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Gelidi compromessi tra Berlusconi e Fini. Ma il premier ha bisogno di soldati obbedienti. Si riparla di elezioni

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€ 1,20 – Arretrati: € 2,00 Spedizione abb. postale D.L. 353/03 (conv.in L. 27/02/2004 n. 46) Art. 1 comma 1 Roma Aut. 114/2009

Giovedì 12 novembre 2009 – Anno 1 – n° 44 Redazione: via Orazio n° 10 – 00193 Roma tel. +39 06 32818.1 – fax +39 06 32818.230

CAMPANIA CORROTTA NAZIONE INFETTA

UNA REGIONE DA SCIOGLIERE di Marco Travaglio

no s’illude che esista un limite alle fesserie. Poi ascolta Maurizio Lupi e si mette il cuore in pace. L’altra sera l’ubiquo pretino devoto a San Silvio era in pellegrinaggio a Ballarò. Dove gli è toccato difendere pure San Nicola, nel senso di Cosentino, il sottosegretario che sarebbe già in galera se non si fosse rifugiato per tempo in Parlamento e al governo. Il cosiddetto onorevole Lupi strillava: “Non si può parlare del caso Cosentino in tv, tantomeno nel servizio pubblico, in assenza di Cosentino e del suo avvocato”. E l’impavido Floris: “Giusto, qui non si fa cronaca giudiziaria”. Non sia mai che gli scappi una notizia. Scodinzolini non avrebbe saputo dire meglio. Così del caso Cosentino ha parlato solo Lupi, ovviamente per assolvere San Nicola: “Non può essere un camorrista visto che fa parte di un governo e di un partito quotidianamente impegnati nella lotta alle mafie”. E giù la solita sfilza di dati sui beni sequestrati e sui latitanti arrestati, come se a sequestrarli e ad arrestarli fossero il Popolo della libertà e il governo Berlusconi. Nessuno ha ricordato a questo bel tomo che gli arresti e i sequestri li fanno i magistrati: gli stessi che lui e la sua cricca attaccano ogni giorno come deviati, politicizzati, golpisti, antropologicamente diversi dalla razza umana. Gli stessi che vogliono arrestare Cosentino. Per fortuna, con buona pace di Menzognini e Floris, un po’ di cronaca giudiziaria sopravvive sui giornali e sulla Rete. Così chi volesse sapere qualcosa delle accuse a Cosentino senza farsele raccontare da Lupi ce la può fare. Basta leggere qualche pagina a caso dell’ordinanza del gip di Napoli per farsi un’idea di cos’è diventata la politica in Campania. Roba da rimpiangere i Gava, detti anche “Fetenzìa”. La regione s’è messa in pari con la Calabria, dove su 50 consiglieri regionali 35 sono inquisiti o condannati. Al confronto la regione Sicilia è un convento di clarisse. Oggi Il Fatto pubblica le pagine gialle degli inquisiti campani di destra, centro e sinistra. Ma si faceva prima con l’elenco dei non indagati. Il governatore Bassolino ha tre procedimenti e un rinvio a giudizio per monnezza e dintorni, con l’accusa di aver truffato la regione che egli stesso rappresenta (è imputato e contemporaneamente parte civile contro se stesso). Infatti il Pd vuole sostituirlo col sindaco di Salerno, De Luca, che di rinvii a giudizio ne ha due. L’ex presidente Pd della provincia di Caserta, De Franciscis, dopo aver dato un appaltone al fratello di un boss casalese, è scappato a Lourdes. La presidente del consiglio regionale Sandra Mastella, imputata per concussione, non può più metter piede in Campania: dovrà convocare il consiglio regionale della Campania fuori dalla Campania, come i governi in esilio in tempo di guerra. Il marito Clemente, eurodeputato ma del centrodestra, è imputato pure lui per concussione. Ed eccoci al Pdl. Cosentino è coordinatore regionale. Il suo vice è Landolfi, indagato per corruzione e truffa “con l’aggravante di aver favorito il clan camorristico La Torre”. Il vicecapogruppo alla Camera Bocchino è indagato per lo scandalo Romeo, assieme al pidino Lusetti e a mezza giunta Iervolino (che almeno qualcuno l’ha mandato a casa). Qualche anno fa, su MicroMega, i pm Ingroia e Scarpinato proposero di allargare alle regioni la legge che consente di sciogliere i comuni infiltrati dalle mafie. Apriti cielo: furono tacciati di golpismo giudiziario. Ora, con le notizie che arrivano dalla Campania, quella proposta appare minimalista. Andrebbe estesa alle regioni e ai comuni infiltrati dalla corruzione. Altro che elezioni: la regione Campania va sciolta e commissariata per cinque anni. Perché la politica s’è infiltrata nella camorra e, a lungo andare, ha finito per corromperla.

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Sotto inchiesta un’intera classe dirigente La richiesta di arresto per il sottosegretario Cosentino, riaccende i riflettori Udi Paola Zanca sul un’area del Paese dove spesso la politica è scesa a compromessi con il malaffare. Camorra e non solo. Ferrucci, Iurillo, Lillo e Massari pag. 3 z IMMUNITÀ

LA DESTRA CI RIPROVA

GIUSTIZIA x Le memorie del pm antimafia

Il giudice Sabella: “Io, stroncato dal Csm”

tutta la giornata di ieri, una è certa. Bonaiuti (ovDveroicosa Berlusconi) deve darsi una calmata. Parola di An. Il suo annuncio è stato quanto meno intempestivo. Aveva annunciato la presentazione, in giornata, del disegno di legge sul sul propag. 6 z cesso breve.

Toghe del Csm. A sinistra, Bruno Vespa. (FOTO ANSA)

A destra, Ignazio La Russa.

Travaglio pag. 10 - 11 z

(FOTO GUARDARCHIVIO)

SERVIZIO PUBBLICO x Sei milioni di euro in tre anni per il conduttore

BRUNO VESPA UN AFFARE DI STATO Berlusconi alla Rai: sì al maxistipendio

Tecce pag. 6 z

nbolognina

Udi Pagani e Truzzi

Achille Occhetto: “Quel giorno ho avuto paura”

OCCHIPINTI: Unicredit: lascia BONDI, TIENI supermanager del PURE I SOLDI credito alle aziende

Telese pag. 6z

nil libro Confessioni segrete sulla “Loggia” dell’Opus Dei Provera pag. 13z

ccade per la prima volta e non è detto che il coraggio faccia proseliti. Dopo mesi di polemiche su “La Prima Linea”, il film tratto dalle memorie di Segio, il produttore rinuncia al finanziamento pubblico: meglio la libertà pag pag. 14 z

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nbanche

Bonazzi e Feltri pag. 9z

CATTIVERIE La Lanzillotta lascia il Pd per Rutelli. Bersani brinda. Ma a rovinargli la giornata un’altra notizia: il ritorno di Folena

Udi Furio Colombo LA SCENEGGIATA DEI TEST ANTIDROGA data 5 novembre giunge i deputati e senatori Iunana tutti lettera a firma Ignazio La Russa. Un parlamentare fra i parlamentari esorta i colleghi a farsi scrutinare sulla questione droga. Chiaro che tutti coloro che si faranno testare sono “puliti”. pag. 5 z


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Giovedì 12 novembre 2009

Sindacato di polizia: Saviano non è un eroe della lotta alla camorra

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CASO CAMPANIA

oberto Saviano “non è un eroe” della lotta alla camorra, “al contrario dei poliziotti che stanno tutti i giorni in prima linea sul campo”. Lo ha dichiarato in un’intervista a Klaus Davi il segretario del Sindacato autonomo di polizia (Sap), Nicola Tanzi, sottolineando però che “Saviano ha certamente avuto il coraggio di dire

ciò che tutti sapevano ma che non avevano mai messo per iscritto”. Eppure, secondo Tanzi, oggi si parla di Saviano “come simbolo”. E invece “la vera attività contro la camorra non è il lavoro che fa lui, ma quello delle forze di polizia ogni giorno per scardinare e far capire ai cittadini di Napoli che la camorra, l’estorsione e l’usura, si possono combattere e si possono vincere”.

Anche perché “la camorra teme molto di più il grande impegno delle forze di polizia, non certo un libro che ne parla. Le apparizioni televisive di Saviano, conclude Tanzi, “sono un’altra cosa” rispetto alla lotta alla camorra: “La sua sovraesposizione mediatica non serve a smuovere l’animo dei clan” ma a “pubblicizzare la sua attività”.

Gli affari dei Cosentino nella centrale di Sparanise LA PROCURA DI NAPOLI STA INDAGANDO ANCHE SUGLI INTERESSI DELLA FAMIGLIA di Marco Lillo

a procura di Napoli sta indagando anche sugli affari economici della famiglia Cosentino. Mentre il Parlamento valuta se concedere l’autorizzazione all’arresto del sottosegretario all’Economia, la Guardia di finanza, su delega dei pm, sta studiando la storia di uno dei più grandi business sorti in Campania nell’ultimo decennio: la centrale termoelettrica a Turbogas a Sparanise, provincia di Caserta. Per ora non ci sono indagati, ma l’attenzione dei magistrati si concentra, in particolare, sul reticolo di società. La storia di questo impianto da 800 megawatt, inaugurato nel 2007 e sponsorizzato politicamente dall’allora onorevo-

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le Cosentino, è stata già raccontata dal nostro giornale. Si tratta di uno degli esempi più evidenti di commistione tra politica e imprenditoria, tra destra e sinistra. Quest’impianto ha portato ben pochi benefici economici ai cittadini di Sparanise e dintorni, i quali, invece, sicuramente soffriranno le ricadute ambientali della produzione di energia destinata ad essere consumata altrove. A guadagnarci di sicuro sono sia la più importante società per azioni controllata dai comuni rossi dell’Emilia Romagna, Hera spa, sia una società molto vicina alla famiglia dello stesso sottosegretario Cosentino. La Hera spa di Bologna, infatti, vanta nel suo gruppo una controllata, Hera Comm Mediterranea. Quest’ultima ricava ogni anno circa 50 milioni di

SLIDING DOORS

DA DAVID MILIBAND A “NICK ‘O MERICANO” di Luca Telese

’è un unico, incredibile filo che Cdivergenti) unisce le vite parallele (anzi di David Miliband, Massimo D’Alema, Antonio Tajani, Renata Polverini, Nicola Cosentino e Pasquale Viespoli. La politica a volte è anche così, un vorticoso incrocio di sliding doors, porte che girano vorticosamente e decidono con il loro capriccio destini e carriere. Volete provare a capire perché? Partiamo dall’ultimo anello della catena, Pasquale Viespoli. Ieri all’esame tricologico antidroga il deputato del Pdl – una vita nel Msi e poi in An – era il primo a scherzarci su, con raffinata ironia, individuando questa connessione (apparemente) invisibile: “Eh, eh... se Miliband resta al governo a Londra, io me ne resto tranquillo”. Viespoli è uno dei dirigenti più popolari del Pdl in Campania, fa parte di quella destra che per tanti anni era orgogliosa di rivaleggiare con la sinistra per il primato sui temi della legalità. Il giorno in cui Cosentino era stato investito come candidato alla presidenza della regione era il grande sconfitto. Perché se l’area che viene da An otteneva il Lazio (con Renata Polverini) era ovvio che la Campania spettasse a Forza Italia e al sottosegretario di Casal di Principe. Adesso l’Europa e la richiesta di arresto possono cambiare radicalmente questo scenario. Metti che Cosentino non si candida più. Metti che Tajani lascia l’Europa e corra nel Lazio. Metti che Miliband non si candidi e il designato socialista sia D’Alema... Allora nel Lazio va un ex azzurro, e in Campania non può che correre un ex aennino. Ma se il filo di questa

catena di Sant’Antonio si srotola, anche nel centrosinistra campano cambia tutto. Contro l’inquisito Cosentino può correre l’inquisito De Luca. Ma se viene meno Cosentino, e arriva Viespoli, il confronto diventa imbarazzante. Così il paradosso vuole che tutte queste carriere siano appese una all’altra. Sulla carta esiste anche un’altra meravigliosa possibilità. Che David Miliband corra in Campania con il Pd. Ps. Peccato che quel retrogrado di Gordon Brown al contrario di Berlusconi, non si prenderebbe mai un ministro sospettato di legami con Gomorra

euro dalla vendita di una quota pari a circa il 10 per cento del totale prodotto dalla centrale ed è partecipata solo al 50 per cento da Hera, mentre il restante è di una società misteriosa che si chiama Scr. È proprio la Società Commercio e Rappresentanza srl, la società che ha ideato il business dell’energia tra gli allevamenti di bufale. Non è possibile sapere chi sono i veri proprietari perché l’azionariato è schermato da una fiduciaria. Una cosa è certa: i consiglieri che la rappresentano sono Giovanni Cosentino, fratello del sottosegretario e patron della Aversana Petroli, e un suo amico, l’allevatore di bufale, Enrico Reccia. In passato, quest’ultimo, compariva come presidente del consiglio sindacale di una cooperativa nel quale era sindaco Salvatore Della Corte, poi arrestato e condannato come complice del numero uno dei Casalesi, Michele Zagaria. Nel consiglio della Hera Comm Mediterranea, il rappresentante della società multiservizi controllata da 180 comuni, in gran parte rossi dell’Emilia Romagna, siede tranquillamente accanto a Reccia e Cosentino. La Scr è la società che ha comprato a prezzi stracciati i terreni dove sorge la centrale per poi rivenderli con una plusvalenza di 9 milioni di euro alla Calenia Energia che poi ha realizzato e gestisce la stessa struttura. Calenia è di proprietà all’85 per cento della multinazionale svizzera Egl, e al 15 di Hera. Nel primo anno intero di esercizio, il 2008, la società emiliano-campana, Hera Comm Mediterranea, ha venduto 50 milioni di euro di energia per un utile di circa 6 milioni. Oltre a questo guadagno per-

petuo ha ottenuto anche una plusvalenza immediata legata ai terreni dove è stata costruita la centrale. Inoltre, Hera Comm Mediterranea, ha sede in un capannone della società Aversana Petroli della famiglia Cosentino, nell’area industriale di Caserta. Dopo la richiesta d’arresto per il sottosegretario, tornano di attualità i rapporti pericolosi di tutta la sua famiglia, compreso Giovanni, con i camorristi. Se Nicola è il politico di Casal di Principe, Giovanni è il principale imprenditore. Mentre il primo partiva dalla provincia per arrivare al ministero dell’Economia, il secondo è riuscito a costruire un gruppo da 100 milioni di fatturato nel settore della distribuzione del gasolio. La società Aversana Petroli è controllata dai cinque

Un impianto da 800 megawatt inaugurato nel 2007 e voluto da politici di destra e di sinistra

Nel riquadro piccolo la centrale di Sparanise; in quello grande il sottosegretario Cosentino (FOTO GUARDARCHIVIO)

fratelli Cosentino, l’unico escluso è proprio il “politico”. La sua crescita impetuosa è stata però fermata nel 1997 quando la prefettura di Caserta ha negato la certificazione antimafia: Giovanni, infatti, risultava sposato con la sorella del boss Giovanni Russo, detto “Peppe ‘u padrino”. Questa circostanza è ricordata anche nell’ordinanza di arresto per il sottosegretario. La famiglia tentò di aggirare l’ostacolo mettendo a capo dell’Aversana, Mario, ma la prefettura disse ancora no, perché Giovanni restava comunque socio, e poi anche Mario, era stato fermato in compagnia di un camorrista, pregiudicato per estorsione e rapina. A togliere le castagne dal fuoco ai Cosentino, fu il nuovo prefetto, Maria Elena Stasi, che alla fine sbloccò la certificazione. Il caso ha voluto che lo stesso prefetto sia stato candidato, come Cosentino, nel Pdl e oggi siede in Parlamento accanto a lui. Dopo la richiesta d’arresto per il sottose-

gretario, le attività commerciali tra Hera e i suoi familiari diventano ancora più imbarazzanti. A il Fatto Quotidiano, Hera risponde: “Non conoscendo gli atti, non siamo in grado di esprimere giudizi sull’impatto che potrebbero eventualmente avere sulla gestione della società partecipata da Hera. Continueremo quindi a seguire con grande attenzione l’evoluzione della vicenda nell’ottica di tutelare correttamente il patrimonio aziendale”.

È considerato uno dei più grandi business sorti in Campania nell’ultimo decennio

MA QUI LA VERA PESTE È LA RASSEGNAZIONE AL PEGGIO Lo scrittore De Silva: “Napoli aveva saputo rinascere, ora è dura risalire dal precipizio” di Alessandro

Ferrucci

è inversamente proporzionato ai suoi L’tuta.umore ultimi due libri, dove ogni tanto scappa la batAnche amara, per carità. Ma un sorriso c’è. Oggi no. La realtà non lo consente. Oggi, piuttosto, “c’è un sentimento di sfiducia che si impadrona di te”, spiega Diego De Silva, scrittore napoletano con cinque romanzi e stte sceneggiature alle spalle. Vive a Salerno: insomma, è un uomo che “abbraccia” gran parte della Campania. Così turbato dalla questione Cosentino? “No, non è questo. I rumors avevano ampiamente anticipato il finale: è il contesto nel quale si è sviluppato a demotivare il cittadino, a farti reagire con un disinteresse di ritorno. Eppoi...” Cosa? “Mi pesa dirlo, ma il rischio è quello di cadere nel qualunquismo; di ammettere che tanto sono tutti uguali e che bisogna scegliere il meno peggio. Non è, non deve essere così”. Quale è stato il punto di rottura rispetto all’idea di un futuro diverso?

“Beh, faccio parte della categoria degli illusi da Bassolino”. Cioé? “All’inizio, con lui sindaco, abbiamo vissuto un periodo bellissimo, incredibile, dove si respirava la voglia di cambiare, di crescere. C’era l’idea che da Napoli potesse partire una nuova ondata, sì, di sinistra”. Eppoi? “La delusione. I fatti. La realtà, appunto. E pensare che in quel primo periodo tutti noi ci sentivamo diversi: si rispettavano maggiormente le file, il traffico era calato e c’era più allegria. In una parola: rispetto. Facevamo parte di qualcosa. Perché, vede, ho sempre pensato che Napoli fosse una città in grado di anticipare i tempi” Anticipare, come e dove? “In tutto: a partire dai rapporti umani, fino alla moda. Qui il sentimento comune lo percepisci a pelle”. Bene, ma ora? Silenzio. Il tono si fa più basso e cupo di prima. “Ribadisco: sono caduti tanti spauracchi, a prescindere da Cosentino. Il problema è che siamo

assuefatti, nessuno si stupisce più di niente. Certo, abito a Salerno e mi piace il lavoro svolto qui da Da Luca. Lo considero un ottimo amministratore, ma non so come si rapporterebbe in una realtà più grande come quella regionale”. Una “briciola” di ottimismo? “Sì, sono contento di non essere più giovane, di aver 45 anni”. Quindi suo figlio... “Lui ha dieci anni, e magari potrà crescere in qualcosa di migliore. Il vero problema è per i ventenni che devono affacciarsi ora alla vita”.

Scandali e arresti, i cittadini reagiscono con disinteresse, noia Tra 10 anni forse potremmo uscirne”


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Il sottosegretario chiede di imbavagliare “Annozero”

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CASO CAMPANIA

icola Cosentino chiede l’immunità televisiva. Non prevista tra i benefici dei parlamentari. L’avvocato del sottosegretario scrive una lettera ai vertici Rai e all’Agcom per diffidare Annozero. Con tempistica perfetta e sospetta, anticipando persino l’Ansa di mercoledì e non di giovedì:

l’imputato – il “referente dei Casalesi”, secondo il gip – pretende che i telespettatori siano all’oscuro delle sue disavventure con la giustizia. Michele Santoro dovrebbe ignorare Cosentino per evitare la “macelleria mediatica”. Non si può dettare il palinsesto alla Rai. Non ancora. Per la misura cautelare che pende sul

coordinatore del Pdl, c’è la giunta sulle autorizzazioni della Camera. Per esprimere il gradimento sulla trasmissione, c’è soltanto il telecomando. E Annozero, stasera, parlerà di Cosentino, del sistema di potere, di Casal di Principi. Di una terra ammalata dalla camorra e mal difesa (o per nulla) dalla politica.

INDAGATI E CONDANNATI Oltre 50 politici coinvolti nelle inchieste Da Bassolino a Landolfi, il fronte bipartisan

di Vincenzo Iurillo

olitici di grande rilievo, anche nazionale, sotto inchiesta per i reati più gravi. Ecco la classe dirigente della Campania. Parlamentari, amministratori, consiglieri regionali di sinistra, di centro e di destra, in una terra attraversata da una questione morale bipartisan. I leader di una regione che dal 2000 ha speso 13 miliardi di fondi europei e sta per investirne altri 15, mentre il tasso di occupazione è inferiore a quello del 1994 e nel periodo giugno 2008-giugno 2009 sono sfumati 108 mila posti di lavoro. Una regione caduta nel baratro dell’emergenza spazzatura, la più grave catastrofe ambientale dai tempi del colera. Una regione in cui intere aree sono soggiogate da una camorra sanguinaria, che la politica ha combattuto con risultati altalenanti, oppure, nei casi peggiori, ha sfruttato scen-

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dendo a patti coi clan, come proverebbero gli atti della richiesta di arresto di Nicola Cosentino. Secondo stime prudenziali sono almeno una cinquantina i politici indagati in Campania. Quelli che seguono sono solo una parte - in ordine alfabetico, domani pubblicheremo gli altri. In una regione ad alta densità criminale, la politica avrebbe dovuto produrre anticorpi più resistenti al rischio di infiltrazioni e degenerazioni nella gestione della cosa pubblica. Invece a Napoli e dintorni è accaduto esattamente il contrario. Luigi Anzalone Ex presidente della Provincia di Avellino, consigliere regionale del Pd, Anzalone è imputato in Appello per omicidio colposo plurimo in seguito alla frana della montagna di Pizzo Alvano, a Quindici, del 5 maggio ’98. Undici le vittime. In primo grado è stato condannato a tre anni di reclusione. Stamane po-

il quartier generale comunica "

È il giorno dell’ordinanza che chiede l’arresto di Cosentino. E “Libero” infatti ha il suo contro-scoop: Vendola sarebbe-potrebbeforse essere indagato. “Il Giornale” invece ripunta Fini

trebbe uscire la sentenza di secondo grado. Antonio Bassolino Governatore della Campania, membro dell’assemblea nazionale del Pd. È imputato per truffa aggravata e frode in pubbliche forniture nell’ambito del processo sul disastro rifiuti. In uno stralcio del procedimento, relativo alle consulenze del commissariato di governo per l’emergenza spazzatura, deve difendersi da una richiesta di rinvio a giudizio per peculato e falso. Un altro procedimento, relativo alle spese dei lavori di un casale in Toscana, è stato trasferito alla Procura di Arezzo. La Corte dei conti lo ha condannato due volte in primo grado per risarcire gli sprechi della sua gestione commissariale: dovrebbe versare più di 3 milioni di euro. Su entrambe le sentenze pende un ricorso. Italo Bocchino Vice capogruppo del Pdl alla Camera, candidato sconfitto da Bassolino alle regionali del 2005 in quota An, Bocchino è inquisito in Magnanapoli, l’inchiesta sul sistema Romeo per il controllo degli appalti del Comune di Napoli. Angelo Brancaccio Consigliere regionale dell’Udeur, ex Ds, nel 2007 è sta to arrestato e in seguito rinviato a giudizio per una sfilza di reati contro la pubblica amministrazione, relativi al periodo in cui è stato sindaco di Orta d’Atella, nel casertano. Aniello Cimitile Il presidente della Provincia di Benevento, Pd, docente universitario, è indagato nell’ambito di un’inchiesta sui rifiuti e sui collaudi degli impianti di Cdr. Per un breve periodo a giugno è stato sottoposto agli arresti

Vendola, l’inchiesta e gli scoop di “Libero” di Antonio Massari

l presidente Nichi Vendola non è indaga“I to”. Ha chiarito subito il punto, ieri, il procuratore capo di Bari, Antonio Laudati. Ma non basta a scongiurare il terremoto: Vendola rischia di deragliare su un doppio binario, politico e giudiziario, e sembra in un vicolo cieco. A breve potrebbe essere indagato per “tentata concussione”, a marzo dovrebbe candidarsi alla guida della regione, e nell’immediato deve già difendersi dall’accusa di usare una doppia morale: pochi mesi fa ha azzerato la giunta proprio in nome della questione morale, “dimissionando” il suo vicepresidente e qualche assessore perché coinvolti nelle indagini sulla malasanità. Adesso che farà? Lui assicura: non mollo. Ieri lo scoop di Libero, in poche ore ha seminato il panico in procura e nei corridoi della regione. Il quotidiano ha pubblicato stralci di un’informativa dei carabinieri: il presidente è sospettato d’aver imposto ai direttori

delle Asl, nel 2008, la nomina di alcuni direttori. Ed è anche per sottrarre la procura dalle strumentalizzazioni politiche che Laudati ha smentito l’iscrizione di Vendola tra gli indagati. Per ora, però. Dopo l’informativa dell’Arma, appare difficile che il pm di Geronimo dinanzi a una “denuncia” dei carabinieri s’astenga dall’inviare al governatore un avviso di garanzia. Il presidente pugliese ieri ha contrattaccato: “Il presunto avviso di garanzia l’ho ricevuto dall’editore di Libero, Angelucci, che è sotto inchiesta, qui in Puglia, proprio per questioni di malasanità”. Resta il fatto, però, che le inchieste sulla sanità pugliese adesso rischiano di travolgere anche Vendola. Perché qualcosa non torna. Ieri in procura si rifletteva sulla tempistica della fuga di notizie. Con le rivelazioni su Vendola, insomma, qualcuno sembra voler bilanciare i guai giudiziari del centrodestra. Due storie completamente diverse: per Cosentino è stata chiesta la misura cautelare, per l’altro non c’è ancora un avviso di garanzia.

