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CULTURA LEONARDO LODATO SI RACCONTA Febbraio 2020 Anno XXVI - n° 279 | Free press

Fondato da Carmelo Pitrolino

AGATHA N I COLOS I - G R AV INA - BATTIATI - SAN GIOVANNI GALERMO I LUOG H I E T NE I DEDICATI AL LA MARTIRE CATANESE

ARCIGAY GIARRE, L’OMICIDIO DI ANTONIO GALATOLA E GIORGIO AGATINO

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peopagine _12

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Sacro 12 Paesi etnei, i luoghi del culto agatino Politica 16 L’Etna al voto, tutti i nomi in campo Territorio 23 Mascalucia, presentato il primo bando Gal Etna Sud 24 Paesi etnei, traffico e mobilità i piani di Giacomo Bellavia Società 26 Arcigay, tutto è nato a Giarre

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Teatro 29 L’Aci Bonaccorsi di Cyrano De Bergerac Sport 30 Inizia la stagione con l’endurissimo

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Cultura 32 Leonardo Lodato, l’apolide siciliano

Rubriche 9 Blowindow di Isidoro Pennisi 38 Letto, riletto, recensito di Salvatore Massimo Fazio

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Paesi Etnei Oggi Free Press Febbraio 2020 - Anno XXVI / n. 279

Registrazione Tribunale di Catania N. 7/95 del 22/03/1995 Redazione Via Principato di Monaco, snc - 95030 Gravina di Catania Tel./Fax 095 396136 - Mobile. 340 6091442 Distaccamento acese-jonico Via Nicolò Tommaseo, 61 - 95014 Giarre Mobile. 340 6080612 www.paesietneioggi.it redazione@paesietneioggi.it - paesietneioggi@pec.it Paesi Etnei Oggi è organo del

Numero chiuso il 29/01/2020 Direttore Responsabile Fernando Massimo Adonia Collaborano Roberta Fuschi, Nunzio Condorelli Caff, Agata Amantia, Desirée Miranda, Carmelo Di Mauro, Thea Giacobbe, Michele Milazzo, Melania Tanteri, Roberto Quartarone, Isidoro Pennisi, Santi Zappalà, Laura Distefano, Francesca Santangelo, Marco Pitrella, Francesco Ricca, Antonio Giovanni Pesce, Salvo Giuffrida, Salvatore Massimo Fazio, Santo Privitera

EDITORE Andrea Pitrolino Resp. Pubbliche Relazioni Giovanni Leotta Mobile. 340 6080612 Pubblicità Mobile. 348 7904214 commerciale@paesietneioggi.it

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Servizio abbonamenti Mobile. 348 7904214 Progetto grafico Simone Ignazio Russo Tipografia Italgrafica Via Nocilla, 157 95025 Aci Sant’Antonio (CT)

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BLOWINDOW

Isidoro Pennisi Opinionista de “Il Quotidiano del Sud” twitter@sognadoro23 / i.pennisi@tiscali.it

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BETTINO CRAXI UNA VICENDA ITALIANA

ettino Craxi è un leader politico e un uomo di potere, nel senso ontologico e non nell’oramai banale significato cui siamo abituati. Un politico è il portatore di un progetto politico, altrimenti è un semplice, anche se necessario, funzionario della politica. Un progetto politico ha la pretesa di disegnare il destino di una polis specifica in un tempo determinato. Con questo termine i Greci intendevano non la città, ma lo spazio comune, geografico e topografico, all’interno del quale, prima ancora della Democrazia, sussisteva una forma di isonomia, cioè di parità delle persone rispetto al perno centrale di una Legge. Condizione necessaria per disegnare il destino di una Polis, era ed è conquistare e possedere un potere superiore e legittimo per poterlo fare, che può finanche permettere di modificare la Legge adeguandola al progetto politico da eseguire. E’ un arte. Non esiste arte, materiale o immateriale, che non sia spregiudicata, nelle intenzioni, nei mezzi e nei fini. Analizzare la vicenda di Craxi vuol dire fare a meno dei giudizi di valore sul suo operato, degli spasmi morali e giudiziari e delle esequie riabilitative. Inoltre, anche se meno banale, dovremmo anche esulare dai più pertinenti giudizi di valore sul progetto politico, ma definirlo, invece, per capire cosa abbia voluto dire la sua sconfitta. E’ dalla vittoria o dalla sconfitta di un progetto politico che derivano le conseguenze reali che, nel nostro caso, viviamo con inconsapevolezza inaudita. “Il Socialismo è il superamento storico del pluralismo liberale, non già il suo annientamento”. Un progetto politico si riassume in una frase, in cui sono presenti anche i pericoli letali che postulano una eventuale sconfitta. Il superamento che Craxi immaginava e per il quale lavorava, infatti, presupponeva che l’equilibrio tra l’area liberale e democratica dell’occidente e quello del comunismo reale del blocco sovietico, desse il tempo necessario per attuarlo. Poteva immaginare Craxi i tempi e i modi dell’implosione repentina della controparte del Liberalismo Democratico? Venendo a mancare la controparte, che implodendo riformulò se stessa in base a riletture originali delle logiche del Liberalismo e del Mercato (basti pensare a cosa sono oggi Russia e Cina) il progetto di Craxi perse e chiunque come lui lo incarnava fu ridotto all’impotenza affinché il progetto stesso venisse dimenticato. Non si fanno prigionieri nelle battaglie politiche ed è necessario can-

cellare la memoria,utilizzando anche la falsa magnanimità. Una cosa è il Socialismo Democratico, immaginato da Craxi (non un partito ma una società Social Democratica) altra cosa è la magnanima Terza Via, cioè quella maniera sottile con cui il Liberalismo Democratico ha semplicemente socializzato e reso accettabile la sua impronta ideologica. Quella di Craxi è una vicenda non unica nella storia e se ne potrebbero indicare altre del tutto simili. Ma è una, soprattutto, quella che voglio qui ricordare. Annibale Barca, come Craxi, da una posizione di minoranza, sa che non può cancellare Roma e il suo portato ideologico dal Mediterraneo, ma può superarne le logiche sfidandola e ridimensionandola, coinvolgendola dentro una parziale sconfitta che potesse presupporne una trasformazione a misura di una ecumene mediterranea equilibrata. Poteva Annibale immaginare che, al contrario, quel tentativo avrebbe rotto un equilibrio dentro la stessa Repubblica, tra i fautori di una egemonia culturale e civile del modello romano e coloro che già bramavano, senza ancora averne le possibilità, la vocazione Imperiale? Craxi, come Annibale, con una forza modesta ma inedita nel panorama politico italiano ed europeo, vince con impeto e capacità tattica tutte le battaglie politiche che lo porteranno a governare il Paese ma, come Annibale, ad un certo punto si impantanerà in rapporto all’obbiettivo strategico, sino a dover combattere la sua ultima battaglia imprevista sul piano giudiziario. Sia chiaro: in ambedue i casi chi li chiamò all’ultima battaglia era legittimato a farlo. Non fu un complotto quello di Scipione a Zama, come non lo fu quello della Giustizia Italiana che, ormai libera dai lacci che ne guidavano l’operato, semplicemente tornava a fare il suo dovere. Non furono complotti, ma in un caso e in un altro, Scipione e la Giustizia Italiana, inconsapevolmente, furono gli strumenti per dare il colpo di grazia a due distinti progetti politici e ai suoi leader. Infine, trovo realmente sciocco il tempo e le parole per distinguere un esilio da una latitanza. I due termini, estrapolati dalla soggettività, sono sinonimi sostanziali, perché chi fugge lo fa sempre da una Legge ( e conta poco se è costituita oppure arbitraria) che nel vigere non fa altro che reprimere chi la viola. La Legge Romana insegui Annibale per mezzo Mondo sino a quando, a Libyssa, fu lui ha decidere di lasciare questa vita. Quella Italiana fece lo stesso con Craxi, fino a quando, ad Hammamet, fu la sua vita a decidere di lasciarlo.

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PREVENIRE L’ICTUS SI PUO’… Il parere degli esperti PER LA PREVENZIONE

Il Policlinico “Gaspare Rodolico” si conferma un’eccellenza italiana nell’intervento di chiusura percutanea dell’auricola sinistra nei soggetti affetti da fibrillazione atriale come efficace alternativa alla terapia anticoagulante orale. Il prof. Corrado Tamburino e il dott. Carmelo Grasso sono i due cardiologi di chiara fama internazionale, pionieri nell’esecuzione di questa procedura, che ci spiegano perché l’occlusione dell’auricola è da preferire alla cura farmacologica.

