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Cooperativa Editoriale Etica

Anno 15 numero 127 aprile 2015

€ 4,00

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Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità

IL NASDAQ VOLA AI LIVELLI DEL 2000. SIAMO FORSE DI FRONTE A UN’ALTRA BOLLA HI TECH?

DALLA TAV (IN ITALIA E IN FRANCIA) ALLA BREBEMI TRA PROTESTE E CONFLITTO DI INTERESSI

economia solidale

REGNO UNITO AL VOTO: CRESCE IL PESO DEGLI INDIPENDENTISTI SCOZZESI

internazionale

9 788899 095062

ISBN 978-88-99095-06-2

Poste Italiane S.p.A. Spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, NE/VR. Contiene I.R.

finanza etica

L’accesso al cibo è un problema anche in Europa. Una questione economica, non solo “alimentare”

Fame di uguaglianza


2

valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015


editoriale

GEOPOLITICA DELL’ACCESSO AL CIBO di Andrea Calori

L’AUTORE

ANDREA CALORI

Docente, ricercatore e consulente in Italia e all'estero per università, enti locali e nazionali, OCSE, Commissione europea, Consiglio d'Europa, FAO, UNDP. È tra i responsabili della Urban Food Policy del Comune di Milano, una delle attività di EStà-Economia e Sostenibilità, centro di ricerca e formazione non profit. È tra i fondatori della Rete Italiana Economie Solidali, membro del Coordination Committee della società civile nel World Committee on Food Security della FAO e presidente del Reseau International Urgenci, la coalizione mondiale delle reti di agricoltura supportata dalle comunità. valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015

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a diversi anni i dati disponibili a livello globale ci restituiscono l’immagine di un mondo in cui, a fronte di un miliardo di persone sottonutrite o malnutrite, ce ne sono altrettante che vivono gli effetti negativi generati dalla sovralimentazione o, comunque, dall’eccesso di di quei cibi che caratterizzano le società moderne: grassi, carni rosse e zuccheri. I numeri subiscono oscillazioni periodiche, ma la situazione è ormai consolidata e si sta polarizzando. Stanno invece mutando le dinamiche che generano tale situazione: la tradizionale rappresentazione di un Nord del mondo che non soffre di problemi di sicurezza alimentare e un Sud affamato è mutata. Prima di tutto va considerato che l’evoluzione verso un mondo multipolare porta con sé un innalzamento del reddito per centinaia di milioni di persone che appartengono soprattutto ai BRICS (le economie emergenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ndr) e ad alcuni Stati dell’America Latina. In secondo luogo, se è vero che l’insicurezza alimentare è generata dalle condizioni di povertà e di mancanza di reddito (Global Food Security, OCSE 2013 e State of Food Insecurity in the World, FAO 2014), è anche vero che diversi studi condotti su scala nazionale mostrano differenze significative tra Paesi, che rendono più complessa l’analisi della correlazione tra povertà e sicurezza alimentare. In terzo luogo, anche se i dati FAO confermano che il 75% delle persone che si trovano in situazioni di scarsità di cibo vive in aree rurali, nei contesti di rapido sviluppo urbano e di crescita smisurata delle megalopoli si sta verificando una crescente urbanizzazione delle povertà e un aumento dell’insicurezza alimentare nelle città. Da ultimo, dal 2008 la crisi economica ha generato effetti sistemici portando con sé una diffusione della povertà

che nei Paesi occidentali non si vedeva dai tempi della Seconda guerra mondiale: lo spettro della fame ora si aggira anche in Europa e negli Stati Uniti. Il confine tra sicurezza e insicurezza, quindi, non è più sull’Equatore, ma è frammentato e diffuso in tutto il mondo, creando un effetto a macchia di leopardo le cui ragioni vanno cercate anche oltre la giusta correlazione tra povertà economica e sicurezza alimentare. Le vere questioni sono legate all’accesso al cibo, che va inteso come combinazione di mezzi e di organizzazioni adeguate (la vicinanza al cibo, la sua disponibilità, l’esistenza di una logistica ecc.) e di aspetti legati alla forma sociale. Sempre di più si conferma l’interpretazione del Nobel Amartya Sen che più di vent’anni fa aveva legato l’insicurezza alimentare alle ineguaglianze sociali in tutte le loro forme: di reddito, istruzione, protezione sociale, accesso ai mezzi di produzione e ai beni primari della terra e dell’acqua. Il governo inglese dichiara che 4 milioni di britannici sono a rischio fame. In Italia le persone assistite da diverse forme di aiuti alimentari diretti sono aumentate del 30% negli ultimi quattro anni. A fronte di ciò un recente studio de La Via Campesina Europe mostra come il 3% di aziende controlla circa il 50% di terre coltivabili tra Est e Ovest, con un aumento tendenziale di questa polarizzazione. In Europa e nel mondo l’accesso al cibo è migliore quando non viene trattato come un problema legato a una produzione insufficiente, ma come elemento connesso a una più ampia serie di politiche di protezione sociale e a una conseguente ridefinizione delle priorità politiche. Esiste una nuova geografia del cibo che tocca anche l’Italia. Quindi anche una geopolitica e a cui è legata una politica dell’accesso al cibo. Chi rappresenta queste geografie e questi bisogni? ✱ 3


fotoracconto 02/04

Commissione e parlamento europei vorrebbero trasmettere ai cittadini dell’Ue l’immagine di un’Europa politicamente coesa e solidale, oltre che economicamente forte. Un’immagine che scricchiola di fronte ai dati dell’ultimo osservatorio Caritas (febbraio 2015) secondo cui in Grecia, Romania, Spagna, Portogallo, Cipro, Irlanda e Italia “in media quasi 1 cittadino su 3 è povero, oltre il 14% vive in povertà assoluta con punte del 28% in Romania e del 20% in Grecia. Il 16% è disoccupato contro il 10 della 4

media europea, con punte del 58% fra i giovani greci, mentre l’Italia vanta il triste primato del 22% di ragazzi tra 15 e 24 anni che non lavorano, non studiano e non si formano”. Un’immagine che va definitivamente in mille pezzi a ogni notizia che dai media rimbalza sullo stato di salute del popolo che si aggrappa ad Alexis Tsipras, dopo anni di malgoverno interno e ruberie, seguiti dall’applicazione delle ricette studiate da Commissione Ue, Bce e Fmi, la famigerata troika. E ora? Proprio dalla Grecia giungono gli stimoli più urgenti a

cambiare rotta, proposte di soluzioni chiare, di rabbia e intelligenza: la richiesta di prezzi del cibo e dei beni primari (l’energia!) più bassi; la sperimentazione di filiere corte per ridurre i costi d’intermediazione; la volontà di maggior partecipazione nelle decisioni e modelli di servizi (sociali e sanitari) ai cittadini auto-organizzati, condivisi e solidali. Nel fotoracconto di questo mese abbiamo voluto raccontare proprio la Grecia, alle prese con le molte difficoltà, ma anche impegnata a rialzarsi.

I greci scoprono i vantaggi della filiera corta che esclude i troppi intermediari dalla formazione del prezzo del cibo. Nella foto in alto un mercato autogestito in cui la vendita e la distribuzione della merce avviene direttamente sotto l'autotreno che la trasporta.

valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015


sommario

aprile 2015 mensile www.valori.it anno 15 numero 127 Registro Stampa del Tribunale di Milano n. 304 del 15.04.2005 ROC. n° 13562 del 18/03/2006 editore Società Cooperativa Editoriale Etica Via Napo Torriani, 29 - 20124 Milano promossa da Banca Etica soci Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Arci, FairTrade Italia, Mag 2, Editrice Monti, Fiba Cisl Nazionale, Cooperativa Sermis, Ecor, Cnca, Fiba Cisl Brianza, Federazione Autonoma Bancari Italiani, Publistampa, Federazione Trentina della Cooperazione, Circom soc. coop. consiglio di amministrazione Antonio Cossu, Donato Dall’Ava, Maurizio Gemelli, Emanuele Patti, Marco Piccolo, Sergio Slavazza, Fabio Silva (presidente@valori.it). direzione generale Giancarlo Roncaglioni (roncaglioni@valori.it) collegio dei sindaci Mario Caizzone, Danilo Guberti, Giuseppe Chiacchio (presidente) direttore editoriale Mariateresa Ruggiero (ruggiero.fondazione@bancaetica.org) direttore responsabile Andrea Di Stefano (distefano@valori.it) caporedattore Elisabetta Tramonto (tramonto@valori.it) redazione Via Napo Torriani, 29 - 20124 Milano (redazione@valori.it) hanno collaborato a questo numero: Paola Baiocchi, Andrea Barolini, Alberto Berrini, Matteo Cavallito, Corrado Fontana, Emanuele Isonio, Luca Martino, Valentina Neri, Andrea Vecci grafica, impaginazione e stampa Publistampa Arti grafiche Via Dolomiti 36, Pergine Valsugana (Trento) fotografie e illustrazioni SpaceShoe (Flickr.com); Bfishadow on Flickr, Cheminvento, Fcarbonara, Freytagberndt, Patafisik, RaminusFalcon, Reynermedia, (commons.wikimedia.org); Argiris Panagopoulos; http://may2015.com distribuzione Press Di - Segrate (Milano)

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Annuali

Euro 38 Euro 48 Euro 28 Euro 48

Biennali Euro 70 Euro 90 Euro 50 Euro 85

fotoracconto 01/04 La crisi economica greca nei volti dei suoi abitanti. Secondo una ricerca Unicef dell'anno scorso, sono 686mila i minori a rischio povertà. E c'è la più alta percentuale di bambini sottopeso dei Paesi Ocse.

dossier

8 FAME DI UGUAGLIANZA

Un problema che si pensava limitato al Sud del mondo tocca anche noi. 50 milioni di europei hanno difficoltà di accesso al cibo. Un problema economico e sociale, che misura il peso della diseguaglianza ai nostri giorni

global vision finanza etica

7

Wall Street, è tutto un altro Nasdaq Miliardi... tangibili. La grande corsa del contante Azionariato attivo. L’eterno dibattito del petrolio

19 23 25

numeri della terra economia solidale

28

Tav, un conflitto su tutta la linea Genetica e convenienza. Trionfa il pollo globale Imprese a tre stelle I mille volti del design

31 35 38 40

social innovation internazionale

43

La partita scozzese si gioca in Gran Bretagna Sicurezza e diritti sotto il vestito Un trattato a misura di multinazionali

45 47 50

bancor

54

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global vision

Dal meeting di Cernobbio

Una ventata di ottimismo di Alberto Berrini

HTTP://COMMONS.WIKIMEDIA.ORG / RAMINUSFALCON

l Forum Ambrosetti (sessione primaverile 2015) si è respirata aria di ripresa. In realtà le previsioni emerse nel convegno non sono andate in un’unica direzione. Sono più sfumate e lasciano spazio all’incertezza. Gli ottimisti danno risalto alle condizioni congiunturali estremamente favorevoli: basso prezzo del petrolio, euro debole, Quantitative Easing (QE, l’“allentamento quantitativo” è una manovra non convenzionale attuata dalle Banche Centrali per immettere liquidità nel sistema con l’acquisto di titoli pubblici o privati creando moneta) che sterilizza il problema “debiti sovrani” e azzera i tassi di interesse. E sottolineano la salute delle imprese che sono sopravvissute alla crisi. I pessimisti, o meglio i meno-ottimisti, mettono in evidenza l’incertezza che aleggia attorno a tali elementi favorevoli. Particolarmente importante è stato il dibattito attorno al QE di Draghi, ossia agli effetti che tale “allentamento monetario” potrà avere sull’economia reale. A differenza di quanto successo negli Stati Uniti, esso è infatti abbinato a una politica fiscale restrittiva (i tagli alla spesa pubblica che hanno caratterizzato le politiche economiche europee degli ultimi anni). E, poiché la crisi è “da domanda” (calo di consumi e investimenti), secondo molti non può funzionare. Per imboccare

A

valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015

la strada di una solida ripresa è invece necessario che gli investimenti pubblici rimpiazzino quelli privati in diminuzione, nonostante i bassi tassi di interesse. C’è chi, come l’economista Mariana Mazzucato (“Lo Stato innovatore”) in alternativa sostiene la «modesta proposta per l’Europa» di Varoufakis, ossia un piano comune di investimento e di innovazione che ha come obiettivo l’annullamento delle divergenze competitive che affliggono l’Europa e ne impediscono l’uscita dalla crisi. Un piano da affidare alla Bei (Banca Europea degli Investimenti) in grado di finanziare tale progetto attraverso l’emissione di bond destinata appunto all’investimento produttivo. Citando le parole di Varoufakis: «Immaginiamo una forma alternativa di QE finanziato al 100% da obbligazioni della Banca Europea degli Investimenti con la Bce che compra questi bond sui mercati secondari: mi piacerebbe chiamarlo “piano Merkel”». È dal 2010 che il ministro greco (allora “semplice” economista) sta lavorando a questo progetto. Se tale programma di investimenti fosse stato applicato cinque anni fa il destino dell’Europa, e soprattutto quello di milioni di europei attualmente disoccupati, sarebbe stato assai diverso. E, come dice la Mazzucato, «non saremmo di nuovo nei guai». ✱ 7


DOSSIER

fotoracconto 03/04 Una discussione accesa alla cassa di un supermercato ateniese negli anni della crisi piÚ profonda che la Grecia abbia mai attraversato. La rabbia delle persone in difficoltà è guidata dalla protesta dei movimenti delle Assemblee Popolari.

10 / Non solo Grecia. Lo spettro della fame torna in Europa 12 / Il peso (sottovalutato) della disuguaglianza 14 / Tempo da fame 16 / Nella filiera alimentare 400 miliardi di sprechi

UGUA


La fame non è piÚ un problema relegato al Sud del mondo. Sono oltre 50 milioni gli europei che non possono permettersi pasti regolari e nutrienti.

Ma la fame non è solo un problema alimentare, anzi. Dipende da un mix di fattori, primo fra tutti la diseguale distribuzione del reddito.

FAME DI GLIANZA


DOSSIER FAME DI UGUAGLIANZA

Non solo Grecia Lo spettro della fame ritorna in Europa Più di 50 milioni di europei hanno difficoltà di accesso al cibo. In Italia la malnutrizione colpisce il 12% della popolazione. In Inghilterra 600 prelati denunciano un “attacco al diritto universale di accesso al cibo”

di Emanuele Isonio

P

uò essere chiamata in molti modi: fame, denutrizione, malnutrizione. Ognuno denota un aspetto particolare. Ma il concetto non varia poi molto. La difficoltà di accesso al cibo è una scomoda realtà e chi pensa che sia un problema relegato al Sud del mondo è bene che si ricreda: il Vecchio Continente è sempre più teatro di una rappresentazione che sembrava divenuta marginale. Tra aziende che falliscono, lavoratori disoccupati, tagli al welfare e politiche di rigore, i dati dipingono una netta inversione di tendenza. La mente va subito alla Grecia dove, secondo una ricerca Unicef dell’anno scorso, 686mila mi-

INCAPACITÀ DI PERMETTERSI UN PASTO CON CARNE, POLLO, PESCE O EQUIVALENTE VEGETARIANO OGNI 2 GIORNI FONTE: EUROSTAT

nori sono a rischio povertà (il 35% della popolazione minorile ellenica, in crescita) e c’è la più alta percentuale di bambini sottopeso dell’Ocse. Ma il fenomeno non è relegato agli Stati più poveri dell’Ue. Pochi mesi fa il Trussell Trust, la principale banca del cibo d’Inghilterra, delineava un quadro da Paese affamato, puntando il dito contro la riforma degli ammortizzatori sociali: nell’ultimo anno, il numero di persone che si sono rivolte alle sue filiali per almeno tre giorni sono passate da poco meno di 347mila a oltre 913mila. Un balzo del 163% che porta a 4,7 milioni il numero di inglesi che non riesce più ad alimentarsi

25%

[% sulla popolazione totale]

20% 15% 10% 5% 0% 2005

Unione europea (27 Paesi)

2005 11,8 7,4 11,0 5,8 2,4 6,3 6,3

10

2006

2007

Nuovi Stati Membri (12 Paesi)

2006 10,8 7,4 11,2 7,9 3,9 5,7 5,6

2007 10,0 25,5 6,9 10,5 6,5 2,4 6,2 6,2

2008

Eurozona (18 Paesi)

2008 9,5 20,6 7,6 10,9 7,1 2,2 7,6 7,5

2009

2010

Germania (fino al 1990 ex territorio della RFG)

2009 8,7 20,4 6,7 9,3 7,6 2,1 7,0 6,2

2010 8,8 20,0 6,6 8,6 7,9 2,6 6,9 6,7

2011

Grecia

2011 9,6 20,5 7,9 8,8 9,2 3,2 6,8 12,4

2012

Spagna

2012 10,9 21,6 8,6 8,2 14,2 2,6 6,7 16,8

2013

2014

Francia

2013 10,5 20,6 8,5 8,4 13,8 3,5 7,4 14,2

Italia

2014

3,3

12,5

valori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015


FAME DI UGUAGLIANZA DOSSIER

correttamente. Talmente clamoroso da spingere 600 rappresentanti di diverse confessioni religiose (compresi 36 vescovi anglicani) ad attaccare frontalmente il governo inglese accusandolo di violare le norme internazionali sul diritto al cibo.

UN FENOMENO CONTINENTALE Allargare l’osservazione all’intera Europa non cambia il risultato. Anzi, fa comprendere meglio quanto il problema sia diffuso. I dati forniti da Eurostat sono rilevanti soprattutto se considerati nella loro progressione temporale: il 9,6% della popolazione comunitaria è «gravemente svantaggiato dal punto di vista materiale». Un giro di parole per dire “povera”, attraverso l’uso di un indicatore globale, composto da ben nove voci diverse: dall’impossibilità di pagare bollette in tempo o riscaldare abbastanza l’abitazione all’incapacità di affrontare spese impreviste, concedersi una settimana di vacanza ogni anno, acquistare un’auto, una tv o una lavatrice. Ma solo una di quelle voci si concentra sull’aspetto alimentare. Valori (non senza qualche difficoltà e con la collaborazione dei tecnici dell’Istat) è riuscito a ottenere quei dati, che indicano quanti cittadini non si possono permettere di mangiare carne, pesce o proteine vegetariane equivalenti a giorni alterni (vedi GRAFICO ). La risposta è amara: oltre cinquanta milioni di cittadini europei rientrano in tale categoria. Il 10,5% degli abitanti della Ue a 27 Stati (erano l’8,7% cinque anni prima). Va leggermente meglio l’area Euro (8,5% comunque in crescita dal 6,7% del 2009). Ma al suo interno le differenze sono enormi. Il tasso tedesco è in continua diminuzione (8,4%), come quello svedese (il suo 1,5% è il più basso del continente, dimezzato negli ultimi sette anni). Al contrario, il dato greco è cresciuto di cinque punti nel quinquennio scorso. Quello olandese, benché molto basso, è comunque quasi raddoppiato (dall’1,6 al 2,8%). Come quello inglese, che pur rimanendo fuori dai confini euro, è comunque balzato dal 4 a quasi il 9%. E se ci si concentra sulla situazione degli over 65, i dati peggiorano ulteriormente: 13,7% nella Ue a 28 Stati, 11,5% nell’area Euro. Numeri forse poco noti ma comunque in linea con altri rapporti. Come quello della Croce Rossa Internazionale di ottobre scorso, che parla di «peggiore crisi umanitaria dal dopoguerra», alla luce dei 43 milioni i cittadini con «insufficienti risorse alimentari», 120 milioni a rischio povertà. Non un caso che, tra il 2008 e il 2012, il numero di europei che possono sfamarsi solo grazie agli aiuti alimentari erogati dai Comitati locali sia cresciuto del 75% fino a toccare 3,5 milioni. valori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015

LA RISPOSTA DEI TEDESCHI: «È COLPA DEL CAPITALISMO»

Sarà una semplificazione eccessiva. e la risposta non terrà conto dei tanti fattori in gioco. Ma è comunque significativo l'esito di un sondaggio che l'istituto di ricerca emnid, su commissione della libera Università di Berlino, ha condotto tra i cittadini tedeschi per capire quale fosse secondo loro il fattore principale della malnutrizione: un terzo degli intervistati (circa 1.400 persone) ritiene che la causa di povertà e fame sia il sistema capitalistico. la maggioranza degli intervistati ritiene inoltre che sotto tale sistema economico non sia possibile una vera democrazia a causa dell'eccessiva influenza che il tessuto industriale avrebbe sulla politica e che relega a un ruolo secondario la voce degli elettori. interessante notare poi che le posizioni si estremizzano man mano che ad essere contattati sono i residenti dei land orientali: la ricerca ha infatti rilevato che il 59% dei tedeschi che vivono nelle aree ex-comuniste ritiene che gli ideali comunisti e socialisti siano una cosa positiva per la società. Nella Germania ovest, la medesima opinione è condivisa dal 37% del campione.

