbe senz’altro molto gradita sia per il qualificato contributo che per l’autorevolezza che ne deriverebbe al nucleo.

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Focus La bellezza porta bellezza: oltre alle aperture della

Biblioteca Umanistica e degli Uffici Comunali, è necessario fare di più per valorizzare il

ELOGIO DELLA BELLEZZA (CON UN PIZZICO DI FOLLIA!) di Anna Torti negli ultimi tempi hanno contribuito alla Allo scadere dell’anno 2010 abbiamo sua rivitalizzazione: l’apertura degli sentito tanti buoni propositi da parte Uffici Comunali e della Biblioteca delle istituzioni cittadine in nome della Umanistica. Ancora una volta, Comune cultura, a partire dalla candidatura e Università insieme nella e per la Città. delle città di Perugia e Assisi a capitale In una situazione, europea della cultura da tutti lamentata, per il 2019. Si spera Occorrono risorse per di ristrettezze che, cominciando per economiche e di tempo, l’iniziativa possa l’arredo urbano, per le lungaggini buroessere coronata da strade e gli edifici e cratiche, si tratta di successo, anche se per dare servizi agli un bel successo: resta il rammarico di studenti vedere la Biblioteavere perso l’occasione ca frequentata fino di farla coincidere con i a tarda sera e gli Uffici Comunali 700 anni dell’Università. Ecco, proprio all’opera durante il giorno fa ben dal rapporto tra Università e città sperare che il centro storico riprenda la muovono queste brevi riflessioni sulla sua funzione di aggregazione del bellezza nella quale i cittadini e gli tessuto cittadino e non di dormitorio a studenti che vivono e frequentano caro prezzo per studenti e di sede di Perugia dovrebbero essere immersi. taluni esercizi commerciali irrispettosi Perché il condizionale? La città è bellissima, è stata una delle mete più della secolare tradizione della città universitaria. visitate durante le ultime festività, anche la sicurezza va migliorando, E, adesso, pensiamo agli studenti e al loro diritto di stare in un eppure, alla ricchezza del patrimonio artistico e culturale non sempre si contesto di bellezza, loro che vivono e studiano la bellezza accompagna una doverosa sensibilità sui libri. È mai possibile che a per la custodia e la cura di tanta Piazza Morlacchi si sia bellezza. pensato di collocare la sosta Non voglio attribuire colpe che, come per due minibus proprio sempre, sono di tutti, a vari livelli, ma davanti alle sale studio della sommessamente dare dei suggerimenti bella Biblioteca? E di aggiunper non offendere la bellezza dei luoghi gere un posto per il carico/ che ci circondano. Mi limiterò all’area scarico delle merci e uno per che conosco meglio, quella che ruota il Comune, sempre occupati? intorno a Piazza Morlacchi e ad altre E che dire dei segnali apposti piazze e vie circostanti, che vedono un a coprire parzialmente le flusso crescente di persone, anche grazie alle due importanti novità che mostre delle originarie 12

patrimonio artistico e culturale della splendida e storica città di Perugia aperture settecentesche? E quali tempi si prevedono per dare l’arredo urbano alla zona antistante la Biblioteca affinché gli studenti non siano tentati di appoggiarsi ai muri, già anneriti? La bellezza richiama la bellezza: la piazza deve favorire l’incontro, lo scambio di idee; Via Aquilone, Piazza Ermini, per fare solo qualche esempio, non devono più essere il parcheggio selvaggio di oggi, che costituisce un grave pericolo per l’incolumità delle persone, oltre a deturpare le facciate di palazzi, sede di Facoltà e Dipartimenti che contengono tesori, come l’importante Gipsoteca Greca e Romana. Non sono necessari ulteriori investimenti, ma sensibilità (e adeguate misure) per far capire ai cittadini che bisogna utilizzare i mezzi pubblici (naturalmente a costi sostenibili), in aree che non possono sopportare un traffico eccessivo. Occorrono invece risorse per l’arredo urbano, per le strade e gli edifici e per dare servizi agli studenti. In un’area centrale, dove prospetta anche il Teatro Morlacchi, prestigiosa istituzione cittadina, è mai possibile che non si riesca a curare le piazze e le vie, per viverne la bellezza? Ed è possibile che nei numerosi edifici circostanti non ci siano spazi per gli studenti? Perché non celebriamo i 150 anni dell’Unità d’Italia restituendo un po’ di lustro a questi luoghi che, con la loro bellezza, oggi offuscata, ne testimoniano la ragion d’essere? Se c’è follia in questo auspicio, di conforto siano le parole del poeta romantico, “Bellezza è verità, verità è bellezza. Questo solo sulla terra sapete, ed è quanto basta”. (John Keats)