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a Fibrillazione Atriale (FA) è attualmente l’aritmia cardiaca più diffusa durante la quale le camere superiori del cuore (atri) si contraggono molto rapidamente. Questo comporta un rallentamento del flusso di sangue negli atri, soprattutto in una appendice situata nell’atrio sinistro chiamata auricola. All’interno dell’auricola sinistra il flusso di sangue rallenta così tanto da favorire la formazione di coaguli che, uscendo

CORRADO TAMBURINO 10

PROF. ORDINARIO DI CARDIOLOGIA DIRETTORE DELLA UOC DI CARDIOLOGIA CAST POLICLINICO UNIVERSITARIO DI CATANIA


Dove si genera l’ictus

dal cuore ed entrando in circolo, possono arrivare fino al cervello e provocare un ictus. L’ictus è la principale e pericolosa conseguenza della FA e può causare gravi disabilità o anche la morte. L’associazione tra FA ed ictus è molto forte e circa il 15-20% di tutti gli ictus ischemici risulta legato a questa aritmia. Per prevenire la formazione di trombi si usano i farmaci anticoagulanti che rendono più fluido il sangue. Sia gli anticoagulanti di vecchia generazione (warfarin) che i nuovi anticoagulanti (dabigatran, rivaroxaban, apixaban etc) sono risultati efficaci nel ridurre il rischio di ictus. Il rovescio della medaglia è che, diminuendo la capacità di coagulazione del sangue, si espone il paziente ad un maggiore rischio di emorragie a volte anche fatali. Questo rischio è aumentato dalla presenza di altre malattie a carico dei reni o del fegato e dall’età avanzata.

Un altro aspetto da non sottovalutare è l’interazione con altri farmaci assunti dal paziente che possono alterare la funzione degli anticoagulanti. In alternativa alla terapia farmacologica, ormai da diversi anni, è possibile effettuare un piccolo intervento che, chiudendo l’auricola sinistra mediante uno speciale “tappo”, evita che gli eventuali coaguli presenti all’interno possano andare in circolo e provocare un ictus. Il grosso vantaggio dell’intervento consiste proprio nella possibilità di eliminare i farmaci anticoagulanti riducendo in tal modo il rischio di emorragie e proteggendo al contempo da eventuali ictus. La procedura di chiusura dell’auricola sinistra si effettua con una leggera sedazione, sotto la guida dei raggi X (come si fa con le angioplastiche coronariche) e dell’ecografia transesofagea e dura 30 minuti circa. Il cardiologo interventista, inserendo un piccolo tubicino flessibile (catetere) nella vena femorale all’altezza dell’inguine, guida il “tappo” all’interno del cuore e dentro l’auricola e, dopo averne misurato le dimensioni, sceglie la protesi più adatta. Prima di

rilasciare in modo permanente la protesi, viene effettuata una serie di test per valutare che l’intervento sia stato eseguito in maniera corretta. Dopo l’intervento il paziente rimane in osservazione per 24 ore e poi viene dimesso eliminando l’anticoagulante dalla terapia. I rischi legati all’intervento sono molto bassi in centri ad alto volume con operatori esperti e recenti studi internazionali ne hanno dimostrato l’elevata efficacia e sicurezza. Riassumendo, l’intervento di chiusura percutanea dell’auricola sinistra serve a prevenire il rischio di ictus correlato alla fibrillazione atriale, riducendo al tempo stesso il rischio emorragico correlato alla terapia anticoagulante. Questo intervento è rivolto ai pazienti affetti da fibrillazione atriale che presentano controindicazioni all’assunzione degli anticoagulanti o che non vogliono prendere tali farmaci per tutta la vita. Prof. Corrado Tamburino Dott. Carmelo Grasso

CARMELO GRASSO

CARDIOLOGO INTERVENTISTA UOC DI CARDIOLOGIA CAST POLICLINICO UNIVERSITARIO DI CATANIA

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sacro

PAESI ETNEI

I LUOGHI DEL CULTO AGATINO di Angelo Capuano

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Via Immacolata - San Giovanni Galermo

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econdo la tradizione, il Beato Dusmet fermò la corsa della lava verso Catania, portando in processione il velo agatino. Un altarino ricorda quell’evento ritenuto prodigioso. Ma alle pendici del Vulcano altri luoghi ci dicono della devozione della gente Etnea per la martire cristiana del terzo secolo. San Giovanni Galermo, Gravina, Sant’Agata Li Battiati: tre luoghi dell’hinterland etneo che non ci raccontano solamente l’urbanizzazione esponenziale avvenuta nei decenni precedenti. Si tratta di una parte di territorio profondamente segnata, storicamente, dalle conseguenze dell’attività vulcanica di “Mongibello”. Se la popolazione residente, col tempo, ha imparato a convivere con il rischio di abitare sulle pendici del vulcano più alto e tra i più attivi d’Europa, probabilmente lo deve anche a secoli di tradizione religiosa fatta di presunti miracoli e luoghi risparmiati dalla distruzione per intercessione di Sant’Agata. SAN GIOVANNI GALERMO Da queste premesse è possibile tracciare un percorso fatto di leggende, siti religiosi e tradizioni popolari che partono proprio da San Giovanni Galermo, centro

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urbano che fa parte della IV municipalità della città di Catania ritenuto il luogo di nascita della “Santuzza”: una credenza che fu per diverso tempo al centro di un dibattito sulla effettiva provenienza di Sant’Agata. Qualcuno arrivò a ipotizzare che fosse Palermo la città di origine della martire catanese. Un equivoco che sarebbe scaturito – secondo gli studiosi - da un errore di trascrizione in greco di entrambi i toponimi (le consonanti “P” di Palermo e “G” di Galermo), nei caratteri ancora più vicini rispetto a quelli latini. Attraverso gli atti del processo, contenuti nelle redazioni latine e greche, è possibile risalire al presunto luogo di nascita e di cattura della “Santuzza” da parte dei soldati di Quinziano. «Agata, nobile e cristiana, apparteneva ad una ricca famiglia proprietaria di case e terreni – ha spiegato Mauro Rapisarda, ingegnere e studioso delle tradizioni religiose legate ai luoghi del culto - la famiglia possedeva proprio a San Giovanni di Galermo, antico casale alle pendici dell’Etna, una seconda abitazione chiamata “casa Bertuccia”, sita nell’attuale via Immacolata. Secondo la tradizione in questa tenuta, casa della nonna della martire e residenza estiva della famiglia, sarebbe nata la Santuzza. In epoca romana, infatti, tra i nobili era dif-

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sacro

Busto Monastero di Sant’Antonello

Grotta di San Giovanni

fusa l’usanza di partorire nelle case di campagna per non disturbare gli affari degli uomini e per dare più spazio ai nuovi nascituri». Dell’antica e originaria abitazione, presunto luogo di nascita di Agata, oggi rimane solo un altarino votivo e una casa messa in vendita. «Anche riguardo l’arresto di Agata a Galermo, si affiancano due leggende – spiega ancora Rapisarda - la prima vede la giovane martire catturata nella Grotta di san Giovanni (a rutta di san giuvanni); la seconda invece sposta l’arresto nella cosiddetta “Cisterna dei Manganelli” (sita nell’attuale via Girolamo Gravina all’interno di un’abitazione privata), dove il 15 Marzo 1669 si fermò la lava per intercessione della sacra reliquia del velo della Santa». «Il luogo a seguito di un’ordinanza di inagibilità emessa dal sindaco di allora è stato

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parzialmente precluso – ha spiegato il presidente della IV Municipalità Erio Buceti – noi ci siamo impegnati per rendere fruibile almeno l’area di accesso, visto che si tratta di un sito di interesse storico e non solo religioso». Una testimonianza del legame tra la comunità religiosa locale e la “Santa” arriva dai componenti della confraternita di San Giovanni Batttista: «Ogni anno partecipiamo all’offerta della cera il 3 febbraio – ha raccontato Salvatore Di Bella del direttivo della Confraternita – è una tradizione la cui memoria si perde nel tempo, visto che nel nostro statuto è indicato come anno di fondazione il 1580 proprio quando i Cavalieri di Malta vennero a diffondere il culto del Battista».