L’ITALIA SEGUE IL TREND Il nostro Paese non si salva dall’emergenza. Il dato Eurostat è raddoppiato in quattro anni: dal 6,7% del 2010 al 12,5% del 2014 (unica consolazione, la diminuzione rispetto al picco negativo 2012), con le fasce di popolazione più anziana ancora una volta più colpite dal fenomeno. «La crisi economica ha reso la situazione non più tollerabile» osserva Enrica Chiappero Martinetti, economista dell’Università di Pavia e responsabile del percorso Sviluppo sostenibile di Laboratorio Expo della Fondazione Feltrinelli. «È significativo che l’Istat abbia ricominciato a misurare la povertà assoluta che si è attestata al 10% della popolazione nel 2013». D’altro canto, le testimonianze e i numeri provenienti da chi è in prima linea nelle città italiane lasciano pochi dubbi. «Le richieste di interventi – spiega Walter Nanni, responsabile dell’Ufficio Studi di Caritas – sono cresciute in coincidenza con la drastica diminuzione dei servizi sociali erogati nel territorio». La distribuzione di beni alimentari (sottoforma di prodotti per neonati, pacchi viveri, buoni pasto e pasti nelle mense) rappresenta ormai il 60% di tutti gli interventi della Caritas (nel 2006 era appena un quarto). Nella diocesi di Milano le richieste di aiuto sono cresciute del 23% nell’ultimo quinquennio. A Palermo si è passati da 70 a 200 pasti al giorno distribuiti dalla Caritas locale. A Livorno, il dato annuale è triplicato dal 2011 (da 18mila a 66mila). Cifre che rendono più che concreta la profezia contenuta nel rapporto della Croce Rossa: «Le conseguenze a lungo termine dell’attuale situazione devono ancora affacciarsi. I problemi si riveleranno nel prossimo decennio se non si riuscirà a far ripartire l’economia. E il tasso di disoccupazione è una bomba a orologeria pronta a esplodere». ✱ 11


DOSSIER FAME DI UGUAGLIANZA

Il peso (sottovalutato) della disuguaglianza di Emanuele Isonio

Le disparità di reddito, di genere, tra piccoli e grandi produttori, l’incidenza della speculazione finanziaria sulle commodities: tanti fattori incidono sulla fame più della produzione di cibo

A

i profani la parola “fame” riporta subito alla mente la mancanza di cibo. Chi studia e combatte ogni giorno la piaga che ancora colpisce oltre 800 milioni di persone nel mondo, la pensa diversamente e mette in guardia da un comune errore: guai a parlare della fame come di un mero problema alimentare. Anzi, tendono a considerarla come una variabile dipendente di altre cause. Più complesse, ma accomunate da un unico filo conduttore: la disuguaglianza.

IN PRINCIPIO FU SEN L’intuizione del nesso che lega malnutrizione e ingiustizie sociali non è nuova. Sono passati, infatti, 17 anni da quando l’economista indiano Amartya Sen lo teorizzò (vincendo per questo il Premio Nobel). Ma la concentrazione della ricchezza mondiale in sempre meno mani (oggi bastano 80 miliardari per raggiungere lo stesso volume di denaro posseduto dal 50% della popolazione più povera) rende la sua teoria di enorme attualità: «L’intuizione di Sen fu di spostare l’attenzione dalle risorse ai mezzi per accedervi», sintetizza Enrica Chiappero Martinetti, economista dell’Università di Pavia. «Da lì arrivò a dimostrare che la causa determinante della malnutrizione è la distribuzione ineguale del reddito fra la popolazione, a cui si aggiungono altri fattori e cioè discriminazioni sociali, livello delle infrastrutture e accesso all’istruzione».

AUSTERITY, NO GRAZIE La stessa consapevolezza è condivisa da chi, sul campo, si trova a studiare programmi di lotta alla malnutrizione. I numeri della Ong Oxfam confermano che «i tre quarti delle persone che soffrono la 12

fame vivono nelle zone rurali e sono piccoli agricoltori, vittime delle impennate dei prezzi, delle variazioni del clima e dei grandi investitori privati e statali che competono per sfruttare le risorse naturali». «Se considerassimo la fame solo dal punto di vista della produzione alimentare sbaglieremmo», concorda Giangi Milesi, presidente dell’organizzazione umanitaria Cesvi. «Nella nostra esperienza nei Paesi in via di sviluppo abbiamo imparato che contrastare la fame significa lottare contro molti tipi di disuguaglianze: di reddito fra i vari strati della popolazione, tra piccoli e grandi produttori agricoli, differenze nell’impatto dei cambiamenti climatici, divari di potere tra Stati e multinazionali che stanno acquistando ampie porzioni di territorio nel Sud del mondo sottraendolo all’utilizzo nazionale». Una conclusione in linea con le indicazioni contenute nell’ultimo rapporto Onu sullo Stato dell’insicurezza alimentare che fa notare come l’accesso al cibo sia migliorato in modo rapido e significativo soprattutto in quei Paesi che hanno realizzato adeguate reti di sicurezza sociale e altre forme di protezione estese anche ai poveri delle aree rurali. Analisi che sembrano condannare le politiche di austerity: «Quelle politiche – conferma Chiappero – hanno un impatto più forte sui soggetti più fragili perché incidono sul sistema di welfare e vanno in direzione opposta rispetto alle esigenze di riequilibrio». Chi fosse in cerca di conferme, potrebbe trovarle anche fra i dati dell’Indice globale della fame (GHI) realizzato annualmente da Cesvi. «Il rapporto – rivela Milesi – ci dice che negli ultimi 14 anni lo stato della fame è nell’insieme migliorato con un calo del 39%. Ma la situazione globale rimane gravalori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015


FAME DI UGUAGLIANZA DOSSIER

ve. E a fare la differenza è proprio la presenza di condizioni di disuguaglianza». L’aumento più alto dell’indice GHI è ottenuto dallo Swaziland proprio a causa dell’alta disparità dei redditi che si somma a elevata disoccupazione e siccità sempre più frequenti. Sul fronte opposto, sempre in Africa, il Ghana è un esempio di scuola che è riuscito a diminuire il numero di sottonutriti dal 40% del 1990 al 5% del 2012. «Il governo nazionale – spiega Milesi – ha compiuto forti investimenti in sviluppo rurale, istruzione e salute. E ha fornito ai contadini informazioni per migliorare le colture, oltre a infrastrutture e impianti di stoccaggio».

LA SOLUZIONE È DONNA Nella battaglia contro le disuguaglianze, il fattore di genere appare cruciale: oltre il 60% degli “affamati” è donna. Proprio dalle madri denutrite parte un circolo vizioso che pregiudica lo sviluppo di interi territori (vedi GRAFICO ). Oxfam calcola che se le donne avessero uguale accesso alle risorse rispetto agli uomini la povertà mondiale potrebbe ridursi del 17% salvando 150 milioni di persone. Ce n’è abbastanza per rendere lecito il sospetto che ingiustizie, speculazioni finanziarie, land grabbing, terreni agricoli usati per scopi energetici non siano altro che gli anelli inscindibili di un unico sistema economico sbagliato. «Certamente – commenta Chiappero – ma non credo sia realistico

LA GUERRA DEI SEMI di Paola Baiocchi

Il libero scambio di semi tra coltivatori è fondamentale da sempre per la conservazione della biodiversità. L’entrata massiccia delle multinazionali nell’agricoltura ha compromesso questo equilibrio Nel 1913 sul Brasile si abbatté una gravissima crisi economica: l'immissione sul mercato di gomma prodotta nello Sri lanka e in Malesia aveva provocato il crollo del prezzo del caucciù, di cui il paese aveva detenuto fino a quel momento il monopolio. valori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015

IL CIRCOLO DELLA FAME NASCOSTA, DELLA POVERTÀ E DEL RALLENTAMENTO DELLO SVILUPPO FONTI: BLACK ET AT. (2013); IFPRI (2014); FAO (2013A); VON GREBMER ET AT. (2010)

Sviluppo economico nazionale

> Stallo o diminuzione dello sviluppo economico > Limitata capacità di sviluppare sistemi sanitari ed educativi

Il circolo vizioso della malnutrizione si riferisce al fatto che le donne che sono state malnutrite da ragazze tendono a partorire neonati sottopeso, perpetuando così il ciclo della sottonutrizione.

Forza lavoro

Persone

> Madri denutrite e malnutrite partoriscono neonati sottopeso in un circolo vizioso della malnutrizione > Diminuzione delle capacità fisiche e mentali > Danni alla salute > Scarsi risultati scolastici > Povertà, risorse economiche limitate > Oltre 2 miliardi di persone colpite in tutto il mondo

> Diminuzione della capacità lavorativa > Disoccupazione o minor retribuzione del lavoro > Perdita di produttività > Diminuzione della speranza di vita > Diminuzione delle entrate nell’arco della vita

pensare di cancellare questo modello per sostituirlo con un altro, soprattutto considerando le interdipendenze create dalla globalizzazione. I nostri sforzi, realisticamente, devono puntare a creare le condizioni per una governance mondiale e nazionale che affronti i fattori alla base della malnutrizione: le questioni ambientali, la difesa dei beni pubblici, le transazioni speculative che non possiamo pensare di lasciare in mano al mercato». ✱

Come ricorda eduardo Galeano nel suo libro “le vene aperte dell'america latina”, verso il 1873 un certo Henry Wickham, un inglese padrone di piantagioni di caucciù in Brasile, era riuscito a far arrivare di contrabbando un certo numero di semi dell'albero della gomma al direttore del giardino botanico di Kew a londra, vicino agli archivi dei servizi segreti britannici (dove ancora oggi dobbiamo recarci se vogliamo scoprire fatti inediti della nostra storia). Quarant'anni dopo gli inglesi invadevano il mercato mondiale con il caucciù della loro colonia malese, dopo aver organizzato le nuove piantagioni con i germogli sviluppati a Kew. Una guerra economica, con lo spostamento della ricchezza verso nuovi padroni e carestie e morti in un'altra zona, era stata combattuta senza sparare un solo colpo di cannone, ma trafugando dei semi. Continua la guerra per rendere privata la ricchezza del mondo e si combatte con i brevetti, che impediscono l'utilizzo gratuito di saperi e colture tradizionali, che appartengo-

no al genere umano. Dopo l'attenzione ricevuta negli anni passati dalle denunce di Vandana Shiva, il processo di privatizzazione della natura avanza rapidamente anche in europa: alla fine del 2011 sono stati concessi dall'epO (Ufficio europeo dei brevetti) circa 2.000 brevetti su piante e 1.200 su animali, con o senza coinvolgimento di ingegneria genetica, aggirando la legislazione e con un vero golpe nei confronti della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo. esiste ormai un oligopolio dei semi, che impone agli agricoltori il proprio “pacchetto completo” fatto di fertilizzanti, pesticidi e sementi, per cui tre imprese controllano il 53% del mercato mondiale: Monsanto (Usa), con il 26%, Dupont pioneer (Usa) con il 18,2% e Syngenta (Svizzera) con il 9,2%. le tre hanno un fatturato di 18 miliardi di dollari l’anno. Tra il quarto e il decimo posto compaiono Vilmorin (del gruppo francese limagrain), Winfield, le tedesche KWS e Bayer, Dow agroSciences (Usa) e le giapponesi Sakata e Takii. 13


DOSSIER FAME DI UGUAGLIANZA

Tempo da fame di Corrado Fontana

I cambiamenti climatici, acclarati da scienziati e istituzioni internazionali, sono causa di fame e nuove povertà. Usa, Brasile, Africa, Australia ed Europa devono attrezzarsi. Ma soprattutto i Paesi in via di sviluppo

A

lmeno su questo sembra che l’accordo sia ormai unanime: che i cambiamenti climatici, come fenomeno planetario fortemente condizionato dall’attività umana, sono in atto. E non solo. Che si stanno manifestando in forme visibili, talvolta devastanti, e che in futuro – se non saremo capaci di ridurne la portata o di adattarci efficacemente ai loro effetti – condizioneranno, perlopiù in peggio, le attività umane: i modi di lavorare e nutrirsi, la distribuzione delle ricchezze e gli equilibri politici, la struttura sociale. Uno scenario complesso in cui paiono messi a dura prova i sistemi di produzione del cibo e di protezione delle risorse naturali. Lo vanno dichiarando da tempo gli enti scientifici e le Ong ambientaliste. Lo hanno finalmente capito le Nazioni Unite e soprattutto i governi.

POCHI GRADI DI DEVASTAZIONE L’organizzazione internazionale Oxfam, nel rapporto Un clima che affama, pubblicato a inizio 2014, faceva il punto a partire da diversi studi scientifici. «Rispetto a un mondo senza cambiamenti cli-

matici, nel 2050 potrebbero esserci 25 milioni in più di bambini malnutriti sotto l’età di 5 anni» e potrebbe diminuire la produttività agricola del 2%, a fronte di un aumento della domanda del 14% per decennio. Non solo: il Climate Change sarà una delle principali concause per le quali il famoso IPCC, il comitato scientifico intergovernativo sul cambiamento climatico, nei suoi ultimi rapporti prevede una crescita e una maggiore volatilità dei prezzi dei beni alimentari, con conseguenze drammatiche sia nei Paesi più poveri e affamati (le avevamo analizzate ad aprile scorso, dopo una fase di folle corsa alla speculazione sulle commodities), sia nel più ricco Occidente (il costo dei generi alimentari nel Regno Unito è aumentato del 30,5% negli ultimi 5 anni). E Oxfam stima che il prezzo mondiale dei cereali potrebbe raddoppiare entro il 2030. Uno scenario già preoccupante se le azioni dei governi manterranno l’aumento medio della temperatura globale – come caldamente raccomandano gli scienziati – intorno a 1,5 gradi; ma che porterebbe a «crisi alimentari globali totalmente fuori controllo» se si toccasse o addirittura superasse la soglia dei 3-4 gradi d’innalzamento. Il riscaldamento globale ha effetti negativi accertati. Innanzitutto l’esacerbarsi dei periodi di siccità estrema: così attuali nelle città assetate del Brasile o sui campi riarsi degli Stati americani dell’Ovest, ma anche in Australia, flagellata dagli incendi, o nel sud Europa, dove avanza la desertificazione. E poi il susseguirsi di violente alluvioni (lo sanno bene il Pakistan o il Surrey britannico) e tifoni (Hayan ha devastato le Filippine nel 2013). Eventi diversi e catastrofici che riducono la quantità di terreni coltivabili o li rendono più salati e perciò meno fertili, distruggono i raccolti, le barche da pesca e le infrastrutture, modificano gli habitat ideali

IL GRANO DELLA SCIENZA di Corrado Fontana

In un mondo con più mais e meno grano, i contadini dovranno acquisire le competenze e gli strumenti per contrastare gli effetti del clima: da scienziati, biodiversità e tecnologia le armi per garantire più cibo 14

le rese europee di frumento e orzo scenderanno di oltre il 20% entro il 2040 a causa del riscaldamento globale, per un aumento medio delle temperature di 3,5 gradi Fahrenheit (cioè 1,94 °C). ad affermarlo, uno studio dell’università americana di Stanford di maggio scorso. Un documento significativo perché delinea il rischio ma suggerisce soluzioni ai contadini, rivelando che il mais, il quale dovrebbe comunque subire un calo intorno al 10%, mostre-

rebbe una potenzialità di adattamento a lungo termine tale da ridurre le perdite di rendimento fino all’87%. e sulla stessa linea si esprimono i ricercatori dell’ateneo di leeds, in inghilterra, che prevedono impatti del climate change sempre più negativi sulle rese dal 2030, con diminuzioni di oltre il 25% nella seconda metà del secolo. Da qui l’ovvia urgente necessità di perseguire un adattamento delle pratiche agrivalori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015


FAME DI UGUAGLIANZA DOSSIER

LA SICUREZZA ALIMENTARE È DEI POPOLI

di vita animale e vegetale. Generano insomma povertà e ostacoli allo sviluppo, quando non producono migrazioni forzate o conflitti militari per lo sfruttamento di risorse naturali vieppiù limitate.

Non solo Expo 2015, non solo movimenti “No expo”. la discussione sui modelli di sviluppo e sull’accesso al cibo passa anche per expo dei popoli: un «Forum internazionale che chiamerà a raccolta oltre 40 Ong e associazioni italiane e decine di reti sociali e contadine per dire tutti insieme che non ci può essere sicurezza alimentare senza sovranità alimentare e non ci può essere protezione delle biodiversità e lotta al cambiamento climatico senza un pieno recupero di sovranità ambientale», spiega il portavoce di expo dei popoli, Giosuè De Salvo. Dito puntato contro la filiera agro-alimentare globale (vedi Valori 115 e 117) «dove sette multinazionali controllano il 70% del mercato dei semi, dieci imprese si spartiscono le forniture di pesticidi e solo quattro traders commercializzano il 75% dei cereali, del cacao e della soia». appuntamento per il Forum internazionale a Milano dal 2 al 6 giugno – in concomitanza con expo 2015 – per realizzare una Carta di Milano della Società Civile e dei Movimenti Contadini. www.expodeipopoli.it

LA “MATITA BLU” DI OXFAM Esiste tuttavia una serie di strategie che i decisori politici potrebbero mettere in pratica per contrastare o mitigare le conseguenze peggiori, e sulla cui attuazione in 40 Paesi segnati dall’insicurezza alimentare Oxfam ha dato i voti da 1 a 10. E se anche la Ong non è stata di manica larga, il voto inferiore a 1 per quanto riguarda la diffusione dei sistemi d’irrigazione e, soprattutto, l’impegno finanziario della comunità internazionale appaiono davvero allarmanti: «Al summit di Copenhagen del 2009, i leader mondiali hanno promesso che avrebbero stanziato 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020 per aiutare i Paesi poveri ad adattarsi ai cambiamenti climatici e a ridurre le proprie emissioni (mitigazione). Si sono anche impegnati a stanziare 30 miliardi di dollari nell’ambito del Fast Start Finance tra il 2010 e il 2012, bilanciati tra misure per l’adattamento e strategie di mitigazione». Peccato che il programma Fast Start Finance – denuncia Oxfam – abbia visto le iniziative per l’adattamento ricevere, nella migliore delle ipotesi, non più del 20% dei fondi, e che neanche i 100 miliardi l’anno siano stati finanziati seriamente, nonostante «basterebbe il 5% della ricchezza dei 100 miliardari più ricchi del mondo» per coprirli. Un quadro gravemente insufficiente, insomma, cui non si sottraggono le altre voci, tranne quelle sugli investimenti pubblici nell’agricoltura (7/10) e sugli aiuti durante le crisi alimentari (6/10). Il conto, ben più salato, arriverà tuttavia solo alla fine. E per l’intero Pianeta. ✱

cole, sfruttando «una serie di opzioni basate su tecnologie esistenti, come il passaggio ad altra varietà di una coltura, l’installazione di sistemi di irrigazione o la coltivazione di una coltura diversa», ricorda uno degli autori della prima ricerca, il professor David lobell, direttore del Center on Food Security and the environment. preziose indicazioni che portano a cogliere l’importanza di proteggere la biodiversità dei semi e la conoscenza delle caratteristiche del territorio maturata dagli agricoltori. Ma non solo. poiché il contributo scientifico passa anche per la diffuvalori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015

CAMBIA IL CLIMA E CALA LA RESA DEI RACCOLTI (2010-2109) FONTE: REPORT IPCC 2014

80

Color Legend

[percentuale di proiezioni di rendimento]

Range of yield change

50 to 100% 25 to 50%

60

increase in yield

10 to 25% 5 to 10%

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0 to 5%

20

0 to -5% -5 to -10% decrease in yield

0 2010-2029

2030-2049

2050-2069

2070-2089

2090-2109

Le stime della riduzione della resa dei campi di grano a causa dei cambiamenti climatici

-10 to -25% -25 to -50% -50 to -100%

I DANNI AL RACCOLTO PROVOCATI DAI DISASTRI AMBIENTALI FONTE: REPORT OXFAM 2014

Eventi meteorologici estremi Siccità USA 2012 Siccità Russia 2012 Tifone Haiyan

Perdite di raccolto (milioni di $)

sione più capillare delle stazioni meteorologiche sul pianeta (in California una ogni 2mila chilometri quadrati, in Chad una ogni 80mila) e per la comprensione dei danni che il modello economico attuale sta producendo, attraverso le emissioni di gas serra: le qualità nutrizionali delle colture decadono, infatti, con l’aumentare della CO2, per cui grano e riso riducono il contenuto proteico, più di mais e sorgo. anche questo hanno scoperto gli scienziati, che mettono in guardia dall’avanzamento della malnutrizione (connessa a deficit di sviluppo e successiva crescita

20,000 600 110

Percentuale delle perdite totali di raccolto assicurate (%) 15,000 75 170 28,33 6,8 6,18

Perdite di raccolto assicurate (milioni di $)

delle povertà) per carenza di ferro e zinco, che già oggi riguarderebbe 2 miliardi di persone. e se proprio nelle stanze del potere non si vorranno ascoltare le previsioni (documentate) di sventura, almeno si promuovano forme di protezione individuali, quali le assicurazioni per il mancato raccolto: contro il 91% dei contadini negli Stati Uniti che possiede una copertura assicurativa – rivela Oxfam – c’è infatti un 50% di australiani, l’85% di indiani, il 90% di cinesi e oltre il 99% di contadini dei paesi a più basso reddito che ne è privo. 15


DOSSIER FAME DI UGUAGLIANZA

Nella filiera alimentare 400 miliardi di sprechi di Emanuele Isonio

Un terzo della produzione mondiale di cibo si perde nel percorso dai campi ai consumatori finali. Italia a quota 150 chili annui procapite. La crisi sta guidando verso scelte di acquisto più sobrie. E gli esperti parlano già di “postcrescita”

I NUMERI DELLO SPRECO 16

D

i certo non è politically correct, ma l’immagine rende l’idea meglio di tanti freddi numeri: provate a pensare alla persona più obesa che conoscete. Probabilmente pesa meno del cibo che ogni anno in Italia viene prodotto, acquistato e gettato senza utilizzarlo: 149 chili a testa, secondo la Fao. Rivelazioni sconcertanti, alla luce delle analisi sulla fame presentate nelle pagine precedenti. Eppure assolutamente in linea con quanto avviene nel resto d’Europa. Anzi, lontanissime dal record di 579 chili degli olandesi e inferiori anche alla media Ue di 180 chili: a livello domestico, spiega l’Osservatorio sugli sprechi di Last minute market, si sprecano in Italia il 17% dei prodotti ortofrutticoli, il 15% del pesce, il 28% di pasta e pane, il 30% della carne e il 32% dei latticini. Un’abitudine insensata, soprattutto visti i tempi di vacche magre, perché tradotta in denaro è come se una famiglia bruciasse 1.693 euro all’anno. In pratica una tredicesima di stipendio, che potrebbe fare la differenza in molti casi. Ma proprio i portafogli vuoti stanno modificando un po’ la situazione (non a caso in Grecia lo spreco si è ridotto a 44 kg procapite): «La tendenza positiva alla riduzione – osserva Maria Cristina Martinengo, docente di Comportamenti del consumatore all’Università di Torino – è determinata proprio dalla crisi economica che ha indotto ogni italiano a tagliare del 25% nell’ultimo quinquennio gli avanzi di cibo da gettare. Da un lato, le di-

minuite risorse economiche hanno spinto una parte della popolazione a rinunciare all’abbondanza e a prestare maggiore attenzione a calcolare bene le quantità. Dall’altro nuovi valori, quali la sostenibilità, l’etica del consumo, la sobrietà, hanno permeato gli stili di vita nella direzione di una fase di “post-crescita”, in cui si abbandonano le abitudini consumistiche».

