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Un’idea di Città

#01, agosto 2013


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“poggio e buca fa pari!”

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“sparigliamo!”

“siam pari, si rimanda!”

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“se alfin si pareggia, si gioca ad oltranza!”

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“Ho pensato all’origine di tutti i numeri quadrati e ho scoperto che essi derivano dal regolare aumento dei numeri dispari. L’1 è un quadrato e da esso è prodotto il primo quadrato, chiamato 1; aggiungendo 3 a questo, si ottiene il secondo quadrato, 4, la cui radice è 2; se a questa somma viene aggiunto un terzo numero dispari, cioè 5, verrà prodotto il terzo quadrato, cioè 9, la cui radice è 3; per cui la sequenza e le serie dei numeri quadrati derivano sempre da addizioni regolari di numeri dispari.” Leonardo Fibonacci, matematico toscano

“pari, tutti uguali?” “lungo il cammino, i pari a destra, i dispari a sinistra.”


01.

“Un’idea di Città”

Firenze*dispari è una rivista on-line edita dall’associazione ‘PER FIRENZE’

l’editoriale di Claudio Fantoni

il tema del mese: 03. “Tramvia: buona la prima, ma poi..?” a cura di Marco Bazzichi

15-16. Viaggio sulla tramvia con l’ingegner Mantovani

09. 13.

“Città e Università: un dialogo che deve continuare”

21. 23. 27.

“Città Metropolitana: il traguardo è vicino”

di Alberto Tesi

“Una, nessuna e centomila” da Firenze a Santiago, un racconto sull’urbanistica a cura di Daniele Lauria 16-17. “La città verde sul fiume” di Mario Pittalis 19. “Fabbricando case (e non solo)” di Marco Toccafondi 20. “San Salvi: un’occasione di progettazione dal basso” a cura del Comitato ‘San Salvi chi può’ di Valdo Spini

“Sanità: più collaborazione tra ASL e Comuni” di Gavino Maciocco

“Superare i confini per uscire dalla crisi” a cura di Maurizio Abbati 32. “L’etica del lavoro e l’economia delle piccole cose” di Mario Pittalis

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numero 01, agosto 2013

Direttore Editoriale: Claudio Fantoni Redazione: Marco Bazzichi Dario Cafiero Maurizio Abbati Simona Ferrari NB: Tutti i testi sono originali e protetti da copyright, la loro diffusione è comunque ‘incoraggiata’, previa segnalazione alla redazione! Le fotografie utilizzate, quando non è specificata la provenienza, sono tratte dalla rete; la redazione si rimette alla disponibilità degli autori originali per ogni questione relativa ai diritti d’autore. Foto di copertina: Archivio Carnesecchi

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Firenze Dispari è sul web: www.firenzedispari.it per scriverci, inviarci contributi, foto e documenti: info@firenzedispari.it


l’editoriale

Un’ idea di Città a cura di Claudio Fantoni

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La città che vogliamo, quella giovane, dinamica e creativa, verde e pulita, della coesione sociale, a misura di bambino e di anziano, dei servizi educativi e del welfare di qualità, sicura e accogliente, dell’impresa e del lavoro... non si realizza e non si mantiene da sé. Occorre accompagnarla nella costruzione con passione e con metodo, ne dobbiamo avere cura, giorno per giorno, perché ciò che si realizza necessità di buone idee ma anche di buona amministrazione. Le città nel tempo mutano, si trasformano e l’esperienza ci insegna che il cambiamento non può essere lasciato alla casualità, occorre sia ben governato. Le città che si sono affidate all’estemporaneità, all’improvvisazione amministrativa, oggi pagano il prezzo di uno sviluppo mancato o distorto. Le città che invece hanno pensato se stesse, definito e realizzato un piano strategico sono quelle che in Europa e nel mondo, spesso superando anche gravi difficoltà causate da crisi profonde del tessuto sociale o economico tradizionale, sono progredite, hanno consentito ed agevolato occasioni di impresa, creato opportunità di lavoro, garantito adeguati standard di sicurezza sociale, istruzione, fruizione culturale. Le città in cui tutto ciò si è realizzato al meglio sono poi quelle in cui i processi decisionali hanno visto il coinvolgimento e la partecipazione dell’intera comunità che ha condiviso e quindi collaborato concretamente perché si raggiungessero gli obiettivi prefissati. Ed è proprio da qui che, anche a Firenze, dobbiamo ripartire. Dalla necessità di ricostruire e rendere esplicita un’idea organica di città. Dal coinvolgimento delle migliori energie presenti nel territorio a partire dall’Università, le categorie economiche, i sindacati, le associazioni. Dall’affrontare certamente la contingenza ma guardando al futuro. Dal superamento della grave propensione di chi governa a misurare tutto nei limiti temporali di una legislatura. Per cui si programma ciò di cui sarà possibile tagliare il nastro inaugurale a breve termine e si trascurano opere ed azioni importanti solo perché i risultati saranno visibili nel medio lungo termine e i frutti li raccoglierà chi verrà dopo. A Firenze dobbiamo quindi ripartire e lo dobbiamo fare in primo luogo dalla definizione e l’individuazione della dimensione territoriale in cui occorre agire. Non possiamo certo pensare che la città si risolva nel suo centro storico perché, come è del tutto evidente, questa era la città me-


dioevale e nel frattempo è passato un bel po’ di tempo e sono cambiate molte cose. Non possiamo però neppure fermarci agli attuali limiti del Comune, sicuramente più recenti ma virtuali perché la città è cambiata, si è ‘allargata’ sconfinando. Oggi dobbiamo prendere in considerazione l’area urbana fiorentina, la città metropolitana e, su scala più ampia, la cosiddetta area vasta. Il punto è che lo dobbiamo fare, ancora una volta, avendo un’idea, riuscendo ad individuare con chiarezza il perché e quali siano i vantaggi per i cittadini. Se la discussione si concentrerà solo sugli assetti istituzionali, di chi è come sarà eletto il sindaco della città metropolitana e si trascurerà il merito, sprecheremo ulteriormente tempo. Perderemo l’occasione di ragionare e programmare, ad esempio, il sistema di trasporto pubblico metropolitano, questione su cui marchiamo un grave ritardo nella realizzazione di quanto già programmato (leggi le ulteriori linee della tranvia) o che necessitano di un tavolo permanente di confronto per valutare, ad esempio, la recente richiesta da parte del Sindaco di Campi di una linea tranviaria che colleghi Campi a Firenze. Mancheremo di migliorare le nostre politiche per la casa perché, sebbene siano stati compiuti significativi passi in avanti sulla gestione, resta una irragionevole frammentazione che finisce per compromettere la capacità di dare una risposta al fabbisogno abitativo. Non riusciremo a pianificare azioni per favorire lo sviluppo economico e le politiche per il lavoro che richiedono pianificazione territoriale e infrastrutturale coerente, una valutazione della distribuzione delle funzioni e dei servizi, un’analisi condivisa delle esigenze delle imprese. Perderemo l’occasione di uscire dallo stato di disordine e rimozione in cui ci troviamo. Perché è del tutto evidente che stiamo agendo come se la realtà fosse un’altra. Basti pensare che stiamo discutendo della necessaria riqualificazione del parco delle Cascine, trascurando il fatto che questo è ormai un tutt’uno con il parco dei Renai di Signa, cosa che non costituisce un problema ma una grande opportunità da cogliere. Se c’è una Firenze dispari, provocazione linguistica e titolo di questa rivista, questa è la Firenze dei fatti, quella che i problemi li guarda in faccia per cercare le soluzioni migliori, che richiede impegno, governo responsabile e spirito di servizio che guarda davvero al merito e riapre una discussione pubblica e trasparente sul suo futuro.

Serve un impegno condiviso, una partecipazione ampia al progetto della città del domani. Per Firenze, e solo per Firenze.

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il tema del mese

Tramvia: buona la prima, ma poi...?

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In tre anni e mezzo la tramvia ha conquistato i cittadini più scettici anche se la “1” da sola non è sufficiente. Riusciremo a fare le altre linee?

a cura di Marco Bazzichi

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LINEA 1 DELLA TRAMVIA: UN SUCCESSO OLTRE LE PREVISIONI Il dibattito in città sulla tramvia è stato molto acceso, persino infuocato, negli anni che, con tanto di referendum, hanno preceduto l’inaugurazione della linea 1 tra Firenze e Scandicci. Una cronaca minuto per minuto ne aveva seguito l’ideazione, la progettazione, le varianti in corso d’opera e la disputa sull’opportunità del suo passaggio da piazza del Duomo. Tre anni e sei mesi dopo, quanti avevano creduto nel successo di questo mezzo possono festeggiare, guardandone il continuo aumento dei passeggeri. Anche gli scenari più apocalittici si sono dissolti, soprattutto quello delineato da chi pensava che fosse una truffa, ai danni del contribuente, il tetto dei 10 milioni di biglietti da staccare ogni anno per mantenere in equilibrio il project financing. I milioni, di quei biglietti, sono diventati 13, l’utenza media giornaliera è arrivata a 44 mila passeggeri, e ogni giorno 2 mila tra automobili e motorini, che fino al febbraio 2010 percorrevano le strade tra Porta al Prato e Scandicci restano nel garage di casa. La tramvia piace, piace a quei fiorentini che, va detto, magari sono abituati a snobbare il normale autobus, piace in termini di impatto ambientale, comfort, puntualità, design. E di rapidità: il percorso della linea 1, col mezzo privato, ma anche in autobus, richiedeva dai 35 ai 70 minuti di tempo, nelle ore di punta, mentre col tram, a prescindere dal meteo e dal traffico circostante


