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Anno 6 numero 42. Settembre 2006. € 3,50

valori Mensile di economia sociale e finanza etica

osservatorio

nuove povertà

Solidarietà sociale, volontariato, assistenza: la Provincia Autonoma di Trento risponde in modo multiforme al disagio mentre l’economia continua a credere nel modello cooperativo

GABRIELE BASILICO

Fotoreportage > Beirut

Dossier > Una Finanziaria con nuovi parametri equi, sociali e ambientali

Conti che tornano Economia > L’Università degli industriali che punta sull’economia sostenibile Energia > La nazionalizzazione fa scuola in Sud America Coop > L’autoanalisi del gruppo della grande distribuzione organizzata Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Trento - Contiene I.P.


| editoriale |

L’ora

dell’equità di Andrea Di Stefano

BANCA DI LEGNANO ETICA SGR

ITALIA SI AVVICINA A GRANDI PASSI, E NELLA MASSIMA CONFUSIONE, ad un appuntamento cruciale. Che negli ultimi anni è stato vissuto da molti come una spada di Damocle, una vera e propria mannaia sociale: si tratta della finanziaria, la legge di bilancio dello stato con la quale vengono definite le priorità di spesa e entrate per il prossimo anno. Innanzitutto sarebbe bene ristabilire un minimo di regola, anche politica. La finanziaria è un passaggio importante per valutare l’azione di un Governo e della sua maggioranza politica ma non possiamo e non dobbiamo ridurre il dibattito politico e sociale solo ad una legge di bilancio. Per questo il nostro ordinamento avrebbe previsto sulla carta l’approvazione di un documento di programmazione, il famigerato Dpef, che purtroppo è stato snaturato da tutti gli abitanti passati e recenti di Palazzo Chigi. Un primo passo importante, come sottolinea Roberto Romano nell’intervento che pubblichiamo nel dossier, sarebbe stato proprio quello di rassegnare al Dpef il ruolo che viene assegnato dal nostro ordinamento. Se così fosse stato, probabilmente, non ci ritroveremmo con un documento approvato dal Parlamento che rischia di essere un libro dei sogni. Certo fare un vero Dpef avrebbe significato discutere veramente sulle priorità e porci finalmente il problema del rispetto degli obblighi imposti dal Patto di stabilità. In altre parole basta con la demagogia di Maastricht. E non tanto perché come disse lo stesso Prodi il Patto è stupido ma perché il nodo del debito, csioè lo stock di debito accumulato in rapporto al Pil, non ha lo stesso peso del deficit (cioè dell’ammontare del disavanzo anno per anno rispetto al prodotto interno lordo). Avremmo così potuto dibattere in modo lucido e temporalmente sufficiente delle proposte di stabilizzazione del debito che non significano, come ha demagogicamente affermato Luca Ricolfi, un ampliamento dello stock di titoli pubblici emessi dalla pubblica amministrazione. Non è con i facili slogan che possiamo affrontare seriamente i problemi, men che meno quelli di bilancio pubblico. Settembre sarà un mese cruciale per la finanziaria del governo Prodi-TPS-Visco e non sarà facile spostare l’attenzione dalla necessità di risanare i conti, solamente attraverso i tagli e il contenimento del debito (magari attraverso altre disastrose privatizzazioni-svendita), all’adozione di provvedimenti realmente innovativi sia nelle scelte per le entrate (senza aspettative irrealistiche sulla lotta all’evasione) sia nelle indicazioni sulle spesa (a cominciare dal taglio delle spese militari). La sfida è quella per una finanziaria di segno diverso, molto diverso, forse addirittura equa e solidale.

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valori settembre 2006 mensile www.valori.it

anno 6 numero 42 Registro Stampa del Tribunale di Milano n. 304 del 15.04.2005 Società Cooperativa Editoriale Etica Via Copernico, 1 - 20125 Milano promossa da Banca Etica

GABRIELE BASILICO

editore

Dal 1975 al 1990 il Libano è stato sconvolto da una guerra civile, combattuta dalle milizie cristiane e musulmane. Gabriele Basilico fu chiamato a testimoniare quella tragedia per la memoria futura degli uomini.

Beirut, 1991

soci

Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Arci, TransFair Italia, Mag 2, Editrice Monti, Fiba Cisl Nazionale, Cooperativa Sermis, Ecor, Cnca, Fiba Cisl Brianza, Agemi, Publistampa, Federazione Trentina delle Cooperative, Rodrigo Vergara, Fondazione Fontana consiglio di amministrazione

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fotoreportage. Beirut

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dossier. Finanziaria: è l’ora dei conti diversi

collegio dei sindaci

Un Dpef lontano dal programma Le leve del fisco possono essere manovrate I Cardinali del capitalismo nel conclave di Cernobbio

Giuseppe Chiacchio (presidente), Danilo Guberti, Mario Caizzone

economiaetica

Sabina Siniscalchi, Sergio Slavazza, Stefano Biondi, Pino Di Francesco Fabio Silva (presidente@valori.it)

16 18 20 24

I nuovi paradigmi dell’economia sostenibile la diversità della coop esiste ma è timida

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lavanderia

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osservatorionuovepovertà Sos povertà e disagio sociale. Trento risponde... forse troppo L’economia viaggia su un vecchio diesel Da provincia povera ad eccellenza europea grazie all’autonomia

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macroscopio

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internazionale 11 settembre: alibi per una guerra senza frontiere Energia nel cono sud torna la nazionalizzazione

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stampa

utopieconcrete

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Publistampa Arti grafiche Via Dolomiti 12, Pergine Valsugana (Trento)

economiasolidale Ecor e Naturasì verso la fusione Non si vive di sole bollicine

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altrevoci

68

stilidivita

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numeridivalori

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padridell’economia

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direttore editoriale

Sabina Siniscalchi (siniscalchi@valori.it)

ECO&EQUO

bandabassotti

direttore responsabile

Andrea Di Stefano (distefano@valori.it) redazione (redazione@valori.it)

Via Copernico, 1 - 20125 Milano Cristina Artoni, Paola Baiocchi, Francesco Carcano, Paola Fiorio, Michele Mancino, Sarah Pozzoli, Francesca Paola Rampinelli, Elisabetta Tramonto revisione testi

Silvia Calvi progetto grafico e impaginazione

Francesco Camagna (francesco@camagna.it) Simona Corvaia (simona.corvaia@fastwebnet.it) Adriana Collura (infografica) fotografie

Roberto Arcari, Alessandra Bonaventura, Alberto Cristofari, Evan Fairbanks, Giancolombo, Susan Meiselas, Tania, Paolo Tre (A3/Contrasto/Magnum Photos)

distributore nazionale

Eurostampa srl (Torino) tel. 011 538166-7 abbonamento

10 numeri 30,00 euro ˜ sostenitore 60,00 euro come abbonarsi I

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Top manager

Sempre più ricchi i già ricchi di Andrea Di Stefano

ECONDO UNO STUDIO DI MERRIL LYNCH E CAP GEMINI nel mondo ci sono 8,3 milioni di milionari, il 7,3% in più rispetto all’anno precedente con un patrimonio che ammonta a 30,8 milioni di miliardi di dollari. In cima alla classifica ci sono gli Stati Uniti con due milioni e mezzo di ricchi (seguiti da Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Cina, Canada, Italia, Svizzera e Spagna). La definizione usata parla di almeno un milione di dollari di disponibilità finanziarie e immobili, prima casa esclusa. E i super ricchi, definiti dall’indagine come quelli con disponibilità finanziarie di 30 milioni di dollari e oltre, sono poco meno di 80mila, tra lo 0,6% dei milionari in Asia-Pacifico, lo 0,8% in Europa, l’1,2% in Nordamerica per arrivare al 2,3% dei milionari del subcontinente in America Latina. E all’1,9% in Africa. Il 2003 e il 2004 hanno visto una rapida crescita dei supericchi nel mondo. In Cina e India gli strati alti del reddito si stanno tutti arricchendo in fretta, ma lo 0,1% più alto si sta arricchendo molto più in fretta degli altri. I più ricchi-global non compaiono in nessuna classifica, tengono molto alla riservatezza e sono troppo ricchi per comparire nelle classifiche. Sempre secondo Merril Lynch tendono ad essere sempre più giovani: il 39% dei milionari di tutto il mondo ha meno di 56 anni. E la classe media arranca. Stephen Haseler, docente alla London Metropolitan University e autore di “I super ricchi: il nuovo e ingiusto mondo del capitalismo globale” afferma che «il capitalismo era un tempo qualcosa di buono per la gente laboriosa e capace» mentre ora «ne beneficia soprattutto un’elite globale che ha pochi contatti con Poco più di otto milionari le necessità locali o nazionali e che è molto interessata a schivare le tasse. in tutto il mondo. E questo porta a drammatiche conseguenze nei nostri sistemi sanitari Ma quelli che crescono ed educativi nazionali». Il brusco calo delle ineguaglianze di reddito dopo più rapidamente sono la Seconda guerra mondiale aveva portato Simon Kuznets, a teorizzare i grandi manager, gli mezzo secolo fa una curva discendente, la curva di Kuznets che prevedeva stessi protagonisti degli una diminuzione delle diseguaglianze di reddito man mano che l’economia ultimi scandali finanziari di un Paese procedeva e diventava strutturalmente più progredita. Kuznets è rimasto un’icona per i successori, ma nel 2003 furono Piketty e Saez a documentare che la sua teoria non reggeva, con uno studio sull’ineguaglianza dei redditi Usa dal 1913 al 1998. Dimostrava che la J rovesciata dei redditi era in realtà una U la cui traiettoria destra era ormai risalita ai livelli di inizio secolo, anche se diversissima nella composizione, con il trionfo dei top manager. Mentre fino alla Seconda guerra mondiale erano soprattutto i ricchi azionisti a formare il nucleo dei ricchi, spesso grazie alle eredità, da allora è incominciata una ascesa dei manager, per 30-40 anni graduale, poi un balzo, e dal 1990 sono altre due categorie, i working rich, imprenditori e grossi professionisti, ma soprattutto i top manager. Nel '70 lo stipendio medio di un amministratore delegato delle 500 società dello S&P era 30 volte quello di un operaio, nel 2002 era 360 volte e oggi ancora più su. Classifiche e cronache, giudiziarie e non, con i salari e i benefit dei top manager hanno indicato la forza dei vari Terry Semel di Yahoo, 230 milioni di stock option nel 2004, Stanely O'Neal di Merrill Lynch, più di 80 milioni di dollari in tre anni, o Michael Eisner già della Walt Disney Corporation, 800 milioni in 13 anni durante i quali i suoi azionisti avrebbero guadagnato di più investendo in titoli del Tesoro americano. Uno studio 2005 della Harvard University valutava in 15 milioni di dollari il valore medio del pacchetto pensione di un campione di top manager.

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NUOVA ECOLOGIA

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GABRIELE BASILICO

| fotoreportage |

> Beirut

foto di Gabriele Basilico

Tra il 1975 e il 1990 la città di Beirut viene distrutta da una feroce guerra civile: da una parte i falangisti cristiani dall’altra i musulmani. Nel 1982 arrivano in Libano anche gli israeliani che appoggiano le milizie cristiane contro i palestinesi. Gabriele Basilico, ad un anno dalla fine del conflitto, viene inviato per testimoniare la follia di quegli anni.

ono passati 15 anni da quando Gabriele Basilico andò a Beirut per documentare le rovine di una città devastata dalla guerra. Un lavoro commissionato da Dominique Eddé, scrittrice libanese ma parigina d’adozione, che non voleva disperdere la memoria di un luogo che presto, con la ricostruzione, sarebbe cambiato. E così nell’ottobre del 1991 Basilico sbarca a Beirut. Con lui c’è una squadra di fotografi di rango: Robert Frank, Josef Koudelka, René Burri, Raymond Depardon e il giovane Fouad Elkoury. «Erano le 6 di sera, quando misi per la prima volta piede a Beirut - racconta Basilico -. Mi colpì l’odore del vuoto, un odore strano di cosa artificiale. Mi ricordava quello delle fabbriche dismesse. E poi il silenzio della sera che diventava totale quando i generatori di corrente e i muezzin tacevano». Il Libano è considerato da sempre un simbolo di ricchezza e di potere, tanto da meritarsi l’appellativo di Svizzera del Medio Oriente. Della sua ricca ed elegante capitale, però, rimangono le macerie e le cronache di un conflitto difficile da decifrare: «Avevano combattuto nel cuore di Beirut, nel raggio di un chilometro quadrato. Una guerra tra bande, tra fratelli. Una situazione diversa rispetto all’attuale conflitto». Il fotografo deve consegnare alla storia e alla memoria degli uomini una città che mostra al mondo intero solo lo scheletro dei suoi palazzi, simili a vecchi mobili preziosi devastati dalle tarme: «In genere i fotografi sono affascinati più dalle rovine che dall’architettura, perché una città distrutta racconta molto di più. Io invece ho cercato di eliminare l’enfasi della rovina perché ero preoccupato dai rischi di un’interpreazione eccessiva. Mi sono spogliato del romanticismo di queste situazioni, anche se è difficile farlo totalmente, per cogliere la sospensione del tempo, l’attesa di nuova vita che scaturiva da quella distruzione. Insomma, volevo una dimensione fredda e distaccata per dare alle foto un significato non solo estetico». Nelle 530 fotografie in bianco e nero scattate da Basilico, raramente ci sono delle persone, ma quando ci sono stigmatizzano di più il vuoto dei palazzi sventrati, un po’ come se quelle rovine vivessero di vita propria senza il bisogno della presenza umana. Quelle foto, dopo essere finite in un libro, sono passate alla storia, esposte nei musei di arte contemporanea di mezzo mondo. Molte sono state acquistate da privati. Nel 2004 Basilico ritorna a Beirut, dove fotografa la parte della città dagli stessi punti di osservazione del lavoro condotto nel 1991: «Ho girato per le strade con il libro in mano e ho ritrovato alcuni luoghi come allora, mentre altri erano vuoti. Ma ciò che era stato ricostruito era stato fatto nello stesso stile. È stato emozionante».

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L’AUTORE Gabriele Basilico nasce a Milano il 12 agosto 1944. Dopo una laurea in architettura al Politecnico di Milano inizia una lunga ricerca sull’area industriale milanese che culminerà nel 1983 con l’esposizione “Milano, ritratti di fabbriche” al Padiglione per l’Arte Contemporanea. Dal 1984 al 1985 lavora al progetto della Mission Photographique de la Datar, grande campagna sul paesaggio francese contemporaneo promossa dal governo transalpino. Nel 1987 è presente ai Rencontres Internationales de la Photographie di Arles con la mostra “Italia-France”. Nel 1991 partecipa alla Mission Photographique sulla città di Beirut, lavoro da cui nascerà il libro “Beirut 1991” (2003). Nel 1996 durante la Biennale di Venezia riceve il premio “Osella d’oro” per la miglior fotografia nel campo dell’architettura contemporanea. Nel 1999 pubblica “Cityscapes” (Baldini Castoldi Dalai), oltre 300 fotografie dal 1984 al 1999. Nel 2001 pubblica con Phaidon Press la monografia “Gabriele Basilico”. Nello stesso anno “Berlin”, nel 2003 “Bord de mer” e nel 2005 “Scattered City”, pubblicati da Baldini Castoldi Dalai. Imminente la pubblicazione di “Appunti di un viaggio 1969-2006”, Peliti Associati. Fino al 15 ottobre 2006 le sue foto sono in mostra alla Maison Européenne de la Photographiedi Parigi. Basilico ha partecipato a progetti di ricerca nelle maggiori città europee: Milano, Genova, Barcellona, Berlino, Madrid, Parigi, Zurigo, Lisbona, Bilbao.

Nella guerra civile del 1975 Beirut era divisa in due dalla cosiddetta “Linea verde”, confine tra i combattenti cristiani e musulmani.

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> Beirut

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GABRIELE BASILICO

GABRIELE BASILICO

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| fotoreportage |

Oltre ai miliziani cristiani della Falange, nazionalisti, e ai musulmani, fautori del panarabismo, in Libano vivevano circa 300 mila profughi palestinesi. Nel 1982 arrivarono anche gli israeliani che, nel sud del Paese, fondarono una pseudo-milizia per proteggere la parte settentrionale di Israele. Presero d’assedio Beirut e sostennero le milizie falangiste cristiane contro i palestinesi. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite inviò una forza di pace per mettere fine alla guerra tra cristiani e musulmani. La forza multinazionale subì gravi perdite e si ritirò nel 1984.

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GABRIELE BASILICO

GABRIELE BASILICO

A differenza di quanto accadde nel ’75, l’ultima non è stata una guerra civile. Il conflitto ha coinvolto israeliani ed hezbollah, combattenti musulmani concentrati nel sud del Libano. Dopo 34 giorni di conflitto, l’Onu, come 24 anni prima, ha deciso di inviare una forza di interposizione per mantenere la tregua.

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Nonostante il ritiro di Israele dal Libano nel maggio del 2000, resta contesa la zona delle fattorie di Sheba’a, nel sud del Paese a ridosso della frontiera israeliana, e continuano gli scontri tra gli hezbollah, miliziani musulmani sciiti appoggiati da Siria e Iran, e l’esercito israeliano. La crisi riesplode l’11 luglio 2006, quando un commando hezbollah attacca e distrugge un’unità militare israeliana in Israele, generando così una dura reazione. La tregua inizia alle ore 8 del 14 agosto, in attesa dell’intervento delle forze dell’Onu.

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Un Dpef lontano dal programma >18 Le leve fiscali possono essere manovrate >20 I cardinali del capitalismo nel conclave di Cernobbio >24 Gli incredibili costi della guerra in Iraq >27

a cura di Paola Baiocchi, Andrea Di Stefano e Andrea Montella

ALBERTO CRISTOFARI / A3 / CONTRASTO

dossier

Villa D’Este sul lago di Como, principesca residenza del XVI secolo, circondata da un parco di 25 acri, è molto più di un hotel. Nella prima settimana di settembre, a partire dal 1975, ospita il Workshop Ambrosetti, appuntamento fisso della finanza e della politica italiana e internazionale. Re, capi di stato, ministri, premi Nobel, top manager si ritrovano per discutere i nuovi assetti del mondo.

Cernobbio, 2005

Finanziaria

È l’ora di fare conti diversi Il bilancio dello Stato non è una variabile indipendente Le scelte in materia di entrate e uscite possono essere una svolta

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Un Dpef lontano dal programma di Roberto Romano

l Dpef dovrebbe delineare la cornice economica e finanziaria per predisporre la legge di bilancio: sulla carta dovrebbe contenere le misure di contenimento e crescita della spesa, le misure fiscali, gli interventi nel campo sociale ed altre eventuali misure che si rendono necessarie per la predisposizione del bilancio. Se la definizione tecnica è stringente, il Dpef 2007-11 non sembra soddisfare questi criteri, fino a pregiudicare la trasparenza del documento. Lo stesso quadro programmatico, invero impressionante dal lato della manovra economica, non soddisfa nessuno dei criteri di trasparenza. In questo modo è possibile interpretare i numeri nei più svariati modi. Se il Dpef mantiene le caratteristiche di questi ultimi 6 anni, sarebbe opportuna una discussione sulla sua utilità. Infatti, basterebbe una risoluzione del Parlamento per raccogliere gli indirizzi di finanza pubblica. Si è passati da un documento agile del primo governo di centro sinistra (60 pagine), a un documento

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INCIDENZA DELLE VERIFICHE FISCALI

FONTE: SOLE 24ORE SU *DATI 2005 AGENZIA DELLE ENTRATE E GDF E **DATI DICHIARAZIONI 2004

NUMERO COMPLESSIVO*

VERIFICHE OGNI 1.000 CONTRIBUENTI IVA**

TOSCANA 1.220 LOMBARDIA EMILIA ROMAGNA 2.695 PIEMONTE 2.653 PUGLIA 2.405 ABRUZZO 906 MOLISE 239 LAZIO BASILICATA 417 SARDEGNA 1.107 UMBRIA 696 VENETO CALABRIA 1.374 CAMPANIA LIGURIA 1.521 SICILIA FRIULI V.G. 1.104 MARCHE 1.891 TRENTINO A.A. 2.510 VAL D’AOSTA 390 TOTALE

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4,4 4.745 5,2 5,6 6,0 6,5 6,6 7,2 3.725 7,3 7,4 7,4 7,7 4.118 8,1 8,9 4.250 9,4 9,5 3.821 9,6 9,6 11,2 22,1 25,2 42.324 7,4

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ridondante (182 pagine); dalla indicazione degli interventi da adottare unitamente al quadro complessivo, al solo quadro complessivo. Il Dpef 2007-11 proposto dall’attuale governo ha una prima parte analitica che indaga i principali vincoli e problemi del paese (competitività e produttività, distribuzione del reddito, welfare state, sofferenza dei conti pubblici, debito pubblico, deficit pubblico e avanzo primario, privatizzazioni e liberalizzazioni); una seconda parte che delinea la strategia del governo per il quinquennio (politica della crescita, sostenibilità dei conti pubblici e rimozione delle distorsioni dei sistemi tributari); una terza parte che delinea il quadro programmatico (quadro dell’intervento correttivo da realizzare in sede di legge finanziaria, che si esplica in interventi per 20 miliardi di euro, al netto di nuove spese volte a obiettivi di sviluppo ed equità, stimati in 15 miliardi di euro). Se dal lato analitico possiamo considerare il Dpef fin troppo puntiglioso, la parte relativa alla strategia che il governo intende adottare, così come il quadro programmatico, appare reticente e sostanzialmente non in linea con le caratteristiche tecniche richieste da un Documento di programmazione economica e finanziaria.

Obiettivi principali del Dpef Come già sottolineato, il Dpef individua tre grandi aree di intervento:

L’APPELLO DEGLI ECONOMISTI: NON ABBATTERE IL DEBITO PUBBLICO, MA STABILIZZARLO E RILANCIARE IL PAESE L’ESITO DELLE ELEZIONI POLITICHE DI APRILE e l’insediamento del Governo Prodi hanno suscitato presso la maggioranza degli italiani una forte aspettativa di rilancio dell’economia e di ridefinizione degli indirizzi di politica economica a fini di equità e di coesione sociale. A questo scopo si rendono indispensabili provvedimenti coraggiosi ed incisivi: un programma di legislatura che preveda ampi investimenti nel sistema delle infrastrutture materiali e immateriali, nell’istruzione, nella formazione e nella ricerca scientifica e tecnologica; un indirizzo di politica industriale che spinga il nostro tessuto produttivo verso un modello di sviluppo fondato sulle nuove tecnologie, e che risulti equilibrato sul piano ambientale e territoriale; una diversa disciplina del mercato del lavoro e delle relazioni industriali che ripristini le condizioni per la crescita dei salari reali, per il superamento di una logica produttiva fondata sulla precarietà del lavoro, per il rafforzamento degli ammortizzatori sociali e più in generale degli strumenti di welfare. Si tratta di interventi necessari, inderogabili, per il cui perseguimento occorrono impegno e risorse. La nostra preoccupazione è che il Governo si stia orientando verso una politica generale delle finanze pubbliche che precluderebbe ogni possibilità di fornire risposta alle reali esigenze del Paese. Dal Documento di programmazione economica e finanziaria sembra infatti emergere una pesante manovra di finanza pubblica volta a realizzare un rapido abbattimento del rapporto tra debito pubblico e Pil. Il perseguimento di un simile obiettivo richiederebbe l’accumulo di avanzi primari annuali estremamente ampi. Ciò implicherebbe tagli significativi alla spesa pubblica, incrementi del prelievo fiscale non reimpiegabili nell’economia e, presumibilmente, ulteriori dismissioni e privatizzazioni. Se questo tipo di orientamento prevalesse gli effetti sul sistema economico e sociale potrebbero rivelarsi deleteri. Da un lato, si avrebbe una ulteriore compressione della domanda aggregata e quindi dei livelli di attività economica, con riflessi negativi sullo stesso bilancio pubblico. Dall’altro, si rinuncerebbe ad impiegare risorse reali e finanziarie in politiche strutturali utili al rilancio e allo sviluppo economico-sociale. Ci preme mettere in luce che questa strada non è per nulla obbligata. Non sussistono, infatti, né vincoli istituzionali né imperativi tecnico-economici che impongano un abbattimento del debito. In primo luogo, l’unificazione monetaria europea e la presenza di un mercato finanziario integrato hanno fortemente ridimensionato i differenziali tra i tassi d’interesse dei paesi membri, e non sussiste alcun motivo tecnicamente plausibile per attendersi incrementi

1. la crescita economica 2. la sostenibilità dei conti pubblici 3. la rimozione delle principali distorsioni dei sistemi tributari Le principali indicazioni sulla crescita economica sono legate alla riforma del mercato dei beni e quello del lavoro. In particolare si delinea l’ipotesi di un piano straordinario per i diritti e l’occupazione delle donne, dei giovani ed in genere della famiglia che affronti, in un quadro organico e coerente, i vincoli che ostacolano la loro piena partecipazione alla vita economica e sociale del paese. Al sistema delle imprese è lasciata l’individuazione della collocazione ottimale della nostra economia, offrendo un quadro di riferimento certo. In particolare l’azione dell’Amministrazione Pubblica agirà su tre linee: contesto, innovazione e ricerca, fiscalità. Uno dei punti cardine individuati dal Dpef è l’apertura dei mer-

significativi e duraturi di tali differenziali. Qualsiasi riferimento ad eventuali reazioni avverse da parte dei mercati andrebbe pertanto seriamente argomentato sul piano tecnico-scientifico, anziché essere semplicisticamente evocato. In secondo luogo, l’analisi economica mostra che non esiste un’unica definizione plausibile di sostenibilità delle finanze pubbliche: per ogni data differenza tra i tassi d’interesse e i tassi di crescita del reddito, esistono molteplici combinazioni possibili del deficit e del debito, tutte sostenibili sul piano della stretta logica economica. Questo significa che i vincoli del deficit al 3% e del debito al 60% del Pil, sanciti dal Trattato dell’Unione, non godono in quanto tali di alcuna legittimazione scientifica. Nulla impedisce, pertanto, che essi vengano sottoposti ad una nuova e diversa valutazione in sede politica, nazionale ed europea. A questo riguardo, è opportuno ricordare che il Trattato dell’Unione non prevede sanzioni rispetto al vincolo del debito pubblico al 60%, e che le sanzioni previste per i paesi il cui deficit superasse il limite del 3% non sono finora mai state applicate, nonostante le significative e ripetute violazioni. Non vi sono dunque ragioni valide per imporre al Paese un’azione di drastico abbattimento del debito; il nostro sistema economico attende piuttosto una ripresa responsabile, razionale, innovatrice, dell’intervento pubblico nell’economia. A questo scopo, noi proponiamo che il Governo fissi come obiettivo generale di legislatura non l’abbattimento ma la sola stabilizzazione del debito rispetto al Pil, determinando conseguentemente il valore del rapporto tra deficit e Pil. L’eventuale esigenza di ulteriori riduzioni del rapporto tra deficit e Pil - da verificare nelle sedi del Parlamento nazionale, della Commissione e del Consiglio europeo - andrebbe comunque esaminata tenendo conto della mancata applicazione di sanzioni nei confronti di quei paesi membri che negli anni passati presentavano “disavanzi eccessivi”. Inoltre, più in generale, qualsiasi intervento sul disavanzo andrebbe valutato alla luce della necessità di muoversi sempre ed esclusivamente in termini anti-ciclici rispetto all’andamento dell’economia e di sostenere più elevati sentieri di sviluppo del reddito e dell’occupazione. Sono queste, riteniamo, le opzioni di finanza pubblica che nella presente situazione risultano compatibili con i fondamentali obiettivi di sviluppo economico del Paese e di rispetto dei più elementari principi di equità e di giustizia sociale. Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio) e una sessantina di altri docenti di atenei di tutta Italia.

cati. Le liberalizzazioni favorirebbero il contenimento dei prezzi, con effetti positivi sui consumatori e, per questa via, aiutare il potere d’acquisto di redditi e salari. Sempre secondo il Dpef, le privatizzazioni e liberalizzazioni degli anni passati hanno cominciato a dare i primi esiti positivi per i cittadini e le imprese. Non a caso si dice che saranno favorite di liberalizzazione nel campo dell’energia elettrica, gas, servizi pubblici locali, trasporti, telecomunicazioni, distribuzione - in particolare di alcune categorie merceologiche come i medicinali - servizi bancari e assicurativi, libere professioni. Per rafforzare la concorrenza, il Governo intende costituire una unità di valutazione delle indagini e delle segnalazioni formulate dall’Autorità Garante della Concorrenza, utile anche “a fini istruttori per le eventuali e conseguenti decisioni da assumere”. La riduzione del cuneo fiscale non dovrebbe intervenire sui con-

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tributi previdenziali. È molto probabile un intervento sull’Irap. A “beneficiare” saranno il sistema delle imprese e i lavoratori. All’intervento sul cuneo fiscale e contributivo dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, saranno affiancate misure finalizzate ad innalzare la contribuzione a fini pensionistici degli iscritti alla gestione separata. Sostanzialmente le iniziative del governo per sostenere la crescita sono legate all’abbattimento del costo del lavoro, alla concorrenza dentro un quadro che privilegia le forme di lavoro a tempo indeterminato, c.d. lavoro standard, la riduzione dell’area della precarietà, l’intensificazione del contrasto al lavoro nero e irregolare, il miglioramento della tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

se eccedenti saranno coperte con risorse proprie, mediante la conferma degli strumenti di automatismo fiscale. Per le Regioni che presentano forti disavanzi viene stanziato, per gli esercizi dal 2007 al 2009, un fondo straordinario di dimensione decrescente nel tempo, capace di sostenere il percorso di rientro entro il 2009. Per gli Enti locali si ipotizza la predisposizione di un nuovo Patto di Stabilità Interno. Secondo il Dpef appare corretto abbandonare il metodo dei tetti su specifiche categorie di spese e introdurre vincoli per il saldo di bilancio e la dinamica del debito, in un quadro di piena attuazione del binomio autonomia-responsabilità: gli obiettivi potrebbero essere fissati in termini di saldo di bilancio medio pro-capite modulati per classi di popolazione degli enti locali.

Risanamento conti pubblici Il secondo asse di intervento è finalizzato a dare certezza ai conti pubblici. Gli obiettivi sono quelli di un saldo primario che nel giro di pochi anni ritorni ai livelli degli anni ‘90; un regime di tassazione più equo e ripulito dai mali dell’evasione e della elusione, una decisa riduzione delle inefficienze dell’apparato delle amministrazioni pubbliche, centrali e locali, con conseguenti economie di spesa pubblica. In particolare si intendono adottare misure strutturali dirette a piegare la dinamica della spesa pubblica: l’apparato delle amministrazioni pubbliche e conseguentemente il pubblico impiego; il sistema pensionistico pubblico e complementare; il servizio sanitario nazionale; la finanza degli enti decentrati. Stando al quadro programmatico, è su questi comparti che dovrebbero realizzarsi risparmi per 20 mld di euro, che probabilmente diventano 25 se prendiamo in esame le misure per lo sviluppo pari a 15 mld di euro. Il Dpef non indica l’entità finanziaria dei provvedimenti, ma solo alcuni tratti generali. In particolare: la quota minima del personale pubblico impegnato nei servizi di back office (attualmente sono 265.000); interventi sul sistema previdenziale per ridurre l’incidenza sul Pil. Si pensa all’abolizione dello scalone, unitamente ad un aggiornamento del coefficiente di trasformazione e avvio della previdenza integrativa. Il sistema sanitario nel triennio 2007-2009 dovrebbe ridurre la spesa tendenziale rispetto al PIL. Ciò sarebbe possibile attraverso un nuovo Patto per il sistema sanitario che presuppone una certezza delle risorse disponibili (6,6% del Pil ). Inoltre, le regioni opereranno in regime di piena autonomia e inderogabile responsabilità di bilancio. Se le regioni non ottengono i guadagni di efficienza programmati, le spe-

Stato sociale Le principali aree di intervento sono: un sostegno ai redditi di quanti vivono rapporti di lavoro discontinui e/o con basse retribuzioni, sostituendo le attuali deduzioni da lavoro Irpef, di cui non usufruiscono coloro che hanno un reddito inferiore al minimo imponibile, con una detrazione da lavoro di cui possano usufruire come trasferimento monetario coloro che hanno redditi inferiori al minimo (i cosiddetti incapienti). Assegno per i minori che fornisca una integrazione al reddito più consistente in funzione della numerosità del nucleo familiare. Ripresa su nuove basi del “Reddito minimo di inserimento” (RMI) condizionato alla partecipazione ai percorsi di inserimento e alla “prova dei mezzi” (tramite l’indicatore della situazione economica equivalente - ISEE). Potenziamento dei servizi per l’infanzia con un programma per lo sviluppo di asili-nido che faccia leva su risorse nazionali e locali e sull’integrazione con il sistema scolastico. Un piano di intervento sulla non autosufficienza a partire da un programma di sviluppo dell’assistenza domiciliare integrata. Tutela della maternità a tutte le forme di lavoro non a tempo indeterminato.

Quadro programmatico e analisi La Legge Finanziaria per il 2007 disporrà interventi il cui importo complessivo viene quantificato in circa 20 miliardi di euro (1,3 per cento del PIL), al netto di nuove spese volte a obiettivi di sviluppo e di equità, che si stimano in circa 15 miliardi di euro (1,0 per cento del PIL). L’ammontare ‘lordo’ di risorse da reperire sarebbe dell’ordine di 35 miliardi di euro e del 2,3 per cento del PIL.

Grande incongruenza tra impostazione strategica e le misure che sarebbero necessarie per raggiungere obiettivi molto ambiziosi Il peso della manovra correttiva dal lato delle spese, solo in parte compensato dalle entrate che arrivano dalla manovra correttiva del 30 giugno e dall’auspicabile riforma delle rendite finanziarie, pregiudicano gli obiettivi di equità e di crescita esposti nella prima parte del Dpef. Soprattutto si osserva una forte incoerenza tra la parte analitica (82 pagine), strategica (62 pagine) e il quadro programmatico (6 pagine). Sostanzialmente le ultime sei pagine condizionano e ribaltano gli obbiettivi indicati in premessa al Dpef: crescita economica, sostenibilità dei conti pubblici, soluzione delle distorsioni dei sistemi tributari ed equità. Questa tesi trova conferma nella crescita del Pil tendenziale a legislazione vigente più alta di 0,3% da quella delineata nel quadro programmatico, in ragione degli interventi che si vorrebbero adottare (rispettivamente 1,5% e 1,2%). La stessa domanda interna si riduce dello 0,5%, cioè da un tendenziale 1,3 a un programmatico 0,8. Sostanzialmente le misure che il governo intende adottare contraggono la crescita del Pil e il reddito disponibile delle famiglie; si implementa la politica dei due tempi: prima il risanamento e poi lo sviluppo. Le affermazioni di Padoa Schioppa presso la Commissione bilancio del Senato e della Camera (13 luglio) confermano le più allarmate letture del Dpef, che in estrema sintesi sono il ritiro della Amministrazione Pubblica dall’economia, lasciando al mercato la soluzione dei problemi, con dei “risparmi” su previdenza, pubblico impiego, enti locali e sanità. Lo Stato può occuparsi solo delle ferite più gravi (incapienti, disoccupati, poveri), del contesto (liberalizzazione del settore energia, trasporti, gas, servizi pubblici locali), ma in nessun modo deve condizionare l’evoluzione dell’economia.

Un cuneo fiscale rischioso Diversamente non si spiegherebbe la riduzione del cuneo fiscale (non presente nel programma elettorale) che comporta maggiori

uscite per lo stato, non risolvendo nessuno dei problemi strutturali del Paese che frenano la crescita. Per certi versi la riduzione del cuneo fiscale alimenta la bassa specializzazione produttiva e la incoraggia adottando una politica che nei fatti fa del costo e del prezzo l’unica politica industriale possibile. Assegnare alle liberalizzazioni del settore energetico, trasporti, gas e dei servizi pubblici locali il compito della distribuzione del reddito in ragione dell’abbassamento delle tariffe dei servizi, unitamente alla capacità di creare un contesto favorevole per la crescita, non trova nessuna giustificazione. Infatti, le liberalizzazioni forse possono fare politica industriale, certamente non alimentare significativamente la distribuzione del reddito che negli ultimi anni si è polarizzata alle code. Come già ricordato, i risparmi attesi sono pari a 20 miliardi di euro, ma la dinamica delle entrate a legislazione vigente, come delle spese sono da un lato più alte (le entrate) e più basse (le spese). A legislazione vigente le entrate passano dal 42,9% al 44,8% del Pil, mentre le spese dal 44,6 al 44,0% dello stesso Pil. In questo senso la proposta di stabilizzare il rapporto debito-Pil per trovare le risorse necessarie per “aggredire” i vincoli del Paese è di buon senso; è possibile avere un deficit leggermente più alto e allo stesso tempo controllare il rapporto debito-Pil. Infatti, da un punto di vista teorico, ma anche giuridico, il vincolo debito-Pil non è soggetto a misure coercitive. Maastricht punisce chi viola il deficit, non la crescita del debito. Sicuramente il debito pubblico italiano e i suoi costi indiretti legati agli interessi passivi condizionano il sistema economico e pubblico, ma la riduzione dello stesso può avvenire attraverso l’incremento del denominatore (il Pil), non solo attraverso la contrazione del numeratore. Allarmante è il quadro programmatico relativo al debito pubblico. Tra il 2006 e il 2011 il governo intende ridurre il debito pubblico dal 107,7 al 99,7% del Pil, cioè 8 punti di Pil (120 miliardi di euro), unitamente a un avanzo primario che passa dal 1,1 per il 2006 al 4,9% del Pil per il 2011 (60 miliardi di euro). Non a caso il governo si impegna a sostenere le privatizzazioni. L’entità del rientro fa supporre la cessione di una parte importante delle partecipazioni pubbliche, che può passare dalla realizzazione di grandi holding regionali che incorporano i settori che operano su grandi infrastrutture a rete. Dal sito www.sinistriprogetti.it

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Le leve del fisco possono essere manovrate

LE DICHIARAZIONI IN CIFRE

La lotta all’evasione è importante e cruciale. Ma la riforma della fiscalità richiede misure strutturali, dai redditi da attività finanziarie agli studi di settore

di Alessandro Santoro

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stema fiscale italiano deve tenere conto di due esigenze contrapposte. Da un lato, vi sono numerosi aspetti del sistema che non sono in grado di garantire efficienza ed equità. Dall’altro lato, tuttavia, si deve tenere conto della complessità della materia fiscale e dei tempi necessariamente lunghi richiesti dall’applicazione di qualsiasi riforma. Tali difficoltà aumentano nel caso italiano in

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quanto il nostro sistema fiscale è già stato sottoposto ad una serie di radicali interventi negli ultimi anni. Inoltre, da un punto di vista più teorico, si deve in qualche modo limitare la tendenza, di attribuire al sistema fiscale, e alla sua riforma, potenzialità francamente eccessive.

FISCO NON REDISTRIBUZIONE DEL REDDITO Quando si discute, ad esempio, di disuguaglianza nella di-

stribuzione dei redditi si deve tenere presente che tale fenomeno va visto come conseguenza della distribuzione primaria, cioè quella che avviene “a monte” in conseguenza del dispiegarsi del processo produttivo capitalistico, molto più che non dalla distribuzione secondaria, ovvero quella determinata, per così dire, a valle, dal sistema fiscale. È, quindi, illusorio chiedere al sistema fiscale di rimediare alle distorsioni e alle deficienze del nostro sistema produttivo.

13.089.305

REDDITI E IMPOSTE

I modelli 730 del 2005.

L’imposta personale sul reddito doveva rappresentare, secondo il disegno originario della riforma tributaria del 1973, l’architrave dell’intero sistema fiscale. Ciò perché l’imposta, allora definita IRPEF ed oggi nota come IRE, doveva sostanzialmente comprendere nella propria base imponibile tutti i redditi personali, sia quelli derivanti da lavoro (dipendente o autonomo) sia quelli deri-

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11.474.670 I modelli Unico.