NESSUNO SI SENTA ESCLUSO Limitarsi a denunciare le cattive pratiche che avvengono fra le mura domestiche non aiuta però a inquadrare correttamente la questione. Gli sprechi, infatti, avvengono in tutte le fasi della filiera alimentare e in quantità abnormi (vedi GRAFICO ). La Fao li quantifica in un terzo del cibo prodotto al mondo e destinato al consumo umano, 1,6 miliardi di tonnellate di alimenti: quasi un elemento imprescindibile dell’attuale modello di produzione. E nessuna fase della filiera è esente da colpe: 510 milioni di tonnellate (il 32%) si sprecano durante la produzione agricola a causa di surplus produttivi, inadeguate infrastrutture di trasporto e stoccaggio o per rispettare standard normativi. Le strozzature nei processi di trasformazione incidono per un altro 33%. Nella distribuzione si perde il 13%. Quando si arriva ai consumatori finali (privati o ristorazione), “colpevoli” di acquisti eccessivi, errori nella conservazione dei cibi e nella lettura delle etichette di scadenza, il 78% degli sprechi è già avvenuto.

32%

510

MILIONI DI TONNELLATE SI SPRECANO DURANTE LA PRODUZIONE AGRICOLA

355

MILIONI DI TONNELLATE SI SPRECANO NELLE FASI IMMEDIATAMENTE SUCCESSIVE ALLA RACCOLTA (POSTHARVESTING AND STORAGE)

22%

valori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015


FAME DI UGUAGLIANZA DOSSIER

UN MONDO DA METTERE A DIETA di Paola Baiocchi

Il contraltare della fame è l’obesità. Il numero degli obesi è maggiore tra chi è in difficoltà economica, ha un titolo di studio basso o inesistente oppure è immigrato Nel folle sistema economico capitalista basato sulle diseguaglianze, il contraltare della fame è l’obesità, un fenomeno che ha i numeri dell’emergenza sociale: si parla ormai di un miliardo di persone sovrappeso e di mezzo miliardo di obesi. per l’Ocse è il 1980 l’anno di svolta, in cui, rispetto agli anni precedenti, triplica in alcuni paesi il tasso di obesi. prima di quell’anno nella media delle nazioni Ocse gli obesi erano il 10%; oggi in più della metà dei paesi economicamente sviluppati, oltre il 50% della popolazione è sovrappeso o obesa. al primo posto gli Usa, seguiti da Messico, Cina e Gran Bretagna. anche in italia, dove fino a venti anni fa l’obesità era quasi sconosciuta grazie alla dieta mediter-

ranea, due adulti su cinque sono in eccesso ponderale: il 31,4% è in sovrappeso e il 10,3% è obeso, secondo lo studio passi dell’istituto superiore di sanità (2010-2013). Ma l’allarme vero è per i bambini tra 6 e 13 anni, tra cui il 25% è sovrappeso e il 5% è obeso. appena meglio tra gli adolescenti: circa il 20% è in sovrappeso e il 4% è obeso. Molte le cause dell’aumento ponderale: la minore attività fisica dovuta al progresso tecnologico sul lavoro e in ambito domestico, la minore disponibilità di spazi verdi, ma soprattutto il maggiore consumo a partire dal 1980 di grani raffinati, grassi aggiunti, carboidrati e zuccheri aggiunti, nascosti soprattutto nelle bibite gassate. Sotto accusa le nuove abitudini nutrizionali come gli “stuzzichini”, le “merendine” o il “cibo di conforto”: il maggiore imputato è il “cibo spazzatura”, a basso costo, di scarsa qualità e ad alto contenuto energetico. Se poi il pasto è in un fast food il bilancio calorico negli anni di panini e patatine è triplicato per via delle porzioni sempre più abbondanti. l’obesità ha gravi costi umani e sanitari, perché è causa di malattie croniche come

Fatti due conti – calcola l’organizzazione inglese Waste and Resources Action Programme – se ne vanno in fumo 400 miliardi di dollari di alimenti. Cifra che potrebbe salire a 600 miliardi entro quindici anni, per la crescita mondiale della classe media. Una maggiore efficienza e interventi per ridurre le storture del sistema potrebbero far risparmiare 200 miliardi. L’esigenza non è solo economica o sociale. C’è anche un positivo impatto sul clima globale: gli sprechi alimentari sono infatti responsabili del 7% di emissioni di gas serra. Ridurli eviterebbe di immettere in atmosfera tra 200 e mille milioni di tonnellate di emissioni gassose del tutto inutili. ✱

180

MILIONI DI TONNELLATE SI SPRECANO DURANTE LA TRASFORMAZIONE INDUSTRIALE valori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015

11%

diabete, ipercolesterolemia, ipertensione, infarto, asma e una vasta gamma di tumori. È causa di perdita di giornate lavorative e di discriminazioni al momento dell’assunzione. in termini clinici essere obesi equivale a un processo di invecchiamento dell’organismo, che può ridurre del 22%, cioè di circa 13 anni, l’aspettativa di vita di un maschio giovane gravemente obeso. È la correlazione tra condizioni di vita e obesità a dare la misura che è un problema sociale e non individuale: secondo il report “i costi dell’obesità in italia” di Vincenzo atella e Joanna Kopinska, l’eccesso ponderale è significativamente più frequente al Sud e al Centro, tra chi ha molte difficoltà economiche (in sovrappeso 35% e obesi 15%), fra quelli con un titolo di studio basso o assente (in sovrappeso 41% e obesi 23%) e tra i cittadini stranieri (in sovrappeso 31% e obesi 11%). Secondo lo stesso studio il costo sanitario per individui con indice di massa corporea (imc) compreso tra 30-35 non è mai inferiore al 25% in più rispetto alle persone normopeso. Del 50% per imc compreso tra 35-40. Mentre per gli ultra obesi (imc maggiore di 40) la spesa sanitaria può raddoppiare.

PERDITE E SPRECO DI CIBO PRO CAPITE, NELLA FASE DI CONSUMO E PRE-CONSUMO, NELLE DIFFERENTI REGIONI FONTE: FAO

300

Consumo

250

Dalla produzione alla vendita

200 150 100 50 0

Europa

200

Nord Asia Africa America industrializzata Sube Oceania sahariana

MILIONI DI TONNELLATE DURANTE LA DISTRIBUZIONE

13%

Nord Africa, Asia Asia Centrale Centrale e e Occidentale Occidentale

345

MILIONI DI TONNELLATE SPRECATE DAI CONSUMATORI (A LIVELLO DOMESTICO E NELLA RISTORAZIONE)

America Latina

22%

 17


FINANZA ETICA

HTTP://COMMONS.WIKIMEDIA.ORG / REYNERMEDIA

WALL STREET È TUTTO UN ALTRO NASDAQ

È

di Matteo Cavallito

A quindici anni dallo scoppio della bolla dot-com, il comparto tecnologico quotato appare molto più solido. L’indice torna a quota 5.000. Ma attenzione alle private companies valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015

solo un numero, un valore, una soglia simbolica. Eppure significa ancora molto. Anche se il mondo, nel frattempo, è cambiato radicalmente. Il 2 marzo 2015, alle 11.32 del mattino, ora della East Coast, il Nasdaq Composite, l’indice dei titoli tecnologici della Borsa americana, ha varcato quota 5.000 punti. Un traguardo atteso per 15 anni, a partire da quel record – 5.049 punti in chiusura con un picco intraday di 5.132 – registrato il 10 marzo 2000 e trasformatosi, in un attimo, nel preludio al rumoroso e indimenticabile crack di fine secolo: quello della bolla dot-com. Già, proprio lei, la memorabile tech bubble dei profeti della nuova economia. Negli ultimi tempi, è inevitabile, l’hanno ricordata in molti. Un po’, come si diceva, per quei numeri fortemente evocativi che hanno riportato l’indice sui livelli di tre lustri fa. E un po’, va da sé, per quel Quantitative Easing (QE) targato Fed che ha contribuito a fornire al sistema liquidità sufficiente ad alimentare gli investimenti e a gonfiare, inevitabilmente, anche Wall Street.

Times Square, New York City 19


finanza etica spettro bolla dot-com

6.000,00

10/03/2000: 5.048,62

5.000,00

02/03/2015: 5.008,10

4.000,00 3.000,00 2.000,00 1.000,00

Quello a cui stiamo assistendo non ha nulla a che fare con la bolla del 2000: oggi sono coinvolte imprese reali, non semplici “www” particolare Bazzani – e i venture capitalist distribuivano miliardi su start up senza un vero progetto». In quella sbornia collettiva, è noto, la new economy sguazzò senza ritegno fino

2015-03-02

2014-05-14

2013-07-29

2012-10-08

2011-12-21

2011-03-09

2010-05-24

2009-08-06

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2008-01-04

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2006-06-02

2005-08-16

2004-10-29

2004-01-14

2003-03-31

2002-06-13

2000-11-02

2000-01-20

1999-04-07

1998-06-19

2001-08-21

09/10/2002: 1.114,11

0,00 1997-09-03

Il fatto è che il confronto tra il contesto odierno e quello di quindici anni fa appare obiettivamente impietoso. Un po’ per la diversa consapevolezza delle opportunità offerte dalla tecnologia, un po’ – ed è questo l’aspetto più importante – per la diversa natura delle società quotate. «A differenza del 2000, siamo davanti a imprese “reali”, non solo a “www” che vendono merce dall’ingresso sul retro», spiega a Valori l’amministratore delegato di Saxo Bank Italia, Gian Paolo Bazzani (vedi INTERVISTA in queste pagine), che non dimentica l’irrefrenabile entusiasmo vissuto all’epoca dal mercato. «I gestori di fondi spiegavano che gli utili per azione non erano più un parametro per il “nuovo mondo” nato dopo il 1998 – ricorda in

FONTE: YAHOO FINANCE (HTTPS://IT.FINANCE.YAHOO.COM), MARZO 2015

1996-11-15

TUTTA UN’ALTRA STORIA

L’INDICE NASDAQ 1996-2015

1996-02-02

Il QE si è ormai concluso, ma, in attesa del rialzo dei tassi (forse a settembre), le Borse continuano a salire lasciando aperta l’inevitabile domanda: fino a quando? In questo contesto, è ovvio, la parabola disegnata dal Nasdaq (vedi GRAFICO ) fa un po’ impressione. Eppure, a guardare più nel dettaglio, i toni allarmistici non sembrano giustificati. Perché i numeri, si sa, possono essere fortemente simbolici. Ma il punto, a sentire gli analisti, è che un grafico, a volte, non la racconta tutta.

all’ultimo giorno utile. Ma quando la merce del retrobottega si rivelò inconsistente e gli investitori iniziarono a fuggire, anche la festa, così com’era iniziata, altrettanto improvvisamente finì. A un anno di distanza dal record del 10 marzo 2000, decine di compagnie “promettenti” erano ormai fallite e il valore del Nasdaq, manco a dirlo, si era ridotto a un terzo. Da allora è successo praticamente di tutto, in un’epopea senza fine fatta di Brics, subprime, commodities e Quantitative Easing, ma anche, è bene ricordarlo, di Youtube, Facebook, WhatsApp e bio-

BOOM HI-TECH «NON È UNA BOLLA, MA OCCHIO A CERTI NUMERI» di Matteo Cavallito

Lo sostiene l’AD di Saxo Bank Italia: «Oggi siamo davanti a imprese reali». Ma le valutazioni di Uber, Airbnb e Snapchat vanno osservate con attenzione Il livello toccato dall’indice è pressoché identico e i “numeri eclatanti” non mancano nemmeno questa volta. Ma le analogie, a conti fatti, finiscono qui. Perché l’attuale boom del Nasdaq, in definitiva, non può essere paragonato a quello sperimentato 15 20

anni fa, quando l’approdo a quota 5.000 punti concise anche con l’esplosione della bolla. Ne è convinto Gian Paolo Bazzani, amministratore delegato di Saxo Bank Italia. La realtà odierna, spiega, è decisamente diversa. Ma di fronte a certe cifre, in ogni caso, occorre sempre mantenere un approccio critico.

Dottor Bazzani, si parla diffusamente di un settore tecnologico molto più solido rispetto al passato. È d’accordo? Concordo ma con qualche punto di attenzione. A differenza del 2000, siamo davanti a imprese “reali”, non solo a “www” che vendono merce dall’ingresso sul retro. Tuttavia va-

le la pena guardare alcuni numeri con occhio critico. La US National Venture Capital Association ha riferito che il mercato per le offerte pubbliche iniziali dello scorso anno è stato il migliore dal 2000. Con 27 Ipo sono stati raccolti 4,4 miliardi dollari nell'ultimo trimestre, il settimo consecutivo con 20 o più offerte pubbliche. Oggi, insomma, non siamo di fronte a una bolla ma non mancano i numeri “eclatanti”. Anche nelle valutazioni delle compagnie? Uber è valutata 41 miliardi di dollari, come a dire l’80% dei 48,3 miliardi investiti lo scorso anno in tutte le start up statunitensi, e non si valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015


spettro bolla dot-com finanza etica

tecnologie. Oggi la cosiddetta “new economy” è solo un ricordo, ma al vuoto di quell’espressione si è sostituita da tempo la concretezza delle cifre. Quasi metà della popolazione adulta del Pianeta, ha ricordato di recente l’Economist, possiede attualmente uno smartphone ed entro il 2020, ha ipotizzato lo stesso settimanale britannico, la percentuale dovrebbe salire a quota 80%. Nel gennaio del 2007, quando l’iPhone venne presentato per la prima volta al pubblico, le azioni Apple venivano scambiate a 12 dollari e 64 cents. Oggi valgono dieci volte tanto. Con tutte le conseguenze del caso.

TOP 10 NASDAQ: MARZO 2000 VS MARZO 2015

FONTI: NOSTRE ELABORAZIONI DA NASDAQ, MARZO 2000, CITATO IN REUTERS (HTTP://BLOGS.REUTERS.COM/), FEBBRAIO 2015; NASDAQ (HTTP://WWW.NASDAQ.COM/), MARZO 2015. MARKET CAP RILEVATI RISPETTIVAMENTE AL 10/03/2000 E AL 24/03/2015. DATI IN MILIARDI DI DOLLARI USA

MARKET CAP 2015 [miliardi di dollari] Apple Inc. Google Inc. Microsoft Corporation

351,9

Facebook, Inc. Amazon.com, Inc.

238,8 173,7

Gilead Sciences, Inc.

151,0

Comcast Corporation

147,4

Intel Corporation

145,8

Cisco Systems, Inc.

142,9

Amgen Inc.

I NUOVI PROTAGONISTI

737,9 393,2

0,0

125,9 100,0

200,0

Ai valori attuali (24 marzo 2015, vedi GRAFICI ), la capitalizzazione di mercato di MARKET CAP 2000 [miliardi di dollari] Apple ammonta a 738 miliardi di dollari, Microsoft Corporation quasi il triplo del Pil della Grecia. La cifra Cisco Systems, Inc. garantisce alla mela la leadership assoluIntel Corporation ta dell’indice tecnologico e vale da sola la somma del market cap di Google e Mi232,4 Oracle Corporation crosoft, collocate rispettivamente sul se164,5 Sun Microsystems, Inc. condo e terzo gradino del podio. Nel 131,6 Dell Incorporated marzo del 2000, ha ricordato di recente la 96,4 QUALCOMM Incorporated Reuters, Microsoft capitalizzava in Borsa 93,7 Yahoo Inc. oltre mezzo trilione di dollari (525,4 mi74,6 Applied Materials, Inc. liardi) contro i circa 350 miliardi odierni. Google all’epoca non era nemmeno quo- JDS Uniphase Corporation 68,9 tata. Facebook, presumibilmente, nem0,0 100,0 200,0

Gian Paolo Bazzani, amministratore delegato di Saxo Bank Italia

può dire che sia un oligopolista del mercato del trasporto urbano. Con un investimento di 500 milioni, Airbnb ora ha un valore di almeno 10 miliardi. Snapchat ha rifiutato 3 miliardi di dollari da Facebook ed è ora valutata all’incirca come la stessa Airbnb. Molti dicono che Vice Media vale più del New York Times. A dirlo ovviamente sono gli stessi venture capitalist, e sappiamo che il mercato finanziario americano non è immune dalla pubblicità e dal marketing in genere. valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015

300,0

400,0

500,0

600,0

700,0

800,0

600,0

700,0

800,0

525,4 466,4 401,3

300,0

Ritiene che vi siano ancora significativi margini di crescita per l'indice? Il mercato tecnologico statunitense rimane un buon posto per investire, perché la costruzione del trend di crescita si basa su una qualche forma di fondamentale, cioè un'economia, quella USA, che sta aggiungendo posti di lavoro e mostrando segni di crescita. Il futuro rialzo dei tassi Usa potrà avere un effetto negativo? Anche dopo la fine del QE e un possibile rialzo dei tassi americani tra giugno e settembre, il Nasdaq rimarrà un buon posto come un altro per godersi il viaggio. Basta sapere quando scendere. Per i risparmiatori, eviterei la scelta del singolo titolo e anche per la quota azionaria del proprio investimento manterrei una sana diversificazione tra aree geografiche e settori. Da non trascurare che

400,0

500,0

il Nasdaq lavora in dollari. Oggi con un rapporto euro/dollaro sotto 1,1 lo spazio per l’apprezzamento della valuta americana si è ridotto e per l’investitore italiano questa componente di profitto, di cui ha fortemente beneficiato negli ultimi sei mesi, potrà venire meno. La politica della Fed ha favorito negli ultimi anni la risalita delle Borse. Per il momento, tuttavia, la fine del QE non ha bloccato la crescita del Nasdaq… La musica è cambiata ma per ora questo non ha toccato il trend, ma cosa potrebbe succedere se la musica dovesse fermarsi? Di certo non è semplice rinunciare a investire oggi nel settore Tech, è un buon modo per fare soldi. È un segreto di Pulcinella: i migliori profitti si fanno proprio durante le bolle. Il difficile è uscire prima che scoppino. 21


HTTP://COMMONS.WIKIMEDIA.ORG / BFISHADOW ON FLICKR

finanza etica spettro bolla dot-com

meno “pensata”. Ma i cambiamenti non finiscono qui. Cisco e Intel, “argento e bronzo” nel podio 2000, hanno perso più della metà del loro valore e si collocano ora al 9° e 8° posto della graduatoria. Dell, sesta quindici anni fa, è andata incontro al delisting ed è ora una private company. Oracle, Sun Microsystems e Yahoo! sono uscite dalla Top 10. I protagonisti della generazione precedente, in altre parole, si sono ampiamente ridimensionati, lasciando in parte spazio a nuovi attori che hanno trascinato l’indice al rialzo. Nuovi protagonisti come Facebook, attualmente quarta in classifica, con un market cap di 239 miliardi, e Amazon (quinta, 174 miliardi) ovviamente, ma anche come i massimi esponenti del comparto delle biotecnologie, capaci, a conti fatti, di so-

Dopo 15 anni il Nasdaq ha riconquistato la sua credibilità, ma il mondo hi-tech non è immune da rischi. Basta pensare alle private companies vraperformare l’indice come nessun altro (vedi BOX ).