ci vogliono 23 minuti. Con questo, la tramvia non è un dogma e presenta tante criticità, a partire dai costi di costruzione e di manutenzione. E spesso ci si domanda se, per una città come Firenze, non sarebbe stato più semplice percorrere la strada dei filobus o, ancora più semplicemente, di potenziare le corsie preferenziali dei bus. Resta però il fatto che il tram è una realtà assodata, per esempio, ad Hannover, Strasburgo, Nizza, Dijon, i cui sistemi molteplici di linee tramviarie sono diventati la risposta essenziale del trasporto pubblico al problema generale del trasporto urbano o, piuttosto, l’asse intorno al quale si è riorganizzata l’intera mobilità, pubblica e privata, in queste città europee, spesso delle dimensioni di Firenze. E, allora, perché non si procede anche qui almeno con i lavori per la seconda linea della tramvia? Ha senso mantenere una sola linea? Sono questioni alle quali è stato dedicato uno spazio infinitamente inferiore rispetto alle incandescenti (sia pur legittime) polemiche che hanno accompagnato la linea 1 dalla prima asta, che andò deserta, fino al 14 febbraio 2010 quando centinaia di fiorentini si premevano per dare una stretta di mano al Sindaco Matteo Renzi. Poco distante dalla calca di via Alamanni, quella domenica, se ne stava, soddisfatto a contemplare l’inaugurazione della tramvia, Roberto Montelucci, un tempo responsabile del trasporto dei trasporti su rotaia della Regione Toscana: “ho atteso 52 anni questo momento”, spiegava Montelucci, convinto che presto sarebbero partiti i lavori per la linea 2, e che si sarebbero conclusi rapidamente. Il travaglio della linea 1 non si sarebbe ripetuto: “no, perché non hanno saputo lavorare, adesso sanno come fare”. In effetti, le continue interruzioni dei lavori della linea 1 non si sono ripetute per la linea 2, che è direttamente ferma al palo. O poco oltre: ai lavori preliminari, in particolare, ai sottoservizi della zona nord di Firenze, avviati il 5 novembre 2011, otto mesi dopo l’approvazione del progetto esecutivo, per poter andare, un giorno, chissà quando, da Peretola a piazza dell’Unità d’Italia. COSTRUIRE LA NUOVA TRAMVIA: SERVE DAVVERO UN’IMPRESA Assieme alla linea 2, come una gemella, c’è il primo lotto della linea 3, noto come 3.1, da Careggi e Santa Maria Novella, mentre resta in via di definizione la progettazione della secondo lotto, o linea 3.2 verso la zona Sud-Est di Firenze. Generosamente, nel piano strutturale si sono volute inserire persino altre due linee: la 4 e la 5. Sono appena oltre un’idea buttata sulla carta, “previsioni sullo sviluppo futuro del sistema tramviario”. firenze*d1spar1 #01


Intanto, partire con i lavori della linea 2 sarebbe un bel passo avanti nella realtà. Cosa impedisce di avviare veramente i cantieri, almeno della linea 2? I lavori si sarebbero dovuti chiudere in mille giorni, secondo un annuncio ripetuto due volte, in due tempi diversi. 500 di quei giorni se ne sono già andati e quello che si è ottenuto è soltanto una continua rimodulazione del cronoprogramma: l’ultima “ipotesi”, del primo marzo 2013 prevedeva l’inizio dei lavori per l’8 aprile. Ma, ha fatto sapere Palazzo Vecchio, “ad oggi, nonostante nella riunione con gli Enti Finanziatori del 15/2/2013 fosse stato condiviso un percorso per pervenire al closing finanziario il 27/3/2013 e conseguentemente iniziare i lavori, l’offerta formale vincolante degli Enti Finanziatori (Lettera di Underwriting), che fornisce garanzia della disponibilità del finanziamento privato necessario per la copertura economica dell’opera, non è ancora pervenuta al Concessionario e, pertanto, non è possibile procedere all’approvazione della stessa unitamente a tutte le bozze contrattuali di revisione della Concessione.” In sostanza, i lavori non partono perché il concessionario, che è la società Tram di Firenze SpA, non ha ricevuto la disponibilità della banche a coprire le garanzie per la parte privata della spesa. Come si è ormai abituati a sentire da un decennio, i soldi non vengono messi sul piatto dalle banche perché c’è la crisi e perché hanno altro su cui investire. Oltre che sulla mancanza di credito, c’è chi ha preferito insistere sull’assenza di un’impresa (con la ‘i’ minuscola) in grado di compiere l’opera. Baldassini Tognozzi Pontello, che in Toscana e in alcune parti d’Italia, aveva avuto qualunque sorta di appalto, si è dissolta, anche per motivi giudiziari. Il ramo d’azienda della tramvia fiorentina era passato a Impresa (con la ‘I’ maiuscola), ma anche questa azienda non è in grado di rispettare gli impegni presi perché sopraffatta dalla propria situazione economica, e ha chiesto al tribunale fallimentare di Roma di poter ristrutturare i debiti. PERCHE’ NON SI AVVIANO I CANTIERI? Passo indietro delle banche, nessuna azienda si fa avanti, nonostante la positiva esperienza della linea 1, e certamente passo indietro del Sindaco. Ci si deve forse accontentare della spiegazione fornita dal Corriere Fiorentino lo scorso 13 giugno? “Matteo Renzi -scrive Claudio Bozza- dopo aver annunciato almeno cinque date per l’inizio (reale) dei cantieri sembra essersi arreso davanti all’evidenza: a forza di slittamenti, infatti, le prossime elezioni (25 maggio 2014) sono ormai troppo vicine. E troppo rischioso, ai fini del consenso in città, sarebbe far partire cantieri assai invasivi, che causerebbero disagi 05


e scontento di cittadini e commercianti.” D’altra parte, non tutto è fermo sul fronte finanziario. Al contrario, mentre fa discutere la possibilità di perdere i 36 milioni di copertura da parte dell’Unione Europea, è passato quasi sotto silenzio il fatto che la Cassa Depositi e Prestiti ha approvato il finanziamento da ben 133 milioni di euro a Tram di Firenze Spa “per la realizzazione del sistema integrato di Tramvia”. Soldi che, ovviamente, non si muoveranno finché non saranno sottoscritti i contratti con le adeguate garanzie bancarie. Circa 70 milioni sono dunque pronti sul piatto che diventano 175 con i contributi al materiale rotabile, ma sembrano insufficienti a far uscire da questo stallo. A tale cifra bisogna poi aggiungere le disponibilità dello stesso Comune di Firenze, di Ferrovie e dei finanziamenti statali, corrispondenti rispettivamente a circa 85, e 38 e 120 milioni di euro. In tutto, per fare la linea 2 e la linea 3.1 tre servono, come preventivo, circa 420 milioni di euro.

INTERRARE LA 2 NEL CENTRO STORICO: A QUALE PREZZO? I soldi pubblici quindi sembrano esserci tutti, manca il privato che ci creda. Interrare un lungo tratto della 2, costruendo delle fermate sotterranee sotto piazza Santa Croce e piazza della Repubblica, a questo punto, appare come una proposta allettante e intuitiva, ma rischia di rendere nei fatti il progetto irrealizzabile o comunque rinviabile ad un tempo assolutamente indefinito. Stilando una media dei costi delle tramvie nei centri storici paragonabili a quello di Firenze, al chilometro si sono spesi tra i 38 e i 45 milioni di euro, contro i 25 circa di media assoluta. Andare sottoterra implica invece un esborso tra i 65 milioni per le gallerie meno profonde e circa 110 milioni per quelle più profonde. In altre parole: la crisi, se morde a voler passare in superficie, si mangerebbe quel che resta della tramvia in un sol boccone a voler passare sottoterra. E la mobilità fiorentina, sempre più congestionata, ha bisogno di quelle risposte che proprio un sistema integrato sul ferro sembra in grado di poter dare. I prossimi mesi diranno se la nomina del commissario straordinario di Impresa Spa, Daniela Saitta, ha sbloccato definitivamente la situazione.

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“Passare sottoterra? Tecnicamente tutto è possibile, ma....”

Viaggio sulla tramvia con l’ingegner Giovanni Mantovani, ‘Rup’ della Linea 1 La tramvia a Firenze rischia di rimanere, almeno per chissà quanto tempo, un’opera bella ma incompiuta. Delle cinque linee previste dal piano strutturale approvato da Palazzo Vecchio, finora ha visto la luce soltanto la 1 che collega Firenze a Scandicci, sette chilometri più a ovest. Quasi tre anni e mezzo dopo, i lavori della linea 2 e 3 sono fermi agli interventi preliminari sui sottoservizi. E la linea 1 attende ancora di essere definitivamente collaudata. Una questione sostanzialmente amministrativa, ma che dà l’idea di come ci sia da soffrire fino all’ultimo, come spiega l’ingegner Giovanni Mantovani, “responsabile unico del procedimento della linea 1 della tramvia di Firenze”. Ingegnere, cosa significa che manca ancora il collaudo? “Significa che il collaudo tecnico-amministrativo, eseguito a norma di legge da un’apposita commissione, non è ancora giunto alla conclusione, per la complessità dell’opera. La cittadinanza deve però stare tranquilla perché, come prescritto la linea è stata sottoposta ad accurate prove dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che ha rilasciato il Nulla Osta per la sicurezza, in base al quale la Regione ha emesso il decreto di autorizzazione dell’esercizio. La conclusione del collaudo tecnico-amministrativo permetterà di eseguire la consegna definitiva dell’opera da parte di Ataf, stazione appaltante.” Ma chi deve consegnare a chi? “La consegna ha molti passaggi. L’esercente, Gest, è un’espressione della concessionaria del sistema tramviario fiorentino, che è Tram di Firenze. Ataf, come stazione appaltante, consegna la linea al Comune di Firenze, che a sua volta la consegna alla concessionaria che è Tram di Firenze. Questa infine la passa a Gest che è l’esercente. Questa sequenza è stata già effettuata prima dell’inizio dell’esercizio, nel regime della cosiddetta consegna anticipata” Una bella trafila. E i francesi di Ratp, in tutto questo? “Ratp è una figura dominante. Tram di Firenze è una società mista alla quale partecipa Ratp con la quota di maggioranza relativa, circa il 25%, poi c’è Ataf, per conto del Comune, che ha il 24%, ma non il relativo usufrutto, che è di Ratp Dev, mentre il restante 51% è ripartito a una serie di imprese operanti nei settori della progettazione, delle costruzioni, degli impianti tecnologici e del materiale rotabile, quelle che realizzeranno le linee 2 e 3.” E i soldi dei biglietti a chi vanno? “C’è un sistema di tariffazione integrata e gli incassi vengono ripartiti tra le aziende esercenti, tra cui Gest; a questo introito si aggiunge naturalmente il contributo pubblico in conto esercizio.” Spiegati questi che non sono solo dettagli, com’è secondo lei il bilancio, in tutti i sensi, della linea 1? “Senz’altro positivo, la linea offre ottime prestazioni e l’obiettivo iniziale dei 10 milioni di passeggeri all’anno, che a taluni pareva eccessivo è stato ampiamente superato; e le proiezioni ci parlano di 13 milioni di passeggeri all’anno.” Sarebbe un peccato non fare la 2 e la 3? “Sicuramente, un peccato gravissimo.” C’è qualcosa che non è andato come doveva nella linea 1? “L’aspetto negativo è stato il prolungarsi della durata dei lavori, cosa che in Italia succede spesso, ma questa non è una ragione valida, naturalmente. Ci sono state molte varianti in corso d’opera, volute dagli enti pubblici, o causate da situazioni impreviste presentate 07