di am


Focus Il ruolo della Ricerca & Sviluppo nell’economia del futuro è fondamentale; su

questo è necessario basare le nuove politiche di sviluppo nazionali e anche regionali,

oltre a destinare alla R & S maggiori finanziamenti possibili

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GLI SPIN OFF ACCADEMICI

Da strumenti per una nuova imprenditorialità a sentieri per rafforzare la competitività regionale di Luca Ferrucci Le dinamiche storiche mostrano, meglio di ogni altra circostanza, il cambiamento di fondo delle basi settoriali nelle economie nazionali. Ogni epoca ha avuto i propri settori manifatturieri di riferimento sui quali alcuni Stati hanno costruito e realizzato la propria competitività nazionale. La nascita di nuovi settori industriali ha, però, assunto connotati particolari negli ultimi cinquanta anni. Essa dipende, in misura crescente, da un “ingrediente” fondamentale, ossia la capacità di un Paese di dotarsi di conoscenze scientifiche e tecnologiche di avanguardia e di saper coltivare, con un diffuso patrimonio di risorse umane qualificate, un necessario connubio tra la cosiddetta ricerca scientifica di base e quella applicata. E, in questa logica, le infrastrutture alla base di questo start up settoriale sono, pertanto, divenute le università con i loro centri di ricerca scientifica e tecnologica. Le nuove “onde” settoriali sciencebased o high tech quali l’informatica, le telecomunicazioni, la micromeccatronica,– hanno saputo generare sviluppo economico e milioni di nuovi occupati qualificati in tutto il mondo negli ultimi trenta

anni, trasformando, tra l’altro, molti settori manifatturieri “a valle”, dalla meccanica all’automobilistico sino ad arrivare alla fashion industry. Oggi, nuove frontiere settoriali stanno emergendo, quali protagoniste dell’economia del futuro prossimo, quali le nanotecnologie e le biotecnologie, con le loro possibili applicazioni innovative dal campo delle energie rinnovabili a quello dei nuovi materiali innovativi nei settori aereonautici e auto motive. Come cogliere queste “onde emergenti” nello sviluppo economico? Quale ruolo per le politiche nazionali e quale ruolo per le Università? Sono temi di un dibattito che, anche nel nostro Paese, ha preso vigore negli ultimi venti anni, sebbene con ritardi, contraddizioni e gravi errori. Il nodo centrale delle nostre politiche nazionali non è solo il basso investimento nella R&S. Sappiamo che

il nostro Paese investe circa 1,3% del PIL rispetto ad altri Paesi, come la Svezia e la Finlandia con circa il 4%, il Giappone con il 3,4%, gli USA con il 2,7%, la Germania con il 2,5% e la Francia con il 2,1%. Ma ciò che sorprende di più è stata la rapida capacità di economie emergenti di “salire” su questa traiettoria dello sviluppo: non solo la Corea che, da anni, investe oltre il 3% del proprio PIL in R&S, ma oramai anche il Brasile con il 2,%% e la Cina con l’1,8% (e un numero di ricercatori complessivi che è oramai prossimo a quello pari alla sommatoria degli USA e dell’Europa). Ma il problema centrale del nostro Paese non è tanto quello della quantità di risorse finanziare investite nella R&S, quanto della loro produttività. Il poco che spendiamo non rende, non genera produttività e sviluppo economico. E, allora, che cosa fare e cosa imparare dalle migliori esperienze internazionali? Innanzitutto, il ruolo delle politiche nazionali della ricerca e quelle per l’innovazione. Gli Stati nazionali sono e restano importanti nell’assecondare uno sviluppo economico fondato su settori science-based e high tech. L’esperienza francese ci mostra l’importanza di programmi strategici di sviluppo economico destinati a creare competenze manifatturiere innovative in ambiti settoriali 13


