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Vallelunga

organo di formazione civica e di informazione della comunità vallelunghese

anno Xiv - n. 3+34

01 maggio 2014

Addio a GiovAnni CrisCione ceramista di vallelunga conosciuto in tutto il mondo di Grazia La Paglia

La scuola del dopoguerra (2) di Salvatore Nicosia Ancora un salto nel passato, nei primi anni del dopoguerra, tra i banchi di scuola. Dopo il primo articolo sull’argomento, pubblicato nel precedente numero, il prof. Salvatore Nicosia, una delle firme più prestigiose del nostro giornale, torna a raccontarci episodi di vita quotidiana che oggi hanno un sapore nostalgico e strappano sorrisi e riflessioni.

26 gennaio 1979: Martyrium Caritatis del Prof. Loreto Noto Un delitto dimenticato. Un uomo della Chiesa che perse la vita senza una vera ragione. Il prof. Loreto Noto ci racconta quella tragica giornata.

i nuovi artisti di vallelunga di Grazia La Paglia Una pittrice ed un fotografo. Vallelunga ha due talenti che si raccontano al nostro giornale.

vallelunga contro la violenza sulle donne

Piccola Atene, un viaggio nell’entroterra siciliano

di Grazia La Paglia

del Prof. Pino Piraino

Anche a Vallelunga, per la prima volta, si parla di un argomento che per lunghi anni è stato tabù. L’omertà non la troviamo solo nel contesto mafioso, ma anche in un’altra forma di criminalità che ha mietuto e continua a mietere un alto e infinito numero di vittime. Vittime della violenza brutale di uomini brutali, vittime della vergogna. Vittime del silenzio, vittime di una cultura che continua a vedere nella donna l’unica sorgente di peccato. L’unica responsabile di qualsiasi cosa, anche dell’ira bestiale di un uomo che non è degno di essere chiamato con questo nome. Ma è il momento di dire basta. Di levare dalle bocche quel sigillo e di denunciare. Rivendicare il proprio diritto a non essere sfiorate nemmeno con un fiore. Vallelunga ha risposto in maniera più che positiva alla nostra iniziativa. Qualcosa sta cambiano, quindi, nella coscienza sia delle nostre donne che dei nostri uomini. In questo numero riportiamo anche le frasi che alcuni cittadini ci hanno inviato per l’occasione, rispondendo così al nostro doppio invito: non solo di presentarsi all’incontro, ma anche di lanciare un proprio pensiero su una tematica così delicata quanto importante.

A Vallelunga si è anche parlato di pedofilia, di collusione tra mafia e potere, tra mafia e Chiesa. Ma, soprattutto, si è parlato di antimafia di facciata. Perché oggi tutti, dal politico all’intellettuale, dal giornalista al semplice utente facebook, parlano facilmente di antimafia. Magari condividendo foto e aforismi di magistrati uccisi dalla mafia. Ma è veramente questa l’antimafia? Dietro questi volti da gente perbene si cela veramente un animo antimafia? Abbiamo avuto modo di parlarne con Salvatore Falzone, autore del libro Piccola Atene, e con il giornalista più volte minacciato e aggredito dalla mafia Pino Maniaci. All’interno anche un’attenta analisi del fenomeno curata dal prof. Pino Piraino.

villalba ricorda la sua fondazione e Michele Palmeri di Jim Tatano Un personaggio illustre. Una ricerca storica su chi fosse e su cosa fece. E un paese che ama ricordarlo e ringraziarlo. All’interno due articoli su Michele Palmeri, anima di Villalba a cura di Jim Tatano.


CULTURA LOCALE

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editoriale

LA RADICE

di Grazia La Paglia

L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita

"L'arte rinnova i popoli e ne rivela la vita”. Questa è la frase incisa nella facciata principale del Teatro Massimo di Palermo, il teatro più grande d'Italia e terzo in Europa e che, forse per niente casualmente, si trova in Sicilia. Perché in Sicilia l'arte è ovunque ma non ce ne accorgiamo. Non ci soffermiamo mai abbastanza ad ammirare i tesori che custodiamo con poca gelosia e con poca attenzione. Eppure la Sicilia è arte. E anche a Vallelunga abbiamo arte. Giovani e meno giovani si immergono in questo mondo scegliendo forme diverse: pittura, ceramica o fotografia, solo per citarne alcuni. Così questo nuovo numero de La Radice darà spazio, oltre che ad articoli di cultura e storia locali, di attualità e su attività dell'associazione, ad alcuni artisti del nostro paese. Dalla pittura della giovane Giusi Malta alla fotografia di Antonio Castiglione, alla ceramica e ai presepi dell'appena scomparso Giovanni Criscione. Nel precedente numero abbiamo già accennato ad un'altra forma di arte, la musica, parlando di giovani talenti musicali del nostro paese. Adesso il nostro viaggio in questo mondo continua e si espande. Ma in questo numero non si parlerà solo dell'arte vallelunghese che rivela la vita del nostro paese, le sue sfaccettature e la sua storia. Parleremo anche di violenza contro le donne, di vicende storiche del nostro paese che rischiano di andar perdute e di antimafia di facciata. Risulta anche stavolta inevitabile citare, in questo nuovo editoriale, la figura del celebre e lungimirante Sciascia. Già nello scorso numero si era parlato di uno dei più noti scrittori siciliani e stavolta, prima di lasciarvi alla lettura del giornale, vorrei riportare una parte di un suo articolo che, scritto nel 1987 e pubblicato su Il Corriere della Sera, risulta essere più che mai attuale in una società dove l'antimafia di facciata è sempre meno riconoscibile e distinguibile da chi, l'antimafia, la fa sul serio. «Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall’acqua che manca all’immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno, molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo: e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la democrazia cristiana: et pour cause, come si è tentato prima di spiegare. Questo è un esempio ipotetico». Oggi questa riflessione è più attuale che mai e basta solo sostituire la parola "sindaco" con quella di "presidente, assessore, deputato o consigliere" per far si che il risultato non cambi. Chi è il vero mafioso oggi? Come possiamo distinguere la vera antimafia da quella di facciata? Il libro che abbiamo presentato e di cui parleremo in questo nuovo numero de La Radice forse ci darà qualche risposta tramite l'arte della scrittura. Perché, alla fine, a cosa serve l'arte se non a rivelarci delle verità, a rivelarci la vita? Grazia La Paglia - Giornalista pubblicista, si è laureata nel 2010 in Giornalismo per Uffici Stampa presso l'Università di Palermo e nel 2012 in Comunicazione Pubblica, d'Impresa e Pubblicità sempre presso lo stesso Ateneo. Si è formata collaborando con diverse testate tra cui La Repubblica - Palermo e I Quaderni de l'Ora. Ha ricoperto il ruolo di addetto stampa per diverse manifestazioni culturali tra cui il Festival Internazionale dei Documentari Sole Luna 2012 e per gli eventi dell'Associazione La Radice. Attualmente collabora con La Sicilia – Caltanissetta, La Repubblica - Palermo ed è direttore del periodico culturale “La Radice”.

sommario Editoriale – L'arte rinnova i popoli e ne rivela la vita di Grazia La Paglia .............................pag.

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L'ARTE A VALLELUNGA Addio a Giovanni Criscione, ceramista di Vallelunga conosciuto in tutto il mondo di Grazia La Paglia ...................................................pag 2-3 Giusi Malta, pittrice emergente che incanta con autoritratti di Grazia La Paglia ...............................pag. Catturare momenti con l'arte della fotografia: Antonio Castiglione di Grazia La Paglia .........................pag.

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CULTURA Ammazza ammazza! (piglia la canna) del prof. Calogero Giambelluca ....................................pag.

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La Scuola del dopoguerra (2) del prof. Salvatore Nicosia ...........................................pag.

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STORIA 26 Gennaio 1979: Martyrium Caritatis del prof. Loreto Noto ..................................................pag.

6

Michele Palmeri di Micciché, quel nobile liberale villalbese amico di Mazzini, Stendhal e Dumas di Jim Tatano ............................................................pag. 7-8 Villalba ricorda la sua fondazione con un convegno di Jim Tatano ...................................pag.

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DALLA SCUOLA Premiazione del concorso Giusto Piraino...........................pag. 10 I piccoli musicisti di Vallelunga ancora in concerto ......................................................pag. 10 ATTIVITÀ DELL'ASSOCIAZIONE Piccola Atene presentato a Vallelunga ..............................pag.

8

Riflessioni su Piccola Atene presentato a San Cataldo del prof. Pino Piraino .............................pag. 9-10 La Radice contro la violenza sulle donne nella giornata mondiale contro il femminicidio....................................pag. 10 Frasi dei nostri lettori contro la violenza sulle donne .........pag. 11 Festival del Libro di Vallelunga – II Edizione – Il Bando.....pag. 12

Addio a Giovanni Criscione ceramista da vallelunga conosciuto in tutto il mondo di Grazia La Paglia E' incredibile constatare quante cose riescano a fare le mani dell'uomo e quanto lontano possano condurlo. Per esempio Giovanni Criscione, da un paese sperduto nell'entroterra siciliano, è riuscito a farsi conoscere ovunque e, seppur ci ha lasciato all'età di 73 anni il 19 novembre del 2013, continua a vivere. E continuerà a vivere ancora per molto poiché le sue mani avevano un dono. C'è chi nasce per scrivere, chi per dipingere. C’è chi è un ottimo fabbro, chi un ottimo cuoco. Chi sa lavorare i metalli preziosi creando gioielli e chi dalla terra, da un materiale così grezzo e informe, è riuscito a far nascere immagini, suggestioni, personaggi ormai spariti ma che, grazie a lui, sono stati per sempre immortalati e sottratti alla caducità del tempo. Giovanni Criscione era e verrà per sempre ricordato come uno dei più importanti esponenti della cultura presepistica. Ma Criscione non si occupava solo di presepi in ceramica che sono diventati celebri in tutto il mondo (due di questi furono donati a Giovanni Paolo II e a Gorbacev), ma anche di tradizioni della sua terra grazie. Di quei mestieri che la modernità e il rombo dei motori ci hanno fatto scordare. L’ormai noto ceramista, infatti, ha esordito negli anni ’70 come abile figurinaio. Donne intente a preparare il pane, sia con il metodo conosciuto a Vallelunga che con quello utilizzato a Ragusa, sua città adottiva. Fabbri, falegnami. Uomini che trascinano carretti carichi di frutta. Uomini e donne della sua Sicilia, con la sicilianitudine riprodotta e impressa nei visi e nelle vesti, ricreata con terra e acqua. Vallelunga non ha ancora fatto nulla per ricordare uno tra i suoi più celebri artisti mentre Ragusa, città dove la sua arte è maturata e dove ha creato il laboratorio – bottega “Arte Criscione” ha dichiarato di aver perso “un grande Maestro ceramista che ha saputo interpretare in una forma stilistica diversa quella che nell’ottocento è stata la grande tradizione della ceramica calatina del Bongiovanni - Vaccaro e Francesco Bonanno. Criscione continuerà a vivere ed essere presente nei nostri ricordi attraverso le sue innumerevoli opere, considerate autentici capolavori della ceramica che hanno rappresentato i personaggi del mondo contadino siciliano, ormai scomparso, e quelli che arricchiscono le scenografie dei presepi esposti in ogni parte d’Italia ed in diversi Paesi europei.”