nel corso dei lavori. Per limitarci al campo delle sorprese archeologiche, pur dovendo scavare poco, per una tramvia, abbiamo avuto tre episodi che ci anno fermato i lavori: una casa etrusca, la banchina portuale medicea presso una spalla del nuovo ponte sull’Arno ed un presunto convento in piazza della Stazione.” Solo per fare degli esempi, evidentemente. “Però, e lo dico spogliandomi della mia funzione, guardiamo al risultato: la tramvia funziona bene. Gli impianti vanno bene, i tram vanno bene e hanno un ottimo indice di disponibilità, la gente è contenta.” “Cosa cambierebbe, per Firenze, tra l’avere una linea sola e averne due o tre? “Una città come questa ha bisogno delle tre linee e di qualcosa di più, per risolvere razionalmente i problemi di mobilità. Poi si deve anche considerare che una parte dei soldi investiti nella linea 1, in particolare quella relativa al deposito, è stata spesa nell’ottica del sistema completo. E l’incidenza dei costi generali di gestione si ridurrà al crescere della rete.” Guardiamo avanti: c’è un’ipotesi molto affascinante di andare sottoterra, ed è contenuta nel piano strutturale. “Nel dettaglio, mi risulta che si scenderebbe un po’ prima della stazione dell’Alta Velocità in via Gordigiani, quindi ci sarebbe una fermata sotterranea a Santa Maria Novella, poi un’altra in piazza della Repubblica e ancora sottoterra in piazza Santa Croce. Il tram riemergerebbe dopo piazza Piave per andare verso viale Europa e Bagno a Ripoli. Una diramazione dovrebbe poi uscire in superficie nella zona delle Cure per andare verso Campo di Marte e Rovezzano, dopo una fermata in piazza San Marco.” Sul passaggio sotterraneo si sono naturalmente creati i partiti dei pro e dei contro. “Su un piano di principio è una soluzione interessante, ma va esaminata attentamente, senza pregiudizi di alcun genere.” Quali sono i problemi? “Tutto o quasi è possibile tecnicamente ma va tenuto conto anzitutto dei costi. E’ molto probabile che si debba andare molto in profondità, per motivi di stabilità degli edifici e di falda acquifera. Solo se ci fosse un corridoio libero, sufficientemente largo, tra gli edifici, sarebbe pensabile di poter fare una galleria poco profonda. Gallerie e stazioni profonde comportano costi elevati, certamente ben più dei 45-50 milioni al kilometro di cui ho letto su un giornale.“ In altre parole: è più possibile passare al di sotto di un viale che sotto le case. “Se devo passare sotto un tessuto urbano privo di un ampio corridoio vuoto, vado fatalmente sotto gli edifici e la profondità della galleria deve allora essere tale da non disturbare le fondamenta, in particolare degli edifici storici. Può essere necessario andare a meno 25 metri, con infrastrutture complesse, che richiedono importanti dotazioni di scale mobili, e ascensori, impianti di sicurezza; cose che costano sia nella fase di costruzione sia in quella di gestione.” E Sirio potrebbe andare sottoterra? “C’è un problema di normativa di sicurezza. In galleria il convoglio deve avere una classe di resistenza al fuoco superiore, a quella richiesta in superficie. I tram della linea 1 non potrebbero andarci, così come sono ora, ma adeguare una nuova serie di Sirio non è un problema. E poi in galleria i tram non possono procedere a vista ma devono essere dotati di equipaggiamenti di segnalamento e di protezione.” Un lungo elenco di ‘problemi’, chiamiamoli così. Allora non si può fare la 2 in galleria? “Non ho assolutamente gli elementi necessari per pronunciarmi. Ricordo solo, che a Modena volevano fare una cosa del genere, ma un’apposita commissione valutò che era un progetto insostenibile economicamente. A Parma è andata peggio: hanno speso un bel po’ di soldi prima di accorgersi che non ce la facevano. Certo, ci sono i positivi esempi di alcune Stadtbahnen tedesche, in un contesto diverso.” firenze*d1spar1 #01


Città e Università: un dialogo che deve continuare Tanto è stato fatto ma ancora sono molte le questioni per confrontarci e lavorare insieme per il futuro di Firenze.

di Alberto Tesi, Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Firenze

Guardare Firenze dal poggio di Santa Marta, sede della Facoltà (ora Scuola) d’Ingegneria, dove ho insegnato e fatto ricerca per oltre venti anni, di cui gli ultimi tre svolgendo anche le mansioni di preside, è ben diverso che guardarla dal Rettorato di piazza San Marco. Infatti, svolgere le funzioni pro-tempore di rettore consente di conoscere molto meglio sia l’Università che la città. Due mondi spesso rappresentati come reciprocamente diffidenti, ma che negli ultimi anni si stanno aprendo al dialogo e a una migliore conoscenza. Favorite da una maggiore consapevolezza delle istituzioni cittadine, dimostrata dalla presenza nella giunta comunale di un Assessorato all’Università, si sono moltiplicate le occasioni di incontri e di scambi. Molte sono state le volte in cui abbiamo aperto le nostre sedi alla città: cito soltanto quella forse simbolicamente più rilevante, le lezioni domenicali nell’aula Magna del Rettorato, partite in primavera con grande successo e che riprenderanno in autunno, oppure le circostanze in cui le principali istituzioni cittadine hanno ospitato nostre iniziative. Anche in questo caso ricordo soltanto l’ultima in ordine cronologico: la cerimonia di conferimento del titolo ad oltre 200 dot-

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tori di ricerca, tenutasi a luglio nel Salone dei Cinquecento. Sempre più consolidate sono diventate le relazioni con la Regione per una gestione più integrata della formazione e della ricerca nel campo dell’assistenza sanitaria, con la creazione del Dipartimento Interistituzionale (Dipint) fra l’Università e le aziende Careggi e Meyer, o ancora per il finanziamento di borse di studio finalizzate ad avviare alla ricerca giovani studiosi. Peraltro iniziative in tal senso non sono mancate nemmeno da parte del Comune e della Fondazione Ente Cassa di Risparmio di Firenze. Ma ancora tanto può essere fatto. Gli esempi provenienti dai contesti urbani più dinamici mostrano chiaramente come per lo sviluppo urbano la presenza di un grande Ateneo, con il suo patrimonio di saperi e conoscenze e luogo di formazione e crescita culturale di tante forze giovani, sia oramai una condizione indispensabile. Bisogna fare in modo, però, che non si concepisca l’Università soltanto come un’istituzione da interpellare quando occorre, bensì considerarla una comunità aperta, parte costitutiva della città, in grado di gestire una risorsa fondamentale per la ripresa non soltanto economica ma anche sociale e civile del nostro Paese: la vitalità. Può sembrare strano ricorrere a questo termine, ma – a mio avviso – è quello che meglio sintetizza due risorse di cui l’Ateneo è pieno: la conoscenza e l’esuberanza e l’intrinseca propensione al nuovo dei giovani. Due requisiti molto differenti che bisogna sapere ben coniugare per poi appropriatamente utilizzarli. Più volte in passato ho ricordato come l’Università possa rappresentare una porta fondamentale per l’apertura di Firenze al mondo, con i quasi 300 accordi vigenti con altrettante Università estere, dislocate in più di 70 Paesi. Accordi che hanno permesso di favorire e incrementare la presenza nei dipartimenti, nei centri di ricerca e nei tanti laboratori di ricercatori e giovani studiosi provenienti da varie parti del mondo, via obbligata per una vera internazionalizzazione. Che l’Università di Firenze faccia la sua parte è dimostrato anche da altri dati: soltanto per il 7° Programma Quadro dell’Unione Europea all’Ateneo sono attualmente più di 120 i progetti finanziati, per un importo di circa 35 milioni di euro. Ma il rapporto con il territorio si esprime anche in altri modi. Negli ultimi anni un notevole impulso è stato dato alla valorizzazione dei risultati della ricerca mettendo a disposizione del territorio le innovazioni sviluppate nei nostri centri di ricerca. Ciò ha portato alla costituzione di circa 20 spin-off e firenze*d1spar1 #01