IL RISCHIO FUORI INDICE «Ci sono voluti 15 anni affinché il Nasdaq si trasformasse in qualcosa di razionale», ha dichiarato Phil Orlando, chief strategist per il mercato azionario presso Federated Investors, ascoltato dalla Reuters nelle scorse settimane. Un attestato di fiducia

NASDAQ, IL TRIONFO DEL BIOTECH

Più 184%. È la performance a tre anni registrata all’inizio di marzo dal Nasdaq Biotech, l’indice dei titoli biotecnologici del Nasdaq. Una prestazione clamorosa, decisamente superiore a quella realizzata nel medesimo periodo dall’indice generale (+68%, vedi GRAFICO ). Secondo una recente analisi di MarketWatch, diffusa lo scorso 23 febbraio, cinque dei dieci migliori performers negli ultimi tre anni di scambi sul Nasdaq appartengono al comparto biotech. Il titolo Acadia Pharmaceuticals, in particolare, ha registrato un rendimento su base triennale del 1.992% (seconda miglior prestazione tra tutti i titoli dell’indice generale dietro alla società del comparto elettronico SuperCom Ltd.). Le colleghe Retrophin e Accelerate Diagnostics, terza e quarta in classifica, hanno totalizzato rispettivamente un +1.511% e un +1.279%. Nella graduatoria delle migliori prestazioni annuali, Anthera Pharmaceuticals (190%), Curis (127%) e Foundation Medicine (118%) si sono piazzate rispettivamente al 2°, 3° e 4° posto. 22

che sembra oggi ampiamente condiviso. Ma per quanto la serietà del Nasdaq sia ormai conclamata, ciò non significa che il mondo hi-tech possa dirsi pienamente immune dai rischi. Lo evidenzia il caso delle private companies, le società non quotate soggette, ovviamente, a valutazioni opinabili. Di recente Bill Gurley, socio di Benchmark Capital, ha puntato apertamente il dito contro i cosiddetti late-stage investments, le ultime fasi di finanziamento che interessano le società che non hanno ancora progettato l’ingresso in Borsa attraverso una Ipo (offerta pubblica iniziale). Le richieste di Ipo, notava di recente in un intervento ripreso tra gli altri da Business Insider e dal Financial Times, chiamano in causa controlli severi e indipendenti che culminano nel nulla osta della Sec. Quelli che interessano la fase late stage, al contrario, tendono ad essere assai meno accurati lasciando spazio, di conseguenza, ad azzardi maggiori. Il che, in un contesto di crescente concorrenza tra gli investitori, crea inevitabilmente un problema. Timorosi di perdere l’occasione di investire in tempo nella start up di turno, in altre parole, gli investitori sarebbero quindi indotti, talvolta, ad allentare le abituali pratiche di analisi del rischio con conseguenze potenzialmente pericolose. Negli ultimi anni, ha ricordato ancora Gurley, le imprese private del settore capaci di ottenere valutazioni superiori al miliardo di dollari sono state 80. Un numero senza precedenti. ✱

NASDAQ 2012-15: BIOTECH VS COMPOSITE FONTE: YAHOO FINANCE (HTTPS://IT.FINANCE.YAHOO.COM), MARZO 2015

Nasdaq Biotech +184%

Nasdaq Composite +68% 2012

2013

2014

2015

valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015


sommersi dal cash finanza etica

Miliardi… tangibili La grande corsa del contante In Italia le soglie massime all’utilizzo del cash restano le più basse d’Europa. Ma i volumi in circolazione continuano ad aumentare e a incidere sulle attività economiche. Lecite o meno

164

miliardi e mezzo di euro, ovvero il 30,4% in più rispetto a sette anni fa. È l’ammontare di denaro contante circolante in Italia misurato nel 2014 dalla Cgia di Mestre a partire dalle rilevazioni della Banca d’Italia. Una cifra, diffusa alla fine di febbraio, che evidenzia una forte crescita del fenomeno (+30,4%) non spiegabile attraverso l’aumento dei prezzi (+10% circa il tasso d’inflazione misurato nel periodo in esame) e che si traduce in un aumento dell’incidenza sul Pil (10,2% circa contro il 7,7% del 2008, vedi GRAFICO ). Detto in altri termini, il cash in circolazione cresce a ritmi più rapidi rispetto all’economia. Un fenomeno nient’affatto scontato. Nel quinquennio 2008-13, l’ultimo per il quale sono disponibili anche i dati completi della Banca dei Regolamenti internazionali (Bis), il peso del cash sul prodotto interno lordo è passato dal 7,7 al 9,7%, come a dire due punti percentuali in più. Nel medesimo periodo, l’ammontare delle banconote circolanti nelle principali economie del Pianeta monitorate dalla stessa Bis è aumentato in valore assoluto (da 4,5 a 4,6 trilioni di dollari), ma è anche diminuito in termini relativi (dal 9 all’8,75% del Pil, vedi MAPPA pag. 28). L’Italia, insomma, viaggia in controtendenza.

di Matteo Cavallito

che, citando i dati della Bce, ha ricordato come il volume delle transazioni cash condotte in Italia sia pari «all’85% del totale, contro una media dell’Unione europea del 60%». Un problema non da poco visto che il contante, ricordava ancora il Mef, resterebbe pur sempre «il mezzo di pagamento preferito per le transazioni riferite all’economia informale e illegale» alle quali garantisce «la non tracciabilità e l’anonimato degli scambi». Condizioni fondamentali per le attività illecite e il riciclaggio. Fino al 2008 la quantità massima di denaro contante utilizzabile in Italia per una singola operazione ammontava a 12.500 euro. La soglia è stata ritoccata più volte fino ai 999,99 euro imposti a fine 2011 che costituiscono, ad oggi, il limite più basso in Europa dove, per altro, la maggior parte dei Paesi non applica alcuna limitazione. Ma a sentire la Cgia, il contrasto all’evasione non pare beneficiarne. «Tra il 2010 e l’anno successivo – si LA CRESCITA DEL CONTANTE IN ITALIA

FONTE: ELABORAZIONE UFFICIO STUDI CGIA SU DATI BANCA D'ITALIA, ISTAT E COMMISSIONE EUROPEA. IN CGIA, 28 FEBBRAIO 2015

180.000

12,0%

160.000

10,0%

140.000 120.000

ALLARME CONTANTE La crescita dell’utilizzo effettivo del contante sul suolo nazionale («verificato da Bankitalia attraverso il controllo delle partite doppie sui diversi istituti di credito», precisano a Valori dalla Cgia) solleva inevitabilmente più di un malumore. A certificarlo, tra gli altri, è stato di recente lo stesso ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef ) valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015

8,0%

100.000

6,0%

80.000 60.000

4,0%

40.000

2,0%

20.000 0

2008

Milioni di euro

2009

2010

2011

2012

2013

2014

0,0%

% sul Pil

23


finanza etica sommersi dal cash

L’ITALIA E IL CONTANTE «SERVE UN CAMBIO DI CULTURA» di Matteo Cavallito

L’opinione di Mario Capocci, Responsabile Nazionale Quadri Direttivi Fiba-Cisl. «Le leggi da sole non bastano, devono cambiare le abitudini» «L’uso del contante in Italia rappresenta un fenomeno abnorme, soprattutto nel confronto con la media Ue». Per Mario Capocci, Responsabile nazionale Quadri direttivi Fiba-Cisl, non ci sono dubbi: le cifre, 85% dei pagamenti contro un dato continentale del 60% (vedi articolo principale), parlano chiaro e le ultime rilevazioni (164,5 milioni di euro, più 30% in cinque anni secondo la Cgia di Mestre) sembrano confermare il trend in modo inequivocabile. La domanda, insomma, si impone. Capocci, come si spiega il fenomeno italiano? La ragione principale resta il peso dell’economia sommersa nel suo insieme, ovvero evasione fiscale, criminalità organizzata e le attività illecite in generale. Poi c’è un problema culturale: in Italia non si riesce ad accettare l’idea che la moneta elettronica possa essere strumento principe per i pagamenti. E dire che il principio della tracciabilità come arma fondamentale per il contrasto alle attività illegali dovrebbe essere ormai assodato e condiviso. Secondo la Cgia tuttavia l’andamento dell’evasione non sembra correlato alle norme sulle soglie massime per l’uso del contante… Ci vuole tempo per ottenere risultati ma la verità, in ogni caso, è che anche l’abbattimento delle soglie contribuisce a un cambio di cultura che può aiutare la riduzione dell’evasione. E di certo senza la progressiva diminuzione del limite dai 12.500 euro del 2008 ai 1.000 attuali, oggi avremmo uno scenario peggiore. Però l’abbassamento drastico delle soglie non ha frenato l’uso del contante, perché? È paradossale, me ne rendo conto, ma le cattive pratiche sono dure a morire. A cominciare dalla forte presenza di denaro cash accumulato “fuori conto corrente” e rimesso in circolo in questi anni di crisi finanziaria. Poi c’è la ritrosia all’utilizzo della moneta elettronica: il bancomat, molto diffuso con 46 milioni di carte, è utilizzato soprattutto per il prelievo, 168 miliardi di euro, e molto meno per i pagamenti con i POS, circa 80 miliardi di euro. Il punto fondamentale è che le leggi da sole, senza le buone pratiche, non bastano. Devono cambiare le abitudini e per questo occorre un progressivo ma radicale cambio di cultura. E come si fa? Facendo capire a tutti che è nel loro interesse utilizzare mezzi tracciabili e non il contante: dalla certezza della quietanza dei pagamenti all’assenza di rischio per furto o smarrimento. È anche per un vantaggio più generale: così si combattono l’evasione e la corruzione, beni endemici del nostro Paese che contribuiscono al suo impoverimento e dunque anche a quello dei singoli. 24

In Italia circola sempre più contante: 164 miliardi e mezzo di euro nel 2014 (+30,4% in 7 anni). In controtendenza. Colpa di una resistenza culturale

legge nello studio – l’asticella del limite al contante si è ulteriormente abbassata, passando da 5.000 e 1.000 euro, l’evasione, invece, è salita fino a sfiorare il 16% del Pil, per poi ridiscendere nel 2012 sotto quota 14%». Il tema, ovviamente, resta controverso. Secondo Mario Capocci, Responsabile Nazionale Quadri Direttivi Fiba-Cisl (vedi INTERVISTA ), per ottenere risultati «ci vuole tempo e di certo, senza la progressiva diminuzione della soglia, avremmo oggi uno scenario peggiore». L’ipotesi appare più che plausibile. Ma un problema resta aperto. Perché nonostante la presenza di limiti più severi l’uso del contante continua ad aumentare?

LA SPECIFICITÀ ITALIANA Una prima risposta è data dalla minore diffusione dei servizi bancari in Italia, dove, ha ricordato il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi, «ci sono quasi 15 milioni di persone che non hanno un conto corrente. Un record non riscontrabile in nessun altro Paese d’Europa». L’altra ipotesi chiamerebbe invece in causa variabili decisamente più immateriali, ma non per questo, probabilmente, meno significative. «In Italia sembra esserci una sorta di sentimento culturale negativo basato sull’idea che, rispetto all’uso del contante, i mezzi di pagamento tracciabili costituiscano una restrizione delle libertà individuali», spiega ancora Capocci. «Siamo pieni di bancomat, ma li utilizziamo prevalentemente per immettere denaro cash nel sistema. Secondo gli ultimi dati di Bankitalia, nel corso del 2013 sono state fatte in Italia circa 900 milioni di operazioni per un prelievo complessivo da 168 miliardi di euro». Sarebbero anche queste ragioni, forse, a vanificare in parte l’efficacia delle soglie. «A pesare sono tanti fattori, tra cui quelli psicologici e sociologici», spiega a Valori un analista finanziario che ha chiesto di restare anonimo. «In Italia c’è ancora una fortissima resistenza alla rinuncia al contante, mentre in Danimarca, ad esempio, si usa abitualmente la carta per pagare qualsiasi cosa. Ci sono Paesi che impongono soglie più alte o che non applicano alcun limite, ma sono anche gli stessi Paesi in cui i metodi di pagamento tracciabile sono già molto diffusi». ✱ valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015


investire nel fossile finanza etica

Azionariato attivo L’eterno dibattito del petrolio N

iente boicottaggio, si continua a investire. Con una decisione destinata inevitabilmente a far discutere, l’Interfaith Center for Corporate Responsibility (ICCR), l’organizzazione interreligiosa statunitense che da oltre 40 anni opera nel campo degli investimenti responsabili, ha respinto le richieste di chiusura delle proprie operazioni con le corporations del fossile chiamando in causa, al contrario, la necessità di un maggiore engagement (impegno) da parte degli azionisti nei confronti delle compagnie stesse. «Il disinvestimento è come un’arma spuntata che toglie voce agli investitori al tavolo delle compagnie», ha dichiarato al Wall Street Journal Laura Berry, direttore esecutivo di ICCR. L’idea è semplice: boicottare significa perdere influenza; investire implica, invece, la possibilità di far sentire la propria voce spingendo i CdA delle corporations ad adottare, almeno in parte, le richieste degli azionisti “attivi”.

FOSSILE&CLIMA Secondo l’ultimo report in materia (2015 Proxy Resolutions and Voting Guide) pubblicato nel gennaio 2015, ICCR, che raccoglie circa 300 organizzazioni e gestisce un portafoglio di investimenti da 100 miliardi di dollari, ha in programma per quest’anno 227 risoluzioni, il 15% in più rispetto all’anno precedente. 67 di queste riguardano il tema del cambiamento climatico con richieste che spaziano dalla riduzione degli obiettivi di emissione alle politiche di retribuzione (la proposta di legare gli incentivi del management all’ipotesi di riduzione della domanda di petrolio) fino alla pubblicazione delle analisi di rischio relative all’innalzamento del livello degli oceani. Ma per far questo, come si diceva, occorre partecipare alla proprietà delle imprese del settore: colossi come Anadarko Petroleum, CONSOL valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015

Energy, Hess, BP e Royal Dutch Shell, ad esempio, le cui politiche sono da sempre nel mirino dei gruppi ambientalisti, che, ovviamente, non gradiscono la strategia degli azionisti attivi. «Quando una compagnia fonda il proprio modello di business sullo sfruttamento delle risorse naturali, con crescente emissione di anidride carbonica e accelerazione del processo di cambiamento climatico, l’engagement non risolve il problema», ha dichiarato la Ong ambientalista 350.org attraverso un suo portavoce ripreso tra gli altri dal Wall Street Journal. Il dibattito, insomma, rimane aperto.

IL CASO NORVEGESE La decisione di ICCR, assunta lo scorso febbraio, non è certo un caso isolato. Ad alimentare la discussione, infatti, sono state anche le recenti scelte del fondo sovrano norvegese, il più grande veicolo di investimento del suo genere al mondo (700 miliardi di euro in asset gestiti), celebre per aver introdotto da tempo importanti criteri di esclusione delle imprese attive nei settori più “problematici” (armi “particolarmente disumane”, ma anche tabacco, senza contare le società coinvolte con il lavoro minorile e le violazioni dei diritti umani). A dicembre, un comitato di consulenti interpellato da Oslo ha sconsigliato il disinvestimento automatico dalle corporation del fossile, suggerendo, al contrario, di procedere con valutazioni “caso per caso”. La sezione norvegese di Greenpeace ha definito le conclusioni del rapporto «estremamente deludenti e prive di ambizioni». Nel corso del 2014, ha riferito a marzo il Guardian, il fondo norvegese (che fonda la propria liquidità sui ricavi della stessa industria petrolifera nazionale) ha aumentato le proprie partecipazioni nel settore oil&gas con investimenti aggiuntivi equivalenti a 1,8 miliardi di euro. ✱

di Matteo Cavallito

ICCR continuerà a investire nel fossile, un sistema per promuovere la voce degli azionisti responsabili. Gruppi ambientalisti contestano la scelta. Anche il fondo sovrano norvegese non esclude il settore oil

25


NEWS

Dall’economia reale solo 1/4 dei ricavi bancari

Le attività legate alla cosiddetta economia reale generano appena un quarto dei ricavi complessivi delle banche di investimento contro i circa 3/4 garantiti dalle operazioni puramente finanziarie. Lo suggerisce un rapporto della Bank of England ripreso dall’International Business Times. L’analisi, condotta sulle

10 principali banche del settore, ha evidenziato ricavi complessivi per 140 miliardi di dollari: 35 di questi vengono dalle operazioni a sostegno dell’economia (emissione di azioni e obbligazioni, operazioni di fusione e acquisizione), ben 105, invece, dai servizi al settore finanziario.

VALORITECA I MIGLIORI TWEET DEL MESE Financial transaction tax could earn Italy €3-6bn. Money desperately needed in fight against poverty

LA CRESCITA DELLE IMPRESE ALL’ORIGINE DELLA DISUGUAGLIANZA

[La Tassa sulle Transazioni Finanziarie potrebbe portare all’Italia tra 3 e 6 miliardi di euro. Denaro che è disperatamente necessario per la lotta contro la povertà] @OxfamEU

Baretta: decretopopolari opinabile ma non incostituzle. Infatti noi opiniamo ma qualcuno potrebbe incostituzionalizzare @Leonardobecchet

@StandardEthics boccia la governance della #moda italiana #Madein taly a rischio @ETicaNews

NEWS

Più valore dagli investimenti Esg La valutazione di fattori ambientali sociali e di governance, cosiddetti Esg, è ormai diventata centrale nelle strategie di composizione dei portafogli di investimento da parte degli investitori istituzionali. È la tesi contenuta in uno studio dalla prestigiosa London Business School, che ha coinvolto 42 società finanziarie per un totale 640 miliardi di dollari di asset gestiti. Conclusione «I fattori Esg costituiscono una strategia centrale per creare valore nei portafogli». 26

L’aumento della disuguaglianza potrebbe essere causato in parte dalla crescita dimensionale delle imprese. Lo ipotizza uno studio dei ricercatori Holger Mueller, Paige P. Ouimet ed Elena Simintzi (NYU Stern School of Business, Kenan-Flagler Business School, University of British Columbia) ripreso dall’Economist. La crescita dei rendimenti di scala associati alla dimensione delle aziende, nota la ricerca, determina un aumento delle retribuzioni. Ma questo incremento, evidenziano i dati, viene distribuito in modo diseguale. Contribuendo all’espansione del divario tra le diverse classi di reddito.

APPUNTAMENTI fino all’

1

GIUGNO 2015

Premio investitori sostenibili

AAA cercasi investitori istituzionali responsabili: un Premio per i migliori in termini di sostenibilità. Torna la competizione promossa dal Forum per la Finanza Sostenibile. C’è tempo fino all’1 giugno per candidarsi. www.investiresponsabilmente.it valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015


fotoracconto 04/04

Un gruppo di attivisti delle Assemblee Popolari protestano contro il pagamento delle tasse, fuori dall'agenzia di fisco di Nea Smirni, un quartiere di Atene. In particolare si tratta dell’Assemblea Popolare di Nea Smirni che fa parte del movimento di piazza Syntagma, ormai entrato nei quartieri.

FOTO DI ARGIRIS PANAGOPOULOS

valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015

27


numeri della terra

2013

3,58

REGNO UNITO CANADA

1.241,2

2009

2013

5,70

928,2

5,29

MESSICO

USA

48,4

70,2

2009

2013

217,6

2009

2013

4,22

190,3

4,07

BRASILE 75,7

87,2

2009

2013

TOTALE

2009

4.617,6 2013 8,75

4.510,0 9,00

4.600 miliardi di dollari, ovvero 4,6 trilioni di biglietti verdi. Una volta tanto, per così dire, in senso letterale. È la misura dell’ammontare di denaro contante in circolazione nelle principali economie del Pianeta certificato dall’ultimo report della Banca dei Regolamenti Internazionali sulle statistiche relative ai Paesi aderenti al Committee on Payment and Settlement Systems (CPSS). Il dato evidenzia una crescita in valore assoluto (+100 miliardi circa) nell’ultimo quadriennio che si affianca a una lieve diminuzione dell’ammontare in termini relativi (8,75% del Pil contro il 9% del 2009). L’Eurozona primeggia nella classifica dei volumi (1,35 trilioni) davanti a Usa (1,24) e Giappone (903 miliardi). Lo stesso Giappone prevale invece nella graduatoria del peso economico (19,74% del Pil) davanti a Russia (12,46%) e Svizzera (11,4%). Gli ultimi dati disponibili (2009) per Cina e Hong Kong si collocano rispettivamente a 606,7 e 26,9 miliardi di dollari, equivalenti, in entrambi i casi, a oltre il 12% del Pil.

