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Anno 10 numero 84. Novembre 2010. € 4,00

ALESSANDRO IMBRIACO / CONTRASTO

Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità

Fotoreportage > Casilino 900

Dossier > Csr di facciata o nel cuore dell’impresa? Chi ci crede davvero vince

Azioni responsabili

Finanza > Tassa sulle transazioni finanziarie: Francia e Germania all’attacco del G20 Economia solidale > Lo sgombero dei campi rom: la “sicurezza” è un business Internazionale > Cop 16 a Cancun: si parla di clima, si legge economia e sviluppo Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Trento - Contiene I.R.


| editoriale |

Responsabilità

Profitti nascosti

di Andrea Di Stefano

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GRANDE CRISI PONE UN INTERROGATIVO NON DEROGABILE anche alla Corporate social responsability (o Rsi, responsabilità sociale dell’impresa): diventare uno strumento reale al servizio della collettività per misurare le relazioni con i soggetti economici, oppure affermarsi definitivamente come una delle tante attività riconducibili al marketing. Il nodo non più derogabile è quello posto con estrema chiarezza da Lorenzo Sacconi (direttore di Econometica, centro interuniversitario per l’etica economica e la responsabilità sociale d’impresa) già nel 2004: la Csr è «un modello di governance allargata, in base alla quale chi governa l’impresa ha responsabilità che si estendono dall’osservanza di doveri fiduciari nei riguardi della proprietà ad analoghi doveri fiduciari nei riguardi in generale di tutti gli stakeholder». Doveri fiduciari e non rinviabili perché tra gli stakeholders figurano anche i beni comuni nell’accezione più larga che si può dare, dalle risorse naturali alla fiscalità, dalla conoscenza all’integrità della persona umana. L’obiettivo di Valori in questo dossier è quello di documentare lo stato dell’arte della Csr al fine di comprendere se è possibile uscire dalla moda per cominciare a definire regole certe per la responsabilità sociale dell’impresa. Un’impresa non facile, ma nella quale pensiamo di poter svolgere un ruolo, stabilendo una metodologia che permetta di esaminare il reale coinvolgimento degli stakeholders, la coerenza con i progetti di organizzazione dell’infrastruttura aziendale, la reale efficacia delle azioni programmate. Il progetto che abbiamo battezzato Valori rating mira a stabilire un criterio per l’analisi dettagliata dei bilanci sociali e ambientali; redigere una mappa delle dichiarazioni suddividendole per categorie; verificare sul campo, con la collaborazione di organizzazioni sindacali, associazioni ambientaliste e consumereste, portatori d’interesse, se è stato effettivamente promosso un coinvolgimento degli stakeholders nel processo di Responsabilità sociale. Speriamo di poter intercettare altri corpi intermedi della società civile interessati a far emergere la Csr dalle attuali sabbie mobili, permettendo di premiare, per ora sul piano comunicazionale e a breve a livello istituzionale, quelle realtà pubbliche o private che hanno realmente intrapreso un percorso di responsabilità. Solo informazioni complete, dettagliate e indipendenti possono contribuire alla crescita di una reale responsabilità sociale dell’impresa secondo i criteri enunciati da Sacconi. Sappiamo che per molti sarà impossibile comprendere le reali motivazioni economiche che possono spingere un’impresa a non perseguire esclusivamente l’obiettivo della massimizzazione del profitto, ma il nostro obiettivo con Valori rating è proprio quello di far emergere i “profitti” intrinsechi e nascosti della Rsi.

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ANNO 10 N.84

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NOVEMBRE 2010

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| sommario |

novembre 2010 mensile

www.valori.it

anno 10 numero 84 Registro Stampa del Tribunale di Milano n. 304 del 15.04.2005 editore

Società Cooperativa Editoriale Etica Via Copernico, 1 - 20125 Milano promossa da Banca Etica soci

Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Arci, FairTrade Italia, Mag 2, Editrice Monti, Fiba Cisl Nazionale, Cooperativa Sermis, Ecor, Cnca, Fiba Cisl Brianza, Federazione Autonoma Bancari Italiani, Publistampa, Federazione Trentina delle Cooperative, Rodrigo Vergara, Circom soc. coop., Donato Dall’Ava consiglio di amministrazione

Paolo Bellentani, Antonio Cossu, Donato Dall’Ava, Giuseppe Di Francesco, Marco Piccolo, Fabio Silva, Sergio Slavazza direzione generale

Giancarlo Roncaglioni (roncaglioni@valori.it)

La borsa non è un

O C O I G

collegio dei sindaci

Giuseppe Chiacchio (presidente), Danilo Guberti, Mario Caizzone direttore editoriale

Mariateresa Ruggiero (ruggiero.fondazione@bancaetica.org) direttore responsabile

Andrea Di Stefano (distefano@valori.it) caporedattore

Elisabetta Tramonto (tramonto@valori.it) redazione (redazione@valori.it)

Via Copernico, 1 - 20125 Milano Paola Baiocchi, Andrea Baranes, Andrea Barolini, Francesco Carcano, Matteo Cavallito, Corrado Fontana, Emanuele Isonio, Michele Mancino, Mauro Meggiolaro, Andrea Montella, Jason Nardi progetto grafico e impaginazione

Francesco Camagna, Simona Corvaia (info@mokadesign.org) fotografie

Alessandro Imbriaco (Contrasto) stampa

Publistampa Arti grafiche Via Dolomiti 36, Pergine Valsugana (Trento)

Fondi etici: l’investimento responsabile

abbonamento annuale ˜ 10 numeri Euro 35,00 ˜ scuole, enti non profit, privati Euro 45,00 ˜ enti pubblici, aziende Euro 60,00 ˜ sostenitore abbonamento biennale ˜ 20 numeri Euro 65,00 ˜ scuole, enti non profit, privati Euro 85,00 ˜ enti pubblici, aziende come abbonarsi

I carta

ETICA SGR: VALORI IN CUI CREDERE, FINO IN FONDO. Etica Sgr è una società di gestione del risparmio che promuove esclusivamente investimenti finanziari in titoli di imprese e di Stati selezionati in base a criteri sociali e ambientali. L’investimento responsabile non comporta rinunce in termini di rendimento. È un investimento “paziente”, non ha carattere speculativo e quindi ben si coniuga con la filosofia di guadagno nel medio-lungo termine comune a tutti gli altri fondi di investimento. Parliamo di etica, contiamo i risultati. I fondi Valori Responsabili si possono sottoscrivere presso tutte le filiali e i promotori di Banca Popolare Etica, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare di Sondrio, Banca di Legnano, Simgest/Coop, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Casse Rurali Trentine, Banca Popolare dell’Alto Adige, Banca della Campania, Eurobanca del Trentino, Banca Popolare di Marostica, Eticredito, Cassa di Risparmio di Alessandria, Banca di Piacenza, Online Sim e presso alcune Banche di Credito Cooperativo. Per maggiori informazioni clicca su www.eticasgr.it o chiama lo 02.67071422. Etica Sgr è una società del Gruppo Banca Popolare Etica. Prima dell’adesione leggere il prospetto informativo. I prospetti informativi sono disponibili presso i collocatori e sul sito www.eticasgr.it

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di credito sul sito www.valori.it sezione come abbonarsi Causale: abbonamento/Rinnovo Valori I bonifico bancario c/c n°108836 - Abi 05018 - Cab 01600 - Cin Z Iban: IT29Z 05018 01600 000000108836 della Banca Popolare Etica Intestato a: Società Cooperativa Editoriale Etica, via Copernico 1 - 20125 Milano Causale: abbonamento/Rinnovo Valori + Cognome Nome e indirizzo dell’abbonato I bollettino postale c/c n° 28027324 Intestato a: Società Cooperativa Editoriale Etica, via Copernico 1 - 20125 Milano Causale: abbonamento/Rinnovo Valori È consentita la riproduzione totale o parziale dei soli articoli purché venga citata la fonte. Per le fotografie di cui, nonostante le ricerche eseguite, non è stato possibile rintracciare gli aventi diritto, l’Editore si dichiara pienamente disponibile ad adempiere ai propri doveri.

Premio Migliori Risultati Categoria Risparmio Gestito

Valori Responsabili Monetario e Valori Responsabili Obbligazionario Misto Rendimenti a tre anni (2007-2009)

*LIPPER FUND AWARDS 2009

Premio Migliori Risultati Categoria Risparmio Gestito

Valori Responsabili Monetario e Valori Responsabili Obbligazionario Misto Rendimenti a tre anni (2006-2008)

MILANO FINANZA

GLOBAL AWARDS

2009

Valori Responsabili Obbligazionario Misto - Rendimento a un anno (2008)

Il Forest Stewardship Council (Fsc) garantisce tra l’altro che legno e derivati non provengano da foreste ad alto valore di conservazione, dal taglio illegale o a raso e da aree dove sono violati i diritti civili e le tradizioni locali.

ALESSANDRO IMBRIACO / CONTRASTO

valori Il campo nomadi Casilino 900. Per decenni casa di migliaia di rom, è stato sgomberato dall’amministrazione capitolina nel gennaio del 2010.

Roma, 2009

globalvision

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fotoreportage. Casilino 900

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dossier. Azioni responsabili

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La responsabilità d’impresa non è più di moda. Si può fare sul serio Ingredienti economici e sociali in un’unica ricetta Bilanci che danno fiducia. O quasi Come (non) ti coinvolgo lo stakeholder Non solo un costo, la Rsi prende vita nel report integrato Csr, obbligatoria o volontaria?

finanzaetica Francia e Germania all’attacco del G20 Schulmeister: «La Ttf in Europa? Solo questione di tempo» Agricoltura, il credito è una corsa a ostacoli La finanza etica coltiva sostenibiltà Piantagioni solari. La “guerra” tra fotovoltaico e campi coltivati Investimenti, rinnovabili meglio delle tradizionali

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bancor

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economiasolidale

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Lo sgombero dei campi Rom. Il business della sicurezza In arrivo la rivoluzione. L’economia verde si fa blu Acqua in bottiglia o dal rubinetto. Coop sceglie il km zero L’Aquila più equa e solidale trasloca in periferia Commercio equo in container

internazionale Cop 16. Si parla di clima. Si legge economia e sviluppo Ecuador, un colpo di Stato piccolo piccolo Bye bye colonialisti. L’Africa corre molto veloce La mappa: le ex colonie a cinquant’anni dall’indipendenza

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altrevoci

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indiceverde

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utopieconcrete

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LETTERE, CONTRIBUTI, ABBONAMENTI COMUNICAZIONE E AMMINISTRAZIONE

PUBBLICITÀ, DISTRIBUZIONE, PROMOZIONE E SVILUPPO

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Anno 10 numero 84. Novembre 2010. € 4,00

Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità

Gestire il dopo crisi

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Oltre la guerra delle valute

Anno 10 numero 84. Novembre 2010. € 4,00

Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità

ALESSANDRO IMBRIACO / CONTRASTO

ALESSANDRO IMBRIACO / CONTRASTO

di Alberto Berrini Fotoreportage > Casilino 900

Dossier > Csr di facciata o nel cuore dell’impresa? Chi ci crede davvero vince

Azioni responsabili

È

Fotoreportage > Casilino 900

Dossier > Csr di facciata o nel cuore dell’impresa? Chi ci crede davvero vince

Azioni responsabili

Finanza > Tassa sulle transazioni finanziarie: Francia e Germania all’attacco del G20 Economia solidale > Lo sgombero dei campi rom: la “sicurezza” è un business Internazionale > Cop 16 a Cancun: si parla di clima, si legge economia e sviluppo

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IN ATTO DA ALCUNI MESI QUELLA CHE È STATA ETICHETTATA “la guerra delle valute”. Un dollaro troppo debole,

lo yuan (moneta cinese) che si rivaluta troppo lentamente e, conseguentemente, un euro e uno yen troppo forti, che mettono a rischio la ripresa delle economie europea e giapponese. Se ne parlerà nel prossimo G20 in Corea, dopo il recente deludente incontro di Shanghai promosso dal Fondo monetario internazionale fra i banchieri centrali di tutto il mondo. Le premesse non sono buone e i risultati assai incerti. Del resto la guerra delle valute nasconde la vera questione: come gestire l’aggiustamento economico globale reso necessario dalla devastante crisi dell’ultimo triennio. Quest’ultima da un lato non è ancora conclusa, dall’altro ha sconvolto i precedenti equilibri economici internazionali. È opinione diffusa che la causa di tutto sia l’ostinazione cinese a impedire una consistente rivalutazione dello yuan (dal 2005 non è più in vigore il regime di cambio fisso con il dollaro, ma il sistema di fluttuazione della valuta cinese è ancora sostanzialmente regolato dalle autorità cinesi). Lo yuan è, secondo le stime degli economisti, sottovalutato del 25/40%. Ciò favorisce le esportazioni della Cina e incentiva le imprese internazionali a spostare la produzione in quel Paese. Ma, soprattutto, sta diventando insostenibile una situazione in cui la Cina accumula con l’export enormi riserve valutarie che investe in titoli del Tesoro Usa: i cinesi prestano agli americani i soldi per comprare merci made in China. Questa interpretazione contiene solo una parte di verità. La principale causa dello squilibrio mondiale nasce, infatti, dalla politica monetaria eccessivamente espansiva della Banca Il conflitto sui cambi centrale americana (Fed) che in vari modi continua a stampare moneta. è dipeso anche Da qui l’eccessiva debolezza del dollaro. Gli Stati Uniti sono, infatti, alle prese dalle politiche degli Usa, con il rischio deflazione (una lunga fase di ristagno economico) e per evitarla in cerca di una via è assai poco attenta agli effetti delle sue politiche sulla economie per scongiurare il rischio ladelFed resto del mondo. “Invece di collaborare all’aggiustamento dei tassi di una deflazione di cambio e delle partite correnti (ossia agli equilibri tra import ed export dei vari Paesi, ndr), gli Stati Uniti stanno cercando di imporre la loro volontà stampando moneta” (Martin Wolf , L’America sta vincendo la guerra con la Cina, Il Sole 24 Ore del 13 ottobre 2010). Detto in breve: per evitare la deflazione, “gli Stati Uniti vogliono inflazionare il resto del mondo”. Se questo è lo scenario macroeconomico che ci aspetta nel breve periodo “c’è poco da stare allegri”. Ancora una volta si cerca un aggiustamento monetario irrealistico che non potrà che dare ulteriore spazio alla natura speculativa dei mercati finanziari attualmente impegnati nell’arena valutaria. Le banche centrali possono cercare di “pilotare” i cambi, ossia il valore della propria moneta, acquistando o vendendo sul mercato. Ma devono combattere contro un mercato valutario che ogni giorno movimenta 4.000 miliardi di dollari. È dunque quasi impossibile riuscire a indirizzare i cambi nella direzione della stabilizzazione. Ben altra strada indicò il New Deal degli anni ’30, ossia la risposta della politica economica alla crisi del ’29. L’aggiustamento fu di natura fiscale, con un vasto programma a lungo termine per una vera rivoluzione industriale, tecnologica e sociale. Oggi ciò significherebbe un progetto di riconversione dell’economia alla priorità verde. Senza dimenticare i mercati finanziari che furono, diversamente da oggi, molto regolamentati. Tutto ciò richiederebbe un coordinamento delle politiche economiche a livello internazionale. Ma nonostante i periodici “G20”, una nuova Bretton Wood non è ancora all’orizzonte.

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> Casilino 900 foto di Alessandro Imbriaco / Contrasto

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uando il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, da poco eletto, si scagliò contro le strade della Capitale «invase» dalle prostitute, la ricetta fu tanto semplice quanto inutile. Si chiese ad alcune auto della polizia di percorrere avanti e indietro, tutta la notte, le vie considerate a rischio. Il risultato fu che, in effetti, per qualche tempo le “lucciole” sembravano scomparse. Sembravano, appunto, perché bastava spostarsi verso la periferia, superare il cartello con la scritta barrata “Roma”, per scoprire che il problema era stato semplicemente spostato, fisicamente, fuori dai confini della città (con buona pace degli abitanti dell’hinterland). Con la questione dei campi nomadi la storia non fa altro che ripetersi. Con lo sgombero del Casilino 900, il più grande campo d’Europa, i rom non sono scomparsi (come piacerebbe ad una parte della destra romana), né hanno cambiato abitudini (come spererebbero i fautori di un’impossibile integrazione forzata). Semplicemente sono stati spostati fuori dal Raccordo anulare (sempre con buona pace degli abitanti dell’hinterland). Certo, va detto che, a differenza di Casilino 900, che ammassava 600 persone in condizioni insostenibili (il riscaldamento era assicurato bruciando copertoni), le nuove aree sono attrezzate. Non manca niente, dice il Comune. In effetti c’è anche qualcosa di troppo: soprattutto le recinzioni, le telecamere e i vigilantes armati. Il “Piano Nomadi” del Campidoglio sembra insomma solo un enorme tappeto buono per nascondere la mancanza di ciò che davvero servirebbe: un grande progetto d’integrazione. Ne ha proposto uno nelle scorse settimane il Consiglio d’Europa, i cui 47 Paesi membri hanno adottato (all’unanimità) un impegno a combattere le sofferenze dei 10-12 milioni di rom presenti nel Vecchio Continente. Con iniziative sui temi della cittadinanza, dei diritti delle donne, dell’accesso a giustizia, sanità, educazione e lavoro. Quella dei nomadi, secondo il Consiglio, è, infatti, una questione «transfrontaliera, che necessita di una risposta paneuropea». Per questo si è chiesto «alle autorità pubbliche, a tutti i livelli» di evitare comportamenti «che possano in qualunque modo apparire dettati dall’odio». La “Dichiarazione di Strasburgo”, al contrario, punta al dialogo e prevede un programma di formazione per circa mille mediatori rom, che dovrebbero fornire consulenza legale e amministrativa alle comunità, alla luce delle regole che devono essere rispettate in ciascun Paese. Certo, per un processo simile ci vogliono molto più tempo, energie e pazienza di quanto non necessitino le ruspe. Ma è bene ricordarsi che, superata la “sfuriata” di Alemanno a base di lampeggianti e sirene, le solite strade si sono immediatamente ripopolate dell’identico penoso spettacolo di decine di ragazze costrette sul marciapiede. E se errare è umano... Andrea Barolini ANNO 10 N.84

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Il “Piano Nomadi” del Comune di Roma prevede lo sgombero dei campi rom e lo spostamento di chi ci viveva fuori dal Raccordo anulare. Ma l’unico modo per affrontare davvero la questione è un grande piano di integrazione. Ne ha proposto uno, proprio nelle scorse settimane, il Consiglio d’Europa con la “Dichiarazione di Strasburgo”.

L’AUTORE Alessandro Imbriaco è nato a Salerno nel 1980 e attualmente vive a Roma. Ex ingegnere di professione e fotografo emergente e pluripremiato. Con il reportage fotografico “Casilino 900”, di cui pubblichiamo alcune foto in queste pagine, quest’anno ha vinto l’ambito World Press Photo, il concorso di fotogiornalismo tra i più prestigiosi al mondo. Selezionato tra 5.847 fotografi di 128 nazionalità diverse,

il reportage “Casilino ‘900”, ha ricevuto il secondo premio nella sezione «Storie d’attualità». I suoi lavori sono stati pubblicati sulle maggiori testate italiane e esposti in mostre personali e collettive. Nel 2006 ha vinto il Premio Speciale per il miglior portfolio al festival di Savignano, nel 2007 è stato selezionato tra i finalisti al Premio Atlante Italiano e nel 2008 ha vinto il Premio Canon. Dal 2008 è entrato nel Reflexions Masterclass di Giorgia Fiorio e Gabriel Bauret.

Il campo Casilino 900 era il più grande d’Europa. Per quaranta anni, fino al 14 febbraio, ha ospitato rom bosniaci, montenegrini e kosovari.

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> Casilino

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Il terreno che per decenni è stato occupato dal popolo nomade, sessant’anni fa ospitava una fungaia. I primi insediamenti risalgono al 1959, ma non si trattava di rom, bensì di siciliani e napoletani emigrati nella Capitale. Vi rimasero solamente per alcuni anni.

Roma, 2009

> Casilino

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I primi veri nomadi ad aver abitato il Casilino 900 arrivarono nel 1969: si trattava principalmente di arrotini e ombrellai appartenenti alla popolazione dei Salkanovic. In seguito si unirono i khorakhanè, dediti soprattutto alla lavorazione del rame e del ferro.

Roma, 2009

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La guerra che ha devastato l’ex-Jugoslavia negli anni Novanta ha prodotto un nuovo impulso migratorio verso il campo romano. A cavallo del 1990 arrivarono bosniaci, macedoni e montenegrini. Nella sua storia, il Casilino 900 ha visto nascere 15 mila bambini e ha segnato il picco massimo dei suoi abitanti nel 1999, quando tra baracche e lamiere si ammassarono 1.500 persone: circa 100 nuclei familiari.

Roma, 2009

> Casilino

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dossier a cura di Licia Casamassima, Andrea Di Turi, Mauro Meggiolaro e Elisabetta Tramonto

La responsabilità non è più di moda. Si può fare sul serio >18 Ingredienti economici e sociali in un’unica ricetta >20 Bilanci che danno fiducia. O quasi >21 Come (non) ti coinvolgo lo stakeholder >22 Investitori responsabili: solo un punto di vista >24 Non solo un costo, la Rsi prende vita nel report integrato >24 Csr, obbligatoria o volontaria? >26

Il business non risparmia nulla. Neanche il dramma delle popolazioni nomadi che vivono in campi desolanti. E che a Roma sono state rinchiuse in nuove strutture attrezzate. Con tanto di sorveglianza armata, come per le carceri.

Roma, 2009

Responsabilità

Nel cuore dell’impresa Csr: è il momento di passare dalle parole ai fatti. Beneficenza e marketing non bastano. Deve permeare la gestione aziendale. Dalla contabilità alla valutazione della performance

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La responsabilità d’impresa non è più di moda Si può fare sul serio

di Mauro Meggiolaro

UNA DEFINIZIONE

CSR (corporate social responsability) o RSI (responsabilità sociale d’impresa) a seconda che si usi il termine in inglese o in italiano. Secondo la definizione del libro verde dell’Unione europea è: “L’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nella loro attività e nei rapporti con gli stakeholders”.

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l concetto di “responsabilità sociale d’impresa” non sta in piedi. Anzi, può anche essere dannoso per le imprese, allontanandole dal loro obiettivo

principale: fare profitti per gli azionisti. A sostenerlo, stavolta, è un dossier del Wall Street Journal (The Case Against Corporate Social Responsibility), pubblicato

in agosto. “Molte grandi imprese ormai affermano che non sono sul mercato solo per i profitti, ma anche per motivi sociali”, scrive il quotidiano finanziario di New York. “In realtà è un’illusione. Buona parte delle società parla molto di responsabilità sociale, ma non fa nulla di concreto. Anzi, nella maggior parte dei casi, fa solo greenwashing”. Secondo il Wall Street Journal le imprese

Secondo il Wall Street Journal alle imprese la Rsi piace solo quando è vantaggiosa economicamente. Ma ciò potrebbe rivelarsi perfino positivo. Per superare convegni e bilanci sociali. E passare all’azione | 18 | valori |

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APPUNTAMENTO 2 - 6 novembre 2010 RIMINI SCUOLA SU MERCATI E STILI DI VITA SOSTENIBILI Un appuntamento all’interno dell’International Summer School Programme dell’università di Bologna. g5.ambra.unibo.it /SPL2010

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sarebbero in grado di coniugare i profitti con la responsabilità sociale e ambientale solo in un caso: quando essere responsabili è anche vantaggioso dal punto di vista economico. Chi sceglie di produrre automobili più efficienti o cibi più sani lo fa perché ci sono sempre più persone che li comprano. Chi risparmia sull’energia o sul consumo delle risorse lo fa perché i costi dell'energia e delle risorse sono saliti in misura tale da rendere necessari dei tagli.

Profitti o responsabilità? Se si agisce in modo responsabile senza avere dei ritorni economici si danneggiano gli azionisti, che sono i primi e più importanti “portatori di interesse” (stakeholder, se si vuole usare il termine inglese) delle imprese. Il verbo di Wall Street sulla responsabilità sociale è questo e ammette poche eccezioni. Le imprese corrono con il paraocchi verso il profitto e solo in rari casi

CRITERI E STRUMENTI GLOBAL COMPACT DELL’ONU Non esistono norme (non in Italia), né criteri universali per definire come debba essere attuata la Rsi. Ma, anche grazie a contributi di istituti internazionali, si sono via via definiti alcuni criteri e strumenti da usare. Innanzitutto la scelta di attuare la Rsi non può che essere strategica, cioè con un orizzonte di medio periodo, introducendo gradualmente criteri sociali e ambientali nei processi decisionali. Gli strumenti che si possono usare sono, in funzione della storia dell’impresa, del contesto in cui opera e della criticità di relazioni con i diversi stakeholder: codici etici interni e codici di condotta per i propri fornitori; strumenti di accountability (di rendicontazione, cioè di racconto delle attività dell’impresa) come il bilancio sociale o di sostenibilità; processi di coinvolgimento degli stakeholder (clienti, fornitori, dipendenti, comunità locali); formazione Csr ai manager. Nel 1999, su iniziativa dell’allora segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, nacque il Global Compact, per coinvolgere imprese e società civile, in una collaborazione con l’Onu attraverso l’adesione a dieci principi universali su: diritti umani, lavoro, tutela dell’ambiente e lotta alla corruzione. Questi principi sono oggi la principale traccia per definire i criteri di Csr delle imprese. www.globalcompactnetwork.org si può distrarle verso altri scopi: quando c’è una legge che le obblighi a farlo o nei rari casi in cui la “società civile” sia talmente forte da imporsi con campagne, proteste e boicottaggi. Cercare di convincere i top manager con lo zuccherino del “bene comune” è inutile: il massimo profitto è l’unica garanzia che hanno per conservare il posto.

Facciamo sul serio L’articolo del Wall Street Journal ha un pregio: ci fa capire che, forse, la moda della Csr (corporate social responsibility) sta per lasciare spazio a qualche altro trend. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, questa è una buona notizia, perché, finalmente, di responsabilità sociale si potrà iniziare a parlare seriamente e con cognizione di causa. Dopo anni di convegni, dibattiti, seminari, fiere in cui tutti hanno giurato di non riuscire più a dormire senza avere sul comodino la mappa degli stakeholder o un bilancio sociale aggiornato con gli ultimi dati sul community involvement, adesso abbiamo l’occasione di fare sul serio. Iniziamo a strappare dai bilanci sociali le foto dei bambini che sorridono o i grafici con gli importi dati in beneficenza e conserviamo l’essenziale. Perché la Csr ha senso solo se un’impresa integra i criteri sociali e ambientali in modo sostanziale: nelle catene di approvvigionamento, nel controllo di gestione, nella contabilità interna, nel modo in cui sono premiati i manager. Poche imprese lo stanno facendo. La maggior parte delle società ha preferito investire di più su aspetti superficiali, scambiando la responsabilità sociale per una nuova strategia di marketing, che aiuta a posizionare meglio il marchio. In questo dossier cercheremo di spiegarvi cos’è rimasto di buono dopo i lunghi dibattiti sulla corporate social responsibility che si

INVESTIRE NELLA RSI

L’ANNO SCORSO LE IMPRESE ITALIANE hanno investito in media 161 mila euro l’una in attività di responsabilità sociale d’impresa. Lo rivela un’indagine condotta su un campione di 800 aziende con oltre 100 dipendenti da Swg per l’osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione (IV Rapporto Nazionale sull’impegno sociale delle aziende in Italia 2010 www.osservatoriosocialis.it/studi-e-scenari.htm). Il 46% in più rispetto all’ultimo rapporto del 2001, con una previsione di crescita per il 2010 a 219.000 euro. Un trend positivo quindi, che vede ben 7 aziende su 10 che hanno investito nel 2009 in responsabilità sociale. E la crisi? Funziona la relazione più crisi = più Rsi? Solo 4 aziende su 10 ci credono. L’impegno sociale e ambientale sembra prescindere da ciò che richiede il mercato. Le aziende che hanno intrapreso questa strada (circa il 77% del campione) continuano a investirci, indipendentemente dalle condizioni del mercato. Chi, invece, in questi anni ha preferito concentrarsi su altri obiettivi, proseguirà ad opporre resistenza. In cosa si investe? Sono privilegiate le azioni concrete nel contesto sociale, politico ed ambientale nel quale le aziende operano: 3 su 10 puntano sullo staff-involvement (il coinvolgimento del personale) per una maggiore condivisione interna della Rsi. Tra i requisiti di un buon progetto, la possibilità di coinvolgere i propri dipendenti è importante per il 68,9% degli intervistati. Il principale elemento di freno all���implementazione di azioni di Rsi è la mancanza di ritorni immediati (43,2%), seguita dalla cultura manageriale ostica (31.1%). In uno studio condotto per il Global Compact delle Nazioni Unite, A New Era of Sustainability, pubblicato nel giugno scorso, la società di consulenza Accenture ha interrogato 766 amministratori delegati delle aziende aderenti al Global Compact in tutto il mondo per scoprire la loro opinione sulla Responsabilità sociale d’impresa nella strategia aziendale. Risultato? Una vera ovazione per la Rsi. Il 93% degli a.d. ritiene che la sostenibilità sarà elemento cruciale per il futuro successo del loro business; il 72% riconosce che “reputazione e qualificazione del brand” è il principale fattore che porta l’azienda a occuparsi di sostenibilità, seguito dalla riduzione dei costi (44%); il 58% identifica nei consumatori il gruppo di stakeholder più incisivo nell’influire sul proprio agire in termini di sostenibilità, seguono i dipendenti con il 45%; il 91% dichiara che la propria società impiegherà nuove tecnologie nei prossimi 5 anni per garantire maggiore sostenibilità; il 96% crede che gli investimenti in sostenibilità debbano essere pienamente integrati nella strategia e nelle operazioni aziendali; il 49% cita la complessità di implementazione attraverso le varie funzioni come la barriera più significativa per adottare un approccio integrato alla sostenibilità (le priorità strategiche competitive sono la seconda barriera per il 48%); l’88% ritiene che la sostenibilità debba essere integrata lungo tutta la filiera produttiva e solo il 54% dichiara che tale risultato è stato attualmente già raggiunto dalla propria impresa. sono consumati negli ultimi anni. E lo faremo smontando, almeno in parte, le critiche del Wall Street Journal. Che sbaglia mira, per almeno due motivi. In primo luogo perché si limita a considerare le imprese quotate in Borsa e i loro azionisti, mentre la maggior parte delle società, soprattutto nel nostro Paese, sono piccole (o medie) e non quotate, e quindi meno soggette alla “tirannia” degli azionisti. In secondo luogo perché considera l’ambiente e i diritti dei lavoratori come variabili indipendenti, che possono essere consumate a piacimento, senza dover contabilizzare alcun tipo di costo. Un’antica credenza, impressa nelle menti dei pensatori economici. Che, grazie anche a chi, da anni, promuove seriamente la responsabilità sociale delle imprese, stiamo riuscendo a sfatare.

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Ingredienti economici, sociali e ambientali in un’unica ricetta

Bilanci che danno fiducia O quasi

Rapporti impeccabili, ma non sempre imprese responsabili.

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Marisa Parmigiani (Impronta Etica): «Passiamo dai bilanci sociali a una visione trasversale della Csr».

«L

A RESPONSABILITÀ SOCIALE deve permeare tutte le attività di un’impresa, la sua organizzazione, l’intera struttura. Non sono tanto importanti bilanci sociali e ambientali (se ci sono, meglio, se no va bene lo stesso). È fondamentale una visione trasversale deldi Elisabetta Tramonto la Rsi, per valutare quanto un determinato processo persegua una logica di sostenibilità e risponda a un bisogno reale di uno stakeholder». Marisa Parmigiani, di Impronta Etica, ha le idee chiare, che spazzano ogni dubbio su come dovrebbe essere intesa la responsabilità sociale d’impresa, ben diversa da come molti la interpretano: uno strumento di comunicazione e marketing come un altro, per migliorare la propria immagine. Promuovere il concetto originario di Rsi è lo scopo di Impronta Etica, un’associazione senza scopo di lucro, membro di Csr Europe, che dal 2001 raggruppa Marisa Parmigiani, segretario generale circa 25 imprese italiane, impegnate a sviluppare e condi Impronta Etica. frontarsi sui temi di responsabilità sociale.

ON LINE www.improntaetica.org

Quali sono gli ingredienti di una buona politica di Rsi? Innanzitutto la direzione dell’azienda deve crederci e

Gli indicatori di performance devono integrare gli aspetti sociali e ambientali con quelli economici. In modo sostanziale, non formale

USA STOP AI “CELLULARI INSANGUINATI”

NEL LUNGO TESTO della riforma della finanza americana, l’amministrazione Obama ha trovato il modo di inserire una norma sulla responsabilità sociale d’impresa. Riguarda l’estrazione di un minerale, il coltan (columbite-tantalite), usato per le batterie di cellulari o computer portatili. Il suo prezzo negli ultimi anni è salito alle stelle ed è fiorito il mercato nero, soprattutto nel Paese che possiede le maggiori riserve: il Congo, dove si sono accentuati i conflitti sociali. Per questo Obama ha chiesto alle aziende importatrici di coltan - e di altri minerali - di stendere un rapporto annuale (a partire dal 2012) nel quale se ne specifichi la provenienza, gli intermediari e i beneficiari. Risalendo così all’intera catena, per garantire che non vengano finanziati indirettamente gruppi armati locali.

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trasmettere i propri valori nelle azioni quotidiane. Non tanto perché è bello farlo, ma perché crede che sia il modo corretto di gestire un’azienda. È importante l’indirizzo dell’innovazione: su cosa l’azienda investe. Devono essere prodotti o processi che rispondono a un bisogno reale degli stakeholder. Per esempio una tipografia attenta alla Rsi che intende migliorare il suo posizionamento di mercato non punterà a ottenere una certificazione, ma migliorerà la qualità dei processi di stampa. È poi fondamentale che gli indicatori di controllo della performance d’impresa integrino aspetti sociali e ambientali con quelli economici. Un’integrazione non formale, limitata al bilancio sociale, ma sostanziale, anche in ambito di controllo di gestione e di contabilità. Come si traduce in pratica nell’attività dell’impresa? Si può applicare a tutte le azioni. Prendiamo, ad esempio, un’attività strutturale per un’azienda come la diversificazione dei prodotti in portafoglio. Supponiamo che un’impresa che produce bibite debba inserire un nuovo prodotto. Potrebbe lanciare una bevanda qualsiasi per conquistare una determinata fascia di clientela, oppure individuare un bisogno preciso e investire in innovazione per soddisfarlo, per esempio con un prodotto specifico per celiaci. Un’innovazione che genera benessere e serve anche a conquistare una fascia di clientela. È una rivoluzione copernicana, più facile da trovare in una piccola impresa, più vicina alla vita reale. Perché non è altro che un ritorno a un concetto antico di impresa responsabile come soggetto attivo della società. Stakeholder di un’impresa siamo tutti noi, come consumatori, dipendenti, abitanti della comunità locale dove risiede l’azienda. Come possiamo verificare che sia davvero socialmente responsabile? Bisognerebbe studiare l’azienda a 360 gradi, a partire dalla filiera di fornitura: scoprire che cosa c’è dietro al

prodotto. Ma non è facile per un consumatore. Un’idea dell’approccio dell’impresa lo si può avere guardando il sito internet. Se sulla homepage si trova in primo piano un elenco di “buone azioni” compiute dell’impresa, siamo sulla cattiva strada. Sono i sintomi di una politica di comunicazione e di una Csr di facciata. Per un cliente è più importante sapere da dove arrivano i prodotti o le condizioni della fornitura dei servizi. Leggendo un bilancio sociale si può capire se un’impresa cerca davvero di essere responsabile? Un bilancio sociale può “dire” molto. Anche solo guardando che cosa viene inserito si può capire l’ordine delle priorità per un’impresa. Il bilancio sociale è il primo luogo dove l’azienda si racconta all’interno o all’esterno. Ma averlo o no non è fondamentale. Un’azienda piccola ad esempio potrebbe usare altri strumenti, una comunicazione diretta. E che valore aggiunto ha la certificazione? La certificazione non è mai superflua, ma non è di per sé una garanzia di una buona Rsi. D’altra parte se un’impresa non è certificata non significa che non attui una gestione responsabile. È un ottimo strumento se utilizzato bene. Serve più all’impresa che al consumatore, come controllo di gestione. Se fatta seriamente innesca buone pratiche.