30 laboratori congiunti con soggetti esterni che svolgono la loro attività presso l’incubatore universitario del Polo di Sesto o altre sedi dell’Ateneo. Sotto l’aspetto urbanistico molti nostri interventi hanno permesso la riqualificazione di alcune zone del centro: qualche anno fa il plesso di via Laura e – da pochi mesi – quello di via Capponi, sono in corso i lavori presso le sedi di via della Pergola e S. Teresa. Siamo impegnati e saremo impegnati per continuare queste mirate attività di razionalizzazione, ammodernamento funzionale e riqualificazione, che ci auguriamo migliorino la vita quotidiana degli studenti e – con essa – di un centro che recuperi funzioni vitali ed anche – perché no – vivaci, come sono di solito quelle che coinvolgono la popolazione studentesca, sempre che rientrino nel rispetto della civile convivenza. Ma l’insediamento universitario in distinti poli cittadini – da Novoli, dove è stato il punto di partenza per dar vita alla più rilevante operazione urbanistica realizzata a Firenze negli ultimi decenni, a Careggi, a via della Torretta e S. Salvi – sta consentendo che zone importanti della città siano frequentate da docenti e studenti. Ciò aiuta la vivibilità di questi contesti e il consolidamento di reti di relazioni che arricchiscono significativamente il tessuto della città, talvolta non troppo incline a riconoscere gli studenti come una risorsa e avvezza a enfatizzare gli aspetti patologici della loro presenza. Spesso nei discorsi e nelle dichiarazioni fatti in questi anni ho utilizzato parole come apertura e trasparenza, intendendo con tali termini esortare la città e i tanti suoi rappresentanti a confrontarsi con la nostra comunità; una comunità dialogante piuttosto che un’istituzione severa e scostante, che lavora in uno dei settori maggiormente competitivi nel mondo – quello della ricerca e dell’alta formazione – riuscendo a farsi apprezzare e rispettare e che vede in una sempre maggiore integrazione con la città la via fondamentale per il rafforzamento delle sue attività istituzionali, con conseguenti vantaggiose ricadute per tutto il territorio.

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Una, nessuna o centomila ? Da Firenze a Santiago del Cile, e ritorno: riflessioni sulla città, quella nostra e quella degli altri. a cura di Daniele Lauria con gli interventi di Luca Gibello, Fernando Brandão, Marco Antonio Ramos, Andrés Mosqueira.

Mi dirigo a bordo della mia auto verso l’aeroporto di Firenze; mi attende una delle consuete trasferte di lavoro in Sud America. Il volo parte tra due ore e ne consumo quasi una (!) per fare gli 8 chilometri che separano piazza della Libertà da Peretola. Passando lentamente, molto lentamente, accanto alla Mercafir, il pensiero corre all’ipotesi del nuovo stadio e del relativo ridisegno dell’area: spero che qualcuno abbia ben valutato il carico urbanistico e l’incidenza del traffico in quest’area sperando che, prima o poi, ci arrivi la linea 2 della tramvia. Ce lo dobbiamo augurare, perché riscatterebbe, in parte, il destino del comparto ovest della città condannato da almeno venti anni di pessime scelte sotto il profilo urbanistico e abbrutito da architetture spesso improbabili come il mastodontico Palazzo di Giustizia con il quale si è riusciti nell’esperimento, unico, di evocare le volontà progettuali di un architetto defunto, Leonardo Ricci. In realtà l’area di Novoli, oltre che essere ancora una delle zone produttive della città, ha una sua vitalità cui avrebbe potuto giovare un disegno dell’ex area Fiat più contemporaneo di quello partorito da Leon Krier e, nel dettaglio, sarebbe stato utile un più efficace dialogo tra il quartiere e il Polo di Scienze Sociali della nostra Università ‘rinchiuso’ all’angolo tra via Forlanini e viale Guidoni. Ovviamente le mie sono sensazioni, servirebbe il conforto di chi sull’urbanistica fa lezione, ma temo che quando mi alzerò in volo, dall’alto

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Mi dirigo a bordo della mia auto verso l’aeroporto di Firenze; mi attende una delle consuete trasferte di lavoro in Sud America. Il volo parte tra due ore e ne consumo quasi una (!) per fare gli 8 chilometri che separano piazza della Libertà da Peretola. Passando lentamente, molto lentamente, accanto alla Mercafir, il pensiero corre all’ipotesi del nuovo stadio e del relativo ridisegno dell’area: spero che qualcuno abbia ben valutato il carico urbanistico e l’incidenza del traffico in quest’area sperando che, prima o poi, ci arrivi la linea 2 della tramvia. Ce lo dobbiamo augurare, perché riscatterebbe, in parte, il destino del comparto ovest della città condannato da almeno venti anni di pessime scelte sotto il profilo urbanistico e abbrutito da architetture spesso improbabili come il mastodontico Palazzo di Giustizia con il quale si è riusciti nell’esperimento, unico, di evocare le volontà progettuali di un architetto defunto, Leonardo Ricci. In realtà l’area di Novoli, oltre che essere ancora una delle zone produttive della città, ha una sua vitalità cui avrebbe potuto giovare un disegno dell’ex area Fiat più contemporaneo di quello partorito da Leon Krier e, nel dettaglio, sarebbe stato utile un più efficace dialogo tra il quartiere e il Polo di Scienze Sociali della nostra Università ‘rinchiuso’ all’angolo tra via Forlanini e viale Guidoni. Ovviamente le mie sono sensazioni, servirebbe il conforto di chi sull’urbanistica fa lezione, ma temo che quando mi alzerò in volo, dall’alto vedrò un puzzle urbano che si ‘sparpaglia’ nella piana e, nel guazzabuglio, prenderà consistenza, nei terreni della famiglia Ligresti, l’infinito agglomerato di prefabbricati cui diamo nome di ‘Scuola Marescialli’. Per fortuna sono quasi arrivato in aeroporto e non posso non notare che Firenze è una delle poche città in cui l’ingresso all’autostrada è ‘regolato’, in un groviglio di svincoli, da un semaforo! Ricordo anche che il riordino dell’area era previsto in una variante della mobilità richiesta dalla Giunta di Mario Primicerio alle Autostrade SpA, alcuni lustri fa e, pare, senza esito. In ogni caso ho poco tempo e correndo verso il check-in cerco di ricordarmi se qualcosa di buono, negli anni, si è fatto... A memoria direi di sì, da certe iniziative nell’edilizia residenziale pubblica alla tenacia con cui si è proceduto al recupero delle Murate, ma è poco davvero, soprattutto pensando allo stallo delle politiche sulla mobilità e ad un piano strutturale che non esprime una idea di città, che la spezzetta restringendola dentro i perimetri virtuali del confine comunale. La speranza è che le leggi si possano cambiare, i piani rivedere, i regolamenti migliorare. firenze*d1spar1 #01


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Undici ore dopo sono nell’aeroporto di San Paolo con le tv che mostrano le immagini degli incidenti della notte prima: sono giunto nel mezzo della rivolta che coinvolge le maggiori città del Brasile. ‘O Brasil acordou!’ è lo slogan di chi protesta nelle piazze di Rio, di Fortaleza, Salvador, fino alla capitale contro scandali politici e malaffare. ‘Il Brasile si è svegliato!’, un motto che ricorda tanto il ‘Ya basta!’ che riecheggiava nelle piazze spagnole qualche tempo fa e penso all’Italia e alla capacità di assorbire tutto, tanto il lento sprofondare che le false promesse. Da lì a poco mi trovo proprio nel centro di San Paolo, ancora freschi i segni degli scontri e ne parlo con Marco Antonio Ramos, il direttore della Fondazione ‘Viva o Centro’: ci ritroviamo spesso per discutere di idee per la riqualificazione del centro storico paulistano. Mi dice convinto che “avevamo ragione quando pensavamo ad un progetto che non si limitasse all’arredo urbano, al disegno delle piazze ma che definisse nuove funzioni per questa parte di città che sul far della sera spegne le sue luci e si consegna al degrado.” Sostiene che se in queste piazze, il cuore della città, ci fossero bar aperti la notte, ristoranti, spazi culturali, cinema, forse la protesta non avrebbe assunto la valenza vandalica che è evidente attorno a noi. Prendiamo un caffè in rua de la Quitanda, due passi dalla sede del Comune, e viene verso di noi il giovane assessore all’urbanistica, Fernando de Mello Franco: solo pochi giorni prima aveva chiesto l’impegno di tutti per programmare il ripopolamento del Centro storico attraverso il programma ‘Cidade Paulista’, molto interessante perché intende applicare il concetto di social housing trasversalmente alle classi sociali, ora lo ripete con gli occhi stanchi: “dobbiamo investire tutti per riportare qui abitanti, giovani imprenditori, artisti, è il solo modo per fermare il degrado fatto di negozi di bassa qualità, di malaffare, di incuria: nessuno che senta questo spazio come proprio!” Poco più tardi riporto questo dialogo all’amico Fernando Brandão, altro architetto paulistano in procinto di aprire un suo studio a Shangai dove già progettò il padiglione del Brasile nella Expo del 2010. E’ d’accordo con le proposte dell’assessore ma non proprio ottimista: serve più coraggio e decisione. La stessa che lui attribuisce alle autorità cinesi di alcune aree del sud-est che constatando l’evidente mancanza di servizi pubblici e di infrastrutture per la cultura e l’educazione, hanno chiesto a Fernando di progettare una nuova città per 300.000 abitanti con la specifica che un terzo della superficie della città venga destinata ad asili, scuole, centri culturali, musei! Saluto con sana invidia Fernando e pochi giorni dopo volo a Santiago del Cile dove Carolina Tohá, recentemente eletta Sindaco, si è data come primo ob-

