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Cooperativa Editoriale Etica Anno 12 numero 100. Giugno 2012. € 4,00 Poste Italiane S.p.A. Spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Trento Contiene I.R.

GIUSEPPE GERBASI / CONTRASTO

Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità

Finanza mafiosa Strumenti creativi per ripulire i tesori della criminalità organizzata Finanza > Nuove bolle immobiliari pronte a scoppiare: la crisi del mattone non è finita Economia solidale > La guerra non è un buon investimento, l’istruzione conviene di più | ANNO 12 N. 96 | FEBBRAIO 2012 | valori | 1 | potuto evitare Internazionale > Grecia fuori dall’euro. Una bomba che l’Europa avrebbe


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| editoriale |

Auguri Valori I nostri 100 passi di Fabio Silva

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L’AUTORE Fabio Silva È il presidente della Società Cooperativa Editoriale Etica, che edita Valori. È nato nel 1957 a Seregno. Ha tre figli. Oltre alle numerose esperienze nel campo sociale e del volontariato, è stato vicepresidente di Banca Popolare Etica (dal 2004 al 2010) e dal 2000 membro del CdA della stessa banca; componente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione S. Carlo; presidente della cooperativa Nazca per il commercio equo e solidale dal 1999; responsabile dell’ufficio Formazione Cisl Brianza (dal 1988 al 1996).

mmaginiamo che ciascuno di noi voglia raggiungere una meta che da tempo desidera e che sia terminato il tempo dell’attesa. Si rompono gli indugi e si diventa meno calcolatori. Si cercano gli strumenti e i modi per centrare l’obiettivo. Così è nato Valori, il giornale che avete tra le mani. Il bisogno di scrivere un racconto diverso dai soliti sull’economia e sulla finanza, ormai avvolti dalla stanchezza di avere informazioni a senso unico. Il bisogno di aiutare la diffusione di idee e riflessioni maturate nella esperienza concreta del fare. Il bisogno di non arrendersi di fronte agli eventi e comunicare che è possibile agire per la giustizia e la pace. I primi 30 passi sono stati come quelli di un bambino che sta imparando a camminare. Tentativi, barcollamenti, cadute. Ma anche coraggio, tenacia e, a volte, testardaggine, nella ricerca di una identità che nella mente era chiara, ma era più complicato riversarla in un giornale. Vi era la certezza che lo strumento Valori era giusto. I successivi 30 passi, quelli del consolidamento, hanno compreso nel loro muoversi esaltazione e sconforto, crescita e crisi, voglia di continuare e voglia di smettere. Sì, proprio come accade per la persona umana nella sua esistenza. E forse è lì che si capisce l’importanza di ciò che stai facendo. Gli argomenti che trattiamo non sono facili. A volte sono un po’ complicati da spiegare, ma la sfida sta nel cercare di farli comprendere. Gli ultimi 39 passi ci hanno portato a misurarci con la “crisi”. Andate a rileggerli. Noi potremmo dire senza smentita alcuna che l’avevamo scritto. Profeti di sventura? No, preferisco usare il termine gente di buon senso. Non ci sentiamo come coloro che parlano e scrivono nel deserto. In questi 99 passi abbiamo sentito che la coscienza e la sensibilità della gente sui temi finanziari è aumentata e che il velo dell’ipocrisia un po’ si è alzato. Devo ringraziare di cuore tutti coloro che hanno permesso e permetteranno l’esistenza di Valori: lettori, redazione, cooperativa editoriale. Nell’editoriale del numero 0 del giugno 2001 scrivevo: «Pochi mesi fa a Cirella, una frazione di Platì, alle pendici dell’Aspromonte, incontrai un gruppo di giovani calabresi per discutere di finanza etica. Mi raccontarono le loro idee, i loro progetti, i loro sogni. Volevano che la loro terra non fosse conosciuta solo per i fatti legati alla mafia. Una terra difficile e bella. Chiesero un aiuto finanziario per dare corpo alle loro speranze». Non li ho più visti, ma anche a loro dedichiamo il nostro sforzo. Forse è una casualità, o forse no: il centesimo passo torna a raccontarvi di mafia. Ne abbiamo parlato molte volte sulle pagine di Valori in questi anni: venticinque volte per essere precisi (le ho contate). Un tema che ci sta a cuore. La mafia che nasce e vive per l’interesse di pochi che schiacciano molti. Il cui denaro è frutto di attività illegali, immesso nel mercato attraverso connivenze finanziarie. La mafia che investe i suoi ingenti patrimoni senza nessun riferimento valoriale o etico. Il criterio unico è il guadagnare il più possibile senza guardare in faccia a nessuno. La mafia che evade le tasse ed esercita nelle aziende il potere del malaffare. La mafia che fonda la sua cultura sull’ignoranza. Il centesimo passo-numero di Valori è per tutti voi che ci leggete e che ogni giorno siete riparatori di giustizia. 

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giugno 2012 mensile www.valori.it anno 12 numero 100 Registro Stampa del Tribunale di Milano n. 304 del 15.04.2005 editore Società Cooperativa Editoriale Etica Via Napo Torriani, 29 - 20124 Milano promossa da Banca Etica soci Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Arci, FairTrade Italia, Mag 2, Editrice Monti, Fiba Cisl Nazionale, Cooperativa Sermis, Ecor, Cnca, Fiba Cisl Brianza, Federazione Autonoma Bancari Italiani, Publistampa, Federazione Trentina della Cooperazione, Rodrigo Vergara, Circom soc. coop.,Donato Dall’Ava consiglio di amministrazione Paolo Bellentani, Antonio Cossu, Donato Dall’Ava, Giuseppe Di Francesco, Marco Piccolo, Fabio Silva (presidente@valori.it), Sergio Slavazza direzione generale Giancarlo Roncaglioni (roncaglioni@valori.it) collegio dei sindaci Giuseppe Chiacchio (presidente), Danilo Guberti, Mario Caizzone direttore editoriale Mariateresa Ruggiero (ruggiero.fondazione@bancaetica.org) direttore responsabile Andrea Di Stefano (distefano@valori.it) caporedattore Elisabetta Tramonto (tramonto@valori.it) redazione (redazione@valori.it) Via Napo Torriani, 29 - 20124 Milano Paola Baiocchi, Andrea Baranes, Andrea Barolini, Francesco Carcano, Matteo Cavallito, Corrado Fontana, Emanuele Isonio, Michele Mancino, Mauro Meggiolaro, Andrea Montella, Valentina Neri grafica, impaginazione e stampa Publistampa Arti grafiche Via Dolomiti 36, Pergine Valsugana (Trento) fotografie e illustrazioni Lalo De Almeida, Carlos Lujan, DOD, UPI Photo, Giuseppe Gerbasi (Contrasto); Archivio Alce Nero & Mielizia; Claudio Moser; Tomaso Marcolla abbonamento annuale ˜ 10 numeri Euro 35,00 ˜ scuole, enti non profit, privati Euro 45,00 ˜ enti pubblici, aziende Euro 60,00 ˜ sostenitore abbonamento biennale ˜ 20 numeri Euro 65,00 ˜ scuole, enti non profit, privati Euro 85,00 ˜ enti pubblici, aziende come abbonarsi  carta di credito sul sito www.valori.it sezione come abbonarsi Causale: abbonamento/Rinnovo Valori  bonifico bancario c/c n° 108836 - Abi 05018 - Cab 01600 - Cin Z Iban: IT29Z 05018 01600 000000108836 della Banca Popolare Etica Intestato a: Società Cooperativa Editoriale Etica, Via Napo Torriani, 29 - 20124 Milano Causale: abbonamento/Rinnovo Valori + Cognome Nome e indirizzo dell’abbonato  bollettino postale c/c n° 28027324 Intestato a: Società Cooperativa Editoriale Etica, Via Napo Torriani, 29 - 20124 Milano Causale: abbonamento/Rinnovo Valori È consentita la riproduzione totale o parziale dei soli articoli purché venga citata la fonte. Per le fotografie di cui, nonostante le ricerche eseguite, non è stato possibile rintracciare gli aventi diritto, l’Editore si dichiara pienamente disponibile ad adempiere ai propri doveri.

GIUSEPPE GERBASI / CONTRASTO

| sommario |

Venti anni fa morivano i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi dalla mafia. Nel frattempo la criminalità organizzata è “evoluta”, si è internazionalizzata, e assomiglia sempre più a una multinazionale. Così, ha cominciato a sfruttare a piene mani i sistemi offerti dalla finanza “opaca” per riciclare il proprio immenso patrimonio.

globalvision

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fotonotizie

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dossier Finanza mafiosa Hedge Mafia Vademecum: come i criminali riciclano il denaro La malavita al tavolo verde L’illecito all’ombra dell’energia pulita Spazzatura preziosa. Il tesoro dell’ecomafia

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frontieralegalità

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finanzaetica Il mattone sulle montagne russe Una “bolla” lunga 40 anni Mercati e governance, il Vaticano rilancia Auto assicurata... a Gas

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iltraguardodivalori economiasolidale

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La sublime arte della pace Il dottor Stranamore è tornato “Quali valori ci uniscono?” Al via il censimento del mondo ecosol Il miele italiano in lotta contro pesticidi e sindrome cinese Il dumping di Pechino allarma gli apicoltori Moria delle api, è scontro sull’insetticida killer

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internazionale Effetto dracma, se Atene diventa Buenos Aires Un Paese tagliato a brandelli Intrigo internazionale nel Mediterraneo levantino Svelare i rischi delle sostanze chimiche senza test sugli animali

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consumiditerritorio altrevoci bancor action!

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chiusura in stampa: 23 maggio 2012 in posta: 29 maggio 2012

LETTERE, CONTRIBUTI, ABBONAMENTI, PROMOZIONE, AMMINISTRAZIONE E PUBBLICITÀ Il Forest Stewardship Council (Fsc) garantisce tra l’altro che legno e derivati non provengano da foreste ad alto valore di conservazione, dal taglio illegale o a raso e da aree dove sono violati i diritti civili e le tradizioni locali. Involucro in Mater-Bi®

Società Cooperativa Editoriale Etica Via Napo Torriani, 29 - 20124 Milano tel. 02.67199099 - fax 02.67479116 e-mail info@valori.it ˜segreteria@valori.it

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| globalvision |

Crisi europea

La ricetta di Stiglitz

U

di Alberto Berrini

(il 2 maggio scorso), dal titolo: “Oltre l’austerità; politiche alternative per l’occupazione e la crescita”. Secondo l’economista americano il dato inequivocabile è che le politiche di risanamento dei bilanci pubblici e le riforme, volute in primo luogo dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, non solo non hanno funzionato, ma rischiano di uccidere l’economia poiché conducono all’avvitamento “austerità-recessione”. Il concetto di risanamento implica spesso quello di spreco. Ma, secondo Stiglitz, il vero spreco è rappresentato da tutte quelle risorse, a partire da quelle umane (ossia la disoccupazione), che la crisi rende inutilizzabili. Il principale imputato di questo sperpero sono dunque le politiche d’offerta, emblema del trentennio liberista, che sembrano resistere alla controprova della crisi. Del resto, dice Stiglitz, «l’austerità da sola ucciderà il malato. Nessuna grande economia si è mai ripresa solo con questa medicina. Nei pochi casi in cui ha funzionato è stato per piccole economie e grazie a dei fattori sui quali l’Ue non può contare: la svalutazione o il boom economico di un Paese verso il quale si esporta». Serve un’altra politica economica, dal lato della domanda, che il neokeynesiano economista americano, sulla base del-

bero un ulteriore effetto positivo sulla crescita (a breve l’effetto è determinato dal costituire una spesa, ossia uno stimolo all’economia). • L’emissione di project bond, ossia obbligazioni finalizzate a finanziare investimenti pubblici per progetti di sviluppo. • Allo stesso obiettivo del punto precedente dovrebbe dedicarsi la Banca Europea degli Investimenti (Bei), ma in questo caso con iniziative in grado di attrarre i capitali dai privati. • Infine si può dimostrare che «è l’eccesso di disuguaglianza una delle principali cause della crisi e da lì si deve ripartire». Qualunque politica economica deve essere redistributiva, che operi dal lato della spesa (welfare state) o dal lato delle entrate (fisco). Conclude Stiglitz: «I terremoti accadono. Anche gli tsunami. Non è colpa nostra se accadono. Ma perché a queste tragedie dobbiamo aggiungere dei disastri causati da noi stessi? È criminale l’ignoranza di quanto è avvenuto nel passato, l’economia deve essere al servizio della gente, e non viceversa». Frasi di puro buon senso oltre che di alto valore morale, ma che ancora oggi faticano a trovare asilo in un’Europa ancora dominata dal Berlin consensus. 

TOMASO MARCOLLA / WWW.MARCOLLA.IT

na politica economica dogmaticamente ortodossa a una linea di austerità sta rischiando di condurre l’Europa – e poi il mondo – sul baratro della depressione. Per fortuna le ricette alternative esistono, purché si superi “l’agenda liberista” fondata sulla rigida combinazione di rigore e liberalizzazioni. È quanto sostenuto da Stiglitz in un seminario, svoltosi a Roma

«La sola austerità ucciderà il malato. Servono politiche espansive e investimenti» l’attuale scenario congiunturale europeo, sintetizza in cinque punti: • Una politica fiscale espansiva da parte della Germania. Questa economia ha, infatti, lo spazio di bilancio per stimolare la sua domanda interna. • Una politica fiscale espansiva da parte di alcuni Paesi europei, ma in questo caso finanziata da aumenti di tasse per non creare nuovo debito. Queste dovrebbero colpire i più ricchi, per evitare gli effetti recessivi (riduzione dei consumi) che gli incrementi fiscali hanno sui ceti meno abbienti. • Tali risorse dovrebbero essere indirizzate agli investimenti, in particolare in settori come l’educazione e la sanità che nel medio termine avreb-

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| fotonotizie |

Brasile, nelle favelas cibo in cambio di rifiuti

[A.Bar.]

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LALO DE ALMEIDA / CONTRASTO

Si chiama Cambio Verde il progetto che, nel suo piccolo, sta contribuendo a rivoluzionare la vita di migliaia di cittadini brasiliani. Lanciato nella città di Curitiba – capitale dello Stato di Paranà, grande centro urbano da 1 milione e 800 mila abitanti – costituisce una straordinaria opportunità per i suoi abitanti più poveri: quelli confinati nei ghetti sociali ed economici conosciuti in tutto il mondo con il nome di favelas. A loro è stato offerto uno scambio “alla pari”. A ciascun abitante è stato proposto di portare in uno dei 78 punti di raccolta realizzati dai promotori dell’iniziativa i propri rifiuti, avendo avuto cura di differenziarli in funzione della loro natura. La spazzatura viene quindi “barattata” con frutta e verdura fresche, provenienti rigorosamente solo dai produttori locali. Così, grazie alla raccolta settimanale, sono state recuperate 260 tonnellate di rifiuti, in cambio delle quali sono state distribuite 80 tonnellate di prodotti alimentari. La spazzatura “organica” viene successivamente trasformata in compost, utile come fertilizzante naturale. Mentre metalli, vetro, plastiche e carta vengono riciclati: a guadagnarci non sono dunque solo i poveri ma anche l’ambiente. Curitiba non è una città nuova a slanci ecologisti e a grandi innovazioni. È stata già insignita del titolo di “capitale verde” del Paese, grazie ai progressi sostenibili della propria rete di trasporto pubblico. Il tutto grazie a un lavoro portato avanti da anni dall’architetto Jaime Lerner, per anni sindaco della città, che ha commentato il successo di Cambio Verde sottolineando «la vocazione pedagogica» di simili iniziative, che dimostrano come «l’interesse individuale possa unirsi a quello collettivo».


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| fotonotizie |

Portland, la più grande città dell’Oregon con più di 600 mila abitanti, è quasi sempre ai primi posti delle classifiche dei centri urbani “verdi” degli Stati Uniti. Secondo l’indice “Future Metropolis” sviluppato da ZipCar/KRC Research è il quarto più ecologico degli Usa, dietro San Francisco, Seattle e Washington. Basti pensare che, grazie a una rete di trasporti pubblici efficienti e a 500 km di piste ciclabili, registra il 20% in meno di auto rispetto agli altri centri delle stesse dimensioni; che la raccolta differenziata tocca il 75%, e che il comune è stato il primo, nel 1993, ad adottare un piano di riduzione della CO2 (entro il 2030 punta a diminuire le emissioni del 40% e a produrre un quarto della propria energia da fonti rinnovabili). Non stupisce che proprio qui si stiano toccando punte di eccellenza anche nell’edilizia sostenibile. A Portland sono presenti 150 edifici certificati Leed (Leadership in Energy and Environmental Design), ma il progetto più ambizioso è certamente quello dell’Oregon Sustainability Center (Osc). Quando sarà completato (probabilmente alla fine del 2013) costituirà il primo esempio di immobile americano a “triplo zero”: zero emissioni, zero rifiuti, zero energia. Costruito interamente con materiali locali, l’Osc sarà infatti completamente autosufficiente sia per quanto riguarda l’elettricità che l’acqua. Unica nota stonata, il costo. Per questo “prototipo” saranno impiegati ben 67 milioni di dollari, ovvero 434 dollari per metro quadrato costruito: ancora troppo per ragionare in termini “commerciali”. Anche in Italia si sta facendo strada un nuovo concetto di edilizia. Particolarmente attivo è il Green Building Council Italia, associazione non profit che promuove il sistema di certificazione Leed, i cui parametri stabiliscono precisi criteri di progettazione e realizzazione di edifici salubri, energeticamente efficienti e a impatto ambientale contenuto. Criteri soddisfatti, ad esempio, dall’Energy Park di Vimercate e dalla scuola “Giacomo Floriani” di Riva del Garda. [A.Bar.]

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WWW.OREGONSUSTAINABILITYCENTER.ORG

A Portland il primo edificio a “triplo zero”


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Un uomo e una barca a remi (con una vela per quando il vento è generoso), da Londra a Istanbul, vogando tra Reno e Danubio per 5.200 chilometri via fiume, in sei mesi. Una gara sportiva? Non proprio. È più una sfida che Giacomo De Stefano ha lanciato a sé stesso. E un modo per raccontare un nuovo rapporto con la natura, con l’acqua, con i fiumi. Giacomo intende soprattutto lanciare dei messaggi: quello di «un’economia che non dipenda dal denaro – spiega – quello del rispetto e dell’importanza della natura e, in particolare, dell’acqua. La riscoperta di un modo lento di viaggiare, che rispetti i territori, l’ambiente e che sostenga le piccole economie locali». Quando abbiamo intervistato Giacomo, il 21 maggio, era a Novi Sad, in Bosnia. Ha cercato una spiaggia dove attraccare, con tanto di baretto dotato di wi-fi, per collegarsi su skype. È un viaggio in mezzo alla natura, ma in continua comunicazione con il mondo, con la rete. «Ogni giorno ricevo almeno 500 messaggi da ogni parte del mondo – racconta Giacomo – persone che mi comunicano solidarietà, curiosità, o che vogliono salire in barca con me». Sì, perché Giacomo accoglie volentieri ospiti sulla sua Clodia. Sul suo sito si trova l’invito per chi voglia “salire a bordo”. Ma la sua vera compagna di viaggio è Clodia, la barca a remi e vela, che ha contribuito a creare. È stata costruita da un maestro d’ascia e un folto gruppo di volontari nell’Art waiting room della Lago (www.lago.it), lo spazio creativo dell’innovativa azienda veneta di mobili e design che per tre mesi ha ospitato la costruzione di Clodia. «Alla base del mio progetto c’è il concetto di economia del dono, di Gift economy – spiega Giacomo – ho lavorato per anni nel mondo del denaro. Ho visto come riesce a rovinare le persone». Così in questa sua avventura ha scelto di perseguire l’idea del budget zero. Aziende private, amici, partner hanno lavorato con lui, gli stanno fornendo mezzi e idee per portare a termine un’avventura eccezionale. www.manontheriver.com [E.T] | 12 | valori | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 |

ANNA SANDRINI

Da Londra a Istanbul, a remi lungo i fiumi europei


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dossier

a cura di Andrea Barolini, Lorenzo Bodrero, Corrado Fontana e Valentina Neri

Hedge Mafia > 16 Vademecum: come i criminali riciclano il denaro > 18 La malavita al tavolo verde > 20 L’illecito all’ombra dell’energia pulita > 22 Spazzatura preziosa. Il tesoro dell’ecomafia > 24

Via D’Amelio: l’albero che ricorda il luogo dell’uccisione di Paolo Borsellino e della sua scorta


CLAUDIO MOSER

Finanza mafiosa La finanza offre alla mafia metodi perfetti per riciclare denaro “sporco”. Scoprirli è quasi impossibile. 140 miliardi di euro di fatturato solo in Italia che possono essere facilmente spostati e nascosti grazie a tecniche finanziarie creative


dossier

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Hedge Mafia di Andrea Barolini Beni confiscati alla mafia. In alto la “Cascina Arzilla”; a sinistra l’Agriturismo “Terre di Corleone”.

hi volesse una lezione di tecnica bancaria, capire il funzionamento degli investimenti internazionali più complessi o degli strumenti finanziari derivati ha due possibilità. Assistere a qualche lezione all’università o parlare con chi gestisce i capitali della mafia. La nostra, ovviamente, è un’esagerazione, e allo stesso tempo una provocazione. Ma rende l’idea del salto di qualità che le organizzazioni criminali hanno effettuato negli ultimi anni. Il motivo? Semplicissimo: i vecchi “canali” utilizzati dalle mafie per riciclare e far fruttare i propri introiti – controllo di negozi, imprese, aziende, contraffazione, ecc. – hanno cominciato via via a non essere più in grado di drenare l’infinita massa di capitali accumulati, che negli ultimi decenni hanno raggiunto cifre enormi.

C

Salute di ferro per Mafia Spa Secondo i dati contenuti nell’ultimo rapporto di Sos Impresa solo in Italia la criminalità organizzata costituisce oggi «il più grande agente economico nazionale, in grado di muovere un fatturato che si aggira intorno ai 140 miliardi di euro, con un utile superiore ai 100 miliardi». Impressionante anche il dato relativo alla liquidità: la mafia italiana ha attualmente in

La finanza sta diventando sempre più un canale privilegiato attraverso il quale le organizzazioni criminali possono nascondere, spostare, riciclare, far fruttare le immense quantità di capitali di cui dispongono. Agendo quasi indisturbate

cassa qualcosa come 65 miliardi di euro. A livello globale si stima che nel periodo 2000-2005 sia stato di quasi 1.600 miliardi di dollari all’anno il giro d’affari complessivo del crimine organizzato (vedi TABELLA ), ovvero il 4,3% del Pil di tutto il Pianeta. E i ricavi dei malavitosi sono da decenni in aumento in tutto il mondo. Un esempio di tale escalation arriva dagli Stati Uniti: nel rapporto Estimating illicit financial flows resulting from drug trafficking and other transnational organized crimes del dipartimento delle Nazioni Unite sulla droga e il crimine (Unodc) si sottolinea come il quantitativo totale degli introiti delle criminalità organizzate negli Usa sia passato da 49 miliardi di dollari all’anno del 1965 (il 6,8% del Pil statunitense) a 779 miliardi del 2000 (l’8% del Pil Usa). Per i criminali è emersa la necessità di qualcosa di molto, molto più grande per

NON SOLO UN AIUTO ALLE MAFIE: GLI EFFETTI DEL RICICLAGGIO SUI MERCATI L’attività di money-laundering (riciclaggio di denaro sporco), effettuata dalla criminalità sempre più attraverso i canali finanziari, comporta una vasta serie di “effetti collaterali” nei mercati. Ad essere distorti, secondo le analisi dell’Unodc, sono ad esempio i flussi di investimento, spesso “drogati” da immense quantità di denaro che compaiono improvvisamente nel sistema. Ma anche i prezzi (basti pensare al mercato immobiliare) e perfino i consumi, attraverso la maggiore liquidità presente nel sistema (con relative conseguenze anche sull’importexport). E ancora la competitività può risultare distorta e sleale; possono poi aumentare gli episodi di corruzione, verificarsi episodi di estrema volatilità di alcuni settori, o di distorsione delle statistiche con conseguenti possibili errori di valutazione da parte di governi e legislatori. Gli stessi istituti finanziari che accettano capitali sporchi, inoltre, possono risentirne fortemente: «Il denaro di provenienza

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illecita – sottolinea ancora l’Unodc – viene spesso ritirato improvvisamente o spostato da una piazza finanziaria all’altra, nell’ambito degli stessi processi di money-laundering». Il riciclaggio è dunque un problema dalle mille sfaccettature. La cui portata è ben comprensibile se si tiene conto delle cifre in ballo. Le movimentazioni di denaro riciclato attraverso canali finanziari sono stimate, nei 20 principali Paesi Ocse, in aumento dai 273 miliardi di dollari all’anno del 1995 ai 603 miliardi del 2006. Qualcosa come l’1,74% del Pil dell’area. A livello globale il Fondo monetario internazionale ha parlato di 600 miliardi solo legati ai capitali relativi al traffico di droga nello stesso anno. Altri studiosi hanno indicato cifre complessive comprese tra i 2 mila e i 2.500 miliardi di dollari all’anno, ovvero il 5-6% del Pil mondiale. Di questa quota, secondo l’Unodc circa 1.600 miliardi di dollari nel 2009 hanno preso vie di riciclaggio finanziarie.


LE 20 PRINCIPALI DESTINAZIONI DEL RICICLAGGIO DI DENARO SPORCO Stima del Fmi in miliardi di $ (2005) Percentuale globale

CANADA

REGNO UNITO

% 2,2

% 1,6

$ 33.000

$ 24.000

GERMANIA

%3 $ 45.000

% 1,7 $ 25.500

PAESI BASSI

CANADA %3 $ 45.000

% 1,9 $ 28.500

FRANCIA

BERMUDA

% 2,4

LUSSEMBURGO % 2,8 $ 42.000

$ 36.000

AUSTRIA LIECHTENSTEIN

SVIZZERA BAHAMAS % 2,3

% 2,1

ITALIA

$ 31.500

% 3,7 $ 55.500

$ 34.500

STATI UNITI

% 1,7 $ 25.500

% 18,9 $ 283.500

% 1,7 $ 25.500

% 1,6 $ 24.000

CITTÀ DEL VATICANO % 2,8 $ 42.000

SPAGNA

ROMANIA

% 1,2

% 3,1 $ 46.500

$ 18.000

CINA % 3,3 $ 49.500

ISOLE CAYMAN % 4,9 $ 73.500

gestire gli introiti del traffico internazionale di droga, del commercio illegale di armi, dell’usura, del contrabbando e della contraffazione, del racket della prostituzione, della corruzione o del cyber-crime. Qualcosa che fosse accessibile facilmente e in grado di garantire l’anonimato, magari con la possibilità di nascondere i capitali, sporchi, in Paesi lontani e farli torFONTE: R. W. BAKER, CAPITALISM’S ACHILLES HEEL: DIRTY MONEY AND HOW TO RENEW THE FREEMARKET SYSTEM, NEW JERSEY, 2005, P. 172 AND WORLD BANK, INDICATORS (FOR GDP)

HONG KONG

nare, puliti, attraverso canali legali. Bisognava, in una parola, sfruttare il mondo della finanza.

La finanza, un paradiso per il riciclaggio Tra piattaforme over-the-counter, dark pools, paradisi fiscali, prodotti finanziari sempre più complessi, transazioni sempre

BILANCIO MAFIA SPA - IN ITALIA

FLUSSI FINANZIARI ILLECITI NEL MONDO

Ricavi da traffici illeciti - traffico di droga - beni contraffatti - moneta contraffatta - traffico di esseri umani - contrabbando armi - contrabbando - racket

331 120 80 3 12 6 60 50

% del Pil mondiale 0,9% 0,3% 0,2% 0% 0% 0% 0,2% 0,1%

Ricavi da corruzione Ricavi commerciali - alterazione dei prezzi - trasferimento illecito dei costi - transazioni fittizie

30 700 200 300 200

Totale

1.061

min

più difficili da monitorare e società offshore che accettano denaro facilmente e senza fare domande, i canali offerti dal sistema finanziario globale sono perfetti per i malavitosi che vogliono riciclare, ripulire e far fruttare i proventi delle loro attività illegali (vedi VADEMECUM ). Scovare i flussi illeciti è un’impresa titanica. Lo stesso Unodc conferma nel suo rapporto che «il tasso di

549 200 120 4 15 10 100 100

% del Pil mondiale 1,5% 0,5% 0,3% 0% 0% 0% 0,3% 0,3%

0,1% 1,9% 0,5% 0,8% 0,5%

50 1.000 250 500 250

0,1% 2,7% 0,7% 1,3% 0,7%

2,9%

1.599

4,3%

max

IL VALORE DEI FLUSSI TRANSNAZIONALI DI “DENARO SPORCO”, ESPRESSI IN MILIARDI DI DOLLARI E IN PERCENTUALE RISPETTO AL PIL, RIFERITI AL PERIODO 2000-2005.

Valore della produzione (mld euro) 1. Ricavi delle vendite e delle prestazioni - ricavi da traffici illeciti

137,34 137,34 72,64 - traffico di droga - tratta e sfruttamento immigrazione irregolare - armi e altri traffici - contrabbando T.LE. - contrabbando animali esotici - contrabbando medicinali - altri traffici

65,00

- racket - usura

8,00 16,00

- furti, rapine e truffe

1,00

0,44 5,80 0,90 0,30 0,10 0,10

- ricavi da tasse mafiose

24,00

- ricavi da furti, rapine e truffe - ricavi da attività imprenditoriali

1,00 26,10

LE CIFRE ELABORATE DA SOS IMPRESA CORRISPONDONO A UNA STIMA GIUDICATA DA ALCUNI ESPERTI “AL RIBASSO”. TUTTAVIA OFFRONO UNA BASE DI VALUTAZIONE CONCRETA E ARTICOLATA DA CUI PARTIRE PER COMPRENDERE LA DIMENSIONE ECONOMICA DELLA MAFIA IN ITALIA. IL RAPPORTO, PUBBLICATO A GENNAIO 2011, FA USO DI DATI RIFERIBILI A PERIODI PRECEDENTI AL 2010.