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IMMI COME FAI IL BILANCIO SOCIALE E TI DIRÒ CHI SEI”. In molti casi, infatti, questo strumento rispecchia il modo con cui un’azienda approccia la responsabilità sociale. Chi lo fa seriamente ha imparato a utilizzarlo non solo, e non di Andrea Di Turi tanto, come strumento di comunicazione, ma soprattutto di gestione della responsabilità sociale. «Il tema della sostenibilità deve essere adeguatamente gestito, oltre che efficacemente comunicato», afferma Pier Mario Barzaghi, partner di Kpmg e responsabile Global sustainability services, uno dei più autorevoli esperti di rendicontazione della sostenibilità. Ciò implica che venga attribuita rilevanza ad elementi quali la governance della Csr, gli indicatori socio-ambientali utilizzati, il dialogo con le parti interessate e la rendicontazione, spiega Barzaghi, «intesa coI rapporti me modalità di comunicazione, che permette di descridi sostenibilità vere in modo completo ed efficace l’intero processo di delle aziende citate nell’articolo: gestione responsabile intrapreso, identificando anche le a sinistra Coop, aree per il futuro miglioramento». sotto Sabaf, Novamont e Unipol È questa la prospettiva con cui guardare ai bilanci soGruppo Finanziario. ciali. Anche per compararli. Un confronto però risulta difficile e spesso poco efficace se le aziende operano in una pluralità di settori economici differenti e in contesti geografici e culturali eterogenei. Per capire se un bilancio è ben fatto, invece, può essere più utile verificare se dispone di certi requisiti (condizioni necessarie, ma non sufficienti): ad esempio la dichiarazione dei principi di redazione (Gri), il collegamento tra programmi di sostenibilità e piano industriale, la mappa degli stakeholder, l’aggiornamento degli impegni assunti l’anno precedente, la verifica di un attestatore indipendente.

Dietro un bilancio sociale impeccabile C’è chi ha provato a stilare classifiche sui bilanci sociali. Una delle più famose è quella dei Gri Readers’ Choice Awards, basata sul giudizio degli stakeholder. I risultati, però, lasciano alcune perplessità. Per l’anno 2010, ad esempio, fra i vincitori figura la multinazionale brasiliana Vale, colosso del settore minerario, contestata per i conflitti con le popolazioni locali e per l’inquinamento (vedere su impreseallasbarra.org). Aprendo il corposo Sustainability report 2009 di Vale, il profilo della società recita: “Siamo sostenitori a livello mondiale di pratiche etiche di business, rispetto per l’ambiente e qualità della vita”. Per stare in casa nostra, il Rapporto di sostenibilità 2009

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di Finmeccanica, uno dei maggiori produttori di armamenti al mondo, pur dando spazio agli investitori socialmente responsabili (Sri), omette che la società è stata esclusa da anni dal fondo pensione governativo norvegese, per presunto coinvolgimento nella produzione di armi nucleari. Anche i migliori bilanci sociali possono non fare piena luce sugli aspetti più controversi dell’attività di un’impresa. In alcuni casi il modo in cui si dà evidenza alle informazioni in un bilancio sociale può fare la differenza. Ad esempio la bresciana Sabaf, quotata a Piazza Affari e leader mondiale nella produzione di componenti per apparecchiature a gas, che si misura col bilancio di sostenibilità dal 2001, non attende oltre pagina 8 per spiegare che responsabilità sociale significa ripartire il valore economico prodot-

to dall’impresa fra i vari stakeholder. E nelle pagine immediatamente successive mostra gli indicatori non finanziari che hanno caratterizzato la sua attività nell’ultimo triennio. Nel documento - non decorato da foto di volti sorridenti o di paesaggi bucolici, come a volte invece capita sfogliando un bilancio sociale - si fanno parlare soprattutto dati, tabelle e grafici, come nell’ampia sezione dedicata al rapporto con i collaboratori dove si arriva a dar conto del numero di ore di sciopero effettuate, mese per mese, con motivazione e percentuale di adesione. Ugf (Unipol Gruppo Finanziario), anch’esso con una lunga esperienza di rendicontazione sociale, dedica una trentina abbondante di pagine all’inizio del suo documento al piano di sostenibilità, dando

Come (non) ti coinvolgo lo stakeholder

I “portatori d’interesse” dovrebbero essere coinvolti nei processi aziendali. Ma, per ora, accade raramente.

“S di Andrea Di Turi Sotto, Angela Alberti (Adiconsum), e Antonio Gaudioso (Cittadinanzattiva).

si potrebbe dire parafrasando il celebre prelato di manzoniana memoria. Con questo termine, infatti, si indica il variegato insieme dei “portatori d’interessi”, cioè di tutti quei gruppi sociali che nei confronti dell’attività aziendale hanno un legittimo interesse e si attendono che venga soddisfatto. Classicamente si dividono in: azionisti, collaboratori, clienti e consumatori, fornitori, comunità locale, istituzioni, ambiente. La loro importanza nella Csr è fondamentale, al punto che c’è chi declina questo acronimo come corporate stakeholder responsibility. Ogni azienda, poi, definisce la sua specifica mappa dei “portatori di interesse”. Il difficile, però, inizia dopo. Perché per poter affermare che il rapporto con gli stakeholder è alla base delle proprie politiche di Csr - frase che per molte aziende è divenuta una sorta di mantra - occorre coinvolgerli, cioè portarli dentro i processi aziendali. Il che, ovviamente, richiede uno sforzo, in termini di risorse e organizzativo.

TAKEHOLDER, CHI È COSTUI?”,

Partecipazione attiva Questo coinvolgimento, perciò, resta spesso in superficie e lo stakeholder non ha modo di incidere sulle vicende aziendali. «Va superata l’auto-referenzialità dell’impresa», afferma Antonio Gaudioso, vice-segretario generale di Cittadinanzattiva, associazione che già dalla fine degli anni Novanta si è spesa nel dialogare con le aziende sulla Csr. «Va superato il paradigma secondo cui

Informare e comunicare non basta. Anzi, oggi non è sufficiente neppure consultare: la vera Csr si attua rendendo i gruppi interessati parte integrante dei processi aziendali | 22 | valori |

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coinvolgimento significa informare o comunicare, al più consultare: equivale, invece, a partecipazione e richiede un ruolo attivo dello stakeholder nella definizione delle priorità, nella loro implementazione, nella valutazione dell’impatto delle politiche. La leadership di questo percorso, inoltre, almeno in fase di avvio, deve essere nei vertici della catena decisionale aziendale. Perché se il percorso è finto, si rischia di far arrabbiare lo stakeholder e innescare un effetto boomerang». Che il dialogo con gli stakeholder il più delle volte non sia come dovrebbe è l’impressione anche di Angela Alberti, segretario confederale di Adiconsum Lombardia. «Sembrano consultazioni di maniera, formali e soprattutto a posteriori», dichiara la rappresentante dei consumatori. «Si costruisce il bilancio sociale secondo uno schema predefinito, poi si chiamano i consumatori per quelle tre cose che li riguardano. Non credo avvenga per cattiva volontà, è che non si è colto lo spirito del coinvolgimento degli stakeholder: va fatto in via continuativa, sui punti di criticità che vanno risolti e in cui l’azienda può migliorare. Il fatto che spessissimo questa attività rientri nelle funzioni di marketing o di comunicazione la dice lunga su come manchi la forma mentis necessaria per cambiare il modo di fare impresa».

Csr da contratto Se la cultura aziendale non è ancora pronta, che leve hanno a disposizione gli stakeholder per farsi coinvolgere nei processi di Csr? Una strada è quella indicata da Filca-Cisl, il sindacato Cisl dell’edilizia (a settembre ha organizzato il secondo workshop su “Responsabilità sociale ed etica”): «Nell’ultima tornata contrattuale, quattro anni fa, abbiamo inserito la Csr in tutti i contratti, con l’im-

l’idea che bilancio sociale e piano economico vadano a braccetto e che l’uno senza l’altro non avrebbe molto significato. Ulteriore esempio quello del Rapporto di sostenibilità 2009 di Novamont (produttore del Mater-Bi, la plastica biodegradabile): cosa c’è subito dopo l’indice? Un altro indice, quello del Gri, indicatore per indicatore, con le pagine dove reperire nel documento le relative informazioni. Mentre Coop Italia, per sottolineare come responsabilità significhi prendere impegni precisi e darne conto, nel Rapporto sociale 2009 dedica uno spazio autonomo al Preventivo sociale 2010, descrivendo che cosa intende fare per migliorarsi, stakeholder per stakeholder. Per meritare fiducia, insomma, a volte può bastare poco. Ma anche per perderla.

Investitori: un punto di vista Dal Maso: «Ogni impresa consideri il suo contesto».

T

RA IL 2008 E IL 2009 IL MERCATO degli investimenti socialmente responsabili (Sri, Socially Responsible Investment) è raddoppiato: da un valore di 2,7 trilioni (mila miliardi) di euro a 5 trilioni il 31 dicembre del 2009. Lo ha rivelato di Elisabetta Tramonto poche settimane fa l’ultimo studio di Eurosif (European Sustainable Investment Forum). Il cuore di questi investimenti, il cosiddetto “Core Sri” ONG E IMPRESE UNA PARTNERSHIP POSSIBILE? (che vale 1,2 trilioni), seleziona le imprese in cui investire in base alla loro utilità nella promozione dello sviIMPRESE E ONG INSIEME per contribuire a una diversa cultura di impresa e, quindi, luppo sociale, della tutela ambientale e della governana un diverso concetto di sviluppo economico e sociale. Anche questa è Csr. Ma sono ce. Ma investimenti socialmente responsabili e necessari una condivisione autentica di valori e un dialogo tra pari. Il rischio più grosso? responsabilità sociale d’impresa sono 2 facce della stesPer una Ong essere “usata” per una operazione estetica. Per un’azienda trovare sa medaglia? Lo abbiamo chiesto a Davide Dal Maso di un partner non affidabile. Le difficoltà? Preconcetti, linguaggi differenti, mancanza Avanzi-Vigeo, esperto di investimenti responsabili.

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di professionalità specifiche che sappiano essere capaci di fare incontrare i due mondi. Superati questi ostacoli, alcune alleanze sono andate ben oltre la filantropia. L’Ong Acra e l’azienda di prodotti omeopatici Guna hanno realizzato un progetto di sviluppo in Camerun per l’estrazione dell’olio di Neem, con il trasferimento di un macchinario tecnologicamente avanzato da parte di Guna, che ha formato il personale camerunese al suo utilizzo, direttamente nella sua sede di Milano. Cesvi e Mediamarket hanno attivato un progetto di coinvolgimento dei dipendenti, incidendo un cd suonato e cantato dai lavoratori di mediamarket, che poi è stato venduto in tutti i mediaworld, destinando parte degli introiti alla costruzione di una casa di accoglienza per donne e bambini vittime di abusi in Sudafrica. I dipendenti di Terna, come volontari d’impresa, hanno contribuito a realizzare una rete elettrica a Kami, in Bolivia all’interno di un progetto di elettrificazione gestito da Coopi-Cooperazione Internazionale, in collaborazione con la comunità salesiana di Kami. Casi concreti di scambio di professionalità e coinvolgimento di manager, dipendenti, clienti, comunità. pegno delle parti a renderla esigibile», dichiara il segretario nazionale, Paolo Acciai. «Perché la Csr si costruisce insieme: tante imprese la dichiarano, ma pochissime la fanno concertando. Il problema vero è che le nostre aziende hanno una classe dirigente vecchia culturalmente: quando parli di Csr subito ti chiedono quanto costa, mentre non è un costo, ma un investimento. Sono rimasti alla concorrenza basata sul prezzo basso, che però non può più essere l’unica politica: ci deve essere anche innovazione, ricerca, un clima di lavoro buono, tutele, conciliazione famiglia-lavoro. C’è una classe di lavoratori nuova, informata, che ha sensibilità verso questi temi e va accompagnata con progetti che escano dai vecchi confini contrattuali, per una cultura della legalità e del lavoro etico».

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Paolo Acciai, segretario nazionale della Filca-Cisl.

I criteri adottati dagli investitori socialmente responsabili sono gli stessi della Rsi? Spesso sì. Ed è rischioso, se le aziende usano i criteri standard dell’investimento socialmente responsabile senza calarli nel loro specifico contesto. Rischiano per esempio di non considerare gli interessi di alcuni soggetti che entrano in contatto con l’azienda. Gli investitori sono solo uno degli stakeholder di un’impresa, non l’unico. Hanno una particolare influenza nelle società a elevata capitalizzazione, meno nelle aziende non quotate. Ma ogni impresa ha le sue specificità. A volte manca la volontà di sviluppare un percorso coerente con il proprio contesto ed è più comodo prendere un questionario di un’agenzia di rating etico per gestire la Rsi, come se fosse una lista della spesa. Non è questo il modo corretto. Come si fa a distinguere le imprese “buone” da quelle “cattive”? Dividere tra buoni e cattivi, tra responsabili e irresponsabile è una semplificazione riduttiva. Un’impresa è composta da persone, con tutte le contraddizioni di una comunità complessa di persone. È ingenuo aspettarsi dalle imprese un comportamento immacolato. Ci saranno aree di eccellenza e aree di criticità. Ed è normale che ci sia qualche magagna. Bisogna individuarla e trovare il modo di risolverla in maniera costruttiva. Non possiamo pensare che parlare di Csr cambi il mondo. I tempi di cambiamento sono più lenti di un ciclo di convegni sulla Csr.

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Non solo un costo La Rsi prende vita nel report integrato

IMPRESE ALLA SBARRA UN RADAR CONTRO I FURBETTI DELLA CSR

TUTTO QUELLO CHE AVRESTE SEMPRE voluto sapere sulle imprese, ma non troverete mai sui loro bilanci sociali. Potrebbe essere questo il sottotitolo di impreseallasbarra.org, un portale che fa le pulci ai grandi gruppi industriali (italiani e non) nato dall’idea del Centro Nuovo Modello di Sviluppo (CNMS) di Francuccio Gesualdi, con il sostegno della Fondazione

Responsabilità e profitti non sono contrapposti. Per questo occorre unificare i rapporti sociali ed economici.

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UANDO UN’IMPRESA INIZIA A RIFLETTERE sull’opportunità di avviare un percorso di responsabilità sociale, spesso si pone la domanda: quanto mi costa? Se, invece, cogliesse la reale portata della rivoluzione che questo concetto può portadi Andrea Di Turi re in azienda, quando viene sposato con convinzione, dovrebbe invece chiedersi: in quanto tempo mi rende? Sì, perché responsabilità sociale d’impresa e profitto non sono in contrapposizione, anzi. Ma la cultura d’impresa dominante è difficile da scalfire e tende a non considerare la Rsi per quello che in sostanza è: una strategia finalizzata a garantire la possibilità di essere competitivi in modo sostenibile nel lungo periodo.

stare sul mercato. Ma se la responsabilità sociale ha un impatto sul risultato economico, è indispensabile che l’azienda ne dia conto.

Dal bilancio sociale al report integrato

Lo strumento finora utilizzato a questo scopo è il bilancio sociale, o di sostenibilità. Ma sta per essere superato da un altro strumento di cui si inizia a discutere: il report integrato, che dovrebbe avere le carte in regola per rappresentare uno strumento di gestione della Rsi, oltre che di comunicazione. Ancora più evoluto, trasparente e accessibile. Il report integrato non intende essere semplicemente l’inclusione del bilancio sociale, quasi come un corpo estraneo, nel tradizionale bilancio economico-finanziario. Vuole invece essere un documento unitario, omogeneo, in cui l’azienda dà conto in modo, appunto, integrato sia delle sue politiche economico-finanziarie, sia di quelle soCsr: non un costo, ma un investimento Se un’azienda, ad esempio, decide di investire in un impianto di pro- ciali, ambientali e di governance. Considerando, e rendicontando, tutduzione di energia rinnovabile, dovrà sostenere un esborso iniziale, te queste dimensioni come co-essenziali alla propria attività. Dietro il report integrato, che potrebbe apparire un puro cambiama nel tempo ne trarrà beneficio e, con lei, l’ambiente. E contribuirà a migliorare la propria reputazione, nei confronti dei partner com- mento di forma, si cela invece un nuovo paradigma. Con esso si parmerciali come dei consumatori, con potenziali benefici effetti sulle la dell’impresa in un modo più completo. Trovando, ad esempio, un vendite. O ancora, definire politiche per la conciliazione vita-lavoro linguaggio comune fra diverse anime: economica, sociale e ambiendei propri collaboratori (orari flessibili, part-time, percorsi guidati di tale, che ancora troppo spesso non riescono a dialogare. In questo morientro dalla maternità), comporterà dei costi per un’impresa, anche do l’azienda può offrire un’unica fonte informativa per conoscere sia in termini organizzativi, ma influirà positivamente sul clima azien- le sue performance economiche, sia quelle sociali e ambientali, che dale. E se è vero che non è semplice misurare la qualità del clima di vengono così rese accessibili ad un pubblico più ampio e differenzialavoro in un’azienda, è altrettanto vero - e risaputo - che un buon cli- to, rispetto a quello più ristretto del bilancio sociale. E acquisiscono quella dignità che finora, forse, non era stata loro riconosciuta. ma di lavoro è fondamentale per la competitività sul mercato. Per il bilancio sociale si è ormai affermato a livello internazionale Bastano questi pochi esempi per comprendere come le reciproche influenze fra la dimensione economica, sociale e ambientale lo standard proposto dal Gri (Global reporting initiative). Per il report dell’attività d’impresa sono moltissime, a volte riconducibili a va- integrato si sta iniziando a lavorare ora, anche in Italia (vedi INTERVISTE a riabili ed elementi tangibili, a volte ai cosiddetti “asset intangibili”, destra), alla definizione di uno standard: serve identificare un metodo in ogni caso determinanti per incidere sulla capacità dell’impresa di di lavoro, una struttura del documento, un insieme di indicatori e strumenti di misura e anche, come si accennava, un linguaggio condiviso. Ma sono stati già fissati obiettivi importanIL REPORT INTEGRATO IN ITALIA E NEL MONDO ti: entro il 2015 la messa a punto di linee guida, entro il 2020 l’adozione dello standard su vasta scala. Almeno da NEL MONDO CIRCA 3.500 IMPRESE pubblicano un bilancio sociale o di sostenibilità. Solo circa il 3% di quelle comprese nella classifica Global Fortune 250, invece, pubblica il report parte delle imprese maggiori, come quelle quotate sui liintegrato. Oltre a Monnalisa, in Italia ci sono già diversi esempi in questo senso. La prima stini di Borsa (la scorsa estate la Borsa di Johannesburg ha a sperimentare il report integrato è stata Telecom Italia, nel 2002, a cui si è poi aggiunta anche reso obbligatorio per le società quotate la presentazione Banca Fideuram (2006). Ma a tentare questa strada, dal 2008, è stata anche un’organizzazione del report integrato) o comunque quelle che vorranno connon imprenditoriale, ma pubblica: il Comune di Reggio Emilia. Il tema del report integrato tinuare a condurre in posizione di testa la corsa verso un dovrebbe entrare anche dell’agenda del prossimo G20 che si terrà in Francia nel 2011. A.D.T. sistema economico più sostenibile.

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Culturale Responsabilità Etica. «Il sito è attivo da poco più di un anno e ha collezionato oltre 47 mila visitatori unici», spiega Maurizio Marulli, ricercatore del CNMS che cura il portale. «Ad oggi abbiamo investigato 64 gruppi societari in svariati settori: finanza, informazione, acqua, energia, alimentare. Per ogni gruppo analizziamo gli impatti sociali, ambientali,

la presenza nei paradisi fiscali ed eventuali controversie nei paesi del sud del mondo». Per chi non si accontenta delle notizie relative alla responsabilità (o meglio irresponsabilità) sociale delle imprese, ci sono anche decine di schemi sulle strutture societarie controllate dalle maggiori famiglie italiane e le schede di una cinquantina di parlamentari. M.M.

«L’impresa in un modo nuovo»

«L’evoluzione del bilancio sociale»

Caterina Torcia: «Integrare per informare meglio».

Sara Tommasiello: «La Csr non sia un corredo».

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EI MESI SCORSI È STATO COSTITUITO a livello internazionale il comitato Iirc (International integrated reporting committee) per definire uno standard per il report integrato. Ma anche in Italia le cose si stanno muovendo. «Il tema del reporting è di Andrea Di Turi uno di quelli prioritari su cui ci focalizzeremo e su cui ci siamo organizzati attribuendo deleghe al nostro interno», dichiara Caterina Torcia, presidente del Csr manager network Italia (e Csr manager di Vodafone Italia), che a fine settembre ha organizzato uno dei primi incontri in Italia sull’argomento, «Abbiamo anche aderito all’invito dell’Oscar di bilancio, che sta promuovendo la costituzione di un tavolo italiano sul reporting integrato in linea con quanto avviene a livello internazionale».

Qual è la vera novità del report integrato rispetto al “vecchio” bilancio sociale? Raccontare l’impresa in un modo nuovo: non la semplice somma del bilancio civilistico e del bilancio di sostenibilità, ma l’integrazione dell’uno e dell’altro. È una grande occasione per rendere più accessibili le informazioni a un pubblico più vasto, ma anche per aiutare le imprese più piccole, o la stessa Pubblica amministrazione, a costruire con più facilità queste informazioni. Gli obiettivi indicati a livello internazionale parlano del 2020 come data entro la quale il report integrato dovrebbe essere una pratica diffusa, almeno fra le aziende maggiori: sono realistici? C’è da affrontare un discorso di metodo e un discorso tecnico, sugli indicatori da utilizzare e gli strumenti per individuarli. Penso che ce la possiamo fare.

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RA I PIONIERI DEL REPORT INTEGRATO c’è l’italiana Monnalisa, una realtà da oltre 30 milioni di euro di fatturato annuo, leader mondiale nel mercato di fascia alta dell’abbigliamento e accessori per bambine. Un’azienda di Andrea Di Turi che, per il suo impegno nella Csr, ha ottenuto riconoscimenti come l’Oscar di bilancio 2006 e i Goodwin Awards 2008. «Il nostro primo report integrato, nel 2005, è stata l’evoluzione naturale per uno strumento gestionale, il bilancio sociale, che pubblicavamo dal 2002 e che stava crescendo sempre più nei contenuti, come se avesse voglia di incontrarsi col bilancio tradizionale», spiega Sara Tommasiello, responsabile Finanza e controllo, Risorse umane e Csr in Monnalisa. «Abbiamo pensato di integrarli in un unico documento, cercando nell’uno i fondamenti e le spiegazioni dell’altro».

Cosa richiede la realizzazione di un report integrato, ad esempio a livello organizzativo? Abbiamo cercato di vedere dove poteva avvenire l’aggancio col bilancio tradizionale. In quest’ultimo, viceversa, abbiamo cercato le informazioni che avessero un radicamento in termini di Csr. Il report integrato è un modo per dare la giusta rilevanza agli aspetti di Csr, che non sono di corredo ma sono dentro ogni cosa che un’azienda fa, nel bene e nel male. Rispetto al bilancio sociale tradizionale, se un’azienda vuole nascondere qualcosa, o mettere in risalto solo i suoi aspetti positivi, col report integrato è più facile o più difficile? È sicuramente più complicato, perché le incoerenze, le cose che non tornano, sono più facili da vedere.

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LEGALITÀ: PRESUPPOSTO DELLA RSI

RESPONSABILITÀ NON BENEFICENZA

RESPONSABILITÀ D’IMPRESA VUOL DIRE ATTENZIONE alla sostenibilità delle produzioni, dei business e degli investimenti. Ma si sottintende che presupposto di ogni politica aziendale “responsabile” sia il rispetto della legalità. Si tratta, certamente, di una questione morale. Ma anche economica. Lo ha dimostrato recentemente la Camera di Commercio di Milano, secondo la quale alle sole imprese del capoluogo lombardo l’illegalità costa ogni anno 3,5 miliardi di euro. Il 29% delle aziende monitorate, infatti, è colpita dalle conseguenze di falsi in bilancio, reati societari, contraffazione e concorrenza sleale. E su quasi una su cinque (18,4%) pesano i danni causati da corruzione e truffe ai danni della pubblica amministrazione. Ciò comporta un declino nei margini di guadagno, cali negli investimenti, ma anche tagli al personale e, nei casi peggiori, il fallimento. Per questo la Camera di Commercio ha proposto l’assegnazione di un “bollino blu” alle imprese virtuose, che siano in grado di rispondere ad una serie di requisiti di legalità.

TROPPO SPESSO LE AZIENDE confondono la responsabilità sociale con la beneficenza. E troppe sono le imprese che, devolvendo somme di denaro a scopo benefico, poi si sentono “autorizzate” a comportarsi in modo poco corretto nella quotidianità. Soprattutto nei casi di multinazionali che operano in Paesi in via di sviluppo. La campagna “Meno beneficenza, più diritti” punta proprio ad incentivare le imprese a comportamenti rispettosi dei diritti umani e dell'ambiente in tutto il mondo. Ne fanno parte, tra gli altri, Arci, Cittadinanza Attiva, CTM Altromercato, Fair, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Trasfair/Fairtrade Italia, Legambiente, Libera, Mani Tese, Save the Children. Obiettivo dei soggetti coinvolti, in Italia, è anche quello di fare pressioni sul governo affinché per favorisca la diffusione di una reale cultura di responsabilità sociale d’impresa, a partire dalla necessità di creare un tavolo di confronto interministeriale e “multistakeholder”. www.menobeneficenzapiudiritti.it

Csr: obbligatoria o volontaria?

In Italia non esiste una disciplina specifica sulla Rsi. Per ora dalla politica sono arrivate solo proposte.

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mativa, ma relativa solo alla rendicontazione (vedi BOX ). Nessuna COMPORTAMENTI RESPONSABILI fanno parte del “buon governo” di un’impresa, rappresentano una scelta strate- legge sull’attività di Csr in quanto tale, né incentivi ai comportagica aziendale e quindi devono rimanere volontari. In- menti responsabili. Eppure nel nostro Paese se ne discute da anni. Attualmente socentivi agli investimenti in Csr “drogherebbero” il mercato, in- no depositate in parlamento quattro proposte di legge: due al Sedi Licia Casamassima ducendo a false pratiche, a una nato e due alla Camera. «È la voglia di protagonismo dei nostri corsa alle certificazioni e all’adozione di strumenti e standard neces- parlamentari a mettere il cappello sulla Csr», sostiene Sebastiano sari con l’unico scopo di aver accesso agli sgravi fiscali». C’è chi so- Renna. «Non c’è in realtà alcuna data fissata per il varo di una legge di questo tipo e sicuramente non è priorità di questiene che l’approccio alla responsabilità sociale d’impreCSR ON LINE sta legislatura». sa debba essere volontario, come Sebastiano Renna, Nel 2002 è stato lanciato il Progetto CSR-SC (Coresperto di Csr della Fondazione Istud. E chi, invece, penIN ITALIA… porate Social Responsibility-Social Commitment) per lo sa che debba essere obbligatorio e regolamentato, come www.bilanciarsi.it sviluppo e la promozione della responsabilità sociale, il professor Giorgio Fiorentini, docente all’università www.bilanciosociale.it www.csrcultura.it dall’allora ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Bocconi di Milano: «La volontarietà in assoluto non va www.csrmanagernet Roberto Maroni. Proponeva un sistema di indicatori bene, non può essere solo il mercato a decidere che una work.it www.pcnitalia.it (con il supporto scientifico dell’università Bocconi di azienda adotti comportamenti responsabili. Qualche pawww.qres.it Milano) da adottare su base volontaria, che avrebbe letto bisogna metterlo». Per il professor Fiorentini occorwww.sodalitas.it www.sodalitas.social permesso alle aziende virtuose di ottenere sgravi fiscali rono «elementi istituzionali che aiutino a creare cultura solution.it e l’accesso privilegiato ai fondi pensione. Ma si è risole incentivi, quali la defiscalizzazione per le imprese che www.valoresociale.it to di fatto con un buco nell’acqua. adottano indicatori specifici di responsabilità sociale». …E ALL’ESTERO www.bsdglobal.com C’è stato quindi il disegno di legge Realacci, presenwww.csreurope.org tato al Senato nell’aprile del 2006 e tutt'oggi all’analisi Nessuna legge per la Csr www.fairlabor.org www.globalcompactn della commissione Lavoro alla Camera. Proponeva ageFino ad oggi, però, in Italia non esistono leggi in maetwork.org volazioni fiscali per le imprese socialmente responsabiteria di responsabilità sociale d’impresa. Nel resto d’Euwww.i-csr.org li. Una fotocopia di questo disegno di legge è stata preropa e negli Stati Uniti si trova qualche esperienza norsentato al Senato nel maggio del 2008, a firma Roberto della Seta (PD). Nell’agosto del 2009 si è aggiunta la proposta di legge di Cecilia Donaggio (PD) che prevede tra gli incentivi alle imprese per i comportamenti responsabili, un credito di imposta e una riduzione dell’ali-

Non tutti concordano sulla necessità di una legge ad hoc, così come sulla possibilità di introdurre incentivi per le imprese “responsabili”

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NORMATIVA: LE ESPERIENZE DALL’ESTERO

CERTIFICAZIONI O BOLLINI

FRANCIA Nel 2001 è stata adottata la cosiddetta “Loi-NRE” (loi sur le nouvelles régulations économiques, legge sulle nuove regole economiche), che impone alle imprese con determinate caratteristiche, obblighi in tema di redazione di un rapporto contenente informazioni sulle conseguenze socio-ambientali della loro attività.

I COMPORTAMENTI RESPONSABILI DELLE IMPRESE possono essere certificati. Naturalmente su base volontaria. Certificazioni che attestano il rispetto di principi di tutela dell’ambiente e di riduzione dell’inquinamento, come lo standard internazionale Iso 14001 e l’Emas, creato dall’Unione europea. Oppure in ambito sociale, il cui principale riferimento è la SA (Social Accountability) 8000, che fornisce una garanzia sull’origine di prodotti e servizi, nel rispetto di diritti umani e dei lavoratori. Ma le certificazioni sono garanzia di responsabilità di un’impresa? «Le aziende certificate comunicano che si è intrapreso un percorso di sostenibilità, ma è una semplificazione considerare sostenibili le aziende certificate. Ci sono esempi di aziende certificate non proprio “etiche” (come BP o Enron)», sostiene Sebastiano Renna, esperto di Rsi della Fondazione Istud. «Le certificazioni diventano pericolose quando un’azienda le ritiene un traguardo da comunicare». «Le aziende hanno compiuto un passaggio culturale, poiché hanno compreso il rischio boomerang che può essere rivolto sia contro le aziende che contro gli enti certificatori. La presenza di un comitato indipendente che valuta le richieste di certificazione dovrebbe inoltre dare garanzia che non sempre se si paga si ottiene la certificazione», sostiene Maria Rosa Cutillo, segretario generale di Valore Sociale, una associazione nata a gennaio 2006 (costituita da: Actionaid, Amnesty Internazional Italia, Arci, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Mani Tese, Movimento Consumatori, Movimento Difesa del Cittadino, Ucodep), che ha elaborato uno standard di misurazione dei comportamenti responsabili con un proprio marchio di riconoscimento. «Finora le certificazioni disponibili erano divise tra dimensione sociale e ambientale. Valore sociale mette insieme le due dimensioni. E fa un lavoro di studio del rischio reputazionale lungo tutta la filiera».

SVEZIA Il Public Pension Funds Act prescrive che i fondi pensionistici nazionali diano rendicontazione annuale sulle modalità e i processi per la gestione degli aspetti ambientali ed etici relativi alle iniziative di investimento e l’Accounts Act impone alle imprese con determinati requisiti dimensionali di elaborare annualmente un report ambientale. DANIMARCA Leader in Europa in materia di corporate accountability, soprattutto in virtù dell’esistenza in capo alle imprese danesi di diversi obblighi relativi al reporting: Operational & Financial Review, environmental reporting, ethical accounting, intellectual capital reporting. Ma l’attività di accountability reporting viene realizzata talvolta in maniera volontaria dalle imprese e solo in alcuni casi, in ragione della presenza di norme vincolanti. GRAN BRETAGNA Il “Company Act” (nella sua revisione del 2006) impone alle imprese interessate l’elaborazione di un report periodico attestante se e in che modo tengano conto degli aspetti attinenti alla Csr nelle proprie attività. Un particolare obbligo in tal senso è previsto a carico dei dirigenti dell’impresa, per i quali il suddetto atto normativo prevede una responsabilità di tipo individuale nel perseguire obiettivi di carattere economico e finanziario e, al contempo, nel considerare gli effetti dell’attività d’impresa sugli interessi di una pluralità di soggetti quali i dipendenti, i fornitori, i consumatori, gli altri attori della comunità locale e l’ambiente.

quota Irap. È del giugno scorso, infine, la proposta di legge d’iniziativa del deputato Ivano Miglioli (PD) che incentiva l’applicazione della certificazione SA8000. Una lunga lista di proposte, che si perdono nell’agenda politica del nostro parlamento. Risultato: nessuna norma per le politiche di Rsi, che rimane al momento una discrezionalità delle imprese. Per definire regole e criteri di responsabilità sociale le imprese si rifanno ai trattati e alle disposizioni internazionali, che non sono vincolanti. La dichiarazione dell’Ilo (l’organizzazione internazionale del lavoro), che sancisce i principi e i diritti fondamentali in materia di lavoro (1998); i principi direttivi dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) sulle imprese multinazionali; il Global Compact delle Nazioni Unite. Punto di riferimento per chiunque voglia parlare di Csr è il libro verde della Commissione Europea, da cui scaturisce la definizione di Csr: “L’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nella loro attività e nei rapporti con le parti interessate”. E sottolinea che essere socialmente responsabili vuol dire “andare oltre gli obblighi giuridici, investendo nel capitale umano, nell’ambiente e nei rapporti con tutti i portatori di interesse (stakeholder)” quali azionisti e dipendenti ma anche partner commerciali, fornitori, clienti, istituzioni pubbliche e organizzazioni non governative.

USA Dopo gli scandali Enron, è stata emanata la SarbanesOxley Act, diretta a tutte le società quotate o emittenti sul mercato borsistico statunitense, al fine migliorare la corporate governance, con precisi obblighi da parte dei manager sulla rendicontazione finanziaria e responsabilità, anche penali, a seconda che ci sia piena conoscenza “knowingly” delle infrazioni di legge o condotta dolosa “willful” che porta a violazioni di legge nei casi di falso in bilancio e simili. Il management è anche responsabile del sistema di controllo interno, che viene monitorato attraverso report periodici. Viene inoltre aumentata la responsabilità degli auditor all’atto della revisione contabile.

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*Sintesi tratta da uno studio della Fondazione I-CSR, elaborazione di Sebastiano Renna

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Tassa sulle transazioni finanziarie: all’attacco del G20 >30 Agricoltura, ottenere credito è una corsa a ostacoli >33 Piantagioni solari: la “guerra” tra fotovoltaico e coltivazioni >36

finanzaetica GB, LE BANCHE COMPLICI DI CORRUZIONE IN NIGERIA

LA CGIL SI UNISCE ALLA CAMPAGNA PER LA TASSA SULLE TRANSAZIONI FINANZIARIE

ABI: AL VIA A ROMA LA CONVENTION SUL CREDITO

MICROCREDITO: NUOVE REGOLE SUI TASSI IN BANGLADESH

RETRIBUZIONI MANAGER, A WALL STREET QUEST’ANNO SI TOCCHERÀ QUOTA 144 MILIARDI DI DOLLARI

DERIVATI, DOPO MILANO E ROMA ANCHE VERONA NELLA BUFERA?