La città verde sul fiume e i bambini che piantano alberi. “I pochi soldi spesso sono un facile pretesto anche per non intervenire o considerare solo un peso economico la gestione del verde urbano eppure ci dimentichiamo tutti che la natura agisce e persiste proprio là dove l’uomo non interviene. Basta osservare la velocità con la quale le piante si riappropriano dell’asfalto abbandonato per capirlo. Firenze è una città sul fiume e sul fiume si trova il suo più grande parco pubblico “Le Cascine” (160 ettari); che attende da 50 anni di unirsi alla sua naturale espansione sulla sponda sinistra dell’Arno e cioè il parco dell’Argin Grosso (110 ettari) già previsto come parco pubblico dal 1963 e mai concretamente realizzato. L’unione delle due aree verdi rappresenterebbe un valore enorme per la città e i suoi abitanti, a cominciare dai ‘più grandi’ (i nostri pensionati, altra ‘risorsa’ inespressa) e dai bambini che hanno bisogno di natura e aria pulita. Pensate ad un parco fluviale e monumentale di oltre 370 ettari, un’occasione, anche economica, unica al mondo per la collocazione che ha ed il valore


che esprime. In molti luoghi in Europa si sta affermando un modo di creare e manutenere i parchi che si avvicina sempre più a quello che l’ambiente fa di per sé: cosa vi è di più economico della natura ‘naturale’? Vi consigliamo di leggere due libri: “L’uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono del 1953 ed il più recente “Il giardiniere dell’anima” di Clarissa Pinkola Estés del 1996 che più di pedanti ed inutili teorizzazioni chiariscono il concetto di ‘wild gardening’ che possiamo attuare a costo quasi zero e con grande partecipazione come già molti esempi internazionali hanno dimostrato. La natura ed il verde urbano sono uno degli indicatori che non entrano nel PIL ma che possono essere facilmente trasformati in un valore vero. Si possono quindi rivalutare le azioni di ‘guerrilla gardening’ trasformandole in sessioni di cultura della natura a fini didattici o in contributi di volontari disponibili ad agire spendendo poco ed ottenendo vantaggi per ognuno di noi. Si possono creare dei luoghi ‘pubblici’ con l’impegno di tutti, facendo le scelte giuste e ‘approfittando’ di una crisi economica che rende impossibile il finanziamento di prati verdissimi, ben pettinati e, spesso, vuoti.” Mario Pittalis 17

biettivo quello di disegnare il ‘plano diretor’ del centro storico, un’area vasta come quasi tutta la città di Firenze, con problemi similari a quello di San Paolo e di molte altre capitali sudamericane. Me lo racconta a cena Andrés Mosqueira, direttore del Museo della Città e stretto collaboratore dell’alcaldessa. “Carolina è decisa, non ne può più dei negozietti che spacciano alcool notte e giorno, delle piazze buie, di certe aree pedonalizzate dove non arriva neanche la polizia.” Quello che emerge dai discorsi di Andrès è il disegno di una città che ha una sua visione, che si confronta con il futuro senza dimenticare le problematiche quotidiane, che predispone una ‘macchina’ amministrativa in grado di affrontare le urgenze e una che guarda dieci-venti anni avanti. Riprendendo il volo per San Paolo e da lì per l’Italia, mi pare che ciò che manca, in Italia e non solo a Firenze, è questa capacità di avere una visione per il domani e, al tempo stesso, affrontare pragmaticamente le questioni di oggi. Chiedo se è davvero così a Luca Gibello in un rapido scambio di email prima della partenza, innanzitutto gli domando qual è l’idea di città che si è fatto di Firenze in questi anni in cui, dal 2004, è caporedattore del ‘Giornale dell’Architettura’. “In realtà Firenze manca di quella che definiamo “vision”, almeno da fuori l’impressione è proprio questa. Mi pare una città che non sfrutta, in chiave di “facies urbana”, le grandi potenzialità di cui dispone. Non lo fa, per stare a due soli esempi, dal punto di vista paesaggistico (il corridoio naturale dell’Arno non è valorizzato e il Parco delle Cascine potrebbe diventare realmente qualcosa di straordinario) e da quello dei servizi per la cultura (basti pensare al dilemma ‘teatro vecchio / teatro nuovo’ in cui sta annegando la Fondazione del Maggio ed il nodo irrisolto dell’uscita degli Uffizi, con quel cantiere eterno davanti e l’occasione persa di quello che fu chiamato ‘Uffizi Center’). Anche il nuovo quartiere di Novoli, San Donato, è un’occasione in gran parte perduta: la trasformazione urbana è incompiuta e incoerente, e non basta il disegno del parco centrale a salvare l’operazione.” Onestamente mi pare difficile incontrare commenti entusiasti sull’urbanistica fiorentina, così cerco di capire se è possibile rifugiarsi nel classico adagio “mal comune mezzo gaudio”, domandando a Luca come stanno altre città italiane comparabili per dimensione a Firenze. “Non certo meglio. Solo la vicina Bologna dimostra sprazzi di progettualità virtuosa; mettendo a sistema i pezzi forti del centro storico (la rete-museo diffuso ‘Genus Bononiae’, incardinata intorno all’operazione di musealizzazione di Palazzo Pepoli); ripensando l’immagine di alcuni luoghi di aggregazione (alcune piazze centrali ridisegnate ma anche i lavori in barriera


promossi dalla Fondazione del Monte attraverso i concorsi “Bella fuori”). Potrebbe forse fare uno scatto in avanti Genova, tirando fuori dal cassetto l’Affresco’ tracciato ormai alcuni anni fa dal Renzo nazionale (Piano): un architetto buono per tutte le stagioni e per tutti i colori politici, visto che i grillini l’avevano addirittura prefigurato come candidato presidente della Repubblica! Vedremo se Reggio Calabria, che dal 1° gennaio 2014 sarà la prima Città metropolitana d’Italia (status giuridico-amministrativo che spetterà anche a Firenze), saprà non disperdere il fiume di finanziamenti che vi si stanno convogliando e riuscirà a materializzare i cantieri per la cultura e per il ridisegno del waterfront griffato da Zaha Hadid (che dovrebbe pure farvi atterrare una delle sue deformi astronavi - il Museo del Mediterraneo -). Bari è alle prese con l’approvazione del nuovo Piano urbanistico e il resto del Paese è fermo: si pensi all’immobilismo che connota Palermo come Trieste, dove è addirittura grottesco lo stallo, tra conflitti di competenze e veti incrociati, che impedisce il riuso di uno spazio unico come il comparto di Porto Vecchio.” Quindi non rimane che guardare oltre i confini nazionali? “Direi di sì: fare un salto nell’austriaca Graz o nella transalpina Nantes (per fare i primi due esempi che vengono in mente a proposito della costruzione condivisa di un’identità), potrebbe giovare oppure deprimere, a seconda del carattere dell’osservatore.” Nel frattempo sono ritornato a Firenze che, parafrasando Manu Chao, è una città difficile: vita intensa, felicità a momenti e futuro incerto.

‘Psicoanalisi urbana’

Fra il serio e il faceto, la verità è che anche le città hanno un subconscio. Soffrono, esattamente come gli esseri umani, di nevrosi, angosce, complessi (qualcuno ricorda la “Firenze, città piccola e povera” di Marchionne?) e paure recondite. E’ l’assunto, semplice e geniale, da cui Laurent Petit e l’ANPU (Agenzia Nazionale di Psicoanalisi Urbana) sono partiti per analizzare cinquanta città francesi, piccole e grandi. Tutte hanno in comune l’incapacità di superare la paura dell’abbandono da parte dei giovani, la voglia di radere al suolo i ‘casermoni’ costruiti nelle periferie, l’incredulità di fronte alle immagini del centro storico vuoto e dei centri commerciali pieni. E’ così che Petit inizia a suggerire la sua cura: “Vi prescrivo la creazione di una ‘ZOB’, zona di occupazione bucolica, in pieno Centro. Un sistema di ‘Tfc’, trasporti fuori dal comune, per collegare le periferie senza subire la schiavitù dell’automobile. Infine la costruzione di un monumento cittadino ai ‘progetti promessi e mai realizzati’: così, dopo aver elaborato il lutto di quello che poteva essere e non è mai stato, potrete ripartire tutti insieme”. (tratto da ‘Il Venerdì di Repubblica’ del 20 luglio 2013) firenze*d1spar1 #01


FABBRICANDO CASE (e non solo) Il contraddittorio cammino delle politiche urbane fiorentine ha conosciuto, nel periodo dal 1995 al 2008, una stagione irripetibile. Sulla solida base fornita da una batteria di leggi e provvedimenti (e finanziamenti) dell’allora Ministero dei Lavori Pubblici, la città, guidata dal primo dei Sindaci della nuova stagione dell’elezione diretta (Mario Primicerio), intraprese un percorso di rigenerazione urbana integrata che ha portato una dotazione di infrastrutture e di abitazioni sociali assolutamente rilevante per una realtà come Firenze. Come in molte altre città italiane, fu quasi automatico concentrarsi sulle periferie, che a Firenze non pativano certo dei mali che affliggevano (affliggono) Roma, Napoli o simili, ma erano comunque segnate da un deficit infrastrutturale e di coesione sociale in un quadro di edilizia pubblica costruita con l’affanno dell’emergenza abitativa con pochissima attenzione alla qualità. I principali programmi furono localizzati nei quadranti nordovest (Le Piagge) e sudovest (San Bartolo a Cintoia); si trattava di programmi integrati privato-pubblici, nei quali gli operatori privati erano selezionati tramite un rigoroso avviso pubblico e si impegnavano a costruire una serie di infrastrutture e urbanizzazioni a servizio della città. Il cofinanziamento ministeriale per questi due programmi fu di 40 miliardi di lire; i programmi quindi mossero un importo economico almeno doppio. La città si concentrò maggiormente sulle Piagge, dove vennero dirottati la maggior parte dei finanziamenti, e segnatamente sull’area dei grandi palazzi multipiano di edilizia residenziale pubblica chiamati “le navi”. La zona fu il focus anche dell’unico Contratto di Quartiere realizzato a Firenze, un programma quasi interamente pubblico ma caratterizzato da una forte integrazione di interventi materiali (il recupero degli edifici e delle aree verdi circostanti) e immateriali (partecipazione degli abitanti, coinvolgimento di associazioni no profit) sotto l’egida di qualificate realtà universitarie. Le Piagge sono state anche l’oggetto dell’ultimo lavoro del grande urbanista Giancarlo De Carlo, un progetto guida assolutamente innovativo dal punto di vista urbanistico e procedurale, che purtroppo rimase vittima del terremoto giudiziario che nel 2008 azzerò di fatto la Giunta Comunale. Non meno importante è stata l’azione condotta nel centro storico, dove erano stati localizzati ingenti finanziamenti per il recupero edilizio abitativo anche di immobili storici non residenziali. Gli interventi principali sono stati quello sulle ex Scuole Leopoldine di Piazza Tasso e quello sull’ex carcere delle Murate. Le Murate, dismesse dal 1983, un vero e proprio buco nero nel pieno centro della città, sono oggi uno dei luoghi più frequentati dagli abitanti del quartiere, da studenti e da turisti, grazie ad un’azione di recupero avviata grazie a finanziamenti per l’edilizia pubblica e proseguita sotto il segno della cultura, dell’innovazione e della solidarietà. Più di 80 alloggi di edilizia residenziale pubblica, due nuove piazze, una galleria pedonale, un caffè letterario, un ristorante, spazi pubblici ad uso della città, spazi per iniziative culturali ed espositive, un incubatore d’impresa e la sede della Fondazione Robert Kennedy per i diritti umani; questo sono oggi le Murate quasi al termine del loro recupero. Il carattere assolutamente innovativo degli interventi di cui si è parlato risiede nell’aver fatto di finanziamenti per l’edilizia pubblica un motore e un volano per interventi di rigenerazione urbana che hanno cambiato in meglio il volto di parti importanti della città. Il tutto sotto la regia del Comune, dal punto di vista tecnico-progettuale, amministrativoprocedurale, economico-finanziario. Dal pubblico, per il pubblico.

