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Anno 11 numero 90. Giugno 2011. € 4,00

valori Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità

SIMONE CASETTA / ANZENBERGER

Supplemento > Finanza & società a tinu ta s Con e i h l’inc dientily e a Ingdre in Iito: maa risch llo il po g. 50 a pa

Dossier > Una società che garantisca la parità di genere porta vantaggi per tutti

Economia in rosa Finanza > Bollette salate. Se il prezzo del gas dipende solo da Eni. E dal petrolio Economia solidale > Sbarco Gas 2011. A L’Aquila la scossa dell’economia solidale Internazionale > Immigrazione. Tra Grecia e Turchia, l’altra porta per l’Europa Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Trento - Contiene I.R.


| editoriale |

®

M Mater-Bi ater-Bi: puro puro impegno impegno ambientale ambientale

Invisibili

Donne di potere Mater-Bi Mater-Bi® is a trademark of Novamont SpA

di Nicola Misani ARBARA INDOSSA JEANS NERI,

una camicetta chiara a pois, scarpe con i tacchi bassi. È piccola, magra. Sorride, ma ha un viso pallido e stanco, come se avesse dormito poco. Non ha un filo di trucco. I capelli, lunghi e scarmigliati, ti fanno sospettare che non visiti il parrucchiere da settimane. Porta un solo anello, la fede. Un piccolo gioiello le adorna il collo. Indovinare la sua età è arduo: studiandola pare più vicina ai quaranta che ai trenta, ma, vedendola camminare svelta per strada, potresti confonderla con una studentessa. Barbara avvia la sua presentazione Powerpoint e si avvicina alla prima fila dei banchi dell’aula. «Immagino sappiate chi sono», dice in inglese al pubblico. Tutti annuiscono. Barbara è l’amministratore delegato della filiale del Sud Europa di una grande multinazionale. Questa filiale, che ha sede in Italia, è un gigante che fattura quasi sei miliardi di euro, più di Tod’s, di Parmalat, di Mediaset e di tante nostre aziende guidate da uomini famosi, intervistati dalle tv, amici dei politici, i nomi cui la gente pensa quando si parla della “classe dirigente”. Barbara, un ingegnere svizzero, è stata assunta dalla multinazionale quando aveva 28 anni. Una dozzina d’anni le sono bastati per arrivare ai vertici di una delle filiali maggiori del gruppo. Non è bellissima, non ha genitori importanti, le uniche armi che ha usato nella sua carriera sono l’intelligenza e il lavoro. Nel frattempo ha fatto due bambini. Il pubblico di oggi è composto da una trentina dei suoi sottoposti, radunati per un corso di formazione. La mattinata trascorrerà fra numeri e grafici, che Barbara spiegherà con voce placida, ridendo spesso e rispondendo a tutte le domande con pazienza. Barbara è una delle donne invisibili che raggiungono posizioni ambite e influenti, ma non appaiono mai nei mezzi di comunicazione. Fanno carriera senza accettare lo stereotipo della “donna manager”, la dirigente dai modi tranchant e dai tailleur di lusso, la femmina adatta a fare il capo così come la immaginano i maschi. Puntano solo sulle loro capacità e hanno la fortuna di incontrare capi che guardano più ai risultati aziendali che ai luoghi comuni su come dovrebbe comportarsi una donna. Quante donne come Barbara esistono, nel lavoro, nella politica, nelle università e nelle altre sedi del potere? Ancora poche e nel nostro Paese meno che altrove. Il soffitto di vetro che impedisce alle donne di talento di accedere alle posizioni di vertice ha molte cause, non tutte riconducibili a pregiudizi o discriminazione voluta. La competizione fra donne e uomini non è alla pari, perché le prime combattono da sole, mentre i secondi hanno alleate che arricchiscono, proteggono e organizzano la loro vita quotidiana. Come scrisse la pittrice Anna Lea Merritt: “L’ostacolo principale al successo di una donna è che non può avere una moglie”. La cultura contribuisce a escludere le donne dal potere quando le dipinge come inadatte (perché, si suppone, non portate al comando) o disinteressate (in quanto mosse da motivazioni ideali più alte, incarnate dalla maternità). Questi pregiudizi funzionano nel momento in cui convincono le donne stesse a evitare di concorrere per le posizioni più alte. Ci sono donne di talento che accettano posizioni professionali solide, ma non eccelse, all’ombra di capi uomini, dei quali conquistano la fiducia dimostrandosi poco ambiziose, così che non le giudichino pericolose. Si potrebbe obiettare che la cultura moderna, ormai paritaria, ha superato questi pregiudizi. Tuttavia, soprattutto in Italia, le posizioni di potere sono spesso occupate da una gerontocrazia: uomini di 60 o 70 anni, o ancora più anziani, nutriti non dalla cultura di oggi, ma da quella dell’epoca lontana in cui iniziarono la loro carriera. La stessa carenza attuale di donne al potere deriva in parte dal fatto che in quell’epoca molte donne di talento sceglievano di sacrificarsi per la famiglia o per l’insegnamento. Per questo motivo occorre felicitarsi dei successi professionali di donne come Barbara, giovani e mentalmente libere dai pregiudizi, che possono portare il vento della modernità in sedi del potere ancora inquinate da una cultura di genere superata.

B

Campagna coordinata da: NOV NOVAMONT VAMONT A sarà presente a TERRAFUTURA Fortezza For tezza da Basso Firenze 20 - 22 maggio 2011

COMUNICAZIONE COMUNICAZIONE S T R AT E T I C A STRATETICA

numero verde 800 93 33 94

Mater-Bi®: dalla terra alla terra In poche settimane di compostaggio un sacchetto in Mater Mater-Bi r--Bi® si tr trasforma asforma in concime per la terr terra. a. Scegliere gliere Mater-Bi Materr-Bi - ®, in particolare per i produttori biologici, è un atto di coerenza e impegno ambientale ambientale..

Icea e Novamont insieme per l’ambiente

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ISTITUTO

EcoComunicazine.it

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Prodotto in gr grandi andi quantità e personalizzato per il settore biologico biologico, o, SA SACCHETICO CCHETICO® darà la possibilità ai produttori agricoli e agli oper operatori atori dei negozi specializzati, sacchetti che CERT di distribuire sensibilizzano la clientela, I FI veicolano una campagna di grande grande valore valore sociale e riducono l’inquinamento l’inquinamento..

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Icea e Nov Novamont amont propongono ai produttori biologici, a costi promozionali, il SA SACCHETICO CCHETICO®: sacchetto in Mater-Bi Materr--Bi® biodegr biodegradabile adabile e compostabile compostabile..

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Icea, l’Istituto per la certificazione etica e ambientale ambientale,, insieme a Novamont, Novamont, produttore della prima bioplastica italiana, hanno perfezionato un aaccordo ccordo p per er d diffondere iffondere i p prodotti rodotti iin nM Mater-Bi ater-Bi® tra tra i produttori biologici.

Cominciamo dai sacchetti sacchetti

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L’AUTORE Nicola Misani è ricercatore di Economia e Gestione delle imprese presso il dipartimento di Management & Technology dell’università Bocconi. Si occupa di gestione aziendale, di responsabilità sociale delle imprese e di risk management. Cura un blog chiamato “La teiera” (http://lateiera. blogspot.com).

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ANNO 11 N.90

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GIUGNO 2011

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valori www.valori.it

anno 11 numero 90 Registro Stampa del Tribunale di Milano n. 304 del 15.04.2005 editore

Società Cooperativa Editoriale Etica Via Copernico, 1 - 20125 Milano promossa da Banca Etica soci

Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Arci, FairTrade Italia, Mag 2, Editrice Monti, Fiba Cisl Nazionale, Cooperativa Sermis, Ecor, Cnca, Fiba Cisl Brianza, Federazione Autonoma Bancari Italiani, Publistampa, Federazione Trentina delle Cooperative, Rodrigo Vergara, Circom soc. coop., Donato Dall’Ava consiglio di amministrazione

Paolo Bellentani, Antonio Cossu, Donato Dall’Ava, Giuseppe Di Francesco, Marco Piccolo, Fabio Silva, Sergio Slavazza direzione generale

Giancarlo Roncaglioni (roncaglioni@valori.it) collegio dei sindaci

La borsa non è un

O C O I G

Giuseppe Chiacchio (presidente), Danilo Guberti, Mario Caizzone direttore editoriale

Mariateresa Ruggiero (ruggiero.fondazione@bancaetica.org) direttore responsabile

Andrea Di Stefano (distefano@valori.it) caporedattore redazione (redazione@valori.it)

Via Copernico, 1 - 20125 Milano Paola Baiocchi, Andrea Baranes, Andrea Barolini, Francesco Carcano, Matteo Cavallito, Corrado Fontana, Emanuele Isonio, Michele Mancino, Mauro Meggiolaro, Andrea Montella, Jason Nardi progetto grafico e impaginazione

Francesco Camagna, Simona Corvaia (info@mokadesign.org) fotografie

stampa

Publistampa Arti grafiche Via Dolomiti 36, Pergine Valsugana (Trento) abbonamento annuale ˜ 10 numeri Euro 35,00 ˜ scuole, enti non profit, privati Euro 45,00 ˜ enti pubblici, aziende Euro 60,00 ˜ sostenitore abbonamento biennale ˜ 20 numeri Euro 65,00 ˜ scuole, enti non profit, privati Euro 85,00 ˜ enti pubblici, aziende come abbonarsi

I carta

ETICA SGR: VALORI IN CUI CREDERE, FINO IN FONDO. Etica Sgr è una società di gestione del risparmio che promuove esclusivamente investimenti finanziari in titoli di imprese e di Stati selezionati in base a criteri sociali e ambientali. L’investimento responsabile non comporta rinunce in termini di rendimento. È un investimento “paziente”, non ha carattere speculativo e quindi ben si coniuga con la filosofia di guadagno nel medio-lungo termine comune a tutti gli altri fondi di investimento. Parliamo di etica, contiamo i risultati. I fondi Valori Responsabili si possono sottoscrivere presso tutte le filiali e i promotori di Banca Popolare Etica, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare di Sondrio, Banca di Legnano, Simgest/Coop, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Casse Rurali Trentine, Banca Popolare dell’Alto Adige, Banca della Campania, Eurobanca del Trentino, Banca Popolare di Marostica, Eticredito, Cassa di Risparmio di Alessandria, Banca di Piacenza, Online Sim e presso alcune Banche di Credito Cooperativo. Per maggiori informazioni clicca su www.eticasgr.it o chiama lo 02.67071422. Etica Sgr è una società del Gruppo Banca Popolare Etica. Prima dell’adesione leggere il prospetto informativo. I prospetti informativi sono disponibili presso i collocatori e sul sito www.eticasgr.it

*LIPPER FUND AWARDS 2010

di credito sul sito www.valori.it sezione come abbonarsi Causale: abbonamento/Rinnovo Valori I bonifico bancario c/c n°108836 - Abi 05018 - Cab 01600 - Cin Z Iban: IT29Z 05018 01600 000000108836 della Banca Popolare Etica Intestato a: Società Cooperativa Editoriale Etica, via Copernico 1 - 20125 Milano Causale: abbonamento/Rinnovo Valori + Cognome Nome e indirizzo dell’abbonato I bollettino postale c/c n° 28027324 Intestato a: Società Cooperativa Editoriale Etica, via Copernico 1 - 20125 Milano Causale: abbonamento/Rinnovo Valori È consentita la riproduzione totale o parziale dei soli articoli purché venga citata la fonte. Per le fotografie di cui, nonostante le ricerche eseguite, non è stato possibile rintracciare gli aventi diritto, l’Editore si dichiara pienamente disponibile ad adempiere ai propri doveri.

Premio Migliori Risultati Categoria Risparmio Gestito

Premio Migliori Risultati Categoria Risparmio Gestito

Valori Responsabili Monetario e Valori Responsabili Obbligazionario Misto Rendimenti a tre anni (2006-2008)

MILANO FINANZA

GLOBAL AWARDS

2009

Valori Responsabili Obbligazionario Misto - Rendimento a un anno (2008)

globalvision

7

fotonotizie

8

dossier Womenomics L’altra metà dell’economia Il dibattito irrisolto sulle quote rosa Quanto si perde nel lavoro gratis Un tesoretto sottratto alle donne e finito al federalismo Nel Paese delle veline

14 16 18 20 22 24

bandabassotti

27

finanzaetica Bollette salate. Se il prezzo del gas è deciso solo da Eni Partecipazione/Eni. Banca Etica si allea coi consumatori Partecipazione/Enel. Azionisti critici all’assemblea blindata Riforma delle finanza. La strada da compiere Fund raising. Il web salverà la raccolta fondi?

28 32 33 35 36

ipotesidicomplotto

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economiasolidale Sbarco Gas 2011. A L’Aquila la scossa dell’economia solidale Attrezzarsi in tempo di crisi. “La rete fa la forza” Made in Italy a rischio/5: il pollo. Il monopolio del boiler sulle tavole d’Italia L’altra filiera: tu chiamali, se vuoi, amatori

internazionale 54 59 62

euronote

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altrevoci

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islamfinanzasocietà + consumiditerritorio

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bancor

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action!

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Società Cooperativa Editoriale Etica Il Forest Stewardship Council (Fsc) garantisce tra l’altro che legno e derivati non provengano da foreste ad alto valore di conservazione, dal taglio illegale o a raso e da aree dove sono violati i diritti civili e le tradizioni locali.

40 47 49 52

Tra Grecia e Turchia. L’altra porta per l’Europa Lavoro e diritti, se l’Italia parla cinese Contro le privatizzazioni della vita. Per la democrazia

LETTERE, CONTRIBUTI, ABBONAMENTI, PROMOZIONE COMUNICAZIONE, AMMINISTRAZIONE E PUBBLICITÀ

Valori Responsabili Monetario e Valori Responsabili Obbligazionario Misto Rendimenti a tre anni (2007-2009)

*LIPPER FUND AWARDS 2009

Foto di famiglia: mamma Martina e il piccolo Antonio, moglie e figlio del fotografo Simone Casetta.

Elisabetta Tramonto (tramonto@valori.it)

Simone Casetta (Anzenberger), Roberto Caccuri, Francesco Cocco, Alfredo Falvo, Martino Lombezzi, Christopher Olsson, Christian Sinibaldi (Contrasto), Mario Anzuoni (Reuters), Daniele Cavallotti

Fondi etici: l’investimento responsabile

SIMONE CASETTA / ANZENBERGER

giugno 2011 mensile

Via Copernico 1, 20125 Milano tel. 02.67199099 fax 02.67491691 e-mail redazione@valori.it ˜ amministrazione@valori.it info@valori.it ˜abbonamenti@valori.it


| globalvision |

Informazioni o regole

valori

Una banca centrale come amica

per vedere

quello che altri non vedono di Alberto Berrini

P

OCO PIÙ DI UN MESE FA (precisamente mercoledì 27 aprile 2011) si è tenuta la prima

conferenza stampa di un Governatore della Fed (Federal Reserve), in 97 anni di storia della Banca centrale statunitense. Del resto Bernanke, governatore dell’istituto, ha sempre sostenuto che «i banchieri centrali hanno la responsabilità di dare al pubblico quante più spiegazioni possibili». In realtà la glasnost (trasparenza) della Fed, ossia la ricerca di un dialogo con gli operatori economici, è un evidente segnale di impasse della politica monetaria della Banca centrale americana, sospesa tra la crescita moderata dell’economia Usa - fino al rischio di un ritorno della recessione - e “l’esuberanza irrazionale” (secondo l’ormai celebre espressione del predecessore di

Anno 11 numero 90. Giugno 2011. € 4,00

DOROTHEA SCHMID / LAIF

Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità C l’inocntinua h Ingre iesta mad die in nti a rie sc Italy il pe hio: sc e a pa g. 50

valori Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità

Supplemento > Finanza & società a tinu Conhiesta l’inc dientily Ita Ingdre in : e maa rischio llo il po .50

Anno 11 numero 88. Aprile 2011. € 4,00

valori Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità

VALENTINA RUGGIERO

valori

SIMONE CASETTA / ANZENBERGER

Anno 11 numero 89. Maggio 2011. € 4,00

C l’inocntinua h Ingre iesta mad die in nti a rie sch Italy il vin io: o a pag. 48

g a pa

Dossier > L’Italia ha un ritardo di innovazione decennale. Serve una politica industriale

Dossier > Più democratica o d’élite? Internet travolge il mondo dei libri e dell’arte

La bella economia

Il bit muta la cultura

Finanza > Nulla di nuovo allo sportello: alti rischi dietro promesse di guadagni facili Economia solidale > Dal “Villaggio della solidarietà” il diritto alla fuga per salvarsi Internazionale > L’Islanda ha staccato la spina alle banche ed è risalita dagli inferi

Finanza > Il fattore incertezza pesa sul nucleare. Aumentano i rischi assicurativi Economia solidale > Ridurre l’impatto ambientale. La sfida per le fiere sostenibili Internazionale > La mappa dei muri nel mondo: costose barriere contro i disperati

Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Trento - Contiene I.R.

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Economia in rosa Finanza > Bollette salate. Se il prezzo del gas dipende solo da Eni. E dal petrolio Economia solidale > Sbarco Gas 2011. A L’Aquila la scossa dell’economia solidale Internazionale > Immigrazione. Tra Grecia e Turchia, l’altra porta per l’Europa Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Trento - Contiene I.R.

Valori lo leggi solo nelle librerie Feltrinelli o nelle sedi di Banca Etica o abbonandosi. Basta scaricare l’apposito modulo dal sito di Valori, compilarlo e rispedirlo via e-mail a abbonamenti@valori.it o via fax alla Società Cooperativa Editoriale Etica (02 67491691), allegando la copia dell’avvenuto pagamento (a meno che si usi la carta di credito).

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Bernanke, Alan Greenspan), che ormai da molti mesi caratterizza i mercati finanziari.

dalla finanza creativa, garantisce “l’effetto valanga”.

Il quantitative easing ha agevolato le speculazioni

Passata la crisi, si torna all’antico

In assenza di un’incisiva politica fiscale a soMolti giornali in questi giorni stegno della domanda e dell’occupazione, hanno parlato del “ritorno dei come più volte denunciato dall’economista signori di Wall Street” per sotkeynesiano Paul Krugman, le prospettive di tolineare che nulla è cambiato crescita dell’economia statunitense sono, a oltre tre anni da quella che infatti, state ancora una volta affidate alla sarà ricordata come la “crisi pioggia di liquidità che la Fed ha fornito subprime”. Una crisi paragonasoprattutto, ma non solo, sotto forma di bile solo “a quella del ’29” e che bassi tassi di interesse - al sistema econosolo grazie a uno straordinario mico americano. - sia nella modalità che nella Tale liquidità, come del resto era scontaquantità - intervento pubblico, to, è stata per lo più utilizzata dai mercati fidi cui per anni pagheremo i conanziari per operazioni speculative. sti, non si è trasformata in una Indebitarsi in dollari a un tasso di inteGrande Depressione, come apBen Bernanke, numero uno della Federal Reserve. resse dello 0,25% per investire in materie punto quella degli anni Trenta. viceversa rientrare velocemente dal debito. prime, azioni o obbligazioni denominate Non è dunque un caso che gli stessi Ma il comportamento simultaneo di tutti in altra valuta, ma con tassi di interesse reoperatori di Wall Street abbiano bollato la coloro che hanno speculato, tramite l’utilativamente “alti”, diventa “un gioco da conferenza stampa di Bernanke come brillizzo dei soliti esplosivi strumenti forniti ragazzi”, o almeno è così fino a quando la liantly boring (fantasticamente noiosa). E moneta americana è percepita come dargli torto se nulla è cambiato? Ben in cronico ribasso. Bernanke, che si è laureato con una tesi La decisione di Bernanke In caso contrario, cioè quandi convocare la prima conferenza sulla crisi del ’29, dovrebbe saperlo: i merdo si invertono le aspettative cati finanziari non devono essere informastampa nella storia della Fed sul cambio del dollaro, bisogna ti, ma regolati. indica l’impasse dell’istituto

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MARIO ANZUONI / REUTERS

Auto Perché la Fiat non riesce ad essere competitiva

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La Fiat non è in grado di competere con i principali competitors stranieri, tanto più in un settore in sovrapproduzione come quello dell’auto. È l’opinione di Roberto Romano, economista della Cgil, secondo cui l’industria torinese «è da tempo fuori mercato. Il problema Fiat è solo industriale». «La crisi del settore - continua Romano - non è un fenomeno aneddotico, piuttosto l’effetto di un graduale e inesorabile processo di ridimensionamento del comparto nell’ambito della produzione industriale complessiva, occorre un progetto all’altezza. Oggi si profilano due mercati: da un lato vetture di nuova generazione a basso impatto ambientale per i mercati rigidi dei Paesi ricchi; dall’altro vetture low cost per i mercati a ridotto tasso di motorizzazione». «La Fiat - prosegue Romano sconta una forte arretratezza, caratterizzata dall’assenza di una politica capace di agire sui costi fissi e pronta invece a tagliare sui variabili. Lavoro in primis. Un tratto caratteristico della gestione di una società prima della sua “privatizzazione-cessione». Secondo il sindacalista sarebbe compito della Commissione europea «guidare il processo di ristrutturazione dell’intero settore. Se l’Europa non interviene, l’unico equilibrio che rimane è quello determinato dal dumping fiscale e salariale che si realizza nei singoli Paesi». L’Ue potrebbe assumere un ruolo almeno pari a quello avuto nell’esperienza dell’industria aerospaziale: «A quel punto Marchionne sarebbe costretto a misurarsi con il mercato e non sui profili dei contratti e delle agevolazioni fiscali», conclude Romano. A sinistra, Sergio Marchionne, Ad di Fiat, circondato a Los Angeles dai giornalisti dopo l’acquisizione della Chrysler.

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ALFREDO FALVO / CONTRASTO

Portogallo Perché non usare le riserve d’oro per ridurre gli aiuti?

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Il governo portoghese ha raggiunto lo scorso 4 maggio un accordo con l’Unione europea e il Fondo monetario internazionale sull’ammontare e sui termini del salvataggio d’emergenza richiesto dal governo dimissionario di José Socrates. A quest’ultimo saranno concessi 78 miliardi di euro, “spalmati” su un periodo di tre anni, al fine di consentire una riduzione più graduale del deficit pubblico. Eppure le autorità di Lisbona avrebbero un’altra carta da giocare: le riserve di oro, del valore di 20,7 miliardi di dollari. Si tratta del 9% del Pil, il dato più alto d’Europa. Secondo alcuni economisti una cessione di un simile tesoro basterebbe a diminuire di un quinto l’ammontare del maxi-prestito. Perché allora non fare leva su questa ricchezza, almeno in parte? Sembra un mistero. Il Portogallo ha preferito scegliere la via dell’aiuto Ue/Fmi, del quale, mentre questo numero di Valori va in stampa, ancora non si conoscono i principali dettagli. Soprattutto non si sa quale sarà il tasso di interesse che verrà applicato. Quest’ultimo costituisce un parametro fondamentale, dal momento che anche le altre due economie “periferiche” dell’Eurozona che hanno ricevuto aiuti internazionali, Grecia ed Irlanda, stanno tentando di rinegoziare i termini dei loro prestiti. Ciò che è chiaro è che a Lisbona sono stati richiesti, sin da subito, ulteriori sforzi per ridurre il deficit di bilancio. Un’austerity che peserà in modo significativo sull’economia locale: il ministro delle Finanze Fernando Teixeira dos Santos ha fatto sapere che ciò si tradurrà in una recessione biennale, pari al 2% sia nell’anno in corso che nel 2012. Una cifra doppia rispetto a quella che lo stesso responsabile economico di Lisbona aveva prospettato solo due mesi fa. Un peso che dovranno reggere anche i piccoli ristoranti “a basso prezzo” di Lisbona, come questo fotografato nella zona del Chiado. |

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FRANCESCO COCCO / CONTRASTO

Petrolio Materie prime, si sgonfia la bolla. E ora?

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La piattaforma petrolifera Vega-Alpha di Edison al largo di Ragusa: un’esercitazione di controllo di un idrante. Il crollo delle commodities registrato nella prima settimana di maggio sui mercati internazionali sembra aver colto di sorpresa alcuni attori della finanza globale. Clive Capital, il principale hedge fund specializzato sulle materie prime, ha lasciato, ad esempio, sul campo oltre 400 milioni di dollari, soprattutto a causa del calo del petrolio. In una lettera agli investitori ha puntato il dito contro i movimenti “straordinari” registrati sui prezzi, spiegando come si sia trattato di “un evento raro”. Ma Clive non è il solo fondo ad aver vacillato: una situazione del tutto simile è stata registrata dall’Astenbeck Capital, che secondo gli investitori è incorso in ingenti perdite. Eppure sembra impossibile affermare che dell’imminente sgonfiamento della “bolla” non si fosse consci. Numerosi analisti nei mesi scorsi avevano sottolineato le attività speculative che hanno spinto ai massimi storici non solo il greggio, ma anche rame, alluminio (scesi in pochi giorni rispettivamente del 5 e del 7%) e - soprattutto i metalli preziosi. Su tutti l’argento, che dopo aver raddoppiato in sei mesi il proprio valore, ha perso nella sola giornata di lunedì 2 maggio il 12% e il 30% nel corso dell’intera settimana. Forse gli analisti non si aspettavano un’inversione di tendenza così repentina. E, in questo senso, si potrebbe affermare che gli stessi speculatori sono stati tratti in inganno dalle loro medesime manovre. Dai loro comportamenti finanziariamente “schizofrenici”. A conferma del fatto che a governare le dinamiche della finanza sono elementi che poco hanno a che vedere con le reali condizioni dell’economia internazionale. Crollata la speculazione sulle materie prime, c’è da scommettere sulla crescita immediata di nuove bolle su altri asset. Finché, un giorno, il “giocattolo” non si romperà definitivamente. |

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dossier

MARTINO LOMBEZZI / CONTRASTO

a cura di Paola Baiocchi, Francesco Bianco, Matteo Cavallito, Mario D’Acunto

L’altra metà dell’economia >16 Il dibattito irrisolto sulle quote rosa >18 Quanto si perde nel lavoro gratis >20 Conciliare tempi di vita e tempi di produzione >21 Un tesoretto sottratto alle donne. E finito al federalismo >22 Nel Paese delle veline >24 Provocare i cambiamenti >25

Una riunione di lavoro di un gruppo di donne manager del gruppo Deborah, azienda italiana specializzata nei prodotti cosmetici e di bellezza.

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womenomics

Donne pilastro dell’economia Politiche per la parità di genere e la conciliazione lavoro-famiglia avvantaggiano uomini e donne. E la presenza femminile nel mondo del lavoro porta benefici anche economici | 14 | valori |

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PRESENZA DELLE DONNE NELLE COMPAGNIE PRIVATE 50

Indagine su un campione di oltre 3.400 compagnie private

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Stati Uniti

Inghilterra

Turchia

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Spagna

10

Svizzera

20

Norvegia

L’idea originaria la si deve all’analista di Goldman Sachs, Kathy Matsui, responsabile, nel 1999, di un report destinato a fare storia (vedi BOX ). L’idea è semplice quanto efficace, «analizzare - spiega oggi Paola Profeta, docente di Scienza delle finanze presso l’università Bocconi di Milano - i vantaggi che derivano da una maggiore presenza femminile nel sistema economico. Una presenza

0,4257 0,4225 0,4077 0,4025 0,4003 0,3980 0,3856 0,3351 0,3059 0,1951

La lezione giapponese trova un immediato riscontro in un’economia per molti versi gemella: quella italiana. Nella Penisola, dove l’invecchiamento della popolazione, la crescita ridotta (con ovvie ricadute sul rapporto debito/Pil) e il generale senso di stagnazione dominano da anni il dibattito sul rilancio, i dati sull’economia al femminile sembrano offrire risposte esaurienti. In Italia «il tasso di occupazione femminile si colloca al 46% (ma al Sud si scende anche al 30%), il livello più basso tra i Paesi dell’Unione con l’eccezione di Malta», spiega Paola Profeta. Che continua: «Siamo ancora

Messico

Womenomics

I 10 PEGGIORI 125 Iran 126 Giordania 127 Marocco 128 India 129 Oman 130 Siria 131 Turchia 132 Arabia Saudita 133 Pakistan 134 Yemen

L’Italia in ritardo...

Giappone

0,8789 0,8746 0,8306 0,8288 0,8113 0,7992 0,7870 0,7768 0,7743 0,7707 0,5893

Italia

I TOP 10 1 Lesotho 2 Mongolia 3 Norvegia 4 Bahamas 5 Mozambico 6 Usa 7 Barbados 8 Canada 9 N. Zelanda 10 Moldova 97 Italia

India

e le sue conseguenze in termini di accresciuta incertezza per il futuro del Paese, a fronte di costi finanziari ancora sconosciuti, hanno rilanciato implicitamente un’idea nient’affatto nuova, sostanzialmente latente, eppure mai sopita. Quella, cioè, di una strada di ripresa capace di passare per lo sviluppo di una risorsa sottoutilizzata: quell’immenso agglomerato di consumi, capacità produttive e idee, rappresentato da milioni di donne.

PARTECIPAZIONE E OPPORTUNITÀ ECONOMICA

E dire che le soluzioni non mancherebbero. Nei Paesi dove il gap di genere si è ridotto si è evidenziato da subito un risultato per certi versi sorprendente: l’aumento della natalità. In Norvegia, terza nella classifica mondiale stilata dal World Economic Forum in termini di partecipazione e opportunità economiche (livello salariale, presenza occupazionale e accesso ai lavori qualificati) (vedi TABELLA ) ogni donna mette al mondo in media due figli. Negli Usa (6°) si sale a quota 2,1. In Italia si resta fermi all’1,4. Una cifra emblematica di quelle carenze legislative e strutturali che penalizzano un genere e, con esso, la società intera.

Grecia

FONTE: WORLD ECONOMIC FORUM, GLOBAL GENDER GAP REPORT 2010, WWW.WEFORUM.ORG INDAGINE SU 134 PAESI. PUNTEGGIO: 1=LIVELLO MASSIMO, 0=LIVELLO NULLO

remoto dello scorso 11 marzo, ma sta di fatto che il disastro naturale

...e senza futuro

Germania

ci, ovviamente, si sarebbe augurato che lo scossone arrivasse dal ter-

se in termini di flessibilità, attraverso soluzioni come il part time o il tele lavoro». Un’occasione sprecata, insomma, almeno stando alle stime fornite ancora da Goldman Sachs. Colmare il divario occupazionale di genere in Eurolandia implicherebbe una crescita del Pil pari al 13%. In Italia il dato salirebbe addirittura al 22%.

Francia

della popolazione attiva”. Nemmeno il più stakanovista dei nipponi-

Finlandia

po vent’anni di stagnazione economica e quasi quindici di declino

R. Ceca

crisi capace di scuotere il Paese dal suo stato di letargia radicatosi do-

Canada

tannico lo scorso novembre - sembrano quasi in attesa di un’adeguata

Brasile

l’autorevole The Economist. “I giapponesi - scriveva il settimanale bri-

molto lontani dall’obiettivo del 60% fissato da Lisbona per il 2010 e successivamente rilanciato al 75% per il 2020». Un ritardo figlio di fattori culturali («una tendenza alla divisione dei ruoli tra lavoro domestico, per le donne, e lavoro sul mercato, per gli uomini, che influisce sulla percezione stessa da parte della società»), ma anche strutturali. In un Paese che, ricorda ancora la Profeta, «spende appena l’1,36% del Pil per i trasferimenti alle famiglie contro il 3% della Francia» e in cui «solo il 12,7% dei bambini tra gli zero e i 3 anni può contare su un posto in asilo nido (contro il 54% dei coetanei Usa e il 34% dei britannici registrato nel 2006 ndr), a fronte dell’obiettivo di Lisbona del 33%», non stupisce che la conciliazione maternità/lavoro sia spesso improponibile. «In Italia il 27% delle donne esce dal mercato del lavoro alla nascita del primo figlio, di queste soltanto una su tre torna a lavorare» spiega Daniela Del Boca, docente di Economia politica all’università di Torino. «In questo contesto - sottolinea - manca completamente un’adeguata offerta delle impre-

Belgio

dendo un’affermazione espressa in tempi non sospetti dal-

che ha rappresentato negli ultimi decenni il principale fattore di crescita, generando un beneficio per l’intero sistema». La chiave di lettura è tutta qui. Nell’ultimo mezzo secolo l’aumento dell’impiego femminile ha trascinato le economie di tutto il mondo. Il gap economico tra uomini e donne si è progressivamente ridotto. Laddove il divario è rimasto ampio la crescita è stata più contenuta se non, di fatto, quasi nulla, come evidenzia proprio il caso del Giappone, la più stagnante e “diseguale” delle economie avanzate (vedi BOX ). La lezione è scontata: ridurre il gap di genere non rappresenta solo un problema “femminile”. È la strada principale per la realizzazione di un beneficio complessivo dell’intera società. Il principio stesso di una disciplina conosciuta da oltre un decennio come Womenomics e oggi più che mai attuale.