Tra il 1999 e il 2005, alcune banche britanniche sarebbero state complici del corrotto regime dittatoriale della Nigeria accettando il deposito di ingenti capitali riconducibili alle massime autorità del Paese. Lo segnala un rapporto dell’organizzazione non governativa Global Witness. La vicenda coinvolgerebbe vari istituti tra cui Barclays, Royal Bank of Scotland (Rbs), NatWest, Ubs e Hsbc. Un’inchiesta del 2001 aveva rivelato che, tra il 1996 e il 2000, l’ex dittatore della Nigeria Sani Abacha aveva depositato nelle casse private del Regno Unito oltre un miliardo di dollari. Di fronte a tale scoperta, la Financial Service Authority aveva invitato le banche a effettuare controlli più approfonditi sui titolari dei loro conti. Un consiglio rimasto largamente inascoltato. Lo studio di GW si basa sul processo contro due ex governatori statali nigeriani, Diepreye Alamieyeseigha e Joshua Dariye, accusati di corruzione, evasione e riciclaggio di denaro. Secondo le carte, Rbs avrebbe ricevuto in deposito da Alamieyeseigha 2,7 milioni di sterline. Oltre la metà di questi (1,56), a quanto pare, erano costituiti da tangenti pagate al governatore dall’attuale senatore Ehigie Edobor Uzamere, allora contractor per un appalto pubblico.

La Confederazione Generale Italiana del Lavoro (Cgil) ha ufficialmente aderito alla campagna a sostegno della tassa sulle transazioni finanziarie (Ttf) promossa a livello internazionale dalla società civile e che vede come primo firmatario la Confederazione Internazionale dei Sindacati e le organizzazioni di 20 Paesi. La dichiarazione – conosciuta come “G 20: per una tassa sulle transazioni finanziarie” – invita i principali leader del Pianeta ad approvare l’introduzione dell’imposta in occasione del prossimo vertice delle più importanti economie del mondo in programma a Seul tra l’11 e il 12 di novembre. Tassazioni come la Ttf, spiegano i promotori nell’appello, costituiscono “un modo pratico per generare i ricavi necessari a colmare le lacune dei finanziamenti nazionali e internazionali e a scoraggiare il tipo di speculazione finanziaria di breve termine che ha poco valore sociale ma che comporta rischi elevati per l’economia. Negli ultimi mesi, la ragione di una tassa sulle transazioni finanziarie coordinata a livello internazionale è stata rafforzata da nuovi dati provenienti da ambienti a volte inaspettati”. Ad oggi varie ricerche hanno confermato la fattibilità della tassa e, in assenza di un accordo globale, si levano nell’Ue varie voci a sostegno della sua istituzione nei mercati del Vecchio Continente. “La tassa sulle transazioni finanziarie - spiega ancora l’appello - è una delle poche opzioni disponibili in grado di generare enormi risorse finanziarie necessarie a pagare i costi continui della crisi economica e finanziaria globale, compresa la riduzione del tasso eccessivamente elevato di perdita di posti di lavoro” ma anche per raggiungere gli obiettivi centrali di crescita, salute, istruzione e cambiamento climatico nei Paesi in via di sviluppo”.

Fare il punto sulla funzione del credito per l’economia reale e sulle sue prospettive di sviluppo nei prossimi anni analizzando il contesto italiano ed estero. È l’obiettivo di “Credito al Credito. Il mercato del credito tra sviluppo economico ed equità sociale”, la tre giorni di incontri organizzata dall’Associazione bancaria italiana (Abi) presso Palazzo Altieri, a Roma, dal 24 al 26 novembre. Nato dalla fusione di due appuntamenti – “Credito alle Famiglie” e “Accesso al Credito e Garanzie per le Imprese” – l’evento riunirà operatori, istituzioni, aziende e segmenti di clientela per avviare una discussione su stato e prospettive dei diversi mercati quali credito al consumo, mutui, finanziamento alle infrastrutture, microcredito, credito agrario, start-up di impresa, sostegno alle Pmi e credito per le organizzazioni non profit. La tre giorni è realizzata in collaborazione con Assofin (Associazione del credito al consumo ed immobiliare) e con la partecipazione delle principali associazioni delle imprese e dei consumatori. Tra i relatori: esponenti della Banca d’Italia, dell’Istat e di altre istituzioni nazionali ed europee, ma anche banche, studi legali, società di consulenza, di rating, di assicurazione, associazioni dei consumatori e aziende. Per informazioni: www.abieventi.it

Un provvedimento di grande rilevanza che potrebbe costituire un esempio e un punto di riferimento per il settore globale del microcredito. Viene dal Bangladesh, il Paese di Muhammad Yunus e di Grameen Bank, i pionieri della microfinanza, e tocca quello che ad oggi resta forse il tema più scottante per le banche dei poveri: i tassi di interesse. La Microcredit Regulatory Authority (Mra), il principale ente bengalese di vigilanza per il settore, sarebbe prossimo a fissare un tetto massimo ai tassi applicati dalle istituzioni di microcredito (Microfinance institutions - Mfi). La decisione della Mra dovrebbe quindi colmare un vuoto legislativo importante in un Paese caratterizzato da una forte variabilità del costo del denaro sui prestiti. Nel 2009, ricorda il quotidiano bengalese Daily Star, l’agenzia statunitense Microfinance Transparency scoprì che i tassi di interesse caricati dalle Mfi in Bangladesh potevano variare da un valore minimo del 18,75% ad uno massimo del 51,68%. Negli ultimi anni le Mfi attive nei mercati emergenti sono finite spesso sotto accusa per i forti tassi praticati. Gli operatori si sono sempre difesi lamentando gli elevati costi da sostenere nella concessione dei microprestiti.

Salgono ancora le retribuzioni ai top manager americani. È il risultato dell’ultima ricerca compiuta dal Wall Street Journal su un campione di 35 società del settore finanziario (tra cui banche, fondi speculativi e società di brockering). I compensi di quest’anno, segnala il quotidiano Usa, dovrebbero crescere in 26 delle società in esame a fronte di un aumento dei ricavi verificatosi in 29 casi su 35. La cifra totale delle retribuzioni si attesterebbe così a quota 144 miliardi, cifra che segna un aumento del 4% rispetto al 2009. Nel corso dell’ultimo anno, evidenzia ancora il quotidiano, i ricavi di Wall Street dovrebbero toccare quota 448 miliardi contro i 433 dell’anno passato (+3%). In totale le società finanziarie dovrebbero versare ai loro dipendenti una retribuzione pari al 32,1% dei ricavi, la stessa dell’anno scorso, mantenendosi così al di sotto di quell’incredibile 36% registrato nel 2007 alla vigilia della crisi finanziaria. I profitti totali delle società campione si fermano a quota 61,3 miliardi ben al di sotto del record fatto segnare nel 2006 (82 miliardi) quando, però, le retribuzioni erano state inferiori del 23%. I dati emersi fanno ovviamente discutere ma a garantire la continuità della politica dei maxi stipendi c’è il persistente vuoto legislativo. Le regole in merito, previste in teoria dal Dodd-Frank Act, la legge di riforma finanziaria, non sono ancora state formalizzate. Significativo, inoltre, il fatto che l’ammontare dei compensi si mantenga slegato rispetto ai risultati raggiunti dalle compagnie. Emblematico, in tal senso, il caso di Goldman Sachs: i suoi ricavi, afferma il Wsj, dovrebbero diminuire del 13,5% rispetto al 2009 (39,1 miliardi contro 45,2). Il monte stipendi dovrebbe passare da 16,2 a 16,8 miliardi di dollari (+3,7%).

Potrebbe allargarsi anche al Comune di Verona il maxi scandalo italiano sul rapporto tra la finanza strutturata e gli enti pubblici. A tenere inquirenti e osservatori col fiato sospeso c’è, infatti, il progressivo deterioramento delle relazioni “diplomatiche” tra il Comune scaligero e la banca statunitense Merrill Lynch. Al centro della contesa un maxi prestito da 256 milioni erogato nel 2007 dall’istituto Usa attraverso la sottoscrizione di contratti derivati. A preoccupare Verona c’è il rischio di forti perdite a seguito della variazione dei tassi di interesse prevista dai contratti stessi a fronte, come sempre accade in questi casi, di differenti circostanze di mercato. Per non correre rischi Merrill Lynch vorrebbe ottenere una liberatoria definitiva per essere assolta preventivamente dal Comune in merito a qualsiasi accusa di irregolarità imponendo al tempo stesso la corte di Londra come sede di risoluzione di eventuali contese. Due richieste prontamente respinte dal sindaco Flavio Tosi che, di fronte al sospetto di pratiche illecite, si è detto pronto ad agire anche in sede penale. Una soluzione che, nel caso, aprirebbe la strada a una nuova denuncia dopo quelle relative alle sottoscrizioni di derivati da parte di Roma e Milano e che, nel caso del Comune lombardo, hanno portato all’apertura di un processo penale.

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UN SOSTEGNO DAL BASSO LE CAMPAGNE INTERNAZIONALI AL LAVORO

Sopra, il presidente francese Nicolas Sarkozy e il cancelliere tedesco Angela Merkel. A sinistra, il G20 dei ministri delle Finanze e dei governatori delle Banche centrali, riuniti a Washington a fine aprile. Sotto, Jean-Claude Trichet. Il governatore della Bce. Nella pagina a fianco, il libro La tassa contro la speculazione curato dalla redazione di Valori e acquistabile su www.felicieditore.it.

Francia e Germania all’attacco del G20

Il tema della Tassa sulle transazioni finanziarie è più che mai attuale. Al vertice coreano, Parigi e Berlino sosterranno le istanze del fronte europeo più possibilista.

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L CANCELLIERE TEDESCO ANGELA MERKEL non è tipo da scoraggiarsi facilmente. Il vertice di Toronto dello scorso giugno aveva bocciato senza esitazioni la sua proposta di istituire una tassa sulle transazioni finanziarie (Ttf), costringendola a incassare il colpo. Ma di Matteo Cavallito le obiezioni espresse allora dagli altri leader del Pianeta non sembrano sufficienti a farla arretrare di un passo. E così, in occasione del G20 di Seul, che apre ufficialmente i battenti l’11 di novembre, l’inossidabile Angela non potrà che riprendere il discorso da dove lo aveva lasciato. Sostenendo nuovamente la proposta. La novità, però, è che questa volta non sarà sola. Nell’occasione, infatti, Berlino potrà contare per lo meno su un paio di alleati: la presidenza dell’Unione Europea (al

momento affidata al Belgio), al lavoro per inserire il tema nell’agenda del vertice coreano, e il presidente francese Nicolas Sarkozy che, a settembre, ha sollevato la questione alle Nazioni Unite. Disincentivare la speculazione e accumulare fondi per il Terzo Mondo sono gli obiettivi dichiarati. Ma dietro al consenso di Parigi, condiviso anche da Spagna, Portogallo e Austria, c’è anche la consapevolezza di un’improrogabile urgenza: la ristrutturazione dei conti pubblici. Per le economie europee, la crisi dei debiti sovrani rappresenta ormai il problema principale. I regolatori se ne sono accorti ipotizzando il Patto di stabilità più severo di sempre. Secondo il programma, chiunque presenti un rapporto debito/Pil superiore al 60% dovrà tagliare l’eccesso di almeno un ventesimo all’anno, pena una clamorosa ondata di sanzioni. Un compito che un’imposta EURO TTF SCHULMEISTER SMENTISCE LA BCE sulle transazioni potrebbe facilitare enormemente. «In Europa il STEPHAN SCHULMEISTER, DOCENTE E RICERCATORE presso l’Österreichischen Institut für Wirtschaftsforschung, in uno studio problema del debito sta rendenpubblicato due anni fa stimò per primo i potenziali ricavi annuali di una tassa globale: 655 miliardi di dollari, più o meno il Pil dell’Olanda. Negli ultimi due anni le sue indagini si sono concentrate su come introdurre la tassa. Un tema sviluppato in un rapporto do tutti più sensibili sul tema delin uscita a fine novembre, nel quale il ricercatore ribadisce che può essere applicata anche solo da un numero ristretto di Paesi la Ttf» commenta l’europarla- i 27 dell’Ue o i 16 di Eurolandia - senza che questi ultimi patiscano la temuta fuga degli investitori, che tanto preoccupa mentare Pd Leonardo Domenici, il presidente della Bce Trichet. Merito del cosiddetto “approccio decentralizzato”: quel sistema fiscale che consente di tassare membro della Commissione eule transazioni alla fonte, ovvero su chi compie l’operazione. In questo modo, spiega Schulmeister, «quando effettuano una transazione, ropea per i problemi economici e nel proprio Paese o all’estero, tutti i residenti delle nazioni che applicano la Ttf sono legalmente debitori della tassa». Spostare M.Cav. le operazioni speculative da Francoforte a Wall Street sarebbe inutile e la tassa non potrebbe essere mai evasa. monetari e convinto sostenitore dell’ipotesi tassazione.

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Tra i favorevoli alla tassa, tuttavia, non c’è il governo italiano che ha sempre negato il sostegno alla proposta. Peccato, perché quel mostruoso gettito (si è parlato per l’Europa di quasi 200 miliardi l’anno) farebbe molto comodo, tra gli altri, proprio all’Italia che, con un quoziente debito/Pil pari al 116%, dovrebbe, secondo i piani dell’Ue, tagliare qualcosa come 130 miliardi in tre anni.

Opzione zero: tassare Eurolandia Di recente anche la Commissione europea ha espresso il suo sostegno all’ipotesi di una tassa globale sulle transazioni finanziarie, negando però la possibilità di una sua applicazione preliminare alla sola Europa, per la quale, invece, si prevede presto l’istituzione di tassa patrimoniale sulle banche. Una presa di posizione in linea con quella del numero uno della Bce Jean-Claude Trichet, secondo il quale un’imposta europea sulle transazioni provocherebbe una pericolosa fuga degli investitori dal Vecchio continente. Tale timore, per altro, trova ultimamente importanti smentite. In ottobre un rapporto presentato dal gruppo dei Verdi al Parlamento europeo ha escluso questa eventualità

La Commissione Ue dà il suo sostegno all’imposta. In Italia è stata presentata una proposta di legge

LA PROPOSTA DI UNA TASSA SULLE TRANSAZIONI FINANZIARIE continua ad animare il dibattito internazionale, a livello istituzionale e non solo. Sono molte le campagne della società civile che si stanno facendo sentire in tutta Europa. Auspicando che il dibattito riprenda in occasione del G20 di Seul (11-12 novembre), le campagne internazionali hanno lanciato un appello pubblico rivolto ai 20 Grandi e si stanno mobilitando per rafforzare le posizioni favorevoli alla Ttf espresse, all’interno delle Nazioni Unite, dal Gruppo consultivo di alto livello sui finanziamenti per affrontare i cambiamenti climatici (High Level Advisory Group on Climate Change Financing), che ha individuato nella tassa uno degli strumenti più efficaci per il reperimento delle risorse necessarie alla copertura dei costi di mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici, soprattutto nel Sud del mondo. L’impegno delle organizzazioni della società civile ha avuto una forte risonanza nel corso del meeting dell’Onu sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio del settembre scorso, durante il quale è stato manifestato un parere favorevole (in primis dal presidente francese Sarkozy) sul potenziale gettito da Ttf utilizzabile, in un momento in cui gli stanziamenti ai Paesi poveri risultano sottodimensionati, per il raggiungimento di traguardi importanti per l’istruzione, la salute pubblica e lo sviluppo economico del Sud del mondo. La brusca frenata all’introduzione della Ttf sui mercati finanziari al vertice del G20 di giugno ha messo in risalto la divisione fra i Paesi detrattori (su tutti, Stati Uniti, Canada, Australia, Cina, India, Russia) e quelli che vogliono adottarla a breve (con Germania e Francia in prima fila). Ma la presidenza francese del G20 nel 2011 fa prospettare che il tema non cadrà nell’oblio. Nell’impasse politica internazionale, l’Unione europea sembra voler velocizzare l’introduzione della tassa. Il fronte europeo non è tuttavia compatto: mentre la Commissione Europea è in una posizione di sostanziale neutralità, al vertice Ecofin di inizio settembre il blocco degli oppositori - costituito da Regno Unito, Svezia, Olanda e Repubblica Ceca - si è scontrato con l’asse franco-tedesco (spalleggiato da Belgio, Austria e Grecia) sull’introduzione di una tassa anche solo nei Paesi dell’Ue o dell’Eurozona. Le campagne europee (Make Finance Work, l’anglossassone Robin Hood Tax Campaign, la tedesca Steuer Gegen Armut e l’italiana ZeroZeroCinque) stanno cercando di incunearsi nell’attuale contrapposizione politica. Da un lato agiscono per rafforzare la sensibilizzazione alla proposta; dall’altro cercano di calibrarla avvalendosi di nuove analisi previsionali sugli impatti della Ttf sulla stabilità finanziaria e sul volume delle operazioni speculative. Nonché di studi più aggiornati sul gettito cumulabile. Lo scopo? Rimandare definitivamente al mittente le obsolete critiche sulla potenziale delocalizzazione finanziaria delle operazioni verso i mercati non tassati, sul pericolo di evasione della Ttf e sul rischio che nella tassazione non si riesca a distinguere fra le transazioni “utili” e quelle meramente speculative. Sullo scacchiere europeo l’Italia continua a mantenere un profilo basso e, a volte, ambiguo. L’interazione tra la campagna ZeroZeroCinque, il Pd, il Pdl e l’Idv ha contribuito alla presentazione da parte dei tre partiti di altrettante risoluzioni pro-Ttf, approvate in commissione Affari esteri della Camera a inizio giugno. Ciò nonostante il ministro Tremonti, pur preoccupato per la ripresa delle attività speculative dell’industria bancaria e finanziaria, nutre serie riserve riguardo la tassazione sulle transazioni finanziarie, qualora questa non venga introdotta simultaneamente in tutti i principali mercati finanziari globali. Sul fronte opposto fa notizia il sostegno, da parte dell’Assemblea nazionale del Pd, di una tassa tutta italiana. La proposta fa seguito alla collaborazione tra il partito democratico e la campagna Europeans for Financial Reform, promossa dal Pse, dai Verdi europei e dai movimenti sindacali internazionali. Il supporto italiano alla Ttf nelle sedi istituzionali nazionali ed europee ne risentirà? La società civile italiana sarà capace di condizionare le scelte governative e contribuire a un forte riposizionamento dell’Italia fra i sostenitori della tassa? Sono questi gli interrogativi che nei prossimi mesi troveranno risposta. Mikhail Maslennikov

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evidenziando le ragioni strutturali, di costo, e di liquidità che renderebbero oneroso, e quindi impraticabile, il deflusso degli operatori dei principali comparti finanziari (azioni, obbligazioni e derivati). La tesi, confermata dal nuovo studio dell’economista austriaco Stephan Schulmeister (vedi BOX pag. 30), uno dei massimi esperti in materia di Ttf, suggerisce il ricorso a un’opzione radicale, ma al tempo stesso praticabile: bypassare l’opposizione del Regno Unito introducendo l’imposta nella sola Eurolandia. Un’idea che sembra piacere alla Germania.

Italia, qualcosa si muove Tra i protagonisti di questa nuova ondata pro-Ttf, come detto, manca l’Italia, che a Seul si allineerà quasi certamente sulle posizioni del Regno Unito. Ma, ad un governo fermo sulle sue convinzioni, fa oggi da contralta-

re un nuovo attivismo da parte dell’opposizione. Il 9 ottobre l’assemblea nazionale del Pd ha approvato la mozione presentata dal responsabile del settore Economia e Lavoro del partito, Stefano Fassina, e dallo stesso Leonardo Domenici per l’adesione alla campagna pro Ttf promossa dal Global Progressive Forum, organizzazione di riferimento dei Socialisti europei. «Dobbiamo fare in modo che il Governo inserisca la proposta nell’agenda dei lavori di Seul», spiega Fassina. «L’obiettivo è ottenere l’applicazione dell’imposta su scala globale, o almeno nell’Ue (Europa a 27, ndr) o in Eurolandia (a 16, ndr)». E il 20 ottobre è stata presentata una proposta di legge per l'istituzione di un'imposta sulle transazioni finanziarie in favore di interventi di solidarietà nazionale e internazionale. Il ddl (C.3740) è sostenuto da parlamentari di tutti gli schieramenti ad eccezione della Lega Nord.

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Stephan Schulmeister, economista all’Austrian Institute of Economic Research (WIFO), è uno dei maggiori esperti di tasse sulle transazioni finanziarie.

La Ttf in Europa? Solo questione di tempo

L’ottimismo di Schulmeister: si farà e gli Usa si adegueranno. Nell’Ue porterà ricavi per 350 miliardi di dollari.

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ASSARE LA FINANZA È POSSIBILE E REDDITIZIO e l’Europa, in questo senso, deve fare la sua parte. Anche da sola. Per il “padre delle cifre” Stephan Schulmeister non ci sono dubbi. «Prima o poi - spiega a Valori - la tassa si farà e gli investitori non potranno di Matteo Cavallito fuggire». Il Vecchio continente resta l’apripista ideale del progetto anche se al momento, purtroppo, manca ancora una posizione comune.

Il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, dice “no” alla Ttf in assenza di un accordo globale e i governi europei sono tuttora divisi. Ritiene che l’Ue sarà mai in grado di raggiungere una posizione comune? Un giorno sì. Accadrà in particolare a seguito della prossima crisi finanziaria ad ampio raggio che sarà prodotta, anche in quel caso, dalle fluttuazioni “maniaco-depressive” dei tassi di cambio, dei prezzi dei titoli azionari, delle materie prime e di altri assets come gli immobili. Una crisi finanziaria simile a quest’ultima e capace di allargarsi globalmente all’economia reale a causa della caduta simultanea dei prezzi di quegli stessi comparti che ho appena elencato, che, in precedenza, erano andati incontro al boom, costruendo così le potenzialità del proprio declino. Al momento però nessun accordo in vista… Oggi c’è ancora una “dissonanza cognitiva” troppo grande per poter prendere in considerazione l’ipotesi di un’intesa. I mercati più li-

di intesa globale “L’ipotesi è remota. Ma l’Europa a 27 potrebbe introdurre la tassa senza perdere gli operatori ” | 32 | valori |

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beri producono simultaneamente “tori e orsi” (nel linguaggio della Borsa simboli che significano rispettivamente espansione e recessione, ndr) lanciando segnali sbagliati. Senza contare che la persistenza di una weltanschauung (visione del mondo, ndr) neoliberista costituisce la ragione principale che induce banche centrali e politici conservatori/populisti a rifiutare la Ttf. Immaginiamo che un giorno i leader dell’Ue riescano a mettersi finalmente d’accordo. Crede che in quel caso anche gli Stati Uniti potrebbero cambiare idea? Penso di sì, soprattutto per ripianare il loro deficit di bilancio. In uno studio presentato di recente dai Verdi al Parlamento Ue si esclude l’ipotesi di una grande fuga degli investitori a seguito dell’imposizione della Ttf e si ipotizza l’introduzione della tassa nella sola Eurolandia. Cosa ne pensa? L’Europa dei 27 potrebbe applicare la tassa senza subire una sostanziale fuga degli operatori. Ma, nel caso in cui il Regno Unito non volesse introdurla, potrebbe farlo senza difficoltà anche la sola Eurozona, seguendo un “approccio decentralizzato” (vedi BOX a pag.30). Nel 2008 lei stimò che un’aliquota dello 0,05% avrebbe permesso alla Ttf di rastrellare nel mondo 655 miliardi di dollari l’anno. Si sente di aggiornare la cifra? Secondo le ultime stime della Banca dei regolamenti internazionali, le transazioni finanziarie nel mondo sono aumentate almeno del 30% dal 2007 a oggi. Ritengo che i ricavi complessivi dovrebbero essere maggiori del 20%. Quanto spetterebbe all’Europa? Per i mercati europei direi all’incirca 350 miliardi di dollari.

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Agricoltura Il credito è una corsa a ostacoli Il settore ha tassi di insolvenza inferiori a edilizia, commercio, servizi. Ma ottenere prestiti è sempre più difficile. Troppo rigidi i criteri per concederli, nessun interesse per il business plan. E le fusioni bancarie allentano i rapporti con il territorio.

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NTONIO BERNARDI È UN GIOVANE VITICOLTORE proprietario di un terreno a Castellaneta Marina (Taranto). Una bella storia, la sua: a metà anni Novanta converte al biologico certificato i quattro ettari del fondo agricolo di famiglia e lo rimette in sesto, riportando i bilanci di Emanuele Isonio in attivo. Almeno fino al 2009, quando l’azienda ha problemi di liquidità, a causa di un’avversa stagione Sopra, tre immagini de “Le strade del meteorologica che ha ridotto i ricavi a un terzo. È a quel fresco”, il progetto punto che inizia l’odissea che lo accomuna a molti agriattivato l’anno scorso in provincia di Milano coltori: ottenere crediti che anticipino all’impresa agriper diffondere nuovi cola il denaro che arriverà una volta venduti i prodotti. modi d’acquisto dei prodotti agricoli Ma il sistema bancario italiano, soprattutto per i finane di sostegno ziamenti “di conduzione”, non si rivela amico. ai contadini.

Fondi sì, ma solo a lungo termine La storia di Antonio Bernardi è finita bene, ma non per merito delle banche (vedi BOX a pag. 34). Le elaborazioni del Centro Studi Abi su dati Banca d’Italia dimostrano che ottenere i prestiti necessari a condurre quotidianamente un’azienda agricola è più complicato che farsi finanziare progetti di investimento pluriennali. «Il numero dei crediti è ancora in crescita – spiega Roberto Grassa, responsabile Credito e Finanza d'Impresa di Coldiretti – ma negli ultimi anni è rallentato. Dal +14% di tre anni fa si è scesi al +1% del 2009. Se poi guardiamo la curva dei prestiti a breve termine e dei finanziamenti di conduzione notiamo una riduzione drastica». Un aspetto che danneggia soprattutto i piccoli agricoltori (l’85% degli 1,7 milioni di aziende agricole italiane sono ditte individuali), figlio di molte cause. «Il problema del credito alle imprese agricole è reale», spiega Rino Ghelfi, professore di Economia ed Estimo agrario all’università di Bologna. Eppure l’agricoltura evidenzia meno difficoltà di altri settori a restituire i prestiti, come sottolinea anche l’Abi. Nel 2009 i valori delle sofferenze erano pari a 2.638 milioni. In crescita ovunque: +40% nell’industria, +39% nel commercio, +37% dell’edilizia e solo +23% nell’agricoltura. «Il problema deriva da tre fattori», commenta Ghelfi. «Gli aiuti comunitari in conto esercizio o in conto capitale arrivano sempre con più ritardo e questo comporta maggiori scoperti per le aziende; per loro natura, alcuni prodotti – formaggi stagionati, vino, insaccati – si possono vendere solo parecchi mesi dopo la produzione e prima di riscuotere gli introiti da essi derivanti passa quindi parecchio tempo. |

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| finanzaetica | APPUNTAMENTI 24 novembre MILANO LE BANCHE TERRITORIALI ALLA SFIDA GLOBALE La relazione con il proprio territorio è il principale vantaggio competitivo delle banche locali rispetto ai colossi mondiali del credito. Ma anch’esse, per sopravvivere nel mercato globale, devono fare alleanze e partnership. Il modo per approfondire le opzioni competitive delle banche locali sarà il tema del convegno organizzato dall’Aifin (Associazione Italiana Financial Innovation) a Milano. Al convegno è inoltre associato il premio “Banca e territorio 2010” riservato ai progetti di Responsabilità sociale d’impresa attivate dagli istituti di credito territoriali. www.aifin.org 18 - 21 novembre CASTIGLION FIBOCCHI (AREZZO) XIX CONVEGNO INTERNAZIONALE DI AGRICOLTURA BIODINAMICA Si discuterà anche di economia e di finanza a sostegno degli agricoltori, di strategie di mercato e di consumatori, delle difficoltà che incontra chi oggi vuole intraprendere l’attività di contadino. Un convegno in un’azienda agricola, la fattoria La Vialla, per partire dalla terra, dall’esperienza che agricoltori, esperti, imprenditori hanno maturato nel lavoro quotidiano, per parlare di biodinamica e di organismo agricolo. www.biodinamica.org

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La finanza etica coltiva sostenibilità

BANCHE? NO GRAZIE I PRESTITI ARRIVANO DAI CLIENTI OPERAZIONE CLARABELLA. Sembra il titolo di una commedia. È invece il progetto che ha permesso di salvare da una pericolosa crisi di liquidità l’azienda vitivinicola di Antonio Bernardi a Taranto (della quale parliamo nell’ ARTICOLO a pag. 33). L’idea è venuta collaborando con Le Strade del Fresco, una cooperativa nata nel 2009 grazie alla passione di alcune persone della provincia di Milano, che volevano percorrere nuovi modi di acquisto dei prodotti agricoli. Sapendo delle difficoltà di accesso al credito dell’azienda Clarabella, hanno lanciato l’iniziativa di creare delle “quote” da 25 euro ciascuna: sottoscrivendole, ciascuna famiglia di consumatori paga ora l’uva che riceverà la prossima stagione. E, in questo modo, si raggiungerebbe la somma necessaria per permettere all’azienda di proseguire le sue coltivazioni biologiche. Risultato? In pochi mesi, sono stati raccolti 7.670 euro. «Questa operazione ha almeno tre buoni motivi» spiega Claudio Buzzoni, presidente di Strade del Fresco. «Sosteniamo in modo non

assistenzialistico un piccolo produttore del quale abbiamo verificato le qualità; concretizziamo un’azione coerente con i valori alla base della nostra cooperativa; sperimentiamo quel credito mutualistico che in passato ha dato vita a tante coraggiose forme di sostegno dal basso dell’economia locale». Un’idea analoga l’hanno avuta anche al Biocaseificio Santa Rita: una cooperativa storica dell’Appennino modenese, che produce dal 1964 forme di Parmigiano biologico (sono stati i primi a farlo), usando il latte della bianca modenese, un tipo di mucca diventato “presidio Slow Food”. Una realtà importante per quel territorio, un volàno per la conversione biologica di altre aziende locali. Nonostante una storia decennale alle spalle, anche loro hanno avuto necessità di accedere al credito bancario. Per chi fa Parmigiano di qualità, tra il momento in cui si prepara il prodotto e il momento in cui lo si può vendere passano quasi 36 mesi. «Ma la difficoltà di ottenere finanziamenti fa spavento - confida

Graziano Poggioli, presidente del caseificio -. Una volta contava molto la fiducia. Il direttore della filiale locale della banca ti conosceva personalmente e sapeva quanto eri credibile. Ora le condizioni per concederlo sono sempre più rigide e ci sono meccanismi assurdi di valutazione della rischiosità di un’azienda. La storia di una persona e di un’impresa non conta più nulla». Trafile complesse e costi del credito elevati («Abbiamo avuto proposte di tassi fino al 6,5%») hanno convinto anche loro a percorrere la strada delle quote. Pochi mesi fa hanno lanciato il progetto “100 soci per un milione e mezzo”. Tanta è la somma che devono mettere insieme per proseguire nella conduzione dell’azienda. Ai “soci sovventori”, che possono acquistare quote da 516 a 58 mila euro, riconoscono tassi d’interesse attorno al 2%. Al di là delle motivazioni etiche, è molto meglio di qualsiasi conto corrente bancario. Emanuele Isonio

www.lestradedelfresco.com www.caseificiosantarita.com

Il progetto dell’azienda La Costigliola, inaugurata a ottobre. ...E IO M’IMPEGNO IL PARMIGIANO

CHIAMATELA, SE VOLETE, “GASTROFINANZA”. A parlarne adesso dà l’idea di un espediente utile solo per tempi di crisi economica. In realtà è un metodo per concedere finanziamenti alle imprese agricole che ha una storia di quasi mezzo secolo alle spalle. Alcuni istituti di credito, soprattutto dell’area emiliana, concedono mutui ai propri clienti accettando come pegno i loro prodotti agricoli: forme di parmigiano, soprattutto. Ma anche prosciutti e vino. Insomma, tutti alimenti che impediscono il “rientro” dei costi sostenuti in tempi brevi, perché la stagionatura ha tempi lunghi. Di offerte ce ne sono svariate: il Credito Emiliano possiede ad esempio gli storici Magazzini Generali delle Tagliate, nei quali vengono conservate fino a 44 mila forme di Parmigiano Reggiano. La banca si fa carico così della lavorazione del formaggio e, in cambio, garantisce alle aziende prestiti a due anni con uno spread tra lo 0,75 e il 2% sull’Euribor. Alla scadenza del prestito il cliente in regola con le rate riceve indietro le sue forme, pronte per essere vendute. In caso di morosità (evento rarissimo in queste transazioni), è la banca a vendere direttamente il prodotto, riducendo il rischio di credito. Cariparma propone invece anticipazioni in conto corrente, garantite da prosciutti Doc per la durata di 12 mesi, prorogabili di ulteriori sei, fino al 70% del valore dei beni impegnati. Stesso discorso per Parmigiano e Grana. Una proposta che ha permesso l’erogazione di quasi 50 milioni di euro di finanziamenti. Sulla stessa linea anche la Banca Popolare di Vicenza, che, fino a poco tempo fa, proponeva il “credito balsamico” riservato ai produttori di aceto. E che, fra pochi mesi, conta di lanciare forme di credito analoghe pensate per le aziende vinicole. Nei caveaux finiranno ottime Em.Is. bottiglie di vino.

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RISTINA MARSILIO LAVORA IN UN UFFICIO COME TANTI, con le scrivanie, il computer e il fax. Un ufficio di Etimos, consorzio finanziario internazionale che si occupa di microcredito, con una sede in Italia, a Padova, e tre decentrate in Sri Lanka, Senegal e Argentina. Però Cristina Marsilio da qualche di Corrado Fontana tempo ha anche un altro “ufficio”, in mezzo alla campagna, sui Colli Euganei, e per “arredarlo” e metterlo in funzione ha dovuto imparare come si coltiva la terra, come si organizzano una cascina, una locanda e un polo per congressi, come funzionano e quanto costano le tecnologie per ottenere un riscaldamento a basso impatto ambientale. Il secondo ufficio di Cristina è il luogo dove Etimos e Banca Etica hanno dato vita al progetto La Costigliola, azienda agricola orientata al biologico e agriturismo per soggiorni all’aria aperta, nonché centro di formazione per la sostenibilità. Iniziati i lavori nel 2005, La Costigliola è stata inaugurata lo scorso 30 ottobre, ma, spiega Fabio Salviato, ex presidente di Banca Etica, «l’idea di creare un centro permanente di formazione, ricerca e studio è nata da tempo. Volevamo che fosse un riferimento per le associazioni e le realtà che ruotano intorno alla nostra rete sociale e solidale e che superasse l’orizzonte temporale dei 2-3 giorni proprio di manifestazioni come Terrafutura. Una sorta di monastero moderno, che promuovesse determinati valori». Il progetto si è concretizzato tra Teolo e Rovolon, a 15 chilometri da Padova. Banca Etica (socio al 90%) e il consorzio Etimos hanno rilevato - in comodato d’uso per 17 anni dall’Istituto diocesano, che ha materialmente effettuato i lavori di recupero e restauro – un bellissimo complesso con edifici risalenti al 1200 e sottoposti alla tutela dei beni artistici. Oltre duemila metri quadrati, suddivisi in tre costruzioni, adibite rispettivamente a ristorante biologico, agriturismo con camere e cantina, centro congressi per convegni e seminari.