L’ARTE DI CRISCIONE UNA BREVE ANALISI Cercando di saperne un po' di più su uno dei pochi uomini che ha portato il nome del nostro paese in giro per il mondo, ho letto alcune sue lettere indirizzate al prof. Pino Piraino, ex direttore de La Radice. Una di queste è stata pubblicata anche sul nostro periodico e lì si nota come i volti e l'ambiente di Vallelunga siano rimasti impressi nella memoria dell'artista che seppur emigrato in un'altra città siciliana, avvertiva come qualcosa di perennemente costante il legame con il paese natio. Nella lettera in questione e pubblicata sul periodico dell'undici gennaio 2003 (n. 25/26/27), l'artista invia anche una foto di una donna vallelunghese e così scrive: “Per la Zaa Sisidda ci fu un periodo che fui interes(segue a pagina 3)


LA RADICE (dalla pagina precedente)

L’ARTE A VALLELUNGA

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Addio a Giovanni Criscione

sato a questo personaggio per la sua struttura anatomica e per il suo inseparabile fazzoletto bianco, e le ho chiesto se potevo farle qualche foto. Acconsentì senza titubanza, anzi mi volle regalare dei fazzolettini che intercambiava per necessità a quelli bianchi, e li conservo tutt'ora.” E ancora, in un’altra lettera sempre indirizzata al prof. Piraino e scritta nel 2000, il ceramista rimembra un altro volto del suo luogo natio. “In un numero de La Radice ho trovato la foto del Savaia cieco, così come me lo ricordavo io. Di questo personaggio ho intenzione di realizzare una scultura da far rimanere in qualche degna zona del paese.” E chissà quante altre volte i visi riprodotti dalle mani di Criscione hanno preso ispirazione da persone della nostra Vallelunga. Nel descrivere la sua parabola ascendente nel mondo dell’arte, lo stesso ceramista non riesce a trascendere dal suo luogo d’origine. Come si legge nel volume “Criscione – dipinti, disegni e terracotte” il figurinaio intitola un paragrafo del libro (in cui parla di sé), “Da Vallelunga a Ragusa” ed esordisce così: “Penso che accada a tante persone, dopo aver trascorso buona parte della propria vita, di volgere lo sguardo indietro nel tempo a ripercorrere quelle tappe che hanno segnato la loro esistenza.” E qui inizia la narrazione, seppur breve, della sua nascita e crescita come artista iniziando dal giorno in cui scoprì di avere una passione per la pittura e il disegno, tra i banchi di scuola. In piazza, continua Criscione, grandi e piccoli gli chiedevano di realizzare disegni per terra utilizzando il gesso. Così, nel cuore della Sicilia, per qualche ora, si poteva osservare il volto di un noto personaggio del cinema degli anni ’50. Avrebbe voluto studiare arte Criscione ma, come confessa, la condizione economica della sua famiglia contadina non potè soddisfare questa sua richiesta. Iniziò a lavorare come calzolaio fin quando un giorno, con una visita a Ragusa, la sua vita cambiò. Pur iniziando a lavorare nella sua città adottiva come calzolaio, iniziò ad avere non solo il tempo per dipingere (supportato da conoscenti che erano già avviati nel mondo dell’arte), ma scoprì che il mondo della terracotta non lo lasciava per niente indifferente. Si rammarica, Criscione, per non aver potuto approfondire la sua prima e grande passione. Ma oggi si resta stupefatti nello sfogliare il volume sopra citato e nel ritrovarvi riproduzioni di sue opere che richiamano, in maniera equivocabile, le tele di impressionisti francesi. Il primo lavoro pittorico di Criscione sul quale mi sono soffermata è stato il suo Autoritratto che richiama il celebre Autoritratto di Van Gogh. Può sembrare un’esagerazione, ma non lo è: le pennellate, i colori, il non finito dei contorni richiama il noto pittore olandese. Se da una parte, quindi, la sua pittura si rifà ai maestri dell’impressionismo, i suoi lavori da ceramista ci parlano di verismo. Ma attenzione: è un verismo che si scosta molto da quello verghiano. “Criscione non ha cercato di cogliere aspetti folkloristici di un mondo in estinzione con un occhio borghese, come molto spesso capita di vedere in fotografie impietose con una irrisione celata dietro una ipocrita obiettività: ha invece interpretato una semplice realtà sociologicamente ancora presente e ricca di umanità, avvicinandosi con affetto, partecipazione e autenticità” (Paolo Nifosi). E per meglio comprendere il legame inscindibile tra la sua arte e la sicilianitudine dei personaggi che incontrava e a cui poi si ispirava, basta leggere la critica riportata sempre nel volume di cui abbiamo parlato e firmata da Giovanni Selvaggio: “A proposito di presepe è da ricordare il meraviglioso esemplare che Criscione ha donato a Papa Giovanni Paolo Ii: il primo presepe di una serie sempre diversa e sempre nuova, in cui i personaggi han-no assunto i volti del popolo siciliano. San Giuseppe puoi incontrarlo ancora ad ogni passo, in quel vecchio contadino dal colpo reso curvo e sbilen-co da anni di duro lavoro; la Madonna puoi vederla ancora aggirarsi per i vicoli dei paesi arrampicati sulle colline calcinate dal sole; il Bambinello, in braccio alla giovane popolana, che attende da anni il marito emigrato. E il venditore di ricotte, d’arance, di caldarroste, il pastorello con la pecorella sulle spalle simile al Buon Pastore, basta cercarli per le viuzze popolari per trovarli. […] Ci vedi ancora il mondo degli umili santificarsi nel volto di Cristo morente, del dolore di Maria, nello strazio delle popolane di fronte al corpo piegato del Redentore caricato dalla croce, nella pietà della Veronica.” Tutto ciò è confermato dallo stesso Criscione: non c’è, quindi, libera fantasia o pura interpretazione: “Mi capitava di incontrare vecchiette, mendicanti, venditori ambulanti; li osservavo attentamente perché mi suscitavano un interesse creativo a tal punto che dicevo: A chistu l’haiu a fari ri crita e riuscivo a ricreare e memoria il personaggio, riconoscibile per la struttura e i tratti somatici. Così la mia attività ebbe risonanza in Italia e all’estero.”

CRISCIONE E LA RADICE Con La Radice, oltre ad aver intrattenuto un cordiale rapporto epistolare con il prof. Piraino, ha avuto un legame particolare perché dalla seconda alla sesta edizione del concorso letterario (e dal primo al quinto concorso di pittura) indetti dall'associazione dall’anno 2001 al 2005, furono dati a tutti i primi classificati dei lavori in terracotta realizzati da Criscione. Si tratta di pergamene spiegate dalla quali emergono, in rilievo, riproduzioni della fontana di piazza Umberto I nel suo aspetto originario. La fontana, come si sa, è ormai diventata logo dell’associazione e del giornale. In questo modo Criscione ha creato un omaggio alla Vallelunga di un tempo e un omaggio ai giovani, a cui ha fatto dono di un oggetto arti-

gianale che, ovunque sarà posizionato, in qualsiasi parte del mondo verrà appeso da queste nuove generazioni di migranti, richiamerà inevitabilmente il paese natio. Il suo rapporto con la nostra associazione ha portato anche i nostri componenti, qualche anno fa, a far visita alla sua bottega d'arte . Di quella giornata restano i ricordi degli odori dei colori utilizzati per dipingere le sue creazioni, delle scene di vita ricreate dalle sue mani. Resta il ricordo di aver conosciuto un vallelunghese che si è distinto, che è arrivato lontano senza lasciare la sua terra e che della terra ha saputo farne un'arte. Resta il ri-cordo di un artista che ha saputo usare il suo dono per lasciarci squarci di una vita scor-data, oltre che l'incanto di suggestivi presepi. E ancora, in un volume edito dall’associazione e dal titolo “Vallelunga Pratameno – Colori e Versi” sono contenute alcune sue opere. Il libro è una raccolta di poesie e di lavori arti-stici di vallelunghesi e Criscione ha scelto di riportare in quella che si può definire la pri-ma (e al momento unica) antologia di artisti vallelunghesi due suoi personaggi. La prima è la già citata “Zà Sisidda” che, come si legge nella didascalia della foto dell’opera, è una delle tante rappresentazioni di donne semplici e caratteri-stiche della sua Sicilia. Il secondo lavoro riportato nel volume è invece “Peppe Radar”, anche lui personaggio di cui abbiamo già parlato e su cui l’artista aveva promesso di realizzare una riproduzione. “Questo personaggio, al secolo Totò Savaia – spiega la didascalia – gode ormai di fama letteraria grazie all’omonimo romanzo del Prof. Salvatore Nicosia. Questo a dimostrazione, ancora una volta, di come tutte le forme di arte si completino e si incontrino. Con una penna come con un pennello, con uno scalpello come con una chitarra in mano, si può infatti essere cantori del nostro tempo, del tempo vissuto e del tempo presente. “Questo è Criscione: un cantore del nostro popolo; un cantautore dei nostri mestieri; un poeta dei nostri pensieri; un protagonista della nostra vita. Modesto e mai rassegnato reinventa i personaggi del passato, e li tormenta sino a farli rivivere nei nostri giorni; li mette a letto, su tavole, “trispidi” e topi; e borse calde, coperte rattoppate, lenzuola sporche e comodini “scassati”, e renali; o li chiude nelle giare. I suoi sempre diversi “ritorni dal lavoro” ci illuminando di un mondo contadino ormai in agonia, spento, superato, e che invece con struggente amore egli imbalsama per sé e per noi.” Questo era ed è Criscione. E noi oggi, a Vallelunga, possiamo ricordarlo

con alcune opere che ha voluto donare al paese. Ma molto probabilmente ciò è davvero poco, come gesto, per chi ha donato luce e memoria ai nostri luoghi e ai nostri antenati.

organo di formazione civica e di informazione della comunità vallelunghese. Via Diaz, 160 - Vallelunga Pratameno (Cl) Tel 0934 814744

Direttore Responsabile: Grazia La Paglia Comitato di Redazione: Giuseppe Piraino, Rosamarie Tasca, Angela Polizzano, Calogero Giambelluca. Autorizzazione del Tribunale di Caltanissetta n. 165 del 19 gennaio 1999

Anno Xv – n. (3+34) 1 febbraio 2014 http://laradicevallelunga.wordpress.com/


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L’ARTE A VALLELUNGA

GiUsi MALTA, pittrice emergente che incanta con autoritratti di Grazia La Paglia Ha iniziato a disegnare quando era molto piccola e adesso, a soli vent'anni anni, è riuscita a riscuote-re successo tra Vallelunga e Villalba. Dopo la sua ultima mostra si è pure guadagnata l'invito ad esporre le proprie opere a Villalba anche il prossimo anno, dopo aver avuto una sala piena e la necessità di prolungare l'apertura della mostra per altre altre ventiquattro ore. Proroga essenziale visto l'elevato numero di persone, villalbesi e non, che hanno voluto ammirare la mostra di quadri e foto allestita dalla vallelunghese Giusi Malta in occasione della festa patronale di Villalba. “Si è trattata della mia prima mostra, della mia prima esperienza – racconta la giovane artista – ed è stata davvero molto soddisfacente. Ho anche ricevuto diverse sorprese, come una targa da parte dell'Amministrazione comunale in ricordo dell'evento, la presenza dell'emittente televisiva Video Mediterrano e una dedicata lasciatami dalla cantante Manuela Villa che lunedì si trovava a Villalba per tenere un concerto.” Le opere esposte da Malta, come già accennato, erano quadri ma anche sue numerose foto che immortalano le note Serre di Villalba. Per questo motivo il paese che ha ospitato la giovane artista non è rimasto indifferente. “Da molti visitatori ho ricevuto apprezzamenti per queste mie foto, poiché rievocano vecchi ricordi e suscitano anche un po' di nostalgia. Per coloro che, invece, non conoscevano il soggetto rappresentato, è stato un modo per ammirare un luogo che non hanno ancora visitato.” La mostra, che è durata in totale quattro giorni, ha quindi messo in risalto le qualità ed il talento dell'artista vallelunghese che, come racconta, coltiva questa sua passione sin dai tempi dell'asilo. “Le maestre avevano notato le mie capacità e io, crescendo, ho deciso di migliorarle”. Per questo motivo, adesso, frequenta il secondo anno dell'Accademia delle Belle Arti. Soddisfazioni ed emozioni, quindi, per la giovanissima Giusi che ha ripetuto, seppur con un numero limitato di opere, la sua esposizione anche a Vallelunga, in Piazza Europa e in occasione della I edizione del Festival del Libro, nel mese di agosto. Ha riscosso successo e plauso tra i vallelunghesi con il suo Autoritratto, una perfetta e incantevole riproduzione del proprio viso. Con l'Associazione La Radice, promotrice dell'evento, ha anche esposto le sue foto già proposte alla mostra di Villalba. Malta era la più giovane artista presente alla manifestazione insieme ad altri importanti e conosciuti nomi del territorio, come Giuseppe Inserra, Giuseppe Volante, Rosi Ministeri, Giuseppe Giardina, Angela Ferilli e la messicana Carmen Parra. Ma la sua giovane età non ha messo in discussione la sua professionalità e le sue qualità. Anche dall'Associazione La Radice è giunto l'invito a partecipare alle prossime manifestazioni culturali.