Dall’alto in senso orario Antonio Bassolino, Mario Landolfi, Sandra Mastella (FOTO ANSA)

domiciliari. Roberto Conte Ex consigliere regionale del Pd, a giugno è stato condannato in primo grado a due anni e otto mesi per concorso esterno in associazione mafiosa. Avrebbe versato nelle mani di due galoppini del boss Giuseppe Misso 120 milioni di lire in cambio del sostegno del clan della Sanità alle elezioni regionali del 2000. All’epoca militava nei Verdi. Nicola Cosentino Il deputato di Casal di Principe, sottosegretario Pdl all’economia, quasi certamente dovrà rinunciare alla candidatura a Governatore. Il Gip di Napoli ne ha disposto l’arresto per concorso esterno in associazione camorristica. La Camera si pronuncerà nei prossimi giorni sull’autorizzazione all’esecuzione della misura cautelare. Cosentino è accusato di collusioni con i clan Bidognetti e Schiavone, dai quali avrebbe ricevuto sostegno elettorale sin dagli anni ‘90. Andrea Cozzolino Europarlamentare Pd, molto vicino a Bassolino, il potentissimo ex assessore regionale all’Agricoltura è sotto inchiesta a Santa Maria Capua Vetere nell’ambito delle indagini sulla realizzazione di una centrale a biomasse a Pignataro Maggiore. In questa vicenda è indagato pure Gianfranco Nappi, ex capo della segreteria di Bassolino, che gli è subentrato in giunta. Vincenzo De Luca Sindaco di Salerno, Bersani lo ha cooptato nell a direzione nazionale Pd. Due volte rinviato a giudizio nell’ambito delle inchieste sull’assegnazione dei suoli industriali liberati in seguito alla dismissione della Ideal Standard e sulla delocalizzazione dell’ex Mcm. In questa seconda tranche condivide lo status di imputato con Gianni Lettieri, presidente degli industriali di Napoli e probabile candidato Governatore del Pdl in alternativa a Nicola Cosentino. Fernando Errico Il consiglie-

re regionale del beneventano divide con Clemente e Sandra Mastella alcune accuse nell’inchiesta sull’Udeur connection. Dall’Abruzzo, dove si è rifugiato causa divieto di dimora in Campania, ha annunciato le dimissioni da capogruppo del Campanile. Nicola Ferraro Consigliere regionale Udeur, presidente della commissione Affari Istituzionali. È sotto processo insie-

Dai rifiuti al voto di scambio: una classe dirigente compromessa in una terra allo sbando me alla Mastella per tentata concussione. Secondo un pentito di camorra, Michele Froncillo, Ferraro è stato eletto grazie al sostegno interessato del clan Belforte di Marcianise. Froncillo rivela che Ferraro, per ingraziarsi Mastella, avrebbe regalato un Porsche Cayenne al figlio dell’ex Guardasigilli, acquistato presso la concessionaria di un parente del boss. Mastella respinge con fermezza questa ricostruzione e annuncia azioni legali. Alberico Gambino Esponente di spicco del Pdl salerninato, fino a pochi mesi fa era sindaco di Scafati e assessore provinciale della giunta Cirielli. È stato sospeso da primo cittadino e si è dimesso da assessore in seguito a una condanna in primo grado a un anno e sei mesi per peculato: gli si contesta l’uso improprio della carta di credito dell’amministrazione comunale. Cirielli lo ha ‘ripescato’ assumendolo nel suo staff.

Mario Landolfi Deputato e vice coordinatore regionale del Pdl, è coinvolto in un’inchiesta della Dda s ui rapporti tra politica, imprenditoria e camorra e relativa allo smaltimento dei rifiuti a Mondragone e in provincia di Caserta attraverso l’Eco 4 dei fratelli Orsi. Gli inquirenti gli contestano il reato di corruzione e truffa con l’aggravante di aver favorito il clan La Torre. Sandra Lonardo Mastella La presidente del consiglio regionale della Campania è stata rinviato a giudizio per tentata concussione per aver provato a imporre, senza successo, la nomina di tre primari all’ospedale di Caserta. Nell’inchiesta-bis sull’Udeur connection, appalti e raccomandazioni all’Arpac, le è stata inflitta la misura del divieto di dimora in Campania. Il Riesame in queste ore sentenzierà sul ricorso. Clemente Mastella L’ex ministro della Giustizia di Prodi, oggi europarlamentare del Pdl in quota Udeur, è accusato dai pm di Napoli di essere il leader di un’associazione pe r delinquere finalizzata a spartirsi nomine e appalti con criteri clientelari nell’Arpac e negli altri enti controllati dal Campanile. Per lui pende una richiesta di rinvio a giudizio per concussione ai danni di Bassolino. Insieme a due ex assessori regionali avrebbe minacciato una crisi in giunta per ottenere la nomina di un suo uomo all’Asi di Benevento. Alfonso Pecoraro Scanio L’ex ministro verde dell’Ambiente è indagato con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e ad altri reati contro la pubblica amministrazione. Avrebbe promesso e compiuto favori di vario tipo in cambio di viaggi e soggiorni gratis in Italia e all’estero. Sentenzierà il Tribunale dei Ministri. È indagato anche a Crotone nell’inchiesta sulle mazzette per la realizzazione di centrali elettriche a turbogas della Calabria. Gaetano Pesce Fino a giugno l’esponente di An è stato vice presidente del consiglio provinciale di Napoli. E’ stato condannato in primo grado a tre anni e sei mesi per abuso d’ufficio con l’aggravante di aver favorito la camorra. La vicenda risale al periodo in cui Pesce era sindaco di S. Gennaro Vesuviano: l’amministrazione, poi sciolta, avrebbe avuto un occhio di riguardo per le aziende e gli affari del clan di Mario Fabbrocino. Domenico Zinzi Il parlamentare dell’Udc è sotto processo con Anzalone e altri imputati per la frana di Quindici. Tre anni di condanna in primo grado, per una storia che risale al periodo in cui era assessore regionale alla Protezione Civile. (1-continua)


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La stampa estera: in Italia una nuova legge salva-premier

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GUAI DEL GOVERNO

a stampa estera ha ricominciato a occuparsi del nostro paese. “Berlusconi cerca di limitare i (suoi) processi” intitola il Daily Telegraph. Anche il Times, nella sua edizione online, evidenzia come "una nuova legge potrebbe evitare a Berlusconi di affrontare le accuse di corruzione" Mentre il quotidiano spagnolo El Paìs segue la questione,

con un articolo intitolato: “Berlusconi concorda una riforma giudiziaria per liberarsi di due processi”. Sul progetto scrive anche il New York Times, riportando che Berlusconi raccoglie sostegno per limitare la durata dei processi, “inclusi i propri” in cui è imputato "per corruzione e frode fiscale". Più morbido il Financial Times: “Berlusconi apre la

strada alla riforma giudiziaria", titola il quotidiano, riferendo dell’ ”accordo” raggiunto martedì dal capo del governo con un “alleato chiave”, il presidente della Camera e numero due del Pdl Gianfranco Fini, per una riforma del sistema giudiziario che "i leader dell'opposizioni temono sia diretta principalmente a concludere due processi contro il magnate dei media miliardario".

I FINIANI FRENANO IL BLITZ SUL PROCESSO BREVE Ma la Boniver presenta un testo per l’immunità di Paola Zanca

i tutta la giornata di ieri, una cosa è certa. Bonaiuti (ovvero Berlusconi) deve darsi una calmata. Parola di An. Il suo annuncio è stato quanto meno intempestivo. Ieri mattina il portavoce del presidente del Consiglio aveva annunciato che in giornata sarebbe stato presentato nell’aula del Senato il disegno di legge sul processo breve. In pratica, una norma che fissa un limite di sei anni per arrivare alla sentenza nei procedimenti a carico di incensurati: se il processo dura di più, il reato si estingue. La legge consentirebbe a Berlusconi di salvarsi sia dal processo Mills sia da quello che riguarda Mediaset. Bene, l’ennesimo contrattacco del premier per salvarsi dai guai, questa volta ad An non è andato giù. Bonaiuti dice che al ddl ci hanno lavorato tutta la notte. Il presidente della commissione Giustizia Berselli (ex An) dice: “Di certo non ci ho lavorato io”. Dentro An infatti sanno benissimo che quella norma, così come è stata descritta nelle indiscrezioni, non passerebbe mai l’esame di costituzionalità. Il Csm, d’altronde, aveva già fatto sapere che avrebbe espresso un suo parere d’ufficio, anche se non richiesto. Istituire categorie di privilegio nel Codice di procedura penale finirebbe

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inevitabilmente per scontrarsi con i principi costituzionali, come già successo a tutti i tentativi del premier di fermare i processi che lo riguardano. Mentre Berlusconi ieri per più di un’ora ha discusso con il ministro Alfano (che ha rivisto anche poi in Senato), An chiedeva mani di velluto: “Se proprio dobbiamo accelerare i processi, facciamolo con una legge di sistema, che abbia solide coperture economiche”. Anche la Lega non ha fatto i salti di gioia: “Condividiamo il principio – ha detto il capogruppo al Senato, Bricolo – Ma il testo ancora non c’è e per firmarlo aspettiamo di vederlo”. L’Associazione nazionale magistrati ha già giudicato offensivo parlare di processo breve quando da tempo e con insistenza chiede al Parlamento e al governo interventi seri per assicurare il funzionamento del sistema giudiziario. Anche nell’opposizione il muro è abbastanza compatto, visto che è chiaro a tutti che il ddl serve innanzitutto a risolvere i problemi del presidente del Consiglio. A parlare è Felice Casson, uno dei senatori che rappresentano il Pd in commissione Giustizia, preoccupato dallo slogan propagandistico lanciato dal Pdl. ”È chiaro – spiega Casson – che siamo tutti d’accordo sul fatto che i processi in Italia vadano accelerati, ma qui il problema viene affrontato dalla coda. La maggioranza ha sempre respinto le nostre proposte sulle modifiche normative ai processi, sulla riorganizza-

Il testo non è stato presentato ieri in Senato come annunciato da Bonaiuti, ma dovrebbe esserlo oggi

zione degli uffici e del personale, così come si è rifiutata di trovare risorse per la giustizia. Senza questi presupposti, pensare di chiudere un processo in sei anni è un’utopia. Solo se cominciamo da lì, noi siamo disponibili al dialogo”. Le proposte del Pd (che ha chiesto al ministro Alfano di riferire in Parlamento) verranno presentate oggi a Palazzo Madama. Non vede invece spazi di manovra il senatore Luigi Li Gotti, in commissione Giustizia per conto dell’Idv. “Se si comincia a parlare di processo breve – dice Li Gotti – non si può dialogare: è la proposta peggiore che potessero presentare. E soprattutto non può in nessun modo riguardare i processi già in corso: noi al contrario chiediamo che quando un procedimento è iniziato, la prescrizione non scorra più”. L’Udc per ora non entra nel merito, ma ne fa una questione di galateo istituzionale: “Non mi pare che Bonaiuti sia presidente del Senato né che faccia parte della conferenza dei capigruppo – dice il presidente dei senatori Udc, Gianpiero D’Alia a proposito dell’annuncio di ieri mattina – Non mi pare che il calendario dei lavori possa essere modificato”. La presentazione del ddl è slittata a oggi. In attesa che il Senato capisca se e come deve mettersi al servizio della maggioranza, i fedelissimi del Cavaliere non perdono tempo. Fiutata l’aria, nel tardo pomeriggio di ieri, la deputata Margherita Boniver ha presentato una proposta di legge costituzionale per il ripristino dell’immunità parlamentare. Obiettivo: “Tutelare l’interesse della collettività, prevenendo eventuali condizionamenti del potere giudiziario sullo svolgimento della dialettica politica”.

LE MOTIVAZIONI

MILLS MENTÌ QUANDO RITRATTÒ di Antonella Mascali

avid Mills è sincero, quando confessa di Dmentito aver ricevuto 600 mila dollari per aver a favore di Silvio Berlusconi ai processi Fininvest-Gdf e All Iberian, tanto da ripetere per altre 11 volte la stessa versione dei fatti. Non è credibile quando ritratta. Lo hanno scritto i giudici della seconda Corte d’appello di Milano nelle motivazioni della condanna a 4 anni e mezzo di carcere, per corruzione in atti giudiziari. La sentenza ha confermato non solo la pena, ma anche i 250 mila euro di risarcimento alla presidenza del Consiglio, costituitasi parte civile quando c’era al governo Prodi, non certo il presunto corruttore, e attuale premier. I giudici elencano i fatti indicati dal tribunale, che hanno contribuito, assieme alle perizie bancarie alla condanna di Mills: dalla lettera al suo fiscalista, Bob Drennan, in cui scrive di aver evitato con le sue testimonianze “un mare di guai a mister B.”, a due fogli manoscritti da Mills e da un altro fiscalista, James Barker, durante una riunione su come giustificare il denaro, alla relazione inviata allo Sfo (Serious fraud office), il 12 febbraio 2004, all’interrogatorio in procura a Milano, il 18 luglio 2004, quando Mills ammette: “...sono stato sentito più volte in indagini e processi che riguardavano Silvio Berlusconi e il gruppo Fininvest, e pur non avendo detto il falso ho tentato di proteggerlo… e di mantenere una certa riservatezza sulle operazioni che ho compiuto per lui… Nell’autunno del ’99 Bernasconi (dirigente Fininvest, ndr) mi disse che Silvio Berlusconi a titolo di riconoscenza per il modo in

L’avvocato è credibile quando confessa, secondo i giudici di Milano

cui ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e dei processi, aveva deciso di destinare una somma a mio favore…”. Quanto alla ritrattazione (i soldi non erano di Berlusconi ma di un mio cliente che volevo tutelare, l’armatore Diego Attanasio), per i giudici d’appello, così come per quelli di primo grado, è risibile. Scrive la Corte: “Tali motivazioni, giustamente, sono state ritenute illogiche, ‘al limite del risibile’ dal primo giudice… non c’è chi non veda come la delicatezza della posizione di Silvio Berlusconi, che rivestiva (e riveste tutt’oggi) la carica di presidente del Consiglio, non sia paragonabile a quella dell’imprenditore Attanasio… E allora non può che concludersi nel senso che la confessione di Mills stragiudiziale appare genuina, spontanea, vera e attendibile…”. C’è però una differenza tra questa sentenza e quella del tribunale, l’interpretazione del reato di corruzione in atti giudiziari. La Corte d’appello lo ritiene “susseguente” alle false testimonianze ai processi di Berlusconi, in base all’elemento “certo”, che è l’accordo con Bernasconi dell’autunno ’99. Per il tribunale, la corruzione invece è “antecedente” alle testimonianze, avvenute a novembre ’97 e a gennaio ’98. Ma per tutti i giudici, il reato si è consumato il 29 febbraio del 2000, quando i 600 mila dollari sono entrati nella disponibilità di Mills. Tanto che la Corte d’appello scrive: “Si potrebbe addirittura sostenere che non ha più rilievo in termini pratici la distinzione tra corruzione antecedente e conseguente…”. La corruzione in atti giudiziari si prescrive dopo dieci anni, dunque, in base a due sentenze di condanna, il reato sarà prescritto l’11 aprile 2010. Ci sono quasi quattro mesi utili per il verdetto finale, se vuole, la Cassazione ha tutto il tempo per emetterlo. Se confermerà la sentenza, potrà essere utilizzata nel processo a carico di Berlusconi e incidere seriamente. Ma il premier, per salvarsi, si sta facendo la legge “processi brevi” e quella che riforma il Codice di procedura penale. In base a quest’ultima, le sentenze definitive non potranno più essere utilizzate in altri processi, se non in quelli per mafia.

Il disagio di Angela: il Pdl si occupa solo del Capo di Caterina Perniconi

nel suo tailleur fantasia, Epienalelegantissima sopracciglia disegnate e una borsa di documenti, Angela Napoli è una deputata d’esperienza. Un passato da professoressa di Matematica e preside di scuola superiore, vanta cinque legislature “l’ultima grazie solo all’appoggio di Gianfranco Fini”. Specializzata in criminalità organizzata, è membro della commissione Antimafia. Onorevole Napoli, che cosa pensa un deputato del Popolo della libertà, esperto di giustizia, di questa riforma? Mi dispiace per ciò che sta succedendo perché sono profondamente convinta della necessità della riforma della giustizia, che era stata inserita anche nel programma elettorale. Ma oggi il processo mi pare accelerato solo dalla volontà del governo di definire proposte di cui potrebbero beneficiare solo i soliti “perso-

naggi” e non qualsiasi cittadino. Non è chiaro cosa prevede l’accordo sul processo breve dopo il termine dei sei anni. Prescrizione? Bisogna aspettare di leggere la proposta scritta per capire. Di certo c’è il rischio che agevolando certi processi si lascino in sospeso molti reati gravi, dalla mafia al terrorismo. O si adeguano gli organici della magistratura o si finisce col non dare certezza della pena. Lei voterà a favore del processo breve? Il merito della proposta va valutato. Per quanto mi riguarda voterò a favore quando sarò sicura che il beneficio va oltre i muri del Parlamento. Lei era assente anche quando è stato votato lo scudo fiscale. Solo un caso? Diciamo che è stato proprio il giorno del mio onomastico e ho preferito festeggiarlo. Chiaro. Lei dichiara di credere mol-

to nella magistratura ma Berlusconi dice spesso il contrario. Io non condivido affatto gli attacchi permanenti alla magistratura, anche se va dato atto al premier che alcuni interventi possono sembrare “ad orologeria”. In ogni caso non condivido le sue dichiarazioni e continuo a ribadire il rispetto per il lavoro dei magistrati. Naturalmente mi piacerebbe che anche la magistratura rispettasse l’autonomia del Parlamento. Come valuta l’editoriale del direttore del Tg1 contro il procuratore di Palermo Antonio Ingroia? Non lo condivido e dò merito a Ingroia, anche se ha un’ideologia politica diversa dalla mia, di rimettere in piedi un’indagine che mi auguro accerti la verità sulle stragi di mafia. Fini ha detto che nel Pdl “c’è aria da caserma”. È d’accordo? D’accordissimo. Io sono iscritta al gruppo parlamentare ma non al partito. Con-

divido le posizioni di Fini anche quando richiama al rispetto della Costituzione, e al rispetto delle prerogative del Parlamento. Quindi prova un disagio d’appartenenza? Un enorme disagio. E lo vedo anche in buona parte delle persone che, come me, hanno radici politiche lontane. Non vedo un nuovo partito con un progetto politico chiaro, ma un partito che vive e asseconda le volontà del presidente. Un

Napoli, Pdl: “La riforma della giustizia non sia solo per i soliti personaggi”

partito del presidente. C’era più autonomia quando Forza Italia e An erano separati? Quando i partiti erano separati avevo l’opportunità di evidenziare la mia identità, i miei valori e ora non li ritrovo più. Cosa si augura per il dopo Berlusconi? Mi auguro che prevalgano valori e progetti seri, non interessi personali e attaccamento alle poltrone.


Giovedì 12 novembre 2009

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Il tentativo di assaltare la diligenza del bilancio

L’

POLITICA

obiettivo della Finanziaria triennale 2008-2010 presentata dal governo subito dopo le elezioni era di blindare le manovre di bilancio, superando il meccanismo della manovra annuale che viene sempre stravolta in Aula dagli emendamenti, con voto di fiducia finale per farla passare. La Finanziaria 2010, ora all’esame del Senato, è

quindi una manovra che non sposta un euro, si limita a rifinanziare provvedimenti ma senza spostare davvero risorse. Il sogno del ministro Tremonti, di una Finanziaria blindata, è stato però complicato dalla crisi economica. In molti, anche dentro la maggioranza, chiedono che si faccia ricorso alla spesa pubblica per finanziarie provvedimenti straordinari a sostegno del reddito

delle famiglie o per agevolare le imprese. Capofila del Partito della spesa pubblica sono i ministri Raffaele Fitto, Stefania Prestigiacomo e Claudio Scajola. Il tecnico che ha elaborato una manovra alternativa (da 37 miliardi) è Mario Baldassarri, economista e senatore del Pdl, vero ideologo di una politica economica non tremontiana. Per ora, però, sembra non aver ottenuto molto.

PER ORA VINCE TREMONTI

La Finanziaria esce dal Senato con una sola novità: la banca del sud di Stefano Feltri

a Finanziaria 2010 non cambia, per ora, ma le prossime saranno molto diverse. La giornata di ieri registra due eventi. Primo: la legge di bilancio per il 2010 si prepara a uscire quasi invariata dal Senato (ultimi voti questa mattina) e passare alla Camera dove si scatenerà la guerra per contendersi il tesoretto dello scudo fiscale. Secondo: alla Camera passano, quasi all’unanimità, le nuove regole per preparare le leggi di bilancio dei prossimi anni, con l’obiettivo di rendere la procedura più veloce e ridurre le occasioni di appesantirla con maxiemendamenti e voti di fiducia finali. Partiamo dalla Finanziaria 2010. Non ci sarà quasi nulla di quanto discusso nelle ultime settimane. Niente proroga dello scudo fiscale (la scadenza resta fissata al 15 dicembre), niente 5 per

L

mille, nonostante le proteste delle associazioni di volontariato che resteranno senza soldi (ma il governo lascia intendere che la questione non è chiusa ed è disposto a trovare qualche compromesso) e soprattutto niente riduzione dell’Irap, l’imposta regionale sulle aziende

emendamenti governativi. “Resta una Finanziaria inesistente”, dice al Fatto il senatore del Partito democratico Vidmer Mercatali. Per ora, quindi, prevale la linea del rigore contabile del ministro dell’Economia Giulio Tremonti che era andato allo scontro con una parte della sua maggioranza opponendosi al ricorso alla spesa pubblica. “La Finanziaria non è un bancomat”, ha commentato il numero due del ministro, Giuseppe Vegas. Esce sconfitto il senatore del Pdl Mario Baldassarri autore di un emendamento che voleva stravolgere la Finanziaria, trasformandola in una manovra da 37 miliardi (inclusa una riduzione dell’Irap da 12 miliardi). Il più autorevole rappresentante della cultura economica non tremontiana ancora ieri mattina difendeva le sue ragioni in un lungo articolo-manifesto pubblicato da Libero, ma ha dovuto arrendersi. Per ora la Finanziaria non cambia, unica novità si annuncia l’introduzione della Banca del Mezzogiorno, l’istituto di credito voluto dal ministro dell’Economia che aveva già ottenuto il via libera dal Consiglio

Per ora prevale la linea del rigore contabile, visto che non ci sono ancora i soldi dello scudo fiscale da spendere che Silvio Berlusconi aveva promesso di cancellare gradualmente. Soltanto qualche fondo alla sicurezza, che dovrebbe arrivare questa mattina negli

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dei ministri. Anche questa dovrebbe arrivare questa mattina, il Pd si è opposto che non si può introdurre una banca per emendamento, ma sembra rassegnato. La guerra dentro la maggioranza si riaccenderà alla Camera, quando saranno a disposizione i soldi dello scudo fiscale (da 3 a 5 miliardi) sul cui utilizzo ci sono idee molto diverse. Un paper pubblicato ieri dell’Istituto Bruno Leoni, pensatoio vicino alla destra più liberista, propone per esempio di usarli per una riduzione una tantum dell’Irpef. In attesa di discutere la Finanziaria 2010, ieri la Camera ha approvato le regole per scrivere le finanziarie dei prossimi anni. “Con la nuova legge – spiega al Fatto il deputato del Pd Pier Paolo Baretta – il documento di programmazione economica e finanziaria, Dpef, arriverà a settembre, poi si comincerà a discutere la legge di bilancio a ottobre”. L’obiettivo è di ridurre i tempi: adesso si discute di Finanziaria da maggio a fine di-

cembre, prima si presentano i saldi di bilancio (gli obiettivi di politica economica sul lato delle entrate e delle uscite) poi si inizia a discutere di come raggiungerli, fino alla pioggia di emendamenti che culmina in un maxiemendamento che contiene misure tra loro diversissime su cui viene imposto dal governo un voto di fiducia. “La nuova Finanziaria sarà più con-

tenuto politico: si ragionerà per ���programmi e missioni”, non più per “macro aggregati”. In pratica non saranno più possibili i tagli lineari usati finora da Tremonti, con cui ci si limita a ridurre le risorse a disposizione ai centri di spesa lasciando loro il compito di capire come e dove tagliare. Adesso, spiega Baretta, dovranno essere individuati fin da subito i punti di in-

La Camera approva le regole per le Finanziarie del futuro: tempi più rapidi e potere al parlamento centrata, il Parlamento avrà più potere, il governo non potrà più fare la politica economica con i decreti legge, quest’anno siamo già a 6, ma dovrà discutere ogni misura di bilancio davanti al Parlamento”, spiega Baretta. Ci sono anche delle novità molto tecniche che però hanno un con-

tervento. Ora le nuove regole per la Finanziaria torneranno al Senato, mentre inizia una pressione trasversale su Gianfranco Fini, presidente della Camera, perché ottenga una riforma dai regolamenti parlamentari. Altrimenti le nuove regole saranno quasi impossibili da applicare.

Droga test, check-point in Parlamento MEDICI, INFERMIERI E REGISTI. E UN CAPANNELLO DI ONOREVOLI. PREPARATI E “PULITI”, OVVIAMENTE di Furio

CAMOMILLA

di Alessandro Ferrucci

Habemus pilum!

O

norevole, come è andata? “Bene – risponde un imbarazzato Tommaso Ginoble (Pd) –. Anche se ho i capelli troppo corti, così hanno dovuto fare il prelievo in un’altra parte del corpo”. Non importa dove. Lui è uno dei politici ad aver risposto all’appello di La Russa sull’esame pilifero per attestare l’uso di stupefacenti. Sì, alla fine anche il ministro l’ha fatto. Siamo contenti. Con un “però”: poco prima del prelievo un giornalista ha chiesto: “Ma il laboratorio è certificato?”. “Cer-ta-men-te!”, la risposta di La Russa. “Sicuro? Perché, vede, secondo le mie indagini i posti sprovvisti hanno un errore del 50 per cento”. “Dottore, allora? Ce l’avete? No!!! Ah... Giorgia (Meloni, ndr) e ora? Vabbè, andiamo lo stesso”. In bocca al lupo, ministri.