Marco Toccafondi 19


SAN SALVI: UN’OCCASIONE DI PROGETTUALITA’ URBANISTICA DAL BASSO COME RIAPPROPRIAZIONE DELLA CITTA’ E DEL SUO FUTURO COLLETTIVO. Lo scorso 22 luglio alla festa “dell’Arno di Varlungo” si è svolto un importante incontro fra i cittadini del quartiere 2, esponenti del PD, comitati, parrocchie, università e circoli, sul destino dell’area e del parco di San Salvi. Il comitato “San Salvi chi può” che da molti anni è in prima linea nella difesa dell’area ha trovato nei tantissimi interventi della riunione molti elementi di convergenza con le proprie posizioni circa la corretta e auspicata destinazioni del’ex complesso manicomiale. Innanzi tutto una netta opposizione ad ogni speculazione edilizia nel riuso dei padiglioni che avrebbe come rovinosa conseguenza un carico urbanistico incompatibile con il parco, oltre che comprometterne, introducendo pertinenze private ed esclusive, la piena fruizione da parte della cittadinanza. Comune è stata, inoltre, l’esigenza di salvaguardare la storia e la memoria del luogo, la cui rimozione costituirebbe un impoverimento culturale per le attuali e future generazioni; salvaguardia che nel caso di San Salvi non riguarda unicamente la conservazione della documentazione psichiatrica ma anche della sua pregiata struttura architettonica, di grande organicità e unitarietà, la cui tipologia, quasi unica in Italia e molto innovativa per l’epoca (fine ‘800), è inscindibile dal parco storico che ne è il completamento esterno; di più, è la preziosa testimonianza dell’ambiente, che per un secolo, ha accompagnato la cura delle malattie mentali. E’ per questo che il nostro Comitato, ritiene che il recupero di San Salvi debba essere improntato al mantenimento della sua unitarietà, che non impedisce un riutilizzo diversificato del complesso purché sia rispettata la sua vocazione e il suo statuto originario di bene collettivo. Anzi una molteplicità di funzioni innovative a carattere sociale è la condizione per fare di San Salvi un centro vitale per tutto il quadrante sud-est di Firenze. Pertanto la proposta di installare qui un Polo Universitario, per quanto qualificato, non esprime a nostro parere, pienamente le esigenze di un luogo di vita sociale aggregata aperta ed interagente con il tessuto cittadino circostante. Inoltre la valorizzazione del parco di San Salvi dovrebbe inserirsi in quei processi di riequilibrio ambientale, che scaturiscono solo all’interno di una idea ben precisa di “città ecologica”, dove il polmone verde di San Salvi potrebbe costituire il centro di una articolazione naturale e paesaggistica con i parchi vicini delle colline, del Mensola e di villa Favard e dare così risposta alle pressanti necessità di qualità e di contrasto al degrado dell’ambiente urbano. Dunque l’incontro del 22 lulgio è stata un’importante occasione di confronto a cui deve speriamo faccia seguito un’ampia aggregazione di tutti coloro che si battono per restituire alla collettività cittadina questo grande bene comune, per stanare l’inerzia e la cattiva politica delle istituzioni e per la messa a punto di un piano di recupero integrato di San Salvi , con il coinvolgimento di tutti i soggetti, sociali e culturali che sono interessati a concorrere alla sua progettualità.

Comitato “San Salvi chi può”

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Città metropolitana: il traguardo è vicino Integrarsi è una necessità ormai ineludibile e le leggi da sole non bastano. Occorre credere davvero nelle potenzialità della nuova Istituzione.

di Valdo Spini, Coordinatore delle Commissioni consiliari competenti dei Comuni capoluogo delle future Città Metropolitane e Presidente della Commissione Affari Istituzionali del Consiglio Comunale di Firenze

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La prima volta che si è parlato della necessità di programmare unitariamente la realtà metropolitana fiorentina è stato addirittura nel Piano Regolatore predisposto da Mario Fabiani nel 1951. Si ricorderà poi, alla fine degli anni ’70, il Piano Intercomunale Fiorentino rimasto lettera morta, e si potrebbe continuare con le rievocazioni storiche. Ma basterà dire che Firenze ha particolare bisogno della città metropolitana proprio perché ha dei confini amministrativi ristretti e sia il processo di industrializzazione che quello di post industrializzazione hanno creato sul territorio della città metropolitana legami economici , infrastrutturali e sociali che hanno bisogno di essere governati da un disegno urbanistico unitario. L’istituzione delle città metropolitane sembra oggi legata alla sorte delle province, ma tant’è, in questo quadro dobbiamo operare. Il ddl governativo emanato dal Consiglio dei Ministri venerdì 26 luglio perlomeno é chiaro in tempi e modi. Il 1 gennaio le Provincie interessate lasceranno il posto alle rispettive Città Metropolitane . Il 1 luglio (cioè dopo le elezioni amministrative) queste stesse avranno dovuto completare la stesura dello statuto ed entrare effettivamente in vigore.


Non mancheremo di chiedere al Parlamento di migliorare il ddl. L’importante è che non si perda anche questa occasione e quindi non si perda altro tempo. Essere dalla parte delle Città Metropolitane è essere dalla parte del rinnovamento e della riforma. In tal senso a Firenze va riguadagnato il terreno perduto. In effetti, dopo il decreto Monti che accorpava le provincie di Firenze, Prato e Pistoia, con tutte le reazioni che ne seguirono, non si è proceduto a convocare alcune riunione preparatoria. Si è ritenuto nell’incertezza sui confini della Città Metropolitana consigliasse di soprassedere. Ma ora non è più così. Credo anzi, che senza aspettare l’approvazione della proposta di legge governativa, ma proprio per aprire la strada alla sua attuazione, si debba quanto prima procedere ad una prima convocazione dei sindaci della provincia di Firenze per prospettare i benefici che ci si attendono da questa nuova istituzione, per cominciare a confrontarsi per guadagnare la fiducia reciproca. I sindaci avranno un grosso ruolo negli organi della futura Città Metropolitana e ne devono essere consapevoli. Firenze avrà la straordinaria occasione di vedere almeno in fase iniziale il sindaco metropolitano nella figura del suo promo cittadino e deve giocare questa opportunità fino in fondo, senza lasciare che si sviluppi un senso di diffidenza nei confronti del capoluogo stesso che sarebbe evidentemente negativo per gli sviluppi della Città Metropolitana. Insomma, in preparazione dei nuovi asseti istituzionali (che dipendono anche forzatamente dalle vicende politica nazionali) è bene che a livello metropolitano fiorentino si cominci a sviluppare comunque una iniziativa politica adeguata al cambiamento di approccio e di dibattito che l’istituzione Città Metropolitana porterà nella nostra realtà.