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FONTE: R. W. BAKER, CAPITALISM’S ACHILLES HEEL: DIRTY MONEY AND HOW TO RENEW THE FREEMARKET SYSTEM, NEW JERSEY, 2005, P. 172 AND WORLD BANK, INDICATORS (FOR GDP)

$ %

FONTE: FRIEDRICH SCHNEIDER, THE FINANCIAL FLOWS OF TRANSNATIONAL CRIME: A PRELIMINARY SURVEY, OTTOBRE 2011

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dossier

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0

1990

300 mld $

779 mld $ 2000

2%

2,3%

224 mld $ 8%

206 mld $ 1995

2,8%

1985

595 mld $

1980

209 mld $

1975

471 mld $

1970

8%

100

3,6%

200

8,1%

342 mld $ 8,1% 209 mld $ 3,6%

1965

500 400 300

In % sul Pil In % sul Pil 196 mld $ 7% 78 mld $ 2,8%

600

Miliardi di $ (evasione inclusa) Miliardi di $ (evasione enclusa)

118 mld $ 7,2% 45 mld $ 2,7%

700

74 mld $ 7,1% 26 mld $ 2,5%

800

49 mld $ 6,8% 18 mld $ 2,5%

FONTE: UNODC

GLI INTROITI DELL’ATTIVITÀ CRIMINALE NEGLI USA (1965-2010)

2010

DOVE VANNO A FINIRE I SOLDI DEL RICICLAGGIO? USA, CAYMAN, ITALIA E ANCHE AL VATICANO I dati contenuti in un working paper firmato dall’economista Friedrich Schneider tracciano una mappa del riciclaggio mondiale che – contrariamente a quanto ci si possa aspettare – “premia” solo parzialmente i noti paradisi off-shore. Così il Paese che attrae maggiormente i capitali riciclati sono gli Stati Uniti, con ben il 18,9% del totale (dati del 2005). E solo al secondo posto ci sono le Isole Cayman (ma nettamente staccate al 4,9%). Quindi figurano la Russia (4,2%) e l’Italia (3,7%). Paesi, questi ultimi, che ricevono circa il doppio dei flussi di riciclaggio di una nazione come la Svizzera che, con il 2,1%, rimane staccata perfino da Città del Vaticano. Lo Stato-capitale della cristianità è all’ottavo posto, con il 2,8%.

identificazione nell’ambito degli sforzi contro il riciclaggio a livello globale rimane estremamente basso. Si può stimare che la quota di capitali sequestrati o congelati sia sensibilmente inferiore all’1% (forse addirittura attorno allo 0,2%) rispetto alla quantità complessiva di denaro che viene introdotta dal sistema criminale nei canali finanziari». «Difficilmente il problema potrà essere risolto con soluzioni nazionali», ha spiegato a Valori Friedrich Schneider, professore di Economia all’università Johannes Kepler di Linz (Austria). «Solo una forte organizzazione a livello internazionale, alla quale dovrà essere anche concesso il diritto di agire nei singoli Stati, potrà fronteggiare il problema».

Seguire i flussi di capitale è quasi impossibile Oggi dunque le mafie sanno che al 99% la loro attività di riciclaggio andrà a buon fine. Un quadro nefasto, confermato da Emile van der Does de Willebois, esperto della Banca Mondiale che ha diretto l’ini-

Vademecum: come i criminali riciclano il denaro I metodi utilizzati dal crimine organizzato per riciclare sono numerosissimi: di seguito dodici esempi tra i più diffusi negli ambienti mafiosi. Money transfer Si tratta del principale (e più semplice) strumento utilizzato per riciclare sfruttando il sistema finanziario e le numerose società (non bancarie) che consentono di inviare denaro in qualunque parte del mondo. Basta recarsi a uno sportello e disporre il trasferimento: in tal modo si possono facilmente nascondere le origini illecite dei capitali e spostare questi ultimi dove è più utile, magari in piccole tranches. Depositi bancari Per essere trasferiti più facilmente, spesso è utile depositare i capitali in normali conti correnti bancari. Ciò ovviamente comporta problemi per i malavitosi, che per aggirare i controlli sfruttano una serie di stratagemmi: tra questi anche i più banali, come l’intestazione a dei prestanome compiacenti. In tal modo i soldi depositati nei conti correnti restano apparentemente puliti.

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Ivts (Informal value transfer systems) È un sistema che opera al di fuori dei canali bancari tradizionali, avvalendosi di “alternative”, come quella del meccanismo “Hawala” (vedi ARTICOLO ). Si tratta di canali informali (spesso mascherati da negozi ma anche da semplici carte telefoniche) che hanno accesso ai sistemi finanziari e che consentono di inviare facilmente denaro (senza ovviamente chiedere nulla sulla provenienza dei capitali) in numerose giurisdizioni. Compresi i paradisi fiscali, nei quali di tali somme è facile far perdere ogni traccia. Traffico di capitali È uno dei metodi più semplici: i capitali vengono spediti o semplicemente trasportati (un esempio è la classica valigetta). Si tratta tuttavia di un sistema pericoloso per via dei controlli doganali (in tal senso spesso dà luogo ad episodi di corruzione): per questo oggi i criminali tendono a preferire canali telematici. Gioco d’azzardo Casinò, corse dei cavalli, scommesse e lotterie costituiscono un metodo particolarmente utilizzato. I riciclatori possono


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Per questo, si legge ancora nel rapporto StAR, «occorrono prevenzione, trasparenza, imposizione di nuove regole alle camere di commercio, aggiornamento delle informazioni in possesso degli organismi di vigilanza». «Al contrario, i governi hanno dimostrato un’evidente mancanza di determinazione», prosegue Schneider.

Dal money transfer ai sistemi “Hawala” E, anche se si avviassero azioni immediate, ci vorrà del tempo per ottenere i primi risultati. Intanto i malavitosi possono operare quasi indisturbati. Come? In svariati modi. Ad esempio attraverso la cosiddetta tecnica dello starburst, che consiste nel depositare il denaro in una banca fornendo istruzioni per “esplodere” il capitale e inviarlo a centinaia di altri istituti di credito, in decine e decine di centri finanziari. Si tratta, in parole povere, della politica delle banconote di piccolo taglio applicata alla finanza. Ancor più semplicemente, altrimenti, i “riciclatori” posso-

acquistare con denaro sporco ad esempio fiches nei casinò e convertirle in assegni puliti che possono essere facilmente depositati in una banca. Polizze assicurative I malavitosi possono acquistare polizze che prevedono il pagamento di un premio in un’unica soluzione. A quel punto possono decidere di liquidarle in anticipo rispetto alla scadenza contrattuale, anche se questo comporta il pagamento di una penale. Quest’ultima è infatti spesso modesta, e consente di ricevere in cambio certificati di deposito puliti. Un metodo economico e sicuro.

no acquistare con denaro sporco una polizza assicurativa che preveda il pagamento del premio in un’unica soluzione. Il contratto viene poi rescisso in anticipo (al prezzo di una penale) al fine di ricevere certificati di deposito. Puliti ed economici. «Ma si utilizzano sempre più anche strumenti complessi, in particolare derivati», spiega ancora Schneider. Fattore che contribuisce inevitabilmente a gonfiare le speculazioni. Non meno utilizzato è il sistema bancario informale, attivo soprattutto nel Medioriente dove è conosciuto come sistema “Hawala”. Si tratta di un meccanismo basato su soggetti che operano transazioni finanziarie senza licenza e dunque fuori dai controlli delle autorità. Entità che presentano il vantaggio di accettare non solo contanti e assegni ma anche beni come oro e diamanti. Senza identificare i clienti, senza registrare le operazioni e senza monitorare le transazioni effettuate, ovviamente. Un vero e proprio paradiso, per i malavitosi. 

Società “scudo” Un “classico” del money-laundering è la creazione di società ad hoc, con l’obiettivo di coprire gli spostamenti di capitale e farne perdere le tracce. Ciò è particolarmente utile nel caso in cui l’obiettivo sia far arrivare il denaro in paradisi fiscali, o comunque rendere difficile l’individuazione delle transazioni effettuate per spostarlo. Acquisto di beni Anche l’acquisto di beni durevoli così come di beni immobiliari è fortemente utilizzato: i beni (dall’oro ai diamanti alle auto) sono comprati tipicamente in contanti e rivenduti per denaro pulito, magari con l’aiuto di prestanome.

Titoli Anche l’acquisto di titoli viene sfruttato per riciclare, a patto di poterlo fare su piattaforme di compravendita accessibili in modo il più possibile anonimo. Così i malavitosi riescono ad assicurarsi anche il controllo di società, imprese e aziende giudicate “strategiche” per i loro business.

Carte di credito Sono utilizzate per sfruttare pagamenti effettuati con denaro sporco, e farli arrivare a destinazione “puliti”. Il sistema funziona anche e soprattutto per le piccole somme: si possono ad esempio ricaricare carte di debito con denaro sporco, effettuare gli acquisti fittizi e farli arrivare a destinatari “amici” perfettamente ripuliti. Oppure effettuare acquisti “reali” e poi sfruttare o rivendere tali beni.

Imprese I capitali possono essere riciclati attraverso il loro impiego in business apparentemente legittimi, mescolando denaro sporco ad altro pulito. Ciò soprattutto nel caso di attività “cash-intensive”, come nel caso, ad esempio, dei ristoranti o dei bar.

Bancomat Spesso le banche consentono ad altre aziende di operare con le loro reti di distributori automatici (per mantenere alto il flusso di liquidità). I riciclatori possono depositare così molti capitali, tramite prestanome, e ricevere banconote pulite ogni volta che prelevano il loro denaro.

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[FONTE: RIELABORAZIONE DI VALORI SUI DATI PUBBLICATI DA FRIEDRICH SCHNEIDER, THE FINANCIAL FLOWS OF THE TRANSNATIONAL CRIME: SOME PRELIMINARY EMPIRICAL RESULTS, AGOSTO 2011]

ziativa Onu Stolen Asset Recovery (StAR): «Garantire trasparenza alle strutture giuridiche deve ritornare a essere una priorità nazionale e internazionale. Ed è fondamentale al contempo che i governi rafforzino i loro sistemi di controllo e di inchiesta», ha spiegato in un comunicato con il quale, lo scorso ottobre, veniva presentato un rapporto dall’eloquente titolo The Puppet Masters (I burattinai). Nell’analisi vengono esaminati 150 casi giudiziari di corruzione, grazie alle testimonianze di decine di esperti provenienti da 33 Paesi. La conclusione è lapidaria: «Agenti pubblici corrotti e loro associati sfruttano le carenze giuridiche e istituzionali, nonché l’opacità di numerose fondazioni, società e fiduciarie, per dissimulare i legami con i capitali sporchi. Ciò rende l’identificazione dei responsabili, degli strumenti e delle strutture utilizzate particolarmente difficile». «Spesso si incontra una lunga catena, senza riuscire a risalirla interamente», constatava nel 2005 l’economista Loretta Napoleoni nel suo saggio Terrorismo Spa.


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La malavita al tavolo verde di Corrado Fontana

Terzo comparto industriale italiano e in fortissima crescita, a dispetto di ogni crisi: il gioco, lecito e illecito, ingrassa le mafie. E se lo Stato croupier incentiva il settore, le infiltrazioni criminali superano i controlli interesse delle organizzazioni mafiose e camorristiche per il gioco è aumentato quando lo stesso si è trasformato in una vera e propria impresa. Se prima i monopoli di Stato, infatti, avevano il compito di controllare e, nel caso, reprimere il gioco d’azzardo, la successiva trasformazione in azienda autonoma ne ha mutato l’obiettivo, divenuto quello di promuovere il gioco a scopo di lucro, su un mercato in espansione». In questa consi-

«L’

derazione, messa nero su bianco da Confesercenti in un documento presentato a un’audizione presso il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) nel maggio 2011, si trova una perfetta fotografia della situazione. Ragione economica criminale e di Stato convergono oggi pericolosamente, sebbene la prima agisca perlopiù a scapito della seconda. A ribadirlo nel gennaio del 2012 è stato il dossier Azzardopoli, pubblicato da Libera-Associazioni, nomi e numeri contro le

I BOSS SCOMMETTONO SULLA RETE Meno rischi e un allargamento potenziale smisurato della platea di giocatori: così la rete tende la mano agli interessi criminali. «Nell’ambito delle scommesse clandestine per via telematica, attraverso gli internet point, risulta evidente l’inserimento della criminalità organizzata, reso più agevole dalla circostanza che questa forma di scommessa viene esercitata attraverso bookmakers stranieri (privi di ogni autorizzazione da parte dell’Aams, Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato) con ulteriori difficoltà nello svolgimento dei controlli»: questo scrive Diana De Martino, sostituto procuratore nazionale antimafia, nel suo contributo (Infiltrazioni della criminalità organizzata nel gioco (anche) lecito) alla Relazione annuale della Direzione nazionale antimafia del 2010. Da allora qualcosa è cambiato. Nel senso che giochi on line come casinò e poker cash, da quando sono stati introdotti a metà luglio 2011 fino a gennaio 2012, hanno contribuito al business per circa 5 miliardi di euro, consentendo al settore dei giochi di abilità a distanza di chiudere il 2011 con un aumento del 169,9% sulla raccolta del 2010. E il 2010 si era già chiuso con una crescita della raccolta su internet del 40%. Gran parte del merito si deve proprio all’introduzione del poker cash, ovvero alla possibilità di giocarsi soldi reali e non solo virtuali attraverso il web (seppure con un limite iniziale fissato a mille euro). Il futuro, invece, si chiama betting exchange, cioè la scommessa integrale, in cui chiunque potrà quotare un evento su una piattaforma internet autorizzata: entro il 2012 lo Stato potrebbe emanare la normativa di avvio e all’interesse dichiarato da parte di soggetti come PosteMobile, Interwetten e Mondadori farà certo da “discreto” contraltare quello delle mafie.

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mafie, in cui si sottolinea un dato impressionante: «L’industria del gioco, secondo l’Eurispes, in Italia si colloca al terzo posto dopo colossi come Eni e Fiat».

Italia slot machine Contraddizioni spaventose per un Paese in recessione conclamata, eppure in vetta all’Europa e terzo al mondo tra quelli che giocano di più. Si pensi che ogni cittadino italiano, neonati compresi, spende in media 1.260 euro l’anno per tentare la fortu-

GIOCO CRIMINALE Così schematizzava la Confesercenti, in un’audizione presso il Cnel a maggio 2011, le sei principali pratiche attuate dalla criminalità organizzata per fare profitti sul comparto dei giochi, legali e illegali: 1. acquisizione in concessione, attraverso prestanome, di sale bingo e punti scommesse autorizzati; 2. imposizione ai commercianti del noleggio di videogiochi/slot machine – talvolta truccati – attraverso ditte controllate; 3. gestione di bische illegali e del gioco d’azzardo, promuovendo il toto e il lotto nero, e le corse ippiche clandestine; 4. inserimento nel settore del gioco d’azzardo on-line, in forte espansione e meno rischioso, in graduale sostituzione delle bische clandestine e del gioco nero; 5. riciclaggio del denaro sporco, anche attraverso l’acquisto fraudolento di biglietti di lotterie e giochi legali vincenti; 6. pratica di prestiti a usura nei confronti dei giocatori incalliti (raggiunti con particolare facilità all’interno delle bische e agenzie di scommesse o sale bingo controllate dai 4 gruppi criminali, ndr).


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A carte truccate Stato e criminali con interessi parzialmente comuni, quindi, ma che non agiscono allo stesso modo. I dieci miliardi che finirebbero annualmente in tasca alla criminalità organizzata ci arrivano lungo due vie principali. La prima corre

INTROITI DELLE MAFIE SUL GIOCO LEGALE E ILLEGALE Usura per gioco

16% 750 mln €

VALORE DEL MERCATO DEI GIOCHI IN ITALIA (2010)

Giochi a base ippica

Videolottery

0,8% 0,488 mld

1,9% 1.159 mld

Imposizione Slot machine

45,5% 2.160 mln €

7,5% 360 mln € 15% 720 mln €

attraverso un’infiltrazione sistematica nei canali del gioco lecito, utilizzando ad esempio prestanome che gestiscono sale Bingo o punti scommesse autorizzati e concessioni per il gioco on line, oppure imponendo agli esercizi commerciali il noleggio dei “propri” videopoker, magari truccati per impedire la trasmissione telematica delle giocate all’Aams. E poi acquistando – talvolta dietro minaccia – biglietti vincenti di lotterie e concorsi per giustificare e riciclare il denaro “sporco”, o manipolando l’esito delle corse ippiche e le scommesse collegate. La seconda via è quella per cui le mafie fanno concorrenza al gioco legale con quello clandestino (toto e lotto nero, bi-

Poker e Skill games

2,6% 1.586 mld Giochi numerici 13,8% Bingo 8.418 mld 2,6% 1.586 mld

Riciclaggio

7,6% 360 mln €

0,8% 0,488 mld

Giochi a base sportiva

Bische, lotto e toto nero, corse ippiche illegali

Concessioni sale

Giochi a base ippica

NewSlot

1% 0,610 mld

39,7% 24.217 mld Lotteria

Lotto

18,3% 11.163 mld

19,3% 11.773 mld

sche, ecc.), attraverso cui alimentano i circuiti dell’usura, e controllano “macchinette fantasma” e truccate oppure organizzano corse di cavalli e scommesse clandestine. Sta di fatto che nel 2011 sono state ben dieci le Procure della Repubblica e direzioni distrettuali antimafia che hanno effettuato indagini sul settore (Bologna, Caltanissetta, Catania, Firenze, Lecce, Napoli, Palermo, Potenza, Reggio Calabria, Roma). E 22 le città dove, nel 2010, sono state effettuate indagini e operazioni delle Forze di Polizia in materia di gioco d’azzardo, con arresti e sequestri direttamente collegati al crimine organizzato: camorra, ’ndrangheta, Sacra Corona Unita e Cosa Nostra sono tutte presenti. 

QUANDO LE MAFIE FANNO IL LORO GIOCO Lecce chiama... Un gigantesco giro di scommesse illecite, dalla Puglia alla Lombardia passando per Calabria, Sicilia, Campania, Abruzzo, Emilia Romagna, Lazio, Liguria e Toscana. Questa la tesi dalla Guardia di Finanza di Lecce per un’indagine avviata nel 2008 e denominata “Poker 2”. Scattata a metà luglio 2010 con una serie di perquisizioni in tutta Italia, l’inchiesta vedrebbe al centro Saulle Politi, affiliato al clan Tornese della Sacra Corona Unita e già condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso e la sua società Go Go Games. Promotrice del giro di scommesse, pur senza le dovute autorizzazioni dell’Aams, sarebbe stata però la società di capitali Gold Bet, con sede legale a Innsbruck, che tuttavia ha sempre smentito qualsiasi contatto con Politi, dichiarandosi vittima e non complice del sistema illegale di raccolta di scommesse on line, che riguardava eventi sportivi e sfruttava una rete di 500 agenzie in Italia. ... Milano risponde L’ultima inchiesta significativa che lega il settore dei giochi alla criminalità organizzata è partita lo scorso 30 novembre a Milano, coordinata dal pool di Ilda Boccassini. Il clan ValleLampada, tramite quattro società, avrebbe collocato 347

macchinette, tra slot machine e videopoker, in 92 locali di Milano e provincia, con ricavi tra i 25mila e i 50mila euro al giorno. Peccato che le macchinette installate siano risultate fuori norma e ai Monopoli venissero trasmessi dati falsi sulle giocate. Atlantis sommersa Vicenda dai contorni poco chiari è quella che riguarda la società Atlantis Bplus Giocolegale limited, vincitrice di una gara d’appalto con l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato e già oggetto d’indagine per le slot machine irregolari e destinataria di uno “strano” finanziamento da parte di Bpm per il quale è indagato l’ex presidente Massimo Ponzellini. Il problema nasce dal fatto che la Atlantis, risalendo la catena di controllo, farebbe capo – attraverso una società offshore con sede a Saint Martin (Antille Olandesi) – a Carmelo Maurizio e Francesco Corallo, figli di Gaetano Corallo, condannato per reati di criminalità organizzata e legato al clan mafioso di Nitto Santa Paola. Il direttore dei giochi dell’Aams Antonio Tagliaferri ha difeso l’operato dell’istituto per l’avvenuta concessione ad Atlantis dicendo di avere interessato la Prefettura di Roma al riguardo, la quale avrebbe risposto che la società è comunque in regola con i requisiti della legislazione antimafia. | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 | valori | 21 |

FONTE: I GIOCHI DELLE MAFIE - GLI INTERESSI DELLE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI NEL MERCATO DEL GIOCO RAPPORTO CONFESERCENTI, PRESENTATO IN AUDIZIONE AL CNEL NEL MAGGIO 2011

na, tra videopoker, slot machine, Gratta e vinci, sale Bingo; e che sono 800 mila i giocatori d’azzardo patologici stimati (quasi due milioni quelli a rischio), per un fatturato legale complessivo del settore giunto a 76,5 miliardi di euro nel 2011 (53 miliardi nel 2009, 60 miliardi nel 2010). Una quantità enorme di risorse cui si aggiunge il giro d’affari illecito valutato, per difetto, in altri dieci miliardi di euro, che rafforzano una quarantina di organizzazioni criminali: questi clan, scrive Libera, «si accreditano ad essere l’undicesimo concessionario occulto dei Monopoli di Stato». Dando invece per assoluta la trasparenza delle dieci società concessionarie ufficiali, sebbene talvolta facciano perdere le tracce dei loro proprietari attraverso un sistema di scatole cinesi e fiduciarie con sedi all’estero (vedi Report, 8 maggio 2011, I biscazzieri di Sigfrido Ranucci).


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L’illecito all’ombra dell’energia pulita di Valentina Neri

Il business delle rinnovabili è un ottimo strumento per riciclare denaro sporco. Colpa anche di incentivi concessi sulla base di norme “opache” e di una pesante burocrazia. Il progetto Score indaga i retroscena di pale eoliche e pannelli fotovoltaici. Numerose le indagini in corso (e gli arresti) da Nord a Sud rmai è appurato: la strada irrinunciabile per l’approvvigionamento energetico passa per le fonti rinnovabili. Se ne è accorta anche la criminalità organizzata, che, si sa, da sempre si dirige dove ci sono guadagni. Un business come quello dell’eolico e del fotovoltaico, sostenuto dagli incentivi e in rapidissima ascesa, non poteva che costituire un’opportunità per riciclare capitali di provenienza illecita e innestarsi sempre più profondamente nei gangli dell’economia reale. Proprio per riconoscere questi rischi e affrontarli al meglio sono nati due progetti: Score (Stop crimes on renewables and environment), promosso dalla Commissione europea e coordinato dalla Fondazione Culturale Responsabilità Etica, e Green Clean Market, condotto da una cordata di soggetti con Transparency International Italia come capofila (vedi BOX ).

O

Un sistema che favorisce infiltrazioni La storia è nota. Fra il 2006 e il 2007 l’Italia è salita, con un certo ritardo, sul treno delle rinnovabili. E si è trovata a correre con gli incentivi: molto alti e distribuiti “a pioggia”, senza la guida di un piano energetico nazionale. «Tanto è vero – afferma Lorenzo Segato, responsabile del | 22 | valori | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 |

centro di ricerca Rissc (Centro ricerche e studi su sicurezza e criminalità) – che quasi tutti hanno costruito gli impianti al Sud dove, a parità di incentivi, il rendimento è maggiore». Trascurando però il forte radicamento delle organizzazioni criminali. Così come il fatto che, in molti casi, i piccoli centri non fossero preparati a trattare con i colossi industriali per ottenere il meglio per il proprio territorio. Sono arrivati così enormi capitali. Un fattore di per sé positivo, che ha favorito la transizione verso un sistema energetico più “pulito”. Ma, spiega Segato, «importanti progetti ideati in Italia sono stati ceduti a multinazionali straniere, che a loro volta li hanno venduti a fondi d’investimento che raccolgono capitali provenienti, ad esempio, da Dubai o dalla Svizzera. Così non si riescono più a tracciare i flussi finanziari». Una situazione che può fare comodo a chi vuole riciclare capitali di provenienza illecita. Gli incentivi, d’altra parte, sono stati erogati sullo sfondo di un sistema normativo caratterizzato da quelle che Score descrive come «vischiosità amministrative, complesse procedure di autorizzazione, mancanza di chiarezza nella suddivisione delle competenze tra i numerosi enti pubblici interessati». Sono diversi gli elementi critici su cui Score punta l’attenzione: come il mecca-

nismo delle aste al ribasso per l’attribuzione degli incentivi, disposto dal decreto Romani, che rischia di favorire chi ha denaro da riciclare. Senza contare i ritardi. La direttiva europea 2001/77/CE sulle autorizzazioni per i nuovi impianti è stata recepita nel mese di settembre del 2003: ma per sette anni non sono state stabilite le linee guida nazionali. Si è così diffusa, fino al 2010, l’abitudine di “frazionare” i progetti di grandi dimensioni in tanti impianti più piccoli, in modo da ottenere le autorizzazioni tramite la Dia (Dichiarazione di inizio attività). Vale a dire una procedura semplificata. E con meno controlli. Di fronte ad aziende e pubbliche amministrazioni in difficoltà, si è fatta avanti una figura che rappresenta un unicum italiano: l’intermediario o sviluppatore, che trova i terreni, ottiene le autorizzazioni e fornisce le materie prime «in tempi brevi e con dinamiche di caratura quantomeno sospetta». In molti casi, spiega Mauro Meggiolaro, coordinatore scientifico di Score, ciò accade «creando srl in serie con capitale molto limitato, per poi rivenderle a milioni di euro» a imprese o fondi d’investimento. Gli strumenti di indagine da parte delle autorità, per giunta, sono «molto deboli – afferma Segato – perché quasi sempre si parte da indagini per abuso d’ufficio».


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SPAZIO ALLE BUONE PRATICHE Contro il rischio infiltrazioni mafiose nel campo delle rinnovabili si fanno avanti le buone pratiche. La regione Puglia ha messo in campo un sistema informativo di mappatura degli impianti sul territorio, usato come base per verifiche approfondite sui lavori. La regione Sicilia ha siglato accordi col ministero degli Interni, Confindustria e Guardia di Finanza, in modo da unire le forze contro le infiltrazioni. «Bisogna andare oltre l’idea del contrasto – conclude Simone Grillo dell’Associazione Valore Sociale – per puntare allo sviluppo corretto delle rinnovabili. Legalità nelle rinnovabili significa trasparenza nella pubblica amministrazione, tutela dell’ambiente, sviluppo sostenibile, recupero di aree dismesse o sotto-utilizzate, lotta ai reati amministrativi e finanziari. Siamo partiti con un rischio e ci troviamo in mano un’opportunità».

Indagini e arresti Le indagini della Direzione investigativa antimafia (Dia), riportate nel rapporto di Score, dipingono episodi dai contorni preoccupanti. Come l’operazione Eolo, che ha già portato all’arresto di otto persone nella provincia di Trapani: si sospetta che alcuni politici e imprenditori abbiano affidato alla criminalità organizzata i lavori di scavi, movimento terra e fornitura di cemento per impianti eolici, garantendole centinaia di milioni di euro, oltre ai finanziamenti pubblici. Nel mirino della Direzione distrettuale antimafia di Lecce è finito invece il business del fotovoltaico pugliese: quindici gli arresti disposti dal Gip del tribunale di Lecce e dalla procura di Brindisi. Gli arrestati sono sospettati di aver costretto decine di extracomunitari a lavorare nella costruzione di parchi fotovoltaici, con turni massacranti e per due euro all’ora, in una totale assenza di tutele. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti si tratterebbe solo dell’ultimo anello di una complessa catena di interessi che gettano ombre sul boom del fotovoltaico pugliese. In linea generale le organizzazioni criminali seguono diversi filoni. «Mentre al Sud tendono a corrompere il politico locale di turno per avere il controllo del

SCORE E GREEN CLEAN MARKET: LEGALITÀ E RINNOVABILI Score: Stop crimes on renewables and environment. Con questo acronimo si presenta il progetto promosso dalla Commissione europea e coordinato da Fondazione Culturale Responsabilità Etica, che individua nella filiera delle rinnovabili e del legno i “punti deboli” che mettono a rischio di infiltrazioni criminali, prende in esame le best practices e le porta all’attenzione di aziende e istituzioni. Numerosi i partner: Arci Lombardia, Associazione Saveria Antiochia Omicron, Associazione Valore Sociale, Banca Popolare Etica, la cooperativa Centro di iniziativa europea, Fsc Italia e il dipartimento Territorio e Sistemi agro-forestali dell’università di Padova. La relazione è stata presentata il 26 maggio a Firenze, in occasione di Terra Futura. A promuovere la collaborazione fra mondo accademico, pubblico e privato per individuare le migliori soluzioni per promuovere la legalità sono anche i ricercatori di Green Clean Market (www.greencleanmarket.org). Si tratta di un progetto selezionato e finanziato da Siemens nell’ambito della sua Integrity Initiative: intrapreso alla fine del 2010, proseguirà per circa tre anni. Capofila è Transparency International Italia, affiancata dal centro di ricerca Rissc, dal ministero della Funzione pubblica e da altri partner (da Legambiente al World Energy Council, e altri ancora).

territorio, al Nord cercano di capitalizzare il loro potere economico e la loro liquidità attraverso il controllo delle aziende», sintetizza Lorenzo Segato, del centro di ricerca Rissc, partner di Green Clean Market. Bisogna comunque evitare di cadere in generalizzazioni. «Si tratta di patologie, eccezioni, casi isolati. Non si può dire che quello delle rinnovabili sia un settore criminale», chiarisce Mauro Meggiolaro. E Lorenzo Segato precisa: «Sui 480 impianti eolici italiani, le indagini aperte su problemi di corruzione o infiltrazione mafiosa attualmente sono 17». E le sentenze definitive non sono ancora arrivate.