Austria

L

a provocazione l’ha lanciata il mensile The Atlantic, ripren-

PERCENTUALE DEI DICHIARANTI

di Matteo Cavallito

13% FINLANDIA 12% NORVEGIA 12% TURCHIA 11% BRASILE 11% ITALIA 9% SPAGNA 6% GERMANIA 4% AUSTRIA 4% GIAPPONE 0% BELGIO 0% CANADA 0% FRANCIA 0% GRECIA 0% INDIA 0% MESSICO 0% OLANDA 0% REGNO UNITO 0% REP. CECA 0% SVIZZERA 0% USA FONTE: WORLD ECONOMIC FORUM, CORPORATE GENDER GAP REPORT 2010, WWW.WEFORUM.ORG

“CHE COS’HANNO IN COMUNE i telefoni cellulari, internet, i computer, le minicar, i condomini e i beni di lusso? Le donne giapponesi”. Inizia con questa riflessione Womenomics - Buy the female economy, la sorprendente ricerca pubblicata nel 1999 dall’analista di Goldman Sachs, Kathy Matsui, con la collaborazione di Hiromi Suzuki e Yoko Ushio. Un’indagine rivoluzionaria, capace di dar vita a una nuova disciplina: lo studio del potenziale economico delle donne. Punto di partenza è il beneficio complessivo dell’aumento della capacità di spesa di genere. Nell’ultimo decennio del XX secolo, notò la Matsui, il valore delle azioni di un paniere di 115 imprese che si avvalevano prevalentemente di clientela femminile (vestiti, cibo precotto, prodotti di bellezza, ma non solo) era cresciuto del 96% contro il 13% dell’indice della Borsa locale. Tradotto: una crescita dell’occupazione delle donne, condizione fondamentale per l’aumento del loro potere d’acquisto, avrebbe garantito enormi opportunità di crescita. Un aumento del tasso di partecipazione economica delle donne dal 50% dell’epoca al 59% (il livello statunitense nel 1999) avrebbe garantito da solo una crescita del Pil pari allo 0,3% annuo per almeno un decennio. Una lezione caduta nel vuoto. Oggi, nota il mensile The Atlantic, il tasso di occupazione degli uomini in Giappone è superiore del 20% a quello delle donne, “il divario più grande nel mondo industrializzato”. In media, il valore degli stipendi delle donne non supera il 70% di quello dei colleghi uomini. M.C.

PERCENTUALE DI DONNE TRA GLI AMMINISTRATORI DELEGATI (CEO) IN 20 PAESI

Paesi Bassi

L’altra metà dell’economia

WOMENOMICS LA RISORSA CHE SALVEREBBE IL GIAPPONE

FONTE: WORLD ECONOMIC FORUM, CORPORATE GENDER GAP REPORT 2010, WWW.WEFORUM.ORG INDAGINE SU UN CAMPIONE DI OLTRE 3.400 COMPAGNIE PRIVATE

| dossier | womenomics |

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Il dibattito irrisolto sulle quote rosa

Il reparto filatura dell’azienda tessile Berto E.G. a Bovolenta (Padova), dicembre 2010.

Sistema giusto o provvedimento discriminante? L’assegnazione alle donne di rappresentanze minime garantite costituisce ancora un tema di difficile soluzione. Tanto nelle imprese quanto nei governi. di Matteo Cavallito N ORIGINE FU LA NORVEGIA, apripista di un provvedimento tanto radicale quanto discusso. Nel 2004 una legge di nuova concezione impose a tutte le compagnie quotate alla Borsa di Oslo di garantire una rappresentanza minima del 40% alle donne presenti nei loro consigli di amministrazione. Un’autentica rivoluzione in un Paese in cui la presenza femminile nei Cda aveva raggiunto due anni prima appena il 6% sul totale dei posti disponibili. Nel 2009 il traguardo era stato conquistato.

I

Rappresentate per decreto

le donne nei Cda avrebbe migliorato le performance aziendali”. E ancora: “Trovare donne qualificate in un Paese dove fino al 2003 la presenza femminile nei consigli era pari soltanto al 9% rappresentava una sfida”. Un problema reale? Secondo Alessandra Casarico, docente di Scienza delle Finanze presso l’università Bocconi di Milano, decisamente no. «La necessità di trovare in tempi rapidi le opportune competenze - spiega - può essere un problema, ma in sostanza resta soprattutto una scusa. In Norvegia i problemi sono stati temporanei, ma alla fine è stato trovato un adeguato numero di donne qualificate». Secondo l’Economist non mancano gli studi a sostegno della tesi “più donne uguale maggiore corporate performance” (si pensi allo studio della società newyorchese Catalyst, 2007),

L’esperienza norvegese è stata da allora al centro di lunghissimi dibattiti costruiti attorno alla domanda di sempre: è giusto riservare alle donne una rappresentanza fissa a prescindere dai criteri oggettivi di selezione, a cominciare dal merito? “Il governo norvegese - ha scritto L’Italia è vicina all’approvazione l’Economist - era interessato a un di una legge che imponga una principio di giustizia sociale; quota minima di donne nei Cda: non affermò che l’aumento delil 20% dal 2012 e il 30% dal 2015

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ma “le evidenze accademiche sul rapporto causa-effetto restano scarse”. In attesa di risolvere la questione, resta comunque chiara la domanda di fondo: al meccanismo delle quote non sarebbe preferibile un sistema autenticamente meritocratico? «Sì - risponde Paola Profeta - se le donne partecipassero a una competizione equa. In realtà si trovano spesso a gareggiare in una vera e propria corsa ad ostacoli. Non dimentichiamo inoltre che le donne sono ormai più istruite degli uomini: su 100 laureati in Italia 60 sono donne e, quindi, la qualità tra le donne non manca e non possiamo certo parlare di meritocrazia se non riusciamo a valorizzare in modo appropriato i talenti e le competenze femminili». In Italia è vicina all’approvazione una proposta di legge che imponga una quota minima di donne nei Cda pari al 20% a partire dal 2012 e al 30% dal 2015. Il provvedimento prevede comunque una durata limitata: tre mandati dei Cda, altrettanti dei collegi sindacali.

Punteggio 1=livello massimo, 0=livello nullo. I TOP 10 1 Islanda 2 Norvegia 3 Finlandia 4 Svezia 5 N. Zelanda 6 Irlanda 7 Danimarca 8 Lesotho 9 Filippine 10 Svizzera 74 Italia

0,8496 0,8404 0,8260 0,8024 0,7808 0,7773 0,7719 0,7678 0,7654 0,7562 0,6765

I 10 PEGGIORI 125 Egitto 126 Turchia 127 Marocco 128 Benin 129 A. Saudita 130 C. d’Avorio 131 Mali 132 Pakistan 133 Chad 134 Yemen

0,5899 0,5876 0,5767 0,5719 0,5713 0,5691 0,5680 0,5465 0,5330 0,4603

*IL GLOBAL GENDER GAP INDEX è l’indice, calcolato dal Word Economic Forum, che misura il divario tra uomini e donne in termini di pari opportunità. Vengono analizzate 134 nazioni. Nel 2010 l’Italia è ulteriormente peggiorata, passando dal 72° al 74° posto, superato da Malawi e Ghana.

Una questione politica Il tema delle quote si rivela ancora più problematico nella rappresentanza politica,

PRESENZA DI DONNE IN PARLAMENTO Indagine su 134 Paesi. I TOP 10 1 Ruanda 2 Svezia 3 Sud Africa 4 Cuba 5 Islanda 6 Finlandia 7 Norvegia 8 Belgio 9 Olanda 10 Mozambico 51 Italia I 10 PEGGIORI 128 Yemen 129 Belize 129 Micronesia 129 Nauru 129 Oman 129 Palau 129 Qatar 129 A. Saudita 129 Solomon Islands 129 Tuvalu

56,3% 45,0% 44,5% 43,2% 42,9% 40,0% 39,6% 39,3% 39,3% 39,2% 21,3%

0,3% 0,0% 0,0% 0,0% 0,0% 0,0% 0,0% 0,0% 0,0% 0,0%

dove le disuguaglianze si manifestano nel modo più evidente su scala internazionale. «Quando le donne diventano policy maker c’è una maggiore attenzione per i temi che le riguardano», spiega Alessandra Casarico. Insomma, più le donne sono presenti in Parlamento, più sono tutelati i loro diritti. Fin qui tutto bene, se non fosse che il tra-

DIFFERENZA DI GENERE NEL MONDO IL POSTO MIGLIORE PER TUTELARSI DALLO STALKING? La Lituania. Per l’educazione sessuale e la contraccezione? Rispettivamente la Danimarca e l’Olanda. I congedi parentali più efficienti? In Svezia, naturalmente. Esalta il Nord Europa, almeno in parte, il pacchetto delle 14 migliori leggi del Continente per i diritti delle donne presentato nel novembre scorso dalla Casa internazionale delle donne di Roma e dall’associazione francese Choisir. Una geografia legislativa in linea con l’ultimo rapporto sul Global gender gap realizzato dal World Economic Forum (www.weforum.org), che ha confrontato alcune variabili chiave cui è attribuito un punteggio indicizzato tra 0 (livello minimo, situazione peggiore) e 1 (situazione ottimale). È l’Islanda il miglior Paese in cui una donna possa vivere in condizioni di maggior tutela e di minore discriminazione. Un primato che consente all’isola di primeggiare sugli altri luoghi ideali della classifica dove la Scandinavia trionfa davanti a Nuova Zelanda, Irlanda e Danimarca, 5°, 6° e 7°, in una graduatoria di 134 Paesi chiusa da Pakistan, Chad e Yemen. L’economia resta un campo discriminante, ma è la politica a segnare i punteggi peggiori. I “nordici” primeggiano anche lì, ma con un indice inferiore a quello complessivo (l’Islanda vince su tutti con lo 0,67, ben al di sotto della sua media complessiva che sfiora lo 0,85). Quattro Paesi - Belize, Brunei, Arabia Saudita e Qatar - totalizzano un inquietante 0,0. Determinante la rappresentanza delle donne in Parlamento. A dominare la classifica, il Ruanda, l’unico Paese del Pianeta in cui le donne costituiscono la maggioranza dei deputati: circa 56 su 100. Seguono Svezia (45%), Sud Africa (44,5%) e Cuba (43,2%). L’Italia è 51esima con il 21,3% dei seggi occupati dalle donne. Nella classifica globale del gap di genere, ci piazziamo al 74esimo posto, preceduti dalla Repubblica Dominicana e tallonati dal Gambia.

FONTE: WORLD ECONOMIC FORUM, GLOBAL GENDER GAP REPORT 2010, WWW.WEFORUM.ORG

Alessandra Casarico Paola Profeta Donne in attesa. L’Italia della disparità di genere Egea, 2010

THE GLOBAL GENDER GAP INDEX 2010*

FONTE: INTER-PARLIAMENTARY UNION, WWW.IPU.ORG, DATI AL 31 MARZO 2011 PRESENZA ALLA CAMERA BASSA O SINGOLA

LIBRI

FONTE: WORLD ECONOMIC FORUM, GLOBAL GENDER GAP REPORT 2010, WWW.WEFORUM.ORG

| dossier | womenomics |

ROBERTO CACCURI / CONTRASTO

| dossier | womenomics |

INDICE POLITICAL EMPOWERMENT Indagine su 134 Paesi. Punteggio 1=livello massimo, 0=livello nullo. I TOP 10 1 Islanda 2 Finlandia 3 Norvegia 4 Svezia 5 Spagna 6 Sri Lanka 7 Irlanda 8 N. Zelanda 9 Sud Africa 10 Danimarca 57 Italia

0,6748 0,5686 0,5614 0,4706 0,4258 0,4103 0,3985 0,3792 0,3773 0,3695 0,1523

I 10 PEGGIORI 125 Egitto 126 Ungheria 127 Libano 128 Oman 129 Iran 130 Yemen 131 Belize 131 Brunei 131 Qatar 131 A. Saudita

0,0311 0,0309 0,0283 0,0256 0,0165 0,0165 0,0000 0,0000 0,0000 0,0000

guardo di una rappresentanza garantita rischia di perdere di significato in assenza di una selezione democratica e meritocratica della classe dirigente. Ma questo, ovviamente, non è certo un problema di genere. «Mi rendo conto - spiega Daniela Del Boca - che la questione della rappresentanza politica risulti particolarmente problematica. Al tempo stesso, però, è importante sottolineare che, quando le donne sono state incentivate a partecipare più attivamente, i risultati non sono mancati. E, in questo caso, anche il principio delle quote si è rivelato utile». Il riferimento corre proprio all’Italia. Dall’aprile ’93 al settembre ’95 una legge impose le cosiddette quote rosa in occasione delle elezioni comunali. Dopo l’abolizione del provvedimento per incostituzionalità, rivelò una ricerca degli economisti Maria De Paola e Vincenzo Scoppa, gli oltre settemila comuni che avevano dovuto adeguarsi alla legge continuarono, nelle successive elezioni, a registrare una presenza femminile più elevata nei loro consigli rispetto ai quasi 400 che, causa un diverso calendario elettorale, non avevano mai sperimentato quell’obbligo nel triennio in cui era stato in vigore.

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| dossier | womenomics |

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123

Inghilterra

di Paola Baiocchi le donne e gli uomini italiani al lavoro non E NON VOGLIAMO PARLARE di complotto contro le donne retribuito: è in media di cinque ore al giorper tenerle il più possibile a no per le donne, occupate in lavori di procasa o per bloccarle ad occuparsi solo del duzione domestica come la cura dei bamproprio aspetto fisico, dobbiamo prendere bini, la pulizia della casa, la cucina, atto che è un “periodaccio” per il genere l’assistenza agli anziani o ai disabili. Menfemminile. In tempi di crisi economica e di tre gli uomini occupano 100 minuti al giorriduzione del welfare potrebbe sembrare in- no (1 ora e 40) in lavori prevalentemente di generoso parlare di donne, soprattutto in altro genere, come occuparsi della macchitermini di contrapposizione a tutte le altre na o della manutenzione della casa. fasce della popolazione in difficoltà: giovani in cerca di prima occupazione, anziani, Tre ore e quaranta (!) disoccupati in età avanzata, ecc. Infatti con- La differenza è di 223 minuti, circa tre ore trapporre i problemi vorrebbe solo dire fare e quaranta. Il dato è stato pubblicato dalil gioco del “nemico”, perché sono facce l’Organizzazione per la cooperazione e lo della stessa medaglia: ogni donna che lavo- sviluppo economico (Ocse) e, tra i suoi Inra genera “un indotto” di tre/sette posti di dicatori di sviluppo economico, è risultato lavoro (a seconda degli studi considerati). uno dei peggiori (vedi TABELLA ). Un preceE ogni sottrazione di welfare riporta a dente studio del 2007, condotto su un casa le donne che, soprattutto nella nostra campione ridotto di Paesi (Olanda, Usa, cultura, sono quelle che dedicano più tempo ai lavori di Mancano i nuovi decreti attuativi cura. Una prova arriva dalla della legge 53 che renderebbero pubblicazione della differenstrutturali gli interventi a sostegno za tra il tempo che dedicano di lavoratrici e lavoratori

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Spagna

OECD

0

a tutta la società: ogni donna che lavora genera dai tre ai sette posti di lavoro.

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Attivare politiche di conciliazione tra lavoro e vita privata fa bene

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261

Germania, Italia) dalla Fondazione Debenedetti, fissava in 75 minuti la differenza di genere negli impegni non remunerati degli italiani: 13 minuti la differenza in Olanda, 8 in Germania, 4 negli Usa. Lo stesso studio calcolava che i lavori non retribuiti delle donne rappresentavano il 23% del Pil italiano, circa 308 miliardi di euro. Segno che persistono in Italia una serie complessa di fattori culturali e sociali, esasperati dalla crisi economica, che incentivano il lavoro non retribuito delle donne. È da segnalare anche un’ottica pietistica nell’impostazione delle politiche di sostegno alla conciliazione lavoro/famiglia, che rende episodici degli interventi che dovrebbero essere strutturali.

FONTE: SOCIETY AT A GLANCE. INDICATORI SOCIALI OCSE, 2011

122

260

Messico

105

232

Turchia

104

Francia

100

Germania

200

223

Portogallo

187

Italia

(minuti per giorno)

300

Quanto si perde nel lavoro gratis

S

IL SOFFITTO DI CRISTALLO IN LABORATORIO È FATTO ANCHE DI FURTI DI NOBEL

5 ORE AL GIORNO DI LAVORO delle donne italiane non sono retribuite (cucina, pulizia, assistenza, ecc.): 223 minuti al giorno (3 ore e 40 minuti circa) in più degli uomini, che occupano nel lavoro non retribuito, diverso da quello delle donne, 100 minuti al giorno (cura dell’automobile, manutenzione della casa, ecc.). La differenza rappresenta la più ampia disparità di genere nei Paesi Ocse dopo Messico, Turchia e Portogallo. In media, nei Paesi Ocse, le donne consacrano 2 ore e mezza al giorno in più rispetto agli uomini al lavoro non retribuito.

Stati Uniti

L’ARTICOLO 9 DELLA LEGGE 53/2000, attualmente ferma in attesa di nuovi decreti attuativi, contiene misure innovative per favorire la conciliazione tra vita lavorativa e vita privata dei lavoratori padri e madri, nel caso di lavoro dipendente, autonomo e d’impresa. I casi per i quali è possibile chiedere il finanziamento a fondo perduto sono molti: forme di flessibilità degli orari e dell’organizzazione del lavoro, per esempio attraverso banche delle ore, part time reversibili, telelavoro, lavoro a domicilio, orario concentrato, flessibilità in entrata e in uscita. Hanno priorità i genitori con bambini fino a 8 anni di età o 12 in caso di affidamento o di adozione, oppure per la cura di altri familiari non autosufficienti. Prevede progetti che consentano la sostituzione del/la titolare d’impresa o del/la lavoratrice autonoma in periodo di astensione obbligatoria o dei congedi parentali. Sono finanziabili programmi di formazione per il reinserimento dei lavoratori dopo il congedo di paternità o di maternità. Condizione per accedere ai finanziamenti è che le azioni siano attuate attraverso accordi contrattuali. Pa. Bai.

DIFFERENZA ORARIA DONNA/UOMO NEL LAVORO NON RETRIBUITO

Danimarca

UNA LEGGE TRA LAVORO E FAMIGLIA

CHI IMMAGINA GLI SCIENZIATI COME PERSONE IMMERSE SOLO NELLE LORO RICERCHE SBAGLIA. Molto spesso le motivazioni intrinseche dei ricercatori sono gli stuzzicanti privilegi che il denaro e la fama offrono. In questa ricerca di un posto al sole nella storia della ricerca scientifica c’è un piccolo problema, bisogna arrivare primi e anche avere meno soci possibili con cui dividere onori e gloria. Questo genera una “lotta di classe” all’interno della comunità scientifica, dove chi ha alcuni vantaggi di rendita (il professore con lo studente, per esempio, o gli uomini nei confronti delle donne) tende a sfruttarli a proprio vantaggio. Così la storia delle più importanti scoperte scientifiche è costellata di autentici furti accompagnati da cambi di identità dello scopritore. Il caso forse più clamoroso è quello di Rosalind Franklin. Fondamentale fu il contributo che diede per l’identificazione della struttura a doppia elica del Dna. Dopo la morte della Franklin, il premio Nobel per questa scoperta fu assegnato nel 1962 ai suoi colleghi Francis Crick e James Watson che, come rivelato molto dopo da Watson nel libro “La doppia elica”, sottrassero furtivamente dal laboratorio della scienziata i dati della diffrazione ai raggi X del Dna. Purtroppo il premio Nobel non può assere assegnato postumo e nemmeno tolto ai ladri. Altri casi su cui non sappiamo il vero peso di una donna dietro importanti scoperte e teorie sono quelli dei rapporti familiari: così è stato per Tycho e Sophie Brahe (fratello e sorella) alla fine del ’500 o nel caso di Albert e Mileva Maric-Einstein, marito e moglie. Studiarono e lavorarono insieme nel periodo cruciale della formulazione della teoria della relatività, al punto che si definivano “ein stein” (una sola pietra) e il lavoro di Mileva si confuse talmente con quello di Albert che non è più possibile ricostruirlo e capire quanto meritasse il Nobel assegnato al marito. I due si separano nel 1914. Anni dopo Einstein cercò, senza riuscirci, di unificare le forze fondamentali allora note, cioè la gravità e l’elettromagnetismo. Chissà che non gli sarebbe tornato utile avere Mileva girare per casa. Mario D’Acunto

Conciliare tempi di vita e tempi di produzione Le aziende recepiscono i cambiamenti se sono accompagnate nella progettazione. Come sempre l’applicazione di una buona legge dipende dalla volontà politica e dal ruolo di stimolo dei cittadini e degli enti. di Paola Baiocchi VISENTINI è una delle inventrici della società di consulenza Variazioni, che in soli due anni ha promosso sul territorio mantovano 26 progetti di conciliazione lavoro/vita privata, grazie all’articolo 9 della legge 53.

A

Arianna Visentini, della società Variazioni. Per conoscere altre applicazioni della legge 53 si può vedere il servizio di Riccardo Iacona, “Senza donne”, sul sito della trasmissione Presa diretta.

RIANNA

Premio donna ad honorem Un esempio è la situazione della legge 53 del 2000 e del suo articolo 9 (vedi BOX ) che è stata modificata in senso migliorativo, ma da due anni attende i nuovi decreti attuativi e quindi è stata “messa a dormire” (vedi INTERVISTA accanto) mentre - con un forte effetto annuncio - sono stati lanciati finanziamenti per 40 milioni di euro nel piano Carfagna, che si traducono in elemosine per famiglie e imprese: mille euro in voucher per le madri o 6 mila per le imprese. Il premio “Donna ad honorem” che Valori vuole attribuire a chi, persona, organizzazione o forza politica, si rivelerà veramente utile alle donne, potrebbe andare a tutti coloro che si impegneranno a ridare le gambe alla legge 53/2000.

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Può spiegarci cosa avete realizzato e come? Il caso più noto è quello della Lubiam: lì, con sentare alle aziende il progetto “chiavi in l’articolo 9, è stata riavviata la turnazione mano”. Senza questo “traino” le aziende dei part time, che l’azienda aveva concesso non si avvalgono della legge, per questo è a tempo indeterminato negli anni di boom, problematica la mancanza dei nuovi decreti mentre stentava a concederne di nuovi. In attuativi: blocca un processo virtuoso che altre società ha permesso la baby sitter a do- avrebbe bisogno di tempo per consolidarsi. micilio in caso di malattia dei figli. Oppure la flessibilità di orario in entrata o in uscita. Sono soprattutto le donne a richieSiamo riuscite a mettere in moto alcune deldere il part time. le possibilità che la legge 53 offre perché c’è Per motivi economici sì, gli stipendi femmistata l’attivazione della Consigliera di pari opportunità Dove vengono avviati percorsi della Provincia di Mantova e di pianificazione del congedo della Camera di commercio, parentale, le lavoratrici tornano per cui abbiamo potuto preal loro posto prima

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nili, anche a parità di mansione, restano inferiori a quelli maschili, per cui non si rinuncia al reddito principale. Il part time è anche l’argomento più spendibile per far conoscere l’articolo 9 alle aziende, perché finanzia la sostituzione della mamma che richiede il part time. Però è importante che sia utilizzato per un periodo transitorio, per non penalizzare le donne dal punto di vista contributivo, quindi pensionistico e dal punto di vista delle opportunità di carriera. Per questo spingiamo di più verso la flessibilità degli orari e verso alcuni servizi. Uno degli imprenditori finanziati ha dichiarato di aver ottenuto la scomparsa dell’assenteismo e migliorato la produzione. Un altro dato che possiamo portare è che dove vengono avviati percorsi di pianificazione del congedo parentale, le lavoratrici tornano prima al loro posto di quando avevano previsto, perché gli viene riconosciuto un orario flessibile oppure il telelavoro o il part time a tempo determinato.

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| dossier | womenomics |

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Un tesoretto sottratto alle donne E finito al federalismo

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Questo provvedimento tratterrà al lavoro dal 2012 al 2017 ben 32.300 lavoratrici, delle quali oltre il 55% è impiegato nella scuola. Nel 2011 potranno andare in pensione le donne di 61 anni, che però dovranno fare i conti con quanto previsto dalla recente manovra economica in fatto di slittamento delle finestre d’uscita. Cinque anni in più di lavoro per le donne significano molti più costi sociali, che peseranno quasi totalmente sulle famiglie. Non è un mistero che siano principalmente loro a occuparsi ad esempio dei nipoti o degli anziani ammalati.

FONTE: EUROSTAT

DAL 2020 IN POI

242

2019

SEMPRE MENO SOLDI per i servizi di cura e assistenza alle famiglie, che devono ricorrere a quello che l’Iref, l’Istituto di studi delle Acli, ha definito il “welfare fatto in casa”. Sono due milioni e mezzo le famiglie (più di una su 10) che ricorrono all'aiuto di una badante, spendendo tra 8 e 10 miliardi di euro all’anno. Se toccasse allo Stato - come succede in diversi Paesi Ue - provvedere agli asili nido, ai vari doposcuola e, soprattutto, all’assistenza degli anziani non autosufficienti e dei disabili, il bilancio statale andrebbe in tilt. Una necessità tanto diffusa da entrare, da febbraio 2010, nel paniere dell’Istat, l’indice dei prezzi al consumo, attraverso cui si individuano i cambiamenti nei comportamenti dei consumatori. In uno Stato carente di adeguati servizi per l’infanzia, per gli anziani o per i portatori di handicap le famiglie devono aprire il loro portafoglio. E senza un intervento deciso da parte delle autorità la situazione rischia di precipitare: perché gli italiani sopra i 75 anni sono ben 6 milioni, due milioni e mezzo gli anziani non più autosufficienti. F. B.

mai esistita una politica di aiuto alle donne. Non è mai stato fatto un piano per gli asili nido, ad esempio. Quelli aziendali sono legati semplicemente alla buona volontà delle imprese. Siamo in un contesto dove il tasso di fertilità è tra i più bassi del mondo, e dove certo non brillano i tassi di occupazione femminile. Sono questioni che vengono sempre accantonate. Non vengono vissute come priorità dal sistema-Paese».

Una strana coincidenza Contestualmente, in un periodo di profonda crisi economica, il governo ha trovato 425 milioni di euro per avere il sì delle Regioni sulla riforma del federalismo. Certo, non possiamo sapere se questi soldi siano quelli del

“tesoretto”, ma il dubbio rimane. «Paradossalmente - spiega il professor Pizzuti - il problema dei minori stanziamenti per i servizi familiari è dovuto proprio alla riforma federale. Nel 2000 è stata approvata una legge che stabiliva negli anni un aumento crescente dei fondi. Nel 2001 con la devoluzione si è passati a una progressiva riduzione di soldi per i beni e i servizi sociali, fino a una previsione di cancellazione nel 2013. In pratica lo Stato centrale dà i soldi agli enti locali. E sono questi a decidere come utilizzarli. Siccome hanno buchi di bilancio spaventosi (soprattutto nella sanità e nel trasporto pubblico) destinano quei soldi a coprire i bilanci. Anche in quei comuni dove ci sono più servizi, è perché sono state aumentate le imposte locali».

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RAFFRONTO TRA SPESA SOCIALE DELL’ITALIA E DEI PAESI UE A 15 MALATTIA

292

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autosufficienza e all’esigenza di conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare delle lavoratrici”. Peccato che qualche mese dopo il ministro dell’Economia quel fondo lo ha cancellato. E si è passati a un molto più modesto tesoretto da 40 milioni di euro, annunciato dal ministro Mara Carfagna per finanziare politiche di conciliazione e di sostegno alle madri e alle famiglie. Solo che non si riesce ancora a capire per quanti anni dovrebbero bastare questi soldi che, tra l'altro, sono una cifra abbastanza ridicola rispetto ai risparmi di cassa ottenuti. «Sperare di poter cambiare le cose solo con l’innalzamento dell’età pensionabile è ridicolo», argomenta il professor Pizzuti. E continua: «Nel nostro Paese non è praticamente

Una promessa non mantenuta Durante i giorni in cui fu presa la decisione dell’innalzamento dell’età pensionabile il governo fece una conferenza stampa per annunciare l’istituzione del Fondo strategico da 242 milioni di euro per il Paese a sostegno dell’economia reale, vincolandolo però a “interventi dedicati a politiche sociali e familiari con particolare attenzione alla non

CHI PAGA PER “BADARE” AGLI ANZIANI?

“JAG ÄR HEMMAFRU”, io sono una casalinga. Ecco la frase che più di ogni altra rischia di sparire dal lessico svedese. Un traguardo inseguito per decenni dopo l’abolizione delle agevolazioni per le coppie sposate e l’introduzione del congedo parentale e del nido per tutti. Lo racconta un reportage del mensile svizzero Nzz ripreso da Internazionale (n.896, 6 maggio 2011). All’inizio degli anni ’60 solo un terzo delle donne svedesi aveva un lavoro, oggi si supera il 70% contro il 46,4 dell’Italia.

di Francesco Bianco

«È

2011

SVEZIA, LA HEMMAFRU IN ESTINZIONE

L’innalzamento dell’età pensionabile delle impegate nel settore pubblico porta nelle casse dello Stato un miliardo e mezzo di euro. Intanto il governo trova 425 milioni per convincere le Regioni a dire “sì” al federalismo. questione sia culturale sia strutturale del noSTATA PALESEMENTE solo una mossa per innalzare stro sistema di welfare». l’età pensionabile delle donne. Con la scusa che era l’Unione euro- Quanto vale il “tesoretto” pea a chiederlo, il governo ha agito subito. Eppure il cosiddetto “tesoretto delle donne” è Ma era chiaro fin dall’inizio che i risparmi di davvero cospicuo. Gli effetti economici delcassa non sarebbero mai stati destinati all’al- l’innalzamento dell’età pensionabile delle tra metà del cielo. E sarei molto stupito se tra donne impiegate nel settore pubblico sono qualche tempo anche chi è impiegato nel set- pesanti. L’Inps calcola che nel periodo tra il tore privato non dovesse lavorare fino ai 65 2010 e il 2019 ci saranno maggiori risorse per anni. Sosterranno che è incostituzionale. 3,708 miliardi di euro e, dal 2020, 242 milioQuando c’è da fare qualcosa di forte impatto ni di euro all’anno. A queste cifre vanno però sull’opinione pubblica si cerca di dare la col- sottratte quelle che lo Stato dovrà sborsare in pa all’Europa». È sarcastico il professor Felice più: com’è noto una donna che lavora perceRoberto Pizzuti, direttore del master di Eco- pisce uno stipendio più alto rispetto alla pennomia pubblica all’università La Sapienza di sione. In più vanno calcolate malattie, ferie e Roma. «In un Paese che investe appena trattamento di fine rapporto (Tfr). Quindi dil’1,4% del Pil nel settore degli aiuti alle fami- ciamo che si parla di una cifra intorno al miglie (la media europea è del doppio) e dove, liardo e mezzo di risparmio effettivo. per avere l’accesso alle professioni da parte delle donne, bisogna Cinque anni in più di lavoro fare una legge sulle quote rosa, è per le donne significano molti impensabile che improvvisapiù costi sociali, che peseranno mente si cambi marcia. È una quasi totalmente sulle famiglie

242

e cura, che possono essere utilizzati per pagare una badante, una baby sitter, o per l’asilo privato, nonché essere acquistati ed elargiti dalle aziende alle proprie lavoratrici. Lo Stato mette la differenza tra costo del lavoro nero e quello del lavoro regolare. Hanno diversi vantaggi: sono un contributo a tutti, hanno un effetto positivo sulla riemersione del nero e creano risparmi. Con una spesa pubblica di circa 300 milioni all’anno si otterrebbe, come è successo in Francia, un’emersione poderosa del sommerso (il voucher può essere utilizzato solo con contratti regolari) che porterebbe nelle casse dell’Inps almeno 1,3 miliardi all’anno di contributi sociali aggiuntivi e in quello dello Stato F. B. entrate consistenti per l’emersione di nuovi contribuenti.