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Sanità: più collaborazione tra ASL e Comuni Siamo sempre a fare i ‘conti’ con tagli e nuovi ticket ma il punto è rifondare gli assetti organizzativi, anche con le Case della Salute.

di Gavino Maciocco, Università di Firenze

La questione della sostenibilità del nostro Servizio sanitario nazionale (Ssn) è da tempo all’ordine del giorno. La Camera dei Deputati appena rinnovata, ha subito istituito una Commissione speciale (una Commissione mista “Bilancio, tesoro, programmazione” e “Affari sociali”) per cercare di rispondere alla fatidica domanda: il nostro Ssn è sostenibile? Ci possiamo “ancora” permettere un Ssn universalistico, fondato sulla fiscalità generale, che – almeno sulla carta – offre uguali prestazioni a tutti in relazione al bisogno? La discussione si concentra – visti i tempi di crisi – sugli aspetti finanziari. Si discute sui tagli e sui ticket. E si discute anche se non sia arrivato il momento di modificare il sistema di finanziamento del Ssn, introducendo forme più o meno estese di copertura assicurativa privata (nelle diverse varianti “profit” e “non profit”). A chi sostiene che il nostro SSN costa troppo è facile rispondere mostrando i dati più recenti della spesa sanitaria dei paesi più industrializzati, dove l’Italia occupa le posizioni di coda sia come % del PIL (9,2% rispetto a 11,6% e 11,3% di Francia e Germania, per non parlare del 17,7% degli USA) sia come spesa pro-capite (3012$ rispetto ai 4495$ e 4118$ di Germania e Francia, per non

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parlare degli 8508$ degli USA) – vedi figura sopra. Ma la discussione rischia d’impantanarsi e di non produrre alcun risultato se non si studiano e non si affrontano i veri motivi della crisi del nostro sistema, che sono gli stessi che rischiano di minare la sostenibilità dei sistemi sanitari di tutto il mondo: 1) l’epidemia delle Malattie croniche; 2) l’invadenza della Medicina. Le malattie croniche (dal diabete alle malattie cardiache, dalle malattie respiratorie al cancro – fattore comune a quasi tutte, l’obesità) si stanno diffondendo a un ritmo superiore al processo d’invecchiamento della popolazione (a cui generalmente si attribuisce il loro sviluppo). “Le malattie croniche sono in forte crescita – ha affermato Margaret Chan, Direttore generale dell’OMS -, spinte come sono da forze potenti e universali come la rapida urbanizzazione e la globalizzazione di stili di vita nocivi. Lasciate senza controllo queste malattie divorano i progressi dello sviluppo economico e cancellano i benefici della modernizzazione. (…) Le malattie croniche assestano un doppio colpo allo sviluppo: causano perdite di miliardi di dollari al reddito nazionale e spingono milioni di persone al di sotto della soglia di povertà. (…) Oggi molte delle minacce che contribuiscono alla diffusiofirenze*d1spar1 #01


ne delle malattie croniche provengono dalle compagnie multinazionali che sono grandi, ricche e potenti, guidate da interessi commerciali e assai poco interessate alla salute della popolazione”. (WHO Global Forum, Moscow, 27 April 2011). La diffusione delle malattie croniche ha prodotto un elevato livello di medicalizzazione della società. Peraltro già quasi un secolo fa lo scrittore francese Jules Romains scriveva: “Salute è una parola che non vi sarebbe alcun inconveniente a cancellare dal nostro vocabolario. Per parte mia conosco soltanto persone più o meno colpite da malattie più o meno numerose,a evoluzione più o meno rapida” (1924). Alla Medicina (quel vasto e variegato mondo composto da professionisti, società scientifiche, industrie delle biotecnologie, in primi quella farmaceutica), insieme ai riconosciuti meriti per aver introdotto fondamentali innovazioni nella cura di numerose patologie, viene a ragione attribuita la responsabilità di innalzare di continuo il livello della domanda, il volume delle prestazioni richieste e prodotte e di conseguenza la spesa sanitaria. Le parole chiave – su cui sono stati scritti ormai articoli e libri a centinaia – sono “Overdiagnosis”, considerare malattie condizioni che non lo sono affatto: un esempio per tutti, determinati livelli di pressione arteriosa, e “Overtreatment”, ovvero il ricorso ingiustificato e inappropriato a esami diagnostici e terapie farmacologiche. Secondo l’OMS Il peso economico delle prestazioni futili, quelle cioè che non danno nessun beneficio ai pazienti, rappresenta tra il 20 e il 40% della spesa sanitaria. E’ evidente che i due citati fenomeni si rinforzano a vicenda ed è altrettanto evidente che senza porre un argine a queste due, finora, incontrastate tendenze, qualsiasi sistema sanitario diventerà insostenibile. Eppure le soluzioni ci sono e sono anche ben note, come sostiene un recente articolo di Lancet. “Le politiche globali e nazionali non sono riuscite a fermare – in molti casi anzi hanno contribuito a diffondere – le malattie croniche. Attualmente sono facilmente disponibili soluzioni a basso costo e di alta efficacia per la prevenzione e il controllo delle malattie croniche; il fallimento nella risposta è oggi un problema politico, piuttosto che tecnico”. Lancet. 2010 Nov 13;376(9753):1689-98. Per affrontare efficacemente l’epidemia delle malattie croniche è necessario intervenire con la prevenzione primaria (ridurre il numero dei malati riducendo l’esposizione ai rischi comportamentali, ambientali e socio-economici) e con la prevenzione secondaria (per stabilizzare nelle persone ammalate 25


l’evoluzione della patologia, prevenendo per quanto possibile complicazioni e scompensi). Tutto ciò comporta un cambiamento radicale nell’organizzazione dei servizi sanitari: il passaggio dalla sanità d’attesa alla sanità d’iniziativa, con un’organizzazione sanitaria che mette al centro dell’attenzione le persone e non le malattie. L’area d’intervento si sposta necessariamente dall’ospedale al territorio. Ma solo un territorio adeguatamente attrezzato può sostenere una sfida del genere. Qui le innovazioni da apportare al sistema attuale sono numerose e complesse. Citiamo di seguito le più importanti. L’organizzazione delle cure primarie deve basarsi su team multidisciplinari – medici di famiglia, infermieri, specialisti, fisioterapisti, assistenti sociali, etc) – che adottano programmi di sanità iniziativa, che si prefiggono di ridurre le pratiche mediche inutili e che comprendono, come elemento centrale, la promozione dell’empowerment dei pazienti e il supporto all’auto-cura. Un’organizzazione del genere richiede infrastrutture adeguate, in grado di accogliere gli studi di molteplici operatori sanitari e sociali, di dotarsi di spazi per riunioni e attività collettive, di dotarsi delle necessarie attrezzature diagnostiche di primo livello. Stiamo parlando delle “Case della salute”: la sede ideale per conferire finalmente ai servizi territoriali una rinnovata identità. L’integrazione socio-sanitaria è essenziale e la collaborazione tra ASL e Comuni è indispensabile per portare avanti programmi multisettoriali. La sanità d’iniziativa per funzionare a pieno deve disporre di un forte supporto da parte delle comunità locali, variamente organizzate in associazioni di volontariato o in gruppi di auto-aiuto. La Regione Toscana fin dal 2008 adottato la strategia della Sanità d’iniziativa, ottenendo discreti risultati nella gestione delle malattie croniche. Ma senza un forte impegno della politica e delle amministrazioni locali è impossibile fare quell’indispensabile salto di qualità in direzione della prevenzione primaria, nel porre un argine all’influenza delle grandi multinazionali del cibo (Big Food), delle bevande gassate (Big Soda) e dei farmaci (Big Pharma) e nella riduzione dell’esposizione ai fattori di rischio ambientali, comportamentali, socio-economici – che sono alla base dell’epidemia delle malattie croniche - e quindi nella riduzione del numero delle persone ammalate.

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Superare i confini per uscire dalla crisi Non è il momento migliore ma certo qualcosa si può fare per sciogliere ‘nodi’ amministrativi, vincoli e barriere che frenano lo sviluppo e la possibile integrazione tra le imprese del nostro territorio.

a cura di Maurizio Abbati

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Piccola città museo traboccante di itale glorie o area vasta in grado di proporsi come modello urbano votato ad integrare la sua preziosa vocazione turistica con la presenza importante e strategica dell’industria? Un’industria che sa scommettere sulla qualità, vocata all’export, in grado di creare un osmosi con il territorio, assorbendo cultura e know how e producendo ricchezza. La scelta in teoria appare facile, ma quando si tratta di allargare i confini amministrativi e guardare a un futuro destinato a passare necessariamente attraverso l’accorpamento di funzioni burocratiche e decisionali, le riserve sono sempre molte. Perché significherebbe mandare a fondo per sempre quel concetto di “piccolo è bello” di cui spesso abbiamo abusato, adoperandolo in modo troppo generico sia per le piccole aziende sottocapitalizzate e non in grado di superare i confini commerciali del loro distretto produttivo, così come per quei microComuni che hanno l’unico vantaggio di permettere ai loro abitanti di avere l’ufficio anagrafe sotto casa e riconoscersi in un’identità da vecchio borgo. Un piccolo che è bello solo se sa crescere, mettendosi in rete. Di sette nani insomma forse non si può fare un gigante ma almeno un’aitante


comunità. Firenze è città dove i campanili battono ciascuno la propria ora, si sa. Eppure ci piacerebbe raccontare un’altra storia, quella di un’area urbana in cerca di una sua diversa identità e di nuove funzioni, dove il capoluogo deve fare necessariamente da locomotiva, ma non deve pensare di essere il solo a tirare, poiché dal territorio inteso come area vasta arriva un supporto economico imprescindibile oltre che la sola possibilità di sviluppo, almeno per quanto riguarda i futuri insediamenti produttivi, per i quali certo non c’è spazio all’ombra di Palazzo Vecchio. A Firenze ci sono il Duomo e il Ponte Vecchio, ma a Scandicci ci sono Gucci e le grandi griffe della pelletteria, a Sesto Fiorentino c’è Eli Lilly. Ma quando si parla di area vasta non si faccia l’errore di confonderla con l’area metropolitana, perché in termini economici anche questo resta un abito troppo stretto e bisogna guardare più lontano, alle stesse rotte su cui si muovono le imprese, o almeno quelle capaci di valicare i confini per fare sinergia. Per adesso purtroppo siamo costretti a restare ancorati ai numeri, come quelli elencati dall’Irpet, che parlano di una Firenze certo ancora più ricca del resto della Toscana, ma che sta vivendo in questi ultimi anni un progressivo impoverimento. Dal 2008 al 2012 il valore ggiunto su scala provinciale ha ceduto un 5%, mentre quello regionale si è fermato al -4,1%; l’export è invece cresciuto dell’11,4%, ma sempre meno di quello toscano: +12,2%. Una ricchezza che dunque sembra sgretolarsi anno dopo anno. Questo non significa che la centralità di Firenze sia in discussione, come dimostra il valore del suo Pil, sempre più elevato di quello toscano, grazie alla voce turismo. Ma non solo. Perché l’area fiorentina manifesta anche una propensione all’export maggiore, grazie alla presenza delle sedi di grandi aziende multinazionali che hanno scommesso su un territorio di pregio, sia per un nome che costituisce un brand, sia perché negli anni queste aziende hanno dato vita a reti di imprese in grado di garantire produzione di elevata qualità. Prendiamo il caso della pelletteria, che ha la sua testa a Scandicci, ma ha tessuto una rete di fornitori che spazia fino ai contrafforti di Piancastagnaio e alla Valdera. Ma non solo. Ci sono la camperistica, il biomedicale e via e via. Nonostante questa propensione, l’anamnesi della situazione imprenditoriale evidenzia uno stato di astenia progressiva, una sorta di svuotamento dovuto alla crisi economica ma anche all’incapacità di riposizionarsi e assecondare il cambiamento. Si continua dunque ad aprire nuove attività destinate a restare scatole vuote e bruciando così altre risorse. I dati della Camera di Commercio fiorentina relativi al primo trimestre 2013 sono esemplificativi, soprattutto confrontandoli con lo storico di questi ultimi 4 anni. Al marzo 2009 le imprese firenze*d1spar1 #01