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Focus

quali l’alta velocità nelle ferrovie oppure nell’aeronautico. Quella statunitense ci mostra i legami storici tra la spesa militare e lo start up di settori quali quello informatico e chimico. Il mondo scandinavo è riuscito a “salire” sull’onda del nascente settore delle telecomunicazioni, così come quello giapponese nell’ambito della robotica industriale e per ambienti domestici. Nel nostro Paese, invece, abbiamo pensato troppo alle sole logiche del trasferimento tecnologico alle imprese esistenti, magari a favore di settori a bassa tecnologia innovativa. Così, abbiamo destinato energie umane e risorse finanziare alla creazione di “pachidermi” infrastrutturali, di nuove “cattedrali”, come i parchi scientifici e tecnologici intesi più in una prospettiva immobiliare che non come contenitori di scienza e tecnologia. Abbiamo perseguito un dialogo, spesso impossibile, tra scienziati e piccole imprese manifatturiere, senza comprendere al fondo che i mondi erano troppo distinti e distanti per poter generare sviluppo economico combinato. Il fallimento delle nostre politiche nazionali per la ricerca e per l’innovazione, ammesso che ve ne siano state nel corso degli ultimi venti anni, è dunque sotto gli occhi di tutti. Che cosa resta da fare? Occorre tornare a credere che l’Università possa, sebbene con i propri limiti, costituire un “locomotore” – e non un “vagone di coda” – per uno sviluppo economico innovativo. La centralità delle università sta nei fatti, ossia nell’importanza e nell’essenzialità della dotazione di competenze scientifiche e tecnologiche. Ma queste conoscenze devono divenire strumento per lo sviluppo economico e, quindi, contribuire a realizzare e completare i passaggi essenziali per questa traiettoria. Quali “ingredienti” per perseguire tutto ciò? Innanzitutto, occorre riposizionare le politiche regionali a favore di una imprenditorialità giovanile qualificata. Bisogna far decollare, anche nella nostra regione, uno sciame di nuove imprese, fatte da giovani ricercatori che operano in ambiti scientifici avanzati; occorre stimolare e

supportare questa voglia di fare impresa con incubatori e servizi consulenziali, anche con la cooperazione delle associazioni di categoria degli imprenditori; occorre stimolare l’industrializzazione delle conoscenze scientifiche e degli eventuali brevetti posseduti; occorre aiutare questi giovani imprenditoria a identificare e a “creare” il proprio mercato per questi prodotti innovativi, tramite scouting internazionali di potenziali clienti e imprese. Insomma, gli spin off universitari non possono essere lasciati al libero spontaneismo di pochi, ma devono divenire parte integrante di una politica regionale seria e rigorosa che riconosca all’università il ruolo che merita e che possa chiedere ad essa di divenire protagonista dello sviluppo economico. Ma anche l’università deve fare un’attenta disamina dei suoi limiti e dei suoi difetti di funzionamento. Deve saper scegliere e selezionare poche aree di competenza scientifica di eccellenza sulle quali scommettere e sulle quali andare ad investire, in termini di risorse finanziarie e umane; deve saper privilegiare un reclutamento di risorse umane, anche su scala internazionale, di grande prestigio scientifico e tecnologico, evitando di “cadere” in un reclutamento su basi locali e su percorsi interni di carriera che aumentano solamente l’autoreferenzialità del sistema; deve saper premiare le carriere di coloro che non solo tengono alto il prestigio scientifico in termini di pubblicazioni internazionali, ma anche che abbiano la capacità di attrarre imprese con le quali svolgere ricerche, di generare spin off, di conseguire brevetti e altro ancora; insomma, una università pronta a divenire “locomotore” dello sviluppo economico regionale in tre o quattro aree di eccellenza scientifica, tecnologica e settoriale. E questo, ovviamente, senza disconoscere il valore di una cultura umanistica che può funzionalmente stare al servizio di questa crescita complessiva. Forse, solo in questo modo, anche la finanza innovativa, fatta di private equity e venture capitalists, potrà accorgersi della nostra regione!