120

I BASSI TASSI DI PARTECIPAZIONE delle donne al mondo del lavoro sono principalmente dovuti alla necessità di occuparsi della famiglia. Diventano quindi essenziali politiche che aiutino le lavoratrici a conciliare il proprio impiego con gli impegni familiari. Uno strumento che sta funzionando in diversi Paesi è quello del voucher di conciliazione, che permette di trasferire risorse ponendo dei vincoli nel loro utilizzo per garantire che tali fondi vadano a soddisfare bisogni predeterminati. In particolare, in Francia, Regno Unito e Belgio, lo Stato riconosce il carattere meritorio di alcuni servizi (per esempio, l’assistenza domestica). Il caso che più di tutti sta funzionando è quello francese. Parigi ha istituito i Cesu, i voucher universali per servizi di assistenza

2010

RISPARMI DI CASSA PER L'INNALZAMENTO DELLA PENSIONE DELLE DONNE NEL SETTORE PUBBLICO

VOUCHER PER RICEVERE SERVIZI SOCIALI

INVALIDITÀ

VECCHIAIA

[ * EURO A PERSONA ALL’ANNO ] SUPERSTITI

FAMIGLIA

DISOCCUPAZIONE

ALTRO

TOTALE

ITALIA

1.605* (27%)

356* (6%) 3.050* (51%)

596* (10%)

264* (4%)

122* (2%)

16* (0%) 6.024* (100%)

UE A 15

1.930* (28%)

531* (8%) 2.776* (40%)

304* (4%)

542* (8%)

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237* (3%) 6.975* (100%)

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| dossier | womenomics |

CHRISTOPHER OLSSON / CONTRASTO

| dossier | womenomics |

Una mamma con il suo bambino al Gathering (TG), il computer party più grande della Norvegia e il secondo nel mondo.

Nel Paese delle Veline Nella televisione italiana le donne sono vittime o plastificate. Ma si sono anche stufate e tornano a rivendicare una nuova rappresentazione. di Paola Baiocchi CAUSA DEI NUMEROSI eventi già pianificati, Lorella Zanardo non riesce a partecipare ad ulteriori dibattiti fino all’autunno. Grazie della vostra comprensione”. La scritta compare sul sito www.ilcorpodelledonne.net, dove è possibile scaricare il video che ha rappresentato un vero caso di successo: un anno fa Lorella Zanardo, consulente organizzativa, formatrice e docente, ha pubblicato un montaggio di 25 minuti di televisione italiana centrato sulle donne. Nel video, assieme alle incredibili (ma vere) immagini di trasmissioni in cui ragazze appese mezze nude accanto a dei prosciutti vengono marchiate come quel salume, e attraverso riprese di visi denaturati dal botulino, scorre il ragionamento della Zanardo, che si chiede perché le donne non reagiscono a questa violenza (vedi INTERVISTA a pag. 25). Delle reazioni ci sono state: tre milioni e mezzo di visualizzazioni del video, un’onda silenziosa che ancora non si ferma. Un’onda non diversa da quella che è confluita nel-

“A

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la piazze italiane, molto meno silenziosamente, il 13 febbraio scorso, chiedendo un profondo cambiamento culturale e politico con lo slogan “Se non ora quando”.

Conflitto di bunga bunga In piazza è sceso lo sdegno delle donne e degli uomini per “il modello di relazione tra i sessi ostentato da una delle massime cariche dello Stato, che legittima comportaDONNE E UOMINI NEI MEDIA L’OSSERVATORIO DI PAVIA, istituto di ricerca e di analisi della comunicazione, ha avviato l’Osservatorio europeo sulle rappresentazioni di genere, per monitorare la visibilità delle donne e degli uomini in televisione, sia dal punto di vista della quantità che della qualità. L’osservazione ha preso il via lo scorso gennaio e potrà fornire i primi risultati a partire da ottobre: il monitoraggio sarà effettuato su 15 testate giornalistiche televisive di Italia, Francia, Germania, Inghilterra e Spagna. www.osservatorio.it/index.php

menti lesivi verso le donne e le istituzioni”. Che sollievo sarebbe se ripartisse dalle donne la richiesta di risolvere il conflitto d’interesse: l’anomalia del sistema informativo italiano in cui si trovano nelle stessi mani il potere legislativo, il controllo dell’emittente pubblica e un potente conglomerato di società della comunicazione. Una miscela antidemocratica che è stata più volte denunciata dall’Unione europea, senza ottenere cambiamenti nell’assetto del Bel Paese. E che ha mostrato ancora tutto il suo armamentario di distrazione di massa, assieme all’ondata di ridicolo di cui ci siamo coperti in occasione dello scandalo Ruby sui media internazionali, per i quali l’Italia è passata da essere il Paese delle Veline, come ci aveva definito in un’inchiesta il Financial Times, celebrando la fine del femminismo in Italia, alla Repubblica delle banane. O del “banana”, come dice Marco Travaglio.

Professione astrologa Date queste premesse qual è il trattamento dell’immagine delle donne nelle tv italiane? Stereotipata e bipolare, secondo il rapporto del Censis “Donne e media” in Europa: da una parte c’è la donna del dolore, la vittima dei fatti di cronaca nera che vengono serializzati e hanno un’esposizione doppia rispetto al resto d’Europa. Dall’altra c’è la donna plastificata, esteticamente perfetta e giovane anche al di là dell’età reale, che non ha più nulla di umano essendo spesso il prodotto della chirurgia plastica. Ma soprattutto non è una figura competente o autorevole. Raramente, dice il rapporto, viene chiamata una donna tra gli esperti, e qundo avviene è soprattutto un’astrologa. Ora si guarda con molta attesa al nuovo Contratto di servizio della Rai per il triennio 2010/12, firmato ad aprile dal Ministero dello Sviluppo economico. Il Contratto prevede nuove norme di tutela delle donne in tv, il monitoraggio dei contenuti per verificare il rispetto delle pari opportunità e la dignità della persona nella programmazione. Con particolare riferimento alla distorta rappresentazione della figura femminile. Prevede anche l’istituzione di una commissione, composta da otto membri, quattro designati dal Ministero e quattro dalla Rai. Le premesse per il cambiamento ci sono, un nuovo direttore generale donna anche, ci aspettiamo spettacoli migliori in tv.

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LIBRI

DECODIFICARE LE IMMAGINI NUOVI OCCHI PER LA TV “LEGGERE ATTENTAMENTE LE CONTROINDICAZIONI e assumere con moderazione”, dovrebbe essere la scritta da mettere su tutti i televisori, come nelle istruzioni per le medicine. Unicoop Firenze, la cooperativa con più di un milione di soci, ne è convinta e da settembre proporrà “Nuovi occhi per la tv”, corso di formazione alla lettura delle immagini, nelle scuole medie superiori delle sette province toscane nelle quali è presente. «Da trenta anni - spiega Daniela Mori, responsabile progetti speciali Unicoop Firenze - ci occupiamo di educazione al consumo consapevole. Nel tempo abbiamo affrontato l’educazione alimentare, poi quella ai consumi. È un’attività nella quale investiamo 750 mila euro l’anno, toccando tremila classi. A settembre presenteremo “Nuovi occhi per la tv”, un progetto in cui crediamo molto, con i nostri formatori preparati dalla Zanardo». Il corso si articolerà in tre incontri, completamente gratuiti per le scuole, in cui i formatori non Pa. Bai. daranno risposte ma stimoleranno le osservazioni.

Loredana Lipperini Ancora dalla parte delle bambine Feltrinelli, 2007 Donne nude in copertina: Simona Ventura su l’Espresso nel 2001. L’argomento è la nuova Telemontecarlo.

Provocare i cambiamenti Molti danni sono stati fatti nell’immaginario collettivo con la continua proposta in tv di donne che non devono mostrare il cervello. “Ma i giovani sentono il bisogno di altri modelli”, spiega Lorella Zanardo. dell’immagine della donna anche gli uomini possono essere coinvolti.

di Paola Baiocchi RIMA DONNA A ENTRARE in Unilever, per la quale ha lavorato in Italia e in Francia, Lorella Zanardo ha realizzato il video “Il LIBRI corpo delle donne” con Marco Malfi Chindemi e Cesare Cantù.

P

Come è nato questo video? Dico spesso che è nato dal dolore e mi spiego: sono stata via dall’Italia molto, per studio prima e per lavoro poi, ma ogni volta che tornavo e guardavo la tv italiana rimanevo strabiliata. E chiedevo «ma cosa succede? c’è una donna sotto al tavolo!» e le persone rispondevano «è la televisione» come se la nostra umiliazione fosse connaturata con il mezzo. Ho sempre pensato che fosse giusto pretendere una rappresentazione che rispecchiasse di più la realtà. Il video è nato da questo e dalla condivisione con due amici, a dimostrazione che sul tema

Dopo la pubblicazione del video è stata chiamata in tutta Italia per conferenze o per incontrare gli studenti nelle scuole: che risposte ha avuto? Generalizzando direi che gli adulti, dai quaranta in su, o sono imbarazzati o pensano che sia un tema da donne. Direi come conclude l’indagine del Censis su Donne e media in Europa: “In Lorella Zanardo Italia il tema non è ritenuto abIl corpo delle donne bastanza importante da essere Feltrinelli, 2010 inserito nell’agenda politica”. Ma la vera sorpresa è stata che molti giovani delle scuole medie superiori prendono l’argomento molto seriamente, non gli piace essere presi in giro e capiscono che c’è del dolore: hanno chiaro che a ogni donna proposta come corpo-oggetto, dall’altra parte c’è un uomo corpo-oggetto. Quindi Lorella Zanardo, il suo video si trova spesso dicono: «A noi piacciono on line sul sito le ragazze della tv, ma noi non ilcorpodelledonne.net.

siamo solo questo». Alla tv chiedono la rappresentazione di una molteplicità di soggetti e questo sarebbe un cambiamento culturale molto importante. Che stiamo cercando di provocare - per fare fronte a una vera emergenza - con le proiezioni del video seguito dal dibattito e con la formazione degli insegnanti alla media education, che in altre nazioni è una materia scolastica. Come trova la campagna di Striscia la notizia sull’uso delle donne nei giornali? È vero che il problema non è solo della televisione, ma è generale. Loro però sono dei manipolatori perché non è una buona scusa dire «lo fanno tutti lo faccio anch’io». Striscia la notizia per 23 anni ha portato avanti un ideale che è quello del bunga bunga che poi abbiamo visto in politica: sono due anziani con delle ragazzine che hanno 40 anni meno di loro, mute, in ginocchio e ammiccanti come delle bamboline. Le bimbe di 4, 5 anni capiscono solo che due signori grandi, come i loro nonni, che possono quindi prendere delle decisioni importanti, impazziscono dietro al “culetto” di una che ha qualche anno più di loro.

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| bandabassotti |

Le regole del gioco

I poveri servono a farti diventare ricco di Eleonora Gigli

CARCANO È GREMITO: 800 persone, secondo gli organizzatori. Va forse in scena un classico di Goldoni? Il malato immaginario di Molière? L’Amleto di Shakespeare? Niente di tutto ciò. È il 3 maggio e in programma nel teatro milanese c’è un “corso-spettacolo” dal titolo Milionari per una notte: due ore e mezza (e 26 euro a testa) per imparare a diventare ricchi, sotto la guida entusiasta di Alfio Bardolla, 39 anni, di Chiavenna (Sondrio), fondatore della Alfio Bardolla Training Company. In realtà questo è solo un assaggio, un’infarinatura di una tecnica che si promette “infallibile”, per chiunque si impegni davvero, precisano gli organizzatori. Per saperne di più bisogna leggere il libro, “Milionari in 2 anni e 7 mesi”, pubblicato dalla Sperling & Kupfer. Oppure, meglio ancora, frequentare uno dei corsi proposti dalla Alfio

tati; mentre la povertà viene quando, con grandi sforzi, si producono scarsi risultati». E, soprattutto, è importante non far sapere ai poveri che potrebbero anche diventare ricchi. «Il 96% delle persone è destinato ad essere povero. (…) Affinché il meccanismo funzioni occorre che gli “ingranaggi della società”, guarda caso definiti in Bardolla Training Company: un seminario gergo dagli economisti la “masdi una giornata da 400 euro più Iva; un visa senza soldi”, non abbiano deocorso da 200 euro più Iva o, se proprio si consapevolezza né della funziovuole esagerare, un programma di coaching ne che svolgono, né della propria individuale: 15 lezioni da 6.800 euro più Iva. condizione: se continueranno a Un prezzo modico per diventare milionari! ignorare quale sia il gioco, conti(Soddisfatti o rimborsati?) nueranno a giocare (e a perdere) Quello che Bardolla propone è solo in sprovvisti delle regole». minima parte un corso di tecniche di inve«Ci sono migliaia di modi stimento finanziario e immobiliare, più che per generare un milione di euro. altro è una filosofia di vita. Perché, come Nei miei corsi insegno a vendespiega Bardolla: «Diventare ricchi è un’abire opzioni su azioni che non si tudine - si legge nel libro - un atteggiamenpossiedono, una cosa del tutto to, un modo di pensare e vedere il mondo. normale per chi investe in Bor(…) è una predisposizione mentale». sa; oppure insegno ad acquistaPerò! Non ci avevo pensato. Le due ore re e rivendere immobili, guadae mezza di presentazione in teatro e le quagnandoci, senza sborsare un si 300 pagine del libro sono dedicate a spiesoldo. Esattamente ciò che fa la gare che il denaro non è «un male necessaIl workshop di Bardolla a Milano, il 3 maggio. maggior parte dei ricchi, che rio» («come ci hanno insegnato la società, la differenza tra una vita di ricchezza e una non acquista col proprio denaro, ma sfrutta la religione, la nostra famiglia») e che essedi povertà»). la leva finanziaria». Frugando un po’ su inre ricchi è una questione di forma mentis. E Diventare ricchi per Bardolla è un gioco, ternet si scopre che Bardolla è già conosciuvia tutta una serie di regole e consigli per di cui basta conoscere le regole: «I ricchi gioto da tempo dalle associazioni di tutela dei prepararsi psicologicamente a questo pascano conoscendo bene le regole del gioco. consumatori, almeno all’Aduc che già nel so. Per esempio iniziare a frequentare dei (…) In questo gioco la ricchezza viene quandicembre del 2005 sul proprio sito segnalamilionari; imparare a diventare dei grandi do, con poco sforzo, si creano grandi risulva i corsi di Bardolla e avvertiva: «Sconsicomunicatori («dovrete sviluppare alcune gliamo fortemente tutti i nostri lettori daldelle caratteristiche fondamenl'aderire ad iniziative di questo tipo». Ci tali dei milionari: carisma, piaIl mondo è diviso tra ricchi (4%) sentiamo di associarci all’invito. cevolezza, charme») e dei grandi e poveri (96%). Dove volete venditori («Saper vendere nel stare? Funzionerà se i poveri www.2anni7mesi.com ventunesimo secolo è ciò che fa www.alfiobardolla.com continueranno a non sapere

I

numero verde 800 249 307 www.cisl.it

L TEATRO

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finanzaetica

Eni ed Enel alle prese con le assemblee degli azionisti >32-33 Fund raising. Il web salverà la raccolta fondi? >36

| bilanci |

Bollette salate

Se il prezzo del gas è deciso solo da Eni

Gli italiani pagano bollette del gas sempre più alte. Colpa del “quasi monopolio” di Eni. Servirebbe un mercato aperto,

dove la concorrenza faccia calare i prezzi, e nuovi rigassificatori. Un’indagine di Federconsumatori scruta il bilancio del Cane a sei zampe.

di Elisabetta Tramonto A UN PAIO DI ANNI il prezzo del gas sui mercati internazionali diminuisce, insieme ai volumi venduti, mentre le bollette degli italiani lievitano, o al massimo restano uguali. Com’è possibile? A porsi questa domanda è stata Federconsumatori, che, per trovare una risposta, ha condotto un’analisi sui bilanci dell’azienda energetica italiana (e si è presentata all’assemblea dei soci di Eni per chiedere spiegazioni, come descritto nell’articolo a pagina 32). Una prima risposta al quesito si chiama take or pay, cioè “prendi o paga”. È una clausola contrattuale che accompagna tutti gli acquisti di gas da parte di Eni. Prevede che, al momento della stipula del contratto tra venditore e acquirente si stabilisca la quantità di gas da comprare. L’acquirente è, quindi, obbligato a ritirare le quantità minime annue stabilite o comunque a pagare subito, per poi ritirarle in seguito. Un “giochino” che negli ultimi due anni è costato a Eni 1,4 miliardi di euro di cosiddetti deferred cost,

MARTINO LOMBEZZI / CONTRASTO

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Recanati (Ancona), aprile 2010. Fratelli Guzzini SpA, azienda specializzata negli accessori in plastica per la casa. La cuoca nella cucina della mensa aziendale.

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| finanzaetica |

| finanzaetica |

«Eni ha stipulato contratti take or pay con una durata di 20 anni per enormi volumi di gas naturale: 80 miliardi di metri cubi all’anno, di cui 65 con la Russia, 8 con la Libia e 7 con l’Algeria», spiega Sandro Potecchi di Federconsumatori. «Di per sé

IL GAS NELLE BOLLETTE DEGLI ITALIANI ANDAMENTO DEL PREZZO DEL GAS NATURALE PER UN CONSUMATORE DOMESTICO TIPO COSTI INFRASTRUTTURALI

COSTI DI VENDITA

MATERIA PRIMA

IMPOSTE

80

CONDIZIONI ECONOMICHE DI FORNITURA PER UNA FAMIGLIA CON RISCALDAMENTO AUTONOMO E CONSUMO ANNUALE DI 1.400 M3, RIDEFINITO IN BASE AI NUOVI AMBITI TARIFFARI (DAL TERZO TRIMESTRE 2009)

71,8

74,1

74,1

75,0

76,5

27,2

27,5

27,9

27,8

28,0

26,2

26,9

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26,2

6,9

6,9

6,9

6,8

6,7

6,7

6,7

6,7

13,7

14,4

14,1

14,1

14,2

14,4

14,3

14,3

IV 2009

I 2010

II 2010

III 2010

IV 2010

I 2011

II 2011

70 68,3

67,5

69,3

27,0

26,9

30 27,0

60 50 40

20 10 0

III 2009

SETTORE DEL GAS IN ITALIA

APPROVVIGIONAMENTO

INFRASTRUTTURE

COMMERCIALIZZAZIONE

TRASPORTO

DISTRIBUZIONE

PRODUZIONE GAS STOCCAGGIO

FONTE: AUTORITA PER L’ENERGIA ELETTRICA E IL GAS (WWW.AUTORITA.ENERGIA.IT).

90 Centesimi di euro al metro cubo a valori correnti

IMPORTAZIONE GAS

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VENDITA AI CLIENTI FINALI

Un gasdotto in Russia. I principali del Paese sono: Nord Stream, Nabucco, South Stream e Blue Stream.

«Un monopolio di fatto - continua SanLa soluzione dro Potecchi - quasi tutto il gas consumato in un mercato aperto in Italia passa in un modo o nell’altro atAnche secondo Federconsumatori la solutraverso strutture di Eni. L’azienda controlzione è un mercato aperto e una maggiore la circa l’80% dell’importazione di gas, concorrenza. L’associazione di tutela dei l’80% dello stoccaggio e del trasporto priconsumatori ha una serie di proposte a rimario, il 25% della distribuzione e il 40% guardo: «Per rendere il mercato più aperto della vendita all’ingrosso e al dettaglio». e, quindi, i prezzi del gas soggetti a libera «Sarebbe necessario - spiega Davide Tabaconcorrenza - spiega Sandro Potecchi - Eni relli - introdurre una vera competizione tra dovrebbe cedere la “rete di trasporto prioperatori. Innanzitutto servono più rigassimario del gas”, cioè Snam Rete Gas, ora ficatori come quello di Rovigo, che è un ottimo esempio di I maggiori costi per Eni dovuti concorrenza sul mercato. C’è ai contratti take or pay ricadranno bisogno di ulteriori investisulle nostre bollette, perché, menti per costruirne altri». di fatto, siamo in un “monopolio”

$13 12 11 10 9 8 7 6 5 4 3 2 $1

Il peso del monopolio Ma il problema che porta ad avere bollette salate per gli italiani è anche un altro e si chiama “monopolio” (o quasi). Perché se in Italia esistesse un mercato energetico aperto con un’offerta variegata, la concorrenza farebbe calare i prezzi. «Invece - spiega Sandro Potecchi - il mercato italiano del gas è un oligopolio: Eni è l’azienda dominante di un mercato sostanzialmente chiuso. E quindi può far “pagare” ai consumatori il suo eventuale minor guadagno, dovuto a svantaggiosi contratti take or pay».

1/100

1/2002

1/2004

1/2006

1/2008

QUOTAZIONI MENSILI MISURATE IN DOLLARI PER MILIONE DI BTU

posseduta al 52,54% da Eni. Le “reti distributive locali” dovrebbero essere cedute e accorpate in società di dimensioni maggiori. Fondamentale poi realizzare nuovi rigassificatori, come quello di Rovigo. Permetterebbero di ridurre i prezzi del gas del 25-30%. Infine riteniamo necessario abbattere le barriere di ingresso sul mercato di nuovi operatori; attivare una Borsa del gas all’ingrosso e, ancora più importante, l’Authority dell’energia dovrebbe assumere un ruolo più forte. Rivolgiamo queste richieste innanzitutto allo Stato, che è proprietario del 30% di Eni. Al momento non sta garantendo l’interesse di noi cittadini. Chiediamo che lo faccia».

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QUOTAZIONI DEL PETROLIO WTI SUL MERCATO SPOT DI NEW YORK

PREZZI DEL GAS NATURALE SULLA BORSA DI NEW YORK

1/2010

FONTE: DOW JONES & COMPANY (AL 2 MAGGIO 2011)

Se a pagare è il consumatore

questi contratti non sono sbagliati - continua Potecchi - perché garantiscono forniture certe nel lungo periodo. Il problema è che il prezzo del gas stabilito nel contratto è ancorato a quello del petrolio. Quindi, anche se negli ultimi due anni i prezzi del gas naturale sulle Borse di Londra e New York sono calati, quelli del greggio sono saliti e, con essi, anche le tariffe del gas naturale pagate da Eni. In più la domanda mondiale è calata e l’azienda si è ritrovata con un eccesso di gas ordinato, che prima o poi dovrà ritirare. Se fino a poco tempo fa poteva venderlo all’estero a prezzi competitivi, guadagnandoci, ora non può fare neanche questo, perché la domanda è precipitata. Nei prossimi anni Eni avrà problemi con il gas in eccesso che si troverà costretta a ritirare, o comunque a pagare, almeno fino al 2014. E le conseguenze ricadranno sui consumatori, perché l’azienda non potrà fare altro che rifarsi sulle bollette». Sul fronte della tipologia di acquisti Eni sembra avere le mani legate, come gli altri importatori europei. «Comprare gas con contratti take or pay è molto diffuso tra le aziende del Vecchio continente, è un’eredità di cui purtroppo facciamo fatica a liberarci», spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia. «Le aziende europee - continua Tabarelli - non comprano sulle troppo lontane Borse di Londra e New York, dove vengono trattati acquisti spot e dove i prezzi sono certamente più bassi, grazie a un’offerta e una concorrenza maggiori. Paradossalmente invece per i Paesi del nord Europa la situazione è diversa, perché si rivolgono al mercato spot della Borsa di Londra».

FONTE: DOW JONES & COMPANY (AL 2 MAGGIO 2011)

nato ad aumentare nel mondo, lo vediamo già in Giappone, dov’è nata una nuova domanda pari a 10 miliardi di metri cubi e una quantità simile sarà necessaria alla Germania dopo l’annuncio della cancelliera, Angela Merkel, di voler spegnere le 7 centrali nucleari più vecchie». Lo speriamo anche noi, se comporterà un alleggerimento delle nostre bollette.

cioè di costi “differiti” per il gas pagato e non ritirato: 1,181 miliardi nel 2010 e 255 milioni nel 2009. Perché in questi due anni le vendite di gas sono calate ed Eni si è ritrovata ad aver “prenotato” troppo gas dai propri fornitori in Algeria, Libia e Russia. Per i prossimi anni questi contratti continueranno a pesare sui bilanci di Eni - per circa 15 miliardi di euro all’anno tra il 2011 e il 2015 - tanto che l’azienda sta cercando di ricontrattarli (per quanto riguarda il prezzo del gas e la clausola “prendi o paga”) con i fornitori principali: la russa Gazprom e l’algerina Sonatrach. E durante l’assemblea dei soci, il 5 maggio scorso, l’amministratore delegato, Paolo Scaroni, si è detto ottimista sul futuro del gas: «Il suo utilizzo è desti-

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Eni: Banca Etica si allea coi consumatori All’assemblea oltre 100 domande dagli azionisti. Le bollette del gas troppo alte, il gas flaring in Nigeria, il sovraindebitamento. Sono i temi chiave su cui la Fondazione ha interpellato l’azienda. Strozzati dal debito

di Marco Atella

Tra le questioni sollevate in assemblea da Fcre c’è anche il problema del debito e del possesso anomalo di azioni proprie da parte di Eni. «La società detiene il 9,56% del proprio capitale sociale ed è il secondo azionista di se stessa dopo il governo. Perché non si vende una parte delle azioni sul mercato per ridurre l’esposizione debitoria?». Alla seconda domanda della Fondazione, basata su un’analisi approfondita dei bilanci preparata da Federconsumatori, Scaroni non lascia margini di dialogo: «Non pensiamo di vendere le azioni in nostro possesso perché altrimenti diminuirebbe il prezzo del titolo e si ridurrebbero i dividendi. Non è una cosa di cui gli azionisti potrebbero essere contenti». Ma, a dirla tutta, gli azionisti non sono contenti nemmeno del declassamento del debito Eni da AA- ad A+, comunicato dall’agenzia Fitch il giorno stesso dell’assemblea. «Con una miglior capitalizzazione e un debito più contenuto la revisione al ribasso del rating non ci sarebbe stata», osserva Gianmario Mocera, presidente di Federconsumatori Lombardia, che ha partecipato alla ricerca. «Il debito a medio termine di Eni è cresciuto dai 14,4 miliardi di euro del 2008 ai 20,97 miliardi del 2010. Vendendo le azioni proprie, che Eni detiene inutilmente, si potrebbero ottenere proventi straordinari per circa 6,5 miliardi di euro, riducendo l’esposizione debitoria di oltre il 30%». Ma il cane a sei zampe, per ora, non ci sente. Anche se - bisogna riconoscerlo - il management decide di rispondere, più o meno esaustivamente, a tutte le doman-

EBITI IN CRESCITA, capitalizzazione non adeguata e anomalie nei prezzi al consumo del gas. È questa la fotografia del gruppo Eni presentata all’assemblea degli azionisti del cane a sei zampe dalla Fondazione Culturale Responsabilità Etica (Fcre) in collaborazione con Federconsumatori. «Analizzando i dati di bilancio si ricava l’impressione che i consumatori italiani di gas siano un serbatoio di utili sicuri per Eni», ha dichiarato il rappresentante della Fondazione nel suo intervento all’assemblea della società. «Mentre i volumi venduti in Italia e i prezzi sui mercati internazionali scendono, il margine di redditività netta sul mercato interno è in continua crescita: gli italiani pagano sempre lo stesso prezzo o prezzi più alti. Come spiega Eni questa asimmetria?». La risposta dell’amministratore delegato Paolo Scaroni arriva dopo una valanga di interventi, con la consueta cortesia flemmatica. «Eni controlla ormai solo il 30% del mercato italiano del gas. Le dinamiche dei prezzi non sono imputabili esclusivamente alla nostra società», spiega Scaroni. In più «secondo i dati di Eurostat, i prezzi italiani sono in linea con quelli degli altri Paesi europei». In sala una parte degli azionisti non è d’accordo, ma il regolamento non permette di ribattere. «Ne riparleremo in uno dei prossimi incontri con il management», ha dichiarato a Valori Mariateresa Ruggiero, direttore della Fondazione. «Ormai incontriamo regolarmente la società per confrontarci su temi finanziari, sociali e ambientali. L’assemblea è solo il momento All’assemblea anche un attivista più alto della nostra attività di del Delta del Niger, Omokaro azionariato critico, che dura Osayande, che ha chiesto più tutto l’anno». trasparenza sul gas flaring

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de degli azionisti. Che sono più di cento, molte delle quali inviate via mail, grazie a una nuova normativa, di derivazione europea, che obbliga le società quotate a rispondere, entro l’assemblea, a tutte le domande anticipate dagli azionisti.

Il disagio del Sud del mondo Un’occasione che la Fondazione Culturale non ha voluto perdere. «Abbiamo inviato un documento di una quarantina di pagine con quasi 50 domande sui temi più diversi», spiega Mariateresa Ruggiero. «Gli stessi sui quali la nostra Fondazione - assieme a Crbm e alle reti di attivisti ambientali del sud del mondo punta il dito da almeno quattro anni: inquinamento nel Delta del Niger; sospetta corruzione in Kazakistan, Algeria e Nigeria; estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose in Congo-B». Ma le domande via mail a volte non bastano. E spesso il disagio dei popoli del Sud deve essere espresso in prima persona, da chi subisce ogni giorno gli impatti negativi delle attività estrattive delle multinazionali. Ed è così che, con l’aiuto di Crbm (Campagna per la Riforma della Banca Mondiale), è arrivato all’assemblea del colosso italiano del petrolio anche Omokaro Osayande, un attivista del Delta del Niger, che ha chiesto più trasparenza sulla riduzione del gas flaring: il gas bruciato all’aria aperta come sottoprodotto dell’estrazione del petrolio che intossica le popolazioni del Delta. Eni, manco a dirlo, ha confermato l’impegno per il progetto Zero Gas Flaring. «Ridurremo il fenomeno dall’attuale 17% al 5% nei prossimi anni», ha ricordato Scaroni. Un obiettivo chiaro su cui gli azionisti critici misureranno l’impresa a partire dalla prossima assemblea.

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Azionisti critici all’assemblea blindata Uno schieramento di forze dell’ordine all’assemblea degli azionisti Enel, segno dell’ostilità che si troverà anche in sala. Le domande sul nucleare e sulle dighe in Patagonia non trovano quasi risposta dall’azienda. di Andrea Baranes e Luca Manes

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I ACCOLGONO SVARIATI FURGO-

NI della polizia e dei carabinieri, una doppia fila di agenti in tenuta antisommossa. Superiamo poi uno schieramento di guardie private in uniforme e in borghese con auricolare e sguardo truce d’ordinanza. È poi il turno delle agenzie di sicurezza privata, quindi degli addetti alla sicurezza dell’Enel. Passiamo in ultimo un metal detector, ed eccoci finalmente pronti a partecipare all’assemblea degli azionisti. Uno schieramento di forze dell’ordine e misure di sicurezza che ricordano i vertici internazionali a cui partecipano i capi di Stato, non certo l'assemblea di un’impresa. Uno spiegamento eccessivo, a fronte della manifestazione assolutamente pacifica organizzata dall’altro lato della strada dal comitato promotore per il referendum contro il nucleare. Striscioni e bandiere per ricordare che la maggioranza degli italiani si oppone al ritorno all’atomo e chiede come forma minima di democrazia di potere esprimere tale volontà i prossimi 12 e 13 giugno.