Cappella del velo di Sant’Agata li Battiati

GRAVINA DI CATANIA E SANT’AGATA LI BATTIATI Altro luogo legato alla tradizione dei miracoli agatini è il monastero di Sant’Antonello e le aree limitrofe, in territorio di Gravina di Catania: «Il monastero fungeva da granaio e non da semplice monastero stanziale, situato com’è a metà strada fra il monastero di S. Nicolò l’Arena a Catania e quello di Nicolosi – ha spiegato Antonio Aiello, giornalista ed esperto di storia locale – la struttura fu costruita nel 1665, appena pochi anni prima dell’eruzione del 1669, e nel tempo divenne un centro di attrazione del territorio e un punto di riferimento per le soste dei viaggiatori del Grand Tour. All’interno del monastero si trovava un busto di marmo raffigurante Sant’Agata, trafugato a metà degli anni 80 del secolo scorso. Sulla base si intravedevano tracce di disegni in parte scomparsi quali ringraziamenti per aver risparmiato il convento dal fuoco lavico del 1669. Nel settembre 2019, grazie all’interessamento dell’amministrazione comunale di Gravina e di padre Antonio Testaì, è stata realizzata dallo scultore gravinese Vito Guardo una riproduzione di quel busto di Sant’Agata che è stato collocato nella sede originaria». «Altre testimonianze sui luoghi – ha continuato Aiello - arrivano dalle cronache del gesuita Giovanni Andrea Massa, che riporto testualmente: “un prodigio grande osservossi l’anno 1669 nella vigna di Giovanni Maria Rapicàuli, situata nel territorio delle Plache: aveano le fiamme

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desolati due poderi collaterali e stavano già per entrare nella vigna del Rapicauli il quale, non mostrando sollecitudine veruna per lo danno imminente, agli amici che l’esortavano di mettere almeno in salvo 200 salme di vino che si conservavano nella suddetta vigna, rispose avere egli poste tutte le sue speranze in Sant’Agata, la cui sacra immagine, delineata in piccolo quadretto, egli sospese ad un albero presso la siepe della sua vigna, in cui abbattendosi il torrente del fuoco, rispettandone la presenza, si torse per altra parte, senza neppure smuovere una minima pietruzza di quel debolissimo muro a secco, quando che da per tutto atterrava fabbriche massiccie ed intiere terre e casali. Divorò il fuoco nel medesimo anno 1669 tutte le pareti di una casa, non però ardì oltraggiare quel muro in cui dipinta vedeasi l’effigie di questa gloriosissima eroina”. Arriviamo così a Sant’Agata li Battiati, che nel toponimo racchiude la devozione alla “santuzza” e l’usanza di tante famiglie dell’aristocrazia catanese che proprio in quel paese facevano battezzare i propri figli. Anche in questo caso la tradizione racconta che la devozione fece erigere un tempio dedicato alla santa catanese, la cosiddetta cappella del velo, in cui nel 1444 la reliquia del velo fece fermare la lava che minacciava la comunità. Da qualche anno, in occasione delle festività agatine, la candelora di Sant’Agata torna a percorrere le strade di Battiati rinnovando così un legame che dura da secoli.

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politica

L’ETNA AL VOTO TUTTI I NOMI IN CAMPO. IL PALLINO È NELLE MANI DEL CENTROSINISTRA, MENTRE IL CENTRODESTRA È IN CERCA DI UN PROFILO COMPETITIVO.

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TREMESTIERI ETNEO

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’uscente Santi Rando, uomo di fiducia di Luca Sammartino (Italia Viva), è pronto per il bis, forte dell’ampia maggioranza che lo ha eletto cinque anni fa e che ha tenuto agevolmente – salvo qualche eccezione (vedi la staffetta dell’ex assessore all’Ambiente, Alessandro Zinna) – lungo tutto il mandato. Sullo sfondo il remake della sfida del 2015: quella con Sebastiano Di Stefano. Cresciuto nella frazione di Piano e già militante delle Acli, è assai vicino al deputato Ars Anthony Barbagallo (Pd). Per quest’ultimo si tratta della terza candidatura consecutiva alla carica di primo cittadino, trainato da quattro liste civiche. Contattato da Paesi Etnei Oggi, conferma i propositi: «Fiero di essere l’uomo del popolo – dice Di Stefano – Sono un tremestierese al servizio del territorio. Fuori da ogni schema politico. Mi è stato chiesto di farmi avanti, e non potevo sottrarmi». Data

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in dirittura d’arrivo la discesa in campo di Simona Pulvirenti, già consigliera del M5s, subentrata a Domenico Di Guardo. I rumors dicono che anche Guido Costa sarà della partita, in attesa che anche altri facciano un passo in avanti.

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politica

PEDARA

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l Pd aspetta Anthony Barbagallo, che dovrà decidere se scendere in campo in prima persona e riprendere in mano le redini del Comune o puntare alla segreteria regionale del partito. L’una possibilità esclude l’altra. Di certo c’è che l’intesa storica con l’attuale primo cittadino, Antonio Fallica, è saltata. Così anche quest’ultimo dovrà decidere se, e con chi, puntare al secondo mandato. Cinque anni fa, un’alleanza di «salute pubblica» con dentro esponenti di centrodestra e centrosinistra blindò l’area barbagalliana che aveva guidato per dieci anni il Comune. Attualmente, tutti i protagonisti stanno studiando il da farsi. Spiega Francesco Laudani, vicesindaco proveniente dalla ex An: “Ancor più di cinque anni fa, serve un atto di responsabilità, una scelta unitaria per intervenire sulle emergenze”. Oggi come allora, l’emergenza si chiama bilancio. “Sarebbe opportuno – continua – andare avanti in questo percorso di risanamento. Se non prevalesse questa volontà, saremmo pronti a correre senza alcun timore”. Insomma, si cercano candidati. E si cercano anche delle formule appropriate. Al momento è sicuro che si andrà a votare con il maggioritario, e non più con il proporzionale. Stavolta, il rischio è che l’eventuale lista espressione della maggioranza (stretta o larga che sia) potrebbe lasciar fuori qualcuno. Sicuramente, il cinque stelle Nuccio Tropi sarà della partita. Tutto il resto è in costante evoluzione. Sarà una partita a due o a tre? Il centrodestra avrà un candidato unitario? E quali saranno i confini della coalizioni? Il firrarelliano Mario Laudani (in dialogo con anche l’area Barbagallo) ha dato la disponibilità per la candidatura. In zona FdI c’è chi pensa alla giovane proposta di Bruno Basilio Spitaleri. Tra i possibili scenari c’è anche quello di una candidatura al femminile sostenuta da tutto l’ex Pdl, quella di Milena Verdi. In zona centrosinistra, invece, il cattodem Alfio Cristaudo ha l’esperienza e il fiato per reggere un’eventuale partita.

SAN GIOVANNI LA PUNTA

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’uscente Nino Bellia c’è. Dalla sua la partnership con Andrea Messina (già sindaco) e il deputato regionale Nicola D’Agostino (Italia Viva). A quanto pare, la sua coalizione spazierà dal centrosinistra a segmenti del centrodestra passando dai civici. Per i cinque stelle è data per certa la candidatura di Giusy Rannone. Fratelli d’Italia dovrà trovare, invece, la quadra. Sono tre, infatti, gli attuali candidati: Giuseppe Toscano, Santo Trovato e la già presidente del consiglio comunale, Laura Iraci Sareri. Per la Lega resta in campo la proposta Lorenzo Seminerio. Intanto Forza Italia deve decidere da che parte stare. I pontieri starebbero lavorando all’ipotesi, seppur in salita, di puntare ad un candidato unitario.

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TRECASTAGNI

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opo il trauma dello scioglimento e le ombre mafiose sul Comune, a Trecastagni si torna alla regolare vita democratica. Il centrodestra pare aver trovato la quadra su Pippo Messina, storico sindaco del paese. I cinque stelle stanno lavorando ad una candidatura che possa coagulare l’indignazione per il commissariamento del Comune: il dossier è nelle mani della senatrice Tiziana Drago. Per il centrosinistra, il cantiere è under costruction. Giovanni Barbagallo (storico esponente Pd) ha già fatto sapere di non volere tornare a indossare la fascia da primo cittadino. Tra i nomi che circolano c’è addirittura quello della giornalista televisiva Valeria Maglia. Intanto Concetto Russo ha portato in paese Demos, partito figlio dell’esperienza della Comunità di Sant’Egidio.