31.074.412 Il totale. Più di 31 milioni le dichiarazioni presentate, comprese quelle Iva e 770.

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FONTE: SOLE 24ORE

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A DISCUSSIONE CIRCA LE POSSIBILI prospettive di riforma del si-

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PER UNA FINANZIARIA EQUOSOLIDALE IN VISTA DI UN DIBATTITO che è destinato a trasformarsi in una vera e propria battaglia politica e sociale e del primo importante appuntamento di Sbilanciamoci (vedi BOX ), Valori propone alcune proposte che possono rappresentare un primo tentativo di gettare sul tavolo proposte concrete, tutte perfettibili e modificabili, ma che dimostrino la possibilità di imprimere una svolta anche nelle scelte della finanza pubblica. ECCO DIECI PROPOSTE TIPO PER LA PROSSIMA FINANZIARIA 1. Accorpamento delle aliquote sui redditi finanziari al 23% con incentivi per investimenti etici (fondi di investimento “verdi”, eco e solidali sul modello olandese). 2. Rafforzamento degli studi di settore (controlli sui dati dichiarati; definizione più rigorosa delle imprese coerenti; utilizzo degli indicatori di bilancio per le società di capitali) anche attraverso un’analisi territoriale dei dati aggregati e il raffronto con indicatori di spesa e consumo delle famiglie. 3. Introduzione di una MAT (minimum asset tax) per le sole società di capitali, con credito d’imposta per la differenza tra imposta minima ed imposta ordinaria. 4. Introduzione di una tassa ecologica sugli imballaggi (sacchetti, confezioni monouso per alimenti cotti, precotti, surgelati ecc.) il cui introito venga finalizzato al finanziamento di progetti d’innovazione nelle energie rinnovabili. 5. Introduzione di una windfall tax, una tassa sui sovraprofitti delle compagnie petrolifere e energetiche, sul modello in discussione negli Stati Uniti (tassa straordinaria sugli utili). 6. Revisione delle aliquote IRE con parziale re-introduzione del fiscal drag (strumento ancora più importante a fronte di una pressione inflazionistica da materie prime). 7. Introduzione di una tassa sulle speculazioni finanziarie e la movimentazione dei capitali. 8. Reintroduzione della tassa di successione e della carbon tax. 9. Detassazzione parziale o completa dei prodotti ambientalmente compatibili (es. Ecolabel con Iva al 4 invece del 20% per un periodo transitorio di tre anni; esenzione Iva sui pannelli solari e spese di installazione; riduzione Iva sui prodotti elettrici con consumi di classe A ecc.). 10. Incentivazione delle assunzioni a tempo indeterminato.

Non basta riformare la tassazione dei redditi da attività finanziarie: bisogna privilegiare gli investimenti etici e solidali

FONTE: OCSE, TAX POLICY REFORMS IN ITALY

0 3.719 7.437 7.746 10.329 15.000 15.494 26.000 29.000 30.987 32.600 33.000 33.500 69.722 70.000 77.469 100.000 154.937

3.719 7.437 7.746 10.329 15.000 15.494 26.000 29.000 30.987 32.600 33.000 33.500 69.722 70.000 77.469 100.000 154.937 Oltre

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che non imprenditori, alle molte forme di reddito da attività finanziarie. In particolare, viene applicata un’aliquota pari al 27% sugli interessi su conti correnti e depositi e del 12,5% negli altri casi, in particolare interessi su obbligazioni pubbliche (titoli di stato) e private di medio e lungo periodo, dividendi e plusvalenze. Poiché le aliquote sono fisse, la tassazione su questi redditi non è progressiva, nel senso che essa non assicura che la quota di reddito da attività finanziarie assorbita dalle imposte cresca al crescere del reddito da attività finanziarie.

CHE COS’È L’EROSIONE

TUTTO IN DICHIARAZIONE….

Le principali cause della perdita di ruolo dell’imposta personale sono l’erosione e l’evasione. A questi due fenomeni va quindi rivolta l’attenzione. Per erosione si intende la fuoriuscita dalla base imponibile dell’imposta personale di una serie di redditi che, in teoria, avrebbero dovuto essere in essa ricompresi. In primis, si tratta dei redditi da capitale, plusvalenze e interessi su obbligazioni pubbliche e private, che da tempo non sono inclusi nella base imponibile dell’imposta personale sul reddito, ma invece sottoposti a forme di tassazione proporzionale. Ciò significa, in concreto, che l’ammontare dell’imposta gravante su questo tipo di reddito prescinde dal reddito complessivo della persona che lo consegue, riducendo così il livello di progressività del sistema nel suo insieme. Questo fenomeno ha avuto, nel corso del tempo, diverse spiegazioni, sulle quali non è possibile soffermarsi in questa sede. Per una prospettiva che si ponga l’obiettivo di ridare al sistema fiscale un profilo redistributivo di una certa pregnanza la riduzione dell’erosione e della conseguente perdita di equità e di progressività che il sistema fiscale subisce nel suo insieme si pongono come obiettivi primari.

La prima possibilità consiste, semplicemente, nella reinclusione nella base imponibile dell’imposta personale sui redditi (oggi IRE) di tutti i redditi da capitale, cioè interessi da obbligazioni pubbliche e private, nonché guadagni di capitale e dividendi. A sostegno di questa proposta viene spesso citato il fatto che essa corrisponde alla soluzione adottata nella maggior parte dei paesi europei. Si tratta di un’osservazione in sé corretta, che, tuttavia, deve tener conto del fatto che, nei paesi ove si applica effettivamente, la soluzione dell’inclusione nella base imponibile prevede un complesso insieme di deduzioni e detrazioni. Non va inoltre dimenticato il fatto che, in numerosi paesi europei, sono previsti sistemi opzionali oppure sistemi del tutto simili a quello italiano.

TASSAZIONE REDDITI DA ATTIVITÀ FINANZIARIE

LE ALIQUOTE IRPEF NEGLI ULTIMI 10 ANNI. SCAGLIONI IN EURO SCAGLIONI DI REDDITO

vanti da impresa (personale o comunque non esercitata in forma di società di capitali) sia, infine, i redditi da capitale, ovvero i dividendi, le plusvalenze e ogni altra forma di guadagno di capitale. Questa base imponibile doveva poi essere sottoposta ad un prelievo di carattere progressivo (ossia tale da determinare un aumento della porzione soggetta a tassazione all’aumentare della stessa base imponibile) secondo i dettami costituzionali e grazie al meccanismo della ‘progressività per scaglioni’. Tuttavia, per una serie di fattori, l’imposta personale sul reddito ha visto la sua portata qualitativa e quantitativa ridursi nel corso del tempo.

Il reddito da capitale finanziario (o reddito da attività finanziarie) è la somma dei profitti, degli interessi per i capitali dati a prestito e del guadagno di valore (capital gain o plusvalenza) del capitale nel corso del tempo. Perché sia rispettato il principio della progressività all’aumentare del reddito la quota di reddito assorbita dalle imposte deve aumentare anch’essa. Nel sistema fiscale italiano la progressività è basata su un sistema a scaglioni con aliquote crescenti. Da tempo, tuttavia, questo sistema a scaglioni si applica integralmente per il reddito da lavoro (dipendente e autonomo) e per il reddito d’impresa (nel caso di imprenditori individuali e società non di capitali) e parzialmente per i redditi da capitale immobiliare. Il sistema progressivo a scaglioni in linea di massima non si applica, per le persone fisi-

…O ALIQUOTA UNICA Una seconda possibilità, compatibile con la riforma del 1998, invece, consiste in un semplice accorpamento delle due aliquote di cui si è detto in precedenza (12,5% e 27%) ad un unico valore, peraltro non specificato e variante, secondo le diverse ipotesi, tra il 20% e il 23%. In pratica, gli interessi sui conti correnti e sui depositi sarebbero tassati di meno rispetto a quanto avviene oggi, mentre le altre forme di reddito da attività finanziarie sarebbero tassate di più. Questa misura, il cui varo richiede la soluzione di una serie di problemi tecnici, dovrebbe avere due effetti positivi. Il primo è il recupero di gettito, derivante dal fatto che quanto il fisco perde dagli interessi sui conti correnti è meno di quanto il fisco guadagna dagli altri redditi. Tuttavia, si tratta di un recupero di gettito contenuto (2,2 miliardi nel caso di unificazione al 20%) anche a causa del fatto che quasi la metà dei titoli del debito pubblico italiano sono detenuti da soggetti esteri, che non sarebbero coinvolti, e che sarebbe ancora più contenuto nel caso si pensasse a delle soglie di esclusione. Il secondo effetto positivo consiste nella maggior equità del sistema o, se si vuole, nell’aumento della progressività di fatto. Infatti, i redditi da attività finanziarie non sono distribuiti uniformemente

SBILANCIAMOCI! SBARCA A BARI: IL CONFRONTO RIPARTE DAL MEZZOGIORNO I BENI COMUNI IL TEMA PORTANTE DELLA CONTRO-CERNOBBIO della società civile. Tanti gli ospiti di rilievo: Paolo Ferrero, Patrizia Sentinelli e Paolo Cento per il governo; il Premio Nobel Wangari Maathai e l’economista Vandana Shiva dal mondo. E poi, fra gli altri, Nichi Vendola, Piero Grasso, Alex Zanotelli, Vittorio Agnoletto, Riccardo Petrella. Riparte dal Sud la critica della società civile al neoliberismo: si terrà a Bari dal 31 agosto al 3 settembre 2006 la IV edizione del Forum “L’impresa di un’economia diversa”, appuntamento che ogni anno la campagna Sbilanciamoci! organizza in contemporanea e in alternativa al meeting di Cernobbio dello studio Ambrosetti. Dopo Bagnoli (Napoli), Parma, Corviale (Roma) la scelta del capoluogo pugliese assume un importante rilievo simbolico: il Mezzogiorno d’Italia, crocevia di tante contraddizioni economiche e sociali ancora irrisolte, trova nella Puglia il laboratorio di risposte e pratiche innovative che costituiscono un esempio per tutto il paese, dalla pubblicizzazione dell’acqua all’accoglienza agli immigrati, dalla promozione di un’economia di qualità legata al territorio alla costruzione di un Mediterraneo di scambi e di pace. “Produrre, lavorare, consumare nell’economia dei beni comuni” il titolo di questa edizione. Il Forum è organizzato con il sostegno della Regione Puglia, Provincia di Bari, Città di Bari e dell’Università di Bari. “L’impresa di un’economia diversa” assume quest’anno un valore particolare per gli appuntamenti che aspettano la campagna Sbilanciamoci! dopo l’inizio della nuova legislatura: su tutti la prossima delicata legge finanziaria, da realizzare nella prospettiva di un’economia che rimetta al centro la giustizia e l’eguaglianza dentro l’idea di un nuovo modello di sviluppo (sostenibile, umano, sociale), che vada oltre un neoliberismo centrato sul fondamentalismo del mercato e l’ideologia del privato e dell’egoismo sociale. Mentre sul Lago di Como saranno avanzate proposte all’insegna di privatizzazioni, riduzioni del welfare, precarizzazione del lavoro, supremazia del mercato, allentamento dei vincoli ambientali, nel capoluogo pugliese emergeranno vie alternative di sviluppo economico per rilanciare una politica fiscale equa, che valorizzi l’economia solidale, rimetta al centro l’intervento e lo spazio pubblico, rifondi un welfare basato sui diritti. Un modello diverso fatto di giustizia, solidarietà, eguaglianza, partecipazione, pace e sostenibilità. Il tutto nella chiave della promozione dei beni comuni. Numerosi gli economisti, gli amministratori, i politici, i ricercatori e gli esponenti dell’associazionismo che si confronteranno al Forum. Fra gli esponenti di governo spiccano i nomi del Ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero, il Vice Ministro agli Affari Esteri Patrizia Sentinelli e il Sottosegretario all’Economia Paolo Cento. Numerosi anche gli ospiti dal mondo dal Premio Nobel per la Pace 2004 Wangari Maathai, all’economista Vandana Shiva, dal direttore generale del World Council for Renewable Energy Hermann Scheer, alla sociologa Saskia Sassen (docente all’Università di Chicago e alla London School of Economics), oltre a numerosi esponenti del Forum Sociale Mondiale. Insieme al Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, interverranno poi Piero Grasso, Alex Zanotelli, Vittorio Agnoletto, Riccardo Petrella. All’indirizzo http://sbilanciamoci.blogspot.com/ sarà attivo il blog di Sbilanciamoci! per seguire i lavori del Forum e partecipare ai dibattiti.

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LE DICHIARAZIONI DEGLI AUTONOMI

FONTE: SOLE 24ORE

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Mercerie 7.642 Ambulanti arredamento 8.011 Ambulanti abbigliamento 8.328 Lavanderie e tintorie 8.611 Sarti 8.659 Ambulanti calzature 8.986 Barbieri e parrucchieri 10.181 Fiorai 10.605 Commercianti tessuti 10.803 Profumerie 11.070 Pescivendoli 11.229 Tassisti 11.516 Cartolai 11.623 Commercianti casalinghi e tv 11.741 Commercianti giocattoli e sport 11.915 Fotografi 11.971 Ambulanti alimentare 12.229 Fruttivendoli 13.437 Ristoratori e rosticceri 13.446 Baristi 13.471 Ceramisti 13.525 Commercianti strumenti musicali 14.271 Pastai 15.167 Commercianti di automobili 15.838 Orologiai e gioiellieri 16.644

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su tutta la popolazione, ma sono invece concentrati tra le famiglie ricche. Secondo i dati della Banca d’Italia, il 10% più ricco possiede il 40% del totale di questi redditi mentre il 10% possiede solo l’1,2% degli stessi.

L’EVASIONE DEI REDDITI L’evasione dei redditi potenzialmente inclusi nella base imponibile dell’imposta sul reddito personale è un problema che ha una storia decennale e nei confronti del quale sono state adottate, nel corso del tempo, diversissime strategie. Tracciando un bilancio di queste, con estrema sintesi, si può dire che la strada del puro e semplice inasprimento delle pene (si ricordi, ad esempio, la legge delle “manette agli evasori”) si è dimostrata impraticabile ed infruttifera. D’altronde il rafforzamento dei controlli si scontra con lo squilibrio tra ridotte capacità operative ed elevato numero di soggetti (lavoratori autonomi ed imprese individuali o comunque non organizzate in forma di società di capitali) potenzialmente da sottoporre a controllo. La polverizzazione della struttura produttiva italiana ha anche questa (non trascurabile) ricaduta negativa, di rendere sostanzialmente poco credibile la minaccia dei controlli generalizzati. Da circa un decennio, seppure attraverso tappe successive, si è puntato sugli studi di settore che, in estrema sintesi, sono strumenti che consentono di individuare per ogni impresa (escluse quelle di grandissime dimensioni) e lavoratore autonomo un livello di ricavo plausibile,sulla base dei dati dichiarati dai “contribuenti simili”. I controlli dovrebbero poi concentrarsi sui contribuenti che dichiarano un anomalo livello

di ricavi. Non sembra auspicabile abbandonare questo strumento, sebbene la sua applicazione nei confronti di taluni soggetti, in particolare i lavoratori autonomi, non è particolarmente efficace. C’è peraltro la necessità di sottoporre a verifica periodica continua le dichiarazioni dei contribuenti, perché, come è stato detto con un efficace sillogismo, se i contribuenti mentono anche gli studi di settore mentono. Inoltre vanno migliorate alcune procedure oggi utilizzate per definire il livello plausibile dei ricavi ovvero, tecnicamente, i parametri in base ai quali vengono definite le cosiddette imprese coerenti. La riduzione dell’evasione e dell’erosione dell’imposta personale sul reddito rappresentano gli strumenti principali per restituire al sistema fiscale una parte dell’equità e della capacità redistribuiva perdute nel tempo. Questi aspetti sembrano contare più di altri, che invero assorbono una parte molto più cospicua del dibattito pubblico, quali ad esempio il numero degli scaglioni o delle aliquote ad essi correlate. In una situazione di massiccia erosione ed evasione, l’aggiustamento degli scaglioni e delle aliquote dell’imposta personale sul reddito, incluse quelle alte, ha un effetto di ‘equità relativa’ ovvero limitata ai redditi che effettivamente rientrano nella base imponibile dell’imposta stessa, e rischia quindi di far perdere di vista i problemi più rilevanti, quali appunto l’erosione e l’evasione.

IMPOSTA SUI PROFITTI SOCIETARI (IRES) In tema di imposta sui profitti societari (la tradizionale IRPEG, oggi IRES) è necessario procedere sinteticamente,

perché il carattere estremamente tecnico della materia impedisce i necessari approfondimenti in questa sede. In linea generale va ribadito anche in questo caso il principio enunciato in precedenza: prima di procedere a qualsiasi riforma tendente al rilancio o alla correzione del sistema produttivo, ammesso e non concesso che il sistema fiscale vi possa contribuire, è necessario riprendere un percorso di riassorbimento graduale dell’elusione e dell’evasione fiscale. Pur trattandosi di un fenomeno meno discusso e meno massiccio rispetto all’evasione dell’imposta personale, l’evasione dell’imposta sui profitti è certamente molto diffusa come testimonia il fatto che una quota compresa tra il 15 e il 20% delle società di capitali dichiarano ogni anno di realizzare un valore aggiunto negativo, ovvero di contribuire a decrescere, anziché ad accrescere, il PIL nazionale. Valgono, per l’evasione delle società di capitali, alcune considerazioni relative agli studi di settore già riferite in precedenza. Il rafforzamento degli studi, per questo particolare tipo di società, passa presumibilmente per un più forte ancoraggio ad alcuni indici di bilancio relativi alle partite meno manipolabili (in particolare gli attivi investiti).

FISCALITÀ PER COSA Nel loro insieme, queste proposte mirano a ridurre l’erosione e l’evasione dei redditi personali e societari. La convinzione da cui si parte è che bisogna ridare credibilità e certezza al sistema fiscale aggredendo le sacche di evasione e di erosione fiscale e segnalando ai mercati e agli operatori un chiaro cambiamento di rotta rispetto ai condoni

ripetuti di questi ultimi anni. Sono proposte che richiedono più che altro un cambio di atteggiamento complessivo e si sostanziano in interventi legislativi di portata contenuta. Ulteriori problemi potranno essere affrontati una volta avviata l’azione di graduale contenimento e riassorbimento dell’erosione e dell’evasione. In particolare, in questi ultimi mesi sono state elaborate da alcuni esperti due proposte per rivedere radicalmente l’insieme degli strumenti utilizzati per tutelare le famiglie povere. Molto sinteticamente, nella prima ipotesi si tratterebbe di unificare tutti gli strumenti o in un nuovo assegno (detto ANM, assegno per nuclei familiari con minori) erogato in base alla situazione reddituale e patrimoniale complessiva della famiglia (come misurata dall’ISEE, indicatore di situazione economica equivalente). Nella seconda ipotesi, invece, l’assegno sarebbe in somma fissa e verrebbe integrato da un’imposta negativa che avrebbe quindi come riferimento il reddito personale. L’importante è far evolvere il sistema di welfare verso la situazione familiare e patrimoniale piuttosto che basarsi su un indicatore limitato ed iniquo come il reddito personale. Anche sul fronte delle imposte sui profitti vi sono ulteriori prospettive di riforma nel medio periodo: la reintroduzione di alcune misure (per esempio la Dit) specificatamente rivolte alla neutralità del sistema fiscale, ovvero volte a ridurre la convenienza fiscale dell’indebitamento rispetto al ricorso al capitale proprio. Si potrebbe poi riflettere sulla possibilità di riformare l’Irap escludendo dalla sua base imponibile i contributi sociali e reintroducendovi gli ammortamenti.

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Per ulteriori approfondimenti www.sinistriprogetti.it

LE DICHIARAZIONI DEGLI AUTONOMI ANNO 2004

Pasticceri 16.869 Commercianti plastica e legno 16.984 Psicologi 19.011 Imbianchini 19.600 Odontotecnici 20.303 Commercianti ingrosso abbigliamento 20.383 Agenti immobiliari 20.561 Meccanici 20.592 Falegnami 21.668 Tappezzieri 22.611 Amministratori condomini 24.164 Geometri 24.342 Fornitori servizi di pulizia 24.916 Commercianti ingrosso ricambi veicoli 24.981 Consulenti informatici 25.168 Calzaturieri 25.569 Marmisti 26.249 MEDIA 26.491 Elettricisti e idraulici 26.905 Fabbri 29.544 Architetti 30.401 Dentisti 42.585 Avvocati 49.316 Commercialisti e ragionieri 56.379 Farmacisti 135.631 Notai 428.348

FONTE: SOLE 24ORE

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I cardinali del capitalismo nel conclave di Cernobbio Ogni anno il Seminario Ambrosetti detta le linee per il dibattitto politico soprattutto sulle grandi questioni economico finanziarie. Un ritratto inedito di chi organizza il meeting di fine estate sul lago di Como. di Paola Baiocchi e Andrea Montella

SCHEDA: L’AMBROSETTI NEL MONDO IN ITALIA L’AMBROSETTI HA DUE SEDI A MILANO, più l’ASSI (Ambrosetti Stern Stewart Italia) e poi sedi a Roma, Ancona, Bologna, Napoli, Padova, Torino. In Europa le rappresentanze Ambrosetti sono: due a Londra, l’Ambrosetti Group Ltd. e The European House. In Germania la Stern Stewart GMBH a Monaco. In Svizzera l’Ambrosetti Family & Business Governance a Ginevra. In Finlandia la Synocus a Helsinki. In Svezia la Normann Partners AB a Stoccolma. In Spagna l’Ambrosetti Consultores a Madrid. In Russia la Strategica a Mosca. In Turchia Ambrosetti Gedikli Çikmazi Sokak a Istanbul. Sono presenti con due sedi negli Stati Uniti: una a New York e una a Norwalk; una in Argentina a Buenos Aires, una in Brasile a San Paolo; una in Giappone a Tokio. Due sedi in Cina: a Pechino e a Shanghai.

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L GRANDE VECCHIO DEL FORUM DI CERNOBBIO è Alfredo Ambrosetti, 74 anni, che ha ideato nel 1975 il summit che tutti gli anni raccoglie sul lago di Como, nella prima settimana di settembre, il gotha della finanza e della politica italiana e internazionale. Al Workshop Ambrosetti partecipano re, capi di stato, ministri, premi Nobel, top manager ed esperti da ogni parte del mondo: c’è stato Arafat, Rania di Giordania, Berlusconi, Ratzinger nel 2001 insieme a Bertinotti; hanno partecipato alle giornate di Cernobbio José Maria Aznar, Mario Monti, Padoa Schioppa, Antonio Fazio, Siniscalco, Mario Draghi, Tremonti, ma anche Jean-Claude Trichet, Nicholas Negroponte del Mit, Ralf Dahrendorf, Michele Salvati, Francesco Alberoni, Lester Thurow. E poi ancora un lunghissimo elenco che comprende anche Umberto Bossi e Roberto Maroni, Amre Moussa (segretario generale della Lega araba) e il sionista Shimon Peres, Frits Bolkenstein, Hans Tietmeyer, Bassanini, Antonio Martino, Romano Prodi, Sergio Romano, Wim Duisenberg, Jean Paul Fitoussì, Franco Frattini, l’immancabile Henry Kissinger, Rita Levi Montalcini e Leslie H. Gelb del Council on

Foreign Relations. Cernobbio rappresenta un’occasione di dialogo tra poteri forti, come le giornate organizzate dal Bilderberg, dall’Aspen, dalla Trilateral o dal Gruppo dei 17. Nel dialogo si smussano i conflitti all’interno della borghesia internazionale e si esce dal workshop con nuovi assetti, sia imprenditoriali che politici. Il tutto a porte chiuse, come un conclave. I titoli dei workshop Ambrosetti disegnano sempre gli scenari finanziari e macroeconomici, con relazioni che trattano problemi globali e di singoli Paesi: finanza pubblica, genetica, intermediazione finanziaria, internet, demografia, tutto viene discusso armonizzando le politiche delle varie nazioni con gli interessi delle multinazionali. Durante la convention l’apparato di protezione è ingente: anche elicotteri e palombari vengono utilizzati per tenere a distanza di sicurezza chi non è invitato a Villa D’Este. Sia gli argomenti che i nomi dei circa duecento partecipanti vengono tenuti segreti fino all’inizio dei lavori, con la giustificazione della protezione dal terrorismo degli “anni di piombo”. L’abitudine però è stata mantenuta, forse per proteggere i partecipanti da attacchi non provenienti dall’e-

sterno. Infatti congiure e complotti, in nome della concorrenza, abbondano nella storia dei poteri forti. Ma chi è e cosa fa l’organizzatore di Cernobbio? Alfredo Ambrosetti, membro del Bilderberg, insignito con la “Paul Harris Fellow”, la massima onoreficenza del Rotary, nasce a Varese e si laurea in economia e commercio alla Cattolica di Milano; dopo la laurea inizia a lavorare per la Edison che gli offre una borsa di studio per gli Stati Uniti e, sempre negli States, fa esperienza in aziende come l’Ibm, la Kodak, la Ford. A circa trent’anni fonda a Milano lo Studio Ambrosetti, che si occupa di consulenza d’impresa e strategie a livello internazionale. Si afferma per la grande attenzione che presta alla ricerca e all’aggiornamento. Ambrosetti con il finlandese Richard Normann, docente di business administration, consulente per tredici anni del governo svedese e guru del management dei servizi, ha messo in piedi The European House, con sede a Londra. Lo Studio Ambrosetti, si trasforma nel ‘99 in Ambrosetti, con una

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I COSTI DELLA GUERRA IN IRAQ

fusione tra Ambrosetti sviluppo Srl e Ambrosetti Spa, in una semplificazione societaria seguita da Giulio Tremonti, Marco Bianchi e Pier Gaetano Marchetti che ha portato alla nascita della società per azioni Ambrosetti. All’interno di questa operazione sono state incorporate le società sorte per attività specifiche come la SSI, che ha gestito consulenze con Rudiger Dornbusch e Ralf Dahrendorf, Giacomo Vaciago ed altri. Vengono integrate anche la Ratio, specializzata in finanza, amministrazione, controllo; la Par, che si occupa di logistica e la Tecnos nel campo dell’informatica. Sempre nel ‘99 viene inserito nella società il figlio Antonio, laurea alla Cattolica ed esperienze lavorative alla Kroll di Londra, leader

mondiale della business intelligence. La figlia Chiara, bocconiana, entrerà più tardi nell’organizzazione, dopo aver lavorato nel management strategico di Domenico De Sole alla Gucci. Nel 2005 Ambrosetti, entrando nel consiglio di amministrazione della Gem, ha acquisito in Svizzera due partners decisivi: Bénédict Hentsch banchiere ginevrino di settima generazione. Il secondo partner è Robert Pennone, tra i massimi esperti fiscali della confederazione elvetica. La Global Estate Managers (Gem) con sede a Ginevra è specializzata nella consulenza ai grandi patrimoni famigliari, della consistenza di almeno 100 milioni di franchi svizzeri. La Ambrosetti ha ora sette sedi in Italia e quindici all’estero in

tredici nazioni (vedi box) e gode di buona salute: nel 2004 ha raddoppiato il risultato netto di 2,19 milioni di euro, rispetto al milione dell’anno precedente, dopo aver pagato 1,22 milioni di tasse. Ciò ha consentito ai soci, anzitutto ad Alfredo e ai due figli Chiara e Antonio, di ricevere un dividendo rappresentato quasi dall’intero utile. Nonostante i costi di produzione siano lievitati a 17,3 milioni dai 15,6 del 2003, i buoni risultati si devono a prestazioni consulenziali per 18,7 milioni (11,2 da servizi di aggiornamento permanenti e 7,4 da servizi di formazione e consulenza) con una crescita del 13% sull’esercizio precedente. Il fatturato consolidato è di 21,8 milioni con un incremento del 13%.

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Le armi spuntate dell’Unione

TRA I 652 E I 2000 MILIARDI DI DOLLARI. Questa è la stima della spesa per la guerra in Iraq secondo l’analisi effettuata dal premio Nobel Joseph Stiglitz, che con Linda Bilmes, ha scritto un lungo saggio («The Economic Cost of the Iraq war: an Appraisal Three Years After the Beginning of the Conflict», NBER Working Paperer 12054, www.nber.org) le cui conclusioni sono sconvolgenti: la cifra oscilla tra i 652 e i 2.000 miliardi di dollari per un arco di 10 anni (tra il 38% e il 116% del prodotto interno lordo dell’Italia nel 2005), ben maggiore dei circa 200 miliardi stimati inizialmente. La prima componente sono le spese vive, stipendi dei militari, spese degli armamenti, logistica e così via. Queste sono registrate a bilancio e c’è poco da discutere. La seconda riguarda le vite umane. La contabilità del governo americano si limita agli indennizzi da pagare alle famiglie: tra i 350.000 e i 600.000 dollari. Ma in realtà la vita di un uomo con trent’anni di lavoro davanti vale molto di più. Il valore delle vite delle vittime dell’11 settembre è stato stimato tra i 2 e gli 11 milioni di dollari. La stessa incertezza riguarda le ferite e i danni fisici permanenti dei reduci. La terza componente è relativa al costo opportunità dell’investimento nella guerra. Quanto avrebbero reso i miliardi di dollari spesi in Iraq se fossero stati utilizzati in modo alternativo? Gli investimenti hanno in genere un effetto moltiplicativo: ogni dollaro investito in una certa attività dovrebbe generare oltre un dollaro di nuova ricchezza. Secondo Stiglitz, mentre per gli investimenti pubblici tradizionali, ad esempio nella sanità, il moltiplicatore è di 1,5 (generano 1,5 dollari per ogni dollaro investito), per quelli in Iraq è circa 1,1. In altri termini, 500 miliardi di dollari di spesa pubblica spostati dalla guerra ad altri impieghi avrebbero generato 200 miliardi di dollari in più. Infine ci sono le ricadute economiche generali. Ad esempio, se l’aumento del prezzo del petrolio è in parte imputabile alla guerra, certo questo è un costo elevato, che incide sul tasso di crescita del prodotto interno lordo.

Cresce la spesa militare, bene globale multiuso: foraggia le guerre, serve per tenere in vita industrie nazionali, per buoni rapporti con alleati e produttori o per le tangenti dai venditori.

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A CRISI MILITARE IN LIBANO MOSTRA CHE LE ARMI hanno una vo-

ce più potente della politica. Sono loro a decidere dei conflitti disegnati dalle strategie di potere e dal controllo delle risorse, alimentati da spese militari, produzione e di Tommaso Rondinella* commercio di armamenti. L’Unione Europea si dimostra incapace di fermare le conseguenze del sistema militare industriale che dominano la scena internazionale e che lei stessa contribuisce ad alimentare. La spesa militare mondiale è stata nel 2005 di oltre 1.100 miliardi di dollari. Questi corrispondono al 2,5% del Pil mondiale, ovvero a una spesa media di 173 dollari pro capite per ogni cittadino del mondo (Stockholm International Peace Research Institute, www.sipri.org). La spesa è aumentata del 3,4% dal 2004 e del 34% dal 1996. Gli Stati Uniti sono responsabili di oltre l’80% di quest’aumento e la loro spesa militare ammonta a circa la metà del totale mondiale, seguiti a distanza da Gran Bretagna, Francia, Giappone e Cina che coprono attorno al 4-5% ciascuno.

Sale il petrolio, salgono le armi Dopo un periodo di riduzione delle spese militari a seguito della caduta del muro di Berlino, la produzione di armamenti ha ripreso a crescere. Come rileva il Sipri - l’Osservatorio di Stoccolma - da un lato l’impennata si lega alle guerre in Afghanistan e in Iraq, dall’altro all’aumento del prezzo del petrolio. Le ingenti risorse generate dai combustibili fossili specialmente in Algeria, Azerbaijan, Russia e Arabia Saudita infatti hanno prodotto entrate straordinarie per i governi e rifocillato i fondi per le spese militari. Nei casi di Perù e Cile il legame tra combustibili e spese militari è addirittura sancito dalla legge. Le spese belliche sono il motore dell’industria degli armamenti. Senza ingenti finanziamenti da parte degli Stati, i giganti militari non esisterebbero o produrrebbero aerei,

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navi, motori, radar, per uso civile. Il mondo sarebbe un posto più sicuro. Ma governi e ministri della Difesa ripetono il contrario: si ammodernano gli eserciti per essere più sicuri. In realtà più spesso si comprano armi per mantenere in vita l’industria nazionale, per avere buoni rapporti con i paesi produttori, con gli alleati e, nei paesi dai regimi corrotti, per intascare tangenti da chi le armi le vende.

Europa ondivaga Dell’idea che la sicurezza si produca con le armi gli Stati uniti sono i massimi promotori, ma il resto del mondo e in particolare l’Europa, fa fatica a scegliere una strada diversa. Ad esempio, nel documento dell’Unione in materia di sicurezza Un’Europa sicura in un mondo migliore, approvato dal Consiglio europeo alla fine del 2003, fa proprie alcune riflessioni elaborate dai pacifisti e dalle organizzazioni non governative, riconosce i legami fra ingiustizie e insicurezza, la predominanza delle minacce non militari per il futuro del pianeta e si schiera per il multilateralismo nei processi decisionali e nelle relazioni internazionali. Tuttavia, in contraddizione con molte delle argomentazioni esposte, non si cambia strada e si insiste a considerare centrale l’elemento militare, nonostante l’evidenza che le strategie di sicurezza prevalentemente militari sono controproducenti e destinate a produrre insicurezza («Economia a mano armata», www.sbilanciamoci.org). La gestione e l’indirizzo delle spese militari è determinante nell’impostazione delle politiche internazionali. Vie diverse alla risoluzione dei conflitti si riflettono in modelli diversi di produzione di armamenti e di spese militari. Su questo l’Europa deve ancora trovare la direzione che intende percorrere.

Londra e Parigi in armi Per tutti i grandi paesi occidentali si è osservata una consistente riduzione delle spese militari dalla fine della guerra

fredda, ma gli andamenti sono a volte molto diversi. Una prima via è quella che Blair sta facendo seguire alla Gran Bretagna. Una replica a scala ridotta del modello militare americano. La spesa militare era scesa dal 4,1 al 2,4% del Pil tra la fine della guerra fredda e l’attacco alle torri gemelle, per poi risalire fino al 2,8%. Il ritorno ad una fase di riarmo e il doppio legame con gli Usa hanno portato all’intensificazione delle attività industriali e a molte fusioni tra gruppi industriali inglesi (BAE, Rolls Royce, GKN) e gruppi statunitensi. Una posizione a parte è rappresentata dalla Francia che ha ridotto di un terzo la sua spesa ma che continua a mantenere una posizione militare forte, con un imponente arsenale nucleare e l’esercito più numeroso d’Europa.

Disarmo alla tedesca Il terzo modello che si sta affermando in Europa è quello che chiameremo tedesco, ma che è anche spagnolo, olandese, belga e svedese. È un modello che fonda la propria forza sulla definizione della sicurezza in termini soprattutto politici e non militari e che ha dimezzato dall’89 a oggi la percentuale di Pil dedicata alle spese militari e di conseguenza il numero di addetti. La Germania è scesa dal 2,9 all’1,4 % del Pil, la Spagna dal 2 all’1,1%, il Belgio dal 2,6 all’1,3%. L’Italia è l’unico dei grandi paesi europei che non ha visto una riduzione delle spese militari, che si sono sempre mantenute attorno al 2% del Pil. Le industrie di tutti i paesi tuttavia sono identiche nella ricerca di sbocchi sui mercati. E le armi, una volta in circolazione finiscono dove è più probabile che sparino. Non ci sono grandi differenza a questo punto tra Inghilterra, Francia o Germania. Tanto meno con l’Italia che ha una responsabilità grande nella produzione di armi essendo stato nel 2005 il sesto esportatore. Un ruolo di primo piano è quello di Finmeccanica, terza impresa europea del settore e che

continua a crescere all’interno del meccanismo di concentrazione del mercato delle armi che ha portato le prime dieci industrie a controllare dal 42 al 61% del mercato in meno di 10 anni (Sipri). Ma una storia tutta italiana è quella delle armi leggere di cui siamo il secondo produttore mondiale (Misna.org). Non essendo considerate armi da guerra non sono sottoposte a nessun tipo di vincolo, possono essere quindi vendute a paesi in cui sono frequenti gli episodi di violazione dei diritti umani e in cui truppe armate, gruppi paramilitari e terroristici minacciano la stabilità regionale, coinvolgendo civili e facendone spesso il bersaglio della violenza. Per spezzare questo legame di ferro tra spese militari e conflitti, la riduzione delle spese belliche diventa un buon inizio. E’ una priorità politica, che consentirebbe all’Europa, imboccando la via della pace, invece dell’impossibile competizione armata con gli Usa, di costituirsi come polo autorevole per indirizzare le strategie internazionali. Ed è una priorità econo mica cruciale oggi: perché le risorse liberate possono essere destinate alle spese sociali che da troppi anni ricevono tagli.

Eurofighter che passione Invece si spendono 11 miliardi di euro per comprare una portaerei, dieci nuove fregate e 131 caccia Eurofighter che possono essere giustificati solo nella logica della guerra permanente. L’Italia si potrebbe invece attivare con un’iniziativa in sede Ue perché il processo di costituzione di forze armate europee permetta, razionalizzandole, la diminuzione complessiva dei militari, della produzione di armi e delle spese militari dei paesi dell’Unione. Il fine dovrebbe essere un’Europa in grado di far pesare il suo ruolo politico al di là del potere offensivo dei suoi eserciti, di non essere così mera osservatrice di fronte agli indiscriminati bombardamenti su Beirut.

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* Campagna Sbilanciamoci!

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I nuovi paradigmi dell’economia sostenibile >30 La diversità della Coop esiste, ma è timida >33

economiaetica LA COMUNITÀ DI BASE ALLE PIAGGE PRESA DI MIRA DAI VANDALI

DAL DIRE AL FARE IL SALONE DELL’IMPRESA RESPONSABILE

DAGLI OMBRELLI SCARTATI VESTITI ECOSOSTENIBILI

IL MESTIERE DI GIORNALISTA NELLA CITTÀ CRUDELE

L’ASSOCIAZIONE FILMSTUDIO 90 DICHIARA GUERRA ALLE MULTISALA

CON GAIA LE CITTÀ SONO POSSIBILI E SOSTENIBILI

«Scriviamo queste righe dopo l’ennesimo furto e atto vandalico subito dalla nostra comunità di base alle Piagge. Negli ultimi mesi tante volte queste cose si sono ripetute e siamo andati avanti in silenzio... ora non ce la facciamo più». L’appello circola in rete, trasmesso con il tam tam delle mail: è di don Alessandro Santoro, il prete che nella periferia ovest di Firenze ha attivato una combattiva comunità che da dodici anni lotta contro marginalità e disagio. Questa volta è stato colpito il ramo della cooperativa il Cerro, che alle Piagge si occupa di giardinaggio e dà lavoro a sette persone, quattro delle quali inserite dal Servizio tossicodipendenze e dagli assistenti sociali. Il furto ha sottratto gli attrezzi da lavoro, decespugliatori e tagliaerba per un valore di 2mila euro. La cifra in sè non sarebbe grandissima, ma va ad aggiungersi ad un debito di 10mila euro accumulati dal Cerro che, per rispondere ai bisogni sociali e di inserimento di persone svantaggiate, guarda più alla solidarietà che al profitto. E poi c’è la botta, la delusione di subire un gesto intollerante, che ha colpito chi offre un progetto di vita diverso. Per il suo impegno don Santoro è un prete molto amato o molto detestato, perché non si ferma mai. Come quando ha attivato il Fondo etico e sociale delle Piagge, che concede prestiti a chi in banca non può nemmeno affacciarsi. O quando ha appoggiato la lista civica Cantieri solidali, che si è presentata alle amministrative di Firenze nel 2004, chiedendo ai politici una città inclusiva e non “venduta ai poteri forti”. Per contatti: ilmuretto@libero.it oppure Centro Sociale il Pozzo - tel 055 373737. Per sostenere la comunità delle Piagge: Corrente postale n° 33303413 intestato a il Cerro coop. Soc. onlus Oasi del fiore - Villore, via di Villore 76 - 50039 Vicchio (Fi).

Giovedì 28 e venerdì 29 settembre si terrà la seconda edizione del Salone della responsabilità sociale d’impresa. La manifestazione, ospitata dall’università IULM di Milano, prevede incontri, momenti di informazione e formazione tra cui 3 convegni con relatori di livello nazionale e internazionale: “Imprese e comunità: il valore dei fatti” (28 settembre, ore 9.30); “La certificazione ambientale Emas 2: uno strumento innovativo per la responsabilità sociale d’impresa” (29 settembre); “Il futuro della responsabilità sociale d’impresa” (29 settembre, ore 15.00). Sono inoltre in programma 12 laboratori sui principali temi della responsabilità sociale, “La Maratona delle esperienze” , dedicata alla presentazione dei più interessanti progetti di responsabilità sociale, e “Lo schermo della responsabilità” un’area per la proiezione di spot e video. Agli espositori è dedicato un ampio spazio del Salone, che si ispira all’esperienza di Bruxelles di CSR Europe, il network europeo che promuove la RSI e supporta le imprese orientate verso lo sviluppo sostenibile.