Riflettori sull’atomo Proprio l’energia nucleare è uno dei temi caldi all'interno dell’assemblea. Come Fondazione Culturale Responsabilità Etica, insistiamo sulle criticità degli impianti di Cernavoda, in Romania, e Mo-

puche che insiste sugli enormi danni alla storia e alla cultura locali che i progetti previsti da Enel comporterebbero per la culla della loro civiltà. Una devastazione per la vita spirituale dei Mapuche che metterebbe a rischio la loro stessa sopravvivenza. Mentre parla, davanti a noi alcuni azionisti ridono sottovoce, divertiti nel vedere un indio presentarsi senza doppio petto e cravatta in tinta al cospetto del consiglio d’amministrazione. Colpisce il non-intervento del ministero dell’Economia: 50 secondi scarsi per affermare un voto favorevole all’approvazione del bilancio e rivolgere un ringraziamento al presidente Piero Gnudi in scadenza di mandato. Davvero poco per l’azionista di maggioranza, che controlla il 31% di Enel, e considerando che in totale erano presenti in assemblea azionisti per meno del 50% del capitale. Come dire che il parere del ministero è l’unico che conta e che la sua posizione è semplicemente non disturbare il manovratore. Su questa linea un azionista che si spinge oltre e sostiene che l’ordine del giorno prevede l’approvazione del bilancio e non le dighe in Patagonia. Il presidente si affretta a dargli ragione, anche se poi non può negare la parola a chi ha fatto oltre 10 mila chilometri per avere la possibilità, per 5 minuti cronometrati, inclusa la traduzione, di rivolgersi alla dirigenza nel tentativo di tutelare i propri diritti e il proprio futuro.

chovce, in Slovacchia, dove Enel gioca un ruolo da protagonista. Con noi in assemblea anche Vladimir Slyviak che arriva da Kaliningrad, l’exclave russa dove è in corso di costruzione un altro impianto nucleare che suscita l’interesse della nostra impresa. Questo malgrado la forte opposizione della gran parte degli abitanti della regione.

La denuncia dei Mapuche Al di là del nucleare, sono diversi i temi sollevati dalla Fondazione. Tra questi, i progetti per realizzare alcune grandi dighe nella Patagonia cilena, che suscitano fortissime critiche tra la popolazione locale. Grazie all’intermediazione della Crbm (Campagna per la riforma della Banca mondiale), quest'anno sono stati ben tre gli ospiti cileni che hanno partecipato all’assemblea, portando direttamente la voce delle comunità locali all’attenzione della dirigenza di Enel. Colpisce in particolare l’intervento di Jorge Hueque, delegato dalla comunità Ma-

In assemblea anche Vladimir Slyviak da Kaliningrad dov’è in costruzione un altro impianto nucleare e tre ospiti cileni per denunciare la realizzazione delle dighe in Patagonia

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| finanzaetica | organismi internazionali |

| crisi senza fine | finanzaetica |

Dal G8 al G20: la crisi della governance globale

Riforma della finanza La strada da compiere Il Segretario generale della Fiba-Cisl Giuseppe Gallo traccia un bilancio dei passi compiuti finora in Europa e negli Usa sulla strada della riforma dei mercati finanziari e indica la direzione da prendere da qui in avanti. di Davide Venezia

Il G20 alla prova dei fatti: avanti piano e in ordine sparso, con il rischio di rendere inefficace qualsiasi riforma. Paradisi fiscali, squilibri monetari, derivati: finora è stato fatto ben poco sul fronte della regolamentazione dei mercati. G20 e G8 orfani di un ruolo

di Andrea Baranes G20 CHE SI TERRÀ IN FRANCIA A INIZIO novembre sarà il sesto in tre anni, da quando il dimissionario George W. Bush convocò in tutta fretta a Washington le 20 maggiori economie del Pianeta nella speranza di trovare una via d’uscita alla peggiore crisi finanziaria degli ultimi decenni. Se i primi vertici hanno probabilmente contribuito a evitare il completo collasso della finanza globale e a concordare dei piani di salvataggio del settore, negli ultimi due anni il focus si è spostato sulla necessità di riscrivere le regole del gioco. Il G20 si è auto-nominato primo coordinatore delle economie delle potenze partecipanti. A che punto siamo di questa fase due? Analizzando nel merito cosa è stato fatto fino a oggi, si può affermare che l’ampiezza dell’agenda è pari alla pochezza dei risultati raggiunti.

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La foto di gruppo al G20 di Washington nel 2008.

sostituire il biglietto verde con un paniere di valute per gli scambi internazionali. Riguardo il controllo dei derivati e di quelli over the counter in particolare, gli Usa si sono mossi autonomamente con la legge Dodd-Frank, mentre l’Unione Europea ha risposto timidamente con alcune direttive. Tuttavia una soluzione concordata appare ancora lontana. Lo stesso può dirsi per molte altre tematiche, dal controllo sui flussi di capitale alle questioni di sviluppo per il Sud, e via discorrendo. Persino sulla tassa sulle transazioni finanziarie, cavallo di battaglia del Presidente francese Nicolas Sarkozy, padrone di casa e in campagna elettorale in patria, già sembra che mancherà un accordo al G20, tanto che la stessa Francia e la Germania spingono per andare avanti su scala europea.

Fermi ai blocchi di partenza

Era stata promessa una lotta senza quartiere ai paradisi fiscali, che a tutt’oggi prosperano tranquillamente e continuano a nascondere le ricchezze di evasori e criminali. Andavano affrontati gli squilibri monetari globali, a partire dalla questione dei rapporti tra dollaro e yuan. Usa e Cina continuano a È venuto meno il ruolo scambiarsi accuse e il G20 di coordinamento che il G20 ad affermare che esiste un si è auto-assegnato. È schiacciato problema senza accennare tra gli interessi nazionali e i veti a possibili soluzioni, come reciproci dei Paesi partecipanti | 34 | valori |

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Per riassumere, è proprio il ruolo di coordinamento che il G20 si è auto-assegnato a essere venuto meno. Le poche iniziative di regolamentazione della finanza sono lasciate all’iniziativa dei singoli Paesi. Si va avanti in ordine sparso, con il rischio concreto di rendere inefficace qualsiasi riforma, di aumentare la possibilità di arbitraggio sulle regole per i grandi attori finanziari che si muovono su scala globale e di innescare una nuova corsa verso il fondo in materia di controlli. All’indomani della crisi è risultato evidente che il vecchio G8 era ormai indifendibile e che sarebbe stato necessario allargare il tavolo che conta alle nuove potenze economiche. Il G8 esiste ancora, seppure con un’agenda limitata e sempre più marginale. In parallelo l’allargamento non sembra avere prodotto i risultati annunciati. Al contrario, il G20 è schiacciato sotto gli interessi nazionali e i veti reciproci dei Paesi partecipanti. Se le grandi potenze continuano a snobbare l’Onu, additandola come inefficace, sarebbe ora di riconoscere che il nuovo modello di guida del mondo è fallimentare. Per sintetizzare in uno slogan, il G20 ha forse funzionato per salvare le banche, non le persone. In queste condizioni non si tratta unicamente di quali regole per la finanza e i mercati internazionali. È necessario riscrivere alla base i meccanismi e i principi della governance internazionale. In quest’ambito, l’ennesimo G20 dei prossimi mesi sembra avere veramente ben poco da dire.

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EL MAGGIO DEL 2009, dopo quasi due anni dallo scoppio della crisi finanziaria, che colpì il mondo intero (e da cui ancora non ci siamo ripresi), il sindacato dei bancari, Fiba-Cisl, pubblicò, con il contributo di numerosi protagonisti della società civile, un manifesto intitolato: “Riformiamo la finanza: per un’economia civile e solidale”. A distanza di due anni cos’è cambiato? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Gallo, Segretario generale della Fiba-Cisl.

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Come giudica gli interventi delle Banche centrali? La Bce - come le altre banche centrali - ha adottato una politica monetaria espansiva (tassi tra 0 e 1%), che ha spinto le banche verso l’investimento finanziario, allontanandole dal finanziamento di imprese e famiglie, condizione indispensabile per uscire dalla crisi.

terà dei benefici? Favorisce la destinazione degli utili al rafforzamento patrimoniale anziché a dividendi, bonus o stock options e, a regime, dovrà prevedere flessibilità nelle coperture patrimoniali. Ma pretende di valere per tutti gli intermediari. Un sistema finanziario bancocentrico, come quello italiano, con intermediari radicati nelle economie di riferimento e una minore componente finanziaria, non può essere assimilato a sistemi centrati sulle Borse e ad alto contenuto di finanza.

Giuseppe Gallo, segretario generale della Fiba-Cisl.

reau of Consumer Financial Protection a tutela del consumatore di prodotti finanziari. Però manca una politica fiscale selettiva capace di far pagare alla finanza predatoria il costo del rischio delle esternalità negative e dei rischi sistemici, favorendo il credito all’economia con fiscalità di vantaggio. Qual è la strada da seguire, quindi, per la riforma della finanza? La regolazione degli intermediari, dei prodotti, dei mercati non può ammettere zone franche, soprattutto nel “Sistema bancario ombra”. È necessario armonizzare la normativa europea e mondiale come condizione per la nascita di un’unica Authority globale sulla finanza. L’abolizione (avviata) di tutti i paradisi fiscali e bancari è il primo segnale di determinazione che il potere politico deve dare a testimonianza della reale volontà di invertire una deriva di sudditanza all’egemonia della finanza, troppo a lungo metabolizzata. Una politica di regolazione efficace non può eludere i conflitti di interessi diffusi operanti nella promozione e nella vendita di prodotti finanziari. Si propone, a tal fine, la soppressione dei sistemi di incentivazione individuale e la loro trasformazione in componente dei premi aziendali collettivi negoziati dalle organizzazioni sindacali correlata alla redditività aziendale. L’obbligo di trasparenza verso la clientela dovrà, inoltre, prevedere la comunicazione alla stessa di tutte le forme di incentivazione per la compravendita di prodotti finanziari e di credito (mutui, fondi comuni, obbligazioni e altri).

E, invece, la riforma della finanza introdotta negli Usa? Ha il merito di regolare il mercato over the counter attraverso la standardizzazione dei contratti, la centralizzazione degli scambi e la doppia vigilanza della Sec (Security Exchange Commission) e della Cftc (Commodity Futures Trading Commission). La Legge Dodd-Frank esclude, tuttavia, dalla regolazione i derivati non utilizzati a fini speculativi, aprendo una breccia pericolosa che rischia l’indebolimento di tutta l’architettura riformatrice. L’Europa sta seguendo la medesima impostazione: il principio di regolazione viene derogato e modulato a seconda che si tratti di attività speculative o non. La riforma Obama istituisce, inoltre, il Financial Stability Oversight Council, il Consiglio di sorveglianza sulla stabilità finanziaria sistemica del Paese, dotato di estesi poteri di intervento preventivo (ad esempio impedire fusioni o l’offerta di prodotti finanziari); potenzia i poteri della Sec (estendendoli alla vigilanza sulle agenzie di rating); crea il nuovo Bu-

Quali sarebbero, invece, gli interventi necessari per la ripresa dell’economia reale? Occorre una radicale riforma fiscale, finalizzata a spostare il baricentro fiscale dai redditi da lavoro e da impresa ai beni di consumo non essenziali e ai grandi patrimoni. Una riforma fiscale non rinviabile soprattutto in Italia dove la quota Irpef sul gettito totale delle imposte è altissima con un’incidenza a carico del reddito da lavoro dipendente superiore all’80%! Anche il total tax rate (la somma di tutte le tasse che gravano su un’impresa), secondo la Banca Mondiale, vede l’Italia al primo posto con il 68,4%, contro il 56% della Spagna, il 46% degli Stati Uniti, il 44,9% della Germania. È necessario

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‘‘ le normative inarmonizzare Europa

La prospettiva che pone Basilea 3 por-

e nel mondo e creare una authority globale sulla finanza

Il testo integrale del nuovo Manifesto per la riforma della finanza e l’economia sostenibile integrale su www.valori.it

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Il web salverà la raccolta fondi?

Molti i vantaggi, soprattutto per le organizzazioni più piccole. Ma per il momento viaggia su internet solo il 5% dei soldi donati. di Emanuele Isonio ER IL MOMENTO È SOLO UNA BREZ-

P

ZA leggera. Forse anche meno:

appena un alito di vento. Ma potrebbe trasformarsi presto in un vento impetuoso, destinato a sconvolgere le tecniche di raccolta fondi conosciute finora. Alla base di tutto ci sono internet, la rete e le tecnologie digitali. Saranno loro le protagoniste dei sistemi di fund raising del Terzo millennio. Su questo, non esiste addetto ai lavori che non sia pronto a scommetterci. Dati ufficiali sulle donazioni in Italia non sono disponibili: una carenza figlia di una legislazione fiscale che non aiuta ad

avere cifre trasparenti. A seconda delle ricerche, i vari istituti ritengono che le donazioni annue oscillino tra uno e tre miliardi di euro.

Donatori in calo internet residuale Quello che però molti denunciano è una contrazione delle entrate a causa della crisi: «Le ultime rilevazioni evidenziano un’erosione della raccolta fondi», rivela Paolo Venturi, direttore di Aiccon (Associazione Italiana per la promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit). Una ricerca Doxa già l’anno scorso indicava in 43 euro la donazione media pro capite (erano 56 nel 2008 e 68 nel 2006). Né va meglio sul fronte del numero di donatori, attestatisi nel 2010 a quota 44% (vedi GRAFICO ). «Lo scenario - spiega Venturi - è reso ancor più fosco dalla situazione di incertezza in cui vive lo strumento del 5x1000, e dall’aumento delle tariffe postali che hanno fatto schizzare i costi del fund raising tradizionale». Tutti fattori

GESTIRE LE DONAZIONI. DA BANCA ETICA ARRIVA FUND FACILITY

LA DIFFUSIONE DEI SISTEMI DI RACCOLTA FONDI via internet porta con sé lo sviluppo di strumenti per rendere la gestione e la rendicontazione delle donazioni più facile ed efficiente. E il sistema bancario, naturalmente, inizia a guardare con interesse a questo settore per aumentare il proprio portafoglio clienti. Banca Etica, insieme a una cooperativa sociale di Padova (la A-Team), ha ad esempio lanciato Fund Facility, un software collegato a un conto corrente che riduce sensibilmente il lavoro amministrativo delle associazioni non profit. «Questo strumento – spiega Marco Di Giacomo, direttore della filiale milanese dell’istituto di credito – lavora direttamente online attraverso un server protetto. Quando qualcuno fa una donazione in favore dell’associazione che usa questo strumento, i soldi donati finiscono direttamente sul conto corrente. In più, gli uffici dell’associazione si trovano già inseriti i dati del donatore, la frequenza di donazione (nel caso di ordini periodici o permanenti) e con un clic si possono inviare via mail le ricevute fiscali necessarie per le detrazioni fiscali». I vantaggi coinvolgono anche il donatore, che può scegliere tra vari metodi di pagamento (carta di credito, modulo di ordine permanente, bollettino postale premarcato, modello Mav, rid bancario, bollettino freccia o bonifico bancario). Fund Facility funziona anche come canale di comunicazione perché gestisce il database dei contatti ai quali inviare newsletter ed sms informativi. I costi per l’organizzazione ovviamente diminuiscono perché informatizza molte delle attività finora eseguite manualmente. In più, le commissioni sulle donazioni sono più basse (fino a dimezzarsi) rispetto a quanto chiesto da altri sistemi, come åPaypal (attualmente si aggira sul 3-4%).

che, magari non intenzionalmente, ma finiscono per spostare l’attenzione (e le speranze) dei fund raiser sui nuovi strumenti online: email, pagamenti con carte di credito, bonifici via web, social network possono rinverdire il rapporto tra enti non profit e donatori, rendendo più facili le donazioni. «L’attitudine verso l’online è molto più sviluppata negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Nord Europa», spiega Letizia Galli, responsabile Raccolta fondi per ricerca e sviluppo di Medici senza Frontiere. «Ma, prima o poi, pure noi seguiremo quella strada». Se non esistono dati ufficiali sul totale delle raccolte fondi, figurarsi per quelle on line. Il terreno è di fatto ancora vergine. Gli addetti ai lavori concordano, però, nell’affermare che il peso delle donazioni on line è ancora residuale: «Su una raccolta complessiva da donatori individuali che supera i tre milioni, dall’online arriva il 5%», spiega Michela GiuNEL 4° FESTIVAL DI SCENA L’ON LINE È STATO DEDICATO IN BUONA PARTE alle prospettive di crescita degli strumenti on line di raccolta fondi la IV edizione del Festival del Fundraising, promosso dall’università di Bologna dall’11 al 13 maggio a Castrocaro Terme. www.festivaldelfundraising.it

liani, coordinatore Donatori individuali di Cesvi. «Ma la donazione media è più alta di quella di chi usa gli strumenti “cartacei”». A stime analoghe arrivano i fund raiser di Medici senza Frontiere. Leggermente più alte le percentuali di Coopi: «nei nostri programmi di adozione a distanza, i contributi inviati via web si attestano sul 10-15%», rivela il loro responsabile Raccolta fondi, Francesco Quistelli.

On line, un treno da non perdere

FONTE: OSSERVATORIO FUNDRAISING ONLINE RAPPORTO 2010 - CONFRONTO CON 2009

Anche in Italia iniziano a prendere piede i sistemi di fund raising on line. La crisi delle donazioni spinge gli enti non profit a investire sulla Rete.

FONTE: DOXA, BAROMETRO SOLIDARIETÀ 2010

| finanzaetica | soluzioni anti-crisi |

Letizia Galli. Perché tanta differenza? «Gli utenti online hanno di solito una maggiore capacità di spesa», osserva Francesco Quistelli. «Ma va anche considerato – aggiunge Galli – che le campagne di raccolta online sono molto più immediate di quelle cartacee. Una mail può arrivare nelle 24 ore successive a un’emergenza umanitaria. Con le lettere tradizionali passano almeno tre settimane dall’evento. Questo permette di sfruttare meglio l’onda emotiva che colpisce i donatori». Ma non è solo questo il vantaggio degli strumenti online. «I canali web hanno costi di attivazione molto bassi e permettono di evitare i costi esorbitanti delle tariffe postali», spiega Paolo Venturi. «È quindi un investimento che va fatto, sebbene al momento le rese (il rapporto cioè tra investimenti e ricavi) dei mezzi tradizionali di donazione (in primis, i bollettini postali) sono più basse. Il web infatti permette un rapporto più attivo con il donatore, che può tenersi maggiormente in contatto con l’organizzazione che finanzia». Proprio i bassi costi possono rappresentare un vantaggio per le piccole organizzazioni, che, con minori barriere economiche, possono lanciare campagne dal basso: «Se una causa è valida, grazie alla rete può

BAROMETRO DELLA SOLIDARIETÀ ITALIANI CHE HANNO EFFETTUATO UNA DONAZIONE NEI 12 MESI PRECEDENTI L’INTERVISTA (VALORI %)

60 55

58

45

46 45

44

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2010

40 35 1999

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QUANTO DONANO I NAVIGATORI?

31% PIU DI UNA DONAZIONE

29%

25% UNA DONAZIONE

29%

36% NESSUNA DONAZIONE

34%

8% NON SO NON RICORDO

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2009

2010

crescere in breve tempo, anche se a lanciarla sono piccole realtà. Magari in un primo momento, saranno le grandi organizzazioni a beneficiare di più del passaggio sul web. Ma non mi stupirei se nel prossimo futuro la distribuzione delle donazioni favorisse realtà nuove e più piccole». Un “effetto-polverizzazione” che merita di essere tenuto sotto controllo, soprattutto per evitare il rischio di truffe ai danni dei potenziali donatori: «Questo rischio è possibile – osserva Venturi – ma esisteva già prima di questo passaggio epocale. Certo, il settore del non profit dovrà aumentare la propria capacità di autoselezione dei progetti più validi e degni di aiuto. Servirà maggiore trasparenza. In Gran Bretagna, la Charity Commission impone la pubblicità dei bilanci sopra i 30mila euro. E in area anglosassone è molto sviluppato il settore degli watchdog indipendenti». “Cani da guardia” imparziali che fanno le pulci agli enti di beneficienza per valutarne trasparenza e aiutare i donatori a scegliere chi è più affidabile. Online od offline, per noi, al momento, sono fantascienza.

Nonostante queste cifre, però, puntare sulla diffusione delle piattaforme internet più che una scommessa appare un treno da non perdere. E per più di un motivo. Le prime ricerche sulla donazione online descrivono gli utenti del web (32 milioni di Italiani, il 67% della popolazione) come ben disposti verso la donazione: il 58% - rivela l’Osservatorio Fundraising Online - ha effettuato un versamento in favore di una onlus (il 35% più volte), con un incremento del 2% rispetto al 2009 (vedi GRAFICO ). I più generosi? Quelli di età compresa tra 25 e 44 anni, ma la quota di donatori over 55 è cresciuta in un anno del 40%. «Va inoltre considerato che la donazione media è più alta di quella di chi usa gli strumenti “cartacei”», rivela Michela Giuliani. «I nostri dati Le campagne online hanno costi parlano di donazioni medie inferiori, sono più immediate che doppiano quelle fatte coi e sfruttano meglio l’onda emotiva canali tradizionali» aggiunge che segue un’emergenza

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Tasse

Fino a quando il complotto fiscale? di Luigi Grimaldi

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L GOVERNO BERLUSCONI dal 1994 in poi ripete i suoi slogan come un disco rotto. Tra quel-

li più gettonati c’è, nella hit parade del Cavaliere, quello che promette attenzione al mondo dell’impresa e della libertà economica: meno Stato e più mercato e, sopratutto, “meno tasse per tutti”. Il risultato di tanto impegno del “governo del fare” sta scritto nella classifica redatta dalla Banca Mondiale sul “fisco”. E qui bisogna dire che i risultati ottenuti in 17 anni dal “presidente imprenditore” sono eclatanti. Ma proprio molto eclatanti, perché al record della pressione fiscale (43,5% nel 2009, siamo terzi tra i Paesi sviluppati dietro Danimarca e Svezia), si aggiunge il record del numero di adempimenti e controlli fiscali. La quantità di documenti e scartoffie è ormai giunta a livelli tali da produrre effetti paranoici.

cuorebio e il cibo sano prendi una buona abitudine, per te e per la terra. Scegliere un negozio Cuorebio, significa essere certi di acquistare cibi biologici e biodinamici, selezionati e certificati. Ma vuol dire anche avere a cuore la salute della terra ed il rispetto delle risorse naturali. Una scelta sicura e positiva, che puoi fare negli oltre 250 negozi Cuorebio in tutta Italia.

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stanti che «l’evasione di chi paga il 50% dei tributi è un diritto naturale che è nel cuore degli uomini e che non ti fa sentire moralmente colpevole» e che «se le tasse sono troppo alte, è giusto mettere in atto l’evasione o l’elusione fiscale» e, mentre ci si difende da processi - e non nei processi come sarebbe naturale - per colossali evasioni fiscali, dietro le quinte si lavora al collasso. C’è quindi da aspettarsi che presto supereremo quota 700 (adempimenti), un passaggio necessario verso l’ambito traE se fosse una manovra guardo dei mille, che pare sia per esasperare i cittadini? Due manifesti elettorali “taroccati” di Silvio Berlusconi, necessario per por mano senza Ora viene da pensare che un risultato così quando ancora esisteva il partito Forza Italia. resistenza alle agognate modimarcato, a fronte di una politica berluscofiche costituzionali. Mentre si lavora alarazione fino al punto di sostenere ipotesi di niana in cui si urla continuamente contro il cremente nelle stanze del potere per arriazzeramento dello Stato nazionale unitafisco e la burocrazia, non possa essere cavare a questo bel risultato, le stesse menti rio, basta poco, in queste condizioni, a rensuale. Già, perché questo costante dualismo che producono campagne contro il fisco dere il fisco assolutamente intollerabile. schizofrenico non può che avere un risultavampiresco provvedono a renderlo intolCosì, mentre si dichiara tra applausi feto: portare i contribuenti all’esasperazione, lerabile, chiosano sulla magistratura brigaal rifiuto, forse alla rivolta. Un tista, il Parlamento ladro e lo Stato centracomplotto insomma. Se Roma Da anni la propaganda di Silvio lista e burocratico. non è abbastanza “ladrona” da Berlusconi pone l’accento sulla “Quo usque tandem abutere, Berlusconi, suscitare la rivolta e a spingere difesa delle imprese. Eppure pacifici contribuenti all’esaspeil fisco resta esoso e complicato patientia nostra?”. In basi ai dati diffusi recentemente dalla Banca Mondiale si calcola, infatti, che su una classifica di 183 Paesi analizzati, l’Italia sia collocata al 50° posto per la capacità di rendere il fisco complicato e ossessionante. Nel 2011 ogni impresa italiana sarà costretta a svolgere, calcolare, compilare, consegnare e rispettare qualcosa come 694 tra scadenze e adempimenti fiscali e tributari. Visto che, secondo l’Ocse in Italia i giorni lavorativi sono 225, significa che siamo oltre 3 adempimenti fiscali al giorno. Insomma da noi ogni azienda è costretta a dedicare al fisco il doppio del tempo necessario in Francia e Olanda, il 50% in più di Spagna e Germania.

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Attrezzarsi in tempo di crisi. “La rete fa la forza” >47 Made in Italy a rischio: il pollo. Il monopolio dei broiler >49

| Gas, Des, Res | La chiesa di Santa Maria Paganica, nel centro de L’Aquila. Uno dei molti edifici storici distrutti dal terremoto del 6 aprile 2009. La loro ricostruzione non è ancora iniziata. (marzo 2010)

Tutti insieme a due anni dal sisma. Reti, distretti e gruppi d’acquisto dell’economia solidale a convegno nella regione che vuole rinascere,

anche a partire dalla loro esperienza. Nata la Res Abruzzo, L’Aquila punta su buone prassi e relazioni inedite.

di Corrado Fontana

CHRISTIAN SINIBALDI / CONTRASTO

Sbarco Gas 2011

È UN MOVIMENTO che cresce, si trasforma e si incontra. Sono donne e uomini, ragazzi, adulti e anziani, famiglie e comunità che hanno in mente un modello diverso di economia - solidale, ecocompatibile, eticamente condivisa - e puntano a realizzarlo insieme. E, per farlo, si sono dati appuntamento dal 24 al 26 giugno, per lo “Sbarco Gas 2011 - L’economia solidale oltre la crisi”. Rappresentanti delle Reti e dei Distretti di economia solidale (Res e Des), nonché dei Gruppi d’acquisto solidale (Gas), cioè le cellule minime di questa idea di cambiamento, hanno scelto di organizzare il proprio convegno nazionale a L’Aquila, a poco più di due anni dal terremoto. È un luogo simbolo di caduta e di voglia estrema di rinascita, dove ogni occasione di riattivare il tessuto economico e sociale della città e della regione diventa prezioso. Così nei mesi scorsi è nata la Res Abruzzo, popolata di associazioni culturali, Botteghe del mondo, Gruppi d’acquisto solidale, produttori agricoli e qualche cooperativa, capace di raccogliere la prima sfida: proporre l’Aquila come sede per il convegno nazionale di Gas, Des e Res, nonostante le difficoltà logistiche (in primis reperire sistemazioni per circa duemila persone in un’area con poche case private e bed & breakfast disponibili, campeggi difficili da realizzare e spesso lontani dalla città).

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A L’Aquila la scossa dell’economia solidale

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| economiasolidale | struire nuove abitazioni da affittare. «L’obiettivo - sottolinea Alessia De Lure della bottega del commercio equo Il Sicomoro - è proprio ricondurre l’attenzione sul territorio aquilano, verificare come è (o come non è) la situazione a due anni dal sisma, portando alla luce le buone prassi che si sono comunque attuate, come l’Eco Vil-

laggio di case di paglia di Pescomaggiore, che si sta realizzando tramite donazioni e forme di autofinanziamento (vedi Valori di dicembre 2009, ndr)».

«I produttori - racconta Alessia De Lure - vivono grandi difficoltà nelle vendite. Per questo motivo, in collaborazione con la Confederazione italiana agricoltori (Cia) e con i contributi Slow Food, sarà costruita una struttura in legno (per la quale stiamo cercando un terreno): diventerà un piccolo villaggio dell’altra economia, a basso impatto ambien-

Respiro solidale Dai Gruppi d’acquisto riparte un circuito che va al di là del reperimento di frutta e verdura.

DANIELE CAVALLOTTI

Non solo. L’Aquila sostenibile ha scelto di ripartire dalla valorizzazione delle filiere contadine in un’area dove molti terreni agricoli sono stati confiscati per convertirli ad uso edilizio - così la maggior parte di quelli del piano C.A.S.E. - e dove i crolli hanno innescato un processo speculativo da parte di chi possedeva dei campi e si è affrettato a co-

le scorso, in piazza Duomo, per riportare la luce dei riflettori sullo stato del centro storico». È un flusso di economia solidale che torna in circolo o, addirittura, trae spunto dalla situazione per dare vita a inedite esperienze di rete, sviluppando ad esempio quei collegamenti tra i Gas dell’entroterra e quelli della costa che prima non esistevano.

tale e collocato in città, perno della distribuzione per i Gas e della vendita diretta dei prodotti locali della terra. E insieme ci sarà anche la nuova bottega del commercio equo e solidale. Non solo. Il Gas sta anche sviluppando dei piccoli mercati contadini itineranti nelle zone focali della città: nei nuovi quartieri abitativi del progetto C.A.S.E. o, come nell’apri-

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APPUNTAMENTO A L’AQUILA SBARCO GAS 2011 TRE GIORNI FITTI DI EVENTI (incontri di studio, momenti musicali, laboratori di decrescita, spazi per bambini, proiezioni di video, escursioni a piedi) per definire anche gli obbiettivi del convegno nazionale:

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promuovere i temi dell’economia solidale, della finanza etica, della sobrietà degli stili di vita e della difesa dei beni comuni; favorire l’incontro tra domanda e offerta all’interno dell’economia solidale lavorando da un lato al potenziamento della domanda (creazione di nuovi Gas, rafforzamento dei legami di quelli esistenti, creazione di nuovi canali d’acquisto), in modo da fornire al movimento solide basi economiche e da rappresentare per i produttori una valida e reale alternativa ai tradizionali canali di mercato; mettere in rete le singole realtà aderenti e favorire la creazione di legami e collaborazioni tra i diversi attori della rete; realizzare progetti concreti di buone prassi di economia solidale in Abruzzo.

A sinistra, mercato contadino del Res Abruzzo. A destra, il Progetto Spiga e Madia (Des Brianza).