Colombo

n data 5 novembre giunge a tutti i IIgnazio deputati e senatori una lettera a firma La Russa. Un parlamentare fra i parlamentari esorta i colleghi a farsi scrutinare sulla questione droga. Chiaro che tutti coloro che si faranno testare sono “puliti”. Prontamente la Camera dei deputati provvede. Ai piedi di una delle scale da cui si accede all’Aula, compare un “check point Charlie”: due medici, un’infermiera o assistente in camice, un funzionario di Montecitorio, un tavolino, un registro. C’è l’effetto simbolico. Per entrare devi accettare o rifiutare (con la debita impressione di sospetto). C’è l’effetto teatrale, come in uno spettacolo d’avanguardia: un assembramento di medici, come se fosse accaduta una disgrazia. E c’è l’aspetto politico. Trovi infatti una fila di colleghe e colleghi deputati che sostano in attesa del nuovo rito parlamentare: lo

strappo del capello. Curiosamente nessuno discute due aspetti, certo impropri e anche un po’ ridicoli, di questo evento, tutt’altro che normale in un Parlamento. Il primo aspetto è una constatazione banale: farsi “testare” nel giorno previsto, dopo una bene orchestrata campagna di annunci che dura da settimane, è il sogno dei più accaniti “utilizzatori finali” della droga. È il paradiso degli atleti che, invece, vengono sorpresi a caso, in un momento imprevisto, da test come questi. Qui basta saperlo. Fai una figurona offrendoti allo strappo del capello, e il giorno dopo si celebra. Quanto ai molti che si sono fatti strappare il capello perché ci hanno davvero creduto (operazione non facilissima per i molti calvi della legislatura), sorprende la forza di una cultura sgangherata che non sa cosa fare con le droghe e sembra ignara del rispetto dovuto ad un Parlamento. Ecco infatti il punto più interessante. La lettera che invita tutti noi deputati al fatidico test del capello, giunge in tutte

Come un rito falso e ridicolo Il silenzio di Fini e dei capigruppo dell’opposizione

L’invito-ordine di La Russa mette in moto una farsa: piccoli plotoncini pronti “agli ordini” le caselle della Camera su carta intestata “il ministro della Difesa”. Dunque è il ministro della Difesa, con tutto il peso che quel ministro ha nel governo, a chiedere il test del capello. Chiedere o ordinare? Un potente ministro dispone, e subito si forma il posto di blocco con addetti in camice bianco. Immediatamente si formano gruppi di deputati pronti a obbedire al ministro. Qualunque sia l’esito dei test, inevitabile dire: c’è qualcosa di stupefacente in questa malinconica e marginale vicenda. Il silenzio del presidente della Camera e dei capi gruppo parlamentari, almeno a sinistra, è certo un motivo in più d’imbarazzo. È incredibile e umiliante che un Parlamento scatti di fronte al ministro della Difesa gridando “agli ordini”.


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Giovedì 12 novembre 2009

ANNIVERSARI

di Luca Telese

chille Occhetto ai tempi della svolta aveva una chioma folta e ribelle, i baffi nerissimi. Oggi è seduto nel divano della sua casa di piazza Farnese con un paio di lenti ovali cavouriane appese al collo. Gambe stese, piedi appoggiati su di un tavolino basso, mobili etnici intorno, la barba sale e pepe che è lo stilema della sua terza vita, il tocco per cui Giuliano Ferrara lo ha immaginato come un capitano melvilliano. Bisogna misurare questa metamorfosi per capire quanto sono stati lunghi i venti anni che lo separano dalla Svolta della Bolognina. Occhetto ieri ha fatto il giro delle televisioni, ma un altro strano paradosso illumina l’anniversario: i grandi giornali e i leader della sinistra sembra che non vogliano ricordare volentieri la Svolta, che non sappiano bene come sistemarla. Dovrebbe essere una festa dicompleanno, ma curiosamente Pierluigi Bersani non spegnerà candeline. Occhetto andrà alla Bolognina il 12 con Piero Fassino, verrà scoperta una targa, ma resta una padre ingombrante per le classi dirigenti di oggi. Inizia l’intervista con un giuramento che rispetta (“Non parlo di D’Alema!”) e con una punta di fastidio quando provo ad incalzarlo sui “misteri” della Svolta. Ma non mi nega una risposta. Molti hanno dubitato del fatto che lei avesse deciso tutto da solo, impulsivamente e senza consultare nessuno. “Invece è proprio così. La Svolta fu preparata per un anno, covò in me, ma quella mattina scelsi la Bolognina in assoluta solitudine”. Teresa Bartoli, giornalista del Mattino e sua biografa: ‘Se Achille avesse avvisato qualcuno’ lo avrebbero rinchiuso buttando la chiave’. (Una pausa) “E’ ragionevole. Dopo hanno provato persino a farmi passare per pazzo”. Altri hanno detto: farla dopo la caduta del muro era troppo tardi. (Sorriso ironico). “Ah sì? Dove erano tutti questi coraggiosi prima della Bolognina?”. In ogni caso la scelta del luogo era estemporanea: non c’erano le tv, non c’erano i grandi giornali... “La rivendico. Per me quel luogo rappresentava simbolicamente

A

“QUEL GIORNO HO AVUTO PAURA DI PERDERE” Achille Occhetto ricorda la Bolognina, quando finì il Pci il ritorno alla resistenza, alla casa della mia infanzia...”. In che senso? “Lì era nata la sinistra cristiana di Cesare Balbo. Avevo visto comunisti, azionisti e socialisti lavorare insieme e poi dividersi per il tempo dei muri... La mia Svolta voleva ricomporre quella frattura”. Nelle uniche foto di quel giorno, scattate dal fotografo Umberto Gaggioli, lei ha un’espressione quasi triste. “Mi stavo liberando di una angoscia che mi inseguiva da tempo, giorno e notte: la paura di essere travolti dal nuovo senza capire”. Immaginiamo che lei non fosse andato dai partigiani, il 12 novembre... (lampo divertito negli occhi) “Qui non ci sono ‘se’... So bene cosa sarebbe accaduto. Avremmo scritto un bellissimo documento, pieno di intelligenti rilievi critici. Approvato in ogni dettaglio da tutti i maggiorenti. E saremmo scom-par-si!”. Fu un ex partigiano, il comandante Wiliam a consigliarle quella sezione. Quasi un caso... “E’ vero. Ma io la scelsi”. Cosa ricorda del momento in cui iniziò a parlare? (Altra pausa) “Avevo una paura fottuta”. Quale? “Che mentre spiegavo quello che volevo fare, salisse un brusio, un brontolio corale di dissenso. Una di quelle vibrazioni che possono uccidere un discorso”. E invece? ““L’applauso fu convinto”.

I due cronisti presenti dicono che molti ex partigiani non capirono fino in fondo. “Non scherziamo! Non dissi: ‘cambiamo nome’. Ma tutti capirono il senso del cambiamento che proponevo: ‘Bisogna trovare vie nuove!’”. Rifarebbe tutte le scelte di quella mattina? “Tutte. La Bolognina ebbe un impatto simbolico enorme: quel giorno, e in quel momento. Se avessi parlato in un palazzetto dello sport non

avrei comunicato quella passione”. E’ vero che a parte i suoi collaboratori e i Rodano non consultò nessuno? “Nessuno”. Scalfari scrisse tre mesi prima : ‘Il Pci cambierà nome’ ”. “Era un auspicio mille volte ripetuto, se ne parlava da anni”. Una biografia su di lei parla di una cena con lui. “E’ una delle più grandi balle della storia”. E D’Alema? “Non gli dissi nulla”. Ha detto che l’unico dissenso che non aveva previsto era quello di Ingrao. “E’ vero. Ma al di là dei dirigenti pensavo di rischiare molto di più”. In che senso? “Io avevo messo in conto di poter finire in minoranza”. Ne parlò con Gorbaciov, prima? “No. L’ultima volta in cui lo avevo visto ero io che chiedevo a lui della Perestrojka”.

a Rai non è sola, anzi è circondata. È tra i penLriggio sieri del governo. Giorno e notte. E pomecompreso. Intorno alle 18 di ieri – per un’ora – Angelo Maria Petroni ha fatto visita a Silvio Berlusconi. Un incontro nella residenza privata di Palazzo Grazioli. Pare che Petroni – presente nel consiglio di amministrazione Rai in quota Tesoro – sia stato convocato per il rin-

Un incontro di un’ora a Palazzo Grazioli tra il premier e Petroni

novo del contratto di Bruno Vespa, respinto al mittente dal medesimo Petroni e da Nino Rizzo Nervo: troppo costoso (6 milioni di euro circa), troppo lungo (tre anni). Il Cda aveva suggerito al direttore generale Masi di rinegoziare l’accordo, così il testo è scomparso dalle scrivanie e attende il giorno giusto per passare (inosservato). Berlusconi avrebbe pregato Petroni di non impuntarsi – in onore dell’indipendenza di un tecnico – e di riservare un trattamento speciale al conduttore di “Porta a Porta”. A dieci mesi dalla scadenza naturale del quinquennale firmato nel 2005, un contrattempo interno alla Rai diventa un affare di Stato. Per il Cda le spese e i ritocchi sono spropositati, nonostante Vespa s’appelli al tasso di

Ci sono ancora tre idee attuali della Svolta: libertà, questione morale, ruolo dello Stato A Rimini lei non fu eletto per il mancato quorum “Ma che senso ha parlarne? Ha poca importanza”. Lei inventò la “Cosa” per non usare il vocabolo “partito”. Una balla dei giornali. Io traducevo dal latino: nomina sunt consequentia rerum. Il concetto fu banalizzato”. Sente di aver perso? “Senza la Svolta non sarebbe nato l’Ulivo. Anche il Pd, in parte, è in continuità con la Bolognina”. Però lei non è iscritto: ed è in Sinistra e libertà. “Per questo non ho votato alle primarie”. E di Bersani che pensa? “Ancora non ho chiaro se si libererà di alcune scorie”. Aveva promesso che non diceva cattiverie di D’Alema... (ghigno divertito) “No, questa vlta mi riferivo davvero alla campania, ai capibatone del Sud”. C’ ancora qualcosa della Svolta che lei vorrebbe recuperare? “Ci sono almeno tre idee cardine. Primo: la nuova sinistra non può che nascere dalla libertà”. Secondo? “Io volevo più pubblico. Non certo per sostituirsi al mercato, ma per regolarlo”. Terzo? “La questione morale è ancora più centrale di allora, se possibile. A quelli che dicono: va riabilitato Craxi....”. Ovvero Veltroni. “...Rispondo: semmai va fatto il contrario. Berlinguer capì che alla politica serviva un codice morale più alto. E vale oggi ancora più che allora”.

Achille Occhetto nell’illustrazione di Manolo Fucecchi

CICCIO RUTELLI

di Pino Corrias

L’API CHE VOLA: VERSO IL CENTRO ice Francesco “Ciccio” Rutelli che la creatura si chiamerà Alleanza per l’Italia. Acronimo: Api. Uno pensa: con Api si vola, Domenico Modugno in una vecchia pubblicità d’Italia anni Sessanta. Ma adesso vola verso dove? Dice: “Verso il centro”. E poi? “Alternativo al populismo”. E quindi? “Critico verso l’opposizione”. Cioè? “Lontano dal giustizialismo”. Sarebbe a dire? “Alleanza per l’Italia”. Che poi si tratterà di un ennesimo soppalco dentro al teatro della politica, cinquantesimo partito di Seconda Repubblica. Ulteriore versione identitaria di Francesco “Ciccio” Rutelli, ex radicale di Pannella che conserva sue foto gustose, ex laico mangiapreti, ex verde, ex craxiano, ex occhettiano, ex sindaco del Giubileo, da cui la conseguente devozione vaticana, ex prodiano, poi ulivista, poi ex ulivista con Margherita fusa nel Partito democratico e adesso addio al Pd, ma passando, per maggior gloria, dagli ex mangiatori di cicoria a sottolineare le mani callose di chi ha dovuto faticare l’intera vita per conquistare un po’ di coerenza, amen.

D

Ebbe

Berlusconi convoca un Consigliere Rai per il super contratto di Bruno Vespa di Carlo Tecce

una influenza il suo viaggio in America con Napolitano pochi mesi prima? (Silenzio).“Molta. Ero andato a presentare il Nuovo Pci. Anche i lberal che ci guardano con più simpatia ci chiedevano: ‘Ma come potete mantenere quel nome?’. Ebbi la certezza che non potevamo più essere capiti”. Neanche Napolitano aveva informato? “Nemmeno lui. Ma So che aveva molti dubbi, era tentato di opporsi perchè temeva che la Svolta avrebbe allontanato l’Unità socialista. Lo convinse Macaluso”. E’ una notizia. “Ma non la scriva non voglio essere costretto a smentire. E’ sul Colle ora. Ed è vero che ha sempre voluto il cambio del nome”. Lei è ancora oggi molto più popolare fra i militanti che fra i i dirgenti. “E’ innegabile. Ma deve chiedere a loro il perchè di questa ingratitudine”. Cosa resta della Bolognina oggi? “Credo che sia molto facile il conto: senza la Svolta, adesso è certo, saremmo stati spazzati via”. Invece? “Invece il centrosinistra è andato due volte al governo. Abbiamo avuto ministri, sottosegretari, incarichi...” C’erano due anime nella Svolta? “Si: quella degli svoltisti convinti, che come me volevano uscire a sinistra dalla crisi”. E poi D’Alema... “...E poi... i malpancisti che chinavano la testa davanti al vento, che facevano un calcolo di utilità e di spendibilità personale”. Quando si accorse di queste resistenze? “Troppo tardi. All’inizio non le vidi. Il mio sforzo era rivolto a conquistare i compagni del No”. A Bologna lei pensò di avercela fatta. “E invece avevo fatto l’errore di accettare il meccanismo del doppio congresso. Cercavo un appeacement, ma si perse lo slancio.”.

inflazione al 22 per cento: quasi un milione e 700 mila euro di base l’anno, il minimo garantito per 100 puntate più extra. Il bilancio della Rai è una groviera, ma Berlusconi rifiuta che il Cda sia parsimonioso proprio con “Porta a Porta”. Altra spina della tv pubblica. Il comitato di controllo. L’Agcom non è mai logorroica con la stampa. A dispetto dell’acronimo, denudate le linee guida approvate con un voto di maggioranza e tre contrari, il presidente Corrado Calabrò comunica all’ora di pranzo: le richieste per il nuovo contratto di servizio “rafforzano l’indipendenza dell’organismo, il quale sarà nominato dall’Autorità d’intesa con il ministero dello Sviluppo economico”. Per la serie: una smentita che ribadisce. Quel sistema di valutazione sulla qualità è declamato al punto 31 dell’articolo 3. Non è un’invenzione. Il Cda, pur

giocando in disparte, è stato informato dal vicedirettore generale, Giancarlo Leone. Un’esposizione generica per esaminare il lavoro preliminare dell’Agcom che, nella riunione di questa mattina, dovrà approvare il testo definitivo in consiglio. Siamo ai gironi di qualificazione, il contratto di servizio sarà il faticoso prodotto di una lunga contrattazione, sponda su sponda tra la tv pubblica e il ministero dello Sviluppo economico. L’Agcom interviene a monte per condizionare a valle. Il tradizionale Cda settimanale di viale Mazzini è scivolato via con serenità, tant’è che Angelo Maria Petroni è stato ospite per un’ora da Berlusconi. La direzione di Paolo Ruffini (Rai Tre) vacilla da mesi, sembrava pronta a cadere su spinta di Masi: nessuno – né Antonio Di Bella né Giovanni Minoli – è disposto a immolarsi per il governo.


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CRONACHE

UFFIZI SENZA GUIDA

Cronica carenza di personale a Firenze Dal ministero rispondono: non ci sono soldi di Giampiero Calapà

l terzo museo in Italia per introiti e visitatori vive una stagione difficile, con grossi problemi per assicurare la vigilanza a capolavori inestimabili invidiati da tutto il mondo. Gli Uffizi sono ormai da tempo in emergenza personale, dall’ultimo concorso per vigilanti delle sale sono passati dieci anni. Da allora solo uscite nel polo museale fiorentino, che oggi conta seicento lavoratori (tra custodi, tecnico-amministrativi e storici dell’arte, un centinaio in meno rispetto a cinque anni fa) per un patrimonio che, assieme agli Uffizi, annovera anche altre eccellenze dell’arte mondiale, come la Galleria dell’Accademia del David di Michelangelo, il Bargello con il David di Do-

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Nei giorni di affluenza turistica vengono dirottati i custodi dagli altri musei

natello restaurato (al centro di una mostra fino al 23 novembre), le Cappelle Medicee e il Giardino di Boboli. Così succede anche che per garantire l’apertura di tutte le sale (ad eccezione della Tribuna di Bernardo Buontalenti ora chiusa per restauro) in giorni di particolare affluenza turistica, vengano dirottati custodi agli Uffizi da altri musei fiorentini. “Non è un mistero – spiega Giulietta Obersoler, della Cgil funzione pubblica – che il Giardino di Boboli sia spesso vigilato soltanto ai varchi e non all’interno come dovrebbe essere. Diventa una necessità dirottare agli Uffizi personale nei giorni di maggiore affluenza, anche perché tutto il museo deve essere visitabile, non essendo il prezzo del biglietto, 13 euro, proporzionale alle sale aperte”. I sindacati chiedono da tempo l’assunzione di nuovo personale e la modernizzazione degli Uffizi con “punti informativi ben strutturati all’interno del museo e con nuovi operatori in grado di provvedere a visite guidate con spiegazioni al pubblico, cosa ora possibile soltanto per il Corridoio Vasariano”. Da Roma rispondono che non ci sono fondi per procedere con nuove assunzioni o per indire nuovi concorsi. Ma non solo i sindacati, anche il diretUn’immagine degli Uffizi (FOTO ANSA)

tore Antonio Natali lamenta di ricordare “soltanto saluti di commiato e mai di benvenuto”, da quando è al vertice della Galleria degli Uffizi. Secondo le ultime rilevazioni del ministero per i Beni e le Attività culturali, datate 31 luglio 2008, gli Uffizi hanno registrato un’affluenza di un milione e seicentomila visitatori, per un incasso di quasi 8 milioni di euro. Terzi in Italia dopo il circuito archeologico Colosseo, Palatino e Foro Romano (5 milioni di visitatori per 32 milioni di euro) e gli scavi di Pompei (2 milioni di visitatori per 19 milioni di euro). Nell’ultimo anno la crisi ha colpito anche l’arte e per il polo museale fiorentino “dai numeri che abbiamo – fanno sapere dalla Cgil – nel 2009 si

registrerà un calo almeno del 6-7 per cento”. Dati che non lasciano ben sperare i sindacati per le assunzioni richieste, necessarie per il 2012, anno in cui è prevista, salvo ritardi, l’inaugurazione dei Grandi Uffizi, con l’apertura di un nuovo piano che raddoppierà il percorso espositivo. I 140 custodi di sala, circa 45 per turno, a quel punto diverranno davvero pochi, “assolutamente insufficienti in caso di picchi di assenza per malattie e ferie”, avvertono i sindacati. Inoltre c’è il problema dell’uscita degli Uffizi, dove dovrebbe esser realizzata la tanto discussa loggia di Isozaki. Una questione che solleva sempre polemiche a Firenze, perché il progetto avveniristi-

co dell’architetto giapponese Arata Isozaki, che ha vinto una gara internazionale, fa storcere il naso a molti. Ma il sindaco, Matteo Renzi, in consiglio comunale ha rilanciato: “Si parla spesso dell’uscita degli Uffizi, della loggia di Isozaki, ma ci pare che il vero problema sia l’entrata della Galleria piuttosto che l’uscita. Pensiamo che la suggestione di considerare il museo di Palazzo Vecchio come la naturale entrata degli Uffizi (il collegamento esiste, ma è inutilizzato, ndr) possa essere oggetto di un approfondimento tecnico e culturale con la direzione degli Uffizi e con la soprintendenza che auspichiamo e per la quale siamo pronti a lavorare con determinazione”.

Arrestato per truffa aggravata, gli assegnano il servizio geologico di Sandra Amurri

merge in tutta evidenza la gravità e la reiteErigente razione dei fatti che coinvolgono un alto didella Pubblica amministrazione che, in spregio ai valori che devono presiedere all’esercizio di una funzione pubblica, ha, in modo sistematico, spregiudicato e disinvolto, richiesto ed ottenuto il rimborso di spese mai sostenute, procurandosi ricevute fiscali ed arrecando in tal modo danno patrimoniale alla Pubblica amministrazione, pur essendo remunerato con uno stipendio consistente ed essendo indennizzato nello specifico del disagio relativo allo svolgimento di una missione fuori sede con apposito e sostanzioso trattamento economico”. Queste le durissime parole con cui il gip romano, Maurizio Caivano, ha motivato l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del dottor Leonello Serva, subcommissario all’emergenza rifiuti in Campania, quando era dirigente dell’Apat (Agenzia per la protezione per l’ambiente). Era il 4 ottobre del 2008 quando Serva, 57 anni, finì agli arresti domiciliari. Nel frattempo, a pochi giorni dal disastro di Messina, è stato nominato direttore dell’Ispra (Servizio geologico d’Italia con competenze specifiche sui dissesti idrogeologici) dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, su proposta del commissario Grimaldi. Incarico che Serva ricopre tutt’ora nonostante sia sotto processo per truffa aggravata e falso ideologico, reati contestatigli nell’ambito dell’inchiesta “Rompiballe”, che ha portato

all’arresto di 25 persone, tra cui Marta Di Gennaro, funzionario della Protezione civile. Serva, nonostante il sostanzioso stipendio, da dirigente e da professore a contratto presso l’Università dell’Insubria, e la sostanziale indennità di missione, secondo l’accusa si è fatto rimborsare spese per circa 5000 euro, grazie a ricevute false che gli venivano liquidate da Giancarlo Viglione, presidente dell’Apat e capo di gabinetto dell’allora ministro Pecoraro Scanio. Ma, nonostante Serva sia sotto processo per aver truffato il ministero dell’Ambiente, da cui l’Apat dipendeva prima di confluire nell’Ispra istituita dal ministro Prestigiacomo, è ancora al suo posto di direttore con compiti delicati, fra cui quello di vigilare sui dissesti idrogeologici del paese. Ferma restando la presunzione di innocenza fino a giudizio definitivo, è legittimo pretendere che, nel frattempo, un dirigente arrestato per essersi fatto rimborsare pasti mai consumati da Ciro a Medina e pernottamenti mai avvenuti all’hotel Vesuvio mentre (raccontano le intercettazioni dei Ros) come accadde il 5 ottobre 2007, era a Roma alla partita Lazio-Real Madrid, venga quantomeno sospeso? “Fin quando non faremo prevenzione seria in campo idrogeologico continueremo a subire queste tragedie”, ha dichiarato Bertolaso, anche lui indagato nell’inchiesta “Rompiballe”, di fronte alla frana che a Ischia ha ingoiato una ragazza di 15 anni. Anche per evitare che all’ombra dell’emergenza venga legittimata l’illegalità finendo in un “magna magna” generale ai danni dei cittadini, aggiungiamo noi.

Cucchi, indagati uomini della polizia penitenziaria LA SALMA DEL GIOVANE MORTO DOPO L’ARRESTO SARÀ RIESUMATA. VACILLA LA TESTIMONIANZA di Luca De Carolis

a Procura ha ammesso che gli indagati per la morte di Cucchi “sono due-tre”, e ha dato il via libera alla riesumazione della salma, mentre la versione del supertestimone traballa. Ieri, mentre la sorella di Stefano, Ilaria, e il padre Giovanni visitavano con il senatore dell’Idv Stefano Pedica il tribunale penale di Roma, dalla Procura sono filtrate le prime notizie sull’inchiesta. “Gli indagati sono due-tre”, è trapelato dagli uffici di piazzale Clodio. Pare certo che almeno due dei tre indagati siano accusati di omicidio preterinzionale. Non solo: i tre sarebbero tutti membri della polizia penitenziaria. Ieri i pm Vincenzo Barba e Francesca Loy hanno disposto la riesumazione della salma e altri esami sul corpo di Stefano, come tac e lastre e altri. Intanto la commissio-

L

ne del Senato sul Servizio sanitario nazionale ha evidenziato “discrepanze” tra i referti su Cucchi. Quelli dei medici di piazzale Clodio e di Regina Coeli parlano di ecchimosi evidenti sul volto del ragazzo, mentre nel referto del Fatebenefratelli si parla di “lievi segni sottocutanei e sotto le orbite”. Nel frattempo, un testimone ha raccontato la sua verità sul caso. E’ un detenuto africano, che la mattina del 16 ottobre era nelle celle del tribunale assieme a Cucchi, e che avrebbe visto alcuni agenti penitenziari trascinare e picchiare con due manate Cucchi, mentre lo riportavano dal bagno. L’uomo avrebbe anche sentito i calci dati a Stefano mentre era terra. La testimonianza ha però denotato contraddizioni importanti. Secondo la ricostruzione, il detenuto avrebbe visto tutto dallo spioncino della sua cella, posta di fronte a quella di Cucchi. Ieri però Pedica,

l’unico ammesso a visitare quelle del tribunale, ha spiegato: “Le celle, di due metri per tre, sono tutte dallo stesso lato e lo spioncino di cui sono dotate è di 30 centimetri, con un raggio visivo molto limitato. Il corridoio è largo circa un metro e mezzo: mi pare quasi impossibile che vi sia stato un pestaggio”. Mentre l’Osapp, sindacato di polizia penitenziaria, precisa: “Gli agenti hanno le chiavi delle celle, ma la responsabilità

La solidarietà alla famiglia arriva anche dai Massive Attack in concerto a Milano

sull’arrestato era di un’altra forza di polizia”. Ovvero i carabinieri, gli unici autorizzati a portare Stefano in bagno. Pedica ha assicurato: “Vigilerò sul testimone”. Gli stessi dirigenti di Regina Coeli, dove è detenuto, pensano a misure di protezione particolari. Pedica è stato molto duro con le forze dell’ordine: “Sulla morte di Stefano c’è stata molta omertà da parte di carabinieri e polizia penitenziaria”. Ilaria Cucchi ha ringraziato il presidente del Tribunale, Paolo Del Fiore, che dice: “Se avessero picchiato qui Stefano sarebbe spaventoso”. Da Carlo Giovanardi, le scuse per le sue frasi su Cucchi (“E’ morto perché era drogato”): “Chiedo scusa alla famiglia per i fraintendimenti”. Intanto sta facendo il giro del web una scritta apparsa su un maxi-schermo durante il concerto dei Massive Attack a Milano, il 7 novembre scorso: “Verità su Stefano Cucchi”.