Se i banchieri pigiano l’uva Inoltre, in Italia ottenere fondi dal sistema bancario è ben più complesso che in altri Stati, perché le garanzie richieste sono maggiori». Tutti motivi che vanno a complicare (e non poco) la vita degli agricoltori.

Fusioni bancarie: allontanano dal territorio Ma non basta: «L’applicazione delle regole di Basilea2 – spiega Roberto Grassa – ha portato le banche ad attuare sistemi di rating più rigidi, penalizzanti per le piccole imprese agricole, che, come ditte individuali, non hanno bilanci e sono quindi più difficili da valutare». Su questo, s’innesta il fenomeno delle fusioni bancarie. Un vantaggio per la competitività degli istituti di credito, forse. Ma sicuramente un danno perché ha prodotto una perdita di contatto con le realtà territoriali: «Il comparto agricolo non si finanzia stando a tavolino», commenta Giovanni Borlenghi, responsabile del Servizio filiere produttive di Cariparma. «La nascita di gran-

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di agglomerati del credito è stato per noi un vantaggio perché ha rafforzato il rapporto tra gli agricoltori e le banche locali. Noi, infatti, conosciamo meglio il territorio, abbiamo rapporti diretti con le associazioni, i confidi, le aziende agricole. E questo ci fornisce maggiori elementi di conoscenza. Solo un rapporto continuo con un’area produttiva permette di valutare compiutamente le esigenze di fondi, liquidità e la rischiosità dei finanziamenti». Non a caso, il maggior numero di operazioni passa per le banche territoriali. E su 39 miliardi di finanziamenti concessi all’agricoltura, almeno 13 provengono dagli istituti di credito cooperativo.

Le buone idee non contano Rimane comunque il fatto che i fondi a breve termine sono più difficili da ottenere: «Le banche hanno smesso di dare finanziamenti senza vincolo di destinazione. Il fido copre essenzialmente gli investimenti strutturali», sostiene Roberto Grassa di Coldiretti. Concorda Bor-

lenghi di Cariparma: «Non c’è dubbio che i finanziamenti generici non trovino più il gradimento del sistema bancario. Ormai prevale la logica di crediti con scopi ben precisi». Cosa ancora più grave, forse, è che il credito è subordinato non solo a finalità ben definite. Ma anche alla possibilità, da parte dell’agricoltore, di fornire garanzie patrimoniali adeguate. «Le nostre banche, nel decidere se concedere un prestito – ammette l’economista Rino Ghelfi – sono da sempre abituate a guardare più alle garanzie immobiliari che alla bontà del progetto. Il fatto di avere proprietà su cui rivalersi conta più di un solido business plan». In pratica: i soldi si prestano a chi già ce li ha.

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Su 39 miliardi di prestiti all’agricoltura, oltre un terzo arriva dalle banche locali, che conoscono meglio territori e aziende

A La Costigliola i banchieri si sono fatti anche contadini, nei 22 ettari di terreno dell’azienda agricola, iscritta all’albo delle fattorie didattiche. Carlo Piccolo, che ha davvero il suo “ufficio” nei campi, benedice l’assicurazione che ha rifuso i danni della grandinata che lo scorso 22 giugno distrusse l’80% dell’uva prodotta sui 5 ettari di vigneto coltivato a merlot, cabernet, moscato e pinot bianco. Vino già in vendita sulle pagine web del Buonmercato di Zoes.it. Buono, naturalmente, ma non ancora biologico. La Costigliola sta seguendo il percorso di conversione all’agricoltura biologica: l’anno prossimo potrebbe riuscirci per i seminativi – ora coltivati ad erba medica, ma in attesa di ortaggi e frutteti – mentre per il vino si dovrà forse aspettare la vendemmia del 2012. Ai campi e al vigneto si aggiungono poi alcuni ettari di bosco destinati sia alla creazione di sentieri didattici che a diventare un “serbatoio” di cippato, le schegge di legno necessarie ad alimentare la caldaia a biomasse che presto sarà installata (i pannelli solari non sono stati invece autorizzati per la tutela artistica di cui gode il sito). E infine anche il capitolo lavoro è considerato nel progetto complessivo: una volta a regime, ad occuparsi INFO della gestione del ristorante biologico e dell’impegno nei campi saranno cooperative sociali che impiegano www.lacostigliola.it soggetti svantaggiati.

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CHIANETTA (ASSOSOLARE) «TERRENI NECESSARI PER IL SETTORE»

MASINI (COLDIRETTI) «NON CI SONO PIU TERRENI SACRIFICABILI»

PER GIANNI CHIANETTA, presidente di Assosolare, sono gli impianti a terra il vero motore del fotovoltaico: per questo non è possibile rinunciarvi.

SECONDO STEFANO MASINI, responsabile Ambiente della Coldiretti non c’è spazio per i pannelli a terra sui terreni agricoli, che anzi dovrebbero essere tutelati maggiormente.

In molti si domandano se non sia più logico concentrarsi prima sui tetti di case, capannoni, industrie, centri commerciali. E solo poi, se necessario, sfruttare anche i terreni agricoli.

Non sono d’accordo. Per il semplice fatto che per “fare mercato” sono indispensabili i grandi impianti, anche a terra. Perché sono quelli che consentono di creare un’economia di scala, e quindi di abbattere i costi. Così sembra escludere alternative.

Gli impianti a terra sono più facili da costruire rispetto a quelli integrati. Questi ultimi, non a caso, incontrano più difficoltà sul mercato. Ciò non significa che non si debba puntare anche a coprire i tetti, ma non sarà così che si determinerà il futuro del settore. È d’accordo, però, che occorre tutelare i terreni particolarmente pregiati, magari con colture secolari o di qualità?

Piantagioni solari La “guerra” tra fotovoltaico e campi coltivati Aumentano le lusinghe delle aziende sui contadini. Obiettivo: farli rinunciare a cereali e agrumi.

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chiunque abbia denaro da investire si sta lanciando nella speculazione». L’avvertimento è di Alessandro Mortarino, coordinatore del Movimento Stop al Consumo di Territorio. L’oggetto della denuncia è il contrasto tra di Andrea Barolini agricoltura e fotovoltaico. Con una domanda di fondo: è giusto installare pannelli per la produzione di energia dal sole su un terreno agricolo? No, rispondono i fautori del solare “integrato” (ovvero installato sui tetti), perché così si colpisce la produzione agricola, si possono creare seri danni al territorio e si compromette il colpo d’occhio paesaggistico. Certamente sì, ribatte il Sopra, l’immagine di un parco “partito” delle rinnovabili: le aree interessate sono rifotovoltaico: dottissime e si possono tutelare i terreni di pregio, conindispensabile centrandosi su quelli da bonificare o non utilizzati. per raggiungere le economie di scala, secondo gli operatori del fotovoltaico. Un fattore di emorragia di suolo agricolo, per i critici.

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UELLA IN ATTO OGGI È UNA VERA E PROPRIA CACCIA:

Un affare allettante Alla base di tutto, ovviamente, ci sono anche ragioni economiche. E l’affare c’è davvero. Per farsi un’idea, con una semplice ricerca sul web, si possono trovare decine

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di forum con centinaia di offerte di terreni agricoli “liberi”, pronti per essere affittati alle aziende per costruire impianti fotovoltaici. E altrettanti messaggi di imprese in cerca di aree disponibili. Molte hanno già pubblicato sui propri siti internet degli “esempi” di contratti di locazione. La società Ingegneria e Ambiente Srl, che si occupa di progettazione e realizzazione degli impianti, spiega ad esempio che “il canone di affitto varia da 2.500 a 4 mila euro all’anno per ogni ettaro, e per almeno 25 anni”. L’importo cambia a seconda delle caratteristiche dell’area e, soprattutto, della distanza dall’allaccio alla rete elettrica. I requisiti richiesti (oltre all’irraggiamento solare, ovviamente) sono: almeno un paio di ettari; l’assenza di vincoli (ambientali, paesaggistici, idrogeologici); un terreno in pianura. Simile l’offerta della Solar Express, società nata da una joint venture tra il Gruppo Pramac e Intesa SanPaolo, che ricerca terreni da affittare per un periodo minimo di 20 anni, al termine dei quali il concedente potrà scegliere se diventare proprietario dell’impianto

Certamente. E in Italia già esistono tutele normative per le aree protette, con procedimenti autorizzativi complessi. Ma ci sono anche suoli da bonificare o aree agricole di scarso valore. E uno studio del Politecnico di Milano dice che anche considerando solo l’1% di tali terreni si potrebbero generare diversi Gigawatt. In un periodo in cui anche l’agricoltura è in ginocchio, il fotovoltaico può costituire una boccata d’ossigeno per tutti. Le risulta una rincorsa delle aziende per sfruttare gli incentivi?

Gli incentivi non sono eterni. Quando sarà presente un’economia di scala, il prezzo scenderà e gli aiuti non saranno più necessari. Ma torniamo alla stessa questione: per farlo servono grandi impianti. Solo così raggiungeremo la grid parity con le fonti tradizionali. Intanto però le imprese offrono migliaia di euro a ettaro ai contadini per farli rinunciare alle colture. Non si tratta di un effetto collaterale proprio dei forti incentivi?

Innanzitutto non è vero che gli incentivi sono così alti: non rispetto agli altri Paesi europei. Certo, se oggi si fa un paragone con la Germania, da noi ci sono maggiori aiuti, ma l’Italia è anche arrivata in ritardo: nel 2006, contro il 2001 dei tedeschi. E poi nel nostro Paese chi installa gli impianti affronta costi molto più alti. Quindi non c’è alcun rischio di speculazioni?

Non sugli incentivi. Semmai è la burocrazia il problema. Ci sono persone che, grazie ad agganci politici con gli amministratori locali, riescono a ottenere le autorizzazioni prima della concorrenza. E poi le rivendono a prezzo maggiorato. Ecco, questa è speculazione. A.B. (potendone vendere l’energia prodotta ancora per 10 anni) o estendere la locazione per altri 5 anni. Prezzo corrisposto: 3-4 mila euro a ettaro per ogni anno.

Quale impatto sull’agricoltura italiana? «A novembre scorso abbiamo lanciato una campagna perché l’attività è massiccia. E non per piccole estensioni o piccoli impianti, ma per strutture grandi», insiste Mortarino. Rischiamo quindi di trovarci senza più agrumeti e con

Esistono aree agricole in cui il raccolto non viene effettuato perché troppo costoso: davvero non vale la pena di lasciare spazio alle rinnovabili in casi simili?

Occorre analizzare gli interventi di localizzazione delle strutture fotovoltaiche in funzione di un contemperamento con gli elementi naturali del paesaggio. E anche in ragione dell’organizzazione delle imprese. Ciò significa che ogni intervento sui terreni agricoli dev’essere adottato in funzione della vocazione dell’area. Serve pianificazione, quindi. Ma è sicuro che si privilegerebbe comunque il settore agricolo?

Guardi, noi siamo convinti sostenitori della valorizzazione delle energie rinnovabili. E siamo consci dell’importanza di liberarsi dalla dipendenza dai combustibili fossili. Detto ciò, è chiaro che individuando i siti occorre tenere conto che l’impatto su una zona industriale da bonificare è diverso da quello che si ha su un terreno coltivabile. È scettico anche sugli impianti integrati?

Assolutamente no. In quel caso di tratta di un fattore positivo. Il problema, quindi, sono i cosiddetti “parchi fotovoltaici”.

In provincia di Rovigo si è costruito un impianto che copre 240 ettari: così si crea un problema di sviluppo. Ma che cosa rispondiamo al contadino al quale viene offerto un lauto affitto annuo per lasciare costruire i pannelli sul proprio terreno?

È una domanda complessa. Ma si pone anche in altri casi. Pensiamo alla costruzione di autostrade su terreni fertili: gli espropri godono di incentivi maggiori della raccolta, ad esempio, di cereali. Appunto: pecunia non olet...

Ma non si può dimenticare che un terreno agricolo non offre solo beni “privati”. Esistono anche beni “pubblici” legati ad esso, come la tutela del paesaggio, la qualità dell’ambiente e della vita. Se lo immagina un mega-impianto a Taormina o a Cortina d’Ampezzo? No, ma ci sarà anche qualche terreno sacrificabile.

Non ce ne sono. L’emorragia di suolo agricolo è un problema ambientale grave e annoso. Al contrario, servono regole per la salvaguardia, soprattutto per chi sviluppa colture tipiche e di qualità. A.B. le pianure di mezzo Stivale scintillanti di pannelli in silicio? «Niente affatto», replica Andrea Fontana, amministratore delegato di Fotowatio Italia, che elenca i numeri: «Anche nell’ipotesi in cui tutti i 3 mila MW del nuovo conto energia fossero implementati su terreno agricolo, si occuperebbero circa 6 mila ettari a livello nazionale. Considerando che, secondo dati Istat, la superficie agricola totale utilizzata nello Stivale è di 13 milioni e 200 mila ettari, il fotovoltaico ne occuperebbe solo lo 0,045%». Resta da capire, comunque, se valga la pena di ri|

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FONTE: UNIVERSITÀ BOCCONI DI MILANO, INVESTIMENTI ALL’ESTERO IN ENERGIE RINNOVABILI E RUOLO DELLE POLITICHE PUBBLICHE, SETTEMBRE 2010

schiare. Ammesso, infatti, che i pericoli siano minimi, perché non sfruttare capannoni e serre, che già coprono i terreni? Mario Pagliaro, ricercatore del Cnr, in un intervento sul magazine FV FotoVoltaici ha spiegato, ad esempio, che «oltre il 70% dell’energia elettrica prodotta da impianti fotovoltaici a terra si perde in calore nella conversione da bassa ad alta tensione. Conversione che non ci sarebbe se gli impianti fossero sui tetti delle case».

INVESTIMENTI GLOBALI NELL’ENERGIA PULITA

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(IN MILIARDI DI $)

OPERAZIONI STRAORDINARIE PROGETTI PICCOLE DIMENSIONI PROGETTI GRANDI DIMENSIONI PROMOZIONE SOCIETÀ EMERGENTI R&S INNOVAZIONE

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2005

2006

2007

2008

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Arrivano le linee guida A complicare ulteriormente la questione ci sono poi le differenti indicazioni fornite sul territorio nazionale dagli enti locali (emblematico è il caso della Puglia, sul quale è intervenuta anche la Corte Costituzionale). Per questo proprio lo scorso settembre sono state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale le linee guida nazionali che dovrebbero conciliare l’installazione dei pannelli con la tutela del territorio (documento richiesto dal decreto legislativo 387 del 2003. Arrivato dunque con “soli” sette anni di ritardo). Punti chiave: il minor consumo possibile del territorio, sfruttando al meglio le risorse energetiche disponibili; il riutilizzo di aree già degradate da attività antropiche; una progettazione legata alle specificità dell’area. Si rinvia dunque, in buona parte, allo studio dei singoli casi. Le amministrazioni locali dovranno adeguare le rispettive discipline entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore delle linee guida. La parola, dunque, spetta ora alle Regioni.

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Investimenti, rinnovabili meglio delle tradizionali

L’università Bocconi fotografa i flussi di capitali a favore delle energie sostenibili: +125% in 5 anni.

L

ai mercati fiaziende e progetti legati alle fonti rinnovabili, si arriva a un valore comnanziari globali. A confermarlo è un rapporto dell’istitu- plessivo delle transazioni nel comparto pari a 223 miliardi. Un vero e to di Economia e Politica dell’Energia e dell’Ambiente, proprio boom, derivante anche dal fatto che ormai in numerose opedell’università Bocconi di Milano, intito- razioni finanziarie internazionali sono presenti asset rinnovabili all’inlato “Investimenti all’estero in energie terno di movimentazioni più ampie di capitali. di Andrea Barolini rinnovabili e ruolo delle politiche pubbliNel dettaglio, gli investimenti sono andati a favore di progetti leche”, che sottolinea come il valore degli investimenti nel settore sia gati sia alla produzione di elettricità “verde”, ma anche alla generaaumentato di oltre il 125% nel periodo compreso tra il 2005 ed il 2009. zione ecologica di calore e ai bio-carburanti. Va detto, però, che è Tre dati su tutti appaiono significativi: innanzitutto il fatto che proprio l’energia elettrica ad attrarre maggiormente gli investitori, nel 2010 ben 100 Paesi hanno attivato politiche pubbliche di in- con l’eolico (67,3 miliardi di dollari, pari al 43% degli investimenti tervento a sostegno delle rinnovabili (sotto in energie sostenibili nel 2009) in primo piaforma principalmente di incentivi), contro DISTRIBUZIONE no. Seguono poi gli impianti solari (24,3 miGEOGRAFICA i 55 del 2005. Ciò ha stimolato non solo INVESTIMENTI IN ENERGIE RINNOVABILI (2009) liardi di dollari), biomasse e biogas (10,8 mil’attenzione delle aziende locali, ma anche MEDIORIENTE liardi) e i biocarburanti (6,9 miliardi). AFRICA 1% i flussi d’investimento dall’estero da parte 1% Ciò grazie anche e soprattutto agli indi una vasta serie di soggetti (dalle grandi INDIA centivi statali: la Cina è il Paese che offre la 2% imprese ai fondi), sempre più attratti dal quota più elevata di contributi, il che ha business delle rinnovabili. portato l’Asia quasi ai livelli europei: oltre CINA EUROPA In secondo luogo, il valore assoluto di tali un terzo degli investimenti mondiali (43,7 28% 37% flussi di capitali ha raggiunto i 162 miliardi di miliardi di dollari) è stato realizzato nel dollari, “superando per il secondo anno conVecchio Continente, ma l’area asiatica ha secutivo i nuovi investimenti nelle energie raggiunto quota 40,8 miliardi. Gli Stati tradizionali”, sottolinea lo studio. Nel dettaUniti, invece, che avevano mantenuto la glio, si è trattato sia di investimenti materiali seconda posizione dopo l’Europa fino al BRASILE NORD AMERICA (119 miliardi di dollari) che di capitalizzazio2008, si sono fermati a 21 miliardi. L’Ame7% 17% ni di nuove società attive nello sviluppo di ASIA rica Latina, infine, nel 2009 ha registrato energie rinnovabili attraverso capitali privati e E OCEANIA investimenti per 11,6 miliardi, pari al 10% pubblici (43 miliardi). Ma, se si aggiunge an- (ESCLUSE del totale, ma con un decisivo contributo SUD AMERICA (ESCLUSO BRASILE) CINA E INDIA) 3% che la quota dedicata alle acquisizioni di 4% (7%) proveniente dal Brasile. FONTE: UNIVERSITÀ BOCCONI DI MILANO, INVESTIMENTI ALL’ESTERO IN ENERGIE RINNOVABILI E RUOLO DELLE POLITICHE PUBBLICHE, SETTEMBRE 2010

E ENERGIE RINNOVABILI FANNO SEMPRE PIÙ GOLA

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APPUNTAMENTI NOVEMBRE>GENNAIO

5 novembre MILANO ETIMOS FOUNDATION ONLUS WORKSHOP Incontro organizzato da Etimos (consorzio finanziario specializzato in microfinanza) presso il Centro Congressi Fondazione Cariplo in via Romagnosi 8 a Milano. Quattro i temi in discussione: il microcredito in Italia: scenario e ipotesi di sviluppo del settore, risposte e interrogativi aperti del sistema bancario sull’offerta di prodotti e servizi finanziari alternativi, impatto sociale, progetti di microfinanza nei contesti post-emergenza. www.etimosfoundation.it

9 - 10 novembre BRUXELLES (BELGIO) COMMISSIONE EUROPEA “LA MICROFINANCE EN EUROPE” Due giorni di conferenze organizzati dalla Commissione Europea. Tra i temi in agenda: l’inclusione finanziaria per uscire dalla crisi, lo sviluppo di servizi micro finanziari di qualità, la facilitazione dell’accesso al microcredito. www.european-microfinance.org /events.php?piId=9487 12 novembre MILANO FINANCIAL CHIEF RISK OFFICER FORUM Secondo incontro organizzato da Business International sul tema della gestione strategica dei rischi e dell’evoluzione del Risk Manager negli intermediari finanziari. Cosa cambia con l’approvazione delle nuove regole di Basilea 3? www.businessinternational.it 15 - 16 novembre NEW DELHI (INDIA) MICROFINANCE INDIA SUMMIT 2010 Conferenza annuale del settore della microfinanza indiana. L’incontro avviene in un momento particolarmente caldo per il settore dopo la storica offerta pubblica iniziale che ha lanciato il colosso SKS nel mercato finanziario internazionale scatenando un dibattito sul futuro e sui rischi dell’evoluzione del microcredito. www.microfinanceindia.org

18 - 21 novembre SAN ANTONIO (USA) SRI IN THE ROCKIES 2010 Prodotto dal First Affirmative Financial Network in collaborazione con il Social Investment Forum, l’evento metterà

a confronto le diverse esperienze degli operatori del settore evidenziando nuove opportunità d’investimento sostenibile. www.sriintherockies.com 19 novembre MILANO IL DENARO GOVERNA IL MONDO CHI GOVERNA IL DENARO? Incontro aperto presso la sede di Punto Rosso in via Guglielmo Pepe 14 sull’esperienza trentennale di autogestione del denaro della cooperativa finanziaria milanese Mag2. Intervengono Patrizio Monticelli presidente Mag2 e Andrea Di Stefano, direttore di Valori. Tra i temi di discussione anche la convenzione tra Mag2 e i soci di Punto Rosso per il finanziamento dell’installazione dei pannelli fotovoltaici. www.mag2.it 20 - 21 novembre BRUXELLES (BELGIO) ETATS GÉNÉRAUX DE LA FINANCE RESPONSABLE ET SOLIDAIRE Incontro sul tema della finanza etica e solidale organizzato da Financité. www.financite.be/rfa /etats-generaux,fr,174.html 23 novembre MILANO BUON COMPLEANNO MAG2! Festa per i 30 anni della cooperativa di finanza mutualistica e solidale di Milano la sede dell’Associazione Culturale Bitte, in via Watt 37 a Milano. A partire dalle 16, merenda e animazione per bambini e famiglie con la cooperativa Tangram di Vimercate. Seguono cena e serata spettacolo di danza e teatro con l’Associazione Punto Zero. www.mag2.it

24 novembre MILANO PREMIO BANCA E TERRITORIO 2010 Quarta edizione per il premio “Banca e Territorio”, riconoscimento annuale per le banche territoriali che si distinguono in ambito sociale, economico e culturale. Organizza Aifin, Associazione Italiana Financial Innovation. www.aifin.org 24 - 26 novembre ROMA CREDITO AL CREDITO Prima Convention sul credito alle persone e alle imprese dell’Associazione bancaria italiana (Abi). “Credito al Credito”, spiegano gli organizzatori, rappresenta “l’unica occasione di incontro in cui operatori, istituzioni e segmenti di clientela

A CURA DI MATTEO CAVALLITO | PER SEGNALAZIONI SCRIVETE A REDAZIONE@VALORI.IT

si confrontano su stato e prospettive dei diversi mercati: dal credito al consumo ai mutui, dal finanziamento alle infrastrutture al microcredito, dal credito agrario allo start-up di impresa, dal sostegno alle Pmi a quello per le organizzazioni non profit”. Al centro del dibattito si segnala l’analisi dell’impatto delle recenti evoluzioni normative sui mercati dei mutui e del credito ai consumatori. www.abieventi.it

Incontro annuale organizzato da Novethic presso il Georges V Eurosites Convention Centre di Parigi. Alla scorsa edizione hanno preso parte più di 200 uditori e una trentina di relatori provenienti da Francia, Belgio, Regno Unito, Danimarca e Svezia. www.novethic.com/novethic /annual_event

30 novembre LUSSEMBURGO 3RD EUROPEAN MICROFINANCE AWARD Consegna del riconoscimento annuale istituito dal Ministero degli Affari Esteri del Lussemburgo. Nel corso della cerimonia, organizzata presso la sede della Banca europea per gli investimenti (Bei), l’istituzione microfinanziaria maggiormente distintasi nel 2010 per le sue attività nei Paesi in via di sviluppo riceverà un assegno da 100 mila euro. L’evento sarà al centro della giornata inaugurale dello European Microfinance Week (30 novembre – 1 dicembre). www.e-mfp.eu/microfinance_week /2010/award

Gennaio – data da definire ROZZANO (MILANO) MAG2 SEMINARIO SUL MICROCREDITO Seminario sulle pratiche di microcredito in Lombardia e le convenzioni di Mag2 organizzato presso il centro culturale Cascina Grande di Rozzano (Milano). In 10 anni la cooperativa finanziaria ha erogato 210 microcrediti a persone fisiche per un ammontare di circa 600.000 euro (60.000 euro in convenzione con il comune di Rozzano). www.mag2.it 15 gennaio PLYMOUTH (UK) MASTER OF ARTS IN SOCIAL BANKING AND SOCIAL FINANCE Scadono i termini per la presentazione della domanda di ammissione al master promosso dall’Institute for Social Banking e organizzato presso l’Università di Plymouth. www.social-banking.org/masters/

1 dicembre FORLÌ FUNDRAISING PER IL NONPROFIT E GLI ENTI PUBBLICI Scadono i termini per la presentazione della domanda di partecipazione al master organizzato presso la Facoltà di Economia di Forlì. Il costo totale di iscrizione è di 2.950 euro. I corsi si svolgeranno dal gennaio 2011 al gennaio 2012. www.unibo.it/Portale/Offerta+formativa /Master/default.htm

24 - 29 gennaio DARTFORD (UK) PRACTICAL LENDING TECHNIQUES FOR SME AND MFI CLIENTS Corso sulle pratiche di analisi e gestione del credito nei Paesi in via di sviluppo. Il programma di formazione è organizzato dalla Microfinance Association. www.microfinanceassociation.org

2 - 3 dicembre HONG KONG (CINA) MICROFINANCE INVESTMENT SUMMIT Esperti del settore mettono a confronto le proprie esperienze nel settore microcreditizio in Asia in queste due giornate di conferenza ad Hong Kong. www.microfinancesummits.com

25 - 26 gennaio SINGAPORE INVESTMENT AND INNOVATION IN MICROFINANCE Assicurare una crescita sicura nelle attività di microfinanza. È il tema al centro del convegno organizzato da Hanson Wade a Singapore. Tra le questioni affrontate anche il sovra indebitamento della clientela, un fenomeno che caratterizza spesso i mercati emergenti. www.microfinanceassociation.org

3 dicembre PARIGI (FRANCIA) ESG STRATEGIES FOR RESPONSIBLE INVESTORS |

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Basilea

La Maastricht della finanza dal cuore della finanza londinese Luca Martino

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LL’INDOMANI DI QUELL’EVENTO EPOCALE per lo scenario geo-politico europeo che fu la caduta del muro di Berlino,

sulle rive della Mosa, nella cittadina olandese di Maastricht, venne firmato il Trattato sull’Unione europea: una carta che doveva rappresentare il contesto fondativo di una nuova storia europea in tema di politica estera, sicurezza comune e giustizia. Un’opera complessa, articolata in tre pilastri, che, in tema di politica economica, obbliga da allora i Paesi membri a contenere il deficit di spesa entro il 3% del Pil e il debito entro il 60% del Pil. A distanza di quasi vent’anni, il fallimento sostanziale del Trattato può essere misurato in vari modi, ma basti ricordare che i quattro Paesi Ue membri del G7 hanno, negli ultimi 10 anni, sforato in media tali limiti un anno sì e un anno no (l’Italia 6 volte per il deficit e 10 volte su 10 per il debito). Qualche anno dopo la stipula del Trattato, sulle sponde svizzere di un altro fiume, il Reno, i banchieri centrali di mezzo Pianeta firmavano l’accordo di Basilea, una direttiva altrettanto complessa, anch’essa suddivisa in tre pilastri, che si proponeva di garantire la stabilità del sistema economico globale. La capacità patrimoniale delle banche viene da allora monitorata sulla base di un indice di controllo, di fatto unico: il patrimonio, da garantire per almeno metà con capitale proprio, deve essere superiore, in media, all’8% degli attivi, ponderati sulla base di criteri di stima del rischio, che le banche, che adottano sistemi cosiddetti “avanzati”, possono essenzialmente autocertificare, per fini autorizzativi, agli organismi di Vigilanza. In pratica, mentre per ogni 100 euro prestati a un ente governativo il patrimonio da detenere sarà nell’ordine di 1-2 euro, a fronte di 100 euro investiti in una più redditizia Le regole imposte attività di trading, questo potrà anche essere di 15-20 euro (realisticamente dai governatori a Basilea anche di più). A riprova del fallimento del complesso normativo di Basilea, costituiscono un argine basta ricordare il caso Lehman Brothers: prima di essere liquidata, la banca troppo fragile contro aveva un indice patrimoniale dell’11% e liquidità certificata per 42 mila gli tsunami che possono essere generati dalle crisi miliardi di dollari, ben di più anche dei più stringenti criteri di Basilea 3. La causa di tale disastro sta, da un lato, nella discutibile legittimazione del modello di business delle banche e nella debolezza dei regimi di supervisione, e, dall’altro, per stare alla composizione stessa degli indici di controllo, più nel denominatore, quasi sempre irrealistico, che nel numeratore. Sicché anche Basilea 3 rappresenta un argine piuttosto fragile agli tsunami che le crisi finanziarie possono generare e potrebbe anzi, oltre che frenare la ripresa dell’economia reale, aumentare paradossalmente il rischio finanziario sistemico. Infatti maggiore è il capitale richiesto dalle banche ai propri azionisti, maggiori sono i rischi affrontati per remunerarli. Ha ragione Tremonti: quei governi che, al prezzo di qualche anno di recessione e di una moratoria a tempo indeterminato dei parametri di Maastricht, hanno salvato le banche, gravandosi delle perdite dello shadow banking (quasi 400 mila miliardi di dollari - più del debito corrente della Grecia - quelle dei soli SiV, prodotti di cui molti politici ignoravano anche l’esistenza), avendo salvaguardato di fatto le vecchie regole dei mercati, hanno sancito il diritto alla speculazione. Senza i salvataggi, dicono, il sistema sarebbe crollato: può darsi, ma forse ci si sarebbe decisi a dare nuove regole ai mercati (“attraverso l’esperienza, la via più amara per agire secondo prudenza”, diceva Confucio). Oggi nulla fa pensare che altre crisi siano scongiurate, così come nulla fa pensare che molti Paesi Ue, tra cui l’Italia che pur poco ha speso per le banche, rispettino i parametri comunitari, con buona pace di Tremonti, che guarda a Basilea e non a Maastricht e se la prende con i banchieri, ma solo stranieri. todebate@gmail.com

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Lo sgombero dei campi rom. Il business della sicurezza >44 In arrivo la rivoluzione. L’economia verde si fa blu >48 Acqua in bottiglia o dal rubinetto. Coop sceglie il km zero >50

economiasolidale L’UNIVERSITÀ PREMIA MAG VERONA E UCODEP

ECCO IL CONTO ENERGIA PER IL PROSSIMO BIENNIO: INCENTIVI RIDOTTI MA NON TROPPO

VINO BIOLOGICO: IL REGOLAMENTO MANCA, PRIVATI FANNO DA SOLI

IN PIEMONTE L’ELETTRICITÀ SI PRODUCE CON IL LETAME

BUSTE DI PLASTICA: DAL 1° GENNAIO FINALMENTE VIETATE. INIZIA L’ERA DEL MATER-BI

GREEN WASHING PER DUE AZIENDE SU TRE

La Mag (Mutua per l’autogestione) di Verona e la Ong Ucodep sono tra i vincitori dei Goodwin Awards 2010, il primo premio nazionale istituito dalla facoltà di Economia dell’università di Siena, riservato alle imprese e alle organizzazioni che in Italia promuovono il benessere sociale. «L’obiettivo che ci ha guidato – spiegano i promotori del premio – è stato quello di far emergere l’azione delle realtà che si sono dimostrate capaci di coniugare il benessere sociale con l’imprenditorialità». Nel caso di Mag, nata nel 1978 per riunire quanti credevano nell’economia di solidarietà e nelle nuove forme del lavoro autogestito, è stato premiato l’impegno nel promuovere l’imprenditorialità sociale e aver offerto occasioni di lavoro e assistenza a persone migranti e alle fasce deboli della popolazione. L’Ong Ucodep è invece stata premiata nella categoria “No profit ed efficienza”. Alla base del premio il suo trentennale impegno nei settori dello sviluppo locale, della cooperazione decentrate e nella sperimentazione di strumenti innovativi per coinvolgere le popolazioni locali nei propri programmi. Il premio prende il nome da Richard Goodwin, matematico ed economista statunitense, a cui è stata dedicata la facoltà di economia dell’università di Siena, nella quale ha insegnato per oltre un ventennio.

Tagli del 18-20% agli incentivi e novità per quanto riguarda le categorie di impianti, limiti di efficienza, tempistiche burocratiche e documentazione. Dopo mesi di attesa e numerosi rinvii, è stato finalmente approvato dalla Conferenza unificata Stato-Regioni, il nuovo Conto Energia, il documento che disciplinerà, per il prossimo biennio, il sistema di bonus per l’installazione o per il rifacimento completo degli impianti fotovoltaici. I tagli ai bonus erano attesi e in effetti ci sono stati. Ma i produttori di pannelli fotovoltaici e le aziende dell’indotto hanno tirato un sospiro di sollievo perché non sono eccessivi o repentini. Innanzitutto, una buona notizia per chi ha già avviato la pratica: questi sono al sicuro dai tagli del 18-20% che si applicherà rispetto al Conto energia del 2007. Ulteriori riduzioni si avranno poi negli anni successivi, dal 6% in generale. Una diminuzione degli incentivi dovrebbe però essere bilanciata dalla riduzione dei prezzi degli impianti. La diffusione dell’uso di tali sistemi ha infatti determinato la diminuzione dei costi vivi di fabbricazione, mentre al contempo è aumentata la concorrenza e la tipologia di pannelli in commercio. I bonus contemplati dal Conto Energia 2011 hanno entità diversa a seconda che si parli di impianti solari fotovoltaici generici (categoria che racchiude la maggior parte dei sistemi) oppure di quelli a concentrazione o ancora di quelli integrati con caratteristiche innovative (che utilizzano moduli e componenti speciali, sviluppati specificatamente per integrarsi e sostituire gli elementi architettonici). Oltre al fotovoltaico, un occhio di riguardo viene serbato all’efficienza energetica: il Conto Energia prevede che gli impianti fotovoltaici operanti in regime di scambio sul posto e realizzati sugli edifici possano beneficiare di un premio aggiuntivo qualora siano abbinati ad un uso efficiente dell’energia.

Quando il pubblico latita, i privati fanno da soli. Qualche volta, questo non è un male. Non lo è, ad esempio, nel caso del vino, settore nel quale le associazioni europee di agricoltura biologica, tra le quali l’italiana Aiab, attendono da tempo l’approvazione di un regolamento europeo che stabilisca i criteri da rispettare perché un vino possa fregiarsi del titolo di “biologico”. «È iniziata la vendemmia che credevamo potesse svolgersi sotto il logo europeo, con tanto di regolamento sulla vinificazione e la foglia verde con le stelline sulle etichette del vino che andrà in bottiglia con la prossima primavera. Invece non sarà così: niente regolamento, niente logo europeo sulle etichette», denunciano da Aiab. Dopo mesi di stallo, i produttori hanno quindi rotto gli indugi, decidendo di supplire con disciplinari privati allo stallo del settore pubblico per arrivare a varare la “Carta europea per il vino biologico”. Ogni associazione nazionale di agricoltura biologica adeguerà quindi i propri disciplinari, adattandoli all’ultima bozza di regolamento proposta dalla Commissione europea. In questo modo puntano a creare un coordinamento e l’adozione di un testo comune. «Se tanti produttori aderiranno non solo si potrà finalmente riconoscere sul mercato chi applica l’approccio bio sia alla cantina sia al vigneto, ma forse riusciremo a convincere la politica a portare a termine il tanto travagliato regolamento».