BRONTE, SAN PIETRO CLARENZA, MILO

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ella città del pistacchio, “il big” Pino Firrarello torna in campo per sfidare il dem Graziano Calanna. Tra gli altri sfidanti Giuseppe Gullotta e Maria Zappia. A quanto pare, anche San Pietro Clarenza è prossima al ritorno della vita democratica. L’ex sindaco Enzo Santonocito sarebbe nella partita. A Milo si attende l’ennesima sfida tra l’uscente Alfio Cosentino (centrosinistra) e Alfio Cavallaro.

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PROMOTION

SAN GIOVANNI LA PUNTA

GIUSEPPE TOSCANO

«AGGREGARE LE ENERGIE MIGLIORI, IL PROGETTO PRIMA DELLE PERSONE»

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na presenza costante sul territorio che potrebbe concretizzarsi in un coinvolgimento diretto alle prossime elezioni amministrative a San Giovanni La Punta: ma una cosa è certa, per Giuseppe Toscano contano più le idee programmatiche che gli attori coinvolti: «Il 2020 sarà l’anno in cui i puntesi saranno chiamati a rinnovare Amministrazione e Consiglio comunale – commenta Toscano – e naturalmente non posso fare a meno di cogliere i segnali che arrivano dalle persone che incontro quotidianamente: commercianti, imprenditori, semplici cittadini e famiglie. In molti mi chiedono di avanzare una proposta politica per l’amministrazione del nostro paese, anche perché tanti chiedono un cambiamento e un rilancio dell’azione amministrativa. Il mio riferimento è il centrodestra – specifica Toscano - e diverse liste civiche si stanno mobilitando a mio sostegno». Dalle pagine di Paesi Etnei Oggi Toscano aveva già ripercorso il suo impegno in politica e la voglia di spendersi ancora per il paese, delineando la convergenza con il gruppo politico che fa riferimento all’avvocato Mario Brancato: «Abbiamo in comune la voglia di fare e soprattutto una visione di amministrazione molto concreta – continua Toscano – e penso che questo sia il valore fondamentale che bisogna ricercare in un amministratore pubblico».

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A fare la differenza secondo Toscano è anche la capacità di aggregare le energie migliori che poi saranno chiamate ad amministrare: «Quello che dico sempre a tutti quelli che mi chiedono di candidarmi, è che viene prima il progetto e poi le persone. La mia storia politica non è fatta di personalismi, io ho sempre lavorato per far crescere “la squadra”. Io rimango a disposizione dei miei concittadini, così come lo sono sempre stato anche non ricoprendo cariche pubbliche, ascolto tutti e sono sempre aperto al dialogo. Adesso però è il momento delle proposte per il futuro e naturalmente non si può pensare di operare cambiamenti rimanendo ancorati alle logiche del “piccolo orticello”. San Giovanni La Punta è uno dei centri più importanti dell’hinterland etneo – commenta ancora - sia in termini di vivacità commerciale e residenziale che in termini di peso politico all’interno della Città Metropolitana. Dobbiamo recuperare centralità nei processi decisionali anche sovra-comunali e fare rete con i Comuni vicini per affrontare le sfide più importanti di oggi: gestione virtuosa dei rifiuti e mobilità sostenibile».

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PROMOTION

CREARE UNA STARTUP… È IL MOMENTO DI METTERSI IN GIOCO

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ono molte le strade che conducono alla nascita di una nuova impresa, e sono molte le strade che conducono alla nascita di una startup. Ci sono progetti imprenditoriali che nascono quasi per gioco, ci sono momenti nei quali ci si vuole mettere in quel gioco, in prima persona, sfruttando passioni, idee e coraggio. Arriva, quindi, il momento di agire: da dove si comincia? Come fare una start up? Quali sono i primi passi da fare? Ma, intanto, cos'è una start-up? Per Startup, ci si riferisce ad una nuova azienda configurata “su un modello temporaneo" o comunque come una società di capitali alla ricerca di un "business model" ripetibile e scalabile. Era un termine inizialmente usato solo per le imprese nate ed operanti nel settore Internet o nelle tecnologie dell’informazione, al giorno d’oggi il termine startup viene usato in diversi ambiti. La scalabilità è la caratteristica fondamentale per questo tipo di azienda, per start up si intende l’avvio di un’attività legata a un nuovo tipo di business, in altre parole: avviare un’attività imprenditoriale nel settore della ristorazione, per esempio, non significa creare una startup ma una società di tipo tradizionale. E’ meglio che si sappia da subito che il 70% delle startup (o di qualunque nuova attività trattasi) fallisce o non arriva ad attuare la propria idea imprenditoriale, entro i primi 3 anni di vita. Ma questo non deve preoccupare, perché come dice Arianna Huffingthon: "Il fallimento non è il contrario di successo, ma un altro gradino verso il successo". Dando per scontato che sussiste un’idea da realizzare e che non spaventa affrontare la dura vita dell’imprenditore, le prime domande che da porsi sono: Quanto sono innovativo? Sono pronto per fondare legalmente la startup? Come potrò finanziarmi? Ho un buon team? COS'E' L'INNOVAZIONE Se la creatività è avere delle idee, l’innovazione ne è l’applicazione; un’invenzione, per quanto stupefacente, non è innovazione se non trova una dimensione applicativa che garantisce un progresso sociale. Il ruolo e il dovere di tutte le imprese è di essere innovative e lungimiranti. IL PERCORSO DEL REGISTRO DELLE IMPRESE La startup è, prima di tutto, un’impresa. Quindi nessun motivo osta al fatto che per darle vita legale venga seguita la procedura prevista dal nostro ordinamento per aprire una qualsiasi impresa: scelta della forma giuridica e costituzione di una società, apertura di una partita iva, iscrizione al registro imprese, ecc. Oggi, fortunatamente, la burocrazia è molto più snella e nel giro di qualche giorno si può tranquillamente incomincia-

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re a produrre e lavorare fattivamente. Il supporto di un buon professionista rappresenta cosa di necessaria, se non di vitale, importanza. COME TI FINANZIERAI? La banca non è l’unico e nemmeno il più indicato strumento di finanziamento per una startup. Vi sono altre fonti: • Bootstrapping, vale a dire l’autofinanziamento, che può andare avanti anche per molto tempo se la startup riesce a fatturare e finanziare con la cassa il suo sviluppo; • Business Angels è una categoria molto ampia e variegata. Sono spesso figure imprenditoriali o manageriali a cui piace dare un contributo anche in termini di competenze apportate; • Crowdfunding è un’ottima soluzione soprattutto per progetti "early stage b2c" perché rappresenta spesso anche un test di mercato; • Premi, grant, finanziamenti pubblici per la loro natura, entità, modalità, in Italia possono assurgere a integrazione di altre fonti di finanziamento. Spesso i risultati ai quali portano non valgono l’effort necessari a raggiungerli; nel caso dei premi, attenzione al fatto che portano spesso anche visibilità mediatica che può fare bene, ma anche fare male; HAI UN BUON TEAM? E’ dal team che dipende l’execution, cioè la capacità di realizzare concretamente la missione dell’impresa, e tradurla in successo. Il team è un asset della startup. Il team è composto prima di tutto da te che sei il fondatore e probabilmente il leader, oltre a te, e insieme a te, al timone della startup potrebbe esserci il tuo socio. Quando muove i suoi primi passi la startup è composta generalmente da 2-3 persone, ma già nel corso del primo anno di vita potrebbe avere la necessità di nuovi collaboratori. Un team ben strutturato può portare lontano la startup, è capace di tener duro sotto pressione e non crollare in eventuali momenti di smarrimento.

