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IL FULMINE ED IL TEMPORALE DI “ISOLA DELLE ROSE” Cosa fu per me “L’Isola delle Rose”? Posso dire che fu tutto! Era il 1956, avevo finito di costruire la casa di via del Pilastro e con la pratica e coi contatti, specie con uffici, avevo constatato come l’America avesse introdotto in Italia, dopo la sua vittoria che ci aveva distrutti, la schiavitù. Non potevi fare nulla che i politici non volessero, e questa schiavitù ogni giorno di più ti soffocava. I preti, con le loro assurde teorie e le loro sette, ti inchiodavano e volevano che tu non facessi nulla che a loro non garbasse; i comunisti cercavano di combattere i signori e di portargli via con la terra anche la loro ragione di esistere; solo i politici, asserviti ai russi o agli americani, avevano un futuro. A quel punto, dopo tutti i morti ammazzati in Italia nel dopoguerra, io, che sono e sono sempre stato libero, pensai che l’unica prospettiva era di andare in un Paese indipendente dove gli intelligenti potessero comandare e gli idioti servire. Ma due ragioni si opponevano al mio pensiero: quasi tutti gli stati sono abbarbicati alle religioni e alle sette e, quindi, prima o poi, ti sottomettono; inoltre mi dispiaceva allontanarmi dalla mia patria, il cui 1


culto, nonostante tutto, era radicato; dalla mia città, dove ero nato; dalla mia famiglia, che, speravo, fosse il nucleo di sopravvivenza. Ecco che sorse in me l’idea di fare un’isola dove ci fosse la vera libertà, dove le persone intelligenti potessero procedere e dove gli inetti fossero cacciati. Studiando la situazione trovai la possibilità di costruire un’isola. Bisognava inventarsi tutto, ma è il bisogno che crea le premesse della civiltà. Così, guardando attorno, leggendo di isole inglesi al di fuori delle acque territoriali, interpellando Procuratori della Repubblica e, soprattutto, il prof. Sereni – luminare della nostra università in materia di Diritto Internazionale – il mio disegno prese corpo nel campo giuridico. In quello della costruzione ero abbastanza dotato per inventare qualcosa che facesse alla bisogna e così, giorno dopo giorno, prese consistenza l’idea che, alla fine, tradussi nel brevetto n. 1799/A/68. Ma applicare la teoria alla pratica era un’altra cosa, anche se cercavo di sottrarre tempo sia alla professione di ingegnere, già molto ben avviata, che alla docenza. E così pensai di costruire a terra un telaio di tubi di acciaio ben saldati e poi, chiuse le bocche dei tubi, di farlo trasportare in galleggiamento fino al punto prescelto, naturalmente fuori dalle acque territoriali

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Il 7 marzo 1967 si interessò della cosa la rivista “Novella 2000”. Il 20 maggio 1967 trovai l’acqua dolce a 280 metri di profondità dal piano di calpestio dell’isola. Il 7 giugno 1967 il colonnello Sanguinetti della Capitaneria di porto di Rimini minacciò ancora di far interrompere i lavori che avevano bisogno dell’appoggio delle banchine del porto di Rimini per i rifornimenti. Il 10 giugno 1967 presentai una relazione informativa sui lavori che stavo conducendo sull’isola al colonnello Sanguinetti. Il 20 agosto 1967, su pressione di amici e conoscenti, feci iniziare le visite all’Isola. 9


Finalmente, sia pure lavorando “a spizzichi e bocconi”, la struttura cominciò ad essere praticabile. Infatti sui pali si gettò un piano in laterizio armato, alto 8 metri sul livello del mare, su cui si eressero dei muri che limitavano i vani. L’area a disposizione non era molta, 400 metri quadrati, ma si sopraelevava e si prevedevano cinque piani. Intanto venne fatto un secondo piano e studiai di recingere l’area di sbarco dei battelli – che avveniva tramite banchine e scale – con dei tubi di gomma pieni di acqua dolce (con peso specifico, quindi, minore di quello dell’acqua di mare, e dunque galleggianti) per tranquillizzare lo specchio di acqua destinato allo sbarco; questo in collegamento con studi analoghi fatti a Londra. Il 25 giugno 1968, però, in pieno contrasto con le leggi internazionali (ma per l’America e la sua serva, l’Italia, è un’abitudine), la Polizia politica italiana, i Carabinieri e la Guardia di Finanza, con la presenza di una decina di pilotine, alle sette di mattina circondarono l’isola e la occuparono militarmente. Da notare che sull’isola non vi erano armi, non si dava rifugio a nessun ricercato, non vi era droga o elementi contro l’Italia, e non vi era nessun contrasto con le leggi italiane. Così cominciò l’occupazione italiana della Libera Isola delle Rose che già aveva una costituzione ed un governo fatto di professionisti bolognesi che anelavano 10


anch’essi alla libertà. Iniziò così un tour de force fra me e l’Italia, che ebbe i suoi prodromi addirittura nel non lasciarmi attraccare né salire sulla struttura, io che ero il proprietario, e di tenere prigioniero il guardiano – sig. Piero Ciavatta – con sua moglie. Dopo, naturalmente, fu il caos! Mandai un telegramma a Saragat, Presidente della Repubblica Italiana, che neanche rispose. Adesso, a distanza di tanto tempo, penso che sia stato il mio colloquio con il capitano Barnabà del Sid.1 – in data 21 giugno 1968 – a dare il la.

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ndr Servizio Informazione Difesa

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"L'Isola delle Rose" di Giorgio Rosa  

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