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MARIO SCACCIA

INTERPRETANDO LA MIA VITA IL MIO TEATRO, I MIEI PERSONAGGI, LA MIA STORIA

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Interpretando la mia vita Il mio teatro, i miei personaggi, la mia storia di Mario Scaccia Paolo Emilio Persiani Editore piazza San Martino 9/C 40126 Bologna Tel. (+39) 051/9913920

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www.persianieditore.com I diritti di traduzione, memorizzazione elettronica, riproduzione e adattamento totale o parziale, con qualsiasi mezzo (compresi microfilm e le copie fotostatiche), sono riservati per tutti i paesi. L’editore potrà concedere a pagamento l’autorizzazione a riprodurre una porzione non superiore ad un decimo del presente volume. In copertina: Mario Scaccia in Un curioso accidente di Carlo Goldoni, regia di Beppe Arena; nel retro Scaccia in Le sedie di Jonesco, regia di T. Calenda, foto Tommaso Le Pera. Grafica: con-fine Studio Immagine. Curatori del testo: Valentina Benini, Martina Bisagni, Chiara Bombarda, Charlotte Mitchell. Stampa: Grafica Metelliana Spa, Cava de’ Tirreni (SA). Copyright © 2009 by New Media Entertainment di Paolo Emilio Persiani.

TUTTI I DIRITTI RISERVATI – Printed in Italy 4


Indice Presentazione di Leonardo Bragaglia...............................................7

PARTE PRIMA Meditazione.......................................................................................13 La crisi del teatro, oggi.....................................................................15 La parola drammatica.......................................................................19 Le prove.............................................................................................20 Il mestiere dell’arte dell’attore.........................................................24 Un attore alla guerra.........................................................................31 Promemoria.......................................................................................53

PARTE SECONDA Da Plauto a Petrolini........................................................................57 Io e Petrolini......................................................................................63 Il mio rapporto con Molière...........................................................66 Il mio Arpagone................................................................................77 Stare in scena in nome proprio ......................................................83 5


Il mio Vladimiro di Aspettando Godot..............................................87 In occasione de Le sedie di Ionesco.................................................89 Vendicare Malvolio...........................................................................94 Il mio incontro con Sandro Penna...............................................112

PARTE TERZA Ricordo di Memo Benassi.............................................................116

PARTE QUARTA Aforismi...........................................................................................128

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Presentazione Mario Scaccia: genio “nascitur” Ripercorrere sul filo della memoria – e senza l’ausilio di documenti – la lunghissima e invero clamorosa carriera di Mario Scaccia sembrerà ardua impresa, anche se oltremodo affascinante. Chi scrive può così spontaneamente risalire all’estate 1948, quando cioè mio zio Anton Giulio stava costruendo una nuova Compagnia Drammatica intitolata al proprio nome, compagnia formata totalmente da elementi tanto giovani quanto promettenti. Fu l’assistente Lucio Chiavarelli a fare il nome di Scaccia a mio zio, aggiungendo che si trattava di un elemento di grande valore. E poco dopo, ricordo, partimmo tutti per Venezia, con Marcello Mastroianni (il quale subito ci lasciò per una vantaggiosa scrittura con Visconti) e Silverio Blasi, Benedetto Nardacci, Vittorio Duse, Gastone Bartolucci e Luigi Zerbinati, e ancora Anna Maestri, Elsa Vazzoler, Maria Zanoli e la giovanissima Lydia Alfonsi, premiata al Concorso Nazionale di Parma. C’ero anch’io con il giovane regista Enrico D’Alessandro. E c’era Mario Scaccia, il quale durante alcune prove preliminari fatte nell’abitazione romana di Anton Giulio Bragaglia in via Lombardia, aveva già avuto occasione di offrirci alcuni saggi delle sue poliedriche doti di “caratterista” singolare. Scaccia a ventinove anni d’età era già un attore professionista “fatto” e con accentuazioni personalissime, che rivelò subito in un ruolo asperrimo nel cupo dramma di Rosso di San Secondo Lo spirito della morte, per poi passare con naturalezza e con un’intensità drammatica non comune al vecchio Chris Christopherson, padre di Anna Christie, nell’omonimo dramma di Eugene O’Neill. Aveva, insomma, a quel tempo, alla sua seconda scrittura (dopo Besozzi), un valido mestiere già ricco di esperienze sceniche personalissime, sperimentate fin da ragazzo con gruppi amatoriali, 7