*** Da oggi LA rADiCe è on line! Per leggere e scaricare sul tuo computer i prossimi numeri de “La radice” visita il sito

CULTURA

LA RADICE

Ammazza ammazza! (piglia la canna!) del prof. Calogero Giambelluca Ma l'animale più odiato e perciò più perseguitato rimane il geco, da noi chiamato carmarasala o cammarasala, termine alla cui etimologia non sono ancora riuscito a risalire, ma stranamente somigliante, sembra, all'italiano salamandra, termine greco ma di origine incerta. Verso di esso si nutre tuttora un grande ribrezzo. - Ho avuto sempre ribrezzo dei gechi: e coloro che ne sostengono l'utilità nell'ordine della natura, in quanto si nutrono di moscerini nocivi alle piante, debbono ammettere che il disordine, o la gratuità, se non nell'esistenza dei gechi è da riconoscerlo nell'esistenza dei moscerini: e che un miglior ordine sarebbe nella inesistenza e dei moscerini nocivi alla natura e dei gechi che se ne nutrono. (Leonardo Sciascia, Todo modo) Si può obiettare a Sciascia che di moscerini si nutrono anche ed esclusivamente le rondini, in forte aumento, e i taddrariti (anch'essi senza etimologia), completamente scomparse dalle nostre parti; ma rimane questo atteggiamento universalmente condiviso e che la scolarizzazione e la conseguente conoscenza dovute anche ai tanti documentari di ispirazione scientifica e alla sensibilità naturalistica trasmessi alla TV non sono riusciti ad intaccare. Un volatile incappato nelle insidie dell'uomo oggi può ancora sperare nella libertà, concessa, ma per una carmarasala sorpresa con la rimozione di un'asse appoggiata al muro e che ci fa ritrarre il braccio inorriditi non c'è scampo se abbiamo una canna a portata di mano, e solo nella foga spasmodica e la precipitazione dell'odio che ci fa rompere la canna contro il muro sbagliando tutti i colpi l'animale può sperare di farla franca sia pure pietre pietre. Lo stesso succede se l’abbiamo sorpresa annidata dietro i vasi esterni dei fiori che, abbeverati giornalmente, le forniscono l'umidità indispensabile alla vita. Ma nella esplorazione dei muri capita alla carmarasala di penetrare dentro le abitazioni quasi sempre aperte nel periodo estivo, comprese le camere da letto poste al primo piano, allora non c’è scampo: la vista di quella sagoma nera che spicca nelle pareti chiare della cammara o della sala o salotto scatena l'isteria di tutti i membri della famiglia, compresi i bambini, i quali restano impressionati ed influenzati dalla frenesia della caccia subito scatenata.

Saranno forse i figli o i nipoti di Piero Angela a cambiare questa mentalità per lasciare finalmente in pace questo innocuo ed utile armaluzzo la cui popolazione temo però che aumenterebbe in maniera incontrollata. Ecco, adesso, alcuni dei nomi che il geco ha nelle diverse parti della Sicilia, nomi molto spesso ristretti alla semplice area dei comuni o paesini. Il più suggestivo, tirasciatu, sembrerebbe accomunare il destino del geco a quello temibile di alcuni serpenti come il basilisco, di cui si favoleggia attiri le sue prede ipnotizzandole con gli occhi o per lo meno paralizzandole. Passiaturi, nel ragusano, invece mette l'accento sulla loro abitudine a percorrere i muri. Più oscuro il significato di suffrizzu usato nel nisseno. Altrettanto zazzamìta, zeta dura, nel Catanese. Ma la curiosità mi ha fatto proseguire le indagini oltre lo Stretto, per appurare che al di là della Campania il geco è sempre più raro fino a diventare sconosciuto oltre il Lazio, e perciò anche la mappa dei nomi che lo designano si arresta in quella regione. Fra i termini più interessanti ricordo ‘a nfracedata femminile, del Salento, ossia ‘la infracidita’, visto che se la fa e viene sorpresa nei posti più umidi. E quello usato a Gaeta che suona del tutto napoletano: gliu (il) stigliuni…

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LA RADICE

L’ARTE A VALLELUNGA

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Catturare momenti con l’arte della fotografia: Antonio Castiglione di Grazia La Paglia ho conosciuto una mia cara amica (che ci ha lasciati da poco) e che condivideva la mia stessa passione. Da lì il perfezionamento e lo studio di alcune tecniche. Nel frattempo gli scatti si sono susseguiti a dismisura fino a raggiungere il livello che molti hanno potuto ammirare durante la mostra.

Quanti sono, ad oggi, i tuoi scatti? Quelli che reputi migliori cosa ritraggono? Difficile contare gli scatti. Considerando la pellicola, diapositive e digitale penso di aver raggiunto i 500.000 scatti. Difficile anche dare un giudizio a tutte le mie foto. Quelle che più adoro ritraggono il mare e il mio primogenito Giuseppe. Hai un tuo sito web dove è possibile vedere i tuoi lavori? Si, www.fotospeciali.it. Nato per caso sette anni fa come un semplice contenitore, adesso comincia a regalarmi immense soddisfazioni superando le 230.000 mila visite, quasi 130.000 nel 2013. Come nasce una tua foto? Scegli già prima il soggetto e ti rechi sul posto per fotografarlo o porti la tua fotocamera con te e catturi quello che ti colpisce di più? Le mie foto nascono per caso, nulla è confezionato. Preparato le mie foto colgono “l'attimo”, “l'istante” esatto in cui capito l'evento. Trovo che sia la migliore condizione per una foto realisticamente bella.

Quel che occorre per realizzare una buona foto non è un a macchina fotografica costosa ma solo due cose: buon occhio e la capacità di saper catturare l’istante. Questa, in sintesi, la lezione che oggi può darci Antonio Castiglione che nel mese di settembre ha debuttato come fotografo d’eccezione a Vallelunga. Già da diversi mesi, grazie al noto social network facebook, tra i cittadini di Vallelunga iniziava a correre voce che, tra i tanti che postavano foto, uno di loro condivideva degli scatti particolari. E per scoprirne altri, per conoscere altre immagini suggestive, bastava andare sul suo sito personale. E poi ecco la mostra: 1.500 visite, commenti positivi da gente del paese e proveniente dal territorio limitrofe. Vallelunga ha scoperto in Antonio, che si è affacciato al mondo della fotografia per pura passione e non per lavoro, ma con talento. Abbiamo scambiato quattro chiacchere con lui per scoprire un po’ di più il suo mondo.

Molti si dividono nei “fans” Canon e “fans” Nikon. Tu a quale delle due “correnti” senti di appartenere? Non appartengo a nessuna corrente, la scelta del mio corredo è stata una cosa fortuita. Diciamo che faccio parte della corrente dei Nikonisti ma simpatizzo per i Canonisti. Non perdo tempo con le attrezzature o con le tecniche: per fare una foto qualsiasi mezzo è lecito, anche un semplice cellulare o una macchinetta trovata “come regalo” in un vecchio fustino di detersivo. Puoi avere qualsiasi corredo ma la cosa fondamentale è “l'occhio,” l'occhio del fotografo. L'occhio per l'arte. Come ogni piccolo paese, le iniziative artistiche non hanno un grande impatto sulla gente.

Quando hai iniziato a fotografare? Quando e come è nata la passione per la fotografia? La passione per la fotografia nacque tanto tempo fa, all'età di 7 anni, per caso, per pura curiosità. Complice di tutto ciò fu una marca di detersivi che, per premiare la fedeltà dei propri clienti, inseriva come regalo all'interno della confezione una piccola macchinetta fotografica. Da quella fotocamera non riuscii mai a tirar fuori nemmeno un misero scatto, ma da lì comincia questa mia passione che a tutt'oggi coltivo. Quali sono i soggetti che preferisci fotografare? Non ci sono soggetti nella fotografia, ogni cosa può essere un “Soggetto”. Preferisco la foto naturalistica paesagistica e la macro ma mi sto perfezionando per altre tipologie di foto che presenterò nella mia prossima mostra. Quando hai realizzato la tua prima mostra? La mia prima mostra settembre, per la ricorrenza della festività Della Madonna Di Loreto in occasione anche del concorso fotografico “A Finestra aperta su Vallelunga” organizzato dall’associazione ‘A Finestra. Sono stato spinto a fare la mostra anche da un commento lasciato su facebook da un nostro concittadino che vive fuori dall'Europa. Scrisse: “Ma è possibile che quando scrivo su Google “Vallelunga Pratameno”, nella prima pagina trovo solo notizie e foto di mafia?” Ho raccolto l’input e ho risposto: “Io posso fare qualcosa!” Bhè, vi invito a scrivere su google “Vallelunga Pratameno”. Adesso, il settimo risultato della prima pagina racchiude le mie foto. Quali sono state le reazioni? Quali i commenti che hai ricevuto? Intanto, devo sottolineare la massiccia partecipazione di spettatori, oltre 1500 persone con le quali ho commentato le mie foto, le tecniche e i luoghi che ho presentato alla mostra. I Commenti? Il massimo della gratificazione! Ci sono in cantiere altre mostre? Si! Penso per la prossima estate. Sto pensando di organizzarne una in Bra-sile, ma vedrò più avanti. Come ti sei formato? Da autodidatta? Seguendo i consigli di qualche profes-sionista? Consultando manuali? Ovviamente da autodidatta, acquistando e leggendo riviste specializzate. Poi, crescendo,

Ma penso che se non si comincia, si rimane sempre disinteressatamente fermi. Io ho lanciato la prima pietra e qualcuno ha risposto. È stato un buon segno: vuol dire che l'arte, in tutte le sue sfaccettature, alla fine piace. C’è comunque sempre un po’ di reticenza nel mettersi in gioco, nel rischiare anche un flop, ma penso che niente è impossibile. Vallelunga è uno strano paese: chi ci vive quotidianamente arriva ad un punto di appiattimento per la mancanza di stimoli o spesso per mancanza di iniziative che coinvolgono sia a livello globale che personale. Chi si attiva per una qualsiasi iniziativa riceve, nella stragrande maggioranza, critiche che spesso tolgono il “mordente” e lasciano cadere nell'oblio le “idee” da realizzare. Castiglione però si è messo in gioco. Ha voluto rischiare. Sarebbe potuto andare incontro a critiche negative o a quelli che lui definisce “possibili flop.” Ma ha tentato e ha raccolto un ottimo risultato. Risultato ottenuto di certo grazie alla sua bravura. Ma se non avesse rischiato, se non avesse tentato almeno una volta di mostrarsi, oggi non potremmo ammirare questo talento e non potremmo regalarvi gli scatti che proponiamo in questo numero.