E in Europa? Ma quello italiano è un caso isolato? «Sul rischio d’infiltrazione ci sono indagini, o se non altro segnalazioni, anche in Spagna e nei Paesi dell’est», spiega Simone Grillo dell’Associazione Valore Sociale, che collabora al progetto Score. L’Unione europea ha dato un segnale importante, dotandosi di una Commissione parlamentare antimafia che ha già chiesto il pieno e adeguato recepimento da parte di tutti gli Stati membri della direttiva 2008/99/CE sulla tutela penale dell’ambiente. L’Italia l’ha recepita nel 2011 ma, spiega Grillo, «si può migliorare, soprattutto dal punto di vi-

sta delle sanzioni». La soluzione ventilata dai magistrati antimafia è una: «inserire nel codice penale un titolo autonomo sui reati ambientali». Servono cambiamenti radicali, dunque. «Però – conferma Grillo – la strada si sta tracciando». 

LIBRI

Attilio Bolzoni Uomini soli Melampo, 2012

Gian Carlo Caselli Assalto alla giustizia Melampo, 2011

Francesco Ceniti La Nazionale contro le mafie Ega, 2012

Don Luigi Ciotti La speranza non è in vendita Ega, 2011

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| finanza mafiosa |

Spazzatura preziosa Il tesoro dell’ecomafia di Lorenzo Bodrero

Dal camorrista imprenditore all’imprenditore camorrista. Uomini d’affari apparentemente impeccabili aprono le porte ai clan mafiosi. Fa gola il business dei rifiuti: 3,3 miliardi di euro. E l’ecomafia si evolve: dalla discarica al riciclo i getti monnezza ed esce oro». La celebre frase di un camorrista, intercettata dagli inquirenti ormai vent’anni fa, deve essere risuonata particolarmente familiare ad Antonello Pianigiani. Il noto imprenditore, presidente della Pianigiani Rottami e del Poggibonsi Calcio, è tra gli arresti eccellenti dell’operazione Transformers, l’ultima in ordine di tempo sul traffico illecito di rifiuti. Le manette sono scattate lo scorso 13 marzo, all’interno dell’operazione coordinata dai Carabinieri del Noe di Grosseto, partita da Siena ed estesa a mezza Italia: Toscana, Puglia, Umbria, Emilia Romagna, Lazio e Molise. Non si trattava esattamente di

«C

LIBRI Giulio Cavalli Nomi, cognomi e infami Edizioni Ambiente (verdenero), 2010

Antonella Mascali (a cura di) Le ultime parole di Falcone e Borsellino Chiarelettere, 2012

Alex Corlazzoli L’eredità. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. 1992-2012: le loro idee camminano sulle nostre gambe Altreconomia, 2012

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“monnezza” bensì di rifiuti provenienti dalla rottamazione di veicoli, che venivano poi utilizzati dalla Pianigiani Rottami come base per la produzione di combustibile derivato dai rifiuti (Cdr). Il Cdr contiene sostanze dannose per la salute e per l’ambiente, ma veniva classificato come non pericoloso dall’azienda, che secondo gli inquirenti innescava così un traffico illecito di rifiuti pericolosi. Un giro d’affari da 5 milioni di euro per un totale di 50 mila tonnellate trafficate illegalmente e destinate alle discariche di tutta Italia.

L’imprenditore camorrista L’accusa ai danni di Pianigiani è di traffico illecito di rifiuti pericolosi e di associazione a delinquere. Ma i rifiuti non erano prerogativa delle nostre mafie? Secondo gli inquirenti e gli esperti del settore la figura del “camorrista imprenditore” si è ormai estinta. Il ruolo di primo piano in questo lucroso traffico illecito, capace di generare un fatturato di 3,3 miliardi di euro nel 2010 (secondo il Rapporto Ecomafia 2011 di Legambiente), è oggi ricoperto dall’ “imprenditore camorrista”. Si tratta di imprenditori a tutti gli effetti, titolari di aziende regolarmente registrate con partita Iva, che pagano le tasse e stipendiano i propri dipendenti e che all’apparenza hanno bilanci trasparenti. La crisi o la prospettiva di ingenti guadagni apre crepe in cui si insinua il clan mafioso. L’imprenditore camorrista è «uno che sta a disposizione

del clan», come lo descrive il pentito Gaetano Vassallo. «Mentre 20-30 anni fa il camorrista si dedicava anche a questo ambito economico – spiega il sostituto procuratore presso il Tribunale di Napoli, Maria Cristina Ribera – oggi ci troviamo di fronte a soggetti che formalmente non hanno nessun contatto con la criminalità organizzata. Il rapporto tra i due è molto complesso e molto spesso è assai difficile dimostrarlo giudiziariamente». Si complica quindi il contrasto alla criminalità organizzata nel settore delle imprese, anche perché spesso sono realtà che non hanno incontrato difficoltà nell’ottenimento del certificato antimafia. C’è poi il caso in cui un unico soggetto racchiuda i ruoli di mafioso, imprenditore e politico. Un soggetto in grado di tirare i fili di un sistema criminale quasi perfetto.

APPUNTAMENTI 16-29 luglio 2012 OLE - OTRANTO LEGALITY EXPERIENCE Lecce e Otranto Appuntamento con la terza edizione del forum internazionale incentrato sulla criminalità organizzata organizzato da Flare Network e Libera e finanziato dalla Regione Puglia. Traffico di armi, di droga e le contromisure europee in atto saranno le tematiche al centro dei seminari. Quest’anno il forum sarà diviso in tre parti. La prima, Summer School, è aperta a studenti universitari e all’ottenimento di crediti formativi. La seconda, Summer Camp, è aperta a tutti previo pagamento di una simbolica quota di iscrizione. È invece aperta al pubblico l’ultima parte, il Public Forum. Per iscriversi e per informazioni www.ole2012.org.


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È l’accusa che muove la procura antimafia di Napoli contro Nicola Cosentino, «rinviato a giudizio alla fine del 2010 per concorso esterno in associazione mafiosa: sottosegretario all’Economia, imprenditore del settore degli idrocarburi, sponsor politico del Consorzio dei rifiuti Caserta4 e, secondo i magistrati, legato al clan dei Casalesi, fazione Bidognetti».

A destra l’Agriturismo “Portella della Ginestra”; sotto la Calcestruzzi Ericina Libera. Beni e terreni confiscati alla mafia

I nuovi attori Ma le ecomafie del terzo millennio sono anche e soprattutto costituite dai colletti bianchi: imprenditori, ingegneri, avvocati, funzionari pubblici e notai in grado di mettere in campo un know-how tecnico e una rete di relazioni – nel mondo imprenditoriale e politico – indispensabile. E se gli attori cambiano pelle, anche le rotte si spostano. Il Rapporto Ecomafia 2011 di Legambiente ha evidenziato come la tipica direttrice lineare nord-sud sia ora affiancata da una rotta circolare, capace di coinvolgere tutte le regioni italiane, a eccezione – per ora – della Valle d’Aosta. È così che, per esempio, i rifiuti pugliesi finiscono in Emilia Romagna, come rivelato dall’operazione Clean cars nel maggio 2010. L’ecomafia dunque si sta evolvendo, anche nella tendenza ad abbandonare il modello delle megadiscariche abusive e puntare maggiormente sulla filiera del riciclo. È, infatti, piuttosto alta l’attenzione mediatica e sociale sul traffico di rifiuti, le discariche abusive danno nell’occhio e le conseguenze sulla salute delle popolazioni limitrofe accendono riflettori che gli ecocriminali non vogliono. E, se intere zone dell’Italia sono sature di rifiuti e definitivamente compromesse – è il caso del “triangolo della morte” dell’agro nolano, tra i comuni di Nola, Acerra e Marigliano, dove l’indice di mortalità per tumore al fegato ogni 100 mila abitanti sfiora il 35,9% per gli uomini e il 20,5% per le donne, rispetto a una media nazionale che è del 14% – allora spesso conviene portare i rifiuti oltre i confini nazionali. Intere navi cargo, colme di rifiuti, salpano dai porti di Taranto, Venezia, La Spezia, Napoli, Trieste e Ancona (per citarne solo alcuni) dove nel solo 2010 le dogane hanno sequestrato oltre 11.400 tonnellate di rifiuti. 

A CACCIA DI ECOCRIMINALI Dal 2002, con l’introduzione dell’articolo 260 nel codice penale, è possibile perseguire gli ecocriminali per reato di “traffico organizzato di rifiuti”. Sono 1.199 le persone arrestate dal 2002 a febbraio 2012, 679 le aziende coinvolte e 191 le inchieste aperte nello stesso periodo per traffico illecito di rifiuti. «Il 260 è l’unico delitto che prevede una pena che consente l’arresto di ecocriminali. Il bilancio fino ad oggi è molto positivo, pari solo all’introduzione del reato di associazione mafiosa», afferma il procuratore Donato Ceglie, per anni in prima fila nella lotta alle ecomafie, secondo cui, come accade per il contrasto ai clan mafiosi, un efficace contrasto «può avvenire colpendo le società che delinquono e i loro capitali. In questo senso è entrata in vigore una nuova norma impostaci dall’Unione europea che prevede la responsabilità delle persone giuridiche per gli ecocrimini. È di per sé importante, ma è necessario che qualcuno la faccia rispettare tramutandola in legge ufficiale». Maria Cristina Ribera, sostituto procuratore presso il Tribunale di Napoli, afferma che «da una semplice risposta di tipo contravvenzionale, grazie all’articolo 260 siamo passati all’utilizzo di intercettazioni telefoniche, all’emissione di misure cautelari e di rogatorie internazionali. Addirittura, applicando l’articolo 7 possiamo ora perseguire l’aggravante di agevolazione mafiosa». Le risposte di tipo repressivo contro gli ecocriminali possono però ancora migliorare. Donato Ceglie auspica un «maggiore coordinamento tra le procure», mentre Maria Cristina Ribera individua «nella prescrizione e nella scarsezza di mezzi e personale a disposizione» i pericoli più concreti. Senza dimenticare che le autorizzazioni per gli impianti di recupero dei rifiuti si basano su autocertificazioni, che quindi si prestano facilmente a falsificazioni. «Per come è impostato il sistema – conclude Ribera – i costi per un impianto in regola sono assai superiori rispetto ai possibili ricavi, dunque delinquere rimane la strada più logica da seguire in un business in cui, ancora oggi, i guadagni sono altissimi e i rischi di sanzioni molto bassi».

UN TESORO SULLE RUOTE Sono circa 80 mila le tonnellate di pneumatici fuori uso (Pfu) che ogni anno spariscono nel nulla, circa un quarto del totale di pneumatici immessi in commercio. Sono i dati raccolti da Ecopneus, società consortile senza scopo di lucro creata nel 2009 per monitorare il rintracciamento, la raccolta, il trattamento e la destinazione finale dei Pfu in Italia. Il 7 settembre 2011 è entrato in vigore il sistema di gestione di Ecopneus su tutto il territorio nazionale. «I fenomeni di abbandono a cui siamo stati abituati fino a qualche mese fa andranno a ridursi drasticamente fino a scomparire, grazie a un sistema informatico innovativo che traccia il percorso del rifiuto dal punto della sua generazione fino all’impianto di recupero», fa sapere la società. Abbandonati in campagna, adoperati come materiale comburente o trasportati, illegalmente, oltreoceano: sono questi i destini più frequenti a cui vanno incontro gli pneumatici italiani. Cina, Hong Kong, Malesia, Russia, India, Vietnam, Egitto, Ghana, Nigeria, Senegal, Grecia, Turchia, Marocco sono le destinazioni principali. Un traffico enorme che, insieme al ciclo illegale dentro i confini italiani, è capace di generare un danno economico complessivo per le casse dello Stato tra il 2005 e il 2011 di circa 2 miliardi di euro.

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| frontieralegalità |

Corruzione

Giustizia e politica ma soprattutto etica

A

di Enzo Balboni*

Pur senza dare ad alcune indagini statistiche un peso superiore ai loro meriti, avrà tuttavia un senso osservare che, nella rassegna internazionale che classifica i Paesi in base alla trasparenza e, in negativo, all’indice di corruzione, l’Italia occupa un posto lontanissimo dai primi classificati – Paesi virtuosi come quelli del Nord Europa e, addirittura al terzo posto, Singapore – così da consolidare (forse più negativamente di quanto non meritiamo) un’immagine da Paese del Terzo mondo. Il fatto è che, dopo i mesi nei quali scoppiò una giusta e generalizzata indignazione verso le pratiche corruttive e i conseguenti arricchimenti, come è accaduto per la vicenda di Tangentopoli nei primi anni ’90, la risposta legislativa è stata più apparente che reale. Anzi, a dire il vero, alcune misure, adottate specialmente dal 2001 in poi dai governi presieduti da Silvio Berlusconi (soprattutto l’attenuazione della repressione penale del falso in bilancio e l’abbreviazione delle prescrizioni), hanno dato l’impressione che la lotta alla corruzione non fosse tra i primi obiettivi dell’agenda, sia legislativa che amministrativa, della comunità nazionale. È anche noto che la presenza di diffuse pratiche corruttive tiene lontane

zazioni preventive e di numerosissimi adempimenti e controlli formali, il potenziale investitore non mette soltanto in conto una dose fisiologica di “mance” da elargire agli amministratori e impiegati pubblici, ma vere e proprie “tangenti”, la cui esosità, all’inizio degli anni ’90, diventò tale da mettere fuori mercato le imprese che erano costrette a subirle. Ritualmente si fanno a questo punto i paragoni tra il costo di alcune emblematiche opere pubbliche – autostrade, ferrovie veloci e/o metropolitane, grattacieli e lottizzazioni – quando queste siano progettate ed eseguite in Italia piuttosto che in altri Paesi europei, laddove questi ultimi godono di costi standard assai inferiori. Una delle spiegazioni più plausibili dello scoppio di Tangentopoli nella “Milano da bere” dell’inizio degli anni ’90 sta proprio nell’irritazione, divenuta insofferenza insuperabile, di taluni grandi players europei che si vedevano precluso il mercato italiano delle opere pubbliche, ma anche di molte private. Altro fatto noto è che in Italia chi voglia contrastare la corruzione da una posizione interna – diciamo, per intenderci, il corrotto che “si pente” della corruzione messa in atto, e voglia denunciare il corruttore – non gode di particolari facilitazioni sul piano pe-

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TOMASO MARCOLLA / WWW.MARCOLLA.IT

nche nelle ultime settimane si è svolta in Parlamento l’ennesima rissa in tema di repressione della corruzione, che resta uno tra i mali emblematici e peggiori del nostro Paese. Emblematici perché la piaga corruttiva sembra contrassegno indelebile sul corpus dell’identità nazionale, e pessima perché trascina con sé ulteriori mali e maledizioni.

L’Italia non ha strumenti legali efficaci per la lotta alla corruzione. Né una volontà politica per costruirli. Dopo Tangentopoli indignazione, ma nessuna nuova norma le imprese, in specie quelle straniere, dall’investire in Italia. Infatti, oltre al già pesante fardello di pratiche burocratiche, piene di richieste di autoriz-


| frontieralegalità |

nale per la sua condotta, potendo ottenere al massimo una lieve attenuante. Ben diversamente si era comportato il legislatore penale per reati certamente più gravi della corruzione, come l’eversione terroristica. In quel caso, la collaborazione di chi in modo fattivo si dissociava dai criminali, risultando la sua opera decisiva per stroncare il fatto criminoso, poté usufruire di una legislazione premiale che, per opinione diffusa, molto ha contribuito a debellare, quasi definitivamente, il fenomeno. Invece la situazione italiana sulla corruzione è ferma da troppi anni e siamo sempre alla ricerca di un assetto legislativo rinnovato, che, anche in questo momento, è posto all’attenzione dell’opinione pubblica e del Parlamento, il quale fa fatica a trovare una strada di decente realizzazione di norme adeguate alla pericolosità della sfida corruttiva. Desta poi perplessità e amarezza il fatto che una lesione grave della legalità nella corretta gestione degli affari – quale fu la depenalizzazione del falso in bilancio adottata con un decreto del 2002 dal Governo Berlusconi – non sia stata superata nel biennio dell’ultimo Governo Prodi (2006-2008). Questi, a qualunque costo, avrebbe dovuto adottare tale misura: il non averlo fatto ha dimostrato nel contempo la debolezza e anzi l’insussistenza della sua maggioranza politica su tale importante argomento, così come sul conflitto d’interessi. Si è anche assistito di recente a un clamoroso caso di corruzione in atti giudiziari: è risultata accertata la corruzione di un giudice la cui sentenza era stata letteralmente comperata da una delle parti. Quando succedono fatti di tale gravità si è già arrivati all’ultima spiaggia di una corruzione tale da intaccare le basi stesse della legalità e le motivazioni primarie dello Stato di diritto.

Ho già accennato che il fatto corruttivo, interessando due parti che hanno interessi convergenti, comporta un’omertà di comportamenti tra il corrotto e il corruttore, la cui conseguenza è che, se non interviene qualche elemento esterno (come la richiesta di una tangente troppo esosa o liti interne successive a coloro che hanno stretto il patto), della corruzione non si avrà notizia. Un ulteriore fattore è dato dagli elementi garantistici assoluti che circondano anche questi eventi penali, per l’accertamento dei quali i giudici non ritengono sempre sufficienti alcune prove, quali le riprese televisive o le intercettazioni telefoniche, che l’opinione pubblica considera, peraltro, più che sufficienti e appaganti per farsi una opinione negativa dei protagonisti del fatto. Un altro dato che colpisce in questa materia è che spesso, anzi di regola, gli uomini politici non ritengono di fare un passo indietro rispetto alle posizioni di potere conquistate, se non dopo che sia intervenuta nei loro confronti una condanna. Anzi, alcuni si spingono a pretendere che la loro eventuale esclusione dalla vita politica sia la conseguenza soltanto di una sentenza definitiva, vale a dire emessa dalla Cassazione dopo circa una decina di anni dal fatto compiuto. Piercamillo Davigo, punta di diamante del gruppo di inquirenti e giudici operante a Milano negli anni ’90, ha sempre sostenuto che non dovrebbe essere necessaria una sentenza di un giudice penale per farsi un’idea della non adeguatezza morale di un indagato sul quale pesano già concreti e circostanziati elementi di prova. Ciò dovrebbe bastare all’opinione pubblica per togliere a quella persona la sua fiducia. La lotta alla corruzione, specialmente se questa ha come protagonisti uomini politici, non dovrebbe basarsi principalmente sull’azione penale, ma per essa potrebbe es-

sere sufficiente – lo si ripete – un venir meno del rapporto fiduciario con i cittadini elettori. La macchina penale, sia nella fase delle indagini sia in quella del dibattimento, sconta le difficoltà proprie di un ordinamento che è, e deve rimanere, un ordinamento garantistico, specialmente quando, come nel nostro caso, c’è di mezzo la libertà personale. Tuttavia gli strumenti di elusione dei controlli sono numerosi e di non difficile realizzazione, a cominciare dalle false consulenze che nascondono tangenti o dall’abuso di clausole contrattuali fittizie, inserite al fine di arricchire indebitamente, ma consapevolmente, una parte non meritevole. Un’ultima osservazione va rivolta alla prescrizione dei fatti di corruzione, che, non per caso, è stata generalmente dimezzata in anni recenti così da rendere difficile, non solo la concreta repressione del fatto, ma anche la sua percezione e ripercussione sociale. Troppo pochi sono, infatti, coloro che vengono effettivamente, non solo puniti, ma esclusi dalla rappresentanza politica come corrotti o corruttori. Per parte sua, la procedura è scandita da dati temporali ristretti per l’accusa e il giudizio, che vengono dilatati a opera di abili e costosi difensori al fine di guadagnare la prescrizione. Da tutto ciò emerge, una volta di più, l’assoluta necessità e urgenza di intervenire subito, quanto meno con un’adeguata legge anticorruzione, così come deve essere posto rimedio alla (quasi) banalizzazione del falso in bilancio. Se vogliamo restare attaccati all’Europa e non farci trascinare verso sponde africane, anche una seria legislazione e un nuovo costume risultano decisivi. 

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Ordinario di Diritto costituzionale nell’Università Cattolica di Milano | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 | valori | 27 |


CARLOS LUJAN / GALLERY STOCK / CONTRASTO

finanzaetica

Una bolla lunga 40 anni > 32 La Francia “cancella” la crisi > 33 Governance, il Vaticano rilancia > 34 Auto assicurata... a Gas > 36 | 28 | valori | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 |


| immobiliare |

Case abbandonate in Spagna per la bolla immobiliare. Il settore ha trascinato in una crisi senza precedenti anche le banche.

Il mattone

La crisi sul settore immobiliare è stata diversa da un Paese all’altro. In base a un indice dell’Economist sul prezzo medio “equo” gli Usa risultano ridimensionati. Singapore, Hong Kong, Canada e Belgio sono ancora sopravvalutati

sulle montagne russe di Andrea Barolini ong Kong, Singapore, Canada, Belgio. Ma anche Francia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Australia. E perfino la martoriata Spagna. A scorrere l’elenco delle nazioni che presentano un mercato immobiliare ancora “drogato” (nonostante i ripetuti crolli degli ultimi anni) c’è davvero da preoccuparsi. Ma come – vi domanderete – non c’è stata la crisi? Il terremoto del sistema finanziario globale e l’annessa recessione non sono stati “lanciati” proprio dall’esplosione della bolla nel real estate? Certamente sì, ma il crollo degli ultimi anni non si è manifestato nello stesso modo in tutti gli Stati. Ciascuna economia, per numerose ragioni, ha reagito diversamente agli scossoni e il risultato è che in alcune nazioni (soprattutto europee) l’impulso al ribasso non è stato così marcato, in altre (asiatiche) sullo tsunami-subprime ha vinto la crescita economica locale, mentre in altre ancora (come gli Stati Uniti) il crollo sembra essere stato perfino troppo forte.

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| finanzaetica |

Partiamo dal secondo caso, forse più atipico da un punto di vista economico globale. Chiari esempi di tale dinamica arrivano da Hong Kong, da Singapore e dalla Cina. In quest’ultima il governo si è trovato per anni alle prese con un rompicapo ancora non del tutto risolto e non privo di dubbi (vedi BOX ): insieme alla banca centrale le autorità di Pechino hanno dovuto limare continuamente una serie di indicatori, da un lato per evitare un rallentamento troppo marcato dell’economia; dall’altro proprio per scongiurare una crescita senza freni del real estate, che è cresciuto esponenzialmente, alimentato dalla creazione di una domanda interna senza precedenti nel colosso asiatico. Così i tassi di riferimento della Banca del Popolo, i tetti massimi imposti ai prestiti concessi dagli istituti di credito e gli standard minimi di capitalizzazione hanno subito continui aggiustamenti. Un po’ come guidare più velocemente possibile in pista, dosando continuamente l’acceleratore. Con tutti i rischi che ciò comporta.

Dove la crisi “non è bastata” Asia a parte, la crisi ha avuto un impatto profondamente diverso nel mondo occidentale, soprattutto in ragione delle caratteristiche dei singoli mercati. Tra le nazioni europee che hanno subito meno la crisi spicca il caso della Francia (vedi BOX ), che per ragioni strutturali e per scelte politiche (discutibili) si è trovata a fare i conti con dinamiche perfino in netta controtendenza rispetto a ciò che ci si poteva attendere in una fase come quella attuale. Il risultato è un mercato ancora ampiamente sopravvalutato, con il rischio che un eventuale disimpegno del settore pubblico (che sovvenziona ampiamente il comparto) potrebbe provocare un crollo improvviso. Lo conferma l’indice messo a punto dal settimanale inglese The Economist, che effettua regolarmente un’analisi attraverso la quale vengono rilevati gli scostamenti percentuali tra il prezzo effettivo, il costo degli affitti e il potere d’acquisto (redditi) dei cittadini (vedi MAPPA ). Ricavandone un costo medio “equo” che costituisce un punto di riferimento per | 30 | valori | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 |

comprendere la situazione attuale del mercato: quello transalpino è in tal senso ancora sopravvalutato, in media, del 47% (+54% rispetto agli affitti e +39% rispetto al potere d’acquisto). Così si scopre che, come in Francia, anche nel Lussemburgo un elemento peculiare ha “sorretto” il real estate. L’Etude de marché européenne di EraEurope spiega infatti che la forte immigrazione ha consentito di mantenere alta la domanda e conservare quasi intatto il mercato. Allo stesso modo il Belgio, dopo un calo notevole delle transazioni e dei prezzi registrato nel 2009, figura oggi secondo l’Economist tra i più pericolosi, almeno potenzialmente. Rispetto al “prezzo equo” i dati segnalano un sovrapprezzo medio del 56%: +65% rispetto agli affitti e +47% rispetto al potere d’acquisto. Secondo Era-Europe anche Svezia e Turchia presentano segnali di forte tenuta. Un andamento simile, anche se meno marcato, si riscontra poi in Austria, Germania e Svizzera, Paesi nei quali le variazioni di prezzo – al rialzo o al ribasso – sono state piuttosto moderate (fatta eccezione per l’ex-Germania dell’Est, area nella quale il calo è stato più marcato). Per non parlare della Norvegia, dove i prezzi sono rimasti davvero alti, tanto da convincere le autorità che regolano il sistema finanziario a lanciare un allarme (vedi BOX ). Ancora, in Spagna le contemporanee crisi del sistema bancario e di quello immobiliare hanno provocato negli anni numerosi scossoni. Basti pensare che le banche risultano esposte verso il real estate per 330 miliardi di euro (un terzo del Pil del Paese, vedi GRAFICO ); e, di questi, almeno 184 miliardi sono considerati a rischio. Eppure i prezzi del mattone restano ancora nettamente più alti rispetto al livello “equo”: +27% in media. C’è da chiedersi cosa sarebbe successo in caso si fosse arrivati a un completo riallineamento. Anche per questo, poche settimane fa il governo spagnolo ha approvato le linee guida per la creazione di una holding nella quale “parcheggiare” e vendere asset immobiliari tossici oggi detenuti dalle banche. Un piano che prevede

INDICATORI DEI PREZZI IMMOBILIARI

CANADA +6,8

+19,8

76

32

STATI UNITI -4

-30,1

-12

-25

CAMBIAMENTO IN % Rispetto all’anno precedente Dal 2007 SCOSTAMENTO % CONTRO Affitti Reddito disponibile pro capite

PREZZI GONFIATI Per valutare le condizioni dei mercati immobiliari non basta monitorarne i prezzi. Un calo anche deciso può non essere sufficiente a sgonfiare del tutto una bolla speculativa. In questa mappa, i dati delle “chiavette”, se positivi, indicano la presenza di prezzi ancora troppo elevati rispetto ai valori medi di affitti e redditi (e dunque il rischio di nuovi cali). Se negativi, indicano un mercato sottovalutato.

in particolare l’introduzione di una bad bank, che dovrà assorbire tutti i prestiti per 10 o 15 anni.

... dove ha perfino “esagerato” La crisi ha fatto tanto rumore per nulla, dunque? Non è esattamente vero. Fin qui, infatti, abbiamo preso in considerazione i Paesi più pericolosi, con mercati sopravvalutati e rischi di cadute. Ma, al contrario, in altre realtà il calo dei prezzi delle abitazioni è stato ben più marcato. Anche “troppo”: la crisi ha fatto così letteralmente precipitare il settore, sprofondandolo – sempre secondo i riferimenti dell’Economist – al di sotto del livello “equo”. Il caso più evidente è quello degli Stati Uniti: secondo l’indice del magazine


| finanzaetica | -2,8

+11,2

35

23 FONTE: THE ECONOMIST SU DATI BIS, HAVER ANALYTICS, HONG KONG RV, NATIONWIDE, OCSE, TERANET AND NATIONAL BANK, THOMSON REUTERS

SVEZIA +0,9

-10,3

26

17

-4,9

GRAN BRETAGNA

+2,3

IRLANDA -17,4

-48

-2

-17,2

16

10

DANIMARCA +6,6

-18

-20

GERMANIA -2

FRANCIA

+4,3

+5,8

54

ITALIA -2,2

39

-5,2

5

GIAPPONE

15

BELGIO

SPAGNA

-3,2

AUSTRIA -6,9

-16,8

30

+4

24 +5,1 +12,7

-13

+15,2

65

47

n.d.

CINA

+5,1

SVIZZERA +0,3 +23,2 +3,8

+19,5

-2

-7

-12,1

-36

7

+72

58

-32

SINGAPORE

PAESI BASSI +5,9 +34,1 -3,2

-6,7

21

60

n.d.

43

AUSTRALIA -4,8

+15,5

SUD AFRICA -0,3 +10,7

britannico il prezzo delle case è oggi 12 punti percentuali più basso rispetto a quello che sarebbe “equo” rispetto agli affitti, e di 25 punti prendendo come riferimento il potere d’acquisto dei cittadini statunitensi (-19% nel complesso). A spingere al ribasso il settore immobiliare a stelle e strisce (-4% dal 2011 ad oggi, -30,1% dal 2007) è stato infatti un accavallarsi di eventi: dapprima il crollo dei mutui immobiliari subprime, quindi l’esplosione dei pignoramenti, le grandi difficoltà a movimentare capitali in un sistema bloccato (anche per la mancanza di prestiti bancari) e da ultimo la mancata reintroduzione nel mercato, da parte degli istituti di credito, dei beni acquisiti in seguito all’esercizio dei diritti ipotecari.