N TERAMO

Commerciante ucciso in una rissa

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n commerciante 37enne di Alba Adriatica, nel teramano, è stato ucciso a calci e pugni durante una rissa scoppiata davanti a un bar. Sospettati dell’omicidio sono tre giovani nomadi, due dei quali sono stati fermati. In agosto si era verificato un episodio analogo.

ROMA

300 rom finiscono per strada

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ll’alba di ieri, l’accanimento della giunta Alemanno contro i nomadi ha colpito ancora. Le ruspe sono entrate nel campo abusivo “Casilino 700”, distruggendo 80 baracche e lasciando per strada circa 300 persone. Lo sgombero è scattato dopo un intervento del Corpo forestale dello Stato, che avrebbe fatto emergere reati ambientali. Ai nomadi il Campidoglio ha offerto il rimpatrio assistito. Il municipio ha invece accolto le persone in strutture provvisorie.

PARMA

Morte in carcere indaga la procura

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otrebbe essere stato un eccesso di farmaci ad uccidere, sabato scorso, Giuseppe Saladino, il 32enne arrestato la sera prima per aver violato gli arresti domiciliari. La procura indaga per omicidio colposo. Ieri la denuncia della madre, che ha chiesto che venga fatta chiarezza.

ACQUA

Contro la privatizzazione

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ontro il decreto legge che privatizza il settore idrico nazionale, oggi il Forum italiano dei Movimenti per l’acqua manifesta dinanzi il Parlamento. L’iter della legge è quasi concluso. Finora solo la regione Puglia ha presentato una delibera con cui i cittadini e gli amministratori hanno decretato la ripubblicizzazione dell’acquedotto pugliese.

GASTRONOMIA

A Roma i sapori vicentini

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rimizie autunnali e sapori tipici nella cornice della “Città del Gusto”: un viaggio per conoscere la cucina e i vini della tradizione vicentina sotto la guida di tre famosi chef.


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DAL MONDO

Valle del Giordano, l’assedio degli israeliani

N CINA E CLIMA

I pericoli del surriscaldamento

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l clima sarà uno dei principali temi dell’imminente visita di Obama in Cina. E a ragione, visto che secondo il Wwf l’erosione dei ghiacciai dell’Himalaya avrà conseguenze estreme per i 400 milioni di abitanti zona del “Fiume Azzurro” e ripercussioni nefaste per la produzione agricola cinese.

MA PER I PALESTINESI É IL FULCRO DEL FUTURO STATO di Howard Schneider Maskiot, Cisgiordania

e scavatrici lavorano senza posa in questo nuovo insediamento israeliano nella valle del Giordano e giovani famiglie, con la protezione dei soldati che tamburellano con le dita il calcio dei fucili M-16, hanno iniziato a coltivare datteri, olivi e altre coltivazioni. A sud un acquedotto proveniente da Gerusalemme ha consentito agli agricoltori che si trovano sul posto da tempo di raddoppiare il terreno irrigato e piantato a datteri portandolo a un totale di 90.000 acri (circa 36.500 ettari) mentre si sta già progettando un secondo acquedotto e, di conseguenza, l’ampliamento della superficie coltivata. La valle del Giordano sta diventando uno dei principali elementi del contenzioso: i palestinesi la considerano il fulcro di un futuro Stato, mentre gli israeliani rivendicano con forza il controllo di quest’area ritenuta vitale per la sicurezza di Israele. Il nuovo insediamento di Maskiot e l’ampliamento della superficie coltivata sono due segnali tangibili della tensione in questa zona della Cisgiordania. Quando l’allora primo ministro palestinese Salam Fayyad rese noto un piano biennale di sviluppo, disse che voleva costruire un aeroporto controllato dai palestinesi nella valle del Giordano. Recentemente ha aggiunto che disattendere queste richieste equivarrebbe a trasformare i negoziati nella classica montagna che partorisce il topolino. Esponenti di spicco israeliani e personaggi vicini al premier Benjamin Netanyahu sostengono da tempo che la valle del Giordano deve rimanere sotto il controllo israeliano, il che vuol dire circondare un qualunque Stato palestinese da est e controllare il confine internazionale con la Giordania, misure necessarie, a loro giudizio, per impedire l’infiltrazione di gruppi militanti.

L

La valle del Giordano, che rappresenta il 25% circa della Cisgiordania, è quasi completamente sotto il controllo israeliano e lungo tutto il confine orientale con la Giordania è percorsa da un reticolato elettrificato. La regione fu occupata da Israele dopo la guerra arabo-israeliana del 1967 quando il governo laburista affermò che la valle era un cuscinetto contro eventuali invasioni arabe e autorizzò i primi insediamenti per creare una presenza israeliana permanente. In realtà nella zona non arrivò mai il milione di israeliani previsto all’epoca, tanto che oggi vivono qui appena 8.000 cittadini israeliani, ma secondo i palestinesi la logica è la medesima sia che si costruiscano nuove case a Maskiot e si moltiplichi la superficie coltivata dai circa

Palestinesi nella zona di Maskiot (FOTO ANSA)

24 kibbutz e moshav (comunità agricole della regione), sia che si intensifichi l’opera di demolizione delle case palestinesi e di altre strutture costruite fuori delle limitate aree assegnate ai palestinesi. Mentre la città di Gerico è sotto controllo palestinese, si nega loro il permesso di costruire, di irrigare i campi o di scavare pozzi in altre zone della valle del Giordano e si limita il diritto dei palestinesi a spostarsi liberamente al di fuori dell’aerea in cui vivono. A fronte della costruzione di case a Maskiot, dove un minuscolo insediamento di 8 famiglie ne conterà a breve cento, i palestinesi dicono che vengono demoliti persino minuscoli ampliamenti delle loro misere abitazioni destinati a ospitare i figli diventati adulti così come

D’Alema ministro Ue

IL SÌ DEGLI EUROSOCIALISTI

Il Pse e il gruppo dei Socialisti e Democratici del Parlamento europeo ha dato ieri il proprio sostegno all’unanimità a Massimo D’Alema nella corsa verso la poltrona di Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue. Anzi, per i socialisti “c’è un unico candidato” alla carica di Mister Pesc. Intanto la presidenza svedese ha annunciato per il 19 novembre la decisione finale sulle nomine.

I coloni: “Netanyahu ci ha detto che la zona è nostra, da qui non ce ne andremo mai” RAMALLAH vengono smantellati gli accampamenti dei beduini. In alcune zone abitate la rete idrica israeliana fornisce acqua ai palestinesi ogni quattro giorni. “C’e’ qualcosa di preoccupante” disse Fayyad in occasione di una conferenza stampa. Nel corso della quale parlò dettagliatamente di quello che considera un conflitto sempre più duro con Israele sull’Area C. Più o meno il 60% della Cisgiordania, che secondo gli accordi di Oslo dei primi anni ’90 rientra sotto il totale controllo civile e militare di Israele. Dell’area fa parte la valle del Giordano che secondo Salam Fayyad è una vitale risorsa economica e logistica del futuro Stato palestinese. Unitamente all’agricoltura, la valle del Giordano – che abbraccia il Mar Morto con le sue potenzialità turistiche e minerarie – garantirebbe alle merci e ai cittadini palestinesi di lasciare il Paese senza passare per Israele. Si era anche pensato di insediare su queste colline e pianure a scarsa densità demografica i profughi palestinesi che eventualmente avessero deciso di fare ritorno in patria. Esponenti del governo israeliano “parlano della valle del Giordano e dicono a chiare lettere che non è oggetto di negoziato” nel quadro dei nuovi previsti colloqui di pace, dice Salam Fayyad. “Se non è oggetto di negoziato, allora lasciamo stare il negoziato”. La questione è un ostacolo che l’amministrazione Obama deve affrontare per tentare di elaborare una nuova piattaforma per la ripresa dei colloqui. I negoziati tra i palestinesi e il precedente primo ministro israeliano prevedevano sostanzialmente l’assegnazione di tutta la Cisgiordania ai palestinesi e secondo Salam Fayyad e altri di-

MALNUTRIZIONE, POCHI AIUTI PER 200 MILIONI DI BAMBINI di Elisa Battistini

e malnutrizione. Due parenti molFMaame to stretti, entrambi causa di mortalità. se il vertice mondiale della Fao (che si terrà a Roma dal 16 al 18 novembre) punterà sul rilancio del settore agricolo come strumento principale per sconfiggere la fame nel mondo (che coinvolge più di 1 miliardo di persone), l’associazione internazionale Medici Senza Frontiere chiede un intervento maggiore sui programmi nutrizionali. Presentando il rapporto sulla malnutrizione infantile ieri a Roma, Msf rileva come negli ultimi sette anni i fondi stanziati dai paesi ricchi siano rimasti invariati. 350 milioni di dollari contro i 12,5 miliardi stimati necessari dalla Banca Mondiale. Ma ogni anno muoiono circa 5 milioni di bambini e 178 milioni sono gravemente denutriti. Perciò Msf chiede strategie differenti rispetto al mero sostegno all’agricoltura. “La Fao – dice Silvia

Mancini di Msf – pensa a strumenti di lungo periodo, noi chiediamo che si agisca oggi. Le due cose non si escludono, ma bisogna investire sulla spesa per il cibo”. Addirittura, Stéphane Doyon, responsabile del settore per l’organizzazione, ha affermato: “Si commetterebbe un gravissimo errore se al Vertice Mondiale della Fao gli sforzi per sostenere la produzione fossero supportati a spese di un impegno per aumentare i programmi nutrizionali”. E Medici Senza Frontiere punta il dito anche contro alcune pratiche inefficienti. “Gli Usa – dice Mancini – inviano direttamente aiuti alimentari, con un aggravio sui costi di trasporto di 600 milioni di dollari l’anno. Si tratta poi di cibo residuale rispetto alla produzione americana e spesso non è ciò di cui hanno bisogno le persone malnutrite, in particolare i bambini. Non serve cibo qualitativamente povero, come cereali o legumi”. Perciò Msf somministra nuovi alimenti ad hoc, con-

tenenti latte e arachidi, prodotti da industrie alimentari europee e le cui spese sono in parte supportate dall’Oms. Il 40% dei fondi per la nutrizione sono destinati all'Africa subsahariana (Sudan, Etiopia, Somalia, Niger) e circa il 18% all'Asia meridionale (in particolare India, Bangladesh e Afghanistan). Solo nel corso del 2007 e 2008 Msf ha nutrito oltre 300.000 bambini in 22 paesi. “Bambini – dice Mancini – che, se sopravvivono malnutriti, non saranno sani nè avranno uno sviluppo cognitivo normale”. E sono 200 milioni i bambini sotto i cinque anni, nel mondo, ad avere questa aspettativa di vita. In attesa del Vertice Fao, Msf ha voluto dare alcune indicazioni. Ma i percorsi si incontrano sul lungo periodo (se non si investe anche sulla produzione in loco, in dieci anni ci sarebbero oltre 16 milioni di bambini malnutriti in più) e su un tema: servono più aiuti alimentari. I paesi ricchi devono fare di più.

rigenti palestinesi questo deve essere l’obiettivo di nuovi, eventuali colloqui di pace. I settori dove più numerosi sono gli insediamenti e che si trovano in prossimità del probabile confine tra i due Paesi possono essere oggetto di scambio, ma le regioni centrali della Cisgiordania, come appunto la valle del Giordano, vengono viste dai palestinesi come parte integrante del futuro Stato. In un discorso in estate, Netanyahu ha indicato a quali condizioni è disposto ad accettare uno Stato palestinese, ma non ha affrontato nel dettaglio la questione della divisione della Cisgiordania. Politici vicini al premier ritengono poco probabile che possa offrire quanto a suo tempo offrirono i precedenti primi ministri israeliani. E lo stesso Netanyahu ha detto che la “linea verde” che separava prima della guerra del 1967 Israele dalle truppe arabe non è un confine accettabile. La linea verde è “indifendibile e per me inaccettabile”, ha dichiarato Netanyahu in una intervista rilasciata a settembre al quotidiano Israel Today. “Israele ha bisogno di confini difendibili nonché della capacità di difendersi”. Certo è così che la pensano a Maskiot dove coloni come Yosi Chazut sono convinti di poter restare qui per sempre. Chazut, 30 anni, è uno dei moltissimi israeliani, diverse migliaia, costretti a lasciare gli insediamenti nella Striscia di Gaza quando Israele decise di abbandonare la zona nel 2005. Il governo gli ha consentito di insediarsi qui con la moglie e tre figli circa un anno e mezzo fa, mettendo anche a punto un piano di sviluppo a lungo termine che interessa le colline circostanti. Durante una delle visite a Maskiot, “Netanyahu ha detto chiaramente che la valle del Giordano rimarrà in possesso degli israeliani in qualunque futuro negoziato”, ricorda Chazut. Fateh Khederat, un attivista che risiede nel villaggio palestinese di Jiftlik, circondato da una strettissima striscia di terreno coltivabile, osserva che all’epoca della nascita dello Stato di Israele la valle è stata teatro di un doppio esodo. Migliaia di persone finirono nella valle del Giordano dopo aver lasciato o essere state costrette a lasciare le loro case durante la guerra di indipendenza di Israele nel 1948 e poi dovettero subire la stessa sorte nel 1967 quando il conflitto interessò la Cisgiordania che fino ad allora era stata sotto controllo giordano. “Se manterranno il possesso della valle del Giordano, potranno controllare tutta la Palestina”, dice Khederat. “In questo caso Israele finirebbe per diventare l’intermediario tra noi e il resto del mondo”. Copyright Washington Post/Distribuzione Adnkronos Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

Abu Mazen: “no a confini provvisori”

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l presidente dell’Anp Abu Mazen è intervenuto ieri a Ramallah durante la cerimonia per il quinto anniversario della morte di Arafat. “Non possiamo accettare uno Stato dai confini provvisori” ha detto. Respingendo l’idea paventata da Shaul Mofaz, ex ministro della difesa israeliano, sulla costituzione di uno stato palestinese indipendente a Gaza e nel 60 per cento della Cisgiordania. Abu Mazen ha anche affermato che i negoziati non riprenderanno fino a quando Israele proseguirà con gli insediamenti in Cisgiordania.

TALEBANI

Sciopero della fame in carcere

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el carcere di Kandahar, 350 talebani sono in sciopero della fame da tre giorni per protestare contro i maltrattamenti. I detenuti vogliono protestare contro violenze fisiche da parte dei guardiani. La prigione di Sorposa fu già teatro il 13 giugno di una spettacolare evasione: un commando di talebani la prese d’assalto e un migliaio di detenuti riuscirono a fuggire.

OXFORD

All’Iran non piace la borsa per Neda

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l governo iraniano si è espresso contro la decisione dell’università di Oxford di istituire una borsa di studio per studenti in filosofia intitolata a Neda Agha Soltan, la studentessa di 27 anni uccisa durante le manifestazioni antigovernative a Teheran il 20 giugno scorso, dopo la rielezione del presidente Ahmadinejad. L’università inglese ha confermato di aver ricevuto una lettera dall’Ambasciata dell’Iran, dopo che la televisione di iraniana aveva detto che la borsa di studio era “una mossa politicamente motivata”.


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Giovedì 12 novembre 2009

SISTEMA PRODUTTIVO

I SINDACATI: “MASSIMA ALLERTA” MA EUTELIA RESTA UN CASO LIMITE Si moltiplicano i punti di tensione nelle imprese di Gigi Furini

erte forma di lotta ricordano le prime fasi del terrorismo", scrive l´azienda. "Ci vediamo in tribunale", risponde la Fiom. E’ il botta e risposta seguito a quanto avvenuto nella notte fra il 9 e il 10 novembre nella sede di Eutelia (gruppo Omega), a Roma, in via Bona, dove l’ex amministratore dell’azienda, Samuele Landi, è entrato, spalleggiato da 15 vigilantes che si atteggiavano da poliziotti, per “identificare” i lavoratori che stanno occupando gli uffici in difesa del posto e contro il piano dei licenziamenti. Del caso si occuperà la magistratura, perché sul posto è intervenuta la polizia (quella vera) che ha portato in questura i 15 vigilantes, ma il clima sindacale si scalda. “Il comunicato di Eutelia Agile e Omega – dice Laura Spezia, segretario della Fiom – contiene gravissime insinuazioni e pare costruito appositamente per dare copertura all’inqualificabile atto squadristico operato nella notte nella sede romana della stessa Eutelia. Stiamo valutando con i nostri legali le iniziative da intraprendere”. Insomma, i toni si alzano e il clima di infiamma, non solo all’Omega, i cui lavoratori scenderanno in piazza a Roma il 17 novembre. La situazione è di massimo allarme in molte fabbriche, soprattutto in quelle chimiche e in quelle metalmeccaniche. I sindacati drizzano le antenne. La crisi, si sa, complica il dialogo e, se anche ci sono segnali di risveglio, il problema dell’occupazione resta fortissimo. Infatti le aziende hanno usa-

“C

to prima lo strumento della cassa integrazione e adesso, quando ripartono (e se ripartono) lo fanno con volumi di produzione più bassi, quindi anche con meno personale. Un quadro preoccupante, per esempio, arriva dal gruppo Merloni, da tempo in amministrazione controllata, con circa 3 mila lavoratori divisi nei tanti impianti (soprattutto nel centro Italia). E non va meglio alla Fiat (a Pomigliano sono in “cassa” più di 5 mila operai sempre più arrabbiati), alla Dalmine o alla Fincantieri. “Le banche non danno finanziamenti – spiega Giuseppe Farina, segretario della Fim-Cisl – e ci sono tante piccole imprese sull’orlo del fallimento. Il sindacato cerca di essere presente, nelle grandi e nelle piccole realtà. Ma, in questi mesi le aziende stanno tirando le somme, stanno programmando il 2010 e se ci sono meno ordini, di sicuro avranno meno personale”. Dal Veneto alla Lombardia, al Lazio, il bollettino descrive il brusco calo degli occupati e il forte aumento della cassa integrazione. A Porto Marghera c’è forte tensione alla Vinyls, azienda che produce pvc. L’azienda ha 100 milioni di debito ed è in amministrazione straordinaria. “Ci servono 10 mila tonnellate di dicloroetano per almeno tre mesi”, dicono le maestranze che hanno organizzato picchetti ai cancelli (la polizia controlla con

Ingresso della sede dell’ex Eutelia a Roma e la sede centrale diUnicredit group a Milano (FOTO ANSA)

discrezione). E se non arriva il dicloroetano? Si chiude. Ma chi lo dovrebbe fornire? Alcune controllate dell’Eni che, in questi mesi, hanno già fornito energia, vapore e gas e aspettano di essere pagate. Gli operai temono lo smantellamento, la polizia è all’erta e i commissari straordinari vanno a Roma, con il cap-

Da Porto Marghera alle fonderie di Padova: salgono i toni e gli operai sono pronti a tutto per evitare chiusure

pello in mano, dal ministro Claudio Scajola e dall’Eni perché, assieme a Porto Marghera, rischiano di fermarsi anche gli impianti di Ravenna e Porto Torres. Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, che ha visitato molte realtà del Veneto, si è fermato l’altroieri alla fonderia Zen di Albignasego (Padova) dove 200 tute blu sono in “cassa” per 4 ore al giorno. “Cerchiamo di resistere – dice Antonio Silvestri della Fiom – e abbiamo normali relazioni con gli amministratori nominati dal tribunale perché, con il vecchio proprietario, proprio non si riusciva a parlare”. Sembra assurdo ma si riesce a ragionare di più con i tribunali (tirati in ballo per salvare le impre-

se e tutelare i creditori), che con gli imprenditori. Infatti si sono rivolti al tribunale anche i lavoratori della Beton Rapid di Piazzola sul Brenta (Padova) messi in “cassa” per colpa della crisi (dicevano i titolari), che hanno visto la loro impresa riaprire, dopo pochi giorni, sotto il nome di Precompressi Ospedaletto srl. I nuovi addetti sono in gran parte rumeni e bosniaci, messi a lavorare sugli stessi impianti che erano stati fermati “perché non c’erano ordini”. In Lombardia, visto che i lavoratori in “cassa” sono centinaia di migliaia, i sindacati chiedono alla regione di rimpinguare le magre buste paga con un’aggiunta di 300 euro al mese. Formigoni si è riservato di decidere.

Poltrone

TERREMOTO DENTRO UNICREDIT LASCIA CORIANI, IL CAPO DEL CREDITO ALLE IMPRESE CHE TENEVA I RAPPORTI CON I GRANDI GRUPPI E Coriani se n’è andato. Il casus belli finale, secondo quanto ricostruito dal Fatto Quotidiano, è il licenziamento di due manager della squadra di Coriani. Dentro il gruppo la divisione Corporate era da tempo al centro dell’attenzione, perché i suoi risultati erano giudicati poco brillanti “sottoperformanti”, come dicono in azienda. Profumo decide quindi di sottoporre Unicredit Corporate Banking, che alla fine dello scorso anno è stata accorpata con la Milano il palazzo sede centrale di Unicredit in p.za Cordusio (F ) banca d’investimento, a una serie di audit interni, cioè controlli per veridi Francesco Bonazzi e Stefano Feltri ficare che tutto funzionasse a dovere. Quello che trova non gli piace. I dettagli non sono noti, ma entro Unicredit ieri c’era un certo fermento. nei corridoi della banca si sussurra di operazioni Ed è inevitabile quando dall’azienda esce – discutibili, fatte senza adeguate verifiche del meper dimissioni – un manager del calibro di Gian- rito di credito dei clienti, e anche di operazioni ni Coriani. Meno noto alle cronache finanziarie immobiliari con soggetti chiacchierati, forse addel suo quasi omologo di Intesa Sanpaolo Gae- dirittura vicini alla criminalità organizzata. Che tano Miccichè, Coriani aveva un ruolo decisivo la situazione fosse problematica lo dimostra il in una banca internazionale come Unicredit: era commissariamento di fatto di Coriani: l’8 magresponsabile della business unit Unicredit cor- gio, come riporta l’agenzia Radiocor, Coriani vieporate banking, la divisione che si occupa di ne promosso da direttore generale ad amminicredito alle grandi imprese, quella che ha gestito stratore delegato di Unicredit Corporate Bandossier delicatissimi come il caso Risanamento king. Come nuovo direttore generale arriva Pier(il gruppo immobiliare appena salvato dal tri- giorgio Peluso, che assume la responsabilità delbunale, verso cui Unicredit è molto esposta co- la Cib (cioè corporate e investment banking) per me le altre quattro grandi banche). Coriani era l’Italia. Peluso si insedia sulla vera poltrona di uno degli uomini chiave dell’amministratore de- comando, quindi. Profumo decide di mettere un legato Alessandro Profumo che, amministrando po’ da parte Coriani, che fino a quel momento un gruppo globale centrato sul retail e era stato uno dei suoi uomini di punta, uno di sull’espansione dei mercati dell’est, ha bisogno quelli che – pur non appartenendo al triumvidi manager di assoluta fiducia per muoversi nel rato di vicepresidenti che governa la banca – capitalismo di relazione italiano. Eppure quel aveva un peso specifico superiore alla sua sola rapporto di fiducia si è incrinato fino a spezzarsi. carica formale. Quando Profumo aveva dovuto OTO ANSA

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scegliere una persona da mandare in televisione, a “Report”, per difendere le ragioni della banca sotto attacco per aver venduto derivati spazzatura agli enti locali, aveva scelto proprio Gianni Coriani. La performance, poi, non era stata eccezionale e questo, dentro Unicredit, ha fatto alzare più di qualche sopracciglio. Due giorni fa arriva sul tavolo di Profumo l’ultimo rapporto dell’audit interno: il capo azienda decide di non seguire la solita prassi di mettere da parte con discrezione i manager giudicati inadeguati, relegandoli in qualche controllata minore. Trasforma il caso Corporate banking in un esempio per tutti e silura – secondo quanto risulta al Fatto – un vicedirettore di Unicredit Corporate Banking e un capo area di Milano, soprattutto per operazioni di un paio di anni fa, anche se su di loro non ci sarebbe alcuna inchiesta penale in corso. Ma Profumo vuole lanciare un messaggio di etica e inflessibilità: fuori i due. La reazione, forse prevedibile, è che Coriani si vede quasi costretto a presentare le dimissioni, visto che Profumo ha giudicato inadeguati i suoi sottoposti diretti. Dal sito di Unicredit Corporate Banking, Coriani è già scomparso. Ai non addetti può sembrare una questione aziendale, ma nella Milano della grande finanza la notizia sta provocando scompensi. All’improvviso le grandi imprese si trovano senza il loro referente, visto che Profumo ben di rado si occupa di vicende italiane e non ha rapporti stretti neppure con i direttori finanziari dei gruppi maggiori, consapevole che la macchina da soldi di Unicredit è la divisione retail, quella che gestisce il risparmio e le aziende di media dimensione.

IL FATTO POLITICO dc

Perché la Lega voterà tutto di Stefano

Feltri

entre al Senato si M registra una vittoria di fatto della linea rigorista di Giulio Tremonti (la Finanziaria non cambia), tutto l’arco costituzionale resta occupato dalla riforma della giustizia. Che, come è ormai esplicito, serve prima di tutto (e forse soltanto) a bloccare i processi a Silvio Berlusconi. Anche il Partito democratico di Pier Luigi Bersani si inserisce nel dibattito, finendo per mandare un messaggio un po’ confuso al suo elettorato perché da un lato dice di essere contrario ai “colpi di spugna”, dall’altro ribadisce di aver già avanzato le sue proposte. Lasciando quindi intendere di non essere contrario a una riforma della giustizia “per i cittadini e non per il premier” (come dice Filippo Penati) che, in questo clima politico, non si può però fare senza toccare i processi berlusconiani. Lega nord sembra Lalleaabbastanza indifferente diverse proposte che circolano, dal “processo breve” per gli incensurati (il compromesso Fini-Berlusconi raggiunto due giorni fa) alla proposta di reintroduzione dell’immunità parlamentare con modifica della Costituzione, proposta ieri dalla deputata del Pdl Margherita Boniver. I leghisti sono pronti a votare tutto, purché ottengano in cambio il Veneto e il Piemonte, sognando la Lombardia. Proprio in Veneto si inizia a ragionare nel concreto sul da farsi nel caso il governatore uscente Giancarlo Galan si candidi come indipendente, contro il Pdl e la Lega. Il Pd e l’Italia dei valori sembrerebbero pronti a sostenerlo. E le cose, per la Lega, potrebbero a quel punto mettersi davvero male. ntanto nasce – dopo Inuovo mesi di annunci – il partito di Francesco Rutelli, appena uscito dal Pd. Si chiama Alleanza per l’Italia e, visti i fondatori, sembra destinato a un dialogo inevitabile tanto con il Pd quanto con l’Udc, diventando il primo atto della nuova organizzazione di un centrosinistra ormai determinato a guardare al centro e non più a sinistra. Da Massimo Calearo a Bruno Tabacci, il nuovo partito nasce dalle diffidenze per la linea tradizionalista di Bersani e per il ritrovato feeling tra Pier Ferdinando Casini (Udc) e Berlusconi. Superate le Regionali, in cui l’Udc avrà alleanze flessibili a destra e a sinistra, si inizieranno a definire davvero i nuovi assetti al centro.


