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MAURITANIA (TRATTO DA SITO CIA) tal: 1,030,700 km2 3,177,388 53 anni misti mauri/ neri 40% Mauri 30%, neri 30% arabo (ufficiale) peul, soninke, francese, hassaniya, wolof donne 31.9% uomini 51.8% 20%

Superficie: Popolazione totale: Speranza di vita alla nascita: Gruppi etnici: Lingue: Tasso di alfabetismo: Tasso di disoccupazione: Popolazione sotto il livello di povertà: Tasso di inflazione: Bilancio: Debito estero:

40% 7% $421 millioni $2.5 billion

La popolazione appartiene in gran parte a gruppi arabo-berberi con forti minoranze di neri sudanesi. Nonostante l’abolizione della schiavitù (1980) ci sono ancora migliaia di schiavi nelle campagne.

scorso febbraio». Yaya non ha avuto il coraggio, ma due suoi amici hanno gonfiato il petto e sono saliti sulla pirogue: «Di loro non so più niente..la famiglia ha contattato le autorità delle Canarie e la Croce Rossa, ma nulla...Devono essere annegati..». Una realtà in Mauritania, così come in Senegal, che coinvolge gran parte della popolazione: quasi tutti hanno un parente, un conoscente, un vicino che ha perso la vita nelle acque dell’oceano.

La risposta europea: esportare i Cpt Bruxelles non si è limitata a garantire per il futuro il supporto logistico per costrastare i flussi dalla coste africane, ma i 25 secondo Madrid hanno finanziato due centri di accoglienza in Mauritania e Senegal, per gli immigrati da rimpatriare una volta espulsi dalla Canarie. Si tratta di un primo finanziamento di un centro extraterritorio UE, progetto che rientra nel Piano Africa discusso nella conferenza sull’immigrazione di Rabat dello scorso luglio. In Mauritania il Cpt che si trova a Nouadhibou, dentro una ex scuola, può accogliere fino a 300 persone. Dall’interno, oltre i muri contornati di filo spinato si può vedere la bidonville della peri-

feria. Il centro è stato allestito nella primavera del 2006, mesi in cui il flusso è stato incessante, e dove sono state detenute oltre 2.500 persone. Madrid ha stipulato accordi con le singole autorità locali per il rimpatrio degli immigrati provenienti da Mauritania, Senegal e Mali. L’ultima corsa quindi per chi è stato rinchiuso in un Cpt delle Canarie o in quello di Noudhibou è tentare di dimostrare di essere di un’altra nazionalità. Impresa spesso impossibile di fronte a polizia e interpreti. Chi ci riesce e si trova già in territorio spagnolo sarà lasciato in libertà. La sua condizione è quella di un immigrato illegale in attesa di ottenere lo status di rifugiato, cui però è vietato lavorare. Ma il motivo principale che spinge migliaia di persone a rischiare la propria vita è proprio la possibilità di trovare un’occupazione minimamente remunerativa: «Qui, detto in tutta onestà non c’è niente – racconta al lato di un bar di Nouakchott Ahmed, elettricista – lavoriamo tutto il giorno per poi avere un pugno di oughuya. Poi ci sono i figli..i miei abitano con la famiglia di mia moglie fuori la capitale. Grazie a Dio tra di noi resta la solidarietà».

A livello di dichiarazioni tutti i membri dell’Unione Europea sembrano concordi negli ultimi mesi nel voler usare un doppio binario per mettere un freno all’immigrazione: il piano repressivo accompagnato da aiuti allo sviluppo, il cosidetto piano Africa. Il Senegal, ad esempio, nell’ambito di accordi bilaterali con la Spagna per il controllo delle frontiere ha ottenuto nel mese di settembre il raddoppio dei finanziamenti che finora erano di 650 milioni di euro. Tutte iniziative che però rischiano di ricadere sui governi locali senza un reale intervento sul territorio. La stessa logica, secondo Sarah Prestianni, rappresentante della rete Migreurope, associazione di studi migratori, che rende dannoso l’intervento repressivo: «La politica per l’immigrazione tra Africa-Europa è un fallimento. Moltissimo denaro investito e sperperato nella sorveglianza marittima senza nessun risultato. L’unico ottenuto è quello di aver reso ancora più pericolosa la traversata dei migranti verso l’Europa». Lo conferma con poche parole Mariame, giovane senegalese, venuta a Nouadhibou per tentare la traversata: «Mi metterò nelle mani dei passeurs appena avrò i soldi sufficienti..la paura non può entrare qui dentro. Qui c’è l’Africa». Mariame indica il cuore.