I temi fumanti nel piatto Dalla riflessione sulle buone prassi scaturita nel Des Brianza emergono alcuni dei temi del dibattito ecosol che approderanno al convegno aquilano. In gioco ci sono strumenti, mezzi e futuro, con la politica che fa capolino. di Corrado Fontana otere della tv. Il progetto Spiga Se qualcuno resta e Madia, in cui si recuperano indietro terreni agricoli per coltivare fru«Il tema principale su cui bisognerà conmento da destinare alla panificazione e riattifrontarsi al convegno nazionale de L’Aquila vare una filiera locale quasi scomparsa, va in on- ricorda Giuseppe Vergani, uno dei coordida su Report (nella puntata del 17 aprile scorso) natori della Retina dei Gas della Brianza e l’economia solidale finisce in seconda serata sarà il lavoro di saldatura tra le esperienze di nazionale, uscendo dal giro dei soliti appassiopunta del movimento, cioè i distretti di econati. Ma, mentre questo avviene, e senz’altro nomia solidale nascenti, le filiere corte e le serve alla diffusione di certe buone prassi, la riflessione è già passaDagli acquisti di frutta e ortaggi ta oltre, anzi mette in fila i rischi a km zero ad un nuovo ruolo di uno scollamento tra pratica e di cittadinanza attiva. Questo teoria, tra opliti e legislatori. è il vero nodo per Gas, Des e Res

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altre iniziative, che vanno oltre l’acquisto di frutta e verdura, e la prassi normale dei Gas. L’acquisto solidale non è più solo l’esercizio di una scelta del consumatore, ma assume un ruolo propositivo e attivo all’interno delle filiere dell’economia solidale, un ruolo di trasformazione. Il rischio è allora che questa posizione più attiva dei gas non venga metabolizzata». Davide Biolghini, responsabile della formazione e della ricerca nel Tavolo Res Italia, rincara la dose portando l’esempio di due contraddizioni: quella tra i principi di filiera locale e la vocazione internazionale che certe produzioni agricole hanno (come il vino abruzzese) e quella della rete dei Parchi naturali che vorrebbero valorizzare i prodotti della terra coltivati sul proprio suolo, promuovendoli non solo all’interno delle Reti di economia solidale, ma anche, ad esempio, in collaborazione con la Legacoop. «Il proposito ambizioso dell’assemblea nazionale de L’Aquila di comprendere se l’economia solidale possa dare risposte alla crisi che caratterizza l’Abruzzo - spiega Biolghini - pone anche la questione di co-

A sinistra, Giuseppe Vergani, della Retina dei Gas della Brianza. A destra, Davide Biolghini, del tavolo Res Italia.

LIBRI

Davide Biolghini Il popolo dell’economia solidale. Alla ricerca di un’altra economia Emi editore Collana: Giustizia, ambiente, pace 160 pagine € 9,00

IL BUONO DEL MERCATO BuonMercato di Corsico (Mi) offre servizi di supporto logistico sia ai cittadini che agli stessi Gas e utilizza per sostenersi il 10% del prezzo finale dei prodotti, sotto forma di donazione finalizzata al pagamento di uno spazio per il magazzino, di una cella frigorifera e di un operatore a tempo pieno. BuonMercato garantisce così la sostenibilità economica, avvalendosi però del contributo di ben 30 volontari: quando si parla di “piccola distribuzione organizzata” bisogna fare i conti con il rapporto necessario tra lavoro retribuito e lavoro volontario. www.buonmercato.info

me dialogare con tanti diversi interlocutori, anche con quelli più “istituzionali”, che non sono solitamente vicini al mondo dell’economia solidale. Questa assemblea nazionale ha l’obiettivo di far convivere la prospettiva di ciascun Gas, fortemente legato alla dimensione locale della propria realtà e all’attività degli acquisti, ma normalmente poco avvezzo alle relazioni con altri attori e a una visione più ampia dei problemi del territorio, con la prospettiva degli altri gruppi d’acquisto più “attivi” e con quella, spesso più estesa, delle Res e di altri soggetti consimili».

SBARCO GAS IN RETE

www.sbarcogaslaquila.it www.retegas.org www.facebook.com/EVAPescomaggiore

Tra verdura e politica

l’attenzione ai prodotti locali, cioè alla filiera corta, e alle produzioni biologiche. La proposta è di privilegiare, tra i due, l’agricoltura locale, per evitare una certa “presbiopia” che conduce a non considerare ciò che è più vicino a noi. Così nel Parco agricolo Sud di Milano stiamo facendo sì che i Gas della cintura milanese facciano i conti con gli agricoltori così come essi sono e non come i Gas vorrebbero che fossero, assumendo in prima persona il compito di favorirne i processi di conversione verso l’agricoltura sostenibile. Una pratica di assunzione di responsabilità che ha portato

Ma le scelte che i Gas locali e tutto il movimento dell’economia solidale si trovano di fronte oscillano tra prassi e teoria. «A Osnago - continua Davide Biolghini - mi sono occupato del rapporto con i fornitori, in particolare con gli agricoltori, la scelta dei quali dipende da una carta di intenti in cui sono evidenziati, tra gli altri, due criteri: ...ANCORA WEB retinagasbrianza.org www.retecosol.org

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cessi di conversione al biologico significa che oggi una parte dei Gas milanesi si sta occupando del futuro del territorio del Parco Sud, attraverso la qualificazione della sua agricoltura. Così, ad esempio, oggi possia-

a un incremento delle aziende agricole biologiche e che conduce il movimento a non proporre iniziative che vadano troppo oltre il livello di consapevolezza diffuso tra gli agricoltori. Fare i conti con i possibili pro-

mo chiedere ai Gas anche di mobilitarsi sul tema delle bretelle autostradali e dei tracciati delle tangenziali, che rischiano di mangiare ulteriore suolo e territorio agricolo, collegandosi ai sindaci della zona che

hanno indetto manifestazioni per protestare contro questi progetti». Dagli acquisti di formaggi, frutta e ortaggi al ruolo di cittadinanza attiva vero e proprio, insomma. La domanda è se le Reti di

uno strappo in cui il movimento dei Gas, fatto di persone che vogliono fare solo degli acquisti, non segua un’avanguardia che, invece, vuole andare oltre, con l’acquisizione di un ruolo pubblico a pieno titolo?»

economia solidale, i distretti e i Gas sono pronti per coordinarsi in vista di tali compiti: «Questo è il vero nodo, siamo pronti a questo passaggio?», si domanda Giuseppe Vergani. «E, soprattutto, ci siamo tutti o c’è il rischio di

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Le coltivazioni della cooperativa sociale Arca di Noè, della Res Calabria.

Dalla Calabria alla Sicilia, con furore

ECOSOL SUL WEB

www.siqillyah.it www.utopiesorridenti.com www.equosud.org www.lakasbah.org www.legallinefelici.it

Attraverso la passione agro-politica incarnata dagli orti migranti, la rete calabrese e l’esperienza siciliana attivano riflessioni e iniziative: il Sud sposa l’economia solidale adattata agli scenari locali. In un rapporto profondo con la terra. di Corrado Fontana NO SGUARDO A VOLO RADENTE sul mondo dei Gas e delle Reti dell’economia solidale in Calabria e al Centro-Sud Italia lo regala Mario Coscarello, referente al Tavolo nazionale Res: «Credo che l’esperienza dei Gas e del movimento Des/Res stia sempre più integrandosi. A sinistra, Mario Coscarello, Tavolo nazionale Per le realtà meridionali, purtroppo, questa inRes. A destra, Roberto Licalzi, Siquillyàh. tegrazione a livello nazionale tarda a decollare, per differenti motivi, non per ultimo la loquella di riuscire a fare rete: sono numerose calizzazione degli eventi di portata nazionale esperienze, ma puntiformi, slegate nei diffetroppo spesso nelle aree del Nord Italia. Anche renti contesti territoriali. Di recente in Calaper ovviare a questo nel maggio del 2009 si è bria si è avviato un percorso per la costituziosvolto a Cancellara (Potenza) il primo inconne di un’unica rete calabrese». tro per la costituzione della “Rete Sud-Sud”, Ma, rispetto al proliferare di mercati conche ha coinvolto le cinque regioni dell’estretadini, Coscarello predica cautela: «Bisogna mo Sud Italia: Sicilia, Calabria, Campania, Pupreservarli da una deriva che tende a farli diglia e Basilicata. In Calabria, come nelle altre ventare solo un altro strumento di markeregioni meridionali, esistono molte esperienting per vendere in maniera efficace il proze valide che possono creare dei buoni predotto agricolo. Si moltiplicano infatti anche supposti per costruire percorsi alternativi di al Sud mercati, Farmer Market, Gruppi di accambiamento. Molto interessante è il progetquisto (solidali) che spesso hanno poco a che to del Consorzio Equosud, che opera nella zofare con gli obiettivi dell’economia solidale, na di Reggio Calabria e coinvolge numerose diventando addirittura strumenti funzionali realtà in differenti settori. Sempre a Reggio al sistema capitalistico di sfruttamento». opera il Gastretto. Salendo più a Nord c’è l’esperienza della Res Utopie Sorridenti che, Economia solidale spinta da un nucleo forte legato al consumo per l’integrazione critico, sta operando soprattutto nell’area di Si parla di prodotti agricoli, ma il tema sotto Cosenza. Esistono, poi, una serie di altre iniziative, Botteghe del Modelli alternativi di accoglienza mondo in testa, in altre zona dele integrazione dei migranti. la Calabria. La difficoltà comune È il nuovo tema (e la sfida) che di tutte queste realtà è proprio affrontano i Gas del Sud Italia

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traccia è un altro e nasce da un vissuto che i Gas settentrionali non stanno sperimentando, se non marginalmente: il coinvolgimento delle Res nell’offerta di modelli alternativi per l’accoglienza e l’integrazione dei migranti. «Un tema che ci interessa molto, e in cui ci imbatteremo sempre di più, è quello dell’accoglienza dei migranti in relazione al mondo dei Gas e delle Res», dichiara Roberto Li Calzi, promotore della Res siciliana e appassionato ideatore del primo Sbarco Gas (nel 2009 in Sicilia) e del consorzio siciliano Arcipelago Siqillyàh. «Visto che Sbarco Gas a L’Aquila continua Li Calzi - vuole essere una dimostrazione di come questo movimento dell’economia solidale possa affrontare e risolvere i problemi meglio dell’economia della concorrenza e della competizione, il tema dei migranti è perfetto: le aziende agricole che fanno parte di Arcipelago Siqillyàh accoglieranno chi una, chi due o tre di queste persone per offrire loro un tetto, una famiglia e un lavoro regolare, coltivando ortaggi da vendere nei dintorni e ai Gas del Nord. L’economia solidale può essere una via attraverso cui la manodopera migrante, fin qui sfruttata, può essere assorbita in maniera legale e con soddisfazione per tutti». E se la Sicilia comincia, la Calabria non si tira indietro, tanto più dopo l’esplosione del caso di Rosarno, che ha sottolineato il legame fra sistema economico, politico e mafioso e sfruttamento del lavoro. «I migranti conclude Stefano Ammiratolo del Tavolo nazionale Res - che sono richiestissimi per essere impiegati nel lavoro dei campi, ingaggiati

con modalità e salari disumani, diventano di colpo un problema e un fastidio a fine stagione. Se ci aggiungiamo che il prezzo delle arance, quando va bene, si attesta sui 25 centesimi al chilo e balza a 1 euro e mezzo quando arriva al supermercato e che l’agricoltura

chimica di tipo industriale ha già ridotto alcune parti del nostro territorio in un deserto improduttivo, abbiamo un quadro abbastanza chiaro della situazione. La risposta dei Gas è il rispetto dell’uomo e dell’ambiente. Questa sensibilità è ben rappresentata sulla

nostra rete dall’esperienza dell’Orto Migrante nella Contrada Concistocchi di Rende, coltivato applicando le tecniche dell’agricoltura naturale, dai migranti con status di rifugiato politico in accoglienza presso l’Associazione culturale multietnica La Kasbah».

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Richiamo all’ordine Va bene l’economia solidale, ma non si scordino i principi ispiratori. L’appello viene da Sergio Venezia (Des Brianza) in una lettera aperta al suo distretto. Perché pecunia olet, anche se le risorse scarseggiano. di Corrado Fontana

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ICIAMO CHE NELLA MIA

aperta al Des Brianza ho voluto mettere, come si dice, i piedi nel piatto! Il dibattito, anche all’interno, è acceso. Io sottolineo un problema che non è ancora esploso, ma è già emerso qui da noi: il consiglio del distretto di economia solidale della Brianza ha deliberato di accettare i finanziamenti delle fondazioni bancarie Cariplo e Monza-Brianza». È una lettera aperta, una denuncia, un richiamo ai valori originari quella scritta da Sergio Venezia, del Des Brianza, rivolta proprio al “suo” Distretto di economia solidale. LETTERA

Quindi il fine non giustifica i mezzi (economici)? Nella prima fase di sviluppo di un Des c’è un afflato volontario che non ti porta a preoc-

Coop non ha smesso di aderire a questo modello di consumo del suolo: siamo partiti da obiettivi molto nobili e siamo approdati a logiche molto simili a quelle del sistema capitalistico. Insomma, prima ancora degli aspetti etici, cioè del problema di ricevere soldi da banche che magari finanziano l’industria bellica, c’è la necessità di dover dimostrare la salubrità dell’economia solidale se si vuole proporre come modello di “altra” economia, capace di stare in piedi da sola. È accettabile avvalersi di contributi per gli start-up delle iniziative, ma devono essere davvero sfruttati solo per partire e devono essere etici. D’altra parte penso che sia giusto accogliere il denaro che arriva dal settore pubblico come anche quello della finanza etica.

cuparti di ciò; la cosa cambia quando si comincia a vedere sedimentare a lungo progetti sempre più complessi, che richiedono una parte di lavoro che va a al di là del volontariato. E cominci a chiederti dove puoi recuperare i soldi per realizzarli. Ancora prima degli aspetti etici riguardo al “dove” vai a prendere le risorse, che mi portano a chiedere attenzione sul tema, ritengo che si debbano creare degli anticorpi per evitare di ripercorrere processi che in principio erano virtuosi, ma che poi si sono discostati dalla strada iniziale. Così ad esempio la Coop, nata per sostenere i lavoratori attraverso dei processi mutualistici e di solidarietà, e diventata oggi una grandissima impresa con enormi contraddizioni. Se è vero che nella nostra zona c’è la più alta densità di centri commerciali d’Europa, è anche vero che |

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| economiasolidale | RELAZIONI VIRTUOSE ACCOGLIENZA DEGLI IMMIGRATI DAL SUD DEL MONDO (e non solo), lotta all’agribusiness, nuovi modelli economici a salvaguardia delle piccole produzioni: tanti argomenti che si intrecciano in diverse iniziative come “Genuino clandestino” e la “Campagna per l’agricoltura contadina”. Le Res stanno cominciando solo ora a rapportarsi con le reti di contadini di base come Ari (Associazione rurale italiana), Asci (Associazione di solidarietà per la campagna italiana), Civiltà contadina, riguardo la loro proposta di legge che punta a cambiare un sistema burocratico e fiscale che, per favorire il modello industriale impiantato in agricoltura, applica la stessa normativa a chi possiede e coltiva migliaia di ettari e ai piccoli contadini. Giuseppe Vergani (La Retina - Des Brianza) sottolinea che «l’agri-business utilizza prodotti chimici, inquina l’aria e l’acqua e di solito non produce cibo, ma al massimo mangimi, quando non bio-carburanti. Il piccolo agricoltore, invece, agisce in aree marginali, fa tutela del suolo, paesaggio, agricoltura di qualità e coltivazioni biologiche: questi due soggetti non possono essere sottoposti al medesimo vincolo burocratico e, anzi, il secondo va sostenuto. Teniamo conto che nel 2013 la politica agricola comunitaria (Pac), se anche non si concludesse, verrà comunque molto ridimensionata. A chi andranno in mano i territori coltivati nei dintorni di Milano che praticano un’agricoltura economicamente non sostenibile se questa non viene aiutata dai finanziamenti pubblici?».

Ma l’economia solidale ce la fa ad essere autonoma? Per me è una questione di ansia e di tempi. Se si pensa di avere tutto e subito, non ce la possiamo fare: è un secolo che ci stiamo abituando al consumismo, perciò è necessario prendersi qualche anno per fare una riflessione molto profonda in un’altra direzione. Se mettiamo da parte un attimo l’ansia di dover creare occupazione, di dover rispondere alle provocazioni di un sistema che ci considera una nicchia, allora il problema diventa semplicemente in quanto tempo ce la facciamo. E ci si arriverà con una maggiore consapevolezza.

www.agricolturacontadina.org genuinoclandestino.noblogs.org

Quindi promuoverebbe una sorta di decrescita... Io promuovo prima di tutto una sorta di decrescita. So che dobbiamo lavorare prima di tutto sul piano culturale, incidere sull’immaginario collettivo. Non possiamo competere sui numeri del sistema per cambiare il paradigma, fare a gara con Coop, Banca Intesa, ecc. La differenza deve essere di strategia e non di obbiettivi. Questo presuppone di ripensare il territorio, superando innanzitutto delle resistenze culturali, decostruendo il modello della metropoli e il paradigma del “vivo perché consumo”. L’economia solidale che tentiamo è un patto, una vicinanza tra consumatore e produttore: quando io ordino il pane al mio contadino gli anticipo il 20% dell’acquisto e se una grandinata gli distrugge il raccolto mica lo richiedo indietro. Questa è la mia parte del rischio d’impresa, siamo solidali come la trave e il pilastro, perché abbiamo un interesse comune. C’è bisogno di una riflessione culturale e psicologica profonda, per ribaltare assiomi e paradigmi.

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anticipazioni sui risultati sono già interessanti: «Il numero dei Gas mappati spiega David Marchiori, delle Acli veneziane - è oltre il doppio di quanto fosse mai stato percepito prima: oltre 150 contro i 65 del database di retegas.org. La maggior parte dei gruppi censiti sono nati dopo il 2006 ed è un trend in continua crescita». Meno di un Gas su quattro ha una qualche forma di dialogo con le pubbliche amministrazioni, ma solo il 25% dei Gas dichiara di auspicare un miglioramento del rapporto; meno della metà è costituita in associazione e solo il 12% possiede un conto corrente bancario, di cui la metà nel mondo della finanza etica. Le prime stime dicono poi che il numero dei “gasisti” veneti supererà ampiamente le 11 mila persone. L’84,3% dei Gas dichiara di avere rapporti con altre associazioni mentre, dal punto di vista merceologico, la composizione del loro paniere medio è: frutta e verdura 35%; carne 5%; formaggio 9%; pane/farine 20%; dolciumi 8%; conserve/succhi 4%; vino 5%; detersivi detergenti 8%; vestiario 6%, con una spesa media a gasista che varia dai 35 ai 40 euro.

IN RETE http://digilander.libero.it/lamondolfiera/0_chi_siamo.html

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struisce sull’offerta più conveniente del momento. Di che cosa si tratta esattamente? Ci risponde Fernando Lugli, ingegnere specializzato in progetti di sviluppo locale, che accompagna le imprese a mettersi in rete: «Le aggregazioni nel nostro sistema produttivo, fatto di piccole e medie imprese (Pmi) esistono da sempre, possono essere filiere, distretti, consorzi. Il contratto di rete – continua Lugli – risponde a un’esigenza di maggiore flessibilità rispetto alle filiere, dove sostanzialmente c’è un’impresa forte e dei “sudditi”, ma quasi mai delle aziende di uguale livello. Lascia più possibilità di cambiamento rispetto ai consorzi, che si formano attorno a un prodotto e alla sua tutela, ma non offrono nulla all’impresa se cambia produzione. Il contratto di rete - conclude Lugli - è più leggero, si stabilisce per un’ottica medio-lunga. Permette che si formi un accordo per uno scopo specifico, per esempio per una funzione aziendale come la ricerca e sviluppo, o per gestire i mercati esteri, ma lascia le imprese libere su altre funzioni».

Per superare l’ottica dei distretti e sostenere le nuove dimensioni della produzione, le imprese si aggregano usando lo strumento dei contratti di rete. Più flessibili delle filiere, dove c’è un capofila e molti sudditi,

IL NORD-EST SI FA I CONTI IN TASCA “I GRUPPI D’ACQUISTO SOLIDALE VENETI nel 2011 - Una fotografia d’insieme” è la prima ricerca che esamina complessivamente il fenomeno dei Gas a livello dell’intera regione Veneto. Promossa dalle Acli provinciali di Venezia e da Emù (Centro di sperimentazione ecomuseale di Venezia), che, insieme a Movimento Consumatori e all’associazione Mandragola, guidano il progetto di promozione dell’economia solidale Sesterzo, la ricerca non solo traccia una mappa “georeferenziata” del fenomeno dei Gas nella regione, ma, soprattutto, cerca di capire quale “capitale sociale’’ queste realtà mobilitano intorno a sé. «I primi dati emersi - racconta Mauro Richeldi, coordinatore del Centro Emù mettono in evidenza la natura del Gas quale “attore sociale complesso”. La sua attività nella maggior parte dei casi trascende il mero acquisto e la sua capacità di relazione col territorio è molto alta, ciò nonostante non è ancora maturata una reale “coscienza” di questo ruolo all’interno dello scenario composito dei Gas veneti». La ricerca verrà presentata presso lo stand delle Acli a Terra Futura 2011, ma le

Attrezzarsi in tempo di crisi “La rete fa la forza”

Nella foto in alto a sinistra, l’assemblea nazionale Gas-Des svoltasi nel 2010 a Osnago (Lc).

lasciano più libertà dei consorzi, ma richiedono un salto culturale. di Paola Baiocchi HISSÀ SE QUALCUNO ha informato Marchionne che anche tra le imprese può esistere la solidarietà, chissà se qualcuno gli ha mai detto che per resistere alla crisi, prima di mettere in strada i lavoratori, si può pensare di unirsi, senza rinunciare ai concetti di imprenditorialità, ma assumendo quelli di responsabilità di fronte ai lavoratori e

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al territorio dove si opera. Non stiamo parlando di una via delle imprese al socialismo, ma del “contratto di rete”, uno strumento introdotto dal decreto “incentivi” del 2009 (vedi BOX pagina successiva), che le imprese stanno cominciando a utilizzare per rispondere a un sistema di produzione del valore profondamente cambiato, in cui i mercati sono aperti e la filiera si co-

LE PRIME ESPERIENZE RACEBO: nel maggio dello scorso anno 11 piccole e medie imprese manifatturiere dell’automotive, hanno siglato a Bologna il contratto di rete. Si tratta di ditte subfornitrici delle case dell’automotive, operanti nei diversi comparti della meccanica: dai trattamenti dei metalli alle fusioni in leghe leggere; dalle lavorazioni meccaniche di precisione alla carpenteria metallica; dalla componentistica per telai e motori alla verniciatura. FRUTTI DA FAVOLA: questo è il marchio “collettivo” che un gruppo di agricoltori del modenese ha sviluppato per commercializzare i propri prodotti. Ora si sono formati in cooperativa e stanno aprendo negozi di frutta e verdura a filiera corta.

Condividere le informazioni Il primo passaggio da fare è di tipo culturale e non è piccolo: bisogna passare da un’ottica di concorrenza e di individualismo sfrenati, alla collaborazione e alla condivisione di alcune informazioni - che spesso gli imprenditori non sanno nemmeno di avere -

RIBES, RETE IMPRESE BIOMEDICALI: dopo mesi di preparazione, 14 aziende biomedicali toscane hanno firmato il contratto di rete a maggio. Gestiranno collettivamente i rapporti con le banche e metteranno in comune tutto, laboratori di ricerca e processi di innovazione e di certificazione. (a cura di www.corsoromasrl.com)

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| made in italy a rischio | quinta puntata | economiasolidale |

ma cercano in tutti i modi di custodire. Dopo aver superato l’ostacolo culturale, il secondo è di tipo pratico: trovare con chi fare rete (vedi BOX sulle esperienze). Molte reti nascono su stimolo dalle associazioni di categoria o delle strutture camerali, che propongono corsi di formazione in cui le realtà produttive si incontrano. Altre reti si stabiliscono tra aziende che già si conoscono, perché fino a ieri erano fornitori, clienti, o addirittura concorrenti. Naturalmente bisogna trovarsi su affinità ben precise, valutate attraverso percorsi schematici, con questionari o con l’aiuto di consulenti. Alcuni casi pilota cominciano a spuntare: tra gli imprenditori, le nuove generazioni sono disponibili e in molte situazioni sono società “rosa” quelle che fanno il “primo passo” verso altre aziende. C’è molto da inventare, perché mancano i decreti attuativi della legge, non sono molti ancora i commercialisti che conoscono l’argomento, ma qualcosa si sta muovendo: «Mettersi in contatto con altre imprese attraverso nuove forme di cooperazione - aggiunge Fernando Lugli - è strategico. Il contratto di rete aiuta, IN INTERNET anche se non è la soluzione a tutti i www.retidiimprese.it problemi».

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IL CONTRATTO DI RETE D’IMPRESA IL DECRETO legge 10 febbraio 2009 n. 5, recante misure urgenti a sostegno dei settori industriali in crisi, convertito con modificazioni con L. 9 aprile 2009, n. 33 ed ulteriormente modificato dall’art.1, co.1, l.23 luglio 2009, n.99 (Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia) ha introdotto il contratto di rete d’impresa all’articolo 3 comma 4, qui riportato:

Ogni anno le grandi aziende avicole italiane allevano oltre 450 milioni di cosiddetti “ibridi industriali”: polli che crescono più in fretta e consentono di semplificare la produzione.

4-TER. Con il contratto di rete due o più imprese si obbligano ad esercitare in comune una o più attività economiche rientranti nei rispettivi oggetti sociali allo scopo di accrescere la reciproca capacità innovativa e la competitività sul mercato. Il contratto è redatto per atto pubblico o per scrittura privata autenticata, e deve indicare: a) la denominazione sociale delle imprese aderenti alla rete; b) l’indicazione delle attività comuni poste a base della rete; c) l’individuazione di un programma di rete, che contenga l’enunciazione dei diritti e degli obblighi assunti da ciascuna impresa partecipante e le modalità di realizzazione dello scopo comune da perseguirsi attraverso l’istituzione di un fondo patrimoniale comune, in relazione al quale sono stabiliti i criteri di valutazione dei conferimenti che ciascun contraente si obbliga ad eseguire per la sua costituzione e le relative modalità di gestione, ovvero mediante ricorso alla costituzione da parte di ciascun contraente di un patrimonio destinato all’affare, ai sensi dell’articolo 2447-bis, primo comma, lettera a) del codice civile; d) la durata del contratto e le relative ipotesi di recesso; e) l’organo comune incaricato di eseguire il programma di rete, i suoi poteri anche di rappresentanza e le modalità di partecipazione di ogni impresa alla attività dell’organo. 4-QUATER. Il contratto di rete è iscritto nel registro delle imprese ove hanno sede le imprese contraenti. 4-QUINQUIES. Alle reti delle imprese di cui al presente articolo si applicano le disposizioni dell’articolo 1, comma 368, lettera b), della legge 23 dicembre 2005, n. 266 e successive modificazioni.

Il monopolio dei “broiler” sulle tavole d’Italia Milioni di polli, tutti uguali. Il 99% è ottenuto da incroci genetici che garantiscono prezzi molto bassi e prodotti standardizzati. La filiera delle carni avicole è ormai dominata dai grandi gruppi industriali. La recessione fa volare i consumi. Ma i prezzi di vendita molto bassi non permettono di coprire i costi di produzione. di Emanuele Isonio

A

UTOSUFFICIENZA, MA BASSI RICAVI. Grandi allevamenti indu-

C’è la crisi, il settore ringrazia

marchio Aia del gruppo Veronesi e la Amadori, da sole, si dividono oltre due terzi del mercato nazionale). Accanto ad essa, una seconda, che produce altri 50 milioni di polli, destinati in buona parte all’autoconsumo o a chi cerca peculiarità che gli allevamenti industriali non possono dare (e alla quale dedichiamo l’ ARTICOLO a pagina 52). Due filiere con caratteristiche molto diverse. A partire dal prezzo dei polli e dal tipo di consumatori al quale si rivolgono.

«Il 99% dell’avicoltura industriale, in Italia e nel mondo, utilizza i cosiddetti broiler, ibridi commerciali prodotti da incroci genetici», spiega Silvia Cerolini, docente di Zoocoltura e Avicoltura all’università Statale di Milano. Obiettivo: ottenere un tipo di animale estremamente omogeneo che rende più facile standardizzare le produzioni ed è in grado di crescere più rapidamente (la macellazione può avvenire dopo 21 giorni, più spesso tra 35 e 40). La produzione mondiale di questi ibridi (oltre 40 miliardi ogni anno) è concentrata in poche mani: appena quattro gruppi multinazionali controllano l’80% del mercato (vedi BOX a pagina 50).

striali e filiera integrata, ma qualità più alta del resto dell’Unione europea. Se dovessimo ridurre in pochi flash l’enorme quantità di dati, rapporti e analisi sulla filiera avicola italiana, non potremmo prescindere da questi cinque elementi. Almeno per quanto riguarda la situazione della parte principale del settore. MADE IN ITALY A RISCHIO/ ASPETTANDO LA SESTA PUNTATA Perché in realtà, in Italia, se si vuole dare un quadro complesIL VIAGGIO DI VALORI alla scoperta dei punti di forza sivo, si dovrebbe parlare di due e dei problemi delle filiere agroalimentari del Belpaese filiere: la prima, quella maggioprosegue a luglio. Di che cosa volete che parliamo? re, con 460 milioni di polli proSegnalatecelo a redazione@valori.it dotti, è in mano ai “colossi” (il

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In Italia, il settore avicolo ha fatto registrare un fatturato di 5,3 miliardi di euro (3,9 miliardi dalle carne e 1,5 dalle uova). Appena cinque anni fa era di 3,8 miliardi. Un aumento di quasi il 40%, figlio paradossale della crisi economica: «La riduzione del potere d’acquisto delle famiglie, la polarizzazione dei redditi, l’accentuata recessione in atto dal 2008 hanno fortemente condizionato la struttura dei consumi alimentari degli italiani», spiega Paola Parmigiani, ricercatrice dell’Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare). E infatti, per le carni di pollo si registra un aumento medio annuo dell’1,6% (vedi GRAFICO ). A rimetterci le (più care) carni bovine, scese negli ultimi cinque anni dal 52 al 49,7% della spesa totale per carni fresche. Ma calano nei consumi anche le altri carni bianche, in particolare il tacchino (vedi GRAFICO ). Il motivo, almeno quello principale, alla base di questo cambio di gusti è facilmente intuibile: la carne di pollo costa molto meno delle altre. «Il fattore prezzo ha un ruolo senz’altro determinante. Mezzo secolo fa era la carne della domenica, oggi grazie agli allevamenti intensivi è quella che ha portato le proteine alle masse», commenta Guido Sassi,

presidente di Avitalia, l’associazione di categoria che riunisce quasi tutti i maggiori produttori (ad eccezione del marchio Aia). «Ma va anche considerato che la carne di pollo si presta a un’ampia varietà d’uso. Si possono, infatti, contare oltre settecento diverse referenze (le tipologie di prodotti preparati con il pollame, ndr)». Non è quindi un caso che il consumatore-tipo del pollo industriale appartenga soprattutto alle fasce più povere della popolazione (58% del totale, vedi GRAFICO ), per lo più anziani, che, 73 volte su 100, lo acquistano utilizzando supermercati e discount.

Costi troppo alti, ricavi troppo bassi È proprio il tipo di filiera costruito dai grandi gruppi industriali a rendere possibili i prezzi stracciati: «Il comparto avicolo si basa su una filiera a integrazione verticale», spiega Silvia Cerolini. «I grandi gruppi ne detengono tutte le fasi: allevamento degli animali riproduttori, incubatoi, allevamenti dei polli da carne, macellazione, trasformazione, distribuzione». Risultato: un chilo di pollo industriale, tra gennaio e marzo scorsi, era quotato 1,10 euro.