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L’INCHIESTA

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La seconda parte della storia dell’ex pm antimafia Sabella che mandò all’aria la trattativa sulla dissociazione

I “NO” DEL CSM LE CARTE SCOMPARSE E LA CARRIERA BLOCCATA PRECEDENTI

I PRIMI ATTI M

artedì abbiamo raccontato la prima parte della storia di Alfonso Sabella, 46 anni, magistrato siciliano, protagonista a Palermo delle catture di quasi tutti i maggiori latitanti di Cosa Nostra negli anni Novanta. Il quale, alla luce delle ultime novità sulle trattative fra Stato e mafia tramite il Ros durante e dopo le stragi del 1992, ha riletto in quella chiave con “Il Fatto Quotidiano” tutte le disavventure della sua tormentata carriera. Una storia in sette atti da cui emerge che Bernardo Provenzano, condotta in porto la trattativa dopo l’arresto di Riina, divenne un intoccabile, una sorta di padre fondatore della Seconda Repubblica. Primo atto: il ritorno a delinquere di una serie di pentiti dell’ala Provenzano, alcuni molto vicini al Ros. Secondo: lo scontro fra il Ros e la procura di Palermo nel momento cruciale dei processi Dell’Utri e Andreotti. Terzo: le rivelazioni di Brusca a Sabella sulla trattativa Ros-Ciancimino, il papello e la mancata perquisizione del covo di Riina. Quarto: i tentativi di regalare ai boss detenuti una “dissociazione” a costo zero, con sconti di pena e benefici, che Sabella bloccò nel 2001, come dirigente del Dap, insieme con Caselli. L’ennesima riprova della sua tesi secondo cui la trattativa del 1992-’93 aveva portato a un accordo fra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, e da allora quei pezzi dello Stato “dovevano” mantenere le promesse fatte. Stritolando chiunque si mettesse di traverso sulla loro strada.

di Marco Travaglio

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TTO V, “DISSOCIAZIONE” BIS. Nell’ottobre 2001 Sabella è ancora al Dap, anche se il nuovo ministro della Giustizia, Roberto Castelli, ha sostituito Caselli con l’ex procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra. Un magistrato che non può certo vedere di buon occhio Sabella: fu proprio quest’ultimo il primo pm a mettere in dubbio la versione del pentito Vincenzo Scarantino, che si era autoaccusato della strage di via d’Amelio ed era stato preso per buono dalla procura nissena retta da Tinebra (gli stessi dubbi avevano manifestato Ilda Boccassini, all’epoca “applicata” a Caltanissetta, e i pm di Palermo che avevano interrogato il pentito su Dell’Utri, Berlusconi e Contrada). Recentemente Scarantino è stato sbugiardato dal nuovo pentito Gaspare Spatuzza, che ha indotto i pm nisseni a chiedere la revisione delle condanne definitive emesse dalla Cassazione per via D’Amelio. Sabella, a Palermo, non aveva mai “utilizzato” Scarantino, ritenendolo inattendibile persino sugli omicidi che gli aveva confessato. Lo stesso Tinebra aveva poi accolto e coltivato la denuncia, poi rivelatasi infondata, del capitano De Donno contro Lo Forte proprio alla vigilia del processo Dell’Utri. Ed ecco, come per incanto, riaffacciarsi di fronte a Sabella il fantasma della “dissociazione”. Cioè dell’eterna trattativa Stato-mafia. “Nell’ottobre del 2001, mi telefona mia sorella Marzia, pm antimafia a Palermo. Mi dice che le è giunta da Rebibbia una richiesta di nullaosta per Salvatore Biondino,

che vuole lavorare come ‘scopino’ in carcere, così la direzione del penitenziario chiede l’autorizzazione a tutte le procure che si occupano di lui. Chiedo un po’ in giro, e scopro che, facendo lo scopino, Biondino avrebbe libero accesso alle celle di Aglieri, Farinella, Madonia e Buscemi, i quattro ideologi della dissociazione. Avverto mia sorella che nega l’autorizzazione a Biondino e blocca tutto. Subito dopo stilo una relazione al mio nuovo capo, Tinebra, e suggerisco di allertare la polizia penitenziaria perché impedisca contatti anche casuali tra i boss coinvolti nel progetto dissociazione. La relazione è del 29 novembre 2001, giovedì. L’indomani, venerdì, è sul tavolo di Tinebra, ma lui è già partito per Caltanissetta per il weekend. La legge lunedì 3 dicembre e convoca il capo dell’ufficio detenuti, Francesco Gianfrotta, per chiedere spiegazioni. Gianfrotta si dice d’accordo con me e l’indomani, 4 novembre, lo mette per iscritto. Il 5 dicembre Tinebra, senza nemmeno parlarmi, sopprime il mio ufficio e mi revoca ogni incarico”. Due mesi prima Tinebra aveva definito all’Ansa la proposta di dissociazione di Calò “veramente interessante”. E l’8 giugno 2000, nel pieno delle polemiche sulla prima proposta di dissociazione dei boss, aveva rilasciato un’intervista al Corriere della Sera dal titolo eloquente: “Dissociazione? Ero contrario, ora non più”. E aveva sostenuto di nutrire “seri dubbi” sul fatto che dietro la dissociazione ci fosse Provenzano, come aveva invece ipotizzato Sabella in un’intervista a Peter Gomez sull’Espresso. Dopodiché, appena Berlusconi aveva vinto le elezioni, aveva nominato proprio Tinebra, un raro esemplare di magistrato antimafia favorevole alla dissociazione a costo zero dei boss, a nuovo capo del Dap al posto di Caselli, che vi si era fieramente opposto. Lo stesso Tinebra aveva appena chiesto, in tandem col suo fedelissimo sostituto Salvatore Leopardi, l’archiviazione dell’inchiesta a carico di Berlusconi e Dell’Utri come possibili mandanti esterni delle stragi del 1992, con motivazioni talmente liberatorie da indurre il titolare del fascicolo, il pm Luca Tescaroli, a dissociarsi e ad andarsene polemicamente da Caltanissetta. E chi arriva all’Ispettorato del Dap, subito ricostituito da Tinebra dopo la cacciata di Sabella? Proprio il dottor Leopardi. Il quale sarà poi oggetto di un’indagine della procura di Roma a proposito di strane manovre al Dap per “orientare” e depotenziare, nel novembre del 2002, le rivelazioni del nuovo pentito Nino Giuffrè, guarda caso vicinissimo a Provenzano, a proposito di Dell’Utri. Manovre che non erano sfuggite all’occhiuto “analista” del Sismi Pio Pompa, uomo ombra del generale Niccolò Pollari, il quale aveva annotato in una delle sue informative che era “in atto il tentativo di ‘orientare’ le dichiarazioni” di Giuffrè, a cui i pm impegnati nell’inchiesta sulla morte di Roberto Calvi avevano rivolto domande su Dell’Utri e sulle attività del gruppo Fininvest in Sardegna. L’inchiesta sul Dap riguardava una sorta di “servizio segreto parallelo” messo in piedi nelle carceri italiane, per “monitorare” i mafiosi detenuti al 41 bis, dal Sisde allora diretto dal generale Mori. E infatti anche Mori fu sentito come testimone su quella vicenda, spiegando che la sua collaborazione con Leopardi e Tinebra era avvenuta attraverso canali del tutto istituzionali. Il tutto, ovviamente, dopo l’allontanamento di Sabella.

“Siccome la soppressione del mio ufficio era, secondo me, illegittima perché poteva deciderla soltanto il ministro, scrissi a Castelli, ma questi mi mise alla porta. E lo stesso fece di lì a poco il Csm. Capii quanto era debole un magistrato come me, mai iscritto ad alcuna corrente organizzata della magistratura. Avevo chiesto di essere trasferito alla procura di Roma, dove mi ero stabilito da meno di tre anni. Ma il Csm mi rispose che a Roma non c’erano posti e mi trasferì a Firenze. Poi, proprio il giorno dopo, lo stesso Csm applicò alla procura di Roma ben due magistrati più giovani di me: la prova che a Roma non c’era posto, ma solo per me. Oggi, ripensando a quei mesi incredibili alla luce del papello, ho scoperto ciò che mai avrei immaginato: e cioè che già nel 1992 Cosa Nostra aveva chiesto una legge per la dissociazione dei boss. Così ho maturato una serie di riflessioni pressoché obbligate: con i miei ‘no’ alla dissociazione, avevo ostacolato per ben due volte un disegno molto più grande di me, che passava sulla mia testa e rimontava alla trattativa del 1992. Una trattativa mai interrotta (o forse una trattativa con Riina interrotta dalla strage di via D’Amelio ma subito proseguita, stavolta positivamente, con Provenzano). Infatti, fra i vari punti del papello, molti dei quali francamente

“Nel 2001 scrivo al mio capo al Dap, Tinebra, perché si evitino contatti tra boss coinvolti nel progetto dissociazione. Subito dopo, il mio ufficio viene soppresso”

In alto, Alfonso Sabella con il suo libro “Cacciatore di mafiosi” A lato, subito dopo la cattura di Brusca

inaccettabili persino per uno Stato arrendevole come il nostro, il meno irrealizzabile (dopo la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara, poi disposta dal governo di centrosinistra nel 1997) era proprio la dissociazione. Che, da sola, avrebbe consentito allo Stato di esaudire indirettamente quasi tutti gli altri: la fine dell’ergastolo, la fine del pentitismo, la fine del 41 bis, la revisione delle condanne. Oggi, rievocando la propria cacciata dal Dap, Sabella s’interroga: “Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.

ATTO VI IL G8 E LE ACCUSE INFONDATE Torniamo al 2001. Metà luglio, per la precisione. Mentre è ancora in servizio al Dap, Sabella viene inviato al G8 di Genova per coordinare l’attività dell’Amministrazione penitenziaria in vista delle annunciate violenze dei black bloc e dei prevedibili arresti. Infatti vengono arrestati centinaia di manifestanti: pochi violenti e molti ragazzi innocenti. Alcune decine di questi vengono selvaggiamente pestati nella caserma di Bolzaneto, anche da alcuni elementi del Gom, il corpo speciale della polizia penitenziaria. Sabella verrà indagato dalla procura di Genova per non essere riuscito a impedire quelle violenze (i reati contestati erano abuso d’ufficio e d’autorità contro arrestati o detenuti) e poi archiviato. Ma, sul piano umano, Sabella ha l’amaro in bocca: “Dico la verità, quel giorno maledetto commisi un errore di valutazione. Non mi accorsi che il piano per gli arresti preventivi, a scopo di sicurezza, fu modificato in corso d’opera forse proprio allo scopo di aizzare gli animi, soffiare sul fuoco e far esplodere gli scontri. Altro però non posso rimproverarmi, perché non sapevo quel che stava


Giovedì 12 novembre 2009

succedendo nella caserma. Per un motivo molto semplice: non ero lì nel momento in cui si verificarono i pestaggi, ma da tutt’altra parte, nella caserma di Forte San Giuliano, dove non è successo niente. Lo dimostrano i tabulati dei quattro telefoni cellulari che usavo quel giorno. Chiesi, anzi pretesi dai magistrati di Genova che controllassero i miei spostamenti, perché nei miei confronti ogni sospetto fosse dissipato. Invece la procura non controllò nulla e chiese l’archiviazione. Le parti civili, in rappresentanza dei ragazzi pestati, si opposero. E io mi associai all’opposizione (contro una richiesta di archiviazione!): volevo che fossero condotte tutte le indagini più approfondite, pretendevo di uscire senza ombre. I carabinieri acquisirono finalmente i miei tabulati telefonici, ma rilevarono che il traffico relativo alla ‘cella’ territoriale che io occupavo durante le violenze era stato cancellato (su quattro cellulari!) e dunque era impossibile affermare se io mi trovassi a Bolzaneto o altrove. Non so chi avesse manomesso quei dati, ma in ogni caso era facilissimo localizzarmi: dove mi trovavo nelle ore delle violenze risultava dai tabulati delle chiamate in entrata, cioè delle telefonate che ricevevo in quel mentre. Visto che non lo faceva l’Arma, ricostruii tutti i miei movimenti e dimostrai che, quando ero a Bolzaneto, non c’era stata alcuna violenza contro detenuti. Ma, nonostante le mie carte parlassero chiaro, il giudice se n’è infischiato e ha emesso un provvedimento di archiviazione infamante: sostenendo, cioè, che ero responsabile delle violenze, ma per colpa e non per dolo. Una tesi giuridicamente aberrante, fra l’altro, visto che le lesioni sono punibili anche quando sono colpose. E allora perché non mi ha rinviato a giudizio per quel reato? Così almeno avrei potuto dimostrare la mia estraneità nel dibattimento. Invece, a quell’archiviazione di fango, non ho potuto nemmeno oppormi: è inappellabile”. L’indagine di Genova ha serie ripercussioni sulla carriera di Sabella: il Csm blocca il suo avanzamento in attesa che si definisca il procedimento di Genova. “Feci presente al Csm che i pm non avevano indagato a fondo e chiesi al procuratore generale della Cassazione e all’Ispettorato del ministero di aprire un procedimento disciplinare contro il gip che mi aveva archiviato in quel modo scandaloso. Produssi anche alla IV Commissione del Csm una memoria dettagliata dove dimostravo tutto per tabulas, con vari atti allegati, perché fossero valutati nel decidere del mio avanzamento in carriera. Ma non ci fu nulla da fare. Un muro di gomma dopo l’altro. La mia carriera in magistratura è stata definitivamente compromessa con una delibera del Csm che ignorava totalmente i miei meriti di magistrato antimafia, ma anche la mia memoria sui fatti di Genova, sulle stranezze presenti nei miei tabulati telefonici e sulle omissioni dei colleghi. Il 27 febbraio 2008, vado a riprendermi le carte che avevo prodotto sui fatti di Genova. Le cerco nel mio fascicolo personale al Csm. Sparite. Lo stesso giorno presento un’istanza per sapere dove sono finite e se sono state valutate nella pratica sulla mia promozione: scoprirò che sono state archiviate ed espunte dal mio fascicolo con una decisione adottata dall’Ufficio di presidenza del Csm, con a capo il vicepresidente Nicola Mancino. Che combinazione: ritrovo Mancino dieci anni dopo che Brusca mi aveva parlato di lui in quel verbale secretato”. Ma non è tutto. “La stessa sera di quel 27 febbraio, guarda caso, proprio dal Csm viene comunicata all’Ansa la notizia, radicalmente falsa, che mi sarei candidato alle elezioni politiche nel

Pdl, in quota Alleanza nazionale. Immaginare l’entusiasmo nei centri sociali alla notizia che ‘il boia di Bolzaneto’ era stato adeguatamente ricompensato con una candidatura nella destra! Mettere in circolo quella bufala significa non solo delegittimarmi, ma anche compromettere la mia sicurezza: ora un possibile attentato nei miei confronti può essere comodamente attribuito a qualche gruppo eversivo di estrema sinistra (Cosa Nostra aveva fatto lo stesso con Carlo Alberto Dalla Chiesa tentando di far rivendicare alle Br l’agguato all’allora prefetto di Palermo). Tant’è che, essendo senza scorta, ricomincio a girare armato. E chiedo al Csm di rivedere la valutazione sul mio conto in base agli atti che avevo prodotto: mi rispondono picche. Intanto scopro da un articolo di Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera che il mio nome compare nei dossier di Pio Pompa, l’analista del Sismi ai tempi in cui il servizio segreto militare era legato mani e piedi alla security della Telecom. E, si badi bene, il mio nome compariva accanto a quello di altri magistrati antimafia di Palermo. Ma accanto al mio non c’è la sigla “Pa”, bensì la sigla “Ge”. E io a Genova ci sono stato solo

dal direttore del Dap, Tinebra, che ha comunicato l’indisponibilità a prestare ancora per la sua scorta gli uomini della polizia penitenziaria. E dire che soltanto 15 giorni prima il Comitato per l’ordine e la sicurezza di Roma, applicando le nuove direttive del Viminale sulla riduzione delle scorte, aveva tagliato i servizi di protezione a decine e decine di personalità, ma a Sabella aveva confermato la scorta con due auto e quattro uomini, ritenendolo evidentemente un obiettivo ad alto rischio. Lui, il magistrato che ha catturato più boss mafiosi facendone condannare alcune decine a migliaia di anni di carcere, è allibito: “Mi turba l’incredibile confusione che caratterizza la gestione delle misure di protezione di noi magistrati. Quando ho chiesto alla prefettura i motivi di una decisione così radicale, il capo di gabinetto non sapeva nemmeno chi ero e che ero stato pm a Palermo. Evidentemente non avevano neanche il mio fascicolo. Tanto che il lunedì successivo dalla prefettura mi avevano chiesto di fornire loro la mia data di nascita, che evidentemente non avevano!”. Il gruppo Ds rivolge al governo un’interrogazione parlamentare firmata anche da Luciano Violante e Beppe Lumia. Il prefetto Serra liquida la faccenda con parole sprezzanti: “Ribadisco che non intendo fare alcun commento sul merito della decisione, già valutata in ben quattro riunioni del Cosp alla presenza e col parere di alti magistrati (strano, visto che Sabella è giunto a Firenze da un giorno soltanto, ndr). Ma voglio stigmatizzare le critiche di sottovalutazione rivolte dal magistrato al capo di gabinetto della prefettura perché ingiuste e grossolane. Peraltro basta leggere le dichiarazioni del pm Sabella: si commentano da sole” (Ansa, 21 maggio 2002). Il procuratore capo Ubaldo Nannucci si schiera col suo sostituto: “Sono intervenuto sia sul prefetto di Firenze sia sul ministero per segnalare l’estrema delicatezza della posizione del collega Sabella. Il problema, evidentemente, è nell’interpretazione del concetto di ‘attualità del pericolo’ che corre un magistrato. Certo, se il rischio è attuale durante un processo di rilievo, non è che il giorno dopo la sentenza, quando il processo è finito, quel rischio cessa” (Ansa, 22 maggio 2002). Passa poco più di un anno e il 28 ottobre Lirio Abbate rivela sull’Ansa che la procura di Palermo ha appena scoperto un progetto di attentato mafioso ai danni di un magistrato. Da una conversazione intercettata durante un summit di mafiosi vicini a Provenzano in un casolare fra le province di Agrigento e Palermo, si sentono i boss parlare di un ordine partito dalle carceri e firmato da Leoluca Bagarella di “far saltare la macchina del giudice”, con l’assenso di Provenzano. “Il procuratore Piero Grasso – scrive l’Ansa – ha informato subito della vicenda il capo della polizia, Gianni De Gennaro, e il prefetto di Palermo per rafforzare le misure di

Gli viene tolta la scorta dopo il suo insediamento a Firenze e, nonostante il serio pericolo di un attentato, mai più ripristinata nei giorni del G8. E guarda caso usavo schede Telecom. E, guarda un po’ la combinazione, qualcuno ha cancellato i tabulati che mi scagionavano dai fatti di Bolzaneto. E tutto questo il Csm lo sapeva (o perlomeno doveva saperlo), avendo ricevuto subito le informative sui magistrati spiati dal Sismi. Ma nessuno mi aveva detto nulla, tant’è che l’ho appreso dai giornali. Oggi mi domando: qualcuno voleva levarsi dai piedi il sottoscritto al Dap per spianare la strada alla dissociazione, ultima versione della trattativa (o meglio dell’accordo) del 1992? Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.

ATTO VII L’ATTENTATO DEI MISTERI Il 15 febbraio 2002 Sabella si insedia alla procura di Firenze. L’indomani, giorno 16, è un sabato. Eppure il prefetto della città Achille Serra (ex deputato di Forza Italia e futuro deputato del Pd) convoca d’urgenza il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, che revoca la scorta a Sabella e la sostituisce con una semplice “tutela” (un solo uomo). Ma solo nel territorio fiorentino: niente scorta né tutela nei suoi spostamenti a Roma, dove vivono la moglie e la figlia, né in Sicilia, dove abitano i genitori. La decisione del Cosp è stata sollecitata

sicurezza ai magistrati impegnati nella lotta alle cosche. Nella trascrizione –effettuata l’11 ottobre scorso, ma il dialogo sarebbe di alcuni mesi prima – non compare il nome del magistrato nel mirino di Cosa Nostra. I pm della Dda, che al momento fanno solo ipotesi, hanno avviato uno screening per cercare di individuare l’obiettivo delle cosche mafiose. Nessuno dei presenti (al summit, ndr) è stato identificato perché in quel momento non era operativo un servizio di osservazione. Il progetto di attentato potrebbe essere collegato al ‘proclama’ di Bagarella pronunciato il 12 luglio 2002 durante un processo a Trapani. In quell’occasione il boss, parlando a nome di tutti i detenuti dal carcere de L’Aquila sottoposti al carcere duro previsto dal 41 bis, fece riferimento a ‘promesse non mantenute’ e a strumentalizzazioni ‘politiche’. Dall’intercettazione emerge che la vittima designata da Cosa Nostra sarebbe un magistrato che abita in una piazza in cui arrivano furgoni. Secondo quanto emerge dall’intercettazione, infatti, il ‘gruppo di fuoco’ si sarebbe dovuto nascondere all’interno del furgone per compiere l’attentato contro l’auto del magistrato” (Ansa, 28 ottobre 2003). L’indomani, altri particolari: “Il progetto di attentato nei confronti di un magistrato che sarebbe stato messo a punto dalle cosche, scoperto in seguito ad alcune intercettazioni ambientali in un casolare della provincia di Agrigento, secondo i pm della Dda di Palermo ‘non sarebbe stato accantonato’” (29 ottobre 2003). Ma il nome del candidato all’obitorio la procura di Palermo non lo fa. “Soltanto un cieco poteva ignorare gli elementi che, in quell’intercettazione, portavano tutti nella mia direzione. Con chi ce l’aveva sommamente Bagarella, se non con colui che l’aveva arrestato, si era occupato del ‘suo’ 41 bis e aveva fatto parlare quasi tutti i suoi fedelissimi? E poi l’intercettazione ambientale era avvenuta in contrada Acque Bianche, nel comune di Bivona dove sono nato, a qualche centinaio di metri in linea d’aria da casa mia. Nell’intercettazione, peraltro molto confusa per la scarsa qualità della registrazione e i continui fruscii e rumori di fondo, uno dei mafiosi dice che volevano attaccare qualcosa alla macchina del giudice, che conosce il posto e che sa “che c’è scritto La Barbera”. Secondo la procura, si riferiva al pentito Gioacchino La Barbera. Ma La Barbera è il cognome di mia madre e davanti casa mia, tuttora, c’è la targa dello studio legale dei miei: ‘Studio legale Sabella-La Barbera’. Seppi poi che, quando la cosa era finita sui giornali, il presunto capomafia locale, nel bar del paese, aveva stretto platealmente la mano a mio padre (storico esponente del Pci della zona: i due non si erano mai guardati in faccia prima di allora). Come a dire che l’attentato non aveva il suo consenso. In qualche modo, mi aveva salvato la vita. Ma in quei giorni la procura diretta da Piero Grasso, impegnato in un duro braccio di ferro con i cosiddetti ‘caselliani’, ritenne di non far uscire il mio nome. Tant’è che fu il mio capo di Firenze a dire ciò che era chiaro a tutti quelli che avevano letto quei brani di conversazione”. Infatti il 30 ottobre il procuratore Nannucci dichiara all’Ansa:“C’è una buona probabilità che fosse il pm Alfonso Sabella l’obiettivo del progetto di attentato della mafia contro un magistrato”. L’Ansa aggiunge che Nannucci “ha già informato il procuratore generale per avviare la procedura per assegnare la scorta a Sabella, che ora ha la tutela, con un solo agente che lo protegge”, e “a brevissimo termine dovrebbe essere convocata una riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica in prefettura per decidere in merito. Sabella ha spiegato di non sapere ‘quanto sia fondato o meno’ il progetto di attentato nei suoi confronti: ‘Ho letto gli articoli di giornale e ho avuto informazioni molto generiche dai miei colleghi di Palermo. Tutto ciò rientra comunque nel normale rischio di chi si occupa di mafia: lo abbiamo messo in conto…’”. Oggi, per completezza, aggiunge: “La scorta non mi fu riassegnata nemmeno dopo quel progetto di attentato. Anzi, un paio di anni dopo mi levarono pure la semplice tutela”. Oggi, Sabella non riesce proprio a non collegare la revoca della scorta e quel progetto di attentato al suo “peccato originale”: aver ostacolato la trattativa, prima come magistrato a Palermo, poi come funzionario del Dap: “Sono stato il primo a raccogliere, già dieci anni fa, le rivelazioni di Brusca sulle stragi, la trattativa e la mancata perquisizione del covo di Riina. Il primo (con Ilda Boccassini) a dubitare dell’attendibilità di Scarantino. Ho tagliato fuori il Ros dalla cattura dei grandi latitanti, ho addirittura chiesto di esonerarlo dalle indagini per la cattura di Provenzano. Ho fatto saltare il complotto provenzaniano del ritorno a delinquere dei pentiti. Ho mandato all’aria due volte l’ultima versione della trattativa (o meglio dell’accordo), quella chiamata ‘dissociazione’. E, da cacciatore di mafiosi che ero, sono stato cacciato dal Dap e quasi cacciato dal Csm. Da predatore a predato. Intanto tutti quelli che in questi 17 anni hanno favorito la trattativa hanno fatto carriere strepitose. Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”. Autorizzato, dottor Sabella. Autorizzato. (2-fine)