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CULTURA

LA RADICE

La scuola del dopoguerra del prof. Salvatore Nicosia L’atrio centrale (lu bbàgliu) era sede, per una buona mezzora prima che iniziassero le lezioni, di tutti i giochi: quattru cantuna, a satari, a la marreddra, a cavaddru e fianu; e poi, dopo l’inizio delle lezioni, di interminabili passeggiate dei vari maestri, che affidate le classi a fidati capiclasse, trascorrevano ore a discutere di politica e d’altro. Uno di loro era famoso per l’abitudine inveterata di entrare in classe e dettare alla svelta un «pobblema» (diceva proprio così): dopodiché girava i tacchi e si faceva una fumatina nell’atrio, in attesa che uscisse il più sollecito dei suoi colleghi, pronto ad intrecciare la conversazione. E mentre gli altri si alternavano, lui era occupante fisso dell’atrio, tranne i pochi minuti in cui rientrava per la rapida dettatura del secondo e terzo “pobblema”. E la mattinata era finita. Tutt’intorno all’atrio si aprivano le porte delle aule maschili, ampie e luminose, ma assolutamente prive di qualsiasi forma di riscaldamento. Al freddo intenso si sopperiva intabarrandosi in indumenti di lana, berretti, calzettoni, cappottoni fuori misura. Ricordo ancora con terrore l’operazione mattutina, agevolata da mia madre, di farmi entrare i piedi dentro le calze, e il torace dentro un maglione, entrambi di “lana filata”, cioè di lana grezza di pecora filata artigianalmente al fuso e poi lavorata a mano con i ferri: come farsi pungere da migliaia di spilli acuminati, come vestirsi di una corazza di porcospini, come sottoporsi alla terribile autopunizione di un cilicio laico. Ma una volta che la pelle si era sistemata, e cioè che gli aculei della lana erano penetrati nella carne, il freddo, assai più intenso di quello odierno di almeno 5-6 gradi, si poteva considerare sconfitto per tutta la giornata; senza dire del senso di liberazione, la sera, quando in casa ci si poteva liberare da quella tormentosa strettoia: salvo a non dormire la notte al pensiero di dover ripetere al mattino quella tortura. I banchi, data la numerosità della classe (tra 40 e 50 alunni), occupavano tutti gli spazi disponibili, spesso guardando verso la cattedra almeno da due lati, in maniera da lasciare libero il lato della porta. Erano costituiti da un pezzo unico in legno, con due ripiani inclinati non sempre ribaltabili, e due stretti sedili rigidi e fissi. Recavano inoltre una scanalatura per alloggiarvi la penna, un buco circolare per il calamaio, e tracce vistose di antichi utenti succedutisi negli anni, sotto forma di incisioni, disegni, autografi, stampini (decalcomanie) e ogni possibile espressione di minuto vandalismo. Il buco per il calamaio rimaneva quasi sempre inutilizzato, perché i calamai erano bottigliette di tutte le fogge possibili e immaginabili, anche di tipo domestico, provviste di un tappo di fortuna, e venivano semplicemente poggiate sul banco, pronte al primo urto a riversare dove capitava il loro contenuto. A causa di questa instabilità e fragilità, della cattiva qualità dell’inchiostro – lo si acquistava da una vecchietta che si chiamava la Piditeddra, in via Cavour, e che pare lo facesse col nerofumo – e del fatto che quando il pennino cominciava a perdere (era scancaratu) si usava inumidirlo tra le labbra, non c’era alunno che rientrasse a casa privo di macchie nelle più impensabili parti del corpo e nei vestiti. La mattina si arrivava a scuola alla spicciolata, chi mezzo addormentato, chi infreddolito, chi contento e chi imbronciato. L’uscita collettiva era invece, nell’istante stesso in cui risuonava il liberatorio campanello, non un ordinato trasferimento a casa, ma un’esplosione incontenibile di gioia, che si esprimeva in voci, urli, corse, zuffe, e soprattutto in duelli alla borsa: c’era un certo Tommasino che, appena uscito, nello spiazzo davanti alla scuola incominciava a roteare la sua borsa (era l’unico che l’aveva “di fibbra”, come si diceva) tenendola per la tracolla, sfidando tutti “a borsate”, e guai al malcapitato che gli veniva in testa di accettare la sfida: la sua borsa di debole cartone nello scontro con la “fibbra” era destinata allo sventramento e alla dispersione per tutto lo spiazzo di libri, matite, gomme e pennini.

STORIA

26 Gennaio 1979: Martyrium Caritatis del prof. Loreto Noto

Questa data ai vallelunghesi non dice nulla, e forse nemmeno cercando di scavare tra i ricordi viene in mente qualcosa. E’ comprensibile, sono passati ormai ben 35 anni. Mi permetto allora dalle pagine di questo lodevole periodico paesano di richiamare alla memoria di tutti un fatto accaduto nelle prime ore del mattino di quella anonima giornata di Gennaio nella nostra Vallelunga. Lo faccio per tutti, sia per quelli che lo ricorderanno sia per i molti che per motivi semplicemente anagrafici non lo hanno mai saputo, con la speranza che tutti ne traggano beneficio così come a me ha fatto riflettere e insegnato tanto. Di buon mattino, alla Casa del Fanciullo, tre sacerdoti erano intenti a caricare l’automobile di bagagli perché due di loro sta-vano per partire alla volta di Messina dove erano stati incaricati di aprire una Parrocchia. Si trattava di Padre Giuseppe Giorgio, Superiore della Casa, e dei giovani Padre Giuseppe Civiletto, Rettore della Casa dei Bocconisti di San Martino delle Scale, e Padre Giovanni Bruno. Un po’ per la fregola di partire, un po’ per il freddo pungente di quella gelida mattinata, facevano ogni cosa con gesti ap-prossimativi e frettolosi. Quando improvvisamente nel chiaroscuro dell’alba si videro presentare davanti un uomo dalla folta barba e con in mano un fucile da caccia. L’uomo, di origini paesane e con evidenti disturbi mentali, intimò ai tre religiosi, minacciandoli con l’arma, di rientrare nell’Istituto. Di botto la loro frenesia di quella mattinata si trasformò in agitazione e paura e, comprensibilmente spaventati, poterono appurare che le intenzioni dell’uomo armato erano quelle di un sequestro in piena regola da pianificare attraverso la richiesta assurda di un miliardo di

lire e di un aereo per fuggire. L’uomo aveva preteso a ta-le scopo che si chiamasse immediatamente al telefono l’Arciprete ed il Sindaco perché si attivassero in fretta per esaudire la sua folle richiesta. Padre Giorgio rispose che non poteva chiamare il parroco Zuzzè in quanto questi era fuori sede. Allora l’uomo con il fucile spianato gli intimò di chiamare l’ex Arciprete Don Calcedonio. Padre Giorgio dovette così avvicinarsi tremante al telefono per ubbidire alle strane richieste dell’uomo ma cercava anche di prendere tempo e assecondarlo. Alzò dunque la cornetta, compose il numero e, per non fargli intendere molto, trovò la lucidità necessaria, in quei delicati momenti, di rivolgersi all’Arciprete, intercalando qualche parola in lingua latina, per scongiurarlo di non provare nemmeno a salire su alla Casa del Fanciullo e contestualmente fargli capire che era necessario avvertire i Carabinieri. Poi passò la cornetta all’uomo che si rivolse all’Arciprete gridandogli agitato: «Ho sequestrato tre persone, preparate un miliardo di lire e mettetemi a dispo-sizione un aereo per fuggire!» Anche Don Calcedonio, compresa la pericolosità del momento, cercò di prendere tempo e gli rispose: «Cosa posso farti io, figliolo…?». Ma la telefonata fu bruscamente interrotta e Don Calcedonio uscì subito di casa con l’intenzione di recarsi personalmente sul posto ma fu fermato lungo la strada e dissuaso da qualche compaesano. Medesima telefonata partì per il Sindaco Dott. Tommaso Biondo e anch’egli, cercò di rabbonire l’interlocutore, spiegandogli che non era facile mettere subito insieme così tanti soldi e assolutamente impossibile far atterrare un aereo a Vallelunga. Ma l’uomo non voleva sentire ragioni e replicò perentoriamente le sue richieste. Intanto, dal piano superiore della casa, scendeva il Fratello coadiutore sessantacinquenne Gerardo Vizzì che passò dall’androne e s’accorse dell’uomo sulla porta d’ingresso del salotto e dei tre sacerdoti seduti dentro. Non possiamo sapere se si accorse pure del fucile puntato o comprese la drammaticità del momento. Fatto sta che proseguì oltre e si diresse in cucina, come faceva quotidianamente, per andare a preparare la colazione agli orfani. Poi i tre sacerdoti, sempre sotto minaccia, andarono in fondo al corridoio perché l’uomo armato volle che si chiudesse bene la porta che immette nel cortile, quindi tornarono dentro il salotto. Passarono ancora parecchi istanti che ai tre dovettero comprensibilmente sembrare un’eternità dal momento che la situazione non sembrava sbloccarsi; in quei momenti infatti, come racconta Padre Civiletto, nella loro mente provavano a farsi strada diverse soluzioni per uscire dall’impasse, com-presa un’azione di forza, ma poi le circostanze consigliarono loro più prudenza e quindi decisero di non far innervosire l’uomo e di assecondarlo. Nel frattempo Fratel Gerardo uscì dalla cucina diretto verso la parte opposta del corridoio. Anche in

questo caso non sappiamo se le sue intenzioni erano quelle di andare in Cappella per le preghiere del mattino o, avendo percepito il pericolo in cui si trovavano i suoi confratelli, volesse uscire fuori e chiamare aiuto. Fatto sta che, l’uomo armato, ve-dendolo transitare, lo seguì per qualche passo nel corridoio e, insospettito probabilmente che il Fratello volesse dirigersi verso la porta d’uscita nel cortile, senza perdere tempo, gli sparò una fucilata alle spalle a bruciapelo senza concedergli il minimo scampo. Il povero Fratel Gerardo stramazzò, immediatamente morto, a terra in un lago di sangue mentre i tre sacerdoti, rimasti dentro la stanza, rimasero atterriti udendo il forte boato che l’arma da fuoco aveva prodotto rimbombando nel piccolo androne. Pochi attimi e l’uomo con la canna del fucile ancora fumante ritornò dai tre ostaggi che, pietrificati dalla paura, non si rendevano ancora pienamente conto di ciò che era successo mentre da lui venivano spinti ad uscire fuori dalla Casa. Raggiunsero l’auto di Padre Civiletto, quella dove mezz’ora prima stavano caricando i bagagli, fece salire a bordo i sacerdoti con al posto di guida lo stesso Padre Civiletto ed egli sul sedile posteriore sempre con l’arma in mano. Erano all’incirca le 7,30 del mattino e la vettura scese dalla Casa del Fanciullo, attraversò tutto il paese, senza dare molto nell’occhio di quanti a quell’ora erano in giro per le strade del centro, quindi imboccò la strada che saliva verso la Stazione Ferroviaria per poi immettersi nella trazzera che portava verso l’Azienda di Regaleali e fermarsi lungo la statale 192 ad una ventina di chilometri dallo svincolo autostradale di Tremonzelli. Nel frattempo alla Casa del Fanciullo il corpo di Fratel Gerardo giaceva senza vita in mezzo al corridoio ed il primo ad ac-corgersene fu Padre Filippo Rizzo, l’altro sacerdote bocconista che coadiuvava Padre Giorgio nella gestione della Casa, il quale scendeva dal piano superiore e di tutto il trambusto precedente non aveva capito nulla probabilmente perché era ancora a letto, così come nulla avevano capito i circa 25 ragazzi ricoverati nell’Istituto che ancora dormivano. Nella penombra del corridoio vide Fratel Gerardo riverso per terra e, credendo che il cuciniere si fosse improvvisamente sentito male, cercò di chiamare aiuto ma, non vedendo alcuno in giro, si diresse al telefono per chiamare il medico dell’Istituto il Dott. Antonino Patti. Questi, arrivato dopo pochi minuti, si rese immediatamente conto del tragico accaduto e diede subito l’allarme. Anche il Sindaco Dott. Biondo, che poco prima aveva ricevuto la strana telefonata, si era allertato e, appena fu sufficientemente chiaro per tutti quanto era successo, scattò l’allarme generale, i carabinieri uscirono con le loro auto, furono avvertite anche le caserme dei paesi vicini, un elicottero si alzò in volo per setacciare dall’alto tutta (segue a pagina 7)


LA RADICE

STORIA

(dalla pagina precedente)

26 Gennaio 1979: Martyrium Caritatis

la zona attorno all’abitato e i vigili urbani girarono per tutte le strade con un megafono invitando la popolazione a stare a casa e a non fare uscire i bambini per andare a scuola perché un uomo armato era pericolosamente libero per il paese. Insomma, la giornata iniziata normalmente come tante altre, nel volgere di poche decine di minuti si trasformò per tutti i vallelunghesi in un vero e proprio incubo che durò per tutta la mattinata o almeno fino a quando non furono rintracciati i tre sacerdoti sequestrati che, probabilmente per la prima volta nella loro vita, sperimentarono da vicino la concreta possibilità di finire anche loro inutilmente uccisi da un momento all’altro. Invece, grazie a Dio, ad un certo punto del loro girovagare fra le contrade agricole, l’uomo, probabilmente consapevole di essere ormai braccato, decise di lasciarli andare liberi con la loro auto mentre egli si allontanava. Dopo qualche ora i tre religiosi, comprensibilmente scossi dall’assurda vicenda loro capitata, poterono finalmente fare

ritorno in paese. Intanto per tutta la giornata e la notte successiva proseguirono le ricerche per stanare il sequestratore, ma senza alcun risultato. Soltanto l’indomani mattina verso le dieci l’incubo cessò e l’uomo fu ritrovato esausto, infreddolito ed affamato, seduto su di una pietra presso l’ovile di suo fratello in contrada Campanella, a circa 8 chilometri da Vallelunga. Ammanettato, senza opporre alcuna resistenza, fu condotto nella locale caserma dei carabinieri e successivamente tradotto presso il penitenziario di Caltanissetta. Come è facile immaginare, tutta la vicenda fu una di quelle storie che in una piccola comunità paesana non possono non la-sciare il segno,anche se oggi, a distanza ormai di molti anni, dopo che i principali protagonisti sono quasi tutti scomparsi, appare abbastanza scolorita dal tempo e non molti in verità sono ancora quelli che ne ricordano bene i dettagli. A me personalmente è parso molto giusto soffermarmi a rievocare il fatto, non tanto per il gusto frivolo di raccontare cose paesane ma soprattutto per rendere omaggio ed onore cristiano ad una persona che a Vallelunga, lavorando umilmente al servizio di Dio e dei poveri, un mattino di Gennaio ha perso brutalmente la vita. E’ stata la vittima più debole, la più semplice e la più indifesa, come spesso accade, per un misterioso ed insondabile disegno divino: l’umile Fratello Gerardo Vizzì da Raffadali, un altro martire, dopo il Beato Francesco Spoto, nella storia della Congregazione dei Servi dei Poveri del Beato Padre Giacomo Cusmano. Mi è stato fatto notare che forse parlare di martirio in questo caso specifico appare improprio. L’osservazione in effetti non è infondata dal momento che di martirio, nel suo tradizionale significato, si parla solamente “in odium fidei”, cioè nei casi in cui si perde la vita per testimoniare apertamente la propria fede dinanzi a chi la disprezza. Ma la riflessione teologica già da qualche decennio molto opportunamente si interroga con sempre maggiore insistenza sulla necessità di estendere e dilatare il concetto di martirio (la morte subita a motivo della fede) anche a testimonianze di fede di altro genere ma ugualmente forti, oppure «alla testimonianza cristiana in campi non immediatamente attinenti la professione di fede». Giovanni Paolo II, nel suo viaggio in Sicilia del 1993, ad Agrigento, parlando di alcune vittime della mafia, come ad esempio il magistrato Rosario Livatino, le ha definite «martiri della giustizia e indirettamente della fede». In altre occasioni ha parlato anche di «martiri della carità», «martiri della pace», «martiri dell’ateismo», fornendo quindi nuovi spunti alla riflessione per allargare il concetto classico di martirio. Ora io non vorrei a tutti i costi e forzatamente assimilare Fratel Gerardo ad una