sperimentali, e con il Teatro dell’Università. La verità è che Mario era già un autentico animale da palcoscenico nato per recitare, animato da una grande passione per il Teatro. Se ne accorse subito Memo Benassi, il quale venne a fare con noi alcune “rappresentazioni straordinarie” di Tartufo di Molière, e volle venisse affidato a Scaccia il ruolo del vero protagonista della celebre commedia, Orgone, ruolo ripreso da Scaccia cinquant’anni dopo con la medesima misura, anche se con maggiore consapevolezza. Quello che maggiormente mi colpì – io avevo allora sedici anni – fu la geniale creazione che Scaccia seppe realizzare ne Le Regine di Francia di Thornton Wilder (Arrivi e partenze). Dopo questa prima stagione veneziana – rientrato dopo il triste scioglimento della Compagnia insieme a lui – Scaccia era atteso al Teatro Ateneo dell’Università di Roma, per quello che resterà uno dei maggiori cimenti della sua carriera, un personaggio amatissimo e più volte ripreso con la notazione di originalissimi “soggetti” e di preziose invenzioni sceniche: don Giusto Péncola, protagonista di Galantuomo per transizione di Giovanni Giraud. Fu, e proprio in quella sede universitaria, la Laurea d’Attore. (Mario aveva soltanto per breve tempo frequentato i corsi della Accademia Nazionale d’Arte drammatica di Silvio D’Amico, con una speciale attenzione per le dizioni poetiche di Mario Pelosini, ma la sua vera irrefrenabile vocazione era il palcoscenico!) E vennero, consapevolmente, ma come per tutti gli artisti, i lunghi anni di attesa: con Laura Carli, con Cimara e Vivi Gioi, e poi con Vittorio Gassman e il suo “Teatro d’Arte Italiano” (1952-1953). E a questo proposito ricordo il lungo applauso a scena aperta che Mario seppe guadagnare ricreando ex-novo il Re dei Comici in una storica edizione di Amleto firmata Gassman-Squarzina. Questo avvenne al Teatro Valle di Roma, e poi in una lunga tournée internazionale. Una data fondamentale in questo tour de force d’attore fu quella dell’incontro con il personaggio di Ligurio, il mezzano lestofante deus-ex machina della Mandragola di Macchiavelli, dove accanto ad un parsimonioso ed esangue Messer Nicia di Sergio Tòfano e ad un troppo 8


placido frà Timoteo di Federico Collino (autentico smussatore d’angoli), Scaccia emergeva spontaneamente, senza strafare, per il peso determinante dell’attore che era in lui. 1 Fino ad allora veniva considerato protagonista della celebre commedia di Macchiavelli, Messer Nicia: d’ora in poi si dovranno sempre considerare le fondamentali battute del frate, gli strali machiavellici sottolineati, evidenziati da Scaccia. Era fatta. “La Baronessa”, come lo aveva affettuosamente chiamato Benassi, fin dall’esordio veneziano, veniva fuori in tutta la sua eleganza e a volte con il sottile e pungente spirito “romano de Roma”. Furono soprattutto la sua cultura, la sua intelligenza e lo studio accanito che gli permisero il cimento di tutto – o quasi – il teatro di Shakespeare e molti altri grandi classici, e che lo fecero emergere sempre, anche in ruoli “minori”. A questo proposito, si suole ricordare, in occasione della maiuscola interpretazione di Polonio da parte di un Mario Scaccia sempre più maturo ed accreditato – e in un altro storico allestimento di Amleto diretto da Zeffirelli per Albertazzi – che un critico notò che Scaccia «recitava Polonio come si fosse trattato del protagonista». Scaccia rispose con un brevissimo telegramma: «Polonio non sa chi sia il protagonista!» In realtà per tutta la prima parte di Amleto il vero grande protagonista fu il Polonio di Scaccia. E così era avvenuto per il machiavellico frate della Mandragola e così sarà per il Commediante di Rosencrantz e Guildestern sono morti e soprattutto, naturalmente, per il Mercante di Venezia e il suo dolorante Shylock. E la cavalcata potrebbe continuare all’infinito, e per mezzo secolo di “storia del teatro rappresentato”, ed oltre. Abbiamo voluto ricordare per questo artista, “Genio nascitur”, che ancora oggi – dopo tredici lustri, per dirla con i vecchi critici drammatici e melodrammatici – sostiene il peso di un’intera rappresentazione, con la forza che ancora gli consente di portare in primo piano il ruolo da lui sostenuto, qualunque esso sia. 1 n.d.r. In una prima edizione de La mandragola con Tofano, Scaccia recitò il ruolo di Ligurio, in un’edizione successiva fu frà Timoteo.