registrate erano in effetti 108.228, contro le 108.497 del marzo scorso; ma i numeri si ribaltano se si prendono in considerazione le sole imprese attive, perché allora si passa dalle 93.480 di 4 anni fa alle 93.076 di oggi. Solo nei primi tre mesi dell’anno si sono registrate 2.041 iscrizioni e 2.707 cessazioni, cioè 666 unità in meno. Il numero del diavolo, ma qui non c’è alcuna cospirazione satanica a cui imputare la colpa. Perché i colpevoli sono ben più reali. Come i costi della burocrazia. Si potrebbe cominciare con i costi di avviamento di una qualsiasi società indispensabile per lavorare, a meno di non ricadere nella formula individuale. Secondo alcune stime, per avviare ad esempio una srl a capitale ridotto, cioè sotto i 10mila euro, servono tra gli 800 e i 1.300 euro di notaio, 400 euro di bolli, 168 euro di tassa di registro, 200 di diritto annuale Camera di commercio più 90 di diritti di segreteria, 309,87 euro per Ccgg vidimazione libri più altri 39,62 per diritti e bolli per vidimazione, infine altri 29,28 euro per la bollatura del libro giornale e inventari. C’è di che farsi passare la voglia. A fronte di questo, quali sono le ricadute economiche degli investimenti della Camera di commercio? Che solo dalla gestione corrente da diritto annuale, secondo il preconsuntivo 2012, ha proventi per oltre 26 milioni di euro, a cui ne vanno sommati altri 5 per diritti di segreteria e oblazioni. Intanto il panorama economico provinciale evidenzia tutta la sua fragilità e si gira con l’ombrello, perché la tempesta non accenna a passare oltre. Nel 2012 solo il 7,2% delle imprese ha fatto registrare fatturati in crescita; nel 2011 era l’11%, nel 2010 addirittura il 15,6%. Nel 2013 si stima poco sopra il 2%. Stesso dicasi per l’occupazione: solo lo 0,8% pensa di creare nuovi posti di lavoro quest’anno, mentre l’11,2% teme purtroppo di essere costretto a ridurli. Gli altri, i più, non sanno dire ancora cosa sarà di loro, o hanno già dato, tagliando e salvaguardando dove si poteva, poiché a nessuno piace mandare la gente a casa. Dire che il problema è la crisi dei mercati è dunque come rassegnarsi all’attesa, a una fermata del bus, senza sapere a che ora passerà. Firenze non riesce a crescere dimensionalmente e rimane bloccata in una ragnatela amministrativa e politica che spesso ne frena lo sviluppo economico. Guardiamo a cosa è accaduto con l’applicazione della tassa di soggiorno. Un’opportunità per fare cassa a cui quasi nessun Comune ha saputo resistere, anche quelli che forse per lo sviluppo turistico non hanno mai fatto niente o quasi. Tanto che delle 44 amministrazioni che si dividono il territorio provinciale, per le quali si può ipotizzare un ricavo di circa 27 milioni di euro, solo due hanno per ora rinviato l’applicazione del ticket sui pernottamenti. Ma nessuno si è preso la briga di concertare un’applicazione omogenea, se non a livello di area, come per il 29


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Chianti o il Mugello, così che ad oggi i turisti si trovano di fronte a 5 importi diversi da pagare per dormire in un albergo con lo stesso numero di stelle. Omogeneità che non c’è neanche per l’aliquota Irpef. Basti vedere. Firenze per il 2013 ha deciso di stare bassa allo 0,2; Sesto poco oltre a 0,3; Scandicci è sullo 0,5, Fiesole e Bagno a Ripoli hanno applicato il massimo cioè 0,8, Campi Bisenzio ha invece adottato un sistema a fasce che vanno da 0,58 a 0,80. Ci sono però anche esempi positivi, quelli di Comuni virtuosi che decidono di superare le barriere che li separano per condividere un progetto di sviluppo importante, anche se poi sono costretti a fare i conti con un sistema che rende difficile ogni cosa. E’ quanto accaduto nel 2001, quando si deve individuare un’area per realizzare un nuovo insediamento produttivo di 26mila metri quadri per la lavorazione dei prodotti Laika. Tavarnelle Val di Pesa, il Comune dove Laika ha la sua sede storica, si mette alla ricerca di un’area idonea, ma non c’è niente da fare. La partita però è troppo grossa per una sconfitta a tavolino, cioè senza giocarsela fino in fondo, visto che si tratta di 250 posti di lavoro diretti con un indotto di altri 600 almeno. Accade allora una cosa davvero singolare: viene chiesto aiuto alla confinante San Casciano per evitare che l’azienda sia trasferita altrove. I due sindaci lavorano assieme e nel 2003 viene individuata un’area già classificata come produttiva in un precedente Prg regionale, quella di Ponterotto. Sembra fatta, ma ci vogliono sette anni per aprire il cantiere e la produzione non potrà essere avviata prima del 2014. C’è di che farsi passare la voglia. Ben venga allora la città metropolitana, ma attenzione perché non si tratta di un semplice puzzle. Nessuno accetterà di rinunciare al proprio campanilismo se il capoluogo, quello che dovrebbe tracciare la strada, per risparmiare decide ad esempio di tagliare i punti anagrafe nei quartieri dimostrando di non aver chiaro il significato del termine decentramento. Ma anche se non si riuscirà a guarire dalla sindrome di Nimby, all’origine delle dispute infinite su termovalorizzatore e piano dei rifiuti, sviluppo dell’aeroporto e bretelle autostradali. L’economia si rilancia solo se si gioca in squadra. Quanti anni sono che ce lo sentiamo ripetere. Peccato che nessuno poi si decida a scendere in campo. Ambizioni personali a parte.

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L’etica del lavoro e l’economia dal basso La crisi non riguarda solo gli altri o meglio il giacimento inesauribile del turismo non può proteggere e sanare i problemi economici di Firenze, non è così nei numeri e non lo è nei fatti, soprattutto se lo si intende come risorsa da spremere passivamente. Eppure nella storia recente della città le fabbriche non sono realtà assenti anche se sembra che con la loro dismissione sia venuta meno, o si sia affievolito, il valore etico del lavoro e della produzione. Oggi, eccezion fatta per la ‘Nuova Pignone’ e poche altre, le fabbriche sono ‘fuori’, nei Comuni della Piana o delocalizzano. Qualcuno dice che ‘lavorare stanca’, forse (anche) così si spiega la crisi vocazionale in molti ambiti dell’artigianato. Così ci restano i grandi volumi dei capannoni e dei contenitori di funzioni ormai dismesse; spesso abbandonati questi possono e devono essere oggi oggetto di una riflessione approfondita. Il Centro storico di Firenze non li possiede e quando li ritrova, vedi il recente caso di San Firenze, rischia di confondere l’altissimo valore monumentale con la ‘plusvalenza’ immobiliare; o addirittura sono ostaggio di storie così ‘contorte’ da rappresentare la saga del recupero impossibile, Sant’Orsola docet. Viceversa i grandi ‘scatoloni’ possono rappresentare il volano di una rigenerazione urbana che molte zone della città attendono con ansia. Forse non è necessario, sempre, pensare a questi grandi contenitori come l’oggetto della possibile attenzione per grandi gruppi e società immobiliari, si potrebbe (come accade nel nord Europa) creare consorzi, anche di giovani imprese, che, in un disegno complessivo e con funzioni compatibili, ne rendano possibile l’uso per parti. Così non sono necessari grandi budget ma grandi idee e capacità di vedere il nuovo. E’ anche quello che servirebbe per rianimare l’Osmannoro, oggi in ‘disarmo’ ma, domani, potenziale risorsa della città metropolitana. Il fermento economico richiede a monte un fermento umano, non si può solo sperare nel colpo di genio isolato. CRISI deriva dal greco [krisis] scelta, da [krino] distinguere, ebbene le crisi aprono spazi per chi riesce a fare le scelte giuste. Se pensiamo che nessun luogo al mondo è dotato del numero pro capite di progettisti (architetti, designers, ecc. ecc.) di Firenze possiamo pensare a questo come una risorsa e non come una zavorra. Incentiviamo i laboratori creativi, facciamo in modo che i grandi spazi diventino piccoli costi, accettiamo che ciò che “muore” nel centro possa emigrare nella periferia, accettiamo che i semplici volumi edilizi possano essere oggetto di esperimenti edilizi, architettonici ed artistici a bassissimo costo, attacchiamo finestre vecchie ai muri per aprire nuovi orizzonti. Andate su Google e digitate ‘Object Orange Detroit’ e poi ‘Gordon Matta Clark’ ed ancora ‘Aleksandr Brodsky’ e poi ne riparliamo. Mario Pittalis firenze*d1spar1 #01

Firenze dispari 01  

A magazine for Florence (Italy), to share ideas and projects for the future city...

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