Pagina 7 di queste tipologie di martirio, ma un fatto mi appare inoppugnabile: Fratel Gerardo fin da giovanissimo aveva consacrato la sua vita a Dio e ormai da quarant’anni lo serviva nelle membra più deboli e povere del suo popolo, e questa vita l’ha persa per mano violenta proprio mentre svolgeva il suo quotidiano servizio di assistenza ai poveri. Indubbiamente la sua tragica fine appare umanamente segnata anche da una buona dose di casualità: se non si fosse trovato in quel posto, se quella mattina non si fosse deciso ad uscire dalla cucina, probabilmente non sarebbe finito ucciso. Ma proprio questa sua morte casuale, spietatamente inutile e banale agli occhi del mondo, fa di lui, a mio parere, un martire nascosto del quotidiano, inevidente ed inosservato, che ha coronato la ferialità di un servizio ordinario di quarant’anni con il sacrificio straordinario della sua stessa vita. Se questo non si chiama martirio, francamente io non vedo come lo si possa definire. Rileggendo la cronaca di quei giorni sono rimasto allibito di fronte al giudizio espresso nel suo articolo sul Giornale di Sicilia dal giornalista Candido Casagni. Egli infatti, riferendo della cattura dell’omicida, chiude il suo pezzo di cronaca riflettendo sulla problematica personalità dell’uomo segnato dalla malattia e dalla sfortuna, e dice: L’hanno trovato immobile a cogliersi il tepore del primo sole (…) Come sua abitudine ha detto poche parole, poi, docilmente, ha seguito chi lo portava via. Lo ha seguito con la stessa, mite, rassegnata acquiescenza con la quale aveva seguito, per tanti anni, un destino ingrato che gli aveva infranto speranze e ambizioni costringendolo a rinunziare dapprima alla passione per il pugilato, poi al paese natio, quindi al lavoro, infine al dialogo coi suoi simili. L’esplosione della follia, nella mente già toccata dal male, può forse essere stata causata dalla lunga, ininterrotta, somma di frustrazioni che R.G. s’è trovato a subire (…) Stamattina quando R.G. è stato preso, l’incubo è finito: guardandolo in faccia, conoscendone le traversie, il dramma in-terno, le implorazioni d’aiuto di una società che in tutti i sensi gli ha sbattuto la porta in faccia, si ha chiara la sensazione che è stata trovata la vittima principale della tragedia costata la vita a Vincenzo Vizzì. In sostanza, già il giorno successivo alla tragedia, fatto salvo il rispetto assoluto e l’umana e cristiana comprensione che si deve anche alla persona disturbata dell’omicida, il povero Fratel Gerardo non ha avuto riconosciuto dalla stampa laica, non dico il ruolo di martire, che davvero all’epoca sembrava eccessivo, ma nemmeno quello ovvio di vittima principale. Forse anche per questo motivo il suo sacrificio oggi appare quasi dimenticato, come il suo ritratto fotografico, sbiadito dagli anni, che la sensibilità di Padre Giuseppe Giorgio aveva voluto fosse appeso all’interno dell’Istituto a perenne memoria.

Michele Palmeri di Miccichè Quel nobile liberale villalbese amico di Mazzini, Stendhal e Dumas di Jim Tatano VILLALBA – Il 3 novembre 1779 nasceva a Termini Imerese uno scrittore profondamente legato a Villalba e destinato a diventare un irrequieto giramondo amico di Mazzini, Dumas e soprattutto di Stendhal. Nella vita di questo personaggio ci sono tutti gli ingredienti per un moderno romanzo d’appendice: l’uomo di cui stiamo per parlare è Michele Palmieri di Micciché marchese di Villalba. Michele Palmieri (o Palmeri) fu uno scrittore, poeta, militare, nobile, liberale e carbonaro villalbese. Per tutta la sua vita visse senza un soldo in tasca e grazie alla compassione di qualche parente o protettore che pagò i suoi frequenti debiti di gioco. Era consapevole della negatività del duello, ma il suo temperamento caldo e il suo carattere irrequieto mai lo tennero lontano dalla sfida all’ultimo sangue, che, va detto, sebbene fosse nobile per censo si dimostrò ancor più nobile d’animo nel lanciare la sfida a singolar tenzone. Gli annali sulla sua vita ricordano diversi duelli, tra cui la sfida che lanciò al cavaliere Inguaggiato, feudatario, che durante un ballo di carnevale a Palermo derideva i contadini delle sue terra per la loro ignoranza. Tanto bastò per sfidarlo e schierarsi al fianco degli ultimi. Non ebbe un’infanzia facile. Da giovane scapestrato qual era, in perenne cerca di denaro, con un mulo affittato a Caccamo si diresse alla volta di Villalba, dove la famiglia, presso “la Robba”, aveva grandi magazzini colmi di grano per di fatto derubare suo padre. Una volta arrivato in paese prese in affitto una ventina tra asini e muli e si diresse verso i granai per far caricare quelle bestie allo scopo di vendersi il bottino una volta tornato a Palermo. Faccia a faccia con il magazziniere, Michele fingeva temerarietà e il vecchio custode, ancora più astutamente, finse pietà per evitare le pene, la perdita del lavoro o della vita stessa una volta venuta a galla la truffa ai danni del padre. Epilogo grottesco e divertente: Michele se ne tornò indietro con tanto grano quanto ne bastò per pagare l’affitto del suo mulo e pagarsi le spese di viaggio. L’episodio, però, arrivò ugualmente alle orecchie del padre che non ne rise per la bravata e lo spedì alla “Quinta-casa”, ovvero una casa di correzione dove monaci e suore lo prendevano a nerbate per piegarlo all’obbedienza e al rispetto del genitore. Fu utile? A quanto pare no, perché Don Michele fu spesso “ospite” del carcere di Castello-a-Mare e non solo in quello. Nel 1806 si diede alla vita militare, indossando la divisa dell’esercito inglese per difendere re Ferdinando (e per evitare il carcere), ma indisciplinato com’era non ottenne mai grandi successi di battaglia, anzi notando la politica antisiciliana del suo sovrano divenne antiborbonico, lui, un nobile siciliano, contro la sua stessa stirpe, scelta forse anche dettata dai suoi interiori dissidi familiari. Infatti, in vita si schierò sempre da parte dei contadini e dei

più deboli, probabilmente anche a causa dell’astio nei confronti della sua famiglia dalla quale ereditò ben poco. Una seconda volta indossò la divisa inglese, nel 1813, stavolta in Spagna, e se la prima volta divenne antiborbonico, questa seconda esperienza lo portò ad essere anti-inglese, perché ebbe modo di vedere il doppiogioco dei britannici che segretamente sostenevano Ferdinando il Borbone, e li tacciò d’ipocrisia, come si afferma nel vol. I del libro Villalba. Storia e Memoria di Luigi Lumia. Cambiano i tempi e i luoghi, ma la politica dell’affare non cambia mai. Politicamente fu inviso al Regno, tant’è che ne fu espulso. Viaggiò per mezza Europa e nel novembre degli anni ’20 dell’800 giunse in Francia, politicamente e socialmente anche lì non era ben visto, il governo di Napoli vietò il suo ingresso in patria, conobbe la galera a Bruxelles per debiti di gioco, e non mancarono nemmeno rapporti della polizia francese e lettere borboniche con la dicitura “Riservatissima” che lo citano come autore di intrallazzi cospiratori, intrighi politici e legami di fratellanza con la Carboneria, non particolarmente infondate, in quanto, Michele riceveva da Marsiglia numerose lettere di Giuseppe Mazzini che lo invitavano a denunciare l’ambiguità politica della Francia nei confronti dell’Italia. Michele Palmieri sia in Sicilia, in Italia che all’estero fece sempre vita mondana, fu un instancabile donnaiolo, ebbe le porte aperte in tutti i migliori salotti d’Europa in quanto intellettuale fine e uomo dai racconti affabulatori. Infatti, spesso ebbe modo di raccontare e di mettere nero su bianco del favoloso “castello di Villalba”, che altro non era che la Robba; e per la prima volta in assoluto dagli accurati studi del villalbese Prof. Antonio