Dei 33 milioni di ombrelli venduti ogni anno negli Stati Uniti, centinaia di migliaia sono abbandonati e diventano rifiuti non biodegradabili. La Treehugger design competition, in collaborazione con ID Magazine e la Sustainable desing foundation, ha pensato così di lanciare un concorso per l’ombrello ecosostenibile. Il concorso premierà il progetto più innovativo sul piano della compatibilità ambientale e il miglior indumento femminile di alta moda realizzato con almeno l’80 per cento dei materiali provenienti da ombrelli scartati. Il vincitore verrà scelto sulla base dei seguenti parametri: ecosostenibilità, funzionalità, durevolezza, facilità d’uso, aspetto estetico, predisposizione alla riparazione. I progetti possono essere presentati sotto forma di illustrazione, foto, elaborazione computerizzata 3D. Inoltre devono essere accompagnati da una descrizione scritta (massimo 500 parole). L'indumento dovrà essere indossabile e sarà presentato in una vera sfilata di moda. I partecipanti dovranno conservare le ricevute e tutta la documentazione che provi le origini dei materiali e del tessuto dell’ombrello. Entrambi i concorsi sono aperti a tutti, ad eccezione naturalmente degli impiegati che lavorano a TreeHugger e dei loro famigliari. Info: http://umbrella.treehugger.com

La foto di Davide Monteleone (Contrasto) sul volantino è significativa: una periferia con una giostra in primo piano. Due simboli della marginalità fisica della città. “La città crudele” è un seminario di formazione e confronto per giornalisti sui temi del disagio e della marginalità. L’appuntamento (29 e 30 settembre) si terrà alla Cascina Biblioteca in via Casoria 50 (Parco Lambro) ed è organizzato dal Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca) e dall’Anfass Milano, in collaborazione con l’agenzia Redattore Sociale, Terre di Mezzo e la partecipazione di Affari Italiani. Il seminario intende inaugurare una sede permanente dove giornalisti, studiosi e operatori sociali possano riflettere insieme sulle possibilità di migliorare la convivenza nella “Grande Milano”. «Bisogna confrontarsi - scrivono gli organizzatori - sulle fonti vecchie e nuove, sulla gerarchia delle notizie, sulle competenze che i giornalisti hanno il dovere di coltivare, quando si occupano di chi non ce la fa». Tra gli ospiti: Francesco Anfossi, Ferruccio De Bortoli, Dario Di Vico, Ines Maggiolini, Massimo Rebotti, Vinicio Albanesi, Franco Abruzzo, Giovanni Negri, Marianella Sclavi, Ivan Berni, Dario Anzani, Gino Rigoldi, Barbara Garlaschelli, Massimo Dini, Ombretta Fortunati e Giovanni Merlo. Info: tel. 02 8447 0120 e-mail: anffas@anffasmilano.it

Una associazione di appassionati di cinema ha dichiarato guerra alle multisala. La Filmstudio 90 di Varese ha infatti deciso di prendere in gestione il Cinema Teatro “Nuovo”, uno degli ultimi rimasti in città, dopo la chiusura di quasi tutte le sale e la conversione del colosso “Impero”, appunto, in multisala. Non è la prima operazione di salvataggio che fa questa associazione. Prima era toccato alla sala “Paolo Grassi” di Tradate (Varese), anch’essa destinata all’inevitabile chiusura. Il progetto della Filmstudio 90 prevede la trasformazione del cinema “Nuovo” in un vero e proprio centro culturale, un punto di riferimento per tutta la città. «Mancava un luogo - spiega Giulio Rossini, presidente dell’associazione - slegato da finalità puramente commerciali che sapesse coniugare al massimo livello esigenze culturali e informative. Di fronte al dilagare delle multisala, questa operazione è un messaggio per il territorio che richiede un luogo di programmazione articolata per un pubblico che comprenda anche bambini e anziani». Il progetto prevede il coinvolgimento di altre associazioni (Arci, Auser, Acli, Cgil , Cisl e Uil, Cesvov e Unicef) le stesse che, insieme a Filmstudio ’90, hanno dato vita a progetti di rilievo nazionale come il festival di cortometraggi “Cortisonici” e la rassegna “Un posto nel mondo”. Inoltre il cinema “Nuovo” aderirà al progetto “Azienda notte”, che intende coniugare elementi di prevenzione al consumo di sostanze stupefacenti, sviluppo di impresa nel mondo giovanile e creazione di un marchio di qualità per il divertimento in provincia di Varese.

Ci sono città che sono invisibili e città che scelgono di essere sostenibili. Come Mestre che, a partire da venerdì 29 settembre fino a domenica 1 ottobre, ospiterà la Fiera della “Città possibile” (da questa edizione, la decima, si chiamerà Gaia). La manifestazione, organizzata dall’Ecoistituto del Veneto “Alex Langer”, dall’associazione VeneziAmbiente e dalla rete dei Gaia Club, vuole far conoscere le buone pratiche e le tecnologie sostenibili presenti nella regione del nordest. Il programma prevede due giornate di dibattiti, iniziative culturali e di svago e una terza giornata, domenica 1 ottobre, nella quale si allestiranno degli spazi espositivi e di presentazione e vendita da parte di aziende e associazioni. I temi dell’esposizione vanno dalle tecnologie solari alla bioedilizia, dalla mobilità sostenibile all’agricoltura biologica, dal commercio equo all’artigianato. Il programma prevede anche la premiazione del concorso nazionale per tesi di laurea dedicato a Laura Conti, e del concorso fotografico Alberi in Città. Tra gli ospiti don Albino Bizzotto dei Beati i costruttori di pace, Rosa Amorevole teorica delle Banche del Tempo, l’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, Anna Zucchero. Info: www.ecoistituto-italia.org/fiera

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I nuovi paradigmi dell’economia sostenibile

Le sue lezioni all'università Liuc, voluta dagli industriali di Varese, registrano il tutto esaurito. Per il professor Dipack R. Pant l’economia sostenibile e l’investimento sul rispetto ambientale possono essere compatibili con la creazione di business sani. Basati sul territorio, la tecnologia e la dignità del lavoro. REARE REDDITO E INNOVAZIONE tenendo il focus sulla economia della diversità e della durevolezza. «Non si deve necessariamente ragionare in termini di forte crescita. Si può pensare in termini di diversificazione economica e di durevolezza allo stesso modo in cui si ragiona sulla diversificazione ecologica e alla sostenibilità ambientale. Natura, umanità e business sono le tre parole chiave attorno a cui ruota la nostra ricerca di economie sostenibili». Il professor Dipak R. Pant è docente alla Libera Università Carlo Cattaneo (LIUC) di Castellanza, in provincia di Varese, che ha fondato l’Unità di Studi Interdisciplinari per l’Economia Sostenibile all’interno dell’ateneo. Un ateneo non statale fortemente voluto e interamente finanziato dall’Unione Industriali di Varese (UNIVA) e aperto nel 1991. Nei locali dell’Unità di Studi Interdisciplinari per l’Economia Sostenibile presso la LIUC, le carte geografiche segnano i numerosi e dislocati progetti curati dall’équipe del Prof. Pant in tutto il mondo. Armenia, Perù, Brasile, Sikkim... ma anche realtà post-industrializzate italiane e piccoli paesi di montagna dell’area alpina e prealpina. Per ognuna di queste realtà l’Unità di studi analizza la situazione esistente e, ove possibile, ipotizza scenari di nuove forme di sviluppo che coniughino il diritto alla dignità, il recupero del “genius loci” dell’area e la crescita di business e microeconomie ambientalmente sostenibili. Antropologo ed economista, Dipak R. Pant, ha investito un ricco bagaglio di studi economici, viaggi e incontri nelle terre meno accessibili del pianeta. «Il nostro piccolo dipartimento è nato da un gruppo di collabodi Laura Broggi e Francesco Carcano ratori ed ex alunni con i quali abbiamo dato forma a qualcosa di nuovo. Fondamentalmente è il frutto delle esperienze vissute in giro per il mondo: ho lavorato nei posti più sperduti, sia come esploratore sia come pianificatore. Questa esperienza di quasi 20 anni di lavoro mi ha portato ad approntare una metodologia empirica, che è stata condivisa e rivista con i miei collaboratori. Si tratta di un metodo “embrionico”, ancora in sviluppo, un approccio antropologico e empirico a nuove realtà senza pregiudiziali. Diciamo spesso che prima ci si deve bagnare con la pioggia della realtà, poi rielaborare il metodo, adattarlo alla realtà. È un approccio empirico e interdisciplinare perché ogni cosa può essere vista da più prospettive. Più prospettive faremo dialogare, più avremo una idea della complessità».

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elaborato “Abbiamo un approccio antropologico, empirico ed interdisciplinare, senza pregiudiziali. Diciamo spesso che è necessario prima bagnarsi con la pioggia della realtà e poi elaborare il metodo

Uno sviluppo basato sul “genius loci” Il gruppo di lavoro è nato all’inizio del 2000 come programma speciale universitario ed ha esteso la sua rete di analisti e collaboratori a profes-

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antropol

UNA BUSSOLA PER GHEMME IL PROGETTO BUSSOLA è stato ideato e realizzato nel 2003-2004 dal Professor Dipak R. Pant dell’Unità di Studi Interdisciplinari per l’Economia Sostenibile della Libera Università Carlo Cattaneo (LIUC). Il progetto, indirizzato all’amministrazione del Comune di Ghemme e alle comunità imprenditoriali locali, ha previsto la visualizzazione di quattro diversi possibili scenari per il futuro dell’antico centro situato sulle colline novaresi, a poca distanza dai principali poli industriali della zona e dall’aeroporto di Malpensa, e nella formulazione di una strategia mirata a garantirne una prosperità sostenibile. Gli scenari si configurano quali risultati delle quattro possibili combinazioni tra il fattore di sviluppo economico locale (ipotizzato sia in contrazione che in aumento) e il livello degli standard socio-ambientali nella variabile di alto oppure basso). Da questa matrice deriva la denominazione del Progetto Bussola. Partendo dall’analisi dello spegnimento economico e culturale a cui Ghemme si era progressivamente avviata, a seguito delle ondate di emigrazione verso poli urbani e industrializzati che dagli anni Cinquanta ad oggi hanno rivoluzionato l’assetto di parecchie comunità minori, e dalla forte terziarizzazione che ha modificato gli assetti locali (imponendo nel primo caso un massiccio spostamento di persone e risorse verso i grandi poli industriali delle città e delle periferie, e, nel secondo, un fenomeno di urbanizzazione della campagna, attraendo dislocazioni frammentarie di impianti produttivi, operatori economici e mode culturali esterne), Pant ha rilevato la connotazione di “sistema-luogo” (place-system) di Ghemme per profilarne un piano di rilancio soprattutto attraverso la rivalutazione di tutte le importanti funzioni che i luoghi-sistema svolgono tuttora come reintegratori di quelle qualità di vita (tranquillità, salubrità, sicurezza, servizi, autenticità) che nel contesto urbano sono carenti ma che il cittadinoconsumatore italiano ed europeo domanda in misura sempre più crescente. Sono stati individuati nei concetti di HABITAT (ecosistemi, paesaggi naturali e culturalmente modellati, infrastrutture), BUSINESS (risorse, sistemi distributivi e produttivi, capitale umano, potenzialità) ed ETHOS (assetto dell’identità locale: popolazione, patrimonio culturale, vita civica e associativa) le tre dimensioni che formano l’unica realtà che è il luogo-sistema, per propria natura non trattabili con gli strumenti di una medesima disciplina. Pant ha quindi adottato un metodo di ricerca che si avvale delle competenze di discipline differenti: antropologia, economia politica ed aziendale, storia, urbanistica ed ingegneria civile ed ambientale.

sionisti di diverse discipline e settori imprenditoriali. Il suo obiettivo è sviluppare nuove strategie economiche per la comunità che rispettino criteri di compatibilità sociale ed ecologica. Dal piccolo paese di montagna progressivamente abbandonato dagli abitanti alle periferie industriali da re-inventare sino ai territori estremi delle Ande o dell’Himalaya o del Caucaso, il progetto dell’équipe riguarda l’analisi di realtà socio economiche che presentano potenzialità e vulnerabilità, l’individuazione delle caratteristiche del genius loci e la ideazione di nuovi modelli di sviluppo per favorire la crescita dell’economia locale e la rinascita della comunità su principi di dignità, serenità e sostenibilità.

Esperienze recenti sono state realizzate nel comune di Ghemme, nel novarese (vedi BOX ), in Armenia, Nepal, Sikkim e sono in corso progetti in America Latina. La metodologia, affinata negli anni nella sua apparente empiricità per poter essere utilizzata in contesti tanto diversi, prevede un approccio multidisciplinare. La base di partenza è sempre statistica e osservazione empirica, con un lavoro di tipo quanti-qualitativo combinato con un approccio etnografico. Un metodo flessibile, applicabile con modifiche sul campo a qualsiasi realtà, come spiega Pant: «Per noi è molto importante l’approccio scelto per ottenere una lettura della realtà. L’approccio etnografico, per esempio, va bene ma deve occuparsi anche di struttura; bisogna interfacciarsi anche con gli amministratori e i tecnici e non solo con l’utente e nell’equipe devono quindi esserci anche ingegneri e studiosi di management che guardino questi aspetti della realtà socio-economica. Abbiamo creato una sinergia, una ”fertilizzazione incrociata” con professionisti che, senza banalizzarli, semplificano i problemi per poterli spiegare, inquadrare correttamente e quindi analizzare. Per l’analisi abbiamo bisogno di categorie, ma non possono essere delle categorie prefissate. “Bagnarsi nella pioggia della realtà” mi darà le categorie, passo dopo passo, caso per caso. Abbiamo un sereno approccio scientifico e cerchiamo di guardare la realtà dritta negli occhi senza schemi prefissati. Siamo necessariamente a-ideologici perché l’ideologia è una variante di interpretazione dei valori, ma non per questo non abbiamo dei valori condivisi, che sono anzi essenziali nel nostro progetto. I nostri valori comuni sono facilmente sintetizzabili: siamo pro Natura, pro umanità e pro business».

Globalizzazione dei diritti Dall’esperienza internazionale e dal contatto quotidiano con gli studi economici in una realtà orientata al business, il team del professor Pant ha tratto una visione etica ben definita. Anche il tema della connotazione etica della finanza, oggetto di corsi universitari e seminari, viene analizzato alla luce dell’esperienza concreta vissuta. «L’etica è molto di moda adesso, negli ultimi 4-5 anni tutti ne parlano, credo ci sia spesso anche molta retorica su questo aspetto. Bisogna avere dei valori irrinunciabili di riferimento e sviluppare progetti che li rispettino, senza collidere con i principi di impresa. Il profitto per un’impresa è un elemento vitale, non si può intraprendere nessuna attività senza pensare al profitto. Senza profitto, senza ossigeno, non sopravvive nessuno. È però assurdo fare sforzi per aumentare il volume del proprio apparato respiratorio soltanto per poter immagazzinare più ossigeno. Noi siamo a favore del business e della globalizzazione. Siamo “Yes global” ma questo significa per noi sostenere e prevedere nei nostri progetti l’adeguamento globalizzato anche degli standard di sicurezza e dignità dei lavoratori e il rispetto dell’ambiente, significa puntare sulla sostenibilità globale e una competizione sana. Lo stock di capitale naturale che abbiamo in custodia è un valore irrinunciabile. Proteggere questo bene, questo capitale non è solo un imperativo ma anche una prospettiva di business, bisogna trovare strade per fruire di questo bene senza sfruttarlo. Inoltre l’identità culturale, la serenità sociale e individuale sono molto importanti nel nostro progetto».

Presidio tecnologico Tra i progetti dell’immediato futuro, la realizzazione di un piano di “ri-presidio” di comunità montane della provincia di Varese, svan|

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RETE E CAMPUS PER IMPRENDITORI IN ERBA CAMPUS, INTERNET, BIBLIOTECHE e continue possibilità di scambio con università straniere. La Libera Università Carlo Cattaneo, ateneo privato creato dall’Univa (associazione industriali della provincia di Varese) ha sede a Castellanza (Varese) negli edifici dell’ex-Filatura Cantoni, in un’area coperta di 68.000 mq, oltre ad un parco aperto al pubblico. L’offerta di corsi di laurea, riservata a quanti possono permettersi la retta di frequenza o ai beneficiari di borse di studio, prevede diplomi in economia, giurisprudenza e ingegneria oltre a master e specializzazioni. La residenza universitaria è una struttura d’avanguardia sotto il profilo tecnologico. Grazie al cablaggio dell’edificio, da ciascuna camera è possibile collegarsi con la rete informatica dell’Università e connettersi via Internet con altre Università e istituzioni scientifiche nel mondo, potendo così consultare senza limiti di tempo i cataloghi delle biblioteche, scaricare testi e dispense, colloquiare con i docenti per posta elettronica. Della residenza universitaria usufruiscono anche gli studenti di Atenei stranieri presenti a Castellanza per periodi di studio, provenienti sia da Università europee (nell’ambito del programma Erasmus), sia da Paesi di altri Continenti, nell’ambito degli scambi di docenti e studenti previsti dalle 86 Università convenzionate con LIUC, in 31 Paesi (in queste settimane sono presenti studenti provenienti da Olanda, Francia, Germania, Svezia, Spagna, Portogallo, Regno Unito, Polonia, Ungheria, USA, Canada, Australia, Giappone e altri ancora). La dotazione infrastrutturale è completata da 2 sale di studio , 2 laboratori informatici e una biblioteca con 58.500 volumi e 30 banchedati, aperta dalle ore 8.30 alle 20.00 e, il sabato mattina, dalle 9.00 alle 13.00. Poi, 2 bar e la sala ristorante con 600 posti. Nella residenza universitaria, inoltre, esiste un’area commerciale di 2.600 mq che comprende reception, libreria universitaria, sportello bancario, lavanderia, bar, sala musica, sala videoconferenze, laboratorio linguistico e laboratorio informatico dedicati agli studenti residenti, infermeria. Oltre ad un servizio placement, che assiste i neo-laureati nella ricerca della prima occupazione e li segue durante i successivi sviluppi della carriera, la LIUC offre agli studenti attività culturali, ricreative e sportive in diverse discipline, tra cui calcio, volley, rugby, difesa personale, fitness e pallacanestro. L’Università organizza anche attività di formazione permanente rivolte a imprenditori, dirigenti e quadri d’azienda.

LA RISCOPERTA DEL GENIUS LOCI Il genius nell’antica cultura latina era il dio generatore della vita di ciascuno, il dio “particolare” che vegliava sul singolo individuo dalla sua nascita fino alla sua morte. Come le persone così anche i luoghi avevano il proprio genio protettore, da cui il termine genius loci che ha mantenuto intatto fino ad oggi il suo significato di “carattere”, ovvero di insieme di tutte quelle caratteristiche socio-culturali, architettoniche, di abitudini e di linguaggio che differenziano un luogo da un altro e ne definiscono il potere suggestivo, il “talento”. Sul concetto di talento del luogo Future Concept Lab, società di analisi ed anticipazione di nuovi trends tra le più operative in Italia, ha basato e sviluppato un proprio programma di ricerca che ha lo scopo di fornire alle aziende nuove chiavi di lettura e nuove strumenti di analisi della società e dei mercati in evoluzione. Nel Genius Loci Program di Future Concept Lab la sfida della radicalità geografica diviene il motore stesso per l’individuazione e l’elaborazione di strategie mirate alla gestione proficua della dialettica fra Unico e Universale. I risultati delle ricerche che il programma ha svolto in venticinque diversi Peasi, sono confluiti nel testo di Francesco Morace “La strategia del colibrì” (Sperling & Kupfer, 2001) che offre un valido contributo alle riflessioni sul tema della globalizzazione. Ulteriori informazioni su: www.futureconceptlab.com e www.geniuslocilab.com

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taggiata perché lontana dalle fabbriche e dalle possibilità di impiego e reddito, in un lento declino e abbandono. In queste aree l’équipe vuole creare, in accordo con gli enti locali e la Provincia di Varese, un progetto di comunità “eco-tech” basato sulle due caratteristiche di ecologia e tecnologia per favorire un ritorno alla vitalità della comunità. «Vogliamo fare l’esperimento su alcuni luoghi, che potrebbe essere poi replicabile in altre realtà. Ci sono numerose realtà simili in Italia, paesini di grande valenza ambientale che erano però svantaggiati dall’assenza di collegamenti e realtà di impiego e quindi sono andati in declino e non sono più stati ripopolati. Attraverso una analisi del genius loci e una integrazione del progetto con una forte dinamica tecnologica (connettività) pensiamo si possa riportare queste zone ad essere presidiate da una cittadinanza attiva, che si andrebbe ad integrare con la popolazione residuale. Noi vorremmo crearlo attraverso due chiavi: alta tecnologia e valorizzazione degli elevatissimi standard ecologici del territorio. Accanto a queste parole chiave vi sono il recupero delle tradizione e dei contenuti culturali oltre ad una diffusione della tecnologia e dell’accesso alla Rete che può permettere il trasferimento in zone meno raggiungibili di chi può, ad esempio, permettersi di lavorare on-line e che può arrecare nuove energie positive e economie sostenibili. Per esempio, il falegname che voleva dismettere l’attività o il panetterie avrebbero in questo modo nuovi clienti con cui allacciare relazioni di microbusiness e personali». Anche in questo caso, il supporto di analisi statistica e l’approccio etnografico sostengono una scelta traducibile in concetti semplici: ripescare le “cose belle” del passato delle comunità locali e favorirne la ri-vitalizzazione attraverso un LIBRI apporto di nuove tecnologie al servizio della comunità e dello sviluppo sostenibile. Ogni Francesco Morace progetto è un caso a sé stante. Se per una coLa strategia munità locale del nord Italia si prevede il ridel colibrì. Sperling & Kupfer, presidio e il recupero delle festività tradizio2001 nali, in Perù il team lavora al progetto Tierras Dipak R. Pant Estremas per ritrovare il genius loci di terre in in collaborazione cui l’abitabilità è sempre stata resa problemacon Marco Brusati Antropologia tica dalle estreme condizioni naturali, come e strategia. accade nella savana brasiliana dove è in corGuerini Scientifica, 2004 so un altro progetto per la creazione di microbusiness e la ri-socializzazione attraverso giardini ortofrutticoli che offrano opportunità di coltivazione, incontro e ri-vitalizzazione, oltre ad essere una fonte di potenziale sostegno finanziario per la popolazione in caso di impreviste situazioni di difficoltà economica dovute a cause naturali o congiunture sfavorevoli. Tra le stanze colme di carte, progetti e mappe geografiche più volte vengono ripetuti termini come dignità, valori condivisi, compatibilità ambientale. «Il tasso di crescita del PIL non è così importante, anche per noi che insegniamo in un’università improntata al business e parliamo proprio ai futuri manager e imprenditori. Per questo usiamo il termine “economia sostenibile”, in luogo del più abusato “sviluppo sostenibile”. L’economia può essere di sviluppo dove non ci sono strutture e legislazioni, ma dove già c’è stress non sempre occorre sviluppo. Semplificando potremmo dire che a volte non serve altro cemento, è necessario invece diversificare. Le soluzioni economiche sono qualcosa di organico, di vitale. Il punto fermo sono i valori di riferimento, dove si vuole andare».

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La diversità della Coop esiste, ma è timida

Il “Rapporto Sociale 2005” rappresenta un rendiconto della funzione sociale del più grande gruppo di distribuzione organizzata in Italia, tra sperimentazione e contraddizioni. Mentre avanza la concorrenza. Il marketing sociale e la responsabilità d'impresa diventano importanti elementi di differenza.

I

PERMERCATI, SUPERMERCATI, GRANDI MAGAZZINI, CENTRI COM-

per non parlare dei “discount”: se c’è un settore che non sembra risentire di crisi economiche è la grande distribuzione organizzata (Gdo). In Italia la Gdo è in continua crescita e si è di Jason Nardi diffusa rapidamente in tutto il territorio negli ultimi cinque anni, sia per fatturato, sia per insePAUSA CAFÉ diamenti e superficie commerciale. Il risultato è lo spostamento sempre maggiore della spesa quotidiana verso Presso il carcere Le Vallette di Torino, i moderni canali di distribuzione, confermato da ACcon la collaborazione Nielsen, secondo cui il trend di spesa media annua per fadi Slow Food, Coop partecipa al progetto miglia del 2004 (ultimi dati disponibili) è stato di 2.392 Pausa café, una euro spesi nella Gdo contro 1.630 euro spesi al dettaglio. cooperativa che fa parte di un consorzio Uno dei maggiori protagonisti è senz’altro Coop, la prindi Cooperative cipale catena di distribuzione italiana e la più capillardi Huehuetenango, Guatemala, coltivatrici mente diffusa sul territorio nazionale, arrivando nel e fornitrici di caffè. 2005 ad avere 1297 punti vendita in 436 Comuni (in 16 Il prodotto, certificato Fair Trade, viene Regioni su 20). Di questi, 76 sono Ipermercati, 1035 Suimportato da Pausa permercati e 186 Discount. Nel 2005, nonostante un’eCafè e e preparato dagli stessi detenuti conomia stagnante in Italia, Coop realizza 43 nuove in una piccola aperture e il suo fatturato cresce, come crescono anche i torrefazione con impianto a legna dipendenti e i soci. Il “sistema Coop” conquista una quoattrezzato all’interno ta di mercato del 17,1%, con un fatturato di 11,5 miliardel carcere. Coop garantisce lo sbocco di di euro (+1,9% rispetto al 2004), di cui oltre il 70% verfinale del percorso so i propri soci. Gli utili si attestano sui 282 milioni di del caffè equo, solidale e socialmente euro, di cui 270,62 a riserva indivisibile. responsabile così ottenuto. Alle cooperative produttrici del Guatemala va il 50% degli utili.

MERCIALI,

L’INVASIONE D’OLTRALPE Ultimamente sono arrivati anche i grandi gruppi stranieri, pronti a conquistare nuovi spazi in Italia: i francesi Carrefour, Auchan (che ha acquisito i supermercati del grup-

po La Rinascente), Leclerc e i tedeschi di Metro e Rewe, che insieme fanno il 16% del fatturato nel settore. Aumenta la concorrenza e la costruzione di centri commerciali, centinaia di nuovi insediamenti che ridisegnano l’urbanistica delle città e gli stili di vita degli italiani. È chiaro che la grande distribuzione riveste un ruolo fondamentale all’interno delle comunità dove si instaura e per questo assume una responsabilità (o irresponsabilità) sociale per la funzione che svolge. Come interagisce con il territorio, quanto valorizza la produzione locale, quali servizi offre e come si relaziona nei confronti dei lavoratori, degli acquirenti, dell’ambiente e del contesto sociale ed economico in cui si inserisce: sono questi gli elementi che distinguono operatori meramente commerciali, che mirano a vendere una quantità sempre maggiore di merci, con politiche aggressive e iperconsumiste, da operatori che dimostrano di avere anche un ruolo sociale e si ispirano a principi mutualistici.

UGUALI MA DIVERSI? E allora, esiste oggi una reale differenza tra le grandi catene di supermercati? Secondo i dirigenti del sistema Coop nazionale, sì. Non solo per un secolo e mezzo di storia della cooperazione consumerista in Italia, ma per il diverso approccio che vede il consumatore come “socio” attivo e la responsabilità sociale al centro dell’agire “collettivo” nei punti vendita Coop. E per raccontare nel dettaglio la differenza di Coop dal resto della Gdo, per il secondo anno è stato prodotto un Rapporto sociale complessivo del sistema nazionale, che tenta di rendicontare lo sviluppo della funzione sociale delle coopera|

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RISPARMIO ENERGETICO Lo scorso anno la Coop ha anche vinto il premio “Greenlight” per aver risparmiato in un anno 20,4 milioni di kilowatt in 135 punti vendita, pari al risparmio di 1.769 famiglie su gas ed energia elettrica. In particolare, il centro commerciale “I Malatesta” di Rimini, realizzato da Coop Adriatica e inaugurato a fine 2005, ha ottimizzato i consumi di energia elettrica (riducendoli del 25%, esclusivamente da centrali idroelettriche) e gas metano e la raccolta differenziata. Inoltre in alcuni punti vendita Coop si stanno sperimentando sistemi diversi di autoproduzione di energia elettrica per l’illuminazione (con impianti fotovoltaici per un totale di circa 2.000 kW) e di regolazione degli impianti in base alle condizioni climatiche esterne, alle temperature e all’umidità rilevate nell’ambiente.

tive di consumo e le buone pratiche che le persone e le imprese che ci lavorano hanno sviluppato. Ad illustrarlo c’erano Loris Ferini, responsabile del settore politiche sociali e Aldo Soldi, presidente dell’Ancc-Coop (l’Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori). Insieme si sono alternati nel mettere l’accento «sulle tematiche della tutela del consumatore, della solidarietà locale e internazionale, del contenimento dell’impatto ambientale e della promozione del volontariato cooperativo». Alla presentazione c’erano alcuni degli “stakeholder” di Coop: associazioni ambientaliste, Ong, rappresentanti di organizzazioni di consumatori, stampa selezionata. Una platea ristretta, dove però mancavano i portatori d’interesse diretti: rappresentanti dei soci, dei fornitori, dei lavoratori... che sono poi i principali protagonisti del Rapporto. Ciò nonostante, molte delle questioni fondamentali sono state affrontate, nel tentativo di dimostrare la «diversità rispetto agli altri operatori della grande distribuzione e contribuire così a chiarire il significato vero della sua presenza nel mercato e nella società».

PIÙ MERCATO O PIÙ SOCIETÀ? Ed è proprio qui il nodo della questione: quanto c’è di mercato e quanto di impegno sociale nell’impresa Coop? Quanto è davvero valido lo slogan “la Coop sei tu?” «Non basta chiamarsi Coop», ha esordito Aldo Soldi, «per essere impresa socialmente responsabile. Va misurata e messa in campo ogni giorno: concreta, fatta di cose e non di enunciazioni. Troppe volte», ha continuato Soldi, «si pensa ai numeri, al fatturato, all’aspetto econo-

| economiaetica | mico di Coop, come sistema di imprese. Noi vogliamo dimostrare che al centro di Coop c’è la persona, che Coop è una grande organizzazione di consumatori. Ma sopratutto, che non siamo soltanto la grande organizzazione che cerca di acquisire una banca e non ci riesce!».

LA TENTATA SCALATA FINANZIARIA Il 2005 non è stato certo un anno qualsiasi per Coop. Per mesi è stata sotto i riflettori dei media e della politica per il tentativo di Unipol, società controllata indirettamente attraverso la holding mobiliare Holmo (che a sua volta possiede il 60,7% delle azioni di Finsoe, che ha il controllo della compagnia di assicurazione), di acquisire uno dei più importanti istituti di credito italiani, la Banca Nazionale del Lavoro. Nel Rapporto sociale si parla della vicenda difendendone la finalità («l’obiettivo era di creare un grande gruppo assicurativo, bancario e finanziario, in grado di accrescere la dinamica competitiva, il pluralismo e la trasparenza nel settore...»), ma si prendono le distanze dagli allora vertici dell’Unipol: «le cooperative hanno giudicato inaccettabili, prima di tutto sul piano dell’etica cooperativa, i comportamenti attribuiti agli ex presidente e vicepresidente», tanto che come nuovi dirigenti sono stati eletti i presidenti di tre delle maggiori cooperative di consumatori. Manca nel Rapporto una riflessione più approfondita sull’espansione del mondo cooperativo nel settore finanziario – e delle sue conseguenze sul piano sociale ed etico.

LIBERI FARMACI IN LIBERO MERCATO Sulla copertina del Rapporto sociale 2005, sobria su sfondo

bianco, campeggia una pillola con la scritta: “farmaci più liberi, prezzi più bassi”. È la campagna per la liberalizzazione della vendita dei farmaci da banco, che Coop ha lanciato a fine 2005 promuovendo un progetto di legge d’iniziativa popolare. L’iniziativa ha raccolto 174.722 firme autenticate, oltre a 630.000 cartoline/petizioni a sostegno. Ed è stata subito recepita dal nuovo governo, con il decreto Bersani che ha tanto fatto infuriare i farmacisti, quanto soddisfatto la Coop. Soldi ha subito messo le mani avanti, precisando: «Chi pensasse che è un gran business non è consapevole di come funziona: noi per abbassare i prezzi dovremo lavorare sui margini dei distributori. Poi dovremo lavorare sul mercato protetto dei produttori. Certo, non venderemo sottocosto. Faremo un programma nazionale di insediamento dei “Corner della salute e del benessere”; ci vorrà del tempo e non saremo sicuramente i primi, ma così si smetterà di dire che la legge è stata fatta per la Coop».

UN’ANIMA MULTIFORME

di cooperativa”, passando dalla “persona”, al “prodotto”, al “punto di vendita”. Rimane ancora debole la parte sul rapporto con i fornitori in generale, a parte quelli dei prodotti a marchio Coop, che però costituiscono meno del 20% del fatturato. Se la differenza di Coop è quella di un’attenzione particolare alla responsabilità sociale e ambientale, come si pone nei confronti delle multinazionali produttrici di gran parte della merce che si trova sugli scaffali dei suoi ipermercati? Si possono usare due standard, mettendo prodotti di cui si conosce e si cura la filiera accanto ad altri tutt’altro che trasparenti sullo stesso scaffale? A queste domande manca ancora una risposta convincente. Invece, il prodotto a marchio Coop è descritto nel dettaglio: conta oggi 2523 referenze, provenienti per il 90% da fornitori italiani, di cui il 35% appartenenti al mondo cooperativo e con un fatturato di 2.258 milioni di euro. Di questi, 305 sono prodotti biologici, che in Italia vendono intorno al 12% (a confronto, in Gran Bretagna hanno raggiunto il 31%). La scelta di qualità è «vera e severa, non semplicemente commerciale»: si sono intensificati i controlli di filiera, di qualità, pur mantenendo i prezzi dei prodotti a marchio Coop sotto l’1,2% dell’inflazione alimentare. Inoltre, i nuovi prodotti sono sottoposti a test da parte dei soci – con il risultato che 173 di questi nel 2005 non siano stati messi in vendita.

La prima parte del Rapporto sociale descrive il sistema Coop nazionale, l’identità e i valori, la struttura del sistema e lo scenario socio-economico in cui ha operato nel 2005. «La Coop è caratterizzata da due elementi fondamentali: la tutela dei diritti dei consumatori e la partecipazione dei soci al governo dell’impresa». In generale, Coop è descritta come una rete di cittadini che difendono il loro potere d’acquisto costruendo negozi e imprese soPORTATORI DI LEGALITÀ ciali. Questa “rete” coinvolge ad oggi 6,2 milioni di perMa quello di cui Coop va veramente fiera è la collaborasone, i soci Coop. Nel solo 2005, si sono aggiunti 301.000 zione con la Cooperativa “Placido Rizzotto Terra Libera” nuovi soci (+ 5,1% rispetto all’anno precedente). Le seziodi Corleone: grazie all’applicazione della legge 109/96 ni soci sono l’unità di base territoriale: funzionano da meper il riuso sociale dei beni confiscati alle mafie, fortediatori tra i negozi coop e i soci e sono mente voluta da Libera, Associazioni IL SISTEMA COOP animate da 6300 cittadini volontari nomi e numeri contro le mafie, oggi (su 675 punti vendita): sono i “milisono in produzione circa 450 ettari di 140 COOPERATIVE tanti dei supermercati”. «Coop è terre confiscate alla mafia, con 13 9 GRANDI 5,7 milioni di soci e 675 Punti Vendita tutt’uno, il nostro è uno sforzo di siprodotti in vendita negli scaffali 12 MEDIE stema di imprese sociali: 140 imprese Coop. Tonio Dall’Olio, di Libera, ha 353.711 di soci e 253 Punti Vendita e 6 milioni di soci. Un’anima sola», ha sottolineato il buon esito di quest’i119 PICCOLE dichiarato convinto Aldo Soldi. «Sianiziativa, dal “sapore della legalità”, 123.677 di soci e 183 Punti Vendita mo consapevoli di essere doppi: improprio perché è basata sul cibo come Nel 1966 le cooperative del sistema Coop erano 3000; oggi sono 140, di varie presa nel mercato e tutori dei consuveicolo di valori, «e come dice Gaber, dimensioni, dopo una serie di fusioni matori», ha precisato Ferrini. Ma se potessi mangiare l’idea, avrei già che hanno generato molte tensioni tra i soci, ma che “sono state necessarie quello che lega le due parti è il rapporfatto la rivoluzione». Una piccola ma per poter competere”. to fiduciario con i soci consumatori, significativa rivoluzione si sta già fatanto che nel 2005 sono stati oltre cendo, con un metodo innovativo di 50mila i soci che hanno affidato i loro risparmi alla Coop, lavoro che mette in rete società civile organizzata, istituportando a oltre un milione i soci prestatori per un amzioni ed imprese. Coop sta per fare in Sicilia importanti montare complessivo di 11,11 miliardi di euro (+7,2% riinvestimenti: nuovi ipermercati, a partire da Ragusa. spetto al 2004). Secondo Ferrini, «i soldi della raccolta di «L’iniziativa fatta insieme a Libera», ha detto Soldi, «raprisparmio consentono alle cooperative di fare politiche dei presenta per noi il biglietto da visita con cui ci presentiaprezzi competitive». E -ha voluto sottolineare - «non somo sul territorio. Ma fare i portatori di legalità costa. Non no serviti per tentare la scalata alla Bnl!» c’è un’etica a Ferrara e un’altra a Palermo e noi non andiamo per “conquistare mercati”. In Campania e in Puglia, per esempio, stiamo già pagando in moneta sonanI PRODOTTI E LE PERSONE te la nostra presenza». La seconda parte del Rapporto descrive le “buone pratiche |

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LA “POLO” SOLIDAL Introdotto oltre 10 anni fa con il caffè, il commercio equo e solidale ha una linea di 24 prodotti a marchio Coop, con una quota di mercato di circa il 15% (per un incasso di 10,7 milioni di euro). Nel 2005, per la prima volta è stato immesso nel circuito un prodotto solidale non alimentare, la “Polo solidal”, fatta da piccoli produttori dell'India e trasformatori della Svizzera, con un incremento di vendite del +9,7%. La produzione della maglietta garantisce ai contadini indiani che si occupano della semina e della raccolta del cotone (coltivato con metodi biologici) numerosi vantaggi: contratti di lunga durata, pre-finanziamenti, oltre alla formazione professionale garantita, maggiorazione sul prezzo di mercato del cotone con contributi per l’acquisto di sementi e attrezzature. Inoltre i contadini, dopo cinque anni di partecipazione al progetto, possono diventare azionisti della società che acquista il cotone. La linea Solidal viene certificata da Transfair e monitorata dal Fair Trade Labelling Organisation.

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L’ATTENZIONE AMBIENTALE

CONSUMO CRITICO Da tempo Coop è impegnata verso il mondo della scuola con l’obiettivo di promuovere un approccio critico al consumo, non solo rispetto alle merci ma anche nei confronti di mode, stili e modelli comportamentali. Per questo sono stati creati percorsi educativi, strumenti e animazioni presso i propri punti di vendita, proposti come veri e propri laboratori didattici, che nel 2005 hanno coinvolto 237.000 giovani in 11 mila classi del Paese. Con alcuni limiti, come ha evidenziato Loris Ferrini: “Ci rendiamo conto che sono insufficienti 5/6 ore di intervento a scuola per sviluppare una coscienza critica e mettere a nudo i consumi. Vogliamo adesso coinvolgere i genitori. Stiamo per lanciare una nuova guida per il consumo consapevole, arricchita con nuovi argomenti per il prossimo anno scolastico.” Per chi fosse interessato, la pubblicazione “25 anni di educazione al consumo consapevole” è scaricabile sul sito www.e-coop.it.

A Coop è andato l’Oscar dell’Imballaggio per la realizzazione sperimentale di vassoi espansi in PLA (simil-plastica basata sull’acido polilattico derivato dall’amido di mais) per il confezionamento con pellicola di prodotti nei reparti freschi. Lo stesso materiale è stato impiegato per la linea Monouso Piatti e Bicchieri Coop. Peccato che questa attenzione per l’eco-compatibilità sia piena di contraddizioni, come dimostra la vicenda dello shopper "degradabile", che ha prodotto una condanna per pubblicità ingannevole nei confronti di Coop, e l’inadeguata sensibilità nella distribuzione, per esempio, di pieghevoli pubblicitari: 270 milioni corrispondenti a 30.000 tonnellate di carta, realizzati con cellulosa riciclata al 95% prodotta in Italia, ma lo spreco è evidente. Coop ha siglato un accordo con Legambiente e MDC (Movimento Difesa del Cittadino) che impegna il gruppo in future campagne di comunicazione ambientale ma ci aspetta uno scatto in avanti nell’innovazione.

SA8000 E COMMERCIO EQUO

state le adozioni a distanza (sia di bambini, sia di intere comunità), con la campagna “Il cuore si scioglie” realizzata in collaborazione con Arci e Centri Missionari e promossa da Unicoop Firenze. Un esempio di intervento di cooperazione internazionale da parte di Coop è quello di ricostruzione post-Tsunami in Sri Lanka, rivolto ad alcune cooperative danneggiate nei distretti di Ampara, Kalutara, Hambantota e Trincomalee. I fondi raccolti tra i soci Coop e le cooperative aderenti hanno raggiunto i 392mila euro.

di Paolo Fusi Se la persona è al centro del mondo Coop (nel rapporto si parla dei lavoratori come “cittadini di Coop”), questo è senz’altro uno dei punti più delicati del “sistema Coop”. Secondo la Filcams-Cgil, quello della Gdo è un settore che occupa circa 400 mila dipendenti e dove i rapporti sindacali sono in crisi ormai da qualche anno per la forte spinta alla precarizzazione. Negli ipermercati vengono occupate più di 72 mila persone, di cui quasi il 70 per cento donne. Il sistema Coop da solo ha 52.800 lavoratori, di cui 69% donne e 37% in età compresa tra i 26-35 anni. Il 54,8% dei dipendenti Coop è sindacalizzato e l’86% ha un contratto a tempo indeterminato (di questi, il 50% è a part-time), mentre il restante 14% ha un contratto a tempo determinato.