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2005: Mario Scaccia recita Trilussa.

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Né va taciuto il fatto – oggi incredibile – che Scaccia seppe spogliarsi di tutto per realizzare se stesso (così come aveva già fatto la nostra illustre amica Paola Borboni), e costruire la propria carriera: la vendita di una casa a Vulcano sul mare in perenne ebollizione, e la svendita del bel villino a Manziana, contiguo al lago di Bracciano. Da questi sacrifici personali poté costruire la propria Compagnia con le trionfali riprese del Mercante di Venezia – già in precedenza interpretato con la Compagnia dei Quattro – del Signore va a caccia di Feydeau, e di quel Galantuomo per transizione di Giraud che lo aveva visto per la prima volta in “ditta” accanto a Laura Adani. È da sottolineare, poi, il fatto che Scaccia, accanto ai tanti classici, non ignorò il teatro contemporaneo e moderno, dal Rinoceronte di Ionesco a Romulus il grande di Dürrenmatt, dal Diluvio di Ugo Betti ad Aspettando Godot di Samuel Beckett ecc ecc... Impegno totale e su tutta la linea, anche quando parve uno “slittamento” la rivalutazione del teatro romano e romanesco di Ettore Petrolini, soprattutto con Chicchignola e Mustafà e con la dizione dei versi di Trilussa, Cesare Pascarella, Belli. Che cosa aggiungere a questi dati inconfutabili? Un cosa soprattutto: che cioè tutta questa vulcanica attività comportò sempre più per Mario Scaccia un autentico annullamento di una vita privata, ormai “privata di tutto”. Dovette anche rinunciare, a causa di un diabete, vinto e stravinto, a una buona mangiata: soltanto dell’ottimo pesce e alcune strepitose “mozzarelle” appena sfornate, ricordo durante i nostri soggiorni sul bel mare di porto d’Anzio. Anche durante questi rarissimi, sempre più rari banchetti, ricordo le lunghe discussioni per la scelta di un testo da rappresentare (per esempio il Vantone di Pasolini), oppure di una “trascrizione” geniale da Plauto (ribattezzata Pila avara) e pubblicata da Trevi editore. E ancora c’è da considerare la facilità di Scaccia nel tradurre e ridurre testi classici francesi, latini e greci. Che più? Sì, c’è qualcosa di più, nei sogni artistici di questo nostro grande 11


attore: il non voler interrompere la lunga carriera mai, con la grande ambizione di voler morire come Molière in scena, e magari con le stesse battute del Malato immaginario. Questo, però, noi affettuosamente ed egoisticamente, preferiamo rinviarlo “a data da destinarsi”.

Leonardo Bragaglia Bologna, ottobre 2008

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PARTE PRIMA Meditazione Fare teatro, oggi, è diventata in tutti i sensi una scommessa. Può sembrare infatti follia cercare di conciliare in qualche modo un mestiere così tenero e nobile con le norme di un sistema tanto violento, cinico e superficiale. L’uomo moderno non riesce ad avere la libertà necessaria e la serenità indispensabile per coltivare la propria vita spirituale ed estetica preso com’è nel vortice di un’esistenza sempre più affannosa e frenetica, turbato dal chiasso di mille accidenti, reso ansioso da paure d’ogni genere e allarmato dall’accelerarsi di un progresso tecnologico che sempre più ci allontana dalla nostra terrestre umanità. A volte, mentre sono in scena, mi sorprendo a riflettere: come sono fortunato ad esser qui, in questo dilettevole anacronismo! Ma ormai lo scampo comincia a farsi precario e insicuro anche fra le pareti di cartapesta dove è giunta la tentazione di intonare il nostro stato di grazia all’efferatezza e alla volgarità di tutto il resto, riducendo a meschino pretesto per altre scorribande che con il teatro (inteso come ricreazione dello spirito) non hanno nulla a che fare. Forse è per questa ragione che mi ostino a non essere d’accordo con quanti fanno di tutto perché un palcoscenico diventi un set cinematografico o televisivo: la multimedialità non si addice a un’espressione artistica ed estetica che si affida solo alle risorse umane dell’uomo, e che sono la sua parola e il suo corpo. La peculiarità del teatro, che come attore e come pubblico me lo fa preferire a ogni altra forma di spettacolo, è nella sua, starei per dire, animalesca socialità, dove altresì gioca il suo fascinoso ruolo la verosimiglianza dell’accessorio: scena, luci, costume, tanto meno autentici e sofisticati, tanto più atti a tener desta la fantasia degli attori e del pubblico.