-4

-34

HONG KONG

48

28

NUOVA ZELANDA 17

... e dove ha “riallineato” Esistono invece casi in cui il crollo del comparto immobiliare sembra aver semplicemente “riallineato” i prezzi delle abitazioni a un livello “normale”. Parliamo dell’Irlanda. E ciò può stupire, visto che si tratta di una delle economie colpite in modo più energico dalla crisi. Nell’isola oggi il costo del mattone risulta solo di un 2% inferiore rispetto a quello “equo”. E se si tiene conto del fatto che il calo registrato dal 2007 ad oggi ha assunto caratteri vertiginosi (-48%, ovvero quasi un dimezzamento), ci si può rendere facilmente conto di quanto fosse gonfiata la bolla speculativa, alimentata dall’intreccio perverso di interessi industriali e bulimia finanziaria.

+2,5

-2,3

68

20

In Bulgaria, Italia, Paesi Bassi, Portogallo e Romania, invece, i dati indicano una certa stabilità. I cali provocati dalla crisi hanno fatto diminuire il costo del mattone, ma senza provocare crolli: nel nostro Paese, in particolare, nel 2011 i ribassi sono stati contenuti tra l’1 e il 3%. Non sono prese in considerazione dall’Economist altre nazioni che hanno subito drastici ridimensionamenti nel settore real estate: Repubblica Ceca, Grecia e Cipro. Un esempio per tutti è dato dall’isola mediterranea: nel solo 2009 si è registrato un calo delle vendite del 44%. E il futuro, viste le condizioni dell’economia locale e della vicina Grecia, è ancora estremamente incerto.  | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 | valori | 31 |

n.d.


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UNA BOLLA LUNGA 40 ANNI VERSO IL SALVATAGGIO DELLE BANCHE 1980 10 8

1990

2000

Crediti inesigibili delle banche In percentuale del totale dei crediti Crescita annua del Pil In percentuale

2010

Le difficoltà di oggi La crisi mondiale si somma in Spagna al crollo del settore immobiliare dopo anni di bolla speculativa

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Primi anni Novanta La Spagna entra in recessione, il Governo socialista di Felipe Gonzales deve intervenire per salvare le banche

Fase espansiva Negli anni Duemila il settore bancario sostiene il boom delle costruzioni e la crescita di tutta l’economia del Paese

IL MATTONE NORVEGESE SI STA PER SGRETOLARE? Non si parla di un vero e proprio crollo, in stile Stati Uniti, ma l’allarme lanciato dall’autorità che regola il settore finanziario norvegese deve fare riflettere. Secondo un documento diffuso qualche settimana fa dall’organismo di vigilanza, il surriscaldamento del real estate costituisce la principale minaccia domestica per l’economia scandinava. I prezzi, infatti, potrebbero cominciare presto a scendere. E potrebbero farlo “notevolmente”, esponendo il Paese a “considerevoli” effetti a catena. A creare la “bolla” norvegese sono stati (indovinate un po’?) ancora una volta i subprime. La “formula”, in questo caso, è quella di mutui interest only, ovvero che consentono di pagare per molti anni (anche 10) solo i tassi di interesse e non il capitale. In tal modo le condizioni concesse dalle banche risultano particolarmente allettanti. E i cittadini si sono indebitati sempre più: il volume dei prestiti privati ha toccato il livello più alto dal 1988, mentre i prezzi delle case sono saliti solo nello scorso gennaio dell‘8,4%. Dati che hanno suscitato allarmi anche da parte del Fmi e di Robert Shiller, uno degli inventori dell’indice dei prezzi immobiliari di Standard & Poor’s (lo S&P/Case-Shiller index). FONTE: BANK OF SPAIN; THOMSON REUTERS DATASTREAM

IL GLOBAL HOUSE PRICE INDEX DELL’ECONOMIST 135 125 115 105 95 85 75 65 55

1970

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IL REAL ESTATE CINESE? «FALSA PROSPERITÀ» Il boom del mercato immobiliare in Cina non è dettato da un aumento diffuso del benessere economico. Piuttosto a trainare la forte domanda è una ristretta élite di ricchi. Ad affermarlo è un rapporto pubblicato dal settimanale indipendente cinese Economic Observer, secondo il quale a spingere tale ristretta cerchia di miliardari ad acquistare case sul territorio cinese sarebbe l’aspettativa di una continua e crescente urbanizzazione, capace di mantenere a lungo alto il costo del mattone. Al contrario la nuova middle class locale rischia di trovarsi “schiava” del desiderio di vivere in un’abitazione di proprietà, pur non essendo sempre in grado di permettersela. Secondo il giornale asiatico, insomma, quella che alimenta i prezzi in Cina sarebbe pura speculazione. Il che accresce enormemente il rischio di un crollo improvviso: basterebbe che tale élite di “investitori” decidesse di orientare altrove i propri capitali.

FONTE: BANK OF SPAIN; THOMSON REUTERS DATASTREAM

Più che di bolle immobiliari si potrebbe parlare di un’unica, enorme bolla. A partire dal 1970, infatti, i prezzi delle case in tutto il mondo sono cresciuti in modo quasi continuo, a parte le fasi di crisi della metà degli anni Settanta e quella recente originata proprio dai crediti immobiliari. Il grafico pubblicato dal settimanale The Economist (riportato in fondo alla pagina) non lascia spazio a dubbi: il costo medio rispetto al Pil è cresciuto sistematicamente, raddoppiando in quarant’anni. Il risultato? In un Paese come l’Italia una famiglia su quattro lamenta ormai difficoltà nel pagamento delle rate dei propri mutui (diventati tra l’altro quasi inaccessibili a causa del credit crunch). Ma la vera grande impennata nel real estate globale è più recente: parte dalla fine degli anni Novanta e prosegue inarrestabile fino all’esplosione dirompente del 2007, trainata da tutti i principali mercati del Pianeta (ad eccezione della sola Germania). Basti considerare che, fatto 100 l’indice dei prezzi globali nel 2000, il picco massimo immediatamente precedente al crollo è stato quasi di 130. E oggi non si è scesi al di sotto di quota 115: il che significa che solamente una metà della crescita sfrenata dell’ultimo decennio è stata “mangiata” dalla crisi.


| finanzaetica |

GB, IL FISCO INVOGLIA GLI STRANIERI AD ACQUISTARE CASE Il real estate britannico rischia di essere drogato dalla domanda che arriva dagli investitori stranieri. Questi ultimi, infatti, secondo un’analisi dell’Institute for Public Policy Research (Ippr) riportata dal quotidiano The Telegraph, sono particolarmente invogliati a “cercare casa” sul territorio del Regno Unito, in ragione delle condizioni fiscali particolarmente favorevoli. Una dinamica che, soprattutto in un periodo di instabilità economica globale, rende l’acquisto di immobili britannici un “investimentorifugio”. Per questo il direttore dell’Ippr, Nick Pearce, ha invitato il governo ad «affrontare questa anomalia nella prossima analisi di bilancio, dal momento che il fenomeno ha raggiunto proporzioni tali da rendere l’acquisto di immobili in Gran Bretagna una sorta di riserva di capitale globale per le élite ricche di tutto il mondo».

FRANCIA, LE SOVVENZIONI “CANCELLANO” LA CRISI L’anomalia del mercato immobiliare francese è talmente evidente che anche l’ex presidente Nicolas Sarkozy ha dovuto recentemente ammettere di aver “dosato” male gli strumenti a disposizione dello Stato per regolamentarne l’andamento. «In tutti i Paesi del mondo, quando c’è una crisi economica, i prezzi delle case scendono. In Francia succede il contrario. FONTE: ALTERNATIVES ECONOMIQUES, MARZO 2012

ANDAMENTO DEI PREZZI DAL 1970 IN FRANCIA, USA E REGNO UNITO 180 Francia

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E questo non è normale», ha dichiarato lo scorso 2 febbraio. In effetti, dopo un calo del 7% registrato nel biennio 2008-2009, ovvero nel periodo più duro della crisi finanziaria internazionale, il costo del mattone transalpino ha ripreso a salire incontrastato, segnando un +13,3% nei due anni successivi (staccando di netto Paesi come Usa e Gran Bretagna, vedi GRAFICO ). Ancor più sorprendenti sono i dati che raffrontano il 2000 allo scorso anno: il costo medio di un’abitazione nel Paese è più che raddoppiato, trainato soprattutto dall’Ile-de-France, regione che ospita la capitale Parigi, dove solamente nel 2010 si è registrata una crescita del 20% (secondo i dati di Era Europe), raggiungendo una media di ottomila euro a metro quadrato. Un’analisi del mensile Alternatives Economiques spiega le ragioni dell’impennata, puntando il dito contro le sovvenzioni che, di fatto, drogano da anni il sistema. Le spese pubbliche annuali sono pari in Francia a 41 miliardi di euro all’anno; 13,5 miliardi sotto forma di agevolazioni fiscali. «È da troppi anni che il settore gode di vantaggi esagerati», ha confermato Sarkozy. Che però ha evitato di ricordare come proprio negli ultimi anni il governo abbia fornito un ulteriore impulso al real estate : temendo che i prezzi potessero scendere troppo velocemente a causa della crisi, è stato disposto l’acquisto di 30 mila abitazioni la cui vendita risultava difficile.


| finanzaetica | riforme |

Mercati e governance il Vaticano rilancia di Matteo Cavallito

Imbrigliati nel tentativo di uscire dalla crisi, i governi europei sembrano aver momentaneamente escluso il tema delle riforme finanziarie dall’agenda. Ma, sostiene Giuseppe Gallo di Fiba Cisl, proprio tali cambiamenti potrebbero risolvere, almeno in parte, il dilemma tra austerity e crescita erkel e Hollande, la Grecia e il futuro dell’euro. E poi l’Italia, la Spagna, i mercati e la grande paura. Sospesa tra l’esigenza di rigore contabile e l’effetto recessivo che questo produce, l’Europa sembra imbottigliata nel vicolo cieco del dibattito tra l’austerity e la ripresa. E, proprio per questo, pare aver momentaneamente escluso dall’agenda quello che fino a qualche mese fa appariva come un tema centrale: quello delle riforme del sistema finanziario. Una questione, quest’ultima, di cui si sono occupati molti soggetti diversi tra cui qualche tempo fa addirittura il Vaticano. Risale allo scorso ottobre la pubblicazione di un documento elaborato di recente dal Pontificio Consiglio Iustitia et Pax, una commissione di studio attiva dal 1967. Il testo – “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale” – ha stupito più di un osservatore di fronte al carattere piuttosto radicale delle riforme proposte. Dalla tassa sulla transazioni finanziarie alla separazione delle attività di investment banking dal comparto retail; dalla proposta di ricapitalizzazione pubblica delle banche, condizionata però all’impegno di queste ultime per il sostegno allo sviluppo e all’economia, fino a un ripensamento della governance globale dei mercati, il documento costituisce una clamorosa presa di posi-

M

| 34 | valori | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 |

zione da parte di un’istituzione ufficiale del Vaticano. Il che, comunque la si pensi su altri aspetti che non riguardano comunque la finanza e i mercati, rappresenta nel contesto attuale una notizia significativa. L’idea di fondo, a questo punto, è che il terrificante dilemma rigore contabile/crescita possa essere risolto almeno in parte proprio dalle ipotesi di riforma delle regole dei mercati. Lo sostiene, tra gli altri, Giuseppe Gallo, segretario generale della Fiba Cisl, il sindacato dei bancari e assicurativi, coinvolto nel dibattito che ha fatto seguito ai lavori del Pontificio Consiglio Iustitia et Pax e, più in generale, in un progetto di riforma dibattuto a partire dal 2004 presso Terra Futura con ampie parti della società civile. Il documento del Pontificio Consiglio propone l’istituzione di un’Autorità politica mondiale: a che cosa si pensa esattamente? Un G20 esteso ad altri Paesi emergenti? No, il G20 è una sede politica di fatto, non una sede istituzionale legittimata. Le sue decisioni sono quasi sempre inconcludenti perché formulano principi generali rinviati all’approvazione e al potere d’interdizione dei Parlamenti nazionali. Ciò che il documento intende sostenere è che la crisi, così come tutte le altre questioni strutturalmente globali, dalla promozione dei diritti fino alla pace e alla sicurezza, non possono essere affron-

tate e risolte con modelli di governance a baricentro nazionale. Questo però lo pensano anche l’Europa e la Bce, non dimentichiamo lo stop imposto al referendum greco o la lettera all’Italia che ha imposto la terza manovra di aggiustamento finanziario. Queste decisioni hanno rappresentato un’interferenza nella sovranità nazionale, certo, ma hanno anche dimostrato l’impossibilità di governare certe dina-


| finanzaetica |

«Servono istituzioni sovranazionali, dotate di poteri sufficienti e di legittimità democratica, capaci di governare le dinamiche economiche. E l’Ue non deve nascondersi dietro l’alibi dell’unanimità su temi come quello della tassa sulle transazioni»

coesione sociale e rafforzamento delle democrazie. Il Documento del Consiglio Pontificio non ne vagheggia il ritorno, richiama però l’attenzione sulla necessità di un nuovo assetto di regolazione globale senza il quale il mondo non uscirà dalla maledizione delle crisi finanziarie ricorrenti. In questo senso credo proprio che dovremmo ripartire proprio da Bretton Woods e dalle proposte di Keynes che furono sconfitte a suo tempo dall’egemonia degli Stati Uniti e dal primato del dollaro. A che punto è il dialogo tra la Fiba e il Governo italiano? Il Governo Berlusconi e il suo ministro dell’Economia (Giulio Tremonti – ndr) sono sempre stati correttamente informati delle nostre proposte, purtroppo con risultati pressoché nulli come dimostrano l’opposizione alla tassa sulle transazioni finanziarie e l’autorizzazione ai Comuni a sottoscrivere contratti derivati. Il Governo Monti ha manifestato un orientamento favorevole all’introduzione dell’imposta in Europa. Si tratta, ora, di presidiarne l’attuazione.

miche – unione monetaria, convergenza dei bilanci pubblici – senza istituzioni politiche sovranazionali legittimate, democratiche e dotate di poteri adeguati. È proprio a causa della loro assenza che intervengono le invasioni politiche di sovranità. Si parla anche di Banca centrale mondiale: nostalgia di Bretton Woods? L’Accordo di Bretton Woods ha garantito per trent’anni stabilità, crescita,

In che modo? Esercitando come Fiba e Cisl il nostro mandato di tutela dei lavoratori. Pensiamo all’ultima vertenza per il rinnovo del Contratto Nazionale ABI: la nostra controparte apparente è stata la Delegazione dei Banchieri, ma quella reale è stata la speculazione sui titoli di Stato che ha esasperato lo spread, aumentato il costo della raccolta, determinato le minusvalenze sui titoli di Stato nei portafogli delle banche e indotto l’EBA a chiedere alle principali banche italiane un aumento di capitale da 15,4 miliardi. Il risultato? Una ricerca esasperata di abbattimento dei costi, sia salariali, sia occupazionali, che si è integralmente ribaltata proprio sul tavolo contrattuale. Torniamo alle transazioni finanziarie, insomma… La tassa rappresenterebbe un disincentivo per gli speculatori e ne compenserebbe le esternalità negative che essi scaricano sulla stabilità finanziaria, sul-

l’economia e sulla società. Inoltre si accompagnerebbe ad agevolazioni fiscali a favore degli intermediari che raccolgono fondi ed erogano credito all’economia. Sulla tassa, però, l’Europa cerca ancora un consenso unanime. Credo che il principio dell’approvazione unanime a 27 rappresenti l’alibi estremo per vanificare la tassa stessa. L’Europa, a mio parere, dovrebbe decidere a maggioranza e la decisione dovrebbe essere vincolante per tutti gli Stati membri. Il documento ipotizza nuove forme di ricapitalizzazione delle banche a sostegno “dei comportamenti ‘virtuosi’ e finalizzati a sviluppare l’economia reale”. È la ricetta per la ripresa europea? Le banche di Usa ed Europa sono già state ricapitalizzate con fondi pubblici tra il 2007 e il 2009 per scongiurarne il tracollo. Ma quegli interventi non sono stati condizionati dalla richiesta di riforma del modello di governance delle banche nella direzione di una democrazia economica e di una finanza responsabile. Oggi, quindi, c’è una persistente anarchia dei mercati finanziari e degli intermediari ombra capace di compromettere la ripresa. Senza la regolamentazione dei mercati finanziari ombra e over-the-counter, qualsiasi politica europea di fiscal compact è inutile. Come si possono regolare? Il mercato over-the-counter deve prevedere il possesso del sottostante come condizione dei contratti in titoli derivati, la standardizzazione dei prodotti, la centralizzazione degli scambi con depositi di garanzie proporzionali al rischio, requisiti patrimoniali, trasparenza e Authority dedicate. La regolazione del Sistema bancario e finanziario ombra deve basarsi sulla distinzione tra banca commerciale e banca di investimento con diversi requisiti patrimoniali, sulla tassa sulle transazioni finanziarie e un’efficace vigilanza. È la condizione necessaria per il successo delle politiche anticicliche e di rilancio dello sviluppo.  | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 | valori | 35 |


| finanzaetica | polizze solidali |

Auto assicurata… a Gas di Corrado Fontana

Le frontiere dei Gruppi d’acquisto solidale si allargano, dagli ortaggi bio alle assicurazioni etiche: come Eticar, che scommette su logiche mutualistiche per cambiare il mercato e invertire la tendenza al “razzismo assicurativo” to ai comparti immobiliare e bancario nell’adesione a un mercato estremamente speculativo.

Nuovi protagonisti, nuova logica

a polizza assicurativa come strumento di prevenzione al disagio. È questo il presupposto per un cambio completo di prospettiva nel trattare il tema delle assicurazioni, un presupposto cui si ispira il progetto Eticar di Caes Italia, che prova ad aprire inediti scenari di sostenibilità attraverso le polizze per l’auto. Una sfida a un settore che incide profondamente sulla qualità della vita delle persone, ma che è generalmente poco attento agli interessi del bene comune, anzi spesso viene associa-

L Gianni Fortunati firma accordo Eticar con Assimoco il 24 aprile 2012

Se però nell’elaborazione dell’offerta di un’assicurazione auto – il tipo di polizza più diffusa, anche perché obbligatoria – cominciano a entrare da protagonisti soggetti dell’economia alternativa e ad alto tasso di partecipazione, come i Gruppi d’acquisto solidale, e ad applicarsi pratiche ispirate a mutualità e trasparenza, la visione delle cose può mutare. È ciò che crede il consorzio di cooperative Caes, che si pone come intermediario tra le compagnie tradizionali e l’utenza, elaborando norme tecnico-assicurative ispirate a «logiche differenti, dove la reciprocità è reale e la polizza è trasparente e completa», sottolinea Gianni Fortunati

SCELTA DI CAMPO ASSICURATA Caes nasce nel 1995 come cooperativa che si propone di organizzare un Gruppo d’acquisto assicurativo consapevole. Il suo obiettivo è fornire orientamento tecnico sia ai consumatori che alle compagnie, rifiutando la logica degli agenti che fanno vendita porta a porta e guadagnano sulle provvigioni. Oggi è un consorzio di cooperative che registra circa duemila soci in Italia e vanta la partecipazione al percorso di nascita di Banca Popolare Etica. Da sempre sostiene il commercio equo, tanto che in una prima fase della propria attività ha gestito alcune botteghe del mondo | 36 | valori | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 |

e oggi assicura circa il 60% di quelle italiane, elaborando progetti specifici di polizza o curando con particolare attenzione il settore non profit (attualmente lo fa per circa settemila soggetti): Caes affianca polizze miratissime come quella denominata “Banca del tempo” a coperture per realtà variegate, che vanno dal Caf della parrocchia a Wwf Italia e Amnesty international. Nel 2001 si è costituito il Consorzio nazionale Caes che, dopo aver vissuto alcune difficoltà, è stato rilanciato come Caes Italia nel 2005, continuando a impegnarsi nel settore assicurativo. www.consorziocaes.org


| finanzaetica |

della direzione di Caes. Concretamente significa che Caes, puntando a tradurre i principi in formule contrattuali di tutela, assimila in parte le polizze per infortuni tradizionali a quelle “vita”, garantendo il risarcimento del danno alla famiglia anche in caso di morte del beneficiario prima dell’avvenuta liquidazione dell’infortunio (di consueto le compagnie si ritengono invece sciolte da tale obbligo di fronte al decesso di chi ha subito un infortunio che non è stato ancora “liquidato”). E tutela è anche l’affermazione di quel «principio di mutualità completamente espresso» cui fa riferimento Fortunati e che si realizza attraverso polizze multirischi uguali nelle garanzie e vendute allo stesso prezzo in ogni regione d’Italia, o con “polizze abitazione” in cui a L’Aquila come ad Aosta viene prevista la copertura dell’evento catastrofale (terremoti, inondazioni, ecc.) senza costi aggiuntivi. La mutualità si esprime nel fatto che chi firma il contratto a Varese potrà forse pagare questa “omogeneità” dell’offerta 5 euro in più, ma così facendo contribuirà a coprire la

Caes Italia lancia una vera e propria sfida, in un settore che incide profondamente sulle nostre vite, ma che spesso mostra di perdere di vista l’interesse comune garanzia dal rischio per il cittadino aquilano. E viceversa in altri casi.

Dalle patate all’automobile Dai principi alla pratica innovativa nelle polizze auto il passo non è però così breve. L’obiettivo di Caes – appoggiata da Assimoco, compagnia che ha accettato di coprire il progetto – è contrastare innanzitutto il “razzismo assicurativo” che la liberalizzazione del mercato RC Auto ha prodotto, imponendo costi profondamente diversi all’automobilista di Milano e Palermo, pur a parità di requisiti e specifiche personali. Eticar, lanciata da un accordo firmato il 24 aprile scorso, è una polizza mirata ai Gruppi d’acquisto solidale, chiamati al tavolo con Assimoco e Caes per discuterne gli aspetti. I Gas,

sottolinea Fortunati, «sono un target ideale per costruire una sorta di test, con l’obiettivo di omogeneizzare le tariffe assicurative a livello nazionale, dimostrando che questa potrebbe essere una strada più corretta e sostenibile. Si parte con uno sconto interessante sulla tariffa ordinaria Assimoco (25% su Rc auto, 30% su furto incendio) e ogni anno si verificano gli obiettivi con i tutti i dati disponibili insieme a una commissione di quattro persone per ogni Gas, aprendo una discussione con un obiettivo politico: proviamo a tornare, per iniziare, a una tariffa regionale unica». Un esperimento unico a livello nazionale, partito dopo diversi incontri con i rappresentanti di Gas e Des (Distretti di economia solidale), e con un potenziale di sviluppo inedito: l’accordo con Assimoco prevede, infatti, che, se i costi dei sinistri non saranno superiori al 53% della raccolta dei premi, l’1% per ogni 2% risparmiato verrà destinato a un fondo di solidarietà a sostegno della Rete Gas e sul cui utilizzo saranno gli stessi Gas a decidere. 

Quest’estate passa una settimana con CON IL PROFESSOR DI STEFANO

dal 4 al 12 agosto sotto la Grigna, lungo il sentiero del Viandante, in una corte ristrutturata nel centro medioevale di Maggiana (Lecco) 8 MATTINATE

8 POMERIGGI

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di formazione sulla green economy e l’economia della sostenibilità

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MARZO 2007 Premiato buco Tav

2008

Altri 100 Valori

2007

| iltraguardodivalori |

FEBBRAIO 2008 Aboliamo il Pil

di Andrea Barolini

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APRILE 2005 Ambiente nel mirino

LUGLIO / AGOSTO 2010 Pillole d’oro

2004 opo anni di crisi è difficile che qualcuno non concordi circa la necessità di un cambiamento profondo del sistema economico globale. Senza scadere nell’autocelebrazione possiamo dire che i nostri lettori erano stati “avvisati” in largo anticipo dell’insostenibilità del modello attuale. Scorrendo le copertine che ci hanno portati al traguardo del numero 100 (a destra alcune delle più rappresntative), saltano agli occhi alcuni dossier particolarmente anticipatori: sull’abolizione del Pil, sui “nuovi cattivi” che minacciano la stabilità globale, o sull’ambiente nel mirino della finanza. Nel giugno del 2007, prima dell’esplosione della bolla subprime, Valori parlava di “finanza predatrice”. E abbiamo supportato da subito i promotori della campagna per la Tassa sulle transazioni finanziarie, quando in molti la consideravano ancora una proposta irrealizzabile. Più di recente, abbiamo lanciato l’allarme sulla crescita “esagerata” della Cina, proprio mentre i grandi organismi internazionali cominciavano ad intravedere il problema. È così che abbiamo lavorato ed è così che continueremo a lavorare. Guardando “oltre”. Fino al prossimo traguardo. 

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| 38 | valori | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 |

GIUGNO 2007 Finanza predatrice

OTTOBRE 2007 I nuovi cattivi


2012

2011

2010

MAGGIO 2010 La tassa contro la speculazione

| cento candeline |

MARZO 2012 Super bolla cinese APRILE 2010 Evasori in paradiso

NOVEMBRE 2006 Nobel all’economia

NOVEMBRE 2004 Speculazione “nera” SETTEMBRE 2005 I grandi suggeritori

OTTOBRE 2011 In gas we trust NOVEMBRE 2007 Mattoni di carta

DICEMBRE 2006 / GENNAIO 2007 Una moneta amica

| ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 | valori | 39 |


DOD / HANNING / REA / CONTRASTO

economiasolidale

Il dottor Stranamore è tornato > 44 Al via il censimento del mondo ecosol > 46 Il miele italiano in lotta contro pesticidi e Cina > 49 Il dumping di Pechino allarma gli apicoltori > 51 | 40 | valori | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 |


| Science for peace |

In Iraq, un missile Tomahawk TLAM lanciato da un Destroyer DDG 8

La sublime

«La guerra si fonda sull’inganno», scriveva nel V secolo il generale cinese Sun Tzu. Mai come ora il potere della disinformazione avvalora questo assunto: è falso che il militare crei ricchezza e nuova occupazione. Ne parla il rapporto di Science for peace

arte della pace di Paola Baiocchi criveva Sun Tzu nel V secolo a.C. nel suo famoso manuale di strategia, L’arte della guerra, che «la guerra si fonda sull’inganno». All’inganno bellico cedono intellettuali e storici che sostengono che i conflitti siano il motore per la scienza e la tecnologia verso nuove scoperte e invenzioni. Non è d’accordo con questa tesi lo storico inglese John Gittings, che ha pubblicato il saggio The glorious arts of peace. From the Iliad to Iraq (La gloriosa arte della pace. Dall’Iliade all’Iraq) dove afferma che la pace promuove il maggior numero di invenzioni e scoperte, spesso più importanti di quelle messe a punto per la guerra. È la “teoria del carro” contrapposta alla “teoria del palo”: il carro è quello da guerra degli Ittiti, che ha trasformato l’età del bronzo come il nucleare militare ha trasformato la nostra. Il palo invece è quello imperniato con un contrappeso e il secchio, inventato in Mesopotamia più o meno nello stesso periodo del carro da guerra, fondamentale per estrarre l’acqua dai pozzi e decisivo per l’irrigazione dei campi e lo sviluppo delle coltivazioni. Ci sono altri che sostengono, decisamente fuori dal coro generale dei media, che la guerra non è un buon affare per la

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| ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 | valori | 41 |


| economiasolidale |

La spesa militare nel mondo è di 1.738 miliardi di dollari. Per eliminare la povertà ne basterebbero 760. Per Science for peace la guerra non è un buon investimento

LA RESA DELLA SPESA PUBBLICA NEI VARI COMPARTI

La guerra è un investimento negativo Fare la guerra costa molto, anzi costa sempre di più per l’utilizzo di sofisticatissimi sistemi d’arma. Per l’Africa, per esempio, la perdita è circa 18 miliardi di dollari all’anno a causa di guerre, guerre civili o insurrezioni. In media un conflitto armato impatta negativamente sull’economia di una nazione UN ANNO DI SPESA MILITARE MONDIALE E PER IL RAGGIUNGIMENTO DEGLI OBIETTIVI DEL MILLENNIO A CONFRONTO Spesa militare mondiale 2009 Costo annuale per gli MDG 0

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QUANTO COSTA REALIZZARE GLI OTTO OBIETTIVI DEL MILLENNIO Obiettivo 8 Obiettivo 7 Obiettivo 6 Obiettivo 4/5 Obiettivo 2/3 Obiettivo 1 0

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OB 8: sviluppare una partnership globale per lo sviluppo OB 7: assicurare la sostenibilità ambientale OB 6: combattere la diffusione di AIDS, malaria e altre malattie OB 4/5: ridurre la mortalità infantile e migliorare la salute materna OB 2/3: raggiungere l’educazione primaria universale e promuovere uguaglianza di genere OB 4: sradicare la fame estrema e la povertà

| 42 | valori | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 |

2.700

11.600

-

Detassazione dei consumi

6.900

3.700

10.600

4.200

14.800

+27,6

Energie rinnovabili

7.500

4.700

12.200

4.900

17.100

+47,4

Assistenza sanitaria

10.400

3.600

14.000

5.600

19.600

+69,0

Istruzione

16.900

3.900

20.800

8.300

29.100

+150,9

(5) Totale nuovi posti di lavoro (= colonna 3+4)

8.900

(4) Posti di lavoro nell’indotto

1.800

(= colonna 1+2)

(2) Occupazione indiretta

7.100

Militare

(3) Totale occupazione diretta/indiretta

(1) Occupazione diretta

società, nemmeno dal punto di vista economico. Lo argomentano nel progetto di ricerca Le armi: un investimento negativo (Science for peace 2011) un gruppo di ricercatori molto conosciuti come Chiara Bonaiuti, Giorgio Beretta, Francesco Mancuso e Francesco Vignarca. La spesa militare nel mondo ha raggiunto nel 2011 il nuovo record di 1.738 miliardi di dollari, 3,3 milioni di dollari al minuto, secondo le stime che il Sipri (Stockholm international peace research institute) ha pubblicato ad aprile. Risorse pubbliche che vengono spostate da obiettivi civili – come i Millennium development goals delle Nazioni Unite – verso spese militari finalizzate all’aggressione. Secondo gli Obiettivi del millennio per risolvere le questioni connesse alla povertà, servirebbero 760 miliardi di dollari in 15 anni. Cioè una frazione della spesa che annualmente il mondo riserva al militare (vedi GRAFICI 1 E 2 ).