“Dal letame può nascere un fior”, recitava De Andrè. Qui si parla di elettricità. Un po’ più prosaico, ma la sostanza non cambia poi molto: le deiezioni animali – termine tecnico per indicare le loro “cacche” – possono essere trasformate in energia elettrica. Ottenendo tre risultati: ridurre la dipendenza da fonti fossili, evitare l’emissione in atmosfera di anidride carbonica e risolvere i problemi di molti agricoltori che non sanno cosa fare degli escrementi dei loro animali. La storia proviene da un’azienda piemontese di Cuneo, la Marcopolo, svelata all’ultimo Forum dell’Informazione ambientale organizzato dall’associazione Greenaccord. Gettare troppo letame nei campi produce danni enormi perché li brucia. Gli impianti, inaugurati ad Alessandria e Vignolo, prendono quello in eccesso e lo inseriscono in un ciclo chiuso. Il letame è così trattato e trasformato (senza odori...) in energia elettrica per le case della zona. I due impianti piemontesi sono i primi di un pacchetto di venti. A regime, si produrranno 20 MW di energia elettrica, distruggendo ogni ora 5mila metri cubi di biogas ed evitando 70 tonnellate di CO2. Per la bolletta energetica nazionale, significherà un risparmio di 300 barili di petrolio al giorno. Una strategia che ha ottenuto il plauso anche degli ambientalisti: Legambiente l’ha inserita tra le politiche virtuose segnalate nel rapporto Comuni Rinnovabili 2010.

La via maestra per ridurre il numero di sacchetti della spesa rimane quella di utilizzare sporte di cotone e iuta, lavabili e riutilizzabili molte volte. Ma la notizia che arriva dal ministero dell’Ambiente è comunque positiva: dal primo gennaio, gli shopper di plastica saranno ufficialmente messi al bando. In questo modo l’Italia recepisce quanto previsto da tempo da una direttiva europea. Il pensionamento obbligatorio delle buste di plastica in realtà sarebbe dovuto scattare all’inizio di quest’anno, secondo quanto previsto dal comma 1130 della Finanziaria 2007, che introduceva il divieto di produrre e commercializzare sacchetti realizzati con materiali non biodegradabili. L’assenza però dei decreti attuativi ha giustificato lo slittamento di dodici mesi. Connesso con l’introduzione del divieto, il governo ha deciso di stanziare un milione di euro, destinato a verificare la distribuzione capillare delle nuove buste in Mater-Bi: sarà infatti questo materiale plastico, brevettato in Italia e derivante dal mais, a dover sostituire i tradizionali sacchetti. Esultano gli ecologisti: «Finalmente si corona la battaglia che noi abbiamo iniziato nel 2006. Adesso anche in Italia risparmieremo centinaia di migliaia di tonnellate di petrolio e un milione di tonnellate in plastica non si riverserà più nell’ambiente» commenta il senatore ambientalista Francesco Ferrante, responsabile Pd per le politiche contro i cambiamenti climatici. «Il provvedimento farà anche progredire la raccolta differenziata dei rifiuti organici, per la quale la biodegradabilità dei sacchetti è indispensabile», osserva Andrea Poggio, vicepresidente di Legambiente. Gli unici scettici sono i produttori di plastica riuniti in Unionplast: «Più che bandire i sacchetti in plastica, il governo dovrebbe introdurre incentivi per produrre sacchetti con una certa percentuale di plastica riciclata». Ma almeno questa volta, le loro pressioni sembrano destinate a rimanere inascoltate.

Si fa presto a dire “svolta verde”. Soprattutto quando si parla di aziende. Perché, nella maggior parte dei casi, di verde c’è solo una bella risciacquata alla propria immagine. La denuncia arriva dalla Greenbean, agenzia di comunicazione specializzata nei temi della sostenibilità, che, in una sua ricerca, ha analizzato le campagne di comunicazione lanciate negli ultimi due anni, miranti a qualificare come “ecologico” un marchio. In tutto sono stati studiati 83 casi di pubblicità che proponevano la sostenibilità come messaggio principale. Di queste, ben 53 (i due terzi) sono state bocciate come palesi casi di greenwashing. Lo sbaglio classico in cui incorrono i pubblicitari è enfatizzare una singola caratteristica “verde” di un prodotto, giudicandola sufficiente per inserirlo tra quelli degni dell’aggettivo “sostenibile”. Alquanto diffusa è anche l’abitudine di diffondere dati e informazioni presentandoli come “certificati”, nonostante non esista alcun soggetto indipendente ed esterno all’azienda produttrice ad aver valutato in tal modo il prodotto. Ai limiti (o forse oltre) del reato penale, infine, l’utilizzo di finti marchi “ecolabel” sulla pubblicità o sul prodotto. «Per consentire al consumatore di decidere liberamente servono messaggi trasparenti, verificabili e credibili» spiega il cofondatore di Greenbean, Alessio Alberini. «Solo così può aumentare la fiducia nei confronti delle aziende».

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DOVE SONO FINITI I FONDI PER I ROM?

Lo sgombero dei campi rom Il business della sicurezza di Cristina Artoni

«N

OI GITANI SIAMO COME LE NUVOLE. Non abbiamo diritti, né luce, né acqua. Ci hanno detto che ci cacceranno da qui, che finiremo in campi lontani dalla città. Che faranno di noi? Glielo dico io: ci metteranno in campi di concentramento moderni». Parlava così Hakia, giovane madre di sei figli, seduta all’aperto, nel centro del campo Casilino 900 di Roma. Era la primavera del 2008, aveva previsto e capito tutto. Il suo campo ora è diventato cenere. Le ultime baracche sono state rase al suolo lo scorso gennaio (la ricostruzione dello sgombero su: Il campo nomadi Casilino 900, sgomberato recentemente http://parking900.blogspot.com). Tutta la popolazione del più grande campo rom d’Europa dal Comune di Roma, era (circa 600 rom censiti, che vivevano in condizioni difficili) è stata spostata nelle strutture atabitato da 600 rom censiti. trezzate di Salone, via Candoni, via dei Gordiani e Camping River: centri video-sorvegliati, Roma, 2009 con tanto di recinzioni, guardiania armata e tessera magnetica. L’Italia (in particolare Roma e Milano), è stata Dal 1996 oltre 100 milioni di euro stanziati per le comunità l’apripista in Europa per una politica apertamente discriminatoria nei confronti delle comunità rom. Su di nomadi a Roma, ma i fondi per le politiche questa variegata popolazione si specula da tempo. Nel di integrazione sono finiti in operazioni corso degli anni i fondi stanziati per le politiche d’integrazione sono stati sistematicamente stornati verso di sicurezza. Intanto un progetto di autocostruzione dimostra operazioni di sicurezza. Il “piano nomadi” nella capiche si poteva spendere meno e avere delle case a norma. tale è l’esempio più strutturato di questa pratica.

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Frattini e Maroni per chiedere chiarezza sull’uso dei fondi. Per il periodo compreso tra il 2007 e il 2013 l’Unione europea ha predisposto uno stanziamento di 15 milioni e 321 mila euro all’Italia attraverso l’Fse (Fondo sociale europeo), principalmente per l’inclusione sociale dei soggetti svantaggiati. Le popolazioni Rom e Sinti, in particolare, dovrebbero essere coinvolte in una serie di iniziative previste dal budget Fse. Ma oltre ai fondi europei, precisano da EveryOne, «risulta che il governo abbia percepito negli ultimi tre anni consistenti

somme anche per quanto concerne il progetto Kne (Knowledge network estero), che intende garantire e migliorare i processi di integrazione e inclusione sociale dei migranti, giunti di Italia da non oltre 5 anni, tramite l’offerta di percorsi di formazione teorico-pratica di lingua italiana, orientamento civico e formazione professionale. Il Progetto, finanziato dal ministero dell’Interno e dal Fei (Fondo europeo per l’integrazione di cittadini di Paesi terzi), co-finanziato e realizzato dalla Camera di Commercio di Roma». Ma dove siano effettivamente finiti questi finanziamenti per ora non è dato saperlo.

ALESSANDRO IMBRIACO / CONTRASTO

L’ORGANIZZAZIONE PER I DIRITTI UMANI EveryOne (www.everyonegroup.com/it) ha effettuato uno studio sui fondi europei destinati a progetti indirizzati alle popolazioni rom. Dal 2007 a oggi il governo italiano e le amministrazioni locali hanno impiegato 91 milioni e 615 mila euro - oltre 83 mila euro al giorno - per sgomberare insediamenti rom di città medio-grandi. Nel conteggio sono esclusi i finanziamenti spesi per le operazioni contro i piccoli insediamenti abusivi. I senatori radicali Perduca e Poretti hanno presentato un’interpellanza parlamentare ai ministri

ISOLATI E SCHEDATI

I NUOVI CAMPI ROM SONO TAGLIATI FUORI DA TUTTO. Senza collegamenti con i trasporti pubblici, in aree perse nelle periferia e sottoposti a una stretta sorveglianza. Dopo le schedature degli anni passati, il Comune ha creato una tessera di accesso ai campi. Il Dast (Documento di autorizzazione allo stazionamento temporaneo) certifica la buona condotta e impegna il possessore ad alcuni obblighi, tra cui, la scolarizzazione dei figli e il pagamento di un canone per l’uso della piazzola. Il documento, che vale due anni (prorogabile per altri 24 mesi), riporta generalità, campo di residenza e foto dell’avente diritto. Viene rilasciato a tutti i residenti nei campi autorizzati che siano già in possesso di permesso di soggiorno o carta d’identità o che abbiano dimostrato la presenza sul territorio da almeno 10 anni. In queste condizioni secondo il Comune di Roma si sono gettate le basi per l’integrazione: «L’obiettivo - ha dichiarato l'assessore alle Politiche sociali di Roma, Sveva Belviso - è quello di rendere indipendenti i nomadi, attraverso progetti come Retis (rete di inclusione sociale) e grazie al lavoro dei presìdi socio-educativi presenti nei campi».

A Roma è “emergenza nomadi” La giunta Alemanno ha attuato il primo programma sviluppato attraverso i poteri speciali, previsti dal decreto governativo del maggio 2008, e ha dichiarato “l’emergenza nomadi”. Il che ha comportato l’avvio di una serie di sgomberi forzati di migliaia di rom e il trasferimento in campi costruiti fuori dal raccordo anulare. Per i prossimi mesi sono già in cantiere gli sgombe-

Sopra: immagini e volti dello sgombero del Casilino 900, il più grande campo rom d’Europa.

ri di altri 200 campi abusivi in cui vivono 2.500 persone, non solo rom. Il piano, applicato da luglio 2009, ha puntato al trasferimento di 6 mila persone (su 7.177 residenti nei campi, secondo un censimento considerato incompleto) in 13 campi definiti “villaggi”. Sette campi considerati “autorizzati” sono stati ampliati, mentre tre “tollerati” solo ristrutturati. Ed è stata pianificata la costruzione di altri due campi insieme a una “struttura di transito”. Il sindaco ha fissato a seimila il numero di rom che la capitale può recepire. Un calcolo che etichetta la popolazione rom come entità uniforme, quando in realtà si tratta di un mondo estremamente variegato, con provenienze molto diverse. In base a stime indipendenti a Roma abitano tra 12 mila a 15 mila persone appartenenti alla galassia rom. Circa 3 mila sono sinti italiani. Molti sono arrivati già negli anni Sessanta e provengono dalla ex Jugoslavia. Hanno il permesso di soggiorno e figli con la cittadinanza italiana. Molti hanno raggiunto l’Italia negli ultimi dieci anni dai nuovi stati membri dell’Unione europea, soprattutto dalla Romania. La maggior parte proveniva da alloggi permanenti e, unicamente a causa della precarietà economica, ha dovuto installarsi nei |

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| economiasolidale | to richieste sia alla prefettura che al dipartimento, ma non ci è arrivata risposta».

LA DERIVA FRANCESE

«IN FRANCIA LE ESPULSIONI NON SONO COMINCIATE il 5 agosto ma molto prima. Ora però assistiamo a una politica sistematica, è come se si fosse messa in moto una macchina per le espulsioni». Saimir Mile è presidente dell’associazione “La voix de roms” che lavora anche come agenzia di stampa sui temi legati alle comunità in Europa (http://la-voix-desrroms.agence-presse.net). Il presidente Nicolas Sarkozy lancia la sua “guerra” contro i rom a luglio, dopo gli incidenti scoppiati per l’uccisione da parte della polizia di un manouche, a Saint-Aignan, piccola città di provincia nella regione francese della Bretagna. Il 5 agosto, i prefetti ricevono una circolare dal ministero dell’Interno, con una precisa indicazione “etnica”, in cui si disponeva lo sgombero di 300 campi in tre mesi: “Massima priorità a quelli dei rom”. Da allora, le espulsioni verso la Romania e la Bulgaria, o piuttosto i cosiddetti “ritorni volontari” in cambio di 300 euro, si moltiplicano. «La cosa grave – continua Saimir Mile - è che l’Eliseo ha deciso di prenderci come obiettivo. È chiaro anche dalla terminologia scelta: smantellamento. È una parola che viene utilizzata quando si parla di reti criminali. Non si smantellano delle strutture precarie. Quando ci parlano poi di ritorni volontari, si tratta in realtà di persone che ricevono pressioni dalla polizia. Ci sono quindi molte irregolarità in queste operazioni decise da Parigi». Il prossimo passo, nelle intenzioni del governo Sarkozy, malgrado i duri richiami dell’Unione Europea, sarà creare uno schedario biometrico, dove verranno registrati dati sulle persone che ricevono l’aiuto di 300 euro, in modo che non lo ricevano due volte.

Volti e luoghi del campo Casilino 900, ex abitazione di centinaia di nomadi “romani”.

campi della Capitale. Una condizione che è perdurata nel tempo e che ha creato ulteriore marginalità.

Piovono milioni sugli sgomberi Ma alla necessità di un superamento della realtà dei campi le amministrazioni hanno risposto con sgomberi a tambur battente, utilizzando finanziamenti milionari: «Il dipartimento Servizi sociali ha speso 15 milioni di euro in sorveglianza», spiega Francesco Careri, docente alla facoltà di Architettura dell’università di Roma Tre e fondatore di Stalker/Osservatorio Nomade. «Il budget della prefettura è addirittura di 23 milioni, sempre per il medesimo utilizzo. Sono tutti finanziamenti che arrivano dal Piano sicurezza del ministero degli Interni, insieme probabilmente a fondi della Regione. Fondi finiti alle voci “ristrutturazione, nuovi campi e bonifiche”. Questi calcoli li abbiamo dedotti dopo molte ricerche, perché non ci sono documenti ufficiali sui costi del Piano nomadi. Abbiamo manda-

Secondo alcune stime il dipartimento ai Servizi Sociali ha speso 15 milioni di euro solo per garantire la sorveglianza | 46 | valori |

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L’autocostruzione costa meno Il collettivo Stalker, che da anni lavora con le comunità Rom aveva realizzato nel campo di Casilino 900 un progetto di auto-costruzione: una grande casa in legno costruita collettivamente e ribattezzata “Savorengo Ker” (bruciata per cause mai accertate nella notte dell’11 dicembre del 2008, dopo 5 mesi dalla sua costruzione). Costata quanto un container, la casa aveva dimostrato la possibilità di applicare alle conoscenze e alla cultura del popolo rom, la tecnologia che permette di avere case a norma. Alla luce di questa esperienza, Francesco Careri rilancia: «Abbiamo fatto un calcolo semplice: secondo i costi dell’edilizia pubblica una casa a Roma costa 1.200 euro al metro quadrato. Come ha dimostrato Savorengo Ker, con l’auto-costruzione i costi si abbattono e per una casa si spendono 600 euro al metro qua-

drato. Con il budget speso per gli sgomberi si poteva garantire una casa per tutti i 6 mila rom, cioè a coloro che Alemanno ha autorizzato a restare a Roma e dintorni». Nella capitale è dal 1996 che vengono stanziati cospicui finanziamenti per le comunità rom. Più di un centinaio di milioni di euro che si sarebbero potuti trasformare in alloggi stabili. Aveva iniziato la giunta Rutelli con l’ordinanza n.80 del 23 gennaio 1996. Nel documento l’amministrazione capitolina aveva fissato un numero chiuso per le presenze nei campi. Da allora il Comune ha speso 10 milioni di euro l’anno per la gestione dei campi sosta. La cifra, secondo i bilanci, comprende: il servizio di pulizia e ritiro rifiuti da parte di Ama, l’azienda municipalizzata; il pagamento di utenze per acqua e elettricità; la gestione del campo e i lavori di manutenzione. Oltre a queste spese si devono aggiungere 3 milioni di euro annuali per il cosiddetto settore sociale. Ma i finanziamenti sono andati a voci ben diverse da quelle sociali.

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Il collettivo Stalker aveva invece avviato un progetto di autocostruzione per dotare il campo di una grande casa

OBIETTIVO INTEGRAZIONE E ISTRUZIONE “LA RISPOSTA SBAGLIATA” IL RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL, presentato nel marzo del 2010, è stato il segnale che forse il silenzio, calato per troppo tempo sulla condizione dei rom nella capitale, sarebbe finito. Di fronte a una politica fatta di sgomberi forzati e segregazione, l’organizzazione per i diritti umani ha presentato un documento in cui, già a partire dal titolo, esprimeva un giudizio severo: “La risposta sbagliata: il piano nomadi viola il diritto all’alloggio dei rom a Roma”. Nel rapporto emerge chiaramente che non vi è stata nessuna effettiva consultazione dei rom interessati dal piano. Gli abitanti dei campi non hanno potuto scegliere in quale area andare e tantomeno poter aspirare a un alloggio permanente. Nel corso dei mesi Amnesty ha raccolto 15 mila firme (la campagna su www.iopretendodignita.it) contro la politica del Comune di Roma. Ora qualche piccolo risultato sembra arrivare, come spiega Giusy Dalconzo, coordinatrice campagne e ricerca sui diritti umani in Italia di Amnesty International: «Abbiamo notato che le istituzioni hanno iniziato a dialogare con le persone

nei campi e questo è importante. Quello che ancora non funziona è che per ora il progetto resta di sostanziale segregazione abitativa. In tutto il piano si parla solo di campi e non di soluzioni alternative come l’accesso agli alloggi pubblici. Di fatto se guardiamo la cartina di Roma vediamo che tutta l’operazione si basa su una forza centrifuga, fuori dal raccordo. A questo si aggiungono gli sgomberi dei micro-campi. Si tratta di circa 200 insediamenti. Non sappiamo al momento se queste operazioni rientrino o meno nel piano nomadi e se gli abitanti saranno destinatari di nuovi posti o no». DIRITTO ALL’ISTRUZIONE ADDIO Il rapporto di Amnesty lega la questione abitativa all’integrazione. Il problema ricade soprattutto sui bambini che da anni frequentavano le scuole nelle aree vicino ai campi: «Con gli sgomberi forzati le carriere scolastiche sono state interrotte - sottolinea Giusy Dalconzo -. È una delle preoccupazioni più grandi emerse dagli abitanti dei campi, che vedevano i primi risultati dell’integrazione dei loro figli. Lo sgombero lascia poco spazio

e vanifica i passi precedenti». Sulla questione rom l’aspetto dell’istruzione è uno dei più oscuri. Secondo il collettivo Stalker/Osservatorio Nomade lo scorso anno per la scolarizzazione dei bambini e dei ragazzi dei campi rom lo stanziamento era di due milioni di euro. I bimbi in età scolare sono, però, duemila e molti di loro sono stati privati del diritto allo studio. Gli sgomberi del Piano nomadi di Roma si sono dimostrati un’evidente violazione dei minori rom. Lo dimostra l’associazione “21 luglio” (www.21luglio.com), che ha presentato i dati di una breve ricerca condotta sui 247 minori in età scolare sgomberati dal Casilino 900 nei primi mesi del 2010. Secondo l’inchiesta, nell’anno scolastico 2009-2010 almeno 37 minori rom iscritti alla scuola dell’obbligo hanno dovuto interrompere il loro percorso scolastico a causa dello sgombero; più di 70 bambini hanno invece dovuto sospendere la frequenza scolastica per un periodo superiore ai due mesi. È la conseguenza di un progetto che si basa sulla “segregazione abitativa” secondo la stessa denuncia dell’Onu.


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In arrivo la rivoluzione L’economia verde si fa blu L’economista Gunter Pauli dubita della sostenibilità della green economy. Perché, sebbene orientata alla responsabilità, si basa sulle “vecchie” regole che governano l’economia globale. Serve un nuovo approccio, “naturale”.

L

A CRISI FINANZIARIA GLOBALE HA MESSO in luce le storture del modello di sviluppo che ha governato le economie di tutto il mondo dal dopoguerra a oggi. Quella che ci è stata imposta è una crescita che, via via, ha asdi Andrea Barolini sunto un carattere di totale autoreferenzialità: crescita per la crescita, e non crescita per il benessere. Risultato: il Pil mondiale è passato dai 6.600 miliardi di dollari del 1950 ai 69 mila miliardi del 2008. Ma miliardi di persone ancora convivono con fame, sete, guerre e povertà. Per questo l’economista Gunter Pauli si chiede se nuove forme di economia, anche socialmente e ambientalmente responsabili, possano costituire una soluzione, se applicate “sul” sistema di sempre. Nel suo libro “Blue Economy” (appena uscito in Italia, pubblicato da Edizioni Ambiente), quello che propone è infatti un passo avanti. Di più: un vero cambiamento di paradigma. Non più un green new deal, che ha costi difficilmente conciliabili con il downturn del sistema economico globale. Bensì il passaggio, appunto, alla blue economy: un sistema nuovo, basato sull’efficienza e sugli insegnamenti che la natura ci offre. Pionieristico, filosofico. Ma non per questo astratto né utopico.

Un nuovo paradigma “Il modello di green economy - spiega l’autore nella prefazione - ha richiesto alle imprese di investire di più e ai consumatori di spendere di più, per ottenere la stessa cosa o anche meno, preservando l’ambiente. Ciò era già arduo durante il periodo d’oro della crescita economica, ma ha poche speranze in un periodo di crisi”. Nella blue economy, invece, lo scopo non è investire di più nella tutela dell’ambiente, bensì spingersi verso la rigenerazione, “affinché tutti possano beneficiare dell’eterno flusso di creatività, adattamento e abbondanza della natura”, scrive Gunter Pauli. Il progetto è più che ambizioso: basta uno sguardo alla copertina del volume, che parla di “10 anni, 100 innovazioni, 100 milioni di | 48 | valori |

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posti di lavoro”, per capirlo. Una vera e propria rivoluzione. Pauli presenta numerosi esempi concreti (vedi SCHEDE ), che declinano la teoria in pratica. “Il mondo naturale, in tutto il suo splendore e la sua ricchezza, ha già risolto molte delle sfide che la sostenibilità ci pone, in modi sorprendenti, ingegnosi e a volte contro-intuitivi”, spiegano nel libro Achim Steiner, sottosegretario Onu e direttore esecutivo dell’Unep (il programma per l’Ambiente della Nazioni Unite) e Ashok Khosla, presidente dell’Iucn (Unione mondiale per la conservazione della natura). L’esperienza di Pauli ne è testimonianza diretta: “Cominciai a lavorare con Ecover, industria produttrice di detergenti biodegradabili con sede in Europa. Quando persino i maggiori produttori adottarono i nostri componenti biodegradabili - gli acidi grassi dell’olio di palma come principale sostituto industriale a tensioattivi petrolchimici, ci fu un’impennata della domanda. Ciò spinse molti coltivatori, specialmente in Indonesia, a convertire vaste distese di foresta pluviale in colture di palma. Distruggendo la foresta, si è perso anche gran parte dell’habitat dell’orangotango. Pertanto ho imparato con mio grande disappunto che la biodegradabilità e la rinnovabilità non equivalgono a sostenibilità”. Ritornando a essere parte consapevole di un ecosistema, invece, “si potrà avere accesso a molte più materie prime locali a basso costo di quanto sia possibile immaginare, e moltiplicare le iniziative imprenditoriali creando una nuova occupazione diffusa, rispettosa del territorio e della dignità delle persone”, aggiunge Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, azienda italiana leader nella chimica sostenibile e produttore del Materbi® (plastica vegetale a base di amido di mais). La blue economy, quindi, non è solo una strategia. È un sistema. Basato sulla diffusione “a cascata” degli ecosistemi. Pensato per un Pianeta di 6,8 miliardi di individui, che ne ospiterà oltre 9 entro il 2050. Il cui “Nord” è contaminato da un’insaziabile fame di consumi materiali.

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COME FARE? COPIAMO DA MADRE NATURA ECCO ALCUNI ESEMPI, PROPOSTI NEL VOLUME BLUE ECONOMY, di Gunter Pauli, di come natura, ecosistema locale e sviluppo sostenibile possano creare occupazione, ricchezza e, soprattutto, benessere diffuso. Il libro contiene decine di esempi di questo genere: dallo sfruttamento delle capacità agricole di termiti e formiche, al controllo delle temperature mutuato dalle zebre; dalle doti strabilianti della welwitschia, pianta del deserto capace di vivere duemila anni senza acqua, agli adesivi senza colla mutuati da gechi e semi di bardana, fino all’energia elettrica “wireless” delle balene. E ancora soluzioni per prevenire gli incendi, per avvalersi di battericidi naturali o per costruzioni in armonia con la natura. Ma soprattutto una serie di linee guida per l’applicazione imprenditoriale, concreta, dei principi della blue economy.

1 RECUPERARE L’ACQUA COME I COLEOTTERI Si pensi a un sistema di raccolta dell’acqua sul modello di quello del coleottero tenebrionide del deserto del Namib. Questa ingegnosa creatura vive in una zona dove cadono appena 1,27 cm d’acqua l’anno. Nonostante ciò riesce a immagazzinare acqua dalle nebbie mattutine portate dai forti venti. Recentemente, alcuni ricercatori hanno creato una superficie che riproduce le protuberanze idrofile (che trattengono acqua) e i piccoli avvallamenti idrorepellenti (che respingono acqua) presenti sulle ali del coleottero. Tale superficie permette all’insetto di raccogliere e convogliare minuscole gocce d’acqua, più sottili di un capello umano. Si sono condotti esperimenti utilizzando la tecnica del coleottero per catturare il vapore acqueo dalle torri di raffreddamento. Da alcuni test iniziali è emerso che questa invenzione spettacolare può recuperare fino al 10% dell’acqua perduta, riducendo l’effetto isola di calore e abbassando i costi energetici degli edifici circostanti. Secondo alcune stime, ogni anno si costruiscono circa 50 mila nuove torri di raffreddamento ad acqua e le più grandi perdono 500 milioni di litri d’acqua al giorno. 2 L’ALLEVAMENTO “BLUE” IN BENIN Nel Benin, un sistema innovativo per l’allevamento e la lavorazione degli alimenti riproduce il modo in cui l’ecosistema sfrutta un ciclo di nutrienti “a cascata”. I rifiuti animali dal mattatoio vengono smaltiti in un allevamento di vermi destinati a pesci e quaglie; il biogas fornisce elettricità e le piante purificano l’acqua. Il progetto rappresenta un microcosmo della blue economy. Per ogni dollaro, euro, rupia o yuan generato, si producono reddito, mezzi di sussistenza e sicurezza alimentare, riciclando e riutilizzando i rifiuti. Attualmente, 250 lavoratori sono occupati in questo settore, ma il potenziale è di ben 500 mila posti, se tale modello fosse

utilizzato in tutti i mattatoi africani (e 5 milioni se applicato a livello mondiale).

3 LA PLASTICA DAI RIFIUTI DELLE CUCINE Durante la presidenza di Hiroyuki Fujimura, l’azienda giapponese Ebara Corporation iniziò la sua odissea alla ricerca di una strategia a emissioni zero che non generasse rifiuti. Tutto – persino gli scarti – doveva generare, infatti, valore. La Ebara finanziò e sostenne il professor Yoshihito Shirai del Kyushu Institute of Technology nella ricerca di soluzioni per la produzione di plastiche avvalendosi della logica dell’energia e dei nutrienti a cascata. Fu così messo a punto un procedimento che trasforma l’amido raccolto dai rifiuti alimentari dei ristoranti in acido polilattico utilizzando un fungo, a temperatura pressoché ambiente. In pratica si è elaborato un sistema per creare plastiche dai rifiuti delle cucine. 4 LA SAVANA RIFORESTATA CON UN FUNGO Quando Paolo Lugari, colombiano figlio di un marchese italiano, propose di riforestare la savana del Vichada in Colombia ricreando il suo originale stato di foresta pluviale, nessuno lo credeva possibile, sulla base dei dati scientifici disponibili all’epoca. Un tratto di savana sulla sponda occidentale del fiume Orinoco non aveva alcun valore poiché il pH del terreno era basso, l’acqua non era potabile ed era difficilmente accessibile via aria, acqua e terra. Chi ne avrebbe acquistato anche una minima parte? Il terreno fu acquisito tramite assegnazioni che costavano circa 6 dollari per ettaro. Lugari si avvalse di un metodo creativo per rigenerare l’arida e spoglia savana: tutto poggia su quella che i botanici chiamano “micorrizia”, l’unione simbiotica fra un fungo e le radici di una pianta. Se messo a dimora in un substrato ricco di fungo Pisolithus tinctorius, infatti, il piccolo pino dei Caraibi (Pinus caribaea) crea una zona d’ombra che protegge terreno e radici dai raggi ultravioletti del sole. Sebbene lo stress da calore |

rimanga elevato e provochi una copiosa caduta di aghi di pino, con grande sforzo i pini riescono a raggiungere la maturità grazie al prezioso nutrimento offerto dal fungo. Il tappeto di aghi di pino aumenta il contenuto d’umidità del terreno, trattenendo simultaneamente detriti in decomposizione che altrimenti sarebbero spazzati via dall’acqua.

5 IL BIOSISTEMA INTEGRATO NEL NEW MEXICO Ogni anno numerosi incendi spontanei devastano vaste zone degli Usa occidentali. L’ente adibito alla gestione del territorio del Nuovo Messico ha ottenuto una concessione dal governo federale per retribuire la rimozione del legname di piccolo diametro (fino a circa 18 cm) dai territori dei Pueblo Picuris. Ma sia che si incenerisca o che si depositi in discarica, lo smaltimento di questi detriti contribuisce al carico di carbonio nell’atmosfera. Si è così proposta un’alternativa, collaborando con gli anziani del luogo. Di lì a poco si asportò il legname di piccolo diametro, riducendo il rischio di incendi nella foresta. Si mise a seccare il legname tagliato per poi collocarlo in un container riciclato di circa 120 metri per sottoporlo a un processo di combustione incompleta limitando i fumi. Trasformandolo così in carbonella. Però, per onorare le tradizioni del Pueblo fu necessario eliminare le piste tracciate nella foresta dal passaggio dei veicoli adibiti al disboscamento. S’iniettò così una spora di fungo autoctono nel pacciame ottenuto dal legname di piccolo diametro e poi si stese il tutto sulle piste. Straordinariamente, a soli due anni di distanza, le tracce erano completamente scomparse. I membri delle tribù locali raccolgono inoltre i funghi come cibo, mentre i rifiuti dei funghi stessi, ricchi di aminoacidi, servono da materia prima per le mandrie di bisonti. La carne di bisonte rifornisce, infine, il mercato locale. Un biosistema completo e integrato. ANNO 10 N.84

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Acqua in bottiglia o dal rubinetto Coop sceglie il km zero La campagna Coop rilancia l’acqua del rubinetto o le bottiglie che fanno meno strada. Insorgono i produttori per difendere un business da 3 miliardi l’anno, che pesa sulle tasche degli italiani 234 euro per ogni famiglia.

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NO SPOT PUBBLICITARIO con uno dei volti televisivi più ama-

ti dagli italiani, Luciana Litizzetto; una campagna che contemporaneamente aiuta l’ambiente, educa i consumatori e li fa risparmiare; un affronto (anche se di Elisabetta Tramonto chi ha lanciato il guanto nega ogni intenzione battagliera) ai grandi marchi dell’acqua. Protagonista di questa serie di “buone azioni” è Coop, che lo scorso 7 ottobre ha lanciato “Acqua di casa mia”, una campagna di comunicazione - costata all’azienda 1 milione di euro - per incentivare il consumo di acqua del Nello spot televisivo Luciana Litizzetto rubinetto o, almeno, di bottiglie che abbiano fatto poca percorre chilometri, strada. Per inquinare meno (e spendere meno). tra strade sterrate e traffico cittadino, Una campagna che ha pestato i piedi ai colossi delper portare un bicchiere l’acqua in bottiglia (un mercato da 3 miliardi di euro aldi acqua di fonte fino a casa e scoprire che, l’anno in Italia, una torta contesa tra 321 aziende imaprendo il rubinetto, bottigliatrici), la cui reazione non si è fatta attendere. sarebbe stato tutto più facile. La cartina, Mineracqua, la federazione italiana dei produttori di acesposta nei que minerali, ha risposto con una campagna pubblicisupermercati, mostra da dove arriva l’acqua. taria (che sostiene fosse in programma da tempo) al griCARA BOTTIGLIA QUANTO MI COSTI?