a cura del dott. Salvatore Leotta Commercialista Consulente aziendale


territorio

MASCALUCIA PRESENTATO IL PRIMO BANDO GAL ETNA SUD

È

di Carmelo Di Mauro

stato presentato a Mascalucia il primo bando di “Gal Etna Sud”, il gruppo d’azione locale che annovera nel partenariato pubblico i comuni di Mascalucia (capofila), Camporotondo Etneo, San Giovanni La Punta, San Pietro Clarenza e Tremestieri Etneo. Si tratta del bando relativo alla cosiddetta “Misura 6.2” che consiste negli aiuti all'avviamento di attività imprenditoriali per le attività extra-agricole nelle zone rurali del Gal. “Un bando importante – ha sottolineato il responsabile del Piano, l’ing. Nino Paternò -, poiché è rivolto a quanti, soprattutto giovani, hanno voglia di avviare una propria attività produttiva”. Prevede un contributo di 20mila euro a fondo perduto per favorire la crescita socio-economica del comprensorio del Gal Etna Sud ed avviare un processo di diversificazione delle attività presenti nel territorio al fine di ridurre la dipendenza dal settore primario ed accrescere la competitività del tessuto socioeconomico. “Attraverso tale azione – ha spiegato Paternò – il Gal supporta, mediante la concessione di un aiuto all’avviamento di nuove imprese di tipo extra agricolo, la creazione di nuove start up attive nei settori della produzione energetica da fonti rinnovabili, turismo rurale e valorizzazione di beni ambientali, culturali ed architettonici, terzo settore e servizi alle imprese, trasformazione e commercializzazione di prodotti artigianali, industriali, agricoli e agroalimentari”. Complessivamente sosterrà la nascita di 30 nuove imprese (ricordiamo che il bando prevede un finanziamento complessivo

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di 600mila euro da distribuire in 30 progetti) impegnate nella realizzazione di attività non agricole nelle zone rurali. Il Gal opera, infatti, per incentivare lo sviluppo rurale spaziando su molteplici settori, mediante la gestione di contributi finanziari erogati dall'Unione europea e dal Fondo europeo agricolo di orientamento e di garanzia a favore dei soggetti che intendono avviare attività imprenditoriali nel territorio. “Il comprensorio del Gal Etna Sud appare molto ricco di siti di interesse culturale e turistico che costituiscono una potenziale risorsa per la crescita e lo sviluppo del territorio – ha evidenzia il sindaco e presidente Vincenzo Magra -. Le imprese operanti nel settore della promozione turistica non possono che trarre benefici dalla creazione di un network che metta in rete le risorse imprenditoriale attive nell’area. Il sostegno allo start up di aziende attive nel settore turistico rappresenta un canale di crescita fondamentale”. I termini iniziali e finali di presentazione delle domande di sostegno sono compresi tra il 20 gennaio e il 18 aprile. A presto, fa sapere Paternò, partiranno anche i bandi per le altre misure di finanziamento: l’ “Azione 1.5”, che sovvenziona al 75% progetti per un valore complessivo di 100mila euro; l’“Azione 1.4”, a sostegno di “idee agrituristiche” e investimenti nel campo delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni con una contribuzione del 45% su una dotazione finanziaria di 301.205 mila euro; e per il comparto delle energie rinnovabili, l’“Azione 2.3”, con una contribuzione al 75% su una dotazione complessiva di 375mila euro.

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territorio

PAESI ETNEI TRAFFICO E MOBILITÀ I PIANI DI GIACOMO BELLAVIA

In foto, Giacomo Bellavia e il sindaco di Aci Castello

Il presidente dell’Amt, nato e cresciuto a Viagrande, spiega come decongestionare un’area fin troppo congestionata

di Desirée Miranda

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I

collegamenti da e per i Paesi etnei non sono né facili né veloci. Gli unici mezzi pubblici a disposizione sono gli autobus, ma per arrivare a Catania città occorre prenderne almeno due o tre. Sarebbe quantomeno più semplice prenderne uno, ma sono due i gestori delle tratte. Chi si occupa delle linee urbane e chi si occupa di quelle interurbane. Unire i territori con un unico mezzo in parte è possibile. Come sempre è una questione economica. A carico dei Comuni. Alcune sono attive, per altre se ne sta discutendo. Ne abbiamo parlato con il presidente dell’Amt, l’azienda municipalizzata trasporti del comune di Catania, Giacomo Bellavia. Che, nato e cresciuto a Viagrande, conosce perfettamente i termini della questione. Qual è la giurisdizione dell’Amt? Fin dove può arrivare? «La legge regionale dei trasporti considera le tratte per i Paesi etnei interurbane quindi sono gestite dalle aziende di trasporti che si

occupano di tratte interurbane. L’Amt, premesso che ha un contratto di servizio con il comune di Catania perché nasce come società partecipata al cento per cento dal Comune, ha la possibilità di stipulare ulteriori convenzioni con i Comuni limitrofi, ma solo nella prima cintura attorno a Catania. Riguarda quindi solo i confinanti». Attualmente non ci sono molti contratti di questo tipo. Come mai? «La cosa più complicata è che il Comune di riferimento, se vuole che passi l’Amt, deve pagare tutta la tratta che va nel suo Comune. La legge regionale tratta questi percorsi come interurbani e quindi non dà nessun contributo alle aziende urbane per percorrerle. Le cifre sono importanti, vanno dai cento ai 200 mila euro all’anno in base al tipo di frequenza che vogliono. Chiaramente questa è una forte limitazione per i Comuni che oggi non hanno grosse risorse e queste convenzioni si sono perse nel tempo».


Qual è la sua idea? Ne ha parlato alla Regione? «Abbiamo avuto diversi incontri, ma poi all’atto pratico c’è ancora poco. Ho chiesto che si riveda la rete e che i Comuni limitrofi vengano trattati come tratte urbane e quindi i finanziamenti vengano affidati alle aziende che si occupano di tratte urbane. Del resto l’azienda si chiama metropolitana, ma con questo quadro normativo non può esserlo davvero. Potremmo sgravare i Comuni e dare al cittadino un servizio migliore. Guardiamo il caso di Sant’Agata Li Battiati. Salendo dai Due obelischi, questione di pochissimi metri, arriveremmo nel loro territorio comunale. Abbiamo fatto delle riunioni con tutti i sindaci e vogliono questo». Ma il punto è economico? «Non tanto. La Regione dà 18 milioni di euro l’anno all’Amt per fare il servizio, se ce ne dà 19 a loro non cambia molto, ma noi nel frattempo sgraviamo i Comuni. L’azienda Amt ha un fatturato di 50 milioni di euro quindi i cento o 20 mila euro l’anno delle convenzioni non cambiano la struttura del bilancio, ma per il Comune che deve pagarlo diventa un problema. Il tema è legale, perché c’è la legge che ti dice di fare questo e di riorganizzazione della rete regionale».

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È stata siglato da poco il contratto con il comune di Aci Castello. Cosa prevede? «Non si rinnovava dal 1984 e prevede la storica linea del 34, oggi 534. Entra nel territorio in zona mare e d’estate verrà potenziata per servire meglio la zona dei lidi. Il Comune paga 130 mila euro l’anno e il contratto è triennale». C’è un contratto di servizio anche con Tremestieri. «È stato firmato a dicembre, ma solo per la parte di Canalicchio. Le linee sono tre e la cifra è di appena 20 mila euro l’anno. Si tratta di strade confinanti con Catania quindi per noi cambia poco. Vengono quindi conteggiate solo le strade in cui si penetra nel territorio, quelle, diciamo, border line, no. Via Nuovalucello ad esempio, da un lato è Catania dall’altro è Tremestieri». Null’altro accordo? «Ci sono interlocuzioni per San Pietro Clarenza. Proprio pochi giorni fa il Commissario straordinario ha fatto sapere che vorrebbe riattivare il servizio. Interlocuzioni anche con il comune di San Gregorio, ma nulla di più. Fintanto che non si risolve il problema a monte non potrà decollare questo tema».