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SCHEMA SPIN OFF

1. Gli ingredienti per intercettare queste onde nascenti: il ruolo delle politiche nazionali per l’innovazione (investimenti in R&S finalizzati, vedi modello finlandese e domanda pubblica di servizi per l’innovazione, percorsi accademici di carriera che accettano la varietà e premiano anche brevetti, spin off e altro); il ruolo delle politiche regionali per favorire imprenditorialità giovanile qualificata, realizzazione di incubatori e assecondare l’industrializzazione dei brevetti; il ruolo delle università per favorire spin off universitari da parte dei docenti, premiare in termini di carriere universitarie, reclutare docenti universitari di elevato prestigio scientifico e applicativo, favorire il rientro dei cervelli dall’estero con contratti di programma per spin off e crescita dei ricercatori, selezionare, negli atenei non grandi, poche aree di competenza scientifica di eccellenza sulle quali scommettere in termini di start up di imprese e effetti agglomerativi; il ruolo della finanza, con private equity e soprattutto venture capitalists; in sintesi, un sistema regionale per l’innovazione da costruire; 2. Qual è l’esperienza umbra. Entrati in ritardo nella dinamica nazionale degli spin off; ne sono nati circa trenta e è un buon risultato; tuttavia, questo risultato è l’espressione di, in parte, realtà già esistenti e, in altri casi, piccoli esiti imprenditoriali di tipo spontaneistico. La Regione non ha creduto molto in questi spin off e manca ancora una legge speciale per l’imprenditorialità giovanile qualificata. Abbiamo creato quattro poli per l’innovazione che certificano le imprese esistenti o si pongono l’obiettivo di attrarne da fuori. Ma c’è un ruolo per gli spin off universitari? Siamo adesso in una fase di maturità oppure occorre rilanciare, anche potenziando gli strumenti e le possibilità, questa fase? Nuove onde settoriali stanno partendo a livello mondiale, ma noi non ci siamo in modo molto forte; 3. Che cosa fare? Provare a credere nei giovani qualificati, attrarre non imprese preesistenti, ma risorse umane di eccellenza scientifica, dando loro strumenti e risorse umane per far decollare nuove imprese. C’è in atto questa politica regionale? No. 15


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Focus L’importanza nell’economia locale degli studenti

universitari e l’utilità di aver aperto due percorsi di studio come Scienze della

Comunicazione e Beni Culturali oggi in forte sviluppo

L’UNIVERSITÀ E IL SISTEMA DECISIONALE DEMOCRATICO di Augusto Ancillotti

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ella drammatica situazione di depressione in cui tutto il sistema universitario è tenuto in Italia, l’Università degli Studi di Perugia è ulteriormente afflitta da un problema insito nella gestione scorretta di quel sistema decisionale che si chiama “democratico”. E quando le condizioni economiche sono più difficili, il peso delle decisioni sbagliate è più determinante. Detto esplicitamente, se crediamo che delle decisioni prese per alzata di mano della maggioranza corrispondano all’interesse dell’istituzione, e ancor più in generale all’interesse pubblico, ci sbagliamo di grosso. Ogni mano si alza sempre per proteggere gli interessi di colui che la alza, e solo un miracolo potrebbe far sì che la somma degli interessi particolari corrisponda all’interesse dell’istituzione o dei suoi fruitori. Facciamo un esempio, un esempio legato ad un lontano passato, tale che oggi non possa più turbare l’animo di nessuno. Intorno all’85 l’allora Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, il professor Antonio Pieretti, incaricò tre membri del Consiglio di Facoltà di studiare l’opportunità di aprire nuovi corsi di laurea mettendo a frutto in prospettiva innovativa le competenze scientifiche e didattiche presenti in 16

Facoltà. Chi scrive era uno dei tre. Con l’aiuto di alcuni colleghi allora giovani e sensibili al progresso, elaborai due percorsi di studio che chiamammo “Scienze della Comunicazione” e “Beni Culturali”. Per quali ragioni la scelta cadde su questi corsi di laurea? Anzitutto per ragioni culturali e di vocazione del territorio. Il capoluogo dell’Umbria, che per logiche ambientali e territoriali non può puntare a forme di sviluppo industriale forte, ha invece tutte le carte in regola per diventare un centro nazionale di elaborazione dei problemi della comunicazione, argomento che già allora si prospettava come gravido di futuro sviluppo. Infatti, gli anni successivi avrebbero visto a Perugia, oltre alla nascita dei due corsi di laurea in Comunicazione attivati dalle due Università perugine, anche l’avvio della Scuola di giornalismo rediotelevisivo, e più recentemente il successo del Festival del giornalismo. Dunque, chi nell’85