(6) Totale creazione nuovi posti di lavoro rispetto alle spese per la difesa

Quanti posti di lavoro si creano per 1 miliardo di dollari di spesa pubblica investito?

FONTE: UNIVERSITY OF MASSACHUSETTS

africana per almeno il 15% (dati 2007). Il Sipri calcola che nel 2011 ognuno dei sette miliardi di abitanti del mondo si sia trovato 250 dollari di spese militari sul capo; ricordiamocene quando vediamo i prezzi degli alimenti rincarati o scopriamo un servizio pubblico in meno: stiamo sostenendo il costo di molti interventi militari all’estero e anche quello del riarmo. All’argomento della spesa il blocco militare-industriale risponde che la costruzione di armi crea molta occupazione. Non è vero, è meno di quanta se ne può creare nel civile: nel rapporto di cui stiamo parlando si valuta quanti posti di lavoro si possono creare con 1 miliardo di dollari di spesa pubblica. Investiti nell’istruzione piuttosto che nel militare, quei soldi creano il 150% di occupazione in più. Nel settore delle energie rinnovabili sono il 47% e nella sanità il 69% di posti in più (vedi TABELLA ). Se finora abbiamo visto cosa perde la società civile con la guerra e le spese militari, il rapporto valuta l’impatto economico della pace, aiutato dal Global index of peace messo a punto dall’australiano Institute for economics and peace (Iep). Dopo aver attribuito un valore monetario alla cessazione di ogni violenza, l’Index ha stabilito che nel 2010 un mondo senza conflitti avrebbe fruttato oltre ottomila miliardi di dollari, in cui un terzo di questa cifra deriverebbe dalle attività delle industrie belliche riconvertite; mentre i restanti due terzi deriverebbero dagli input non più sottratti all’economia civile. In questo modo, non solo sarebbe facile raggiungere gli Obiettivi del millennio, ma anche sanare i bilanci di Grecia, Portogallo, Italia, Irlanda, e affrontare i danni di Fukushima. E se il Peace Index degli Stati Uniti si avvicinasse a quello canadese, si risparmierebbero 360 miliardi di dollari creando 2,7 milioni di posti di lavoro. Noi 99% della popolazione siamo convinti di questo. Ci resta da convincere l’1%. 


| economiasolidale |

LA PERICOLOSA EREDITÀ DELLA GUERRA L’iprite è un gas tossico e vescicante, mortale in caso di esposizione a dosi molto elevate, che penetra in profondità nella cute provocando devastanti piaghe. Resta a lungo nel terreno e produce mutazioni nel patrimonio genetico. È stata utilizzata nella prima guerra mondiale e poi è stata vietata dalla Convenzione di Ginevra del 1925. Nonostante questo, i fascistissimi “italiani brava gente” ne hanno sganciate 85 tonnellate sull’Etiopia, in sei mesi, tra il 1935 e il ’36. Per una nemesi della storia alcune navi americane, affondate nel porto di Bari durante la seconda guerra mondiale, avevano nelle loro stive armi a caricamento chimico e bombe all’iprite. Dopo la guerra sono state recuperate 15.551 di queste bombe d’aereo e 2.533 casse di munizioni, che non sono state distrutte, ma sepolte nei fondali dell’Adriatico al largo di Torre Gavetone. Nel 1999 gli aerei della Nato, di ritorno dai bombardamenti in Kosovo, hanno sganciato nella stessa porzione di mare ordigni inesplosi, con tutta probabilità all’uranio impoverito. Nel basso Adriatico, dal 1946 fino alla fine degli anni ’90, sono stati ricostruiti 239 casi di intossicazione da iprite e lo scorso anno il litorale tra Molfetta e Giovinazzo è stato chiuso per la presenza degli ordigni

ARMI NON CONVENZIONALI: ALCUNI DEI SITI PRODUTTIVI E DEI RESIDUATI BELLICI PESARO Armi chimiche abbandonate in mare da tedeschi durante la ritirata nel 1944 4.030 bombe chimiche per 1.316 tonnellate di iprite 84 tonnellate di testate all’arsenico

Gianluca Di Feo Veleni di Stato Bur, 2009

Chemical City del Lago di Vico RONCIGLIONE Stabilimenti costruiti nel 1940 dal Governo Fascista per ospitare laboratori e depositi di armi chimiche 60 cisterne di fosgene bonificate Ordigni inesplosi e altri residuati bellici interrati Sostanze: fosgene, arsenico

Angelo Del Boca I Gas di Mussolini Editori Riuniti, 2007

Pa.Bai.

COLLEFERRO (Rm) L’area industriale che ospita già dal 1912 produzioni belliche, negli anni ’80 fornisce tecnologia all’Iraq di Saddam

MOLFETTA E TORRE GAVETONE Ordigni chimici contenenti iprite scaricati al largo di Torre Gavetone e nel mare antistante Molfetta provenienti dalla bonifica dei fondali del porto di Bari iniziata nel 1947 10.000 ordigni nel porto di Molfetta BASSO ADRIATICO Aree di sgancio dei caccia della Nato durante il conflitto in Kosovo nel 1999 e ordigni a caricamento speciale (bombe chimiche) affondate durante la seconda guerra mondiale Migliaia di ordigni inesplosi di piccole dimensioni provenienti dagli sganci dei caccia della Nato. Circa 20.000 ordigni con caricamento chimico (arsenico, iprite, lewisite) provenienti dalla seconda guerra mondiale

Sostanze inquinanti (tra cui perdorato di ammonio, propellente solido per razzi e missili) derivanti da diverse attività industriali (non solo belliche ma anche chimiche e di altro tipo), che si sono succedute negli ultimi 100 anni

LEGENDA Arsenico: Uccide danneggiando il sistema digestivo e il sistema nervoso. Composti contenenti arsenico sono cancerogeni Iprite: Gas tossico e vescicante, mortale in caso di esposizione a dosi molto elevate Lewisite: Liquido vescicante che si diffonde attraverso la pelle più rapidamente dell’iprite Fosgene: Gas tossico i cui sintomi si manifestano tra le 24 e le 72 ore dall’esposizione. Combinandosi con l’acqua contenuta nei tessuti umani, il fosgene dissolve le membrane delle cellule causando il riempimento delle vie respiratorie di liquido. La morte sopravviene per la combinazione di emorragie interne, shock e insufficienza respiratoria Acido clorosolfonico: Liquido ustionante, esplodente a contatto dell’acqua Cloropicrina: Provoca soffocamento

GOLFO DI NAPOLI Discarica sottomarina di armi chimiche abbandonate dall’esercito Usa tra il 1945 e il 1946 Bombe alla lewisite, fosgene, cloruro di cianuro e cianuro idrato. Bombe all’iprite - 13.000 proiettili di mortaio all’iprite - 438 barili di iprite

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NOSTRA ELABORAZIONE SU DATI LEGAMBIENTE, COORDINAMENTO NAZIONALE BONIFICA ARMI CHIMICHE

LIBRI

bellici. Queste testimonianze sono tratte dal dossier pubblicato da Legambiente, insieme al Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche (Cnbac), dal titolo Armi chimiche: un’eredità ancora pericolosa. La mappatura e la bonifica degli ordigni bellici o dei siti dove le armi chimiche sono state prodotte non sono ancora terminate e le scoperte dei depositi di materiali tossici avvengono spesso per caso o in seguito a incidenti in cui restano coinvolti ignari cittadini. Come è successo con il fosgene alla Chemical City sul lago di Vico (Vt), un sito dove l’attività produttiva era cominciata negli anni ’20 e dove più che di bonifica si deve parlare di occultamento. Gli effetti dei componenti delle armi non convenzionali sono devastanti in guerra e continuano ad esserlo anche a distanza di decine di anni nei territori dove sono stati sganciati e dove sono stati prodotti. Si tratta di costi umani e di costi economici di cui ancora la collettività deve farsi carico, mentre chi ne ha tratto profitto non viene chiamato a risponderne. Un ulteriore motivo per dire no alle produzioni militari. www.velenidistato.it www.legambiente.it/sites/default/files/.../dossier_armichimiche_0.pdf


| economiasolidale | spese militari |

Il dottor Stranamore è tornato di Paola Baiocchi

Al summit della Nato di Chicago, l’Alleanza atlantica ha presentato scenari di guerra a tutto campo. Nei quali l’Italia è coinvolta come soggetto pagante, come base logistica e come manutentore e qualcuno aveva esultato all’annuncio che si compreranno “solo” 90 cacciabombardieri F-35 al posto di 131, dopo il vertice Nato di Chicago può riporre in soffitta l’entusiasmo: si preparano spese militari stellari, grandiose come il summit che ha visto la partecipazione di 62 Paesi, 28 dell’Alleanza più i partner, compreso il Pakistan. La Nato che ne esce ridisegnata è “proiettabile” in qualunque direzione, si appoggia su una rete europea basata sul dispiegamento di radar e missili antimissile posizionati soprattutto nell’Europa orientale e meridionale, in Polonia, Romania, Bulgaria e Turchia. Così vicini alla Russia da provocare la sua reazione preoccupata.

S

Sicilia base Usa Facciamo il punto per l’Italia: la Sicilia si conferma centrale nella strategia Nato/Usa, con Sigonella dove si prevede una base per i droni, gli aerei senza pilota che possono essere guidati da 10 mila chilometri di distanza con un joystick. A Niscemi, nel cuore di un’importante riserva naturale in provincia di

Oltre ai 90 F-35 che l’Italia acquisterà, si preparano spese militari stellari. La Sicilia si conferma centrale. Evidenti i segni del riarmo

Caltanissetta, sta prendendo forma il Muos (Mobile User Objective System), il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari ad uso esclusivo delle forze armate statunitensi che consentirà di gestire sistemi d’arma come gli F-35, i droni, ma anche di rilanciare per ogni dove ordini di guerra convenzionale o chimica, nucleare o meteo. «Il Muos collegherà tra loro i centri di comando e controllo delle forze armate – spiega Antonio Mazzeo, peace-researcher e giornalista – i centri logistici e gli oltre 18 mila terminali militari radio esistenti, i gruppi operativi in combattimento e gli arsenali sparsi in tutto il Pianeta. La nuova rete di satelliti e terminali terrestri consentirà di moltiplicare di dieci volte il numero delle informazioni che saranno trasmesse, accrescendo il rischio che venga scatenato l’olocausto per un mero errore tecnico».

LOCKHEED MARTIN F-35 LIGHTNING II (JOINT STRIKE FIGHTER) Viaggerà a duemila chilometri all’ora, sarà stealth cioè disegnato in modo da far scivolare le onde radar e con motori che riducono il calore per non mettere in allarme i sensori a infrarossi. Scambierà in tempo reale un’enorme massa di informazioni con il Muos, con la rete dei satelliti, con i droni, con le basi a terra, con altri Jsf. Tutte le informazioni saranno proiettate nella visiera del casco e sarà “sensor fusion”: in pratica una serie di telecamere poste in vari punti dell’aereo consentirà al pilota di vedere in ogni direzione, come se la fusoliera non esistesse. Sarà multiruolo, cioè allo stesso tempo intercettore, cacciabombardiere, aereo da attacco al suolo e aereo da ricognizione. L’F-35 Lightning (Fulmine), assicura la Lockheed Martin, «come un fulmine colpisce il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente». Sul sito della | 44 | valori | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 |

Lockheed affermano che avrà bisogno di pochissima manutenzione, ma già l’Eurofighter Typhoon per ogni ora di volo ne richiede 19 di manutenzione, mentre il costo per un’ora di volo non in missione di guerra è 30 mila euro. Dell’F-35 sono previste tre versioni: a decollo e atterraggio convenzionale; con decollo corto e atterraggio verticale come un elicottero, e un modello per le portaerei. Ma di un aereo così al momento l’unica cosa che vola sono i costi, e dal faraonico progetto si sono tirati indietro, anche perché non c’è nessuna penale, la Danimarca, la Norvegia e l’Olanda. Paesi dove, a differenza dell’Italia, l’opinione pubblica ha un peso. Francia, Germania, Spagna e Svezia invece non adotteranno l’F-35, saremo quindi più interoperativi con la Nato che con il resto dell’Europa.


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Mancano cinque minuti «A gennaio quell’orologio del Bulletin of the atomic scientist che viene chiamato “l’orologio dell’Apocalisse” è stato spostato avanti di un minuto, e ora ne mancano solo cinque alla mezzanotte nucleare. È necessario de-allertare le testate, in modo che occorra tempo per far scattare l’aggressione», spiega Angelo Baracca fisico nucleare, che vede concentrarsi soprattutto sulla Siria e sull’Iran le minacce di attacco. I segni del riarmo sono evidentissimi: a cosa serviranno i 90 F-35 (numero aumentabile in ogni momento) che si uniranno ai 90 Eurofighter già commissionati? Un totale di 180 cacciabombardieri molto più distruttivi dei Tornado utilizzati in Libia un anno fa. Serviranno per la “guerra surrogata”, la “guerra asimmetrica”, ma soprattutto a garantire “proiettabilità”. Non lasciano spazio al dubbio le definizioni dell’uso per il quale sono progettati gli F-35, i caccia multiruolo (vedi BOX ) che ci troviamo tra capo e collo, ulteriore mostruosa tassa da pagare, mentre viene ridotto il fondo per la non autosufficienza, ci tagliano le pensioni e viene imposta l’Imu sulla prima casa. Gli F-35 si stima costeranno almeno 15 miliardi, anche se non è sicuro a quanto arriverà la spesa, perché gli aerei sono in fase di sviluppo e i progettisti devono risolvere una quantità infinita di problemi tecnici. A questo va aggiunto il coefficiente “MM”, cioè il Mistero che ammanta la spesa Militare e al cui interno, come abbiamo visto nelle indagini in corso su Finmeccanica, c’è un oliato sistema di fondi neri. Il ministro Di Paola sugli F-35 ha “tranquillizzato” i parlamentari: «Se sapeste quanto è costato l’Eurofighter, vi spaventereste; parliamo del doppio della cifra». «La formula inventata da Washington – dice Manlio Dinucci, saggista – prevede una serie di programmi comuni per le esercitazioni, la logistica, l’acquisto di armamenti come l’F-35. Strutturati in modo da rafforzare la leadership statunitense sugli alleati europei. Una sorta – conclude Dinucci – di “gruppo di acquisto solidale”». 

GLI OCCHIALI CON L’ULTRA-VISTA Quante letture si possono dare di una guerra? Ci sono le vite umane perse e il dolore di chi resta, ci sono Mario José Cereghino, i mutilati, gli orfani, chi ha subito ferite Giovanni Fasanella nell’animo che non si risaneranno. Il golpe inglese. C’è la distruzione fisica di città, ponti, Da Matteotti a Moro: le prove della guerra segreta fabbriche, strade, linee ferroviarie. per il controllo del petrolio Sui motivi che hanno portato a una e dell’Italia guerra, tutti sanno che si tratta Chiarelettere, 2011 di spinte per l’egemonia economica su aree interessanti per le loro risorse o per la loro posizione geopolitica. Eppure cronisti e storici spendono fiumi di parole per dire che il conflitto dei Balcani è stato di carattere etnico e che la Libia è stata bombardata per difendere la popolazione. È una seconda guerra mondiale, diversa da come siamo abituati a leggere, quella che troviamo ne Il golpe inglese, libro scritto a quattro mani dal ricercatore Mario José Cereghino e dal giornalista Giovanni Fasanella. Anzi più che un libro ci troviamo ad avere per le mani un paio di occhiali che ci danno “l’ultra-vista” per guardare gli avvenimenti storici, dalla guerra al rapimento Moro, e a capire meglio il ruolo di orientamento dell’opinione pubblica che hanno svolto alcuni intellettuali italiani, di cui si fanno nomi e cognomi (come i Barzini e i Feltrinelli), pagati dall’intelligence britannica. Il testo si basa quasi interamente su documenti consultabili negli archivi di Stato britannici di Kew Gardens «centinaia di lettere, cablogrammi, informative e analisi dell’intelligence, della diplomazia, dei ministeri e dell’ufficio del premier. Rapporti classificati confidential, secret, top secret», ora desecretati e a disposizione degli studiosi, da cui emerge chiarissimo che i politici e “l’interesse nazionale” sono strumenti nelle mani delle grandi borghesie internazionali. Mussolini è una “creatura” inglese, a libro paga dal 1917 fino a quando, a fascismo ormai affermato, si schiera con il nazismo. Non si interromperanno però i rapporti tra Londra e Roma, perché Mussolini è ancora utile per mettere in ginocchio la Germania e la diplomazia britannica gioca su più tavoli contemporaneamente. È utile collocare l’Italia non come alleato, dopo l’8 settembre, ma come co-belligerante e soprattutto tra i “vinti” perché, altrimenti, afferma Winston Churchill, «non sarebbe stato possibile esercitare alcun controllo sul Paese». Mentre così, dichiarerà Churchill al delegato di papa Pio XII nel novembre 1945, «l’unica cosa che mancherà all’Italia è una totale libertà politica». È il petrolio ad alimentare la seconda guerra mondiale, determinando vittorie e sconfitte sui campi di battaglia, in funzione delle strategie future. Per arrivare al Mar Rosso e ai terminali petroliferi, alla Gran Bretagna serve il controllo sull’Italia; l’ha già capito ai tempi del taglio del Canale di Suez e per tutelare i suoi interessi energetici ha finanziato l’unità d’Italia. A maggior ragione le serve nel dopoguerra, perché sull’area mediorientale si cominciano a delineare anche gli interessi statunitensi, su quello che la Gran Bretagna considera il “suo petrolio” e non si possono tollerare altre mire espansionistiche. Proprio come si affermerà in un documento del ministero britannico dell’energia, il 15 agosto 1962, che precede di due mesi l’omicidio di Enrico Mattei: «L’Eni sta diventando una crescente minaccia per gli interessi britannici». Pa.Bai.

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| economiasolidale | Gruppi di acquisto solidale |

“Quali valori ci uniscono?” Al via il censimento del mondo ecosol di Emanuele Isonio

All’assemblea annuale di Gas e Des nelle Marche quest’anno temi e priorità saranno decisi attraverso una consultazione che coinvolge tutti i territori. Grande l’attesa per capire quale idea di movimento emergerà. E se i punti d’incontro saranno più delle differenze enti domande, divise in due sezioni e cinque macroaree. Non sarà lungo e complicato come il questionario del censimento Istat, ma per il futuro dell’altra economia potrebbe rappresentare anche qualcosa di più. Un’occasione per conoscersi meglio. Un’opportunità per capire quanto è ampio e complesso il mondo dei consumatori e produttori critici, delle reti di gruppi d’acquisto (Gas) e dei distretti di economia solidale (Des). Da qualche settimana queste realtà stanno rispondendo alle domande contenute nel documento inviato all’inizio di maggio dal Tavolo Res nazionale (vedi BOX ), dal titolo, a volerla dire tutta, un po’ verboso: “Raccolta di opinioni dei territori su temi di confronto all’interno dei movimenti di economia solidale e su modelli di struttura della rete”.

V

Quale reazione dai territori? Una prima assoluta per il mondo dei Gruppi d’acquisto solidale. L’esperimento, per stessa ammissione dei promotori, non si sa se avrà esito positivo. Ma le dimensioni del fenomeno-Gas ha raggiunto ormai dimensioni tali da richiedere un tentativo di conoscerne meglio motivazioni e numeri. «In più – spiega

LINKOGRAFIA www.sbarcodesgas.org www.retegas.org | 46 | valori | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 |

Davide Biolghini, tra gli estensori del documento – il questionario dovrebbe servire a darci una base per le discussioni che avremo al meeting che vedrà riuniti gasisti e rappresentanti dei distretti alla Golena del Furlo, nelle Marche, il 23 e 24 giugno prossimi». Que-

st’anno il tradizionale appuntamento Sbarco Gas si trasformerà in una vera e propria assemblea. Riuscire ad avere un documento di lavoro creato rispettando le priorità espresse direttamente dai territori potrà essere una valida base di lavoro.


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Le risposte non arriveranno prima di metà giugno. Poi, nella settimana o poco più che separerà dall’appuntamento marchigiano, bisognerà porle a sintesi. Ma intanto si possono già sondare le prime reazioni. «Il questionario è l’inizio di un percorso ponderoso ma doveroso, per una rete che finora ha fatto fatica a fotografarsi», commenta David Marchiori, del dipartimento Pace e Stili di vita delle Acli nazionali. L’unica ricerca finora pubblicata sul mondo-Gas rimane infatti quella realizzata l’anno scorso dalle Acli veneziane (vedi BOX ). Dietro al sondaggio potrebbero però celarsi difficoltà: «Non dobbiamo farci illusioni», prosegue Marchiori. «La strada è difficile e ogni gruppo, ogni realtà è distinta dall’altra. Non credo ci sarà una lettura sintetizzabile, ma sono certo che fornirà un patrimonio di riflessioni e informazioni rilevante».

Le diverse linee di frattura In effetti, basta scambiare due chiacchiere con chi ha letto quel documento

Nel mondo dei Gas emergono forti differenze: tra Nord e Sud; e tra chi è ancorato al modello originario e chi vuole fare passi avanti, verso una contaminazione per capire che variano le reazioni che suscita e la sensazione di urgenza è di volta in volta connessa con argomenti ben diversi. Fratture geografiche che separano il Nord e il Sud. Separazioni concet-

tuali che dividono l’avanguardia del movimento dagli “adepti” dell’ultim’ora. In Veneto e dintorni, ad esempio, sembra stimolare interesse l’estensione delle pratiche gasiste ai settori no-food e ci si inizia a domandare: è giusto accettare e ricercare contaminazioni tra i soggetti dell’economia solidale e di quella tradizionale? Un esempio: la Astorflex, calzaturificio mantovano che da qualche anno ha deciso di aprire canali di vendita diretta con i Gas. «È un’azienda di tipo tradizionale che si sta convertendo» spiega Marchiori. «Nel movimento è aperto il confronto sull’opportunità che la rete dialoghi con queste realtà, che nascono fuori del perimetro dell’altra economia. Più in generale, in Veneto stiamo cercando di costruire rapporti con le piccole aziende». Quel tessuto produttivo che, dopo aver fatto la storia (e la ricchezza) della regione, si è sfilacciato e disperso tra crisi e delocalizzazione. «Questo confronto è uno stimolo per costruire un nuovo rapporto tra produttori e consumatori –

Potenza Gas: 240 mila persone e 100 milioni di spesa annua di Emanuele Isonio

Oggi la Retegas registra 872 gruppi, ma potrebbero essere il triplo. Lo rivelano i primi dati di un’indagine del Tavolo Res. Un trend confermato da una ricerca delle Acli venete Numeri, dati e informazioni precise sulla galassia dei Gruppi d’acquisto solidale in Italia ancora non esistono. Certo, ci sono i gruppi registrati alla Retegas (872 ad oggi). Ma sono solo una parte e forse nemmeno la più ampia. Notizie più precise arriveranno quando si concluderà la ricerca nazionale “Dentro il capitale delle relazioni”, promossa dal Tavolo Res insieme all’Osservatorio Cores dell’università di Bergamo. L’indagine scandaglia i vari aspetti della vita di ogni Gas: grandezza; tipo d’origine; uso di strumenti finanziari; frequenza, quantità e tipologia d’acquisti; valore dei beni acquistati; sistemi di prefinanziamento; logistica; rapporti e criteri di scelta dei produttori; sistemi di comunicazione interna. «Dai primi dati – rivela Davide Biolghini del Tavolo Res – stiamo censendo quasi il triplo dei gruppi iscritti alla lista nazionale». Se il trend sarà

confermato, si conteranno circa duemila Gas, 240 mila persone coinvolte (ogni gruppo ha in media 30-50 famiglie). Una potenza sociale e una rilevante leva economica: «Di solito un Gas spende 50 mila euro l’anno. Stiamo quindi parlando di 100 milioni di spesa annua». Al momento l’indagine più completa rimane quella promossa dalle Acli venete. Ma ovviamente i dati sono limitati al livello regionale. In quel caso il numero di Gas mappati era risultato più del doppio di quanto si pensasse (oltre 150 rispetto ai 65 noti, con una media di 62 iscritti per un totale di quasi 10 mila membri). Solo il 17,5% dei gruppi è dotato di conto corrente e meno della metà di questi usa strumenti finanziari etici. Meno di uno su 5 ha rapporti con gli enti locali. Ma, in compenso, 9 Gas su 10 fanno attività insieme ai fornitori. Capitolo spesa: il 53% degli ordini ha cadenza settimanale. Il volume d’acquisto è di 5 milioni di euro, il 68% destinato a prodotti biologici, con un risparmio rispetto al mercato del 22,5%. Molto interessante (ma assai poco noto) l’indice di redditività: ogni euro speso presso i Gas veneti garantisce ai produttori una redditività 4,3 volte superiore ai canali tradizionali di vendita.

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LE CINQUE AREE DEL QUESTIONARIO ECONOMIA Viene chiesto ai gasisti quanto considerano urgente intervenire sui flussi economici attraverso percorsi di trasformazione sociale; sperimentare nuovi stili di vita; sostenere filiere produttive ecologiche ed eque; finanziare modelli alternativi di produzione alimentare locale e biologica; difendere i beni comuni; sviluppare nuove forme di approvvigionamento energetico.

FINANZA Obiettivo di questa sezione è capire la rilevanza percepita di temi quali il controllo pubblico delle politiche monetarie, attraverso istituzioni nazionali e sovranazionali per ridurre il peso della finanza privata; le iniziative a favore di una maggiore trasparenza del sistema finanziario e di contrasto alla speculazione internazionale (Tobin Tax); la sperimentazione di modelli di finanza etica, quali Mag, monete locali e microcredito.

ISTITUZIONI E PARTECIPAZIONE Una sezione per capire quanto il movimento gasista consideri importante il proprio ruolo pubblico. Le domande riguardano la costruzione di spazi pubblici per interloquire con soggetti e istituzioni locali; la promozione di forme di cittadinanza attiva; lo sviluppo di nuovi spazi politici; l’opportunità di sostenere movimenti partitici purché coerenti con i principi dell’economia solidale.

CULTURA E PROCESSI D’APPRENDIMENTO Si cerca di indagare su quanto sia considerato importante per la diffusione delle idee gasiste costruire processi d’apprendimento comunitari, basati sulla condivisione e lo scambio di nuove pratiche utili a spiegare e consolidare nuovi modi di pensare e di agire.

STRUTTURA Tra Gruppi d’acquisto, reti, distretti, associazioni tematiche, gruppi di lavoro specializzati, tavoli regionali e nazionali, corsi di formazione, convegni e assemblee annuali, incontri tra animatori di reti, la struttura della rete italiana Gas-Des è molto complessa. Quali forme sono considerate più utili al percorso di trasformazione sociale? E quali invece vengono reputate superflue o pleonastiche?

prosegue Marchiori – ma può progredire solo se il mondo-Gas è pronto per percepirsi come una buona pratica sociale e non solo una scelta individuale».

te marginale da queste parti» commenta Fabio Lega, presidente del Gas Bio di Caltanissetta (città che, pure, ha tributato un discreto successo a una lista vi-

Finanza etica, tema ostico Potrebbero creare diversità di vedute anche le questioni connesse con la diffusione degli strumenti di finanza etica. Un problema già sollevato nel gruppo di lavoro che aveva lavorato l’anno scorso a L’Aquila. Dal questionario verosimilmente emergeranno gruppi più attenti a questo tema, difficile e per questo spesso sottovalutato. E altri che ancora non utilizzano gli strumenti finanziari etici né li conoscono adeguatamente. «Nonostante alcuni utili incontri con Banca Etica il tema è assolutamen| 48 | valori | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 |

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cina al mondo dell’economia solidale che si è presentata alle ultime elezioni amministrative). «Mi verrebbe da dire che la differenza tra le priorità dipende non tanto dalla regione d’appartenenza ma da quanto ogni singolo Gas si sente gruppo di pressione del proprio territorio». Eppure la geografia conta: «Non siamo pronti ad affrontare il tema delle campagne su scala nazionale, ad esempio nel settore energia. Qui facciamo ancora fatica a spiegare che i Gas non sono un supermercato da contattare quando si vuole fare un ordine di frutta e verdura. Serve un lavoro enorme tra i consumatori. E serve altrettanto impegno per attirare a noi i produttori: sono veramente pochi quelli che hanno capito le nostre motivazioni e hanno sposato le nostre idee». Cocenti delusioni sono ancora dietro l’angolo: «Molti si preoccupano solo di quante forme di formaggio possono vendere. E ci sono capitati agricoltori che s’impegnavano a fornirci verdura biologica mentre, in realtà, andavano ad acquistare i prodotti ai mercati generali». Sensibilità e maturità diverse che il questionario, se la risposta sarà sufficientemente capillare, non potrà che far emergere. Ma forse non è un male? «Emergeranno differenze. Affioreranno punti di vista e letture non collimanti su cosa è il movimento dell’economia solidale e qual è il nostro ruolo in questa fase di cambiamento» osserva Giuseppe De Santis del Distretto della Brianza. «Ma abbiamo bisogno di questa fase e dobbiamo definire chi siamo. Solo così potremo capire quanto siamo effettivamente alternativi e quali pratiche potremo portare avanti tutti insieme». 