L’ACQUA COSTA CARO, all’ambiente e alle nostre tasche. In media un italiano ne beve 195 litri in bottiglia all’anno (siamo i maggiori consumatori in Europa e terzi nel mondo dopo Emirati Arabi e Messico). La rivista Altroconsumo, ipotizzando un costo medio al litro di 30 centesimi, ha calcolato una spesa annua di 234 euro per l’acqua minerale per una famiglia di 4 persone (dati Istat 2008). Lo stesso nucleo familiare, se bevesse quella del rubinetto, risparmierebbe 600 volte. Analogo discorso per l’ambiente. Per trasportare l’acqua ogni anno si muovono 480 mila tir (messi in fila farebbero un viaggio andata e ritorno RomaMosca). «Il trasporto su gomma di 100 litri d’acqua per 100 km produce oltre 10 chili di emissioni di anidride carbonica», spiega Aldo Soldi, presidente di Ancc-Coop. «Con l’acqua di rubinetto per ogni 100 litri si immettono in atmosfera 0,04 kg di CO2, 250 volte di meno».

do di: “Acqua minerale. Molto più che potabile”, insistendo sul fatto che “l’acqua in bottiglia è pura all’origine, non è trattata, è impossibile trovare tracce di cloro o suoi derivati. È imbottigliata alla sorgente e, quando la sorgente non è attaccata agli impianti, in quel tratto scorre in condotte di acciaio inossidabile, non di cemento o plastica come quella del rubinetto”. Dal canto suo Coop propone un dossier scientifico, curato da Alessandro Zanasi, direttore del Museo nazionale delle acque di Verbania, in cui spiega che l’acqua del rubinetto è buona (senza peraltro criticare la minerale). Oltre ad aver fatto arrabbiare i produttori di minerale, Coop si ritroverà anche con qualche entrata in meno. Ogni anno nei super e ipermercati vende 600 milioni di bottiglie, per un valore di 200 milioni di euro. Con questa operazione ha messo in conto di perdere il 10% del “mercato”. Una scelta suicida? L’azienda garantisce che si tratta di «un investimento a lungo termine» e che lo scopo finale è avere «un consumatore attento all’ambiente, informato e consapevole, che magari sceglie di bere dal rubinetto, ma se preferisce la minerale può orientarsi sul km 0». C’è, invece, chi sostiene che alla fine Coop ci guadagnerà. Perché in un supermercato lo spazio occupato dai prodotti è prezioso e l’acqua è ingombrante sugli scaffali e ha bassi margini per chi la vende. Chi pensa male sostiene che, sotto sotto, se anche qualche marchio di acqua, come reazione alla campagna, dovesse ritirare le proprie bottiglie dai supermercati Coop, potrebbe anche essere un guadagno per l’azienda, perché avrebbe più spazio per prodotti a maggior valore aggiunto. Non solo. I critici

MINERALE O RUBINETTO ENTRAMBE BUONE

LE CAMPAGNE A SOSTEGNO DELLA BROCCA

ESISTONO NORME RIGOROSE PER ENTRAMBE. Il dossier scientifico redatto da Coop (disponibile sul sito www.e-coop.it) lo dice chiaramente. L’acqua minerale è regolamentata da una speciale normativa (il D.Lgs 105/92 e successive modifiche), che identifica con precisione le sue caratteristiche: “L’acqua minerale deve essere già pura all’origine, perché non può essere sottoposta ad alcun tipo di trattamento risanante, deve quindi mantenere inalterate le sue naturali caratteristiche originarie ed essere imbottigliata così come sgorga”. L’acqua pubblica è uno dei settori più vigilati e controllati. A garantirne la qualità sono le migliaia di verifiche effettuate ogni anno dalle Asl, dal sistema Arpa (Agenzie regionali protezione e ambiente) e dai gestori del servizio idrico utilizzando i parametri previsti dalla legge (circa 60 criteri). I controlli però arrivano solo fino all’allaccio con le singole utenze, da lì in poi spettano all’amministratore del condominio. Ma è possibile anche verificare da soli la qualità dell’acqua che esce dal rubinetto. Il gruppo di ricerca italiano ZooPlantLab dell’università Milano-Bicocca ha sviluppato ImmediaTest, un kit fai-da-te per misurare alcuni dei parametri chimici più significativi dell’acqua. Si può acquistare sull’apposito sito internet o nei punti vendita indicati. www.immediatest.com

LA PRIMA CAMPAGNA per incentivare il consumo di acqua del rubinetto è stata “Imbrocchiamola”, lanciata tre anni fa da Legambiente e dal mensile Altreconomia. Una denuncia dell’inquinamento prodotto dalle bottiglie d’acqua, per il trasporto su strada e la plastica dei contenitori. Sul sito www.imbrocchiamola.org l’elenco dei ristoranti che, su richiesta, accettano di servire acqua del rubinetto e quelli che invece si rifiutano. Su questa scia sono arrivate molte altre iniziative. C’è la campagna “Acqua di rubinetto? Si grazie!” lanciata da Legambiente e Federutility, a cui hanno aderito 25 aziende locali, tra cui anche Hera, Smat, Acea o Mediterranea delle Acque, con bacini di utenza che comprendono grandi città come Bologna, Torino, Roma e Genova. Queste aziende hanno accettato di effettuare prelievi dei campioni per le analisi con una frequenza più alta di quella prevista per legge, in alcuni casi con cadenza giornaliera. E rendono disponibili i risultati delle analisi tramite i propri siti internet, le bollette, la stampa locale e le “etichette dell’acqua potabile”. ai cittadini e con altre iniziative. C’è poi “Imbrocchiamoci”, partita nel 2008 da Venezia per difendere l’acqua del rubinetto: sana, controllata, meno costosa. L’esperienza veneziana ha fatto da apripista all’adesione di altri Comuni in Veneto, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna. puntano il dito anche contro il fatto che, in corrispondenza del lancio della campagna, Coop ha anche iniziato a vendere una caraffa filtrante per l’acqua del rubinetto e ha introdotto due nuove fonti di approvvigionamento per l’acqua a marchio Coop. Alle due già esistenti - sorgente Grigna a Lecco e monte Cimone a Modena - si sono aggiunte Valcimoliana a Pordenone e Angelica a Perugia. E una quinta è in arrivo al Sud. Una maggiore offerta, che permette, però, di ridurre del 12% la distanza media che le bottiglie percorreranno per arrivare ai supermercati: 235 mila km e 388 mila kg di anidride carbonica in meno. Che dire? Coop avrà certamente fatto i suoi calcoli e non si sarà certo imbattuta in un’operazione kamikaze. Ma ciò non toglie che si tratti di una campagna coraggiosa, che porta avanti un messaggio importante. L’acqua è preziosa. Bisogna essere consapevoli dell’inquinamento che comporta farla arrivare sugli scaffali dei supermercati, del business che c’è dietro ad ogni bottiglia e del peso sul portafoglio degli italiani.

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I CONSUMI DI ACQUA IN BOTTIGLIA IN EUROPA

195 156,8

150,9

LITRI PROCAPITE ALL’ANNO

135,2 118

ITALIA

GRECIA

GERMANIA

SPAGNA

100 LITRI DI ACQUA IN BOTTIGLIA SE VIAGGIANO PER 100 KM (SU TIR) EMETTONO 10 KG DI ANIDRIDE CARBONICA (CONSIDERANDO IMBOTTIGLIAMENTO E TRASPORTO) 0,04 KG CO2 | 50 | valori |

10 KG CO2

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32,4 REGNO UNITO 100 KM

L’ACQUA INQUINA

100 LITRI DI ACQUA DAL RUBINETTO CHE PERCORRONO LA MEDESIMA DISTANZA EMETTONO INVECE 0,04 KG DI ANIDRIDE CARBONICA ANNO 10 N.84

FRANCIA

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LA CITTA DELL’ALTRAECONOMIA A RISCHIO CHIUSURA Un terreno di cinquemila metri quadrati, vicino al nuovo ospedale di Coppito, ospita 17 realtà del terzo settore, volontariato, associazionismo. Una piazza composta da container, prefabbricati e casette di legno, costruito con raccolte fondi autonome o con strutture inviate dalla Protezione Civile.

L’Aquila più equa e solidale trasloca in periferia

scriviamo, a inizio ottobre 2010, la previsione è che il completamento degli allacci di acqua e corrente elettrica – il cui costo si aggira intorno ai 15 mila euro – avvenga entro la fine del mese.

Costi e benefici

Ne L’Aquila del post-terremoto si riattiva il Terzo settore. E le attività culturali nella neonata Piazza delle associazioni. Intanto purtroppo a Roma la Città dell’Altra Economia potrebbe chiudere i battenti.

«C

ERCASI... DOSI MASSICCE DI SPERANZA. Astenersi perditempo». Così recita una scritta a pennarello aggiunta su un cartello appeso a una rete di recinzione. Un messaggio semplice, posto al limitare di una delle tante zone di Corrado Fontana de L’Aquila, transennate in previsione dei lavori di ricostruzione. Dice tutto sulla situazione, o meglio, sul sentimento diffuso tra gli aquilani. Il dopo terremoto, infatti, è tutto un cantiere o l’attesa di un cantiere. Non nel centro storico, però, perché lì perlopiù si puntellano gli edifici catalogati come B, C e D (cioè quelli temporaneamente inagibili o parzialmente agibili, e quelli ancora inagibili, ma da valutare dopo approfondimenti; vedi Valori di dicembre 2009) oppure, per evitare cedimenti non controllati, quelli di categoria E ed F (cioè semplicemente inagibili o inagibili per rischio esterno, come, ad esempio il pericolo di crollo di un edificio adiacente), anche perché la neve è alle porte. Nelle periferie create ex-novo dopo il sisma, invece, la quotidianità delle persone ha ripreso una certa vivacità, soprattutto laddove si è riattivata la rete dell’associazionismo locale e del mondo del Terzo Settore.

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È ANCORA “MURO CONTRO MURO” tra la giunta capitolina e le realtà del Terzo settore, riunite nel Consorzio che gestisce attualmente la Città dell’Altra Economia di Roma, uno dei primi spazi in Europa interamente dedicato alle pratiche economiche alternative. Il Campidoglio ha infatti confermato che il 30 novembre scadrà la proroga del diritto delle attuali cooperative e imprese sociali di rimanere all’interno degli spazi dedicati al progetto. E ha ribadito che a breve saranno pronti i bandi per assegnarli a “imprese della filiera agricola e biologica e alle nuove tecnologie per l’ambiente e l’energia”. In pratica un modo per ridurre la portata innovatrice della Città dell’Altra Economia a solo due ambiti: agricoltura ed energie rinnovabili. «Adesso è quindi chiara la decisione del Comune di Roma, maturata già da tanto tempo e da noi più volte denunciata, di ignorare volontariamente il precedente bando non dando continuità al progetto Città dell'Altra Economia», ha denunciato il Consorzio. Che ha quindi lanciato un appello contro la scelta del sindaco Alemanno di far venire meno “quella vetrina che fino ad oggi ha mostrato ai visitatori, in un solo colpo d’occhio, tutto l’articolato sistema di attività sulle quali poggia l’altra economia”. L’appello è sottoscrivibile al sito www.cittadellaltraeconomia.org.

Associazioni in piazza Ora si chiama Piazza delle associazioni, ma presto potrebbe essere ribattezzata Piazza d’arti. A vederla appare come una spianata di cemento armato ancora spoglia, se non fosse per una serie di costruzioni che vanno dal singolo container, grigio e indistinguibile da altri mille, ai prefabbricati di maggiori dimensioni realizzati in legno o ad alcuni agglomerati di casette con aspetto moderno in color aragosta. L’idea di ridare vita al tessuto associativo e culturale della città è apparsa urgente a molti subito dopo il sisma del 6 aprile 2009, tanto che già a maggio fu chiesto al Comune un terreno dove poter insediare 16 associazioni. Purtroppo dall’idea alla realtà il passo non è stato così breve, né così semplice, tanto che, fino ad aprile scorso, la difficoltà è stata proprio nella ricerca di un terreno, visto che quello assegnato inizialmente presso il campo di Centi Colella venne negato all’improvviso il primo giorno in cui le ruspe cominciarono a lavorarci. Da lì il progetto si è trasferito vicino al nuovo ospedale di Coppito, su un terreno di 5 mila metri quadri dove oggi sono insediati 17 soggetti, tra enti culturali e realtà del volontariato e dell’associazionismo. Mentre

A condizionare la realizzazione della Piazza delle associazioni è soprattutto la caccia alle risorse economiche. Mentre i 150 mila euro per lavori di urbanizzazione primaria sono giunti grazie a un finanziamento della Protezione civile (a cui si sono sommati 20 mila euro della Provincia), a ciascuno dei soggetti partecipanti al progetto è toccato organizzarsi in modo autonomo per procurarsi una “vera casa” dove stare: i più forti hanno generalmente attinto da una raccolta fondi tra i propri amici e soci per pagare i 400-500 mila euro necessari ad acquistare container, prefabbricati o case legno piuttosto ampi (tra 80 e 120 mq) e funzionali; per le sei associazioni più piccole è invece arrivato un container grigio da 25 mq, sempre dalla Protezione civile. Del resto il progetto rimane ambizioso: quando tutto sarà a regime, la piazza ospiterà un teatro (Artisti aquilani e Teatrabile), un museo (Mu.Sp.A.C., Museo sperimentale d’arte contemporanea), una biblioteca (Bibliobus), un circolo culturale (Querencia), gli uffici di Arci L’Aquila, Csi, Crocevia e Legambiente, cinque sportelli informativi per famiglie e migranti (Ricostruire insieme, Solisti aquilani, Genitori si diventa, Arci servizio civile), tre centri diurni per disabili (Aptdh, Comunità XXIV Luglio, Aism), due centri per minori e adolescenti (CNGEI, GsD) e una bottega del commercio equo e solidale (Il Sicomoro). Per il momento, come dimostra il rafforzarsi della rete tra i soggetti coinvolti, che si riuniscono ogni due settimane per discutere organizzazione e programmazione del progetto, al progredire dei lavori fa seguito anche l’entusiasmo diffuso intorno al progetto della Piazza, la quale costituirà un secondo polo di aggregazione dopo quello posizionato tra Bazzano e Paganica.

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Commercio equo in container Dopo il sisma rinasce la bottega Il Sicomoro.

A

NOVEMBRE 2009 ALESSIA DE LURE della bottega del commercio equo e solidale scriveva a Valori: «A breve la protezione civile ci darà due container da mettere, per una riapertura temporanea, in zona Cendi Corrado Fontana ti Colella, a L’Aquila. Appena re-insediati lì riprenderemo con tutte le nostre attività: volontari, clienti e amici fervono; è incredibile!». Purtroppo l’attesa non è stata breve, ma a luglio 2010 è arrivato finalmente un piccolo container, allestito nella cosiddetta Piazza delle associazioni, nei pressi dell’ospedale, a Coppito. E, anche se l’obiettivo de Il Sicomoro resta affidato alla raccolta fondi ancora in corso, che servirà per realizzare una nuova struttura costruita secondo i dettami della bioedilizia (informazioni su www.ilsicomoro.org), nel frattempo - e tanto più ora che un locale per lavorare esiste - le attività dei volontari non si sono fermate. L’inizio è stato un piccolo progetto chiamato “Quando il Gas fa bene alla salute!”, sviluppato tra gli abitanti dei condomini del famigerato piano C.A.S.E.: tre incontri sul consumo critico organizzati immaginando la nascita di nuovi gruppi d’acquisto solidale. E, sebbene nessun nuovo Gas sia scaturito dall’iniziativa, il risultato è stata l’attivazione di animati dibattiti in cui il sentimento degli inquilini, ritrovatisi a vivere isolati dalla città, dai servizi e da una rete di relazioni sociali essenziale, ha trovato sfogo. Dopo è stata la volta del primo pacchetto week end di turismo sostenibile, attivato in collaborazione con la cooperativa Viaggi e Miraggi di Padova e patrocinato da Banca Etica, Altreconomia e Ctm Altromercato. Quattro giorni di soggiorno attraversando i meravigliosi paesaggi del territorio aquilano, con tanto di “Tour del centro storico che non c’è” e l’incontro con le realtà locali SITI dell’artigianato e dell’enogastronomia. Un progetto che contiwww.lapiazzaaq.altervista.org nua e che si affianca all’attivazioIl progetto Piazza delle associazioni ne di un canale per il commercio www.ilsicomoro.org La bottega equa Il Sicomoro di caffè equo dal Nicaragua, sanwww.cittadellaltraeconomia.org cito dall’incontro con il suo proSito web dove trovare informazioni duttore lo scorso 3 ottobre. Non su la Città dell’altra economia di Roma e firmare l’appello piccole cose per una bottega anper sostenerne il progetto cora “terremotata”.

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APPUNTAMENTI OTTOBRE>DICEMBRE 8 - 14 novembre ITALIA SETTIMANA DI EDUCAZIONE ALLO SVILUPPO SOSTENIBILE 2010 È la mobilità il tema scelto per la quinta edizione. La manifestazione, sotto l’egida ed il coordinamento della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, vuole in primo luogo promuovere nuovi modi di interpretare e vivere gli spazi collettivi che riescano a soddisfare le esigenze di mobilità delle società contemporanee senza compromettere la qualità della vita, la salute e le risorse vitali per l’umanità. www.unescodess.it 11 - 14 novembre BERNA (SVIZZERA) SCHWEIZER HAUSBAU UND ENERGIE-MESSE 2010 Fiera nel campo delle energie rinnovabili: nuove costruzioni e ristrutturazioni, costruzioni in legno, materiali per l’isolamento e per le costruzioni efficienti. www.hausbaumesse.ch 11 - 14 novembre ROMA SITE Salone dell’impiantistica, ospita al suo interno ECOSOLARE, area dedicata interamente al solare termico per fabbisogni domestici. www.senaf.it/fiera.asp?fieraid=123

16 - 19 novembre HANNOVER (GERMANIA) BIO ENERGY DECENTRAL Appuntamento mondiale per l’approvvigionamento energetico decentralizzato, una piattaforma per le innovazioni lungo la catena di creazione del valore dell’energia. www.bioenergy-decentral.com

16 - 19 novembre RIMINI ECOMONDO La più importante fiera sulle tecnologie verdi e nuovi stili di vita, luogo di incontro privilegiato tra l’industria dell’ambiente e della sostenibilità e gli stake holders istituzionali, associazioni di categoria, Pubblica Amministrazione, Ong. www.ecomondo.com

16 novembre MILANO CONVEGNO INTERNAZIONALE DEL PROGETTO GJUSTI L’evento, intitolato “Progettare, lavorare, | 54 | valori |

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pensare il futuro della Terra”, vedrà la partecipazione dell’ecologista indiana Vandana Shiva, di numerosi esperti e docenti universitari, di istituzioni quali la Fondazione Cariplo, le provincie di Milano e Pavia e la Regione Lombardia, di Etica sgr per finanza. www.progettigjusti.it

17 - 19 novembre MILANO HTE Kermesse dedicata al mondo delle tecnologie innovative, presso Fiera Milano Rho. I numeri dell’edizione 2009 hanno confermato il successo dell’originale formula della manifestazione: 5.000 metri quadrati di superficie, 120 espositori e oltre 23.000 visitatori in tre giorni. www.hitechexpo.eu 18 novembre BOLOGNA S.O.S. AGRICOLTURA L’agricoltura oggi è in crisi. Negli ultimi dieci anni sono state chiuse oltre 198.000 stalle. Da attività primaria dell’uomo, è oggi uno dei settori più sofferenti e trascurati dal sistema politico. Se ne discute all’università del capoluogo emiliano con numerosi esperti del settore, docenti, rappresentanti delle istituzioni e del mondo delle associazioni. www.fondoambiente.it/eventi/sosagricoltura.asp 18 - 21 novembre CASTIGLION FIBOCCHI (AREZZO) XIX CONVEGNO INTERNAZIONALE DI AGRICOLTURA BIODINAMICA Un convegno in un’azienda agricola, la fattoria La Vialla, per partire dalla terra, dall’esperienza che agricoltori, esperti, imprenditori hanno maturato nel lavoro quotidiano, per parlare di biodinamica e di organismo agricolo. Si discuterà di economia e di finanza a sostegno degli agricoltori, di strategie di mercato e di consumatori, delle difficoltà che incontra chi oggi vuole intraprendere l’attività di agricoltore. www.biodinamica.org

20 - 28 novembre EUROPA SETTIMANA EUROPEA PER LA RIDUZIONE DEI RIFIUTI Seconda edizione dell’evento-chiave per promuovere azioni sostenibili volte alla prevenzione dei rifiuti e a porre in evidenza l’impatto dei nostri consumi sull’ambiente e sui cambiamento climatici. www.ewwr.eu

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A CURA DI ANDREA BAROLINI | PER SEGNALAZIONI SCRIVERE A BAROLINI@VALORI.IT

21 novembre ITALIA FESTA DELL’ALBERO Un’iniziativa per festeggiare gli alberi piantandone di nuovi. Protagonisti dell’operazione giovani e giovanissimi studenti coordinati dai circoli di Legambiente: il cortile di una scuola, l’argine di un fiume, una zona degradata e abbandonata sotto casa. www.legambiente.eu

25 - 26 novembre LONDRA (UK) THE 4TH CR REPORTING & COMMUNICATIONS SUMMIT Come cambiano le strategie di comunicazione nelle attività di promozione della responsabilità sociale d’impresa? Se ne discute a Londra nella due giorni di convegno organizzata da Ethical Corporation. www.ethicalcorp.com/reporting 25 - 27 novembre SALISBURGO (AUSTRIA) RENEXPO Fiera internazionale congressuale per le energie rinnovabili e per la costruzione ed il risanamento ecocompatibili. Esperti selezionati presenteranno ai partecipanti le innovazioni, i trend, le ultime tecnologie e le soluzioni pratiche. www.renexpo-austria.at Dicembre ITALIA PREMIO ALL’INNOVAZIONE AMICA DELL’AMBIENTE Un riconoscimento nazionale rivolto all’innovazione d’impresa in campo ambientale, attribuito a innovazioni di prodotto, di processo, di servizi, di sistema, tecnologiche e gestionali, realizzate o in stato di realizzazione avanzata, che abbiano contribuito a significativi miglioramenti orientati alla sostenibilità ambientale. www.legambiente.eu 4 - 12 dicembre RHO (MI) ECOABITARE L’evento propone, all’interno di Artigiano in Fiera, tutto ciò che concerne la casa e i servizi a essa connessi, con particolare attenzione alla sostenibilità ambientale. www.ecoabitare.net 23 dicembre BOLOGNA SVILUPPO SOSTENIBILE E GESTIONE DEI SISTEMI AMBIENTALI Scadenza dei termini per la presentazione della domanda di partecipazione al master

organizzato dall’Università di Bologna. I corsi si svolgeranno dal febbraio 2011 al marzo 2012. Costo totale: 3.000 euro. www.unibo.it/Portale/Offerta+formativa /Master/default.htm 24 - 25 gennaio BERLINO (GERMANIA) 1ST INVERTER AND PV SYSTEM TECHNOLOGY FORUM L’evento propone una discussione sulle opportunità fornite attualmente dalla tecnologia fotovoltaica, con particolare attenzione alla riduzione dei costi e alle ottimizzazioni tecniche. www.solarprais.de 25 - 27 gennaio LIPSIA (GERMANIA) ENERTEC 2011 È l’unico salone in Germania completamente dedicato all’energia. Quest’anno i focus saranno sulle tecnologie dell’energia decentralizzate, sull’approvvigionamento energetico e l’efficienza, sulle energie rinnovabili (bioenergia l’argomento principale). www.enertec-leipzig.de 26 - 29 gennaio GRAZ (AUSTRIA) CENTRAL EUROPEAN BIOMASS CONFERENCE 2011 Un panorama completo sugli sviluppi politici, economici e tecnologici sulle biomasse: disponibilità e fornitura delle materie prime, tecnologie di conversione (caldo, freddo, elettricità, carburanti), integrazione nel sistema energetico, applicazioni industriali, finanziamento di progetti “verdi”, impatti ambientali, sviluppo mercato e requisiti politici. www.biomasseverband.at

27 - 30 gennaio BOLZANO KLIMAHOUSE 2011 È la fiera leader del settore per l’efficienza nell’edilizia sostenibile nata dall’esigenza sempre crescente di costruire in maniere sostenibile, risparmiando energia e così rispettando l’ambiente. www.fierabolzano.it/klimahouse2011 24 - 25 febbraio FIUMICINO (ROMA) CIS-IT 2011 La Conferenza dell’Industria Solare Italia 2011 - organizzata dalla Solarpraxis di Berlino, in collaborazione con Ambiente Italia ed Eclareon si concentrerà sull’analisi dell’industria italiana del fotovoltaico, del solare termodinamico e del solare termico. www.solarpraxis.de/it/conferenze /cis-it-2011


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Cop 16: si parla di clima, si legge economia e sviluppo >58 Ecuador: un colpo di Stato piccolo piccolo >60 Anniversario di indipendenza per 17 Paesi africani >62

internazionale TUTELA DELLA BIODIVERSITÀ PER IL SUD DEL MONDO

RAPPORTO DEMOGRAFIA: CRESCE MENO DEL PREVISTO LA POPOLAZIONE MONDIALE, SOPRATTUTTO IN ASIA

SUMMIT DELLA MASSONERIA DELL’OCEANO INDIANO

ANCHE IN CINA SI VA IN PENSIONE PIÙ TARDI

BERNANKE: IL DISASTRO FINANZIARIO È IMMINENTE IL PARLAMENTO NON DEVE DECIDERE SULLE TASSE

LA BOLIVIA ARRIVA ALL’OCEANO GRAZIE AL PERÙ

Si è conclusa il 29 ottobre a Nagoya, in Giappone, la X Conferenza della Convenzione della diversità biologica. Presenti i rappresentanti di 193 Paesi firmatari, l’Africa ha presentato le sue considerazioni su come trarre maggior vantaggio dalle risorse genetiche delle piante che crescono nei Paesi africani e difendere il patrimonio continentale di biodiversità. La soluzione al primo punto è il riconoscimento di indennizzi finanziari da parte delle multinazionali straniere del settore farmacologico, chimico e cosmetico spesso accusate di “bio-pirateria”, cioè di furto di piante e metodi tradizionali poi brevettati a danno delle popolazioni locali. La soluzione prospettata per il secondo punto, la tutela sostenibile del proprio patrimonio di biodiversità, è la creazione di aree protette nelle zone autoctone e comunitarie più a rischio. L’Africa detiene tra il 30 e il 40% della biodiversità mondiale, ma solo il Sud Africa ha una legislazione che regola lo sfruttamento delle risorse vegetali e animali. I Paesi del Sud del mondo auspicano un accordo retroattivo che possa indennizzarli per i danni subiti durante il periodo coloniale, quelli del Nord, per lo più dell'Unione Europea visto che gli Stati Uniti non sono firmatari della Convenzione sulla biodiversità, si oppongono alla retroattività.

Fra una generazione saremo un miliardo e mezzo in meno rispetto alle attese create dalle ultime stime dell'Onu. L'umanità non arriverà mai a quota dieci miliardi nel 2050, come annunciato dallo United Nations Environment Program nel 2001. I dati sono stati anticipati da Jean de Kervasdoué, un economista francese esperto di sanità pubblica e demografia, docente al Conservatorio nazionale delle arti e dei mestieri di Parigi, nel corso della World Policy Conference a Marrakech, la Conferenza di studi politici organizzata a metà ottobre dall'Ifri, l'Istituto di relazioni internazionali di Parigi. Kervasdoué presenterà i risultati completi dei suoi studi in un libro in uscita a gennaio, ma già a Marrakech ha potuto illustrare i motivi della minore crescita: sono soprattutto i Paesi in via di sviluppo ad avere ridotto drasticamente il numero di figli messi al mondo. In mezzo secolo il tasso di fertilità di una donna del Marocco, per esempio, è sceso da sette figli a due di media. Nell’Iran degli ayatollah, nel 1984, la media era di sette figli per donna, ed è crollato a 1,9 nel censimento del 2006. In Europa lo stesso declino della famiglia aveva impiegato cento anni a realizzarsi, mentre in Asia e in Medio Oriente si sta compiendo in meno di venti, complice il nuovo ruolo delle donne nel mondo lavoro, soprattutto in Asia. Secondo queste stime nel 2040 la Terra sarà un po’ meno affollata, la sua popolazione sarà un po’ più vecchia, ma la temperatura globale sarà meno calda del previsto.

Segnalato dal periodico on line in lingua francese Afrique Hebdo (afriquehebdo.com), si è tenuto dal 15 al 17 ottobre il 33mo Summit massonico dell’Oceano Indiano. L’appuntamento dei “fratelli” provenienti dalle Isole Comore, dalle Mauritius, dalle Seicelle e da Réunion, si è svolto nella capitale del Madagascar, Antananarivo. Argomento centrale di discussione è stato “Pensare all’avvenire”. “Pensare all’avvenire – commenta il periodico Afrique Hebdo – è un soggetto di grande attualità per un Madagascar in piena transizione, dove i massoni malgasci non hanno mai smesso di riflettere dall’inizio della crisi e tentato di abbozzare, in base ai propri principi delle soluzioni, nel bene e nel male”. Lo scorso anno il summit non aveva potuto essere ospitato dal Madagascar proprio a causa del colpo di Stato condotto dal leader dell’opposizione, ex Dj radiofonico, Andry Rajoelina. “Pensare all’avvenire” ha anche un risvolto politico immediato: le prossime elezioni parlamentari malgasce sono fissate per il marzo 2011, mentre le presidenziali sono in programma nel successivo maggio. Avremo qualche candidato con il grembiulino?

Le pensioni subiscono la globalizzazione: dopo le riforme che hanno interessato molti Paesi europei e stanno infiammando la Francia, il ritocco dell’età pensionabile arriva in Cina. Secondo una notizia riportata dal Beijing News, i cittadini cinesi alle dipendenze di imprese private, potranno scegliere di posticipare il pensionamento di cinque anni: gli uomini potranno lasciare il lavoro a 65 anni e le donne a 60; per il momento per i dipendenti pubblici, invece, non ci sarebbero modifiche. Lo spostamento dell’età pensionabile sarebbe motivata, secondo quanto riferito dalla stampa cinese, per fare fronte a un deficit nei fondi da destinare alle pensioni di circa 200 miliardi di dollari. Il rapido mutamento della società cinese e l’aumento del costo della vita, pone problemi nuovi al gigante orientale che, forse, l’innalzamento dell’età pensionabile non basterà a risolvere: Associna, l’associazione di italo-cinesi di seconda generazione fondata nel 2005, osserva che “la fascia di popolazione di ultrasessantenni sta crescendo in Cina più che in ogni altro Paese” e che “i cinquantenni di oggi hanno vissuto nel 1980 l’introduzione della politica del figlio unico, e quindi dovranno convivere con un ridotto sostegno da parte della propria prole, che nella famiglia tradizionale cinese era quella che di più contribuiva ad una vecchiaia serena”.

Non è stato ripreso da molti giornali il discorso che Ben Bernanke, il presidente della Fed (la Banca Centrale statunitense), ha tenuto al convegno annuale di Rhode Island (Usa). Lo ha fatto AsiaNews, l’agenzia di stampa cattolica che, sul suo sito, lo ha ampiamente commentato. Bernanke ha affermato che la recessione è molto grave e che i suoi effetti non saranno di breve periodo, soprattutto in vista del progressivo invecchiamento della popolazione che, secondo il Congressional Budget Office (CBO) farà raddoppiare nei prossimi 25 anni la spesa federale per i programmi per la salute (principalmente Medicare e Medicaid). L’intervento catastrofista del presidente della Fed contiene anche altri motivi di allarme: secondo Bernanke la situazione è così disastrosa che se ne potrebbe perdere il controllo in ogni momento. Per di più, mentre dal lato delle tasse il sistema fiscale è inefficiente, iniquo, complesso e deprime l’attività economica - dice il governatore - dall’altro lato la spesa pubblica non solo è inefficace nel conseguimento degli obiettivi prefissi, ma è anche molto cara. Inoltre aumentare le imposte ora non sarebbe una buona idea anche perché ci priverebbe dell’ultima carta disponibile, che invece dobbiamo riservarci per potercela giocare in situazioni estreme come ad esempio in caso di sommosse interne causate dalla depressione economica, da guerre o catastrofi naturali. La soluzione prospettata da Bernanke, secondo il commentatore di AsiaNews, è che occorre esautorare il sistema parlamentare al fine di attuare l’austerità, e che occorre sottrarre agli organi elettivi ogni potere autonomo in merito alla determinazione delle tasse.

Firmato a fine ottobre l’accordo storico che la Bolivia insegue da quando nel 1884, in seguito alla sconfitta nella Guerra del Pacifico, ha perso lo sbocco sull’oceano: il Perù ha concesso al Paese governato da Evo Morales lo sfruttamento per 99 anni del porto di Ilo. La Bolivia potrà esportare in Asia i prodotti delle sue estrazioni minerarie, soprattutto il prezioso litio, necessario per le batterie delle auto elettriche, a costi molto minori rispetto al passato. Ma anche la zona peruviana del porto di Ilo troverà nuova linfa dalla presenza boliviana. Sono allo studio infrastrutture per ospitare le attività economiche connesse all’arrivo boliviano. E che non riguardano solo l’ampliamento della struttura del porto. L’accordo fra le parti prevede per la prima volta, che entrambi i Paesi possano approvvigionarsi, in modo sostenibile, delle acque dei fiumi che scorrono all’interno dei due territori per aiutare lo sviluppo delle popolazioni rurali. In più, anche le acque del Lago Titicaca resteranno condivise e solo i due stati potranno sfruttarle. Siglando il “Protocolo Complementario y Ampliaorio de Cooperacion” si apre un’opportunità storica di cooperazione. I due Stati hanno confermato di voler continuare sulla strada della cooperazione nei settori della politica internazionale e dello sviluppo economico e sociale.

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| internazionale | PETE SOUZA

| internazionale | cambiamenti climatici |

I MOVIMENTI SOCIALI SI DANNO APPUNTAMENTO A CANCUN I MOVIMENTI SOCIALI DI TUTTO IL MONDO convergeranno a Cancun dal prossimo 29 novembre per la 16a Conferenza delle Parti dell’Onu. Copenhagen ha dimostrato come la questione climatica oramai stia diventando la priorità per tutte le reti internazionali. Dai movimenti contadini, come Via Campesina, alle reti internazionali come Climate Justice Now!, alle realtà dell’economia solidale, si stanno moltiplicando le proposte di mobilitazione e le dichiarazioni perché Cancun diventi un momento di forte spinta nella direzione di un accordo concreto e vincolante.

Durante i giorni della Conferenza Cop 16 sui cambiamenti climatici a Cancun, si svolgeranno centinaia di manifestazioni in tutto il Pianeta

Cop 16 Si parla di clima Si legge economia e sviluppo

E

ALLA FINE SCESERO IN SCIOPERO ANCHE LE PIANTE.

Lo studio è autorevole, dell’università del Montana, e i dati non lasciano spazio ad interpretazioni: dal 2000 al 2009 la capacità delle piante di assorbire anidride carbonica si è ridotta di quasi 0,55 di Alberto Zoratti Gt (Gigatonnellate), cioè mezzo miliardo di tonnellate. Se consideriamo che le emissioni totali SITI della Gran Bretagna per il 2007 erano pari a 0,57 Gt, la cosa non può che preoccupare. Fairwatch, osservatorio sulla globalizzazione: Stress idrici, alta temperatura e siccità stanno fairwatch.faircoop.it compromettendo la capacità degli ecosistemi di auClimate Justice Now!: toregolarsi, uno scoglio in più nella storica lotta climate-justice-now.org contro i cambiamenti climatici. Una lotta che ha un La Via Campesina: campo di battaglia, la Conferenza delle parti (Cop) viacampesina.org/en delle Nazioni Unite (UNFCCC), dove da molti anni

Il governo boliviano ha fatto inserire nel documento negoziale per Cancun le richieste di Climate Justice Now!, dimostrando convergenza strategica con i movimenti. | 58 | valori |

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i Governi si confrontano su un accordo vincolante per tagliare le emissioni di gas e sui fondi da stanziare per l’adattamento dei Paesi più vulnerabili al mondo che cambia. Si parla di clima, ma si legge economia e sviluppo, con tutto il carico di interessi più o meno leciti di Governi e imprese. Interessi che fino ad oggi hanno rallentato, e a volte addirittura bloccato, azioni concrete ed efficaci.

Posizioni lontane, come a Copenhagen La scorsa Conferenza delle parti, che si è svolta a Copenhagen nel dicembre 2009, ha portato a un nulla di fatto. Il documento finale, passato alla stampa come l’Accordo di Copenhagen, è stato un “non-accordo”, redatto da pochi Paesi che contano (Usa, Ue, Cina e pochi altri) senza coinvolgere il resto della Conferenza, che si è limitata a “prendere atto” di un documento che non conteneva impegni né di riduzione delle emissioni, né di stanziamento di risorse.

Diverse carovane arriveranno a Cancun ai primi di dicembre provenienti da diverse parti del Paese (San Luis Potosì, Oaxaca, Chiapas) con l’obiettivo di dare visibilità all’agenda di richieste dei movimenti sociali, mentre contemporaneamente si svolgeranno in tutto il mondo presidi, manifestazioni e iniziative. Lo scorso 15 ottobre Climate Justice Now! ha inviato a molti Governi del Pianeta alcune richieste in vista della Conferenza, tra le quali la “stabilizzazione dell’aumento della temperatura di 1ºC e 300 parti per milione (ppm) di anidride carbonica nell’atmosfera”.