8,40

di Matteo Cavallito

28

SVIZZERA

2009

2013

9,70

67,9

102,7

2009

7,40

58,0

86,0

6,44

3,76

3,77

cash

3,62

A TUTTO

valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015


un mondo in contanti

EUROZONA 1.354,9

12,46

11,93

10,23

2013

9,28

13,2

2009

153,1

254,1

2009

2013

59,9

2009

2013

2013

SINGAPORE

210,1

2009

11,4

2009

2013

Totale contante 2009 e 2013

% Pil

20,2

[dati in miliardi di dollari] valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015

3,52

6,19

SUDAFRICA

4,28

171,3

4,35

2013

11,49

44,4

2009

13,09

26,5

49,0

59,5

2009

2013

925,1

903,1

2009

2013

nd

2009

2013

12,35

606,6

nd

12,59

nd

2009

2013

8,49

26,9 8,34

HONG KONG

INDIA

ARABIA SAUDITA

CINA

19,74

COREA DEL SUD

5,93

6,17

31,9

nd

2013

18,15

35,7

2009

GIAPPONE

26,1

4,43

TURCHIA

3,23

2013

4,86

77,2

2009

ITALIA

51,2

4,12

9,50

11,40

RUSSIA

SVEZIA

15,3

2013

2009

2,25

3,32

1.194,7

15,9

25,0

2009

2013

AUSTRALIA

FONTE: NOSTRE ELABORAZIONI DA BIS - BANK OF INTERNATIONAL SETTLEMENTS. "STATISTICS ON PAYMENT, CLEARING AND SETTLEMENT SYSTEMS IN THE CPMI COUNTRIES", DICEMBRE 2014; CGIA MESTRE, "ELABORAZIONE UFFICIO STUDI CGIA SU DATI BANCA D'ITALIA, ISTAT E COMMISSIONE EUROPEA", FEBBRAIO 2015. DATI IN MILIARDI DI DOLLARI USA. *CONVERSIONE AL TASSO DI CAMBIO EURO/DOLLARO MISURATO ALLA FINE DELL'ANNO DI RIFERIMENTO. **PAESI ADERENTI AL COMMITTEE ON PAYMENT AND SETTLEMENT SYSTEMS (CPSS) DELLA BIS.

29


30

valori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015


ECONOMIA SOLIDALE

HTTP://COMMONS.WIKIMEDIA.ORG / PATAFISIK

TAV, UN CONFLITTO SU TUTTA LA LINEA

A

di Andrea Barolini

Per Parigi la Torino-Lione è «urgente e di pubblica utilità». Il premier italiano Renzi concorda. Sul fronte francese aleggia l’ombra del conflitto di interessi e gli strumenti di controllo dell’Ue sulle grandi opere fanno acqua da tutte le parti valori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015

lla fine del mese di agosto del 2013 il primo ministro francese Jean-Marc Ayrault firmava un decreto nel quale venivano dichiarati «urgenti e di pubblica utilità» i lavori necessari per realizzare «l’itinerario di accesso al tunnel franco-italiano nell’ambito del collegamento ferroviario Lione-Torino». La tratta tra l’aeroporto Saint-Exupéry della metropoli francese e la città di Chambery, in Savoia, doveva dunque essere eseguita al più presto. Alla fine di febbraio il presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, annuiva al fianco del capo dello Stato francese, François Hollande, mentre quest’ultimo dichiarava: «Oggi non c’è più nessun freno, nessun ostacolo» alla realizzazione della Tav, che è «non solo decisa, ma lanciata», dopo la firma di un nuovo accordo tra i ministeri dei Trasporti dei due Paesi. Ma, da un punto di vista formale, le decisioni di Parigi su quali documenti si basano? 31


economia solidale infrastrutture dannose

L’UFFICIO ANTI-FRODE UE INDAGA

L’Ufficio anti-frode dell’Unione europea (OLAF) ha deciso, lo scorso 6 febbraio, di aprire un’inchiesta sulla base del dossier presentato da due eurodeputate ecologiste francesi, Michèle rivasi e Karima Delli, e preparato assieme al coordinatore del movimento No Tav in Francia, Daniel ibanez. i documenti presentati, secondo quanto riportato dalla stampa internazionale, riguardano presunte irregolarità compiute dalla società italo-francese lyon-Turin Ferroviaire (lTF), che si è occupata degli studi preliminari necessari per la realizzazione del tunnel tra la Val di Susa e la Maurienne. Non si conoscono i dettagli del ricorso, ma è trapelato che l’Ufficio europeo vorrebbe far luce su presunti conflitti di interessi nell’assegnazione degli appalti. «Se le prove che abbiamo raccolto hanno convinto l’Olaf a indagare, vuol dire che effettivamente qualcosa da verificare c’è. la lione-Torino è un’opera fondata su basi smentite dai fatti da più di venti anni», hanno spiegato in un comunicato le due eurodeputate. «Non si tratta di semplici accuse, ma di fatti reali, che oltretutto rischiano di pesare sul bilancio europeo», aggiunge la presidente dei Verdi europei, Monica Frassoni. a partire dal momento dell’apertura dell’inchiesta, l’Olaf ha sei mesi di tempo per fornire una risposta. Se dovessero essere riscontrate effettivamente delle irregolarità, il dossier sarà inoltrato alle magistrature di Francia e italia, nonché alla Commissione europea. Quest’ultima, a quel punto, potrebbe decidere di bloccare i finanziamenti.

L’OMBRA DEL CONFLITTO DI INTERESSI In Francia le opere che presentano un impatto potenziale sull’ambiente devono essere precedute da un’inchiesta pubblica, il cui obiettivo è quello di «assicurare l’informazione e la partecipazione dei cittadini nonché la valutazione degli

interessi di terzi». Tecnicamente si tratta di informare la popolazione, di ascoltare tutti i soggetti coinvolti e di raccogliere stime, rapporti, studi di impatto, suggerimenti ed eventuali controproposte. Per quanto riguarda la Tav, l’inchiesta è stata condotta da una commissione composta da 13 membri, che ha lavorato dal 16

gennaio al 19 marzo 2012, pubblicando poi un rapporto, favorevole all’opera, il 2 luglio dello stesso anno. Di recente, però, i cittadini francesi membri del coordinamento di opposizione alla linea ferroviaria, assieme ad alcuni esponenti del partito ecologista EELV-Les Verts, hanno suscitato un ampio dibattito, denunciando quello che definiscono “un palese conflitto di interessi”. Il dito è puntato contro uno dei 13 commissari, Philippe Gamen, attuale sindaco del villaggio di Noyer e, soprattutto, membro del consiglio di amministrazione nonché ex presidente del CPNS (Conservatoire du Patrimoine Naturel de la Savoie, oggi rinominato CENS), un’associazione che ha formalizzato una serie di partenariati con enti e società private, tra le quali figura anche la LTF, Lyon-Turin Ferroviarie, filiale di Réseau Ferré de France (RFF) e di Rete Ferroviaria Italiana (RFI). Ovvero l’azienda incaricata finora di gestire i lavori della Tav. La difesa di Gamen è arrivata immediata: l’accordo tra CENS e LTF, ha spiegato, è successivo al termine dell’inchiesta pubblica. In questo senso, non ci sarebbe stato alcun conflitto di interessi: «Non potevo immaginare che successi-

BREBEMI, GLI AGRICOLTORI DENUNCIANO: «ASPETTIAMO ANCORA GLI INDENNIZZI» di Andrea Barolini

I produttori agricoli si sono ritrovati stritolati tra BreBeMi e alta velocità Milano-Verona: i terreni nel mezzo non sono più coltivabili Sono ormai anni che gli agricoltori che hanno ceduto, temporaneamente o definitivamente, le loro terre per fare spazio all’autostrada BreBeMi aspettano i loro indennizzi. Un anno fa alcuni quotidiani italiani avevano raccolto la denuncia di alberto Brivio, presidente della Coldiretti di Bergamo. Da allora, racconta a Valori il dirigente dell’associazione di categoria, non è cambiato 32

nulla: «Quando si tratta di grandi opere, gli agricoltori sono gli anelli deboli della catena», spiega. i problemi, in realtà, non arrivano solo dalla BreBeMi: nell’area non passa, infatti, solo la tratta autostradale, ma anche la linea ferroviaria ad alta velocità Milano-Verona (ad oggi parzialmente costruita). Chi ha (aveva) il proprio appezzamento in mezzo alle due opere, si è ritrovato di fatto tagliato fuori, col risultato che i terreni non sono più coltivabili. Mentre chi possiede (possedeva) terre proprio lungo i due tracciati, ha dovuto cedere la proprietà in cambio di un indennizzo. «per capire di cosa parliamo – spiega Brivio – dobbiamo ricordare che la lunghezza lineare delle due trat-

te è di circa 26 chilometri. la superficie interessata, comprese le aree interposte e le opere connesse (tangenziali, rotatorie, corsie ecc.) è di circa 4 milioni e 792 mila metri quadrati: 2,94 milioni per la BreBeMi e 1,85 per la Tav. per renderci conto delle dimensioni, teniamo presente che un campo di calcio occupa solo 6 mila metri quadrati». in cambio della cessione o della concessione d’uso dei terreni, gli agricoltori avevano pattuito indennizzi «che nel migliore dei casi – prosegue il presidente della Coldiretti bergamasca – sono stati corrisposti ad oggi per l’80% della somma pattuita. il 98% dei nostri associati non ha ricevuto il saldo finale. Questo comporta che la cosiddetta “volturazione” delle aree non è stata fatta: i valori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015


HTTP://COMMONS.WIKIMEDIA.ORG / FCARBONARA

infrastrutture dannose economia solidale

ta al cantiere della Tav. Politis ha commentato spiegando che il documento «dimostra come Philippe Gamen, sindaco e commissario, abbia mentito sulle sue attività e sui suoi legami con RFF e LTF». Che il CPNS potesse essere coinvolto, d’altra parte, lo si deduce anche da un altro passaggio del rapporto. A pagina 212 veniva fornito, infatti, un parere conclusi-

terreni sono perciò ancora formalmente di proprietà degli agricoltori, che ci pagano sopra iMU, irpeF e oneri relativi alla bonifica». insomma: oltre al danno, la beffa. Brivio spiega di essere stato più volte rassicurato dalla società BreBeMi, ma che alle parole, per ora, non sono seguiti i fatti: «all’appello mancano 2,5 milioni di euro solamente per l’autostrada. Ma se pensiamo all’intera area interposta tra questa e la Tav, possiamo indicare una stima prudenziale di 10-12 milioni per i soli nostri associati. in totale, si dovrebbe arrivare a 12-15 milioni di euro, considerando l’insieme delle persone coinvolte. Dobbiamo poi tenere a mente i risarcimenti per la cosiddetta mitigazione ambientale o per le servitù di cantiere, ovvero quei terreni dove sono stati piantati alberi, filari, boschetti a titolo di compensazione oppure che sono stati ricoperti di cemento o ghiaia per effettuare i lavori. È evidente che dovrebbe essere riconosciuto agli agricol-

tori che li possiedono un esproprio totale, e non un semplice affitto, perché su quei terreni, ovviamente, non sarà più possibile coltivare». insomma, un territorio messo in difficoltà per un’opera per giunta poco utilizzata: «pur non volendomi mettere dalla parte di quelli che sparano contro la BreBeMi a tutti i costi, è evidente che al momento i benefici promessi non sono arrivati. l’autostrada è sotto-utilizzata e i soldi a noi promessi non vengono versati». Ciò detto, anche se si potesse tornare indietro nel tempo, sarebbe difficile per gli agricoltori fare qualcosa di diverso: «Di fronte a infrastrutture considerate di pubblica utilità, è difficile opporsi: le grandi opere si fanno sempre e chi coltiva un terreno si trova in una condizione di debolezza, perché la legge impedisce di fatto ogni opposizione. Non resta loro che sperare, per lo meno, che gli accordi presi vengano rispettati. e invece siamo ancora qui ad

valori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015

vo sulla questione dell’impatto sulle “zone umide”, spiegando che «RFF dovrebbe (da notare l’uso del verbo “dovrebbe”, al condizionale) prendere contatti con i conservatori degli spazi naturali dipartimentali» (tra questi, di seguito, viene citato esplicitamente il CPNS) al fine di definire i lavori «di riabilitazione delle zone umide», e «firmare convenzioni di gestio-

HTTP://COMMONS.WIKIMEDIA.ORG / FREYTAGBERNDT

vamente LTF avrebbe commissionato un lavoro all’associazione». Effettivamente la firma tra il CENS e la società è arrivata nel novembre del 2013. Ma, sfogliando il rapporto della commissione, si scopre che RFF aveva già incontrato il CENS: sia prima della firma, sia prima della stessa inchiesta pubblica. Più precisamente nel marzo del 2011, come ammesso dalla stessa commissione a pagina 28 del rapporto. Per questo gli oppositori hanno presentato, un paio di mesi fa, un ricorso al Consiglio di Stato francese, dal momento che, secondo la legge, i commissari non dovrebbero aver avuto alcun contatto con le parti in causa. Ma non è tutto: il 19 febbraio scorso il settimanale transalpino Politis ha rivelato un rendiconto del board del CPNS, datato 31 gennaio 2012 (ovvero mentre l’inchiesta pubblica era in pieno svolgimento). In esso si afferma candidamente che, «nel quadro degli incontri tra CPNS e LTF», quest’ultima «ha proposto un gruppo di lavoro sulle misure compensatorie “patrimonio naturale” nell’ambito dei lavori della linea ad alta velocità». In pratica LTF proponeva a CPNS di farsi carico del lavoro di valutazione delle azioni necessarie per la “compensazione ambientale” lega-

aspettare, con i nostri iscritti che ci chiamano ogni giorno, dopo aver visto le loro aziende sventrate da queste opere. l’umore è sempre più nero». ✱ 33


economia solidale infrastrutture dannose

ne a lungo termine». Di nuovo, a pagina 240, ricompare il nome dell’associazione di Gamen tra le 22 raccomandazioni ufficiali avanzate dalla commissione. E, in questo caso, il verbo “dovrebbe” relativo al suo coinvolgimento è sostituito da un più perentorio “dovrà”. Con in calce le firme di tutti e 13 i commissari. Ma quella di Gamen non è la sola critica mossa in tema di conflitti di interessi. Il 3 ottobre del 2012 sulle pagine del settimanale Le Canard enchaîné era comparso un articolo nel quale si sollevavano dubbi sui rapporti con una impresa, la Truchet TP, diretta da Roger Truchet fratello del commissario Guy. A pagina 124 del rapporto, la commissione invita in effetti RFF a studiare una memoria avanzata dall’azienda di Roger Truchet, «che propone di mettere a disposizione del progetto un terreno di 9 ettari, nella zona artigianale di Arbin, per stoccarvi in modo definitivo 950 mila metri cubi di detriti».

IN TEORIA TUTTO LEGALE, MA… «Che gli studi suscitino dubbi in merito alla loro terzietà – spiega Marco Ponti, docente di Economia applicata al Politecnico di Milano – lo sanno anche i sassi. Le analisi sono a senso unico e chi ha fornito un parere diverso viene attaccato

ed emarginato, come nel caso di Yves Crozet, professore all’università di Lione che è stato duramente redarguito dal ministero dei Trasporti francese per aver sollevato dubbi sul progetto». In Italia, di recente la polemica si è scatenata attorno al nome dell’architetto Mario Virano, da anni protagonista a vario titolo del cantiere della Tav. Come riportato il 5 febbraio scorso dal quotidiano La Repubblica, Virano è stato scelto come direttore generale della nuova società TELT (Tunnel Euralpino Lione Torino), ovvero l’azienda che dovrà costruire la sezione transfrontaliera della linea ferroviaria. Il parlamentare del Movimento 5 Stelle, Marco Scibona ha sottolineato come Virano fosse anche commissario di governo per la Tav e, dunque, in conflitto di interessi. Secondo l’articolo il futuro direttore generale di TELT avrebbe lasciato di lì a poco gli incarichi non solo di commissario, ma anche di presidente dell’Osservatorio sulla Torino-Lione e di vicepresidente della Commissione intergovernativa italo-francese, proprio per evitare sovrapposizioni di ruoli. Ciò nonostante, secondo la presidente del Partito Verde Europeo, Monica Frassoni, «il fatto che la stessa persona che è stata protagonista di tutta la storia dell’opera, da più di dieci

anni, sia scelta ancora per questa nuova funzione è quantomeno inopportuno. Virano è la personificazione di questo progetto inutile che è già costato 1,2 miliardi di euro solo per studi e analisi fatte da amici e amici di amici, senza alcun rispetto per l’interesse generale». «Non stiamo parlando di reati – osserva Ponti – perché è tutto formalmente corretto. D’altra parte, sono tutti felici se l’opera si fa: i costruttori, i parlamentari, i politici locali. E anche i viaggiatori, perché non sarà chiesto a loro di pagare gli investimenti effettuati attraverso i biglietti. A farsi carico dell’opera è solamente la collettività perché, fatte salve le entrate fiscali, il tutto finisce dritto dritto nel calderone del debito pubblico: paga Pantalone insomma! Miliardi di euro che sono semplicemente soldi buttati. Tutto questo grida vendetta». «L’intera vicenda – conclude Frassoni – evidenzia un problema allarmante in merito agli strumenti di controllo, da parte dell’Unione europea, sui modi in cui viene speso il denaro pubblico per le grandi opere. Fatto che, d’altra parte, è stato dimostrato di recente (vedi BOX ) dalla decisione dell’Ufficio anti-frode europeo di aprire un’inchiesta a seguito di una denuncia presentata da due europarlamentari ecologiste». ✱

SEZIONE GLOBALE DEL TUNNEL DI BASE

FONTE: TELT, TUNNEL EURALPIN LYON TURIN (WWW.LTF-SAS.COM)

TRATTA INTERNAZIONALE E ITALIANA

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valori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015


aspettando expo economia solidale

Genetica e convenienza Trionfa il pollo globale Esemplari più grandi e costi più bassi. Trascinata dalla domanda degli emergenti la produzione di pollo continua a crescere. Con qualche effetto collaterale

87,4

milioni di tonnellate, il 38,5% in più rispetto a dieci anni fa. È l’ammontare della produzione mondiale di broilers, i polli consumati in ogni angolo del Pianeta. L’incremento in futuro proseguirà la sua corsa. Entro il 2020, sostiene il rapporto congiunto della Heinrich Böll Foundation (HBF) di Berlino e della Ong Friends of the Earth Europe (FOE) “Meat Atlas” (vedi Valori n. 118 di maggio 2014) l’ammontare globale dovrebbe raggiungere quota 124 milioni di tonnellate, sulla spinta di due aree emergenti: Cina (+37%) e Brasile (+28%). Proprio i nuovi mercati promettono di trascinare al rialzo il trend di produzione con una domanda destinata a crescere.

CIBO DEL MONDO Da qui al 2050, ricordava ancora il report, i consumi di pollo in Asia dovrebbero aumentare di sette volte. Un dato che impressiona, certo, ma che sorprende, forse, soltanto in parte, visto che nessun altro tipo di carne, notano gli analisti, sembra presentare le medesime potenzialità. Diffusa un po’ ovunque e non soggetta a divieti di origine religiosa (a differenza di ciò che accade con bovini e suini), quella di pollo è tradizionalmente una carne a buon mercato che, negli ultimi anni, sembra essere diventata ancor più conveniente. Nel febbraio 2009, per fare un confronto, il prezzo di mercato di una libbra di manzo registrato negli Usa, primo produttore mondiale di broilers (vedi MAPPA a pag 36), si aggirava su 1,07 dollari contro 0,87 del pollo: una differenza di 30 centesimi. Nell’ottobre 2014, in corrispondenza con il picco di prezzo della carne bovina, lo “spread” ha toccato quota 1,5 dollari. Cinque volte tanto. L’esemvalori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015

pio è parziale, ovviamente, ma descrive bene il trend di un bene di consumo capace di diventare negli anni sempre più conveniente dal punto di vista economico anche grazie allo sviluppo degli allevamenti intensivi e ai relativi rendimenti “di scala”. Un’espansione intensa, come evidenzia il caso della Cina, dove tra il 1985 e il 2005, ricorda il rapporto HBF-FOE, 70 milioni di lavoratori hanno abbandonato il settore delle piccole imprese del comparto avicolo. Nel 1998 le aziende di piccolo calibro (meno di duemila capi allevati) coprivano il 62% della produzione nazionale. Nel 2009 la percentuale era scesa al 30%.