Il rovescio della medaglia di prezzi così bassi è che, come accade in altre filiere agroalimentari meno strutturate, anche i ricavi dei grandi gruppi non sempre riescono a coprire i costi di produzione: 1,09 euro al chilo nel 2010, rivelano le elaborazioni del Centro ricerche produzioni animali (vedi TABELLA a pag. 53). «C’è sempre stata un’eccessiva quantità di prodotti sul mercato. Le eccedenze finiscono per abbassare il prezzo di vendita», ammette Guido Sassi. E i costi, nel frattempo, lievitano soprattutto a causa delle spese per i mangimi: «I cereali rappresen-

I SIGNORI DEL POLLO: LE MULTINAZIONALI DEGLI IBRIDI Altro

AVIAGEN, COBB-VANTRESS, HYBRO, HUBBARD FARMS: c’è il loro zampino se i polli usati dall’industria avicola di tutto il mondo ci mettono meno di un mese a raggiungere l’età di macellazione, invece degli oltre tre richiesti dai polli “normali”. Prima in classifica, la Aviagen, multinazionale dell’Alabama ma con ramificazioni in Africa ed Europa: controlla il 40% dei 42 miliardi di pulcini prodotti ogni anno e detiene l’ibrido più diffuso (i Ross 308, 508 e 708). Poco dietro, con il 35% del mercato, la Cobb-Vantress (che dal 2008 controlla anche il gruppo olandese Hybro), nata nel 1912 in Massachusetts, padrona del Cobb 500, altro ibrido diffuso e usato in tutto il mondo. La Hubbard Farms detiene invece il 15% del mercato. Tutti i colossi avicoli ribadiscono che l’uso dei broiler garantisce sicurezza, qualità e vantaggi per i consumatori. Di diverso avviso alcuni studi indipendenti. Come quello della SLU Skara, l’università svedese di Agraria, secondo il quale solo un terzo dei polli ibridi analizzati sarebbe in buona salute al momento della macellazione.

tano il 60% della dieta dei polli italiani e la farina di soia un altro 30%. Il prezzo dei cereali nell’ultimo anno è passato da 150 a 250 euro a tonnellata». Ma a incidere sui prezzi di produzione c’è anche un’altra peculiarità tutta italiana. Questa volta meritoria: «Negli altri Paesi Ue – rivela Sassi - gli allevamenti avvengono in batteria e i mangimi sono spesso meno controllati. Ci sono varie zone grigie, anche nella provenienza dei pulcini. Non è un caso che i produttori italiani siano gli unici in Europa a voler rendere obbligato-

CARNI BIANCHE: POLLI SUPERSTAR 2005 2010 (% sul valore) (% sul valore) Gallina

1,5 %

1,6 %

100% Gallina

1,4 %

1,4 %

Galletto

Selvaggina

1,3 %

2,3 %

1,0 %

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IL REDDITO DI CHI COMPRA I POLLI INUSTRIALI

Altro

Selvaggina

ria l’etichettatura che noi già usiamo e che documenta tutto il percorso del pollo. Ma così facendo, finiamo per avere costi maggiori. La differenza con la Francia è ad esempio di 20-30 centesimi». I polli italiani finiscono quindi per essere destinati quasi esclusivamente al consumo interno, riuscendo a coprire tutta la domanda nazionale. La – piccola - porzione di esportazioni (circa il 7%) finisce per essere acquistata all’estero dalle fasce medio alte della popolazione. E anche questo, probabilmente, non è un caso.

Tacchino

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GIUGNO 2011

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32,0%

24,5%

25,8%

24,7 % 40%

20%

Pollo

73,9 %

0%

2005

2010

alto medio basso

per i salari e le spese energetiche. Altri due, infine, se ne vanno con spese veterinarie, interessi, ammortamenti e altri costi di gestione. (vedi TABELLA a pagina 53).

CARNE AVICOLA CONSUMI IN CRESCITA KG/ANNO PRO CAPITE

Il futuro “in gabbia”

www.unionenazionaleavicoltura.it www.avitalia.it www.ismea.it www.crpa.it

18 17

uova: famigerate per chi si batte per la salute degli animali e la qualità delle produzioni. Benedette da chi ha interesse a ridurre il più possibile i costi. Inevitabile quindi il timore che aleggia tra i grandi marchi del settore italiano, preoccupati per gli elevati investimenti necessari alla conversione delle gabbie e per la perdita di produttività del nuovo sistema. Tanto più che altri Stati europei, come Regno Unito e Germania, hanno provveduto ad adeguarsi, in anticipo sulle scadenze, alla nuova situazione.

16 15 14

2010

2009

2008

2007

2006

2005

2004

2003

2002

2001

13 2000

Costi tutto sommato contenuti, ma non abbastanza. Perché, come accade per la carne, anche in questo caso, i margini di profitto, almeno nell’ultimo anno, si sono erosi fino a zero e oltre (vedi GRAFICO ). Nel 2010, infatti, da un lato, la quotazione ha fatto segnare un crollo del 17% su base annua (0,92 euro al chilo, contro l’1,11 fatto registrare nel 2009). Dall’altro, i costi di produzione sono lievitati, e molto. A causa, soprattutto, dei prezzi dei mangimi, elemento imprescindibile nelle produzioni dei grandi gruppi industriali. E per il futuro lo scenario non è più roseo: il 31

medio alto basso

LINK UTILI

20

FONTE: ISMEA

tredici miliardi di uova sarebbero probabilmente in grado di coprire una decina di volte il giro del mondo. Una cifra difficile da immaginare. Eppure è la quantità di uova che produciamo (e consumiamo) solo in Italia e solo in un anno. Per la precisione: 12,8 miliardi quelle prodotte, 12,7 quelNel 2010, le quotazioni sono le consumate. Una sostanziale crollate del 17%. Ma gli alti autarchia. 210 per ogni abitanprezzi dei mangimi hanno fatto te, anche se in realtà quelle usalievitare le spese di produzione

M

ESSE IN FILA,

uguali. Per grandezza, per colore e anche per gusto», spiega Caterina Santori, membro del Comitato esecutivo di Aiab. D’altro canto però, come accade per la carne di pollo, la filiera industriale ha l’indubbio merito di aver abbattuto drasticamente i costi di produzione e quindi i prezzi di vendita, per la felicità delle fasce di popolazione a più basso reddito. Il Centro Ricerche Produzioni Animali ha calcolato che l’anno scorso per produrre cento uova occorrevano otto euro: uno (pari al 12,4%) per acquistare le galline, poco più di 4 (il 50%) per sfamarle, un altro euro

32,4%

60%

19

te dalle famiglie sono “solo” 135. Le altre (pari al 36% del totale) sono state usate da industria e artigiani per trasformarle in pasta, dolci e altri preparati alimentari. Una montagna di tuorli e albumi che presenta un aspetto surreale: l’enorme diffusione dei broiler industriali fa sì che, nonostante le grandi quantità, le uova risultino tutte “sosia” una dell’altra. «Sono tutte

28,7%

19.3 %

Uova, i costi salgono I profitti no di Emanuele Isonio

28,8%

80%

Tacchino

Pollo

nazionale, la filiera industriale monopolizza il mercato, ma i guadagni sono praticamente azzerati. E a fine anno, salvo rinvii, gli allevamenti in batteria saranno dichiarati fuorilegge.

13,6%

Galletto

3%

68,6 %

La situazione del settore è analoga a quella della carne di pollo: consumiamo tutta la produzione

14,3%

dicembre prossimo scadrà il termine previsto dalla direttiva europea 1999/74 per l’uso di gabbie convenzionali. Le famose gabbie per gli allevamenti “in batteria” delle galline da

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1.40

minori sono gli allevamenti di pollame. Ma lo smaltimento si traduce così in un ulteriore costo per i produttori avicoli: «Circa mille euro a carico», secondo Guido Sassi, presidente di Avitalia, irritato per le difficoltà («tutte italiane») di costruire impianti che producano energia elettrica da biomasse accanto agli allevamenti. «In questo modo ridurremmo anche l’incidenza dei costi energetici», commenta. «Per ridurre davvero l’impatto ambientale la soluzione è diffondere gli allevamenti estensivi all’aperto», replica Silvia Cerolini, docente di Avicoltura alla Statale di Milano. «Così facendo potremmo anche recuperare aree rurali marginali, sottraendole al rischio di speculazione edilizia».

Costo totale

1.20 1.00 €/kg peso vivo

NON È CERTAMENTE il primo pensiero che viene in mente, ma uno dei problemi collegati agli allevamenti intensivi dei polli è lo smaltimento della loro “pupù”. O meglio, per usare il termine più appropriato, della loro pollina. Un problema duplice: ambientale ed economico. La pollina sarebbe anche un ottimo fertilizzante, grazie al suo alto contenuto di azoto, ma in dosi eccessive danneggia i terreni, aumentandone la salinità e, peggio ancora, finisce per inquinare le falde acquifere. Un problema assai diffuso, soprattutto nel Nord dove gli allevamenti sono più numerosi. Da qui la domanda: come smaltirla? A rendere più stringente il problema, la “direttiva nitrati” approvata dall’Unione europea nel 1991: il testo fissa a 70 chili per ettaro il limite consentito. E se non si sa dove mettere le deiezioni animali, non si possono immettere nuovi pulcini nella filiera. In Italia la soluzione più utilizzata è la cessione della pollina, dietro pagamento, agli agricoltori di regioni in cui

REDDITIVITÀ DELLA PRODUZIONE DI POLLO BIANCO (2008 - 2010)

Altri costi espliciti 0.80 0.60

Alimentazione

0.40 0.20

Pollastre

0.00

gen-08

Piccole aziende agricole, vendita diretta, metodi di allevamento biologici, prodotti di grande qualità, ma prezzi più alti. Al settore avicolo industriale se ne contrappone un altro, estensivo e meno impattante sull’ambiente. E l’università Statale di Milano lancia un progetto per salvare due razze autoctone. Grazie alle cascine lombarde e ai Gas. Bastano pochi indizi per capire che stiamo parlando di un settore che con la filiera “convenzionale” ha tanti tratti in comune NA COSA È CERTA: le galline, qui, quanti ne hanno le aziende di Paperone con sono più felici. Perché non sola fattoria di Nonna Papera: ha l’1% del suo no stipate in gabbie 40 per 80. peso economico, non è basata Perché possono andare dove voADOTTA UN POLLO su grandi aziende, né ha forti ligliono, appollaiarsi dove vogliovelli di integrazione verticale. I no, possono grattare la terra a VALORI lancia polli hanno prezzi decisamente caccia di lombrichi e possono la campagna superiori di quelli allevati in contenderseli. In poche parole: “Adotta un pollo” per sostenere modo intensivo (quelli di altissipossono essere libere di fare ciò il progetto ma qualità, come i preziosi Valper cui Madre Natura le ha creadell’università Statale di Milano, darno, possono superare i 15 eute. Non sarà proprio il Paradiso con la Cascina ro al chilo) e la vendita avviene terrestre (perché vengono pur Forestina, spesso in modo diretto, saltansempre allevati per trasformarli per salvare due razze autoctone do intermediari e facendo inin carne che finisce sui nostri lombarde: Milanino contrare produttori e consumapiatti), ma qui la vita dei polli è e Mericanel della Brianza. tori, talvolta riuniti in Gruppi senz’altro migliore. “Qui” è l’alPer aderire d’acquisto. Eppure, quella che tra filiera: quella che, a confronacquista uno (o più) polli può apparire come una via sento con il settore industriale, apdalla Cascina za sbocchi ed economicamente pare Davide contro Golia. Forestina: insostenibile, può assicurare agli Quella dei numeri marginali. www.laforestina.it allevatori remunerazioni mi«Quella di nicchia e degli amatori», dicono, con un po’ di puzza sotto al naso, i vertici dei granI polli allevati nelle cascine di marchi che rimpinzano gli costano di più. Ma i rapporti scaffali dei supermercati italiani diretti produttori-consumatori di broiler industriali. possono contenere gli aumenti

di Emanuele Isonio

U

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gliori (nel caso delle uova, possono anche quintuplicare).

Bio, ma sempre ibridi Altro aspetto molto diffuso sono gli allevamenti che rispettano i disciplinari dell’agricoltura biologica (che per il settore uova, rappresentano il 2-3% del mercato): «L’alimentazione degli animali deve essere bio – spiega Caterina Santori, del comitato esecutivo dell’Aiab - non ci deve essere una densità eccessiva per metro quadro, non sono tollerati allevamenti in gabbie, le strutture devono permettere l’accesso all’aperto, non vanno somministrati antibiotici preventivi, il periodo di crescita deve essere superiore ai 90 giorni (più del doppio degli allevamenti intensivi, ndr)». Ma non si possono comunque nascondere i limiti attuali del bio: vengono usate razze che non sono le più adatte per questo tipo di allevamenti, spesso non sono razze autoctone né hanno legami col territorio. Sono, al contrario, broiler adattati. «Per fortuna a fine anno terminerà la deroga che permetteva l’introduzione nel biologico di animali cresciuti con il metodo convenzionale, ma a basso impatto».

gen-10

Prezzo del pollo bianco pesante

QUANTO COSTA PRODURRE UN POLLO? Voci di costo

L’Altra filiera: tu chiamali, se vuoi, amatori

gen-09

Pulcino Alimentazione Lavoro Spese energetiche Veterinario + medicinali Altri costi di gestione Cattura polli Costi espliciti Ammortamenti Interessi Costo totale

REDDITIVITÀ DELLA PRODUZIONE DI UOVA (2008 - 2010) Costo totale Altri costi espliciti

€/kg

%

0,44 1,56 0,13 0,16 0,06 0,13 0,05 2,53 0,10 0,06 2,69

0,18 0,63 0,05 0,07 0,02 0,05 0,02 1,02 0,04 0,03 1,09

16,6 57,8 4,6 6,4 1,8 4,6 1,8 93,6 3,7 2,7 100,0

Voci di costo

1.20 1.00 0.80 0.60

Alimentazione

0.40 0.20

Pollastre gen-08

gen-09

gen-10

Prezzo uova nat. L - da 63 a 73 grammi

QUANTO COSTA FARE UN UOVO?

€/capo

1.40

€/100 pezzi

%

Pollastre Alimentazione Lavoro Spese energetiche Veterinario + medicinali Altri costi di gestione

0,99 4,03 0,43 0,62 0,04 1,40

12,4 50,0 5,4 7,8 0,5 17,5

Costi espliciti Ammortamenti Interessi Costo totale

7,51 0,32 0,17 8,00

93,6 4,0 2,1 100,0

Ad ogni territorio la propria gallina

a vendita diretta. A loro ho proposto di sostenere l’iniziativa, impegnandosi ad acquistare un certo numero di polli. Per ora stiamo parSe il giogo degli ibridi industriali fosse meno lando di piccoli numeri: 70 Milanini e 40 Meoppressivo si avrebbe un indubbio salto di ricanel. Tutti allevati nel bosco e con alimenqualità: «I 2-3 ibridi più usati finiscono per imti biologici della nostra fattoria». poverire il settore, facendo perdere l’enorme L’idea è originale. Nessuno si nasconde varietà di razze pure che avremmo in Italia ed però i problemi. A partire dai prezzi alti: queEuropa», commenta amara la Santori. sti polli sono infatti di gran pregio. L’univerPer evitare la definitiva scomparsa delle sità stessa ha calcolato che il prezzo di venrazze autoctone, l’università Statale di Milano dita non può essere inferiore a 12 euro al ha lanciato un progetto. A beneficiarne, due chilo (per fare un paragone: il pollo convenrazze lombarde: il pollo milanino e il Mericazionale allevato in cascina viaggia sui 7-8 eunel della Brianza (vedi SCHEDE ). «In Italia - spiero, quello bio arriva a 9). Eppure potrebbe coga Silvia Cerolini, docente di Zoocoltura e reprire a malapena i costi: solo i pulcinotti sponsabile del progetto - non esistono costano 7 euro. «Vanno poi aggiunte le speprogrammi di conservazione delle razze avise per allevarli, per il personale, per la macelcole. La nostra iniziativa è diversa dalla filiera lazione», spiega Reverdini. «Ecco perché proindustriale. Ma, accanto al programma di getti simili possono diffondersi solo con un reintroduzione di queste razze vogliamo assocambio di mentalità dei consumatori. Non ciare un progetto zootecnico, rendendo i poldico di mangiare sempre pollo a 12 euro. Ma li autoctoni una fonte di reddito per piccole mi pare che sia molto diffusa l’idea che la aziende agricole che vogliano allevarli». quantità conti più della qualità. Una tendenAll’idea ha aderito subito la Cascina Foreza da invertire a ogni costo». stina di Niccolò Reverdini, LINK UTILI La posta in palio è ghiotta: dioperante nel Parco Agricolo mostrare che un’altra filiera è Sud Milano: «L’esperimento è www.agraria.unimi.it possibile. Più gustosa ed ecocalato nella realtà delle relawww.laforestina.it nomicamente sostenibile. zioni con i Gas e con i privati

DUE RAZZE DA SALVARE MERICANEL DELLA BRIANZA Zampe gialle e orecchioni rossi, è una razza nana diffusa nelle zone collinari a nord di Milano, comparsa a inizio Novecento. Suoi “progenitori” sono polli rurali allevati allo stato brado, assai apprezzati per le sue doti di chioccia alla quale affidare le uova di selvaggina o di altre razze prive di attitudine alla cova. Il peso del gallo varia tra 700 e 800 grammi, quello della gallina tra i 600 e i 700. È l’unica razza nana riconosciuta ufficialmente (e da pochi anni) in Italia.

MILANINO È una razza sintetica, prodotta negli Anni 20 dal ragionier Bianchi, incrociando una Orpington bianca e un Valdarno bianco a tarsi verdi, da lui considerato molto pregiato. Ben presto, dagli incroci si ottennero soggetti abbastanza uniformi e la razza si diffuse in tutta la periferia di Milano e in buona parte della Lombardia. Ad un anno il gallo pesa 3 chili e mezzo, mentre la gallina della stessa età raggiunge un peso di 2,5-3 chili. Come molte altre razze di comprensori densamente abitati, la Milanino subì numerosi incroci con altre razze, che in pochi anni ne provocarono la scomparsa.

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0.00

€/kg peso vivo

E LA CACCA DOVE LA METTO?

FONTE: ELABORAZIONI CRPA SU DATI DEL MERCATO AVICUNICOLO DI FORLI.

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internazionale

Dove vanno lavoro e diritti, se l’Italia parla cinese >59 Vandana Shiva: contro le privatizzazioni della vita. Per la democrazia >62

| crisi e migrazioni |

Dopo l’accordo italo-libico sui respingimenti i flussi per raggiungere il Vecchio Continente

si sono spostati a Est. Nel 2010 sono stati 132 mila gli attraversamenti del fiume Evros. Nei Centri di permanenza temporanea greci le condizioni igieniche sono carenti e lo spazio a disposizione è minimo

Tra Grecia e Turchia L’altra porta per

l’Europa

testi e foto di Lorenzo Bordoni, Federico Simonelli e Stefano Vergine

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Chiedetelo ai greci. Nella regione di Evros, al confine con la Turchia, la cosiddetta emergenza è iniziata nel 2008, quando il premier italiano Berlusconi e il leader libico Gheddafi firmarono il trattato d’amicizia: soldi in cambio del blocco delle frontiere. I 5 miliardi di euro offerti dal Governo italiano, allora, fecero diminuire drasticamente gli sbarchi sulle coste del Sud Italia. Ma i flussi non si sono fermati, i migranti non hanno smesso di sognare e, per raggiungere il Vecchio Continente, hanno semplicemente cambiato strada. E hanno cominciato a usare la “Porta Est”. Per chi se lo può permettere e per chi arriva dai Paesi più vicini, un volo low cost

I

L PROBLEMA DELL’IMMIGRAZIONE?

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PER SALVARE IL DEBITO, IN VENDITA I GIOIELLI DI STATO

UN NUOVO MURO PER ARGINARE I SOGNI DEI MIGRANTI DODICI CHILOMETRI E MEZZO. Tanto sarà lungo il muro che dividerà la Grecia dalla Turchia, le ambizioni dei migranti dal sogno europeo. A Orestiada, capoluogo della regione di Evros poco distante dal confine, l’anno scorso sono arrivate più di 26mila persone, la metà di tutte quelle che attraversano i 200 chilometri del confine turco-ellenico. Lo hanno fatto passando da quei dodici chilometri e mezzo dove il fiume Evros, lo sbarramento naturale tra i due Stati, si riduce a un acquitrino, rendendo più facile la traversata. Così il Governo di Atene ha deciso di utilizzare le maniere (almeno mediaticamente) forti, progettando uno sbarramento fatto di reti metalliche, filo spinato e telecamere. «Sarà una misura molto utile», ci spiega nel suo ufficio tappezzato di icone religiose Georgios Salamagkas, capo della polizia di Orestiada. E, come lui, sembrano pensarla tanti dei greci che si incontrano nella cittadina di confine. Il problema dell’immigrazione, in un Paese in crisi economica, in cui su undici milioni di abitanti due sono stranieri, si sta facendo sentire in maniera pesante ed episodi di xenofobia, soprattutto nella capitale, hanno già cominciato a manifestarsi. Ma non mancano voci fuori dal coro. Secondo alcuni il muro rischia di rivelarsi un placebo, se non una misura dannosa: «I migranti aggireranno l’ostacolo e magari saranno costretti a utilizzare una via più pericolosa attraverso il fiume e aumenteranno i rischi per le persone più deboli: le donne e i bambini», fa notare Helena Velivasaki, avvocato del Greek council of refugees, una Ong che fornisce assistenza nei Cpt della regione. «Oltre che inutile, il muro sarà anche incompatibile con i nostri obblighi nei confronti dei rifugiati, perché respingerà a monte i potenziali richiedenti asilo politico». Anche se riuscirà a mettere una pezza, la barriera di confine, insomma, potrebbe non risolvere i problemi di sovraffollamento dei Centri di detenzione della zona. «E allora ne costruiremo di nuovi in edifici già esistenti», promette il portavoce della polizia greca Athanasios Kokallakis, «e prevediamo anche di realizzare Centri galleggianti ospitati su barche». Quando gli si chiede qualche dettaglio in più, l'ufficiale non risponde. Ma su un punto è certo: «L’Europa deve capire che questo non è solo un problema greco».

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trato in Europa l’80% degli immigrati irregolari: 132.000 persone, circa nove volte quelle arrivate in Italia l’anno scorso. Un flusso favorito anche dal fatto che, da qualche anno, Ankara non richiede più il visto ai cittadini provenienti da Paesi come Marocco, Tunisia, Libia, ma anche dalle vicine Siria e Giordania. «Già ora un quarto delle nostre forze è occupato sulla questione dell’immigrazione e le strutture che abbiamo non sono sufficienti. Siamo molto preoccupati per la possibile nuova ondata», spiega Athanasios Kokallakis, portavoce della polizia ellenica. Dalla fine del 2010 nella regione di Evros l’Unione europea, tramite l’Agenzia per il controllo delle frontiere, Frontex, ha dispiegato una forza composta da 200 uomini e donne provenienti dalle polizie di tutta Europa. E gli ingressi sono diminuiti. La missione doveva concludersi a marzo, ma è stata prolungata a data da definire e, anzi, è stata estesa alle acque dell’Egeo. Dopo le rivolte nel mondo arabo e con la Libia in balia della guerra, i profughi hanno ricominciato a sbarcare sulle coste italiane. Ma adesso la storia si ripete: dopo gli accordi per i respingimenti siglati dal Governo italiano con la Tunisia, il timore delle autorità greche è che il flusso possa nuovamente dirigersi verso Est.

Accoglienza: quasi tortura A Soufli, un piccolo villaggio greco di frontiera, sede di uno dei centri di deten-

GRECIA: DOMANDA, PRODUZIONE E PREZZI

LA DISOCCUPAZIONE IN GRECIA 2007

2008

2009

2010

2011

2012

Numero di disoccupati (in migliaia)

Prezzi € miliardi 162,7

2,3

-1,8

-3,9

-4,3

-0,3

Consumi del governo

-38,5

0,6

9,6

-8,9

-6,9

-5,8

620

Investimenti fissi lordi

-48,4

-7,4

-13,9

-18,2

-10,6

-2,2

570

Domanda interna finale

249,6

0,1

-2,5

-7,2

-5,7

-1,4

520

2,0

1,1

-0,1

1,3

-0,3

0,0

470

Totale della domanda interna

249,6

1,0

-2,5

-5,9

-5,8

-1,4

420

Esportazioni di beni e servizi

51,4

4,0

-18,1

-3,5

3,9

8,2

Importazioni di beni e servizi

76,6

0,2

-14,1

-11,7

-10,0

-0,5

Consumi privati

Scorte

1,2

Esportazioni nette 1

720

Variazioni percentuali, volume (prezzi 2000).

-25,1

0,9

0,7

3,0

3,7

1,9

226,4

1,3

-2,3

-3,9

-2,7

0,5

-

3,5

1,3

3,3

2,4

1,0

Indice armonizzato dei prezzi al consumo

-

4,2

1,3

4,7

2,5

0,7

Deflatore dei consumi privati

-

4,1

1,3

4,0

2,5

0,7

Tasso di disoccupazione

-

7,7

9,5

12,2

14,5

15,2

Saldo di bilancio pubblico 3

-

7,8

-13,7

-8,3

-7,6

-6,5

Saldo corrente 4

-

-14,7

-11,4

-10,5

-7,5

-5,9

Pil e prezzi di mercato Deflatore del Pil FONTE: OECD ECONOMIC OUTLOOK 88 DATABASE

per Istanbul e un paio d’ore di Athanasios Kokallakis, portavoce macchina fino a Edirne, l’ultidella polizia greca: «Prevediamo mo centro abitato turco prima di realizzare Centri galleggianti del confine. Poi il fiume Evros, ospitati su barche» un corso d’acqua limaccioso più lontani, dall’Asia centrale o dall’Africa lungo 200 chilometri che corre dai monti subsahariana, viaggi pagati migliaia di doldella Bulgaria fino al Mare Egeo, e le porte lari, nascosti nei camion o nei bagagliai dell’Europa (che spesso coincidono con delle macchine. Ma il risultato è lo stesso. quelle dei centri di detenzione) si aprono. Ovvero che dalla Grecia, nel 2010, è enPer gli altri, quelli che arrivano dai Paesi

LA CRISI ECONOMICA ELLENICA È UN’AUTOSTRADA VUOTA. Su quella che collega Salonicco ad Alexandroupolis capita di percorrere 100 chilometri senza incrociare una macchina. Al massimo, fermo su una piazzola di sosta, si intravede un autobus pieno di immigrati che, dopo aver attraversato il confine con la Turchia, si dirige verso la capitale. In Grecia lo stipendio medio è di 8-900 euro al mese e la benzina ha raggiunto gli 1,8 euro al litro: troppo per permettersi viaggi di lunga percorrenza. «La gente ormai usa la macchina principalmente per spostarsi nei centri urbani», conferma Vassili, un tassista di Salonicco. Alla periferia della città, fino a tre anni fa cuore pulsante dell’industria ellenica, ci sono decine di capannoni chiusi, saloni d’auto vuoti, saracinesche abbassate, cartelli che indicano la cessata attività. Sono i segni tangibili della cosiddetta crisi del debito, che qui ha fatto la sua prima vittima. Accettando i 110 miliardi messi a disposizione l’anno scorso da Unione europea e Fondo monetario internazionale, Atene ha dovuto seguire i consigli degli esperti di Bruxelles e Washington. Una ricetta fatta di riduzione di salari e pensioni dei dipendenti pubblici, aumento dell’Iva e del costo dei servizi essenziali. Ma c’è un altro problema per le finanze elleniche: l’80% dell’immigrazione verso l’Europa passa dalla Grecia, che impiega per la gestione dei flussi un quarto dei suoi poliziotti e metà del budget statale riservato alla polizia. Ora, se le previsioni del Frontex si realizzeranno (1,5 milioni di immigrati in arrivo), le cose non potranno che peggiorare. Problema che si aggiunge a problema, dunque. Perché, intanto, ai mercati il piano di austerità varato dal governo non è piaciuto. Spinti dai giudizi negativi delle agenzie di rating e dalla revisione al rialzo del rapporto tra deficit e Pil nel 2010, fissato al 10,5% rispetto al limite del 3% previsto dal patto di stabilità europeo, i tassi di interesse sui titoli di stato a due anni sono saliti oltre il 20%. Nel frattempo la disoccupazione aumenta e la recessione continua, con il Pil previsto in ribasso di tre punti percentuali anche quest’anno. Per questo il governo del socialista George Papandreou, la cui popolarità secondo i sondaggi è in netto calo, si sta giocando una delle ultime carte: la vendita dei gioielli di Stato. Nelle mani dei privati potrebbero finire ippodromi e società di scommesse, lotterie di Stato, aziende pubbliche di gas, luce e telefono, persino spiagge e intere isole di cui la Grecia è ricchissima. Obiettivo: recuperare, entro il 2015, i 50 miliardi di euro necessari per ripagare, a questi tassi, i creditori di Atene. Se il piano non dovesse funzionare, l’unica via resta quella della ristrutturazione del debito. In altre parole, la Grecia non pagherà i suoi creditori.

670

2009C

2009D

2010A

2010B

2010C

2010D

I migranti arrivano al confine tra Grecia e Turchia dalle zone subsahariane e dal Nord Africa, ma anche dall’Asia.

Memorandum indici

Note: Le previsioni di bilancio al 12 novembre, non tengono conto di successive revisioni al rialzo del disavamzo 2009 e del debito. 1. Contributi alle variazioni del Pil reale (in percentuale del Pil in termini reali rispetto all’anno precedente), importo effettivo nella prima colonna. 2. Compresa discrepanza statistica. 3. Base di contabilità nazionale, in percentuale del Pil. 4. Sulla base dei regolamenti, in percentuale sul pil.

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UN VIAGGIO CHE FINISCE TRA LA FRONTIERA GRECO-TURCA NON TUTTI CE LA FANNO AD ATTRAVERSARE LE ACQUE DELL’EVROS. Nei mesi invernali, in particolare, si rischia di rimanere assiderati. L’anno scorso la polizia ha ritrovato 44 immigrati affogati o uccisi dal freddo. E chissà quanti sono quelli che il fiume ha inghiottito definitivamente. Per loro, per i morti senza nome, che quasi sempre arrivano sprovvisti di documenti, il muftì del paesino a maggioranza turca di Sidiro ha creato un cimitero apposito. Ci si arriva inerpicandosi su per una strada di montagna e poi procedendo a piedi nei campi. A marzo la neve copre ancora tutto, rendendo l’atmosfera ovattata. In lontananza si sente solo il belato delle pecore. Il cimitero è in realtà un semplice campo circondato da una cancellata: nessuna lapide, nessuna targa, nessun fiore. A rendere chiara la natura del luogo solo una fila ordinata di cumuli di terra, tanto che a un primo sguardo il camposanto può essere scambiato per un campo arato. Ma i cumuli sono tombe, una settantina o poco più quelle più fresche. Altri corpi senza nome, almeno il doppio, ci raccontano, sono sparsi nei cimiteri dei paesi vicini. «Li portiamo qui, almeno possono avere una degna sepoltura», spiegano gli abitanti del paesino.

Lavoro e diritti, se l’Italia parla cinese

A gennaio la Corte europea per i diritti dell’uomo ha dichiarato che le condizioni nei Centri greci di prima accoglienza sfiorano la tortura.

zione temporanea che sorgono nella reropea per i diritti dell’uomo ha dichiarato gione, il fiume è largo poco più di venti che le condizioni nei centri di prima acmetri. Qui c’è la sede di una delle poche coglienza greci sfiorano la tortura. Ong che operano nella zona, Medici senL’anno scorso nelle acque gelide del fiuza frontiere (Msf). «Quando voglio camme sono morte 44 persone. Gli altri, i più minare in una stanza qui nel Cpt (Centro fortunati, finiscono nei centri di detenziodi permanenza temporanea, ndr) di Soufli ne, dove possono rimanere da pochi giorni - spiega Thanassis Spyratos, coordinatore fino a sei mesi. Sparsi lungo il confine gredel campo di Msf - devo chiedere permesco ce ne sono cinque: quattro sono sempliso, altrimenti non riesco a passare. In più ci stazioni di polizia riadattate per l’occorspesso non ci sono spazi all’aria aperta, renza, l’unico vero Cpt è un casermone perciò i detenuti sono costretti a stare ringiallo al cui interno sono stipate 670 persochiusi per mesi. I locali sono sporchi e i bane, anche se ce ne potrebbero stare al masgni non sono sufficienti: c’erano due toilettes, ma una è Ahmed è partito dall’Algeria stata ricoperta di cartoni per dopo le prime rivolte: «Alla creare un altro paio di posti disoccupazione si è aggiunta letto». A gennaio la Corte eul’instabilità politica» | 58 | valori |

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simo 400. Si trova a Filakio, paese di poche anime all’estremità settentrionale della regione. Impossibile entrarci, la polizia permette solo di osservarlo attraverso il filo spinato. Alla vista dei giornalisti, i migranti (tutti giovanissimi) da dietro le sbarre si affrettano a preparare cartelli scritti con il dentifricio: “No justice”, “No shower”. «Guantanamo! Guantanamo!», urla un ragazzo. “Ci trattano come animali”, recita una scritta in inglese stentato. A Tychero, un altro centro più a Sud, gli immigrati sono costretti in quello che una volta era un granaio, annesso a una stazione di polizia. Quando ci fermiamo per scattare alcune foto una decina di poliziotti escono infastiditi: vorrebbero che cancellassimo le immagini, ma dopo una mezzora di trattativa si ammorbidiscono. Neanche loro sono contenti della situazione, sono in pochi e le strutture sono al collasso. Ahmed, giubbotto di jeans e cappello di lana in testa, è riuscito a scamparla, non si è fatto intercettare. Aspetta sulla banchina della stazione di Soufli il treno dei sogni. Racconta di essere partito dall’Algeria poco dopo lo scoppio delle prime rivolte: «Alla disoccupazione si è aggiunta l’instabilità politica, per cui molte persone stanno cercando di fuggire. Io ora vado ad Atene, poi in Italia. Ma proseguo, forse verso la Francia». Chissà se ci è riuscito.