Alla vigilia della prossima Cop, che si terrà a Cancun in Messico dal 29 novembre al 10 dicembre, la situazione non è molto diversa. Dai negoziati di Tianjin, in Cina, dello scorso ottobre è emersa la buona intenzione di portare a casa, entro la fine dell’anno, un accordo sui fondi per l’adattamento (vedi GLOSSARIO ). Almeno il 6% del Pil dei Paesi sviluppati: è la richiesta di alcuni Stati tra cui la Bolivia, alla quale viene risposto con la volontà di mobilizzare risorse entro il 2020 da fonti pubbliche e private. Non è concesso sapere null’altro, neanche se quei fondi deriveranno dall’Aiuto pubblico allo sviluppo. E sulla mitigazione le posizioni sono ancor più lontane. Alla richiesta di un taglio del 40-50% entro il 2020 sul livello di emissioni del 1990, gli Stati Uniti (unici a non aver aderito al Protocollo di Kyoto) rispondono con la promessa di un meno 13-18%. E se gli Usa non si impegnano, perché mai dovrebbe farlo la Cina? Si chiedono da Pechino. In questo gioco di rimpalli chi ci rimette è il Pianeta, con una previsione di aumento della temperatura media per i prossimi decenni di oltre 2°C, quanto basta, secondo l’ultimo report della Wto e dell’UNEP, per dimezzare la produzione agricola dell’Africa sub sahariana entro il 2020. Sottostima del pericolo? A leggere l’ultimo documento dell’Amministrazione Obama sul clima (Progress Report of the Interagency Climate Change Adaptation Task Force, ottobre 2010) non si direbbe, se è vero che, secondo Nancy Sutley, presidente del White House Council on Environmental Quality, ci si deve “preparare agli effetti inevitabili del cambiamento climatico”. “Il Governo federale - continua la Sutley - nelle proprie decisioni deve considerare gli impatti del clima e come questi colpiranno i servizi e gli asset del nostro Paese”. Come questo si concretizzerà, in effetti, è tutto da capire.

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Gli stessi punti fatti inserire dal Governo boliviano nel documento negoziale per Cancun, il ché mostra una forte convergenza strategica tra movimenti e alcune delegazioni ministeriali. L’obiettivo è dare risposte a un fenomeno epocale che, oltre ai milioni di profughi per alluvioni o desertificazione, ha già alcune vittime simboliche, come l’isola di South Talpatti, una volta nel Golfo del Bengala. L’isoletta, nel marzo scorso, è finita sott’acqua a causa dell’aumento del livello degli oceani. Come dire che le cose cambiano velocemente e il tempo delle parole pare si stia esaurendo.

Qualche aspettativa dai movimenti

Forte la spinta che arriva dai Paesi del Sud del mondo.

«A

di Jason Nardi GLOSSARIO ADATTAMENTO Stanziamento di risorse finanziarie per consentire ai Paesi più vulnerabili di rispondere ai cambiamenti climatici. COP (CONFERENZA DELLE PARTI) Il negoziato che dal 1995 si svolge sotto la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (in inglese United Nations Framework Convention on Climate Change, da cui l’acronimo UNFCCC). MITIGAZIONE Misure per la riduzione delle emissioni dei gas serra nell’atmosfera.

CANCUN SI DICE CHE NON SUCCEDERÀ MOLTO. Come attivisti della giustizia climatica, non dobbiamo accettarlo, poiché ogni anno che passa diventa sempre più difficile affrontare l’impatto del cambiamento climatico. Più si aspetta, più saremo spinti in un angolo con “soluzioni” di ingegneria genetica o tecno-finanziarie». Sono pessimistiche le previsioni su Cop 16 di Nicolas Bullard, rappresentante del movimento Climate Justice Now! Si aspetta anche qualche risultato positivo? Cancun è una grande sfida. L’Onu può dare alcune regole globali, forzando una parziale redistribuzione delle risorse e cercando di porre dei tetti alle emissioni dei Paesi ricchi. Ma è a livello nazionale che le cose si stanno muovendo realmente, con impegno e pressioni crescenti, per spingere i singoli governi a cambiare priorità in termini di investimenti, di equilibrio tra i mercati di esportazione e locali, di modelli agricoli ed energetici, riducendo la dipendenza da combustibili fossili. Cosa è stato raggiunto dopo Cochabamba e nel recente negoziato a Tianjin? Cochabamba (la Conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento climatico e i diritti della Madre Terra, tenutasi lo scorso aprile in Bolivia, ndr) è stato un passo avanti importante per ridefinire l’intero dibattito sul clima dal punto di vista del Sud, dei movimenti e da una prospettiva olistica che non frammenti il mondo in pezzi di carbonio su cui speculare finanziariamente.

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| internazionale | I drammatici momenti del tentato golpe nella capitale, Quito.

FONTE: CIA, THE WORLD FACTBOOK

| internazionale | Sud America |

L’ECUADOR IN CIFRE

PERÙ OCEANO PACIFICO

QUITO

OCEANO ATLANTICO VENEZUELA SURINAME PERÙ GUYANA GUYANA FRANCESE ECUADOR COLOMBIA

BRASILE BOLIVIA

GUAYAQUIL

CILE OCEANO PACIFICO

PARAGUAY URUGUAY ARGENTINA

COLOMBIA

Un colpo di Stato piccolo piccolo

Nome: Repubblica dell’Ecuador Indipendente dal 1822 dalla Spagna Popolazione: 14.573.101* Età mediana: 25,3 anni (per gli uomini 24,7; per le donne 25,9) Struttura della popolazione in base all’età: 0-14 anni, 31,1%; 15-64 anni, 62,7%; 65 anni e oltre, 6,2% Tasso di crescita della popolazione: 1,497%* Mortalità infantile: 20,9 morti su 1.000 nati Popolazione sotto la soglia della povertà: 35,1% (2008) Aspettativa di vita: 75,3 anni (72,37 anni per gli uomini; 78,37 per le donne) Alto rischio di contrarre malattie infettive portate dall’acqua o dal cibo: diarrea, Epatite A, febbri tifoidee, leptospirosi. Presenti anche dengue e malaria. Tasso di alfabetizzazione tra i più grandi di 15 anni: 91% della popolazione totale (92,3% per gli uomini; 89,7 per le donne) (2001) Pil pro capite: 7.500 dollari Usa** Disoccupazione: 8,5% Debito pubblico: 22,1% del Pil** Tasso di inflazione: 4,3% ** *stima, luglio 2010 **stima, 2009

È durato dodici ore il fallito tentativo di colpo di Stato in Ecuador, ma può essere un avvertimento per un Paese con grandi prospettive di sviluppo.

I

rio aggiunto per gli Affari inter-americani del Dipartimento di Stato Usa, ha dichiarato che si è trattato di “un atto di indisciplina della polizia” discutibile nei modi, ma giusto nel merito a seguito della riduzione di alcuni diritti acquisiti. Sull’interpretazione dei fatti Correa, invece, non ha usato mezzi termini, parlando di fallito tentativo di colpo di Stato e puntando il dito sul politico e militare Lucio Gutiérrez, sconfitto come rivale nelle elezioni presidenziali dell’aprile del 2009. Gutiérrez ha un passato di destabilizzatore che non depone a suo favore: come colonnello dell’esercito ecuadoriano ha partecipato al colpo di Stato che L'UNASUR INFRASTRUTTURE E MONETA UNICA ha deposto nel 2000 il presidente Jamil Mahuad. Imprigionato per sei mesi e congeUNASUR (UNIONE DELLE NAZIONI SUDAMERICANE) è la nuova denominazione della Comunità delle Nazioni del Sud America (Csn). È una Comunità politica ed economica costituitasi il 23 maggio 2008 dato dall’esercito, Gutiérrez, con una camcon il trattato di Brasilia, di cui fanno parte Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù, Argentina, Brasile, Paraguay, pagna populista e appoggiato anche dai parUruguay, Venezuela, Cile, Guyana e Suriname. titi di sinistra, è stato eletto presidente il 15 La Comunità intende realizzare una zona di libero scambio delle merci fra i Paesi aderenti eliminando gennaio 2003. Ma a seguito di una netta vii dazi doganali, stabilendo un Parlamento comune, una moneta comune e un passaporto unico entro il 2019, rata autoritaria di destra e filo-statunitense, coordinando le politiche in campo agricolo, diplomatico, energetico, scientifico e culturale. Sono già stati approvati e avviati diversi progetti infrastrutturali, come l’autostrada inter-oceanica tra Perù, Bolivia e Brasile. dopo una settimana di scioperi in tutto il Paese, è stato destituito dal Congresso Na-

30 SETTEMBRE SCORSO le cronache internazionali hanno acceso per qualche momento i riflettori sull’Ecuador, il Paese sudamericano affacciato sull’Oceano Pacifico, confinante con la Colombia e il Perù. Per circa 12 ore il presidente Rafael Correa di Paola Baiocchi Delgado, ferito e intossicato da lacrimogeni sparati durante un comizio, è stato trattenuto in un ospedale della polizia e infine liberato dai corpi speciali dell’esercito e dalla popolazione accorsa nelle piazze. Arturo Valenzuela, segretaL

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zionale in una riunione d’emergenza il 20 aprile del 2005, per “aver tradito il proprio mandato trasformandosi in dittatore”. Il governo di Correa ha ricevuto l’immediata solidarietà dell’Unasur (l’Unione delle Nazioni Sudamericane, vedi BOX ), riunito a Buenos Aires il 1° ottobre, e le tensioni sono rientrate. Ma restano accese le preoccupazioni per la continuità nel percorso intrapreso dal Paese sudamericano, grande pressappoco come l’Italia.

LA STORIA

PAESE ANDINO ATTRAVERSATO DALL’EQUATORE, dal quale prende il nome, l’Ecuador era parte dell’impero Inca fino alla conquista spagnola nel 1533, culminata con l’uccisione dell’imperatore Atahualpa e continuata con la sostituzione dell’élite dominante da parte degli spagnoli e la decimazione degli indigeni. Nel 1563 Quito divenne sede del governo coloniale spagnolo e nel 1717 parte del Vicereame di Nuova Granada (Ecuador, Panamà, Colombia e Venezuela). Dopo aver conquistato la loro indipendenza tra il 1819 e il 1822, i territori hanno formato una Federazione conosciuta come Grande Colombia, dalla quale Quito si è ritirata nel 1830, cambiando il nome in Repubblica dell’Ecuador. Tra il 1904 e il 1942 l’Ecuador ha ridotto i suoi confini a causa di una serie di conflitti. E si è ulteriormente rimpicciolito per la cessione di territori al Perù, Pa. Bai. dopo aver perso il conflitto combattuto tra il 1995 e il 1999.

Paese defilato, ma senza autorità monetaria, l’Ecuador è una cerniera geografica e valutaria tra Stati Uniti e Sud America

L’agenda politica nordamericana nel “cortile di casa” «Definire quello che è successo in Ecuador un conflitto istituzionale, come hanno commentato alcuni media sudamericani, o inquadrarlo come una contestazione troppo energica, mi sembra riduttivo» afferma Francesco Schettino, docente del dipartimento di Economia pubblica dell’Università La Sapienza di Roma. «Credo che, invece, si possa parlare di “esperimenti civetta”, da parte statunitense, per inserire un cuneo nel sempre più esteso fronte progressista sudamericano, per scardinarlo là dove possibile. Impensabile, cioè, un’azione diretta nei confronti del Venezuela o della Bolivia e, dal punto di vista strettamente economico, anche del Brasile, ma più praticabile in Paesi come l’Honduras o l’Ecuador». Dopo le Torri Gemelle l’agenda politica degli Stati Uniti nei confronti del Sud America, da sempre considerata il “cortile di casa”, è stata marcata da un forte ritorno all’unilateralismo, ma anche da una progressiva perdita di autorevolezza, che si è manifestata nell’insuccesso dell’Alca (Area di libero commercio tra le Americhe) e nell’affermarsi di altre iniziative economiche come l’Alba (Alternativa bolivariana per le Americhe), fortemente voluta dal Venezuela e alla quale l’Ecuador ha aderito. Distratti da obiettivi come l’Iraq, gli Stati Uniti hanno concentrato sulla Colombia la quasi totalità degli interventi militari nell’America Latina, mentre altri partner culturali e commerciali, soprattutto la Spagna e la Cina, hanno rafforzato la loro presenza.

Un piccolo Paese giovane e con grandi prospettive L’Ecuador è un piccolo Paese con grandi prospettive: è giovane, con solo il 6,2% della popolazione al di sopra dei 65 anni (vedi SCHEDA ), alfabetizzato al 91%, con importanti giacimenti di petrolio, gas, oro, argento, ferro, rame, zinco, carbone, alluminio e ambra. Dopo la vittoria elettorale del 2006, Correa ha fatto diverse scelte autonome e si è attirato più di una critica: cattolico ex seminarista, è stato disapprovato dalla Chiesa, perché nella nuova Costituzione del 2008 ci sono elementi che introducono l’aborto. Nel 2009 ha ordinato lo smantellamento della base militare statunitense di Manta; ha rinegoziato il debito estero dell’Ecuador e spostato la barra del Paese verso una progressiva partecipazione popolare. Paese defilato, ma senza autorità monetaria: «Assieme a Panamà è l’ultimo Paese dell’America Latina dollarizzato – continua Schettino – che non potendo battere moneta può solo vendere merce per ottenere dollari». Una posizione delicata che l’Ecuador deve riuscire a gestire, ben sapendo che può rappresentare un elemento di conflitto tra aree valutarie. Soprattutto in vista di una progettata moneta unica sudamericana e dopo l’avvertimento suonato a fine settembre.

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| internazionale | ex colonie |

Nel 1960 diciassette Paesi africani hanno ottenuto l’indipendenza dagli ex colonialisti, in larga parte dalla Francia. Ma anche dall’Italia, come nel caso della Somalia.

«B

ENVENUTI A CASA», ha esclamato spalancando le braccia il Nobel per la Pace Desmond Tutu, all’inaugurazione dei mondiali di calcio in Sud Africa. Affermazione tanto vera, quanto non applicabile in tutto il continente, dove di Paola Baiocchi e Sara Milanese ancora gli africani non possono dire di essere a casa propria, con regimi fantoccio alle dipendenze delle corporations delle ex-nazioni colonialiste o dove le grandi organizzazioni finanziarie detta-

L’UNIONE AFRICANA IN RAPIDO AVANZAMENTO

NELL’ULTIMO VERTICE DELL’UNIONE AFRICANA (UA), tenutosi in luglio, gli Stati hanno deciso di aumentare il numero di caschi verdi impiegati in Somalia a sostegno del governo di transizione. Ma il contributo dei militari ugandesi e burundesi della missione Amison non è sufficiente ed è chiaro che da solo non risolleverà le sorti di Mogadiscio, nemmeno con l’arrivo dei nuovi soldati promessi da Nigeria, Ghana, Zambia e Senegal. Lo sforzo però è evidente: gli Stati africani dimostrano qui, come nella missione congiunta con l’Onu in Sudan, che il continente vuole farsi carico anche di singoli problemi. A livello di mercato l’integrazione sta avvenendo gradualmente, soprattutto perché gli Stati economicamente più forti (Sudafrica, Nigeria, Kenya, Uganda) premono prima per il rinforzo di organizzazioni e strutture regionali (Ecowas, Igad, Sadc, Eac, Comesa…). Non è solo una questione di mancanza di infrastrutture: alcuni Stati temono la perdita di potere decisionale. Per l’Ua la sfida è quindi quella di riuscire a far sentire la propria voce sia all’interno del continente, che all’esterno. Ma non ha paura di far valere le proprie ragioni: oggi l’Ua è ospite fisso, come membro non effettivo, al G8 e al G20, e chiede all’Onu due seggi permanenti nel Consiglio di sicurezza. Il sostegno ad oltranza ad alcuni suoi capi di Stato, mina però la sua credibilità di fronte alla comunità internazionale. La scelta di difendere il presidente sudanese El Bashir dalle accuse di genocidio in Darfur, da parte della Corte penale dell’Aja, e quello dello Zimbabwe, Robert Mugabe, che si ostina a restare al potere, in barba alle più elementari regole democratiche, dimostrano come l’Ua metta tra le priorità la tutela degli equilibri Sara Milanese tra Stati, piuttosto che quella dei diritti degli africani.

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ANGOLA ETIOPIA RUANDA GUINEA EQUAT. NIGER MALAWI GHANA EGITTO LIBERIA TANZANIA MADAGASCAR UGANDA LESOTHO SUDAN MOZAMBICO CONGO LIBIA ZAMBIA CONGO GAMBIA GIBUTI CAPO VERDE SAO TOME E PRINCIPE SIERRA LEONE MAROCCO NIGERIA BENIN

13 12 11 11 10 9 7 7 7 7 7 7 7 7 7 6 6 6 6 6 6 6 6 6 5 5 5

[ % 2009 ]

SENEGAL MAURIZIUS BURKINA FASO BURUNDI GUINEA TUNISIA MALI CAMERUN ALGERIA MAURITANIA GUINEA BISSAU SUDAFRICA NAMIBIA BOTSWANA SWAZILAND SOMALIA COSTA D'AVORIO REP. CENTRAFRICANA GABON ERITREA KENYA TOGO COMORE SEICELLE CIAD ZIMBABWE

5 5 5 5 5 4 4 4 4 4 3 3 3 3 3 3 2 2 2 2 2 1 1 0

NIGER 3 agosto 1960 dalla Francia 15,3 milioni 700 $ 28,7% 63% (stime 1993) 116,66 per mille

MALI 22 settembre 1960 dalla Francia 13,4 milioni 1.200 $ 46,4% 36,1% (stime 2005) 115,86 per mille

CIAD 11 agosto 1960 dalla Francia 10,3 milioni 1.900 $ 25,7% 80% (stime 2001) 98,69 per mille

MALI

| internazionale |

LE EX COLONIE IN AFRICA A CINQUANT’ANNI DALL’INDIPENDENZA

SOMALIA 26 giugno 1960 dall’Italia, il 1° luglio dalla Gran Bretagna 9,8 milioni 600 $ 37,8% n.d. 109,19 per mille

NIGER CIAD

REPUBBLICA CENTROAFRICANA 13 agosto 1960 dalla Francia 4,5 milioni 700 $ 48,6% n.d. 80,62 per mille

SENEGAL BURKINA FASO BENIN

-1 -14

COSTA D’AVORIO

no le condizioni. Come ricorda il filosofo camerunense, Fabien Eboussi: «Si può dichiarare indipendente un Paese cui viene imposto un “aggiustamento strutturale” dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale?». L’anniversario dell’indipendenza è trascorso inosservato quasi ovunque in Europa: “occasione mancata” per ripensare il proprio passato, hanno detto i media in Francia, Paese ex colonialista che registra una progressiva perdita di egemonia, anche linguistica, in Africa. Occasione di soft power colta al volo dal presidente Obama, che ha ospitato i rappresentanti africani lo scorso agosto alla Casa Bianca. Ma, al di là delle operazioni di facciata, le basi militari statunitensi si avvicinano sempre più all’Africa. E la prima voce di spesa di molte economie africane sono le armi.

TOGO

NIGERIA

SOMALIA

REPUBBLICA CENTROAFRICANA CAMERUN

COSTA D’AVORIO 7 agosto 1960 dalla Francia 20,6 milioni 1.700 $ 48,7% 42% (stime 2006) 68,06 per mille BURKINA FASO 5 agosto 1960 dalla Francia 15,7 milioni 1.200 $ 21,8% 46,4% (stime 2004) 84,49 per mille BENIN 1° agosto 1960 dalla Francia 8,7 milioni 1.500 $ 34,7% 37,4% (stime 2007) 64,64 per mille

Assalto alle risorse africane Sono le enormi ricchezze del sottosuolo e delle terre africane, che continuano ad attirare le potenze europee e non solo. Petrolio, oro, diamanti, rame: i governi africani svendono le loro risorse più importanti come se fossero inesauribili. I partecipanti a questa corsa sono tanti: India, Brasile, Indonesia, Israele, si sono da poco affiancati a Europa, Stati Uniti, Cina, Russia. Le risorse

In Europa l’anniversario è passato quasi inosservato: l’Italia era “impegnata nel respingimento degli immigrati”

MAURITANIA 28 novembre 1960 dalla Francia 3,1 milioni 2.000 $ 51,2% 40% (stime 2004) 63,42 per mille

MAURITANIA

FONTE: CIA, THE WORLD FACTBOOK, 2010

Bye bye colonialisti L’Africa corre molto veloce

TASSO DI CRESCITA DEL PIL IN AFRICA

SENEGAL 20 agosto 1960 dalla Francia 13,7 milioni 1.600 $ 39,3% 54% (stime 2001) 58,94 per mille

TOGO 27 aprile 1960 dalla Germania 6 milioni 900 $ 60,9% 32% (stime 1989) 56,84 per mille

NIGERIA 1° ottobre 1960, dalla Gran Bretagna 149,2 milioni 2.300 $ 68% 70% (stime 2007) 94,35 per mille

GABON

CAMERUN 1° gennaio 1960 dalla Germania 18,8 milioni 2.300 $ 67,9% 48% (stime 2000) 12,2 per mille GABON 17 agosto 1960 dalla Francia 1,5 milioni 14.000 $ 63,2% n.d. 51,78 per mille REPUBBLICA DEL CONGO (EX BRAZZAVILLE) 15 agosto 1960 dalla Francia 4,01 milioni 3.900 $ 83,8% n.d. 79,78 per mille

CONGO

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 30 giugno 1960 dal Belgio 68,9 milioni 300 $ (peggior risultato del mondo) 67,2% n.d. 81,21 per mille MADAGASCAR 26 giugno 1960 dalla Francia 20,6 milioni 1.000 $ 68,9% 50% (stime 2004) 54,20 per mille

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MADAGASCAR

LEGENDA Indipendenza Popolazione Pil pro capite Alfabetizzazione: % popolazione sopra 15 anni in grado di leggere e scrivere Popolazione sotto la soglia di povertà Mortalità infantile |

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| internazionale |

Chimamanda Ngozi Adichie L’Ibisco viola Einaudi, 2010

Chimamanda Ngozi Adichie Metà di un sole giallo Einaudi, 2010

Giampaolo Calchi Novati, Pierluigi Valsecchi Africa: la storia ritrovata. Dalle prime forme politiche alle indipendenze nazionali Carocci, 2005

Giovanni Carbone L’Africa. Gli stati, la politica, i conflitti Il Mulino, 2007

Stefano Bellucci Storia delle guerre africane. Dalla fine del colonialismo al neoliberalismo globale Carocci, 2006

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partono da qui, ma qui torna pochissimo in termini di benessere. La vera indipendenza economica è lontana e al continente non è ancora permesso di giocare da solo sul suo stesso scacchiere. Anche in Africa gli anniversari d’indipendenza sono stati un’occasione mancata per fare una vera riflessione sul significato di questa ricorrenza. Molti Paesi si sono limitati a organizzare celebrazioni imponenti, condite da discorsi retorici. In Senegal una statua celebrativa costata 20 milioni di euro ha scatenato forti polemiche nell’opposizione per lo spreco di denaro; in Nigeria durante le parate militari del 1° ottobre sono scoppiate due bombe che hanno ucciso 12 persone. Un episodio che ha palesato la costante presenza di conflitti, a tratti latenti.

Il veloce processo dell’Unione africana Gli effetti dei due modelli coloniali principali, l’indirected rule inglese e l’assimilation francese, hanno lasciato strutture politiche e statali debolissime, incapaci di dare un senso condiviso alla parola “patria”, perché composte da popolazioni di lingua, tradizioni e religioni diverse. Eppure i risultati ottenuti in appena 50 anni ci sono: basta pensare alla stabilità politica del Mali, all’economia del Botswana, alla ricostruzione in Liberia o

alla riconciliazione in Sud Africa o in Ruanda. La costituzione di un’organizzazione continentale, l’Unione africana, nata nel 2002, nonostante tutte le difficoltà procede quasi più velocemente di quella europea. Ma i successi in campo sanitario (la lotta all’Aids e ad altre malattie) e sociale (la scolarizzazione) sono offuscati da nuove forme di dipendenza, come verso gli aiuti allo sviluppo, o di sfruttamento, a volte camuffate da “partnerariati” e scambi commerciali. Per la Repubblica democratica del Congo, vittima prima di uno spietato colonialismo, quello belga; poi di un dittatore sanguinario, Mobutu Sese Seko, e teatro della “Guerra mondiale africana”, i 50 anni d’indipendenza dovevano essere motivo di orgoglio e di ottimismo. Ma quattro giorni prima della ricorrenza, il funerale di Floribert Chebeya, noto attivista per i diritti umani, trovato morto dopo esser stato convocato dalla polizia di Kinshasa, ha messo a nudo le forti contraddizioni del Paese.

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Anche in Africa gli anniversari sono stati un’occasione mancata per riflettere sul proprio passato e sul futuro

I RUGGENTI SFIDANTI AFRICANI

LE FORTI DONNE D’AFRICA

“THE AFRICAN CHALLENGERS”, gli sfidanti africani: così il Boston Consulting Group, multinazionale di studi strategici di business, ha ribattezzato l’elenco di 40 imprese africane in crescita e in grado di competere con i gruppi occidentali, sia in Africa che all’estero. Sono società di quasi tutti i settori industriali, con fatturati da 350 milioni a 80 miliardi di dollari l’anno. Storie che scardinano l’immagine di un’Africa immobile e confermano piuttosto il perché di una crescita continentale del Pil (5,3%) superiore a quella globale (4%). I casi sono sicuramente molti più di 40, ma questi bastano per capire il fermento che investe il continente. Metà dei marchi elencati sono sudafricani: dalla catena di supermercati Shoprite, che in 30 anni ha conquistato tutta l’Africa sub sahariana, all’impresa farmaceutica Aspem, il cui fatturato cresce del 37% l’anno e che produce suoi farmaci generici anche in India e Sud America. Nella lista anche la SABMiller (South African Breweries - Miller), il secondo più grande produttore di birra a livello mondiale, presente in più di 60 Paesi; e le cartiere Sappi, che distribuiscono anche in Nord America, Europa, Asia. Negli ultimi anni Sappi, che si dice in prima linea sul fronte della tutela ambientale, ha acquisito marchi in Germania, Svizzera e Finlandia. Nell’esercito di leoni anche molte imprese nordafricane: egiziane, marocchine, tunisine e algerine, molte con interessi diretti in Europa, in Medio oriente e in Cina. Segnalate imprese ruggenti anche in Nigeria, Angola, Togo. Nel 1977 il gruppo Dangote, con base a Lagos, in Nigeria, si occupava di un piccolo business familiare di import-export. In 30 anni è diventato un colosso con 11 mila dipendenti, una conglomerata che commercia beni alimentari, cemento, tessuti, plastica. È il secondo produttore mondiale di zucchero. Aliko Dangote, il proprietario, è uno degli africani più ricchi del continente. S.M.

LE DONNE AFRICANE SOTTOMESSE? Niente di più sbagliato. Ogni singola donna del continente porta il peso di ben più di una semplice brocca sulla testa: deve occuparsi di famiglia e bilancio familiare. Madri e manager: per questo erano tra le candidate per il Nobel per la pace 2010. Il mancato riconoscimento non toglie nulla all’importanza del ruolo che le donne svolgono nel continente, anche a livello politico e culturale. Non solo Wangari Maathai, ambientalista kenyana e Nobel per la pace nel 2004; Ellen Johnson Sirleaf, presidente liberiana e prima donna africana capo di Stato, o Angelique Kidjo, nota cantante togolese: le donne africane acquisiscono il ruolo di protagoniste. Il 2010 è stato l’anno delle candidature a presidente: nessuna è riuscita a vincere, ma Brigitte Kafui AdjamagboJohnson in Togo, Fatima Ahmed Abdelmahmoud in Sudan, e Saran Daraba Kaba in Guinea sono state segnali della crescita di importanza delle donne. Anche il mondo dell’impresa è sempre più al femminile, tantissime le storie: da Sibongile Sambo, proprietaria della compagnia aerea sudafricana SRS Aviation, a Julian Omalla, che dirige la più grande industria di succhi ugandese, fino a Kah Walla, camerunese, che ha fondato una società di consulenza, Strategies!, che lavora anche in Europa e negli Usa. Arte e cultura non sono da meno: sono bastati due libri alla giovane scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie, nigeriana, 33 anni, per farsi conoscere in tutto il mondo. Il volume d’esordio, “L’Ibisco viola”, ha vinto il Commonwealth Writers’ Prize, il secondo, “Metà di un sole giallo”, è stato premiato anche in Italia con il riconoscimento Nonino. Nora Chipaumire è invece tra le ballerine e coreografe africane più famose ed apprezzate nel mondo. Si è auto esiliata dal suo Zimbabwe, e vive a New York, dove lavora anche per il cinema. Sara Milanese

a cura di Matteo Cavallito

IL LUNGO CAMMINO DELLE EX COLONIE, TRA STABILITÀ E GUERRE

CAMERUN Colonia tedesca fino al 1919, il Camerun passò in seguito sotto l’amministrazione di Francia e Gran Bretagna che, su mandato della Società delle nazioni (l’antenata dell’Onu), divisero il Paese in due aree distinte. La riunificazione è avvenuta nel 1961, un anno dopo l’indipendenza. Da allora, la nazione ha vissuto in un clima di sostanziale stabilità politica che perdura tuttora pur sotto la forte egemonia del presidente Paul Biya.

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TOGO L’ex colonia di Parigi ha subito per decenni la dittatura del generale Gnassingbe Eyadema, salito al potere nel 1967 alla guida del Partito del Popolo Togolese (Ppt). La sua morte, nel 2005, ha aperto la strada al processo di democratizzazione culminato due anni più tardi con le prime elezioni libere. La transizione democratica procede tuttora anche se il Ppt conserva la maggioranza dei seggi parlamentari.

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MADAGASCAR Dominato per 17 anni da un regime monopartitico, il Madagascar ha instaurato un sistema democratico nel 1992. Eletto nel 2001 e riconfermato nel 2006, il presidente Marc Ravalomanana è stato costretto ad abbandonare la carica il 17 marzo del 2009 a seguito del colpo di Stato condotto dal leader dell’opposizione, ed ex Dj, radiofonico Andry Rajoelina. Nell’agosto dello stesso anno i due si sono accordati per una gestione congiunta del potere.

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO La fine della lunghissima dittatura (1965-1996) del presidente Mobutu Sese Seko (su quello che allora si chiamava Zaire) ha aperto la strada a un conflitto senza precedenti che ha insanguinato il Paese coinvolgendo gli eserciti di sei nazioni in quella che gli storici ribattezzarono “prima guerra mondiale africana”. La ricca regione mineraria del Kivu subisce tuttora la forte ingerenza del vicino Ruanda.

SOMALIA Piombata nel caos dopo la fine della dittatura del generale Siad Barre (1969-91), la Somalia è rimasta priva per molti anni di un governo effettivamente funzionante. Lo Stato è ora retto formalmente dal debole esecutivo di transizione, ma la violenza dei gruppi armati (gli storici “signori della guerra” e i miliziani delle Corti islamiche) continua a dettare legge in molte zone del Paese.

BENIN Dopo aver sperimentato una serie di regimi militari nei primi 12 anni di indipendenza, il Benin è stato governato fino al 1989 dal regime marxista del presidente Mathieu Kerekou. Le prime elezioni libere si sono tenute nel 1991. Kerekou è tornato al potere nel 1996, ottenendo un secondo mandato cinque anni dopo. Thomas Yayi Boni, eletto nel 2006, è l’attuale capo di Stato.

NIGER Schiacciato dal potere militare, il Niger ha potuto sperimentare un’elezione democratica solo nel 1993 per poi precipitare nuovamente nella dittatura a seguito del golpe del colonnello Ibrahim Bare (1996). La restaurazione democratica del 1999 aveva condotto al potere Mamadou Tandja, rieletto presidente nel 2004 e nel 2009 prima di essere deposto dall’ennesimo colpo di Stato (febbraio 2010).

BURKINA FASO Sottoposta a svariate dittature militari, l’ex Repubblica dell’alto Volta ha conosciuto una breve stagione di speranza sotto la presidenza del carismatico leader Thomas Sankara (198487), promotore di un vasto programma di sviluppo sociale. Celebre per la sua storica richiesta di cancellazione del debito dei Paesi africani, Sankara fu deposto e ucciso a seguito del golpe del generale Blaise Compaoré, attuale capo di Stato.

COSTA D’AVORIO Il colpo di Stato del generale Robert Guei nel 1999 ha posto fine a quattro decenni di stabilità e prosperità economica che avevano caratterizzato il Paese. Il conflitto successivo tra i due aspiranti presidenti Laurent Gbagbo e Guillaume Soro ha dato il via a una guerra civile placatasi con l’accordo di Pace del 2007. Le elezioni presidenziali, più volte rinviate, dovrebbero svolgersi il 31 ottobre. Truppe francesi e soldati Onu sono tuttora presenti in Costa d’Avorio.

CIAD Caratterizzato da una forte instabilità a da circa 30 anni di guerra civile, il Ciad ha approvato una Costituzione democratica solo nel 1996. Dal 1975 al 1987, il Nord del Paese è stato occupato con alterne fortune dalle truppe libiche. Ad oggi la tensione si mantiene alta lungo il confine orientale con il Sudan, dove non sono mancati scontri tra l’esercito regolare e gruppi etnici ribelli. Nel 2005 l’Ong Transparency International ha assegnato al Ciad il titolo di nazione più corrotta del mondo.

REPUBBLICA CENTROAFRICANA Terra privilegiata di regime dittatoriali, l’ex colonia francese dell’Ubangi-Shari ha conosciuto un solo decennio di governo non militare sotto la presidenza di Ange-Felix Patasse (1993-2003). Il successivo colpo di Stato ha rimesso il potere nelle mani dell’esercito con la nomina presidenziale del generale Francois Bozize. Le elezioni del 2005 hanno riconfermato il suo incarico.

REPUBBLICA DEL CONGO (EX BRAZZAVILLE) Sottoposto dal 1979 alla dittatura di Denis Sassou-Nguesso, l’ex colonia francese è andata incontro alle prime elezioni democratiche solo nel 1992. Dopo l’interregno del presidente Pascal Lissouba, Sassou-Nguesso è tornato al potere nel 1997. L’ideologia marxista che ha caratterizzato lo Stato fino al 1990 è ormai un ricordo. Il sistema di governo conferma un carattere decisamente autoritario.

GABON Albert-Bernard (El Hadj Omar, dopo la conversione all’Islam) Bongo Ondimba ha occupato la poltrona presidenziale ininterrottamente dal 1967 al 2009, anno della sua morte. Il multipartitismo, introdotto nel 1990, ha gettato le basi per un processo di democratizzazione ancora in corso. Le elezioni dello scorso 30 agosto hanno condotto al potere il figlio Ali. Dal gennaio 2010 il Gabon è membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

SENEGAL Un clima di relativa stabilità politica ha caratterizzato i primi cinquant’anni di vita del Senegal e le lunghe esperienze presidenziali di Léopold Senghor (1960-1980) e di Abdou Diouf (1981-2000). L’attuale capo di Stato Abdoulaye Wade è al secondo mandato. La maggioranza musulmana e le minoranze cristiane e animiste convivono pacificamente grazie anche alla presenza di una Costituzione che garantisce la laicità dello Stato e la tutela dei diversi culti.

MALI Il colpo di Stato di Amadou Toure ha abbattuto la dittatura nel 1991 instaurando quella che oggi è giudicata una delle più solide democrazie del continente africano. Le prime elezioni presidenziali libere hanno portato all’elezione di Alpha Konare, il cui mandato è stato rinnovato nella successiva consultazione del 1997. Identica sorte per lo stesso Amadou Toure, vincitore delle tornate elettorali del 2002 e del 2007.

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NIGERIA Vittima per decenni di svariati colpi di Stato e conseguenti dittature militari, la Nigeria ha avviato un percorso di stabilizzazione politica soltanto nel 1999 con l’elezione del presidente Olusegun Obasanjo. Caratterizzata da ingenti risorse petrolifere, è la nazione più popolosa del continente africano. Metà degli abitanti è di fede musulmana, il sistema federale ha consentito l’applicazione della sharia nei territori a maggioranza islamica.

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NOVEMBRE 2010

MAURITANIA Dominata per 21 anni dalla dittatura di Maaouya Ould Sid Ahmed Taya (1984-2005), ha vissuto una breve stagione di speranza democratica dopo il golpe del riformista Ely Ould Mohamed Vall, preludio alle elezioni del 2007. Un anno più tardi, un altro colpo di Stato ha condotto al potere il generale Mohamed Ould Abdel Aziz. Le elezioni del 2009 hanno confermato quest’ultimo nel ruolo di presidente.