Per Coop, tra i primi in Italia ad ottenerla, la certificazione SA8000 di responsabilità sociale «non costituisce un sistema blindato ed assoluto di “sicurezza etica”, ma uno strumento di lavoro e di riflessione...» Attualmente sono 354 i fornitori di prodotto a marchio Coop coinvolti nel sistema di gestione derivato dall’SA8000. Ma dal 2005, il presidio sui prodotti si è esteso a tutti i fornitori italiani, con l’obiettivo di QUALE FUTURO? espandere il progetto anche alle centrali di acquisto Per il futuro nei piani di sviluppo (2006-2008) sono predelle Cooperative europee in estremo oriente (Interviste 90 aperture, con una previsione di fatturato annuo group Far East Ltd) per i prodotti extra-alimentari, «in (a regime) di oltre 2 miliardi di euro e 10.000 nuovi poconsiderazione dell’alta criticità insita nelle aree di insti di lavoro per un investimento di 1,3 miliardi di eutervento». La sfida è certamente ambiziosa ed il priro e un riposizionamento promosso dall’Ancc «che permato di Coop in questo settore è indubbio. Altro setmetta a Coop di continuare a muoversi nel mercato in tore dove Coop sta puntando è quello del commercio modo competitivo per realizzare al meglio la sua ragioequo e solidale. Il rapporto con le botteghe e le cenne d’essere: la difesa del consumatore». L’impressione, trali del commercio equo non è alla fine, è quella che Coop si stia imALCUNI RIFERIMENTI però facile: «abbiamo imbarazzanti pegnando seriamente per rimanere momenti di confronto con il monancorata ai valori e ai principi della Coop www.e-coop.it do del commercio equo», ha amcooperazione, ma che la bilancia Ambiente Italia: rapporto su Gdo messo Loris Ferrini. «Noi non vopenda ancora troppo dalla parte del e sviluppo sostenibile delle città www.ambienteitalia.it gliamo fare concorrenza, ma grandi mercato e non abbastanza dalla parLibera www.libera.it numeri». Una sottile vena polemica te della persona e della comunità. Transfair www.transfair.it nel Rapporto c’è: «Coop ha deciso «Siamo timidi», afferma Soldi, «perdi estendere la propria linea a proché avvertiamo straordinarie comdotti non alimentari con l’introduzione di oggetti che plessità del sistema che rappresentiamo e perché metpossano realmente entrare nel carrello delle persone tere in pratica i valori che vogliamo promuovere non è non per gusto dell’etnico, come spesso accade per l’ogaffatto facile. I nostri interlocutori non sono solo i 6 gettistica presente nei negozi dedicati, ma come rimilioni di soci, ma il paese per quello che rappresenta sposta a nuovi criteri di spesa». sul piano economico e sociale». Attendiamo un bilancio vero e proprio, che dimostri significativamente che strategie di responsabilità sociale non sono uno struLA SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE mento di marketing e posizionamento, ma scelte poliLe attività solidaristiche sono rivolte anche all’estero tiche coraggiose e durature. e coinvolgono 23 paesi di cui 12 in Africa. 6900 sono

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Il Medioevo presente

IL RAPPORTO CON I LAVORATORI

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Offshore

A

LL’INIZIO DEGLI ANNI ’70 ROBERTO VACCA DIVENNE CELEBRE (non solo grazie a Piero Angela) con il suo pessimistico

vaticinio “Medioevo prossimo venturo”. In quel libro, divenuto un successo internazionale, Vacca sosteneva che lo sviluppo tecnologico globale, specie nel campo energetico ed in quello delle telecomunicazioni, avrebbe portato alla paralisi delle società più complesse, dato che un solo incidente (sempre possibile) avrebbe bloccato intere nazioni, e non solo la regione in cui dato incidente ha avuto luogo. Una guerra per il petrolio, il blackout di una centrale elettrica, o il blocco contemporaneo di milioni di pc… tutti spaventosi scenari che fanno parte delle nostre paure quotidiane. Peccato che non finisca lì. Quel libro risentiva dello spirito del boom economico e non poteva ancora immaginare che qualcuno gestisse deliberatamente la società verso un nuovo medioevo, toccando uno dei pilastri fondamentali della società moderna e contemporanea, che è un’idea di uguaglianza e solidarietà nata e diffusasi alla nascita dello Stato Nazionale Moderno, contestualmente alla rivoluzione francese: se nel Medioevo era il povero a pagare le tasse al ricco, che con quelle tasse pagava (tra l’altro) la soldataglia che opprimeva il povero, nella società pensata da Voltaire e Rousseau a pagare le tasse sono tutti, specialmente i ricchi, dato che tutti stipulano un contratto sociale con lo Stato, ne divengono parte, contribuiscono col lavoro dei singoli alla maggiore prosperità di tutti. Chi pensa che sia solo l’italiano ad essere ammalato di furbizia ed essere colui che pensa che allo Stato debbano pensarci tutti tranne lui medesimo, si sbaglia. Tra i paesi che conosco meglio (la Svizzera, la Germania, il Regno Chi non paga le tasse Unito), l’Italia è quello in cui ancora esiste uno zoccolo duro di gente che crede è un furbo ed è migliore nella corresponsabilità di ogni cittadino. Forse è proprio per questo che Berlusconi degli altri. Pollo chi e i suoi combattono all’aperto per un ritorno al Medioevo: chi non paga le tasse non ha, per ignoranza è un furbo ed è migliore degli altri. Pollo chi non ha (per ignoranza o per pigrizia) o per pigrizia, il conto il conto offshore. In questo modo il Cavaliere conquista il cuore di chi sa che in paradiso fiscale l’apparato burocratico statale creato dal potere democristiano per dare sicurezza a chi non era in grado di procurarsela da solo costa una quantità immensa di denaro. E sa che persino all’interno di quell’apparato milioni di topolini ciechi vorrebbero anche loro evadere le tasse. Meglio pagare il pizzo, che la mafia protegge meglio della polizia, senza disturbarci se guidiamo troppo veloci o parcheggiamo in fretta. In dodici anni di attività politica Berlusconi ha ottenuto anche un altro clamoroso successo. Lui, il frutto avvelenato di Tangentopoli, ha dimostrato che la legge non è uguale per tutti. Ed è riuscito a convincere i “poveri” che sia giusto così. Sapete come si finanzia il “gruppo di fuoco” della camorra napoletana? Certo, col pizzo, il contrabbando di droga, la prostituzione – ma anche e soprattutto con i contratti con le basi militari americane e con le transazioni fittizie svolte tramite i fiduciari che aiutano avvocati, medici, notai, funzionari, commercialisti etc. ad evadere le tasse. Quei soldi entrano nel circolo “grigio” e servono a finanziare l’industria che rende: il crimine. Un solo fiduciario panamense è da anni responsabile per l’evasione delle tasse del Cavaliere, il traffico d’armi per la criminalità organizzata e il terrorismo internazionale, l’importazione in Europa della droga sudamericana. Uno stimato professionista, di cui tutti hanno rispetto, e che la magistratura si guarda bene dal disturbare. Si chiama Andres Maximino Sanchez. La stampa panamense dice che tutti gli vogliono bene, perché fa tanta carità. Riassumendo: attraverso l’evasione fiscale i fautori del nuovo Medioevo e la mafia, congiunti da comuni interessi economici, politici ed ideologici, comandano a prescindere dal supposto potere centrale. E ottengono la nostra ammirazione. Quanto siamo furbi.

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a cura di Francesca Paola Rampinelli e Elisabetta Tramonto

osservatorio

nuove povertà trento

Il disagio sociale c’è, le difficoltà economiche anche. Ma la città domanda, gestisce e risponde. Forte dell’autonomia amministrativa ma anche di un’economia cooperativa e di una vocazione alla solidarietà diffusa.

DIARIO Il giorno di mercato nel centro del capoluogo della provincia autonoma

ELISABETTA TRAMONTO

Trento, 2006

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trento

| osservatorio nuove povertà | trento | FONTE: PROVINCIA DI TRENTO

nuove povertà

Sos povertà e disagio sociale Trento risponde... forse troppo

SPESA PRO CAPITE DELLA PROVINCIA (EURO/2004) Spesa corrente Spesa in conto capitale Totale

ITALIA

TRENTO

DIFFERENZA %

8.498 1.250 9.748

8.923 4.071 12.994

+5,01% +225,6% +33,3%

SPESA DI INVESTIMENTO DELLA PROVINCIA (BILANCIO DI PREVISIONE 2006)

FONTE: PROVINCIA DI TRENTO

SETTORE

di Elisabetta Tramonto

ei sere su sette per le strade di Trento. Nadia lo fa per mestiere, per avvicinar-

SPESA

Servizi generali Finanza locale Scuola e formazione Istruzione universitaria e ricerca Cultura e sport Politiche sociali Sanità Agricoltura Politiche produttive e per lo sviluppo locale Edilizia abitativa Infrastrutture per mobilità e reti Governo del territorio Fondi di riserva e per nuove leggi Oneri non ripartibili Totale

68.518.390,00 210.220.947,25 51.535.515,00 140.943.000,00 31.863.856,00 92.638.689,00 38.805.950,00 74.941.389,50 280.682.063,90 89.899.850,00 162.026.503,00 140.619.126,00 10.917.690,25 71.680.817,33 1.465.293.787,23

S

problemi di dipendenza, difficoltà relazionali. Vivere per strada spesso è la manifestazione di un problema più grande».

niziativa nata nell’ottobre 2005, finanziata dal comune e dalla provincia di Trento.

Nuovi poveri, per strada ma non solo

si a chi sulla strada ci vive davvero. È un’operatrice dell’Unità di strada, un’i-

Un’equipe di quattro persone che dalle sette di sera si mettono a disposizione dei senza tetto, per fornire informazioni, per aiutarli a soddisfare bisogni essenziali, accompagnandoli alle docce o alla mensa, per fare da tramite con i servizi specializzati, l’Asl o gli assistenti sociali del comune. “E, soprattutto, per esserci, accanto a loro, per non farli sentire completamente emarginati – spiega Nadia – Il martedì, il mercoledì e il sabato, siamo in piazza Dante, ai giardini davanti alla stazione, il luogo dove si concentra

Nella pagina a fianco, la piazza principale di Trento; un clochard dorme davanti alla stazione; l’interno della biblioteca.

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Cooperative di assistenza sociale, associazioni di volontariato, mense, dormitori, unità di strada. Trento risponde al disagio, efficiente e premurosa. Forse troppo. C’è chi inizia a parlare di assistenzialismo | 40 | valori |

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abbiamo individuato situazioni difficili. Non assistiamo solo chi non ha una casa, ma tutti coloro che vivono il loro disagio sulla strada». Come Mohammed, marocchino 50 anni, in Italia dall’89. Lavora per una ditta di ristrutturazione e ha un regolare permesso di soggiorno, ma dorme fuori, al parco o negli scantinati. Non ha un reddito sufficiente per affittare un appartamento e non riesce ad entrare in alcuna struttura ricettiva del comune perché fatica a rispettare le regole che vigono in questi posti. Ma per strada c’è anche Piero, 77 anni trentino doc. Abita fuori città, in montagna, e ogni giorno prende la corriera per venire a Trento, dove trascorre tutte le sue giornate, d’estate al parco, d’inverno dentro la stazione delle corriere. «Riceve ogni mese la sua pensione e vive in un piccolo appartamento fatiscente, ma non ha relazioni sociali se non sulla strada, nella zona della stazione, dove riesce ad avere un suo ruolo – spiega Nadia - Chiacchiera, incontra quelli che bene o male sono i suoi amici, si siede sulle panchine, mangia alla mensa. Non ha nessun disagio psichico conclamato, solo una profonda solitudine. È questo il

ELISABETTA TRAMONTO

la maggior parte dei senza fissa dimora. Le altre sere giriamo per le vie della città dove

male più diffuso oggi, a Trento e non solo». Per strada ci sono italiani e stranieri, «ma con una notevole differenza – precisa Nadia Uno straniero si trova in queste condizioni perché non ha abbastanza risorse materiali ed economiche, ma di solito non presenta altri disagi. Un italiano invece finisce sulla strada perché ha alle spalle storie difficili, di abbandono, emarginazione, contrasti familiari,

«Sono questi i nuovi poveri», afferma don Francesco Malacarne, direttore della Caritas di Trento. Possono vivere per strada, in un centro di accoglienza o in un appartamento, ma i problemi che affrontano sono gli stessi. Dal Rapporto 2005 sulle povertà, stilato dalla Caritas diocesana sulla base degli utenti dei centri di ascolto, emergono i contorni del disagio sociale a Trento. La maggioranza delle richieste di aiuto arrivano da immigrati, per lo più dell’est Europa (Romania, Moldavia, Ucraina), anche se gli italiani in difficoltà sono in quantità notevole, ben il 30% di coloro che si rivolgono alla Caritas. Le richieste riguardano soprattutto vestiti (40%), lavoro (28%), cibo (17%). «Ma il dato che ci ha stupito di più - racconta don Francesco – è che sono soprattutto gli italiani a chiedere beni essenziali come cibo e vestiti. Questo evidenzia una precarietà della vita quotidiana che non ci si aspetterebbe, soprattutto in una città come Trento». «Di solito si tratta di persone di più di 40 anni, con un basso livello di istruzione, che sono usciti dai circuiti produttivi, magari perché hanno perso il lavoro, che vivono difficoltà relazionali, spesso legate a disagi psichici o a gravi conflitti familiari», spiega Roberto Calzà, collaboratore della Caritas che ha coordinato la redazione del rapporto. «Dalla nostra indagine è emersa anche un’elevata mobilità – continua Calzà – Sembra infatti che una buona parte di chi chiede aiuto ai centri di ascolto della Caritas a Trento sia spesso di passaggio. Diversi i motivi: perché nella zona sono molto diffusi lavori stagionali, come la raccolta della frutta, che attirano ondate di lavoratori per brevi periodi. Perché a Trento esiste una quantità tale di associazioni di volontariato, di cooperative di assistenza sociale, di strutture di accoglienza che spesso chi si trova in difficoltà passa da una realtà all’altra. Infine perché la risposta di Trento al disagio sociale è talmente vasta, efficiente, capillare da attirare persone da altre parti d’Italia, |

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nuove povertà

soprattutto d’inverno. Per rispondere all’emergenza freddo, infatti, oltre ai due dormitori di Trento e a quello di Rovereto, vengono aperte altre due strutture di accoglienza».

Molte, forse troppe, risposte Due dormitori a Trento, a cui d’inverno se ne aggiungono altri due, più uno a Rovereto, per un totale di oltre cento posti letto. «In ciascuna struttura ci si può trattenere al massimo per 20 giorni, ma passando da un dormitorio all’altro chi viene a Trento ha l’inverno al caldo assicurato», commenta Antonio Maule, un operatore della Fondazione comunità solidale. C’è poi l’ostello per gli immigrati, che ospita per un massimo di due anni 40 extracomunitari dotati di permesso di sog-

giorno. Tre mense che offrono a turno pranzo o cena, i volontari di strada che distribuiscono thè caldo e panini nei dintorni della stazione, l’Unità di strada, i centri di ascolto della Caritas e una miriade di realtà, piccole e grandi, cattoliche e laiche, che si occupano di assistenza ad anziani, minori, extracomunitari, nomadi; le cooperative sociali, 74 solo quelle raggruppate nel consorzio Consolida; le associazioni di volontariato, 1.500 solo quelle riportate sul sito internet del Centro servizi per il volontariato. Un esercito pronto a intervenire e a rispondere all’sos povertà e disagio sociale. Forse è anche troppo. «La presenza di così tante realtà può trasformarsi in un elemento negativo – commenta Roberto Calzà della Caritas – innanzitutto perché è difficile coordinarle tutte. Alcune sono davvero enormi, possono arrivare ad avere fino a 150 dipendenti, a cui a volte si aggiungono i volontari». Perché così tante strutture e così tante persone coinvolte rispetto a una provincia che non raggiunge i 600 mila abitanti? «Trento ha una tradi-

zione di solidarietà e di accoglienza. Ma il boom di associazioni e cooperative sociali a cui si assiste oggi dipende soprattutto dai sussidi della provincia, che finanzia gran parte di queste iniziative. Il che è certamente un bene, ma si rischia di dare vita a un business del sociale, perdendo creatività, disperdendo le risorse e non focalizzandosi sui veri problemi». «È naturale che più servizi si offrono e più utenza si trova - racconta Riccardo Tomasi, presidente della Fondazione Comunità solidale - Una volta uno dei nostri utenti ha detto: a Trento si sta bene perché si mangia e si dorme gratis. Per questo ci andiamo tutti i giorni». «Il rischio di scivolare nell’assistenzialismo è dietro l’angolo – conclude don Francesco – Sarebbe ora di effettuare un chek up, di verificare i bisogni effettivi della popolazione di Trento e domandarsi se stiamo rispondendo in un modo adeguato. In caso contrario bisognerebbe rivedere la politica sociale della provincia. Un lavoro molto difficile se non impossibile ma che sarebbe fondamentale».

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Vivace di giorno, in casa la sera Trento riposa ma non dorme Teatro, musica, festival cinematografici. Trento ha scelto di investire in cultura. Meno nel divertimento. Parla l’annunciatore Rai Andrea Castelli, attore e regista teatrale, molto noto non solo in Trentino. RANQUILLA, MA NON ADDORMENTATA. È COSÌ TRENTO. Di giorno le strade si animano, di gente che passeggia nel centro storico, a passo svelto ma non frenetico, di furgoncini che consegnano merce ai negozi, di di Elisabetta Tramonto studenti ai bar e nei dintorni dell’università. Poi tutto rallenta e si ferma. Alle sette di sera, cascasse il mondo, i negozi chiudono, insieme a molti bar e gelaterie. La gente finisce di lavorare e torna a casa, in città o nelle vallate che la circondano. Basta mezz’ora per raggiungere il silenzio assoluto della Valle dei Mocheni, della Val di Gresta o della Val di Cembra. La sera tardi, dalle dieci in poi, le strade di Trento sono quasi deserte. Qualche ristorante in centro, raro, poca gente che passeggia, nei cinema è diffiAndrea Castelli. cile trovare un secondo spettacolo. Eppure non è una città noiosa o ferma, anzi negli ultimi anni ha investito molto in cultura. Eventi musicali, manifestazioni teatrali, festival di ogni genere, da quello del cinema (vedi BOX ) a quello dell’economia (vedi BOX ), hanno ravvivato la vita cittadina. Eppure appaiono ancora come l’eccezione e non come la normalità. Un po’ come se Trento fosse orgogliosa della sua tranquillità e della sua riservatezza. Come racconta Andrea Castelli, attore molto noto a Trento e non solo. «Trento è una città tranquilla, è uno dei suoi pregi maggiori, uno dei motivi per venire a vivere qui. In bici-

T

cletta arrivi dappertutto e se prendi la macchina in dieci minuti arrivi ovunque». Perché però all’ora di cena si ferma tutto? «Dipende dai periodi. Durante le feste vigiliane, in giugno, le strade erano piene di gente fino a tardi. Perché c’erano spettacoli da vedere in ogni angolo. Se non ci sono attrattive però la gente non esce. Ma è colpa anche dei negozianti. Loro non restano aperti fino a tardi perché sostengono che la gente non esca, ma la gente non esce perché non c’è niente di aperto. È un cane che si morde la coda. Ma la verità è che ai trentini piace la tranquillità. Trento ha scelto di essere una città tranquilla. E io credo sia una decisione politica che in futuro pagherà».

“Bisogna prestare maggiore

Che cosa offre la città a chi ci vive? «Da un punto di vista culturale c’è sempre qualcosa. I teatri hanno cartelloni ricchi. Poi ci sono i cinema, le manifestazioni. Certo Trento non produce cultura, al massimo la riflette. Arriva la compagnia che recita Pirandello e la si può andare a vedere. Ma per chi vuole fare l’attore non ci sono prospettive. È obbligatorio andare a Roma o a Milano».

attenzione alla qualità dell’offerta culturale

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Com’era Trento trent’anni fa? «Era una città di provincia e lo è ancora. Ma oggi offre

molte più possibilità. Negli anni ‘60-’70 era chiusa. I trentini si vantavano di essere grandi lavoratori. L’emblema erano gli alpini. Allora c’erano poche possibilità. C’era la stagione teatrale ufficiale con il solito repertorio e i soliti luoghi comuni: le nostre belle montagne, le canzoni popolari, la gente laboriosa e onesta. Il parroco, il farmacista, il montanaro goffo che va in città ma non sa parlare, la figlia che vuole sposare uno del sud. E tutto era in dialetto. Allora ho messo insieme un piccolo gruppo teatrale. Eravamo in cinque e prendevano in giro i cori di montagna, il dialetto e gli alpini». E oggi? La situazione è cambiata? «Si, ma in maniera sospetta. Da una parte c’è molta più attività, più proposte. I giovani hanno molti più stimoli, anzi devono fare una selezione. Dall’altra bisogna stare attenti alla qualità. L’intervento di una certa televisione ha appiattito la ricerca di qualità. A Trento poi c’è il problema degli aiuti eccessivi e indiscriminati». È negativo il fatto che il teatro venga aiutato? «In generale no, ma se diventa un diritto acquisito, sì. Contesto l’abitudine alla sovvenzione. A lungo andare essere viziati dai contributi della provincia fa male, alle imprese come al mondo della cultura. Non si genera concorrenza e non c’è la spinta per crescere, tanto si è pagati comunque. Io con la mia compagnia non chiedevo contributi. Se veniva qualcuno a vedere lo spettacolo andavamo fuori a cena, altrimenti restavamo indebitati. Siamo un’isola felice. Ma così succede che quando dobbiamo confrontarci con quello che sta fuori è un problema. Qualcosa sta cambiando ma molto lentamente».

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AL FILM FESTIVAL IN SCENA LA MONTAGNA PROTAGONISTA INDISCUSSA DELLA VITA TRENTINA È LA MONTAGNA. Dall’economia, alla cultura. E proprio all’alta quota è dedicato il Trento Film Festival, che dal 1952 premia con la Genziana d’oro le migliori pellicole sulle vette di tutto il mondo. Non solo documentari, come Cimes et merveilles del francese Samivel, vincitore della prima edizione, ma anche la grande fiction con Barnabò delle montagne e Il popolo migratore. E non solo tecniche e filosofia dell’alpinismo, ma anche esplorazione, protezione dell’ambiente montano, sostenibilità del territorio, conflitti nelle aree montane. Perché qui la montagna non è semplicemente una vetta da conquistare, ma soprattutto un luogo di vita, culla e custode di cultura e tradizioni. Anche da esportare. Infatti, dopo l’appuntamento trentino di fine aprile, i film vengono proiettati in oltre cento città, in Italia e all’estero. Finora però questa iniziativa, che riscuote successo oltre i confini del Belpaese, non è riuscita ad affascinare il grande pubblico nazionale. Un peccato. E una sfida, raccolta da Maurizio Nichetti, direttore artistico del Festival dal 2005, dopo esserne stato presidente di giuria. «Ogni film si presentava come frutto di una passione, niente era filmato con la furbizia di un mestiere. Imprese impossibili documentate con una piccola telecamera diventavano davanti ai miei occhi narrazioni avvincenti. Proiezione dopo proiezione riscoprivo il piacere di viaggiare con lo sguardo e con la mente. Il piacere di condividere sogni impossibili, sfide ai limiti dell’umano, di visitare territori irraggiungibili», spiega Nichetti. «Tutta quella passione condivisa solo con i fedelissimi del Festival mi è sembrata un’occasione perduta, un grande potenziale inutilizzato». Per questo ha accettato la direzione del Festival, «per farlo conoscere e promuoverlo il più possibile». P.F.

TUTTI PAZZI PER L’ECONOMIA Può l’economia attirare un pubblico vasto e interessato come quello del festival della letteratura di Mantova? Se lo è chiesto l’editore Giuseppe Laterza. E ha deciso di provarci. È nato così, con la collaborazione del Sole 24 Ore, dell’Università, della Provincia e del Comune di Trento, il Festival dell’economia. Prima edizione giugno 2006 e un’affluenza di circa 50mila persone in quattro giorni, che hanno fatto registrare il tutto esaurito e costretto gli organizzatori a trasferire in tutta fretta le conferenze negli ampi spazi dell’auditorium Santa Chiara. Un successone da concerto pop. Grandi nomi per addetti ai lavori, dall’economista cinese Fan Gang, all’inglese Anthony Atkinson, al sociologo Zygmut Bauman, hanno incantato un pubblico eterogeneo di giovani e meno giovani con molta voglia di capire i tanti temi di attualità affrontati. E così, sul filone di “Ricchezza e povertà”, si è parlato di dinamiche del mercato, disuguaglianza, globalizzazione, concorrenza. Insomma, alla domanda di Laterza, Trento ha risposto sì e l’anno prossimo si prepara a replicare.

IL MART, POLO CULTURALE DELLA PROVINCIA Progettato dall’architetto svizzero Mario Botta nel 1987, il Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto si è da subito imposto come punto di riferimento culturale, anche a livello internazionale. Oltre alla collezione permanente che spazia dal Futurismo ai giorni nostri, con quadri di Depero, Sironi, Fontana, Andy Warhol, il Mart ospita un Archivio del Novecento e una biblioteca specializzata nelle arti figurative del XX secolo. Nella programmazione annuale anche importanti mostre che richiamano a Rovereto un sempre maggiore numero di visitatori (250mila nel 2005). Il prossimo appuntamento è un omaggio alla Secessione viennese con quadri di Schiele, Klimt e Kokoschka seguito da “Mitomacchina”, una produzione originale, fiore all’occhiello del Mart, sulla storia e il futuro del design dell’automobile, e dalla prima retrospettiva di un museo italiano sul videoartista inglese Douglas Gordon. Il Mart guarda anche all’estero producendo importanti esposizioni per l’Ermitage di San Pietroburgo, il Kristefos Museet di Oslo, il Gran Palais di Parigi e, prossimamente, il Museo nazionale di Pechino e del Guandong.

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ANDAMENTO ANNUALE SPESA PUBBLICA SU PIL [VAL.%] 55 53

ITALIA TRENTINO

51 49

47,26

47 45 42,36

41 39 37 1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

della Valle di Fiemme [415,02] di Primiero [413,59] della Bassa Valsugana e del Tesino [578,88] Alta Valsugana [394,45] della Valle dell’Adige [656,70] della Valle di Non [596,74] della Valle di Sole [609,36] delle Giudicarie [1.176,51] Alto Garda e Ledro [353,33] della Vallagarina [694,24] Ladino di Fassa [318,06] Provincia [6.206,88]

L’ANDAMENTO DEL PIL IN TRENTINO, A CONFRONTO CON ITALIA E UNIONE EUROPEA

1951

1961

1971

1981

1991

2001

16.427 10.887 27.531 37.778 108.550 38.257 16.727 33.074 31.493 67.476 6.504 394.704

17.521 10.887 26.595 38.797 121.328 37.798 16.338 33.669 33.042 69.155 6.974 412.104

17.417 10.049 24.741 37.953 138.623 35.980 15.397 32.624 34.659 72.643 7.759 427.845

17.493 9.843 24.260 39.237 147.290 35.203 14.582 33.545 36.684 76.462 8.246 442.845

17.485 9.479 24.024 41.015 150.628 35.204 14.443 33.719 38.384 76.850 8.621 449.852

18.398 9.795 25.583 45.653 158.739 36.510 14.987 35.442 42.233 80.552 9.125 477.017

2,4 2,2 2,0

2,3

1,8

1,8

1,6 1,4 1,2 1,0 0,8

L’economia viaggia su un vecchio diesel

2003–2004

POPOLAZIONE RESIDENTE AI CENSIMENTI 1951 - 1961 - 1971 - 1981 - 1991 - 2001 COMPRENSORIO [TRA PARENTESI LA SUPERFICIE IN KMQ]

1,2 1,0 0,8

0,6 0,4 0,2

0,3 UE

ITALIA

TRENTINO

UE

ITALIA

TRENTINO

Una salute di ferro. Le cooperative danno solidità anche se rallentano l’innovazione. L’autonomia porta risorse, ma bisogna saperle usare. Trento ci riesce. Lo spiega l’economista Gianfranco Cerea. N VECCHIO DIESEL, SOLIDO E SICURO, che viaggia spedito lungo la sua strada. Una scarsa accelerazione, ma una tenuta invidiabile. È questa l’immagine dell’economia trentina nelle parole di Giandi Elisabetta Tramonto franco Cerea, professore di economia all’Università di Trento: «Un reddito tra il 30 e il 40% più alto della media nazionale, un tasso di disoccupazione intorno al 2%, tra i più bassi in Europa, un’economia che risente della crisi congiunturale ma che riesce ad attenuarne gli effetti negativi e che continua comunque a crescere». Qual è il segreto? «Il merito è di una combinazione di ingredienti», spiega Cerea, «un’economia diversificata con una buona tenuta dei settori di punta, soprattutto agricoltura, turismo e alcuni casi eccellenti nell’industria. Investimenti massicci nelle infrastrutture e nella ricerca. Infine la presenza delle cooperative, che da un lato danno solidità e compattezza al modello economico, dall’altro però impediscono i cambiamenti improvvisi o troppo rapidi, anche nel campo dell’innovazione».

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cuni settori, come l’ortofrutta, arrivano a controllare oltre il 90% del mercato. «Se un trentino intende realizzare una nuova iniziativa, imprenditoriale o di altro genere, pensa subito alla forma cooperativa», racconta il professor Cerea, «fa parte del patrimonio genetico di Trento. La partecipazione e il controllo altissimi da parte dei soci sulla gestione delle imprese portano solidità e affidabilità. La propensione naturale alla solidarietà fa sì che il territorio venga visto come un unico corpo. Le famiglie cooperative, ad esempio, sono negozi gestiti da cooperative sparsi su tutta la provincia anche nelle valli più isolate. Non importa che il bilancio di una di queste attività sia in rosso, verrà compensato dai risultati positivi di un’altra, più grande, di solito a Trento». C’è anche un rovescio della medaglia? «La lentezza e la scarsa propensione all’innovazione, insomma quello che rende l’economia trentina un vecchio diesel. In una cooperativa ogni decisione da prendere comporta tempi lunghissimi, discussioni, compromessi che naturalmente ostacolano qualsiasi cambiamento».

AUTONOMIA PER INVESTIRE SUL FUTURO

RITMI COOPERATIVI Il modello economico trentino è costruito attorno alle cooperative che, caso unico in Italia, in al-

FONTE: IST. REG. DI STUDI E RICERCA SOC. DI TRENTO SU DATI UFFICIO STATISTICA PROVINCIA DI TRENTO

Gianfranco Cerea.

TASSO DI DISOCCUPAZIONE TOTALE [VALORI %] PERSONE IN CERCA DI PRIMA OCCUPAZIONE SU FORZE DI LAVORO 18 SPAGNA ITALIA 16 UE 15 TRENTINO 14 LUSSEMBURGO

polo “Ildi ricerca e l’Ateneo

funzionano ma i tempi decisionali delle imprese sono un po’ lenti

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Niente colpi di testa quindi, Trento ci pensa bene prima di muovere un passo. Ma di passi ne muove molti, pensando al proprio futuro a suon di investimenti che non hanno pari in tutta Italia: 1,3 miliardi di euro quest’anno. «Trento ha saputo sfruttare il fatto di essere una provincia autonoma», spiega ancora Cerea, «con le risorse a disposizione, in realtà non molto superiori rispetto alle altre province italiane, ha scelto di puntare sugli investimenti, che oggi sono il triplo della media italiana. Risorse impiegate, al di là dei finanziamenti diretti alle imprese e elle famiglie, per migliorare le infrastrutture, le strade, la rete dei trasporti, le scuole. Senza dimenticare la ricerca, ai primi posti nelle priorità di Trento. L’università,

seppure sia giovane, è tra le più apprezzate in Europa. L’Irst, l’Istituto per la Ricerca Scientifica e Tecnologica, è un centro di ricerca riconosciuto a livello internazionale. Fondato dalla provincia autonoma di Trento nel 1976, oggi conta su 220 ricercatori e un bilancio di 20 milioni di euro. Microsoft ha deciso di stabilire qui il suo secondo centro di ricerca in Europa (vedi BOX Microsoft). A trarne vantaggio è l’intero sistema economico che guadagna competitività».

AGRO-VITICOLTURA, TERRENI A PESO D’ORO Il settore agricolo e ortofrutticolo, controllato per la stragrande maggioranza dalle cooperative, è una delle voci principali nel bilancio della provincia di Trento. Qui bisogna attingere per trovare i marchi conosciuti in tutta Italia: le mele Melinda, i vini Mezzacorona (vedi BOX Mezzacorona), lo spumante Ferrari, i piccoli frutti Sant’Orsola (vedi BOX Sant’Orsola). «Il settore agricolo è in crisi in tutta Europa», spiega il professor Cerea, «Trento risente della difficoltà generale ma resiste bene. Fino a pochi anni fa i terreni agricoli e quelli edificabili avevano prezzi analoghi. È un caso unico, a testimonianza dell’enorme resa delle proprietà agricole. Il punto forte dell’agricoltura è la cooperazione e la ricerca. L’istituto agrario di San Michele sforna i tecnici che poi andranno nelle cooperative, che fungono a loro volta da diffusori di cultura. Sono le stesse cooperative, infatti, a formare i soci-agricoltori, a spiegare loro le tecniche da adottare, a occuparsi dei controlli e della certificazione. Non è solo un modello organizzativo, ma anche un sistema di crescita collettivo. Anche per questo i vini sono tutti di buona qualità. Perché gli agricoltori si comportano in modo uniforme».

TURISMO, TUTTO AL SUO POSTO Basta entrare in un qualsiasi ufficio dell’Apt, l’azienda di promozione turistica, di Trento per rendersi conto dell’attenzione riservata al turista. Nel più piccolo dei paesi di montagna si trova un punto informazioni, ordinato, con i depliant ben impilati, aggiornati e completi, e un’impiegata pronta a fornire qualsiasi informazione. «La provincia investe molto nel turismo e i risultati si vedono», rac-

FONTE: ELAB. IST. REG. DI STUDI E RICERCA SOCIALE DI TRENTO SU DATI UFFICIO STATISTICA PROVINCIA DI TRENTO

LA VAL DI GRESTA PUNTA SUL BIO FONTE: UFFICIO STATISTICA DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO

FONTE: IST. REG. DI STUDI E RICERCA SOC. DI TRENTO SU DATI UFFICIO STATISTICA PROVINCIA DI TRENTO

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IL TRENTINO È UNA TERRA DI MONTAGNE E DI VALLATE. Quelle famose per gli impianti sciistici come la Val di Fiemme o la Val di Fassa e quelle più piccole, nascoste, escluse dagli itinerari turistici tradizionali. Una fra tutte la Val di Gresta, incastrata tra il lago di Garda e la valle dell’Adige. Nascosta sì, ma tutt’altro che abbandonata. Completamente esposta a sud, toccata dai venti miti del lago di Garda, dotata di un terreno molto fertile. Tutte caratteristiche che l’hanno da sempre resa un luogo ideale per la coltivazione di ortaggi di alta qualità. Se fino agli anni Cinquanta le uniche colture erano le patate e i cavoli cappucci, trasformati poi in crauti, negli anni successivi il ventaglio di coltivazioni si è arricchito con carote, sedano rapa, porri, cavolfiori, zucchine, lattuga. Ma il vero asso nella manica è stato estratto negli anni Settanta. La parola magica è stata “biologico”, in un momento in cui quasi non se ne sentiva parlare. La Val di Gresta è diventata la prima vallata biologica del Trentino. Il Consorzio Ortofrutticolo Val di Gresta, nato nel 1972, ha scelto di adottare in misura massiccia metodi di coltivazione biologici. Oggi produce 22 mila quintali di ortaggi, più della metà biologici, contrassegnati dal marchio della coccinella, il resto da produzione integrata. Presidente del consorzio è Vanda Rosà. Occhi decisi, grinta da vendere, descrive i prodotti della Val di Gresta come le sue creature. Racconta la sua giornata come fosse una passeggiata: sveglia alle cinque e via nei campi fino alle nove di sera. Difficile se non impossibile vivere di sola campagna. La maggior parte degli agricoltori qui hanno due lavori. Vanda Rosà è nata sul lago di Garda, vivere in Val di Gresta è stata una scelta. Non è l’unica ad aver optato per la vita in montagna. Michela Luise, ad esempio, assessore all’ambiente, agricoltura e turismo del comune di Ronzo Chienis, Val di Gresta, Ronzo ha lasciato Trento per la Val di Gresta. Oltre Chienis è il cuore all’attività in Comune gestisce una malga in alta della valle che si trova tra il Lago di Garda quota e tra poco aprirà un agriturismo. «Stiamo e la Valle dell’Adige. puntando molto sul turismo rurale», spiega Norma Benoni, vicesindaco di Ronzo Chienis. Un’altra donna in una posizione dirigenziale. Qui sembra essere un’abitudine. Da anni in tutta Italia la gente scappa dalle aree montane e dalle vallate più isolate. Non in Trentino. «Nonostante la presenza delle montagne, non esistono paesi disabitati – spiega Gianfranco Cerea, docente di economia all’Università di Trento – Il fenomeno dello spopolamento non si sta manifestando, almeno non in modo massiccio, neanche nelle vallate più lontane del Trentino». Lo dimostrano i dati demografici (vedi TABELLA ). Dagli anni Sessanta in poi la popolazione in Trentino è aumentata, in tutte le zone, oppure si è stabilizzata, ma non è mai diminuita significativamente. Perché? Il merito è certamente di una provincia, quella autonoma di Trento, che non ha dimenticato nessuna delle sue valli. Per accorgersene basta guardare le strade, in ottime condizioni anche per raggiungere i paesi più sperduti. Merito di un sistema cooperativo diffuso capillarmente. «È la salvezza per chi abita in questi villaggi, un motivo per non scegliere di trasferirsi in città», commenta Clara Mazzocchi, presidente della famiglia cooperativa di Ronzo Chienis. Merito anche della volontà degli abitanti, degli enti locali, dei singoli comuni di non veder svuotare le vallate. «Abbiamo investito molto nel territorio – racconta Norma Benoni - non tanto e non solo risorse economiche, ma anche il nostro tempo, le nostre energie, la nostra cultura». Il calendario delle manifestazioni turistiche ne è la prova: eventi culturali, degustazioni, escursioni, sport e feste (si possono consultare sul sito internet www.valdigresta.info). E.T.

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conta Cerea, «il comparto ha un’ottima tenuta, anzi continua a crescere». 1.570 alberghi, 460 mila posti letto in tutto tra alberghi alloggi provati e seconde case, 4,2 milioni di turisti all’anno. «È un turismo alla continua ricerca di un equilibrio migliore rispetto all’ambiente. Ogni volta che si deve costruire un nuovo impianto di risalita in una pista da sci è una tragedia» racconta Cerea, «c’è una forte presenza di seconde case (42.370 ndr.), una voce purtroppo poco redditizia nel bilancio del comparto turistico».

INDUSTRIE ECCELLENTI Qua e là emerge qualche caso di eccellenza anche nel comparto industriale: imprese che hanno saputo crearsi una nicchia nel mercato e difendere il loro spazio, raggiungendo standard tecnici e qualitativi altissimi. L’Unifarma, per esempio. Uno dei tre principali produttori di farmaci effervescenti al mondo, concorrente diretto della Roche. La

Zobele, una multinazionale con sede a Trento e stabilimenti fino in Brasile che produce spirali anti-zanzare. La Coster, uno dei principali produttori mondiali di mini-valvole per erogatori spray. Portano il marchio Coster le valvole delle bombolette de l’Oreal. Oppure la Metalsistem, leader nel settore delle scaffalature senza bulloni.

ENERGIA ELETTRICA DA VENDERE, MA IN TASCA NON RESTA NIENTE Il Trentino è costellato di dighe e di centrali idroelettriche. 372 in tutta la provincia che producono mediamente ogni anno 4 miliardi di Kwh di energia elettrica, 2,5 miliardi vengono consumati in loco, 1,5 miliardi vengono esportati. Un valore stimato l’anno scorso a circa 200 milioni di euro, una cifra che fa gola a molti, innanzitutto alla provincia di Trento. Le centrali elettriche, infatti, sono di proprietà dell’Enel, per circa tre quarti dell’energia prodotta. Le restanti sono gestite dalle ex aziende municipalizzate e da imprese minori (Edison Spa, Primiero energia Spa, Trentino Servizi Spa, ASM Spa di Verona). «La provincia ha provato a mettere le mani su questo business», conclude Cerea, «finora, con scarsi risultati».