FOTO ARCHIVIO ALCE NERO & MIELIZIA

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Il miele italiano in lotta contro pesticidi e sindrome cinese di Emanuele Isonio

Decine di migliaia di apicoltori, prodotti di qualità eccellente, canali di vendita diretta utilizzati da un terzo degli italiani, prezzi che assicurano guadagni adeguati. La filiera è in salute. Ma pericoli esterni la minacciano eonicotinoidi e dumping cinese. Riassumere in appena due fattori i potenziali rischi di crisi di un settore economico puzza di eccessiva semplificazione. Ma questi due fattori (vedi ARTICOLI alle pagg. 51 e 52) sono gli unici a preoccupare (e molto) gli esperti ai quali abbiamo chiesto notizie sulla salute del miele italiano e di chi lo produce. Senza quelle due spade di Damocle, staremmo al cospetto di una filiera senza ombre: moltissimi piccoli produttori, prodotti (artigianali e industriali) di alta qualità e invidiabili percentuali di vendita diretta, all’avanguardia nella trasparenza dell’etichettatura, in grado di assicurare profitti adeguati agli apicoltori. Nonostante non sia considerato un bene di prima necessità, il miele mostra di reggere l’impatto della crisi economica e, anzi, «il settore cresce – rivela Diego Pagani, apicoltore e presidente di Conapi (Consorzio Nazionale Apicoltori) – ed è visto come prospettiva di lavoro da parte di molti giovani in cerca di occupazione». Al netto delle due (minacciose) nubi all’orizzonte, il miele italiano evidenzia quindi elementi di vivacità impensabili in molti altri settori agricoli. La nota dolen-

N

te è nei numeri: di precisi e inconfutabili non ne esistono. Gli stessi tecnici forniscono dati diversi. Secondo Raffaele Cirone, presidente della Federazione apicoltori italiani (Fai) «nel nostro Paese raccogliamo ogni anno diecimila tonnellate di miele, attraverso una rete di 75 mila apicoltori, 1,1 milioni di alveari e 60 miliardi di api, per un controvalore di 35 milioni di euro». Cifre sottostimate per Giancarlo Naldi, presidente dell’Osservatorio nazionale miele, che indica in 25 mila le tonnellate prodotte. Differenze causate da censimenti degli alveari tutt’altro

che cristallini, soprattutto al Sud (non a caso gli ultimi conteggi attendibili fanno riferimento al 2006), e dal consistente fenomeno delle produzioni amatoriali, che sfuggono ai calcoli ufficiali («nel caso del miele tali produzioni raggiungono quantità significative: il 15-20% dei consumi totali», osserva Naldi). A rendere complesso i conteggi, anche la drammatica moria di api del 2007-2008. Al di là dei numeri, non cambia la valutazione degli esperti: sono quantità rilevanti, che fanno dell’Italia uno dei primi produttori della Ue, ma che non riescono a coprire interamente i consumi nazionali (che si attestano sui 450 grammi pro capite). «Il tasso di autoapprovvigionamento è attorno al 60%», secondo Francesco Panella, presidente di Unaapi (Unione

IL BIOLOGICO CRESCE. MA CONVIENE POCO Al quadro sostanzialmente positivo del miele tricolore non fanno eccezione le produzioni biologiche, che rappresentano ormai il 10% del totale e fanno segnare incrementi a doppia cifra. Gli alveari certificati hanno raggiunto quota 125 mila. Un prodotto molto apprezzato soprattutto dagli amatori del miele (secondo un’indagine Nielsen il cliente tipo ha 30-50 anni con alti livelli di reddito e d’istruzione). Il processo biologico, infatti, vieta l’uso di rimedi artificiali per contrastare le patologie di piante e insetti. Un bel fiore all’occhiello per l’Italia, con ricadute positive sul resto del mercato. Il fattore preoccupante sta nel fatto che produrre miele secondo i criteri bio costa di più, ma il prezzo di vendita non permette di recuperare i maggiori costi: «A fronte di un aumento di costi del 30%, la maggiorazione di prezzo si ferma al 10%», spiega Diego Pagani, presidente di Conapi.

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LINKOGRAFIA Osservatorio nazionale miele www.informamiele.it Conapi www.conapi.it Fai www.federapi.biz Unaapi www.mieliditalia.it

Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani). «Ecco perché – aggiunge Cirone – siamo costretti a ricorrere alle importazioni: nel 2011 abbiamo comprato oltre 15 mila tonnellate di miele, spendendo 41,6 milioni di euro». Va poi considerato che il miele italiano è molto richiesto in altri Stati Ue. «Primo fra tutti la Germania – spiega Pagani di Conapi – che usa il nostro miele per “tagliare” quello prodotto in patria».

Tra professionismo e hobby L’aspetto interessante è che i dati positivi sul miele italiano sono raggiunti grazie a

una filiera sui generis nel nostro panorama agricolo. Accanto ai grandi marchi industriali, da Nord a Sud si contano almeno 8-10 mila agricoltori che usano le produzioni per arrotondare i propri redditi («solo nel 15% dei casi, gli apicoltori guardano ai mercati come veri e propri imprenditori economici» commenta Cirone). Per altre 30 mila persone invece, il miele è un hobby o poco altro. «Nel nostro settore – osserva Panella – il sistema della cooperazione funziona molto bene, grazie a un percorso iniziato trent’anni fa. In Italia esistono una decina di cooperative che permettono anche ai piccoli produttori di rimanere sul mercato». Almeno due i vantaggi: i costi di produzione scendono e chi cede il proprio miele al circuito industriale riesce a ottenere prezzi decenti. «Il prezzo all’ingrosso varia tra 3,5 e 5,5 euro al chilo e in generale ci stiamo dentro

con i costi di produzione» continua Panella. Ovviamente prezzi e analisi cambiano con il variare dei tipi di miele. «Ma in generale ci stiamo dentro con i costi di produzione». I momenti critici arrivano in coincidenza con annate in cui la produzione mondiale è molto alta: «a quel punto, i prezzi scendono e anche gli apicoltori hanno problemi a far quadrare i conti», spiega Naldi. C’è però una scialuppa di salvataggio che, almeno in Italia, sembra essere sempre pronta per i piccoli produttori: la vendita diretta. Che assicura maggiori margini a chi produce e spesso soddisfa la richiesta di qualità dei consumatori. «Noi stessi siamo rimasti esterrefatti – ammette Panella di Unapi – quando, da un’indagine Nielsen, è emerso che il 37% degli italiani acquista miele direttamente dal produttore». 

ETICHETTE TRASPARENTI. LA NUOVA FRONTIERA È IL CODICE “QR” Sulla sacrosanta strada della trasparenza, il miele rappresenta un’avanguardia rispetto ad altri settori alimentari. È infatti stato tra i primi a imporre sull’etichetta l’indicazione obbligatoria dell’origine del miele, del lotto d’appartenenza e della data di scadenza. Per consentire ai consumatori di avere tutte le informazioni possibili e adatte a un utilizzo più consapevole, l’Osservatorio nazionale miele ha lanciato un’idea, attualmente in fase di sperimentazione: l’inserimento nelle etichette del codice “QR”. Una sorta di “codice a barre” leggibile attraverso qualunque smartphone, che permette di ricevere sul

proprio telefonino molte notizie in più sul miele che si sta per acquistare: le foto e la localizzazione Gps dell’apiario di provenienza, il telefono e l’indirizzo dell’azienda, le informazioni sulle certificazioni possedute, l’analisi qualitativa e organolettica. Volendo, si possono aggiungere anche informazioni sui cibi con cui meglio si accompagna. Spiega Giancarlo Naldi, presidente dell’Osservatorio: «Vogliamo aiutare il consumatore a conoscere e capire le peculiarità che ogni miele ha in sé. Solo così si valorizzano davvero le eccellenze del nostro made in Italy».

Il miele? “Apprezzarlo” conviene Dalla collaborazione tra il Gas Biorekk di Padova e un apicoltore locale, una nuova strada nei rapporti tra consumatori e produttori. Con soddisfazione per tutti. E una lezione per l’intera filiera

quando si fa la spesa), di qualche centinaio di barattoli di miele e di un piccolo apicoltore per il quale questa è una tra le varie fonti di reddito. Una piccola idea, che non sposta praticamente nessuna percentuale rilevante fra i fatturati del settore. Ma, forse, apre una strada. Lancia una proposta. Mostra una via diversa, che renda i consumatori più consapevoli e i produttori più trasparenti.

Se siete convinti che i grandi cambiamenti non possono partire dalle piccole novità, se ritenete che le svolte epocali richiedano interventi dall’alto, risparmiate il vostro tempo: saltate quest’articolo e passate oltre. Perché qui si parla di una manciata di famiglie unite da una stessa visione del mondo e dei rapporti umani (anche

Prezzo competitivo anche se condiviso Non per essere venali, ma partiamo con il dato che più ci ha stupito: 6,8 euro per un vasetto da un chilo di miele di acacia, certificato biologico. Un prezzo più che competitivo, vista la qualità del prodotto e il modo in cui è stato formato.

di Emanuele Isonio

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Il dumping di Pechino allarma gli apicoltori di Emanuele Isonio

Miele “tagliato” con gli zuccheri del riso, utilizzo di pollini Ogm: nella Ue si moltiplicano le denunce per i metodi spregiudicati usati dai cinesi per abbattere i costi di produzione. Ma, intanto, le importazioni volano. A prezzi stracciati ro al chilo) e quella italiana (500-600 euro al chilo). «Differenze tali non possono che squassare il mercato» denuncia il presidente di Unaapi, Francesco Panella. Una concorrenza sleale possibile grazie ad adulterazioni che sfuggono ai controlli.

I NUMERI DEL MIELE CON GLI OCCHI A MANDORLA 60.000

1,50

50.000

1,25

40.000

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Produzione [tonnellate]

L’idea è partita tra le trecento famiglie del Gas padovano Biorekk ed è stata trasformata nel progetto “Apprezziamolo” grazie alla collaborazione con Aiab, la Cooperativa El Tamiso e a un bando della Fondazione Culturale Responsabilità Etica. Obiettivo: trovare un produttore interessato a un tipo diverso di commercio e disposto a mettere sul tavolo le varie voci di costo (vedi TABELLA ). «Le abbiamo analizzate una a una – racconta Angelo Sanità, del Biorekk – e per ognuna, tutti insieme abbiamo deciso quale fosse il prezzo giusto. Abbiamo aggiunto una percentuale di guadagno che il produttore ritenesse equa e un fondo di coproduzione da destinare a incontri con i consumatori e a lezioni nelle scuole». Ed ecco spiegati i 6,80 euro finali. Un risultato che vale triplo. Non solo per il prezzo assai competitivo ma anche perché le famiglie del Biorekk hanno potuto porre dei punti fermi che ritenevano imprescindibili: miele locale, certificato biologico, frutto di autoproduzione (l’apicoltore

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Importazione in UE 27 [tonnellate]

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[euro/kg]

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dei mieli di tutto il mondo. Se non si considera quello cinese, la media è di 2,26 euro al chilo. Pechino importa il proprio prodotto a 1,26 euro. Una differenza dell’80%. Ancor più impressionante la differenza di costo tra la pappa reale cinese (venduta a 40 eu-

[tonnellate]

trano il destino dei nostri apicoltori. Capaci di resistere alla moria delle api che ha allarmato addetti ai lavori, biologi, zoologi, addirittura climatologi. In grado di passare – più o meno – indenni attraverso una crisi economica che sta mordendo le gambe di molti altri settori che pure hanno fatto la storia della gastronomia tricolore. Eppure messi in pericolo – potenziale, ma tutt’altro che irreale – quando si considerano i dati dell’import. O meglio. Di un import che ha un indirizzo ben preciso e contiene un virus molto pericoloso: il dumping. La Cina è uno dei massimi produttori mondiali e ha già superato la Ue. Ma il dato dal quale partire è contenuto in un rapporto della Commissione europea. Bruxelles ha pubblicato i prezzi di importazione

0,00

Prezzo medio d’importazione [euro/kg]

scelto crea da solo i fogli di cera per gli alveari ed effettua la rimonta degli sciami). Inoltre, la vendita Materie prime 0,92 € 14% Costo lavoro di produzione 2,34 € 34% diretta e concordata con i gasisti Attività di formazione 0,28 € 4% Ammortamenti 1,27 € 19% ha permesso di ridurre costi inutili, Certificazione bio 0,32 € 5% Spese generali 1,00 € 15% ottimizzando il numero di barattoli Iva al 10% 0,61 € 9% Totale apprezzamento 6,73 € da acquistare o eliminando Fondo di co-produzione 1% 0,07 € 1% le etichette («a noi non servono PREZZO “GIUSTO” al kg perché sappiamo perfettamente 6,80 € 100% che miele stiamo acquistando»). Ovviamente pensare che una simile iniziativa sia replicabile facilmente e ovunque sarebbe un errore: «Da noi è stato possibile – spiega Sanità – perché abbiamo molti agricoltori preparati e pronti a fare ragionamenti diversi da quelli della classica filiera produttore-consumatore. Senza questi presupposti, il progetto sarebbe destinato al fallimento».

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Costi bassi e adulterazione «Attraverso un processo industriale – spiega Panella – vengono tolti i pollini, il miele viene pastorizzato e poi si “allunga” con zuccheri del riso, non rilevabili con le analisi di laboratorio. Il miele finale è una schifezza ma il costo è infinitamente più basso». Se a questo si aggiunge la scarsità di controlli alle frontiere italiane, le ansie

degli apicoltori italiani appaiono più che giustificate, tanto più che l’importazione dalla Cina è triplicata nel 2011. «Mesi fa i Nas hanno sequestrato al porto di Napoli grosse quantità di miele cinese già confezionato ed etichettato come miele biologico italiano da immettere nei circuiti discount» racconta Diego Pagani, presidente di Conapi. «Ci siamo costituiti par-

te civile e la nostra richiesta è stata accolta. D’ora in poi lo faremo sempre. A tutela del nostro lavoro e dei diritti dei consumatori». La stessa Commissione europea ha infatti lanciato l’allarme che nel miele importato dalla Cina potrebbe esserci polline Ogm. Una coltivazione che, in Italia, dovrebbe essere vietata e comunque non commerciabile. 

Moria delle api, è scontro sull’insetticida killer di Emanuele Isonio

Secondo molti ricercatori i neonicotinoidi sarebbero i responsabili diretti del dimezzamento degli alveari avvenuto nel 2007. Ma il divieto di usarli scade a fine giugno. E le pressioni per non prorogarlo sono enormi er capire l’impatto dei nuovi insetticidi sulle api basta fare un salto su Youtube, cercando “morìa delle api”. Nessun video di dubbia provenienza. La fonte è autorevole (Vincenzo Girolami, docente di Entomologia agraria all’università di Padova): nel filmato due api entrano a contatto con una sola goccia di neonicotinoide, una categoria di potentissimi insetticidi (un grammo produce gli effetti di oltre 7 chili di Ddt). L’attenzione su questi insetticidi ha raggiunto il livello d’allarme dopo che nel 2007 le popolazioni di api in Europa si sono dimezzate in pochi mesi (solo in Italia, secondo l’Istituto Superiore per la ricerca ambientale, si persero 200 mila alveari in pochi mesi). Un disastro economico per i produttori, ma anche (e forse soprattutto) ambientale. Una riduzione dal 30 al 50% del patrimonio apistico ha effetti su tutta la produzione agricola: questi insetti impollinano infatti oltre un terzo delle coltivazioni. «Secondo due importanti studi la moria di api non dipende dai farmaci usati in agricoltura», provò a giustificarsi Agrofar-

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ma. Ma bastò vietarli per far tornare il numero di alveari a livelli “pre-crisi”. Il bando però scadrà il prossimo 30 giugno. E sarà compito dell’Autorità europea di sicurezza alimentare (Efsa) decidere un’eventuale proroga. La Commissione Ue ha intanto inviato all’Efsa due ricerche francesi e italiane che evidenziano lo stretto legame tra i neonicotinoidi e l’impressionante decimazione di insetti impollinatori. Dovrebbe essercene abbastanza per stare al sicuro da eventuali sorprese. Ma c’è chi denuncia pericolosi legami tra i ricercatori dell’Efsa e le multinazionali della chimica. Più o meno le stesse su cui ha indagato la Procura di Torino. Il pm Raffaele Guariniello ha accusato la Syngenta Italia e la Bayer CropScience di Milano di «diffusione di malattie di animali pericolose per il patrimonio zootecnico e per l’economia nazionale». Pena prevista: da uno a cinque anni. «Quegli insetticidi – commenta Girolami – non aiutano le produzioni. Nella concia del mais sono stati vietati ma la produzione è cresciuta. Gli unici vantaggi sono per chi li commercializza». 

SULLE API, IL MEDIATORE INDAGA LA COMMISSIONE UE In attesa di capire quali decisioni prenderà l’Unione europea sulla questione neonicotinoidi, la Commissione europea è però già nel mirino di un’altra istituzione comunitaria: il Mediatore, che ha il compito di verificare i casi di cattiva amministrazione delle istituzioni europee, ha aperto un’inchiesta per appurare se Bruxelles ha effettivamente preso tutte le adeguate contromisure contro il drammatico aumento di mortalità delle api. L’iniziativa del Mediatore – il greco Nikiforos Diamandouros – ha preso spunto da una denuncia presentata dal Collegio che riunisce i Mediatori austriaci (meglio noti come “Ombudsman”). A questo punto, la Commissione europea sarà obbligata a fornire una risposta presentando un proprio atto di difesa entro il 30 giugno prossimo. Se l’esecutivo europeo non dovesse fornire spiegazioni ritenute adeguate o le indagini del Mediatore dovessero rilevare inadempienze, Diamandouros potrà presentare un progetto di raccomandazione e interessare ufficialmente della questione il Parlamento europeo.


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Un Paese tagliato a brandelli > 58 Cipro: intrigo internazionale > 61 Ricerca senza test sugli animali > 63 | 54 | valori | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 |


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Centomila in piazza ad Atene contro i tagli allo stato sociale posti in discussione al Parlamento greco il 12 febbraio 2012

Effetto dracma,

Due anni fa gli europei avrebbero potuto salvare l’economia ellenica, comprando i suoi titoli di Stato in risposta agli attacchi speculativi. Sarebbe costato meno dei prestiti Bce

Se Atene diventa Buenos Aires di Matteo Cavallito

rmai è il più scontato dei leitmotiv. A dieci anni dall’esordio dell’unione monetaria, la Grecia potrebbe abbandonare l’euro. Per molti è una certezza, per altri un evento ancora evitabile, ma al tempo stesso sempre più concreto. Fatto sta che, a conti fatti, le probabilità sono sempre maggiori, talmente concrete ed elevate che quando leggerete queste pagine quello che fino a qualche tempo fa appariva come un evento impossibile potrebbe essere già divenuto reale. Gli europei lo hanno soprannominato Grexit, nella più ovvia contrazione di quei due termini che, una volta accoppiati, diventano sinonimo di incubo finanziario. Soprattutto per i diretti interessati. Atene come Buenos Aires, Piazza Syntagma come Plaza de Mayo, nel senso del ¡Se vayan todos! (Via tutti!), lo slogan scandito dai manifestanti argentini dieci anni fa e ripetuto implicitamente dagli elettori greci nelle elezioni di maggio che hanno sostanzialmente massacrato Pasok e Nea Dimokratia. Lo scenario è mostruoso. Dopo il concambio dello scorso 8 marzo – con le obbligazioni sostituite da nuovi bond che hanno imposto agli investitori una perdita del 75% sul valore nominale dei titoli – il debito greco è rimasto comunque a livelli molto elevati per via delle nuove emissioni obbligazionarie e dei prestiti contratti con Ue e Fmi (Fondo monetario internazionale).

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«Se la Grecia dovesse uscire dall’euro, altri Paesi a rischio subirebbero un attacco speculativo nel giro di poche ore» ad acquistare massicciamente le nuove dracme sul mercato allo scopo di sostenerne il valore. Fino ad esaurire le proprie riserve in valuta straniera. Un profetico rapporto di Ubs del settembre 2011 calcola che in un solo anno uno scenario simile costerebbe a ogni cittadino greco fino a 11.500 euro.

Bufera sull’Europa Il Fmi stima in 442 miliardi di euro il controvalore dell’esposizione globale sul debito greco (statale e privato), cifra che in caso di default definitivo equivarrebbe alla perdita complessiva degli investito-

EVOLUZIONE DEL DEBITO GRECO

[in % sul Pil] (*stime)

180% 160%

142,8%

140% 120%

150,9%

103,4%

100% 80%

73,3%

60% 40% 20% 0%

22,6% 1980 1981 1982 1983 1984 1985 1986 1987 1988 1989 1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012* 2013* 2014* 2015*

FONTE: INTERNATIONAL MONETARY FUND, WORLD ECONOMIC OUTLOOK DATABASE, APRIL 2012

Se il Paese fosse costretto a tornare alla vecchia valuta, l’inevitabile deprezzamento della moneta nazionale lo farebbe letteralmente andare in orbita (servirebbero sempre più dracme per ripagare un debito contratto in euro). Il governo, nel frattempo, avrebbe presumibilmente già dichiarato bancarotta e i cittadini si sarebbero mobilitati per ritirare i propri risparmi (negli ultimi tre anni i conti correnti si sono già alleggeriti di 70 miliardi) con il forte rischio, però, di trovare i caveau già vuoti, come accaduto in Argentina dieci anni fa. Seguirebbero nell’ordine la nazionalizzazione delle banche e una massiccia immissione di capitale pubblico solo ed esclusivamente stampando moneta (chi mai comprerebbe a quel punto un’obbligazione greca?) e accelerando di conseguenza l’inflazione. Di fronte al fenomeno, la banca centrale ellenica inizierebbe

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ri (che sono soprattutto europei). Ma a spaventare l’eurozona è soprattutto un’altra, scontatissima, eventualità. «Se la Grecia dovesse uscire dall’euro, altri Paesi a rischio come Irlanda, Spagna, Portogallo e Italia subirebbero un attacco speculativo nel giro di poche ore», sostiene Fabio Sdogati, ordinario di Economia internazionale presso il Politecnico di Milano. «E a quel punto i 500 miliardi di nuove risorse accantonate nell’Esm (Meccanismo europeo di stabilità, ndr) non basterebbero di certo a fermare l’onda ribassista». Il rischio, insomma, è una riedizione dei dissesti dei mercati borsistici e obbligazionari già vissuti a giugno, luglio e novembre e figli, a loro volta, di una crisi debitoria europea innescata proprio dalla prima speculazione contro la Grecia. Un fenomeno che risale inizialmente all’ottobre di tre anni fa e che l’Europa, rifiutandosi di garantire per le obbligazioni di Atene, ha gestito nel modo peggiore. «La verità – afferma il professor Sdogati – è che titoli implicitamente pericolosi non esistono. Basta comprarli. Se lo si fosse capito a suo tempo oggi non ci ritroveremmo in questa crisi. Due anni fa gli europei avrebbero potuto salvare la Grecia, rispondendo da subito ai primi attacchi speculativi con l’acquisto dei suoi titoli di Stato. Non sarebbe costato più di 25 miliardi». I prestiti erogati dalla Bce al sistema bancario negli ultimi mesi valgono quaranta volte tanto. 


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CRONOLOGIA - LA CRISI GRECA DAL 2010 A OGGI 2010 • Marzo Il governo annuncia un terzo piano di austerity da 6,5 miliardi di dollari attraverso aumento delle tasse e tagli alla spesa. Il premier Papandreou: «La situazione è grave come in tempo di guerra. Senza le necessarie misure sarebbe la bancarotta». Scioperi generali e proteste in tutta la Grecia. • Maggio Il Fmi, la Commissione Ue e la Banca Centrale Europea accordano ad Atene un maxi sostegno da 110 miliardi di euro in cambio del piano di austerity. • Ottobre In contrasto con le posizioni espresse in passato, il governo greco lancia l’ennesimo scudo fiscale della storia del Paese.

2011 • Gennaio, 26 Il rendimento dei titoli greci a dieci anni viaggia attorno all’11,38%, gli omologhi tedeschi stanno sotto al 3%. Il costo di assicurazione dei crediti vantati con Atene misurato dai Cds (credit default swaps, i derivati che garantiscono un rimborso in caso di fallimento) si colloca ormai a 885 punti base (885 mila dollari per assicurarne 10 milioni). • Marzo Nel 2009 il debito pubblico di Atene valeva 299 miliardi di euro, una cifra equivalente a circa il 127% del Pil. Quest’anno, secondo le previsioni, la cifra dovrebbe toccare i 362 miliardi spingendo il rapporto a quota 159%. • Maggio Si inizia a parlare di nuove strategie per un default tecnico: dalla proroga dei termini di scadenza dei titoli (il famoso rescheduling o reprofiling che dir si voglia) al taglio dei rendimenti sulle obbligazioni (il temuto haircut). • Giugno, 1 L’agenzia di rating Moody’s declassa il rating da B1 a Caa1. La Grecia retrocede ufficialmente in serie C, la famigerata area junk, spazzatura, ovvero l’anticamera del default. • Luglio, 21 Approvata la manovra salva Grecia: 109 miliardi di aiuti diretti a firma Ue/Fmi più altri 50, circa, per operazioni extra e garanzie per un totale di 160 mila milioni di euro. Secondo Standard & Poor’s l’haircut sui titoli costituisce “default selettivo”, una bancarotta di fatto che però, precisa l’International swaps and derivatives association (Isda), non farà scattare la liquidazione dei credit default swaps sul debito ateniese. • Agosto L’economia greca, stima il Wall Street Journal, si contrarrà su base annuale del 5% entro la fine del 2011 contro una previsione iniziale del 3,8%. Nel primo trimestre 2011, il tasso di disoccupazione ha toccato il 15,9%. • Ottobre Va delineandosi il piano di ristrutturazione del debito greco (che significa default “controllato”). La Grecia svaluterà del 50% il valore delle proprie obbligazioni (gli investitori perderanno la metà dell’investimento), l’Europa concederà un nuovo prestito da 130 miliardi di euro ad Atene.

• Novembre, 2 Georgios Papandreou vuole far sottoporre il piano di ristrutturazione del debito a un referendum popolare a gennaio. L’ultimo referendum realizzato in Grecia risale al 1974, subito dopo la fine della dittatura. Allora si trattava di scegliere tra monarchia e repubblica. • Novembre, 3 L’Europa minaccia di congelare la tranche di aiuti da 8 miliardi al via a inizio mese. • Novembre 7-8-10 Tra il 7 e l’8 novembre 2011 le principali forze politiche greche (Pasok e Nea Dimokratìa) negoziano la nascita di un nuovo governo di unità nazionale. Il 10 novembre Georgios Papandreou si dimette, l’ex vicepresidente della Bce (2002-2010) Lucas Papademos è nominato primo ministro. • Dicembre, 22 Il Fmi cerca di convincere i creditori privati di Atene ad accettare un concambio più sfavorevole con un haircut complessivo sul titolo pari al 65% del valore contro il 50% originariamente previsto. Il piano non riguarda la Bce che rifiuta di farsi carico di qualsiasi perdita sulle obbligazioni greche in suo possesso. I creditori privati possiedono circa 206 miliardi di euro di obbligazioni. La Bce ne ha 55.

2012 • Gennaio, 4 Secondo l’ultimo studio dell’Istituto statistico Elstat, ripreso dal quotidiano Kathimerini, oltre 3 milioni di greci, più del 27% del totale, vivrebbe in situazione di povertà. • Febbraio, 10 L’operazione di haircut produrrebbe una perdita secca del 70% sulle obbligazioni in mano alle banche. • Febbraio, 12 Protetto da circa seimila agenti e stretto d’assedio da decine di migliaia di manifestanti, il parlamento greco approva il nuovo piano di austerity imposto dalla Troika, condizione fondamentale per lo sblocco del maxi aiuto da 130 miliardi. Il leader conservatore Antonis Samaras non esclude di rinegoziare il programma dei tagli dopo le elezioni. • Febbraio, 15 L’Europa valuta il rinvio degli aiuti a dopo le elezioni. • Febbraio, 17 Fonti interne: la Bce non subirà perdite sulle obbligazioni greche in suo possesso. • Febbraio, 21 Dopo quasi 14 ore di negoziato, l’Europa concede il nulla osta al maxi prestito da 130 miliardi. Ora però si tratta di convincere i privati. • Marzo, 8 Oltre tre quarti dei creditori aderiscono alla proposta di haircut del debito greco accettando di perdere il 75% del valore nominale dell’investimento. La ristrutturazione del debito è completata: seppure in modo ordinato la Grecia è fallita. • Marzo, 9 A sorpresa l’Isda annuncia la liquidazione del Cds. Il loro controvalore totale è di circa 3,2 miliardi di dollari. • Maggio, 6-15 Le elezioni vedono un crollo dei consensi per i partiti principali. Pasok e Nea Dimokratìa non riescono a formare un governo. Dopo oltre una settimana di trattative la situazione non si sblocca. Si torna al voto alla metà di giugno.

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Un Paese tagliato a brandelli di Federico Simonelli

Se altri tagli verranno introdotti le municipalità della regione dell’Attica non potranno garantire servizi e stipendi. Già ora, per le macchine della polizia o per le ambulanze, non ci sono soldi per pagare benzina e assicurazioni ono tutti prodotti naturali a base di Aloe, originali dagli Stati Uniti». La signora si avvicina mentre aspettiamo l’autobus, subito fuori dall’uscita della metro Agios Dimitrios. Siamo nell’immediata periferia a Sud di Atene e il sole scalda nonostante sia da poco cominciata la primavera. «Mi chiami, anche dall’Italia, mi raccomando, facciamo spedizioni in tutta Europa». Poi lascia un biglietto da visita e sorride. Non ci vuole molto a capire che avrebbe bisogno di un dentista. Ma in Grecia, da un po’ di tempo, questa è una di quelle spese che non vengono più considerate essenziali. E allora la gente si arrangia come può. «Da me semplicemente non ci vengono più», mi con-

«S

ferma Dimitris, un odontoiatra sulla quarantina con un figlio piccolo e una compagna da cui si è separato di recente. «Io guadagnavo anche ottomila euro al mese fino a un paio di anni fa, ora sono poco più di mille. La gente non ha proprio soldi, quindi, semplicemente dal dentista non ci viene, non si cura. E a me va ancora bene, un lavoro ce l’ho». Storie di ordinaria amministrazione in un Paese che al quinto anno di recessione ha visto salire la disoccupazione al 22% e che ora ha consegnato tutta la sua frustrazione alle urne. Il tracollo dei partiti tradizionali, il risultato impressionante del partito neonazista Alba d’Oro, vicino all’8% delle preferenze, tutto è un segnale dello sfilacciamento del

tessuto sociale che due anni e mezzo di politiche di austerità hanno definitivamente esasperato.