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socie tà

ARCIGAY TUTTO È NATO A GIARRE di Roberta Fuschi

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ue corpi avvinghiati sono stesi sull’asfalto all’ombra di un agrumeto nella periferia di Giarre. E’ questa la scena che si presenta agli occhi di un pastore che porta il gregge al pascolo il 31 ottobre di quarant’anni fa. Giorgio Agatino Giammona di venticinque anni e il quindicenne Antonio Galatola, scomparsi da casa due settimane prima, vengono ritrovati così: mano nella mano, innamorati ma ormai senza vita. Tre colpi di pistola hanno spazzato via il loro futuro e il loro amore. GLI ZITI DI GIARRE A Giarre nessuno ride più come quando «gli ziti» venivano quotidianamente vessati per quel sentimento proibito che li univa. Le risa sguaiate dei galli di paese di brancatiana memoria lasciano posto al silenzio. Un silenzio duro da scalfire che ben presto si tramuta in omertà davanti alle telecamere dei cronisti. I timori adesso riguardano il fatto di associare la parola «omosessualità» a una comunità di provincia arroccata nell’indif-

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ferenza. Il secondo colpo mortale la città lo sferra in occasione dei funerali dei due ragazzi. In tanti partecipano alle esequie di Toni, pochissimi si presentano alla cerimonia in ricordo di Giorgio. E il perché è presto detto: era un «puppu cu buddu», un gay dichiarato da almeno dieci anni quando fu pizzicato in auto con un altro ragazzo dai militari e denunciato. Una storia già abbastanza dura resa ancora più amara dallo sviluppo delle indagini e dall’esito processuale. Chi ha ucciso i due fidanzati? La domanda oggi è ancora senza risposta. LE INDAGINI Omicidio o suicidio? Una girandola di ricostruzioni si è affastellata nei mesi e negli anni successivi al ritrovamento dei due corpi. La prima ipotesi che si è fatta strada è il duplice suicidio (viene rinvenuto anche un biglietto di addio con una calligrafia mai riconosciuta dalle famiglie dei due amanti) ma il ritrovamento della pistola sotterrata con tanto di sicura smonta la ricostruzione probabilmente più rassicurante per tanti giarresi. Poi viene individuato un colpevole: il

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socie tà

«Ricordo il clima di quei giorni: avevo 13 anni ma mi rendevo conto dell’imbarazzo di un intero paese per una storia ed una morte che tutti volevano dimenticare in fretta»

nipotino dodicenne (e dunque non perseguibile) di Antonio. In un primo momento il bambino dice si essere stato minacciato dai due. «O ci uccidi o uccidiamo te» gli avrebbero detto. Due giorni dopo, a mano a mano che le incongruenze emergono, il ragazzino ritratta. «Ho confessato perché i carabinieri mi hanno dato gli schiaffi per farmi dire quelle cose». I dubbi permangono e alla fine prevale la tesi del ragazzino killer che però per via della giovane età non è imputabile. Il caso è archiviato e la verità resterà avvolta nel mistero. GOCCE DI MEMORIA «Ricordo il clima di quei giorni: avevo 13 anni ma mi rendevo conto dell’imbarazzo di un intero paese per una storia ed una morte che tutti volevano dimenticare in fretta». A parlare è Paolo Patanè, storico attivista per i diritti civili che qualche anno più tardi diventerà il presidente nazionale di Arcigay. «Il preside a scuola raccomandò ai genitori di non fare uscire i figli il giorno della manifestazione del Fuori- ricorda l’attivista -perché era una brutta cosa». «Per alcuni mesi solo bisbigli e poi un silenzio tombale perché tutti dimenticassero. Eppure la storia di Giorgio e Tony ha contribui-

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to a cambiare la Storia d’Italia» racconta Patanè. Alla fine la storia dei due fidanzati cade nell’oblio e viene rimossa dalla memoria collettiva giarrese. Eppure dal sangue versato a Giarre partirà pochi giorni dopo il riscatto della comunità omosessuale italiana. LA NASCITA DI ARCIGAY A Palermo, grazie a un’idea del prete omosessuale Marco Bisceglia diversi militanti gay, tra i quali un giovanissimo Niki Vendola, fondano Arcigay. Patanè ripercorre quei giorni. «A fare scandalo non era tanto che fossero amanti quanto che fossero innamorati. La rabbia e il dolore che derivarono da quella morte, frettolosamente archiviata come suicidio, spinsero pochi mesi dopo alla nascita del primo circolo di Arcigay a Palermo e successivamente alla nascita di un Movimento lgbt che ha mutato costume, cultura, società e sensibilità giuridica». Eppure qualcosa di incompiuto rimane. «Ora Giarre deve qualcosa a questi ragazzi, tutti dobbiamo qualcosa. La mia stessa militanza nasce da loro, perché in fondo io, giarrese, sognavo di riscattarli e 40 anni dopo è tempo di restituire ad dramma, relegato in una crudele e torbida cronaca, la dignità di grande storia d’amore e libertà uccisa dall’ipocrisia» dice Patanè.


teatro

L'ACI BONACCORSI DI CYRANO DE BERGERAC

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uccesso al Teatro comunale “Leonardo Sciascia” di Aci Bonaccorsi, per il “Cyrano de Bergerac” messo in scena dalla compagnia “Nuovo teatro stabile Mascalucia”, vincitrice della scorsa edizione del concorso nazionale “Maschera d’oro” di Vicenza. Due ore di pathos e coinvolgimento emotivo per l’immortale storia del “Cyrano” di Edmond Rostand, che ha visto la regia di una poliedrica Rita Re. Centoundici anni fa, rappresentato per la prima volta al Theatre de la Porte-Sain-Martin di Parigi, registrava un eccezionale trionfo di pubblico e critica. Contò quattrocentodieci repliche il primo allestimento di questo dramma post romantico, che ha in sé tutta l’essenza delle passioni e dei sentimenti dell’uomo. Un naso, un pennacchio, una spada, un balcone

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e la luna. Cyrano è questo e niente di tutto questo. Un naso che lo deturpa e gli dà virilità, un pennacchio che lo esalta e lo ingabbia, una spada che lo rende valoroso facendone una vittima, un balcone che gli fa accarezzare l’amore mentre glielo strappa di mano e poi una Luna, che gli è casa e viaggio, sogno e realtà, candida gioia e puro languore. Sul palco bonaccorsese, dunque, è andato in scena un intreccio amoroso che è sempre attuale. Che non sente l’inesorabile scorrere del tempo. Riadattato in due atti dalla regista senza stravolgere il volere dell’autore che con la sua opera in versi dipinge un delicato e allo stesso tempo struggente gioco a tre in cui Cyrano (interpretato da Andrea Zappalà), il bel Cristiano (Alessandro Rocca), e Rossana, l’oggetto del desiderio dei due contendenti (interpretata da Adriana Cesarotti nella versione giovane e dalla

di Carmelo Di Mauro

stessa Rita Re nella vesti di donna adulta e disincantata), si incontrano e si scontrano fino all’arrivo della morte chiarificatrice. In scena anche gli attori Andrea Luca, Santi Consoli, Fabiano Casella, Giovanni Pulvirenti, Santo Palmeri, Francesco Pettinato, Mario Rocca, Marzia Bisicchia, Flavio Palmeri, Francesco Buccheri, Santo Fragalà, Simona Cullurà, Grazia Zappalà, Mary Sciuto, Valeria Francalanza, Maurizio Barbera e Alessia Monaco. La scenografia è stata curata da Mario Rocca, Alfio Nicolosi e Massimo Maria Missiato, le luci da Armando Fichera, le musiche del maestro Giuseppe Palmeri, l’audio di Christine Righi, gli sfarzosi costumi di scena sono stati realizzati da Graziella Villardita e Cettina Poma. La messa in scena rientra nel cartellone della stagione teatrale del Teatro Stabile Acireale.