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Estate 1984 – Scaccia nel ruolo di Frà Timoteo in La Mandragola di Macchiavelli. Regia di Scaccia.

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Un attore alla guerra Avevo poco più di vent’anni quando la cartolina precetto, con la quale venivano chiamati “volontari” alle armi tutti gli studenti universitari idonei al servizio militare, mi strappò alla famiglia e agli studi mettendo temporaneamente fine alla mia carriera teatrale da poco intrapresa. Quei giorni del Marzo 1941! rivedo un cancello – era quello del distretto di Via Paolina, dove dieci anni più tardi, dovendo partire con Vittorio Gassman per una tournée in Sud America, tornai a cercare un documento per il passaporto e, non risultando la mia posizione militare, la ricostruii al Maresciallo addetto dietro omaggio di due poltrone al Teatro Valle; un cancello, e al di là mia madre, le braccia tese come in un affresco, fra tante altre madri disperate e piangenti. Noi al di qua, tutti ragazzi, nel sole del cortile, eccitati e ansiosi come all’inizio di un’avventura, presi a spintoni e a manate da sergenti e caporalmaggiori energumeni, accaniti contro di noi come secondini di un carcere dove da poco sia stata domata una rivolta. Il primo rancio! La partenza in tradotta! La sosta a Modena e la corsa ai casini di via Modena! L’arrivo a Verona! La scoperta in poche ore di tante cose nuove, di tante nuove emozioni! La libertà! Un giorno di vera vita: il primo e l’ultimo della nostra disgraziata giovinezza! Poi... l’ingresso in caserma, la prima notte e tutte le altre notti a dormire per terra perché non c’erano brande a sufficienza per i troppi ospiti di quel penitenziario. Era il 79 Fanteria, vecchia e solida costruzione austriaca vicino l’Adige, poco discosta dalla tomba di Giulietta, e che oggi è appunto il carcere della città. Si restò reclusi per vari giorni perché mancavano le divise. Passavamo le giornate a ramazzare i cessi. Io ero in blu. Gli stronzi, grossi così, galleggiavano su un mare di urina che allagava letteralmente quei cameroni tetri. Nei momenti d’ozio (pochi a dir vero, perché la vita militare – come il teatro del resto – «è una vita d’ozio continua senza un minuto di riposo») ci si raccontava le storielle più oscene, proprio da caserma, oppure i compagni facevano crocchio intorno a me e m’incitavano a dire i sonetti più sboccati di Gioachino Belli. Le incombenze più umilianti e le fatiche più dure venivano riservate a noi “figli di papà”, “le burbe studentesche”, come ci chiamavano fra mille 31


bestemmie gli anziani che ci guardavano e ci trattavano con odio quasi che la guerra l’avessimo voluta noi. Un giorno, sembrandomi già un’eternità quella vita, messo in confidenza dal saperlo romano come me, chiesi a uno di quei cristacci: «Da quanto tempo sei sotto?» «Da ventitré mesi, te possino ammazzatte!» Divenni amico di Pende, figlio del grande endocrinologo. Quando uscimmo la prima volta per Piazza Brà ci fotografammo per immortalarci in quell’uniforme ruvida e sgraziata con le uose intorno alle gambe e la bustina di ordinanza come una mitria messa di traverso. Nelle ore di libera uscita evitavamo via Mazzini per non stancarci il braccio nel saluto militare: allora Verona era sede del Comandi di Corpo d’Armata, e s’incontravano più ufficiali che turisti, oggi, durante la stagione dell’Arena. La Vigilia di Pasqua – con un permesso di ventiquattr’ore per Scaccia, ufficiale di complemento, rimanere in presidio – scappai a a passeggio con la sorella Nietta. Roma: volevo riabbracciare la famiglia e soprattutto mio padre, che operato da poche settimane sarebbe morto di lì a pochi mesi come aveva pronosticato il chirurgo. A casa tutte donne: mia madre, le mie due sorelle, le mie tre zie, la moglie di mio fratello già prigioniero chissà dove e che sarebbe rimpatriato sette anni dopo dall’India. Ebbi appena il tempo di trangugiare un uovo sodo e qualche fetta di salame, fare una bella dormita in un vero letto e ripartire: con gli scarponi militari e la testa rapata a zero che tradiva la mia diserzione. Se fossi stato riconosciuto da un superiore o fossi incappato in 32