L’ERA DEI SUPER POLLI Ma la crescita dell’allevamento intensivo non è tutto, perché a cambiare, in realtà, sono state anche, e soprattutto, le caratteristiche stesse dei polli. A spiegarlo una recente ricerca canadese condotta da cinque ricercatori dell’Università di Edmondton e del Department of Agriculture and Rural Development del governo provinciale dell’Alberta (“Growth, efficiency, and yield of commercial broilers from 1957, 1978, and 2005”, settembre 2014). Tra il 1957 e il 2005, sostiene lo studio, il peso medio dei polli è aumentato del 400% grazie anche a un forte incremento della capacità di assimilazione degli animali. È il risultato di mezzo secolo di attenta selezione genetica, un processo, nota Silvia Cerolini, docente di Zoocolture presso il Dipartimento di Scienze Veterinarie per la Salute, la Produzione Animale e la Sicurezza Alimentare (VESPA) dell’Università di Milano (vedi INTERVISTA ) e responsabile scientifico del Progetto CoVAL, l’iniziativa mirata alla conservazione delle razze autoctone lombarde (vedi BOX ), che ha aperto la strada al dominio di mercato degli “ibridi

di Matteo Cavallito

Il Progetto CoVAL

Realizzato nell'ambito del Programma regionale di ricerca in campo agricolo 2010-2012 e finanziato dalla Regione Lombardia, il Progetto CoVAL Conservazione e Valorizzazione di Razze Avicole Lombarde è un’iniziativa triennale che punta a svolgere «una qualificata attività di ricerca, mirata alla conservazione di razze avicole lombarde e allo studio del loro potenziale di valorizzazione zootecnica». Il programma, condotto dal Dipartimento di Scienze Veterinarie per la Salute, la Produzione Animale e la Sicurezza Alimentare (VESPA) dell’Università degli Studi di Milano, si è focalizzato su quattro razze a rischio: due di tacchino, Nero d’Italia e Brianzolo, e due di pollo, il Milanino e il Mericanel della Brianza. Partner dell’operazione, la Provincia di Milano e le aziende agricole “Niccolò Reverdini La Forestina Bosco di Riazzolo” di Cisliano (Milano) e “Il Roncone” di Figino Serenza (Como). www.pollidellalombardia.it 35


economia solidale aspettando expo LA PRODUZIONE GLOBALE DI POLLO (BROILER)

FONTI: NOSTRE ELABORAZIONI DA USDA - UNITED STATES DEPARTMENT OF AGRICULTURE (HTTP://APPS.FAS.USDA.GOV/), OTTOBRE 2014; USDA, CITATO IN THE POULTRY SITE - POULTRY NEWS, HEALTH, WELFARE, DISEASES, MARKETS AND ECONOMICS (HTTP://WWW.THEPOULTRYSITE.COM/), SETTEMBRE 2014

[Dati in milioni di tonnellate]

100,0 90,0 80,0 70,0

63,1

64,3

2005

2006

68,3

72,8

73,6

2008

2009

78,2

81,2

83,2

84,1

85,3

87,4

2011

2012

2013

2014

2015

60,0 50,0 40,0 30,0 20,0 10,0 0,0

2007

2010

LO SPREAD DEL POLLO

FONTE: NOSTRE ELABORAZIONI DA USDA - UNITED STATES DEPARTMENT OF AGRICOLTURE IN INDEX MUNDI (HTTP://WWW.INDEXMUNDI.COM/), MARZO 2015

300,0 250,0 200,0

pollo

maiale

[Dati in centesimi di dollaro usa]

manzo

150,0 100,0 50,0

Apr 2014

Sep 2014

Nov 2013

Jan 2013

Jun 2013

Aug 2012

Oct 2011

Mar 2012

May 2011

Jul 2010

Dec 2010

Feb 2010

Apr 2009

Sep 2009

Nov 2008

Jan 2008

Jun 2008

Aug 2007

Oct 2006

Mar 2007

May 2006

Jul 2005

Dec 2005

Feb 2005

0,0

commerciali”, ovvero degli «schemi di incrocio genetico utilizzati ormai da decenni e gestiti da poche multinazionali”. Tra queste, ricorda la docente, si segnalerebbero in particolare le statunitensi Aviagen e Cobb Vantress, dalle cui attività sarebbe oggi «largamente dipendente tutto il comparto». È in questo contesto, ovviamente, che le razze tradizionali trovano per forza di cose sempre meno spazio. A chiarirlo è Nicolò Reverdini, uno degli allevatori coinvolti nel CoVal. «I polli degli allevamenti intensivi sono mediamente più grandi e hanno una maggiore velocità di accrescimento – spiega a Valori – il che significa che arrivano prima degli altri alla macellazione, con conseguente riduzione dei costi associati al loro nutrimento». Le nuove razze, sottolinea, possono raggiungere anche i 5 chili di peso, un valore del tutto impensabile per i polli autoctoni. «Il pollo Milanino, per fare un paragone, si ferma a 2,8/3 chili al massimo», spiega ancora Reverdini. «Gli esemplari della razza Mericanel, caratteristici delle attività agricole tradizionali, si fermano a 9 etti/1 chilo. Vantano ottime carni ma inevitabilmente rendono poco dal punto di vista economico». Un problema di costi, ovviamente, che incidono sul valore di mercato rendendo gli esemplari scarsamente competitivi. «Rispetto a un tipico pollo da supermercato, un esemplare autoctono può costare anche più del doppio», ricorda Silvia Cerolini, ma se l’allevamento è biologico, precisa l’allevatore in riferimento al caso del Milanino, «il prezzo

LA PRODUZIONE MONDIALE DI POLLO

FONTE: NOSTRE ELABORAZIONI DA USDA - UNITED STATES DEPARTMENT OF AGRICULTURE (HTTP://APPS.FAS.USDA.GOV/), OTTOBRE 2014

UNIONE EUROPEA 10.300 987

17.752

TURCHIA

14.454

USA

MESSICO MONDO 3.150

3.90

3.885 1.800

87.385

INDIA

nd

13.115

85.112

9.293

BRASILE Produzione

SUDAFRICA

Consumi

[Dati in migliaia di tonnellate] Stime per ottobre 2015 36

nd

ARGENTINA 2.160

1.784

1.786 valori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015


00

aspettando expo economia solidale

può aumentare ulteriormente anche del 30%». Anche per questo, aggiunge, «la sua diffusione ha inevitabilmente un ambito ristretto».

DANNI COLLATERALI In un mondo sempre più propenso a consumare polli, è evidente, l’allevamento intensivo rappresenta una risorsa a cui non si può rinunciare. Ma gli effetti “indesiderati” del fenomeno non mancano e il giudizio sulla produzione di massa inevitabilmente ne risente. Da un lato per i danni alla salute degli animali – inconvenienti muscolo-scheletrici e problemi di tipo immunitario in particolare – prodotti dalla selezione genetica, come evidenzia la ricerca canadese, dall’altro per la qualità stessa dei sistemi di produzione, al centro, ultimamente, di un clamoroso scandalo. A rivelarlo, a febbraio, un’indagine della Food Standards Agency (FSA), l’agenzia britannica per la sicurezza alimentare. Il 73% dei polli in commercio nel Regno Unito, sostiene la ricerca, presentano tracce di campylobacter, un agente patogeno che, con 280mila casi osservati, rappresenta la principale causa di intossicazioni alimentari nel Paese. La scorsa estate, un’inchiesta del Guardian aveva messo in luce le drammatiche condizioni igieniche riscontrate in due dei principali impianti produttivi britannici. Ogni anno, ha sostenuto il quotidiano londinese, un centinaio di persone morirebbe a causa dell’intossicazione, il cui tasso di diffusione, per altro, sarebbe aumenta-

RUSSIA 3.400

3.725

GIAPPONE nd 13.000 12.775

2.215

CINA

THAILANDIA

3.888 1.640

nd

INDONESIA 1.625 1.625

«PIÙ LENTO E PIÙ COSTOSO» COSÌ IL POLLO AUTOCTONO PERDE IL CONFRONTO di Matteo Cavallito

L’opinione di Silvia Cerolini (VESPA): «L’allevamento odierno si basa sugli ibridi commerciali». E per l’esemplare locale non c’è quasi più spazio «È come per il comparto bovino, solo che qui si procede con un’intensità superiore». per Silvia Cerolini, docente di Zoocolture presso il Dipartimento di Scienze Veterinarie per la Salute, la produzione animale e la Sicurezza alimentare (VeSpa) dell’Università di Milano e responsabile scientifico del progetto CoVal (Conservazione e valorizzazione di razze avicole lombarde) si tratta di un fenomeno più che conclamato. la produzione intensiva ha soppiantato le razze autoctone grazie soprattutto agli enormi vantaggi di costo. Ma non senza conseguenze. Maggiore produzione globale, ma anche minore varietà... l’allevamento non si basa più sulle razze bensì sugli ibridi commerciali, schemi di incrocio genetico che vengono utilizzati ormai da decenni e che sono gestiti da poche multinazionali tra cui, in particolare, le statunitensi aviagen e Cobb Vantress. intendiamoci, l’allevamento intensivo è importante, in un paese come l’italia dove si allevano ogni anno circa 450 milioni di polli non se ne può fare a meno. Ma è pur vero che questo tipo di produzione ha praticamente eliminato l’allevamento delle razze locali che sono tipicamente meno redditizie, producono meno uova e hanno ritmi riproduttivi più lenti. Da qui il vostro progetto. Come procede? Stiamo chiudendo i lavori e, con la partnership della provincia, proseguiamo l’attività di divulgazione nelle aziende agricole. il punto però è che avremmo bisogno di uno sbocco economico, anche solo di nicchia. Ma non è facile. Come mai? le aziende non vedono un tornaconto economico bensì la difficoltà di allevare questi animali sostenendo costi elevati. l’unica possibilità concreta che abbiamo individuato è quella offerta dagli agriturismi che fanno anche ristorazione e che sono interessati a un prodotto capace di differenziarli e qualificarli. Sul fronte commerciale è difficile reggere la concorrenza. rispetto a un tipico pollo da supermercato, un esemplare autoctono può costare anche più del doppio. Cosa incide maggiormente sui costi? Soprattutto i numeri. Qui si parla di alcune decine di animali, niente a che vedere con le dimensioni degli allevamenti intensivi. Poi, come si diceva, c’è il fattore produttività… Ovviamente. le razze autoctone fanno meno uova e hanno tempi di crescita molto lunghi. per raggiungere un peso adeguato da macellazione, un pollo di razza Milanino impiega da 120 a 150 giorni. a un tipico broiler, invece, basta poco più di un mese. ✱

valori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015

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economia solidale responsabilità sociale per il mediterraneo

Imprese a tre stelle di Valentina Neri

Si parlerà anche di rilancio del rating di legalità a Napoli, al Salone Mediterraneo della Responsabilità Sociale Condivisa

L

a prima stelletta è la base, quella che in gergo si chiama compliance (letteralmente “conformità”, sottointeso “alle regole”). L’imprenditore e i suoi soci non devono avere condanne per reati tributari e amministrativi né procedimenti penali in corso per mafia; l’impresa non dev’essere stata condannata negli ultimi due anni per violazioni dell’antitrust, delle norme per la salute e la sicurezza, o degli obblighi retributivi, contributivi, assicurativi e fiscali. Per raggiungere la seconda e la terza stelletta, invece, non basta limitarsi a rispettare le regole. Bisogna fare qualcosa in più: usare sistemi di tracciabilità dei pagamenti, aderire a un programma di Corporate Social Responsibility, essere iscritti a una white list, sottoscrivere codici di autoregolamentazione, costituire un comitato etico. È il meccanismo del rating di legalità, entrato in vigore in Italia dal 2013. Possono farne richiesta all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) le aziende che fatturano almeno due milioni di euro l’anno e sono iscritte da un biennio al Registro delle Imprese. Il sistema è partito un po’ a rilento, con 142 richieste nel 2013, ma sem-

bra convincere sempre di più: nel 2014 erano già 402 le imprese che avevano chiesto di essere certificate come “pulite”. E cosa si guadagna? Parallelamente a quanto accade con il rating finanziario assegnato da agenzie come Standard & Poor’s e Moody’s, le imprese più virtuose – quelle, per intenderci, che hanno due o tre stellette – dovrebbero ottenere una corsia preferenziale, sia nell’assegnazione di appalti e finanziamenti pubblici, sia nell’erogazione del credito bancario. Il condizionale, però, è d’obbligo.

ANCORA MOLTA STRADA PER IL RATING DI LEGALITÀ «Partiamo dal presupposto per cui questo è un modello positivo perché, per quanto possa sembrare assurdo, ad oggi bisogna premiare chi va oltre il mero rispetto delle regole», spiega Raffaella Papa, presidente dell’Associazione Spazio alla Responsabilità. «Purtroppo proprio questo aspetto, che è il più interessante, nasconde la vera criticità che stiamo vivendo in questa fase di rodaggio: tanto dal lato delle banche quanto dal lato della pubblica amministrazione c’è ancora tanta strada

L’ARTE DELLA LEGALITÀ di Valentina Neri

Andy Warhol, Fate Presto - 1981 Palazzo Reale di Caserta - Collezione Terrae Motus 38

Gli Uffizi sbarcano a Casal di Principe: forte il significato simbolico. Dal 21 giugno al 21 ottobre una mostra allestita in una villa confiscata alla camorra intitolata a Don Giuseppe Diana

Da un lato, l’inestimabile valore storico e culturale delle opere degli Uffizi. Dall’altro, il valore sociale di luoghi segnati dalla ferita della camorra e determinati a voltare pagina. Basta questo a far capire quanto sia forte il significato di portare le opere degli Uffizi da Firenze a Casal di principe. il via libera del Ministero dei Beni Culturali è arrivato all’inizio di marzo. la mostra “Città degli Uffizi” sarà allestita dal 21 giuvalori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015


responsabilità sociale per il mediterraneo economia solidale

da fare». Spazio alla Responsabilità ci sta lavorando e porterà il dibattito al Salone Mediterraneo della Responsabilità Sociale Condivisa di Napoli (vedi BOX ). «Abbiamo chiesto agli istituti di credito (dalle “big” alle banche di credito cooperativo) di fare una sorta di stress test, valutando le conseguenze dell’introduzione del rating da un punto di vista sistemico e gestionale. Non senza difficoltà, perché tendenzialmente le banche evitano di esporsi», continua Raffaella Papa. Con la pubblica amministrazione le cose non vanno molto meglio: «Molti amministratori non sanno nemmeno dell’esistenza del rating di legalità. Per questo a gennaio abbiamo costituito un protocollo d’intesa con Anci Campania, per identificare una piccola rosa di Comuni da accompagnare nell’introduzione della norma». Al Salone non si parlerà solo di rating, ma anche di information technology per la sostenibilità sociale e ambientale, di rendicontazione non finanziaria, di riciclo di prossimità e sviluppo dei territori. O ancora, di multistakeholder strategy: il termine, preso a prestito dall’imprenditoria, indica un’evoluzione del tradizionale tavolo di partenariato, che diventa «un movimento dal basso che aggrega orizzontalmente tutti i soggetti che rappresentano interessi collettivi (Terzo Settore, imprese, professionisti, cittadinanza attiva, consumatori), per fare sì che diventino interlocutori super partes ed extra partes, in grado di interagire sui processi di governo», prosegue Raffaella Papa. Il tutto, per precisa scelta, al Sud, chiamando a raccolta le tante imprese meridionali che hanno fatto della responsabilità la propria bandiera. «Dobbiamo fare i conti con un contesto in cui è carente la cultura d’impresa orientata alla sostenibilità e alla pianificazione di medio periodo. Per questo dobbiamo fare un grande lavoro di diffugno al 21 ottobre in una villa confiscata alla camorra e intitolata a Don Giuseppe Diana, assassinato nel 1994 per il suo impegno antimafia. l’edificio, che oggi versa in condizioni fatiscenti, sarà ristrutturato in questi mesi. Un intervento che vuole innescare un circolo virtuoso, coinvolgendo gli altri beni confiscati del rione che, auspicano gli organizzatori, «in un progetto di recupero urbano più ampio possono diventare un vero e proprio polo per la produzione culturale e per start up innovative». la mostra sarà incentrata su alcune opere del Seicento oggi custodite a Napoli e Firenze, con qualche invalori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015

APPUNTAMENTO A NAPOLI DAL 7 ALL’11 APRILE

Un’agorà in cui parlare di responsabilità sociale come modello di sviluppo competitivo, sostenibile e inclusivo, con l’obiettivo di costituire una rete di organizzazioni responsabili. pubbliche o private, profit o no profit: l’importante è che possano accreditarsi a pieno titolo come protagoniste di un’economia positiva che ha un impatto reale sul territorio del Sud italia. Tutto questo è il terzo Salone Mediterraneo della responsabilità Sociale Condivisa, promosso dall’associazione di promozione sociale Spazio alla responsabilità, in collaborazione con il Ministero dello Sviluppo economico e inail Campania, con il patrocinio di Unioncamere e Fondazione Sodalitas, la partnership scientifica di Srm (Studi e ricerche per il Mezzogiorno) e l’alto patrocinio del parlamento europeo. Dopo la tre giorni del 26-28 marzo dedicata a turismo e territori in contemporanea con la Borsa Mediterranea del Turismo, l’appuntamento è alla Borsa d’Oltremare di Napoli dal 7 all’11 aprile. i primi due giorni saranno dedicati a lavoro e inclusione sociale e coinvolgeranno anche le università campane. Si passerà poi a parlare di ambiente e risorse in contemporanea con l’ottava edizione di energyMed, la mostra-convegno sulle fonti rinnovabili e l’efficienza energetica. Non a caso il Salone si è voluto innestare all’interno di due manifestazioni preesistenti: lo scopo dichiarato è quello di “contagiare” gli oltre 60mila visitatori e 800 espositori, con uno scambio di idee e best practices che riguardano molto da vicino gli aspetti competitivi dell’impresa. www.spazioallaresponsabilita.it

sione di una cultura della responsabilità – conclude – sul versante della pubblica amministrazione, delle imprese e, anche e soprattutto, di noi cittadini e consumatori». ✱

cursione contemporanea. Non a caso, i curatori (il direttore degli Uffizi antonio Natali e il sovrintendente di Napoli Fabrizio Vona) hanno incluso anche un dipinto di Gherardo delle Notti, sopravvissuto alla strage dei Georgofili del 1993. Un progetto non facile, fortemente voluto dal sindaco di Casal di principe renato Natale e guidato da Fiba Social life (Giacinto palladino, Segretario Nazionale Fiba-Cisl, è responsabile delle strategie economicofinanziarie) e progetto San Francesco - Centro Studi Sociali contro le Mafie (vedi Valori 105, di dicembre 2012).

alessandro De lisi, direttore del progetto San Francesco e direttore artistico del progetto di start up sociale r_rinascita, è determinato. Non ci si può più limitare a sostenere la magistratura e indignarsi per le malefatte della camorra: bisogna passare a una «quotidiana opera di costruzione di un'alternativa sociale ed economica. Questa – continua – è un'occasione per dimostrare una volontà concreta di recupero civico, attraverso una mostra fortemente politica, che vuole rendere un servizio di incoraggiamento a investire in un territorio in grado di reagire con capacità e sapienza». ✱ 39


economia solidale salone e fuori salone

I mille volti del design di Valentina Neri

L’appuntamento milanese con il Salone del mobile è arrivato (14-19 aprile). Tra gli eventi del Fuorisalone c’è spazio anche per realtà sostenibili, nello scenario della Cascina Cuccagna

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C

a’ Rossa è la cascina in cui si narra che le mondine, nottetempo, cucissero le camicie dei garibaldini. Si trova a Gropello Cairoli, in provincia di Pavia, e oggi è un’azienda agricola che il proprietario, Michele Cazzani, ha destinato alla coltivazione di riso biologico e biomasse arboree per la produzione di energie rinnovabili. Da questa descrizione forse in pochi si aspettano che Michele Cazzani sia un architetto, che ha da poco fondato il nuovo marchio Interno53 Elements insieme all’imprenditore Loris Sicilia. E che è pronto a esporre i propri lavori proprio nel cuore del design globale, durante la settimana del Salone del Mobile di Milano (vedi BOX ). Questo “architetto-contadino” sarà, infatti, uno degli ospiti di Goodesign 2015 - The natural circle, l’evento a cura di Best Up, Consorzio Cantiere Cuccagna e Officina Temporanea. Per la sua sesta edizione, Goodesign ha voluto fare le cose in grande: gli spazi della milanese Cascina Cuccagna ospiteranno mostre ed eventi non solo nel perio-

do del Salone, ma dal 14 aprile al 3 maggio, arrivando fino alle soglie di Expo.