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sport

INIZIA LA STAGIONE CON L’ENDURISSIMO Sgommano i piloti siciliani dell’enduro e della motocross catanese, sognando Cairoli

Testi di Roberto Quartarone foto di Tonino Abramo

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er praticare l’enduro, servono solo una moto da cross, un percorso di campagna e un animo avventuroso. Per una gara, il cammino dev’essere necessariamente più complesso, magari con alternanza di tratti “hard” e “soft”, e i piloti arrivano a essere anche un migliaio. È il caso dell’Endurissimo, la manifestazione non competitiva che domenica 19 gennaio a Linguaglossa ha aperto la stagione sportiva dell’enduro in Sicilia. Era la trentesima edizione, quindi s’è festeggiato a dovere nel percorso che arrivava fino a Castiglione di Sicilia. La stagione ufficiale inizierà il 1º marzo nel bresciano e arriverà in Sicilia solo nel fine settimana del 28-29 marzo, a Custonaci, in provincia di Trapani, con la quarta e quinta tappa del campionato italiano. La manifestazione alle pendici dell’Etna però è una classica e, malgrado non assegni punti per alcuna competizione, registra ogni anno una partecipazione fuori dall’ordinario. «Raduniamo motociclisti dall’Italia ma con un pizzico d’internazionalità – spiega Puccio Gurrieri, vice presidente del Motoclub Team Leonardi –. Abbiamo premiato anche due australiani, che erano i partecipanti giunti da più lontano. Nell’edizione 2019 abbiamo iscritto ben

975 partecipanti, anche da vari Paesi d’Europa». Quest’anno si sono presentati in 636, a cui si aggiungono i 50 ragazzi dello staff, capeggiati dal presidente Salvatore Leonardi. «Ci aiutano Croce Rossa Italiana e i volontari dei Carabinieri per la logistica e per il presidio delle strade – prosegue Gurrieri – e sottolineo che le moto sono conformi alle regole della strada, con assicurazione e bollo». L’importanza dell’Endurissimo va oltre il fatto che sia una delle più antiche competizioni di questo tipo. «È la prima che apre il panorama fuori-statistico siciliano – puntualizza Gurrieri – ma è anche una manifestazione ecologica con aspetti paesaggistici, per la quale abbiamo aperto e pulito vecchie mulattiere, riscoprendo sentieri abbandonati. In un tratto impegnativo abbiamo costruito un ponte di legno! Purtroppo, come amanti di questo sport abbiamo gli ambientalisti contro». Che sia su strada che fuori strada, l’enduro permette di vivere anche la campagna in un modo diverso. Ovviamente, l’Etna esercita un certo fascino sui motociclisti da sterrato. I suoi percorsi rimangono però solo in minima parte accessibili, perché all’interno del parco dell’Etna è vietato praticarlo. A quel punto, spesso ci si deve


accontentare del motocross, ovvero dello stesso sport praticato però su un percorso chiuso. Se l’enduro può essere paragonato a un rally, la motocross è assimilabile alla MotoGP. «Vista l’interdizione dell’area del parco – afferma Tonino Abramo, tecnico federale –, la pista d’allenamento per eccellenza è quella di Motta Sant’Anastasia. Le piste omologate più vicine sono a Caltagirone e a Francavilla di Sicilia. Da piccolo però ricordo che la meta preferita era a Nicolosi, vicino ai Monti Rossi: con la sabbia nera, c’era il pienone, fino agli anni ’90. Era una palestra per tutti i praticanti di motocross ed enduro». In quel periodo sono cresciuti alcuni tra i piloti di motocross catanesi più attivi di sempre, tra cui gli stessi Gurrieri (oggi impegnato nel campionato italiano veteran gruppo 5, con le moto storiche) e Abramo, ma anche e soprattutto Vincenzo Lombardo. «Vincenzo ha 50 anni, è il talento più limpido che abbiamo avuto nel catanese, è un pluri vincitore di titoli italiani nell’enduro e nel motocross» lo elogia Abramo.

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In quel periodo muoveva i primi passi anche il pattese Tony Cairoli, classe ’85, il miglior pilota di sempre. «È un talento – spiega Abramo – ha vinto nove mondiali di motocross. Lui è unico nel suo genere». Difficilmente qualcun altro potrà tornare ai suoi livelli in Sicilia: la moto cross è uno sport costoso e spesso chi vuole emergere deve correre fuori, trasferirsi al Nord o all’estero. Può essere anche uno sport rischioso, anche se sono rarissimi gli incidenti come quello costato la vita all’augustano Carmelo Barone, che nello scorso novembre è morto sulla pista d’allenamento di Belpasso. Tutto era infatti in regola e anche l’equipaggiamento del pilota era sufficiente: lo ha tradito un dosso su cui la ruota anteriore della sua Yamaha 125 si è impuntata. «L’enduro ha una tradizione forte in Sicilia, dove si disputano molte gare – chiude Abramo –. Per il motocross ci sono pochi impianti, pochissimi di livello alto. Per il futuro, vedo molto bene Alfio Pulvirenti, ha 14 anni e un talento senza eguali, è arrivato secondo nei campionati italiani. Qui, comunque, c’è grande fermento».

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cultura

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LEONARDO LODATO L’APOLIDE SICILIANO Testi di Salvatore Massimo Fazio foto di Francesca Santangelo

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cultura

ome dico nel libro, citando i Nuovi Briganti, “sono un fottuto terrone”», è così che Leonardo Lodato nato a Palermo ma che ha vissuto gran parte della propria vita a Catania, con una piccola pausa a Ragusa, tanto bastatogli per sposarsi e lavorare per La Sicilia, replica alla mia domanda su “Cielo, la mia musica!” da qualche giorno in distribuzione per i tipi di Domenico Sanfilippo Editore, dove invita 12 musicisti isolani a rispondere ai suoi interrogativi. Perché, non risponde il medesimo? «Li avrei potuti raccontare io – mi dice – ma mi sembrava un’idea eccessivamente autocelebrativa. La cosa bella, invece, mi è sembrata proprio quella di dare spazio al linguaggio di ognuno degli intervistati». Ho sentito forte la necessità di porgli un’altra domanda tra il serio e faceto, e la brillantezza del giornalista e dell’uomo, conosciuto per la non indifferente cultura lettero-musicale, alla domanda sull’accademia della crusca nella diatriba arancino/arancina, non si è fatta attendere. Gioioso e preparatissimo, che già un paio d’anni antecedenti la maturità classica scriveva su L’Ora, risponde: «Mi definisco un apolide con le radici ben piantate in Sicilia, non sono uno di quelli che disprezza la propria terra per poi fregiarsi

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del titolo di siciliano doc quando si trova fuori. Comunque si parla di arancina vero?». Scopriamo anche un lato ultra rock, per dirla alla Celentano, la passione forse smisurata ‒ ma cosa ne posso capire io? ‒ per i Motörhead, band della colonna sonora della sua vita: «Li ascolto da quando avevo 12 anni. Un mio compagno di scuola, Ugo, portò a casa un LP di questa band. Fu un colpo di fulmine. Da quel momento i Motörhead hanno accompagnato la mia vita passo dopo passo, ogni loro canzone è legata a un episodio più o meno importante della mia vita, matrimonio compreso, dove chi ha officiato le mie nozze, nella sua prolusione ha parlato più di Lemmy Kilmister, il leader della band, che non di me». Ma di Leonardo Lodato c’è altro: la realizzazione di alcuni documentari e un libro a quattro mani con il suo istruttore di immersioni Guido Capraro, dedicato alla storia drammatica del Regio Sommergibile Sebastiano Veniero. In quel paradisiaco giardino della provincia etnea dove risiede, mi racconta di sfide: «Una scommessa con me stesso. Il piacere di scoprire un mondo totalmente nuovo. Mi sono immerso la prima volta spinto da alcuni colleghi. Non sono più uscito dall’acqua. Ho conseguito tutti i brevetti fino a “laurearmi” toccando i meno 100 metri di profondità».


«Non sono uno di quelli che disprezza la propria terra per poi fregiarsi del titolo di siciliano doc quando si trova fuori. Comunque si parla di arancina vero?»

E ancora a chiedergli, come è diventato giornalista? «Lo sono sempre stato, risponde. I primi regali di mio padre sono stati “La piccola tipografia”, una collezione di dischi dei Beatles, qualche numero di Topolino, penne, pennarelli e rulli di carta da telescrivente a volontà. Shakera il tutto ed ecco come sono diventato giornalista...» Cielo, la mia musica!, il primo libro pubblicato per Domenico Sanfilippo Editore. Incroci lavorativi: emozione? «Sì, è il primo, e sono felice di averlo realizzato per questa collana che raccoglie le testimonianze di giornalisti illustri che hanno avuto o hanno ancora a che fare con la redazione de La Sicilia. Il mio è, tra l’altro, il primo volume che esce in occasione delle celebrazioni dei 75 anni del giornale, la cui data cade il prossimo 15 marzo». Oltre la magia della musica, quale argomento chiave nasconde “Cielo, la mia musica!”? «Argomento chiave è la vita. Leggendo alcuni passaggi ci si accorge di come, in fin dei conti, anche episodi negativi possano dare l’input necessario per costruire qualcosa di buono. Come diceva l’analfabeta Chance il Giardiniere, nel film “Oltre il giardino”, “ci sono le stagioni. C’è l’inverno, dove tutto è morto, ma poi arriva la primavera, e tutto nasce a nuova vita” e, se la vogliamo buttare in musica, non posso fare a meno