una ronda avrei corso il rischio di finire davanti al plotone di esecuzione. Il treno che mi riportava al Reggimento, per via di un attacco aereo dopo Bologna, subì un ritardo di ore. Per fortuna la mia assenza non era stata notata perché il caposquadra di servizio mi aveva dato presente al contrappello. Era un caporalmaggiore della bassa padana, ammirato di me, affascinato dal mio modo di parlare e dal sapermi attore e cittadino di Roma. Di quel suo gesto non richiesto gli rimasi grato. Durante le marce – i più alti in testa! – gli stavo al fianco e gli parlavo della mia città, dei miei sogni d’arte, gli accennavo i brani delle sue opere preferite, gli declamavo Carducci, che lo stupiva, Pascoli, che lo commuoveva, D’Annunzio che lo intimidiva. Un giorno all’improvviso, ci fecero armare di tutto punto, in assetto da guerra, come si dice in gergo militaresco: zaino affardellato, armi, munizioni, elmetto. Dopo grandi fermenti di ispezioni e passate in rivista, fummo autotrasportati fino alla ferrovia del Brennero e scaglionati lungo la rotaia, uno ogni cento metri. Ci fu dato l’ordine di far fuoco se necessario. Cosa stava succedendo? A vent’anni, con un fucile carico imbracciato, l’elmetto in testa e lo zaino in spalla, in campagna, da solo, man mano che si fa buio, si può anche aver paura. Quando poi la notte ti avvolge e non vedi più nulla, e il fogliame intorno a te è fitto e intricato, e tu sai che non ti puoi muovere, e che nessuno – ordine di far fuoco – deve avvicinarsi al posto dove sei, la paura si fa terrore. E poi la notte ha mille voci, specie in una campagna che non conosci, e quando l’improvvisa luce di una torcia elettrica ti si accende al fianco, tu puoi anche morire dallo spavento. Era il sottufficiale capo squadra. Mi disse che fra non molto avrebbe transitato un convoglio, al passaggio del quale avrei dovuto innestare la baionetta e fare il presentat-arm. Tornai ad esser solo, ma per poco, perché, annunciato da un tuono che mi fece sobbalzare, tutto a un tratto scoppiò una pioggia torrenziale, e finalmente, tra il frastuono di quell’acquazzone, un rombo sempre più crescente. Mi sfrecciò, direi addosso, un bolide blindato che mi parve brevissimo tanto trascorse veloce. Non ebbi naturalmente il tempo di estrarre la baionetta, di innestarla al fucile e di impalarmi sul presentat-arm, anche perché, per via del fango, il pendio su cui mi trovavo s’era fatto sdrucciolevole. «E adesso che devo 33