pensava di avviare l’Università lungo quel percorso non era orientato in modo improprio. Quanto all’opportunità sociale di produrre dei laureati in Scienze della Comunicazione, chi scrive sa benissimo che si sono spese molte parole negative; ma la dannosità delle situazioni createsi intorno a questi corsi va ascritta a logiche esterne ai corsi e ben visibili, di cui parleremo in altra sede. A maggior ragione l’attivazione di un corso di laurea in Beni Culturali calzava perfettamente con la posizione storico-artistica del nostro territorio, contenitore di vestigia documentali e figurative che vanno dalla protostoria all’età antica a quella medievale, fino all’arte moderna e contemporanea. Si era pensato a quei due corsi anche per motivi di


Focus

interesse pubblico, almeno riferito alla città di Perugia. È davvero inutile ripetere che buona parte dell’economia locale si basa sulla presenza di quei trentamila e più studenti l’anno, molti dei quali provengono da altre città e regioni? Ci vogliamo immaginare l’effetto finanziario che avrebbe sulla città la scomparsa di queste fastidiosie presenze non perugine? È facile capire che l’attivazione di quei due corsi di laurea, allora presenti solo in due altre città italiane, prometteva un buon afflusso di altri giovani in città (ciò che poi è davvero avvenuto, ma con quindici anni di ritardo). Una terza ragione stava nel fatto che per attivare quei corsi di laurea bastava aggiungere alcune poche docenze mancanti, che nella programmazione dell’organico della Facoltà allora si potevano ben realizzare (non si era ancora strozzati dalla mancanza di

finanziamenti per ricerca e didattica, come oggi!). Ma il Consiglio di Facoltà bocciò il progetto a larga maggioranza. Perché? E perché dopo quindici anni ci si dovette ricredere, attivandoli in fretta, senza aver potuto adeguatamente rinforzare i settori bisognosi di supporto? Perché negli anni Ottanta l’impegno di attivazione dei due corsi avrebbe pregiudicato l’ampliamento dei settori forti della Facoltà, deviando le risorse all’attivazione di settori nuovi, mancanti; mentre quindici anni più tardi la pressione del mercato costrinse comunque a fare quelle scelte per non “restare indietro” rispetto al panorama dell’offerta didattica del sistema universitario italiano. E pensiamo davvero che una istituzione seriamente orientata allo sviluppo del territorio nell’85 avrebbe prodotto quella decisione? No di certo. La scelta di non aprirsi ai nuovi corsi di laurea fu

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determinata esclusivamente dalla natura “democratica” delle decisioni collegiali in un Ateneo, che si realizza con l’alzata di mano dei membri, ognuno dei quali vota avendo d’occhio l’interesse del suo settore di studio. I gruppi forti continuano a rinforzarsi, quelli deboli tendono a sparire, e i settori che non sono mai stati attivati non lo saranno mai, perché nessuno ne vota l’attivazione. In questo momento, per esempio, per i pensionamenti e il mancato riutilizzo dei posti, a Lettere si è quasi estinto il settore della linguistica, peraltro disciplina didatticamente presente in tutti i corsi di laurea della Facoltà. Se conoscessi la ricetta per ovviare a questo male la proclamerei. Ma temo di non conoscerla. Mi viene solo un dubbio: è tanto disdicevole il sistema americano in cui le università, pubbliche o private, sono gestite da Consigli di amministrazione non costituiti da professori?

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INFO MIX

LE RICHIESTE DEI RICERCATORI DELL’ATENEO DI PERUGIA

IM

Lettera del 3 Febbraio dei Ricercatori al Magnifico Rettore, ai componenti del Senato Accademico e del CdA. La lettera è firmata da 300 ricercatori I Ricercatori dell'Università di Perugia, in vista dell'attivazione del percorso che porterà, con la formazione della Commissione incaricata di redigere il nuovo Statuto, all'attuazione di quanto previsto dalla Legge 240/2010 di riforma dell'Università, chiedono quanto segue: 1) Che la Commissione, per quanto attiene ai 12 membri la cui designazione spetta a Senato Accademico e Consiglio d'Amministrazione, sia formata su base rappresentativa delle diverse componenti dell'Ateneo (Professori Ordinari, Professori Associati, Ricercatori e Personale Tecnico-Amministrativo), in misura paritaria; 2) Che i nomi dei membri afferenti a ciascuna componente siano indicati