LA NATURA FA DA GUIDA Negli spazi della cascina settecentesca ci sarà anche chi arriva da più lontano. È il caso di Bernotat&Co, Diana Scherer, Eric Klarenbeek e Pepe Heykoop, designer olandesi che traggono ispirazione dalla natura, per poi rielaborarla e attualizzarla tramite moderne tecnologie 3D e innovativi materiali zero-emission. Con i Nurture Studies Diana Scherer ha fatto crescere fiori e piante all’interno dei vasi, per poi eliminarli e immortalare le piante, con le loro radici e la terra che ne avevano mantenuto la forma. Eric Klarenbeek porta al limite il gioco tra natura e artefatto con la Mycelium Chair, prodotta con la stampa 3D e popolata da una colonia di funghi. «Di norma chi stampa in 3D lavora fondendo gradualmente materie plastiche che poi vengono assemblate a strati», spiega il designer. «Invece di

valori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015


salone e fuori salone economia solidale

usare plastiche noi accumuliamo rifiuti e il micelio (l’apparato vegetativo dei funghi, ndr) li lega insieme. Dopo la stampa non ci resta che aspettare che la struttura cresca e si rinforzi: ci vogliono solo un paio di giorni». Il risultato è una sedia solida, resistente e, soprattutto, con un’impronta ecologica negativa.

CASE FAI-DA-TE Il design è sperimentazione e fantasia, ma è anche funzionalità, contenimento dei costi, ricerca di soluzioni concrete alle istanze sociali. Lo dimostra il gruppo Moca, costituito da un team di ingegneri e architetti italiani che hanno scelto di specializzarsi in progettazione nelle periferie urbane, bioedilizia, housing sociale. Insieme stanno sperimentando un kit per l’assemblaggio di abitazioni ecologiche a basso costo per le zone del Sud del mondo. Bastano due persone non specializzate, una ridotta attrezzatura e il manuale di istruzioni per costruire case con certificazione di qualità, energetica e ambientale. Strutture di telai leggeri montati a terra, tamponamenti in bambù, giunco o vimini, e poi terra cruda, calce e paglia per intonacare: i materiali sono tutti reperibili in loco e l’intento, ambizioso, è quello di dare il proprio contributo per il diritto alla casa in contesti in cui troppo spesso è negato. Il tutto all’insegna della sostenibilità economica e ambientale.

MILANO TORNA CAPITALE DEL DESIGN

Nato nel 1961, il Salone internazionale del Mobile di Milano è l’appuntamento dell’anno per il mondo del design e dell’arredo. l’edizione 2015 si terrà dal 14 al 19 aprile e proverà a bissare i numeri degli ultimi anni, che hanno visto la presenza di 2.500 espositori italiani e internazionali e più di 300mila operatori, per il 60% stranieri. abbiamo deciso di avvicinarci a quest’evento a modo nostro, raccontando mese dopo mese un design diverso, magari lontano dalle pagine patinate ma vicino all’ambiente, alla sostenibilità, alle persone. abbiamo cominciato da Favara, in Sicilia, che ha cambiato volto con Farm Cultural park, un’officina culturale permanente aperta a tutti. Ci siamo poi concentrati sulle materie prime, scoprendo le infinite potenzialità di carta e cartone riciclato, e sulle storie, imparando che gli arredi possono diventare un veicolo di inserimento socio-lavorativo e di riscoperta di arti e mestieri del territorio.

UN RICCO CALENDARIO

proverà a darne una panoramica, ospitando opere ma anche eventi e conferenze. Come quella su “Design, economia circolare e innovazione sostenibile” del 19 aprile, che farà il punto sulla nuova direttiva della Commissione europea di cui abbiamo parlato anche sull’ultimo numero di Valori (126, marzo 2015). In un edificio che nasce come cascina agricola e ogni settimana ospita un mercato a chilometro zero, infine, non può mancare un’attenzione al cibo di qualità. Per tutta la durata della manifestazione il perimetro esterno della Cascina sarà occupato da bancarelle di prodotti biologici e locali, che per l’occasione saranno confezionati con l’aiuto dei designer. ✱

Questi sono soltanto alcuni esempi, che bastano però a far capire come anche il mondo dell’abitare abbia tutte le carte in regola per proporre modelli di sviluppo “sani” e alternativi. Goodesign

Da sinistra: esterno della Cascina Cuccagna; Diana Scherer, nurtureharold; Eric Klarenbeek, Mycelium Chair; un progetto di Moca

valori / ANNO 15 N. 127 / aprile 2015

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NEWS NOVITÀ ONLINE

Gas serra: dalla deforestazione il 18% delle emissioni

www.csrnatives.net

Ogni cento chili di gas serra prodotti dall'uomo, quasi venti sono causati dalla deforestazione connessa con il taglio illegale degli alberi. La notizia è stata diffusa in occasione della Giornata mondiale Fao della Foreste celebrata a fine marzo. Ma non è solo l'aspetto ambientale a preoccupare. Per l'Italia è anche un problema industriale, visto che la filiera bosco-legno è il secondo comparto manifatturiero con 65mila imprese e 360mila impiegati. Per arginare il fenomeno, gli addetti ai lavori sostengono la necessità di diffondere lo strumento della certificazione forestale (Pefc e Fsc i principali standard internazionali) che garantisce la tracciabilità della materia prima e la sua provenienza da boschi gestiti in modo responsabile.

Nasce CSRnatives, una rete di studenti universitari che hanno passione per la sostenibilità e l'innovazione sociale e che stanno costruendo competenze in questi ambiti. L’obiettivo è quello di offrire un’opportunità di incontro tra studenti CSRnatives e imprese CSRoriented

VALORITECA NEWS

I MIGLIORI TWEET DEL MESE

Il commercio equo sarà anche sostenibile

In arrivo nuovi standard obbligatori per gli operatori del circuito Fairtrade International, l'organizzazione che sovrintende l'omonima certificazione del commercio equo e solidale e tratta direttamente 27 mila prodotti in oltre 120 Stati, con ricadute positive su “1,5 milioni di agricoltori di 1210 organizzazioni in 74 paesi di Asia, Africa e America Latina" (rapporto 2015 su dati 2012-2013). Fairtrade International ha infatti introdotto nuovi standard rivolti agli importatori del suo circuito, che richiedono una maggiore sostenibilità. Accanto ai requisiti obbligatori, ne sono stati aggiunti di nuovi in tre aree: integrità nei rapporti commerciali; rispetto dei diritti dei lavoratori e tutela dell’ambiente, bandendo per esempio materiali inquinanti. I nuovi standard saranno in vigore da luglio 2015, quelli relativi al lavoro da gennaio 2017. [La diseguaglianza di reddito è cresciuta in quasi tutti i Paesi europei dal 1987 al 2007] @Bruegel_org

ERRATA CORRIGE

Su Valori numero 126 di marzo 2015, nell'articolo a pagina 34 “Il profit 'ruba' l’idea dai Gas ma on line li supera" abbiamo riportato due indirizzi internet errati di due piattaforme di distribuzione prodotti tra i Gas. Gli indirizzi corretti sono: buonmercato.info e Aequos.eu Ce ne scusiamo con i lettori.

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APPUNTAMENTI

29-02 MAGGIO GIUGNO 2015

Trento

Festival dell'Economia

Il tema di questa decima edizione del Festival dell’Economia di Trento è dedicato alla “Mobilità sociale”. Per parlarne, tra i molti interventi, ci saranno anche Paul Krugman e Joseph Stiglitz, entrambi Premi Nobel per l’economia. 2015.festivaleconomia.eu valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015


social innovation

Nuove economie urbane

City Revolution di Andrea Vecci

N

el 2006 l’Università di Harvard e McKinsey definivano come città più innovative quelle che registravano il maggior numero di brevetti industriali: la Silicon Valley era in cima. Nel 2014 la fotografia cambia e assistiamo a metriche diverse per definire innovativa una città. Il Global Metro Monitor, ad esempio, combina i cambiamenti nell’occupazione e nel Pil procapite in un unico indice urbano, in base al quale al primo posto si trova la cinese Macao. Dei cambiamenti nelle città europee si occupa Urbact, il programma decennale dell’Unione europea, che promuove gli scambi di buone pratiche e l’innovazione su alcuni temi sfidanti il futuro delle città. Scopriamo così le “Green Capital” come Amburgo, Bristol e Vilnius, oppure città come Dublino, che attrae gli investitori esteri perché più tollerante, collaborativa e inclusiva di altre città; oppure ancora Budapest, Colonia e York capaci di emancipare alcuni servizi ai cittadini dalle spese comunali, riducendo così l’impatto dei tagli alla spesa corrente sulla qualità della vita. La metropoli è un elemento che disegna i territori e l’economia globale, non solo un fatto urbanistico o amministrativo: è dotata di una identità politica e di una strategia economica proprie. Sono almeno quattro i fattori che animano l’economia di una città del XXI secolo più di qualsiasi altro luogo: l’economia digitale, le forme del lavoro e dello studio collaborativi, la sostenibilità ambientale e l’efficientamento della spesa pubblica. Cosa sta succedendo, infatti, alle metropoli globali nell’era della rivoluzione digitale? È facile fare la spesa on line mentre chiudono i negozi di prossimità; è semplice prenotare un posto letto su AirBnB arrivando a destinazione con un Uber-taxi. Ma gli alberghi e i tassisti perdono clienti e posti di lavoro. La rivoluzione digitale sta trasformando le città anche grazie alla nascita di una produzione collaborativa, la sharing economy, in cui nuove forme di servizi abitativi, di consumo, di studio, di valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015

lavoro, di mobilità avvengono in forma condivisa e partecipata. Ponendo non pochi problemi di tipo legale: è di maggio 2014 il primo “regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani” della città di Bologna. La qualità ambientale delle città è una delle sfide più urgenti da affrontare oggi, poiché essa determina non solo il benessere dei suoi abitanti, ma anche le prestazioni economiche di una metropoli. Mentre i problemi ambientali sono diventati globali, ci sono azioni importanti che le città possono adottare a livello locale per affrontare il consumo di suolo, l’inquinamento e la gestione dei rifiuti. C40 è un club di 75 metropoli impegnate ad abbattere le emissioni di gas serra che studia e sperimenta modelli urbani innovativi, come il risparmio energetico nell’edilizia pubblica. Le città devono affrontare problemi complessi combinati con le riduzioni dei loro bilanci. Emerge non solo l’esigenza di una città più “smart” dal punto di vista ambientale, ma anche un crescente potenziale di innovazione sociale nella gestione di un welfare più inclusivo, nelle rigenerazioni urbane, nella gestione partecipata del patrimonio pubblico: la sussidiarietà entra anche nella governance della metropoli. Alcune città sono già dei laboratori di trasformazione in cui esperti, investitori e decisori pubblici sperimentano alcune specializzazioni urbane, da replicare poi in altri contesti. Portland, in Oregon, e Seattle, nel Washington, ricercano soluzioni di sostenibilità urbana grazie alla GoGreen Conference, un’impresa sociale che si dedica ai decisori pubblici e privati e alle autorità locali per lo sviluppo dei modelli migliori per ridurre gli impatti ambientali. ✱ Maggiori approfondimenti sul blog Social Innovation di valori.it 43


INTERNAZIONALE

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LA PARTITA SCOZZESE SI GIOCA IN GRAN BRETAGNA

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di Paola Baiocchi

L’Inghilterra a maggio rinnova il Parlamento. Tra gli euroscettici dell’Ukip e quei “furbacchioni” dei Conservatori, tra gli indipendentisti scozzesi e la crescita della xenofobia a causa del terrorismo dell’Isis, il vero sconfitto dovrebbe essere il Partito laburista valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015

a stagione del grande scontento, dell’entrata sulla scena di nuovi partiti che cambiano le carte in tavola non è finita con le elezioni in Grecia. La tornata elettorale del 7 maggio in Inghilterra è particolarmente attesa, perché non si tratterà di una riedizione della consolidata alternanza tra Tories e Labour. Non si tratterà nemmeno di uno scenario da “due partiti e mezzo” come in passato l’Economist aveva definito il ruolo dei Liberali Democratici di Nick Clegg, vice-primo ministro dal 2010 nella coalizione con il premier conservatore David Cameron. In queste politiche, dicono i sondaggi, l’ago della bilancia non saranno i Lib Dem rappresentati da Clegg, che sono fortemente penalizzati per non aver mantenuto nessuna delle promesse elettorali, in particolare per aver votato a favore dell’aumento delle tasse universitarie. Al terzo posto tra le scelte dei cittadini britannici c’è il Partito per l’indipendenza del Regno 45


internazionale elezioni in uk

CINQUANTA SFUMATURE DI NERO

La nuova destra, che assomiglia molto a quella storica, nel Parlamento europeo dopo le elezioni del 2014. Il voto alle europee vede tradizionalmente il successo delle formazioni di opposizione e di protesta, in base alla teoria delle “elezioni di secondo rilievo”: quelle europee vengono percepite come lontane e meno importanti rispetto alle elezioni politiche nel proprio Paese, per questo gli elettori si esprimono in modo più spregiudicato. Allo stesso tempo la crisi ha spinto in diversi Paesi europei la crescita dei partiti anti-establishment che si sono fatti portatori, soprattutto da destra, della critica alle politiche dell’Ue, al Trattato transatlantico TTIP e all’integrazione europea. Oltre al già citato successo dell'Ukip, alle europee del 2014 altri partiti della destra populista e xenofoba si sono affermati. Anche se non tutti i partiti di estrema destra sono al momento rappresentati in Europa, l'eventuale entrata dell'Ucraina farebbe spostare di molto il piatto della bilancia, richiamando scenari passati troppo velocemente dimenticati. • Front National (Fronte Nazionale): il partito di Marine Le Pen ha vinto a mani basse, conquistando 24 seggi a Strasburgo e superando in casa gollisti e socialisti con il 24,9%. A favore di un referendum per l'uscita della Francia dalla Ue, è contro il TTIP. • Dansk Folkeparti (Partito del Popolo Danese): ha vinto le elezioni con il 26,6% dei voti. Contrario all'integrazione nella Ue, sostiene politiche molto severe contro gli immigrati. • Fpö (Partito della Libertà Austriaco): nazionalisti e pan-germanici, gli eredi di Jörg Haider alle europee del 2014 erano il terzo partito austriaco con il 19,7% dei voti. • Pvv (Partito della Libertà, Olanda): xenofobo e antislamico, guidato da Gert Wilders ha ottenuto il terzo posto con il 13,2%. • Jobbik (Movimento per un'Ungheria Migliore): partito nazionalista, populista, antieuropeista e di estrema destra attivo dal 2003, ha ottenuto il 14,6% dei voti piazzandosi al secondo posto. • Alba Dorata (Grecia): professa una violenta ideologia razzista e ultra nazionalista, il suo leader Nikólaos Michaloliákos è attualmente in carcere dopo l'assassinio del rapper antifascista Pavlos Fyssas. Ha ottenuto il 9,3% e tre seggi. • Npd (Partito Nazionaldemocratico Tedesco): il loro leader è Udo Voigt, si richiamano apertamente al nazionalsocialismo, con l'1% hanno ottenuto un seggio.

Unito, l’Ukip di Nigel Farage, che è in crescita costante da quando è nato nel 1993 dalla scissione di un gruppo fortemente antieuropeista dei Tories: ha ottenuto il 23% dei consensi alle elezioni locali del 2013, contro il 25% dei Tories. Ma soprattutto nelle europee del 2014 è riuscito a portare 24 deputati al Parlamento europeo, con un successo così largo da diventare il primo partito della Gran Bretagna con il 27,5%. Anche lo Scottish National Party sembra in forte ascesa pur avendo perso il referendum per l’indipendenza. Chi risentirebbe maggiormente della sua crescita sarebbero i laburisti, che tradizionalmente in Scozia e in Galles fanno il pieno di voti. Se le proiezioni del Guardian, che parlano di una perdita di 30 deputati eletti nelle circoscrizioni scozzesi, fossero confermate, Miliband rischierebbe seriamente di non andare a Downing 46

In forte ascesa lo Scottish National Party, a discapito del partito laburista Street. E la riedizione dei Tories e dei Labour uniti in una “grande coalizione” resterebbe sepolta nel passato. Mentre il voto ai Verdi sarebbe visto semplicemente come “non utile”.

AMMICCAMENTI TRA CAMERON E FARAGE Secondo i sondaggi l’United Kingdom Independence Party non raccoglierà tanti voti da risultare il primo partito in queste elezioni – al momento è accreditato tra il 9 e il 17% – ma potrebbe esserne il vero vincitore, entrando al governo in coalizione con i conservatori in caso di loro vittoria, come Cameron ha fatto intendere in un’intervista concessa alla

BBC1. Gli ammiccamenti tra i due sono continuati sul referendum per l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione europea, che Farage ha sempre messo in cima ai suoi obiettivi e che invece ora dichiara di voler fare “nel più breve tempo possibile”. Il che suona come un’apertura ai Tories, che vorrebbero attendere fino al 2017 per decidere il destino di Londra in relazione all’Europa. Si tratterebbe insomma di un’impresentabile ala destra che, passando dall’esterno alla zona di governo, legittimerebbe uno spostamento a destra dei Conservatori. Un’operazione in cui noi italiani siamo stati degli antesignani, con la Lega “di governo e di opposizione” e con il patto del Nazareno.

L’IMPRESENTABILE UKIP DI GOVERNO Il partito di Farage è una di quelle formazioni che fino a pochi anni fa sarebbe stata inimmaginabile nella civile Europa: populista e nazionalista, molto di più di quanto viene contestato a Putin, razzista, xenofobo verso tutti gli immigrati (anche europei, quindi italiani compresi), con pesanti e frequenti affermazioni contrarie ai diritti delle donne, offensivo nei confronti degli omosessuali e con spiccate simpatie per l’ultradestra. Un coacervo di pessimi déjà vu verso i quali come europei dovremmo aver prodotto gli anticorpi, ma che invece sono tornati ad alzare la testa in tutti i Paesi del Vecchio Continente dopo la caduta del Muro (vedi BOX ), dando vita a coalizioni postdemocratiche di cui l’Efdd (Europe of Freedom and Direct Democraty, il gruppo parlamentare europeo dell’Ukip) è un buon esempio. Nello stesso gruppo dell’Ukip ci sono stati prima la Lega Nord con il Partito del popolo danese e i Veri finlandesi. Dopo l’uscita di questi, sono entrati i grillini con Robert Iwaszkiewicz, deputato polacco del Congresso della nuova destra. Lo collocazione del M5S nel gruppo delle destre ha provocato molti contrasti tra i grillini, superati in nome dell’antieuropeismo: una deriva opportunistica che dà il segno di come lo scontento verso l’Europa delle lobby sia gestito favorendo le destre e il malpancismo. ✱ valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015


tessile insostenibile internazionale

Sicurezza e diritti sotto il vestito Mentre Benetton annuncia non specificati risarcimenti per le vittime di Rana Plaza, senza spiegare come li calcolerà, in Bangladesh gli edifici crollano ancora e gli attivisti chiedono un cambio di passo

Q

uattro morti e una quarantina di feriti per il cedimento del tetto durante i lavori condotti da una società che fa capo all’esercito in un cementificio in costruzione nella città portuale di Mongla, in Bangladesh, lo scorso marzo. “Solo” quattro vittime, che su tutti i media internazionali vengono direttamente collegate al ricordo delle 1.138 accertate nella peggiore, ma non l’unica, tragedia avvenuta nel settore tessile con il collasso del Rana Plaza (era il 24 aprile 2013, nella capitale Dhaka), un complesso che ospitava decine di laboratori tra le migliaia che nel Paese lavorano per l’industria della moda globale. La sicurezza strutturale e impiantistica degli ambienti di lavoro, e delle fabbriche tessili in particolare, da allora è diventato un tema di stretta attualità, tan-

di Corrado Fontana

to da imporre a molti dei grandi marchi occidentali coinvolti (vedi Valori di dicembre 2014) l’adesione ad ambiziosi programmi di monitoraggio e intervento (vedi BOX a pag. 48), nonché accordi di tutela e per il risarcimento delle vittime. Eppure il caso di Mongla Beach, secondo i rappresentanti della Clean Clothes Campaign (l’organizzazione internazionale che chiede etica e responsabilità sociale lungo tutta la filiera produttiva che serve il settore della moda), conferma «che il governo non rispetta i suoi obblighi, compresi quelli definiti dal UE-Bangladesh Sustainability Compact, per un rafforzamento dell’ispettorato del lavoro. Questo non può essere limitato al settore tessile ma va esteso per la sicurezza dei lavoratori in tutti i settori, come questo nuovo disastro mostra».