fare? Aspettare un segnale? Andare in cerca dei compagni?» Passò almeno un’altra mezz’ora, mentre l’umidità prodotta dalla pioggia che continuava a scrosciare inesorabile cominciava a penetrarmi nelle ossa, e io, per riscaldarmi e farmi compagnia, declamavo a gran voce «Avanti San Guido». Ecco di nuovo il Sergente, questa volta con altri uomini. Mi accodai alla squadra, quindi al plotone e poi alla compagnia. Ci ritrovammo tutti sul marciapiede di una stazioncina dove venne dato l’ordine di sciogliere le righe e di adattarci a dormire da qualche parte perché sino all’alba non saremmo ripartiti per rientrare al Corpo. Fradicio com’ero, mi accoccolai a terra stretto ai compagni, sotto la pensilina della stazione, lo zaino per cuscino, e mi addormentai. L’alba arrivò troppo presto. C’era il sole, ero quasi asciutto. Non ebbi neanche uno starnuto. Il giorno dopo apprendemmo dagli anziani che i nostri superiori avevano commesso un atto non regolare facendoci montare di guardia al treno che aveva trasportato Benito Mussolini ad un incontro con Hitler, al confine del Brennero, non avendo ancora noi prestato giuramento. «E con ciò – commentai – il giuramento non è al Re?» La grande festa del giuramento avvenne il giorno dopo, una cerimonia solenne e, tutto sommato, anche commovente: la caserma, per miracolo, fatta linda e pinta, e così le nostre uniformi “salvate dalle acque” di quella notte di tregenda; le scarpe lucide, i fucili come usciti allora da una fabbrica d’armi; gli ufficiali in grande uniforme; il colonnello a cavallo; la fanfara; l’alzabandiera tra squilli di “attenti”; i discorsi; i presentat-arm, i pied-arm; la parata; la benedizione del cappellano; i gridi di «Savoia!»; una patata in più nello spezzatino; anche il dolce, la libera uscita per tutto il pomeriggio... Ero un soldato d’Italia. Qualche anno fa son tornato in Valpolicella, l’ho ripercorsa in macchina illustrando a un mio giovane collega di teatro in tournée con me i luoghi dove allora venivamo ad esercitarci alla guerra. San Vito di Negrar! I «ruscelletti chiari e bei», come quelli sognati dal tenore di “Manon”; le margherite dei prati dove rotolavamo la nostra esuberanza nelle pause delle esercitazioni! Vi regna ancora una quiete dolce, quella stessa che noi deturpavamo con tanta cagnara di armi e di canti guerreschi: l’incanto mite di una primavera lontana non solo nel tempo 34


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PARTE QUARTA Aforismi In scena è indispensabile solo il necessario. Come si può insegnare a recitare a chi non è già attore? La tosse a teatro mi disturba più di una pernacchia. Anzi questa mi dà la carica. Un pubblico che sa chi sono e non saluta con l’applauso il mio ingresso in scena è venuto per giudicarmi, non per “giocare con me”. Il sapere chi c’è in sala mi distrae dal personaggio, soprattutto se è gente di teatro. Detesto chi viene a teatro senza pagare il biglietto. Ad un critico illustre, che mi scrisse che recitavo Polonio convinto di essere il protagonista, telegrafai: «Polonio non letto Shakespeare; non sapere protagonista Amleto». Un pubblico di abbonati è un pubblico di voyeurs che è lì per vizio o per difendere il suo status simbol. Quando cala il sipario o finisce una tournée mi sorprendo a pensare: e ora? Per me recitare (giocare al teatro) è uno striptease psico–fisico, uno spogliarello integrale spudorato e casto. Il grande teatro è misogino. Almeno sino ad oggi. Non basta che io dica sì e che tu dica no perché vi sia conflitto 128


drammatico: occorre che si confrontino due personaggi plausibilmente autentici nella loro antinomia. Il vero drammaturgo non ha preferenze. La differenza tra i pazzi di ieri e i pazzi di oggi – a teatro – consiste nel fatto che una volta le loro pazzie se le pagavano da soli, oggi invece gliele paghiamo noi contribuenti. Se il teatro non ci fosse stato, lo avrei inventato io per sopravvivere. Un partner non alla tua altezza castra e inceppa la tua fantasia: buona parte di questa devi spenderla per sostenerlo. Il prologo, gli apparte, gli ammicchi continui dell’autore al pubblico – a profusione nella commedia classica – stanno a ricordare quanto sia vero essere il teatro un gioco consapevole. Perché si teme dunque di apparire convenzionali a sottolinearlo? Tutto è convenzione in teatro: il tempo, lo spazio, la circostanza, il fatto che io attore sia me stesso e un altro insieme, che alla fine di una tragedia cada a terra morto e subito mi rialzi per ringraziare. Un pubblico di tutti laureati non è un vero pubblico ma una seduta accademica. L’autentico regista non ha l’obbligo di insegnare a recitare, ma quello di pretendere dai suoi attori di recitar bene. La parola teatrale deve essere quella giusta da potersi respirare in un determinato stato d’animo. Da quando non si usa più la ribalta, spesso – per esigenze di illuminazione – gli occhi dell’attore restano in ombra. Giovani colleghi, su con le teste, scoprite le pupille: sono lo specchio dell’anima. 129


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Presentazione di Maria Caterina Bianchini Presentazione di Leonardo Bragaglia

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