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Alcune tra le principali aziende italiane

Delta del Fiume delle Perle, Guangdong. Un’indagine di Fim-Cisl, Iscos e Ico racconta lo spaccato delle fabbriche metalmeccaniche con casa madre italiana.

L’indagine è stata effettuata tra il mese di maggio del 2009 e l’agosto del 2010 e si è concentrata su 300 lavoratori (239 dei quali operai di linea, ossia non specializzati) in un totale di sedici imprese situate in sei città: Canton, Shenzhen, Dongguan, Foshan, Huizhou e Jiangmen. Un campione di fabbriche, che comprende aziende come la Candy, la Magneti Marelli del Gruppo Fiat, la De Longhi, la Piaggio, la ST Microelectronics, e rappresenta sia grandi aziende leader mondiali del settore, sia piccole e medie imprese metalmeccaniche italiane internazionalizzate. Con un comune denominatore: essendo italiane, ed essendo il nostro uno dei Paesi che aderiscono all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), sono tenute a rispettare le otto convenzioni fondamentali dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) e le Linee guida della stessa Ocse per le imprese multinazionali, che dovrebbero garantire il rispetto dei diritti dei lavoratori e il miglioramento dei loro standard di vita. Invece, si legge nel rapporto “la maggior parte delle aziende coperte dall’indagine non rispetta tali documenti, im-

Tra leggi (cinesi) non rispettate, lavoratori senza contratto e stipendi da fame. di Andrea Barolini L PRODOTTO INTERNO LORDO DELLA seconda economia del mondo, quella cinese, è basato in larga parte sulle esportazioni, garantite - anche e soprattutto - da un bassissimo costo del lavoro, che le rende estremamente competitive sul mercato internazionale. Ciò a tutto svantaggio dei lavoratori locali, costretti spesso a prestare servizio in condizioni lontane anni luce da quelle (già perfettibili) dei Paesi occidentali. Ma cosa accade quando sono le nostre aziende a produrre in Cina? A porsi la domanda sono stati il sindacato Fim-Cisl, l’Iscos (Istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo della Cisl) e l’Ico (Institute of Contemporary Obervation), che hanno condotto un’indagine sulle condizioni di lavoro delle imprese metalmeccaniche con casa madre italiana (o fornitrici), con sede nell’area del Delta del Fiume delle Perle, nella regione del Guangdong, in Cina (vedi BOX ).

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Il risultato allunga una pesante ombra sull’operato delle nostre aziende, che in alcuni casi non rispettano neppure le già poco avanzate leggi cinesi. I NUMERI DELL’INCHIESTA Periodo di indagine: Maggio 2009 - Dicembre 2010 Interviste: in totale sono state effettuate 300 interviste: 239 operai di linea, 22 guardiani, 8 ingegneri, 3 impiegati d’ufficio, 2 manager intermedi, 5 addetti alla logistica tra cuochi, personale dedicato alle pulizie e alla reception, 2 genitori di lavoratori, un lavoratore appena licenziatosi, un candidato all’assunzione, 17 persone tra commessi di negozi e dipendenti delle agenzie interinali nei pressi delle fabbriche. Metodologia: attraverso internet sono state raccolte informazioni sui profili delle aziende, sull'amministrazione e sulle strategie di gestione delle stesse, così come si è rintracciata la localizzazione degli impianti. Sono state poi effettuate ispezioni in loco per verificare la veridicità delle informazioni raccolte.

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GLI INVESTIMENTI ITALIANI NELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE

La regione del Guangdong negli anni Settanta è stata una delle prime quattro Zone economiche speciali (Zes) con una legislazione specifica per attrarre investimenti dall’estero.

ottenere neppure un giorno di riposo durante l’intero mese. Vere e proprie carceri, insomma, mascherate da fabbriche.La situazione degli impianti controllati dalle aziende italiane solo in alcuni casi arriva a tali eccessi. Ma comunque presenta molti motivi di preoccupazione. Se l’età minima fissata dalla legge cinese è, infatti, di 16 anni, già nella prima visita sul campo (agosto 2009) alla Piaggio-Zongshen Motorcycle i ricercatori hanno scoperto un ragazzo di 15 anni dipendente della fabbrica. Nelle aziende Cogne Steel-made Products, Piaggio-Zongshen Motorcycle e Finmek Electronic, invece, è stato rilevato l’utilizzo di sanzioni di tipo economico come misure disciplinari per punire, ad esempio, il rifiuto di prestare lavoro straordinario (ciò viola palesemente il regolamento pubblicato nel 1994 dal ministero del Lavoro cinese, che vieta il ricorso a ogni deduzione dal salario).

ponendo salari e welfare al di sotto degli standard minimi, costringendo a orari di lavoro eccessivi, violando la libertà di associazione, di contrattazione collettiva e le norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

14 ore al giorno per 65 euro al mese

Il tutto in una regione, conosciuta come “la fabbrica del mondo”, nella quale i lavoratori già vivono in grande difficoltà. Nell’agosto del 2004 un rapporto sulla scarsità della manodopera, pubblicato dal ministero del Lavoro, aveva rivelato che nei dodici anni precedenti i salari nel Delta del Fiume delle Perle erano cresciuti solamente di 68 yuan, a fronte di un reddito mensile che, per molti dei lavoratori (soprattutto migranti), si aggirava attorno ai 600 yuan. Parliamo di 65 euro. Ottenuti, per giunta, principalmente grazie ai molti straordinari. Un altro rapporto, del 2002, spiegava che il 30% degli operai lavorava dalle 10 alle 12 ore al giorNelle imprese italiane in Cina no e il 40% dalle 12 alle 14 vengono erogati salari inferiori ore. Inoltre più del 47% ai minimi di legge e sanzioni dei lavoratori non poteva economiche per punire i lavoratori

LA “FABBRICA DEL MONDO” NEL GUANGDONG CINESE IL DELTA DEL FIUME DELLE PERLE è un territorio di oltre 24mila chilometri quadrati, pari allo 0,25% del territorio della Cina. Nel 2008 vi abitavano 42 milioni e 380mila persone, ossia il 68% del totale della popolazione registrata nella provincia del Guangdong. Negli anni Settanta fu teatro delle prime quattro Zone economiche speciali (Zes), nelle quali vigeva una legislazione economica specifica, finalizzata a incoraggiare gli investimenti dall’estero e dalle imprese di Hong Kong, Macao e Taiwan. Oggi nell’area sono state aperte più di 100 mila fabbriche, l’80% delle quali export-oriented (il 60% di proprietà di investitori di Hong Kong). Dal 1980 al 2008, la media annua di crescita economica è stata del 20,9%: si è passati da circa 8 miliardi di dollari (il 2,65% del Pil cinese) ad oltre 300 miliardi (il 10% del Pil). Un vero “miracolo economico”: oggi le industrie dell’area del Delta hanno superato la produzione di Singapore, Hong Kong e Taiwan.

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Contratti mai consegnati, assicurazioni a singhiozzo All’Emak di Jiangmen e alla Marelli Automobile Dash Board, inoltre, si ricorre a numerosi lavoratori somministrati facendo svolgere loro le stesse mansioni del personale di ruolo, ma a costi ridotti per le aziende. Non viene pagata loro neppure la previdenza sociale prevista per legge. Per non parlare, poi dei contratti: la normativa cinese prevede che “il datore di lavoro e il dipendente” debbano avere “entrambi avere una copia del contratto”. Eppure alcuni dei lavoratori intervistati alla Honeycomb System non hanno mai firmato alcun accordo, mentre alla Piaggio-Zongshen Motorcycle i dipendenti non ricevono copia dei documenti. Ancora, presso la Piaggio-Zongshen Motorcycle, la Honeycomb System, la Finmek Electronic e la Candy-Jiangmen Jinling Appliance vengono erogati salari inferiori ai minimi stabiliti per legge. E per quanto riguarda l’assistenza in caso di infortuni e malattia, i dipendenti della Emak Outdoor Power Equipment e della Honeycomb sono coperti solo in caso di incidente, mentre la maggior parte di quelli che lavorano alla Piaggio-Zongshen Motorcycle, alla Urmet Electron e alla New Last Digital Controlled Equipment non godono di alcuna copertura assicurativa. Molti lavoratori, inoltre, non conoscono i loro diritti in termini di ferie e riposi settimanali. Per non parlare degli orari di lavoro, stabiliti in 8 ore giornaliere dalle norme cinesi, e che invece in alcuni casi arrivano anche a 70-80 ore settimanali. A tutto ciò si aggiungono, infine, i noti problemi riguardanti la libertà di associazione e di contrattazione collettiva. Che riguardano l’intera Cina, ma che non trovano eccezioni virtuose nelle aziende “italiane”.

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NEGLI ULTIMI 40 ANNI LA COOPERAZIONE tra la Cina e l’Italia è diventata sempre più stretta: nel 1970, la somma totale degli scambi commerciali tra i due Stati era pari a soli 120 milioni di dollari; nel 2009 ha raggiunto i 31 miliardi e 264 milioni. Di questi, 20 miliardi e 244 milioni sono relativi alle sole esportazioni verso il nostro Paese, mentre gli scambi commerciali bilaterali sono stati pari a 9,08 miliardi. Il numero totale di progetti finanziari dall’Italia era pari nel marzo del 2010 a 4.245, per un valore complessivo di 10,42 miliardi (dei quali 4,79 di investimenti reali). Solo nei primi tre mesi dello scorso anno l’Italia ha firmato contratti per la realizzazione di 43 nuovi progetti per un totale di 280 milioni di dollari. Pochi mesi fa, inoltre, i governi di Roma e Pechino hanno raggiunto un importante accordo di partenariato sulle strategie per rafforzare ulteriormente i rapporti bilaterali nei prossimi tre anni, attraverso un “Piano d'azione triennale per il rafforzamento della cooperazione economica tra Italia e Cina”. Esso prevede, tra le altre cose, che le Camere di commercio italiane all’estero sostengano gli investimenti in Cina delle piccole e medie imprese italiane. La maggior parte delle nostre aziende che hanno trasferito in Cina una porzione della loro produzione è presente nel Delta del Fiume delle Perle e in quello dello Yangtze: i settori più “gettonati” sono quelli dei veicoli commerciali (auto e motocicli e relativa componentistica), dell’elettronica, delle attrezzature meccaniche, degli elettrodomestici, dei prodotti metallici e farmaceutici. Il risultato è che oggi almeno un quarto dei prodotti sul mercato dei beni di consumo in Italia sono made in China, in particolare tessile e abbigliamento, calzature, borse e valige, giocattoli, computer ed elettronica di consumo.

Il risveglio dell’azione collettiva Nei distretti dove vengono prodotti la maggioranza dei beni tecnologici di consumo del mondo, gli operai scioperano e ottengono ritocchi dei salari. Con il beneplacito del Partito comunista cinese. di Andrea Barolini un unico sindacato, controllato dallo Stato, nel quale non è garantito il diritto d’associazione e nel quale non è ammesso il dissenso, è facile immaginare quanto sia complicato organizzare azioni collettive tra i lavoratori. Eppure sia nella scorsa primavera che negli ultimi mesi, in Cina si sono registrati alcuni episodi che lasciano ben sperare. Giovani che, come nelle rivolte dei Paesi del Nord Africa, si organizzano aiutati dalle tecnologie della comunicazione mobile: Sms, cellulari, internet e l’equivalente cinese di Twitter. Nel 2010 nella regione del Delta del Fiume delle Perle è stato proclamato uno sciopero all’impianto della Honda Motor che è durato per due settimane a partire dal 17 maggio, causando uno stop alla produzione di 4 giorni. Ciò ha innescato una serie di scioperi in migliaia di imprese a capitale straniero in varie regioni della Cina.

I

N UN PAESE IN CUI ESISTE

Partito comunista cinese, che ha incoraggiato gli scioperanti. Foxconn ha concesso aumenti del 30% e più recentemente, nella capitale Pechino si sono registrati piccoli focolai di protesta, prontamente repressi dalla polizia cinese, sull’onda delle rivolte che hanno colpito da gennaio ad oggi numerosi Paesi nordafricani e del Medio Oriente. Nel frattempo le cause sul lavoro sono passate dalle 19mila del 1994 alle 930mila del 2008. A tutto ciò il governo ha cercato di rispondere diffondendo in modo un po’ meno diseguale la ricchezza. A cominciare dai salari, che nel 2010, secondo quanto riportato dall’Ufficio Nazionale di Statistica, sono cresciuti nelle piccole e medie imprese del 14,1%. In aumento del 13,5%, invece, i compensi nelle società pubbliche che comprendono agenzie governative, imprese di proprietà dello Stato, società quotate e società estere.

Il secondo episodio ha avuto come teatro la Foxconn, 420 mila dipendenti, la più grande azienda di produzione elettronica integrata del mondo (Ems, Electronics manufacturing services), dove 15 giovani lavoratori si sono suicidati uno di seguito all’altro nell’arco di sei mesi. I due eventi e l’intera serie di proteste che ne è seguita hanno portato alla luce la contestazione dei lavoratori cinesi nei confronti delle loro aziende, per i bassi salari e per le difficili (talvolta disumane) condizioni di lavoro.

Anche l’Economist approva l’iniziativa dei lavoratori La cosa più curiosa è la convergenza di idee che si è stabilita tra l’Economist, il giornale dell’establishment finanziario liberista occidentale, che nel luglio scorso in copertina ha esaltato il crescente potere dei lavoratori cinesi che finalmente scioperano, e il

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Contro le privatizzazioni della vita Per la democrazia

DALL’ERGASTOLO INGIUSTO ALLA LIBERAZIONE NOTO COME IL “GANDHI DEGLI INDIGENI”, il pediatra Binayak Sen all’inizio degli anni Ottanta ha abbandonato la carriera accademica per stabilirsi nello stato del Chhattisgarh, nell’India centrale, dove ha fondato la clinica Shahid (uno dei primi esperimenti locali di sanità pubblica gratuita senza distinzione di caste) e l’Ong Rupantar, impegnata per la sicurezza alimentare e contro gli abusi sulle donne. È vicepresidente dell’Unione Popolare per le Libertà Civili, la più antica e importante associazione indiana per i diritti umani. Nel maggio del 2007 è stato incarcerato, senza processo, con l’accusa di cospirazione con i ribelli maoisti Naxaliti: a quanto dimostra la corrispondenza, li ha davvero incontrati, ma solo per contestarne i metodi. Ma ciò che probabilmente ha infastidito di più il governo è un altro: Binayak Sen ha denunciato il movimento contro-insurrezionale di non essere spontaneo, ma sobillato dalle autorità che così avrebbero avuto il pretesto per sgomberare i villaggi indigeni. Si è arrivati così, lo scorso 24 dicembre, alla pesantissima condanna all’ergastolo, che ha scatenato un’accorata mobilitazione internazionale. Il 15 aprile la Corte Suprema gli ha concesso la libertà su cauzione per insufficienza di prove.

Multinazionali e lobbies spingono la privatizzazione selvaggia e minacciano i beni comuni della Terra. Vandana Shiva racconta connivenze e attacchi contro chi lotta per salvare la biodiversità, che fa rima con democrazia. di Vandana Shiva

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BENI COMUNI SONO PER ME INSEPARABILI

CGIAR WHAT IS THIS?

dall’ecologia e dalla democrazia. Essi sono le fondamenta della Democrazia Planetaria, perché la rete della vita è un bene comune. Uno Stato privatizzato si distacca dalla società e dall’interesse pubblico: quando diventa uno Stato-azienda, con la privatizzazione dei beni comuni come principale obiettivo, allora la difesa dei beni comuni e dei diritti democratici e costituzionali è avvertita come una minaccia. E i difensori dei diritti umani vengono criminalizzati.

È UN ORGANISMO TRANSNAZIONALE, che riceve finanziamenti, tra gli altri, da Banca mondiale e Bill and Melinda Gates Foundation. Il suo lavoro è svolto da 15 membri del Consorzio internazionale dei centri di ricerca sull’agricoltura con centinaia di organizzazioni partner, compresi gli istituti di ricerca nazionali e regionali, organizzazioni della società civile, mondo accademico e settore privato.

Una banca biodiversa

In nome di ciò il dottor Binayak Sen, che ha difeso l’acqua bene comune contro la privatizzazione del fiume Sheonath e ha scelto di servire la gente dei villaggi gestendo la sanità come servizio pubblico, realizzando l’ospedale Shahid nello stato di Chhattisgarh, è stato condannato nel 2010 all’ergastolo (liberato su cauzione il 15 aprile 2011, ndr). Ma i motivi della sua “messa all’indice” sono altri. Dopo che ho costituito Navdanya, il network di produttori biologici e custodi di semi attivo in 16 Stati Uno Stato privatizzato dell’India, nonché promotore delsi distacca dalla società la fondazione Rfste (Research e dall’interesse pubblico: foundation for science, technodiventa uno Stato-azienda | 62 | valori |

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La multinazionale Syngenta, colosso delle biotecnologie, si interessa al paddy nel 2002, quando cerca di impossessarsene siglando un protocollo d’intesa con l’Igau per accedere alla collezione biogenetica. La notizia, uscita sulla stampa, è seguita da quella secondo cui Syngenta avrebbe fatto parte del consiglio del Cgiar (Consultative group on international agricultural research).

Riso e ombre logy and ecology) che protegge i semi dalla privatizzazione attuata con i brevetti e l’ingegneria genetica, Benayak e la moglie Ilina sono venuti a Dehradun per vedere il nostro lavoro. Hanno avviato quindi la conservazione dei semi in un villaggio fuori Raipur, per mantenere viva l’eredità del lavoro del dottor R. H. Richharia, che ha conservato e salvato oltre 22 mila varietà di riso indiano paddy e ne ha documentate centinaia di migliaia nella regione che è l’odierna Chhattisgarh: una “banca dei semi” prima collocata nell’Istituto centrale di ricerca sul riso (Crri) a Cuttack e oggi nell’Università agraria “Indira Gandhi” (Igau).

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Sotto, il pediatra Binayak Sen. Nella pagina accanto, Vandana Shiva.

Il Gruppo consultivo sulla ricerca agricola internazionale nasce nel 1971 per iniziativa del presidente della Banca mondiale Robert McNamara, allo scopo di finanziare una rete internazionale di centri di ricerca sull’agricoltura, tra i quali anche l’Istituto internazionale di ricerche sul riso (Irri, 1960), creato dalle Fondazioni Ford e Rockefeller, e il primo istituto indiano, il Crri (1951). Il fatto è che l’Istituto di Cuttack sviluppava ricerche sul riso basate sulle conoscenze indigene e sulle risorse genetiche, praticando una strategia in conflitto con quella dell’Irri, controllato dagli Usa. A seguito di forti pressioni internazionali il dottor Richharia, allora direttore del Crri, venne rimosso quando si oppose al trasferimento della banca del germoplasma del riso dal Crri all’Irri, e quando richiese restrizioni nel-

l’introduzione accelerata di varietà di riso ad alto rendimento all’Irri. Sostenuto dal Governo locale, il dottor Richharia proseguì il proprio lavoro all’Istituto di ricerca sul riso del Madhya Pradesh (Mprri) a Raipur e riuscì a conservare le quasi 20 mila varietà indigene della “ciotola di riso Indiana” del Chhattisgarh. Ciò almeno finché l’Mprri non venne chiuso, a causa della pressione della Banca mondiale, collegata all’Irri attraverso il Cgiar.

Chi la dura... Da quando queste notizie sono pubbliche molti gruppi, locali e non, si sono opposti all’accordo fra Syngenta e Igau, e un movimento di base ha preso il via. Il 10 dicembre 2001, Giornata internazionale dei diritti dell’uomo, è stato lanciato il Satyagraha dei semi del Chhattisgarh (il termine satyagraha richiama le teorie del Mahatma Gandhi ed è tradotto di solito come “resistenza passiva”. Il suo significato letterale è “insistenza per la

verità”, ndr): migliaia di lavoratori, contadini, donne e giovani da tutto il Chhattisgarh iniziarono ad appellarsi alla giustizia per proteggere la propria sovranità per la sopravvivenza e il sostentamento della comunità e per riaffermare i propri diritti sulle rare varietà di semi di riso. In questa battaglia il dottor Binayak Sen giocò un ruolo importante e Syngenta fu costretta a ritirarsi dal protocollo d’intesa con l’Igau.

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Frontiere chiuse

L’Europa trema di fronte ai migranti mediterranei Dall’ombelico dell’Europa Roberto Ferrigno

TUNISIA, Egitto, Libia questo non se l’aspettava. La rivoluzione democratica in atto nel Nord dell’Africa provoca la reintroduzione dei controlli interni alle frontiere europee. Certo, la Commissione europea il 4 maggio ha reso nota una proposta secondo cui questa misura dovrebbe essere presa solamente “in circostanze eccezionali” e, in ogni caso, con l’accordo unanime dei governi dei 27 Stati Ue. Ma, come spesso accade quando si va al negoziato diplomatico tra i governi Ue, la Commissione non spiega che tipo di “decisione Europea” potrebbe giustificare la necessità di dover di nuovo far la fila alle frontiere col passaporto in mano. Inoltre, ancora una volta, il presidente Barroso sembra inclinarsi alla pressione dei governi.

aspettano con trepidazione l’esito dei combattimenti intorno al porto di Misurata, che per ora bloccano l’accesso al Mediterraneo. Molti di loro stanno tentando di riattraversare il deserto verso Sud. Comunque finiranno i combattimenti in Libia, i flussi migratori non s’interromperanno. Questo continuerà a portare acqua al mulino di quei leader euLa competenza sulle questioni legate alropei, come Sarkozy, Berlusconi e l’immigrazione è europea e non nazionale. Merkel, che contano sulla paura Poche settimane di pressione da parte di Franper contrastare il loro calo di pocia e Italia, accompagnate da un’adeguata copolarità tra gli elettori. pertura mediatica degli sbarchi disperati sulle Se anche la potente associacoste di Lampedusa, hanno originato un zione dell’industria europea, Bucompromesso politico che segna un pericolosiness Europe, ha ritenuto di so precedente per il diritto fondamentale di licommentare la proposta di riattibera circolazione dei cittadini in Europa. La vare i controlli alle frontiere inproposta della Commissione si inserisce, interne con accenti di preoccupafatti, in un quadro d’iniziative, volte a “prevezione, sottolineando come i nire” ed “anticipare” presunte minacce alla sibenefici delle migrazioni di forza curezza europea, che sono previste dal lavoro in Europa siano “indispucosiddetto Stockholm Programme, il piano tabili”, allora si capisce che la pod’azione sulla sicurezza interna ed esterna delsta in gioco va oltre le gesticolal’Ue, valido nel periodo 2009-2014. I flussi zioni elettorali di alcuni politici. migratori fanno parte di queste minacce, in In questi giorni, il Consiglio Euquanto vengono presentati come potenziali ropeo sta discutendo una bozza veicoli per terrorismo, criminalità oppure coUn gruppo di migranti sbarcato a Lampedusa. di direttiva che permetterebbe me semplice peso economico. agli Stati membri di raccogliere e scambiare i tuiscono poi una grande cifra. Ricordiamo dati personali dei passeggeri dei voli interni che l’Egitto, nello stesso periodo, ne ha accolSbarchi e propaganda all’Ue. Provvedimento fortemente caldeggiati almeno 230 mila. Il problema, e questo a Un rapporto pubblicato lo stesso anno da Euto dall’Inghilterra. Bruxelles è ben noto, è che i dittatori “amici” ropol dichiarava di stimare a 900 mila il nuLa reintroduzione dei controlli alle fronservivano, tra l’altro, a bloccare l’accesso al mero di immigrati illegali in Europa, senza tiere e la possibilità di accedere alle informamare ai migranti sub-sahariani. In questi giorfornire informazioni su come si fosse arrivati zioni personali e bancarie dei cittadini euroni, decine di migliaia di migranti in provea questa cifra. Si tratta, in effetti, di semplici pei che volano da Milano a Londra sono nienza da Niger, Nigeria, Burkina Faso, Ciad, supposizioni. Ma sono numeri che possono solamente alcuni elementi che rinforzano la servire a far crescere i timori. I cirdelusione di coloro, e sono tanti, che avevaca 30 mila migranti finora sbarSarkozy, Berlusconi e la Merkel no pensato e sperato che l’Europa potesse gacati in Italia e a Malta, in seguito cercano di sfruttare le ondate rantire qualcosa di più di un grande mercato alla caduta delle dittature “amidi migranti per far leva sulla unico. Fondato sulla paura. che” tunisina e libica, non costipaura dei cittadini europei

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ORSE CHI HA COMBATTUTO PER LA LIBERTÀ IN

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LA BLUE ECONOMY AL POSTO DEL NUCLEARE

RAPPORTO IPCC: ENTRO IL 2050 L’80% DELL’ENERGIA DA FONTI RINNOVABILI Il “Rapporto speciale sulle fonti di energia rinnovabili e la mitigazione del cambiamento climatico”, presentato all’inizio di maggio ad Abu Dhabi dall’Intergovernmental panel on Climate Change (Ipcc), è qualcosa di più dell’ennesimo studio scientifico. 120 ricercatori, in 900 pagine, hanno messo a confronto 164 diversi scenari, nell’analisi più completa mai realizzata sulle tendenze e prospettive per bioenergia, energia solare, geotermica, idroelettrica, degli oceani ed eolica. E la conclusione è chiara: in presenza delle adeguate e indispensabili politiche pubbliche, entro la metà di questo secolo quasi l’80% dell’energia potrebbe essere coperta da fonti rinnovabili. E nei prossimi quarant’anni è possibile tagliare le emissioni di gas serra di 220-520 miliardi di tonnellate di CO2, contrastando in modo decisivo il riscaldamento globale. La sintesi del documento è stata sottoscritta da più di cento Paesi di tutto il mondo: si tratta di un passo importante, ma, secondo il Wwf, si può addirittura fare di più. Il suo “The Energy Report”, infatti, lancia una sfida: arrivare, entro il 2050, al 100% di energia da fonti rinnovabili.

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IN ITALIA IL 12% DEL SOLARE TERMICO EUROPEO

SMALTIMENTO RIFIUTI, PATTEGGIAMENTO DA 7,5 MILIONI

L’Italia ormai è uno dei protagonisti internazionali nel campo delle energie rinnovabili: se ne è parlato a Solarexpo, la mostraconvegno tenuta dal 4 al 6 maggio a Verona. Attualmente nel nostro Paese ha sede il 12% delle installazioni del solare termico nell’Ue. Le agevolazioni fiscali hanno fatto da volano per tale crescita: dai circa 350 mila metri quadri annuali nel 2007 ai 500 mila del 2010. Ma dall’anno prossimo la detrazione non ci sarà più ed entrerà in gioco la direttiva europea sulle rinnovabili, recepita nello scorso marzo. Negli edifici nuovi o radicalmente ristrutturati bisognerà installare fonti rinnovabili sufficienti per soddisfare almeno il 50% del fabbisogno di acqua calda. In questo scenario, l'obiettivo è ambizioso: passare, entro il 2020, dagli attuali 2,6 ai 18 milioni di mq di collettori installati.

Patteggiamento di dimensioni storiche per Wheelabrator Technologies, uno dei giganti a livello mondiale dello smaltimento dei rifiuti. L’azienda ha accettato di sborsare 7,5 milioni di dollari per evitare una causa in cui era accusata, nella gestione dei suoi tre inceneritori nel Massachusetts, di aver violato le norme a tutela dell’ambiente. Erano stati due informatori “interni”, oltre un anno e mezzo fa, ad avvertire le autorità, beneficiando delle norme per la protezione dei testimoni. Le denunce, pesantissime, rivelavano gravi irregolarità nella gestione delle acque di scolo inquinate e delle ceneri. L’azienda, da parte sua, continua a proclamarsi innocente. L’entità della cifra concordata per il patteggiamento è la più grande di sempre per quanto riguarda processi ambientali.

Stupisce sempre per la sua immediatezza Gunter Pauli, fondatore del “Progetto ZERI”, che ormai ha più di quindici anni e coinvolge oltre tremila tecnologi ed economisti di tutto il mondo. Mentre l’accesissimo dibattito sul nucleare vede alternarsi le opinioni più disparate, Pauli propone di cambiare punto di vista. Come spiega in un video presentato nello scorso mese di maggio, i modi per moltiplicare la produzione energetica ci sono e, su piccola scala, sono già stati implementati. È la blue economy: che si basa, non su maggiori investimenti, ma sullo sfruttamento creativo di ciò che già esiste. Le turbine eoliche, ad esempio, possono essere inserite nei tralicci dell’alta tensione; o si possono sfruttare entrambi i lati dei pannelli solari. Secondo i suoi studi (riferiti alla Germania), applicando misure del genere su larga scala, si otterrebbero guadagni sufficienti per finanziare la chiusura di tutte le centrali nucleari sul territorio nazionale, senza bisogno di spendere il denaro dei contribuenti. Che, anzi, non potrebbero che beneficiarne, in termini di salute, risparmio e nuovi posti di lavoro: creando il consenso pubblico indispensabile per questa “rivoluzione”.

CREDIT COOPERATIF NON ASPETTA: VIA ALLA TTF Sono sempre di più le voci che si esprimono a favore dell’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. C’è chi ha deciso di non aspettare più, adottando una sorta di auto-tassazione ispirata alla Tobin tax: si tratta della banca francese Credit Cooperatif. Ne è stato dato l’annuncio nel corso del quarto Forum sulla Convergenza 2015 (tenutosi a Parigi dal 2 al 5 maggio), dedicato alla lotta alla povertà e alla crescita sostenibile. Si tratterà di una contribuzione volontaria pari allo 0,01% sulle sole transazioni interbancarie trattate da Credit Cooperatif. Si ipotizza di ricavarne 100 mila euro all'anno, sufficienti per sostenere stabilmente alcune associazioni attive per l’aiuto allo sviluppo. Certo, in termini assoluti è una goccia in mezzo al mare. Ma il presidente dell’istituto di credito JeanLouis Bancel è ottimista: il suo obiettivo, spiega, è «di dimostrare che questi meccanismi innovativi funzionano davvero». E invita le altre banche a seguire l'esempio. Se ciò accadesse, secondo alcuni studi si otterrebbero 33,41 miliardi di dollari all’anno.