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POTERI FORTISSIMI

LA “LOGGIA” OPUS DEI

_Un libro-inchiesta sui metodi, i finanziamenti i silenzi e i codici segreti dell’Opera di Emanuela Provera*

riguadagnare la libertà. E vuole riprendere – attraverso una ricostruzione dei documenti “interni”, non ufficiali, che rivelano come funziona davvero l’Opus Dei –, la questione sollevata da una

interrogazione parlamentare di più di venti anni fa, ovvero “se il governo non ritenga che... l’Opus Dei dovrebbe qualificarsi come associazione segreta vietata dalla legge”. A noi ex numerari

“Figli sequestrati, famiglie depredate: perché la chiesa tace?”

e i familiari, un giovane al quale sembrava stravolta l’anima e il cuore. Il direttore spirituale, neppure sacerdote ma laico, messo appositamente al suo fianco dirigeva la sua vita, le sue scelte e pian piano cambiava la sua personalità plasmando un essere umano nuovo, duro e inflessibile, totalmente sconosciuto ai miei occhi. Tutto ciò che lo riguardava era avvolto dal mistero, tutto era tenuto nascosto. La nostra famiglia ha accusato un duro colpo e stava per disgregarsi a causa dell’Opus Dei. Solo la vera Fede è riuscita a tenerla unita contro un potere oscuro, perché di questo si tratta: l’Opus Dei offusca la mente e gli occhi di giovani buoni provenienti da sane famiglie e quindi facili prede. Sono molte ormai le testimonianze di genitori che si vedono sottratti i figli (soprattutto adolescenti) con un indottrinamento basato sulla manipolazione e sulla cieca obbedienza scevra da critiche. Sappiamo bene che tutti gli adepti devono far affluire denaro all’Opus Dei. Stipendi “confiscati” insieme con ogni altro bene materiale. Se un membro tenta di uscire per ricostruirsi una nuova vita, inizia un forte accanimento. Tramite medici e psicoterapeuti si fa leva ancora una volta sulla mente, alimentando uno smisurato senso di colpa,

siste un mondo dell’Opus Dei che molti ignorano. Per quattordici anni sono stata numeraria dell’Opera. Ho svolto incarichi di direzione a Milano, presso il Tandem club di viale Lombardia, e a Verona, presso la residenza universitaria Clivia di via Severo Tirapelle. La mia prima testimonianza pubblica è stata riportata nel libro Opus Dei segreta del giornalista Ferruccio Pinotti (Bur-Rizzoli, 2006). Da quel momento si sono moltiplicati i contatti con chi, ex numerari o famiglie di numerari, mi cercava per saperne di più, per condividere esperienze, denunciare trattamenti subìti, l’isolamento e l’abbandono dopo l’uscita dall’organizzazione, la difficoltà di ricostruirsi una vita. Insieme con molti ex numerari italiani ci siamo ritrovati, a partire dalla primavera 2008, in un forum online non accessibile, per cercare di costruire anche in Italia quello

E

Ecco le lettere che una madre – Franca Rotonnelli De Gironimo – ha inviato al card. Bertone e a Benedetto XVI.

minenza cardinale Tarcisio Bertone, da circa un anno meditavo di scriverLe per renderLe noto lo stato d’animo mio e di mio marito in seguito all’ammissione di mio figlio Massimo come numerario nell’Opera. Sono circa 17 anni (da quando cioè mio figlio Massimo è entrato nell’Opus Dei come numerario) che mio marito ed io viviamo giorni tristissimi e non solo perché mi hanno sottratto un figlio, ma per una serie di motivi gravi che mi hanno portato a conoscere meglio la vera natura dell’istituzione. [...] L’Opus Dei con l’inganno recluta i suoi adepti, li riduce ad uno stato di totale controllo mentale; fornisce ai suoi membri una serie di difese dialettiche, una specie di prontuario da usare per resistere ai presunti nemici. Eminenza sa chi sono i nemici? I genitori che vengono additati come l’ultima espressione di satana contro la “vocazione” dei nostri figli. Noi siamo, secondo l’Opus Dei, pazzi o isterici. L’Opera esercita pressioni sui suoi membri per garantirsi la fedeltà, negando la libertà di critica, la libertà di confrontarsi con altre Istituzioni della Chiesa cattolica, per paura che i membri possano capire di trovarsi in una setta, e quindi di lasciarla. [...] Anch’io sono entrata nell’Opera come soprannumeraria, con entusiasmo, per fare un cammino spirituale a completamento, credevo, della mia formazione religiosa. Dopo i primi colloqui, mi era dato conoscere personalmente situazioni che mi facevano comprendere la vera natura dell’istituzione (oltre ad insistere nel fare proselitismo tra i

E

che già da qualche anno esiste, non senza difficoltà e ostacoli, in Spagna e negli Usa, cioè degli spazi critici di analisi su cosa davvero sia l’Opus Dei, gestiti soprattutto da ex membri, persone che parlano perché sanno, hanno visto e vissuto sulla propria pelle l’integralismo e la potenza dell’organizzazione. Le testimonianze raccolte rispondono a quanti, dopo l’uscita di Opus Dei segreta, hanno isolato la mia voce come frutto di una vicenda del tutto personale. Un caso umano. E anche alle critiche di chi mi diceva: “Sapevi dove stavi andando, nessuno ti ha obbligata”. Mettere insieme più voci può aiutare a raccontare una verità taciuta. Non sapevamo a cosa andassimo in-

contro. Sapevamo di entrare in un cammino di santità nel mondo, secondo una spiritualità laica. Invece stavamo avviandoci in un percorso dogmatico, nel quale non si accettano critiche, che

la domanda pare attuale. *dalla prefazione di “Dentro l’Opus Dei. Come funziona la milizia di Dio” di Emanuela Provera, da oggi in libreria per Chiarelettere

Le voci e le testimonianze di chi ne ha fatto parte e ne è uscito. Tra diffidenze, pressioni e oscurantismi

conoscenti, mi si consigliava di curare molto la mia persona e tra le altre cose di nascondere al marito il contributo mensile versato in busta chiusa con il riferimento della persona e del mese a cui si riferiva il versamento): quali i suoi fini, quali le sue metodologie (tutto fuorché cristiano); mai avrei voluto fare questa tristissima esperienza e tanta è stata la mia delusione. [...] Posso affermare che nell’Opera ben poco viene messo in pratica del catechismo. [...] Massimo come altri giovani, ragazzi buoni, di sani

“L’arruolamento, il lavaggio del cervello, i soldi messi nelle buste”: la denuncia di una madre principi, miti e docili, timorati di Dio, si sono affidati alla guida spirituale dei sacerdoti dell’Opera. Senza essersene resi conto sono stati investiti da una vocazione non ispirata da Dio, ma voluta dal sacerdote o dal laico che li guidava, decisione presa a tavolino da persone che non conoscevano profondamente la vittima designata e non si preoccupavano assolutamente di conoscere se nella famiglia c’erano problemi finanziari o di altra natura che potessero impedire o rimandare l’entrata del ragazzo nell’Opera. Nel catechismo è considerato peccato usare le persone come fonte di guadagno, è un peccato contro la dignità e i loro diritti fondamentali. E questo è un altro sfrenato

impone una condotta di vita fin dalla giovane età attraverso questi meccanismi di gratificazione: voi siete la “milizia di Dio”, gli “eletti”, i “prescelti”. Ci sono in gioco le vite di centinaia di giovani. Questo libro vuole aiutare chi oggi non ha il coraggio di denunciare il proprio malessere per

scopo dell’Opera: accumulare e guadagnare denaro servendosi dei nostri figli. [...] Dopo sedici anni di inaudita sofferenza mia, di mio marito e dei miei figli che vedono distrutta la nostra unità familiare, che sentono Massimo ostile alla famiglia, l’anno scorso ci è stato riservato un ulteriore grandissimo dolore. Mio figlio mi telefona a maggio dicendomi di voler lasciare l’Opera perché si era innamorato di una ragazza. Avrebbe scritto la lettera di dimissioni quella sera stessa. Gli ritelefono il giorno seguente e lo trovo sereno come tanti anni prima, mi dice: “Mamma sono sereno e tranquillo”. Continuo a sentirlo ma l’Opera non risponde alla sua lettera di dimissioni anzi, comincia a ripetere che ha delle riserve su questa ragazza, che avrebbe conosciuto molti uomini, che non sarebbe una brava ragazza perché ragazza-madre. Ho conosciuto la ragazza e posso assicurare della sua serietà, cultura; può accadere di essere raggirate da qualche ragazzo, per questo bisogna fargliene una colpa? Non è da ammirare la sua forza nel portare a termine la sua gravidanza senza abortire? Dopo un mese mi dice di sentirsi confuso, di non sapere cosa fare, perché la confessione e la direzione spirituale lo hanno convinto che sta sbagliando a lasciare l’Opera. Così lo costringono a frequentare uno psichiatra dell’Opera, e a trasferirsi ogni volta da Napoli a Bari dove risiedeva per il periodo estivo. Ha continuato a “farsi curare” anche nell’autunno e nell’inverno quando lo psichiatra rientrò a Roma. Dopo queste cure mio figlio è tornato come piace a loro, ha lasciato la ragazza ed è tornato l’automa di prima.Eminenza, Le ho scritto perché voglia far conoscere questa realtà a Sua Santità per far cessare questi metodi di arruolamento da

“setta”, queste continue distruzioni di famiglie. Le accludo una lettera per Sua Santità Benedetto XVI nella speranza che Sua Santità, responsabile della prelatura, possa intervenire. Con osservanza. Santità Benedetto XVI AloreSua [...] Ho assistito con il doche solo una madre può provare, alla totale trasformazione di mio figlio, entrato come “numerario” nell’Opus Dei. Mi sono ritrovata di fronte a un figlio svuotato degli affetti che prima nutriva per i genitori

“I nostri ragazzi non sono liberi, anche psichiatri per tenerli nei ranghi” BUONE NOTIZIE

basato sul tradimento a Dio in quanto l’Opus Dei è l’espressione della volontà di Dio, e la salvezza dell’anima sarebbe subordinata all’appartenenza all’organizzazione che presuppone sempre obbedienza e fedeltà. Eppure nonostante tutto l’Opus Dei gode dei favori del mondo cattolico soprattutto dopo il conferimento della prelatura da parte del Pontefice Giovanni Paolo II che ha rafforzato non poco la sua autorità sottraendola ad ogni controllo. Oggi il nuovo Pontefice è Lei, Santità. Le Sue parole sulla famiglia che va difesa, aiutata, tutelata e valorizzata nella sua unicità irripetibile non vengono poi ascoltate neanche da quella parte di chiesa che continua invece in uno sfrenato proselitismo quasi che il fine possa giustificare i mezzi! E allora perché si continua a tacere? Perché la chiesa non si prodiga nel prendere una decisione chiara e forte nei confronti di una tale organizzazione?

a cura della redazione di Cacaonline

CHE ENERGIA DALLE PORTE GIREVOLI NEGLI ABISSI! Megawatt puliti e subacquei Speciali porte girevoli sottomarine, poste a 6-20 metri di profondità, sono in grado di produrre elettricità da fonte rinnovabile. L’idea, venuta al tuffatore finlandese Rauno Koivusaari durante un’immersione subacquea, consiste in un sistema idraulico che trasforma l’energia cinetica del movimento basculante delle “porte” (da 20 tonnellate ciascuna) in energia elettrica. Chiamato “WaveRoller” e prodotto dalla AW-Energy, l’impianto è in grado di produrre fino a un megawatt di potenza facendo lavorare solo 3 porte girevoli in serie. Un primo

modello-pilota è stato appena installato al largo del Portogallo. Il signore delle camelie Tadao Nabekura, giapponese di 71 anni, è sopravvissuto per una settimana al gelo delle montagne di Niigata dove si era smarrito durante una gita. L’uomo si è salvato nutrendosi di frutti di bosco e funghi selvatici. Per ripararsi dal freddo, ha usato una busta di plastica sulla testa e una coperta fatta di foglie di camelia. (di Jacopo Fo, Simone Canova, Maria Cristina Delbosco, Gabriella Canova)


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SECONDOTEMPO SPETTACOLI,SPORT,IDEE in & out

IL CASO

OCCHIPINTI Caro Bondi tieniti i tuoi soldi

Pandolfi La prof dei Liceali 2 tra esami e un nuovo bel collega

Vanoni Nel nuovo album canta cover dei colleghi. Maschi

Jacko Il padre fa causa agli esecutori del testamento: “È falso”

Marini Gianna, mamma di Valeria, debutta su RaiDue

La decisione del produttore de “La prima Linea”, dopo le dichiarazioni del ministro: grottesco discutere di ciò che non è nemmeno stato visto di Malcom Pagani

e SIlvia Truzzi

N

el villino del secolo scorso confuso tra aranceti e cani in libera uscita, si consuma lo strappo con il medioevo. Quartiere Delle Vittorie. Tra il Tevere e la Rai, nell’ufficio della Lucky Red, un clima rarefatto. Telefoni che squillano in attesa di una decisione, mistero e tensione. Dopo mesi di polemiche preventive, condanne aprioristiche e fatwe senza ritorno, Andrea Occhipinti – produttore e distributore de “La Prima Linea”, il film di Renato De Maria tratto dalle memorie di Sergio Segio – ha ribaltato la prospettiva. Lo schizofrenico comunicato del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi (non c’è apologìa del terrorismo ma lo Stato non dovrebbe finanziare tematiche di questo genere) è suonata più sinistra di un’implicita ipoteca sul destino dell’opera. Qualcosa di più. Qualcosa di troppo. Così Occhipinti si è chiuso in casa e dopo essersi confrontato con l’ipotesi più ardita (rinunciare al finanziamento pubblico: un milione e mezzo di euro) ha scelto di percorrerla. Accade per la prima volta e negli occhi di Georgette Ranucci, amica e complice di Occhipinti in tutte le avventure cosmopolite della distribuzione che in questi anni, da Magdalene a Paranoid Park e Valzer con Bashir, ha portato sugli schermi italiani, torme di Oscar, Palme e Leoni d’oro, si percepisce l’orgoglio di un’opzione definitiva. Indietro non si torna. Sul computer della responsabile della comunicazione Alessandra Tieri, brilla il diniego. Poche righe laconiche. Un no che farà discutere. Smontata la trincea eretta da oltre un anno, la truppa si concederà una breve vacanza. Ora non si può. Occhipinti arriva di corsa, è provato. Sul volto che negli anni Ottanta ne fece un’icona del desiderio, segni e rughe di una sofferta maturità. “Ieri non ho dormito un minuto. Ma da adesso vorrei si

parlasse soltanto del lavoro di De Maria. Che lo si valutasse senza pregiudizi, odii, pesi specifici che nulla hanno a che fare con valore e merito eventuale di una messa in scena”. È stata la decisione più difficile della sua vita professionale? “Era necessario evadere dalle sbarre di una coercizione concettuale e poi guardi, che il finanziamento statale non è a fondo perduto. Sul tema, aleggia una disinformazione mostruosa. Viene erogato e poi regolarmente restituito”. Operazione complessa, tempi biblici. Il denaro concesso per “Il Divo”, non mi è ancora arrivato. Sono passati due anni. L’eresia non è rinunciare a un finanziamento pubblico ma decidere di produrre un’opera da zero. Ogni film nasce da un’intuizione e da una domanda: ‘Quello su cui sto investendo, può interessare il pubblico?’. Al princìpio c’è un’idea di fondo. Può rimanere nel cassetto o diventare pellicola”. Il film di De Maria ha provocato turbamento ancor prima di essere visto. “Lo stesso mi era accaduto con ‘Il divo’ di Sorrentino. Anche allora mi era capitato di ricevere segnali inequivocabili e consigli a mezza voce: ‘Meglio se vi occupate d’altro’ . Un’analisi pronta a disvelare le zone d’ombra dei poteri forti, dava fastidio. Il terrorismo, dunque. “De Maria mi aveva portato il soggetto due anni fa. Consideravo straordinaria la possibilità di indagare su un’istantanea di cronaca così vicina a noi e al tempo stesso sconosciuta e dimenticata dai più. Non ignoravo la delicatezza del tema. Gianni Amelio e Marco Bellocchio, con ‘Colpire al cuore’ e ‘Buongiorno notte’, avevano incontrato ostacoli e ostracismi non dissimili”. La memoria è un esercizio complicato. Quando funziona a strappi, suggerisce Schnitzler, è più facile far scivolare i propri ricordi. “Credo di aver esercitato un rispetto assoluto del dolore dei familiari colpiti. Abbiamo incontrato l’associazione delle vittime del terrorismo, ascoltato le loro legittime preoccupazioni, cercando di rassicurarli, per quanto possibile, sulle nostre intenzioni. Ho una mia storia, spero coerente. Convivere col sospetto che desiderassi dipingere un quadro apologetico di quel periodo, mi ha fatto soffrire”.

La presunzione di innocenza, alle istituzioni, non è bastata. “Discutere di ciò che ancora non era stato girato, ha assunto nei mesi valenze grottesche. Quando la città di Milano ci ha tolto un patrocinio che non avevamo chiesto (viene dato di diritto quando si gira un film sul territorio, ndr) sono rimasto allibito”. Una paura preventiva. “L’oscura sensazione che su certi temi, ci fosse un’insopprimibile coazione al tacere forzato”. Si è mai domandato se aver ipotizzato un affresco sull’epopea criminale di Segio, fosse un errore? “Spesso. Ogni volta che si affacciava il pensiero, mi ripetevo che su nessun argomento, neanche sul più doloroso, potesse esercitarsi l’odiosa scure della censura. Discutere, dissentire, litigare magari. Chiudere gli occhi sul passato, mai”. Chi l’ha aiutata a non cedere alla caccia alle streghe? “Gli sceneggiatori con i quali mi sono confrontato costantemente. Abbiamo cercato, con cura, di non offendere chi da quella stagione era stato segnato per sempre. Loro, ma non solo. Chi altri? “I miei coproduttori. Jean Pierre e Luc Dardenne”. I registi belgi. “Avevano il vantaggio di essere fuori da rifrazioni e suggestioni della Nazione in cui quegli eventi delittuosi si erano svolti. Mi serviva un punto di vista non condizionato dal rumore di fondo. Così hanno deciso di incontrare Renato e farsi confermare che lo sguardo di Scamarcio-Segio avrebbe portato con sè ‘il peso di ognuna delle sue vittime’ Da quel momento in poi, sono successe molte cose. Una rivolta. Qualcosa di composito e disordinato ma latore di un’inaccettabile violenza di fondo. In tanti hanno parlato a sproposito de “La Prima Linea”.Giudicato, ironizzato, chiamato le folle al boicottaggio”. Anche la scelta degli attori è stata criticata. “Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno. Troppo belli, secondo qualcuno. Ma noi facciamo cinema e lo spettacolo si fa con i volti e le espressioni, meglio se intensi”. Comunque da oggi, senza finanziamento stataIllustrazione di Emanuele Fucecchi

le, nessuno potrà più accusarvi di “mungere” lo Stato. “Sentir ragionare in questi termini è fastidioso. Giudicare una visione poetica dall’incasso è deprimente, tanto più quando l’introito della sala è solo una delle tante voci che contribuiscono al successo economico di una produzione”. Un film è altro. “Qualcosa che incide profondamente nell’immaginario delle persone, proietta la coscienza di un Paese, crea migliaia di posti di lavoro”. A qualcuno non interessa. Sono gli stessi che disprezzano Gomorra perché vorrebbero che i panni sporchi si lavassero al riparo dagli sguardi e che la verità e le sue conseguenze fossero discusse abbassando la voce fino a ridurla al silenzio. Gli americani hanno affrontato il Vietnam. Se non siamo in grado di aprire una finestra su noi stessi, il futuro spaventerà più di questo presente senza orizzonte”.

Decidere di rinunciare al finanziamento era necessario La libertà, nel mio lavoro, è tutto

nuove censure

DAL MINCULPOP AL MINCULBOND di Luca Telese

a cosa stiamo accettando veramente quando il ministro M Bondi ci dice che “La Prima linea” non dovrebbe essere finanziato? A prima vista nulla. Può sembrare persino una civile opinione, e infatti molti giornali si sono accontentati di questa verità di facciata: una parvenza di civiltà, l’elemosina di un giudizio pacato. Il ministro ci dice che quel film non rappresenta “nessuna apologia del terrorismo”. E che tuttavia non ritiene giusto che ottenga un solo centesimo di denaro pubblico, tanto meno il milione e mezzo di euro che (sia pure sotto condizionamento) era stato promesso. Se ci pensate bene, dietro questa successione di veti, condizioni, diritti ottriati, revocati o concessi, si nasconde una nuova sottile e più temibile forma di censura. Intanto stiamo accettando l’idea che il potere politico decida se un’opera d’arte debba essere finanziata o meno, e questo è sempre sbagliato. C’è anche una commissione, che giudicherà, certo. Io conosco molti di quegli esperti: non penso che persone del calibro di Laura Delli Colli, possano prendere ordini. Ma se il ministro si pronuncia prima, la decisione della commissione si fa subito più difficile, diventa in ogni caso conflittuale, e questo non è giusto. Se un ministro trasforma un giudizio tecnico in un problema politico, gli spazi di libertà sono drasticamente ridotti da questo pronunciamento. Per tutti. Secondo problema. Dimenticatevi per un attimo di essere lo spettatore che stasera entra in un cinema. Immaginate di essere un produttore che domani vuole fare un film o un regista che si innamora di una storia. Da oggi, dovete sapere che vi attende un vaglio ancora peggiore, di quello di una polverosa burocrazia ministeriale, o della lotteria di una commissione in cui i rapporti di forza fra i gusti dei componenti possono darvi una chance. No: adesso siete nelle mani della politica. Se volete essere sicuri di ottenere il fondo, dovete pensare un soggetto che istintivamente possa piacere Bondi (e domani – peggio mi sento – alla Melandri o alla Binetti). Il che vuol dire che, sotto il formale rispetto delle forme o del galateo, siamo arretrati di settant’anni. E’ vero, Giulio Andreotti disse che c’erano “troppi stracci” in “Ladri di biciclette”, un pretore bloccò “Ultimo tango a Parigi” (e ne ordinò la distruzione), una commissione censura dispose che il Salò di Pasolini fosse censurato. Persino i soft-core degli anni Sessanta finivano sotto le forbici occhiute dei pretori sessuofobi nel Veneto bianco. Ma anche tra le maglie del regime democristiano dei varchi si aprivano: De Sica ebbe successo malgrado Andreotti, Bertolucci non fu distrutto, i frammenti di celluloide con il burroso seno della Fenech è tornato al suo posto. Tagliato, ma ricomposto. Bisogna davvero tornare al MinCulPop e al Ventennio mussoliniano – invece – per trovare un potere così forte della politica. Qui il taglio avviene alla fonte: non ti produco, non te lo faccio fare. Così in un paese in cui il fondo non è stato negato nemmeno a un’opera fondamentale come “I miei primi quarant’anni” di Marina Ripa di Meana, un ministro ci dice: questo film mi piace, ma siccome tratta un tema che per me è politicamente scomodo, non gli do una lira. E’ un potere di veto, che induce l’autocensura. Il che è gravissimo. Chi scrive non è tra i detrattori aprioristici di Sandro Bondi. Ma da stasera ci vorrebbe entrare nel club. Perché in un paese civile non si può passare dal MinCulPop al Minculbond.