I CERVELLI NON FUGGONO GRAZIE A MICROSOFT

SANT’ORSOLA SCOMMETTE ...E VINCE

LO SAPEVATE? ALL’UNIVERSITÀ DI TRENTO c’è l’unica struttura di ricerca in grado di elaborare modelli astratti di tipo matematico-informatico del funzionamento cellulare. Se n’è accorto Bill Gates che, nel 2005, ha siglato una joint venture con l’Università, la Provincia di Trento e il governo italiano per la creazione del Microsoft Research – University of Trento Centre for Computational and Systems Biology: il primo laboratorio di bioinformatica del mondo. Il centro ha lo scopo di sviluppare studi di nuova concezione basati sulla convergenza tra informatica, biotecnologie e medicina. La loro applicazione potrebbe portare a nuove scoperte scientifiche con un grande impatto a livello sociale e medico, come, ad esempio, una migliore comprensione delle cause di malattie gravi, l’individuazione di nuove terapie e di vaccini più avanzati. L’applicazione della matematica alla biologia ha già permesso agli studiosi dell’Università di Trento di simulare con successo al computer il comportamento dei globuli bianchi nei vasi infiammati del cervello dei topi. Ma le possibilità della bioinformatica sono infinite. Per esplorarle sono in arrivo a Trento da tutto il mondo i migliori cervelli nei campi dell’informatica e della biologia. M.M.

LAMPONI, MIRTILLI E MORE non sono di certo ingredienti tipici della cucina italiana, trent’anni fa erano quasi sconosciuti, comparivano solo in qualche piatto altoatesino. Puntare tutto sulla coltivazione di questi piccoli frutti è stata una scommessa rischiosa per la cooperativa Sant’Orsola. Una scommessa vinta, a guardare vendite e profitti: 40 milioni di euro di fatturato annuo per una produzione di 70 mila quintali di frutti tra fragole, mirtilli, lamponi, ribes, more e fragoline di bosco. «Negli ultimi anni produzione e fatturato sono cresciuti a tassi tra il 7 e il 15%», dichiara il presidente della cooperativa Federico Oss. «Sono riusciti a crearsi da zero una nicchia di mercato e ne sono diventati leader – commenta Gianfranco Cerea, docente di economia all’università di Trento – Trent’anni fa hanno portato colture nuove in una zona dove non si potevano piantare né mele né vino. E ha funzionato». Nata nel 1975 come associazione di volontari, Sant’Orsola è diventata una cooperativa nel 1979. Da 30 soci iniziali oggi è arrivata ad averne 1.400. Una miriade di piccoli appezzamenti, attorno ai 1000 metri quadrati l’uno, che da Pergine Valsugana, sede della cooperativa, si estendono per tutta la vallata. «Riusciamo così ad avere una produzione continua da maggio a ottobre, sfruttando tutte le altitudini, dai 200 metri sopra il livello del mare di Trento fino ai 1300 di Palù del Fersina nell’alta valle dei Mocheni - spiega Oss - Proprio per poter offrire frutti per 12 mesi all’anno è nata la collaborazione con le cooperative della Locride». Quindici delle aziende agricole fondate da Monsignor Bregantini sono socie della cooperativa Sant’Orsola. Una scelta difficile quella dei piccoli frutti. Sono prodotti delicati e necessitano molte attenzioni. Le piante devono essere protette con teli per ripararle dalla pioggia. I frutti devono essere raccolti a mano, uno per uno, e posti direttamente nei cestini pronti per essere confezionati e spediti il più rapidamente possibile sugli scaffali dei supermercati. «Nel cestino finiscono solo i frutti migliori - spiega Oss - Abbiamo educato i nostri soci alla qualità, se in una partita di mirtilli scopriamo qualche frutto non sano, scatta una sanzione. Per questo motivo costano molto, per la cura che necessitano e la qualità che garantiamo». Ogni socio poi porta i frutti raccolti in giornata in uno dei centri di raccolta, dotati di celle di raffreddamento, a Pergine Valsugana o in bassa Valsugana, nella Val di Cembra o nell’alta Val di Non. Al più tardi il giorno dopo i cestini di piccoli frutti sono già sullo scaffale del supermercato. Chiunque può scoprire da dove arrivano le more che ha acquistato. Basta guardare sotto la confezione. Dal numero stampato si può risalire al socio che ha coltivato i frutti. Dall’anno scorso infatti la cooperativa ha avviato il progetto di tracciabilità del prodotto, per seguirne il percorso dal campo al supermercato e viceversa.

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La forza delle cooperative Le tentazioni del mercato Da oltre cento anni le cooperative sono il motore economico e sociale del Trentino. Oggi la vera sfida è continuare a crescere rimanendo fedeli alle origini. RESTARSI VICENDEVOLMENTE OGNI POSSIBILE AIUTO». È questo uno degli scopi della prima Federazione di cooperative trentine, costituita nel 1895. Oggi nella provincia di Trento le cooperative sono 558, per un totale di 200.000 soci. In pratica, la cooperazione entra in di Mauro Meggiolaro una famiglia su tre. La diffusione è capillare: città, paesi, frazioni, valli, se ci si guarda intorno è difficile non notare almeno una Famiglia Cooperativa, un consorzio o una cassa rurale. In Trentino il movimento cooperativo è una realtà consolidata in continua crescita, che ha alle spalle più di un secolo di storia. Nasce nell’ultimo decennio dell’Ottocento su iniziativa di un curato di campagna, don Lorenzo Guetti. La situazione è critica, manca il lavoro, l’agricoltura non è più in grado di garantire la sussistenza della popolazione e i giovani emigrano in massa oltreoceano. Don Guetti ha un’intuizione: portare in Trentino il modello cooperativo sperimentato con successo dal tedesco Friedrich Raiffaisen nelle zone rurali depresse della Renania. Con l’appoggio di una rete di sacerdoti si impegna a rendere credibili i vantaggi della cooperazione agli occhi della gente comune. Affrontare le difficoltà insieme, superare la diffidenza e l’individualismo. Sono questi i messaggi che il Diego Schelfi, clero di campagna, quello più vicino ai bisogni e allo stapresidente della Federazione Trentina to di emarginazione delle famiglie contadine, riesce in delle Cooperative poco tempo a far passare. Nel 1890 nasce la prima “Soe Roberto Pinter, consigliere cietà cooperativa rurale di smercio e consumo” per orgaprovinciale a Trento nizzare in comune il commercio di prodotti agricoli loed ex dirigente Legacoop Trentino. cali conferiti dai soci. Nel 1892 viene fondata la prima

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Cassa Rurale. Agricoltura, credito, consumo: già alla fine del 1800 sono ben chiari i tre pilastri storici del movimento cooperativo trentino. Che, sin dall’inizio, è essenzialmente “bianco”, di matrice cattolica. Solo nei primi anni ottanta fa la sua comparsa in Trentino Legacoop, la componente “rossa”, importante per lo sviluppo del “quarto pilastro”, quello della produzione-lavoro, dei servizi e della solidarietà sociale. Oggi i quattro pilastri sono integrati in un’unica organizzazione di rappresentanza, tutela e revisione: la Federazione Trentina delle Cooperative che - caso unico in Italia – nel 2000 è riuscita a mettere sotto lo stesso tetto le cooperative “bianche” (la stragrande maggioranza) e quelle “rosse”, che rappresentano circa il 4% del totale dei soci.

I numeri del successo Ma come stanno oggi le cooperative trentine? Molto bene a giudicare dai numeri. Le cooperative e i consorzi agricoli raccolgono e commercializzano il 90% dei prodotti della campagna, hanno 26 mila soci e marchi riconosciuti a livello mondiale come Melinda (mele), Cavit (vini) e Sant’Orsola (piccoli frutti). Le 49 Casse Rurali nel 2005 hanno aumentato dell’8% la raccolta, del 12% i prestiti e del 17% gli interventi sociali. Sono presenti con i loro sportelli in 6 comuni su 10, gestiscono il 60% del risparmio trentino e hanno quasi 100.000 soci: un trentino su cinque. Sul fronte del consumo le Famiglie Cooperative hanno una quota di mercato superiore al 35%, aderiscono al consorzio Sait che dal 1993 è socio di Coop Italia. In più di

200 località del Trentino la Famiglia Cooperativa è l’unico negozio alimentare presente. È lì che funziona al meglio il principio della solidarietà redistributiva: molti dei punti vendita nei piccoli comuni lavorano infatti in perdita. Nessun privato potrebbe permetterselo. E infine il quarto pilastro: 175 cooperative di produzione-lavoro e servizi che operano in vari campi, dall’ambiente ai trasporti, dall’artigianato alla cultura e 74 cooperative sociali riunite nel consorzio Con.Solida, che forniscono servizi socio-assistenziali ed educativi e offrono opportunità di inserimento lavorativo a persone svantaggiate. È un modello che funziona, grazie soprattutto alla forte coesione sociale delle comunità trentine. «La cooperazione è strumento economico e lievito culturale, sviluppa l’impresa e la comunità, non lavora con l’ambizione di diventare potente, ma opera per essere pronta a rispondere ai bisogni della popolazione», ha dichiarato Diego Schelfi, presidente della Federazione Trentina. Nel futuro del movimento Schelfi vede tre sfide: la qualità del lavoro, con posizioni chiare sui diritti e i doveri dei soci e codici etici per gli enti pubblici appaltanti, un maggiore coinvolgimento dei giovani e l’integrazione dei lavoratori immigrati promuovendo la “convivialità delle differenze”.

Più partecipazione, meno mercato Secondo Roberto Pinter, consigliere provinciale della Sinistra Democratica, già vice-presidente della Provincia e dirigente Legacoop, gli obiettivi da raggiungere sono anche altri. «Prima di tutto bisogna recuperare la centralità e la

Una veduta dei campi Sant’Orsola e, sotto, un socio agricoltore mentre carica delle casse di lamponi.

CHE COS’È UNA COOPERATIVA? La società cooperativa sorge quando almeno tre soggetti costituiscono e gestiscono in comune un’impresa con lo scopo di fornire innanzitutto agli stessi soci quei beni e servizi per il conseguimento dei quali la cooperativa è sorta. L’elemento distintivo e unificante di ogni tipo di cooperativa si riassume nel fatto che, mentre il fine ultimo delle società di capitali diverse dalle coop è la realizzazione del lucro e si concretizza nel riparto degli utili patrimoniali, le cooperative hanno invece uno “scopo mutualistico”, che consiste – a seconda del tipo di cooperativa - nell’assicurare ai soci il lavoro, beni di consumo, o servizi a condizioni migliori di quelle che otterrebbero dal libero mercato. L’applicazione di tali migliori condizioni deriva dal passaggio diretto dei beni o servizi, eliminando i costi dei passaggi intermedi. Le cooperative sono state introdotte nel nostro ordinamento dall’art. 45 della Costituzione e sono disciplinate dagli art. 2511 e segg. del Codice Civile.

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GIANCOLOMBO/CONTRASTO

TRA I VIGNETI MEZZACORONA, UNA COOPERATIVA AMERICAN STYLE

CHIÈCHI ALCIDE DE GASPERI Nato il 3 Aprile 1881 a Pieve Tesino (Trento). Protagonista dello scenario politico dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale.

PAOLO TRE/A3/CONTRASTO

FRANCO BERNABÈ Dal dicembre 2004 presidente del Mart, il museo d’arte moderna e contemporanea di Rovereto. È stato amministratore delegato di Telecom Italia e dell’Eni e dirigente alla Fiat. ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI Giornalista e scrittrice. Nata a Rovereto (Tn) nel 1948 ma trapiantata da anni a Milano.

ALESSANDRA BONAVENTURA/CONTRASTO

FRANCESCA NERI Nata a Trento nel 1964. Una delle attrici italiane più note, anche all’estero. Raggiunge il successo professionale con “Pensavo fosse amore... invece era un calesse”, a fianco di Massimo Troisi. CESARE MAESTRI Nato a Trento nel 1929. Una delle più famose guide alpine, conosciuto con l’appellativo di “Ragno delle Dolomiti”.

partecipazione dei soci. In molte cooperative ci sono meccanismi che tendono a reiterare i gruppi dirigenti. Il socio rischia di essere lasciato ai margini», spiega Pinter. E poi bisogna cercare di evitare le “sovrapposizioni di interessi”: «in un paese un caseificio, un magazzino di mele o una cassa rurale diventano centri di potere che fanno gola a chi detiene il potere politico. Non è raro che chi ha la maggioranza di un comune cerchi di conquistare anche la maggioranza del consorzio ortofrutticolo o del Consiglio di Amministrazione della Cassa Rurale locale». Più apertura alla partecipazione dei soci, quindi, ma anche attenzione a non perdere di vista le basi del modello cooperativo: la solidarietà, l’aiuto reciproco. «Nulla impedisce alle cooperative di misurarsi con il mercato», aggiunge Pinter, «ma bisogna farlo ricordandosi delle proprie radici. Non si può giocare al ribasso sul costo del lavoro per vincere una gara, come non è ammissibile che prevalgano i privilegi e le ambizioni individuali dei dirigenti sulla dimensione cooperativa. Non possiamo limitarci a imitare il mercato», continua. «La vera sfida è riuscire a competere dimostrando che si può lavorare diversamente, con qualche embrione di un nuovo modello di produzione e consumo».

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e conferenze, le visite guidate nelle cantine, perfino la possibilità LOCALITÀ MEZZOCORONA, NELLA FERTILE PIANA ROTALIANA che di organizzare matrimoni nelle sale con le pareti ricoperte di bottiglie. si estende a nord di Trento. A destra e sinistra filari di vite. Un trattore Gli studi negli Stati Uniti di Claudio Rizzoli si fanno sentire. Tutto qui carico d’uva si fa strada fino a un gruppo di edifici moderni, quasi è molto american style. Lo spirito cooperativo c’è, ma un po’ lo si futuristici. Un enorme cono metallico che si staglia verso il cielo, dimentica. Mezzacorona in realtà è la holding di un gruppo formato grandi vetrate, un tetto a onda. La chiamano “la cittadella del vino”. da quattro società: la Nosio S.p.A, fondata nel 1994 per fungere È il nuovo quartier generale della cooperativa Mezzacorona. È qui da braccio operativo, la Prestige Wine Imports Corp., creata nel 1985 che i circa mille soci portano la loro uva, tutta quella che producono. Il quartier generale della per commercializzare vini negli Usa, la Bavaria Gmbh, una società Vige, infatti, l’obbligo di conferimento totale. I grappoli vengono cooperativa Mezzacorona tedesca acquisita quest’anno per esportare in Germania, Villa Albius, scaricati, pesati e controllati dagli agronomi. Circa 350 mila quintali dove i soci portano il vino. un’azienda agricola siciliana con mille ettari di vigneti nel ragusano d’uva ogni anno, coltivati su 2.600 ettari di vigneti, divisi in piccoli e nell’agrigentino, grazie alla quale Mezzacorona ha allargato la propria offerta anche appezzamenti, dove tutto il lavoro è svolto a mano. Impossibile usare le macchine se i campi hanno queste dimensioni. Ogni anno dalla cooperativa Mezzacorona escono circa ai vini siciliani con il marchio Feudo Arancio. «La creazione di una S.p.A ci ha permesso di risolvere due problemi tipici di una cooperativa: possiamo raccogliere facilmente capitali 280 mila ettolitri di vino, il 30% della produzione del Trentino. Pinot grigio, Chardonnay dal mercato e la gestione operativa è molto veloce e flessibile». E che cos’è rimasto dello e Teroldego coprono l’80% dell’offerta di questa cooperativa trentina nata nel 1904. Si aggiungono poi il Muller Thurgau, il Lagrein, il Marzemino, il Traminer e, naturalmente, spirito cooperativo? «Tutto», dichiara con sicurezza Rizzoli, «lo scopo principale, tanto in una S.p.A quanto in una cooperativa, è produrre ricchezza, è nell’interesse degli azionisti lo spumante Rotari. Il vino è uno dei fiori all’occhiello dell’economia trentina come dei soci. Nel primo caso però la ricchezza è divisa in base al capitale apportato, e Mezzacorona, insieme a Cavit, un consorzio tra cooperative, Lavis e Ferrari ne sono i protagonisti indiscussi. «Il mercato sta attraversando qualche problema», spiega Claudio nel secondo in base al lavoro, cioè all’uva con cui ciascuno ha contribuito». È quindi indifferente essere a capo di una S.p.A o di una cooperativa? «No, per noi avere una Rizzoli, giovane vice direttore generale di Mezzacorona. Negli anni Settanta suo padre cooperativa è più conveniente perché oggi la campagna è molto costosa, non potremmo fece rinascere la cooperativa. La “cittadella” sembra più una grande sala esposizioni, mai permetterci di acquistare così tanti terreni. E per i soci è utile far parte di una coop un cartellone pubblicitario tridimensionale, che la sede di un’azienda vitivinicola. Tutto è bellissimo, luminoso, pensato per comunicare. L’enorme anfiteatro per eventi perché con appezzamenti così piccoli non potrebbero mai sopravvivere». E.T.

Da provincia povera ad eccellenza europea... Grazie all’autonomia Parla , presidente della Provincia di Trento: «L’indipendenza ci ha dato la possibilità di gestire direttamente le leve dello sviluppo economico. Siamo noi i responsabili della quantià e qualità di sanità, istruzione, ricerca e viaLorenzo Dellai

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ISOGNA TORNARE INDIETRO AL DOPO-

per capire le ragioni dell’autonomia del Trentino Alto Adige. A quando nel di Paola Fiorio 1946 Alcide De Gasperi e il ministro degli Esteri austriaco, Karl Gruber, siglano un accordo a Parigi che assicura alla regione uno Statuto speciale autonomo. I confini italiani infatti, ridisegnati dopo la Prima guerra mondiale, avevano incluso i territori trentini e altoatesini. L’obiettivo dei negoziatori era quindi sopire eventuali spinte indipendentiste e tutelare tutti i gruppi etnici del territorio (tedeschi, ladini e italiani). Un altro passo importante è poi stato fatto nel 1972 con la concessione dell’autonomia, non più a livello regionale, come è per Val d’Aosta, Sicilia, Sardegna e Friuli Venezia Giulia, ma direttaGUERRA

“Un’autonomia forte che ha permesso

di far crescere il territorio

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mente alle due Province di Trento e Bolzano. E l’autonomia, come spiega il presidente della Provincia di Trento, Lorenzo Dellai, è stata un volano per l’economia locale.

strade statali. È vero che abbiamo un regime finanziario particolare, ma copriamo tutte le spese che altrove, nelle regioni a statuto ordinario, sono a carico dello Stato. In sostanza finanziamo tutto ciò che non è Carabinieri, Polizia, amministrazione della giustizia.

Quali sono i confini dell’autonomia trentina? «In termini generali è un’autonomia forte. Nella sostanza abbiamo competenze legislative, amministrative e finanziarie in quasi tutti gli ambiti, escluso quello giudiziario, di ordine pubblico e di difesa. Per esempio da una decina d’anni la scuola fa riferimento alla Provincia e gli insegnanti sono tutti dipendenti dell’amministrazione provinciale, non dello Stato».

Le entrate fiscali si traducono in spesa pro capite disponibile per i cittadini. Di che cifre stiamo parlando? «Abbiamo un bilancio di circa 3,9 miliardi di euro l’anno. Rispetto alla media nazionale la spesa pro capite corrente è leggermente superiore. Per quanto riguarda la spesa di investimento pro capite siamo tre volte sopra la media nazionale».

Da dove arrivano le risorse finanziarie? «I sette decimi o i nove decimi delle tasse raccolte nel territorio vengono affidate alla Provincia. Con questi soldi si finanziano tutte le attività che in altre Province italiane sono a carico dello Stato. Tutta la scuola e la sanità, per esempio, sono finanziate dal nostro bilancio. Così anche la viabilità, comprese le

Può fare un esempio dell’impatto dell’autonomia su scuola e sanità? «La differenza fondamentale con le regioni a statuto ordinario è che nel nostro caso la responsabilità principale, non esclusiva ovviamente, è in capo alle Province autonome (Trento e Bolzano, ndr). Cioè, quando i cittadini devono rapportarsi con scuola e sa-

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nità vengono in Provincia, non si rivolgono allo Stato. Siamo noi i responsabili della quantità e della qualità dei servizi. Nella sanità spendiamo più della media nazionale, anche perché in un territorio di montagna come il nostro, fornire un servizio comporta maggiori oneri».

L’autonomia è un motore per l’economia? «Cinquanta anni fa in Trentino la gente emigrava per povertà. Ora siamo una delle regioni economicamente più forti a livello europeo e questo perché l’autonomia ci ha dato la possibilità di gestire direttamente le leve dello sviluppo economico. L’auto-

Ma l’autonomia può essere anche un freno? «In nessun modo. Può essere gestita male, ma questo prescinde dall’autonomia stessa. È l’uso che se ne può fare».

ANCHE LAMON VUOLE ESSERE AUTONOMO L’erba del vicino è sempre più verde. Sarebbe facile liquidare così il desiderio del piccolo comune di Lamon, circa 3.400 abitanti, che dalla provincia veneta di Belluno vuole spostarsi a quella di Trento. E naturalmente, godere della stessa autonomia della città del Concilio. Certo, Lamon, grazie ai suoi cittadini che lavorano nell’edilizia nella Valle del Primiero e ai suoi alunni che frequentano le vicine scuole trentine, ha molti rapporti con quel territorio e, come ammette il primo cittadino Claudio Reato, «la disponibilità economica degli enti locali per chi passa il confine provinciale salta subito all’occhio». Ma non si tratta semplicemente di una questione di soldi. «In Trentino», continua il sindaco, «c’è più attenzione nei confronti delle comunità montane, per una questione di conformazione del territorio. Il Veneto invece è prevalentemente pianeggiante». Insomma, Lamon se ne vuole andare non dove l’erba è più verde, ma dove l’amministrazione cura maggiormente il territorio montano. «Il nostro comune», spiega Reato, «sta pagando lo scotto della montagna: diminuzione

nomia è stata fondamentale. Diamo molto sostegno, per esempio, alle attività di ricerca. Abbiamo una nostra normativa e investiamo molto in progetti di ricerca scientifica e tecnologica presentati e gestiti dalle imprese».

della natalità, invecchiamento elevato della popolazione e calo demografico. Stiamo cercando di uscire dalla situazione e pensiamo ci voglia un’economia integrata. Abbiamo bisogno anche di un sistema scolastico più elastico. In Trentino gli investimenti per le infrastrutture sono tre volte superiori. Crediamo in questa opportunità e ci stiamo provando». Intanto però, a Trento bisogna arrivarci e l’iter è lungo. L’anno scorso c’è stato il referendum. Quasi un plebiscito con un’affluenza del 67 per cento e il 93 per cento di «sì, vogliamo passare al Trentino». Ora si aspetta il parere non vincolante di Veneto e Trentino e poi ci vorrà una legge parlamentare per la modifica. E al presidente del Veneto, Giancarlo Galan, che dopo la consultazione popolare aveva provocatoriamente proposto di far passare tutta la regione al Trentino, Reato risponde rivendicando un ruolo di stimolo per Lamon. «Da tempo», dice, «c’è la necessità di riconoscere Belluno come provincia autonoma. Forse Lamon farà da traino. Per convergere l’attenzione sui comuni di montagna».

Solo vantaggi, allora, e nemmeno un aspetto negativo? «Se se ne facesse un uso di chiusura allora diventerebbe un freno. Noi abbiamo utilizzato l’autonomia per aprire, non per chiudere. Negli anni Sessanta abbiamo fondato un’università autonoma per aprire alla cultura. Oggi molti stranieri vengono a studiare da noi e abbiamo ottenuto di avere fino al 30 per cento di professori stranieri proprio perché l’internazionalizzazione per noi è importante».

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Rigassificatori

Tra problemi e opportunità di Walter Ganapini

ASSETTO DEGLI APPROVVIGIONAMENTI ENERGETICI del nostro Paese ha visto, dagli anni ’80 ad oggi, l’evolvere tendenziale della monodipendenza da idrocarburi liquidi a quella da gas naturale. Ai tre prevalenti fornitori (Russia, Algeria, Olanda) ci connette un’importante rete di gasdotti. È da sempre presente ad analisti e decisori la criticità strategica delle realtà ex-sovietica ed algerina, con i relativi rischi alla sicurezza degli approvvigionamenti. Allo scopo di distribuire il rischio su un maggior numero di punti di rifornimento, già a fine anni ’80, e una volta bloccata l’operazione che in Eni avrebbe dovuto veder nascere Agip Carbone come intermediario nazionale di sistema su tale filiera, l’Enel, consumatore per eccellenza di fonti fossili, iniziò a studiare come diversificare i mercati di reperimento di gas naturale per arrivare ad includervi Libia, Nigeria, Qatar, non prevedendo connessioni tramite gasdotti, ma attraverso il trasporto della risorsa via nave. E prevedendone l’immissione nella rete dopo il trattamento di rigassificazione. Tra i motivi che indussero l’Enel di allora a non procedere con vigore lungo il percorso descritto c’erano l’enormità degli investimenti necessari per attrezzare una flotta di navi metaniere e la considerazione, ben prima dell’11 Settembre, di come tali navi, nonché i rigassificatori stessi, potessero rappresentare un eccellente obiettivo per azioni terroristiche. Nel dibattito recente Occorre elaborare in corso in Italia al riguardo, nessuna delle due criticità appena citate un piano energetico è emersa, almeno nell’informazione al grande pubblico. nazionale dal quale Riassumendo tale dibattito, si possono evidenziare i passaggi obbligati desumere una in vista della scelta, dando astrattamente per superate le obiezioni credibile proiezione circa la convenienza termodinamica ed ambientale di una tendenziale della domanda monodipendenza da gas naturale: occorre elaborare con urgenza, in quanto teoricamente propedeutico a qualsivoglia decisione operativa, un Piano Energetico Nazionale dal quale desumere una credibile proiezione della domanda, mettendo in conto interventi sulla stessa così come sulla offerta, a partire da quella da fonti rinnovabili. Occorre avere garanzie sulla durata delle forniture dai nuovi partners sopra indicati nessuno dei quali appare a sua volta immune da criticità geostrategiche: ciò anche solo per avere chiaro il tempo di ritorno degli investimenti ingenti necessari per realizzare i rigassificatori (in numero di quattro, parrebbe, di cui tre al Sud, con problemi non secondari circa l’impatto economico del pompaggio verso i grandi consumatori insediati in prevalenza a Nord). Occorre verificare disponibilità, costi e catene di comando/controllo del naviglio metaniero, e considerare una localizzazione dei gassificatori che minimizzi gli effetti potenzialmente devastanti di incidenti rilevanti (il rigassificatore è un’industria a rischio) o di attentati: appare sconsigliabile ogni ipotesi che ne preveda l’insediamento in ambiti portuali con intorno densamente urbanizzato. L’inverno è alle porte e l’accordo Gazprom-Sonatrach la dice lunga sulla consapevolezza che i produttori hanno circa il valore politico della risorsa di cui dispongono: ciò detto, è bene che le decisioni di diversificazione non vengano prese in clima di emergenza, ma in base ad analisi accurate e comprensive di tutti i fattori condizionanti.

L’

LEGAMBIENTE GIRASOLI

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11 settembre: l’alibi per una guerra senza frontiere >54 Energia, nel cono sud torna la nazionalizzazione >58

internazionale L’ACQUA È UN BENE PREZIOSO ANCHE NEI PAESI RICCHI

POCHE AZIONI PER COMBATTERE L’AIDS

DOPO LE PRIME ELEZIONI LIBERE, IN CONGO PARLANO LE ARMI

DESAPARECIDOS CADE IL MURO DELL’OMERTÀ IN URUGUAY

IL GIRO DEL MONDO SU DUE RUOTE IN NOME DELLA PACE

CONFLITTO LIBANESE, UN DISASTRO SUL PIANO ECONOMICO

Il Wwf ha presentato a Ginevra il rapporto annuale sull’acqua, “Rich Countries, Poor Water”. «I governi devono trovare soluzioni, sia per i Paesi ricchi sia per i Paesi poveri» recita il rapporto dell’associazione ambientalista. Una relazione che introduce una nuova fase nell’affrontare le emergenze idriche e in generale tutte le questioni ambientali: la crisi idrica non è più un problema dei Paesi poveri, bensì mondiale e quindi di tutti. La siccità e gli squilibri meteorologici si stanno verificando anche nelle zone di solito risparmiate da questi fenomeni, come le aree atlantiche dell’Europa e degli Usa. Nel Mediterraneo la scarsità d’acqua è minacciata dal turismo estivo e dalle sue strutture organizzate (villaggi, residence e hotel) e dall’agricoltura che richiede grandi quantità d’acqua per l’irrigazione. Metropoli come Londra e Sydney consumano acqua a un ritmo troppo veloce, più di quanto serve a ricostituirne le riserve. Un fenomeno ormai comune a tutti i Paesi industrializzati, ma aggravato da due fattori: da una parte l’inquinamento e la contaminazione dei bacini, dall’altra le perdite dovute alle infrastrutture troppo vecchie. Il rapporto segnala ad esempio il caso di Londra, dove lo spreco di acqua dovuto all’usura delle reti di distribuzione equivale a quella contenuta in 300 piscine olimpiche al giorno. Ad aggravare il quadro concorrono lo sfruttamento della risorsa acqua da parte dei Paesi emergenti, come alcuni progetti di bacini in Amazzonia, o progetti di dighe faraoniche in India e in Cina che minacciano di cancellare intere economie rurali e di produrre pesanti costi in termini umani e ambientali. I rimedi? Considerare l’acqua un bene prezioso, riparare le vecchie infrastrutture e le reti di distribuzione, salvaguardare i bacini idrici, diminuire gli scarichi inquinanti, aumentare il costo dell’acqua nei Paesi ricchi.

Basta con le parole. Solo le azioni concrete possono fermare l’epidemia di Hiv/Aids e salvare decine di milioni di vite. Questo è il messaggio scaturito dalla XVI Conferenza annuale sull’Aids di Toronto, organizzata dalla International Aids Society, la più importante associazione indipendente di professionisti specializzati in Hiv/Aids nel mondo. La critica è stata rivolta ai governi e alla loro inefficienza nella lotta a questa malattia. A guidare la classifica dell’inefficienza volontaria, stilata dall’inviato speciale dell’Onu, ci sono: Sud Africa, Usa e Canada. Per diversi anni il governo sudafricano era stato refrattario all’uso dei farmaci antiretrovirali. In Sud Africa muoiono di Aids tra le 600 e le 800 persone al giorno. Quest´anno per i programmi globali sull´Aids, saranno necessari 15 miliardi di dollari e 22 miliardi entro il 2008, ma il contributo Usa probabilmente non supererà il suo livello attuale di tre miliardi di dollari l’anno. La speranza di un accesso universale alla cura crollerà se mancheranno gli aumenti di qualche miliardo nei finanziamenti. Gli organizzatori della conferenza di Toronto hanno sollecitato i delegati della conferenza e gli attivisti a esercitare pressione sui governi, soprattutto quelli del G8, per fargli mantenere le promesse.

Il presidente Joseph Kabila il 29 ottobre prossimo se la vedrà con il suo vice Jean-Pierre Bemba nel ballottaggio per la più alta carica dello Stato. Prima del confronto alle urne, i due rivali politici hanno però dato voce alle armi, provocando tensione e caos nella capitale Kinshasa. Gli scontri, in cui sono rimaste uccise cinque persone, sono andati avanti per tre giorni dopo l'annuncio del ballottaggio fra i due aspiranti presidenti. Secondo i risultati provvisori, infatti, nessuno dei candidati ha raggiunto una maggioranza assoluta nelle prime elezioni libere da 40 anni. Kabila aveva ottenuto il 44,81 per cento dei voti, ma forse si aspettava una vittoria netta al primo turno, mentre Bemba si è attestato poco oltre il 20%. Le operazioni di voto del 30 luglio scorso, seppur sotto il costante monitoraggio degli osservatori internazionali, si erano svolte correttamente e senza incidenti. Gli scontri tra il gruppo della guardia del presidente Kabila e i soldati fedeli a Bemba sono avvenuti vicino all’ufficio del vicepresidente a Kinshasa, proprio mentre era in corso una conferenza con l’inviato dell’Onu ed altri diplomatici. Una situazione tanto critica e pericolosa che il segretario generale delle Nazioni Unite (Onu) Kofi Annan è stato costretto a chiedere ai due rivali di avviare dei colloqui per fermare i pesanti combattimenti fra i loro sostenitori. L’Unione Europea ha trasferito in Congo altre forze di intervento rapido.

L’ex colonnello uruguayano Gilberto Vazquez, ricercato dalla magistratura argentina per violazioni dei diritti umani, deponendo di fronte ai giudici ha ammesso che esisteva il “Plan Condor”. Un sistema che permetteva il passaggio di informazioni da un governo all’altro, informazioni ottenute grazie alla feroce repressione degli oppositori politici. L’ex ufficiale ha anche detto di non aver partecipato alla parte operativa, ma di esserne stato un ideologo. La deposizione è avvenuta durante l’inchiesta su un volo clandestino organizzato nel 1976 per trasferire un numero imprecisato di prigionieri politici della dittatura uruguayana (durata 12 anni) in Argentina. Secondo gli inquirenti, i detenuti trasferiti sarebbero stati uccisi una volta arrivati a Buenos Aires, dopo essere stati reclusi nel centro di tortura conosciuto come “Automotores Orletti”. L’inchiesta ha rivelato per la prima volta, in oltre 20 anni di indagini, l’esistenza di un coordinamento tra i regimi di Montevideo e Buenos Aires. Diversamente da quanto accaduto in Cile e in Argentina, in Uruguay una legge del 1986 ha “cancellato” i reati commessi sotto la dittatura, decisione approvata tre anni dopo dagli elettori con un referendum. L’Argentina, seguendo l’esempio del Cile, ha chiesto l’estradizione degli ufficiali uruguayani per poterli processare in un proprio tribunale.

Pushkar Shah ha 39 anni. È partito in bicicletta dal Nepal 7 anni e nove mesi fa, percorrendo fino ad oggi 142 mila chilometri in 100 nazioni, l’ultima delle quali l’Egitto. Una pedalata infinita per portare nel mondo un messaggio di pace. Un uomo determinato a realizzare il suo sogno, nonostante le aggressioni, i furti e i rapimenti patiti durante il lungo percorso. Shah proviene da una famiglia povera, ha studiato per fare l’insegnante e ha partecipato al movimento per la democrazia in Nepal che ha portato il Paese a una nuova costituzione parlamentare, prima che iniziasse un conflitto interno nel 1996. Dopo aver raggiunto il centesimo paese in bicicletta, Shah è rientrato in Nepal ma ad ottobre è intenzionato a riprendere il cammino per altre 50 destinazioni. Ovunque è andato, dice di aver trovato sempre qualcuno che l’ha ospitato per un paio di giorni o un ristorante che gli ha dato lavoro in cambio di cibo e un po’ di danaro. Shah progetta ora di riprendere il suo giro del mondo dallo Swaziland, proseguire per altre nazioni dell’Africa meridionale e completare l’impresa entro quattro anni. Finita questa impresa, intende iniziarne un’altra, questa volta senza allontanarsi da casa sua: scalare il monte Everest e piantare sulla vetta le bandiere di tutte le nazioni.

Il recente conflitto in Libano tra israeliani ed hezbollah ha cancellato 15 anni di faticosa ricostruzione, quelli trascorsi dalla fine della guerra civile, tra musulmani e falangisti cristiani, iniziata nel 1975 e terminata nel 1990. In appena 34 giorni, dunque, la “Svizzera del Medio Oriente” ha fatto un salto nel passato più buio. Questa è la convinzione del responsabile del programma dell’Onu per lo sviluppo (Undp). Secondo il rappresentante dell’Agenzia delle Nazioni Unite il danno economico complessivo dell’ultimo conflitto è altissimo e ammonterebbe ad almeno 15 miliardi di dollari (oltre 11 miliardi di euro). Sono stati distrutti circa 35.000 edifici tra case e uffici, un quarto dei cavalcavia ferroviari e stradali è stato danneggiato. Almeno 15.000 abitazioni, 80 ponti e 94 strade sono stati distrutti. Secondo le stime fornite dal Consiglio per lo Sviluppo e la Ricostruzione di Beirut i soli danni alle infrastrutture ammonterebbero a 3,5 miliardi di dollari (2,7 miliardi di euro). Cifre parziali perché non sono ancora state prese in considerazione le conseguenze indirette su comparti come industria e turismo. Nell’immediato vi è urgente bisogno di costruire nuove abitazioni, fornire acqua potabile, ripristinare strutture sanitarie danneggiate e bonificare i terreni dagli ordigni inesplosi. Le infrastrutture dovrebbero essere rimesse in piedi entro un anno e mezzo, ma la ricostruzione delle abitazioni distrutte richiederà almeno tre o quattro anni. I principali imprenditori libanesi si sono mobilitati per la ricostruzione di dodici degli ottanta ponti distrutti. “Geneco”, la società della famiglia Hariri, si occuperà di rimetterne in piedi cinque, tra cui i due che collegano le rive dei fiumi Awali e Zahrani, a nord e a sud di Sidone.

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Nel conflitto infinito nato dopo il crollo delle Torri, si arricchiscono banchieri, petrolieri, speculatori immobiliari e dell’oro, fabbricanti di armi, trafficanti di droga e tutto il Gotha della finanza mondiale. A Chicago si è tenuto un meeting con ricercatori, giornalisti, testimoni tutti riuniti per analizzare quanto avvenuto l’11 settembre. Giulietto Chiesa racconta le novità emerse. di Paola Baiocchi e Andrea Montella OTTO GLI OCCHI DEL MONDO L’11 SETTEMBRE

2001 si è consumato un evento che ha scardinato tutti i principi del diritto internazionale, ha messo la sordina all’Onu e ha creato le basi di una guerra infinita contro tutti coloro che contrastano i rapaci interessi degli Stati Uniti: sono stati aperti fronti in Afghanistan, Iraq, Libano. Si stanno costruendo i presupposti per un attacco alla Siria e all’Iran. Tutto questo mentre non c’è chiarezza sui responsabili e sulle dinamiche dei vari eventi accaduti quel tragico giorno; chi pone domande o cerca risposte razionali ai molti interrogativi aperti, viene denigrato e sistematicamente oscurato dai media. Quando a Chicago, a giugno, si sono riuniti ricercatori, giornalisti e testimoni oculari, sui giornali italiani i titoli sono stati di questo tenore: “Tutte le leggende sulle Torri gemelle” (l’Unità). Oppure: “11 settembre, il vertice dei complottisti” (Corriere della sera). Eppure importanti novità sono uscite da quel mee-

S In alto, la sequenza tratta da un filmato che mostra l’aeroplano nel momento dell’impatto. A destra, la gente scappa dopo il crollo della prima torre.

New York, 2001 | 54 | valori |

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ting, come ci ha raccontato l’europarlamentare Giulietto Chiesa, analista di politica nazionale e internazionale, oggi promotore dell’associazione Megachip. Cosa è emerso da quel meeting? «La relazione sulla termite di Steven Jones, fisico alla Brigham Young University (Provo, Utah) ha aggiunto un elemento fondamentale all’ipotesi della demolizione controllata. La termite è un composto chimico usato nelle cariche cave, che genera altissime temperature in pochi secondi; produce una specie di fuoco incandescente molto bianco, in grado di fondere l’acciaio. Jones ha mostrato gli effetti della termite con alcuni esperimenti fatti in laboratorio, poi ha analizzato gli stessi effetti nelle riprese del crollo delle Torri dove si sono visti pezzi di acciaio incandescente che uscivano molto al disotto del punto di impatto, che non sono giustificabili con l’ipotesi del fuoco provocato

dal combustibile degli aerei, che ha avuto effetto - se lo ha avuto - nei piani in cui c’è stato l’impatto. Al disotto non poteva esserci nessun incendio di quelle proporzioni, con un fuoco di quelle caratteristiche, di colore bianco. Nelle riprese mostrate da Steven Jones si vedevano volare pezzi d’acciaio di notevoli dimensioni e da alcune finestre dell’edificio, ai piani inferiori, uscivano rivoli di materiale bianco incandescente. La termite, più cariche esplosive piazzate in determinati punti dell’edificio, possono aver provocato la polverizzazione dell’acciaio e l’esistenza, per numerosi giorni dopo la caduta delle Torri, di enormi pozze di metallo fuso, incandescente. La versione ufficiale non spiega tutto questo». Quindi c’è voluta una lunga preparazione per collocare le cariche e la termite… «Non c’è nessun dubbio. Le micce a termite vengono collegate a sistemi complessi e fatte detonare dall’esterno. Solo con questa procedura si spiega la caduta degli edifici». Sono emerse anche altre notizie sull’11 settembre? «Sì, altri elementi che riguardano il Pentagono: anche in quel caso ci sarebbe stata un’esplosione prelimina-

re. C’è una testimone diretta, una funzionaria del Pentagono, che ha deciso di parlare e rivelare che prima dell’arrivo di quell’oggetto misterioso che ha colpito la facciata dell’edificio, c’è stata un’esplosione all’interno. Questo confermerebbe che tutto era stato preparato con largo anticipo». Alla luce di quello che è stato scoperto ci sono denunce nei confronti dell’amministrazione Bush? «Al convegno Philip Berg, l’avvocato di William Rodriguez, uno dei responsabili della manutenzione della Torre Nord, decorato per eroismo dal presidente Usa, ha distribuito l’atto d’accusa con richiesta di incriminazione, per strage e complotto, per un gruppo di collaboratori di Bush e di Bush stesso. Nella denuncia è dettagliatamente riportata la testimonianza di Rodriguez, che contiene un punto fondamentale: Rodriguez dice di essere salito fino al 33° piano della Torre Nord, dove ha incontrato un gruppo di poliziotti che parlavano via radio con dei colleghi e di aver distintamente ascoltato che era impossibile salire oltre il 34° piano perché dal 65° al 44° tutti i piani erano già crollati. Tutto questo è

TANIA / A3 / CONTRASTO

EVAN FAIRBANKS / MAGNUM PHOTOS

11 settembre L’alibi per una guerra senza frontiere

SUSAN MEISELAS / MAGNUM PHOTOS

| internazionale | stati uniti d’america |

Giulietto Chiesa, analista di politica nazionale e internazionale, oggi promotore dell’Associazione Megachip.