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di citarti il grande Fabrizio De Andrè: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. Ecco, la scommessa della nostra vita è quella di far nascere un fiore non di nascere tra i diamanti. Altrimenti sarebbe tutto troppo facile». Encomi, premi, concorsi: come vivi queste realtà? E cosa ne pensi del caso della collega Giangravè, vincitrice del premio “Augusta”, mai assegnatole? «Non voglio entrare nel merito di un episodio davvero fastidioso. Se proprio vuoi un giudizio su quel che è accaduto alla collega che, peraltro, conosco, credo che sia l’ennesima dimostrazione di come questo nostro mestiere venga considerato da molti, e purtroppo anche dall’interno, in maniera distorta. Siamo dei privilegiati, facciamo un lavoro che ci piace ma è pur sempre un lavoro...» Nella tua carriera quali personaggi tra quelli incontrati ti hanno più stupito? «Così, a caldo, ricordo un fantastico Severino Gazzelloni dalla cortesia insuperabile. Il suo sorriso, il modo di raccontarsi, una persona d’altri tempi. I complimenti di Fiorella Mannoia, di Lucio Dalla e di Antonella Ruggiero. Diciamo che l’educazione e la cortesia degli artisti sono inversamente proporzionali al loro status di “grandi”. Meno contano più si danno arie».

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cultura

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Mi racconti un aneddoto piccante? «Quella volta che una cantante italiana, tra le più importanti, mi fece telefonare dal suo impresario perché voleva assolutamente che andassi a cena con lei… No, non ti dirò mai com’è andata a finire e soprattutto non ti dirò mai chi è...». Famiglia, lavoro, rete amicale, quale l’importanza di questi tre “diagonali”? «La famiglia è tutto. Nel mio caso, per il lavoro che faccio, credo che la mia famiglia, strettamente intesa come mio padre, mia madre e mio fratello, sia stata decisiva nelle scelte che ho fatto. Oggi c’è anche mia moglie che mi ha sempre assecondato in tutte le mie esigenze di un mestiere che non conosce orari, feste. Una santa? Beh, ha già una beata in famiglia, quindi la strada è spianata. Sul lavoro ricordo Carmelo Bene quando asserì che non capiva i disoccupati. “Non fanno una cazzo tutto il giorno e per giunta si lamentano!”. Scherzi a parte, il lavoro è una sorta di training motivazionale. Non è importante quale sia il lavoro ma svolgerlo nel migliore dei modi. Puoi essere un intellettuale, un accademico, un manager o uno spazzacamino, se ami il tuo lavoro e lo fai con dignità, torni a casa comunque soddisfatto. Per me, dal presidente della Repubblica all’ultimo chiodo della carrozza, hanno tutti pari dignità. Gli amici, quelli veri, non li vedo o non li sento spesso. Ma so che ci sono».

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Che consiglio si può dare a chi vuole fare il passo definitivo per abilitarsi alla professione di giornalista? «Il passo definitivo? Cioè buttarsi dalla finestra? Scherzo. Se parliamo di carta stampata, questo, ormai, è un mestiere con la data di scadenza ben impressa sul fondo. Hai 18 anni, o nei hai 46, devi cercare altre strade, le vie del web sono infinite ma devi essere bravo a capire prima degli altri come utilizzarlo, conservando, comunque, lo spirito deontologico di questo mestiere». La serietà nell’impegno su qualcosa: sino a che punto tutto è necessario per vivere bene? «Tutto o niente. Possibile che non riusciamo ad accontentarci? A volte bisognerebbe imparare a spogliarci del superfluo. No, io non ci riesco, vorrei ma è una prova troppo difficile da superare. Filosoficamente parlando, partiamo dall’essere tabula rasa e procediamo lungo la strada della vita riempiendo le caselle. Ma di cosa? Di conoscenza? Di beni materiali? Chi pratica Yoga sa che la conoscenza deve servirci a prendere coscienza di quel che realmente ci serve e, ti assicuro, che basta davvero poco per vivere un’esistenza serena. Ecco, noi spesso sbagliamo strada perché cerchiamo la felicità e non la serenità».

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LETTO, RILETTO RECENSITO

di Salvatore Massimo Fazio È il filosofo che ha fondato la corrente del nichilismo cognitivo. Poco avvezzo alla mondanità, vive a fasi alterne tra Sant’Agata Li Battiati, dove mantiene la residenza, Roma e Torino.

Autore: Angela Sorace Titolo: Il segreto di Don Ciccio Bonfirraro Editore Pag.: 392 Prezzo: € 20,00

L'acqua e la lava

il libro di Ignazio Cilia Un’antologia da leggere parola per parola 38

A

ngelica rovistando nel soffitto della casa di famiglia, fra le tante cose, un che l’attrae è un diario di una sua lontana parente che la coinvolge a tal punto da farle rivivere tutto il passato dei suoi antenati. Dopo aver letto il contenuto, la protagonista subisce un forte turbamento tanto da decidere di affrontare un viaggio di pellegrinaggio a Santiago De Compostela. Giunta in loco, di imbatterà in una bella ragazza che si è materializzata da una tormenta di vento. Quest’ultima, farà notare alla nostra, che aveva perso il diario portato con se. Nemmeno il tempo di poterla ringraziare che così come le apparve, sparisce nella medesima tormenta. Rientrata dal viaggio, nella sua adorata Catania, Angelica si mette alla ricerca delle sue radici, spinta da quel diario che la catapulta indietro nel tempo fino a farle vivere in prima persona il periodo del primo novecento dove i membri della famiglia Marchese, suoi antenati, vivevano la loro vita tra gioie e dolori quotidiani, oppressi da un capo famiglia detto Don Ciccio, che impersonava il classico Padre Padrone. La suddetta famiglia era composta da Don Ciccio, dalla moglie succube delle cattiverie del marito e dai loro 13 figli. L’autrice, frattanto che scorre la lettura, porta il lettore per mano attraverso una Catania bellissima esteticamente, si ricordano le descrizioni di Via dei Crociferi e Via Alessi, dove si svolge buona parte della vicenda della famiglia Marchese; P.zza Cardinale Dusmet e altre meraviglie. La famiglia Marchese, della quale Angelica è discendente vive in un appartamento di un palazzo

nobiliare di proprietà di una famiglia di alto rango sociale. La vita scorre lenta nelle gioie e lentissima nei dolori e anche molto malinconica per i tredici figli e la povera moglie costretti a lavorare nel negozio di oggetti religiosi dal burbero Don Ciccio. Se qualcheduno dei figli cercava di realizzarsi in altri lavori, in famiglia si scatenava una autentica guerra, dove il solito Don Ciccio si scagliava contro i componenti più fragili della famiglia, a decorrere dalla moglie, vittima designata del despota. Molte sono le interazioni in questa storia, e tra queste quella che narra la vicenda di una delle figlie più ribelli della famiglia di Don Ciccio: Agata, che intrattiene una relazione con un nobile già sposato. Al contempo si vive anche lo scoppio della I guerra mondiale, dove l’Italia viene coinvolta e manda al fronte diversi giovani, che non faranno ritorno. Il conflitto finirà e nella città etnea, si propagherà una malattia chiamata “spagnola”, che causerà molte vittime. L’autrice nel raccontare la storia, forse autobiografica, della famiglia Marchese, ci delizia con attenzioni descrivendo le bellezze della nostra città, parlando della porta uzeda ad es., o dell’”Acqua o linzolu”, gli archi dela marina, il porto, i venditori di “mauru” o di telline e ricci e del pesce fresco appena pescato.

Con tono leggero e disincantato, "L'acqua e la lava" di Ignazio Cilia scorre tra "Acquerelli letterari" brevi storie e versi sciolti in lingua siciliana e italiana, tutti improntanti a una filosofia di vita rassicurante e incoraggiante originata da grande apertura mentale e d'animo. Con garbo suggerisce e propone di affrontare le vicende della nostra vita con modalità intelligente, interessante, rivenendovi poesia, applicando e liberando fantasia.

PREZZO 14,90 €

20% DI SCONTO CHIAMANDO AL 348 7904214


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Febbraio 2020 - Paesi Etnei Oggi  

Paesi Etnei Oggi il magazine dell'Area Metropolitana di Catania

Febbraio 2020 - Paesi Etnei Oggi  

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