LO SVILUPPO DEL TESSILE INGLESE PASSA PER L’ETICA

Il Centre for Sustainible Work and Employment Futures, dell'Università di Leicester, ed Ethical Trading Initiative (Eti) hanno prodotto un recente studio sul distretto tessile di Leicester. Eti è un'associazione di imprese, sindacati e Ong inglesi che promuove il rispetto dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo, che ha lanciato un programma di sostegno allo sviluppo dell'industria tessile e dell'abbigliamento nello storico sito produttivo di Leicester. Il programma aiuterà le imprese locali a ottenere informazioni sulle buone pratiche e sullo sviluppo delle risorse umane, in collegamento con altri enti e associazioni. Allo stesso tempo Eti sarà di supporto ai lavoratori per promuovere sostegno, maggiore informazione e meccanismi di reclamo efficaci. Il settore tessile sta vivendo un periodo di boom nel Regno Unito dal 2007, con una crescita nel periodo 2008/2012 di quasi l'11%, ma i diritti dei lavoratori sono in ritardo. Tuttavia il modello produttivo è basato sul conto-terzi, dove a fronte della compressione dei costi si comprimono anche i diritti, il rispetto delle normative di sicurezza, di retribuzione e di orario. Pa.Bai valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015

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internazionale tessile insostenibile

ONLINE “Accordo sulla sicurezza antincendio e degli edifici in Bangladesh” bangladeshaccord.org Rana Plaza Arrangement www.ranaplaza-arrangement.org Clean Clothes Campaign www.cleanclothes.org Campagna Abiti Puliti www.abitipuliti.org International Labour Organization (ILO) www.ilo.org IndustriALL Global Union www.industriall-union.org Alliance For Bangladesh Worker Safety www.bangladeshworkersafety.org

BENETTON CI RIPENSA? Un incitamento della Clean Clothes Campaign a fare di più, insomma, che finalmente potrebbe trovare una sponda concreta anche in Benetton Group, fino ad oggi principale bersaglio di polemica della sezione italiana dell’organizzazione, la Campagna Abiti Puliti. La nota azienda di Treviso, tra i marchi per i quali i lavoratori di Rana Plaza confezionavano capi di abbigliamento, non ha infatti ancora voluto riconoscere pieno risarcimento alle vittime del disastro, e per questo è stata incalzata con flashmob (l’ultimo a Milano, il 28 febbraio 2015, sotto lo slogan “United victims of Benetton”) e critiche vibranti a mezzo stampa nei mesi scorsi. Uno scontro mediatico acceso, tra accuse, richieste e dinieghi, che ha visto la prima pubblica apertura della società manifestarsi in un comu-

UN ACCORDO EPOCALE

Centonovanta marchi della moda internazionale coinvolti, circa 1.600 imprese tessili bengalesi e oltre 2 milioni di lavoratori. Queste le cifre della più grande – e costosa – operazione mai tentata in così poco tempo di monitoraggio e intervento correttivo su un intero settore produttivo di un Paese. Eppure è ciò che sta avvenendo in Bangladesh sotto l’egida del cosiddetto “Accordo sulla sicurezza antincendio e degli edifici in Bangladesh” (cioè Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh). Ecco in grafica lo stato di avanzamento dei lavori certificato a novembre 2014, quando la fase ispettiva era assai avanzata mentre quella di intervento correttivo appariva ancora assai deficitaria. 48

LO STATO DEI RISULTATI PROBLEMA

Elettrico

IN CORSO

IN ATTESA DI VERIFICA

CORRETTO

TOTALE

15.691

3.255

43

18.989

782

52.605

14.206

Fuoco

Strutturale

nicato diffuso proprio tre giorni prima dell’evento milanese, in cui si dichiara che «una terza parte indipendente e globalmente riconosciuta, sta lavorando per definire i principi per un risarcimento equo e proporzionale da parte di Benetton Group, dal momento che per il Rana Plaza Trust Fund non è stato possibile stabilire i principi di suddivisione della compensation tra i marchi. La portata dell’ulteriore impegno sarà resa ufficiale non appena questo processo da parte del terzo soggetto indipendente sarà concluso, nelle prossime settimane e comunque non oltre il 24 aprile 2015». Apertura da accogliere positivamente, quindi, ma con qualche punto oscuro, al di là della denuncia di un mancato accordo sui principi di suddivisione dei risarcimenti in capo al fondo di contribuzione volontaria costituito per Rana Plaza. Benetton né svela chi sia il sog-

4.869

11.678

Totale

Nuove fabbriche elencate dopo il 15 agosto 2014

*

226

130 8

13.938

PROBLEMI RISCONTRATI [CAP Pubblicati]

Totale fabbriche ispezionate a fine settembre 2014

TOTALE

19.678

136

10.248

AGGIORNAMENTO DELLE ISPEZIONI

1.103

603

2.124

41.575

1.467

FONTE: QUARTERLY AGGREGATE REPORT - ON REMEDIATION PROGRESS AT RGM FACTORIES COVERED BY THE ACCORD, FEBRUARY 2015

Elettrico

19.678 Questioni totali basate su CAP solo pubblicati

18.989

Fuoco

52.605

Ispezioni perse

Joint Accord/Alliance fabbriche ispezionate

13.938

Strutturale

valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015


tessile insostenibile internazionale

getto consulente cui ha affidato il calcolo della quota che riterrà di versare (l’ammontare complessivo del Rana Plaza Trust Fund dovrebbe infatti coprire 30 milioni di euro, e all’appello ne mancano nove, mentre scriviamo) né su quali basi stia operando questo soggetto e da quanto. Su tutto ciò, e sui motivi della segretezza l’abbiamo interrogata direttamente, senza ottenere ulteriori informazioni. Ma è ovvio che l’opinione pubblica e la Clean Clothes Campaign aspettino al varco l’azienda, alla quale gli attivisti hanno già attribuito un obbligo di versamento di 5 milioni di euro, calcolati sulla base di tre principali elementi: il fatturato complessivo dell’impresa, il volume produttivo e la natura delle relazioni commerciali dell’impresa con i laboratori tessili di Rana Plaza, e di quelle intrattenute col Bangladesh. ✱

L’EUROPA SI DÀ UNA MOSSA?

Sotto le insegne del 2015 come anno europeo dello sviluppo (European Year for Development) e in vista del Fashion Revolution Day, evento mondiale previsto a due anni dal giorno della tragedia di Dhaka, la Commissione presieduta dal chiacchierato Jean-Claude Juncker si pone il problema della sostenibilità e dell’etica lungo la catena dei fornitori del settore tessile. E così a fine gennaio si è tenuta una discussione a Bruxelles con decine di soggetti interessati (tra cui gli attivisti di Clean Clothes Campaign e Fashion Revolution), e il tema è stato affrontato anche in Parlamento, in seduta comune, a fine febbraio.

LA CAMBOGIA NON FA ECCEZIONE di Corrado Fontana

I lavoratori tessili chiedono salari più dignitosi. E Human Rights Watch ne denuncia le condizioni di lavoro A settembre scorso i lavoratori tessili della Cambogia sfilavano in corteo con i sindacati per le strade chiedendo un aumento del salario minimo da 100 a 177 dollari al mese. Una protesta per avere compensi dignitosi che si affianca a quella legata alle numerose violazioni quotidiane delle leggi sul lavoro nelle fabbriche, che Human Rights Watch (HRW) denuncia in un rapporto pubblicato il valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015

mese scorso intitolato Work Faster or Get Out - Labor Rights Abuses in Cambodia’s Garment Industry (letteralmente, “Lavora più in fretta o vai fuori - Abusi sui diritti dei lavoratori nell’industria delle confezioni tessili in Cambogia”). Un documento in cui si afferma l’inefficacia del programma governativo di tutela e controllo Better Factories Colombia, incapace di opporsi alle infrazioni registrate in decine di imprese. Straordinari obbligati, pratiche anti-sindacali, molestie sessuali e discriminazioni a danno delle lavoratrici in gravidanza emergerebbero dalle centinaia di interviste condotte sul posto, con l’aggravante che il mancato intervento delle autorità sarebbe da imputare anche alla corruzione e a collusioni con gli imprenditori. In

molte realtà verrebbero adottati contratti a breve termine come arma di ricatto per evitare di sostenere gli oneri di maternità delle dipendenti; e spesso, tramite subappalti e subforniture, verrebbero elusi i meccanismi di controllo, rendendo molti laboratori sostanzialmente “invisibili” alle autorità. Ciò mentre le griffe della moda internazionale non si starebbero opponendo con decisione a questo scenario, nonostante il loro massiccio coinvolgimento: secondo i dati del ministero dell'Industria e dell’Artigianato, il settore dell’abbigliamento cambogiano è dominato da investimenti stranieri (soprattutto da Hong Kong, Taiwan, Cina, Singapore, Malesia e Corea del Sud) ed è un pilastro dell'economia nazionale, garantendo il sostentamento di circa 700mila lavoratori (il 90% circa è occupazione femminile) attraverso 1.200 imprese. ✱ 49


internazionale addio diritti

Un trattato a misura di multinazionali di Paola Baiocchi

Con il TTIP le corporations riscrivono il ruolo degli Stati secondo le loro esigenze. Nel carrello della spesa delle imprese finiranno interi sistemi sanitari pubblici, ma anche editoria e stampa

«H

o visto i segreti del TTIP: è fatto per le multinazionali, non per i cittadini» ha dichiarato a The Guardian l’eurodeputata inglese dei Verdi Molly Scott Cato, che ha spiegato di essere stata ammessa a prendere visione dei documenti del Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti sotto sorveglianza e dopo aver lasciato tutti gli oggetti personali («Non sa quanto possono essere piccole le telecamere al giorno d’oggi», si sono giustificati). L’eurodeputata ha anche dovuto sottoscrivere una dichiarazione in cui si impegna a non divulgare i contenuti dell’accordo, pena l’accusa di spionaggio internazionale. «Quello che posso dire – ha aggiunto Molly Scott Cato – è che il 92% di coloro che sono stati coinvolti nelle

consultazioni sono lobbisti di società e che dei circa 560 incontri avuti dalla Commissione, 520 erano con lobbisti aziendali e solo 26 (il 4,6%) con gruppi di interesse pubblico». Il fatto che per ogni incontro con un sindacato o gruppo di consumatori ce ne sono stati 20 con aziende o associazioni di industriali, insieme alle misure restrittive nell’informazione sui contenuti del TTIP danno la misura di quanto sia elitario e antidemocratico l’accordo in discussione tra le due sponde dell’Atlantico. Oscuri anche i percorsi di ratifica, perché non si è mai firmato un Trattato di tale portata, per cui ancora non si sa se occorrerà l’unanimità, la maggioranza qualificata o se basterà l’opposizione anche di un solo Paese per farne naufragare l’approvazione.

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«È in corso una riorganizzazione del mercato internazionale, in cui concentrazioni di gruppi finanziari cercano sinergie con l’economia reale, chiedendo l’abbattimento di qualunque barriera al commercio», spiega Monica De Sisto, vicepresidente dell’osservatorio Fairwatch, uno dei promotori della campagna italiana Stop TTIP. «Poco importa poi se per “facilitare il commercio” si debbano schiacciare diritti acquisiti, parlamenti e Costituzioni», continua Monica De Sisto. «Un altro aspetto inquietante è che alcuni settori del Trattato, come quelli riguardanti la cooperazione regolatoria e la protezione degli investimenti, resteranno aperti anche dopo la firma, spianando la strada a future deregulation». Pochissima disponibilità, poi, a trattare da parte degli Stati Uniti: Paolo De Castro, relatore valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015


addio diritti internazionale

agri dei negoziati, tornato da una tre giorni di missione negli States, non avrebbe portato a casa quasi nulla. Al massimo un impegno a scrivere “made in Usa” su Parmesan, Gorgonzillo ecc.

PUBBLICATI 24 CAPITOLI DELL’ACCORDO Dopo molte interrogazioni di gruppi parlamentari e sindacati, dopo l’intervento dell’Ombudsman – il garante europeo dei diritti dei cittadini – la Commissione europea ha pubblicato finora 24 capitoli del Trattato. Vi invitiamo a leggerli e a partecipare attivamente alle iniziative in programma contro il TTIP, per esempio il 18 aprile, perché è veramente preoccupante quanto si sta preparando, soprattutto nel campo della sanità: si prefigura la cessione al privato di interi sistemi sanitari nazionali pubblici, per cui si salterebbe dalla già discutibile sussidiarietà del privato al pubblico, alla completa abdicazione dei compiti del pubblico al privato. Una realtà che non si fatica a immaginare nei Paesi europei con maggiori problemi economici, ma che è già in discussione in Gran Bretagna con i gruppi assicurativi pronti a subentrare al servizio sanitario nazionale. Con il TTIP “la mano invisibile del mercato” si manifesterà molto evidentemente anche nel cam-

sotto la lente di Valori

TPP (Trans Pacific Partnership): coinvolge gli Stati Uniti, il Giappone e altri dieci Paesi asiatici e latino-americani, in funzione palesemente anticinese. Sarebbe invece in dirittura d’arrivo e dovrebbe essere siglato dai Paesi interessati entro la prima metà del 2015.

CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement): accordo bilaterale tra Ue e Canada, è una sorta di piccolo banco di prova del TTIP. Il trattato è terminato nella sua parte politica ed è in corso la revisione legale (legal scrubbing). Dovrà poi essere approvato dal Consiglio e dal Parlamento europeo. TISA (Trade In Services Agreement): è un accordo multilaterale tra i 50 Paesi che hanno il mercato dei servizi più avanzato (in pratica tutti i Paesi ricchi più Turchia, Pakistan, Panama, Perù, Paraguay, Cile, Colombia, Messico e Costa Rica, ma senza i BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), rimasto segreto fino a quando Wikileaks ne ha reso noto il testo non definitivo, nel giugno 2014.

po culturale: il settore degli audiovisivi non sarà oggetto del Trattato, ma editoria e stampa andranno incontro a una deregulation totale perché non considerate parte della cultura, ma solo “servizi di impresa”. Questo aspetto e il ricatto del costoso contenzioso diretto nazione/impresa darebbe i moventi, ma anche i mezzi legali – secondo diecimila traduttori letterari di 29 Paesi europei riuniti nel sindacato Catl – per impedire agli Stati membri della Ue di proteggere e promuovere le rispettive letterature nazionali. ✱ I testi del TTIP pubblicati dalla Commissione europea: http://ec.europa.eu/trade/ttip-texts

’eccellenza italiana sotto la lente di Valori V lori Va FATTI F FA ATTI ITALIA T LIA L’L’eccellenza TA T IN ITA

FATTI IN ITALIA L’eccellenza italiana

Gli altri Trattati in discussione

 LIBRI NELLE MANI DEI MERCATI. PERCHÉ IL TTIP VA FERMATO di Alberto Zoratti, Monica Di Sisto, Marco Bersani Emi, marzo 2015

IL LIBRO DI VALORI DEDICATO ALL’ITALIA CREATIVA E CAPACE FATTI IN ITALIA Isonio Emanuele to tta Tramon ed Elisabe ne zio prefa ci ac al Ermete Re

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NEWS

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La pesante impronta cinese

Il Medio Oriente è sempre più verde

Ormai da 5 anni consecutivi è la Cina il Paese che contribuisce più di tutti gli altri alla domanda di risorse naturali. A dirlo è l’edizione 2015 del rapporto del Global Footprint Network, che valuta l’impronta ecologica globale, cioè lo sfruttamento umano delle risorse del Pianeta. L'indicatore, sceso del 2,1% su scala globale nel 2009, per la recessione economica, da allora è tornato a salire. Cina e India da sole pesano per circa un quarto della domanda totale, ma la Cina si fa notare per essere cresciuta di più, del 3,6% nel 2010 e del 5,2% nel 2011 (ultimi dati disponibili).

Padroni del petrolio, certo, ma anche leader dell’economia verde. È questo il destino del Medio Oriente tracciato nell’ultimo rapporto della University of Cambridge e della società di consulenza PricewaterhouseCoopers (PwC). In un mondo sempre più attento alle rinnovabili (150 miliardi di dollari nel 2014 nel solo comparto del solare), la regione non fa certo eccezione. Il programma Green Growth Strategy degli Emirati Arabi Uniti, ricorda il report ripreso dall’organizzazione non profit Climate Group, punta a creare 160mila nuovi impieghi da qui al 2030 con un riflesso sulla crescita pari al 5% del Pil.

VALORITECA I MIGLIORI TWEET DEL MESE

Fundamental problem of Eurozone. It destroys sovereignty of national governments without creating a sovereign government at the center [Un problema centrale dell’Eurozona è che si sta distruggendo la sovranità dei governi nazionali senza creare un governo sovrano al centro] @pdegrauwe

"Chinese tourists are tipped to spend $264 billion by 2019". Pretty much the size of Finland's GDP

[I turisti cinesi sono disposti a spendere 264 miliardi di dollari entro il 2019. Praticamente il Pil della Finlandia] @mcavallito

A new project off the coast of Australia may maks wave power a reality

[Un nuovo progetto al largo delle coste dell’Australia potrebbe trasformare in realtà l’energia prodotta dalle onde] @TheEconomist (RT @meggio_m)

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Only 6 countries in #EU haven’t introduced a national minimum wage. Among them #Italy

[Solo 6 Paesi in Europa non hanno introdotto un salario minimo nazionale. Tra questi l’Italia] @meggio_m

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bancor

Euro in caduta libera

Servirà a pilotare la crescita? dal cuore della City Luca Martino

opo la conferenza stampa di Draghi a Larnaca di inizio marzo, gli ambienti finanziari si interrogano su quanto ancora si indebolirà il cambio euro-dollaro. La cosiddetta guerra delle valute, monopolizzata fino a qualche anno fa dal renminbi, con gli Stati Uniti che accusavano Pechino di sussidiare le esportazioni trafugando posti di lavoro nel mercato globale grazie a una moneta artificiosamente debole, vede oggi l’euro come protagonista assoluto e, dato che questa strana battaglia si vince, per così dire, tanto più una moneta si svaluta, ecco che le mosse del governatore italiano parrebbero aver raggiunto risultati straordinari. Che questo serva poi anche all’economia reale e alla ripresa di quella fiducia indispensabile per riportare l’inflazione, oggi praticamente a zero, al target del 2% lo si vedrà nei prossimi anni: le premesse, dice il presidente Draghi, ci sono tutte, anzi, prima ancora che si vedano concretizzate le misure straordinarie del Quantitative Easing (gli acquisti “diretti” di titoli pubblici da parte della Bce sono partiti il 9 marzo), l’economia europea ha già virato verso una ripresa dalle prospettive solide e durature. Parole che non si sentivano da anni, in quello che è stato il messaggio più positivo e ottimistico di Draghi

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dal suo insediamento. La crisi ci ha lasciato sì un’eurozona più piccola e acciaccata ma, nonostante il rischio geopolitico sia ancora alto sul fronte Grecia e confine orientale, gli economisti di Francoforte giurano che, grazie anche al calo del prezzo del petrolio, il peggio è passato e che ci solleveremo presto da stagnazione e deflazione. Il costo degli stimoli che avrebbero avviato questa inversione di tendenza è contabilizzato nei bilanci di Francoforte: quasi duemila miliardi di liquidità offerta a tassi praticamente nulli, un impegno massiccio sui mercati secondari per quei Paesi alle prese con lo spread impazzito, linee di liquidità emergenziali per decine di banche al collasso, fino al QE, che dovrebbe superare altri mille miliardi. Facile immaginare quanto non sia stato scontato convincere i Paesi del Nord Europa, Germania in primis, ad affrontare i rischi connessi a operazioni di questa portata, tuttavia la sintesi che pare aver messo d’accordo tutti è stata proprio nell’interesse comune per un euro più debole. La moneta unica, che poco prima del fallimento di Lehman scambiava con il dollaro a 1,60, ha oggi rotto al ribasso la soglia di 1,10; nel giro di settimane la parità sarà probabilmente questione di decimali e non è da escludersi un cambio addirittura sotto la pari entro fine anno se, come sembra, la Fed inizierà presto a rialzare i tassi di interesse. Manna per i traders europei, che potranno usare l’euro come valuta preferenziale per le loro operazioni di carry trade, strategia speculativa che comporta l’acquisto e il successivo investimento in valute di Paesi rispettivamente con bassi e alti tassi di interesse: se si aggiungono un disavanzo della bilancia commerciale e politiche di monetizzazione del debito per le valute di acquisto e prospettive di crescita stabili e dinamiche di allargamento del tasso di cambio per i Paesi obiettivo, queste strategie possono garantire a hedge fund e banche d’affari rendimenti anche a doppia cifra con rischi minimi. Negli ultimi anni, ad alimentare il carry trade verso lira turca, rand e rupie, è stato lo yen: oggi si registrano sempre più operazioni in euro, ma siamo sicuri che questo non ci spinga ancor di più nella spirale deflazionistica che stiamo vivendo, proprio come è avvenuto in Giappone negli ultimi vent’anni? ✱ todebate@gmail.com valori / ANNO 15 N. 127 / APRILE 2015


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