Roma, 2002

che l’oggetto “Prima misterioso colpisse la facciata, c’è

stata un’esplosione all’interno del Pentagono

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| internazionale | Evidenziato in giallo, un elemento della struttura esterna in acciaio delle Torri, che ad occhio e croce dovrebbe pesare qualche tonnellata, conficcato in un palazzo a più di 80 metri dalla Torre crollata. Sotto, il foro di uscita “dell’oggetto misterioso” che ha colpito il Pentagono, accanto al quale le squadre di soccorso hanno scritto “punch out”, foro d'uscita.

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TERMITE

La termite è una miscela incendiaria a base di polvere d’alluminio e triossido di ferro Fe2O3 (praticamente, «ruggine purificata») che vengono mescolati assieme in parti uguali. Si tratta di un composto chimico abbastanza semplice, brevettato in Germania alla fine dell’800 e usato per proiettili anticarro a carica cava; la termite - che non è un esplosivo - sviluppa temperature capaci di fondere l’acciaio in pochi secondi. Una volta innescata con una miccia sviluppa istantaneamente una luce vivissima e una temperatura di 2500 gradi Celsius: più che sufficiente a fondere sia il ferro, che l’acciaio, che raggiungono il punto di fusione a temperature dai 1200 ai 1500 gradi. E la temperatura della reazione può essere ulteriormente potenziata con l’aggiunta di zolfo.

completamente inspiegabile perché l’aereo ha impattato molto più in alto del 65° piano. Se non c’erano esplosioni controllate in corso come si spiega tutto questo? Inoltre Rodriguez conferma altre numerose testimonianze: ripetute esplosioni a diversi livelli della Torre. Quello che l’impatto dell’aereo non poteva fare, fu prodotto da qualcos’altro. La testimonianza di Rodriguez ci conferma che l’intelaiatura esterna d’acciaio ha retto, nonostante venti piani centrali dell’edificio fossero già saltati. Evidentemente ha cessato di reggere quando una serie di cariche esplosive hanno cominciato ad intaccare l’intelaiatura esterna, proprio quelle esplosioni che si vedono nei film inchiesta Loose Change, In Plane Site e Inganno globale».

e dichiarato che la cosa è estremamente dubbiosa. Ma un largo movimento politico non si può dire che esista, nessun partito ha neanche lontanamente abbracciato questa tesi. Quindi non si può parlare di un movimento di massa, ma di un’incredulità crescente, che non deriva da queste scoperte, ma piuttosto dal fatto che la gente ha una scarsissima fiducia nel sistema informativo. Non si fida di Bush e neanche di quello che ha raccontato, quindi abbiamo grosso modo il 43 per cento della popolazione americana, che vorrebbe vedere riesaminato il caso. Ma in questa percentuale la grande maggioranza crede alla teoria dell’inefficienza e dell’incompetenza degli organi di sicurezza di fronteggiare la minaccia. Non è così naturalmente, come sappiamo».

Il convegno di Chicago ti ha dato la sensazione che stia nascendo un forte movimento negli Stati Uniti? «Non credo si possa dire così: il Paese è in stragrande maggioranza sotto l’influsso dell’11 settembre, così come gli è stato dettato dal mainstream informativo. A seguire il meeting di Chicago c’erano circa 800 persone, ma all’esterno non è trapelata la minima notizia. Non una riga, non un servizio, non un commento, praticamente questa gente vive in un isolamento totale e comunica attraverso la rete, ma non può comunicare in nessun modo attraverso manifestazioni pubbliche: il secondo giorno dall’albergo uscirono circa duecento persone, per recarsi al centro di Chicago e tutto il sistema della comunicazione le ha completamente ignorate. Io direi che negli Stati Uniti sull’11 settembre, esistono qualche decina di migliaia di persone, non saprei valutare se sono trentamila o cinquantamila, che attivamente indagano».

Tu non credi siano stati inefficienti? «Non è vera la tesi dell’inefficienza perché abbiamo scoperto che c’erano molti agenti dell’Fbi e della Cia che stavano facendo il loro lavoro coscienziosamente e avevano scoperto molte cose, in anticipo. Solo che furono bloccati e messi fuori gioco. Da chi? Da altri agenti della Cia e dell’Fbi che stavano più in alto».

esplosioni a diversi “Ripetute livelli della Torre. Quello che l’impatto dell’aereo non poteva fare, l’ha fatto qualcos’altro

FILM

LOOSE CHANGE Il documentario realizzato dal poco più che ventenne Dylan Avery e dal suo amico Korey Rowe reduce dell’Afghanistan e dell’Iraq, con spezzoni tratti da altri film è scaricabile in italiano dal sito: www.arcoiris.tv/modules.php?name= Search&testo=loose+change&tipo=testo 9-11 IN PLANE SITE L’analisi fotogramma per fotogramma degli avvenimenti realizzata da tecnici e giornalisti americani, confrontata con i commenti a caldo dei mass media: www.nexusitalia.com INGANNO GLOBALE il film inchiesta realizzato da Massimo Mazzucco: www.luogocomune.net

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Ci sono politici che se ne occupano? «Praticamente nessuno, sebbene ci siano numerosi personaggi di rilievo, anche in campo repubblicano, che chiedono nuove indagini. L’ultimo in ordine di tempo è Daniel Ellsberg, giornalista e analista, l’autore dei Pentagon papers, in cui rivelò nel 1971 le falsificazioni del Pentagono sull’avvio della guerra americana contro il Vietnam con il famoso finto incidente del Golfo del Tonchino. Ellsberg intervistato da Alex Jones, per una radio, ha affermato che gli elementi di prova che indicano un coinvolgimento di parti dell’amministrazione nell’operazione 11 settembre sono più che sostenibili e che si deve richiedere un’indagine completamente nuova sull’accaduto. Questo è uno degli esempi, ma ce ne sono altri: c’è l’ex ministro britannico dell’ambiente Michael Meacher; c’è Andreas von Bülow ex ministro tedesco. Sono numerose le persone di un certo rilievo e di una certa notorietà internazionale che hanno compreso

In Europa sono in molti a dubitare sulla versione ufficiale dell’11 settembre? «In Europa il mainstream informativo segue con la stessa tenacia la tesi ufficiale; chi ha sostenuto tesi differenti, a cominciare da Thierry Meyssan, per finire con Jurgen Elsaesser è stato letteralmente fatto a pezzi dal sistema informativo, che li ha ridicolizzati ed emarginati, oppure sono stati circondati dal più totale silenzio, come nel caso di Andreas von Bülow». In Italia la situazione è un po’ diversa, soprattutto per merito tuo e di Megachip. «Sì, in Italia abbiamo realizzato quello che in nessun altro Paese è stato fatto: abbiamo aperto il fronte sfondando nel campo dei mass media e del mainstream con le tre trasmissioni a Matrix, i servizi del Tg2 e del Tg3, con Enigma di Augias e il discreto speciale Tg1 di Roberto Olla, che hanno rappresentato una decina di momenti in cui il dubbio sulla versione ufficiale è arrivato ad un largo numero di spettatori, che per la prima volta ne hanno sentito parlare, dopo cinque anni. Sarebbe bene che una parte importante del movimento, cosiddetto democratico, capisse come funziona il sistema dei media e non si mettesse ad adorare la rete come se questa fosse il luogo della libertà, ma si rendesse conto che duecento milioni di americani non guardano mai nient’altro che la televisione e che, anche in Italia, il 90 per cento della popolazione ricava dalla Tv tutta la sua informazione. La dimostrazione sta nel fatto che negli Stati Uniti hanno lavorato e studiato moltissimo, ci hanno dato un contributo fondamentale per capire cosa è accaduto, ma non sono riusciti ad entrare nel loro main-

stream e quindi questi movimenti sono rimasti isolati. Noi abbiamo in Europa una società politica molto più matura, che è in grado di capire meglio, ma che deve essere elementarmente informata». Il lavoro che stai facendo serve per realizzare l’obiettivo di una Commissione internazionale di indagine? «Penso che si debba tentare una cosa del genere, una specie di Tribunale Russell internazionale. Mi pare sia un obiettivo giusto e realistico, ma per arrivarci bisogna convincere almeno trenta, quaranta nomi di livello internazionale che questo è un problema cruciale. Se non riusciamo a far nascere il dubbio sulla versione ufficiale, ci sarà un’estensione del conflitto che ci coinvolgerà tutti. È un problema di salvaguardia: distruggere il mito dell’11 settembre è la chiave di volta per battere la guerra che stanno organizzando. È il caso che si sveglino un po’ tutti, anche il movimento pacifista e il movimento di Porto Alegre, che su queste questioni sono stati zitti: la prova che hanno capito poco». Sull’argomento stanno uscendo parecchi film, compreso quello di Oliver Stone, cosa ne dici? «Sono armi potentissime nelle mani del mainstream informativo e dei falsificatori; sono film costruiti per confermare la versione ufficiale e quindi per portare altra acqua alla teoria dello scontro di civiltà. Il film sul volo 93 è una pastetta sentimentale costruita in termini propagandistici, esattamente come Armageddon. Credo che sia molto difficile uscire dal terreno e dai binari che sono stati disegnati da chi ha organizzato questa mostruosa provocazione mondiale. Però se lavoriamo con una certa intelligenza, il fatto che escano questi film può diventare un elemento utile per aumentare il senso critico su quei fatti». Avete in preparazione qualcosa? «Con un gruppo di collaboratori di Megachip, e non solo, abbiamo in preparazione un film. Stiamo cercando i finanziamenti, ma lo faremo comunque, anche in condizioni di volontariato. Credo che saremo in grado di uscire in autunno con un film, abbiamo accumulato molto materiale nuovo: oltre trenta interviste fatte a tutti gli analisti dell’11 settembre e ai testimoni. Poi alcune ricostruzioni più dettagliate e elementi più precisi. Concluderemo con questo interrogativo: “Questo film è nato perché abbiamo posto delle domande, aspettiamo delle risposte da chi ce le deve dare”».

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Una delle esplosioni laterali visibili prima del crollo. Secondo l’ipotesi avanzata dagli esperti presenti al meeting di Chicago, la termite, più cariche esplosive piazzate in determinati punti dell’edificio, possono aver provocato la polverizzazione dell’acciaio.

PER SAPERNE DI PIÙ www.megachip.info www.giuliettochiesa.it

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| internazionale | venezuela e bolivia |

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CARACAS: PETROLIO SISTEMA PAESE

Energia: nel Cono Sud torna la nazionalizzazione

UNA CRESCITA CONTINUA, MA A DOPPIO TAGLIO. L’economia venezuelana ha fatto registrare nell’ultimo trimestre una crescita del 9,4%, legata all’aumento costante del prezzo del greggio. Quegli aumenti hanno permesso di espandere la politica di spesa pubblica, l’aumento di investimenti e la riduzione dell’inflazione e della disoccupazione. Ma il grande problema del ‘sistemaVenezuela’ sta proprio in questa età dell’oro che sembra destinata a non fermarsi. La corsa in avanti è vertiginosa: le ultime dieci rilevazioni trimestrali danno una curva in continua crescita. Le entrate legate al petrolio, nel 2005, sono salite dell’80%, un risultato ottenuto grazie all’aumento dell’imposizione fiscale e all’aumento delle tasse sull’estrazione. Nei primi mesi del 2005, infatti, la nuova Ley Organica de Hifrocarburos ha aumentato i dazi fiscali dall’1 al 16,7%, mentre l’imoposta dello stato sulla rendita petrolifera è salita dal 35 al 50%. Fino ad oggi il petrolio ha permesso di mantenere il deficit fiscale all’1,5% del PIL. Ma se il sistema dovesse crollare, il debito pubblico esploderebbe con gravissime conseguenze.

Torna a soffiare il vento della nazionalizzazione che si abbatte sui profitti delle multinazionali. L’asse latinoamericano si rafforza sul fronte energetico. Internazionale, regionale e nazionale. Il nuovo corso è quello che si sta giocando nel Venezuela di Hugo Chavez Frias e nella Bolivia di Evo Morales. Una nuova politica senza indecisioni, che rimette gli interessi nazionali al centro dell’estrazione, produzione e vendita di materie prime energetiche. E che usa l’oro nero o le bio energie come strumento di geopolitica per allacciare alleanze a livello planetario o per fortificare il nuovo asse latinoamericano che vede sulla stessa linea Brasilia, Buenos Aires, Caracas, La Paz, con sguardi di curiosità evidenti da Uruguay, Cile e Perù. di Angelo Miotto Mentre il Messico attende di chiarire il nuovo corso presidenziale dopo i brogli nelle elezioni del 2 di luglio. Una delle parole chiave è “nazionalizzazione”. Quasi un sostantivo proibito, all’indice, ripensando alle politiche che in maniera differente hanno attraversato e causato i drammi degli anni ‘70 e ‘80 – Allende e il rame – e il grande successo del laboratorio dei Chicago Boys. Poi le politiche che hanno creato debito nelle casse statali grazie ai prestiti degli organismi finanziari internazionali, che hanno accumulato ormai più crediti sui tassi di prestito, che sul prestito stesso. E le privatizzazioni selvagge, che hanno portato povertà e corruzione – Argentina di Menem – e lo strapotere delle multinazionali, capaci di estrarre idrocarburi altrui con grandi profitti, lasciando le briciole al paese di turno. Il vento è cambiato, come anche le attenzioni di Washington all’ex cortile di casa non possono essere più quelle ormai conosciute. Resta la militarizzazione, un perno strategico come la fedele Colombia del discusso Uribe Velez, i TLC (Trattati di Libero Commercio) che vengono sottoscritti in via bilaterale dopo l’insuccesso clamoroso dell’ALCA, l’accordo di libero scambio continentale proposto dalla lobby della famiglia Bush. Nel Nuovo Blocco che si è creato in Latinoamerica - Brasile, Argentina, Venezuela e ora Bolivia sono lo scheIl presidente boliviano letro- c’è una nuova consapevolezza. Quella che si è formata nel 2003 Morales e, sopra, a Cancun e che ha fatto fallire i piani del WTO, ma soprattutto una quello venezuelano Hugo Chavez durante consapevolezza legata al voto degli elettori, che stanno ricostruendo una trasmissione in tutto il Continente Sud una mappa cancellata dalle strategie del televisiva. Paesi uniti sul fronte energia. Dipartimento di Stato Usa. La nuova politica latinoamericana vive di risorse energetiche: petrolio e gas sono lo strumento per affermare BOLIVIA: RISERVE DI PETROLIO E GAS NATURALE PER ANNO, 2000 - 2005 un’indipendenza politica che ha mosso passi sempre più veloci dal2000 2001 2002 2003 2004(1) 2005 l’elezione di Lula alla presidenza del Brasile.

FONTE: YACIMIENTOS PETROL. FISCALES BOLIVIANOS

P

ETROLIO, GAS E POLITICA.

Petrolio greggio (Milioni di barili): Riserve provate 397,00 441,00 Probabili 296,00 452,00 Provate + probabili 692,00 892,00

477,00 452,00 929,00

486,00 471,00 957,00

462,00 446,00 909,00

465,00 391,00 857,00

Gas Naturale in trilioni di piedi cubici Riserve provate 18,00 24,00 Probabili 14,00 23,00 Provate + probabili 32,00 47,00

27,00 25,00 52,00

29,00 26,00 55,00

28,00 25,00 52,00

27,00 22,00 49,00

1 metro cubo corrisponde a 35,31 piedi cubici

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Dalle privatizzazioni al ritorno della nazionalizzazione Luis Lander è un professore di Scienze Politiche all’Università di Caracas. Uno dei maggiori esperti latinoamericani sulle politiche e i mercati legati a petrolio e idrocarburi. Spiega che è necessario ricreare un contesto, che faccia apprezzare la grande svolta del momento attuale: «dob-

IL RITORNO DELLA NAZIONALIZZAZIONE, IL CASO BOLIVIANO È il primo maggio del 2006. il presidente boliviano Evo Morales firma il decreto che nazionalizza in via definitiva tutto il settore degli idrocarburi. L’esercito viene inviato in tutti i giacimenti e le compagnie multinazionali e locali dovranno affidare l’intera produzione alla compagnia statale del Paese, che si farà carico dei contratti di esportazione. La sorpresa internazionale è ai massimi livelli. Piovono dichiarazioni minacciose e di critica, soprattutto dai Paesi delle principali multinazionali che per decenni hanno sfruttato le risorse del sottosuolo boliviano, regalando solo briciole e collezionando utili da capogiro. Spagna, Brasile, Argentina, la Commissione Europea. Tutti preoccupati, si scatena ansia, preoccupazione e dichiarazioni pesanti. In sé, la notizia è più che mai chiara: un Paese sovrano che si era espresso in maniera inequivocabile per la nazionalizzazione del settore energetico. Ma la pressione internazionale è fortissima: il premier spagnolo Zapatero avverte che le relazioni sono in pericolo, Javier Solana, dall’Unione europea, esprime forte preoccupazione per la nazionalizzazione, dal Brasile Lula ci metterà un paio di giorni per ammettere che la decisione spetta a un presidente di un paese sovrano, mentre l’argentino Kirchner si trova su posizioni vicine al capo della Yps Repsol, la multinazionale spagnola con partecipazione argentina. Petrobras, impresa dell’energia controllata dal governo di Brasilia, è il primo gruppo in Bolivia e proprio dai giacimenti messi sotto chiave da Morales dipende tutto il distretto industriale di Sao Paulo, mentre per l’Argentina il gas è una necessità che muove gli ingranaggi della zona industriale di Rosario. Ecco dove nascono le inquietudini dei due presidenti. La stampa internazionale omette di scrivere le dimensioni della riforma voluta dal presidente Morales: in Quatar le multinazionali hanno per contratto il 10% dei profitti di ciò che estraggono. Morales propone in prima battuta il 18%. Prima della riforma le multinazionali si tenevano l’82%. Dietro l’operazione boliviana c’è il Venezuela e la sua politica energetica. La grande stampa internazionale, spinta dagli interessi delle multinazionali, presenterà per settimane uno scontro fra Venezuela e Bolivia da una parte e Brasile Argentina dall’altra che, in realtà, poco attiene al vero. Si parla di asse che traballa, del nuovo blocco in pericolo sgretolamento. In poche settimane tutto scompare. Morales e Kirchener si accordano sul nuovo prezzo del gas. Petrobras e Repsol accettano di negoziare i nuovi contratti. I militari lasciano i giacimenti. «La nazionalizzazione in Bolivia – dice Luis Lander - non arriva così per caso. È un processo che sta andando avanti dagli anni ‘90, con la privatizzazione dei giacimenti petroliferi».

FONTE OPEC

Venezuela e Bolivia. Petrolio e gas su scacchieri internazionali e continentali.

biamo ripartire dalla politica dominante negli anni ’90 e leggere l’attuale situazione come parte di una risposta a quella strategia. Tutta l’area petrolifera era tenuta in scacco da Washington, pervasa da politiche neoliberiste». Un movimento che provocò il grande fenomeno della privatizzazione delle imprese pubbliche petrolifere della regione, come avvenne in Argentina, in Bolivia, parzialmente in Brasile, o in Venezuela. «Oggi, per effetto contrario, stimo vivendo in un’epoca in cui c’è un ritorno alla nazionalizzazione, all’impresa pubblica petrolifera. Per esempio in Venezuela: qui avviene un forte cambiamento rispetto alle politiche degli anni 90. Lo Stato riprende il controllo dell’impresa del petrolio, così com’è accaduto in Argentina con ENARSA la nuova società petrolifera e come sta succedendo in Bolivia con la nazionalizzazione degli idrocarburi, o anche in una situazione contradditoria come quella dell’Ecuador, con la sospensione dei lavori della Oxy». L’ultimo caso che cita il professor Lander risale al maggio del 2006: il ministro dell’energia Ivàn Rodrìguez annuncia l'annullamento del contratto con la Occidental Petroleum Corporation (OXY), responsabile di circa un terzo dell'intera produzione ed estrazione di greggio del piccolo Paese andino. «C’è tutto un nuovo panorama – aggiunge Lander – che ci parla del ritorno di una politica del pubblico in tutto il continente. E a questo dobbiamo aggiungere che rispetI PRIMI 10 PRODUTTORI DI PETROLIO to agli anni ’90 stiamo vivendo ANNO 2005 MLN DI TONN. % SUL TOT. una congiuntura nella quale i 1. Arabia Saudita 492 12,7 paesi produttori hanno un mer2. Russia 456 11,7 cato internazionale del petrolio 3. Usa 337 8,7 4. Iran 203 5,2 che li rende ancora più forti. Il 5. Messico 192 4,9 mercato è stretto, non ci sono ca6. Cina 174 4,5 pacità reali di incrementare la 7. Venezuela 153 3,9 8. Norvegia 151 3,9 produzione per soddisfare qual9. Canada 146 3,8 siasi richiesta a livello mondiale. 10. Nigeria 129 3,3 Tutte queste cose creano una conResto del mondo 1.455 37,4 dizione in cui i paesi produttori Totale 3.888 100,0 hanno una grande forza al momento di negoziare, muovendosi con grande sicurezza e pochi rischi. Per questo assistiamo a operazioni di nazionalizzazione come quella della Bolivia, che in un momento differente sarebbe stata impensabile».

I nuovi mercati di Chavez Il miglior cliente di Caracas, con un milione e mezzo di barili di consumo quotidiani, sono gli Stati Uniti d’America. Nonostante la sibillina guerra di parole, lo scambio di dichiarazioni infuocate, gli “asse del male” e “stati canaglia”. Il presidente Chavez ha già raggiunto un importante traguardo nella capacità di mettere seduti al tavolo i presidenti del nuovo blocco latinoamericano per dare via libera a un gasdotto continentale e a un progetto petrolifero comune. Ha compreso che la dimensione regionale, se pur continentale, non gli permetterebbe di potersi staccare dal suo cliente principale. Per Washington non è possibile, in questa congiuntura internazionale, approntare in tempi rapidi un sistema di approvvigionamento petrolifero che possa sostituire o diminuire per quantità il flusso venezuelano. Ma per Caracas la pianificazione di un insieme di mercati alternativi è già una realtà. I numerosi viaggi di Hugo Chavez hanno scritto i capitoli principali di quel piano. Europa, Iran, Russia, Cina, Africa. Mercati strategici – come l’accordo con Gazprom – o mercati che stanno progredendo a |

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BOLIVIA 2006 - CILE 1971 IL PROFESSOR ORLANDO CAPUTTO è docente di Economia all’università del Cile. È stato l’uomo scelto da Salvador Allende per rappresentarlo all’interno di CODELCO, la società di controllo e sviluppo del rame che fu nazionalizzato dal presidente socialista. Caputto ci racconta il golpe dell’11 settembre del 1973 attraverso la nazionalizzazione del cobre, il preziosissimo rame cileno. «Credo che per capire le relazioni economiche che insieme a quelle politiche portarono al colpo di stato dell’11 settembre del 73, sia necessario investigare sulla condizione precedente al governo dell’Unità Popolare. Durante il XIX secolo il Cile adottò un modello economico di grande successo, grazie soprattutto alle materie prime di natura minerale, arrivando a posizionarsi fra i primi 15 paesi più potenti del mondo, il che comportò forte immigrazione dall’estero, soprattutto italiani. Ma la crisi degli anni ‘30 distrusse le possibilità di sviluppo. Dagli anni 30 ai ‘70 si sviluppò una nuova forma di capitalismo basato sul mercato interno, dal momento che la crisi del commercio mondiale comportava la mancanza di risorse. Tutto ciò comportò un processo di industrializzazione con la sostituzione delle importazioni con una forte presenza della partecipazione statale. In Cile lo stato creava imprese nei settori fondamentali: acqua, petrolio, acciaio, zucchero, il settore marittimo e della cantieristica navale, trasporti via rotaia, con un forte appoggio da parte dello stato all’imprenditore privato, che allora era un soggetto generalmente di piccole dimensioni e poco propenso alle innovazioni. Quando il sistema cominciò ad entrare in crisi, iniziarono i problemi, nonostante i progressi registrati precedentemente nelle politiche di sicurezza sociale e del mondo del lavoro. Il Cile aveva un’economia sociale che potremmo definire abbastanza avanzata. Quando i problemi si fecero più acuti, avviene il trionfo elettorale dell’Unità Popolare. È in questa situazione che il governo di Allende si relaziona con una situazione che già vedeva la presenza economica dello Stato e che Unità Popolare intende ampliare. E così vengono resi pubblici i grandi monopoli insieme al mondo finanziario. Nello stesso tempo il governo dell’Unità Popolare vuole realizzare la riforma agraria, per distruggere il latifondo improduttivo. Il governo di Allende vuole nazionalizzare il rame, ricchezza fondamentale e basilare

del paese, che fino ad allora era gestito da imprese straniere. Questa era una risorsa strategica per le sue relazioni con l’industria militare. Il Cile possedeva il 30% delle risorse mondiali di rame e lo sfruttamento di questo mercato era in mano quasi completamente a imprese statunitensi. Questa situazione e il programma dell’Unità Popolare provocarono una reazione contraria molto forte da parte degli Stati Uniti e del settore imprenditoriale cileno. Sappiamo che a quei tempi ci fu una specie di complotto di un gruppo di intellettuali che si erano formati negli Stati Uniti, economisti della scuola di Chicago, e si era formato un gruppo di economisti in Cile, che potremmo definire in qualche modo sovversivo, che perseguiva gli obiettivi del liberismo statunitense. La nazionalizzazione del rame si inseriva nel quadro internazionale di quegli anni con i paesi del terzo mondo che recuperavano le proprie ricchezze originali, basilari. La nazionalizzazione di queste imprese e la riforma agraria favorì una serie di alleanze che portarono a creare le condizioni necessarie per scardinare con la forza il governo popolare. Erano anni particolari; l’entusiasmo per il governo Allende era così elevato che l’appoggio al presidente salì in pochi mesi dal 36 al 43% e stiamo parlando di cinque mesi prima del colpo di stato. La destra e gli imprenditori insieme agli Stati Uniti crearono una situazione di grave mancanza di risorse necessarie alle industrie nazionali e anche di alcuni tipi di alimenti di prima necessità. Ci fu un aumento significativo della popolazione più povera e di lavoratori quando la produzione di alcuni settori era in grave crisi. La mancanza di approvvigionamenti era solo un mezzo; anni dopo il golpe è stato dimostrato che i magazzini di alcune imprese erano ricche di prodotti e anche la mancanza di generi alimentari era un modo per fare in modo che la gente corresse all’accaparramento di beni di prima necessità. Tutto era studiato per creare un situazione di forte incertezza e per creare un humus sociale, politico e militare favorevole a un golpe. In questo la posizione degli Stati Uniti è stata fondamentale e ormai tutti lo hanno riconosciuto. Fecero tutto quello che potevano fare per abbattere Allende, compreso il ricorso a tanto denaro per comprare imprenditori e la coscienza di molta gente. È in queste condizioni che avviene il golpe dell’11 settembre del 73».

FONTE ASPO

velocità impressionanti e che stringono accordi che riguardano mapossibilità di sospensione di rifornimenti – anche se stiamo parlanterie prime, petrolio e infrastrutture, come la costruzione di reti ferdo solo di dichiarazioni e nulla di più fino ad oggi – continua a esroviarie e portuali per creare nuove rotte di approvvigionamento. sere il cliente di sempre, con un milione, un milione e mezzo di ba«Nel caso venezuelano in maniera molto marcata negli anni ‘90 si rili al giorno. E nemmeno gli Stati Uniti Stati Uniti possono fare a perseguì una politica che affermava che il nostro meno del petrolio venezuelano, perché non è facile IL PETROLIO principale cliente erano gli Stati Uniti. E quindi – aftrovare un altro fornitore con le stesse capacità di forferma il professor Lander – qualsiasi altro mercato, nitura. Una preoccupazione, però, gli Stati Uniti ce IL 40% di tutta l’energia primaria mondiale viene dal petrolio regionale e internazionale, venne tralasciato. Eppul’hanno e lo hanno detto spesso, perchè il VenezueIL 90% di tutta l’energia usata re il resto del mondo sta avanzando, soprattutto dal la sta cercando di diversificare il suo mercato e sta per i trasporti viene dal petrolio punto di vista tecnologico, con una enorme dopianificando questa operazione. E questo spiega le IL 65% del petrolio viene usato per fare carburanti manda di energia. Fino a qualche anno fa era pratirelazioni nel Continente e nei Caraibi. Si cerca un Del restante si fa energia camente impensabile che il petrolio venezuelano mercato, che è relativamente ristretto rispetto a quelelettrica, riscaldamento degli potesse soddisfare gli appetiti di paesi come la Cina lo statunitense. Ma il Venezuela sta cominciando a edifici, asfalti, materie plastiche, fertilizzanti, prodotti chimici e l’India. E questa cosa, che certo dal punto di vista esplorare la possibilità dei mercati più lontani: Afrie medicinali operativo è complicata, non è impossibile. In passaca, i cinesi, l’India, che stanno già iniziando a creare Il mondo consuma 25 miliardi to l’attenzione esclusiva verso gli States portò Caraimprese e collaborazioni industriali con il Venezuedi barili di petrolio “convenzionale” all’anno. Spesa mondiale: cas a costruire anche una rete di raffinamento del la. E per il futuro sarà al centro di una politica che lo circa 1400 miliardi di dollari, greggio. Adesso lo sguardo sta cambiando. Certo, gli metterà in condizione di non essere dipendente da ovvero 1000 miliardi di euro Stati Uniti, con i quali ci sono continue frizioni e solo uno dei suoi clienti». | 60 | valori |

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Contro lo spreco

Un ultimo mercato alimentare di Massimiliano Pontillo

solo perché ritenute non più commerciabili. Continuiamo a comprare, e più compriamo e più gettiamo via con sempre maggiore leggerezza. Montagne di prodotti alimentari, e non, vengono distrutti: uno spreco colossale di risorse, un danno ambientale gravissimo, un sistema a lungo andare insostenibile. Lo scorso anno, a Bologna, Andrea Segrè, docente di Economia Agroalimentare, insieme a laureati e laureandi della sua facoltà, ha dato vita ad una ONLUS, Last minute Market che, in collaborazione con alcune catene distributive, raccoglie l’invenduto destinato ai rifiuti, lo seleziona e lo consegna a vari enti di assistenza. Il risultato di questa iniziativa responsabile è altamente positivo, poiché tutti gli attori coinvolti nel progetto ne ricavano un beneficio: le imprese alimentari, dagli ipermercati ai bar, risparmiano sui costi di smaltimento; gli enti assistenziali ricevono cibo gratuitamente e i cittadini vivono in un ambiente più salubre. Un piccolo esempio virtuoso, come tanti altri, che testimonia la crescita di un’economia solidale che pone la gratuità e il dare al centro del suo operato. Così come, parallelamente, avanza sempre di più la cultura e la volontà di un commercio equo, esperienza nata in Italia negli anni’80 con l’intenzione di aiutare lo sviluppo dei Paesi del terzo mondo, migliorando le condizioni commerciali di produttori e lavoratori locali, garantendone i diritti. A Bologna una Onlus Fu nel 1976 che alcuni volontari ospiti presso alcune missioni raccoglie l’invenduto religiose africane, decisero di fondare la “Sir John LTD” in provincia alimentare, lo seleziona di Sondrio. In altre città italiane si diffusero a partire e lo consegna a vari da quell’iniziativa, le Botteghe del Mondo, canale tradizionale enti di assistenza di diffusione dei prodotti provenienti dai Paesi in via di sviluppo che incontravano grande difficoltà di inserimento nella rete tradizionale di vendita. Nel corso degli anni le Botteghe, attualmente circa 400 (di cui 120 di CTM Altromercato, principale importatore), sono diventate non solo punti vendita ma anche luoghi in cui si svolgono campagne di informazione e di sensibilizzazione sul commercio nord – sud del mondo e sulle problematiche connesse alle condizioni di povertà della maggior parte di quei paesi. Per rendersi pienamente conto di quanto la ripartizione dei prodotti del commercio internazionale sia iniqua, riflettiamo sulla composizione del prezzo del cacao: produttore e intermediario guadagnano ciascuno il 5 % sul prezzo finale, le tasse incidono per il 10 %, la multinazionale di turno incassa il 50 % e il distributore finale il 30 %. Quindi, non è per nulla campato in aria dedurre che al nord del mondo va circa il 90 % del risultato, mentre al sud spetta solo il residuo 10 %! Ognuno di noi, però, può contribuire in varie forme a equilibrare a poco a poco un sistema “glocale” fortemente squilibrato, dove il deficit si incrocia con il surplus e le disuguaglianze imperano su più fronti. Giovanni Paolo II così affermava: “ Occorre che alla progressiva mondializzazione dell’economia corrisponda sempre più la cultura globale della solidarietà, attenta ai bisogni dei più deboli”.

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RESCE LA QUANTITÀ DI RIFIUTI E MERCI GETTATE VIA

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Ecor e Naturasì verso la fusione >64 Coca Cola, Pepsi, non si vive di sole bollicine >67

economiasolidale APERTO IL BANDO DEL PREMIO ETICA E IMPRESA

ALBERGO D’ESTATE, RICOVERO PER I POVERI D’INVERNO. BENVENUTI ALL’OSPITALE DI FIRENZE

CACAO EQUO E SOLIDALE A GUBBIO

“FA LA COSA GIUSTA” LE SCUOLE IN FIERA

QUATTRO PASSI A MASERADA SUL PIAVE VERSO UN MONDO MIGLIORE

CRESCE L’AGRICOLTURA BIOLOGICA IN ITALIA

È aperto il bando per partecipare alla prima edizione di “Etica & Impresa”, premio nazionale per le aziende che hanno attivato, e hanno ancora in vigore, dal gennaio 2004 al 30 giugno 2006, accordi significativi con un sindacato territoriale su pratiche di responsabilità sociale d’impresa. Il premio è proposto dalle associazioni di rappresentanza dei lavoratori di alta professionalità. Le categorie in cui si articola il premio riguardano: persone, aziende, territorio, micro e piccole imprese. Gli accordi possono riguardare l’agibilità dei diversamente abili o la parità tra i sessi. Il premio prende in considerazione accordi sottoscritti sul clima, sui sistemi organizzativi o che abbiano creato una partnership proficua tra azienda e istituzioni locali, che abbiano offerto miglioramenti per il territorio o ottenuto la stabilizzazione dei rapporti di lavoro. Il bando scade il 16 ottobre. La Regione Toscana ha promosso molte azioni per la qualificazione di responsabilità sociale delle sue aziende. Per la certificazione SA8000 la Toscana ha previsto contributi e sgravi fiscali, al punto che sono già 114 le attività che hanno ottenuto la certificazione, su 324 italiane e 881 nel resto del mondo. Per informazioni: www.eticaeimpresa.net www.fabricaethica.it

Il turismo responsabile a Firenze è una realtà. La conferma arriva dall’Ospitale delle Rifiorenze, riferimento per i gruppi di giovani ed associazioni che promuovono il turismo “alternativo”. La struttura è nata da un progetto di Mani Tese in collaborazione con l’assessorato al Terzo settore del comune di Firenze, in partenariato con la Fondazione culturale responsabilità etica, la Caritas, la cooperativa Riciclaggio e solidarietà e l’Educatorio Fuligno. Il progetto è finanziato dal Cesvot, con il Bando Percorsi di Innovazione 2004. L’Ospitale nei mesi invernali, da ottobre ad aprile, ospita i senza fissa dimora con il progetto dell’emergenza freddo, e durante il resto dell’anno, da maggio fino a settembre inoltrato, accoglie le associazioni non profit. La struttura è stata inaugurata nel giugno scorso con un certo numero di prenotazioni. I prezzi per il pernottamento sono più che accessibili: 20 camere, a partire da 15 euro, con due letti a castello, per un totale di 80 posti letto situate all’interno della ex-biblioteca carmelitana. Un terzo del ricavato servirà come contributo per il progetto dell’emergenza freddo. All’interno dell’ex convento dei carmelitani si trova la sala del Tacca, uno spazio di 120 metri quadrati, destinato ad ospitare incontri, eventi, dibattiti, mostre e lezioni. Nell’atrio invece funziona la reception, un punto di ristoro equo e solidale, una biblioteca ed un internet point. L’Ospitale propone una gestione attenta alla riduzione e alla sobrietà dei consumi, fa la raccolta differenziata dei rifiuti, utilizza prodotti del consumo critico e del commercio equo e solidale e impiega forme di risparmio energetico. Inoltre i turisti potranno scegliere anche gli itinerari sociali, che hanno come scopo la conoscenza non solo della Firenze bella ed antica, ma anche della città contemporanea e solidale. Info: www.firenzeospitale.it

Dal 19 al 22 ottobre riparte a Gubbio la sesta edizione della festa del cacao equo solidale. “Altrocioccolato”, questo è il suo nome, è una manifestazione che vuole sensibilizzare il consumatore sulle problematiche riguardanti produzione, esportazione, commercializzazione, trasformazione e consumo del cacao e più in generale di tutti i prodotti importati da altri paesi di cui solitamente facciamo uso. Per questo oltre agli stand, artisti di strada ed esposizioni che popoleranno le vie egubine, saranno previsti una serie di incontri informativi (svolti in passato anche attraverso iniziative di personaggi quali Beppe Grillo, Paolo Rossi, Jacopo Fo e Sabina Guzzanti) sulla finanza etica, lo stato sociale. La manifestazione è organizzata dal Coordinamento regionale del Commercio equo e solidale e dal comune di Gubbio con il patrocinio della provincia di Perugia e non si identificherà come uno scontro alla ben nota manifestazione perugina dell’Euro Chocolate, ma come una sua alternativa e una riflessione sul consumo. I suoi obbiettivi sono i medesimi del programma “Cioccolato Positivo”, nato grazie alla collaborazione di Save the Children Italia e TransFair.

“Fa la cosa giusta”, fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili che si terrà dal 3 al 5 novembre a Trento, è un appuntamento pensato e progettato per fare incontrare gli studenti con un Trentino Alto Adige che non si aspettano. In quei giorni a Trento ci saranno aziende, associazioni e singole persone che cercano con il proprio lavoro di costruire una società più solidale e rispettosa dell’ambiente. Dopo il successo dell’anno scorso che ha visto coinvolti oltre 400 studenti e i loro insegnanti, anche quest’anno si è pensato di dare la possibilità alle classi (elementari, medie e superiori) interessate alla mostra di avere a disposizione un animatore che accompagnerà a conoscere da vicino le realtà presenti in fiera attraverso l’incontro con gli espositori. Sarà possibile inserire la visita all’interno di un percorso di due-tre incontri, dove parlare più approfonditamente del senso della fiera, del potere che ha il consumatore nella scelta di certi prodotti invece che altri. Il 12 settembre ci sarà un incontro aperto a tutti gli insegnanti interessati per parlare delle novità presenti in questa edizione. I temi riguardano: l’agricoltura biologica, il commercio equo e solidale, le cooperative sociali, la bioarchitettura, la mobilità sostenibile, finanza etica e fonti di energia rinnovabili.

Per due giorni Maserada sul Piave diventerà la capitale dell’economia solidale e sostenibile: presso gli spazi di fronte al municipio, sabato 23 e domenica 24 settembre, prende infatti il via “Quattro passi verso un mondo migliore”. La fiera, giunta alla sua seconda edizione, è promossa dalla cooperativa sociale “Pace e Sviluppo” di Treviso con il patrocinio del Comune di Maserada sul Piave. La fier è un invito a tutti i cittadini ad avvicinarsi a nuovi stili di vita. In programma iniziative di commercio equo e solidale, pace e nonviolenza, finanza etica, agricoltura biologica, turismo responsabile, baratto, informazione alternativa, campagne di sensibilizzazione, adozioni a distanza, energie rinnovabili, software libero, gruppi di acquisto solidale, riciclaggio e riuso, ristorazione solidale, bioedilizia, consumo critico, cooperazione sociale, volontariato, laboratori di animazione per i più piccoli. Lo scopo della manifestazione è offrire a tutti i visitatori la possibilità di compiere scelte concrete e semplici, da adottare nella vita di ogni giorno, per un mondo capace di futuro dal punto di vista sociale, economico e ambientale. Si ripete così una Fiera che nel 2005 ha riscosso un ottimo successo: oltre 5.000 visitatori, 40 espositori e più di 300 volontari coinvolti nell’organizzazione, oltre 30 eventi culturali, musicali, formativi. In questa nuova edizione si prevedono oltre 80 espositori, 2500 metri quadrati di spazio espositivo e 10.000 visitatori. L’ingresso è gratuito. La fiera si svolge interamente al coperto e pertanto si terrà con qualsiasi tempo.