(segue a pagina 8


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STORIA

(continua dalla pagina precedente) Guarino è emerso che quel “castello” è stato protagonista d’un curioso, quanto ormai prescritto, caso di plagio ai danni di Michele da parte dell’autore de I tre moschettieri Alexandre Dumas (padre) che in seguito fece apparire quell’aneddoto, verbatim, sulle pagine del suo libro Il brigante siciliano. Non gli mancarono amicizie illustri, infatti nella casa parigina della famosissima cantante Giuditta Pasta conobbe Stendhal di cui divenne amico e con cui scambiò una fitta corrispondenza: ne nacque una amicizia sincera e anche una fonte d’am-mirazione per l’autore francese, come lui stesso ammise. E a riprova, Leonardo Sciascia nel suo saggio L’adorabile Stendhal sottolinea e dichiara testualmente quanto Palmieri fu fonte d’ispirazione, fino ad affermare che il XX capitolo de La Certosa di Parma sia stato influenzato dal nobile villalbese. Serve a ben poco, a questo punto, sottolineare che il nostro notabile villalbese fu una penna raffinata, fine cronista e fantasioso scrittore di testi in lingua francese: tra i suoi libri attualmente semidimenticati troviamo Pensée*, Moeurs; scrisse inoltre: Le Duc d’Orléans, A chacun selon sa capacité in queste due opere Michele accusava il duca d’Orléans Luigi Filippo di tradimento in quanto doppiogiochista e poco deciso a liberare l’Italia dal dominio austriaco e papale; Le Nouveau Gargantua e Les Carbonari. Questi solo alcuni dei titoli. La vita di Michele Palmieri racchiude molti aneddoti, alcuni coraggiosi altri fatti con ingenuità, tanti curiosi e divertenti, i più memorabili, in quanto fu un precursore del progresso a venire, fu un illustre uomo laico del suo tempo e negli ultimi anni della sua vita un alone di malinconia si adagiò su di lui, come spesso capita agli eroi del romanticismo. Nel 1860 quando arrivò Garibaldi in Sicilia Michele ebbe l’onore di incontrarlo e di fargli un reclamo riguardante una pensione che aveva ottenuto anni prima e che lo stesso Eroe dei Due Mondi gli aveva fatto togliere con il dubbio d’esser stata ottenuta grazie a dei servizi di spionaggio per il governo borbonico. Garibaldi gli fece ridare quel vitalizio (minore di quanto Michele pretendesse) e quattro anni dopo, a Palermo, precisamente in Via Divisi, nella casa del nipote Salvatore Palmeri e Mantegna – come ci ricorda il discendente marchese Salvatore Palmeri di Villalba –, assistito dalla sorella Maria, moriva Michele Palmieri di Micciché marchese di Villalba. Era il 9 febbraio 1864. La vita di quest’uomo fu messa nero su bianco nella chiarificante e benfatta monografia scritta dal Prof. Nicola Cinnella intitolata “Michele Palmieri di Micciché” (Sellerio, 1976) tanto unica quanto ormai introvabile. A 234 anni dalla sua nascita e a 149 dalla sua morte, quell’uomo che visse 84 anni di avventure, oggi è semidimenticato, avvolto da una nube di fascino nascosta che attende d’essere riaperto per permettere ai posteri di conoscere il suo (e il nostro) passato – e perché no! – per fornire un esempio volto verso un futuro che miri in alto, molto in alto, ad una laicità culturale che riesca a riportare in auge la memoria di un uomo che visse nella Storia, che aveva dei valori solidi, che conobbe le migliori menti del suo tempo, che sfidò la casta e il potere. Questo personaggio è un tesoro nascosto e allo stesso tempo è a portata di mano, basta soltanto comprendere come poter usufruire della sua eredità culturale. Molte cose sono state tralasciate per ovvi motivi di spazio, ma vorrei concludere porgendo all’attenzione di tutti i lettori delle semplicissime domande: si può far precipitare nell’oblio più nero una figura storica così affascinante che è riuscita a sferzare il potere, a raccontarci non senza ironia la sua epoca e ad essere difensore dei più deboli? Perché con frequenza si minimizza e ci si dimentica di personaggi che affiancano gli ultimi? Nei suoi ideali, o nel suo modo d’essere era un esempio pericoloso? Perché il famigerato orgoglio campanilistico non ha attecchito nei confronti dello scrittore Michele Palmieri? * I titoli delle opere sono stati abbreviati volutamente per rendere più fluente la lettura. Qui sono riportati integralmente e tradotti: “Pensée et souvenir historique et contemporains” (Pensieri e ricordi storici e contemporanei, 1830); “Moeurs de la cour et des peuples des Deux Siciles” (Costumi della corte e del popolo delle Due Sicilie, 1837; Longanesi 1987); “Le Duc d’Orléans et les émigrê français en Sicile, ou Italiens Justifiés” (Il Duca d’Orléans e i francesi emigrati in Sicilia, o gli Italiani Giustificati); “A chacun selon sa capacité, à chaque capacité selon ses oeuvres, ou le Faux doctrinaire et le liberal” (A ciascuno secondo le sue capacità, a ogni capacità secondo le sue opere, o il Falso dottrinario e il liberale); “Le Nouveau Gargantua, vieux manuscrit italien anonyme, trouvé dans le fossés des Tuileries, contenant une esquisse biographique et un drame” (Il Nuovo Gargan-tua, vecchio manoscritto italiano anonimo, trovato nei fossati delle Tuileries, contenente un profilo biografico e un dramma); “Les Carbonari, ou Naples en 1821, drame historique en 5 actes et en prose, avec un choeur de carbonari, précédé d’une notice historique” (I Carbonari, o Napoli nel 1821, dramma storico in 5 atti e in prosa, con un coro di carbonari, preceduto da una notizia storica).

ATTIVITÀ DELL’ASSOCIAZIONE

LA RADICE

villalba ricorda la sua fondazione con un convegno di Jim Tatano

VILLALBA – Niccolò Palmeri (1700 - 1781) acquistato il feudo Miccichè l’8 luglio 1751 e ricevuta l’investitura il 22 giugno 1752, il 12 aprile 1753 otteneva il permesso di fabbricare e popolare il feudo entro cui ebbe origine Villalba. Così nonostante annose controversie , "sotto le intelligenti cure del barone prosperò economicamente e divenne tosto uno dei più fiorenti centri della Sicilia". A perenne memoria del 260° anniversario l’Amministrazione Comunale, la Società Nissena di Storia Patria il 27 dicembre 2013 posero. Queste sono le parole scolpite sulla pietre che resteranno imperiture a ricordare la Storia e un appuntamento storico di Villalba, organizzato dall’Amministrazione Comunale, in collaborazione con la Società Nissena di Storia Patria, a cui hanno preso parte molti cittadini villalbesi con notevole interesse nel riscoprire le proprie origini e il passato memorabile. Il ventaglio del dibattito si è esteso dagli albori del feudo e del suo acquisto da parte del barone Niccolò Palmeri fino alla fondazione del paese e alla vita attiva dei primi concittadini spaziando sui documenti storici tratti dai libri di Giovanni Mulè Bertòlo, Luigi Lumia e Michele Palmieri di Miccichè, grande risalto avuto anche la residenza dei Palmeri, il casale oggi chiamato “la Robba” per concludersi in un analisi che prende spunto dal passato per essere proiettata al presente e al futura per un piccolo paese che rivendica un grande contributo culturale. Di questo e molto altro hanno parlato orgogliosamente i relatori a partire dal Sindaco Alessandro Plumeri; dal preziosissimo e continuo impegno culturale del Prof. Antonio Guarino, l’Arch. e Storico Luigi Santagati; il Prof. Antonio Vitellaro Storico locale e Presidente della Società Nissena; l’Arch. Angelo Guarino; il Prof. Sergio Mangiavillano Preside e scrittore; la Prof.ssa Maria Immordino; il marchese Salvatore Palmeri di Villalba; e lo scrittore Jim Tatano. Nell’interesse di tutti i cittadini villalbesi il convegno, che ha accolto un ampio plauso, è stato un’occasione per riscoprirsi e per incentivare la conoscenza del passato riportando alla memoria la Storia e la cultura di Villalba. 29 dic 2013 Jim Tatano è giornalista, blogger e scrittore. Scrive per la testata telematica “Castello Incantato” e per il suo blog “Flatus Vocis”. Nel 2009 ha esordito nella narrativa con “Il Magico Giardino” e nel 2012 ha pubblicato il romanzo “Il Mito della Lanterna.”

Piccola Atene presentato a Vallelunga

di Redazione

Una sala gremita ha accolto sabato 16 novembre l'autore Salvatore Falzone che, a Vallelunga, ha presentato il suo noir “Piccola Atene”. La serata, organizzata dall'associazione culturale “La Radice” nel centro polifunzionale di Piazza Europa, è stata arricchita anche dall'intervento di un noto nome del giornalismo di denuncia, Pino Maniaci che, direttamente dagli schermi della sua Telejato di Partinico, ha raggiunto il piccolo paese dell'entroterra siciliano per affrontare, insieme all'autore, tematiche delicate ispirate dalla lettura del libro. La serata è stata aperta dai saluti della presidente dell'associazione, Angela Polizzano, ed è stata moderata da Angela Ferilli che ha presentato al pubblico i due ospiti. A seguire la giornalista e direttore del periodico edito dall'associazione, Grazia La Paglia, ha intervistato Falzone e ha alternato alle domande sul libro e sulle tematiche trattate dall'autore altre domande rivolte a Maniaci per sapere la sua opinione in merito al legame tra stato e mafia e mafia e Chiesa ma anche sugli atti di pedofilia nascosti dal Vaticano. A conclusione dell'intervista doppia la parola è passata al pubblico in sala. Numerosi, infatti, gli interventi e le domande spontanee che i vallelunghesi hanno voluto porgere ai due ospiti dell'associazione, soprattutto sulla situazione attuale del potere della mafia. È emersa la voglia di Vallelunga di riscattarsi da un passato e da episodi purtroppo anche attuali che la etichettano ancora come terra di mafia, la sete di sapere sui meccanismi che legano mafia e politica e sul come, oggi, si possano riconoscere quei movimenti definiti “antimafia di facciata” e distinguerli dagli atti di vera antimafia. È questo, infatti, il tema che ha voluto principalmente affrontare il libro.


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riflessioni su Piccola Atene ica. Ecco che cos’era la «piccola Atene». Al dunque, nella fase finale del Noir, Gaspare, quando dovrà decidere di accettare un posto di lavoro e scendere a compromesso con la sua coscienza, oppure no, ecco riapparire il suo grillo parlante che non parla e viene solamente evocato e, mandandolo letteralmente a quel paese, rimuove Valeria definitivadel Prof. Pino Piraino mente e accetta il Sono stato presente alla sua presentazione compro-messo. Il bello della sua coscienza sabato 5 ottobre 2013 a San Cataldo presmuore e vince la realtà cruda nell’acso l’auditorium “Notar Fascianella” del cettazione di un lavoro diretto e manoVillaggio di Nuova Civiltà in Via Mons. vrato dai poteri sporchi. Cammarata 19. Sull’intervento del Magistrato Dott. Tona: Moderatore il Prof. Giunta del Centro Studi Affonda subito il bisturi sulla mancanza di Cammarata. coraggio di Salvatore Falzone e arriva a Note chiamarlo, amichevolmente, “FurbacSull’intervento del Dott. Salvatore chione”. I Nisseni tutti sanno di chi sta parTaormina, dirigente della Regione Siciliana: lando! Sviluppa, tra l’altro, la figura della ragazza, Il Magistrato resta legato al suo lavoro e Valeria che, ha lasciato il protagonista ed è quindi è nel giusto. Lui è un operatore di andata via a lavorare nel nord. La ragazza Giustizia, stanco dell’autogiustificazione dei non fa parte del romanzo. Si sa soltanto siciliani alla reticenza, al non “buttarsi mai che è andata via. Quindi non c’è. Tuttavia, in acqua”. più volte, è richiamata nella mente di Risultato: La mafia continua a riciclarsi, Gaspare Lazzara – protagonista- bloggertrasformarsi e, infine, a risultare sempre sfaticato. Per quanto mi riguarda, mentre vincente. leggevo il romanzo, qualche mese fa, la Il suo collega, Roberto Scarpinato, a figura di Valeria, me la sono trasfigurata Palermo, a proposito della commemocome una specie di grillo parlante alla razione della morte di Borsellino ebbe a coscienza dello scrittore/protagonista e, dire: “Caro Paolo, oggi siamo qui a comquindi ne impersona il suo intimo più promemorarti in forma privata perché più fondo e vero, noto soltanto a lui e, ripeto, trascorrono gli anni e più diventa imbarazalla sua coscienza. zante il 23 Maggio e il 19 Luglio partecipare Lo scrittore /blogger/Gaspare, avrebbe alle cerimonie ufficiali che ricordano le strapotuto dare nome e cognome ai suoi pergi di Capaci e di Via D’Amelio. sonaggi protagonisti di vere vicende. Sono stringe il cuore a vedere talora tra le personaggi della classe dirigente di prime file, nei posti riservati alle Caltanissetta che ruotano attorno al vescoautorità, anche personaggi la cui condotvado e alla chiesa: Politici, impresari, ta di vita sembra essere la negazione stesaffaristi, commercianti, entrati tutti quanti sa di quei valori di giustizia e di legalità per in fibrillazione quando Gaspare, venuto a i quali tu ti sei fatto uccidere; personaggi conoscenza che Edoardo Alvaro detto “Il dal passato e dal presente equivoco le cui cavaliere”, proprietario di un centro comvite – per usare le tue parole – emanano merciale, era stramazzato al suolo, “ morto quel puzzo del compromesso morale da cent’anni”, proprio nel momento in cui che tu tanto aborrivi e che si contrappone stava per inaugurarlo, scrive sul suo Blog: al fresco profumo della libertà. Chi ha ucciso il cavaliere Alvaro? e come se non bastasse, Paolo, La “piccola Atene” è Caltanissetta, appellaintorno a costoro si accalca una corte tivo, questo, - dice Enzo D’Antona che ne di anime in livrea, di piccoli e grandi ha curato la postfazione - che la cittadina si maggiordomi del potere, di questuanera guadagnato per molti anni felicissimi, in ti pronti a piegare la schiena e a particolare dalla metà degli anni trenta alla barattare l’anima in cambio di prometà degli anni sessanta. mozioni in carriera o dell’accesso In principio i tiratardi sulla piazza erano dorato dei facili privilegi. Vitaliano Brancati che insegnava alle se fosse possibile verrebbe da magistrali e il suo gruppo di amici. Tra i chiedere a tutti loro di farci la grazia giovani c’era anche il comunista clandestidi restarsene a casa il 19 Luglio, di no Pompeo Colajanni che nel 1945 avrebbe concederci un giorno di tregua dalla liberato dai nazifascisti Torino in qualità di loro presenza. Ma, soprattutto, vercapo partigiano (comandante «Barbato») rebbe da chiedere che al-meno ci per poi approdare come sottosegre-tario ai facessero la grazia di tacere, perché governi Parri e De Gasperi. Dal dopoguerra pronunciate da loro, parole come i duecento metri tra la fontana del stato, legalità, giustizia, perdono Tripisciano e il monumento a re Umberto senso, si riducono a retorica stantia, a vengono stabilmente occupati da Leonardo gusci vuoti e rinsecchiti. ...“ Sciascia e dai suoi ex compagni di scuola tra i quali va citato il poeta e scrittore Quindi, anche il magistrato Roberto Stefano Vilardo. Si aggiungono altri giovani Scarpinato ha fatto il suo lavoro con spicin prima fila nelle battaglie civili come i fracata coerenza, senza mezzi termini, senza telli Massimiliano e Emanuele Macaluso. l’opacità di “ Piccola Atene”. opacità: Talvolta vi si incontrano anche personaggi Parola,questa, abbondantemente usata dal che insegnano in università lontane. Da moderatore Prof. Giunta nei confronti del Gamaliele Bonavia, storico della filosofia, a “Noir curiale”, “Piccola Atene” di Salvatore Rosario Assunto, teorico e padre dell’estetFalzone. ica del paesaggio. Limitiamoci a questi Per quanto mi riguarda vedo il problema da pochi nomi perché l’elenco sarebbe infinito. due, distinti e convergenti, punti di vista: Decine e decine di intellettuali che diLotta reale alla mafia, quella di oggi e di scettano di arte, filosofia, diritto e letterdomani, da parte degli operatori di atura. Che scrivono poesie e romanzi, Giustizia dipingono quadri, si impegnano nella politLotta alla mafia a lungo termine, quella per