dai rappresentanti delle componenti stesse in Senato Accademico e in Consiglio di Amministrazione; 3) Che, tra le linee-guida per la stesura del nuovo Statuto, vengano confermati i seguenti principi attualmente vigenti: - l'elezione del Rettore da parte di tutte le componenti, in particolare da parte di tutti i ricercatori; - la partecipazione su base elettiva di tutte le componenti alla formazione degli organi di governo dell'Ateneo, in particolare di Senato Accademico e Consiglio d'Amministrazione, con rappresentanza dei ricercatori pari a 1/3 dei docenti-ricercatori eletti. Avanzano inoltre la proposta, in consonanza con quanto sta avvenen-

TOP E MIDDLE MANAGER: I REQUISITI

Una nota società dove operano i maggiori “head hunting” italiani, traccia l’identikit di direttori ed amministratori di alto livello Le imprese, sia italiane che internazionali, nella ricerca di figure di top management e middle management, possono essere uniformate in quanto a requisiti imprescindibili e competenze necessarie per candidarsi a posizioni di tale livello. Tali requisiti possono essere riassunti in questo modo: 1. Prima di tutto, è importante essere altamente flessibili. Il concetto stesso di flessibilità va poi contestualizzato per ogni azienda e per il paese di appartenenza della stessa azienda. 2.Education. Altro fattore importante è senza dubbio il percorso formativo universitario e post laurea che il potenziale top manager ha alle spalle, a cui si aggiunge il background professionale. 3. Punti di forza, skills e attitudini

personali. È fondamentale saper individuare delle linee comuni costanti che attraversano il percorso professionale del manager, che ne caratterizzino la figura professionale e ne delineino i principali punti di forza, o meglio, ne evidenzino l'impatto positivo che proprio quel candidato potrà avere sui risultati aziendali. 4. I fattori competitività e imprenditività. L’efficienza e l’efficacia del candidato, cioè si richiede la capacità di raggiungere i risultati aziendali adoperando quanto messo a disposizione e ottimizzando le risorse dell’azienda. Operazione che si può fare solo adattando volta per volta la propria strategia alle esigenze dell'azienda e agli andamenti del mercato di riferimento.

do in molti altri Atenei, di limitare al minimo previsto dalla legge il numero di membri esterni per il Consiglio d'Amministrazione. Rilevano che l'accoglimento di queste richieste garantirebbe quelle caratteristiche di trasparenza e democrazia interna alle quali si è certi che l’Ateneo non vorrà sottrarsi; rappresenterebbe, inoltre, un concreto passo verso la traduzione nei fatti della più volte asserita (nelle molte assemblee convocate a livello di Ateneo e di singole Facoltà a partire dal luglio scorso) consapevolezza – da parte del Rettore, dei Presidi di Facoltà e dei vertici tutti di questo Ateneo - del ruolo fondamentale svolto dai Ricercatori all'interno dell'Università.

ALLA LAUREA SOLO IL 45% DEGLI STUDENTI

Negli atenei italiani si registra il più alto tasso di abbandono studentesco e alla laurea arriva solo il 45% degli iscritti al primo anno, contro una media del 69% negli altri Paesi Ocse. Il 19% dei 25-34enni italiani possono vantare un diploma accademico, rispetto alla media del 33% degli altri componenti dell’Ocse. In crescita invece il tasso di laurea dei nuovi studenti, passato dal 17% del 2000 al 39% del 2006, un dato che secondo l’Ocse, è dovuto «alla riforma del 2002, quando agli studenti iscritti ai corsi di laurea prima della riforma è stata data la possibilità di concludere gli studi in tre anni». Studenti stranieri. L’Italia registra appena un 1,7% e nel 2006, su un totale di 2,9 milioni di studenti stranieri che hanno scelto di trascorrere un anno di formazione all’estero, solo il 2% ha deciso di studiare in Italia. 19