È il meridione d’Italia a vantare il maggior numero di operatori e presenza di aziende agricole biologiche rispetto al resto del territorio nazionale. Tra le regioni più attente alla coltivazione biologica ci sono Sicilia e Puglia. Al sud c’è una maggiore concentrazione di aziende di produzione, mentre chi trasforma e importa i prodotti preferisce il nord. La superficie interessata, in conversione o interamente convertita ad agricoltura biologica, è di 1.067.101,66 ettari. Le principali produzioni riguardano foraggi, prati e pascoli, cereali che nel loro insieme rappresentano oltre il 70% circa della superficie ad agricoltura biologica. Seguono, in ordine di importanza, le coltivazioni arboree (olivo, vite, agrumi, frutta) e le colture industriali. Tra le produzioni animali, distinte sulla base delle principali tipologie produttive, troviamo: i bovini 222.516 (latte e carne), ovi-caprini 825.274, suini 31.338, pollame 977.537, conigli 1.293, api (in alveari) 72.241. Recentemente una delegazione di impreditori marchigiani impegnati nell’agricoltura biologica sono andati in delegazione in Cina per incontrare le autorità del luogo interessate ai principi della bioagricoltura nelle Marche. Presso l’Accademia delle scienze sociali di Pechino è stato organizzato un seminario sul tema “Bioagricoltura, l’esperienza marchigiana”.

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Ecor e Naturasì verso la fusione

Naturasì era già leader di mercato nel retail con 48 negozi in Italia e 4 a Madrid, espandendosi in un franchising che dà più sicurezza agli affiliati. Ecor, invece, già dal 2002 aveva puntato al mercato del dettaglio attraverso la rete di negozi B’io che oggi coinvolge 270 punti vendita specializzati in alimentazione naturale distribuiti sul territorio nazionale e più di 500 addetti.

Cisiliano (Milano), 2005

Il mondo del biologico e del biodinamico si rafforza con un accordo di scambio azionario alla pari tra la società veronese Naturasì, unica catena di supermercati di prodotti biologici e naturali, e la trevigiana Ecor, principale azienda di distribuzione dedicata al settore. Un accordo per vincere la paura della concorrenza.

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Uno scambio alla pari «L’accordo con Naturasì», racconta Brescacin, «era per noi molto importante e per questo siamo passati sopra alla differenza di asset; dopo una discussione tra gli azionisti, abbiamo deciso di fare una cosa alla pari». Ecor, infatti, fattura intorno ai 70 milioni di euro, con una struttura di 140 dipendenti e collaboratori e oltre 3100 referenze a catalogo – realizzando un utile di oltre 2 milioni di utili dopo le tasse, mentre Naturasì fa circa la metà. «È evidente«, afferma il presidente di Naturasì, «che dal punto di vista del semplice scambio ne abbiamo un vantaggio, ma Ecor ha ben valutato la sinergia e ha privilegiato lo scambio nel futuro». Questa partnership anche a livello azionario ci permette da una parte di concentrare risorse ed energie per diventare sempre più professionali e competitivi, e dall’altra crea le condizioni per poter sempre maggiormente investire nello sviluppo della qualità dei prodotti e dell’agricoltura biologica e biodinamica», ha commentato Brescacin. La sinergia tra Naturasì ed Ecor mira dunque a rafforzare la distribuzione specializzata, professionalizzare il settore, lavorare sulla qualità per offrire al consumatore un prodotto biologico sempre più garantito e sicuro. A questo si aggiunge l’intenzione di attuare interventi di formazione articolati e approfonditi, prestare attenzione ai risvolti etici del proprio lavoro, dal rispetto per l’ambiente al sostegno di progetti in ambito pedagogico e dell’agricoltura biodinamica. Oltre allo scambio azionario, l’integrazione tra le due realtà ha già portato, negli ultimi mesi, a concentrare e razionalizzare risorse per creare una metodologia comune di lavoro, tra la sede di Verona e quella di San Vendemiano. L’ufficio acquisti e controllo qualità è stato riunito presso Naturasì a Verona, mentre Ecor si concentra sulla logistica e distribuzione.

Ecor fattura 70 milioni di euro con una struttura di 140 dipendenti, con un utile di 2 milioni. Naturasì fa circa la metà

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www.naturasi.it www.b-io.it

sono sufficientemente preparati«. «Mentre Naturasì è un vero e proprio franchising«, precisa Brescacin, «B’io è un servizio per negozi che hanno già un loro vissuto, con lo scopo di migliorarne la gestione, il rendimento e offrire possibilità di professionalizzazione,«. E prosegue: «continueremo con il progetto B’io, rivolto soprattutto ai negozi esistenti, gli esercenti storici. Naturasì è il nostro primo cliente con un rapporto continuativo nel tempo: questo accordo non solo non pregiudica il rapporti esistenti, ma fa si che le due società non si facciano più concorrenza.«

ROBERTO ARCARI / CONTRASTO

OPO ANNI DI COLLABORAZIONE come principale cliente l’una e fornitore l’altra, Ecor e Naturasì hanno deciso di integrarsi a vicenda, facendo il primo passo verso la costituzione di un nuovo soggetto unico in di Jason Nardi futuro. Il 27 luglio scorso, la quota di minoranza di Ecor spa, il 49%, è stata acquisita da NaturaSì spa, l’azienda che propone progetti di franchising finalizzati all’apertura di supermercati biologici e naturali. Allo stesso tempo Ecor, il primo distributore all’ingrosso di prodotti biologici e biodinamici in Italia, ha ricevuto in cambio il 49% di NaturaSì. «Non abbiamo fatto altro che seguire la natura», ha dichiarato nell’intervista a Valori Felice Lasalvia Di Clemente, presidente di Naturasì. «Siamo stati biologici anche in questo, con uno scambio importante che prelude a una fusione per far sorgere un soggetto che abbia sia retail che logistica in proprio. Attualmente le due società sono due soggetti giuridici indipendenti e lo scambio è stato fatto a livello di holding, ma l’integrazione è già avviata da tempo». «Lavoriamo con Naturasì da molti anni», gli ha fatto eco Fabio Brescacin, presidente di Ecor, «e li conosciamo bene sia dal punto di vista umano, sia da quello professionale. Ecor è impostata sulla logistica e la distribuzione e avevamo bisogno di integrarci con una struttura che avesse buona presenza nel mercato al dettaglio». Dall’altra parte, come afferma Lasalvia, «Naturasì era già leader di mercato nel retail: abbiamo oggi 48 negozi in Italia e 4 a Madrid e ci siamo evoluti ed espansi in un franchising in compartecipazione, che dà più sicurezza agli affiliati. Ma non avevamo una logistica nostra», prosegue, «e questo forse è stato il segreto per acquisire la leadership di mercato: abbiamo fatto inconsciamente outsourcing della logistica, che ci ha permesso di avere punti di pareggio più bassi, mentre la distribuzione si può fare solo con degli investimenti e capitali che non si fanno dall’oggi al domani».

SITI INTERNET

I negozi B’io

Origini diverse, idee comuni

L’accordo tra Ecor e Naturasì è maturato anche per evitare una situazione di concorrenza tra le due società. Già nel 2002, infatti, Ecor aveva cominciato a puntare al mercato del dettaglio attraverso il progetto dei negozi B’io, che oggi coinvolge 270 punti vendita specializzati in alimentazione naturale, distribuiti sul territorio nazionale e più di 500 addetti per un fatturato complessivo di circa 100 milioni di euro. Secondo Lasalvia, «i negozi B’io sono nati dalla paura di perdere lo sbocco sul mercato e per questo ECOR ha cercato di creare una specie di franchising. Ma con la nostra unione, B’io cambia e diventerà una sorta di servizio a tutti i negozi non Naturasì, perché molti dei piccoli negozi di biologico sono nati e sono gestiti senza le competenze tecniche necessarie nel nostro mondo sempre più complesso (basti pensare a tutte le nuove norme, la gestione della sicurezza, gli HTCP...) e i commercialisti a cui si rivolgono spesso non

L’accordo Naturasì-Ecor ha messo a confronto due realtà che nascono da ambiti apparentemente molto lontani tra loro. «I valori etici in comune», afferma Lasalvia, «hanno fatto sì di superare differenze dovute a origini e mentalità diverse, e come in un matrimonio bisogna riuscire a cercare di limitare le proprie libertà per continuare la vita in comune, soprattutto per certe posizioni che non erano naturali per noi». Per Ecor, infatti, il pacchetto di controllo rimane con il 72% all’Associazione Antroposofica Rudolf Steiner di Conegliano, che continua ad ispirarne le linee direttive. «L’associazione antroposofica», spiega il presidente di Ecor, «si richiama a valori sociali promossi dal sistema steineriano. Ecor destina tutti gli utili a scopi sociali – pensiamo infatti che la funzione economica dell’azienda sia importante e che si debba fare utili, ma deve essere un profitto giusto ed equo – che però non va nelle tasche del singolo, ma appunto ad attività sociali. I fondatori di Naturasì non sono cosi coinvolti, |

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TUTTI AL SANA AL SANA, IL SALONE INTERNAZIONALE DEL NATURALE E DEL BIOLOGICO che si tiene dal 7 al 10 settembre a Bologna, Naturasì sarà l’evento clou della manifestazione: nel padiglione 19 verrà infatti allestito un vero e proprio supermercato da 200 metri quadri, perfettamente funzionante, con promozioni e vendita al pubblico. Nell’occasione ci sarà il primo grosso Tir con i colori e il marchio di Naturasì, frutto dell’accordo con Ecor. All’interno del «Supermercato della natura«, durante i giorni della manifestazione, Naturasì proporrà degustazioni e momenti di animazione che toccheranno anche Sanalandia, lo spazio della fiera riservato ai bambini. Durante il SANA si svolgerà anche il convegno «NaturaSì – Sviluppo Italia: un’opportunità per aspiranti imprenditori biologici« che si svolgerà giovedì 7 settembre alle ore 15 presso Sala Melodia. Interverranno Gianluca Fiorillo (Sviluppo Italia - responsabile funzione franchising ), Vito Maiorano (Sviluppo Italia - coordinatore Emilia Romagna); Felice Lasalvia Di Clemente, presidente di Naturasì; Claudia Giraldi, responsabile Sviluppo rete di Naturasì. Sempre al SANA, Ecor presenterà il rinnovato «Progetto B’io: servizi per il punto vendita«. Il personale di Ecor infatti illustrerà la vasta gamma di servizi che l’azienda offre ai negozi aggregati. B’io servizi conta infatti sulla professionalità di dieci persone interne dedicate, pronte a fornire consulenza su vari aspetti: dal layout (organizzazione dei reparti e attrezzature) all’assortimento e display (esposizione dei prodotti), dal servizio non food alla formazione, dal facing (come il prodotto si presenta nello scaffale) all’informatizzazione (software, computer, casse, hardware), dalla comunicazione alla gestione del personale, fino all’analisi di bilancio e ai correttivi di gestione.

anche se vivono bene questa nostra filosofia di fondo. Sono capitalisti, ma sani e saggi». Tra le attività sociali destinatarie degli utili di Ecor, c’è una nuova azienda biodinamica e l’ampliamento di una scuola steineriana con un nuovo edificio vicino a Conegliano, in modo da ospitare dalla prima elementare fino al liceo; il tutto attraverso un finanziamento di Banca Etica. Fondata a Verona nel 1992 da un gruppo di imprenditori accomunati dalla passione del biologico e dal desiderio di diffonderlo, Naturasì ha dato vita anche a progetti come Benesseresì (Centro benessere ed estetica), Carnesì (macellerie biolo-

giche) e Naturasì cucina biologica (ristoranti). Ed è in crescita, soprattutto nel sud Italia, dove sono previsti nuovi punti vendita. Rivela infatti Felice Lasalvia: «Abbiamo in programma una decina di nuove aperture (di cui cinque entro il 2006). Dopo un mio personale impegno che è durato oltre 4 anni a combattere con burocrati e politici, siamo riusciti ad accreditarci presso Sviluppo Italia, l’Agenzia nazionale per lo sviluppo di impresa,per poter usufruire dei finanziamenti agevolati. Ci hanno appena approvato l’apertura di negozi a Napoli, Salerno, Ferrara, Livorno, Bari e Catania, mentre Palermo è già una realtà».

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Non si vive di sole bollicine

Dopo il divieto emanato da sei stati indiani nei confronti di Coca Cola e Pepsi di commercializzare le loro bevande, se ne aggiunge un settimo. La ragione è semplice: contenevano residui di pesticidi in quantità 24 volte superiore ai limiti stabiliti dalle leggi indiane. Intanto l’Europa lancia l’allarme obesità tra i giovani, in parte dovuto al consumo di queste bevande zuccherate. diffuse bibite dolcificate - una tassa, suggerendo di impiegarne i proventi per campagne di educazione alla salute. la Coca Cola e alla Pepsi la vendita e la produzione delle La comunità scientifica statunitense lancia allarmi sulloro bevande nell’intera regione. Il divieto segue le misure l’epidemia di obesità infantile, che colpisce prima della adottate da altri sei stati indiani (320 scuola dell’obbligo, con un terzo dei bambini sovrappeso milioni di persone) che avevano di Paola Baiocchi e tre quarti degli adolescenti sovrappeso che diverranno proibito la distribuzione di Coca e e Anna Capaccioli, biologa adulti obesi. Studi epidemiologici indicano che l’obesità Pepsi nelle scuole e negli edifici pubinfantile continuerà ad aumentare, non solo negli Stati blici. Alla base della decisione c’è l’indagine condotta dal LIBRI Uniti, ma anche in Europa, dove l’Italia è al primo posto Centro per la scienza e l’ambiente di New Delhi che ha rinper il più alto numero di bambini sovrappeso tra i 7 e gli venuto residui di pesticidi nelle bibite, in quantità 24 vol11 anni. Abitudini alimentari errate e consumo eccessivo te superiori ai limiti indiani. Da anni in India si susseguodi bevande zuccherate in particolare, svolgono un ruolo no lotte e denunce nei confronti delle due multinazionafondamentale in questa tendenza negativa. li non solo per i pesticidi, ma anche per lo spostamento La Coca Cola, inventata come rimedio per numerosi dell’utilizzo del mais da alimento economico a prodotto Silvia Iannello mali dal dottor Pemberton, farmacista di Atlanta, ha subase per lo sciroppo dolcificante. Inoltre il mais, sosticon Reboc Coca Cola No scitato attacchi per la salubrità di quasi tutti i suoi comtuendo le coltivazioni locali di canna da zucchero, impoMalatempora, 2006 ponenti, fin dai primi anni della sua diffusione. Ultima, verisce i contadini. Denunce anche per l’inquinamento ma sicuramente non l’ultima, la questione della sostitudei terreni e il furto dell’acqua (per produrre un litro di Cozione del saccarosio proveniente dalla canna da zuccheca servono nove litri di acqua) che aveva portato al proro, con il più economico concentrato di fruttosio provesciugamento di 260 pozzi nel Kerala, destinati all’irriganiente da mais Ogm. zione e al consumo umano Sotto forma di saccarosio o di fruttosio, gli zuccheri Solo tre mesi prima negli Usa, il Paese nel quale le birappresentano l’unico nutriente energetico della bevanda bite sono nate, è stato firmato un accordo fra l’American Gustavo Castro Soto con un apporto calorico di 42 Kcal/100 ml. Una lattina da Heart Association - da tempo impegnata nella prevenzioLa storia segreta 330 ml di Coca Cola o di Pepsi apporta quasi 140 kcal; le ne delle malattie circolatorie - e i maggiori distributori di della Coca Cola Datanews, 2006 calorie fornite da 3 lattine equivalgono a bevande (Coca Cola, Pepsi, Cadbury, quelle di una porzione media di pasta ben Schweppes, American Beverage AssociaSITI condita, ma per il nostro organismo è dition) per regolamentare il consumo di bewww.americanheart.org verso riceverle sotto forma di carboidrati vande zuccherate nelle scuole pubbliche, www.ama-assn.org semplici (zuccheri) o complessi (amido). eliminandole nelle elementari e medie e www.healthiergeneration.org Le multinazionali alimentari spesso limitandole nelle superiori. Un passaggio www.tmcrew.org/killamulti/coca cola/index.html immettono sul mercato prodotti a basso storico per gli Usa, ma non l’unico, nel www.greenplanet.net Jean-Pierre Keller valore nutrizionale, ma che rappresenta120° anno di vita della Coca: il 13 giugno Il mito Coca Cola www.killercoke.com Elèuthera, 1986 no alti profitti, in nome dei quali violano a Chicago l’American Medical Association www.ciepac.org i diritti umani e dei lavoratori. ha proposto per Coca Cola e Pepsi - le più

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EL MESE DI AGOSTO LO STATO INDIANO DEL KERALA ha vietato al-

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economiaefinanza

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altrevoci DA VIA NAZIONALE AL QUIRINALE. LA BANCA CHE HA FORGIATO LA CLASSE DIRIGENTE

DON ZENO E L’UTOPIA CRISTIANA DI NOMADELFIA

VITA DA CANTIERE, IL PERICOLO DI LAVORARE

L’ITALIA NON CRESCE PERCHÉ NON INNOVA

LA VITA È UNA BOLLA, SE LA TOCCHI SCOPPIA

PUGNI PER VINCERE IL DOLORE DI VIVERE

Gli altri Paesi formano la loro classe dirigente in grandi scuole, in Italia ci ha sempre pensato il servizio studi della Banca D’Italia, voluto dal governatore Azzolini negli anni Trenta. E mentre nella maggior parte delle nazioni industriali le banche centrali hanno avuto solo un ruolo esecutivo rispetto alle grandi scelte della politica economica, la Banca d’Italia ha conquistato un posto di rilievo nel dibattito e non di rado nelle scelte di indirizzo, anche al di fuori dell’ambito monetario. La pubblica amministrazione, ma anche il mondo dell’industria privata e quello della politica ai livelli più alti hanno pescato tra gli uomini della banca centrale. Basti pensare alla storia di Einaudi e Ciampi che da via Nazionale sono approdati direttamente al Quirinale. Alfredo Gigliobianco affronta molti temi partendo dai percorsi di carriera, dalle coordinate intellettuali, dalle reti di relazione e soprattutto dalle decisioni cruciali dei banchieri centrali del passato. È però l’autonomia della Banca d’Italia l'argomento che emerge constantemente. Gigliobianco svela le origini della supremazia di questa istituzione nel sistema economico italiano e al tempo stesso mostra la peculiare funzione di collegamento che i governatori hanno svolto fra i vari segmenti delle nostre frammentate élites. Attraverso le storie di vita di 26 membri del direttorio si ripercorrono temi di storia intellettuale ed economica, dalla fine dell’Ottocento fino al dibattito sulla moneta unica europea. Una interessante riflessione sulla formazione e sul ricambio della classe dirigente italiana.

Bisogna fare i conti con le periferie della storia. La giustizia se non è globale, non è giustizia. “Don Zeno, obbedientissimo ribelle”, considerato truffatore dal ministro degli Interni, eretico dal nunzio apostolico, padre da 4000 figli, racconta la vita di un prete straordinario. Don Zeno Saltini (1900- 1981) era un sacerdote che predicava e metteva in pratica il vangelo. Sempre dalla parte degli ultimi. Nel 1948, fondò la città di Nomadelfia, con tanto di assemblea costituente. Un esempio piccolo come un atomo: dove la fraternità era legge a livello familiare, politico e sociale. Una città che viveva per il trionfo della giustizia sulla terra, santificando tutte le forme della vita umana. «Un popolo libero dalla schiavitù delle cose - diceva don Zeno - usa il necessario e ripone la ricchezza nella sua unione: tutti i beni sono in comune. Ridiamo una famiglia agli abbandonati, che non possono essere dimessi per nessun motivo. Viviamo integralmente la proposta cristiana, applicando il vangelo a tutte le espressioni della vita».

Cadono dall’alto, schiacciati dai carichi, folgorati o soffocati negli scavi. La cronaca dei morti sul lavoro nei cantieri edili italiani assomiglia ad un bollettino di guerra: 191 morti nel 2005, 36 dei quali stranieri con un’età compresa tra i 25 e i 36 anni. Una cifra arrotondata per difetto perché spesso si tratta di lavoratori irregolari. Muoiono soprattutto al nord, ma tutte le regioni italiane hanno avuto almeno un morto in un cantiere. Come in tempo di guerra, anche nel cantiere edile scompare ogni tipo di moralità: lavoratori in nero schiavizzati da caporali senza scrupoli e privati dei più elementari diritti. Il cantiere edile è una babele di lingue e anche una babele di padroni perché è il luogo dove regna la frammentazione esasperata del processo produttivo. A pagare con la loro vita sono sempre e comunque gli operai che rimangono tali anche quando sono camuffati da una partita iva. La modernità di ponti, case e infrastrutture non può essere considerata tale se dietro alla loro costruzione si nasconde una morte causata dalla negazione del diritto.

Nell’ultimo decennio la crescita dell’Italia ha rallentato rispetto a paesi come Irlanda, Finlandia e Inghilterra, che hanno investito molto per adottare nuove tecnologie. Perché allora l’Italia non innova? È la domanda che si è posto Francesco Daveri, docente di Politica economica all’università di Parma. Se sia una questione legata alla domanda o all’offerta, l’autore non ha dubbi: la mancanza di innovazione è una questione che riguarda la domanda. Tutti gli incentivi che spronano l’offerta, come ad esempio quelli per gli acquisti di un pc per i giovani studenti, non sono efficaci. La questione chiama necessariamente in gioco chi dovrebbe innovare e non lo fa. La specializzazione produttiva italiana gioca in questo quadro un ruolo determinante, in quanto lascia poco spazio all’innovazione tecnologica e fa leva invece su una tecnologia facilmente acquisibile, soprattutto dai paesi emergenti. Questi ultimi, giocando sul basso costo del lavoro, sono così competitivi sui nostri mercati da generare uno choc da offerta concorrenziale.

«Bolle bolle bolle, sono belle le bolle, girano tra il sole e le zolle…le ami e le soffi, se le tocchi le scoppi, sono belle le bolle, sono niente le bolle». Tutti a Natale, compreso il vecchio nonno, si aspettano una poesia che sciolga il cuore nel petto, ma il magro e piccolo Antonino, che strizza gli occhi come se avesse sempre il sole in fronte, pensa alle bolle. La bolla è effimero che si gonfia per essere scoppiato e ritornare nulla. In questa raccolta di racconti, Marco Lodoli rivela il nulla e lo fa diventare protagonista raccontando storie che hanno al centro casi limite: l’unico superstite di un incidente stradale; due fratelli orfani che si sono messi in mente di svegliare l’Occidente dal suo torpore uccidendo davanti alla loro telecamera un musulmano; una donna che decide di rapire un bambino zingaro. Tante storie con personaggi forti e fragili allo stesso tempo, capaci, nella loro stramba e straordinaria esistenza, di svelare lo scarto netto che c’è tra il destino degli uomini e le illusioni che gli stessi si fanno su ciò che li aspetta.

Nella boxe c’è una logica: nessuno può scappare dal ring, sai contro chi combatti, è sempre uno solo, in genere vince il più forte o chi ha più esperienza. «Sembra assurdo, ma finisce che vai in quel posto dove tutti menano le mani perché ti senti più al sicuro». Ha ragione Pietro Grossi, autore di "Pugni", è proprio così. E forse è anche per questo che il pugilato viene chiamato "la nobile arte". Per essere nobili non bisogna avere blasoni, ma rispettare le regole, essere leali e avere rispetto dell'altro nella sconfitta. La nobiltà puo' condurre anche alla verità sulla propria esistenza. Lo sa bene il Ballerino, così leggero sul ring e così goffo nella vita. Per lui la boxe è il modo per riappropriarsi di un destino amorfo. Per la Capra, che ha sopracciglia pesanti come sacchi di guerra ed è pure sordo, menare pugni è l'unica chance. Lui scala la carriera pugilistica, vittoria dopo vittoria, come il caprone scala il pendio, incurante del vuoto e del silenzio. La boxe è l'iniziazione della vita, un rito irrinunciabile per chi ha deciso che è venuto il momento di giocare duro.

PER SEMPRE GIOVANE, IL VIAGGIO ON THE ROAD DI UNA GENERAZIONE AL FEMMINILE

ALFREDO GIGLIOBIANCO VIA NAZIONALE. BANCA D’ITALIA E CLASSE DIRIGENTE

FAUSTO MARINETTI DON ZENO OBBEDIENTISSIMO RIBELLE

LUIGI LUSENTI PAOLO PINARDI VITE DA CANTIERE

FRANCESCO DAVERI INNOVAZIONE CERCASI. IL PROBLEMA ITALIANO

MARCO LODOLI BOLLE

PIETRO GROSSI PUGNI

GIANNI BIONDILLO PER SEMPRE GIOVANE

Einaudi, 2006

Sellerio, 2006

Guanda, 2006

Donzelli, 2006

Edizioni la Meridiana, 2006 | 68 | valori |

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Edizioni ComEdit 2000, 2006

narrativa

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CINICO E SPIETATO, LA SAGGEZZA DELL’ESORDIO O Spietato con se stesso e gli altri. Giordano Tedoldi nell’esordio letterario “Io odio John Updike” riversa addosso al lettore, con una scrittura carica di fascino Gianni Biondillo, già autore dei fortunati noir ed essenzialità, il suo cinismo “Per cosa si uccide” e “Con la morte nel cuore”, sgarbato e presuntuoso. Otto entrambi pubblicati da Guanda, lo dice con racconti che sono lo specchio una punta di ironia e in polemica con la critica: della generazione dei trentenni, «Il mio ultimo libro va oltre il genere». Ammesso che distruggono ogni sicurezza che ce ne fosse bisogno, Biondillo dà prova per il bisogno di successo, ingordi di essere un ottimo scrittore anche fuori di vita e incapaci di accettare dalle trame noir e dalle strade di Quarto Oggiaro. la falsa retorica che avvolge Infatti “Per sempre giovane”, anche se ha un i rapporti tra le persone. aggancio con uno dei personaggi dei precedenti «L’amore è un sentimento romanzi, non ripercorre le divertenti e incasinate ingannevole: quando lo provi, indagini dell’ispettore Ferraro. È un romanzo trovi migliaia di motivazioni che tutto al femminile, generazionale, fresco, ne evidenziano l’asocialità, scritto con la brillantezza di linguaggio l’irrilevanza e infine la che contraddistingue l’autore, ma soprattutto distruttività» scrive in “Wendy con uno stile che colloca questo architetto e Io”. La vita di ognuno è zeppa quarantenne tra i migliori scrittori della sua di errori, reiterati e giustificati, generazione. “Per sempre giovane” ha il ritmo di tradimenti, voluti e subiti, di un film, le immagini e i suoni scorrono di compromessi, necessari con facilità ma senza superficialità. È romantico e frustranti, di amori, immaginati senza essere patetico. La storia è quella di una e mai vissuti. E così ci si rock band, composta da sole ragazze, che parte aggrappa alle parole degli altri da Milano a bordo di un furgone per partecipare come all'unica fune sul ponte a un concorso musicale ad Ascoli. È il viaggio che sta crollando. E nonostante della vita, l’ultima frontiera di una giovinezza il baratro che ci sta sotto, che se ne andrà. Accompagnate da una colonna la gente continua a credere sonora bellissima - che dimostra anche che ci sia una salvezza. Tanto la profonda cultura musicale dell'autore -, vale allora essere vero e spietato. le ragazze si mettono in gioco senza riserve Tanto vale non provare perché sanno che solo in quel modo potranno compassione per nessuno. rimanere per sempre giovani. Tanto vale ammettere di odiare anche John Updike GIORDANO TEDOLDI IO ODIO JOHN UPDIKE

Laterza, 2006

Fazi Editore, 2006 |

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COSA RIMANE DOPO UNO TSUNAMI?

I GIOVANI NON SONO UN FENOMENO

Il 26 dicembre del 2004 alle 0.59 si è scatenata una scossa sismica dell’8,9 grado della scala Ricther al largo dell’isola di Sumatra (Indonesia) nell’Oceano Indiano. Quella scossa originò un’onda anomala che correva alla velocità di 480 km orari e che colpì ben 12 paesi, provocando distruzione e uccidendo più di 280 mila persone. Che cosa rimane di quella tragedia a distanza di due anni? Dopo la disperazione per un evento apocalittico, oggi si ricomincia a vivere, grazie anche alla straordinaria raccolta di aiuti per le popolazioni colpite. Tra i primi a correre in soccorso anche gli uomini della Croce Rossa Italiana con l’ospedale da campo di Vakarai in Sri Lanka. Laura Elena Pacifici, direttore sanitario dell’ospedale, e Flavia Riccardo, infettivologo, hanno voluto testimoniare questa presenza quotidiana tra la gente colpita dalla tragedia. Un libro lontano dall’autocelebrazione di chi si sente salvatore di un popolo, ma vicino alla disperazione di chi ha perso tutto e cerca di trovare la forza per riprendere una vita normale. A distanza di quasi due anni, i riflettori su quella fetta di mondo si sono dunque riaccesi.

Ogni volta che ci si riferisce ai “giovani” come categoria sociale c’è qualcosa che sfugge. Eppure è una delle più citate da giornalisti, sociologi, economisti, politici e scrittori. Nonostante l’abuso linguistico e l’apparente familiarità, l’universo giovanile rimane un insieme ancora piuttosto misterioso. I giovani ci sono sempre stati, ma si inizia a considerarli come categoria sociologica, quindi come settore interessante per il mercato, solo a partire dagli anni ‘50, come spiega Omar Calabrese. Prima erano solo fenomeni d’élite o legati a ideologie particolari: i bohémiens, i futuristi e la gioventù fascista. Oggi sono fenomeno sociale. Nell’album italiano, dedicato ai giovani e curato da Valerio Castronovo, si coglie questa molteplicità e i mutamenti che la caratterizzano. «Mai come negli ultimi cinquant’anni sono avvenuti tanti e significativi cambiamenti sia nello status e nel ruolo dei giovani che nei loro abiti mentali e stili di vita. Ma non si è trattato di un processo lineare e omogeneo» dice Castronovo. Il racconto per immagini affidato ai grandi fotografi italiani aiuta il lettore a ricomporre l’universo giovanile in tutti i suoi ambiti

A CURA DI LAURA ELENA PACIFICI FLAVIA RICCARDO FLASHBACKS SRI LANKA

A CURA DI VALERIO CASTRONOVO ALBUM ITALIANO, GIOVANI

Editori Laterza, 2006

Rai Eri, 2006 | 70 | valori |

PATHS OF FAITHS, PELLEGRINI DEL MONDO IN CAMMINO Adoranti, colorati e castigati, sorridenti e disperati, sudati e composti, incuranti della pioggia e delle piaghe, a piedi e a cavallo, in attesa di una grazia e di un segno, avvolti in una coperta o nell'incenso di una chiesa, ma tutti in cammino da secoli alla ricerca di un dio. “Le vie della fede” (Paths of faith) sono sempre state affollate di pellegrini, da Roma a Lourdes, da San Giovanni Rotondo a Santiago de Compostela, perché il pellegrinaggio è un rito universale, ma diverso l’uno dall’altro. Spesso peccatori, marchiati per essere protetti, i pellegrini non sono una prerogativa cristiana e monoteista. I greci avevano mete sacre come Delfi o Epidauro, luoghi dove le forze divine tanto temute e riconosciute come sacre venivano adorate e santificate. «Il pellegrinaggio - scrive nell’introduzione Franco Cardini - si distingue e si articola nelle differenti tradizioni, ed è solo seguendo fedelmente la propria che l’uomo, in Dio, si riconcilia con tutte le altre, ne ammira la mirabile disposizione e ne riconosce la provvidenziale misura di santità». I pellegrini fotografati da Tommaso Bonaventura (Roma 1969) sono stranieri sulla terra, passeggeri del tempo finito e abitanti di una patria celeste agognata e invocata nelle preghiere. Bonaventura per il suo lavoro sui grandi pellegrinaggi del cristianesimo ha ricevuto molti riconoscimenti. Dal 1996 è membro dell'agenzia Contrasto. TOMMASO BONAVENTURA LE VIE DELLA FEDE

Gribaudo, 2006 ANNO 6 N.42

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I LUOGHI DI PIERO CHIARA NELLE FOTO DI MEAZZA

ETICHETTE RIDICOLE, NEGLI USA UN PREMIO

«Mi pareva il più bel paese del mondo, il luogo di tutte le delizie, dove ogni casa, ogni pianta, ogni ciottolo aveva parole per me». A questa dichiarazione d’amore per Luino fatta dallo scrittore Piero Chiara si è ispirato il fotografo Carlo Meazza per realizzare il libro dedicato ai luoghi dello scrittore. “Il più bel paese del mondo” (Francesco Nastro Editore), con la prefazione di Luigi Zanzi, contiene 60 foto in bianco e nero, accompagnate da passi di articoli, romanzi e racconti che descrivono i luoghi fotografati. C’è tutta la Luino di Piero Chiara. Quella Luino “bellissima”, con il suo paesaggio d'inverno che «è qualcosa di assolutamente perfetto, cioè un paesaggio civile e nello stesso tempo naturale e selvaggio». Il Lago Maggiore, testimone inconsapevole del tempo e perfetto palcoscenico di esistenze letterarie e reali, accompagna le fotografie di Palazzo Verbania, del Caffè Clerici, del porto, degli hotel, delle piazze e dei vicoli di Luino. Un’intervista inedita a Marco Chiara, figlio dello scrittore, completa il libro.

Si chiama M-Law ed è un osservatorio legale non profit di Detroit. Ogni anno, dal 1997, su indicazione dei consumatori stila la classifica delle etichette di avvertenza più strane e ridicole applicate dai produttori ai loro prodotti. Si tratta perlopiù di avvertenze per evitare disastri con conseguenti cause per risarcimento danni. L’etichetta vincitrice nel 2005 è stata quella apposta su uno sverniciatore ad aria calda che intimava: «Da non usare come phon per capelli». Mentre un produttore di set di coltelli da cucina ha scritto: «Non provate ad afferrare un coltello al volo». Su un tovagliolino da cocktail, che come decorazione aveva una cartina nautica di una località del South Carolina, l’etichetta riportava: «Da non usare per la navigazione». I vincitori della “Wacky Warning Labels Contest” (così si chiama il premio) vengono premiati durante il programma radiofonico “The Dick Purtan Show”. Nel 2007 il premio compirà 10 anni e per l’occasione sarà pubblicato un libro dal titolo «Rimuovere il bambino dal passeggino prima di ripiegarlo» come riportava un'etichetta finalista.

CARLO MEAZZA IL PIÙ BEL PAESE DEL MONDO

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BIBLEMAN, IL SUPEREROE CHE CONVERTE ANCHE I CATTIVI La sua storia assomiglia un po’ a quella di Superman, ma anziché ereditare i poteri straordinari dal pianeta krypton, li prende direttamente da Dio. Stiamo parlando di “Bibleman”, l’uomo bibbia, un personaggio con tanto di spada laser allo spirito santo, maschera, armatura argentea e mantello, protagonista di una serie fantasy distribuita in dvd negli Stati Uniti. La prima produzione intitolata “The Bibleman legacy” ha avuto molto successo. La seconda serie, che uscirà ad ottobre, avrà il titolo di “Bibleman genesis”. Il protagonista si chiama Miles Peterson (interpretato da Willie Aames) che, nel rispetto della migliore tradizione dei supereroi americani, di fronte al nemico e al male incombente da semplice uomo della strada acquista superpoteri, in questo caso spirituali. I suoi assistenti sono Cypher e Biblegirl. Ad esempio, nell’episodio “Shadow of doubt” (l’ombra del dubbio) una bambina a causa delle liti furibonde dei suoi genitori finisce per perdere la fiducia e restare vittima di una terribile minaccia, l’ombra del dubbio, appunto. A salvarla da questo pericoloso nemico arriva Bibleman, che riesce a convincerla che le sacre scritture sono più forti di chi dubita delle stesse. La serie ispirata a questo supereroe oltre al dvd (12 dollari e 99 cent), comprende anche libri, uno spettacolo dal vivo che va in tournée in tutti gli States e un videogioco dal titolo “Bibleman: una lotta per la fede”. Sul sito è possibile vedere i video di presentazione e soprattutto acquistare i dvd.

Francesco Nastro Editore, 2006

multimedia

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CONTRO LA MUTILAZIONE GENITALE FEMMINILE

LA STORIA D’ITALIA DALLA VOCE DI PASOLINI

Moolaadé, ovvero “protezione”, “richiesta d’asilo”. È ciò che chiedono quattro bambine, che rifiutano di sottoporsi alla mutilazione genitale, a Collé Ardo, una donna che vive in un villaggio africano. Lei per prima si era rifiutata di sottoporre la figlia alla pratica dell’escissione. Da qui lo scontro tra due tradizioni: il rispetto del diritto d’asilo (il Moolaadé) e l’antica pratica dell’escissione (la Salindé), la mutilazione dei genitali praticata, in genere senza anestesia, su bambine di età compresa fra i 4 e i 7 anni. Secondo Amnesty International la pratica rituale delle mutilazioni genitali femminili è praticata in quasi trenta paesi e in alcune aree viene inflitta a più del 90 per cento delle donne. Questo film, che ha ricevuto premi in tutto il mondo, è stato girato in Burkina Faso dall’ottantaduenne Sembè ne Ousmane. Un film tutto africano per scrittura, regia e produzione. Negli extra interviste esclusive a Emma Bonino, Daniela Colombo e contributi di Amnesty international. Con il dvd anche il libro “Moolaadé, la forza delle donne”.

È un racconto dell’Italia che va dal Dopoguerra fino agli anni ‘70. Un racconto rivelatore anche per i più profondi conoscitori dei suoi scritti corsari. “La voce di Pasolini”, il dvd che sarà in vendita a partire dal 7 settembre, racconta una storia che non è mai diventata un film e sulla quale il poeta stava già lavorando al momento della sua morte (avvenuta nel 1975): “Porno Theo Kolossal”. Il dvd contiene testi di Pasolini letti da Toni Servillo e accompagnati da immagini inedite d’archivio. Questa storia che non vide mai la luce, doveva avere come protagonisti Eduardo De Filippo e Ninetto Davoli. Il film utilizza una registrazione di Pasolini che detta il soggetto e la narrazione del film, conservata per tutti questi anni da alcuni suoi collaboratori dell'epoca e ritrovata dagli autori. Ridare di nuovo voce a Pasolini è un’operazione importante per un Paese che, dagli anni ‘40 fino alla sua morte, lo ha sempre disperatamente amato o detestato. Insieme al dvd anche il libro “La voce di Pasolini”, a cura di Matteo Cerami e Mario Sesti.

SEMBÉ NE OUSMANE MOOLAADÉ

LA VOCE DI PASOLINI

Feltrinelli, 2006

Feltrinelli, 2006 WWW.BIBLEMAN.COM |

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stilidivita USARE IL COMPUTER A COLPI DI NOCCHE

LOTTA ALLA FAME NEL MONDO, IN VENT’ANNI NULLA È CAMBIATO GRAZIE ALLA FAO

LAPTOP A BASSO COSTO ANCHE IN SUDAMERICA

I SINGLE CONSUMANO TROPPA ENERGIA

SOGNI PILOTATI DA UNA PILLOLA

PRODURRE ARIA FREDDA RISCALDA IL PIANETA

Basterà fare toc toc e il computer eseguirà il comando. La notizia arriva dalla Ibm che ha sviluppato un software, chiamato KnockAge, capace di interpretare i colpi che l’utente dà sulla cassa del suo notebook e trasformarli in comandi. Il programma utilizza l'accelerometro usato in combinazione con la tecnologia Hard Drive Active Protection System (Hdaps) per proteggere i dati dell'hard disk interno, nel caso di caduta o botte accidentali del portatile. KnockAge è in grado di rilevare quante volte l'utente “bussa” sullo chassis del computer. Il software può essere personalizzato a seconda delle esigenze dell’utente. Due colpi per lanciare il gioco preferito, tre colpi per aprire il collegamento alla chat e così via. È possibile impostare combinazioni da usare come password, un metodo per tutelare la propria privacy. I colpi vanno dati sulla parte laterale dello schermo lcd e il software, una volta lanciato, rimane in background, sempre pronto ad intercettare i comandi dell’utente. L’applicazione è realizzata in Perl e può essere eseguita soltanto in ambiente Linux. Sul sito www.128.ibm.com sono riportate alcune indicazioni e suggerimenti per l'utilizzo.