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presentato a San Cataldo

capirci che dovrebbe incidere sulla mentalità siciliana e non solo. La prima non può che spingere tutta la società e in particolare gli imprenditori, i commercianti, ecc … alla de-nuncia delle vessazioni subite da parte della mafia e se non lo fanno, vanno bene le espulsioni dai relativi ordi-ni, dalle camere di commercio ecc … Va bene tutto al fine di, almeno, frenare il dilagare del “pizzo” e quant’al-tro. Tuttavia, malgrado l’operatività effettiva contro la mafia, sappiamo tutti e lo sanno altrettanto bene anche gli operatori di Giustizia che se non si incide sulla mentalità, quelle reali misure adottate rischiano di essere inutili. Questa seconda lotta alla mafia a lungo termine, è la più difficile. Deve incidere sul “carattere”, sull’ “educazione” dell’Uomo, in generale e in particolare su un uomo, quello siciliano, che ha convissuto per secoli con la mafia, con il concetto di mafia, in uno Stato che per lunghissimi tempi è stato in assenza di “Stato” attivo e organizzato. Quel tipo di “Stato” non “Stato” vissuto dai siciliani, invece, come un vero e proprio nemico. Tanto è vero che una parte del popolo siciliano, la più vera, la più siciliana, quella che non parla, che è di “panza”, per “naturale autodifesa”, ma che lavora a testa bassa, ha sempre diffidato sia della mafia, quella che si vede, quella che spara, in-somma il braccio armato e, sia anche del “cosiddetto stato o Principe che ritorna”, la mente. Quello dei colletti bianchi, quello dei “seduti nelle prime file” nelle commemorazioni di chi si è fatto ammazzare per uno Stato vero e libero. Quello che è impersonato da chi dovrebbe starsene a casa e che almeno dovrebbe tacere nei giorni in cui si commemora Capaci e Via D’Amelio. E … La “ Chiesa” ? Facciamo parlare quel famoso libro scritto a due mani dal magistrato Roberto Scarpinato e dal giornalista-scrittore Saverio Lodato “il ritorno del Principe” che, a mio parere, dovrebbe essere tenuto sul comodino come la Bibbia: Pag. 185 – Premessa: Il capitolo ha come titolo “ Le Imposture”. Ne riporto un brano integralmente: … “… , il sapere di mafia è sempre stato contaminato dalle imposture del potere. Fino agli anni settanta la vulgata costruita da una miriadi di intellettuali interni al sistema – tra cui anche alti magistrati e autorevoli prelati – era che la mafia non esisteva. Che si trattava solo di un atteggiamento culturale della popolazione isolana o di un’invenzione dei comunisti per screditare il buon nome dell’isola.” … Ma non basta. Riporto la risposta del magistrato Scarpinato alla Prof.ssa Fiorella Falci che lo ha intervistato sul giornale L’Aurora, periodico della diocesi di Caltanissetta – Anno VI – n. 7 –settembre 2012: Domanda: Caltanissetta è stata la città in cui ha lavorato Gaetano Costa, aprendo indagini a 360° su banche, imprese, istituzioni e loro legami con la criminalità mafiosa, senza mai rilasciare una sola riga di intervista. il suo stile può essere ancora un modello nella società spettacolarizzata di oggi? risposta: Costa che era stato un partigiano ed aveva partecipato alla resistenza nel nord italia svolse a Caltanissetta un importante ruolo di avanguardia culturale nel diffondere il nuovo ethos della Costituzione all’interno di una magistratura il cui habitat culturale negli anni Cinquanta e sessanta era ancora permeato da vischiosità e incrostazioni culturali ereditate dal passato. Basti pensare che ancora nel 1955 il Procuratore

Generale presso la corte di Cassazione, massimo vertice nazionale della magistratura requirente, aveva tessuto il pubblico elogio della mafia come struttura d’ordine che affiancava la legge nella repressione dei crimini comuni ed aveva formulato i suoi auguri al nuovo capo mafia Genco russo candidato a succedere a Don Calogero vizzini, deceduto poco tempo prima. …. Facciamoci spiegare dallo stesso Magistrato Scarpinato cosa significano “nuovo ethos della Costituzione” e “habitat culturale negli anni cinquanta e sessanta era permeato da vischiosità e incrostazioni cul-turali ereditate dal passato.” Sempre dalla stessa intervista della Falci: …“vorrei prescindere dalle vicende dell’attualità e provare a dare una chiave di lettura storica dei motivi che stanno alla radice dello stato di permanente tensione tra politica e magistratura che da vari decenni segna la storia nazionale. A questo riguardo è il caso di ricordare che sino agli anni sessanta del XX secolo questo problema non sussisteva perché era stato risolto a monte da un ordinamento giudiziario che durante la monarchia ed il Fascismo prevedeva la sottoposizione della magistratura al controllo del potere governativo. i processi che riguardavano la criminalità dei potenti erano rari e, come dimostra la cronaca del tempo, si concludevano quasi tutti con sistematiche assoluzioni. i magistrati requirenti ricevevano talora istruzioni direttamente dai vertici governativi, così come accadde, ad esempio, per il famoso processo concernente lo scandalo della Banca ro-mana che nel 1893 coinvolse circa novanta esponenti della nomenclatura del potere del tempo. i magistrati che osavano discostarsi dalle direttive ricevute rischiavano di essere penalizzati nelle carriere, di essere sottoposti a procedimenti disciplinari e talora trasferiti d’ufficio. il problema si è posto solo dopo che la Costituzione del 1948 ha garantito l’autonomia e l’indipendenza della magistratura dal potere politico. Dopo un periodo di incubazione culturale durato circa un ventennio, la magistratura italiana ha lentamente metabolizzato questa rivoluzione culturale che segnava una netta linea di discontinuità storica rispetto al passato, facendo vivere nella prassi un nuovo modello di control-lo della legalità e di giurisdizione penale conformi ai principi costituzionali secondo cui il giudice è soggetto solo alla legge e la legge è uguale per tutti: potenti e impotenti, ricchi e poveri, furbi e ingenui.” …. Il mio modesto parere è che i semi della “Letteratura” e tutto ciò che ruota attorno alla “cultura” con i suoi tem-pi molto lunghi, dovendo incidere sulla “formazione”, potrebbero dare il “Frutto” subito ma, come sanno bene gli operatori di cultura, potrebbero darlo con ritardi di decenni se non di secoli. Un esempio per tutti, come sanno bene gli Insegnanti di ogni ordine e grado: Non si può pretendere da un ragazzo di terza media la risoluzione di un “integrale”. L’educazione, la formazione di un uomo, è una bevanda che va bevuta a piccoli, piccolissimi sorsi. Bisogna, quindi, accontentarsi di “Piccola Atene”. Non è che un piccolo, piccolissimo passo avanti che, assieme ai piccoli, piccolissimi passi avanti di Sciascia ma anche di

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riflessioni su Piccola Atene Manzoni o di Fallaci, ci porteranno verso la meta della presa di coscienza umanitaria dell’ “Uomo” non come bestia ma come “Essere Superiore”. Rispettoso prima che di se stesso, degli “Altri”, senza distinzione di colore, di razza, di genere femminile o maschile. Rispetto-so, quanto meno del “cervello” di ogni essere umano e dei suoi “sentimenti”. Rispettoso di quel “non so che”, che accomuna l’intera umanità e ci dà la sensazione di contenere in noi stessi ciò che chiamiamo Dio. In quel periodo di incubazione culturale durato circa un ventennio in cui la magistratura metabolizzava lentamente il nuovo dettato della nostra Costituzione, fino agli anni settanta, si è mai sentita una voce della gerarchia ecclesiale levarsi in alto e dire che la mafia esisteva e che, invece, non era vero che la mafia non esisteva? Ci voleva la morte di Don Puglisi, la “Voce” di Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento, perché la chiesa acquisisse un minimo di coraggio? Lo dico al “Papa che viene da lontano”, ma tanto, tantissimo vicino a noi del sud, senza pretesa di alcuna rispo-sta e, che ha scelto per se stesso un nome che è tutto un programma: Francesco. Quanto ha pesato il silenzio di quella chiesa nella “ Educazione civica e morale”, non solo dei siciliani ma di tutti gli italiani? Tutti sappiamo quanto pesavano le sue indicazioni politiche quando diceva: “Votate D.C.”. I milioni di voti non si contavano! Tanto incideva nella coscienza del popolo! Ma sulla mafia preferiva il silenzio che, non poteva non essere assenso, non poteva non sapere dove si annidava “la mente” della mafia. In definitiva: La magistratura per bocca del Presidente Generale della Cassazione, sappiamo come la penava! La Costituzione non era stata ancora metabolizzata! La Chiesa faceva silenzio! Pertanto, Magistratura e Chiesa avevano lasciato in solitudine le forze dell’ordine e “La Cultura”. Questa ultima, a combattere una guerra che aveva sempre fatto ma con i suoi tempi lunghi che, dura ancora oggi e, chissà , quanto durerà ancora! Le forze dell’ordine, in balia del braccio operativo della mafia e della sua “mente”. I risultati non potevano che es-sere quelli che abbiamo visto!: Tra un segreto di stato e l’altro, una mattanza, tipo tonnara, a partire dalla stessa magistratura, delle forze dell’ordine, di politici, di uomini di chiesa, delle stragi “fine a se stesso” per il piacere di farli, di pentiti, di falsi pentiti, di gruppi contrapposti di malviventi, di donne e di bambini, e chi più ne ha ne metta! Il tutto in una specie di danza macabra che ci ha posto un dilemma: Siamo bestie o Uomini? “Piccola Atene”, oggi, per questa guerra infinita, ha scelto due metodi sicuramente collaudati: Nell’impostazione e nel ritmo, quello di Camilleri. Depurato della lingua siciliana e nell’inversione delle indagi-ni: Non è il blogger Gaspare Lazzara che va a cercare l’assassino ma sono gli assassini che cercano lui. Nella sostanza, il metodo è sciasciano fino al midollo. E …. Vi pare poco?

Di nUovo CoLLeTTA ALiMenTAre Con i voLonTAri De LA reDiCe Anche quest'anno, per la giornata nazionale della Colletta Alimentare, i vallelunghesi non si sono smentiti partecipando e aderendo con generosità all'iniziativa. Per il sesto anno consecutivo, infatti, i volontari dell'associazione culturale La Radice si sono distribuiti nei negozi di generi alimentari di Vallelunga che hanno aderito numerosi all'iniziativa. Da lì hanno consegnato i volantini che spiegano lo scopo dell'iniziativa e i sacchetti di plastica gialli dove i clienti potevano lasciare un proprio dono: dal latte agli omogenizzati, dalla pasta all'olio, dai legumi allo zucchero. Nonostante la forte crisi economica, quindi, i volontari de La Radice hanno potuto registrare anche quest'anno una forte partecipazione e, nello stesso tempo, segnalano come le famiglie bisognose di Vallelunga aumentino sempre di più. Infatti l'associazione, ogni mese, si reca nella sede del banco alimentare di Caltanissetta per prendere e ridistribuire a famiglie in crisi economica del proprio paese gli aiuti del banco. E, anno dopo anno, le famiglie che l'associazione sostiene mensilmente aumentano sempre di più.