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Studenti/Docenti

IN EVIDENZA

PROGETTO UNIPHARMA-GRADUATES 7 - TIROCINI PER NEOLAUREATI PRESSO CENTRI DI RICERCA EUROPEI NEL SETTORE CHIMICO, FARMACEUTICO, BIOTECNOLOGICO

Promossi dalla Fondazione di Noopolis e coordinati da Sapienza Università di Roma, in collaborazione con gli atenei di Tor Vergata e Roma Tre, i progetti di mobilità Unipharma-Graduates, realizzati nel quadro del Programma dell'Unione Europea "Leonardo da Vinci", dal 2003, hanno permesso ogni anno a 50 neolaureati italiani di maturare un'esperienza scientifico-professionale fortemente qualificante, che ha portato nella maggioranza dei casi alla prosecuzione di una carriera nella ricerca, in Italia o all'estero. Sono attualmente aperte le candidature per la selezione di 50 neolaureati di tutte le Università italiane, che potranno fruire di un contributo Leonardo da Vinci dell'importo di 4.152,00 euro per svolgere un tirocinio di 24 settimane presso i Centri di ricerca europei del settore chimico, farmaceutico e biotecnologico partner del progetto. La scadenza per la presentazione delle domande è il 31 marzo 2011.

BIOETICA: CALENDARIO RIUNIONI

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Continuano le riunioni del Comitato di Bioetica (ore 17.30, sala Dessau presso il Rettorato dell’Università): 25 marzo 2011 15 aprile 2011 27 maggio 2011 24 giugno 2011 30 settembre 2011 28 ottobre 2011 25 novembre 2011 I ricercatori sono invitati a presentare i loro protocolli, per l’esame e il previsto parere del Comitato, almeno dieci giorni prima della data delle riunioni, inoltrando i progetti in formato sia elettronico (miotti@unipg.it) che cartaceo (al Presidente del Comitato Universitario di Bioetica, Prof. Francesco Di Pilla, presso il Dipartimento di Lingue, via del Verzaro 49 06123 Perugia).

CANDIDATURE PER L’ISTITUZIONE DI UN ELENCO DI ESPERTI EACEA/07 L’Agenzia Esecutiva per l’Istruzione gli Audiovisivi e la Cultura ha pubblicato un invito a manifestare interesse per la costituzione di un elenco di esperti che dovranno supportare l’EACEA nei seguenti compiti: - valutazione delle proposte ricevute nel quadro degli inviti a presentare proposte; - valutazione e monitoraggio dei progetti; - studi e analisi specifici legati ai settori di attività dell’EACEA. I requisiti richiesti sono: - possesso di un’esperienza di almeno 4 anni maturata in un settore legato a quello del programma per il quale ci si intende candidare; - provenienza dai Paesi che partecipano ai programmi. Agli esperti spetta una retribuzione che verrà stabilita in base alle tabelle applicabili al momento della firma del contratto. Chi fosse interessato potrà presentare la propria candidatura mediante il modulo in formato elettronico disponibile sulla pagina web dell’EACEA.Scadenza: 30/06/2013

ALTROCANTO

INVITO A PRESENTARE PROPOSTE NELL’AMBITO DEL VII PROGRAMMA QUADRO PER LA RICERCA E LO SVILUPPO TECNOLOGICO “IDEAS – ADVANCED GRANT” La Commissione Europea ha pubblicato l’invito a presentare proposte Ideas Advanced Grant, nell’ambito del VII Programma Quadro. L’invito a presentare proposte si articola nei seguenti settori scientifici, ognuno con un diverso termine per la presentazione delle proposte: - Physical Sciences and Engineering (PE) con scadenza il 9 febbraio 2011; - Life Sciences (LS) con scadenza il 10 marzo 2011; Social Science and Humanities (SH) con scadenza il 6 aprile 2011. Questa fattispecie di progetti si incentra sulla figura del Principal Investigator e le sovvenzioni sono assegnate secondo l’unico criterio dell’eccellenza scientifica. Il finanziamento è pari al 100% dei costi eleggibili più i costi indiretti (20% dei costi diretti, esclusi i subappalti). La scadenza per la presentazione delle proposte è fissata per il prossimo 6 Aprile 2011. Tutte le informazioni sono reperibili al sito http://cordis.europa.eu/home

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Scenderà la quiete e ognuno sarà lontano senza se stesso.

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