«Che state a Fao?» È la domanda provocatoria che i sostenitori della campagna promossa da Action Aid International (Ong impegnata nella lotta alle cause della povertà e dell’esclusione sociale) rivolgono alla Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione che ha il compito di sostenere le popolazioni più povere del mondo) sul mantenimento delle promesse fatte dieci anni fa e non mantenute. Nel 1996, infatti, i capi di stato di 186 paesi si sono incontrati a Roma in occasione del Vertice mondiale sull’alimentazione e hanno sottoscritto un piano d'azione per combattere la fame nel mondo e dimezzare il numero di persone denutrite entro il 2015. Dieci anni dopo il numero di persone che vanno a letto senza aver cenato e pranzato è salito a 852 milioni, 18 milioni in più rispetto a quelli del ‘96. Di questi il 98 % risiede nei Paesi in via di sviluppo, il 50 % è costituito da piccoli agricoltori e il 70 % da donne che sono il fulcro attorno cui ruota la vita familiare. Il prossimo 30 ottobre a Roma ci sarà la revisione di quel piano di azione, occasione durante la quale Action aid international chiederà di fare chiarezza sulle responsabilità dei governi, sugli impegni presi, le promesse non mantenute e i fallimenti della stessa Fao. L’Italia occupa l’ultima posizione nella classifica degli aiuti stanziati in favore della lotta alla fame nel mondo, un mancato impegno giustificato con la crisi economica, anche se poi il Bel Paese investe 20 miliardi di dollari all'anno nel militare contro i soli due miliardi destinati alla lotta contro la povertà.

Dopo il governo della Nigeria, che ha deciso di acquistare un milione di laptop a basso costo, altri paesi sposano l’iniziativa di Nicholas Negroponte per la costruzione di computer per i paesi poveri. Si tratta dell’Argentina, del Brasile e della Thailandia che hanno già optato per l’acquisto dei portatili a 140 dollari l’uno. L’alternativa open-source di Negroponte al progetto di Microsoft (FlexGo) per i pc a scheda ricaricabile ha così iniziato ad affermarsi nel mercato degli elaboratori per i paesi emergenti. Il computer a basso costo messo a punto dai ricercatori del progetto “One Laptop Per Child” (Olpc) guidati dal guru del Mit ha molti supporter tra cui Red Hat, Google, Amd e NewsCorp, ma anche alcuni critici che hanno già contestato lo slittamento del lancio del progetto, previsto per la fine del 2007. La dotazione hardware dei singoli laptop è appena sufficiente alle esigenze di un utente dei paesi ricchi: cpu da 500 mhz, 128mb di memoria di lavoro (Ram) e archiviazione dati su memoria flash. Il modello è dotato di dispositivo WiFi e monitor lcd di qualità, capace di operare sia in bicromia che a colori.

I single sono spreconi, consumano troppa energia, producono più spazzatura e inquinano di più l’aria. Di contro il costo della vita in termini energetici e ambientali è sempre più sproporzionato rispetto alle risorse e alla sostenibilità del pianeta. Lo dice una ricerca dello University College London: le famiglie individuali consumano il 55 per cento in più di elettricità pro capite rispetto ai membri di una famiglia di quattro persone, il 38 per cento in più di prodotti di largo uso, il 61 per cento in più di gas. E le famiglie formate da una sola persona sono sempre di più: sono composte da giovani, tra i 35 e 45 anni di età, benestanti, che vivono soli, per scelta o circostanze di vita. Il numero dei single è aumentato significativamente durante gli ultimi 30 anni, facendo segnare un più 12 per cento, ed entro il 2026 ci si aspetta un ulteriore incremento. Per questo, secondo i ricercatori, i single potrebbero mettere a rischio i consumi di massa. Per evitare la crisi energetica servono nuove misure come alloggi comuni, indicati per chi vive controvoglia la condizione di single, e tasse per chi sfrutta lo spazio in modo antiecologico.

Per recuperare il sonno perduto esistono i sonniferi, ma non è detto che gli stessi facilitino i sogni o permettano di ricordarli con più chiarezza. Per chi non sogna o, meglio, per chi crede di non sognare c’è un nuovo prodotto lanciato sul mercato americano. È basato su ingredienti naturali e un principio attivo, la Galantamina, utilizzato in medicina da molto tempo. La pubblicità di questo prodotto promette non solo di aumentare la capacità di ricordare i sogni, ma anche la possibilità di controllarli. Si tratta del fenomeno chiamato lucid dreaming dove il sognatore si è accorge di essere nel bel mezzo di un sogno. La pubblicità del prodotto afferma che sognare intensamente non è solo piacevole, ma può avere anche effetti eccezionali per la nostra creatività. Gli esempi sono di un certo effetto: Paul McCartney, autore insieme a John Lennon di quasi tutte le canzoni dei Beatles, avrebbe sognato la melodia di “Yesterday”. Il premio Nobel per la medicina Otto Loewi avrebbe avuto nel sonno l'intuizione che la trasmissione degli impulsi nervosi fosse chimica e non elettrica e per provarlo ha operato degli esperimenti seguendo esattamente il modo in cui li aveva sognati.

Tutte le volte che accendiamo il condizionatore in casa o in ufficio contribuiamo a far aumentare la temperatura dell’atmosfera. Il surriscaldamento del pianeta però non ci darà inverni più miti e quindi non ci farà risparmiare energia. È quanto afferma il modello elaborato da David Erickson, che collega i cambiamenti climatici ai consumi energetici, tenendo conto dei fattori economici che dipendono dalle condizioni climatiche, come l’incremento della richiesta di elettricità. I ricercatori hanno preso un modello standard tra il 2000 e il 2025 e con un programma hanno calcolato il consumo energetico dovuto all'innalzamento delle temperature, tenendo conto del clima locale, degli stili di vita e delle fonti di energia usate nelle diverse località degli Stati Uniti. Nel Sud e nell’Ovest del Paese le emissioni di anidride carbonica aumenteranno con il consumo di energia richiesta per i condizionatori durante le estati sempre più calde. Non necessariamente, però, il Nordest, che tende a usare petrolio o gas naturale al posto del carbone per riscaldarsi, avrà inverni più caldi. Il risultato finale mostra che ci sarà un incremento netto delle emissioni di anidride carbonica.

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FRUTTA E VERDURA A RISCHIO ESTINZIONE UN BATTERIO AL POSTO DI DISCO FISSO E DVD Prima o poi ci si doveva arrivare. L’impiego di materia vivente nell’hardware è ormai una realtà. Lo scienziato americano Venkatesan Renugopalakrishnan, professore all'Harvard Medical School di Boston, ha scoperto che un batterio (Halobacterium salinarum), che vive nelle paludi salmastre e in ambienti salini, crea energia usando una proteina chimica: la batteriodopsina. Lo scienziato, alla International Conference on Nanoscience and Nanotechnology di Brisbane, ha spiegato che questa proteina modifica la sua struttura quando viene colpita dalla luce. La cattura e la trasforma in energia chimica attraverso una serie di passaggi, nel corso dei quali la proteina diventa una serie di molecole intermedie ognuna caratterizzata da una forma e un colore unici. Quindi colpendola con un raggio laser si può simulare la sequenza di 0 e 1 che sta alla base delle informazioni digitali. Queste molecole però hanno una vita molto breve, solo qualche ora, al massimo qualche giorno. Con opportune modifiche genetiche, però, il ricercatore è riuscito a produrre delle varianti con una vita media di qualche anno. Un disco di proteine, dunque, ad alta capacità di archiviazione: fino a 50 terabyte per un normale dvd. Questa nuova generazione di hardware potrebbe sostituire del tutto memorie, come l'hard disk, e soddisfare le esigenze di affidabilità nel trasferimento di grosse quantità di dati nell'industria farmaceutica e militare che oggi trasmettono quasi esclusivamente via satellite. Lo scienziato ritiene che la sua scoperta, che è finanziata dagli Usa, dalla Ue e dalla Nec, potrà essere utilizzata entro un anno. |

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Delle 8000 mila varietà di frutta presenti nei giardini italiani alla fine del 1700 ne sono rimaste poco meno di 2000. Il risultato è stato reso noto dalla Cia, la Confederazione italiana agricoltori, che ha presentato il censimento delle specie realizzato dagli agricoltori italiani. Il caso più emblematico è quello della mela che dalle 5000 varietà di inizio secolo è passata a 1800. Quelle prodotte in Italia appartengono quasi tutte a quattro gruppi, due americani (le rosse red delicious e le gialle golden delicious), uno australiano (le verdi granny smith) e uno neozelandese (le bicolori Gala). Più del 90 % delle sementi delle varietà commerciali di ortaggi di molte specie, come pomodori, cetrioli, peperoni, meloni, cocomeri, è costituita da ibridi brevettati e meno del 3 % delle varietà ha più di 35 anni. E molte di queste varietà rischiano di scomparire definitivamente. Senza passaporto sanitario, i semi di varietà antiche non possono viaggiare all’interno dell’Unione Europea e le leggi vietano di utilizzare semi prodotti nella propria azienda agricola. Ed è illecito il baratto di semi non registrati tra un coltivatore e l’altro.

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future

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MEMORIA ED EMOZIONI NEL FUTURO PROSSIMO

PANNELLI SOLARI CON ROUTER PER IL WI-FI

Il tema della memoria individuale e del suo legame con la sensorialità e le emozioni assumerà una centralità sempre più marcata negli anni a venire e i progetti in fase di sviluppo, anche da parte delle grandi corporation, sono numerosi. L’immagine fotografica, come rappresentazione del ricordo, sta vivendo grazie alla diffusione delle tecnologie digitali una enorme diffusione. Microsoft, che accanto alla presenza più classicamente commerciale ha numerosi programmi di ricerca e sviluppo, sta sperimentando nei suoi Live Labs un software dedicato al cosiddetto turismo digitale, ossia l’esplorazione di panorami e paesaggi attraverso il monitor di un computer. Il programma, chiamato Photosynth, è visionabile tramite una demo gratuita in Rete. Sul fronte del legame tra immagine, tracciabilità ed emozione si muove invece un altro esperimento presentato da un ricercatore indipendente al Sonar di Barcellona quest’anno prevede la possibilità di realizzare delle vere e proprie mappature emotive, legando la posizione nella città, mappata via gprs, ai picchi emotivi rilevati dal battito cardiaco.

Bruce Baikie e Marc Pomerleau, provenienti da Sun Microsystem, hanno varato il progetto Green Wi-fi, pensato per applicazioni in territori in cui alla difficoltà di far pervenire l’alta velocità per internet si somma il problema dell’assenza di energia elettrica. Green Wi-fi somma in un’unica struttura dal costo contenuto (circa duecento dollari statunitensi) un pannello solare e un router wi-fi in grado di fare da ponte con altre strutture analoghe, replicando quindi il segnale in misura esponenziale, senza limitazioni di accesso. Il progetto è stato concepito come ampliamento infrastrutturale per le campagne contro il Digital Divide, in particolare nelle enclavi dei paesi del Sud del mondo in cui l’assenza di infrastrutture tradizionali pone anche alle associazioni noprofit le maggiori difficoltà di intervento, per esempio su progetti di scolarizzazione a distanza o di presidio medico. In questi ambiti infatti la disponibilità della connessione si rivela un utile ausilio per la organizzazione di presidi sanitari e informativi in collegamento con il più vicino centro di assistenza.

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IL BATTERIO MANGIA PETROLIO PER IL MARE UN SOFTWARE OPEN SOURCE CONTRO IL DIGITAL DIVIDE PER GLI OVER 55 Eldy è un’associazione noprofit di Vicenza che ha come scopo la promozione dell’alfabetizzazione informatica e dell’accesso alle nuove tecnologie per gli over 55. Ha sviluppato un software basato su architettura Linux pensato per facilitare l’accesso a strumenti informatici a chi non ha mai avuto occasione di utilizzarli. Il software è organizzato su finestre semplificate per instradare l’utilizzo verso le funzioni più utili per la socializzazione e il mantenimento di un’apertura sul mondo contro la solitudine. In particolare viene facilitato l’accesso alle funzioni di posta elettronica, accesso a internet, utilizzo della telefonia tramite internet-Voip (voice over ip). Il tema della generazione dei “Pleasure Growers” è di grande attualità soprattutto negli Stati Uniti ed attira l’interesse dei pubblicitari e delle aziende. In Italia si sconta un notevole ritardo nell’alfabetizzazione informatica ma i primi passi nella direzione di un allargamento dell’accesso alle conoscenze informatiche a chi ne è sempre stato escluso sembrano avviati. Il progetto di Eldy è stato sviluppato grazie alla collaborazione di utenti appartenenti ad una fascia di età, gli over 55, leggermente inferiore a quella dei destinatari anche per favorire la sua funzione di ponte tra diverse generazioni, per esempio attraverso il contatto tramite servizi a tariffa ridotta come Skype o con l’invio di email, oltre alla possibilità di accedere a forum di discussione in cui trovare risposta a problemi di salute, burocratici o creando una possibile alternativa alla solitudine forzata.

Il Centro di biologia ambientale della Società Helmholtz a Braunschweig, in Germania, ha annunciato di avere individuato e “sequenziato” il genoma del batterio Alcanivorax borkumensis, uno dei più importanti microrganismi la cui particolarità è la capacità di degradare il petrolio. La mappa genetica del batterio è stata completamente mappata. I ricercatori hanno individuato una serie di cluster di geni unici e caratteristici del batterio, identificandoli come quelli che gli consentono di spezzare in frammenti più piccoli e digeribili gli idrocarburi saturi presenti nel petrolio. Grazie al sequenziamento del genoma, i ricercatori sperano di disporre delle» conoscenze di base essenziali per progettare, sviluppare e ottimizzare le strategie razionali atte a mitigare i danni ecologici conseguenti alle perdite di petrolio nel sistema marino». Ogni anno, nel solo mare Mediterraneo, sono oltre duecentomila le navi, di cui circa 300 le grandi petroliere. Il solo inabissamento della petroliera Prestige aveva comportato un riversamento nelle acque marine di oltre settantamila tonnellate di petrolio, solo in parte recuperato con faticosi e complessi interventi.

CONTRASTO


5,00

Il prezzo medlo globale di un metro cubo (costo sulla base di un consumo di 120 metri cubi annui)

0,75 Italia

1,83

1,48 Spagna

2,77 Svezia

2,73

Francia

3,07

Finlandia

3,48

Belgio

Olanda

Germania

Danimarca

FONTE: IL SOLE 24ORE

3,84

Regno Unito

5,12

FONTE: AUTORITÀ DI VIGILANZA SULLO STATO DEI SERVIZI IDRICI

TARIFFE EUROPEE A CONFRONTO: ITALIA IN CODA

LA QUALITÀ DELLE RISORSE IDRICHE DEI FIUMI ITALIANI

2%

18% 37%

Ottima Sufficiente Buona Insufficiente

43%

numeri

123

La risorsa dell’acqua sempre più scarsa

migliorata la disponibilitùà di risorse idriche nel Centro-Sud e nelON UN CONSUMO di circa 740 metri cubi l’anno per abile Isole. Nel complesso l’acqua disponibile in Italia è di circa 53 mitante, l’Italia occupa i vertici della classifica europea liardi dimetri cubi l’anno- 40miliardi la risorsa superficiale e 13midi consumo idrico per abitante (la media nella Ue è liardi le risorse sotterranee - un po’ al di sotto rispetto al fabbisogno di 612 mc/anno).Superiamo la media europea anche per lo sfrutche è di 54,3miliardi di metri cubi l’anno. tamento di acqua di falda con il 23% dei prelievi complessivi (conL’attuazione della legge Galli, la 36 tro il 13% della media Ue) e per il SPESA PRO-CAPITE ANNUA IN ITALIA [valori in euro] del 1994, concepita per superare la consumo di acqua minerale con 182 Trentino Valle d’Aosta frammentazione rappresentata dalle 8 litri l’anno a persona. La portata dei 54,71 48,15 Lombardia mila gestioni comunali, sostituite da principali fiumi italiani ha subito un Friuli Venezia Giulia Veneto Piemonte 51,47 51,29 ambiti territoriali ottimali (Ato) più decremento di circa il 20 per cento. 61,62 62,91 ampi, presenta luci e ombre. Sono staNei bacini del Nord, in particolare Emilia Romagna ti costituiti 87 Ato dei 91 delimitati dalnei bacini del Po e dell’Adige, nel 76,73 Marche Liguria Toscana le regioni, i 4 mancanti sono nel Friuli 2005 si sono registrate precipitazio68,30 68,58 79,84 Venezia Giulia (3) e nella Lombardia ni ancora inferiori e le portate medie Abruzzo Molise Umbria 63,66 46,26 (1). In 80 Ato è stato approvato un piadei due fiumi sono al di sotto delle 71,46 no d’ambito, spesso però «senza dare medie pluriennali. Puglia Lazio 110,29 seguito alle procedure d’affidamento». L’Autority per le risorse idriche 62,59 Gli affidamenti sono stati deliberati in segnala come la tendenza alla dimiSardegna Campania 57,06 soli 9 casi con procedure concorsuali e nuzione delle piogge potrebbe cau63,66 in 34 casi senza gara. La stima degli insare in Italia episodi di siccità semBasilicata Calabria 70 vestimenti annui previsti, nell’esame pre più frequenti e prolungati. 61,66 dei Piani d’Ambito, si attesta su 3,7 miMentre lo scorso anno per effetto La cifra comprende i costi per depurazione, liardi di euro l’anno. dell’aumento delle precipitazioni è Sicilia

C

FONTE: CITTADINANZATTIVA

CISL CAF

fognatura, acquedotto.

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74,65

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| numeridell’economia |

L

risalente all’epoca sovietica). Il presidente Vladimir Putin ha deciso il rimborso anticipato di tutto il debito con l’obiettivo di risparmiare 7,7 miliardi di dollari che la Russia avrebbe dovuto pagare nei prossimi anni a titolo di interessi. Alcuni paesi - in primis la Germania - si erano inizialmente

opposti alla mossa di Putin, possibile perché finanziariamente la Russia attuale scoppia di salute grazie ai prezzi stellari del gas e del petrolio di cui è ricchissima. Al 1 aprile 2005 la Russia aveva con i paesi del Club di Parigi un debito complessivo di 46,2 miliardi di dollari.

.

Erosione idrica Erosione eolica Deterioramento chimico Deterioramento fisico Totale generale

370,5

79,4

38,4 37,8

99,4

2,2 1,0 NORD AMERICA

48,1 38,6

1.035,1

467,4

432,4

+16,7 Lug. +9,6 Giu. -1,6 Mag. +7,0 Giu. -5,4 Mag. +22,5 Giu. +10,9 Giu. +5,5 Giu. +6,1 Giu. +8,9 Giu. -0,6 Giu. +2,3 Giu. +12,0 Mag. +6,9 Giu. +11,7 Giu. -8,0 Apr. +4,0 2005 +10,4 Mag. +6,1 Giu. +11,4 Giu. +10,5 Giu. +11,5 Giu. +12,4 Giu. +2,9 Lug.

GLOSSARIO DELLE MATERIE PRIME BIOCARBURANTI (o biofuels) carburanti di origine biologica, alternativi a quelli derivati dal petrolio. Comprendono I’etanolo e i biodiesel. ETANOLO è un alcool distillato da prodotti agricoli (di solito canna da zucchero o mais). Usato come additivo per benzina oppure direttamente come carburante. BIODIESEL derivato da semi oleosi (colza, girasole, soia, ecc). Essendo simile al gasolio da autotrazione, può esservi miscelato oppure sostituirlo. BIOETANOLO è un alcool ottenuto dalla fermentazione di prodotti agricoli ricchi di carboidrati e zuccheri, come: cereali (mais, sorgo, frumento, orzo) colture zuccherine (bietole e canna da zucchero) frutta, patate, vinaccia.

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FONTE: IL SOLE 24ORE

Cina +11,3 II Trimestre India +9,3 I Trimestre Indonesia +5,2 II Trimestre Malesia +5,3 I Trimestre Filippine +5,5 I Trimestre Singapore +8,1 II Trimestre Corea del Sud +5,3 II Trimestre Taiwan +4,9 I Trimestre Tailandia +6,0 I Trimestre Argentina +8,6 I Trimestre Brasile +3,4 I Trimestre Cile +5,1 I Trimestre Colombia +3,7 II Trimestre Messico +4,7 II Trimestre Perù +6,9 Giugno Venezuela +9,2 II Trimestre Egitto +5,9 I Trimestre Israele +6,2 II Trimestre Sud Africa +4,0 I Trimestre Turchia +6,4 I Trimestre Repubblica Ceca +7,4 I Trimestre Ungheria +3,6 II Trimestre Polonia +5,2 I Trimestre Russia +5,5 I Trimestre

PREZZI AL CONSUMO

BILANCIA COMMERCIALE

+1,0 Lug. +7,7 Giu. +15,2 Lug. +4,1 Lug. +6,4 Lug. +1,4 Giu. +2,3 Lug. +0,8 Lug. +4,4 Lug. +10,6 Lug. +4,0 Lug. +3,8 Lug. +4,3 Lug. +3,1 Lug. +1,5 Lug. +13,5 Lug. +8,4 Lug. +2,4 Lug. +4,9 Giu. +11,7 Lug. +2,9 Lug. +3,0 Lug. +1,1 Lug. +9,6 Lug.

+127,0 Luglio -41,0 Giugno +33,5 Giugno +27,1 Giugno -3,9 Maggio +33,4 Giugno +17,0 Luglio +11,3 Luglio -2,4 Giugno +11,8 Giugno +45,3 Luglio +17,0 Luglio +1,1 Maggio -4,2 Giugno +6,3 Giugno +34,8 I Trimestre -11,2 I Trimestre -7,9 Luglio -6,9 Giugno -42,4 Giugno +1,6 Giugno - 3,4 Giugno -2,6 Maggio +138,6 Giugno

OLIO DI COLZA 22/5

€/tonn

Olanda - Nov-Gen fob Rotterdam

TASSI INTERESSE

3,00 6,34 12,32 3,88 7,25 3,50 4,70 1,79 5,40 10,13 14,70 5,16 6,45 7,03 4,32 10,19 8,82 5,64 8,10 19,93 2,36 7,27 4,18 11,50

PALMOIL GREZZO 20/7

22/5

$/tonn

34,7 26,9 17,0 0,4 SUD AMERICA

Malaysia-Sumatra - Ago-Set cif Rotterdam

475

675

460

650

445

LE PREVISIONI SUI PAESI RICCHI PAESE

PIL

Australia Austria Belgio Gran Bretagna Canada Danimarca Francia Germania Italia Giappone Olanda Spagna Svezia Svizzera Stati Uniti Area Euro

MIN/MAX 2006

MIN/MAX 2007

2,3/3,7 1,8/2,4 1,7/2,5 1,7/2,6 2,7/3,4 2,5/3,3 1,5/2,2 1,5/2,2 1,0/1,5 1,9/3,5 1,6/3,1 2,8/3,5 3,0/4,1 1,7/2,8 2,8/3,9 1,8/2,4

2,7/3,9 1,2/2,2 1,6/2,2 1,9/2,8 2,6/3,1 2,0/3,1 1,6/2,4 0,2/2,1 0,6/1,7 1,4/3,8 1,4/2,4 2,4/3,1 2,5/3,1 0,9/2,5 2,4/3,5 1,3/2,4

In %, la quota destinata al mercato interno. Dati 2004-2005

430

600

415

372,00

INFLAZIONE MEDIA 2006

MEDIA 2007

3,2 2,3 2,4 2,4 3,2 2,7 2,0 1,7 1,3 3,0 2,2 3,3 3,6 2,8 3,4 2,2

3,3 2,0 2,0 2,5 2,9 2,3 2,0 1,3 1,1 2,4 2,1 2,8 2,9 2,0 2,7 1,8

2006

2,9 2,0 2,2 1,9 2,1 1,9 1,7 1,6 2,1 0,3 1,5 3,3 1,4 1,1 2,9 2,1

LE ECCEDENZE NEL MONDO [in milioni di tonnelate]

Mais Mais Semi Semioleosi oleosi 99,69

126,49 114,21

27,04

Zucchero*

Etanolo* 625

16,0 0,6 1,2 OCEANIA

TOTALE

Canna 700

87,4

69,6

34,7

LA PRODUZIONE BRASILIANA 20/7

159,9

100,6

FONTE: UNCA SAO PAOLO

PRODUZIONE INDUSTRIALE

9,6

ASIA

26,5 13,9 AFRICA

79,0

LE NAZIONI EMERGENTI PIL

50,2

4,1 8,6 EUROPA 319,4

119,1

PAESE

157,5 153,2

14,28

*sono quasi uguali, in termini di volume

Fino al 2004-05 il 48-50% delIa canna da zucchero brasiliana era destinata aII'etanolo. Quest'anno si potrebbe arrivare al 52%

40,22

2007

BILANCIO STATALE (IN % DEL PIL) 2006 2007

2,7 1,8 1,9 1,9 2,2 1,9 1,6 2,3 1,9 0,6 1,5 2,8 1,9 1,2 2,3 2,1

-5,4 +0,2 +2,2 -2,3 2,0 2,9 -1,3 3,9 -1,5 3,7 5,2 -6,9 6,7 13,1 -6,8 -0,1

-4,0 +0,2 2,3 -2,3 1,4 2,7 -1,1 3,9 -1,4 3,5 5,1 -7,0 6,3 12,4 -6,8 --------

L’ETANOLO VA A RUBA

80% La percentuale di auto a etanolo sul totale di quelle vendute in Brasile nel 2006. I distributori di etanolo sono 20miIa

54,23

49,68

1,29 I milioni di vetture flex-fuel (possono usare benzina o etanolo) in circolazione in Brasile

2003-04

2004-05

2005-06 (previsioni) |

ANNO 6 N.42

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SETTEMBRE 2006

| valori | 79 |

FONTE: IL SOLE 24ORE

con il Club di Parigi: ha rimborsato in anticipo l’ultima quota dovuta, pari a 23,7 miliardi di dollari. L’annuncio è stato dato dalla Vneshtorgbank, la banca statale russa che per conto del governo ha provveduto a saldare il debito (per il 95% A RUSSIA NON HA PIÙ DEBITI

DETERIORAMENTO DEI SUOLI IN GRADO DI PRODURRE ARIDITÀ, NEGLI ANNI NOVANTA PER TIPOLOGIA DI CAUSE [ IN MILIONI DI ETTARI ]

FONTE: US DEPARTMENT OF AGRICULTURE

Rimborso anticipato del debito da parte di Mosca

FONTE: UNEP

| numeridell’economia |


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indiceetico

| numeridivalori |

portafoglioetico

| numeridivalori |

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IL PORTAFOGLIO DI VALORI

NORDISKT HÅLLBARHET INDEX NOME TITOLO

ATTIVITÀ

BORSA

Electrolux H&M Trelleborg Orkla Kesko Statoil Svenska Handelsbanken Storebrand Gambro Coloplast Novozymes Metso Skanska Tomra Tietoenator Nokia Holmen UPM-Kymmene Telenor Volvo

elettrodomestici abbigliamento componenti meccaniche alimentari/media distribuzione petrolio servizi bancari assicurazioni tecnologia medica tecnologia medica farmaceutici macchine industriali edilizia macchine industriali software telefoni carta carta telecomunicazioni automobili

Stoccolma, Svezia Stoccolma, Svezia Stoccolma, Svezia Oslo, Norvegia Helsinki, Finlandia Oslo, Norvegia Stoccolma, Svezia Oslo, Norvegia Stoccolma, Svezia Copenaghen, Danimarca Copenaghen, Danimarca Helsinki, Finlandia Stoccolma, Svezia Oslo, Norvegia Helsinki, Finlandia Helsinki, Finlandia Stoccolma, Svezia Helsinki, Finlandia Oslo, Norvegia Stoccolma, Svezia

CORSO DELL’AZIONE AL 13.07.2006

RENDIMENTO DAL 31.12.2004 AL 13.07.2006

100,50 SEK 268,00 SEK 123,50 SEK 292,00 NOK 31,920 € 187,50 NOK 180,00 SEK 60,50 NOK 115,00 SEK 428,50 DKK 377,50 DKK 27,38 € 106,50 SEK 52,50 NOK 21,20 € 14,78 € 290,50 SEK 16,75 € 77,00 NOK 371,50 SEK

27,57% 13,38% 7,04% 66,62% 77,83% 105,13% 1,90% 7,49% 18,87% 42,15% 35,77% 134,82% 30,79% 63,86% -9,40% 27,19% 23,70% 2,38% 45,51% 11,44%

Rendimento del portafoglio dal 31.12.2004 al 13.07.2006 *Il rendimento di Volvo è calcolato dall’entrata del titolo nell’indice (2 settembre 2005)

+36,12%

BORSA

Sabaf Heidelberger Druck. CSX Body Shop International Henkel Aviva Svenska Handelsbanken Novo Nordisk Merck Kgaa 3M Company FLS Industries Mayr – Melnhof Karton Verizon Intel Canon Stmicroelectronics BG Group Severn Trent Vestas Wind Systems Boiron

pezzi per forni a gas macchine per la stampa trasporti cosmetici detergenti, cosmetici assicurazioni servizi bancari farmaceutici farmaceutici/chimica grafica, edilizia edilizia cartone telecomunicazioni tecnologia Informatica tecnologia digitale semiconduttori gas ciclo acqua pale eoliche medicina omeopatica

Milano, Italia Francoforte, Germania New York, USA Londra, Gran Bretagna Francoforte, Germania Londra, Gran Bretagna Stoccolma, Svezia Copenaghen, Danimarca Darmstadt, Germania New York, USA Copenaghen, Danimarca Vienna, Austria New York, USA Santa Clara, USA Tokyo, Giappone Milano, Italia Londra, Gran Bretagna Londra, Gran Bretagna Copenaghen, Danimarca Parigi, Francia

BUCCE DI BANANA. Sono quelle su cui stanno scivolando i mercati negli ultimi mesi. Ne fanno le spese anche i nostri indici etici. Il Nordiskt ha perso sette punti rispetto a fine Rendimenti dal 31.12.2004 al 13.07.2006 Nordiskt Index [in Euro] 36,12% maggio. Il portafoglio etico di Valori cinque. Prima i timori legati all’inflazione, poi lo spauracchio dei tassi in salita, quindi il petrolio. Da maggio a metà Eurostoxx 50 price Index [in Euro] 20,71% giugno gli indici hanno bruciato 14 punti di rendimento. Poi dagli USA sono arrivati segnali incoraggianti sui tassi e le borse sono tornate a salire. Ma il “rimbalzo” è durato poco. Dietro l’angolo c’era un’altra buccia: gli Telenor Sede Fornebu, Norvegia Borsa OSE – Oslo Rendimento 31.12.2004 – 13.07.2006 45,51% attacchi di Israele al Libano, che hanno spinto Attività Compagnia telefonica norvegese. In parte privatizzata negli anni novanta, dal 2000 il petrolio verso nuovi record. Le montagne rusè quotata alla borsa di Oslo. Attiva nella telefonia mobile e fissa e nei media (TV). se in cui si sono infilati i listini sembrano non Oltre 20.000 i dipendenti, il 60% dei quali è impiegato in Norvegia. conoscere tregua. Non è un caso che il Banana Skin Index, che misura l’ansia degli operatori fiResponsabilità sociale nanziari, sia tornato ai livelli del 2001. I princiGiudizio complessivo Attenzione all’impiego e al ricollocamento dei lavoratori in esubero. Notevole riduzione pali motivi di preoccupazione identificati dai del consumo di energia. 485 banchieri, finanzieri e funzionari interviPolitica sociale interna In seguito alla privatizzazione il personale è stato ridotto, soprattutto in Norvegia. Gli effetti dei tagli sono stati mitigati da efficaci politiche di ricollocamento interno ed esterno. stati per la costruzione dell’indice, sono l’eccesPolitica ambientale Molto buoni i risultati ottenuti in campo ambientale. Il consumo di energia è stato ridotto so di regolamentazione, il rischio di credito, i notevolmente negli ultimi anni. L’87,2% dell’energia consumata proviene da fonti rinnovabili. derivati e le materie prime. Gli shock politici Politica sociale esterna Telenor è presente in Malesia e Bangladesh, due Paesi sensibili dal punto di vista dei diritti –come l’improvvisa crisi in medio-oriente- soumani. L’impresa ha esteso l’applicazione delle norme ILO (Organizzazione Internazione no solo al 15° posto. Del resto le vere bucce di del Lavoro) e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo a entrambi i Paesi. banana sono quelle che nessuno si aspetta.

CORSO DELL’AZIONE AL 13.07.2006

RENDIMENTO DAL 31.12.2004 AL 13.07.2006

22,33 € 34,48 € 64,55 USD 299,75 £ 91,57 € 690,00 £ 180,00 SEK 371,00 DKK 67,01 € 71,63 USD 216,50 DKK 129,71 € 31,74 USD 17,72 USD 5.620,00 JPY 11,74 € 724,50 £ 1.196,00 £ 161,00 DKK 15,18 €

17,36% 37,92% 72,89% 91,50% 43,08% 12,68% 1,90% 23,69% 33,22% -6,31% 109,53% 3,52% -15,89% -34,08% -2,44% -17,39% 106,15% 26,81% 136,02% -38,04%

Rendimento del portafoglio dal 31.12.2004 al 13.07.2006

+ 30,77%

€ = euro, £ = sterline inglesi, USD = dollari USA, SEK = corone svedesi, DKK = corone danesi, JPY = yen giapponesi

Portafogli verso il traguardo pagine a cura di Mauro Meggiolaro

ANANA SKINS”.

UN’IMPRESA AL MESE

“B

UN’IMPRESA AL MESE

ATTIVITÀ

€ = euro, SEK = corone svedesi, DKK = corone danesi, NOK = corone norvegesi

Le borse scivolano sulle bucce di banana

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NOME TITOLO

della gara. I due portafogli etici di Valori sembrano destinati ad avere la meglio sugli indici di borsa tradizionali con cui abbiamo Rendimenti dal 31.12.2004 al 13.07.2006 Portafoglio di Valori [in Euro] 30,77% scelto di confrontarli. Dopo un anno e mezzo di gioco il nostro indice Nordiskt, che raggruppa venti imprese scandinave di alto profilo socio-amMSCI DM World price Index [in Euro] 18,38% bientale, è in vantaggio di 15 punti sul DJ Eurostoxx 50. Il portafoglio etico di Valori è avanti di 10 punti sull’indice azionario internazionale MSCI DM World. La maggior parte delle imprese che abbiamo Severn Trent scelto sono cresciute molto nei periodi di Sede Birmingham, Gran Bretagna Borsa LSE – Londra Rendimento 31.12.2004 – 13.07.2006 26,81% Attività Il Gruppo Severn Trent è specializzato nel trattamento dell’acqua e dei rifiuti. espansione dei mercati, mentre hanno sofLa divisione Severn Trent Laboratories è leader mondiale nei test ambientali. ferto nelle fasi di incertezza, come quella che Il Gruppo impiega 15.000 persone. stiamo attraversando. In genere si tratta di tiResponsabilità sociale toli “growth” oppure a capitalizzazione meGiudizio complessivo Successo nella produzione di energia dai rifiuti. Riduzione degli incidenti sul lavoro. dio-bassa: imprese con buone prospettive di Attenzione agli investimenti sociali. crescita che espongono però anche a rischi Politica sociale interna Il tasso di incidenti sul lavoro è in continua diminuzione. Misure per monitorare e promuovere le pari opportunità. Promozione del telelavoro e della flessibilità. maggiori. Severn Trent, la società che vi prePolitica ambientale Con il trattamento dell’acqua e dei rifiuti Severn Trent genera il 5% dell’energia rinnovabile sentiamo questo mese è l’eccezione che conprodotta in Gran Bretagna. Sistema di gestione ambientale a livello di Gruppo. ferma la regola. Specializzata nel trattamento Certificazione ISO 14001 per 48 impianti. Il Piano di Azione sulla Biodiversità interessa il 70% delle attività del Gruppo. dell’acqua e dei rifiuti, in borsa ha un andaPolitica sociale esterna L’1% dell’utile viene investito a sostegno delle comunità locali. Ogni anno Severn Trent mento che non riserva grosse sorprese. Rari seleziona 10 associazioni non profit che si impegna a sostenere soprattutto con gli slanci, ma anche i tonfi. E un rendimento il volontariato dei suoi dipendenti. Tre le aree di intervento: educazione, ambiente e welfare. da inizio gioco di tutto rispetto: + 26,81%.

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ANCA SOLO UNA PUNTATA ALLA FINE

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in collaborazione con www.eticasgr.it | 80 | valori |

ANNO 6 N.42

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| padridell’economia |

Dieci numeri annui di Valori

Stuart Chase

+

La tragedia dello spreco

Undici numeri annui di Nigrizia a

di Francesca Paola Rampinelli

A TRAGEDIA DELLO SPRECO”, PUBBLICATA NEL 1965, è probabilmente l’opera più famosa di Stuart Chase, economista americano il cui pensiero ha animato il dibattito culturale e politico negli Stati Uniti per oltre mezzo secolo. Chase, nato a Somersworth, nel New Hampshire nel 1888 e morto quasi centenario a Redding, in Connecticut, nel 1985, studiò economia e ingegneria al MIT di Boston per poi laurearsi ad Harvard “cum laude” nel 1910, ma, nel corso della sua carriera, si occupò approfonditamente anche di argomenti quali la semantica in generale e lo studio del linguaggio fino ad approfondire, tra i primi, le tecniche della comunicazione pubblicitaria. Affrontando proprio i temi legati al linguaggio e alla comunicazione, nel 1938 in “The Tyranny of Words”, Chase afferma che «noi confondiamo continuamente l’etichetta con l’oggetto, e così assegniamo un valore spurio ad un termine, come se fosse qualcosa di vivo e attivo, in maniera autonoma. Quando questa tendenza a generare identità si allarga dai cani a più elevate astrazioni come ‘la libertà’ ‘la giustizia’ ‘l’eterno’, dando ad esse il valore di entità concrete, quasi nessuno capisce quello a cui tutti gli altri alludono. Se siamo consapevoli di operare astrazioni, non c’è nessun problema, in quanto possiamo maneggiare questi termini elevati come fa un domatore esperto nei confronti di un leone. Se non siamo consapevoli di ciò, è molto probabile che cadremo in una serie di difficoltà». Sempre a proposito di linguaggio fu Chase a coniare l’espressione “New Deal”, che identificherà in seguito il programma economico del presidente Franklin Delano Roosevelt di cui fu un L’economista precorse i tempi autorevole consulente. In una commemorazione del sia come critico dell’operato senza professore americano la rivista dell’Ateneo di Harvard principi delle multinazionale, sia afferma che «la sua vita e il suo lavoro lo hanno portato come precursore della nuova idea ad essere una figura di primo piano ed un innovatore di “protezione del consumatore” in campo internazionale sia come critico dell’operato senza principi delle multinazionali, sia come precursore della nuova idea di “protezione del consumatore”, sia come promotore delle politiche economiche altruistiche, sia in quanto fautore dell’istruzione anche per gli adulti, sia, infine, come sostenitore della necessità di un governo responsabile anche per quanto riguarda il campo dell’ecologia». Quanto alla diretta partecipazione alla vita pubblica del suo paese, Chase «è stato consigliere di presidenti ed ha brillantemente divulgato le più controverse questioni contemporanee presso il pubblico con oltre 35 libri e centinaia di scritti e articoli, sempre con lo scopo manifesto di aiutare davvero i suoi lettori a migliorare la vita quotidiana». Insomma, conclude la pubblicazione della Harvard University, «coerentemente al suo background di vero calvinista del New England, Chase ha sempre considerato questo lavoro come unico scopo necessario della sua vita». Tra gli eventi cruciali della carriera dell’economista statunitense c’è l’incontro e la successiva collaborazione con il filosofo economico Thorstein Veblen con il quale svilupperà una serie di progetti con lo scopo, ancora una volta, di aumentare l'efficienza e l'integrità manageriale e fiscale del governo e dell'industria nazionale. Saranno poi questi stessi temi a costituire il nucleo centrale dell’opera citata “La tragedia dello spreco”, che, con grande anticipo sui tempi, ha catturato l'attenzione di tutto il mondo per l’esame accurato dei sistemi industriali moderni e dei meccanismi della pubblicità. Del 1927 è invece il bestseller Your Money's Worth, scritto con il pioniere dell’avvocatura in difesa dei consumatori, F.J. Schlink, con il quale, nel 1929, fonderà Consumers Research, un'organizzazione senza scopo di lucro che sarà la prima precorritrice delle attuali unioni di consumatori.

“L

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ANNO 6 N.42

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SETTEMBRE 2006

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44 euro

Dieci numeri annui di Valori

+

Dieci numeri annui di Italia Caritas a

40 euro

Leggo doppio Leggo solidale Novità 2006 per i lettori. Valori a casa vostra, insieme a Nigrizia, l’unico mensile dell’Africa e del mondo nero, oppure insieme a IC, il mensile della Caritas Italiana, per capire meglio la società e il mondo che ci ruotano attorno, nel segno della solidarietà. Alleanza di pagine e idee, a un prezzo conveniente.

Bollettino postale

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Per l’attivazione immediata dell’abbonamento si prega di inviare copia del bonifico al fax 02 67491691 oppure file pdf all’indirizzo abbonamenti@valori.it

Mensile Valori n.42 2006  

Mensile di finanza etica, economia sociale e sostenibilità

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