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SECONDO TEMPO

COLLO QUIO NON SOLO MUSICA

VECCHIONI A RAPPORTO DA DIO Il professore si cimenta con la fede (e intanto boccia la Gelmini)

Simone Mercurio

erlusconi? E’ una prova che Dio esiste”. La Gelmini? “Fa tutto quello che non dovrebbe fare”. Fini? “E’ la destra pulita”. Bersani? “Un leader”. Franceschini? “Gli voglio bene”. E poi il caso Marrazzo e quello delle escort di Mr B. gli “italiani bambini” e il caos dell’informazione, l’istruzione e i giovani di oggi che in questa Italia in caduta libera “devono continuare a sognare, ma non a vanvera”. Roberto Vecchioni si definisce un “politucolo” il professore, uno che conversa di politica così come parlerebbe della sua Inter e di Mourinho. I suoi due ultimi lavori, il libro “Scacco a Dio” (Einaudi) uscito in estate e il disco “In Cantus” (Universal) appena pubblicato, hanno rivelato una sorta di conversione per il laico Roberto Vecchioni. Nel cd, dove le quattordici tracce sono suonate dal vivo su partiture di musica sinfonica, anche il brano “La rosa blu” del 2007 dedicata al figlio più piccolo colpito da una grave malattia. La fede è un filtro per leggere la vita e la quotidianità? “Sono anni che mi questiono perché io nasco illuminista e laico. Laico in politica e nelle cose della vita, ma ho sempre avuto dentro di me la sensazione che non finisce tutto qua. Da dieci anni poi, sto approfondendo l’argomento con persone di grande spessore come monsignor Ravasi che è un mio carissimo amico. Lo definirei il mio padre spirituale. Sia il libro sia il disco sono due inni laici. Sono

“B

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due opere piene di dubbi, di insicurezze. Non c’è una fede rassicurata e rassicurante, c’è una fede in battaglia continua”. Nel suo libro Oscar Wilde, Jfk e altri vengono chiamati a rapporto da Dio che si traveste ora da pittore ora da trapezista pur di giungere all’uomo. E se convocasse i politici di oggi come si maschererebbe? “Da buffone di corte credo! Perché con certa gente si può parlare soltanto in questo modo”. Come si immagina un dialogo fra Berlusconi e Dio? “Berlusconi quando si guarda allo specchio pensa già di farlo il dialogo con Dio. Si crede una Sua emanazione sulla terra. Io credo che B. sia una prova

IN MEMORIA

dell’esistenza di Dio che ci ha mandato questo ostacolo da superare. Perché se non ci fosse Dio non avremmo prove così tremende! Dunque ce le invia per vedere se siamo ‘cazzuti’, se abbiamo le palle, se riusciamo a capire cosa significano i valori veri”. Prove come gli scandali che stanno travolgendo l’Italia? “Gli italiani sono brava gente ma hanno dei difetti connaturati. Guardano sempre nell’orto dell’altro, sono invidiosi, poco affidabili e vogliono essere rassicurati continuamente come dei bambini. Soprattutto i maschi italiani sono dei gran bambini. E naturalmente certa politica fatta di chiacchiere e di rumore rassicura i ragazzini”.

di Roberto Vecchioni

ALDA, LE BARZELLETTE E L’AMORE lda l’ho conosciuta a una puntata del Costanzo Show negli anni Ottanta e da allora direi che ci siamo frequentati parecchio sia di persona sia telefonicamente perché aveva voglia di discutere, di confessarsi e confidarsi, e aveva poche persone con cui lo faceva. Mi telefonava anche all’una di notte, alle tre, alle quattro del mattino. Mi parlava dei suoi amori, di chi si era innamorata, della sua vita, mi raccontava barzellette. Quando eravamo insieme suonava e cantava “Luci a San Siro” al piano. Malissimo naturalmente. Era parecchio stonata ma non gliene fregava niente, perché “la Alda”, come la chiamavo io, si sentiva bellissima, intonatissima e “donnissima”. Alda aveva un’antipatia comune per tutte le altre donne. Qualsiasi donna avesse un uomo lei era gelosa. Anche se non era suo l’uomo. Figurarsi con le donne degli amici. Guardava tutte, guardava sempre storto e non risparmiava battutine. Perché aveva questo carattere, una forza dirompente d’amore e di possesso, un bisogno d’affetto. Soprattutto per i maschi, devo dir la verità. Alda era una donna che ha sempre amato la

A

la italiana dal suo annientamento!”. Si autocandida a prossimo ministro dell’Istruzione? “No, ma io di politica non capisco niente! Quando un giornalista mi fa qualche domanda su questi temi mi viene il sudore alla fronte, perché io rispondo come un ‘politucolo’. Certo, il ministro dell’Istruzione sarebbe auspicabile che lo facesse un addetto ai lavori, un insegnante”. Croce sì o croce no nelle aule? E’ un parlar d’altro? “Ci sono problemi gravissimi e si fanno polemiche sul niente. Rispondo come ha risposto una suora a me. Mi ha detto: ‘Non mi importa che ci sia o non ci sia il crocifisso perché io ce l’ho nel cuore’. Non è che se non c’è il crocifisso io sono meno cattolico. Questa sorta di braccio di ferro tutto mediatico fra musulmani e cattolici mi sembra un po’ ridicolo. L’idea che gli ‘altri’ facciano quello che vogliono e quindi anche noi dobbiamo farlo è una buffonata. Ma perché se gli altri sbagliano dobbiamo sbagliare anche noi? Se gli altri sono integralisti perché dobbiamo esserlo anche noi di conseguenza? Le nostre icone teniamocele nella testa e nel cuore che tanto non ce le toglie nessuno dall’anima. Noi italiani dobbiamo fregarcene di queste polemiche. Abbiamo dei valori scritti dentro e possiamo anche fare a meno di icone e simboli. E’ la nostra prova di forza e di civiltà”. Battiato ha scritto una canzone contro i politici “rincoglioniti”... L’ha sentita? “Mi fa molto sorridere. Battiato mi fa sempre divertire e riflettere allo stesso tempo. Anche io ho scritto una canzone di que-

corporeità della vita, la fisicità, e non solo la celestialità e la poesia. Nei suoi versi l’amore l’ha descritto in tutti i modi possibili. Ricordo un episodio accaduto qualche anno fa quando ho presentato un suo libro a una festa dell’Unità. Lei zoppicava in quel periodo ed era morta da pochi giorni mia madre. Le ho dato questa notizia e lei ha fermato la sua presentazione e pur non conoscendo molto mia madre ha parlato solo di lei quella sera davanti a mille persone a cui probabilmente non importava niente. Ha parlato di mia madre e poi mi ha chiesto un foglio bianco e davanti a tutti mi ha scritto una lirica, una poesia che ho ancora su mia madre che è bellissima. Questo episodio da solo dà l’idea della sua stravaganza e della sua bizzarria. Amava molto la canzone che le ho dedicato. Tutte le volte che ci incontravamo la voleva sentire. Una canzone fatta sulle cose che sapevo di lei. Le sue tristezze in manicomio, le figlie che aveva perso, il suo amore per intellettuali e certi barboni. Perché lei amava senza categorie, e la canzone l’ho fatta un po’ a memoria un po’ come quando fai degli schizzi su una fotografia.

B. testimonia l’esistenza di Dio: se non ci fosse, non avremmo prove così tremende da superare

Rumore o armi di distrazione di massa? “La gente viene accecata e non informata dai media. Poteva succedere solo da noi che due giornali si accapigliassero come due bambini con le palette e il secchiello sulla spiaggia. E’ una cosa ridicola e tragicomica insieme. L’obiettività va proprio a farsi fottere e il famoso ‘italiano medio’ con questi modelli non aspetta altro per sentirsi giustificato nei suoi errori”. Dopo il caso Marrazzo, Berlusconi sembra quasi rinato. “Farsi vedere in giro con le ragazzine, con le minorenni è ben diverso da frequentare un professionista di una certa età. Poi c’è anche la differente valutazione delle conseguenze politiche, perché Marrazzo ha avuto il coraggio, giusto e lecito, di dimettersi. Bisognerebbe che fosse sempre così”. E’ stata approvata la riforma dell’università dal Consiglio dei ministri. Ma i giovani fanno difficoltà a vedere il loro futuro in questo paese… “Assieme alla sanità, la pubblica istruzione dovrebbe essere la cosa prioritaria in Italia. E quando dico prioritaria significa miliardi. Perché bisogna investire assolutamente sul futuro: o crediamo ai nostri giovani oppure siamo spacciati in Europa e nel mondo”. La Gelmini? “L’80 per cento di quello che fa è quello che non dovrebbe fare. Perché dà poca responsabilità agli insegnanti, ai ragazzi, alla struttura scolastica, e arriva tutto dall’alto come per irregimentare. Per mettere a posto la scuola italiana ci vorrebbe una commissione fatta da insegnanti e alunni, da gente del campo. Promuoviamo una vera e propria crociata per salvare la scuo-

sto tipo nel 2007. Si chiama “Questi fantasmi” . La Mannoia dice che Fini è l’unica ancora di salvezza per uscire dal berlusconismo. “Fini è una persona che stimo da sempre, al di là delle idee che ci dividono. Rappresenta la vera destra, quella pulita e onesta”. Primarie Pd: lei è amico di Franceschini ma stima anche D’Alema che appoggiava Bersani… “Voglio bene a entrambi e quindi non vi dirò chi ho votato. Mia moglie (la ex girotondina Daria Colombo, ndr) ha fatto una proposta a Bersani entrando nella sua squadra. Ha chiesto la modifica dello statuto per far entrare la cosiddetta società civile dentro al partito: il volontariato, i circolie i movimenti. Ecco io ho dato il mio voto a chi ha dato importanza a questo”. E’ ottimista per il futuro? “Sì. Penso che in quattro anni il Pd diventerà più di un partito. Identificherà un modo di essere molto più del vecchio Pci che era irregimentato. Deve però darsi un grande spessore morale e civile. Il neosegretario dice che noi non siamo un’opposizione ma un’alternativa a questo governo. Bersani è un leader e non può star solo a parlar male di un altro leader. In quindici anni abbiamo detto e scritto di tutto su B. e non è successo niente: vediamo se a star zitti cambia qualcosa”. Quindi ha votato Bersani? “No, vi lascio nel dubbio. Ma se non lo scrivete ve lo dico…”. E ce lo ha detto.

CUNEO Scrittori in città Il buio oltre la parola Forse non c’era titolo migliore per questa undicesima edizione di “Scrittorincittà”, la manifestazione culturale che ogni anno si svolge a Cuneo: “Luci nel buio”. Il Buio è quello del periodo – etico, sociale, culturale – che stiamo attraversando. La Luce è quella dell’intelligenza, dell’impegno, della scienza, dell’ironia, e magari anche dello sberleffo. “Luci nel buio” vorrebbe rappresentare il tentativo di uscire dalla depressione di una realtà banale, gretta, utilitarista, autoreferenziale, chiusa nei confronti dell’Altro. Ed è appunto con questo spirito che Scrittorincittà pare aver modellato un calendario - tra oggi e domenica che prevede più di cento eventi tra concerti, reading, incontri, spettacoli, lezioni magistrali e molto altro ancora. Per provare a fare ciò per provare a scorgere un po’ di luce in fondo al tunnel che stiamo tutti attraversando - sono stati invitati poeti come Vittorio Magrelli e Franco Loi; scrittori stranieri come Elia Barcelò, Joe R. Lansdale, Dacre Stoker, Azar Nafisi, Nicolai Lilin, Jo Nesbø; autori italiani come Antonio Scurati, Paola Mastrocola, Andrea Camilleri, Niccolò Ammaniti, Alessandro Baricco, Bruno Gambarotta, Michela Murgia, Chiara Strazzulla, Nicola Lagioia, Alessandro Perissinotto, Dario Voltolini; e poi Margherita Hack, Umberto Guidoni, Vauro, Quino, Mario Calabresi, Franco Cordero, Piergiorgio Odifreddi, Tito Stagno, Giovanna Zucconi, Michele Serra, Luciano Canfora, Haidi Gaggio Giuliani, Beppino Englaro, Gianmaria Testa, Giorgio Scaramuzzino. E poi ancora cento eventi – quasi un festival parallelo - per l’età compresa tra i 3 e i 19 anni con incontri con l’autore, anche direttamente nelle scuole, laboratori di disegno, del gusto, di lettura e spettacoli magici, sognanti, ironici,… Luce è sinonimo di luminosità, di chiaro, chiarore, bagliore, fulgore, sfavillio, splendore, balenio, barlume, fosforescenza, sorgente luminosa, giorno, raggio di sole, fiaccola, lampada, lampadina, illuminazione, bello, intelligenza… Buio, invece, è sinonimo di oscuro, di scuro, tenebroso, fosco, nero, fondo, cupo, caliginoso, cieco, tetro, funereo, atro, coperto, cupo, triste, incomprensibile, confuso, difficile, notte, black-out, confusione, brutto, ignoranza… Una bella scommessa. Soprattutto per le parole per chi ci lavora.


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SECONDO TEMPO

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TELE COMANDO TG PAPI

In memoria di Bettino di Paolo

Ojetti

g1 T Gigantesca è la confusione attorno a questa legge ancora invisibile che vuole “accorciare i tempi processuali”. In compenso, il coro che si leva dal Tg1 ha già sistemato tutto con una serie di passaggi automatici e mosse calcolate. In sintesi, il Tg1 vuol far credere al popolo tutto che la legge andrà incontro alle esigenze dei cittadini: in sei anni, tre gradi di giudizio e sei dentro o fuori “come chiede l’Europa” (pura invenzione di Cicchitto). Seconda mossa: non si tratta di “prescrizione breve” e, quindi, Berlusconi sarà processato regolarmente (altra bufala per far contenti i sudditi). Terza mossa: tranne quel riottoso cacadubbi di Di Pietro, tutti gli altri sono ragionevolmente d’accordo. Ovviamente, non è così, ma il Tg1 cancella le

critiche, sorvola e non tenta nemmeno di dare un colpo di telefono a un avvocato (Ghedini escluso) che spieghi bene come andranno le cose. La “riforma” va presa a scatola chiusa. La fabbrica del consenso, editoriali di Minzolini o meno, marcia a pieno regi g2 T Nell’interesse dei cittadini, nell’interesse del popolo, nell’interesse degli italiani. Tutto questo altruismo non riesce a nascondere – seppure evocato a raffica durante il Tg2 – la fretta del governo nel varare e far approvare dal Parlamento questa “riforma” della giustizia che, abbreviando i gradi del processo a sei anni complessivi, riuscirà a far sparire due procedimenti che mettono sotto accusa Berlusconi, i fondi neri Mediaset e la corruzione di magistrati (il cosiddetto processo Mills). A raffor-

zare questa impressione, ecco che dal Tg2 rispunta dal suo bronzeo passato craxiano la sottosegretaria Boniver: ha pronto in tasca, guarda un po’, un disegno di legge per resuscitare l’immunità parlamentare. In memoria di Ghino di Tacco non si butta mai niente g3 T I tempi per il “processo breve” si allungano. Così parte il Tg3, ma si contraddice subito dopo: “Gli avvocati e gli esperti del Pdl hanno lavorato giorno e notte”, quindi si procede ventre a terra per salvare Berlusconi, altro che tempi lunghi. Certo – diceTerzulli – ci sono questioni di costituzionalità (sei anni per chi inizia, ma chi è già in appello? Chiaro: non ci potrebbero essere due “giustizie” a diverse velocità). Tecnicismi che Gasparri, noto penalista de noantri, liquida chiamando in ballo l’Europa che “ce lo impone”. Cosa mai ci impone? Intanto, unico, il Tg3 fornisce le motivazioni della seconda condanna di Mills: ha preso i soldi (600.000 dollari) solo “dopo” aver salvato Berlusconi. Ecco, si diventa grandi imprenditori solo con questo senso degli affari: si paga solo ad affare concluso.

di Nanni Delbecchi

IL PEGGIO DELLA DIRETTA

Fine (del mondo)

l tempo è un concetto relativo, mai tanto quanto in video. Sul canale satellitare Rai IStoria la benemerita task force di “Tv talk” ha presentato giovedì scorso un ritrovamento di pura archeologia televisiva; la puntata zero di “Campanile sera”, sfida tra le città d’Italia con cui nel 1959 Mike Bongiorno replicò il successo di “Lascia o raddoppia?”. Un documento di estrema modernità, da cui si ricava come la tv in Italia sia nata popolare e provinciale (l’esatto contrario di Internet); e come non abbia mai smesso di esserlo. Tra i tanti racconti dal professor Bettetini, primo regista di “Campanile sera”, il più sorprendente è che nella squadra di Alba il capo del “pensatoio”, era Beppe Fenoglio. Uno dei più grandi scrittori del secondo Novecento ospite del re dei quiz, chi l’avrebbe detto? Forse nemmeno Umberto Eco. Dal passato al futuro, dove la teoria della relatività si fa ancora più evidente. Le Iene di Italia 1, in cerca di bersagli alternativi alla politica – dove vengono regolarmente censurate –, hanno indagato sul 2012, anno in cui è annunciata la fine del mondo. Sarebbero in paLe Iene Paolo e Luca, recchi a profetizzare il martedì sera l’armageddon; in prisu Italia1 ma fila gli antichi Maya, che indicano il 21 dicembre 2012 come ultimo giorno del loro calendario; ma non mancano altre teorie megagalattiche, che vanno da un fatale allineamento di Sole e Terra all’impatto mortale con un pianeta assassino, detto Nibiru

(sempre che non ci metta una pezza l’Uomo ragno). Su tutto questo campa da un pezzo anche Roberto Giacobbo, una strana via di mezzo tra il mago Silvan e Piero Angela che conduce su Raidue il programma “Voyager”, rincarando la dose con previsioni azteche, egizie, degli sciamani Hopi e, dulcis in fundo, di Nostradamus. Alla iena Andrea Pellizzari, invece, è bastato un servizio di venti minuti, il tempo di recarsi da uno specialista di cultura Maya e da un astrofisico all’Esa di Parigi. Entrambi hanno confermato che non esiste il minimo fondamento scientifico alle supposte profezie. Il calendario Maya conclude semplicemente un ciclo del suo sistema di numerazione; l’allineamento Terra-Sole si presenta ogni anno, come l’annuncio estivo di Bossi sulla secessione, e dalle stratosfere non è previsto nemmeno l’arrivo di un bruscolino. Insomma, nulla di nulla: ma proprio per questo il servizio è così istruttivo su una certa psicologia di massa. E’ la dimostrazione che, quando qualcuno vuol credere a qualcosa, non ha affatto bisogno di prove. Gli basta un titolo di Vittorio Feltri. Ma allora, quando sarà la fine del mondo? Pellizzari lo ha chiesto all’astronoma Margherita Hack, che lo ha pregato di pazientare. Finiremo tutti vaporizzati dentro il sole, ma non prima di cinque miliardi di anni. Un tempo così lungo che qualcosa per ingannare l’attesa, e non solo l’attesa, bisogna inventarsela. Stavolta è toccato ai Maya, poveretti. Capiremmo se avessero almeno profetizzato l’effetto serra e gli altri irreversibili danni all’ecosistema che, come ha detto la Hack, rischiano davvero di anticipare la fine del nostro pianeta. Ma avevano giusto fatto in tempo a finire i calcoli del loro calendario, prima di essere sterminati dai colonizzatori spagnoli. Senza averlo minimamente previsto.


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SECONDO TEMPO

MONDO Velardi & Rondolino e idee sono chiare: “FacciaLne mo un bel sito d’informaziopolitica”. Loro sono Fabrizio Rondolino e Claudio Velardi, due “Lothar” per eccellenza: così vennero chiamati – come il servitore di Mandrake fornito di “pugni massacratori” – quando nel 1999, in terzetto con Nicola Latorre, affiancarono Massimo D’Alema nella sua breve avventura a Palazzo Chigi. Adesso, Rondolino e Velardi, ci provano con l’informazione: è online thefrontpage.it. Per spiegare cosa intendono fare, hanno pubblicato il video di una chiacchierata tra di loro: “Facciamo una cosa seria – dice Rondolino – puntiamo sulla passione dei giornalisti che non sempre riescono a scrivere quello che vogliono sui loro giornali. Troppo gossip, troppi dettagli, e poi non si capisce il ‘contesto’”. “Invece contesti, scenari, analisi questi devono essere al centro della nostra impresa” replica Velardi. Partiti! allora, come direbbe Bruno Pizzul. Rondolino, cresciuto come notista politico all’Unità, negli ultimi anni si è dedicato alla televisione (viene considerato, di fatto, il padre del

Grande Fratello italiano). Velardi, specializzato, con la sua Reti, nella consulenza e comunicazione istituzionale, è da poco reduce da una “mission impossible” alla corte del vecchio compagno Antonio Bassolino: rilanciare l’immagine della Campania dopo lo scandalo rifiuti. Ora son partiti con questa nuova avventura. La linea editoriale è definita: “Stiamo dalla parte della politica e del giornalismo”, la squadra anche: “Abbiamo così coinvolto alcuni giornalisti molto informati” così come il piano economico: “The front page sarà completamente gratuito, e nessuno di noi riceve un compenso. I collaboratori si firmano con uno pseudonimo per evitare condizionamenti o ritorsioni”. Il modello di riferimento potrebbe essere quello dell’Huffington Post. Ma la strada è lunga e il sito, per ora, scarno. Comunque, auguri.

WEB

di Federico

sarx88

feedback$ è ANTEFATTO.IT Commenti al post: “Ci prendono per scemi?”. di Bruno Tinti

Mello

è I FOTOMONTAGGI DI GASPARRI IN STILE TOTÒ E PEPPINO

Maurizio Gasparri è un fan dei fotomontaggi. La scorsa primavera pubblicò sul suo sito una foto ritoccata nella quale sorrideva di fianco a celebri futuristi. Adesso torna a colpire e pubblica su gasparri.it un nuovo fotomontaggio: in compagnia di Giulio Tremonti, in piazza Plebiscito, a Napoli, fa il verso a una famosa scena di “Totò, Peppino e la Malafemmina”. La didascalia recita: “Totò e Peppino a Milano, Maurizio e Giulio a Napoli”. Quindi? Verrebbe da chiedersi...

è “NO A FACEBOOK A PAGAMENTO” E GLI ALTRI GRUPPI BUFALA UN BLOG SVELA LE TRUFFE

Un milione e settecentomila utenti Facebook si sono iscritti al gruppo “No a Facebook a pagamento nel 2010, servono 10.000.000 iscritti!”: a molti utenti non è comprensibilmente piaciuta l’idea di pagare il loro social network preferito. Il gruppo, però, a ben guardare “puzza di bruciato”: non specifica come quando e perché Fb dovrebbe diventare a pagamento e gli amministratori non sono raggiungibili in alcun modo. In pratica, come svela Caterpol.net, il notissimo blog di Caterina Policaro, la pagina è una bufala. Catepol spiega che gruppi come questi hanno un unico scopo: raccogliere iscritti per guadagnare sulla pubblicità. Il meccanismo è semplice: si lanciano allarmi tanto urlati quanto falsi (come il rischio, appunto, di pagare per usare Facebook) sfruttando al massimo i meccanismi virali, anche se così si alimentano notizie false. Catepol si è presa anche la briga di aprire su Facebook un controgruppo: “Le bufale su Facebook, non cascateci”. Questa pagina, con 20.000 iscritti, è curata, aggiornatissima e, naturalmente, gli amministratori sono ben visibili e raggiungibili da tutti.

Rondolino e Velardi, il gruppo Antibufala, il fotomontaggio di Gasparri, il nuovo sito di Annozero

DAGOSPIA

ACHILLE SERRA CANDIDATO PDL?

Davanti alle telecamere di Sky, Gianfranco Fini ha negato che nell’incontro-scontro di ieri si sia parlato delle Regionali, ma bisogna essere pivelli della politica per non capire che anche questo argomento è stato buttato sul tavolo dei due antagonisti. L’affare Cosentino era sotto gli occhi ed è davvero impensabile che il presidente della Camera non abbia argomentato al presidente “ripuliture” di Napoli il suo veto alla candidatura di Cosentino per la Campania. Se vogliamo fermarci al centro, cioè al Lazio, allora bisogna registrare la caduta verticale delle quotazioni di Renata Polverini, il segretario dell’Ugl con il volto da giovane massaia che avrebbe dovuto entrare in orbita come la faccia nuova della destra. A sbarrarle la strada non è soltanto il sindaco dalle scarpe ortopediche, Gianni Alemanno, che ha sempre visto in questa donna un candidato temibile, quanto piuttosto l’intera Forza Italia che sostiene Antonio Tajani. E qui Dagospia nella sua infinita miseria può anticipare che nelle ultime ore si è fatto strada un nome di cui finora nessuno ha parlato. È quello di Achille Serra, il 68enne ex poliziotto e prefetto di Roma che dentro il partito di Bersani, dove si parla insistentemente di Zingaretti, viene tenuto come una carta coperta. Serra ha il profilo di un uomo d’ordine che si è guadagnato è “IL VATICANO VUOLE ESSERE consensi quando TUO AMICO SU FACEBOOK” era questore a Milano I SOCIAL NETWORK SPIEGATI AI VESCOVI e a Roma, un requisito Chi l’ha detto che a San Pietro ci sono solo che potrebbe portare sventolii di tonache e arazzi polverosi? Per è IL NUOVO SITO il voto dei moderati. riconnettersi con i giovani, in Vaticano ANNOZERO.IT Di lui si dice che comincia oggi una tre giorni “nell’aula A BREVE ARRIVA ANCHE LA anche in Vaticano le vecchia del Sinodo” che avrà per tema: “La VIDEOCHAT POST-PUNTATA quotazioni siano alte. cultura di Internet e la comunicazione della E’ online da stamattina il chiesa”. I vescovi europei responsabili delle nuovo sito di Annozero Commissioni per le comunicazioni sociali, all’indirizzo annozero.rai.it. Il incontreranno i rappresentanti di Facebook, nuovo sito si ispira all’architettura del portale di di Google, YouTube, Wikipedia e perfino, 60 minutes, il celebre programma di udite udite, il mondo degli “Hackers”. Dalla approfondimento dell’americana Cbs. Sulla nuova sala stampa vaticana fanno sapere che homepage annozero.it sono a portata di click tutti l’incontro verte su “Come la chiesa riesca a i contenuti multimediali della trasmissione, dalle tradurre il messaggio cristiano nella cultura puntate integrali ai vari estratti come l’editoriale attuale dell’interattività”. Sul versante di Travaglio o la rubrica di Vauro. Il nuovo sito si hackers, invece, i vescovi incontreranno un affianca alla pagina Facebook che ha raggiunto giovane hacker svizzero con l’intento di fare quota 115 mila fan (in due mesi). In preparazione, proseliti “Il mondo degli hackers è un’altra inoltre, una videochat post-puntata dove gli cultura, parallela e ignorata per lo più dalla affezionati potranno interagire in diretta Web con chiesa, non dai patiti d’informatica”, il gli inviati della trasmissione. dibattito in programma. Le giornate, assicurano, saranno anche scandite da momenti di preghiera.