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GIAMPAOLO MUSUMECI

Mauritania, 2006

LIBRI

Tollerati perché utili. Immigrati in Africa Intervista ad Armelle Choplin geografa della Sorbona. Gli stranieri che arrivano in Mauritania finiscono in miniera o sulle barche da pesca. La loro presenza nelle città produce cambiamenti profondi nelle abitudini e nei costumi.

«A di C.A.

UMENTANO I RISCHI PER I MIGRANTI: i controlli stanno spostando la frontiera con l’Europa sempre più a sud». Intervista a Armelle Choplin, geografa presso l’Università Sorbona, Paris 1, autrice di numerose ricerche sull’immigrazione verso la costa ovest africana.

In quale contesto politico e sociale si ritrovano gli immigrati dell’Africa occidentale che arrivano in Mauritania? «Il contesto mauritano è singolare: gli arabi mauri che sono al potere hanno bisogno degli immigrati che forniscono manodopera per i settori che riguardano lo sfruttamento delle miniere di ferro e per la pesca. Sono gli immigrati in realtà che fanno

Mauritania “In sono gli immigrati che fanno girare l’economia. I neri sono considerati manodopera

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girare l’economia. La loro presenza, anche massiccia, non credo possa destabilizzare radicalmente il paese. Al contrario sono un punto di forza per la Mauritania che può impiegare a basso costo questa manodopera. Per il momento il nuovo governo di Ely Mohamed Vall non si è ancora espresso nei confronti dell’immigrazione. I migranti finora approfittano quindi di una certa forma di tolleranza. Ma probabilmente il governo cambierà la politica ora che è costretto dall’Unione Europea a sorvegliare le sue coste e apparire intransigente. Ma una cosa è certa: lo stato mauritano è sempre stato un paese ad alta immigrazione ed ora proprio per i noti interessi economici non chiuderà totalmente le frontiere». Ma nel paese quali sono le possibilità di integrazione per gli stranieri?

«Molte, tanto che diversi immigrati aprono delle piccole imprese molto redditizie, soprattutto nel settore della pesca. I ghanesi e i nigeriani hanno fondato molte società per l’esportazione all’estero di pesce. Ma anche i senegalesi sono molto presenti nel tessuto sociale mauritano e molti arrivano a vivere a Nouadhibou, accantonando l’idea di partire. Occorre quindi superare l’immagine dell’immigrato come un “parassita” anche perchè molti di loro sono dei veri imprenditori. Nel paese poi rimane una solidarietà diffusa nei confronti degli stranieri che vengono dal resto del continente». Come è cambiata la società mauritana negli ultimi anni? «Ci sono stati dei cambiamenti evidenti, considerato

anche che per decenni è rimasta una società tradizionale composta da nomadi. Oggi con l’arrivo delle nuove tecnologie e del petrolio, i cambiamenti sono stati rapidi. I legami con la cultura tradizionale stanno scemando, il denaro diventa uno degli aspetti di maggior importanza. Poi i cambiamenti sono influenzati anche dal contatto con gli immigrati della regione subsahariana che arrivando da realtà urbane trasformano le città fino a quel momento molto austere. Le abitudini nei consumi cambiano: si trova con più facilità l’alcool anche se nel paese è ufficialmente vietato. I Mauri hanno contatti diretti con le realtà che provengono dall’Africa Subsahariana ma restano legati al deserto. Sono molto razzisti nei confronti della popolazione nera e sono fieri della loro differenza. Vedono la popolazione nera come pura manodopera». |

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Stefano Simoncini Fotografie di Giancarlo Geraudo Frontiera sud Fandango Libri Attraverso un importante reportage fotografico si racconta l’immigrazione tra Marocco e Spagna. Laura Balbo In che razza di società vivremo? L’Europa, i razzismi, il futuro Bruno Mondadori Provare a costruire “altre Europe” è la sfida che lancia la sociologa, non senza prima analizzare tutte le contraddizioni delle nostre società occidentali.

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Mensile Valori n.43 2006  

Mensile di finanza etica, economia sociale e sostenibilità

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