Riduzione dello Stato sociale… Davanti alle mense sociali, che nella capitale sono sorte come funghi, ogni giorno si mettono in coda pensionati, giovani, disoccupati, ex operai, immigrati. Molte le organizzano i Comuni, che pure hanno dovuto subire tagli pesantissimi. «Se nuove riduzioni verranno messe in

Tsipras: l’austerity ha fallito di Federico Simonelli

L’eurozona crea deficit nei Paesi periferici e surplus in quelli centrali È stato la vera rivelazione delle elezioni greche del 6 maggio: con il 16,76% dei voti la coalizione della sinistra radicale Syriza è diventata il secondo partito del Paese, dopo Nea Dimokratìa, superando il Pasok. Un risultato che si è poi tradotto nell’impossibilità di creare un governo. Prima delle elezioni Valori aveva incontrato il giovane leader di Syriza, Alexis Tsipras, ad Atene nel quartier generale del suo partito. Alexis Tsipras

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Mr Tsipras, qual è lo stato di salute dell’economia greca oggi e quali sono gli aspetti che più la preoccupano? L’economia greca è incagliata nel quinto anno di recessione e le misure che sono state decise come contropartita per la ristrutturazione del debito e per l’esborso del secondo piano di aiuti peggioreranno la recessione: ad esempio il taglio selettivo del debito greco sta colpendo anche i piccoli detentori di titoli di Stato del Paese. Parla anche dei fondi pensione? Sì, quelli che avevano investito in bond. Per loro non sono stati previsti dei paracadute, anzi, potrebbero subire nuovi tagli.


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In Grecia le manifestazioni continuano ad essere all’ordine del giorno

pratica le municipalità della regione dell’Attica non saranno più in grado di garantire le loro funzioni essenziali, né potranno più pagare gli stipendi», spiega Eleni Kostili, consigliera del Comune di Kropìa, Sud di Atene. La incontro a una manifestazione dei sindaci sotto al ministero dell’Economia: i primi cittadini sono lì per negoziare il piano di ulteriori tagli che già a giugno dovrebbe portare a 12 miliardi di risparmi per le casse dello Stato. «Nel mio Comune – continua

Eleni – ora siamo un terzo di quanti dovremmo essere e lo stipendio ci è stato ridotto di oltre il 30%. Ora prendiamo meno di 900 euro».

… e scontri Mentre dal palco si susseguono gli interventi qualcuno comincia a lanciare bottiglie d’acqua agli agenti antisommossa schierati a difesa del ministero: la reazione non si fa attendere. Volano manganellate, ma dopo una mezzora

Secondo lei è possibile abbandonare questa politica di tagli su tagli chiesta dalla trojka Ue-Bce-Fmi a favore di una ricetta che permetta anche lo sviluppo? Quello che ci troviamo ad affrontare non è un problema solo greco, ma è europeo e ha a che fare con l’architettura dell’euro. La struttura dell’eurozona per natura tende a creare deficit nei Paesi periferici e surplus in quelli centrali. Il Governo ellenico ha accettato che il cosiddetto salvataggio della Grecia fosse condotto come un esperimento; il risultato è che presto l’Europa dovrà tornare ad affrontare il problema del debito, perché è chiaro che le politiche di austerità hanno fallito. Hanno fallito in Grecia, Portogallo e anche in Irlanda, dove nel primo trimestre del 2012 il deficit è triplicato e dove a breve si dovrà ancora parlare di ristrutturazione del debito.

tutto torna tranquillo. Anche questo ormai in Grecia è all’ordine del giorno. L’emergenza, le sforbiciate della crisi, ormai non sono più concetti vuoti: sono il contesto con cui tutti devono fare i conti quotidianamente. «Se chiami la polizia o l’ambulanza per via di un’emergenza o non vengono o ci mettono delle ore perché non hanno i soldi per la benzina e per pagare le assicurazioni – si lamenta Tassos, un ingegnere in pensione che ha studiato a Genova – e poi ogni qual-

Anche in Italia la situazione non è delle migliori. Il problema delle ricette per la Grecia, per così dire, non è che il cuoco non fosse bravo, ma è che le ricette erano sbagliate. Quali crede possano essere le ricette giuste per la Grecia? Crediamo che la soluzione ai problemi greci ed europei si basi su due pilastri: il primo è la rinegoziazione di parte dei debiti pubblici, con il conseguente storno di questi debiti alla Bce, la creazione di Eurobond e la possibilità di avere soldi in prestito direttamente da Francoforte a interessi bassi. Il modello a cui pensiamo è quello della ristrutturazione del debito tedesco che avvenne nel 1953. Il secondo pilastro è la redistribuzione del welfare. In Grecia ci sono molte persone ricche che non pagano tasse, a pagarle sono la classe media e quelle meno abbienti. Questo deve cambiare.

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Un giovane su due, tra i 15 e i 24 anni, è disoccupato. Le famiglie hanno cominciato ad andarsene dal Paese o a tornare verso le campagne, dove le condizioni di vita sono meno difficili volta c’è una manifestazione ci sono cordoni di agenti in antisommossa che neanche in guerra». «C’è poco da stare allegri – dice Panayotis Stranis, un veterinario in pensione – quando ti hanno tagliato diecimila euro di pensione all’anno. E io comunque non sto male, è ai giovani che va peggio». Poco ma sicuro, visto che ormai uno su due, fra i 15 e i 24 anni, è disoccupato. E allora i giovani e anche i meno giovani hanno cominciato ad andarsene dal Paese o a tornare verso le campagne, dove la vita è meno difficile. «Lì gli effetti della crisi sono meno evidenti, le reti di solidarietà funzionano meglio nelle piccole comunità – spiega il noto scrittore Petros Markaris – la Grecia è sempre stata, storicamente, un Paese povero, ma di grande dignità. Questa cultura della povertà negli ultimi anni è andata persa. Chissà che ora in qualche modo, per forza o per opportunità, non venga recuperata». 

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UN AEROPORTO AMBITO: VILLE O ORTI? Pare che fra quelli che hanno messo un’offerta sul piatto ci sia addirittura Donald Trump, il magnate americano dall’improbabile chioma. Siamo a Hellinikò, Comune nella parte Sud dell’area metropolitana di Atene. È qui che sorge una delle più grandi aree in dismissione d’Europa, dove dovrebbe nascere uno dei maggiori progetti di sviluppo immobiliare di sempre. È quella dell’ex aeroporto della capitale, l’Hellinikon international airport, abbandonato nel 2001 in favore del più moderno Elefterios Venizelos. Settanta ettari che si affacciano su due chilometri e mezzo di bellissimo litorale: un gioiellino che da dieci anni fa gola ai palazzinari di tutto il mondo. Nonostante i vari tentativi, negli anni non se ne è riuscito a far nulla, anche per via della forte opposizione delle comunità locali, che qui vorrebbero costruire un grande parco. Ora però Hellinikon è finito nella lista degli asset da privatizzare per fare cassa e a fine aprile sono scaduti i termini per le offerte internazionali. Il problema è che l’area non è vuota: tra le piste in disuso e gli hangar arrugginiti sono ancora attivi impianti sportivi, uffici comunali, depositi dei tram e dei mezzi pubblici, addirittura una torre di controllo ancora attiva. Dove dovrebbero trasferirsi non è dato sapere, ma nel frattempo la società creata ad hoc per la privatizzazione ha già recapitato le lettere di “sfratto”. Me le mostra, nel suo ufficio a due passi dagli ex hangar Alitalia, Fereniki Vatavali, architetto dell’ufficio urbanistica del Comune di Helliniko. «Vedi, qui dicono che entro fine aprile avremmo dovuto andarcene, noi e gli altri servizi che sorgono nell’area dell’aeroporto. Andare dove, però, non ce lo dicono». Lo Stato greco, pressato dai creditori internazionali, spera di ricavare qualche miliardo dalla concessione dell’area, ma le comunità locali non hanno intenzione di mollare un centimetro. «Questo è terreno pubblico, della gente, e noi non lo lasciamo. Il Governo ha appena passato una legge per cui nel progetto di sviluppo immobiliare non è previsto un limite all’edificabilità, ma ci rendiamo conto? Qua noi vogliamo un parco, perché Atene è una delle città europee con il minor tasso di verde pro capite. Abbiamo anche presentato un progetto con il Politecnico». La pensano così anche tanti altri cittadini delle municipalità interessate, che per questo hanno cominciato a occupare gli spazi dell’aeroporto a modo loro: piantando olivi. In una sola domenica di fine aprile ne hanno messi a terra più di mille. E cominciando a coltivare i terreni. «Con l’aiuto dei Comuni di Helliniko e Argiroupoli – spiega Elena Vala, un architetto che ha studiato in Italia – abbiamo creato Agros, un progetto di orti autogestiti, che abbiamo installato occupando alcuni lotti dell’area dell’aeroporto. È un modo per ribadire che la terra è nostra, F.S. non degli speculatori. Fra pochi giorni avremo i pomodori: sono buonissimi».


| internazionale | osservatorio medio oriente/Cipro |

Intrigo internazionale nel Mediterraneo levantino di Paola Baiocchi

Dal 1° luglio Cipro sarà presidente di turno dell’Unione europea. Nell’isola di Afrodite, divisa da 38 anni da un muro, la “guerra fredda” si sta scaldando. Per colpa di Leviathan, il giacimento offshore di gas naturale da 453 miliardi di metri cubi, che sta ridisegnando le intese nel Bacino di Levante l largo delle sue coste Afrodite, la dea greca dell’amore, bella e bionda come l’ha rappresentata Botticelli, sarebbe nata da una conchiglia fecondata dalla spuma del mare. Ai giorni nostri, invece, nelle acque territoriali cipriote si stanno profilando problemi ben più gravi di quelli che la dea adultera provocava agli umani. Nel difficile, ma freddo, contrasto tra Grecia e Turchia per il controllo di Cipro è ora arrivato un mostro marino biblico che sta facendo salire la temperatura. Si tratta di Leviathan, il giacimento più importante di gas naturale scoperto negli ultimi dieci anni, che sta ulteriormente surriscaldando anche i rapporti tra Libano, Israele, Palestina, Egitto e Siria. Una vera e propria bomba collocata sotto il mare su cui si affacciano

A

tutti questi Paesi, che se ne contendono lo sfruttamento con la partecipazione dei grandi alleati internazionali, al momento Usa, Russia e Regno Unito. Un mostro energetico che minaccia di aggravare le dolorose situazioni insolute dell’area: prime tra tutte l’occupazione della Palestina e la divisione in due del territorio cipriota.

Un pezzo di Asia in Europa Cipro è il punto più meridionale e più orientale dell’Unione europea, anche se geograficamente appartiene all’Asia. Le sue coste distano appena 70 km dalla Turchia, 100 dal Libano e dalla Siria, 500 dall’Egitto. È un paradiso fiscale non più sulla black list, ma business-friendly: “accogliente” dal punto di vista fiscale, con una delle più basse tassazioni d’Europa.

DA SEMPRE CONTESA Controllata da Genova e a lungo da Venezia, Cipro nel 1571 venne occupata dagli ottomani. Ex colonia britannica, è diventata indipendente dal 1960, dopo anni di resistenza al dominio britannico. L’isola è contesa tra Turchia e Grecia, con tensioni tra la maggioranza greco-cipriota e la minoranza turco-cipriota che negli anni Sessanta sono scoppiate frequentemente, soprattutto, nella capitale Nicosia, tanto che dal 1964 vi vengono schierati i caschi blu dell’Onu. Nel 1974 un tentativo di colpo di Stato organizzato dal governo dei colonnelli, conduce la Grecia a un passo dalla guerra con la Turchia, accelerando allo stesso tempo la fine del regime militare greco. La Turchia risponde con un’occupazione militare nella zona Nord dell’isola, arrivando a controllarne più di un terzo; centottantamila cittadini greco-ciprioti vengono trasferiti nella parte meridionale dell’isola, sotto il controllo della Repubblica di Cipro, mentre lo Stato Federato Turco di Cipro diviene de facto sovrano nel Nord, con Rauf Denkta presidente. È Denkta che nel novembre 1983 proclama la Repubblica Turca di Cipro Nord (Küzey Kıbrıs Türk Cumhuriyeti).

Dopo essere stata, fino al 1960, una colonia britannica, l’isola mediterranea dalla forma di un “basso elettrico”, a causa dell’occupazione militare della Turchia, dal 1974 è divisa in due zone da una linea verde, che è un muro a tutti gli effetti, con sette check point da attraversare presentando il passaporto (vedi BOX ). Una guerra fredda nel Mediterraneo levantino, tra spiagge assolate, castelli dei templari e bastioni della Serenissima, dove la quotidianità sembra un libro di spionaggio di Graham Green, con i taxisti che sostituiscono la targa al taxi per poter circolare senza problemi nella zona opposta e con le Nazioni Unite che hanno la loro base nell’ex albergo Ledra palace di Nicosia. Circa il 59% della superficie dell’isola è della Repubblica di Cipro;

L’unilaterale dichiarazione d’indipendenza è stata condannata da successive risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (541/1983, 550/1984); la Rtcn, riconosciuta soltanto dalla Turchia, è isolata sul piano economico, politico e diplomatico dalla comunità internazionale. Dal 1° maggio 2004 l’isola ha aderito alla Comunità europea, anche se la piattaforma comune di diritti e doveri è sospesa nelle zone amministrate dalla Rtcn, i diritti comunitari si applicano anche a quei cittadini turco-ciprioti che possono dimostrare di provenire dalla Repubblica di Cipro. L’elezione nel 2008 di Dimitris Christofias è stata di stimolo per la ripresa dei negoziati per l’unificazione. La trattativa è ora in stallo a causa delle tensioni internazionali per le ricerche di giacimenti offshore di gas naturale. Dal 1° gennaio 2008 Cipro ha adottato l’euro. Nel giugno 2010 Benedetto XVI è stato il primo Papa a visitare l’isola, e nell’occasione, sottolineando la vicinanza fisica tra i due Paesi, ha dichiarato: «È urgente che la Comunità internazionale intervenga per porre fine alle tensioni in Terra Santa, prima che si arrivi a un bagno di sangue».

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| internazionale |

mentre la Repubblica turca di Cipro del Nord copre circa il 36% della superficie dell’isola. Il restante 5% del territorio è del Regno Unito che, dopo l’indipendenza, ha mantenuto la sovranità su 254 km quadrati occupati da due basi militari, con 7.500 soldati e circa 7.000 civili che vi lavorano. Le due basi militari britanniche (c’è bisogno di dirlo?) sono collocate strategicamente una a cavallo della linea verde nella zona Nord (Dhekelia) e una nella zona Sud dell’isola (Akrotiri).

I GIACIMENTI DEL BACINO DI LEVANTE

CIPRO CIP PRO Limisso

Beirut ut

LIBANO LIB IBANO A Tyr Ty yr

Riserve accertate Riserve potenziali

Lévi évviathan h n Léviathan

Prossime zone di esplorazione Frontiere marittime Frontiere marittime contestate

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E GITTO EGITTO

Giacimenti in produzione

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ISRAELE ISR RAELE

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GAZA G AZA A

Negoziati fermi, esplorazioni a pieno regime

Tutti vogliono esserci Le ricerche avviate nel 2009 nel Mediterraneo orientale dalla compagnia statunitense Noble energy con i partner israeliani Delek energy, Drilling Lp, Avner oil & gas Ltd e Ratio oil exploration hanno localizzato 14 siti con riserve pari al doppio di quelle a disposizione del Regno | 62 | valori | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 |

Unito nel Mare del Nord. L’intero Bacino del Levante, secondo lo Us Geological survey, vanterebbe giacimenti da 453 miliardi di metri cubi di gas naturale e 1,7 miliardi di barili di petrolio. In un mondo che vorremmo esistesse, queste riserve basterebbero ad assicurare sviluppo e benessere per tutti i Paesi dell’area. Ma sul loro sfruttamento non c’è accordo, anche perché né Ankara né Tel Aviv hanno mai ratificato la Unclos, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto marino, che stabilisce un limite di 200 miglia dalla costa in cui le nazioni possono sfruttare le acque internazionali. Israele e Cipro, che distano appena 260 miglia marine, hanno stabilito una linea mediana; la stessa soluzione non è possibile tra Libano e Israele, che hanno una controversia in corso sui confini terrestri. Difficile anche l’intesa tra Libano e Turchia, mentre nei confronti della striscia di Gaza il governo israeliano ha stabilito unilateralmente entro quali limiti potrebbe approvvigionarsi. La possibilità che Nicosia e Tel Aviv si trasformino da importatori a esportatori di energia e siano gli snodi di una rete che servirebbe sia l’Asia che l’Europa, è un cerino acceso in una zona che non ha ancora finito di bruciare. Molti hanno deciso di non stare solo a guardare: secondo Natural Gas Europe, anche Gazprom sta cercando un ruolo nello sviluppo dei giacimenti nel mare fra Cipro e Israele: la Russia ha stretto legami con Cipro fornendo assistenza finanziaria e ha proposto a Israele una partnership per l’estrazione al largo delle coste. 

IL PAESE IN CIFRE Nome: Repubblica di Cipro Ordinamento politico: Repubblica presidenziale Capitale: Nicosia Superficie: 9.251 kmq (di cui circa 3.355 kmq della Repubblica turca di Cipro Nord) Indipendenza: 16 agosto 1960, dal Regno Unito Popolazione: 1.138.071 (stima luglio 2012), di cui greci 77%; turchi 18%; altri 5% Lingue: greco (lingua ufficiale); turco (lingua ufficiale); inglese Religione: greco ortodossa 78%; musulmana 18%; altri 4% (tra questi maroniti e apostolici armeni) Moneta: euro (nella Rtcn la lira turca) Alfabetizzazione*: 97,6% Mortalità infantile: 9,05 morti/1.000 nati Speranza di vita alla nascita: 78 anni Disoccupazione: 5,1% ** Popolazione sotto la soglia di povertà: nd Attività: servizi 81,3%**; 16,4% industria; 2,3% agricoltura Pil: $ 25,7 miliardi ** Pil pro capite: $ 29.100 ** Debito estero: $ 32,61 miliardi Spese militari: 3,8% del Pil (stime 2005) * popolazione di 15 o più anni in grado di leggere e scrivere ** stima 2011

FONTE: CIA WORLD FACTBOOK, 2012

Le trattative internazionali su Cipro hanno visto in passato qualche momento di speranza: nel 2008 l’elezione del presidente Dimitris Christofias, esponente del Partito progressista dei lavoratori (Akel) di stampo marxista leninista, che ha frequentato la scuola quadri nell’Unione Sovietica degli anni ’70, aveva fatto parlare di una possibile “caduta del muro” cipriota. Ma i negoziati attualmente sono in stallo: Ban Ki-moon, il segretario generale delle Nazioni Unite, il 21 aprile ha cancellato la conferenza che doveva promuovere una road map per la soluzione negoziale della controversia tra Turchia e Cipro. Il semestre cipriota di presidenza della Ue e le elezioni presidenziali nel febbraio del 2013 che Christofias potrebbe non aggiudicarsi, sarebbero già dei motivi sufficienti per prendere tempo. Se non ci fossero anche gli accordi di sfruttamento di Leviathan che la Repubblica di Cipro ha firmato con Israele, con progetti di approvvigionamento dell’Europa tramite gasdotti che escludono la Turchia; mentre la parte turco-cipriota ne ha sottoscritti altrettanti con l’Egitto, cominciando una serie di esplorazioni scortate da navi militari.


| internazionale | tossicologia |

Svelare i rischi delle sostanze chimiche senza test sugli animali di Gaia Angelini

Testare sostanze chimiche sugli animali è eticamente riprovevole ed economicamente inefficiente. Lo sostengono molti scienziati ed è il concetto alla base di un’innovativa ricerca statunitense presentata a maggio a Bruxelles uomo non è un ratto di settanta chili. E testare sostanze chimiche sugli animali non ci aiuta a comprendere il loro impatto sulla salute umana. È questo l’assunto di partenza dello Human Toxome Project, un’innovativa ricerca statunitense sulla valutazione del rischio nel campo della tossicologia, coordinata dal professor Thomas Hartung della John Hopkins University e presentata il 15 maggio scorso durante un workshop al Parlamento europeo, organizzato dall’eurodeputato Vittorio Prodi. «Il settore della tossicologia – sottolinea il professor Hartung – investe tre miliardi di dollari all’anno per regolamentare il commercio di sostanze chimiche, che viene stimato intorno ai diecimila miliardi di dollari». Secondo molti scienziati i metodi tradizionali che testano le sostanze chimiche su animali con metodi in vivo non sono soltanto eticamente riprovevoli,

L’

ma anche troppo onerosi e inefficienti. Diverse pubblicazioni, anche su riviste prestigiose come Science e Nature, dimostrano come negli ultimi vent’anni si siano fatti progressi enormi per validare test senza l’uso di animali che garantiscano gli stessi standard di sicurezza dei metodi tradizionali. Proprio queste considerazioni hanno dato il via nel 2007 a Toxicity-21 century, il programma della National Academy of Science Usa e di altre agenzie governative statunitensi, per sviluppare nuove metodologie di test sulle più di 80 mila sostanze chimiche presenti sul mercato. Secondo il programma, utilizzando la biologia molecolare, la biotecnologia e la robotica, sarà possibile testare più velocemente, con minor spesa e in modo più adeguato, le sostanze chimiche tramite una progressiva sostituzione di test su animali in vivo con test in vitro, cioè in laboratorio, su cellule umane.

Verso una scienza più etica ed economica L’Istituto nazionale della salute pubblica Usa, la Food and Drug Administration (Fda) e un consorzio di aziende private che includono multinazionali nel campo della chimica e della farmacologia, istituti di ricerca e aziende non profit stanno scommettendo alcuni milioni di dollari sul professor Hartung e il suo team (basato negli Stati Uniti, a Baltimora, e in Europa, a Konstanz in Germania) per promuovere la strategia Toxicity-21 century come risposta agli imperativi etici ed economici. La visione condivisa dal consorzio è quella di smuovere i paradigmi tradizionali della scienza tossicologica verso un approccio in vitro. Per ottenere questo risultato sarebbe necessario un investimento nella ricerca da fondi pubblici e privati stimato ad almeno 100 milioni di dollari all’anno per i prossimi 10 anni, come sottolineato dalla Humane Society International, tra i pro| ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 | valori | 63 |


LA POSTA IN GIOCO PER LA RICERCA Varrà intorno agli 80 miliardi di euro Horizon 2020: il futuro strumento finanziario per la ricerca, l’innovazione e la competitività che sarà sviluppato in Europa per il periodo 2014-2020. Proposto dalla Commissione europea nel novembre del 2011, a seguito di una consultazione pubblica che ha collezionato più di duemila contributi, al momento è in discussione al Parlamento e al Consiglio, che prevedono di adottare il testo finale entro la fine del 2013. La proposta della Commissione Europea prevede quattro pilastri: eccellenza scientifica (24,6 miliardi di euro, incluso un budget di 13.2 miliardi di euro per il Consiglio di Ricerca Europeo mirato a promuovere ricerca intelligente e innovativa in Europa); leadership industriale (17,9 miliardi di euro per, ad esempio, lo sviluppo di tecnologie industriali, scienza dei materiali, nanotecnologie, biotecnologie); sfide sociali tra cui energie pulite, il trasporto sostenibile, la bio-economia, utilizzo delle risorse naturali, salute e benessere umano; azioni del Joint Research Centre, il servizio di ricerca interno alla Commissione europea (2 miliardi di euro).

motori del consorzio. Tale cifra non sembra poi così impressionante se si considera che, come cita un articolo su Science di marzo 2012, negli Usa la valutazione dei rischi associati a un singolo pesticida con metodi tradizionali possono costare a un’azienda più di dieci milioni di dollari e cinque anni di ricerca e all’agenzia governativa di monitoraggio dei risultati scientifici più di un milione di dollari. Questo

non sembra efficiente né sostenibile sul lungo periodo. Mappare tutti i sentieri della potenziale tossicità di sostanze chimiche su cellule, geni e proteine umane con sistemi in vitro è quindi la sfida dello Human Toxome Project guidato da Hartung (che è anche stato Direttore di Ecvam, l’agenzia della Commissione europea sulla promozione della validazione di test alternativi). Pioniera della promozione dei

FONTE: WWW.TTSECURITY.NET

| internazionale |

metodi alternativi è stata in realtà l’Unione europea, che ha introdotto, ad esempio, nel 2009 con la Direttiva cosmetici, il divieto di test su animali per prodotti cosmetici all’interno dell’Ue e il divieto di commercializzare cosmetici testati su animali in Europa a partire da marzo 2013 (salvo rinvii). Inoltre dal 2011 è stato previsto l’obbligo generale di utilizzare metodologie di test senza animali nell’Ue tutte le volte che sia possibile. La necessità di sviluppare metodi alternativi senza impiego di animali riflette quindi anche chiari obblighi legislativi. Fattore chiave per il raggiungimento di tale fine sono, però, i finanziamenti alla ricerca che potrebbero essere messi a disposizione anche tramite il futuro programma europeo della ricerca 2014-2020 chiamato Horizon 2020. In gioco ci sono ottanta miliardi di euro di budget, proposto dalla Commissione Europea, destinato all’innovazione nel campo della tecnologia e della ricerca, alcuni dei quali potrebbero essere devoluti alla tossicologia senza animali. A Bruxelles la discussione è aperta fino al 2013.  1

Direttiva 2010/63/UE sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici.


| consumiditerritorio |

Femminicidio o guerra civile?

Se 120 donne l’anno vi sembrano poche

F

di Paola Baiocchi

zona franca, dovuta agli accordi del Nafta. Qui hanno imposto alla manodopera, soprattutto femminile, ritmi massacranti e paghe da fame. A Ciudad Juarez, tra il 1993 e il 2007, sono state uccise 430 donne, dopo esser state violentate e orrendamente torturate; oltre 600, invece, sono quelle scomparse di cui forse non si ritroverà più il corpo perché sciolto con l’acido. Questi omicidi seriali seguono una prassi orribile e ripetitiva che fa parlare di riti di iniziazione o di rituali praticati da sette o bande. Da qualche anno la parola femminicidio si sta diffondendo anche in Italia: ultimamente è partita una campagna stampa e una raccolta di firme sul web, perché il termine entri nell’uso comune e diventi una nuova forma di reato. Si parla di femminicidio per gli assassinii che avvengono tra le pareti domestiche oppure sono perpetrati da ex mariti o ex fidanzati. I casi sono in aumento: secondo i dati della Casa della donna di Bologna, erano state 84 le donne uccise con queste modalità nel 2005, sono state 120 nel 2011. Barbara Spinelli ha pubblicato nel 2008 un libro intitolato proprio Femminicidio, dove l’analisi si basa tutta su una lettura del potere maschile sul-

italiane suoni inevitabilmente più nobile – è facile pensare che neppure gli uomini siano molto contenti di sentirsi definire maschi, sorta di timbro per distinguere un capo di bestiame». La parola è riduttiva e ci sembra riduttivo anche il concetto di femminicidio, perché dando una connotazione di genere a un delitto, si passa dai diritti sociali ai diritti individuali, per cui qualcuno sarà un po’ più ucciso di un altro. Introducendo forme di reato per “categorie”, o per gusti sessuali, si frammenta il diritto sottraendolo a chi non rientra in una di quelle caselle alla Linneo. E ancora: molte uccisioni di donne vengono classificate come delitti passionali, anche quando manca un solido movente. Potrebbe essere il caso di Melania Rea, dice Giovanni Cirillo, che è stato Gip a Teramo, prima di essere spostato alla Corte d’Assise di Giulianova. Con il femminicidio sarebbe ancora più facile deviare indagini scottanti. Più necessari invece i 5.000 i posti che dovrebbero esistere nelle caserifugio, per le donne che cercano di sfuggire ai loro aggressori. Mentre ce ne sono appena 500 e i fondi a loro destinati sono stati clamorosamente diminuiti. 