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BIG PHARMA: IL REGNO UNITO SCEGLIE LA TRASPARENZA

IRLANDA, UNA COMMISSIONE PER STUDIARE IL DEBITO A quanto ammonta il debito complessivo dell’Irlanda? Come è strutturato? Quanto di esso è coperto dai derivati? E, soprattutto, a quali soggetti, nel dettaglio, il popolo irlandese deve quella montagna di miliardi di euro che rischia di gettare il Paese nella bancarotta? Sono le domande cui tenterà di rispondere una commissione d’inchiesta indipendente guidata dall’esperta di contabilità dell’Università di Limerick, Sheila Killian, con il sostegno dello European Network on Debt and Development (Eurodad), un’associazione che riunisce 57 organizzazioni non governative di 19 nazioni del continente. «Il primo esercizio di gestione del debito consiste nel determinare chi sono i creditori, quanto è loro dovuto e come il debito è stato creato», ha spiegato il segretario regionale del sindacato irlandese Unite, Jimmy Kelly. Nonostante l’accordo di salvataggio siglato con l’Unione europea, l’Irlanda non ha ancora reso pubblici precisi dettagli sul proprio debito. «Chiunque sia costretto a pagare per gli errori di una piccola élite dovrà sapere per lo meno chi beneficerà dei tagli agli stipendi, dell’aumento delle tasse e dell’austerity» ha aggiunto Kelly. Nel marzo scorso Eurodad aveva lanciato un’iniziativa analoga in Grecia.

news

MUTUI, LA GIUSTIZIA STATUNITENSE CHIEDE 1 MILIARDO A DEUTSCHE BANK

Dal primo maggio scorso, il Regno Unito non è (più) un Paese per medici. O almeno per quei medici che amano ricevere regali dalle case farmaceutiche o partecipare a convegni in cui ascoltare le relazioni è una breve parentesi tra un tuffo in piscina, una gita turistica e un massaggio in una Spa. Merito del nuovo codice della Association of British Pharmaceutical Industry che impone ai medici britannici di rivelare tutti i legami economici con l’industria quando scrivono un articolo o parlano in pubblico. Analogo obbligo, dall’anno prossimo, lo avranno le industrie che dovranno fornire i dati sulle consulenze pagate ai medici. Nel nuovo codice, sono inoltre previste regole che limitano la fornitura di sussidi promozionali ai medici, nuovi requisiti in materia di finanziamenti alle organizzazioni dei pazienti, di lavori congiunti con il Servizio sanitario nazionale, spese di sponsorizzazione per attività formative, pagamenti per iscrizioni, vitto, alloggio ai corsisti e gettoni per i relatori. Sono vietati anche i gadget promozionali, come tazze, agende e cancelleria: penne e quaderni saranno distribuibili solo nelle conferenze. Ma vi potrà comparire solo il nome della ditta, non quello del farmaco.

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha denunciato l’istituto tedesco Deutsche Bank con l’accusa di aver comunicato informazioni false sui prestiti concessi nel mercato immobiliare per ottenere illegittimamente importanti agevolazioni. Il governo potrebbe avanzare una richiesta di risarcimento superiore al miliardo di dollari. Sotto l’occhio degli inquirenti è finita una piccola società denominata MortgageIT, che la stessa DB aveva acquisito nel gennaio del 2007 per 429 milioni di dollari. Secondo l’accusa la società, chiusa alla fine del 2008, avrebbe fornito informazioni false all’agenzia di controllo, Federal Housing Administration, per entrare a far parte del programma di assicurazione sui mutui e ottenere così una copertura pubblica dei rischi. Tra il 1999 e il 2009, MortgageIT avrebbe quindi negoziato circa 39 mila prestiti per un valore totale di 5 miliardi di dollari. Parte di essi sarebbe poi stata rivenduta nonostante fosse in default generando così un profitto per la società e una perdita per lo Stato, chiamato al rimborso a causa dell’assicurazione sottoscritta. Deutsche Bank ha respinto ogni accusa definendo “irragionevoli e scorretti” gli addebiti a suo carico.

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economiaefinanza

L’ECONOMIA DEGLI STILI DI VITA SOSTENIBILI Un modo diverso di chiamare l’economia solidale. È ciò che emerge da questo volume, che ha il pregio di raccontare l’economia alternativa attraverso le storie che la rappresentano, lasciando fuori i toni accademici o le pagine di teoria finanziaria, per popolare invece i fogli di voci e persone. E, anzi, con un po’ di narcisismo potremmo dire che si tratta di un compendio di esperienze che Valori ha raccontato negli anni, con qualche aggiunta e un ampio approfondimento: dalle forme di finanza condivisa delle Mag al co-working di The Hub, dal co-housing al consumo critico antimafia di Addio Pizzo, fino a trattare dei gruppi d’acquisto solidale e dell’eco-villaggio auto-costruito a L’Aquila. Roberta Carlini, giornalista free lance, collaboratrice de L’Espresso e coordinatrice di www.sbilanciamoci.info, ha un’opinione ben definita dell’“economia del noi” come forma di autodifesa della società rispetto al mercato, capace di una profonda acquisizione della cultura del limite - quello della sostenibilità - in cui si associano consumo critico e condivisione, potenziate oggi enormemente dalla connettività del web.

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A CURA DI MICHELE MANCINO | PER SEGNALAZIONI SCRIVETE A REDAZIONE@VALORI.IT

UNA FINESTRA SULLA FINANZA SLOT MACHINE Messi tutti in fila fanno paura, ma aiutano a capire. Sono gli strumenti, i protagonisti e le dinamiche con cui la finanza internazionale si è mangiata l’economia reale in questi anni. Spiegati nei meccanismi che li hanno originati e governati, esaminandone gli effetti - spesso devastanti per i più e per la gestione delle risorse sul Pianeta - Andrea Baranes, attivista e ricercatore di Crbm (Campagna per la riforma della banca mondiale), conosce ogni segreto della crisi recente e racconta, via via più in profondità, le trame della speculazione, gli squilibri internazionali, il ruolo e le responsabilità di banche e authorities, il funzionamento di derivati o hedge funds. Lo sforzo di rendere comprensibili i tecnicismi, parafrasandoli puntualmente, è evidente. Altrettanto l’accusa al mondo finanziario di essersi disumanizzato, lasciandosi guidare da comportamenti automatici e parossistici di profitto che generano diseguaglianze economiche e sociali. Ma Baranes non dimentica una pars construens, l’idea di un nuovo modello economico e sociale, perché l’obiettivo di qualsiasi intervento correttivo deve essere, dice, «espiantare alla radice le cause profonde che hanno portato alla crisi».

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POVERI E ASSETATI: ECCO COME SAREMO IN FUTURO

GLI OCCHI SUL MONDO, LA VOCE DEGLI ULTIMI Basterebbe il nome di Alex Zanotelli per garantire il peso della testimonianza che percorre le pagine di questo volumetto della collana “Nei panni degli altri”. Ma ne “I poveri non ci lasceranno dormire”, giunto alla terza edizione, c’è molto di più, in effetti. Il cuore del libro è ancora il racconto della permanenza del prete comboniano, pioniere delle campagne per l’acqua pubblica e voce instancabile degli ultimi della Terra, a Korogocho, baraccopoli di Nairobi: un racconto che non si limita ad offrire uno sguardo sull’hic et nunc ma si avventura con profondità e competenza nell’analisi delle cause della povertà e della disuguaglianza, puntando il dito sugli organi finanziari e politici internazionali, sulla sproporzione nell’attribuzione delle risorse planetarie. Un grido, quello di Zanotelli, che si arricchisce però di nuove voci e strumenti critici. Grazie alla prefazione deferente e al tempo stesso prossima di Marco Paolini. E alle integrazioni in Appendice: in primis le pagine in cui lo stesso Zanotelli e il giornalista Lorenzo Guadagnucci parlano della nuova esperienza che il missionario sta vivendo nel Rione Sanità di Napoli, invocando parole come “riciclo” e “riuso” in un territorio avvelenato di rifiuti e camorra.

Tema di grande attualità, e in Italia più che altrove. Non a caso Charles Fishman, già autore di Effetto Wal-Mart, è stato recentemente in tournée nel nostro Paese per presentare questo libro in cui sostiene che l'era dell'acqua abbondante e gratuita è finita anche nel mondo sviluppato, e le prove del suo ragionamento scaturiscono da un viaggio che parte dagli stabilimenti bergamaschi San Pellegrino per toccare USA, Australia, India e Isole Fiji. Uno scenario da incubo del quale Fishman attribuisce le colpe principali alla cattiva politica e alla nostra incapacità di comprendere il valore della stessa acqua. In futuro pagheremo i costi legati a reti idriche colabrodo e ad aumentare i consumi di acqua minerale. Mentre oggi l’acqua si sposta, a seguito dei cambiamenti climatici, in direzioni diverse da quelle delle migrazioni umane; viene inquinata e sottratta agli usi tradizionali dalle dighe. La soluzione? Per Fishman, diversamente dai molti che si battono per farne un diritto umano inalienabile, non è l’acqua gratuita, economicamente insostenibile.

ROBERTA CARLINI L’ECONOMIA DEL NOI. L’ITALIA CHE CONDIVIDE

ANDREA BARANES PER QUALCHE DOLLARO IN PIÙ. COME LA FINANZA CASINO SI STA GIOCANDO IL PIANETA

ALEX ZANOTELLI I POVERI NON CI LASCERANNO DORMIRE. RITORNO DA KOROGOCHO

CHARLES FISHMAN LA GRANDE SETE. L’ERA DELLA SCOMMESSA SULL’ACQUA

Editori Laterza

Editore Datanews

Editore Monti

Egea, 2011

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A CURA DI VALENTINA NERI | PER SEGNALAZIONI SCRIVETE A NERI@VALORI.IT

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terrafutura

PIANETA BIOEDILIZIA: IN RETE PER UNA CASA VERDE

LA SICILIA DALLA TERRA AL TURISMO RESPONSABILE Una vacanza in Sicilia può essere un’occasione per apprezzare le meraviglie naturali e archeologiche dell’isola, ma anche per conoscere il territorio, dialogando con chi promuove una cultura di legalità e sostenibilità. È il caso della cooperativa sociale Noe, impegnata nei settori della salute mentale e dell’alcoldipendenza; della comunità Casa dei Giovani che si prende cura dei tossicodipendenti e della cooperativa agricola Vitabio. Tre realtà diverse che hanno dato vita al progetto Sicilia Vostra. In totale una sessantina di persone, che, in pieno stile “cooperativo”, percepiscono la stessa retribuzione oraria. Gestiscono 180 ettari di terreno - per il 65% confiscati alla mafia - coltivati a rotazione per ottenere frutta e ortaggi biologici destinati a mense, Gruppi di acquisto solidale e botteghe di commercio equo. «I Gas che comprano i nostri prodotti per tutto l’anno hanno la curiosità di vedere dove nascono - spiega Simone Cavazzoli, responsabile del progetto Sicilia Vostra - quindi abbiamo iniziato a occuparci anche di turismo responsabile». Sono impiegati educatori e guide specializzate, ma anche operatori che, in certe stagioni, rischierebbero di rimanere disoccupati. Ai turisti sono proposti incontri e workshop.

www.siciliavostra.it

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Pla-net come Pianeta, ma anche come planning network: gestione di reti adattabili a seconda delle esigenze. È la filosofia che, nel 2009, ha spinto due architetti a insediare a Roma Pla-net studio, una società di servizi per l’abitare che «si occupa principalmente di bioedilizia, bioarchitettura, fonti rinnovabili e risparmio energetico, ma anche di “semplici” ristrutturazioni e pratiche burocratiche», spiega uno dei fondatori, Marco Giordano. Ed è qui che entrano in gioco le reti: di volta in volta vengono coinvolti i professionisti necessari a gestire lavori così diversi e complessi, perché l’argomento della bioedilizia è di attualità, ma spesso i processi non sono immediati come sembrano. «I clienti ad esempio - continua Giordano - sono “spaventati” dall’investimento iniziale: a quel punto si deve spiegare che si tratta di soldi che negli anni vengono ammortizzati da un netto risparmio dei consumi. Anche nella scelta dei materiali non bisogna farsi ingannare: certo, legno e sughero sono ecocompatibili, ma prima di impiegarli su larga scala bisogna valutare l’impatto sulle foreste. Insomma, si tratta di una cultura che va costruita passo dopo passo».

99 BUONI MOTIVI PER CENARE IN OSTERIA A L’AQUILA La città de L’Aquila secondo la tradizione è stata fondata da una federazione di 99 castelli e per questo è da sempre legata al numero 99: dalla piazza delle 99 cannelle ai 99 rintocchi della campana del Duomo. E Osteria 99 è il nome che la cooperativa sociale La Garganta ha scelto per il suo nuovo progetto, inaugurato ufficialmente il 13 febbraio di quest’anno. «Il campo della ristorazione per noi è del tutto inedito, ma cerchiamo di essere assolutamente rigorosi», racconta Ida Guetti, vicepresidente della cooperativa. Innanzitutto nelle politiche di inserimento lavorativo, rivolte soprattutto a persone svantaggiate. E poi nella scelta dei fornitori e degli ingredienti: per ogni singolo prodotto da acquistare si seleziona un piccolo produttore locale specializzato. Una politica sicuramente più dispendiosa rispetto a quella di tanti ristoranti che si rivolgono sempre allo stesso smercio all'ingrosso. Ma il gusto, i clienti e la sostenibilità ne guadagnano.

LA MODA DEL RICICLO CON MOLTA PERSONALITA Critical fashion può sembrare una definizione astratta, di difficile comprensione. Diventa molto più immediata se si fa un giro fra Veneto e Friuli per conoscere due artigiane che, di tanto in tanto, suonano al campanello delle aziende della zona per chiedere gli scarti di produzione. Stoffa, pellame per divani, camere d'aria, fili elettrici: materiali che altrimenti verrebbero gettati via, creando montagne di rifiuti. E che invece diventano cappelli o borse di ogni tipo. Tutti pezzi unici e, cosa non meno importante, belli. «Purtroppo tante persone non sono abituate ad avere a che fare con gli oggetti riciclati e hanno l’impressione che siano “sporchi” o di poco valore», spiega Silvia Marian, una delle fondatrici del laboratorio artigiano Fuoritempo, nato nel mese di luglio dello scorso anno. Silvia e la sua collega Sonia, di persona alle fiere o tramite un aggiornato catalogo in internet, ci tengono invece a mettere in evidenza l'originalità dei loro prodotti. Come le borse a tema “Fai sentire la tua voce”, personalizzabili con foto, disegni e scritte, o quelle che contengono slogan relativi al consumo critico. www.sonofuoritempo.blogspot.com

www.planet-studio.com

www.osteria99.it

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A CURA DI FRANCESCO CARCANO | PER SEGNALAZIONI SCRIVETE A REDAZIONE@VALORI.IT

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Terrorismo

Più registrato e meno informato

Morirà con Bin Laden? LA GIUSTIZIA AMERICANA SEGUITA IN STREAMING

NUVOLE HI-TECH PER IL MUSEO CINESE DEL FUMETTO Trentamila metri quadri di superfici, tre cinema e otto volumi sferici in parte interconnessi. Nasce nella Cina orientale, precisamente a Zhejiang, il China Comic and Animation Museum, primo museo cinese interamente dedicato ai cartoni animati caratterizzato da particolari vincoli di sostenibilità. Il progetto dello studio olandese Mvrdv si candida ad entrare negli immaginari collettivi dei numerosi estimatori del fumetto. Il progetto si presenta con otto volumi esterni che richiamano la classica “nuvola” dove vengono scritti i testi dei fumetti. Il progetto coordinato prevede aree in cui sperimentare la creazione dell’animazione, un sistema di parchi cittadini creati intorno alla struttura, un festival dell’animazione e la realizzazione un gigantesco zootropio tridimensionale, struttura rotante che ha segnato gli esordi dell’animazione e che poteva - attraverso un movimento rotatorio offrire la suggestione dell’immagine in movimento prima dell’avvento del cinema. Particolarmente curato il progetto di aerazione della struttura per limitare la necessità di aria condizionata.

GEOMAPPE PER DIFENDERE LA NATURA

IN GRAN BRETAGNA IL CINEMA VIAGGIA IN UNA ROULOTTE Nelle vecchie sale parrocchiali italiane e nei cineforum ci pensano iniziative capillari come Microcinema a portare nuova linfa, contenuti e adesso anche il cinema 3D. Ma nelle campagne inglesi ci vuole inventiva, come quella degli autori di Sol Cinema. La proiezione è davvero speciale, otto posti in tutto per ogni spettacolo in una particolare atmosfera retrò in cui non mancano maschere e pop corn. Ideato da Jo Furlong con il supporto degli artisti Ami Marsden & Beth Marsden e finanziato da un fondo di sostegno alle arti, Sol Cinema è un progetto itinerante in senso letterale e si sposta a richiesta per tutta l’Inghilterra offrendo proiezioni di film all’interno di un caravan del 1972 totalmente ristrutturato ed equipaggiato con divanetti, reception e proiettore led a basso consumo. L’alimentazione viene fornita da celle solari derivanti dall’industria automobilistica e consente la totale autonomia operativa del progetto.

L’utilizzo degli smartphone come strumenti di partecipazione sociale è ormai entrato a far parte degli scenari quotidiani. Che si tratti di documentare un evento o di testimoniare la propria partecipazione attiva alla vita sociale e politica, le applicazioni disponibili sia per Android sia per il mondo Apple sono ormai numerose. Tra i nuovi progetti destinati al web si segnala Open Foreste Italiane, progetto crowdsourcing che vede una interessante sinergia tra le segnalazioni proposte dagli esperti del settore e quelle degli utenti. Open Foreste punta alla raccolta di informazioni sugli incendi estivi per permettere di monitorare le segnalazioni, ottenere visibilità sul fenomeno e attivare ove necessario la rete di soccorsi. «Open Foreste è stato sviluppato con la piattaforma Ushahidi, che in Swahili significa “testimonianza”, ed è già stata utilizzata per l’emergenza Haiti» spiegano gli autori del progetto. Tra le funzionalità già attive l’invio automatico di fotosegnalazioni degli incendi estivi da parte degli utenti.

Trasmettere on line via streaming i dibattimenti giudiziari per una giustizia trasparente. L’iniziativa della Corte Distrettuale di Quincy negli Stati Uniti cerca di unire grazie alla tecnologia il diritto all’informazione, il rispetto della giustizia e la massima trasparenza. Il progetto sperimentale, che ha attivato un dibattito negli Stati Uniti sulle forme di partecipazione e controllo democratico grazie alle nuove tecnologie, prevede lo sviluppo di una comunicazione online che segua la diretta delle udienze e permetta a blogger, utenti e citizen journalist di commentare le diverse fasi delle udienze tramite social network. Finora tali trasmissioni erano riservate alle udienze della Corte Suprema. Particolarità del progetto è proprio la volontà di favorire il commento e la copertura di tutti gli eventi processuali del giorno, sia in modalità streaming sia attraverso uno spazio apposito allestito presso la Corte Distrettuale con diffusione di segnale wi-fi per favorire l’utilizzo di tablet pc e smartphone per l’interazione sui social network e con la Rete.

di Federica Miglietta*

di Paola Baiocchi

all’annuncio in diretta televisiva del presidente Obama ha suscitato in me diverse sensazioni. Ho letto e sentito di “grande soddisfazione”, “gioia”, “sollievo”. Mi sento un po’ a disagio e niente affatto sollevata: si può veramente gioire per la morte (violenta e davanti ai figli) di un uomo? Pur essendo uomo estremamente malvagio, sanguinario, interessato ad una religione a proprio uso e consumo, la sua morte esibita come un trofeo suscita un po’ di malessere. Perché, diciamolo, con Osama non muoiono né il “male”, né il terrorismo; il male purtroppo non ha una faccia, un corpo. Non muore. Osama e i suoi seguaci si sono nutriti di rancore, di sete di vendetta contro gli Usa e l’Occidente, hanno lottato, infrattati nelle grotte, contro la loro personale idea di “male”, che non combacia assolutamente con la nostra. Obama, nell’annuncio, non era felice e questo è evidente; probabilmente sapeva che non è affatto finita e che i sentimenti antiamericani che hanno armato le mani e avvelenato le teste dei qaedisti non sono cambiati affatto. Forse era consapevole, da uomo intelligente e di legge, che non si può lottare fuori patria contro il terrorismo e accettare, in casa, il waterboarding, la tortura, Guantanamo. La legge e la convenzione di Ginevra valgono solo per gli altri? Bin Laden è morto ed è comprensibile il sollievo dei parenti delle vittime provocate dalla cecità della sua violenza. Ma dopo un iniziale sollievo, non abbiamo tutti pensato con amarezza che dal passato non si torna indietro? Mi ha incuriosita l’espressione di incredulità e di attesa del segretario di Stato, Hillary Clinton, davanti alle immagini dell’irruzione; attesa verso un futuro che non è ancora scritto. Quando si renderanno conto che il terrorismo non è stato sconfitto e che l’odio verso l’Occidente non muore con l’attacco dei Navy Seals, con chi se la prenderanno, a chi daranno la caccia, come useranno tutte le armi che hanno acquistato? Obama è stato molto netto nel separare Al-Qaeda dalla religione islamica. Era doveroso. Ricordiamo, infatti, per non perdere la bussola nella topografia incerta della religione, che Osama era un wahabbita, seguace della corrente tra le più retrive e antistoriche dell’Islam, e che le sue teorie religiose affascinavano poco i veri seguaci dell’Islam. Allora, per concludere, qualche parola sul futuro; identificare in Bin Laden l’intero terrorismo su scala globale è servito solo a dare un nome e un volto a un malessere. Distruggere, però, è più semplice che costruire: al presidente Obama, ora, spetta il compito di agire sulla radice del malessere. Con Osama hanno tagliato la chioma più esposta e lucente dell’albero, ma le radici affondano nella stessa terra avvelenata dell’altro ieri. L’Afghanistan, il Pakistan, l’Arabia Saudita, infatti, non sono cambiati di un millimetro. L CAOS SEGUITO

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Esiste un Registro per dire no alle telefonate promozionali. Ma non serve a molto, la norma potrebbe essere aggirata

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* Ricercatrice di Economia degli intermediari finanziari presso la facoltà di Economia all’Università di Bari e presso l’Università Bocconi di Milano | 70 | valori |

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UE TIZI VICINO A UN TELEFONO

arrivano dopo una serie di battute demenziali alla conclusione: “Uomo registrato un po’ meno informato”, è lo spot del Registro pubblico delle opposizioni. Istituito dal Dpr 178/2010 dal ministero dello Sviluppo economico e affidato alla Fondazione Ugo Bordoni, il registro funziona così: chi è presente negli elenchi telefonici e non vuole ricevere telefonate pubblicitarie deve esprimere il suo dissenso compilando un modulo sul sito, oppure inviando una raccomandata, un fax, una mail o telefonando. Ma nemmeno così non riceverà telefonate pubblicitarie, perché il telemarketing potrebbe essersi procurato in altro modo, autorizzato, il suo recapito. Quindi questo Registro è perfettamente inutile per chiudere un canale alla pubblicità sempre più invadente: ogni giorno veniamo raggiunti in media da 5 mila messaggi pubblicitari di diverso tipo. Serve invece a far perdere tempo ai cittadini o a spingerli a inserire i propri dati personali in un luogo come internet che è un moltiplicatore dello scambio, che noi lo vogliamo o no. Nella conclusione poi c’è un “falso ideologico”: “Registrato uguale meno informato”, intende dire che la pubblicità è informazione. Ancora una volta veniamo condizionati dal conflitto di interesse di un governo presieduto da chi controlla anche una delle più grandi concessionarie di pubblicità d’Europa.

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| bancor |

Commissione incompiuta

Sollievo per la City dopo il rapporto Vickers

dal cuore della finanza londinese Luca Martino

della Commissione indipendente sul settore bancario, guidata da Sir John Vickers e istituita poco meno di un anno fa dal neonato governo Cameron con l’ambizioso obiettivo di disegnare un piano strutturale di riforme per il settore, era lecito aspettarsi di più. Le attese delle centinaia di migliaia di utenti, che hanno mandato in tilt il sito della Commissione poco dopo la pubblicazione del rapporto, erano alte. Ma la lettura del testo, concordato per mesi con il governo e le banche, è risultata soporifera (oltre che salomonica nei contenuti) a molti e non solo ai redattori dell’Economist che così l’hanno definita in un loro editoriale. Infatti, se alle oltre 200 pagine del documento, che doveva definire le linee guida del più

so Vickers nel presentare il rapporto - rimane quello di minimizzare il rischio di ricorso ai soldi pubblici da parte del sistema bancario e non quello di assicurare che “l’economia non venga mai più destabilizzata da un sistema finanziario deregolamentato e rischioso e di definire un nuovo modello di supporto all’economia”. Anche se proprio così era radicale e ambizioso piano di riforme del setscritto nei manifesti di entrambi i tore bancario inglese, togliamo l’indice, la lipartiti della coalizione di centrosta degli acronimi, un’introduzione e un’apdestra che ha vinto le ultime elependice di 60 pagine (ciascuna in cui si parte zioni britanniche anche sull’ondal chiedersi a cosa serva un sistema finanziada del malcontento popolare rio e si finisce col produrre una serie di grafici verso le stagioni dei grandi bonus sulla distribuzione territoriale degli sportelli e dei piani di salvataggio delle bancari), quello che rimane è una limitata sebanche a carico dei contribuenti, rie di spunti e suggerimenti concentrati quasi che in molti hanno associato ai esclusivamente su tre aree: l’innalzamento del 13 anni di governo laburista. livello minimo del capitale regolamentare di A parziale giustificazione delbase per tutte le banche a circa il 10% (Basilea l’approccio estremamente pru3 prevede il 7%); lo scorporo parziale delle atdente tenuto, almeno fino ad ogtività bancarie tradizionali da quelle di trading, gi, da John Vickers, figlio di che il testo stesso considera di portata modeombrellai e oggi considerato tra i sta e moderata, e una richiesta nei confronti di più autorevoli economisti britanLloyds (unica banca citata nel rapporto), quenici, vanno tuttavia ricordati alsta sì piuttosto esplicita, di ridurre la propria Il palazzo della Borsa nel cuore della City di Londra. meno tre aspetti: primo, che altri quota di mercato nel segmento dei depositi e organismi, tra questi la Banca centrale eurosciplina delle attività di trading altamente ridei conti correnti che, ad oggi, supera il 30%. pea e il Financial stability forum, non hanno schiose e dei mercati secondari, temi ai quali Comprensibile, quindi, che nella City finora concepito nulla di più strutturato; seil rapporto non dedica neppure un paragrafo. tutti abbiano tirato un sospiro di sollievo docondo, che, in un contesto di crisi economiEppure, quasi tutti, politici ed economisti po la pubblicazione del rapporto e che la Borca, il peso specifico del settore finanziario sul di vario orientamento politico, appaiono sodsa abbia premiato con cospicui rialzi tutti i tiPil del Regno Unito è oggi finanche maggiore disfatti: l’obiettivo - lo ha sottolineato lo stestoli del settore, cosa che di per sé basterebbe di quanto non lo fosse ieri; da ultimo, che per porsi più di una domanda. quella pubblicata l’11 aprile scorso è ancora Ad esempio sulla politica dei boL’atteso piano di riforme una prima versione di un rapporto che ponus; sui criteri di vigilanza adotdel settore bancario britannico trebbe venir emendato nella pubblicazione fitati fino ad oggi e ispirati più ai si rivela deludente. La city nale di settembre. principi che alle regole; sulla disi tira un sospiro di solievo todebate@gmail.com

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AL PRIMO RAPPORTO

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ANNO 11 N.88

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APRILE 2011

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L’AZIONE IN VETRINA BP 09 MAG 2011:

BP .L 454,50

Il rendimento in borsa di Bp dallo scandalo Deepwater (20 aprile 2010) ad oggi confrontato con l’indice S&P 500 (in rosso). La perdita è del 30,65%

^GSPC 1356,62

10% 0 -10% -20%

-40% -50%

2010

Giu

Lug

Ago

Set

Ott

Nov

Dic

2011

Feb

Mar

Apr

Mag

FONTE: THOMSON REUTERS

-30%

20 APRILE DEL 2011 è iniziato lo sversamento in mare di greggio dalla piattaforma Deepwater Horizon al largo della Louisiana. Da allora il titolo di Bp ha perso più del 30% del suo valore, toccando il -54% a fine giugno. Un caso da manuale per spiegare come la scarsa attenzione ai rischi ambientali da parte di un’impresa possa tradursi in perdite anche molto pesanti per i suoi azionisti. Non a caso l’assemblea dei soci di Bp, che si è tenuta a Londra lo scorso 14 aprile, è stata una delle più movimentate di sempre. Tra gli azionisti attivi non sono mancati gli investitori religiosi statunitensi e inglesi che, per la prima volta, si sono coalizzati formando un fronte comune. La Chiesa di Inghilterra si è alleata con gli americani di Christian Brothers Investment Services e con Iccr, convincendoli però a non presentare alcuna mozione in modo da facilitare il dialogo con l’impresa. “Vogliamo dare una chance a Bp”, hanno spiegato gli azionisti religiosi in un comunicato stampa. Nel frattempo, però, hanno votato contro la rielezione nel board del responsabile Salute, Ambiente ed Etica e si sono opposti al nuovo piano di remunerazione dei manager.

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GIUGNO 2011

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UN’IMPRESA AL MESE

a cura di Mauro Meggiolaro

L’AZIONISTA DEL MESE

Contro Bp una coalizione di azionisti religiosi The Church of England

www.churchofengland.org

Sede Londra - Gb Tipo di società Attraverso The Church Commissioners, la Chiesa d’Inghilterra gestisce 5 miliardi di sterline in azioni di imprese e proprietà immobiliari per fornire supporto alle diocesi in tutto il paese Asset gestiti circa 5 miliardi di sterline L’azione su BP Assieme al Church of England Pensions Board (1 miliardo di sterline di asset) la Chiesa di Inghilterra ha partecipato in modo attivo all’assemblea del colosso petrolifero Bp in aprile, votando contro il piano di remunerazione dei manager e la rielezione di William Castell, consigliere e responsabile del Comitato Salute, Ambiente ed Etica dal 2006 Altre iniziative Gli azionisti religiosi inglesi hanno guidato una campagna comune contro Bp coalizzandosi con gli investitori religiosi americani e convincendoli a non presentare alcuna mozione (shareholder resolution) per cercare il dialogo con l’impresa

Bp

I valori, quando si fondano sulla fiducia e sulla credibilità di chi li possiede e li coltiva, si possono riassumere in una parola, in un segno, in un colore. Dire è comunicazione d’intenti e di progettualità, trasmissione di idee, di conoscenza, d’esperienza. Fare è la sintesi dell’attività, energia verso nuove imprese, capacità di ascolto e di offrire risposte.

www.bp.com

Sede Londra - Gb Borsa LSE - London Stock Exchange Rendimento negli ultimi 12 mesi -17,24% Attività Bp (British Petroleum) è uno dei quattro maggiori attori a livello mondiale nel settore energetico (petrolio e gas naturale) assieme a Royal Dutch Shell, ExxonMobil e Total Azionisti Azionariato diffuso. Azionisti principali: BlackRock (5,72%), Legal & General (3,72%), Norges Bank (fondo pensione dello stato norvegese, 1,8%), Kuwait Investment Authority (1,7%) Perché interessa agli azionisti responsabili? Il 20 aprile 2010 una falla alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon situata al largo della Louisiana, negli Usa, ha causato la fuoriuscita di petrolio, riversando in oceano milioni di litri di greggio ogni ora e causando un disastro ecologico secondo, per ora, solo al disastro petrolifero della Guerra del Golfo del 1991. Bp ha accantonato 40,9 miliardi di dollari per pagare i danni presenti, passati e futuri del disastro ambientale Numeri 2009 2010 Ricavi (Miliardi di dollari) 239,72 297,107 Utile (Miliardi di dollari) 16,759 - 3,324 Numero dipendenti oltre 90.000

Ai nostri clienti e a quelli che lo diventeranno è dedicato il nostro lavoro quotidiano: un lavoro dove il dire e il fare sono tutt’uno e sintesi di una filosofia dell’operare.

Mensile Valori n. 90 2011  

Mensile di finanza etica, economia sociale e sostenibilità Finanza . Bollette salate. Se il prezzo del gas dipende solo da Eni e dal petroli...

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