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FONTE: CIA, THE WORLD FACTBOOK, 2010

LIBRI

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APPUNTAMENTI NOVEMBRE>GENNAIO

A CURA DI PAOLA BAIOCCHI | PER SEGNALAZIONI SCRIVERE A BAIOCCHI@VALORI.IT

la cooperazione economica, il libero scambio e gli investimenti tra i 21 Paesi membri. www.apec.org

8 - 12 novembre VIENTIANE (REPUBBLICA DEMOCRATICA POPOLARE DEL LAOS) PRIMA RIUNIONE DEGLI STATI MEMBRI DELLA CONVENZIONE SULLE MUNIZIONI A GRAPPOLO Dopo l’entrata in vigore il 1°agosto come legge internazionale della Convenzione (non ratificata dall’Italia), si svolge la prima assemblea degli Stati firmatari, a Vientiane capitale della Repubblica democratica popolare del Laos, un Paese che ha subito ingenti bombardamenti con bombe a grappolo statunitensi. Obiettivo della riunione è quello di mobilitare il maggior sostegno possibile al Trattato, per raggiungere la sua universalizzazione. www.clusterconvention.org

10 - 13 novembre BANGKOK (THAILANDIA) 14TH INTERNATIONAL ANTICORRUPTION CONFERENCE (IACC) La 14ma Conferenza internazionale contro la corruzione incoraggia la cooperazione globale tra le agenzie e le organizzazioni del settore. Saranno presenti politici, rappresentanti del mondo degli affari, rappresentanti del sistema giudiziario, ricercatori e Ong.

20 novembre LISBONA (PORTOGALLO) VERTICE UNIONE EUROPEA - USA Primo vertice dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, in cui le delegazioni del Vecchio e del Nuovo Mondo si incontrano proprio nella capitale portoghese. I due partner transatlantici, che rappresentano la metà dell’economia globale, hanno in agenda gli affari esteri e la politica di sicurezza. Barack Obama ha confermato che sarà presente.

28 novembre HAITI ELEZIONI PARLAMENTARI E PRESIDENZIALI Le elezioni presidenziali, che si sarebbero dovute tenere nel febbraio, sono slittate a causa del sisma del 13 gennaio. L’attuale presidente, René Préval, molto contestato per la gestione del dopo terremoto, non potrà candidarsi, perché la Costituzione impedisce che possa correre per un terzo mandato quinquennale. 29 novembre EGITTO ELEZIONI PARLAMENTARI

11 - 12 novembre SEUL (COREA DEL SUD) G20 Il quinto incontro dei capi di governo del G20, il meeting dei Paesi industrializzati e di quelli in via di sviluppo, si svolgerà per la prima volta in una nazione non appartenente al gruppo G8 delle economie più industrializzate. Il tema del vertice sarà il mondo post crisi. Presidente di turno del G20 è la Francia. www.g20.org

29 novembre - 10 dicembre CANCUN (MESSICO) 16MO SUMMIT SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI (COP 16) Sedicesima edizione della Conferenza Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Dopo l’insoddisfazione per i risultati della Conferenza di Copenhagen dello scorso dicembre, i movimenti per la giustizia climatica attendono ancora un segno di svolta sostanziale. www.giustiziaclimatica.org /cop16-cancun

13 - 14 novembre YOKOHAMA (GIAPPONE) 18TH APEC ECONOMIC LEADERS’ MEETING 18mo meeting economico dell’Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), l’organismo per la cooperazione economica nell’area asiatico-pacifica, nato nel 1989 allo scopo di favorire

6 - 10 dicembre GINEVRA (SVIZZERA) INCONTRO ANNUALE BTWC Incontro annuale, nell’ambito delle Nazioni Unite, degli Stati Parte firmatari della Convenzione sulle armi biologiche e tossiche Biological and Toxin Weapon Convention - BTWC.

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12 dicembre TRANSNISTRIA ELEZIONI PARLAMENTARI La regione della Transnistria, che precedentemente faceva parte della Repubblica socialista sovietica Moldava, ha dichiarato unilateralmente la sua indipendenza come Repubblica Moldava di Transnistria il 2 settembre 1990. Dal marzo al luglio 1992 la regione è stata interessata da una guerra che è terminata con un cessate il fuoco garantito da una commissione congiunta tripartita tra Russia, Moldavia e Transnistria, e l’accordo per un’area smilitarizzata tra Moldavia e Transnistria comprendente 20 località sulle due sponde del fiume Nistro. 14 - 15 dicembre GINEVRA (SVIZZERA) WTO CONSIGLIO GENERALE Consiglio generale del World Trade Organization (Wto), l’Organizzazione mondiale per il commercio a cui aderiscono 153 Stati. www.wto.org 16 - 17 dicembre BRUXELLES (BELGIO) CONSIGLIO DELL’UNIONE EUROPEA Riunione dei capi di Stato e di governo di tutti i Paesi dell’Unione. 19 dicembre BIELORUSSIA ELEZIONI PRESIDENZIALI Le elezioni sono state decise dalla Camera bassa di Minsk. L’attuale presidente, Alexander Lukashenko, guida ininterrottamente il Paese dal 1994 e punta ora a un quarto mandato, ma la crisi economica che ha colpito pesantemente il Paese non gioca a suo favore. L’opposizione denuncia che non si potrà parlare di libere elezioni. 26 dicembre ISOLE COMORE ELEZIONI AMMINISTRATIVE Mentre le elezioni presidenziali, che si sarebbero dovute svolgere a novembre sono state rinviate a data da destinarsi, a causa delle difficoltà finanziarie in cui versa l’arcipelago, il turno elettorale delle amministrative viene rispettato. Ciascuna delle tre isole principali costituisce un’unità amministrativa indipendente, con un proprio governatore eletto, governi e parlamenti.

2011 ANNO INTERNAZIONALE DELLE FORESTE L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 2011 “Anno internazionale delle foreste”, organizzando una serie di iniziative di sensibilizzazione sulla gestione sostenibile, la conservazione e lo sviluppo sostenibile di tutti i tipi di foreste. Sul sito dedicato all’Anno delle foreste sono pubblicati gli eventi e le risorse disponibili per promuovere il dialogo sulle foreste. www.un.org/en/events/iyof2011 /index.shtml 9 gennaio SUDAN REFERENDUM DI INDIPENDENZA DEL SUD SUDAN Il 9 gennaio si vota per il referendum sull’indipendenza del Sud Sudan, previsto dall’Accordo inclusivo di pace (Cpa), firmato a Nairobi (Kenya) nel 2005, che ha messo fine alla guerra ventennale tra Nord e Sud Sudan. All’approssimarsi della scadenza referendaria è in aumento la tensione tra Nord e Sud Sudan.

20 - 30 gennaio UTAH (STATI UNITI) SUNDANCE FILM FESTIVAL Dal 20 al 30 gennaio 2011 il cinema indipendente mondiale si troverà a Park City e a Ogden, nello Stato dello Utah, a mostrare le proprie creazioni nel Sundance Film Festival. La manifestazione, nata nel 1978, si chiamava Utah/US Film Festival; nel 1981 Robert Redford ha fondato il Sundance Institute, organizzazione no profit finalizzata al sostegno del lavoro di cineasti indipendenti. Nel 1985 il Sundance Institute diventa l’organizzatore del Festival, che nel 1991 viene ufficialmente rinominato Sundance Film Festival, dal nome di Sundance Kid, il bandito interpretato da Redford nel film Butch Cassidy del 1969. www.sundance.org/festival


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economiaefinanza

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A CURA DI MICHELE MANCINO | PER SEGNALAZIONI SCRIVETE A MANCINO@VALORI.IT

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altrevoci

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IL CIRCOLO VIRTUOSO DELLE REGOLE

LE PMI, MOTORI ECONOMICI DELL’ITALIA

CAPITALISMO MORATTIANO ALL’OMBRA DI SAN SIRO

MAFIA: PATOLOGIA DELLA MODERNITÀ

TECNOLOGIA, RINASCERE DAI RIFIUTI HI TECH

A PASSEGGIO CON IL FANTASMA DI TROTSKIJ

L’Italia sta retrocedendo in tutte le classifiche relative allo sviluppo economico, alla disoccupazione giovanile, all’educazione e alla ricerca, ai diritti dei consumatori. Mentre sale nelle graduatorie che misurano l’evasione fiscale, la corruzione, l’abusivismo edilizio, la lentezza della giustizia. Tutte queste criticità sono accomunate da un grave limite, che porta alla degenerazione dell'intero sistema: l’Italia non ha saputo dotarsi delle regole necessarie. In genere nel nostro Paese leggi, norme e regolamenti sono troppo numerosi e troppo complicati, tanto che diventa molto difficile rispettarli. Così chi non lo fa riesce spesso ad usufruire di un condono o di un’amnistia, mentre cittadini e imprese si adattano all’elusione di massa. Per rimediare vengono emanate nuove regole, sempre più severe, ma la situazione peggiora. È “il circolo vizioso delle regole”, che rende impossibile qualunque serio progetto di riforma. Il libro “Regole” dimostra che dobbiamo innescare un circolo virtuoso delle norme in tutta la società: un processo che coinvolga i cittadini, che devono essere informati e partecipare alla definizione e al miglioramento delle leggi grazie a una scuola che non deve solo trasmettere nozioni, ma formare le “competenze della vita” necessarie per interagire efficacemente con gli altri; una giustizia civile veloce; un sistema dell'informazione indipendente dalla politica e dagli affari.

Sono oltre 300 mila gli imprenditori che operano nell’industria, con imprese tra i due e i cinquanta addetti. Una realtà variegata: si va dalle aziende micro (la stragrande maggioranza), fino alle poche migliaia che toccano la fascia delle medie. Ma tutte rappresentano un “saper fare” vivace e creativo ammirato nel mondo. Più di due su tre esportano: un fatto più unico che raro nel panorama internazionale. Questi imprenditori sono stati duramente colpiti dalla crisi e oggi tra le loro fila c'è fermento. Delusione per la politica di un governo massicciamente votato. Sfiducia generale nei partiti dai quali si sentono trascurati. Volontà di avere più voce. Il motore del cambiamento può essere costituito da una classe dirigente espressa dalla moltitudine delle imprese che sono il nerbo del nostro tessuto produttivo.

Mentre a Milano il presidente dell’Inter Massimo Moratti cercava di assecondare i capricci dell’allenatore Mourinho e suo fratello Gianmarco tratta un prestito milionario con Intesa SanPaolo, a Sarroch, nel Sud della Sardegna, Daniele Melis, ventinove anni, Luigi Solinas, ventisette, Bruno Muntoni, cinquantotto, si preparano a entrare in una cisterna per lavori di pulizia e manutenzione. I tre operai lavorano e muoiono nella raffineria creata negli anni Sessanta da Angelo Moratti. Una storia con tante ombre e poche luci: i dividendi della raffineria (120 milioni di euro all’anno negli ultimi cinque anni), la quotazione in Borsa a un prezzo così alto da far scattare un’inchiesta giudiziaria, le perdite dell’amata squadra di calcio (circa 150 milioni di euro all’anno). Ma i protagonisti di quelle ore non sono solo i fratelli Moratti. Basta spostare appena un po’ l’obiettivo. Ci sono l’amico di sempre Tronchetti Provera, la Telecom, Marchionne e gli operai di Termini Imerese, le grandi banche.

Cosa Nostra sa stare al passo con i tempi e con lei i padrini tradizionali e i giovani capi. Ecco perché la mafia siciliana è al centro del dibattito pubblico da 150 anni: dal momento in cui è nata l’Italia. L’autore ripercorre l’epopea criminale dell’organizzazione mafiosa e analizza il fenomeno, facendo piazza pulita di molta retorica e di troppi pregiudizi, individuando vittorie, debolezze ed errori del fronte antimafioso. “Per troppo tempo ci siamo raccontati la favola che la mafia fosse figlia del sottosviluppo. Poi abbiamo invertito i termini del discorso, dicendo che il sottosviluppo è figlio della mafia. Ma entrambe le proposizioni sono errate. La mafia è una patologia della modernità”. Una rilettura delle pagine oscure della storia nazionale, capace di offrire uno sguardo rigoroso e inedito sul passato e sul presente di Cosa Nostra attraverso i suoi affari, i suoi misteri, le sue relazioni con la politica e con lo Stato.

L’uomo contemporaneo, immerso nella comunicazione globale e sempre preoccupato di essere al passo con i tempi, spesso si dimentica di quanta immondizia tecnologica produce, a sua volta accompagnata dalla dipendenza da sms, e-mail, mms, propaggini comunicative della nostra esistenza. Così come in quella di Sara, che inizia a ricevere messaggi dal cellulare del marito Giorgio, scomparso prematuramente. Una stranezza che però coinvolge anche altre persone vicine alla coppia. Lina, giovane ricercatrice, 20 anni dopo presenta il prodotto delle sue ricerche avanzatissime nel campo dell’elettronica. Due storie diverse, due mondi contrastanti, due verità che si incontrano grazie a quei misteriosi sms. Il viaggio dei rifiuti tecnologici che percorrono migliaia di chilometri per impattare in Oriente su altre vite inquinate a loro volta dalla “resurrezione” di materiali considerati scarto dall’Occidente consumista. La prefazione è del direttore di Valori, Andrea Di Stefano.

Alla morte della moglie, il giovane Ivan, aspirante scrittore e responsabile di una clinica veterinaria a L’Avana, ritorna con la mente a un episodio avvenuto nel 1977, quando conobbe un uomo misterioso che passeggiava sulla spiaggia in compagnia di due magnifici levrieri russi. Tra i due nacque una profonda amicizia, tanto che a ogni incontro “l’uomo che amava i cani” gli svelava dettagli sempre nuovi relativi all’omicidio di Trotskij. I contenuti di quelle rivelazioni sconvolgeranno l’esistenza di Ivan e i suoi giudizi su Cuba, ma ne faranno anche il depositario involontario delle verità sulla vita di Lev Davidovic Bronstejn, più noto come Trotskij, e su quella di Ramon Mercader e sul modo in cui divennero la vittima e il carnefice di uno dei delitti più emblematici del Ventesimo secolo. Dall’esilio dell’acerrimo oppositore di Stalin - in Turchia, Francia, Norvegia e Centro America - al sofferto passato del suo omicida, la militanza nella guerra civile spagnola e la dedizione assoluta alla causa sovietica.

GIACOMO NARDOZZI IL FUTURO DELL’ITALIA

Laterza 2010

ROGER ABRAVANEL LUCA D’AGNESE REGOLE

GIORGIO MELETTI NEL PAESE DEI MORATTI

Garzanti, 2010

Chiarelettere, 2010

SALVATORE LUPO POTERE CRIMINALE

Laterza, 2010

MARCO SANTOCHI RINASCERE PER CASO

Felici Editore, 2010

narrativa

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L’ITALIA CIVILE E I SUOI PROTAGONISTI LA FATICA DI DIVENTARE ADULTI ALL’IMPROVVISO Nina ha tre giorni per pensare cosa regalare a sua madre Suzy. Tutto è cambiato in quest’anno. Ha finito la scuola; adesso ha un triste impiego di apprendista parrucchiera. Lei e la madre sono rimaste sole. Si vedono poco a causa dei turni di Suzy in una delle superstiti manifatture tessili di Roubaix. Con il primo salario Nina farà un regalo alla sua mamma, durante una gita al mare. In questo fluttuare tra l’ideazione suggestiva e l’incerta realizzazione, dal venerdì di vacanza al lunedì in cui ritorna al lavoro, a Nina, per caso, accadono una miriade di eventi ordinari, ma per lei fatali, dove il presente non sempre felice si mescola allo sguardo dell’infanzia appena abbandonata. Dove l’amore sognato deve combattere per non farsi schiacciare dalla realtà. Nello sguardo di Nina ora c’è il mondo degli adulti, così lontano dalle illusioni. MICHELE LESBRE NINA PER CASO

«Ho avuto il privilegio durante tanti anni di giornalismo di incontrare molte persone di livello alto, di grande spessore culturale e morale, con alcune delle quali la conoscenza si è trasformata in amicizia». Così Ibio Paolucci, per anni giornalista politico e giudiziario de L’Unità, apre il suo libro che è una narrazione in prima persona delle persone e dei fatti che hanno segnato il Novecento italiano. Un intreccio di storie e nomi che riconciliano il lettore con la storia recente. Da Camilla Cederna a Concetto Marchesi, dal maresciallo Silvio Novembre, collaboratore di Giorgio Ambrosoli, al pianista Pollini, passando per Torquato Secci, Giorgio Bocca e Benedetta Tobagi. Leggere questo libro significa immergersi in un racconto civile senza il fastidioso rumore di fondo che contraddistingue il tempo presente.

Sellerio,2010 IBIO PAOLUCCI STORIA DI UNO SCALDACHIODI

Arterigere, 2010

LEONARDO PADURA FUENTES L’UOMO CHE AMAVA I CANI

Tropea, 2010 | 68 | valori |

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A CURA DI CORRADO FONTANA | PER SEGNALAZIONI SCRIVETE A FONTANA@VALORI.IT

IL WIFI LIBERO FIORISCE SULL’ORTICA

LA CA’ ROSSA SI FA VERDE

Ci voleva il Terzo settore per sfondare il muro dell’accesso libero al web a Milano. E così, nell’attesa – per ora vana – che i diritti digitali facciano capolino anche nell’agenda politica delle amministrazioni pubbliche, tre soggetti diversi (l’associazione culturale non profit Green Geek; l’impresa sociale La Cordata; la rivista di nuove tecnologie Wired) hanno dato vita a “GWIFI free – internet wi-fi city connection”, progetto inaugurato ufficialmente alla festa dello storico quartiere dell’Ortica il primo ottobre scorso. Consiste nel posizionamento di un trentina di antenne (per ora) sulle pareti esterne degli edifici disposti ad ospitarle per poi rilasciare da esse il segnale di una rete web chiamata GWIFI e accessibile gratuitamente per un’ora e mezzo al giorno nel raggio di 200 metri. Gli utenti di GWIFI, per poter navigare rispettando la legge antiterrorismo, devono però effettuare una registrazione e autenticarsi tramite una telefonata da cellulare senza costo. Tutti con palmare o smartphone in strada: informazioni sul sito web di Green Geek.

Come valorizzare i processi inevitabili e talvolta virtuosi della globalizzazione? Un buon equilibrio arriva dall’esperienza dell’eco-museo Ca’ Rossa, inaugurato a metà ottobre scorso presso la Riserva naturale delle Salse di Nirano (Mo). Valori proiettati al futuro, come quelli della sostenibilità e del rispetto dell’ecosistema, trovano spazio in un’antica struttura agricola restaurata secondo i criteri della bioarchitettura e mettono in mostra il loro profondo radicamento nelle buone prassi che la tradizione locale ci ha trasmesso. Un’iniziativa promossa dalle amministrazioni di Regione, Provincia e Comune che ha un valore attivo, se è vero che il cosiddetto “museo” verrà animato per farne un luogo di formazione ed educazione ambientale, attraverso laboratori e percorsi didattici per le scuole, nonché di promozione della biodiversità attraverso il racconto dei prodotti tipici locali e dell’importanza della Riserva. Tra altri allestimenti, un impianto audio capace di riprodurre i “suoni naturali della Riserva”.

gwifi.it www.greengeek.it www.lacordata.it

www.fiorano.it www.ecofriends.it

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16 NOVEMBRE A MILANO IL PROGETTO GJUSTI TIRA LE SOMME CON VANDANA SHIVA C’è l’art director verde, che sceglie le campagne per dare un’immagine ecologica ai prodotti. C’è l’assicuratore ambientale, specializzato in eco-polizze. Oppure l’eco-brand manager (responsabile della progettazione di prodotti sostenibili), l’eco-cool hunter (sorta di “cacciatore di eco-tendenze”) e l’ecodiplomatico (che rappresenta le istituzioni negli atti di ratifica dei trattati ambientali internazionali). Se qualcuno di voi ha scritto qualcosa di simile sul biglietto da visita vuol dire che appartiene alla sempre più folta schiera di chi vive svolgendo un cosiddetto green job. Un potenziale occupazionale e una risorsa per la salvaguardia del Pianeta a cui il progetto GJUSTI si dedica da quando, nella primavera 2009, è stato attivato dai suoi promotori: Fondazione culturale responsabilità etica e Fondazione Roberto Franceschi. Primo obiettivo è, infatti, l'individuazione di nuove figure professionali e nuovi progetti, come quello che vuole costruire una rete sociale fatta di atenei, imprese, amministrazioni pubbliche, scuole per lanciare un’occupazione “verde”. Il 16 novembre 2010 a Milano, al palazzo della Regione, si terrà il convegno internazionale “Progettare, lavorare, pensare il futuro della Terra”, in cui verrà discusso l’esito del progetto dalle istituzioni, dai promotori e da numerosi ospiti stranieri, tra cui l’ecologista e premio Nobel indiana Vandana Shiva; il direttore europeo dell’UNEP (progetto Onu per l’ambiente) Christophe Bouvier e Philipp Schepelmann, del Wuppertal Institute.

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A CURA DI FRANCESCO CARCANO | PER SEGNALAZIONI SCRIVETE A REDAZIONE@VALORI.IT

A CESENA IL BIOLOGICO PRÈTA-MANGER

CINA ELETTRICA PER LE NUOVE AUTO

11/11/11 UN GIORNO IN RETE DA TESTIMONI

È un trend in crescita, quello dei ristoranti biologici che aprono in Italia, tant’è che dai 301 censiti nel 2001 si è passati a ben 404 nel 2009, tra ristoranti tout court e agriturismi bio con ristorante (dati BioBank). Sta di fatto che Alce Nero & Mielizia Spa, impresa di agricoltori biologici, apicoltori e produttori Fair-Trade che producono, trasformano e distribuiscono direttamente, sta puntando su questo mercato anche attraverso formule nuove. Nasce così il primo negozio-ristorantecaffè bio, ovvero “Cibo Cucina Caffè Bio”, aperto a Cesena in via Cervese lo scorso settembre. Un tentativo di innovare l’offerta e rendere il biologico e la sostenibilità non più di sola preferenza per aficionados. Nel negozio si possono perciò ordinare menù bio e speciali (vegetariano, per celiaci, “Bimbi” e “Libera Terra”) e poi si possono consultare su un iPad tutte le informazioni utili rispetto alle materie prime oppure ricette da provare a casa. Oltre a bere un caffè, si potrà inoltre approfittare di un piccolo supermarket del biologico.

Obiettivo, la produzione di un milione di auto elettriche ogni anno entro il 2020. Il ministro per la Scienza e la tecnologia cinese, Wan Gang, ha annunciato le linee strategiche di un programma per la massima diffusione di questo mezzo di trasporto. Attualmente in Cina vengono venduti circa nove milioni di autovetture l’anno e il governo ha deciso di stanziare da subito aiuti per l’acquisto di nuove automobili con alimentazione elettrica per un importo di circa 6 mila euro ad automezzo. Complessivamente, la Green Economy potrebbe assorbire circa il 2% del Pil cinese, secondo uno studio della società di consulenza strategica McKinsey, attestandosi su investimenti compresi tra 170 e 230 miliardi di euro l’anno da qui al 2030. La parziale riconversione industriale porterebbe alla riduzione di importazione di greggio fino ad un terzo del volume attuale. Gli investimenti nelle energie rinnovabili dovrebbero consentire nel medio periodo una riduzione della dipendenza anche dal carbone, attuale fonte di approvvigionamento energetico per oltre i due terzi delle centrali di produzione elettrica.

La proposta arriva a diversi, mirati indirizzi via mail da un centro direttivo statunitense e, almeno in apparenza, lancia un appuntamento in forma di evento collettivo: trasformare il giorno 11 novembre del 2011 in una giornata di testimonianza collettiva sullo stato dell’umanità. Bloggers, fotografi, registi, utenti della Rete vengono coinvolti come testimoni. Sul sito www.11elevenproject.com la lista dei sostenitori e partner si arricchisce progressivamente di nuove, importanti sigle, mentre in Rete inizia il tormentone: perché quella data? Darren Lynn Bousman, regista di blockbuster della paura che si dice ormai totalmente asservito al presunto potere magico della combinazione di numeri 11:11, annuncia un film sul tema. Ma gli organizzatori garantiscono: è, più semplicemente, il giorno della riunificazione mediatica della Terra e tutti sono invitati a partecipare. Una festa della tecnologia applicata all’umanità, spiega il sito, “come mai era finora potuto accadere”. Come auspicava Peter Gabriel con il progetto “witness” un decennio orsono, oggi con il cellulare, la telecamera o la webcam tutti possiamo essere testimoni.

www.alcenero.it www.progettogjusti.it

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“UPLOAD” RIPARTE IN RETE CON IL GAMING NETRA: COME USARE IL TELEFONINO PER PREVENIRE Il Mit Media Lab di Boston è una costante fucina di progetti all’avanguardia, ma non sempre sperimentare significa investire su artifici costosissimi. Netra, traduzione di “occhio” in sanscrito, è un visore in plastica e vetro da applicare a telefonini di ultima generazione. Acronimo di “Near Eye Tool for refractive assessment”, il progetto Netra vuole portare a basso costo la prevenzione di miopia, astigmatismo e presbiopia nelle aree in cui non sono presenti laboratori attrezzati. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) oltre 300 milioni di persone sono svantaggiate socialmente a causa di difetti alla vista causati da difetti refrattivi non corretti. L’indigenza nei Paesi in via di sviluppo, che non consente l’accesso a visite diagnostiche e strumenti di correzione, è tra le cause principali di diffusione del fenomeno. L’analisi delle condizioni di vista del paziente tramite telefonino richiede circa dieci minuti per ogni paziente e vengono effettuate otto diverse misurazioni dai cui dati scaturisce l’esito diagnostico. Il prototipo di Netra, presentato alla stampa internazionale per attivare una ricerca di sponsor, ha attualmente un costo valutato in circa due euro per unità, ma la produzione industriale potrebbe portare farlo scendere a pochi centesimi.

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Condividere la città giocandoci. “Upload,” progetto di Augusto Pirovano vincitore di un bando della Fondazione Cariplo, ha debuttato a inizio ottobre in rete e sta contaminando la città con missioni che giocano sulla creazione di un tessuto sociale condiviso tra gli utenti. Chi partecipa al gioco deve affrontare sette diversi livelli di videogame e soprattutto girare la citt�� alla ricerca di “nodi”, spazi sui quali intervenire con una progettualità personale al fine di migliorare la qualità del vivere cittadino. Erede di “Critical City”, fenomeno di nicchia che aveva saputo coinvolgere svariati internauti metropolitani, Upload gioca sul duplice terreno del social network e del gaming e resta aperto a numerose contaminazioni anche sotto il profilo della sostenibilità economica. Il 30% dei fondi del progetto, infatti, deve essere raccolto in corso d’opera attraverso l’invenzione di percorsi condivisi anche con le pubbliche amministrazioni o soggetti operanti sul territorio.

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indiceverde |

VALORI SOLAR ENERGY INDEX NOME TITOLO

ATTIVITÀ

PAESE

Conergy Centrotherm Photovoltaics Evergreen Solar First Solar GT Solar Manz Automation Meyer Burger Phoenix Solar PV Crystalox Solar Q-Cells Renewable Energy Corporation Roth & Rau SMA Solar Technologies Solar Millennium Solaria Solarworld Solon Sunpower Suntech Power Sunways

Sistemi fotovoltaici Linee produttive per pannelli solari Celle e moduli fotovoltaici Moduli fotovoltaici (film sottile) Linee produttive per pannelli solari Linee produttive per pannelli solari Seghe speciali per lavorazione pannelli Costruzione di centrali solari Silicio policristrallino Celle fotovoltaiche Silicio, celle, moduli fotovoltaici Linee produttive per pannelli solari Inverter solari Solare termico Moduli fotovoltaici Celle e moduli fotovoltaici Moduli e sistemi fotovoltaici Celle e moduli fotovoltaici Celle e moduli fotovoltaici Celle e inverter solari

Germania Germania USA USA USA Germania Svizzera Germania Gran Bretagna Germania Norvegia Germania Germania Germania Spagna Germania Germania USA Cina Germania

CORSO DELL’AZIONE 22.10.2010

RENDIMENTO DAL 15.10.08 AL 22.10.2010

0,51 € 29,08 € $1,01 $145,07 $8,29 54,09 € CHF 31,20 27,14 € £54,55 3,12 € kr 21,70 17,01 € 82,96 € 16,86 € 1,58 € 9,83 € 3,19 € $13,20 $8,45 4,77 €

-87,88% -1,52% -71,94% 14,50% 58,22% -28,20% 116,20% -10,99% -61,22% -91,35% -72,10% -11,31% 85,43% 2,87% -48,03% -50,65% -86,98% -62,95% -60,48% 70,36%

-19,90% € = euro, $ = dollari Usa, £= sterline inglesi, CHF = franchi svizzeri, NOK = corone norvegesi. Fonte dei dati: Thomson Reuters/Financial Times Nota: la rubrica “indice etico” ha natura puramente informativa e non rappresenta in alcun modo una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari. L’utilizzo dei dati e delle informazioni come supporto di scelte di investimento personale è a completo rischio dell’utente.

Il gioco è finito Il solare ha perso a cura di Mauro Meggiolaro

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UN’IMPRESA AL MESE

A GARA È FINITA. Due anni fa, il 15 ottobre del 2008, avevamo comprato virtualmente venti titoli di imprese che producono pannelli solari, inverter, seghe per – 19,90% Valori Solar Energy Index il silicio. Il meglio del solare quotato in borsa e del suo indotto. Abbiamo speso 20.000 euro, 1.000 per ogni titolo. Oggi ne abbiamo in mano 16.000. Se avessimo investiEurostoxx 50 + 11,79% to con soldi veri avremmo perso 4.000 euro in due anni. Chi invece, nello stesso periodo, ha comprato i 50 titoli più importanti del mercato europeo, sintetizzati nell’indice Dow Rendimento dal 15.10.08 al 22.10.2010 Jones Eurostoxx 50, avrebbe oggi quasi 2.500 euro in più. Da questo piccolo esperimento si posMeyer Burger www.meyerburger.ch sono trarre alcune conclusioni: le azioni del solaSede Thun – Svizzera re sono molto volatili e dipendono ancora in Borsa SWX - Zurigo modo rilevante dai sussidi statali che, con la crisi, Rendimento dal 15.10.2009 al 22.10.2010 +116,20% sono stati tagliati. Le imprese del solare sono anAttività Meyer Burger è un gruppo svizzero, fondato nel 1953, che produce macchine di precisione per l’industria fotovoltaica, usate in particolare per il taglio dei wafer che costituiscono i moduli cora relativamente giovani e hanno bisogno di dei pannelli. È attiva anche nel mercato dei semiconduttori e nel settore dell’ottica di precisione. continui investimenti in innovazione: una volta Ricavi [Milioni di euro] Utile [Milioni di euro] Numero dipendenti 2008 chiusi i rubinetti del credito hanno risentito del297,21 24,67 738 2009 295,45 la mancanza di finanziamenti molto più di altre 630 20,60 società. Ciò non significa che non sia importante continuare a investire nei titoli delle energie rinnovabili. Ma forse conviene farlo con moderazione, diversificando il portafoglio con azioni più “tradizionali”. In attesa di tempi migliori.

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Cura e cambiamento

La città del futuro di Massimiliano Pontillo

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OME SARÀ LA CITTÀ DEL FUTURO?

Certamente quella di oggi non è poi così tanto a misura d’uomo. I dati sono un po’ contraddittori. Sulla diffusione delle energie rinnovabili e della raccolta differenziata emerge un quadro in progressivo e positivo movimento. Quest’anno è stato registrato un dato assai confortante: l’86% dei comuni ha almeno un impianto di produzione di energia da fonti rinnovabili. Un salto acrobatico rispetto ai dati del 2009. Meno veloce, pur se consistente, la diffusione della raccolta differenziata, che dal 2000 al 2007 è più che raddoppiata arrivando a quasi nove milioni di tonnellate all’anno. Al di là di ciò, rimane il fatto che le città sono sostanzialmente bloccate e i cambiamenti sono minimali: ossia, assistiamo ad uno stallo delle politiche ambientali. È davvero un peccato, perché è proprio dai centri urbani che potrebbe partire il cambiamento; anzi, questi potrebbero esserne il fulcro, migliorando la qualità della vita delle persone e fornendo una risposta seria alla crisi economica, climatica ed energetica. Tante le sfide e i problemi da affrontare: la mobilità, lo smog, le energie rinnovabili, i rifiuti, il verde, l’edilizia, la riqualificazione urbanistica; con l’obiettivo di dare un contributo alla riduzione delle emissioni di CO2, alla diffusione dei consumi e di stili di vita sostenibili e costruendo nuove filiere industriali e produttive. Nelle metropoli italiane Occorrono strategie e azioni praticabili da subito, risorse servono strategie immediate. e idee lungimiranti. Bisognerebbe intervenire sull’arredo Per migliorare l’arredo urbano, urbano, sull’illuminazione, sulla finitura delle piazze la mobilità, l’edilizia. E per superare l’attuale stallo e sui parchi. Prendersi cura delle nostre città significa anche sulle politiche ambientali riconoscerne la cultura e la vocazione specifiche, valorizzarne le diverse identità: in fondo i principi della sostenibilità fanno riferimento al mondo della natura dove la bio-diversità è un elemento essenziale. Negli ultimi decenni, invece, la tendenza è stata quella di appiattire le diversità: da oggi dovremmo fare uno sforzo per coltivarle, per salvaguardare ogni specificità legata alle micro culture locali, fino alla cucina tipica. Si tratta di un vero e proprio patrimonio, fondamentale per l’identità di ciascuna città. Se è vero, quindi, che la città del domani è in realtà quella che già abbiamo e di cui dobbiamo prenderci cura, non significa che non sia necessario un vero e grande cambiamento. L’Europa, ancora una volta, ci offre lo stimolo e il traguardo. Sempre più numerose sono le città che stanno avviando piani di riorganizzazione e innovazione con un comune denominatore: l’azzeramento delle emissioni e la riduzione dei consumi. Il Patto europeo tra i sindaci, a cui in Italia hanno già aderito 500 comuni, rappresenta il terreno più adatto per raccogliere la sfida e imprimere alle politiche urbane l’accelerazione necessaria. È anche vero che la città del futuro la realizzeremo mettendo insieme i pezzi di una storia che è già scritta.

Sospensione rata Mutui: sospensione dei rimborsi delle rate dei mutui alle famiglie in difficoltà. Credito per i nuovi nati: prestito personale con condizioni agevolate alle famiglie con nuovi nati nel triennio 2009/2011. Credito per studenti “Diamogli credito”: prestito personale a condizioni agevolate per studenti universitari italiani e stranieri,

di età compresa tra i 18 e i 35 anni. Prestito della speranza: prestito personale a condizioni agevolate per famiglie bisognose che abbiano perso ogni fonte di reddito. Anticipazione sociale dell’indennità di Cassa Integrazione: agevolazione a favore dei lavoratori e delle lavoratrici dipendenti di aziende sul territorio nazionale.

Essere attenti al sociale significa ascoltare, conoscere e sostenere tutte le famiglie e le persone interessate dalla difficile congiuntura economica. Ai nostri clienti e a chi vuole diventarlo è dedicato il nostro lavoro quotidiano. Per maggiori informazioni

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Prendere visione delle condizioni economiche mediante i Fogli Informativi disponibili presso ogni agenzia BPM (D.Lgs. 385/93). Il presente messaggio ha finalità esclusivamente promozionali. L’erogazione del finanziamento è subordinata alla normale istruttoria da parte dell’agenzia.


Mensile Valori n.84 2010