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LA RADICE

La radice contro la violenza sulle donne di Redazione L’associazione, quest’anno, ha deciso di impegnarsi anche su un nuovo fronte e ancora mai trattato a Vallelunga. Ha deciso infatti di schierarsi a favore delle numerose donne che restano vittime di uomini possessivi e violenti. Per questo motivo giorno 25 novembre, nella giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne indetta nel 1999 dalle Nazioni Unite, ha organizzato un incontro - dibattito dove si è dato spazio, appunto per la prima volta a Vallelunga, ad una tematica così attuale e delicata. “L’incontro ha voluto fare luce sulla situazione attuale della violenza contro le donne – spiegano i componenti dell’associazione – e ha voluto portare i vallelunghesi a soffermarsi, almeno per un giorno, su un argomento così importante”. Una sala gremita ha seguito l’evento che si è tenuto al centro polifunzionale e a cui hanno preso parte diversi nomi noti nel mondo della lotta alla violenza che assoggetta, anno dopo anno, sempre più donne. Relatori dell’incontro, moderato dal medico Francesca Lombardo, sono state Marcella Santino, Dirigente Asp di Caltanissetta, Annamaria Oliva dell'Associazione Italiana Donne Medico, la dirigente scolastica dell'Istituto comprensivo di Vallelunga, Villalba e Marianopoli Graziella Parello, la fondatrice dell'Associazione Antimafie “Rita Atria” Nadia Furnari e il Dirigente della Divisione Anticrimine della Questura di Caltanissetta Andrea Lo Iacono. I vallelunghesi sono stati coinvolti anche con l’invito a elaborare un pensiero sulla tematica e le frasi sono state stampate su dei cartoncini, esposti durante il convegno. Trovate alcune frasi nell’ultima pagina del giornale. Tutti i relatori hanno ricevuto da La Radice, come ricordo della giornata e per ringraziarli della disponibilità dimostrata, dei piatti in ceramica dipinti dall’artista vallelunghese Angela Ferilli.

DALLA SCUOLA

Premiazione del concorso Giusto Piraino di Redazione Si è svolta il 23 novembre, nel plesso Sorrentino, la premiazione del decimo concorso dedicato all'ingegnere Giusto Piraino e riferito all'anno scolastico 2012/2013. Si tratta di un concorso che si ripete ogni anno e che coinvolge gli studenti delle classi terze della scuola secondaria di primo grado di Vallelunga. I giovani alunni devono affrontare una prova con elaborati di matematica, tecnologia e scienze ed un'apposita commissione ne decreta i vincitori. Per gli elaborati dello scorso anno la commissione giudicatrice era composta dagli insegnanti di matematica e tecnologia R. Cumella, M.C. Scozzari, G. La Piana, V. Piraino. Al primo posto si è piazzata Irene Migliore, al secondo Klarissa Pace e al terzo Desirèe Greco. Le tre studentesse frequentavano, durante lo scorso anno, la classe 3B e hanno ottenuto una targa e, rispettivamente, 500, 300 e 200 euro. Alla cerimonia di premiazione, oltre ai premiati e ai loro familiari, erano presenti la dirigente dell'Istituto Comprensivo di Vallelunga, Villalba e Marianopoli Graziella Parello, la vicepreside Rosamaria Scarlata, l'ex dirigente dell'Istituto Vincenzo Nicastro, che era in carica durante lo svolgimento della decima edizione del concorso, il figlio dell'ingegnere Giusto con altri parenti e familiari e gli alunni delle attuali classi terze e che parteciperanno, durante il corrente anno scolastico, all'undicesima edizione del premio. Il concorso è stato ideato, voluto e realizzato su iniziativa della famiglia dell'ingegnere che ha deciso di ricordarlo con un concorso rivolto alle nuove generazioni.

i piccoli musicisti di vallelunga ancora in concerto di Redazione Anche quest'anno gli alunni della scuola secondaria di primo grado di Vallelunga e che frequentano l'indirizzo musicale hanno regalato ai loro genitori, ai docenti e a tutti i cittadini un concerto di Natale. “Il concerto dell'orchestra della Scuola si è tenuto nei locali del plesso F. Sorrentino – spiega la dirigente scolastico dell'Istituto comprensivo di Vallelunga, Villalba e Marianopoli prof.ssa Graziella Parello – e per noi è stato un momento davvero importante. Non solo perché dà visibilità alle attività promosse dalla nostra scuola ma anche perché vuole contribuire a creare un'atmosfera natalizia. I brani che hanno eseguito, infatti, erano musiche dedicate al periodo delle festività che si stanno avvicinando.” Come già accennato il concerto è stato aperto anche a tutta la cittadinanza, e non solo agli studenti delle altre classi della scuola secondaria di primo grado e della scuola primaria. “Questo perché abbiamo voluto realizzare sia un momento di socializzazione tra tutti i nostri alunni – continua la dirigente Parello – che aprirci al paese. Per questo l'invito è stato rivolto sia ai genitori che a tutti i vallelunghesi che hanno voluto prendere parte all'iniziativa ed è per questo motivo che abbiamo scelto di organizzarlo nel pomeriggio.” L'indirizzo musicale della scuola di secondaria di primo grado già da diversi anni è attivo a Vallelunga grazie all'iniziativa intrapresa dall'ex preside dell'Istituto comprensivo di Vallelunga e Villalba Vincenzo Nicastro. E adesso, sotto la nuova dirigente Graziella Parello, l'attività continua facendo sì che Vallelunga sia l'unico paese della zona ad avere un corso che si concentra sullo studio della musica. Inoltre ciò ha permesso a numerosi ragazzi di iscriversi, dopo la scuola secondaria di primo grado, al conservatorio per proseguire nello studio del proprio strumento musicale preferito.


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“Frasi dei nostri lettori contro la violenza sulle donne” - A volte, quando lo sfrenato correre quotidiano ci concede una tregua, è possibile che il nostro pensiero si soffermi brevemente su alcuni accadimenti, a cui ormai ci siamo incredibilmente abituati. A me è capitato, dopo aver udito l’ennesima notizia di uxoricidio. Inutile sprecare aggettivi quali orribile, bestiale, infame… Eppure, stranamente, il mio pensiero è andato a tutte quelle donne che ogni giorno vivono una violenza forse meno brutale, ma non per questo meno dolorosa: la violenza psicologica, perpetuata su di loro con puntuale odiosa costanza, che imprigiona la mente e l’anima, fino a portarla alla morte. A tutte queste donne voglio dire: Non siate succubi, cercate dentro di voi la forza che avete e rendete libera la vostra mente dalla paura di perdere ciò che erroneamente considerate imperdibile. rosalba G. sabatino - L'uomo usa la violenza sulle donne perché è geloso della forza di lottare che ha ogni donna, quindi uomo si più umile e lotta accanto a lei per risolvere i problemi che non sai risolvere. Marianna Carta - Le donne sono l'altra metà del cielo. Come può piacere un cielo che piange? Cinzia Antonella La Paglia - Esistono molti modi per usare violenza contro una donna: il male fisico lo è di certo, ma che dire del pregiudizio, degli stereotipi? Chi fa violenza a una donna arreca danno ad ogni donna, arreca danno alla terra che lo ha partorito, arreca danno anche a se stesso. silvia di Baudo - La violenza contro le donne è una delle cose piu meschine che l’uomo possa fare...violenza, mi porta a pensare lividi, dolori ma soprattutto l'essere segnati a vita da un profondo vuoto nell'anima che haime! non puoi colmare..per non parlare del silenzio... Io dico stop al silenzio, è ora di iniziare a far capire che le donne come i bambini NON SI TOCCANO.. Alle donne dico: care donne bisogna agire con coraggio parlate, parlate non

abbiate paura perché voi siete forti.. chi commette violenza DEVE PAGARE. Giusi insinna - Voglio con poche parole esprimere che non condivido con nessun uomo che usa violenza sulle donne, sia in forma verbale che non. Siamo un mondo civile, ed è giusto che ci sia parità. Poi chi usa violenza credo che sia più un primitivo, uno che conosce solo violenza. Carmelo di Bernardo - Non dovrebbe esistere. La polizia dovrebbe tenere più conto delle denunce ke le vengono fatte. sandra oddo

Cerchio imperfetto Nuda giace l’Ombra passata al torchio del dolore d’asciutta lacrima nutre l’Ego sua famelica brama e declinano sogni di speranza orfani corrodono carni spegnendo luci non c’è voce non c’è pianto muto taglio di ferita langue e sangue d’Anima pretende l’Orco nero della Notte consunta Donna di tenebre avvolta il grembo trascina come barca alla deriva Che la Parola sia lama, che sia taglio al dolore, che sia forte il Suo sentire, perché nessuna più si senta sola. Maricò Mariaconcetta Lo re

Tu sola sei Tu sola sei silenziosa sostanza di vita, latrice di autentica luce pur nella nera sofferenza. Luogo essenziale che salvifica l’essere umano e la sua storia. Col suo mite esistere santifica la vita, che in essa si fa gloria. Donna, tu sola custodisci fatti primordiali, tu sola sei memoria di quei pensieri e gesti, diretti al cuore dell’uomo perché guarisca dai suoi scuri e orridi difetti. Terra buona, in te sembra ricresca ciò che è stato vergognosamente umiliato. Che in te si riconosca l’amore, che unisce saldamente una giusta voglia di ricominciare e tutte le questioni della mente. Tu continui a voler generare un’umanità pericolosa, ma che è divina, ahimè, nel suo errare! Donna, meravigliosa creatura che ha in sé ciò che si può desiderare: cuore, mente e formule magiche. Non smettere di sognare e sperare. Tu sola sai veramente piegarti al sentimento: tu sola sai amare! Lucia immordino


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ATTIVITÀ DELL’ASSOCIAZIONE

LA RADICE

TornA iL FesTivAL DeL LiBro Di vALLeLUnGA Per sCriTTori, PoeTi, PiTTori, FoToGrAFi e ArTiGiAni Vallelunga. Poeti, scrittori, pittori, fotografi, artigiani e scultori potranno partecipare, anche quest'anno, alla seconda edizione del Festival del Libro di Vallelunga che si terrà il sei settembre. In vista del ritorno di un evento che nel 2013, durante la sua prima esperienza, ha riscosso un grande successo, la nostra associazione (promotrice dell'evento) ha da poco pubblicato un apposito bando con diverse novità. Innanzi tutto diventano due, per il 2014, i concorsi letterari che prevedono premi monetari per gli unici due vincitori. Un concorso, chiamato “Estemporanea di scrittura”, rappresenta la novità assoluta di quest'anno e vedrà scrittori e poeti impegnati nell'elaborazione di un testo il giorno stesso del Festival su un tema che verrà reso noto, sul momento, da una giuria. Sempre la giuria sceglierà il miglior componimento in assoluto. Un secondo concorso, invece, darà la possibilità a scrittori e poeti, sia dilettanti che non, di candidare una propria poesia o una prosa al Reading sotto le Stelle. Dopo una valutazione della giuria, gli elaborati verranno letti durante il Reading e anche in questo caso è previsto un premio assoluto per il miglior testo pervenuto e letto. Oltre ai concorsi, gli scrittori potranno partecipare anche alla Bancarella del Libro, esponendo i propri volumi e incontrando altri autori e i lettori, e all'Esposizione di Arte. Scultori, pittori, artigiani e fotografi (ma anche altri artisti) potranno infatti avere un proprio spazio dove esporre le proprie creazioni artistiche. In questo modo, oltre a far conoscere la propria arte al pubblico, sarà possibile incontrare altri artisti provenienti da tutta la Sicilia. La giornata sarà aperta da una tavola rotonda di cui, successivamente, verranno comunicati titolo del convegno e nomi dei relatori che parteciperanno. Il termine ultimo per inviare la propria candidatura è il 10 luglio. Per consultare il bando e per restare aggiornati sul programma si potrà consultare il sito dell'associazione www.laradicevallelunga.wordpress.com

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La radice maggio 2014  

Giornale La Radice - periodico di Vallelunga Pratameno. In questo numero: Editoriale – L'arte rinnova i popoli e ne rivela la vita di Graz...

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