TOMASO MARCOLLA / WWW.MARCOLLA.IT

emmicidio è una parola che abbiamo imparato a conoscere dalle associazioni delle donne messicane, che denunciavano la scomparsa delle loro figlie nella zona di Ciudad Juarez. Nella cittadina del Messico al confine con il Texas, numerose fabbriche manifatturiere – le maquiladoras – veri e propri lager, si sono stabilite sfruttando il regime fiscale agevolato della

Il concetto è riduttivo: dai diritti sociali si passa ai diritti individuali le donne, ma decontestualizzando i ruoli dalla storia e dalla società, come se si trattasse di una condizione immutabile. E come se, invece, la relazione uomo-donna non rispecchiasse i rapporti di produzione. «Ci piace essere chiamate femmine? Non tanto», scrive Isabella Bossi Fedrigotti in un recente articolo sul Corriere della sera. «Probabilmente, perché, magari erroneamente abbiamo l’impressione di sentire in quel termine una vaga intenzione di svilimento, se non di disprezzo. Del resto – sebbene la parola alle nostre orecchie

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altrevoci CIBO, OXFAM: ALLIANZ PRIMO SPECULATORE TEDESCO

ARGENTINA: TORNA PUBBLICA LA COMPAGNIA PETROLIFERA YPF ACCESSO ALLA TERRA, LE (DELUDENTI) “LINEE GUIDA”

La Ley de reforma del Estado del 18 agosto 1989, voluta dall’allora presidente Carlo Menem, ha dato il via a un’ondata di privatizzazioni con la quale l’Argentina Il Comitato per la Sicurezza Alimentare della Fao (Food ha svenduto i “gioielli di famiglia”, le imprese nazionali, and Agricultural Organization) ha approvato le “linee guida” perdendo più di 30 miliardi di dollari. In quegli anni con le quali si spera di riuscire a regolamentare l’accesso le telecomunicazioni, i trasporti aerei, ferroviari e alla terra nel mondo. Si tratta di un documento giudicato la compagnia petrolifera Yacimentos Petroliferos Fiscales «un primo passo essenziale» dalle organizzazioni della (Ypf) sono passati dalla mano pubblica al controllo privato, società civile coinvolte nei negoziati, che hanno evidenziato trasformando l’Argentina da Paese esportatore però una serie non indifferente di lacune. di idrocarburi a indebitato importatore. La prima riguarda la stessa natura giuridica delle Con una scelta tanto criticata nei board delle sette sorelle guidelines, che saranno adottate solamente su base dell’oro nero, quanto apprezzata tra i suoi compatrioti, volontaria. Uno strumento dunque già debole e che la presidenta Cristina Fernández Kirchner ha proposto una sebbene riconosca il ruolo chiave delle donne, dei contadini, legge che dichiara di interesse pubblico lo sfruttamento delle comunità di pescatori, dei pastori e dei popoli indigeni, degli idrocarburi e concederà allo Stato la maggioranza del “sorvola” su tutta una serie di questioni spinose. pacchetto azionario dell’impresa, ritornando in possesso Dal problema dell’accaparramento delle terre (land del 51% di quanto ora detiene la spagnola Repsol (57%), grabbing, praticato da numerose grandi industrie senza toccare la parte della holding Petersen e di altri internazionali nel Terzo mondo), alla sicurezza alimentare azionisti minori. La maggioranza verrà così ripartita: delle popolazioni, fino anche all’ambiente e ai diritti umani. il 26,01% allo Stato centrale e il 24,99% ai governi locali Un testo deludente, dunque, che il Comitato Italiano per delle province dove è localizzata la produzione. Ypf, nata la Sovranità Alimentare chiede di implementare al più come impresa nazionale nel 1922, è la compagnia leader presto, rafforzando soprattutto la tutela dei piccoli nel settore del gas e del petrolio in Argentina, garantendo produttori. Altrimenti le “linee guida” potrebbero rivelarsi, il 41% della produzione totale e il 55% della raffinazione. paradossalmente, una pericolosa vittoria dell’agroindustria. Il costo per l’operazione dovrebbe essere di 18 mila milioni [A.BAR.] di dollari e dovrebbe passare attraverso una riduzione del valore delle azioni. [PA.BAI.]

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Nel giorno dell’assemblea generale degli azionisti, Oxfam ha lanciato il proprio duro j’accuse nei confronti del colosso delle assicurazioni Allianz, pubblicando uno studio che pone la compagnia bavarese in testa a una speciale, e non virtuosa, classifica degli istituti più attivi nelle speculazioni sui beni alimentari primari. Il rapporto – che analizza le dinamiche finanziarie in Germania e non solo – sottolinea come i comportamenti dell’industria finanziaria, nel suo complesso, abbiano accentuato fortemente la crescita dei prezzi del cibo, con una conseguente impennata della fame nel mondo. Ciò perché Allianz controlla attraverso le divisioni Allianz Global Investors e Pimco cinque fondi di investimento basati su materie prime, con un patrimonio di 18,4 miliardi di euro. Di questi, 6,2 miliardi risultano investiti in prodotti agricoli. «La direzione del gruppo gioca con la vita delle popolazioni povere nei Paesi in via di sviluppo», ha tuonato il direttore della campagna di Oxfam, Frank Brassel. Da parte sua, la compagnia replica che i prezzi sono decisi piuttosto da altri fattori (sviluppo demografico, cambiamento climatico, colture intensive, crisi politiche). Al secondo posto nella classifica dei grandi speculatori in Germania figura il colosso bancario Deutsche Bank, con 4,6 miliardi di euro. [A. BAR.]

ISRAELE EDIFICA IL QUARTO MURO AI SUOI CONFINI L’esercito di Israele ha cominciato l’edificazione del quarto muro ai suoi confini: è ora in costruzione una barriera alla frontiera con il Libano, dopo quella in acciaio non ancora terminata con l’Egitto, dopo il muro lungo la striscia Gaza e quello in Cisgiordania. Lo sbarramento sarà equipaggiato con sistemi di allarme e di controllo e servirà a proteggere i nuovi insediamenti di Metulla dagli spari dei cecchini, fa sapere un portavoce militare del governo israeliano, che ha anche dichiarato che la decisione per la costruzione del muro è stata presa in collaborazione con l’esercito libanese e con il comando della missione Nato Unifil (United nations interim force in Libanon). Israele e il Libano sono formalmente ancora in guerra: dopo il conflitto del 2006 che ha causato 1.200 caduti tra i libanesi e 160 israeliani, non è mai stato raggiunto un accordo di pace, sebbene viga il cessate il fuoco. La barriera correrà per alcuni chilometri lungo il tratto orientale della “Linea blu” segnata nel maggio 2000 dalle Nazioni Unite, dopo il ritiro delle forze israeliane al termine di 22 anni di occupazione del Libano. L’esercito libanese e i peacekeeper della missione Unifil contribuiranno alla costruzione del muro. Il primo ministro Netanyahu ha annunciato che, non appena terminata la barriera tra Israele ed Egitto, ne verrà edificata un’altra ai confini con la Giordania. [PA.BAI.]

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| LASTNEWS |

DALL’ITALIA L’IDEA DI UNA CORTE MONDIALE PER L’AMBIENTE

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La proposta è ambiziosa e meritevole di essere valutata attentamente durante la conferenza Onu Rio+20 in programma in Brasile a metà giugno: istituire una Corte internazionale per sanzionare i crimini ambientali a livello mondiale. L’idea arriva dall’Icef (International Court for Environment Foundation) che da decenni si batte per creare una governance mondiale dell’Ambiente e che sul tema ha organizzato un convegno ai Musei capitolini. La strada per centrare l’obiettivo è lunga. Ma è significativo il sostegno che l’iniziativa ha subito ricevuto. Anche da settori inattesi. Favorevoli si sono detti il monsignor Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace («La Chiesa si batte da tempo perché i beni collettivi non vengano usati in modo indiscriminato ed esclusivo da parte di pochi. Va superata la concezione mercantile nella gestione di beni come acqua ed energia. Ecco perché serve una riforma dell’Onu per avere autorità mondiali pienamente democratiche») e il vicepresidente della Corte Penale Internazionale, Cuno Tarfusser («Ma bisogna pensare a quale soluzione potrebbe garantire una tutela ambientale davvero efficace»). [EM.IS.]

UNA SETTIMANA DI INVESTIMENTI SOSTENIBILI

PARADOSSI DA TRENITALIA: IN PALIO CINQUE AUTO

CANNABIS TERAPEUTICA NELLA REGIONE TOSCANA

Il Forum per la Finanza Sostenibile – associazione senza scopo di lucro nata nel 2001 per promuovere la cultura della responsabilità sociale nella pratica degli investimenti finanziari in Italia, che da un mese ha un nuovo presidente, Alessandra Viscovi, direttore generale di Etica Sgr – lancia la “Settimana italiana degli Investimenti Sostenibili e Responsabili (Sri)”. Un’iniziativa già “consolidata” a livello europeo, che per la prima volta si svolge anche nel nostro Paese. Nell’ambito delle iniziative – che si tengono a partire dal 30 maggio a Venezia, Milano, Bologna, Napoli, Bari e si concludono a Roma il 6 giugno – un calendario ricco di incontri, dibattiti, tavole rotonde grazie alle quali si può tracciare una panoramica trasversale del mercato finanziario italiano, individuando attraverso quali approcci gli investimenti sostenibili e responsabili possono essere concretamente effettuati dagli operatori del mercato. Contribuiscono all’organizzazione, tra gli altri, l’università Bocconi di Milano, Bsi Gamma Foundation, l’università Aldo Moro di Bari e la Federazione autonoma bancari italiani (Fabi). Per info: www.settimanasri.it

Una società di treni che mette in palio auto. A voler pensar bene, verrebbe da pensare che i pubblicitari di Trenitalia volessero liberare cinque fortunati vincitori dalla sofferenza di dover prendere i suoi convogli meno rapidi e confortevoli della media europea (ma in compenso più sporchi e inefficienti). A voler pensar male, verrebbe da pensare che l’azienda del trasporto su ferro tricolore abbia così poca prospettiva da non riuscire a svincolarsi dal pensiero dominante, che fa delle quattro ruote ancora il sogno proibito degli italiani. Comunque la vogliate pensare, la notizia è questa: per festeggiare i 100 milioni di viaggiatori, Trenitalia ha indetto un concorso tra tutti i passeggeri dei suoi Frecciarossa, Frecciargento e Frecciabianca. In che modo? Semplice. Estraendo a sorte cinque “fantastiche” (come afferma testualmente il sito dell’iniziativa) Fiat 500. Sono consentiti gridolini di stupore e moti d’invidia preventiva pensando a chi vincerà l’ambito premio. «È come se un’azienda che produce occhiali regalasse lenti a contatto», denunciano i senatori Ecodem Roberto Della Seta e Francesco Ferrante. In un Paese che conta 731 autocarri per chilometro di autostrada e il secondo posto in Europa per densità auto/abitanti (davanti a noi solo il Lussemburgo. Per ovvi motivi. Geografici e fiscali…) di un’ideona del genere se ne sentiva davvero il bisogno.

Il Consiglio regionale della Toscana il 2 maggio scorso ha varato una legge che semplifica e autorizza il trattamento del dolore con medicinali a base di cannabinoidi. Anche se esiste già una norma nazionale, si tratta della prima legge regionale dedicata ai derivati della cannabis per uso terapeutico: il suo effetto sarà diminuire i tempi, eliminando alcune procedure burocratiche per l’acquisizione da parte delle Asl e degli ospedali toscani dei medicinali già in commercio negli Usa e in Europa. Le aziende ospedaliere potranno inserirli nei loro acquisti, senza aumentare i limiti di budget. I cannabinoidi saranno prescritti nei casi necessari dai medici e consegnati dalle farmacie degli ospedali. Potranno essere utilizzati come terapia sostitutiva di altri analgesici per alleviare i problemi della sclerosi multipla o contro il dolore, la nausea e il vomito provocati dai trattamenti chemioterapici. Più blandi come effetto degli oppio di utilizzati nella cura del dolore, danno anche meno effetti collaterali e minore dipendenza. Nonostante l’uso dei cannabinoidi sia sperimentato e conosciuto, la legge regionale ha provocato accese reazioni da parte del Pdl e dell’Udc che si sono opposte fino all’ultimo. La norma è nata dal confronto con i medici, con le associazioni di volontariato e con i rappresentanti dei malati. [PA.BAI.]

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| TERRAFUTURA | a cura di Valentina Neri | per segnalazioni scrivete a neri@valori.it

A OPERA I “BORSEGGI” DIVENTANO CREATIVI La cooperativa Opera in Fiore, ormai da anni, si occupa soprattutto della coltivazione di fiori e piante con i detenuti del carcere milanese di Opera, il più grande d’Italia. L’ultimo nato fra i tanti progetti – scaturito da un’idea della presidente Federica Della Casa e della socia Elisabetta Ponzone – già dal nome, “Borseggi”, richiama con una certa autoironia il difficile tema della riabilitazione di chi ha avuto problemi con la giustizia. E i fiori rimangono il filo conduttore: sono proprio i loro colori vivaci, infatti, a spiccare sui tessuti delle borse prodotte dai detenuti. Si è cominciato nel carcere di San Vittore insieme alla cooperativa Alice e, da poco, è stato aperto anche un piccolo laboratorio all’interno del carcere di Opera. «Siamo all’inizio: la prima uscita è stata a “Fa’ la cosa giusta!” (a fine marzo, ndr)», spiega Federica Della Casa. Ora la cooperativa è alla ricerca di collaborazioni con negozi e boutique esterne, con l’obiettivo di ampliare il più possibile l’esperienza, in modo da offrire opportunità di inserimento a un numero sempre maggiore di detenuti. www.borseggi.it

A TERRA FUTURA L’ALLESTIMENTO È SOLIDALE

TAIVÉ, CONTRO I PREGIUDIZI SI RIPARTE DALLE DONNE Come contrastare i pregiudizi, così diffusi e radicati, sui rom? La risposta di Taivé è pragmatica: dimostrare coi fatti che ne esistono tanti che sono molto diversi dagli stereotipi. Taivé è un progetto di Caritas Ambrosiana, che ormai da quindici anni segue da vicino il campo nomadi di via Novara a Milano. Due anni fa ha avviato i primi corsi di formazione per donne rom, arrivando poi ad affidare a loro (affiancate da alcune volontarie) un laboratorio di stireria e sartoria e un piccolo negozio in centro a Milano. Gli abitanti del quartiere, italiani e stranieri, si trovano dunque giorno dopo giorno a conoscere donne rom che lavorano con un contratto regolare. «I clienti – spiega una delle due coordinatrici, Matilde Bornati – spesso non si domandano nemmeno di che etnia siano le persone che gestiscono il negozio». Un segnale su piccola scala: il progetto è pensato per otto lavoratrici che hanno un contratto di 15 ore settimanali (tre al giorno) e serve soprattutto come “trampolino di lancio” verso opportunità occupazionali più stabili. Ma è proprio a piccoli passi che si conquista l’integrazione. mailto: Rom.ambrosiana@caritas.it Romni.taive@caritasambrosiana.it

Una fiera come Terra Futura, che riunisce a Firenze istituzioni, aziende e realtà della società civile impegnate per uno stile di vita più sostenibile, non poteva certo trascurare il lato dell’allestimento. Da anni, infatti, si appoggia a Promolavoro, una cooperativa sociale pisana di tipo B che costruisce percorsi mirati per persone segnalate dai servizi sociali o provenienti da situazioni di “nuova povertà”: «Una categoria che negli ultimi anni purtroppo si è ampliata molto», commenta la referente Beatrice Roberti. Si parte da un periodo di tutoraggio sotto la guida di educatori esperti, per poi fornire un’opportunità occupazionale che in alcuni casi si è stabilizzata, fino all’ingresso vero e proprio nella cooperativa. Promolavoro si è specializzata proprio negli allestimenti fieristici, con un occhio di riguardo per gli appuntamenti che hanno come tema le buone pratiche o la salvaguardia del territorio: oltre a Terra Futura, ha lavorato anche per il Meeting Antirazzista di Cecina, la Fiera del commercio equo e solidale di Genova e diverse fiere dedicate alle energie rinnovabili. www.promolavoro.org

ANCONA, ALLA RISCOPERTA DELLE TRADIZIONI DEL MARE Le recinzioni, costruite per motivi di sicurezza, che impedivano di avvicinarsi al mare; le difficoltà economiche patite dai piccoli negozi locali. Tanti elementi che facevano sì che i cittadini di Ancona rischiassero, con l’andare del tempo, di veder svanire il legame col porto della propria città. A cercare una soluzione è stata la cooperativa sociale Zanzibar, che conta 75 soci (24 dei quali appartengono alle cosiddette categorie svantaggiate). Questa realtà, partendo proprio dal recupero di uno spazio commerciale a rischio chiusura, nel mese di ottobre del 2010 ha inaugurato un progetto nuovo: l’Aula del Mare, uno spazio polifunzionale che mira a diventare un vero e proprio Centro di educazione ambientale. Per ora è teatro di incontri formativi (una quarantina solo quest’anno, soprattutto con le scuole elementari e medie), congressi e presentazioni di libri. «Per l’estate – spiega Vittorio Sergi, che lavora nel settore della ricerca – stiamo allestendo una mostra semipermanente che vorrebbe essere di stimolo per costruire il Museo del Mare, di cui si parla da tanto. Ci stanno arrivando moltissime donazioni di oggetti tradizionali: lo scopo è quello di ripercorrere la storia della civiltà marinara locale dell’ultimo secolo». Un’esperienza che è stata raccontata anche a Firenze, in occasione di Terra Futura. www.coopzanzibar.it

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| ECONOMIAEFINANZA | a cura di Michele Mancino | per segnalazioni scrivete a redazione@valori.it

VIVERE BENE E SENZA PIL SI PUÒ Andrea Bizzocchi Non prendeteci per il PIL! Terra Nuova Edizioni, 2012

Il consumismo con le sue offerte luccicanti è una prigione e la crescita economica è contro l’uomo e il Pianeta. La chiave per uscire da questa situazione è relativamente semplice: smettere di competere e iniziare a cooperare, collaborare e condividere. Al posto del consumo delle merci che alimenta la crescita del Pil (Prodotto interno lordo), bisogna scegliere uno stile di vita sobrio che rimetta al centro l’importanza dei beni. Non occorre lottare contro il sistema perché altrimenti lo si rafforza, ma fare «scelte “altre” e quindi vivere diversamente, non preoccupandosi del sistema». Non si tratta di cambiare il mondo, bensì di cambiare noi stessi, perché è grazie alle scelte personali che si può creare un nuovo modello. Come si comincia? Iniziando a «fare a meno» di qualcosa, diminuendo così la dipendenza dal sistema. La paura è il solo grande ostacolo al cambiamento, ma se le persone avranno più fiducia nella vita che nell’economia, allora un’altra vita sarà possibile.

LA MODERNITÀ E IL SACCHEGGIO DEL PIANETA

ANCHE IL PIZZO HA UNA LOGICA

IL MERCATO DA SOLO NON BASTA

Nella lotta per la modernità, il capitalismo industriale globale mostra i suoi estremi: da una parte c’è chi considera la natura come qualcosa da spremere, posizione che scatena le guerre per l’accaparramento delle risorse; dall’altra c’è chi sostiene una protezione totale e romantica nei confronti dei beni naturali, intesi come valore assoluto, posizione che porta al rifiuto della modernità. C’è una terza posizione, però, che non sbarra la strada al progresso e cerca di modularlo partendo da un senso di responsabilità nei confronti delle generazioni future. Nei Paesi poveri la minaccia di un’implosione del sistema è più evidente, poiché sono il campo di battaglia dove si confrontano i due estremi: lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali può essere un’opportunità di riscatto veloce, ma con effetti nefasti per il resto del mondo. Il problema, dunque, non è solo preservare la natura e i suoi beni, ma imparare a utilizzarli e a goderne in un modo che non sia negativo per l’umanità e per il Pianeta.

Un modo per sfuggire alla responsabilità personale è annacquarla nel qualunquismo. «Tutti rubano» è, ad esempio, un’affermazione usata dalla politica e dall’economia corrotte della Prima e anche della Seconda Repubblica per giustificare pesanti responsabilità personali. Come a dire che, siccome lo fanno tutti, chiunque è legittimato a farlo, nonostante esistano delle leggi che vietano certi comportamenti. Per inquadrare la questione però bisogna evitare di riportare il tutto a un semplicistico moralismo. Pagare il pizzo, infatti, non solo non è morale, ma non è neanche conveniente. Quando scoppiò lo scandalo di Tangentopoli, qualcuno sostenne che il sistema imprenditoriale italiano non era più in grado di reggere quella pressione economica e perciò la corruzione non era vantaggiosa. A sostegno della sua tesi, l’autore scomoda le principali idee della filosofia politica contemporanea, dall’estremismo libertario di David Friedman alle posizioni assai più liberal di Amartya Sen, fino alla teoria dei giochi di Robert Aumann. Anche il pizzo ha una sua logica.

In questo tempo c’è una sola domanda che rimbalza in continuazione: come si esce dalla crisi? La risposta è urgente, ma l’errore più grave sarebbe quello di riproporre la stessa via che ha condotto a questa situazione. Ciò significa che la teoria economica classica secondo cui il mercato, lasciato a se stesso, è fattore di equilibrio, è inutile ai fini di una soluzione. L’autore riparte dagli “eretici” che, prima e dopo i neoclassici, hanno formulato teorie alternative. Al di qua dei tecnicismi, affidandosi solo alla potenza del linguaggio comune, recupera attraverso tre parole emblematiche – conflitto, crisi e incertezza – la riflessione critica di coloro che per primi le hanno poste al centro di un’analisi economica lungimirante e attualissima: Ricardo, Marx, Keynes e Sraffa. Senza di loro continueremmo a credere che la crisi sia soltanto un perturbamento casuale, e che conoscenza storica e dimensione politica interferiscano come elementi spuri nella purezza delle cifre.

Paul Collier Il sacco del pianeta Laterza, 2012

Armando Massarenti Perché pagare le tangenti è razionale ma non vi conviene Guanda, 2012

Giorgio Lunghini, Conflitto crisi incertezza Bollati Boringhieri, 2012

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| bancor |

Europa incompatibile

I fatti e le opinioni el compiacersi con il governo di Berlino Est per la repressione dei moti del ’53, Bertolt Brecht, nel suo spirito volutamente provocatorio e contraddittorio, ebbe a chiedersi se «però a quel punto non sia più facile per un governo sciogliere lui il suo popolo ed eleggerne un altro» piuttosto che il contrario. Stando al giudizio che, invece, gli elettori hanno

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dal cuore della City Luca Martino

espresso nelle ultime settimane in varie parti d’Europa sulla gestione della crisi della finanza e dell’economia da parte delle istituzioni centrali, l’idea stessa di confederazione europea, pensata all’indomani del secondo conflitto mondiale e materializzatasi a inizio secolo con la nascita della moneta unica, pare a rischio. In Gran Bretagna, in Francia e anche in Italia i partiti che chiedono un’idea diversa di Europa ricevono molti più consensi dei partiti dell’establishment. Ad Atene due elettori su tre hanno bocciato le politiche di austerity che giovano nei fatti più a Berlino che al resto dei 17 Paesi che usano l’euro e più ai poteri forti che alla stragrande maggioranza della comunità. In Olanda, Irlanda e molti altri Paesi opinione diffusa è che questa politica sia sbagliata. L’antipolitica – che in Italia vuol dire anche no alla corruzione, agli sprechi e alla criminalità – in Europa vuol dire no alle lobby e sì a un sistema economico più equo e, per questo, più stabile. Di riforma del sistema bancario ne ha parlato a Londra persino la regina Elisabetta, impegnando il suo governo alle conclusioni della Commissione Vickers, che ha suggerito, oltre all’introduzione di coefficienti di patrimonializzazione ben più alti di quelli di Basilea, la frammen-

sti di JP Morgan sulla base di un centinaio di indici di classificazione economica tra Paesi vicini per tradizione e area geografica: ebbene, i 12 Paesi più rilevanti della zona euro mostrano il più basso indice di compatibilità economica di qualsiasi altro gruppo di Paesi che aderisse a ipotetiche unioni monetarie, dall’America Latina al Commonwealth, dai Paesi del Golfo alle tigri asiatiche. I “fatti” mostrano che il problema dell’euro non è solo di squilibrio fiscale, ma principalmente di squilibrio commerciale, dovuto alle enormi differenze culturali, sociali e politiche dei Paesi membri. I “fatti, non le opinioni”, come ebbe a far incidere il celebre ingegnere scozzese Kirkaldy sulla porta del suo laboratorio-museo di Southwark Street, proprio di fronte alla City, dove sperimentava gli effetti degli stress sulle proprietà tensili dei materiali. Così come l’ennesima scommessa sbagliata proprio di JP Morgan nel proprietary trading, all’origine di una perdita netta di due, forse tre miliardi di dollari in poche settimane (tanto quanto l’utile generato dalla divisione retail in tutto il primo trimestre dell’anno), mostra l’urgente necessità di quella riforma strutturale del sistema bancario, ad oggi, ancora sulla carta. 

I cittadini europei chiedono a gran voce scelte diverse e profonde riforme tazione del settore bancario in imprese che possono raccogliere depositi – e fare prestiti ad aziende e famiglie, unico vero volano per la crescita – e imprese che gestirebbero nei mercati la liquidità dei privati e dei propri azionisti. Soluzione questa avversa a gran parte dell’establis hment europeo. La City d’altra parte giudica negativamente ormai da tempo il rapporto delle istituzioni europee nei confronti della moneta unica e delle banche continentali e questo complica la stabilizzazione del settore, come dimostra il fallimento dell’Ecofin di inizio maggio, quando gli interessi nazionali, in primis quelli di Francia e Germania, hanno prodotto l’ennesimo compromesso mancato. In America ormai si guarda solo a un grafico, quello prodotto dagli anali-

todebate@gmail.com | ANNO 12 N. 100 | GIUGNO 2012 | valori | 73 |


| action! |

L’AZIONE IN VETRINA ENI 9 dic 2011:

ENI.MI 16,10

Il rendimento in Borsa di ENI negli ultimi dodici mesi (-5,12%), confrontato con l’indice Eurostoxx 50 (in arancio, -23,05%)

^STOXX50E 2288,05

15% 10% 5% 0% -5%

-15% -20% -25%

2011

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iù di 30 domande inviate via posta (alle quali la società ha risposto pubblicamente online), altre 10 sottoposte in assemblea, mentre oltre tremila persone erano collegate in diretta twitter. È questo il bilancio dell’azionariato critico promosso dalla Fondazione Culturale Responsabilità Etica (Fcre) all’assemblea 2012 di Eni, che si è tenuta l’8 maggio scorso a Roma. «Abbiamo chiesto maggiore trasparenza sulle remunerazioni dei manager», ha dichiarato Andrea Baranes, presidente della Fondazione. «Gli indicatori utilizzati per determinare i compensi non sono chiari: nel 2011 sono stati corrisposti all’ad Paolo Scaroni 5,884 milioni di euro, il 33% in più rispetto al 2010, ma l’utile netto è cresciuto solo dell’1,5%. Come si spiega questa differenza?». «Molte delle nostre domande hanno ricevuto risposta, altre solo indicazioni generiche», continua Baranes. «Per questo abbiamo votato contro il piano che fissa i compensi dei manager». Il dialogo con Eni su questo e su altri temi continuerà, come ogni anno, in una serie di incontri con il management della società. Il primo è previsto per gli inizi di luglio. 

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L’AZIONISTA DEL MESE

Superstipendi Eni nel mirino di Fcre

UN’IMPRESA AL MESE

FONTE: THOMSON REUTERS

-10%

Mar

Apr

Mag

a cura di Mauro Meggiolaro

Fondazione Culturale Responsabilità Etica

www.fcre.it

Sede Padova Tipo di società Fondazione creata nel 2003 da Banca Etica. Si propone come riferimento culturale e operativo nel campo della finanza etica. Promuove una serie di attività: azionariato critico, Terra Futura (mostra-convegno sulle buone prassi di sostenibilità), Progetto Gjusti (green jobs), campagne e iniziative sull’uso responsabile del denaro. Asset rappresentati L’azione su Enel ed Eni Nel 2007 la Fondazione Culturale (Fcre) ha acquistato azioni di Enel ed Eni per «portare la voce della società civile e dei movimenti del Sud del mondo nelle assemblee delle più importanti società italiane». Nel 2012 l’azione della Fondazione su Eni ed Enel si è concentrata sulle superpaghe dei manager delle due imprese. La Fondazione ha votato contro i piani di remunerazione presentati in assemblea. Altre iniziative Dal 2008, con l’aiuto di Crbm, Greenpeace e Amnesty, Fcre porta all’attenzione del management Eni ed Enel questioni relative all’impatto ambientale delle due società: gas flaring in Nigeria e sabbie bituminose in Congo-B per Eni, costruzione di grandi dighe in America Latina e investimenti in centrali nucleari per Enel.

ENI

www.eni.com

Sede Roma Borsa FTSE-MIB, NYSE Rendimento negli ultimi 12 mesi -5,12%. Attività L’Eni è un’azienda creata dallo Stato Italiano come ente pubblico nel 1953 sotto la presidenza di Enrico Mattei. Convertita in società per azioni nel 1992. Successivamente lo Stato italiano ha venduto in cinque fasi parte consistente del capitale azionario, dal 1995 al 2001, conservandone una quota superiore al 30% e detenendo il controllo effettivo della società. L’Eni è attiva nei settori del petrolio, del gas naturale, della petrolchimica, della generazione e produzione di energia elettrica e dell’ingegneria e costruzioni. Azionisti Principali azionisti: Cassa Depositi e Prestiti (26,37%), Ministero dell’Economia e delle Finanze (3,93%), Eni (azioni proprie, 7,51%), Blackrock (2,681%), Intesa Sanpaolo (2,659%), BNP Paribas (2,285%). Perché interessa agli azionisti responsabili? Negli ultimi anni Eni è stata nel mirino degli azionisti critici per il progetto di sfruttamento delle sabbie bituminose in Congo-B, per il gas flaring in Nigeria e l’inquinamento del Delta del Niger e, ultimamente, per la scarsa trasparenza nel calcolo delle remunerazioni dei manager. Ricavi [Miliardi di dollari] Numero dipendenti

2009

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83,227

98,523 69.369

Utile [Miliardi di dollari]

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4,367

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Finanza > Nuove bolle immob iliari pronte a scoppiare: la crisi del mattone non è Economia solidale > La guerra finita non è un buon investimento, Internazionale > Grecia fuori l’istruzione conviene di più dall’euro. Una bomba che | ANNO 12 N. 96 | FEBBRAIO 2012 | valori l’Europa avrebb |1| e potuto evitare

I nostri cento passi Da 0 a 100, Valori ha cambiato faccia, ma non la sua missione: raccontare un’economia diversa

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ANNO 12 N. 96

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