Non capisco: come si concilia il processo a due velocità (breve per l’incensurato e lungo per il già condannato), col diritto di ogni persona ad avere una durata ragionevole del processo e col divieto di discriminazione sulla mera base della condizione personale indipendente dalla sfera di controllo dell’interessato? Se l’incensurato-prescritto non fosse prescritto (e non è certo dipeso da un suo atto di responsabilità l’essere prescritto) potrebbe trovarsi nella medesima condizione personale di un già condannato... identità sostanziale eppure trattamento così diverso! (Maria Pacifico) Ma perché si continua a parlare solo di lunghezza dei processi e nessuno dice che ciò che maggiormente conta è la certezza della pena? (Moniflor) Caro Fini, se la tua è la posizione definitiva, mi hai deluso di nuovo. Ricopri il ruolo istituzionale che più di altri impegna a difendere la Costituzione. (Parsiphal) Vediamo se il presidente della Repubblica firma ancora una volta, una legge palesemente incostituzionale. (M.G. in Progress) Noi scemi?!?! Abbiamo votato il Pdl non Berlusconi!!! ahah (Ale88x) Sono un’elettrice di centrodestra ma sicuramente non fan di Berlusconi. E ora, dopo queste chicche sulla giustizia, ancor meno di prima. Trovo che sia vergognoso che egli auspichi una riforma della giustizia, non per il bene dei cittadini, bensì per il suo personale. Riforma della giustizia per me sarebbe introdurre misure che accelerino i processi, fermo restando che siano portati a compimento. E poi mi sento presa in giro: che differenza c’è tra questi processi bevi e la prescrizione breve? Il risultato di certo non cambia! Spero che l’opposizione e la magistratura boicottino tutto quanto! (Thayes) Opposizione è una parola che nella prossima edizione del dizionario di lingua italiana sarà probabilmente classificata come errata e sostituita col termine “forma ologrammatica per proiettarsi in uno sdoppiamento da cui indistintamente traluce l’essere perfettamente identici”. (Dottora) Una volta “impunito” era un’offesa. Vuoi vedere che piano piano diventa un merito??? Ma farà curriculum??? Mah. (Michele Pettinicchio) Dal famoso film “Gli intoccabili”. Dopo l’incredibile e inaspettata condanna, Robert De Niro, nelle vesti di Al Capone si rivolge alla giuria e al giudice urlando inferocito: “Signor giudice, ma che democrazia è questa?!!! Ma che cos’è questa storia!!! Avvocato dì qualcosa!!! Avvocato!!!!! (Jerry)


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Giovedì 12 novembre 2009

SECONDO TEMPO

PIAZZA GRANDE Perché non funziona il pm avvocato di Bruno Tinti

desso, alla III puntata, è chiaro perché Berlusconi & soci vogliono la separazione delle carriere: perché non vogliono un pm-giudice. Ma il pm-separato-non-giudice cosa farà? E’ ovvio, lo dicono tutti quelli che (in buona o in mala fede) sono favorevoli alla separazione: sosterrà l’accusa. L’accusa, solo questo. Non indagherà più a 360 gradi, non dovrà più chiedersi se l’indagato è colpevole o innocente (se lo facesse torneremmo al modello attuale e allora la separazione sarebbe priva di senso). Dovrà raccogliere solo le prove che gli servono per sostenere al processo che l’imputato è colpevole; alle altre prove, quelle che servono per dimostrare che l’imputato è innocente, ci penserà l’avvocato difensore, la cosa non lo riguarda. Ecco cosa sarà un pm che sostiene l’accusa: un pm-avvocato. Così nel processo ci saranno un giudice e due avvocati: quello difensore sosterrà la difesa e, se per caso troverà una prova a carico del suo cliente farà finta di non vederla e (magari) la nasconderà; comunque eviterà di evidenziarla. Quello accusatore sosterrà l’accusa: e, se per caso troverà una prova favorevole all’imputato, etc. Poi, davanti al giudice, ognuno dei due tirerà l’acqua al suo mulino; ognuno dei due sosterrà la sua tesi, senza chiedersi se è giusta o no, semplicemente cercando di farla prevalere. E il giudice cercherà di decidere per il meglio. Vi piace questo sistema? Io lo trovo folle. Negli Stati Uniti funziona così; e lì è ancora peggio perché c’è la giuria, cioè cittadini che di leggi e diritto non sanno nulla e che decidono in base alle impressioni suscitate in loro nel corso del processo. Un avvocato celebre, elegante, suadente, intelligente li convincerà più facilmente di un avvocato sciatto, rozzo, approssimativo, antipatico. Ma come si presentano, come sono i due avvocati, quello dell’accusa e quello della difesa, non ha nulla a che fare con la tesi che sostengono, non ha nul-

A

Se si è già stabilito che il pm deve sostenere solo l’accusa, qualsiasi sia la sua opinione sulla colpevolezza o l’innocenza dell’imputato, allora, come gli avvocati, avrà un cliente la a che fare con l’innocenza o la colpevolezza dell’imputato. E infatti negli Stati Uniti le carceri sono piene di innocenti (anche per via di altri strumenti processuali che qui non sto ad analizzare); e soprattutto per via del fatto che i poveri certo non possono permettersi difese in grado di contrastare il pm (che lì si chiama procuratore distrettuale). Il pm ha mezzi tecnici, economici e di personale che la difesa si deve pagare. E che si fa se l’imputato non ha soldi? Niente si fa, si difende come può e non l’aiuta nessuno. a questo sistema presenta M anche altri problemi. Un avvocato che rappresenta l’accusa e solo quella non può essere indipendente; sarebbe irragionevole. L’indipendenza è un requisito del giudice che deve essere libero di decidere quello che gli sembra giusto. Ma, se si è già stabilito che il pm deve sostenere l’accusa e solo quella, qualsiasi sia la sua opinione personale sulla colpevolezza o l’innocenza dell’imputato, allora, come gli avvocati, avrà un cliente, quello che gli impone la tesi da sostenere. In questo caso lo Stato. Ho detto lo Stato? Ho sbagliato. Lo Stato è il cliente che servono i giudici e quindi, oggi, anche il pm-giudice. Ma il pm-avvocato che sostiene l’accusa ha come cliente il governo. Proprio come l’Avvocatura dello Stato che sostiene le tesi che il suo cliente, il governo, gli chie-

Spaghetti Hi-tech di Pierfranco

Pellizzetti

a tempo il tema del declino industriale italiano è stato rimosso in quanto politicamente scorretto. Ma anche perché poneva tutta una serie di problemi a un ceto dirigente che – in media – avrebbe difficoltà a gestire un banchetto di frutta e verdura; altro che indirizzare un sistema produttivo complesso. Compreso il presunto “grande imprenditore” a capo del governo, che in effetti è soltanto un abilissimo impresario (di se stesso) e il cui successo ha evidenti matrici extraeconomiche. Intanto, nell’assenza di un

D

benché minimo accenno alla politica industriale (tema che – come detto – un po’ tutti si guardano bene dall’evocare), stiamo assistendo alla débâcle dei famosi distretti canonici, la presunta via italiana al nuovo modo di produrre che tanto interesse suscitò attorno agli anni Ottanta-Novanta. Che tanto interesse suscita ancora in Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta, ambasciatori del Pd in un nord-est inteso come l’inesausta fungaia della forma distrettuale: qualcuno spieghi loro che persino Luxottica, cuore del distretto bellunese degli occhiali, ha messo i dipendenti in cassa integrazione e

de di sostenere. Proprio come ha fatto l’Avvocatura dello Stato dinanzi la Corte Costituzionale, quando ha spiegato che il lodo Alfano andava conservato altrimenti, in caso contrario, Berlusconi avrebbe dovuto dimettersi “e pensate che danno per il paese!”. Argomentazione di una raffinatezza giuridica che, dopo 41 anni di magistratura, ho difficoltà a percepire. Il problema allora è che, se il cliente del pm è il governo, i processi finiscono col diventare politici. Il pm-avvocato viene incaricato di fare questo o quell’altro processo; e soprattutto, di non fare questo o quell’altro. Vi piace questo sistema? A me pare folle. In Francia funziona proprio così. I miei colleghi francesi spesso mi hanno detto che si sono trovati a dover seguire direttive che stridono con equità e buon senso perché ispirate da ragioni politiche. Qualcuno ha dato le dimissioni. Vi piace questo sistema? A me pare folle. Alcuni favorevoli alla separazione e sicuramente in buona fede dicono: la separazione delle carriere è cosa buona e giusta anche se, al momento attuale, è sconsigliata dall’esistenza di un governo nelle mani di Berlusconi. Questa tesi è veramente sbagliata. Il potere è potere, da chiunque venga esercitato. E’ assolutamente certo che Berlusconi abuserebbe di un sistema che gli affidasse il controllo delle procure. Ma così potrebbe comportarsi chiunque si trovas-

IL FATTO di ENZO

l

se un giorno nella sua posizione. Quando Montesquieu ha disegnato il suo celebre assetto costituzionale fondato sulla separazione dei poteri non ha certo pensato che esso avrebbe potuto essere derogato qualora lo Stato fosse finito nelle mani di un tiranno buono e giusto; e, se venisse rovesciato da un tiranno cattivo che si servirebbe, per rovesciarlo, proprio di quell’assetto costituzionale disegnato per il tiranno buono? Poi, ci sono momenti storici in cui i detentori del potere sono peggiori della media; e, purtroppo, noi stiamo vivendo un momento di quelli. Ma non si costruisce una Costituzione in funzione degli uomini che di volta in volta governano: è chi governa che deve rispettarla. Così, in conclusione, perché Berlusconi vuole la separazione delle carriere a questo punto è ovvio: per controllare le procure, per impedire che facciano i processi che gli danno fastidio e per fargli fare i processi che gli fanno comodo. Chiunque capisce che tutto ciò non ha nulla a che fare con la crisi della giustizia italiana (processi lunghi e pene non eseguite); che non è allo sfascio perché non c’è la separazione delle carriere; così come negli altri paesi la giustizia non funziona meglio perché le carriere sono separate. Lo sfascio della giustizia italiana è dovuto alle leggi fatte apposta per non farla funzionare. (3 ultima) Salvatore Ligresti (FOTO ANSA)

Vorremmo, dopo cena, trovare sugli schermi familiari un’immagine sincera dell’Italia, ripresa senza la consulenza degli enti del turismo, presentata senza il linguaggio dei bilanci del ministero dei comizi elettorali, un’Italia cordiale e drammatica.

nordisti

É

di Gianni Barbacetto

COME LIGRESTI GABBA MILANO Q

uesta sembra una storia vecchissima. Invece è nuovissima. È l’eterna storia dei business immobiliari a Milano e dei rapporti tra politica e affari. Protagonista: Basilio Rizzo, consigliere comunale. All’opposizione da sempre, fin dagli anni della Milano da bere. Passano i sindaci, le maggioranze, le stagioni politiche, ma Basilio Rizzo è sempre lì, a fare le pulci implacabile alle delibere, a denunciare gli scandali. È uno che, se la politica selezionasse i suoi dirigenti con il criterio del merito, sarebbe deputato, senatore, sottosegretario, ministro, leader, forse Papa. Invece è felicemente insegnante di Matematica al mattino e controllore del potere al pomeriggio. Ha appena avuto una buona notizia: ha vinto la causa civile contro Salvatore Ligresti, che gli aveva chiesto 1 milione di euro per un suo intervento in consiglio comunale. Sarà invece Ligresti a pagare 20 mila euro di spese processuali. Che cosa aveva detto Rizzo, per far arrabbiare tanto don Salvatore? Aveva osato ricordare una vicenda antecedente a Tangentopoli: la madre di tutti gli scandali, la vicenda delle “aree d’oro”, datata 1986. Rizzo aveva detto di essere soddisfatto perché il comune stava finalmente per dare ai cittadini, espropriandole, le aree verdi del Parco del Ticinello, a sud di Milano. Ma si rammaricava perché del parco facevano parte anche le famose “aree d’oro”, quelle dello scandalo di vent’anni prima, che il comune avrebbe dovuto pagare a un prezzo più basso di quello d’esproprio. Sì, perché nel 1986 in un armadio dell’assessorato all’urbanistica erano state trovate tre lettere, non protocollate, datate 1982, in cui società del gruppo Ligresti s’impegnavano a cederle al comune a prezzi stracciati, mentre l’amministrazione le stava acquisendo a prezzi di mercato. Seguì scandalo, accuse di mazzette, caduta del sindaco e processo penale, da cui Ligresti uscì grazie alla prescrizione. Intanto le aree erano passate ad altre società, che non si sognavano neppure di rispettare gli impegni presi. Così il comune era stato gabbato. “Prendo atto”, aveva detto Basilio Rizzo davanti al consiglio comunale “che a distanza di vent’anni non siamo stati in grado di far onorare quelle impegnative” a un “imprenditore talmente illustre da essere uno dei primi invitati al ricevimento per l’Expo... L’amministrazione ha un atteggiamento molto conciliante nei suoi confronti... Spero che il comune non rinunci al diritto di Milano di avere quelle aree ai prezzi previsti dalle impegnative, perché Milano in cambio ha dato molto e molto si è preso quell’imprenditore”. l giudice ora ha assolto Basilio Rizzo, che ha legittimamente esercitato il diritto di critica. Ma credete che la storia sia finita? Niente affatto. Rizzo ha gioito troppo presto, quando si è detto soddisfatto per le aree del Ticinello passate ai cittadini: ancora oggi non sono state acquisite dal comune, perché il sindaco Letizia Moratti e il suo assessore Carlo Masseroli preferiscono non usare lo strumento “comunista” dell’esproprio. Quanto alle tre “aree d’oro”, dopo 23 anni dalla madre di tutti gli scandali, la vicenda è ancora aperta: il comune di Milano non è ancora riuscito a farsi dare quanto promesso da Ligresti nel 1982.

I

(1957)

buona parte delle imprese leader di un tempo hanno ormai delocalizzato le proprie produzioni. Visto che nel nostro dibattito pubblico in materia di sviluppo-declino più delle competenze prevalgono le trovate, ogni tanto c’è qualcuno – generalmente Giulio Tremonti – che “butta là” l’idea fenomenale. Le nostre aziende perdono quote di mercato? I prodotti del Made in Italy con cui affrontiamo la sfida competitiva (beni per la casa e la persona) sono facilmente imitabili e dunque sistematicamente imitati? Niente paura, arriva la mossa vincente: l’Hi-tech. Ossia l’idea velleitaria di saltare tutta una serie di passaggi (culturali, imprenditoriali, finanziari, ecc.) per creare artificiosamente qualche Silicon Valley in sedicesimo, qualche bostoniana Route 128 (il distretto tecnologico nato dagli spin-off del Mit che – per dire – ha creato un milioncino

di posti di lavoro); luoghi in cui le comunità del sapere interagiscono sistematicamente con quelle del business per dare vita all’innovazione competitiva. Nel caso, spaghetti-hi-tech. l parto di Tremonti in maIItaliano teria si chiama Iit (Istituto delle Tecnologie), un palazzone alle porte di Genova, che da un quinquennio ospita 500 ricercatori provenienti da 38 paesi per progettare robotica. Giocattolo beneficiato di finanziamenti pubblici annui attorno ai quaranta milioni di euro ma che non produce effetti sul territorio (tanto che girava la battuta per cui gli unici start up dell’Iit sarebbero le tre trattorie sorte nei dintorni per rifocillarne i ricercatori). Ma da cui gli stessi ricercatori non vedono l’ora di scappare, visto che loro e le loro famiglie vivono avvolti in un vuoto pneumatico. In sostanza, si è affrontato il tema della

L’Istituto Italiano delle Tecnologie, beneficiato di finanziamenti pubblici annui attorno ai quaranta milioni di euro, non produce effetti sul territorio competitività per lo sviluppo allo stesso modo con cui, negli anni Sessanta del secolo scorso, si prospettò l’industrializzazione del Mezzogiorno: creando “cattedrali nel deserto”. Mentre si è trascurata l’operazione necessaria (seppure difficile): annodare con un filo di coordinamento strategico le va-

rie esperienze di territorio che stanno maturando anche qui tra noi – spontanee quanto abbandonate a se stesse – nella visione unitaria di una nuova distrettualità hi-tech nazionale (dal wireless e dall’automotive torinese alle nanotecnologie catanesi, passando per la meccatronica emiliana e – magari – arrivando alla domotica-robotica ligure). Ossia, favorendo la maturazione di un sistema ad alta intensità tecnologica che assicuri il necessario habitat alle punte di eccellenza localizzate: la politica industriale in età postindustriale. Chiacchiere, in un paese dove – al 2007 – si destina un misero 0,55 per cento del Pil per incentivare la Ricerca&Sviluppo d’impresa, a fronte dell’1,19 medio dell’area euro. E intanto, nonostante la rimozione dell’argomento dalle mense del politicamente corretto, il declino dell’impresa Italia continua indisturbato.


Giovedì 12 novembre 2009

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SECONDO TEMPO

MAIL Sono tedesco e abbonato al Fatto Sono un lettore tedesco, contento di conoscere l’italiano, perché così posso leggere un giornale bello come il vostro. Leggo il vostro giornale (sono abbonato) perché amo l’Italia, ed è rara una sensibilità giornalistica come la vostra nei giornali del mio paese. Scrivo perché vorrei chiarezza su questi argomenti: Bruxelles sta investendo milioni di euro in progetto Indect, una rete di monitoraggio omnicomprensiva. Dicono che è una forma di pre crimine, cioè “di prevenzione del crimine”. Sicuramente però è una fastidiosa riduzione di privacy per i cittadini europei. Nessun giornale in Germania parla di cose come questa. Quale vostro affezionato e fiducioso lettore, mi piacerebbe ricevere da voi informazioni su tutti i temi, anche su questo. Con gratitudine. Thomas Schmidt

Riforma della giustizia, spero che il Pd si opponga Mi chiedo se il Partito democratico lascerà passare l’ennesimo, forse ultimo, scempio alla giustizia italiana (a cui sta lavorando l’avvocato onorevole Ghedini), oppure se si opporrà con le unghie e con i denti, evitando cioé una negoziazione al lodo Alfano. Atlantic

Minzolini è pericoloso e la gente è anestetizzata Ma avete visto come recita gli editoriali Augusto Minzolini? Sembra un bambino delle prime classi elementari che declama i versi di una poesia sulla sedia, davanti a tutta la famiglia nel giorno di Natale. Fa pena come autore, ma come lettore sono sconfortato. Ma in che mani siamo? C’è qualcuno che abbia ancora un minimo di buon senso? Sono

BOX

LA VIGNETTA

davvero preoccupata per la deriva che ha preso l’informazione (e la democrazia): ci sono milioni di persone che si informano solamente guardando il Tg1, che conoscono solo la “verità” di Minzolini. Viene sempre dipinto come un leccapiedi, ma secondo me è un uomo pericoloso. Non c’è da scherzare. Quando vedo gente intorno a me tranquilla mi preoccupo ancora di più perché vuol dire che Berlusconi può fare ciò che gli pare perché sono tutti anestetizzati, storditi. Carmela Ciccarone

L’Italia malata che scuda i potenti Ormai è chiaro che in Italia nulla cambierà se non viene cambiata la vecchia classe politica che si autoalimenta sulla pelle dei cittadini. Scandali e inchieste non fanno più notizia. Dibattiti e confronti televisivi quasi sempre si trasformano in risse con minacce e insulti. La crisi e l’occupazione interessano poco i politici e solo i dipendenti pubblici hanno un lavoro sicuro. Se andia-

IL FATTO di ieri12 Novembre 1970 “Doveva essere stata una zona meravigliosa, la provincia di Quang Ngai, sulla costa orientale del Vietnam del sud, prima della guerra… grandi risaie, terreni fertili, dalle pendici della Catena annamitica alle spiagge bianche del Mar Cinese”. E’ l’incipit del libro “My Lai” di Seymour Hersh, il cronista icona del giornalismo Usa che col suo scoop-bomba lacerò la cortina di silenzio costruita dagli americani sul massacro più odioso della “sporca guerra”. Il massacro di My Lai, in cui, in un giorno di primavera, 500 persone, un intero villaggio, fra donne, vecchi e bambini vennero bruciati, torturati, lasciati imputridire davanti alle loro capanne. Una strage a freddo, condotta da William Calley, un ufficialetto a capo della “Compagnia C”, esecutore spietato del famoso ordine “cerca e distruggi”. Era il marzo 1968, ma gli americani lo sapranno due anni dopo grazie a quel testardo reporter freelance che, dopo mesi di indagini, aveva sbattuto in prima pagina, su un quotidiano di Cleveland, l’orrore di My Lai. E mentre l’America perdeva la sua falsa innocenza, per Calley, unico colpevole, la Corte marziale deciderà per l’ergastolo. Pena virtuale, commutata da Nixon a soli due anni di arresti domiciliari. Giovanna Gabrielli

Furio Colombo

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aro Colombo, e Talla? Quando un giovane immigrato viene arrestato, senza colpa e senza reati, come è diventato tipico ai tempi di Maroni, e viene portato in uno di quei lager chiamati “Centri di identificazione e di espulsione” c’è da preoccuparsi. Talla è un esempio straordinario di integrazione e di successo e ora stanno per cacciarlo. Perché stiamo zitti? Fiorenzo e molte altre firme

C

L’abbonato del giorno

NON STIAMO ZITTI. Ne abbiamo parlato e ne parleremo su questo giornale. Ne abbiamo parlato e parleremo, in Parlamento, soprattutto nelle due Commissioni per i diritti umani, alla Camera e in Senato. Una cosa devo ammettere. Di tutte le forze politiche presenti in Parlamento, soltanto i Radicali non si distraggono mai di questi argomenti. Per esempio nei giorni 6-7 e 8 dicembre visiterò assieme ai deputati radicali eletti nel Pd alla Camera, quanti più lager di identificazione e di espulsione possibile. Ma il caso Talla (Talla Ndao, 29 anni, senegalese) è di quelli che qualificano e definiscono in un senso o nell’altro la civiltà di un paese. Talla, nei sei anni di vita in questo paese è diventato italiano (purtroppo non nel

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IL FATTO QUOTIDIANO non usufruisce di alcun finanziamento pubblico

senso della cittadinanza ma in quello della cultura, della vita, della integrazione). E’ diventato sardo. Vive (o meglio, viveva) a Iglesias. È uno dei più promettenti musicisti italiani, artista reggae già molto noto fra esecutori, specialisti, critici e pubblico giovane. È autore di uno dei pezzi più belli e popolari per la raccolta dei fondi a favore dei terremotati in Abruzzo. Una vera folla di artisti e di giovani chiede che Talla resti quello straordinario italiano che è diventato. Perché dovrebbero espellerlo? Per un marchingegno malefico inserito appositamente (cioè con intento xenofobo), nel “pacchetto sicurezza” Bossi-Maroni. Nei suoi primi giorni di grama vita italiana, Talla aveva venduto, per sopravvivere, cd contraffatti. La legge vuole che, se anche diventi un santo e il tuo reato è piccolo, lontano e mai ripetuto, quel reato resti una buona ragione per espellerti in manette in qualunque momento. Prendo un impegno. Se Talla resta in Italia, libero, come è giusto e civile e desiderato dai tanti che lo conoscono e lo stimano, sono pronto a riconoscere di essermi sbagliato in tutti i giudizi espressi in questa pagina contro la Lega e contro Maroni. Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano 00193 Roma, via Orazio n. 10 lettere@ilfattoquotidiano.it

PIETRO MARINO Ha 34 anni, lavora in banca e vive a Mercato San Severino in provincia di Salerno. E dice: “Ho fatto l’abbonamento online del giornale già nel mese di agosto; tuttavia, poiché ho problemi nella connessione Internet, compro il giornale anche in edicola; ogni giorno passo il giornale a tutta la mia famiglia, spronandoli a leggere l’unica fonte d’informazione cartacea attualmente attendibile e credibile in Italia. Grazie ai vostri articoli sto facendo appassionare alla politica anche mia moglie Giuliana”. Raccontati e manda una foto a: abbonatodelgiorno@ ilfattoquotidiano.it

mo a vedere la criminalità comune e quella organizzata la situazione è davvero preoccupante. Per non parlare dello scudo fiscale, del lodo Alfano o del Ponte di Messina. Questa è l’Italia che maggioranza e opposizione tengono in piedi per il loro interesse di bottega. Abbiamo politici vecchi che, per rimanere a galla, hanno navigato in mezzo ai partiti e ancora oggi ricoprono cariche istituzionali. Non se ne vanno, anzi, stanno lì e aspettano un nuovo incarico o una nuova poltrona. Tutto questo è la conferma che il rinnovamento politico non è avvenuto, e senza un vero rinnovamento il paese soffre e rimane fermo con nessuna speranza. Marino Bertolino

Sono napoletano, non candidate Cosentino Dopo i fatti emersi sul sottosegretario Nicola Cosentino, e tenendo in considerazione anche le dichiarazioni di domenica del presidente Fini, sarebbe necessario fare in Campania uno scatto politico di immagine e di legalità per ridare fiducia a noi cittadini campani. Dobbiamo tornare a credere che la politica può farcela, può interessarsi alla gente e vincere la camorra. Quel che è certo, è che tutte le speranze verranno spazzate via se Cosentino verrà candidato comunque. Pasquale Adamo

Scandalo Eutelia, irruzione nella sede Sono sconvolto dalla storia che leggo sul Fatto da settimane: lo scandalo Eutelia e Omega. Ci sono diecimila persone a rischio licenziamento e nessuno sta combattendo per assicurare un po’ di giustizia. Sapere che l’ex capo di Eutelia ha addirittura fatto irruzione in Omega per cacciare i dipendenti in presidio è una cosa gravissima. Ma visto che, con le azioni, Samuele Landi ha dimostrato la relazione evidente tra Eutelia e Omega, spieghi allora come ha potuto mandare duemila persone e rotte al macello, svendendole a una società i cui amministratori sono specializzati in fallimenti. Mi sembra una delle più gravi storie aziendali degli ultimi periodi e prego tutti i politici seri, se ancora ce ne sono, di inter venire. Monica

Le gravi parole di Giovanardi su Cucchi

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Sono sconvolto per le incredibili parole di Giovanardi a proposito dell’omicidio Cucchi. Giovanardi, in sostanza, giustifica e introduce una sorta di pena di morte extra legem. Il sottosegretario liquida il raccapricciante omicidio del giovane incolpando la vittima. In pratica Cucchi è morto perché non aveva il fisico per resistere alle torture praticate o ignorate dallo Stato: una sorta di aberrante selezione naturale che posiziona il governo sulla linea durissima dell’autoritarismo poliziesco più becero e fuorilegge. L’errore di Cucchi, che gli è costato la vita, sarebbe quello di “essere un drogato” e di possedere 20 grammi di marijuana. La morale è semplice: anche un semplice fumatore di spinelli corre il rischio di essere ammazzato con il beneplacito e la giustificazione dell’autorità politica. Ammazzare un drogato non è colpa di chi lo picchia, ma sempre del drogato? Il “drogato”, insomma, si trova in una specie di limbo giuridico: a differenza degli altri individui può essere torturato e ucciso a piacere: tanto è colpa sua. Tuttavia pochi ricordano che la legge vieta l’omicidio di Stato e la tortura sui detenuti, e la Costi-

tuzione vieta tassativamente la pena di morte. Si entra dunque in una logica di diritto binario: formalmente la pena di morte è vietata, sostanzialmente è accettata dal governo per tutti i soggetti che hanno consumato o spacciato marijuana. Chissà se Giovanardi pagherà mai per tutto il male che sta facendo. Marco Demmin

I nostri errori Per un nostro errore, sul numero di ieri, sono state attribuite al dott. Sabella parole ascrivibili invece all’autore dell’articolo “Un giudice stritolato dalla trattativa” (pubblicato il giorno precedente), e relative al Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso. In particolare, la presunta conoscenza, da parte di Grasso (smentita ieri, in una nota, da lui stesso), della trattativa sulla dissociazione. Ce ne scusiamo con entrambi e con i lettori.

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Il fatto quotidiano 12 novembre 2009